• Mutamenti

    La Foto

  • Bosco alto

    La Foto

  • Enigma

    La Foto

  • CieloMare 1

    La Foto

  • Finisterre

    La Foto

  • Orizzonti 1

    La Foto

  • Bosco

    La Foto

  • Maggio

    La Foto

  • Novembre

    La Foto

  • Ottobre

    La Foto

  • Settembre

    La Foto

  • Lunae

    La Foto

Il valore della stabilità e i leader a caccia di voti

Esiste un famoso motto di antiche ascendenze classiche: Dio confonde chi vuol perdere. Frutto di profonda saggezza si può star certi che lo si riscontra facilmente nella realtà e che quasi sempre chi ne è protagonista non vuole ammetterlo. Tra questi c’è sempre qualche leader politico che, a caccia di visibilità e consensi, perde di vista l’essenziale per concentrarsi sul proprio successo personale.

Ci siamo dimenticati di cosa è accaduto l’estate scorsa? Salvini ha scatenato una crisi di governo per andare ad elezioni anticipate in autunno. Il Pd stimolato da Renzi e il M5s su indicazione di Grillo hanno colto l’occasione per formare un nuovo governo e mettere ai margini Salvini precludendogli la corsa elettorale nella quale sperava per conquistare la guida del governo. Cosa voleva fare Salvini se questa prospettiva si fosse realizzata? Lo aveva detto chiaro: far saltare i limiti di bilancio, far esplodere il deficit e dare uno choc fiscale e di spesa pubblica all’Italia. La rottura con l’Europa era dietro l’angolo. Ciò che dicono adesso i massimi dirigenti della Lega e lo stesso Salvini circa l’irreversibilità della scelta europea e dell’euro non lo dicevano certo appena tre mesi fa. Anzi, i Borghi e i Bagnai erano gli apripista di una rotta di collisione progettata, prevista e descritta in documenti, programmi elettorali e comunicazione pubblica.

Se gli italiani volessero potrebbero mettere a confronto ciò che il Capitano stava preparando appena pochi mesi fa con le dichiarazioni attuali. Qualcuno potrebbe porgli una semplice domanda: stai mentendo adesso o ci stavi prendendo in giro allora? In entrambi i casi facevano bene i mercati cioè chi finanzia il nostro debito e gli altri paesi europei a non fidarsi del governo italiano.

Per fortuna Renzi e Grillo hanno avuto l’intuizione giusta e si è formato il governo Pd-M5s-Leu al quale si è aggiunta adesso Italia Viva con un programma che mira a completare la legislatura. D’altra parte la mania di affrontare i problemi a colpi di elezioni alla ricerca del leader carismatico e quella di finalizzare le scelte politiche al piccolo cabotaggio della propaganda elettorale è quanto di più deleterio ci possa essere.

Stando così le cose ed essendo trascorso poco più di un mese dalla formazione del governo cosa sarebbe stato intelligente fare? Semplice: tenere fede all’impegno preso con gli italiani mostrando loro che l’instabilità veniva dalle aspirazioni roboanti della destra sovranista e che i partiti della nuova maggioranza possedevano la capacità di guidare il Paese a recuperare stabilità.

Per l’Italia la stabilità è un bene prezioso che si traduce in fiducia all’esterno e all’interno. E la fiducia è la base sulla quale diminuisce lo spread e può crescere l’afflusso di investimenti. È anche il presupposto di ogni manovra espansiva con l’appoggio dell’Unione europea e della collaborazione per la gestione del flusso di immigrati.

Il primo obiettivo del nuovo governo doveva essere questo: stabilità e fiducia. Ben sapendo che l’eredità del governo precedente sarebbe stata difficile da gestire.

Niente da fare. Sono bastate poche settimane e il clima di concordia è saltato. Di Maio si è messo in competizione con Conte per recuperare la sua centralità come capo politico del M5s ignorando del tutto le critiche e i mutamenti negli equilibri interni di quel partito. Da un lato sfida Conte e dall’altro lancia messaggi a portatori di interessi dai quali spera di ricevere voti e sostegno per condurre la sua battaglia nel M5s e la sua ascesa al vertice del governo. I temi sono quelli delle partite Iva e dell’evasione fiscale. Le prime devono veder confermati i benefici altamente iniqui verso la massa dei contribuenti a reddito fisso decisi dal precedente governo (flat tax del 15% e 20% fino a 100 mila euro di reddito annuo). La seconda è solo un fenomeno di “grandi evasori” e la massa di quelli che notoriamente evadono può stare tranquilla perché nessuno chiederà loro niente. Si può dire che è una posizione che guarda agli stessi voti della Lega? Sì è evidente.

