2013: per cambiare davvero (di Claudio Lombardi)

Una fine d’anno speciale quella del 2012. Nel giro di poche settimane tanti fatti nuovi: le primarie del centro sinistra per il leader con una enorme partecipazione popolare; di nuovo le primarie del Pd e di Sel per la scelta dei candidati alle prossime elezioni; la caduta del governo e la rottura fra Monti e il Pdl uno dei soci fondatori del governo; lo scioglimento anticipato delle Camere e l’indizione delle elezioni; la ridiscesa in campo di Silvio Berlusconi all’insegna dell’antieuropeismo e della demagogia distruttiva; la nascita a sinistra di un raggruppamento di formazioni politiche, movimenti e associazioni che stanno trovando nella lista Rivoluzione civile capeggiata da Antonio Ingroia un punto di riferimento unificante; la nascita di un polo centrista sotto il nome di Mario Monti con un suo programma per il prossimo governo; il consolidamento del M5S che fra espulsioni e dibattiti interni ha registrato un clamoroso successo alle elezioni regionali siciliane e si appresta a diventare un protagonista nel prossimo Parlamento.

Fatti nuovi in Italia nel contesto di una crisi economica e finanziaria che dura da anni in occidente e rispetto alla quale il nostro Paese si presenta fragile e con poche difese. La prima linea di difesa dovrebbe essere l’Europa. Rispetto ad un anno fa le cose vanno meglio e il rischio di spaccatura dell’Unione europea sembra scongiurato, ma questo non può bastare così come non bastano le politiche fondate sul rigore nei conti pubblici perché proprio la crisi ha mostrato la debolezza (e la scarsa utilità) di una Europa non unita da istituzioni democratiche e da politiche condivise. Senza questo le istituzioni europee saranno svuotate di significato e la stessa moneta unica diventerà indifendibile.

In questo quadro complesso l’Italia corre seri rischi di avvilupparsi in una crisi che somma la finanza pubblica, l’economia, gli equilibri sociali, le istituzioni democratiche, le rappresentanze politiche, l’etica pubblica e gli apparati dello Stato consolidando alcuni caratteri specifici della crisi italiana. Fra questi ce ne sono due in particolare che vanno ricordati.

Il primo è quello della frantumazione corporativa che annulla l’interesse generale sotto una miriade di interessi particolari, di gruppo o individuali, tutti in corsa per accaparrarsi le risorse pubbliche (e quelle private condizionate dai poteri pubblici). Qui va cercata la spiegazione del vertiginoso aumento del debito pubblico partito alla fine degli anni ’70. I soldi presi in prestito sono finiti in spese per compensare interessi particolari e non in investimenti per costruire sviluppo. Inefficienza, corruzione, patti fra politica, apparati dello Stato, affaristi e organizzazioni mafiose ne sono stati la logica conseguenza.

Il secondo è la convergenza di fatto fra oligarchie e protesta demagogica. Scandalizzarsi è giusto, ma trasformare tutto in agitazione che amplifica e radicalizza ogni malcontento fa perdere il contatto con la realtà e porta al distacco dalle istituzioni democratiche e dalla politica. Sfiducia, distacco, disarticolazione del dissenso e restringimento del consenso verso posizioni di rinnovamento ne sono la logica e inevitabile conseguenza. Tutto ciò costituisce la condizione ideale perché le oligarchie possano mantenere le loro posizioni di comando.

Se tutto rimane così inutile parlare di uscita dalla crisi. Qualunque agenda seria per il governo dell’Italia deve fare i conti con quei due punti e non può che far leva sullo sviluppo della partecipazione dei cittadini. Il cambiamento più importante che si è registrato nell’ultimo anno è proprio l’aumento della partecipazione in movimenti, associazioni e formazioni politiche. La partecipazione, però, non è solo protesta né lotta per rivendicazioni settoriali o territoriali. Pur legittima questa non modifica in nulla le cose. La partecipazione è efficace se diventa sistematica e se permette alle persone di avere gli strumenti per intervenire direttamente nelle decisioni politiche, nella cura dei beni comuni e nella realizzazione dell’interesse generale. Già solo menzionare questo percorso e le ovvie condizioni che lo devono accompagnare – trasparenza amministrativa, legalità, informazione diffusa e accessibile sulle procedure e sull’uso delle risorse pubbliche – contiene una rivoluzione civile della quale l’Italia ha estremo bisogno.

Senza questa rivoluzione, ormai, nessun’altra rivendicazione – politica, sindacale, sociale – può sperare di andare oltre la difesa degli interessi di categoria o di gruppo che, pur sacrosanti (a volte), non bastano per definire un progetto di cambiamento credibile del sistema che realmente governa l’Italia.

Claudio Lombardi

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