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Le baby gang e noi

La presenza e le azioni delle baby gang suscitano riflessioni e pongono problemi ai quali è difficile trovare risposta. Seguiamo i pensieri della mamma di Arturo accoltellato poche settimane fa espressi in una lettera pubblicata da Il Mattino e di Paolo Macry docente dell’Università di Napoli che è intervenuto sullo stesso quotidiano. Scrive Maria Luisa Iavarone: “Che messaggio diamo quando lasciamo tornare a casa, con una semplice denuncia, un gruppo di ragazzi che a calci e pugni hanno spappolato la milza a un loro coetaneo? (….) La risposta che a tale quesito può dare ciascuno di noi mi pare in stretta relazione con la violenza cieca e inaccettabile che ha colpito mio figlio, Arturo, e l’incertezza, l’omertà, le ambiguità che la circondano”. La lettera prosegue denunciando gli inviti a tacere che vengono rivolti dalle famiglie ai loro figli aggressori; silenzio che si estende agli amici e al quartiere e che arriva a manifestarsi come una “coltre di complicità” che “vince sulla verità”. La madre di Arturo ipotizza che “la risposta delle istituzioni e il messaggio che la società civile manda a quella degli incivili non sono sufficientemente chiari e forti come dovrebbero essere”.

Nella lettera si comprendono le ragioni giuridiche che hanno portato ad una semplice denuncia “ma se pure queste valutazioni sono formalmente inattaccabili, mi chiedo che strumenti abbiamo, noi come cittadini e come istituzioni, per fermare una deriva che sta brutalizzando la vita della terza città italiana e che espone le famiglie a una condizione psicologica di terrore per i propri figli, che suggerisce pensieri di fuga, che alimenta la paura e il sospetto”.

Maria Luisa Iavarone prosegue affermando che i ragazzi violenti “sono prima di tutto dei «senza famiglia», sono cioè figli di una frattura verticale della dimensione primaria in cui si forma l’educazione alla vita e alla socialità, sono figli di una confusione tra diritti e doveri. Vivono in una eclissi di genitorialità che li fa annaspare ciecamente in un mondo senza adulti significativi che produce in loro una assenza totale del principio di autorità e che diventa senso onnipotente dell’impunità se, dopo la famiglia, anche la società e le istituzioni rinunciano a una sanzione adeguatamente severa di fronte a comportamenti devianti così gravi (…..) credo che la legalità e la civiltà vincono se si dimostrano credibili e autorevoli”.

Per Paolo Macry Napoli somiglia ad un laboratorio nel quale si sta costruendo uno specifico modello di violenza impensabile altrove. Apparentemente ciò che accade oggi tocca i rapporti tra città borghese e città popolare con lo scontro tra chi ha e chi non ha. In sintesi: periferie contro centro. Ma c’è una specificità di Napoli (debolezza della condizione familiare, alta evasione scolastica, pervasività delle reti criminali). E soprattutto “se la pressione delle periferie violente appare così efficace e diffusa, è anche perché Napoli non fa resistenza, non oppone una cultura della legalità, non difende i valori della convivenza, non reagisce. Anzi, accetta, appare rassegnata, asseconda”.

“A Napoli, anche tra i palazzi settecenteschi di Chiaia, nelle strade umbertine del Vomero, nelle colline panoramiche del sacco edilizio, mille pratiche di violenza si manifestano quotidianamente. Accettate in modo supino o sollecitate o direttamente messe in atto dalla cosiddetta società civile. E basti citare una lunghissima storia di prevaricazioni di piazza, il vandalismo dei disoccupati organizzati (…), le aggressioni ai conducenti di bus, la militarizzazione dei marciapiedi da parte dei guardamacchine, perfino l’aggressività dei lavavetri. Oppure quell’altro capitolo di violenza subliminale e collettiva che è il traffico automobilistico, i sorpassi killer, le vetture parcheggiate che bloccano intere strade, l’urlo dei clacson in fila, l’unanime dimenticanza del diritto alla vita di pedoni, anziani, donne con le carrozzine. O ancora la violenza sistematica del microabusivismo edilizio, delle infinite superfetazioni. O l’invasione proterva dei rifiuti dovunque capita. È un’intera città che mostra ormai assoluta consuetudine con il linguaggio della forza fisica, con la brutalità di chi calpesta lo spazio altrui, con il feroce individualismo che disprezza i diritti”.

In questo quadro disperante c’è però un segnale che va colto. Nelle interviste, nei cartelli esposti nelle manifestazioni dei giovani contro la violenza così come nella lettera della madre di Arturo si leva un appello perché lo Stato intervenga e faccia sentire la sua presenza. È un intervento che non può che avere due facce: ripresa del controllo del territorio perché la sensazione dell’impunità scatena gli istinti più feroci; risanamento ed educazione, servizi e investimenti perché la vera scommessa è combattere le radici e le condizioni della violenza

C.L.

Come leggere i dati sul lavoro

E’ notizia di pochi giorni fa, data con la diffusione dei dati ISTAT sull’andamento del mercato del lavoro nel periodo di riferimento (2009- 2017), come , soprattutto a partire dal ° trimestre 2014, si sia verificata una crescita dell’occupazione che, al momento, si è attestata ad un +1.029.000 di occupati, dei quali, il 53% con forme di contratto a tempo pieno e indeterminato. La forma del contratto a tempo determinato, invece, è stata quella prevalente nell’ultimo anno.

