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La ritirata pentaleghista dal Global Compact for Migration

Pubblichiamo un articolo di Vitalba Azzollini comparso sul sito https://phastidio.net

I politici pro tempore al potere possono fare sostanzialmente ciò che vogliono, nel rispetto dei paletti dell’ordinamento, com’è ovvio. Quindi, può anche capitare che decidano di sovvertire l’orientamento espresso da chi li ha preceduti, annullandone le decisioni, perché in disaccordo con le idee che ne erano alla base. Se, invece, accade che le forze al potere facciano retromarcia rispetto a quanto da esse stesse affermato solo poche settimane prima, e senza che nel frattempo siano mutati elementi del contesto, allora la questione diventa più imbarazzante. Ancor più imbarazzante è, poi, il cambio di indirizzo giustificato da motivazioni prive di concreto fondamento. Non sembra, invece, provare alcun imbarazzo nessuno degli attori dell’attuale legislatura, dopo che il governo italiano ha annunciato che non firmerà il Global Compact for Migration (GCM) l’accordo in tema di migrazioni elaborato in sede Onu.

Eppure, solo il 26 settembre  scorso, di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Presidente del Consiglio Conte  aveva affermato che:

«Da anni l’Italia è impegnata in operazioni di soccorso e salvataggio nel Mar Mediterraneo (…) spesso da sola” e che  “i fenomeni migratori con i quali ci misuriamo richiedono una risposta strutturata, multilivello e di breve, medio e lungo periodo da parte dell’intera Comunità internazionale. Su tali basi sosteniamo il Global Compact su migrazioni e rifugiati»

E aveva ben ragione di affermarlo, considerato che nel GCM è scritto espressamente e testualmente quanto detto da Conte stesso, e cioè che il patto promuove la cooperazione internazionale tra tutti i principali attori in materia di migrazione, riconoscendo che nessuno Stato può affrontare da solo il fenomeno migratorio (“fosters international cooperation among all relevant actors on migration, acknowledging that no State can address migration alone”). E invece, qualche giorno fa, le forze di governo hanno deciso che “è opportuno parlamentarizzare il dibattito e rimettere le relative scelte all’esito di tale discussione”.

Intanto, una premessa: appare singolare la decisione del governo circa la necessità che, trattandosi di “temi e questioni diffusamente sentiti anche dai cittadini”, sul GCM si esprimano rappresentanti dei cittadini stessi in Parlamento. Questa affermazione avrebbe senso se non provenisse da esponenti di un governo che hanno spacciato come necessario e urgente un decreto in tema di sicurezza e immigrazione – il cosiddetto decreto Salvini – pur di non rinunciare alla pretesa di disciplinare la materia, anziché rimetterla al Parlamento; che non hanno esitato a porre sul provvedimento il voto di fiducia; che, con questi due strumenti – il decreto-legge e la fiducia – hanno reputato che non fosse rilevante il ruolo del Parlamento come luogo di dibattito e di ponderazione delle diverse istanze politiche in tema di migrazione.

La contraddizione è palese. Se poi si considera che la calendarizzazione del dibattito è al momento fissata per sabato 22 e domenica 23 dicembre, mentre l’incontro per la sottoscrizione del patto a Marrakech sarà l’11 e il 12 dicembre, la farsa è ancora più evidente. A questo punto, può andarsi oltre e dimostrare l’infondatezza delle motivazioni addotte per non firmare il GCM.

Nella risoluzione presentata in commissione esteri dal Formentini, capogruppo della Lega, si dice che sarebbe assurdo dare all’ONU, organismo non eletto che non risponde direttamente ai cittadini, una competenza propriamente statale, quella di dettare decisioni in tema di immigrazione. Ma il Global Compact non attribuisce affatto all’ONU tale competenza, essendo un accordo non vincolante – come scritto espressamente nello stesso (“This Global Compact presents a non-legally binding, cooperative framework…”) – che non scalfisce la sovranità degli Stati, come pure ribadito nel testo (“…upholds the sovereignty of States”).

Anche altre affermazioni, alla pari di quella sopra riportata, riconoscono al GCM un carattere cogente di cui non è provvisto. Ad esempio, secondo Giorgia Meloni, il Global Compact stabilirebbe “il diritto fondamentale di ciascun individuo a emigrare o a essere immigrato, indipendentemente dalle ragioni che lo portano a muoversi”: ma un atto non vincolante qual è quello in discorso, come detto, non può modificare l’ordinamento interno e, di conseguenza, non può introdurre ex novo nell’ordinamento un “diritto” (che è un interesse tutelato dall’ordinamento, appunto). Quindi, ciò che dice Meloni è un assurdo.

Parimenti assurdo è quanto sostengono quelli – il senatore Bagnai tra gli altri – che, riprendendo il discorso fatto da un politico olandese al Parlamento europeo, Marcel de Graaff, hanno affermato che col GCM la critica alla migrazione diventerà reato di hate speech. Ma se il patto non può introdurre nuovi diritti, non può neanche introdurre dei reati. Sulla stessa linea, Luciano Barra Caracciolo, Sottosegretario agli Affari Europei al governo, ha affermato che “non si può ignorare che il Global Migration Compact è applicativo di dichiarazioni Assemblea ONU, onde rafforza formazione del diritto internazionale generale che, ai sensi art.10 Cost., finirebbe per essere assai vincolante, portando alla dichiarazione di incostituzionalità delle leggi italiane contrastanti”. Ma le Dichiarazioni ONU non sono fonte di norme internazionali (l’Assemblea ONU non ha poteri legislativi), dunque non hanno carattere cogente. Peraltro, la categoria delle norme “assai vincolanti” non esiste: o lo sono o non lo sono.

Ma le giustificazioni alla mancata firma sono inconsistenti anche per altri versi. Esponenti della maggioranza criticano l’accordo perché metterebbe sullo stesso piano migranti economici e rifugiati. E’ vero che nel punto 3 del preambolo del GCM si dice che migranti e rifugiati hanno “vulnerabilità simili”, ma al punto 4 si fa una precisazione chiara: essi hanno uguali “diritti umani universali e libertà fondamentali (…), tuttavia migranti e rifugiati sono gruppi distinti, regolati da sistemi legali differenti. Solo i rifugiati hanno diritto a una specifica protezione internazionale definita dalle norme internazionali sui rifugiati”. Dunque, anche in questo caso l’affermazione che induce a non firmare non regge.

In una dichiarazione a margine del G20 a Buenos Aires, il Presidente del Consiglio Conte ha espresso la volontà italiana di “contrastare il traffico degli esseri umani”, e ciò è esattamente quanto scritto nel GCM (obiettivo n. 10: “Prevent, combat and eradicate trafficking in persons in the context of international migration”): allora, perché non sottoscriverlo? E, ancora, il ministro degli Interni Salvini ha sempre affermato di essere a favore dell’immigrazione regolare: a tale riguardo, l’obiettivo n. 5 del GCM promuove i canali regolari di immigrazione; l’obiettivo n. 11 prevede di mettere in sicurezza i confini degli Stati, contrastando l’immigrazione irregolare e favorendo quella legale; l’obiettivo n. 21 è relativo agli accordi di rimpatrio dei migranti.

Ma soprattutto nel Global Compact è scritto espressamente ciò che il leader leghista predica da sempre: “Ridurre al minimo i fattori negativi e i fattori strutturali che costringono le persone a lasciare il loro paese d’origine”, vale a dire “aiutiamoli a casa loro”. Non serve aggiungere altro per dimostrare che le polemiche sulla sottoscrizione del Global Compact sono basate sul nulla.

I politici possono decidere ciò che vogliono, come detto. Parimenti, possono affermare anche ciò che è senza fondamento. Ma ci sarà sempre qualcuno che vaglierà le loro affermazioni: almeno finché sarà concesso.

Tratto da https://phastidio.net/2018/12/05/global-compact-for-migration-pagare-lelettorato-con-moneta-falsa/

Riciclare la plastica. Illusione e realtà

Quante volte si parla di riciclo? Infinite. Sembra solo una questione di volontà. Volere è potere. Se poi parliamo della plastica avanzare dubbi sul riciclo sembra un atto criminale. Che diventa doppio se la si vuole far finire bruciata nei termovalorizzatori.

E allora cerchiamo di guardare dentro alle cose e parliamo di riciclo della plastica.