L’altro che si è messo a contestare le scelte della manovra (scritta, approvata e inviata a Bruxelles) è Renzi. Nel merito ha molte ragioni e deve dimostrare che il partito da lui fondato si distingue dagli altri, ma che fosse un governo fondato su compromessi lo sapeva da prima. Non poteva aspettare qualche mese per i suoi distinguo? Ma nemmeno per idea. Appena ha visto i sondaggi superare il 5% dei voti e gonfiarsi le iscrizioni all’ultima Leopolda si è messo a puntare i piedi per recuperare centralità e visibilità. Uno stillicidio di puntualizzazioni, dichiarazioni, preannunci con la scelta dei temi che più possono provocare una frattura tra le forze di maggioranza.

Su tutto domina la tattica. Le forze di maggioranza, con l’esclusione del Pd di Zingaretti (e di Leu) che cerca di restare fuori dalle polemiche quotidiane, sembrano non avere idea di cosa fare nei prossimi sei mesi e già si parla di una crisi di governo a gennaio per sostituire Conte addirittura con un accordo Renzi – Di Maio per mettere quest’ultimo a Capo del governo. Già il fatto che si diffondano queste voci provoca un avvelenamento del clima e fornisce un formidabile pretesto a Salvini che si ripropone come il leader di uno schieramento di destra unito. Si disperde così il capitale di credibilità conquistato appena un mese fa.

Tutto per le ambizioni personali che cercano di imporsi in una corsa a colpi di scena e capovolgimenti di corto respiro. Il tutto a beneficio di platee virtuali e reali. In questo modo non si prepara nulla di buono per la maggioranza degli italiani che possono a buon diritto confermare la loro sfiducia nelle forze politiche in lotta per il potere

Claudio Lombardi

Ma chi paga le imposte veramente?

Troppo spesso quando si affronta il tema fiscale in Italia, la stessa dirigenza politica cade nell’errore di proposte orientate al populismo ma poco eque o difficilmente sostenibili guardando ai dati. Una voce fuori dal coro è sicuramente quella di Alberto Brambilla presidente del Centro studi itinerari previdenziali. Pubblichiamo un suo intervento tratto dal sito www.ilpuntopensionielavoro.it

Per tutti coloro (pochi) che nel nostro Paese affrontano il tema fiscale – ma la stessa considerazione vale anche per altre tematiche – sulla base di studi e dati, sentire o leggere le affermazioni di molti esponenti politici, a volte anche ai massimi livelli di responsabilità, di alcune parti sociali e giornalisti, genera parecchio sconforto. C’è chi si avventura a proporre riduzioni dei contributi sociali (la cosiddetta “fiscalizzazione degli oneri sociali“) dimenticandosi che la metà degli italiani già non li paga e che per 25 anni il Sud (tutto, e fino al 1996) ha avuto lo “sgravio totale dei contributi” senza riuscire a creare mezzo punto percentuale in più di occupazione.

C’è chi punta più in alto proponendo percentuali rilevanti (15%), senza spiegare quanto costerà alla collettività o di quanto si ridurrà la pensione: un lavoratore dipendente versando il 33% di contributi sulla retribuzione annua lorda (RAL) per un periodo di 35 anni otterrà una pensione pari a circa il 72% dell’ultima retribuzione; se ne paga 15 punti in meno (cioè solo il 18%) che pensione prenderà? Meno della metà! E che dire di un lavoratore autonomo (artigiano, commerciante o imprenditore agricolo) che, versando oggi il 24%, si troverebbe a pagare meno del 14%: che pensione prenderà? È persino ovvio che se invece mantenessimo la stessa pensione nonostante la riduzione dei contributi, l’onere graverebbe sugli stessi lavoratori sotto forma di maggiori tasse perché la quota di pensione non coperta da contributi diverrebbe a carico della fiscalità generale. Supponendo che entrino nel mercato del lavoro 400.000 nuovi lavoratori con un reddito medio di 20mila euro, solo per il primo anno lo sconto contributivo costerebbe oltre un miliardo di euro; già al quinto anno costerebbe oltre 18 miliardi.