I dati rilevati, come sempre, richiedono letture attente e attinenti ai periodi di riferimento, analisi complesse e riflessioni che possono anche essere estremamente necessarie nell’elaborazione di politiche mirate ad una maggiore stabilità nel mondo del  lavoro.
Quello che resta e desta comunque impressione è il dato complessivo del numero degli occupati che ha toccato e superato la soglia dei 23 milioni. Un numero mai raggiunto negli ultimi quarant’anni

La cosa che salta subito all’occhio (a meno che lo sguardo non sia offuscato da mero furore ideologico) è che le azioni dei governi fin qui succedutisi, abbiano dato i frutti per i quali erano state messe in atto. Ci si riferisce in particolare alla riforma nota col nome di “ Jobs Act” nonché a tutta la serie di incentivi fiscali e contributivi alle aziende che avessero assunto.
Tutte norme che sicuramente potevano essere migliori, assolutamente lontane dalle perfezione, ma che hanno svolto bene il loro compito nel momento contingente in cui sono state presentate. Un momento di grave e profonda crisi economico-sociale che ha colpito praticamente tutte le economie occidentali.

A parere di chi scrive, il vero punto di forza di tali proposte , è stato il riconoscimento del livello su cui si doveva intervenire. Non bisogna dimenticare che, da varie parti (soggetti politici di ispirazione vicina alla “sinistra post-marxista” ed altri di diversa collocazione politica), si spingeva per una ripresa dell’intervento diretto dello Stato nell’economia e per un’espansione  del pubblico impiego (ovviamente a carico della fiscalità generale) ritenendo l’iniziativa privata solo un sistema di sfruttamento dei lavoratori. Aver puntato sull’impresa come creatrice di opportunità di lavoro è stata una scelta giusta.

La prima preoccupazione è stata quella di arginare l’emorragia di posti di lavoro incentivando le imprese a rimanere in Italia con nuove convenienze per aumentare l’occupazione. Nulla è stato tolto a chi era già inserito nel mondo del lavoro. E comunque si tratta di politiche che devono adeguarsi ai tempi e proseguire. Già la proposta di un salario minimo garantito indica un cambiamento di direzione perché guarda alla condizione del lavoratore.

C’è però qualcosa di più da dire sui dati pubblicati dall’ISTAT. Un problema si mostra con evidenza: l’incongruenza tra offerta e richiesta di lavoro. A fianco di tanti giovani e meno giovani che cercano lavoro, ci sono tipologie di impiego che lamentano carenze nella disponibilità. I dati sulla ricerca di determinate posizioni lavorative emergono spesso nelle cronache locali e sembrano contraddire quelli sulla disoccupazione.

Una situazione che si può sintetizzare in poche parole: un po’ di lavoro ci sarebbe, ma non interessa. Si cercano falegnami, muratori, tornitori e saldatori, idraulici, elettricisti e piastrellisti, riparatori, pittori, ma anche esperti di applicazioni informatiche nella produzione. Tutti lavori che richiedono periodi di apprendistato più o meno lunghi e una preparazione di base che la nostra scuola non riesce a dare.

E questo senza tirare in ballo i lavori che, come si usa dire, gli italiani non vogliono più fare e per i quali ai datori di lavoro non resta che ricorrere a mano d’opera straniera che si presenta spesso più disponibile e anche maggiormente capace.

Una chiave di lettura sta, a giudizio di chi scrive, in almeno due grandi errori di valutazione in cui si è incorsi in passato. Il primo sta nell’illusione che la scuola potesse trasmettere a tutti la stessa cultura appiattendo le differenze individuali ed evitando la selezione delle capacità. Coerente con questa impostazione è stata la considerazione della scuola come una fabbrica di posti di lavoro per insegnanti molti dei quali non sono passati da alcuna valutazione.

Il secondo è l’idea che i nostri giovani debbano ricevere un posto di lavoro adeguato agli studi fatti anche se questi non tengono conto delle reali esigenze del mondo del lavoro. La spocchia con la quale sono stati considerati i lavori manuali (salvo poi trasferirsi a Londra o a Berlino a fare il cameriere o il lavapiatti) appartiene all’esperienza di vita di molti italiani.

In conclusione il tema del lavoro ha tante facce. Se non si cerca di scoprirle e comprenderle non si potrà nemmeno fare qualcosa di concreto

Fabrizio Principi

Roma spelacchiata

Come nell’apologo di quello che guardava il dito che indicava la luna anziché guardare la luna, così i romani si sono fissati per tutto il periodo delle feste natalizie sull’ormai famoso “Spelacchio”, appassionandosi al destino dei suoi rami da salice piangente più che riflettere seriamente sul baratro dentro il quale sta precipitando Roma.

Mentre non riusciamo a capire quale sia realmente il piano industriale dell’AMA ed il piano strategico del Comune per raggiungere gli obiettivi della raccolta differenziata né i programmi  a medio e lungo termine per lo smaltimento dei rifiuti, si è presa la via dell’Abruzzo per portare quotidianamente a carissimo prezzo la nostra “monnezza” dopo aver rifiutato l’aiuto dell’Emilia Romagna per ragioni a noi incomprensibili.

Invece l’ATAC un piano industriale ce l’ha per poter arrivare ad un concordato che scongiuri la sua morte che, al momento attuale, sembra più evidente di quella accertata del povero Spelacchio. Ma per il momento questo piano industriale si percepisce soprattutto dal programma di vendita del patrimonio pubblico (l’azionista dell’ATAC è il Comune al 100%) costituito soprattutto dai monumentali ex depositi disseminati per la città da Trastevere, all’Appio, a Mazzini, a Ostiense. Un altro modo per trasformare dei luoghi identitari di grande valenza architettonica, da servizi socio-culturali per i quartieri a grandi centri commerciali o residenziali di lusso.

Nel frattempo altre operazioni edilizie stanno impoverendo il contesto urbanistico, storico ed architettonico della Città Storica. In nome e per effetto del Piano Casa della Regione (Piano che viene da lontano, iniziato dalla Giunta Polverini e completato dalla Giunta Zingaretti) c’è un lungo elenco di villini degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso in predicato di essere demoliti per far posto a brutti condomini di residenze di pregio che certamente non vanno a risolvere il problema della casa per i meno abbienti. Il Piano casa si è chiuso a giugno ed ora sono in via di realizzazione i progetti presentati di demolizione e ricostruzione senza che né la Soprintendenza né il Comune si preoccupino minimamente per attivare le loro competenze in materia che potrebbero quantomeno attenuare o orientare il fenomeno.