Innanzitutto cos’è la plastica? Tutti credono di saperlo, ma, addetti ai lavori a parte, non sanno di cosa stanno parlando.

Cominciamo dall’inizio. I polimeri servono per fare la plastica, i polimeri sono delle catene generalmente lineari composte da poche decine a milioni o miliardi di atomi, i polimeri sono composti organici, che vuol dire che sono composti del carbonio, ma non contengono solo carbonio. Possono contenere azoto, ossigeno, silicio, fluoro, cloro, bromo, sodio, zinco etc. e naturalmente idrogeno.

A seconda di cosa contengono e di come sono collegati gli atomi tra loro, i polimeri possono avere proprietà molto diverse, possono essere trasparenti, opachi, flessibili, rigidi, morbidi, fragili, allungabili, pesanti o leggeri. Possono avere punti di fusione, che è la temperatura a cui diventano molli, molto diversi. Si può andare da 50-60 °C a 400 °C. La temperatura di decomposizione invece, che è quella che rompe la struttura della catena e gli atomi si separano, può oscillare da 200 °C a 5-700 °C.

Le plastiche però non sono composte solo da polimeri, la plastica è una miscela di sostanze, il polimero o una miscela di polimeri sono la parte principale, poi ci sono lubrificanti di estrusione, cariche minerali, plastificanti, protettori da radiazione ultravioletta, coloranti, stabilizzanti, antiossidanti e via di seguito. Avete notato che la plastica ha un odore? Bene i polimeri non hanno alcun odore, gli odori provengono dagli additivi.

Quanti tipi di polimeri esistono?

Dunque solo le plastiche per il coating ( vernici, plastificazioni di superfici etc. ) sono circa 30.000. Quelle che di solito conosciamo tutti sono quelle che si utilizzano per gli imballaggi, ma se guardiamo in giro a casa nostra ne scopriamo molte altre. Quelle più utilizzate (per l’80% circa del totale della plastica in circolazione) sono in realtà una ventina, e hanno temperature di fusione da 60 a oltre 300 gradi centigradi.

Inoltre spesso si tratta di famiglie di polimeri con caratteristiche fisiche differenti tra loro e per alcuni (silicone e poliuretano e tanti altri) nemmeno c’è un punto di fusione perché non fondono bensì si decompongono..

Raccolta differenziata

Questo brevemente è il quadro della situazione, quindi adesso noi andiamo a fare la raccolta differenziata della spazzatura e separiamo l’umido, il vetro, la carta, i metalli, e la plastica. Appunto la plastica. Cioè mescoliamo tra loro tutte le plastiche precedenti. E poi?
Solo considerando i punti di fusione si può capire che non è possibile fondere tutto insieme perchè alle temperature a cui alcuni polimeri fondono altri si decompongono. Inoltre non tutti sono compatibili, il che vuol dire che una volta in fusione non formano una soluzione omogenea ma una specie di pasta a grumi perché i vari polimeri non stanno insieme tra loro.

Questa pasta quando poi viene raffreddata produce un materiale fragile che tende a sfaldarsi e a strapparsi, un materiale con cui non è possibile costruire niente che non sia spesso e massiccio perché assolutamente privo di consistenza.

Quindi che si fa? Le aziende che trattano la plastica o fanno un mescolone e fanno travi per panchine e pali per le barche di Venezia o cercano di separarle in qualche modo.

Fondamentalmente la maggior parte delle plastiche nei rifiuti è composta da polietilene, polipropilene, polistirene, e PET, tutte le altre plastiche sono meno del 30% in peso del totale.
Esistono degli impianti di trattamento evoluti e costosi che frammentano le plastiche in piccoli pezzi di uno o due cm e utilizzando un raggio laser che colpisce i singoli pezzi via via che passano su un nastro trasportatore eseguono una specie di analisi chimica al volo.

Questa analisi determina grosso modo a quale gruppo quel pezzo di plastica corrisponda e successivamente un soffio d’aria opportunamente angolato lo fa finire in un contenitore apposito. Però non tutto il materiale conferito riesce ad essere separato, i pezzi più piccoli, quelli sovrapposti etc. non vengono recuperati.

Riciclo

In questo modo si riescono a separare le principali plastiche in gruppi omogenei in modo da poterle rifondere e riutilizzare, ovviamente con questi materiali non si potranno più produrre materiali sofisticati come sacchetti di plastica o contenitori per cibi (assolutamente vietato) o pezzi con particolari caratteristiche meccaniche (tappi filettati, contenitori, coperchi etc. ) bensì solo prodotti più grossolani. Anche il colore non sarà più modulabile dato che la miscela finale avrà di suo già un colore grigio-marrone-verde scuro.

Rimane poi la parte non selezionata che viene definita plastimix che è appunto un 30 40% del totale che non ha trovato finora particolari applicazioni. Attualmente si cerca di trasformarla in gas combustibili attraverso processi di pirolisi o finisce nei termovalorizzatori.

Come si può capire da questa rapida analisi parlare di riciclo della plastica come se fosse un processo semplice e lineare è una grossolana banalità. La realtà è sempre diversa dalle visioni idealistiche ed edulcorate dagli slanci di entusiasmo e anche puntare tutto sulla raccolta differenziata è fuorviante perché questo è solo il primo passo di un lungo percorso che spesso non finisce con il riciclo. Guardare le cose nella loro realtà può essere meno esaltante, ma è infinitamente più utile

Pietro Zonca

La retromarcia del governo M5S Lega

Se gli italiani fossero tutti consapevoli della situazione del loro Paese dovrebbero arrabbiarsi con il governo M5S Lega. Rivisto adesso il film degli ultimi mesi sembra la brutta copia di una sceneggiata di una compagnia teatrale raffazzonata. Di Maio e compagni sul balcone che esultano per il deficit al 2,4%, la dichiarazione di voler “abolire la povertà”, Salvini che si esibisce nella parodia del fascista del terzo millennio (“me ne frego”, “tireremo dritto”, “chi si ferma è perduto”, “aspetto la letterina di Babbo Natale”). E poi le minacce di crisi di governo, la rivendicazione della sovranità assoluta in regime di moneta unica con altri 18 stati, lo sbeffeggiamento dei “burocrati” europei che sarebbero destinati a sparire dalla scena, l’attesa magica delle elezioni di maggio 2019 per avere una maggioranza di nazionalisti al vertice dell’Europa.

Tutta questa buffonata si è dissolta non appena la Commissione Europea ha detto che le regole si rispettano. Salvini e Di Maio hanno sbattuto il muso sulla dura realtà: i tanto deprecati “burocrati” europei hanno dietro i governi nessuno dei quali, a cominciare dai nazionalisti dell’Ungheria e dell’Austria, ha aperto il sia pur minimo spiraglio a favore dell’Italia.

Nel frattempo è arrivato il flop dell’asta dei Btp della settimana scorsa con la quale si dovevano raccogliere soldi innanzitutto tra i risparmiatori italiani. Ebbene il dato complessivo è che si è arrivati a 2-2,5 miliardi di euro contro un’aspettativa di circa 9 miliardi. I risparmiatori italiani che dovrebbero rispecchiare un consenso del 60% nei confronti del governo, non si sono fidati e non hanno comprato la loro quota di titoli pubblici.

Da ieri i due capetti del governo M5S Lega hanno cambiato atteggiamento e adesso si dicono disposti a far calare un po’ il deficit e a rinviare reddito di cittadinanza e quota 100 per dare più spazio agli investimenti. Sì certo continuano a dire che tutto resterà come prima, ma è solo l’ennesima presa in giro per i gonzi che ci credono.

Bisognerebbe applaudire a quest’opera buffa che è diventato il governo del cambiamento. Erano pronti alla crociata contro l’Europa, cianciavano addirittura di 60 milioni di italiani disposti a ribellarsi alla Commissione Europea e adesso fanno marcia indietro su tutta la linea. Come mai?

Primo non valgono niente come leader e come statisti. Salvini ha avuto buon gioco ad esibirsi con la sua sbruffonaggine, ma la Lega ha dimostrato capacità di governo nei territori, non a livello nazionale dove sta mostrando una confusione di idee pari all’arroganza del suo capo. Se ne sono accorti società civile, artigiani e industriali del nord che sono già scesi in piazza a protestare e che nelle prossime settimane hanno organizzato diverse manifestazioni a Milano, Torino e in Veneto. Non era mai accaduto prima d’ora. Perché lo fanno?