Che dire poi di quelli che vorrebbero la riduzione del cosiddetto “cuneo fiscale e contributivo”, ma non per tutti: solo fino a redditi di non più di 29mila euro, il limite del “bonus da 80 euro” introdotto dal governo Renzi che costa ogni anno oltre 9,5 miliardi e di cui beneficiano oltre 11,7 milioni di contribuenti. Spero sappiano che, in base alle ultime dichiarazioni dei redditi ai fini IRPEF, risulta che oltre il 46% degli italiani (i primi 2 scaglioni di redditi) paga meno del 2,7% di tutta l’IRPEF, cioè in totale 4,32 miliardi, ma che ricevono per la sola sanità ben 47 miliardi. Se poi aggiungiamo anche i contribuenti che dichiarano dai 15 ai 20mila euro lordi, questi primi 3 scaglioni di redditi versano in totale 15,8 miliardi di IRPEF (su un totale di 164,7 miliardi), ma ricevono per la sola sanità 51,2 miliardi. Se ne deduce che il 60% dei contribuenti (lavoratori dipendenti compresi) versa attorno al 10% di tutta l’IRPEF. Si potrebbe obiettare correttamente che questi cittadini pagano anche le imposte indirette, IVA e accise: stimando il gettito sulla base delle aliquote in vigore, si può dire che il primo scaglione versa imposte indirette sulla mediana pari a 282 euro, 844 euro per il secondo scaglione e 1.313 euro il terzo, che è l’unico a pagarsi almeno la sanità, mentre i primi 2 non ci riescono. E poi c’è da finanziare tutto il resto: istruzione, viabilità, infrastrutture, spese di funzionamento del sistema pubblico, etc.

Chi paga e finanzia il nostro welfare? Esiste una minoranza di poco meno di 5 milioni di dichiaranti (quelli con redditi superiori a 35 mila euro) che rappresentano solo il 12% degli italiani ma pagano quasi il 60% di IRPEF. Spesso il sindacato afferma che gli unici che pagano le imposte sono i lavoratori dipendenti e i pensionati. Vero! Ma di quelli che loro rappresentano non ce ne sono molti. Prendiamo i pensionati, che al dicembre 2018 erano poco più di 16 milioni: di questi, la metà non paga imposte perché sono totalmente o parzialmente assistiti dallo stato (cioè da quelli che le tasse le pagano); in definitiva, i primi 10 milioni di pensionati pagano 2 miliardi di IRPEF. Quelli che pagano davvero la maggior parte dei circa 50 miliardi che gravano sulle pensioni sono quelli che hanno assegni da 2.500 euro lordi in su, che sono meno di 1,6 milioni (cioè il 10%), ma che versano il 60%. Spesso non sono tutelati dai sindacati maggiormente rappresentativi ma da altre sigle che, ai governi della “dittatura della maggioranza”, non interessano perché sono pochi e spesso non votano.

Ed è proprio nei confronti di questi pensionati che si sono scatenati tutti i governi bloccando l’indicizzazione della pensione al costo della vita. Dal 2006 a oggi un pensionato con una pensione mensile di 2.500 euro ha perso praticamente un’annualità di pensione, cioè quasi 30mila euro in 13 anni e altrettanti ne perderà nei prossimi 10 anni di fruizione della pensione. Che dire poi dei 36mila pensionati (lo 0,20% del totale) definiti d’oro ai quali è stata “tagliata” la pensione con l’arroganza populista di chi i calcoli non li sa fare e senza alcuna giustificazione? Se, come dice certa sinistra, i soldi si prendono dove ci sono (leggi patrimoniale) per finanziare provvedimenti sbagliati e inefficienti come flat tax per i professionisti fino a 65mila, reddito di cittadinanza, Quota 100, bonus da 80 euro, quattordicesima mensilità, APE sociale (era così difficile introdurre anche nel settore produttivo, commercio e servizi i fondi esubero che da quasi 20 anni hanno risolto il problema per banche e assicurazioni?) e altri provvedimenti assistenziali, per l’Italia non ci sono molte speranze: i giovani meritevoli continueranno a scappare e quel 12% di schiavi fiscali che non interessano alla politica si ridurranno ancora di più.

Poi chi finanzierà il nostro generoso stato sociale? Passeranno al pignoramento della seconda casa? O preleveranno notte tempo il 10% dai patrimoni di chi ha contribuito allo sviluppo del Paese? Purtroppo, stante l’enorme debito pubblico e la scarsa crescita potremmo arrivare a questi limiti: poi, l’abisso

Quando le tasse diventano un tabù

Pubblichiamo un articolo di Massimo Bordignon tratto dal sito www.lavoce.info

In Italia si parla di tasse solo per dire che vanno tagliate per tutti, sempre e comunque. Ridurre gradualmente la pressione fiscale è un obiettivo ragionevole. Ma la ricerca del consenso impedisce una necessaria riforma complessiva del sistema tributario.

TASSE E CONSENSO

Il surreale dibattito sulle tasse che ha seguito la presentazione della Nadef (Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza) pone interrogativi preoccupanti, che vanno ben al di là della legge di bilancio per il 2020. È solo un problema di politici demagogici alla ricerca di consensi immediati o è proprio vero che ogni riflessione razionale sul sistema tributario in Italia sia ormai diventata impossibile? Davvero, in termini di consenso, affermare che le aliquote Iva non si toccano mai e in nessun caso paga di più della affermazione opposta che, per esempio, si può aumentare l’Iva su alcuni beni per finanziare la riduzione del deficit o delle tasse su altri beni o cespiti?