Ora il Piano Casa non c’è più anche se i suoi nefasti effetti si stanno manifestando proprio nelle parti più pregiate del tessuto urbanistico ed architettonico di Roma, ma è entrata in vigore la Legge Regionale sulla Rigenerazione ed il Recupero Urbano.

I Comuni potranno indicare strategie, obiettivi, prescrizioni, opere di mitigazione o compensazione ambientale, opere di pubblico interesse da realizzare, politiche pubbliche, programmi per la partecipazione civica, soggetti pubblici ed economici da coinvolgere, relazione di fattibilità economica. Inoltre i Comuni potranno individuare ambiti territoriali urbani nei quali consentire interventi di sistema di ristrutturazione edilizia e urbanistica o interventi di demolizione e ricostruzione degli edifici esistenti. Come intende muoversi il Comune di Roma Capitale?

Sulla mobilità, a parte l’elenco di opere messe nel PUMS – Piano Urbano della Mobilità Sostenibile, non si vedono né piani di fattibilità in atto né progetti. Alla crisi dell’ATAC che mette in discussione lo stesso concetto di servizio pubblico si accompagna una crisi di programmazione e di percezione da parte dei cittadini di un sistema di opere capaci di raggiungere quegli obiettivi che oggi sembrano lontani ed irraggiungibili. Ecco, sembra veramente che si campi alla giornata fra una funivia ed una pista ciclabile, tra l’annuncio di una decina di linee di tram scoordinate ed una discutibile bozza di delibera sui bus turistici bocciata dal primo Municipio,  senza costruire un vero mosaico di un sistema della mobilità generale romana con la certezza della fattibilità dei progetti, dei tempi e dei finanziamenti e soprattutto con una definizione trasparente e condivisa degli obiettivi da raggiungere nei tempi brevi, medi e lunghi.

L’esempio più eclatante è quello della metro C della quale si conosce solo l’incerto destino fino alla stazione Fori-Colosseo dove rischia di impantanarsi, ma non si conoscono né i progetti di proseguimento almeno fino a Clodio, né i tempi di realizzazione, né i finanziamenti. Né tantomeno si conosce qualcosa riguardo alla fantomatica metro D che da Montesacro dovrebbe raggiungere l’Eur intersecando la metro C a piazza Venezia. E queste sarebbero le opere strategiche?

Per non allungare troppo, citiamo solo la mancanza cronica di un piano serio di manutenzione del manto stradale e dei marciapiedi, l’assenza di un servizio di manutenzione programmata del verde pubblico e perfino  l’incapacità di affrontare strutturalmente il tema dei servizi alle persone in una città dove la presenza di migliaia di senza casa è vista come un fastidio da nascondere, allontanare,  da spostare da un punto all’altro o da trattare come problema di pubblico decoro e non come tragedia umana che avrebbe bisogno di politiche di accoglienza e di gestione duratura e non emergenziale con tanto di personale e di risorse. A cominciare dai bagni pubblici, programmati da tempo e mai realizzati.

Ma noi continuiamo a polemizzare su Spelacchio e sui sacchetti di plastica mentre ci tocca quotidianamente ascoltare  uno sproloquio di assurde promesse elettorali da venditori ambulanti di paese. Ma questa è un’altra storia …….

Paolo Gelsomini

Atac Ama e i guai di Roma

Atac e Ama sono le più grandi aziende romane. Entrambe di proprietà del Comune erogano due fra i principali servizi necessari alla vita di una città: trasporti e gestione dei rifiuti. Ebbene entrambe hanno la responsabilità di aver reso difficile la vita dei romani e non da oggi. Da anni. Ovvio che, come in tutte le cose, c’è stato un momento iniziale nel quale si stava meglio perché i guasti non si erano ancora manifestati. Per esempio nel campo dei rifiuti fino a che tutto (ma proprio tutto) si gettava nella discarica di Malagrotta sembravano non esserci problemi. Ogni tanto uno sciopero o qualche incidente che bloccava il ritiro della spazzatura. O, magari, la strisciante inefficienza che da sempre caratterizza l’amministrazione comunale e le sue aziende. Ai romani andava bene così, la grande buca si riempiva e la differenziata era roba sconosciuta, roba per tedeschi. Anche ai sindacati andava bene così. I dipendenti erano tanti, alto l’assenteismo, tanti quelli che si buttavano su qualche invalidità per non scendere in strada, i ritmi di lavoro erano a dir poco blandi. Poi Malagrotta si è riempita e sono iniziati i problemi perché si è scoperto che non c’erano i piani per sostituirla e i politici si sono mostrati del tutto inadeguati a svolgere la loro funzione. Così è stato comodo aggrapparsi come alibi a gruppi di ambientalisti che si opponevano alla costruzione di un inceneritore che poi è l’indispensabile accompagnamento di ogni politica fondata sulla differenziazione e sul riciclo. E tuttora Roma non ha un inceneritore e nessuno che abbia responsabilità pubbliche osa menzionarlo almeno come ipotesi. Eppure ce l’hanno tante altre città italiane ed europee, ma da noi è tabù. Di qui il dramma e l’emergenza dei rifiuti che si vive ormai da oltre un anno. I romani pagano la più alta tariffa rifiuti d’Italia e hanno la monnezza per strada. Volgarmente si direbbe “cornuti e mazziati”.