Perché lo spread cioè gli interessi che paghiamo sul debito è costantemente sopra 300 punti rispetto a quello di riferimento della Germania e questo significa un analogo incremento degli interessi sul credito e un riflesso anche sui mutui che penalizza fortemente le imprese. Perché nella manovra del governo non ci sono interventi a favore di chi crea lavoro, ma anzi un aggravio fiscale per le piccole imprese. Perché la produzione si sta fermando e il governo pensa di prendere in giro tutti favoleggiando di un aumento del Pil completamente inventato. Perché finora i soli annunci del governo sono costati all’Italia 100 miliardi di euro tra maggiore spesa per interessi e diminuzione del valore della ricchezza finanziaria delle famiglie (dati Banca d’Italia). Perché dietro l’angolo c’è il rischio di un default dello Stato.

Quando? Tra pochi mesi quando il Tesoro dovrà vendere decine e decine di miliardi di titoli di Stato per finanziare la spesa corrente (stipendi, pensioni, servizi, assistenza, sanità) e c’è il rischio che la sfiducia nei confronti dell’Italia faccia ripetere il flop dei Btp di pochi giorni fa. La differenza è che siccome l’Italia campa a debito se non riesce a trovare i finanziamenti fallisce. Passi per i 7-9 miliardi di giovedì scorso, ma 40-50 miliardi che vengono a mancare sarebbero un colpo micidiale.

Ecco dove può finire la favola della sovranità declamata in chiave isolazionista dai capetti del governo. L’Italia contro tutti che esiste solo nella loro fantasia malata di ambizione e di avventurismo. E, statene certi, l’unica salvezza per noi può venire da una rinnovata solidarietà europea e dal rafforzamento dei legami con gli stati più forti che ne stanno preparando una riforma storica.

Macron e Merkel hanno indicato nella creazione di un esercito europeo e nell’istituzione di un bilancio dell’eurozona con la formazione di un fondo per gli investimenti nei paesi che ne fanno parte (ma che rispettino le regole) i due traguardi più importanti per il prossimo anno. C’è da dubitare che Lega e M5S comprendano il significato del cambio di passo che Francia e Germania stanno imprimendo al governo dell’Europa. E pensano che l’Italia ne possa star fuori? Sarebbe un crimine contro gli italiani, un atto di autolesionismo che pagheremmo a caro prezzo.

Ma l’Italia è al tappeto soprattutto perché sono venuti al pettine i nodi di un sistema di governo che ha generato un debito gigantesco ormai insostenibile. Nel debito ci sono decenni di politiche clientelari, di problemi lasciati a decantare, di assistenzialismo malato, di sostegno a un capitalismo arretrato. Piano piano anche gli elettori leghisti e penta stellati cominciano a capire che nessuna sovranità è possibile con quel debito e che la panzana di un ritorno alla lira metterebbe la pietra tombale sullo sviluppo dell’Italia per molti anni. Il nostro Paese fuori dall’euro e dall’Europa non avrebbe scampo.

Sarebbe pure ora di mettere fine alla sceneggiata del peggior governo della storia repubblicana, un’accozzaglia di esibizionisti, bulli, ignoranti, incapaci, cialtroni. Bisogna tornare a votare sperando che gli italiani capiscano la lezione e scelgano persone serie alle quali consegnare il potere

Claudio Lombardi

Niente innovazione e l’Italia declina

L’avversione o l’indifferenza alla ricerca scientifica (o alla scienza in generale) evidenziate senza possibilità di dubbio dalle scelte effettuate dalla dirigenza politica in Italia sono un riflesso ormai di una più generale avversione che permea la società stessa, a partire  anche e soprattutto dalle classi benestanti e dal ceto intellettuale “colto”  ed hanno profonde e lontane  radici culturali e storiche.

Sussistono comunque anche motivazioni altrettanto importanti e decisive, legate a passaggi storici decisamente più recenti ed è importante sottolinearle in un contesto più legato alle vicende economiche del nostro paese. Cerchiamo di schematizzare quanto affermato con alcune considerazioni puntuali:

  • Le più generali considerazioni storiche contro la scienza e la libera ricerca non sono una peculiarità italiana. Si pensi a particolari momenti della storia (a volte durati anche secoli) di grandi nazioni come Spagna, Francia, Polonia, Russia, ecc. ecc. che hanno oggi un’altissima considerazione della ricerca scientifica.
  • Le basi antiscientifiche non sono tutte assimilabili ad una matrice religiosa (come è il caso di tutto il periodo della Controriforma) ma attraversano trasversalmente anche il cosiddetto mondo laico; si pensi per esempio alla posizione dell’idealismo italiano, in particolare al provincialismo antiscientifico di Croce e Gentile, che ha influenzato non poco la   riflessione “marxista” dello stesso Togliatti e del gruppo dirigente del PCI.
  • Infatti si può affermare serenamente che la storia italiana dell’area chiamata progressista o di sinistra non è certo immune da questo problema. Si pensi per esempio alle tante battaglie portate avanti dal movimento ambientalista sulla base del principio NIMBY (magari senza ammetterlo). Oppure si pensi ancora alla chiusura aprioristica da parte della cultura di sinistra di fronte ai temi della ricerca scientifica in campo genetico, con un rifiuto assoluto (e in gran parte inutile e ipocrita) degli OGM.

A tutte queste considerazioni deve comunque aggiungersi una motivazione molto più concreta che affonda le sue radici  nel campo dell’economia e delle strategie industriali compiute dalla classe dirigente della nostra nazione.

Con questi presupposti, il momento fondamentale di svolta si situa tra la fine degli anni 50 e i primissimi anni 60.  Riprendiamo le parole di Marco Cattaneo, direttore di Le Scienze, edizione italiana di Scientific American, nell’editoriale del numero di luglio 2018 della rivista.

Poco più di mezzo secolo fa l’Italia era ai primi posti al mondo nelle nuove tecnologie. Quelle di allora, beninteso. Vale a dire la produzione di energia nucleare per uso civile (terzi dopo Stati Uniti e Unione Sovietica), il settore della farmacologia pubblica con relativa ricerca, la chimica dei polimeri con il polipropilene di Giulio Natta, l’elettronica di Adriano Olivetti che portava all’Expo di New York il primo personal computer, il P101, l’ingegneria aerospaziale (terzo paese al mondo a lanciare un satellite per telecomunicazioni).

Se non bastasse, in quegli stessi anni in questa tormentata penisola nascevano gli anelli di accumulazione, con Ada e Adone, i nonni di LHC. E si promuoveva la nascita del CERN…..”

Una serie di eventi nel corso degli anni indicati cambiò radicalmente lo scenario nazionale.

  • Uccisione di Enrico Mattei;
  • Processo e condanna di F. Ippolito, con la dismissione completa del programma nucleare futuro (completò l’opera di distruzione il movimento antinucleare degli anni 80);
  • processo al direttore dell’Istituto Superiore di Sanità G. Marotta, con la cessazione dei programmi di farmacologia pubblica. Il prof. Marotta fu poi assolto in appello, ma ormai i giochi erano già fatti (non ci ricorda qualcosa questo modo di procedere della magistratura?)
  • Morte di Adriano Olivetti e vendita della Divisione Elettronica della società per concentrarla sul “core business” (niente più personal computer, ma solo macchine da scrivere!)

I punti elencati rappresentano momenti di rottura in settori strategici (allora e soprattutto oggi) che vedevano l’Italia all’avanguardia. Va notato che anche il PCI contribuì per sua parte alle campagne diffamatorie e alle indagini strumentali della magistratura, contribuendo alle campagne stampa che crearono un clima di “caccia alle streghe”. In parte perché  questi eventi venivano giudicati come contraddizioni interne al sistema di potere della DC, in parte perché mancavano totalmente strumenti e capacità di analisi di una fase di evoluzione del sistema capitalistico moderno.

In sostanza, la scelta di fondo compiuta dal sistema economico nazionale fu quella di privilegiare una produzione manifatturiera a basso o medio contenuto tecnologico (auto, elettrodomestici, macchine da scrivere, prodotti di chimica di base…) che richiedevano pochi investimenti e garantivano alti profitti nel mercato italiano e estero grazie al basso costo di produzione (salari bassi, inflazione e, quando necessario, svalutazione).