Naturalmente, l’obiettivo di diminuire gradualmente la pressione fiscale in un quadro di controllo rigoroso dei conti pubblici è più che ragionevole, e i costi e i benefici di ogni intervento sul sistema tributario devono essere sempre attentamente calcolati. Ma qui sembra che ormai nessun politico possa permettersi di menzionare in pubblico una qualunque tassa, si tratti dell’Irpef, dell’Iva o di quella sulle merendine, senza aggiungere immediatamente che non può essere aumentata ma anzi deve essere tagliata. Solo misteriosi interventi su basi imponibili incomprensibili, tipo l’indeducibilità degli interessi passivi per le odiate banche, sono politicamente accettabili, alimentando l’illusione le più alte tasse sulle istituzioni finanziarie non siano poi comunque alla lunga trasferite sulla clientela.

Ma se il terrore di perdere consenso nell’immediato vincola ogni possibilità d’azione della politica sul sistema tributario, cosicché di tasse si può parlare solo per ridurle, i costi per l’efficienza del sistema sono pesantissimi. Per esempio, nonostante decenni di discussione, non riusciamo a rivedere il catasto, benché sia ovviamente del tutto obsoleto e iniquo, perché una volta rivisto qualcuno pagherebbe certamente di più, anche se qualcun altro pagherebbe di meno. Non riusciamo ad agire sul sistema di deduzioni e detrazioni, nemmeno quelle più assurde e controproducenti sul piano economico, perché le categorie interessate le difendono a tutti i costi e c’è sempre qualche politico disposto a farsene carico per ottenerne il consenso. Non possiamo rivedere la struttura delle aliquote dell’Iva, nonostante ci siano ovvie assurdità nella definizione dei beni e servizi soggetti alle diverse aliquote, perché qualcuno ci rimetterebbe anche se qualcun altro ci guadagnerebbe e così via.

MA IL SISTEMA TRIBUTARIO VA RIFORMATO

Il problema è ancora più serio perché, al contrario, il sistema tributario italiano richiederebbe un’urgente riforma complessiva. Da una parte, gli interventi disparati che si sono susseguiti nel corso degli anni ne hanno distrutto ogni residua razionalità. Per esempio, l’Irpef, in teoria un’imposta progressiva su tutti i redditi, a forza di sottrarvi cespiti vari per accontentare le varie clientele, è diventata un’imposta sui soli redditi da lavoro, e di fatto, per la diffusa evasione degli altri redditi, un’imposta sui soli redditi da lavoro dipendente e assimilati. È difficile giustificare la forte progressività esistente su una base imponibile così ridotta. Dall’altro, modifiche strutturali nel funzionamento dell’economia hanno cambiato radicalmente lo scenario sulla cui base il sistema tributario era stato inizialmente ideato. In Italia come altrove, si è ridotta la quota dei redditi da lavoro sul totale dei redditi, il che rende difficile sostenere un sistema di welfare che si finanzi prevalentemente con i contributi sociali. Per non parlare della globalizzazione, della crescente separazione tra il momento della produzione e del consumo, delle pratiche elusive delle imprese multinazionali, delle nuove imprese del web che richiedono di ripensare le forme tradizionali di tassazione dei redditi societari e di capitale.

Rifiutarsi di discutere di questi temi per paura di perdere consenso immiserisce il dibattito pubblico e riduce gli spazi di azione per la politica economica. Spiega probabilmente anche l’improvviso favore che le varie ipotesi di “tasse piatte” hanno avuto nel dibattito politico interno. Ma come riconoscono i fautori più avvertiti, le tasse piatte sono alla lunga sostenibili solo al prezzo di una sostanziale riduzione del sistema di welfare. È dubbio che la maggior parte dei cittadini se ne avvantaggerebbe

Rifiuti: soluzioni non ideologie

Il tema dei rifiuti che ho già trattato in diversi articoli su questo sito è sempre di grande attualità. Sappiamo molto della situazione romana, ma diamo meno attenzione ai roghi di rifiuti che si susseguono ad un ritmo di alcune centinaia l’anno. Roghi liberi che disperdono nell’aria sostanze tossiche in quantità smisurata. Accade perché i rifiuti vengono accumulati (carta e plastica innanzitutto) e non si sa cosa farne. Così, per “magia” o per opera umana, prendono fuoco. Si liberano spazi e tutto ricomincia. Però quando si parla di rifiuti persino politici esperti come Zingaretti governatore del Lazio e segretario del Pd, non vogliono prendere atto della realtà e si premurano di escludere i termovalorizzatori.

Cerchiamo allora di ripercorrere passo passo le soluzioni alternative.