Per il trasporto pubblico stesso discorso. I dati dell’inefficienza di Atac sono strazianti. Dal 2009 al 2016 ha bruciato 5 miliardi di contributi pubblici ed accumulato 1,4 miliardi di perdite. E per cosa? Per un servizio scadente a costi superiori del 30% a quelli della corrispondente azienda milanese. Più personale, meno ore lavorate, più assenteismo. E tutto questo con la piena copertura dei responsabili politici del servizio. D’altra parte i dipendenti comunali e delle aziende di proprietà sono il più grande serbatoio di voti a Roma e infatti la stessa sindaca Raggi, da candidata, si premurò di rassicurare i sindacati. Lo slogan per l’elettorato era “cambieremo tutto”, per chi dipendeva dal Comune andava inteso come “a voi non vi toccheremo”. E, infatti, così è stato. Sono cambiati gli assessori e i direttori generali, ma la struttura di Atac e Ama è rimasta intatta. Privilegi e sprechi compresi.

L’ex assessore alle partecipate di Roma Massimo Colomban, intervistato in questi giorni dal Messaggero, afferma di aver avvertito la sindaca che Ama ed Atac non potevano rimanere di proprietà al 100% del Comune e che avevano assoluto bisogno di un partner industriale; afferma inoltre che una direttiva dai livelli superiori del Movimento 5 stelle ha impedito che si intervenisse (e infatti lui ha lasciato l’incarico); dice che il Movimento non deve proteggere i sindacati, alcuni dei quali in Ama e Atac la fanno da padroni da anni. Nessuno gli ha dato retta. Anzi, in questa situazione la Giunta romana intende rinnovare l’affidamento in esclusiva del servizio ad Atac fino al 2021, mentre pende una procedura di concordato in continuità che dovrebbe servire ad evitare che i creditori chiedano il fallimento e in assenza di un piano industriale e finanziario indispensabile perché il giudice possa accordare il concordato. Una situazione a dir poco opaca. E tutto questo accade mentre sta scadendo il termine per indire il referendum sul trasporto pubblico per il quale 33mila cittadini hanno apposto la loro firma. Praticamente la Giunta grillina sta arrampicandosi sugli specchi per lasciare le cose come stanno il che significa in primo luogo non rompere l’alleanza con il sindacalismo corporativo e ostacolare lo svolgimento del referendum perché c’è il rischio che i romani votino perché il servizio pubblico sia tolto ad un’azienda che si è rivelata incapace di effettuarlo. Alla faccia della democrazia diretta predicata dal M5S.

Quale è il succo della vicenda? In definitiva il M5S a Roma sta dimostrando, perlomeno nel campo dei rifiuti e del trasporto pubblico, la sua impronta profondamente arrogante e conservatrice e la sua incapacità di far funzionare la città. Il M5S nega la realtà e si batte perchè Atac e Ama rimangano monopolisti dei servizi, di proprietà del Comune al 100%, ma non ha la capacità di far funzionare bene queste aziende perchè nulla si può toccare dell’assetto attuale. Ovviamente mascherandosi dietro a slogan triti e ritriti che appaiono sempre più come una bella favoletta raccontata ai bimbi per tenerli buoni. In pratica stanno semplicemente prendendo in giro i romani tentando di rinviare al domani i problemi, tirando a campare un giorno dopo l’altro e confidando nell’assuefazione alla sofferenza. In dialetto romanesco si dice che stanno dando la “guazza” ai romani

Claudio Lombardi

La rendita e la collusione politica economia burocrazia

Appare intuitivo, oltre che dimostrato dalla storia, che quanto più si amplia l’area d’intervento del governo e dell’amministrazione e si accresce la dimensione delle risorse intermediate dal sistema pubblico, tanto più aumenta la tendenza delle imprese a ricercare opportunità di guadagno tramite rapporti collusivi con coloro che detengono il potere di emanare norme o erogare risorse monetarie. E, come ci ha fatto osservare Mancur Olson più di trent’anni fa, tale processo è ulteriormente intensificato dalla presenza diffusa e consolidata di gruppi d’interessi particolari, impegnati a conquistare quote crescenti di reddito piuttosto che ad accrescerne l’ammontare. Il risultato sarà una riduzione progressiva della produttività totale dei fattori e, quindi, della capacità di produrre reddito ossia un progressivo restringimento del prodotto sociale. Che è esattamente ciò che si osserva, da qualche decennio, nel contesto italiano. La balcanizzazione e il generale indebolimento della rappresentanza hanno giocato un ruolo decisivo.

Tipicamente, il sistema prevede l’interazione, spesso, ma non necessariamente, condizionata da comportamenti collusivi, fra tre soggetti: il politico, cui fa capo il controllo sulle risorse pubbliche, la banca, che ne è, per così dire, il braccio armato, e l’impresa, che deve assicurare il flusso di favori economici che chiude il cerchio. Un’altra versione del modello prevede solo un rapporto di scambio fra legislatore e impresa, avente a oggetto l’emanazione di norme capaci di costituire posizioni di vantaggio a favore dell’impresa, generalmente tramite limitazioni della concorrenza.

Naturalmente, ci sono tanti modi per essere o mettersi in condizione di ricavare una rendita vendendo una risorsa resa artificialmente scarsa a un prezzo che può essere fissato arbitrariamente oppure amministrando l’accesso a una risorsa di cui si ha la disponibilità esclusiva. Ma il caso che qui ci interessa maggiormente è quello che origina da un intervento dell’operatore pubblico, attraverso norme e regolamenti ad hoc, concessioni, ecc. Lo stato e i suoi funzionari, il governo, i partiti e gli uomini politici, i sindacati e i loro esponenti sono i principali complici, spesso i promotori e i difensori del sistema delle rendite. Le imprese, a loro volta, insieme con determinati gruppi di lavoratori o anche singoli attori, sono i principali beneficiari del sistema delle rendite e, quindi, non solo lo subiscono, più spesso lo accettano, talora lo cercano, addirittura lo avallano.

intreccio politica inefficienteÈ qui, in questo intreccio perverso fra potere politico ed economia che inevitabilmente si annida la malapianta della corruzione. Rendita e corruzione vanno di pari passo, anche se fra l’una e l’altra non sussiste alcun nesso causale. L’una è il brodo di cultura della seconda; la seconda si alimenta della prima. Tutt’e due affondano le loro radici nella dimensione esorbitante dell’intervento pubblico nell’economia, nel ruolo crescente che, dai tempi lontani dell’unità nazionale, lo stato ha avuto nel finanziamento della produzione, nella distribuzione del reddito e, in generale, nell’intermediazione delle risorse. Un corollario di questa endiadi è il clientelismo ossia il fenomeno sociale che descrive il modo in cui ci si relaziona all’interno di un sistema in cui vige la rendita e domina la corruzione. In cambio della partecipazione, generalmente modesta, alla distribuzione della rendita, gruppi di cittadini si acconciano a rinunciare alla loro indipendenza e autonomia politica, cedendo il consenso agli amministratori delle rendite. Il sistema democratico ne risulta pesantemente indebolito, se non compromesso.