Nel frattempo la spinta contro la ricerca e l’innovazione tecnologica è continuata imperterrita nel nostro paese e le varie campagne NO a qualcosa sono coerenti con il punto di partenza e sono gli effetti finali delle scelte del periodo che abbiamo indicato (NO-OGM, NO-TAP, NO-TAV e NO-VAX sono solo le ultime recenti acquisizioni di un movimento mai spento).

Come accennato, la sinistra dal PCI alle varie formazioni attualmente esistenti, non ha elaborato strumenti concettuali alternativi né è stata in grado di produrre progetti di contrasto e la reazione di buona parte di essa alle timide riforme costituzionali del periodo renziano, con le timidissime aperture del mercato del lavoro alle sfide internazionali, ha reso evidente la sua inessenzialità in questo passaggio storico.

Abbiamo detto passaggio storico perché la situazione internazionale è profondamente cambiata rispetto agli anni 50 e 60. Il libero scambio delle merci, l’abbattimento delle frontiere europee, l’introduzione dell’Euro, la inevitabile perdita dello strumento monetario per causare inflazione o svalutazione e mantenere concorrenziali le nostre merci (a bassissimo contenuto tecnologico, ormai) e finalmente la mancanza di investimenti nella ricerca e nell’innovazione tecnologica fanno sì che l’Italia sia rimasta ferma, senza futuro. E tutto ciò mentre altri paesi europei hanno invece investito percentuali elevate del PIL in ricerca e sviluppo, anche e soprattutto in occasioni delle ultime crisi economiche e monetarie. In parole povere: l’Italia è un paese in gravissima crisi strutturale e forse condannato al default (o comunque ad una perdita di status economico e di importanza globale) anche e soprattutto perché non ha investito in ricerca scientifica e si trova adesso a produrre e vendere merci povere e di scarso futuro nel mercato mondiale.

Per adesso la reazione di gran parte del ceto dirigente del paese (e conseguentemente di tutti i mass media) si è indirizzata a salvare l’esistente e a rifiutare i timidi tentativi di riforma del sistema. L’estrema sinistra e l’ambientalismo radicale del No a tutto sono stati (come da tradizione) le mosche cocchiere di questa scelta, che si è tradotta per adesso in un governo politico che accelera il fenomeno di taglio degli investimenti produttivi in campo culturale e scientifico e aumenta a dismisura il fenomeno di aiuti a pioggia di natura clientelare.

Il rischio è l’impoverimento generale e il ritorno alla moneta nazionale inflazionata.

L’elaborazione di una proposta politica per l’aumento degli investimenti destinati alla ricerca scientifica, affiancata al ritorno al periodo di riforme costituzionali e amministrative, è quindi un passaggio fondamentale per un programma alternativo all’esistente.

Sergio Mancioppi

Gli industriali lombardi e la politica del governo

Pubblichiamo stralci della relazione del presidente Carlo Bonomi all’assemblea di Assolombarda. Conoscere il pensiero degli industriali della regione più ricca d’Italia ha una grande importanza in un momento di instabilità ed incertezza per il nostro Paese.

Da alcuni trimestri a questa parte, il vigore della ripresa internazionale ha perso smalto. Il commercio mondiale frena, sotto i colpi di successivi interventi bilaterali sempre più consistenti che alzano il livello dei dazi ormai su alcune centinaia di miliardi di dollari d’interscambio tra USA e Cina. A cui si aggiungono anche i maggiori dazi USA che colpiscono l’Unione Europea.

Il rientro delle politiche monetarie delle maggiori banche centrali verso strumenti ordinari e il rialzo dei tassi d’interesse da parte della FED è tornato a convogliare verso il dollaro ingenti flussi finanziari. Essi risospingono verso la crisi i Paesi afflitti da gravi instabilità sistemiche, siano esse dovute all’eccesso di debito pubblico o di debito privato denominato in dollari, mentre il valore delle valute nazionali va a picco insieme alle bilance dei pagamenti. Dalla Turchia all’Argentina al Venezuela, tornano al pettine i nodi strutturali di tanti Paesi i cui regimi politici hanno illuso per anni i loro cittadini di aver conseguito stabilità e benessere.

La Brexit è diventata una sempre più drammatica corsa contro il tempo. (….) Stretta tra il vincolo di smentire una decisione che non sa come attuare, e le divisioni interne sul se e come scegliere la persistenza nel mercato unico dei beni ma non dei servizi pur senza fare parte della governance, Londra rischia di avviarsi nella prossima primavera a una hard Brexit che farà male tanto all’economia britannica, quanto a quella europea, sia pure in minor misura.

Macron ha sin qui deluso l’aspettativa di poter rappresentare un solido punto di riferimento. L’Europa si avvia alle elezioni della prossima primavera più debole e divisa di quanto le dure lezioni apprese nel post 2011 spingessero a sperare e immaginare.

Sul tavolo del commercio mondiale, USA, Cina e Russia sono tra loro divise. Ma tutte, per ragioni diverse, mirano a indebolirci. È finito il tentativo di governo multilaterale della globalizzazione nato alla caduta del muro. Il G20 è poco più di una sede rituale di fronte al confronto a due tra grandi potenze. Dal prezzo delle commodities energetiche allo scontro in Medio Oriente tra sciiti e sunniti, l’Europa e i singoli Paesi europei hanno visto il proprio ruolo e i propri interessi verticalmente indeboliti.

E, su tutto questo, nella generalità dei Paesi occidentali e innanzitutto in Italia ha assunto una forza sempre più rapida un massiccio fenomeno di riorientamento del consenso popolare: verso forze che auspicano il ritorno a sovranità nazionali contrapposte; verso un’idea di Stato non solo dispensatore di sussidi, ma di nuovo protagonista nell’affermazione sulla scena internazionale di vincoli e dazi discrezionali, come in ambito nazionale nella conduzione diretta di imprese e nell’offerta di beni e servizi; verso un’idea di comunità nazionale chiusa nelle proprie frontiere, diffidente se non esplicitamente avversa a ogni idea ordinata di gestione e integrazione dei flussi migratori.

Sono gli effetti di una bassa crescita economica e di politiche sbagliate di finanza pubblica pluridecennali ad essere sfociati nel post 2011 in una perdita di reddito medio più profondo e doloroso di quello della crisi del 1929. Si tratta di errori che hanno responsabilità storiche ben precise. (…)

È avvenuta nel volgere di pochi mesi una trasformazione profonda del senso di sé e della volontà reattiva degli italiani. È un fenomeno che non trova riscontro nell’alternanza tra destra e sinistra al governo durante la Seconda Repubblica. Assume forme di ripulsa verso la stessa idea di democrazia rappresentativa, verso i fondamenti garantisti della giustizia e della presunzione d’innocenza. Inoltre esprime sfiducia crescente verso la scienza – si pensi al rilievo del fenomeno NoVax, che ci vede segnalati ormai dalle autorità sanitarie internazionali come un Paese prima della cui visita sottoporsi a profilassi – e le nuove tecnologie, imputate di sostituire lavoro umano accrescendo le fila dei disoccupati. (….)

Dalla crisi non siamo usciti per diritto divino. Ne siamo usciti grazie soprattutto all’impegno e al sacrificio di migliaia di imprenditori italiani, e di tutti i nostri collaboratori (….)

Diciamolo, una volta per tutte. Per anni in Italia troppi hanno pensato che per essere imprenditori bastasse aprire una partita IVA. Con tutto il rispetto, non è così. No, essere imprenditori è avere il senso del rischio, guardare a nuovi mercati, ricercare e attuare maniacalmente l’innovazione, perseguire la crescita con tutti i nostri collaboratori. E, a proposito di lavoro. Noi non siamo quelli dei campi, che sfruttano col caporalato italiani e stranieri. Siamo stufi di essere confusi con chi lucra sulla fame. Le leggi ci sono. Lo Stato intervenga, li metta in galera. (…)

Ed è con questo orgoglio, che lanciamo un forte appello a tutti i corpi intermedi della società italiana. A tutte le altre associazioni d’impresa, al mondo della finanza e alla comunità della ricerca scientifica, ai sindacati e al mondo del lavoro, all’associazionismo e al Terzo Settore, alle Università e al mondo della cultura.