La raccolta differenziata è la risposta più immediata e più diffusa. Infatti sono proprio le percentuali di differenziata ad essere adottate come guida nel giudizio sull’efficacia di un sistema di gestione dei rifiuti. Ma nel concreto è veramente così? Vediamo innanzitutto i materiali che si possono differenziare, inclusi problemi e possibilità.

Metalli: a parte il ferro che si separa da tutti gli altri con un elettromagnete, non sempre è facile isolare il rame. L’alluminio sì purchè non sia legato ad altri elementi.

Vetro: il problema è la miscelazione dei vetri di tutti i colori, una volta mescolati il vetro che si ottiene è solo verde invece sarebbe meglio avere quello bianco.

Carta: ci sono fondamentalmente tre tipi di carta: bianca, cartoncino grigio e cartone. La carta bianca è quella più pregiata e dovrebbe essere raccolta separatamente dal resto. Il cartoncino è già prevalentemente carta riciclata mentre il cartone può essere utilizzato solo per fare altro cartone. Raccogliere tutto insieme rende difficile quando non impossibile la separazione ed è per questo motivo che molta carta finisce negli inceneritori.

Umido: di solito viene trasformato in compost, ma questa scelta è una di quelle meno utili e potenzialmente dannose. Infatti, dalla fermentazione in atmosfera dell’umido si ottengono essenzialmente tre gas – anidride carbonica, acido solfidrico e metano – più una serie di sostanze organiche volatili tipo aldeidi e chetoni. L’anidride carbonica e il metano sono gas serra; l’acido solfidrico è tossico e le altre sostanze organiche oltre ad essere maleodoranti sono inquinanti.

Infatti, in alcune città del nord Europa dalla frazione umida si ottiene gas metano che, dopo la raffinazione, viene immesso nella rete cittadina o viene utilizzato per il parco automobilistico del comune. Il residuo della fermentazione viene trasformato in compost o viene incenerito per la produzione di energia perché spesso il compost prodotto è di qualità scadente.

Plastica. Noi siamo abituati a vedere vari tipi di plastica quasi tutti da imballaggi. Questa, però, è solo una minima parte dei rifiuti in plastica. Il problema non è nemmeno la plastica monouso (“l’usa e getta”) che ci sembra tanto perché è quello che si vede di più nei campi, sui bordi delle strade e in mare.

Ci sono, infatti, migliaia di plastiche diverse (me ne sono occupato qui: http://www.civicolab.it/riciclare-la-plastica-illusione-e-realta/). A tutte spetta il nome di plastica, ma la maggior parte è fatta di materiali incompatibili tra loro.

Questo vuol dire che se le facciamo fondere insieme non si otterrà qualcosa di omogeneo e robusto, ma piuttosto un materiale eterogeneo e fragile che tende a sfaldarsi e che sarà difficile utilizzare. Detto brutalmente: non riciclabile. E dove finiscono le plastiche non riciclabili? Negli inceneritori. Noi pensiamo che, fatta la raccolta differenziata, il problema sia risolto e la plastica riciclata e, invece, finirà bruciata per produrre energia. Dunque bisognerebbe raccogliere solo le plastiche omogenee e riciclabili con contenitori diversi.

Per dare un’idea delle difficoltà alle quali si va incontro nella differenziazione dei materiali invito alla lettura di un mio precedente articolo su quello che è, forse, il miglior esempio di raccolta differenziata esistente al mondo: il villaggio Kamikatsu in Giappone dove da vent’anni si sono dati l’obiettivo dei rifiuti zero. Qui il testo http://www.civicolab.it/il-villaggio-kamikatsu-il-sogno-dei-rifiuti-zero/

In sintesi anche se quel villaggio si è posto l’obiettivo dei rifiuti zero da vent’anni tuttora il ciclo dei rifiuti produce una quantità di indifferenziata (intorno al 20%)che deve essere bruciata o inviata in discarica. Eppure si tratta di un villaggio di 1700 persone che riesce a suddividere i rifiuti in 45 tipi diversi. In una città di milioni di abitanti ovviamente sarebbe impossibile seguire questa strada.

Siamo giunti così al problema principale: l’indifferenziata.

Tra raccolta diretta e derivata dallo scarto dei materiali si può dire che si viaggi sempre intorno al 40-50% che corrispondono, se parliamo di Italia, a molte migliaia di tonnellate. Che ne facciamo?

Attenzione, i rifiuti da smaltire non sono solo quelli del secchio di casa. A molti non ci si pensa mai. Per esempio: l’arredamento. È composto da legno, laminati plastici, metalli. E poi colle e vernici e altri materiali di tanti tipi diversi (imbottiture, stoffe sia naturali che sintetiche ecc ecc). Dove pensate che finisca tutta questa roba? Nell’indifferenziata ovviamente. Si salva solo il legno non fuso con altri materiali.