È importante comprendere il carattere sistemico di questi fenomeni e i nessi che li legano inscindibilmente, perché questo ci dice che la lotta per cancellarli non è solo questione di qualche norma in più o più severa, ma esige l’impegno per un cambiamento di sistema, che investa il modus operandi dei principali attori economici, politici, sociali. Ciò implica un intervento radicale sulla macchina dello stato, sui modi in cui viene esercitata l’azione di governo, sia a livello centrale che locale, passando per una drastica riduzione del ruolo d’intermediazione dei politici e degli amministratori e per un sostanziale ricambio e ridimensionamento della dirigenza, troppo compromessa con il sistema di potere che gestisce le rendite e che pratica la corruzione per essere oggetto di riforma.

Lapo Berti (terzo di tre articoli) tratto da www.lib21.org

Il cancro che divora l’Italia: l’attrazione fatale della rendita (di Lapo Berti)

La rendita rappresenta un elemento costitutivo, strutturale, del modello capitalistico italiano, e non una semplice perversione. La centralità della rendita affonda le sue radici nelle origini stesse del capitalismo italiano post-unitario; è figlia, non necessaria, dell’intreccio fra intervento statale e sviluppo capitalistico che caratterizza le nazioni che si immettono tardivamente sul sentiero dell’industrializzazione, come l’ Italia e la Germania.

In Italia, diversamente dalla Germania dove pure l’intervento statale nell’economia è ampio e articolato, la ricerca del profitto, che è l’anima e la ragion d’essere di una classe di capitalisti, assume ben presto e stabilmente la forma della ricerca della rendita ovvero di un guadagno garantito dalla tutela statale e coperto dalle risorse che lo Stato è in grado di sottrarre alla collettività per indirizzarle verso lo sviluppo industriale.

ceto politico corrottoNasce in questo contesto, e non importa qui stabilire quale sia il rapporto di causa ed effetto, un ceto politico, destinato a imporsi e a permanere, che trae il suo potere dall’intermediazione clientelare di risorse pubbliche, in primo luogo nei confronti delle imprese, ma poi, sempre più, anche nei confronti di determinati ceti sociali. Imprenditori e capitalisti di ogni ordine e grado si piegano volentieri a questo rapporto di sudditanza nei confronti del ceto politico e amministrativo in cambio di una tranquillità di prospettive che la competizione sui mercati, specialmente esteri, non sarebbe mai in grado di offrire. Si forma quel modello di capitalismo che viene pudicamente definito “relazionale” o, più brutalmente e significativamente, “clientelare” (Zingales).

Come insegna la dottrina del rent-seeking, la ricerca di privilegi e di protezioni atti ad assicurare rendite genera costi, al netto di quelli della corruzione che pure ne viene incentivata, i quali gravano sull’efficienza complessiva del sistema economico. Una quantità considerevole, e tendenzialmente crescente, di risorse viene investita non a fini produttivi, ma distributivi, non per creare prodotto aggiuntivo, ma per appropriarsi di una quota crescente del prodotto dato. La ricerca di protezione e di favori da parte dei titolari del potere pubblico diventa cultura diffusa; investe anche il mondo del lavoro. Soffoca lo stimolo a intraprendere; fa venire meno gli incentivi alla ricerca e all’innovazione. Il sistema nel suo complesso risulta appesantito da una quantità di oneri impropri, la cui mole, nel caso italiano, è icasticamente approssimata dal peso attuale del debito pubblico. L’economia nel suo complesso imbocca il sentiero del declino.

Lapo Berti – (primo di tre articoli) da www.lib21.org

L’Italia nella palude: il concetto di rendita

Con una certa approssimazione si può affermare che vi è la possibilità di estrarre una rendita tutte le volte che i meccanismi caratteristici di un mercato aperto e concorrenziale sono o vengono messi fuori gioco, ogni volta che viene accordato un privilegio il cui effetto è di falsare la concorrenza. I casi tipici sono quelli in cui un’impresa riesce a ottenere una posizione dominante sul mercato tale da consentirgli di fissare i prezzi a suo piacimento, senza essere condizionata dalla concorrenza; oppure quelli in cui lo stato, con un proprio provvedimento, istituisce un monopolio, non importa se poi esso venga assegnato a un operatore privato o pubblico.

Possiamo, dunque, distinguere fra una “rendita di mercato” e una “rendita non di mercato”.