Siamo noi che dobbiamo dare, tutti insieme, una risposta nuova alla crisi di fiducia complessiva che attanaglia gli italiani.

Siamo noi che dobbiamo proporre una nuova visione di un’Italia coesa, che dia risposte a chi ha meno, che ripristini gli ascensori sociali oggi bloccati, che valorizzi le competenze e che premi il merito, che torni a comprendere che come Paese trasformatore non possiamo isolarci dal mondo, ma al contrario dobbiamo scommettere su una sua maggiore apertura. Se viviamo di export, che ha permesso la pur asfittica ripresa di questi anni, chiuderci vorrebbe dire farci male da soli.

È una sfida culturale di vasto respiro. (…) Prima di tutto, si tratta di recuperare un linguaggio più adeguato. Perché è il linguaggio compulsivo della comunicazione pubblica, il primo elemento che alimenta le paure per sfruttarle a fini di consenso. A fare la cultura di un Paese, e l’immagine che esso ha di sé, sono innanzitutto l’educazione, il linguaggio e i comportamenti. (…)

La rivoluzione del linguaggio responsabile è la prima che dobbiamo fare.

Perché dobbiamo dirlo con forza: se siamo arrivati al 4 marzo, e se da allora non cessano toni e argomenti che dividono frontalmente la società italiana, il primo dovere dei ceti dirigenti è quello di ripristinare il linguaggio della civiltà. (….)

Non abbiamo bisogno di uno Stato che torni ad essere padre e madre: perché nella storia del Novecento questa formula ha prodotto guai immensi. L’etica pubblica non è l’etica di uno Stato che voglia dall’alto imporre ai cittadini la sua visione di cosa sia morale e cosa no.

Dobbiamo dire NO a uno Stato che chiuda gli esercizi commerciali la domenica, sostenendo di difendere le famiglie. Viola la libertà di milioni di consumatori, abbatte consumi e lavoro, mina la possibilità che proprio le famiglie in cui lavorano due componenti si possano contemperare i tempi di lavoro con le scelte di consumo.

NO a uno Stato che crede di poter rigestire il trasporto aereo. Se non potevamo permetterci, anche giustamente, un aereo di Stato come quello della presidenza del Consiglio, possiamo mai tornare a permetterci una flotta pubblica di Stato? (….)

NO a uno Stato che si oppone alle grandi opere infrastrutturali come TAP, TAV, e Terzo Valico. Il governo ha evitato un grave errore respingendo la tentazione di chiudere l’ILVA, scelga ora sulle grandi opere di trasporto ed energetiche di parlare la lingua del futuro e non quella del passato. (…)

Noi vogliamo cambiare l’Italia dal basso, attraverso i contratti. Senza intromissioni da parte della politica. Insieme ai nostri collaboratori e ai loro sindacati. Perché attraverso i nuovi contratti aziendali si crea fiducia nelle nuove competenze, si dimostra che le nuove tecnologie creano lavori e saperi nuovi, si afferma ed estende il welfare aziendale, si promuove la formazione continua che è un nuovo fondamentale diritto/dovere dei lavoratori ed è leva per la crescita di tutte le imprese. (….)

È una visione antitetica a quella che vediamo oggi diffondersi intorno a noi.

E allora diciamolo. I 10 miliardi del reddito di cittadinanza destiniamoli a un Fraunhofer italiano della ricerca per l’industria e la manifattura. Sullo stesso modello del 30% di finanziamento pubblico e del 70% a carico delle imprese, come in Germania. Negli anni, si tradurrebbe in un balzo della produttività, dell’occupabilità dei giovani e del trasferimento tecnologico alle imprese, immensamente più utile di qualunque sussidio pubblico slegato dall’idea di un reddito da lavoro.

E aggiungo. NO a uno Stato che torna a prepensionare aggravando il furto ai danni dei più giovani. Nessun dato empirico comprova l’ipotesi che un pensionato anzitempo lasci il suo lavoro a un disoccupato giovane. (…) E allora spendiamo i miliardi destinati ai prepensionamenti negli ITS e nelle Università professionalizzanti, che ci servono come il pane per risolvere il mismatch dei tecnici che oggi mancano e che le nostre imprese non riescono a trovare! Vogliamo politiche attive del lavoro, non uno Stato maxi fabbrica di persone subalterne ai suoi trasferimenti!

Il punto di fondo non era e non è l’innalzamento del deficit 2019 al 2,4% del PIL. Se il maggior deficit fosse dovuto a un drastico innalzamento degli investimenti e degli stimoli alla crescita assumerebbe tutt’altro significato agli occhi di Europa, mercati e agenzie di rating.

Se invece il maggior deficit si persegue per continuare sulla vecchia strada di miliardi aggiuntivi alla spesa corrente – come a tutti gli effetti avviene destinandoli a reddito di cittadinanza e prepensionamenti – ecco che allora le stime di maggior crescita del PIL del governo non risultano credibili, e il debito pubblico continuerà a salire. (…)

Il punto è tutto qui: il governo del cambiamento non ha prodotto una manovra di vero cambiamento. Ma tutti comprendiamo che il dividendo che si ricerca è quello elettorale, non quello della crescita. (….)

La risposta del governo alla Commissione Europea

Pubblichiamo un graffiante articolo di Mario Seminerio sulla risposta del governo alle osservazioni della Commissione Europea sul bilancio 2019. Tratto dal sito www.phastidio.net

E dunque il governo italiano ha replicato alla Commissione Ue, mantenendo la propria posizione: la legge di bilancio più disfunzionale della recente storia italiana non si tocca; al più, saranno previste misure di “salvaguardia” che oscillano tra l’irrealizzabile e l’autolesionistico, dopo che il ministro dell’Economia ha deciso di prestare sino alla fine la sua immagine e la sua storia professionale a questa gigantesca operazione di voto di scambio di chiaro intento suicidario per il paese.

Già ieri, dopo un tentativo (almeno secondo la stampa) di rivedere al ribasso le stime di crescita per il 2019, Giovanni Tria non aveva trovato di meglio che dettare alle agenzie il proprio pensiero, e ribadire che le stime di crescita sono frutto di “valutazione squisitamente tecnica”, e come tali “non possono diventare oggetto di negoziato alcuno dentro o fuori dal governo” .

Che non è chiaro che significhi, esattamente: in cosa si sostanzierebbe, la “valutazione tecnica”? In una stima di crescita che è ormai del tutto irrealistica, vista l’evoluzione congiunturale? E provare a fare girare nuovamente i modelli, per verificare quello che è sotto gli occhi di tutti? Oppure la “valutazione tecnica” si sostanzia nei numeri al lotto dei moltiplicatori attesi dalla manovra? E qui servono alcune precisazioni di senso logico, prima che economico.

Se la congiuntura rallenta ma il governo tiene ferma la stima di crescita, ciò significa una ed una sola cosa: che i moltiplicatori aumentano. E già qui si fatica a restare seri. Ma non è tutto. Leggendo la lettera di replica di Tria alla Commissione, si apprende che il governo italiano punta ad alcune misure di “salvaguardia”. Ad esempio, il deficit-Pil per il 2019 al 2,4% è considerato (tenetevi forte) “limite invalicabile”.

Niente meno. Il che vuol dire che il deficit sarà sottoposto a

«[…] costante monitoraggio, verificando sia la coerenza del quadro macroeconomico sottostante le ipotesi di finanza pubblica, sia l’andamento delle entrate e delle spese»

Sarebbe troppo facile segnalare al ministro che la “coerenza del quadro macroeconomico sottostante alle ipotesi di finanza pubblica” è già andata a farsi fottere, date le stime di crescita, ma quello che è ancora più surreale è che questo precetto implica che, in caso di crollo della crescita, il governo italiano promette solennemente di adottare una stretta fiscale, per esacerbarne gli effetti. Sembra quasi che l’esecutivo pensi che, data la pessima qualità della spesa pubblica, se andiamo a comprimerla riusciamo a stimolare la crescita. La realtà è che, se mai dovessero andare a difendere il “limite invalicabile” del rapporto deficit-Pil, ciò avverrà con una stretta tributaria, ed ulteriori danni.