Che bisogna fare allora? Intanto certamente porsi l’obiettivo di cambiare la composizione degli oggetti al momento della produzione in modo che già nascano per essere riciclati. Ma sapendo che sarà un percorso lungo e difficile e che dovrebbe coinvolgere le maggiori industrie mondiali.

Ci sono però oggetti che è difficile produrre per il riciclo. Le scarpe per esempio. Dovrebbero essere fatte in modo tale da poter staccare facilmente le suole di gomma e di plastica dal resto, separare le parti in tessuto da quelle di pelle e poi poter distinguere facilmente la pelle dalla plastica. Stesso discorso per il laminato col quale sono ricoperti tanti mobili. Dovrebbe essere facile separare la lamina plastica dal resto. Per entrambi gli esempi ovviamente i singoli elementi non dovrebbero separarsi da soli usandoli.

Restando agli esempi fatti vogliamo affrontare il problema alla radice e produrre solo con legno e cuoio come si faceva in un lontano passato? Va bene, proviamoci, ma siamo miliardi di persone sul pianeta, come si fa ad avere pelle e cuoio per tutti?

Sono solo esempi che mostrano l’estrema complessità della quale tenere conto quando si parla di economia circolare, rifiuti zero e riciclo al 100%.

Infine, siamo consapevoli che, comunque, ci sarebbe sempre da smaltire tutto quello che ci circonda e che è stato prodotto in maniera tradizionale nel corso del tempo? Insomma, come la si mette la si mette, non si sfugge al problema di gestire l’indifferenziata. Per questo infonde ottimismo sapere che i più recenti termovalorizzatori hanno livelli di inquinamento bassissimi, ma producono energia elettrica e riscaldamento sostituendo i combustibili di altro tipo.

Ci sono anche procedimenti ancora più avanzati come la polverizzazione. Oppure

la gassificazione, che è già una realtà. Ne ho parlato in un altro articolo che potete leggere qui (http://www.civicolab.it/rifiuti-ce-anche-la-gassificazione/).

Il problema dei rifiuti non può essere affrontato con le ideologie. È un problema concreto e le soluzioni vanno cercate in un mix di comportamenti responsabili sia nella produzione che nel consumo e nel ricorso alle più avanzate tecniche di trattamento oggi esistenti

Pietro Zonca

I conti dell’Italia: i puntini sulle i

Pubblichiamo un articolo di Tito Boeri e Mariasole Lisciandro tratto da www.lavoce.info. Con dati oggettivi fissa i punti essenziali dei conti dell’Italia sui quali agirà la prossima manovra di bilancio. È bene tenerli presente perché tra polemiche e disquisizioni spesso si trascura un elemento essenziale dal quale non si può prescindere: la realtà.

UN PAESE IN PANNE

Dopo la crisi di agosto, l’Italia ha un nuovo governo, sempre presieduto dallo stesso presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ma con il Partito democratico a fianco del M5s al posto della Lega. Quali risultati hanno prodotto quasi 15 mesi – dal giugno 2018 all’agosto 2019 – di esecutivo gialloverde?

Partiamo dai numeri sulla crescita. Tra il 2017 e il 2018 l’Italia cresceva a tassi superiori a quelli del Pil potenziale e finalmente più vicini a quelli degli altri paesi dell’eurozona. Poi tutto si è bloccato. È vero che molto è dipeso da una congiuntura internazionale con nubi all’orizzonte ma, mentre in Europa gli altri paesi hanno rallentato, l’Italia è stata l’unica ad aver registrato una crescita negativa tra giugno 2018 e giugno 2019. La media del tasso di crescita degli ultimi quattro trimestri è pari a 0,1 per cento, inferiore a quella dei quattro trimestri precedenti (1,5 per cento) e a quella degli altri paesi europei.

Le ultime previsioni Istat sul Pil hanno inoltre certificato per il 2019 una variazione acquisita nulla e nell’insieme è difficile intravedere stimoli esteri e interni che possano allontanare l’economia dalla stagnazione.

LE INCERTEZZE DI FAMIGLIE, IMPRESE E MERCATI

Secondo le indagini Isae-Istat, i consumatori hanno percepito un peggioramento della loro situazione economica, a fronte di un netto miglioramento nei 12 mesi precedenti l’arrivo del governo gialloverde. Negative anche le aspettative sulla condizione economica futura della famiglia. Anche su questo piano, l’Italia si è allontanata ulteriormente dalla media europea, come si vede dall’indice di fiducia dei consumatori che nei vari paesi si basa su indagini presso le famiglie.