La rendita di mercato è, per così dire, fisiologica nei processi di mercato. Nel breve periodo, la linea di demarcazione fra ricerca della rendita (rent seeking) e ricerca del profitto (profit seeking) è molto labile e difficile da definire concretamente. In qualunque industria, le imprese, piccole o grandi che siano, sono costantemente protese a ricercare quell’innovazione che gli consenta di acquisire un vantaggio competitivo nei confronti delle imprese che operano nel medesimo mercato. Nella misura in cui vi riescono, ne ricaveranno un extra-profitto (o rendita) di entità superiore al guadagno imprenditoriale (profitto “normale”) delle imprese concorrenti. In un mercato competitivo, tuttavia, la pressione della concorrenza sarà tale da azzerare tale extra-profitto in un arco di tempo sufficientemente breve da impedire che la configurazione del mercato ne risulti stabilmente alterata. È questo il modo tipico in cui opera il meccanismo concorrenziale nella realtà.

concetto di renditaL’impresa che ha acquisito un extra-profitto, tuttavia, potrà essere tentata di renderlo stabile e permanente non solo reiterando la dinamica innovativa, che è un comportamento per così dire fisiologico, ma anche ponendo in atto strategie che gli consentano di mantenere la posizione di vantaggio acquisita sottraendosi alla logica concorrenziale. Si tratta, tipicamente, delle strategie che ricadono sotto i divieti della legislazione antitrust: acquisizioni, accordi, barriere all’entrata. Potrà, inoltre, tentare di ottenere protezione, normative favorevoli, esclusive, ecc. da parte dei decisori politici. Ma con ciò siamo, concettualmente, nel caso successivo.

La rendita non di mercato richiede, invece, l’ingresso sulla scena dello stato in tutte le sue articolazioni ovvero il governo e l’amministrazione pubblica e del sistema della rappresentanza politica. La maniera più semplice, chiara e generale di definire il concetto di rendita in questa accezione è di sottolinearne il carattere di reddito derivato, che non rappresenta creazione di nuova ricchezza, ma costituisce un prelievo sulla ricchezza già prodotta, chiunque l’abbia prodotta. Questa definizione ha il pregio di mettere subito in rilievo la valenza negativa che inerisce alla rendita in una visione della distribuzione del reddito giustificata dall’apporto produttivo di ciascuno.

conquista privilegiIl processo che pone in essere una rendita non di mercato può originare sia dal lato dell’operatore pubblico sia dal lato degli agenti economici sia da quello di intermediari politici, ma consisterà sempre nell’istituzione di un privilegio esclusivo a favore di un determinato soggetto economico per il tramite del potere di cui dispongono, direttamente o indirettamente, i membri del governo, dell’amministrazione pubblica o dei partiti. Il processo che genera la rendita, in questo caso, può assumere le forme più svariate. Può trattarsi della concessione di un privilegio, come l’accesso esclusivo a una determinata risorsa o l’esercizio in esclusiva di una determinata attività; può trattarsi di acquisti effettuati dalla pubblica amministrazione a prezzi superiori a quelli di mercato o di salari e stipendi sensibilmente più elevati della media erogati ai dipendenti di imprese che fanno capo all’operatore pubblico; può trattarsi anche di una tassazione che privilegia ingiustificatamente determinati gruppi di persone o di operatori economici.

Lapo Berti – (secondo di tre articoli) da www.lib21.org

Il bersaglio grosso del caso Boschi

Bisogna riconoscere che ci sanno fare. La campagna mediatica scatenata contro Maria Elena Boschi ormai si è trasformata nel “caso Boschi”. Le elezioni sono vicine e l’occasione per mettere in crisi il gruppo dirigente del Pd fa gola a molti. È stata un’ingenuità mettere in funzione a fine legislatura una commissione di inchiesta sulle crisi bancarie pensando che avrebbe fatto chiarezza sulle cause e sulle responsabilità della sottrazione ai risparmiatori di decine di miliardi di euro. È bastato un appiglio ed è stata costruita una montatura mediatica sul nulla. Di fatto il dramma di migliaia di persone che sono state truffate e lo scandalo di un sistema di potere che lo ha permesso sono stati usati per scatenare una campagna contro il Pd e il suo gruppo dirigente.

banche saccheggiateQualunque osservatore intellettualmente onesto non può che convenire che i colloqui di Maria Elena Boschi non c’entrano niente con le crisi bancarie arrivate dopo molti anni di mala gestione e di connivenze che l’hanno permessa e coperta e dopo che è stata approvata in sede europea e recepita nell’ordinamento italiano una normativa che fa pagare i fallimenti bancari anche a correntisti (sopra i 100mila euro), azionisti ed obbligazionisti. La commissione parlamentare doveva servire a fare luce sulle inadeguatezze dei controlli e sulle carenze normative che hanno permesso la degenerazione delle banche locali. Probabilmente il materiale raccolto in oltre 40 sedute sarà utile nei prossimi anni per chi avrà la volontà politica di porre mano a qualche cambiamento. Ciò che conta è che adesso la commissione è servita a sostenere la montatura mediatica che ha prodotto il caso Boschi. Direttori di giornale, redazioni, reti tv, singoli giornalisti si sono gettati di slancio in un’opera di depistaggio e di disinformazione che ha usato le crisi bancarie per indirizzare la rabbia e l’indignazione contro il Pd.

A vantaggio di chi? Mettiamo insieme due notizie. La prima è che Luigi di Maio dichiara che se il M5S fosse il partito più votato potrebbe discutere di programmi con la sinistra e persino con un Pd depurato da Renzi e dai suoi più stretti collaboratori. La seconda è che il direttore di Repubblica scrive un articolo di fondo per chiedere che la Boschi si faccia da parte e non si ricandidi, cioè che si concluda la sua carriera politica nel Pd. Che significa?

montatura falsitàSemplice: che molti soggetti collocati nei piani alti della società a tutti i livelli stanno puntando sulla fine politica di Renzi e sulla caduta del Pd. La campagna contro la Boschi è stata preceduta da anni nei quali il Pd è stato additato come il principale responsabile di tutte le storture e le degenerazioni del sistema politico. Gradualmente, ma costantemente le destre si sono rifatte una verginità tanto che oggi si commenta con ammirazione la longevità politica di Berlusconi e Salvini ha fatto dimenticare i lunghi anni di governo della Lega. C’è quindi una convergenza oggettiva tra diversi soggetti, politici e attivi nel campo dell’informazione o nell’alta burocrazia, nell’attacco al gruppo dirigente del Pd. Depotenziare il Pd è conveniente per le altre formazioni politiche, di destra, di sinistra e indefinite come il M5S. In gioco non ci sono solo i voti che potrebbero abbandonare il partito di Renzi, ma anche quelli degli sfiduciati e dei delusi. Se riesce la campagna che bolla il Pd come principale responsabile dei mali d’Italia la scommessa è che gli elettori tornino a votare per quelli che lo attaccano.