In aggiunta, Tria “segnala” alla Commissione che la manovra è “costruita sul tendenziale e non tiene conto della crescita programmata”. Tradotto: poiché puntiamo a 1,5% e non a 0,9%, avremo circa uno 0,2% di Pil di maggiori entrate fiscali “virtuali” indotte da questa previsione, e di conseguenza il deficit-Pil andrebbe previsto al 2,2% e non al 2,4%. Meraviglioso: inventarsi la crescita per poi spendersi l’extragettito. Ci si chiede perché non immaginare un bel 2% di crescita, con tesoretto fiscale “programmatico” di 0,4%, allora. Oppure il 3%, con beneficio di 0,7%. Avremmo quadrato i conti prima e meglio, ipotizzando di avere come interlocutori la famosa colonia di gibboni. Il genio italiano della truffa, spesso ritratto nella nostra cinematografia, non è più quello di una volta, ahimè.

Segue poi, direttamente dal governo che combatte le “privatizzazioni” e vuole dare nuovo impulso allo stato imprenditore e regolatore, l’ideuzza di mettere un bel rinforzino alla discesa del rapporto debito-Pil, iscrivendo al bilancio 2019 proventi da dismissioni per ben 18 miliardi di euro, l’1% del Pil. Saranno “immobili che non servono”, si è affrettato a dire Giggino, per non irritare l’ala statalista dell’esecutivo, e magari anche revisioni ai regimi di concessione. Peccato che questi ultimi giungano a scadenza nei decenni, quindi anche la loro meritoria revisione non si materializzerà nell’arco del triennio di previsione. Ma resta sempre in essere qualche magheggio con la Cassa Depositi e Prestiti, sempre che le fondazioni bancarie e Giuseppe Guzzetti siano d’accordo.

Quanto al resto, ho già detto e scritto alla nausea: una misura sulle pensioni che fa esplodere il debito pensionistico e mette una corda al collo delle giovani generazioni, spacciata come un’epocale generazione di nuova occupazione (attenderete a lungo, ragazzi); la previsione di spesa pensionistica nel 2019 che è già del tutto sballata, secondo i calcoli dell’Ufficio parlamentare di bilancio; la necessità di avere effetti differiti dei pensionamenti “perché altrimenti la pubblica amministrazione entra in sofferenza”, con tutte quelle uscite. Abbiamo fretta di avere risultati ma non subito, perché dobbiamo limitare il tiraggio di spesa pubblica. E poi aiutiamo le imprese, come noto, con un epocale alleggerimento fiscale. Ah no, aspetta.

Dovrebbe esserci un “limite invalicabile” anche a stupidità e malafede. Purtroppo pare che quel limite, nel caso italiano, sia stato spostato enormemente più in là.

Rifiuti: c’è anche la gassificazione

Roma è di nuovo piena di rifiuti. Basta vedere le foto che i romani inviano ai giornali e postano sui social. La Capitale non ce la fa a gestire i rifiuti anche se il Comune afferma che la raccolta differenziata ha superato il 40%. D’altra parte i roghi nei depositi di carta e plastica e in discariche di indifferenziata, tutti dolosi, parlano da soli e sembrano diventati la valvola di sfogo del sistema. Quando l’accumulo è troppo grande qualcuno appicca il fuoco e così in un giorno l’aria si appesta di tanti inquinanti quanti non ne potrebbe mai produrre nessun inceneritore.

L’Italia è assediata dai rifiuti e non riesce ad imboccare una strada che la renda autonoma nella loro gestione. La differenziata spesso non ha sbocchi perché i materiali che ne derivano non sono richiesti dal mercato e così il riciclo non si realizza.

L’indifferenziato non ci sta più nelle discariche, ma la termovalorizzazione, unica soluzione logica e razionale, è una via sempre sbarrata dalle false credenze e dai comitati di protesta che, pur composti da minoranze, sembrano sempre in grado di intimorire i politici che non decidono la costruzione di nuovi termovalorizzatori o, come nel caso del Lazio, li chiudono addirittura (Colleferro per decisione della Regione).

Quindi no alle discariche, no agli inceneritori e niente riciclo: sembra un problema senza soluzioni.

E invece le soluzioni ci sono e qui ne presentiamo un’altra, una specie di terza via che potrebbe risolvere il problema in modo pulito ed efficiente: la gassificazione.

Per gassificazione si intende la trasformazione di prodotti contenenti carbonio e idrogeno, come per esempio carbone, catrami di petrolio, biomasse, rifiuti industriali e rifiuti cittadini in un gas chiamato syngas composto da una miscela di CO e H2, ossido di carbonio e idrogeno.

Questo gas non è una novità, non è altro che il cosiddetto gas di città o gas di cokeria, quello che usciva dai nostri fornelli prima dell’arrivo del metano. Questo gas veniva inizialmente prodotto dal carbone (fine ottocento e primi novecento) e successivamente dalle frazioni leggere di petrolio che erano troppo pesanti per diventare GPL e troppo leggere per diventare benzine.

Il processo che porta alla formazione di syngas è una combustione dei prodotti organici (contenenti carbonio) con aria o ossigeno puro utilizzando una quantità di ossigeno, inferiore a quella che servirebbe per una combustione totale, come avviene di solito nei normali inceneritori.

In pratica la combustione parziale porta le sostanze organiche a decomporsi senza arrivare ad anidride carbonica e acqua ma fermandosi ad ossido di carbonio e idrogeno, due gas ancora capaci di bruciare in appositi impianti o essere utilizzati in sistemi di cogenerazione e fornire energia elettrica e calore per il riscaldamento.

Questo processo avviene a temperature molto elevate, maggiori di 800 °C e ciò garantisce la distruzione di composti pericolosi come le diossine, il processo avviene in ambienti chiusi senza pericoli di emissioni in atmosfera. Dopo la gassificazione i gas vengono depurati nelle loro componenti in zolfo e ammoniaca che con la successiva combustione porterebbero alla formazione di anidride solforosa e ossidi di azoto.

Dalla combustione di questi gas si ottiene calore che può essere convertito in energia elettrica, e come sottoprodotti si ottengono solo acqua e CO2. Se si portano tutti i prodotti alla formazione di solo idrogeno è possibile inoltre utilizzare questo in celle a combustibile per la generazione diretta di energia elettrica.

Da un impianto di gassificazione si ottengono delle ceneri inerti che trattengono tutte le componenti minerali e metalliche, ceneri che a seconda della temperatura di esercizio possono risultare vetrificate. Le ceneri poi possono essere inviate o al recupero dei metalli o a uno stoccaggio in discarica dopo eventuale inertizzazione o utilizzate come materiali inerti da costruzione.

Come si vede il processo supera sia i problemi relativi alla discarica sia quelli relativi all’incenerimento. Quelli della discarica perché i volumi finali da smaltire sono enormemente inferiori e non danno problemi di rilascio di sostanze tossiche per dilavamento, quelle dell’incenerimento perché non ci sono emissioni di polveri e di eventuali incombusti tossici.

Esistono in Italia degli impianti di gassificazione ma sono impianti industriali utilizzati per il trattamento di frazioni di petrolio in raffinerie. Sono gli impianti di Falconara, Priolo Gargallo e Sarroch (CA); producono energia elettrica, ceduta alla rete nazionale, e vapor d’acqua e idrogeno a uso interno della raffineria stessa.
In Europa esistono anche impianti che trattano biomasse e sono largamente diffusi in India piccoli impianti che producono l’energia elettrica per pompare l’acqua e per l’illuminazione stradale.

Qual è quindi il problema? Perché non ci sono impianti di gassificazione per la distruzione dei rifiuti in Italia?

Fondamentalmente i problemi principali sono due: costano molto più di un inceneritore e hanno una gestione più complessa; suscitano le solite resistenze “popolar/ecologiste” come già accade per gli inceneritori.

Ovviamente l’ostilità “popolar/ecologista” ricorre alle argomentazioni ben conosciute sul rischio di emissioni tossiche e cancerogene. Inoltre vengono visti come concorrenti degli impianti di riciclo perché in grado di utilizzare gli stessi materiali.

Inesattezze, luoghi comuni, miti. Soprattutto incapacità di vedere la realtà.

Il processo di gassificazione è chiuso, quindi non ci sono emissioni dirette.

Se avessimo una raccolta differenziata all’80% la considereremmo un successo. Giusto, ma anche in questo caso rimarrebbe sempre una frazione di indifferenziata da eliminare. La gassificazione risolve il problema.