Nei suoi 15 mesi di vita il governo gialloverde ha alimentato molta incertezza sulla politica economica dando pubblicamente risposte diverse in Italia rispetto alle rassicurazioni offerte a Bruxelles. Ma soprattutto ha alimentato il sospetto che il nostro paese volesse uscire dall’euro con proposte come quella dei minibot e con la presenza in posizioni istituzionali importanti di economisti “no euro”, che dai loro profili Twitter mantenevano sempre aperta l’ipotesi dell’uscita dalla moneta unica. Questo si è riflesso in 15 mesi di spread vicino ai 300 punti base, che a regime sarebbero costati all’Italia 19,5 miliardi in più rispetto a uno scenario base con un differenziale di 131 punti (valore precedente all’insediamento dei gialloverdi al governo). Di fatto, poiché il governo è caduto dopo poco più di un anno, il costo effettivo è di circa un quinto, intorno a 4 miliardi. Comunque una bella cifra.

È stata una vera è propria tassa sul populismo. Se infatti consideriamo un paese comparabile, come la Spagna, si nota subito che nei mesi in cui è stato in carica il primo governo Conte l’Italia ha scontato una sorta di “rischio gialloverde”: la distanza tra lo spread Bonos-Bund e Btp-Bund si amplia proprio dal giorno del giuramento.

Tutto questo ha penalizzato la domanda interna e soprattutto gli investimenti. Nella figura 3 si nota come per gli investimenti il tasso di crescita tendenziale – ossia la variazione rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente – si sia ridotto sensibilmente dal secondo trimestre del 2018, quando ancora crescevano di oltre il 6 per cento e più velocemente rispetto all’eurozona, fino a toccare il risultato vicino allo zero nell’ultimo trimestre del 2018. Nei quindici mesi gialloverdi, mentre gli investimenti in eurozona aumentavano il ritmo, da noi sono andati vicino a fermarsi.

In questo contesto anche il debito pubblico è aumentato: a giugno 2018 era pari a 2.330 miliardi, mentre nell’ultima rilevazione della Banca d’Italia di luglio 2019 è di 2.410 miliardi. Un +80 miliardi da aggiungere al macigno. Secondo il Documento di economia e finanza 2019, i cui numeri saranno poi rivisti nei prossimi giorni con la Nota di aggiornamento al Def, il rapporto debito/Pil è in salita dal 2017, quando era pari al 131,4 per cento, per poi raggiungere il 132,2 nel 2018. E per il 2019 è stato stimato in crescita al 132,6 per cento.

GLI IMMIGRATI E IL LAVORO

I toni sempre più bellicosi contro gli immigrati sono serviti solo ad alimentare odio e tensioni sociali. Il governo si era proposto di azzerare l’immigrazione irregolare. Al contrario, il numero di immigrati irregolari è aumentato di 70 mila unità tra giugno 2018 e giugno 2019, secondo l’Ispi. Tutto questo perché non è stata concessa a molti richiedenti l’asilo la protezione internazionale a seguito delle nuove norme del decreto sicurezza, mentre i rimpatri sono rimasti al palo.

La crescita dell’occupazione è continuata, ma è fortemente rallentata rispetto all’anno precedente soprattutto per quanto riguarda la popolazione in età lavorativa. Si è passati da una crescita superiore all’1 per cento a circa lo 0,3 per cento. Gli occupati sono aumentati sopra i 65 anni, come risultato della riforma Fornero, nonostante quota 100.

L’ASSISTENZA CHE HA GENERATO INIQUITA’

Il tassello più controverso dell’eredità gialloverde è la sensazione di iniquità che hanno creato le due misure capisaldi del governo Lega-M5s, ossia quota 100 e reddito di cittadinanza.

I beneficiari di quota 100 sono stati poco più di 100 mila. La narrazione dell’esecutivo ha dipinto il provvedimento come indispensabile per liberare posti di lavoro destinati ai più giovani. Per ogni pensionato libero di andare a giocare con i nipoti, un giovane in più che trova lavoro. Ma la realtà è che quota 100 non può aver portato a questo risultato. Delle 110 mila persone che hanno finora beneficiato della misura, un terzo erano disoccupate, quindi non hanno liberato alcuna posizione. E cosa dire delle rimanenti 75 mila circa? L’esperienza ci insegna che al massimo uno su tre viene sostituito. Quindi, ben 25 mila opportunità in più su una disoccupazione giovanile che riguarda un milione e duecento mila persone. Meglio di niente, si dirà. Ma il costo di ciascuno di questi posti, se mai verranno creati, sarà di circa 80 mila euro. Sarebbe stato molto meno costoso assumere direttamente dei giovani.