D’altra parte la politica è spietata con chi perde e Renzi oggi appare (e viene fatto apparire) un perdente. Bisogna riflettere sul fatto che il suo disegno strategico è stato stroncato dal referendum costituzionale. Le riforme sociali e gli interventi nell’economia, pur essendo costate molto alle finanze pubbliche, non hanno ampliato il consenso per l’opera del governo e non hanno disinnescato la minaccia del rancore (ne ha parlato il Censis nel suo ultimo rapporto). Inoltre Renzi non è riuscito a tenere unito il suo partito che si è molto indebolito e che difficilmente sarà quello più votato nelle prossime elezioni.

ascesa M5SÈ invece probabile che il più votato risulterà il M5S che rappresenta la principale valvola di sfogo politico degli elettori arrabbiati, sfiduciati o delusi dagli altri partiti.

Con questi elementi si può intravedere un cambio di disegno strategico da parte di alcuni che pure avevano sostenuto l’ascesa di Renzi. Crisi del gruppo dirigente e indebolimento del Pd, ascesa del M5S che ne faccia il perno di una nuova maggioranza con Liberi e uguali e pezzi del Pd come sostenitori/subordinati. Il disegno sarebbe quello di assorbire le spinte antisistema portandole al governo e tentare così di arrivare ad una stabilizzazione del sistema politico italiano nel quadro di una sostanziale conservazione degli equilibri esistenti e di un recupero del consenso sociale. Le prove di governo a Roma e a Torino hanno mostrato sì l’incapacità, ma anche l’inoffensività del M5S e la sensibilità all’influenza di soggetti che conoscono e manovrano i meccanismi del potere.

La scommessa è rischiosa perché un M5S alla guida del governo dovrebbe fare qualcosa di più che dichiarare il cambiamento, ma non praticarlo come ha fatto a Roma e a Torino. Debito pubblico, vincoli europei, moneta comune, struttura dell’economia italiana, arretratezza del sud sono bocconi duri da digerire per chi si è affacciato da poco alla politica sull’onda della protesta.

I giochi ancora non sono fatti, ma è chiaro che il bersaglio grosso del caso Boschi è abbattere Renzi per aprire la strada a un nuovo soggetto politico forte che proclami di cambiare tutto. Il resto si vedrà

Claudio Lombardi

La montatura del caso Boschi

Si riparla di conflitto di interessi. Viene invocato per mettere sotto accusa Maria Elena Boschi, ma si tratta di una pura montatura politica e mediatica che ha costruito dal nulla il caso Boschi. Vediamo perché. Innanzitutto la Boschi ha dichiarato più volte di non aver sollecitato interventi di favore per Banca Etruria che portassero benefici a lei stessa e a membri della sua famiglia. D’altra parte nessuno ha potuto menzionare un solo atto che smentisse questa affermazione. Il governo di cui faceva parte, invece, ha commissariato la banca e ciò ha provocato l’esautorazione del padre montatura falsitàdella Boschi colpito da più sanzioni pecuniarie da parte di Bankitalia e oggi indagato dalla magistratura. Lei stessa ha ricordato che la sua famiglia ha perso nella vicenda l’investimento che aveva fatto nelle azioni della banca (peraltro di bassa entità). Questi i fatti. Ma quali sono le regole in caso si presenti un conflitto di interessi?

Secondo le norme attuali c’è una diversa configurazione se si tratta di dipendenti pubblici o di politici che rivestono cariche di governo. Nel primo caso la legge (DPR n. 62 del 2013) prevede l’obbligo di astenersi:

«Dal prendere decisioni o svolgere attività inerenti alle sue mansioni in situazioni di conflitto, anche potenziale, di interessi con interessi personali, del coniuge, di conviventi, di parenti, di affini entro il secondo grado. Il conflitto può riguardare interessi di qualsiasi natura, anche non patrimoniali, come quelli derivanti dall’intento di voler assecondare pressioni politiche, sindacali o dei superiori gerarchici»

montatura mediaticaUna più puntuale spiegazione della norma è contenuta in una deliberazione dell’Anac  del 2015. Il conflitto può insorgere quando il soggetto “è portatore di interessi della sua sfera privata, che potrebbero influenzare negativamente l’adempimento dei doveri istituzionali” per cui il soggetto deve astenersi ogni volta che si presenti “un collegamento tra il provvedimento finale e l’interesse del titolare del potere decisionale”.

Ciò che conta, sottolinea l’Anac, è che il conflitto di interessi non pregiudichi il principio di imparzialità. In ogni caso anche per i dipendenti pubblici si parla sempre di partecipazione all’adozione di provvedimenti amministrativi ovvero il conflitto di interessi deve manifestarsi non nella staticità di una situazione personale, ma collegandosi ad un’attività specifica del proprio ruolo.

Per i politici cui vengono attribuiti incarichi di governo la normativa è diversa. Si tratta della legge (cosiddetta “Frattini”) n. 215 del 2004. Si dispone l’astensione del soggetto in conflitto di interessi dagli atti che implichino l’adozione di provvedimenti. In particolare la norma prevede che sussista conflitto di interessi quando il titolare di cariche di governo partecipi all’adozione di un atto ovvero ometta un atto dovuto  purchè l’atto abbia un’incidenza “specifica e preferenziale sul patrimonio del titolare, del coniuge o dei parenti entro il secondo grado, ovvero delle imprese o società da essi controllate …. Con danno per l’interesse pubblico “.