Dal punto di vista energetico il processo di gassificazione è meno efficiente di un incenerimento tout court ma presenta il vantaggio di produrre un gas con un elevato valore tecnologico che può essere utilizzato per molteplici scopi.

Il processo di gassificazione, quindi, non reca alcun danno all’ambiente, ma con il gas che produce porta ad un risparmio di combustibili fossili che si sarebbero dovuti bruciare al suo posto. Allo stesso tempo rappresenta una geniale chiusura del ciclo dei rifiuti. Proprio quello che manca e che sempre più la raccolta differenziata non riesce a garantire.

Pietro Zonca

Referendum Atac: io voto sì

Dopo una lunga riflessione, alla fine voterò si al referendum sull’Atac (Azienda del trasporto pubblico di Roma)

Da persona di sinistra, credo nel principio generale che nei servizi pubblici non debba esserci spazio per il profitto. Ma quando lo spreco e il danno sono ancora maggiori, allora occorre applicare l’eccezione per confermare la regola.

Sono arrivato a questo punto perché come cittadino – prima che come utente – mi sento oltraggiato dalla mancanza di controllo per la corretta gestione dell’Atac, nonostante evidenti e progressivi segnali di inefficienza. Mancanza di controllo esterno – da parte del Comune di Roma, unico azionista dell’Azienda – e di quello interno da parte di molti dirigenti, complici nel comune interesse di spremere vantaggi reciproci dal degrado aziendale (voti contro lassismo). Non salvo neanche i sindacati, che si sono sempre girati dall’altra parte, nonostante lo scandalo dei permessi sindacali abnormi di pseudo-sindacalisti, che si facevano i fatti loro. E non assolvo nemmeno quei lavoratori scorretti, che con un tasso di assenteismo medio del 12 per cento, hanno causato la riduzione del servizio, contribuendo ad infliggerci attese interminabili alle fermate e più smog del traffico privato incrementato dall’inaffidabilità dei mezzi pubblici.

Rispetto chi voterà no, convinto che si possa conservare il gestore pubblico, sanandolo con una corretta gestione. Ho preso anch’io in considerazione questa possibilità, ma poi ho pensato che un tentativo in questo senso è recentemente fallito con un tecnico competente come Rettighieri, proprio perché un contesto malato da interferenze politiche e ambiguità di ruoli, non si cambia con un papa straniero. Che anzi viene visto come un corpo estraneo ed espulso da chi ha interesse a conservare lo status-quo.

Serve una scossa per risvegliare l’efficienza nel trasporto pubblico locale e il defibrillatore può essere questo referendum. Che finalmente separerà controllore (Comune) dal controllato (Azienda), lasciando al primo il ruolo di regia e al secondo quello di esecutore delle prescrizioni comunali (chilometri, percorsi, tariffe, ecc.). Chi cita Autostrade e la tragedia di Genova per indicare i rischi del concessionario privato ingordo di profitto, fa bene a farlo; ma anche in quel caso il problema è l’omissione di controllo pubblico.

Insomma, votando no condonerei anni di mala gestione e comunque il servizio andrebbe a gara nel 2021. No, grazie.

Massimo Marnetto

L’ ATAC al giudizio dei cittadini romani

Domenica 11 novembre si vota a Roma per il referendum su ATAC promosso dai Radicali. Ben pochi lo sanno, anche perché pare che il silenzio politico attorno allo stesso non sia casuale.

Il nostro invito, e sotto vi spieghiamo perché, è invece quello di informarsi e di andare a votare.

Partiamo da alcune considerazioni e da una realtà che è sotto gli occhi di tutti.

ATAC è in crisi, è un’azienda che ha un debito di 1.300 milioni di Euro; è passata da 123 milioni di km di corse fatte nei primi anni 2000 agli 86 di questo anno.

I romani la giudicano giustamente un’azienda “fallita“, inefficiente e senza speranze di rinascita.

Il trasporto pubblico locale delle periferie è gestito da diverso tempo da soggetti privati ma il servizio anche lì non brilla. Anzi.

Anche l’ultimo report dell’Agenzia per la Qualità dei servizi rimarca le deficienze e carenze di ATAC. Ritardi, corse saltate, bus rotti, scarsa manutenzione, autobus che vanno a fuoco…insomma un disastro.

Inoltre a dicembre i creditori di ATAC decideranno se aderire o meno al concordato preventivo attivato dal Comune di Roma per recuperare i crediti vantati dall’azienda dei trasporti. Ricordiamo che il concordato è un accordo per rientrare da una situazione debitoria e che se questo dovesse saltare ATAC dovrebbe chiudere per fallimento. Inoltre il Comune di Roma creditore di ATAC per 484.748.000,00 dovrà mettere a Bilancio tale somma e il suo effettivo recupero potrà avvenire o con maggiori tasse sui cittadini o con il conferimento di risorse aggiuntive da Stato e/o Regione.

Dall’altra parte l’ipotesi di gestione privata del servizio.

E’ evidente che l’esperienza del trasporto pubblico locale per diverse linee periferiche non depone a favore di questa scelta: scioperi consecutivi per mancato pagamento degli stipendi, servizio assolutamente non adeguato. Insomma anche qui un servizio pubblico al di sotto di ogni sufficienza.

La eventuale privatizzazione di ATAC dovrebbe agire ineluttabilmente sul taglio del personale attualmente presente in azienda (che è bene ricordare anche alla luce di diverse inchieste della magistratura tipo “Parentopoli”): sono oltre 11.000 i dipendenti ma si calcola che circa 2.000 sarebbero in eccesso.

Da fonti giornalistiche inoltre si ha notizia che ogni giorno in ATAC non si presentano al lavoro (per vari motivi) circa 1.500 dipendenti. E ogni giorno ATAC perde 2 milioni di Euro.

I mezzi che circolano hanno un’anzianità elevata rispetto ad altre metropoli.

Inoltre la frequenza dei mezzi è drasticamente diminuita tanto da perdere, in pochi anni di attività, 37 milioni di km di corse effettuate.

Questo è lo scenario. Il referendum dell’11 novembre è consultivo. Cosa significa?

Significa che qualsiasi scelta venga fatta dai cittadini, l’amministrazione comunale potrà o meno tenerla in considerazione e agire di conseguenza.

Inoltre, se a votare va meno del 33% degli aventi diritto il referendum sarà nullo.

Ricapitolando si ha l’impressione che in realtà nessuna forza politica abbia chiaro cosa si voglia fare di ATAC.

Anche il silenzio oggettivo intorno al referendum dell’11 novembre non è un bel segnale.

I cittadini non sono stati adeguatamente informati.

Si confonde liberalizzazione e privatizzazione. Si tacciono gli scenari (se salta il concordato di dicembre che succede veramente in ATAC?).

Manca una qualsiasi idea sul trasporto pubblico locale che coinvolga la città in una discussione vera, aperta, partecipata.

E’ sotto gli occhi di tutti che la gestione di ATAC (nei secoli così nessuno o tutti si offendono), è stata mediamente scadente.

Ma detto questo, che nessuno può contestare, quale è l’idea di sviluppo del trasporto pubblico locale? Quale idea di città dovrebbe sostenere tale servizio?

Quale visione globale di integrazione di diversi servizi di trasporto ATAC dovrebbe assolvere?

Silenzio totale da chi, e sono tanti, dovrebbe quantomeno indicare una direzione, una strada, una visione.

E allora leggiamo, informiamoci facciamoci un’opinione e andiamo a votare.

Votiamo quello che vogliamo, ma esercitiamo il diritto al voto.

Non restiamo a casa (anche se i segnali, il non detto vuole proprio questo…) e domenica 11 novembre usciamo, andiamo nel nostro seggio e votiamo.

Non sarà un SI o un NO a far chiudere ATAC.

Ma sarà la nostra partecipazione a rendere più forte ogni passo per partecipare da cittadini nelle decisioni che si dovranno prendere.

Votiamo perché domani di ATAC da cittadini possiamo parlare, discutere, scegliere.

Questa, credo, sia la vera partita che nessuno vuole dire.

Perché non si continui poi a gestire ATAC (e le altre municipalizzate) come si è sempre fatto

Elio Rosati tratto da www.cittadinanzattiva.it

 

Una soluzione per i migranti c’è

Sintesi del “Manifesto per una terza via sull’immigrazione” redatto dal sindaco di Bergamo Giorgio Gori.

Né tutti dentro né tutti fuori, ma una terza via tra i due estremi. La destra nazional-populista ha alimentato un’ingiustificata idea di invasione, trasformando gli immigrati nel capro espiatorio su cui sfogare ogni tipo di frustrazione e risentimento.

Ma la gestione dell’immigrazione attuata dai governi a guida Pd, per una buona parte della legislatura, ha contribuito a radicare l’idea di un fenomeno fuori controllo. Fuori controllo gli sbarchi, disomogenea ed emergenziale la distribuzione sui territori, discutibili e spesso censurabili le modalità d’accoglienza, inefficiente la politica dei rimpatri, inarrestabile la produzione di illegalità e degrado legata alla permanenza sul territorio nazionale di tutti coloro cui viene negato (o che perdono, a causa della Bossi-Fini) il permesso di soggiorno.

Minniti è arrivato tardi, si è concentrato sugli sbarchi e non ha avuto il tempo per affrontare altri aspetti legati alla gestione a terra del fenomeno.

La linea di Salvini – tutti fuori – non è però né realizzabile né utile al paese. La sola repressione degli ingressi illegali non azzererà nel lungo termine i flussi, né si vede come possa essere mantenuta la promessa elettorale dei 500 mila rimpatri.

Soprattutto non si elimina il paradosso: il futuro del Paese – la sostenibilità della sua economia, del suo welfare, del suo tenore di vita – è appeso all’immigrazione almeno quanto il suo assetto democratico è oggi minacciato dalle conseguenze di un’immigrazione non adeguatamente gestita.

Le proiezioni demografiche parlano chiaro. Al 2065, tra poco meno di cinquant’anni, si prevede un saldo naturale negativo per 14,8 milioni di abitanti. Nonostante gli immigrati, prevede l’Istat, la popolazione è destinata a calare di 6,5 milioni di individui, dagli attuali 60,6 milioni a 54,1.

Non possiamo permetterci né di accogliere tutti, né di lasciare tutti fuori dalla porta. Quindi?

Occorre una terza via che si basa su una gestione organizzata di flussi di immigrazione legale e su una progressiva bonifica del bacino di immigrazione irregolare che si trova oggi nel nostro paese.

Il boom degli arrivi irregolari si è avuto (anche) a causa della pressoché totale chiusura dei canali di ingresso legali che, invece, dovrebbero essere per i migranti economici la strada principale per arrivare in Italia.

La stessa logica con cui è stato costruito il sistema dell’accoglienza ne è una conseguenza. Dopo aver costretto centinaia di migliaia di migranti economici a confondersi con i profughi e a formulare un’improbabile richiesta di protezione internazionale, abbiamo messo in piedi un complesso, farraginoso e costoso sistema di accoglienza “temporanea” – che si protrae in realtà per un anno e mezzo o due, durante i quali la maggior parte dei richiedenti asilo non fa assolutamente nullala cui unica finalità è arrivare a distinguere i rifugiati, meritevoli secondo il Trattato di Dublino delle diverse forme di protezione internazionale, dai migranti economici.

In pratica è come se si fosse realizzata una “fabbrica della clandestinità”, in perenne funzione. Quelli ai quali viene negata la protezione internazionale non vengono rimpatriati per oggettiva impossibilità e vanno ad ingrossare il numero dei clandestini. Privi di documenti, di alloggio e della possibilità di lavorare legalmente  il loro destino è chiaro: degrado, lavoro nero o schiavismo, attività illegali o criminali.

L’alternativa c’è: ingressi legali cioè controllati, regolati, con una programmazione basata sugli effettivi bisogni demografici ed economici, e realizzati attraverso la riattivazione dei decreti flussi; oppure direttamente affidati all’incontro tra domanda e offerta di lavoro, attraverso l’intermediazione di soggetti accreditati (agenzie per il lavoro, rappresentanze d’impresa) operanti anche nei paesi d’origine dei migranti. In sintesi: una politica di ingressi selettiva che permetta di decidere quanti e quali immigrati sia possibile e utile accogliere e integrare.

Ciò non risolverebbe il problema degli sbarchi, ma li sgonfierebbe drasticamente. Dunque resterebbe la necessità di esercitare un efficace controllo dei confini, di individuare gli aventi diritto alla protezione internazionale e di rimpatriare velocemente gli irregolari, ma tutto sarebbe ridimensionato.

Lo stesso approccio vale per gli immigrati irregolari già presenti sul territorio nazionale. La loro condizione è identica a quella di coloro ai quali viene negato lo status di rifugiato. Privati del permesso di soggiorno (che si può perdere anche a seguito di un licenziamento come prevede la Bossi-Fini) hanno solo due opzioni: o farsi sfruttare in una delle tante forme di lavoro nero, o dedicarsi ad attività illegali.

Con la cancellazione della protezione umanitaria voluta da Salvini e approvata col decreto sicurezza e immigrazione potrebbe crescere il numero dei nuovi “irregolari” da qui alla fine del 2019 fino a 130 mila persone che si andrebbero a sommare ai 490 mila che si stimano già presenti sul territorio nazionale. Questa è la vera emergenza.

La terza via, a questo riguardo, richiede che s’imbocchi una strada del tutto diversa. Bisogna frenare la “fabbrica di clandestini” e prosciugare il vasto bacino di illegalità che è stato creato in questi anni.

Sui rimpatri non c’è da farsi grandi illusioni. Dunque frenare la produzione di clandestini significa una sola cosa: cambiare i criteri di ammissione. Se è vero che non possiamo “accoglierli tutti” e che l’Italia ha però bisogno di migranti, purché utili alla sua demografia e alla sua economia, il criterio di ammissione non può fermarsi alla provenienza (rifugiati o migranti economici). Serve un criterio di merito, che riconosca e premi chi vuole davvero integrarsi nel nostro paese, lavorare onestamente e rispettarne le regole.

Serve cioè un permesso umanitario condizionato a quanto i migranti abbiano concretamente, oggettivamente, dimostrato di volersi integrare. Questa è la rivoluzione che serve per tutto il sistema di accoglienza. Oggi non esiste infatti alcun serio incentivo a costruire percorsi di formazione e di integrazione dei richiedenti asilo, né ad organizzarli né – per i migranti – a parteciparvi con impegno. La regola non concede infatti alcun beneficio a chi lo faccia. Il migrante che impara l’italiano, che partecipa alle attività di volontariato e persino trova un lavoro non ha alcuna possibilità in più di ottenere il permesso di soggiorno rispetto a quello che passa le sue giornate ciondolando per la città. Oggi conta solo la provenienza.

Condizionare il permesso umanitario ad una “comprovata volontà di integrazione” significa rivoltare come un calzino il sistema di accoglienza, dargli una finalità, delle regole, degli standard a cui attenersi. Significa dare ai migranti un obiettivo: imparate bene l’italiano, studiate la nostra cultura, rispettate le regole della nostra società, partecipate ai programmi di volontariato, datevi da fare per trovare un lavoro, o quantomeno per iniziare un tirocinio – e avrete il diritto a restare legalmente nel nostro paese. I molti soldi che oggi vengono spesi per un’accoglienza “inutile” verrebbero a quel punto dedicati a corsi di lingua intensivi, a progetti di orientamento e di formazione professionale, investiti per produrre integrazione.

Si tratterebbe di realizzare un sistema di regolarizzazione su base individuale che tratti allo stesso modo i nuovi arrivati e quelli che già risiedono nel territorio nazionale pur essendo irregolari. Dobbiamo riuscire a separare chi vuole lavorare onestamente da chi non ha intenzione di farlo, offrire una chance di integrazione ai primi e espellere gli altri.

La terza via fa sul serio e richiede un impegno anche da parte degli immigrati. In sintesi: apertura di canali di ingresso legali orientati alle necessità del mercato del lavoro; gestione europea dei confini; accordi con i paesi d’origine per l’esecuzione dei rimpatri; investimento in politiche di formazione linguistica, culturale e professionale; ammissione (o regolarizzazione su base individuale) subordinata a “comprovata volontà di integrazione”. Una terza via esiste. Punta a tenere insieme principi umanitari, legalità, sicurezza e interessi economico-demografici del nostro paese. Non è una passeggiata, ma è l’unico modo per provarci seriamente

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