Banca EtruriaIn conclusione in tutta la vicenda Banca Etruria non emerge alcun atto di governo al quale Maria Elena Boschi abbia partecipato o che abbia omesso di compiere che possa aver arrecato un qualche vantaggio di qualche tipo ai suoi familiari. E dunque il caso Boschi si può qualificare come una gigantesca montatura politica e mediatica messa in piedi per colpire il Pd e favorire altre forze politiche, M5S in primo luogo. In particolare si tenta di mettere sotto accusa i governi Renzi e Gentiloni ai quali va, invece, il merito di aver tamponato le conseguenze più disastrose dei fallimenti per i risparmiatori.

A questo punto bisognerebbe chiedersi a vantaggio di chi va questa gigantesca opera di depistaggio mediatico che, come effetto indiretto, produce anche un disorientamento dell’opinione pubblica attirata in una polemica molto accesa, ma basata sul nulla. Tutto ciò oggettivamente, distrae l’attenzione dalle responsabilità gravissime già conosciute, ma emerse con chiarezza nella Commissione parlamentare di inchiesta. È appena il caso di ricordare che per qualcuno questo effetto indiretto è una manna dal cielo.

Claudio Lombardi

La sceneggiata della lotta al Tap

La sceneggiata della lotta al gasdotto Tap incredibilmente continua. Cerchiamo di fare il punto sulla sostanza di una questione che sta diventando patetica e rivelatrice dell’arretratezza culturale di una parte della politica locale e della società civile, ma anche della spregiudicatezza del Governatore della Puglia, quel Michele Emiliano tuttora nei ruoli della magistratura che non perde occasione e pretesti per andare a caccia di voti. Prendiamo come guida il punto di vista espresso su facebook da Umberto Minopoli.

energia elettricaOgni mese abbiamo bisogno di circa 26000 Gwh (gigawattora) di energia. Di questi 26.000 GWh ben 20.000 vengono dall’energia termica (olio, carbone, gas). Le cosiddette rinnovabili, incentivate, ci danno alla fine solo 6/7 mila Gwh. Ma di queste ben quasi 3000 GWh sono da fonte idroelettrica. Non abbiamo centrali nucleari, non avremo più centrali a carbone, non sono più tollerate quelle ad olio. Quindi dei 20.000 GWh termici la quasi totalità è data dal gas. Insomma: abbiamo un fabbisogno elettrico strutturalmente fondato sul gas naturale. Che però importiamo quasi del tutto: dal nostro sottosuolo infatti estraiamo soltanto miseri 682 GWh che potrebbero essere di più, ma che hanno rischiato di essere pure eliminati con lo scemissimo referendum contro le trivelle (ovviamente sostenuto da Emiliano). Quindi mettiamoci in testa che l’elettricità in Italia è quasi tutta dovuta al gas e senza gas spegneremmo il Paese.

Ora vediamo da dove viene questo gas che è così importante per la nostra vita. Ebbene lo importiamo da tre paesi: Russia, Libia e Algeria. Il 70% però ci viene dalla Russia. Ed ecco il punto: il gas russo importato (cioè la fonte energetica su cui sostanzialmente ci reggiamo) viene distribuito in Italia dall’impianto di distribuzione di gas a Baumgarten an der March, in Austria. E’ quello che uno scoppio e poi l’incendio ha bloccato pochi giorni fa interrompendo così (per fortuna solo per poche ore) l’afflusso del gas che ci alimenta. E’ incredibile: un’intera economia dipende praticamente da un solo punto di ingresso e distribuzione. Pensate come siamo deboli, fragili e dipendenti. gas metanoSiamo tappati! C’è un investimento in atto che potrebbe stapparci. Cioè diversificare e aumentare i punti di ingresso del gas e salvaguardare i fabbisogni in caso di blocco dell’impianto di Baumgarten. E’ il Tap, il gasdotto che diversifica sia le fonti di approvvigionamento del gas che dobbiamo importare (è azero e non russo) sia i punti di distribuzione in Italia. E’ un gasdotto di 878 km che interesserà l’Italia solo per 8 Km. Ed è quello che il governatore pugliese vorrebbe bloccare. Si tratta come è evidente di un’opera strategica di importanza vitale per l’Italia.

Come è noto lo scontro sul tracciato del gasdotto riguarda l’approdo sulla costa pugliese. Chi si oppone al Tap dice di farlo per proteggere l’ambiente che sarebbe deturpato dagli scavi per la posa del tubo. Viene anche proposto un approdo diverso da quello prescelto nel comune di Melendugno. In particolare si insiste su Brindisi. Ora, a parte il fatto che la scelta finale è arrivata dopo che sono state esaminate molte alternative, è lecito domandarsi cosa sarebbe successo se si fosse deciso di far arrivare il gasdotto a Brindisi. Sicuramente proteste per l’aggressione ad un sito già “deturpato” dagli impianti portuali. Inoltre se a Melendugno la protesta si è concentrata sull’espianto temporaneo di qualche decina di ulivi, nell’area portuale di Brindisi ci si sarebbe trovati di fronte ad una zona abitata con le conseguenze facilmente immaginabili.

no tapIn ogni caso Brindisi verrò coinvolta (non nella parte portuale ma nel retroterra) perché è di questi giorni la notizia che è già stata avviata da SNAM la richiesta dei pareri agli enti locali per la realizzazione del metanodotto che da Melendugno porterà il gas nel nodo di Brindisi per la distribuzione su tutto il territorio nazionale. Pareri necessari per la Valutazione di Impatto Ambientale. In questo modo il nodo brindisino diverrà il punto europeo di distribuzione del metano, alternativo a quello proveniente dalla Russia.

Cosa pretende adesso chi si oppone al Tap? Che si rinunci al gasdotto? Che dopo anni di studi e ricerche si ricominci da capo la ricerca del percorso ideale che non leda alcun interesse locale? Follie. O pretesti per costruirsi un seguito popolare da spendere nelle prossime elezioni

Claudio Lombardi

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