Il reddito di cittadinanza – per parte sua – ha messo molti più soldi nella lotta alla povertà, ma ha gravi problemi di iniquità per come è stato disegnato. In una situazione in cui la povertà si concentra tra le famiglie numerose e gli immigrati, si è scelto di dare 780 euro ai single, una cifra simbolo della campagna elettorale pentastellata. Col risultato che le famiglie numerose percepiscono un importo solo marginalmente superiore. E gli immigrati extracomunitari? Devono presentare carte impossibili da ottenere dai loro paesi di origine. Quindi verranno esclusi dal reddito di cittadinanza, a meno di correttivi, quando una famiglia povera su quattro in Italia è di immigrati.

Oltre ai brutti numeri su Pil e spread, sicuramente importanti, l’eredità dei gialloverdi che molti osservatori colgono è la sensazione di ingiustizia che hanno lasciato le loro politiche. La sensazione che si può beneficiare di determinate misure se si ha la fortuna di ricadere in alcune generazioni oppure se si ha la fortuna di essere nati nell’Unione Europea.

Greta il clima slogan e realtà

Mettiamo subito un punto fermo: la mobilitazione globale dei Fridays for future raccolti intorno alla figura di Greta è una gran bella notizia. Veniamo da anni nei quali sembrava che avessero ormai preso il sopravvento gli egoismi, l’individualismo, il rancore. Ora a questi, che ci sono ancora, si contrappone un movimento che mette al centro la dimensione umana come supremo interesse collettivo che unisce al di là dei confini, di qualsiasi natura essi siano (religiosi, culturali, sociali, nazionali ecc).

Diciamo la verità: ambiente e clima interessano innanzitutto gli esseri umani che vogliono vivere migliorando il proprio benessere. Sì gli slogan parlano del pianeta Terra, ma, ammettiamolo, questo è assolutamente indifferente a qualunque mutazione possa essere determinata dalle attività umane. La Terra è indifferente ai cambiamenti perché è composta da una complessa interazione di elementi propri e provenienti dall’esterno privi di qualunque tipo di soggettività. Tutto può succedere al pianeta Terra perché è solo un agglomerato di elementi. Il suo destino è segnato da processi planetari che sfuggono totalmente al nostro controllo.  

Rendiamoci dunque conto che tutte le preoccupazioni per l’ambiente e il clima mettono al centro l’essere umano e le sue condizioni di vita. Anche la natura non è altro che l’ambiente nel quale viviamo e che ci consente di vivere perché da lì traiamo tutto ciò che ci è necessario. Aria, acqua, cibo ci servono per questo e le malattie causate dall’inquinamento ce lo ricordano drammaticamente.

Il movimento che si è riconosciuto nella ragazzina svedese ha questo valore. La presa di coscienza di centinaia di milioni di persone è un regalo quasi inaspettato e del quale c’era un grande bisogno perché introduce la novità di una nuova forma di soggettività trasversale, culturale e sociale prima ancora che politica. Questo movimento va fatto crescere e da esso bisogna trarre la spinta per progettare ed attuare politiche di trasformazione che comporteranno inevitabilmente dei prezzi da pagare.

Non illudiamoci, appena dall’entusiasmo dei facili slogan si passerà alle azioni concrete ci saranno reazioni e bisognerà stare molto attenti a non farle radicalizzare. Per questo il messaggio lanciato da Greta (e da tutto il mondo intellettuale, politico ed economico che la supporta) deve farsi più ragionevole. Finora si è pigiato sull’acceleratore in un crescendo di toni culminati nel breve discorso all’Onu. Proseguire in quel modo vuol dire scivolare nel fondamentalismo fine a se stesso perché non è ragionevole chiedere tutto e subito quando in ballo c’è una trasformazione radicale. Finora l’attrazione esercitata da Greta ha funzionato perché ad una sedicenne è consentita l’intransigenza e l’assenza di sfumature. Milioni di giovani si sono riconosciuti in lei, ma la ragazza svedese, saggiamente, ripete sempre che non spetta a lei trovare le soluzioni e che terrà d’occhio ciò che faranno le classi dirigenti, politici innanzitutto.

Passando dagli slogan alle politiche bisogna innanzitutto spiegare ai giovani che non siamo all’anno zero. Sono già alcuni decenni che esiste un movimento ambientalista. Si è diffuso e in alcuni paesi è una forza politica di prima grandezza. Le azioni necessarie per la salvaguardia dell’ecosistema sono state studiate e molte sono già state messe in atto. Nel mondo occidentale, dove la sensibilità ambientalista si è affermata, la realtà oggi non è quella che c’era nel passato e i giovani non possono nemmeno immaginare come si vivesse anche solo 50 anni fa.

Dando per scontato che i paesi dell’Occidente sviluppato debbano ancora fare molto i problemi più difficili da affrontare per il riscaldamento globale e per l’inquinamento sono due: i paesi emergenti e la popolazione mondiale. Su questi due punti il movimento mondiale che è esploso negli ultimi due anni può fare qualcosa per condizionare le scelte dei governi. Sapendo, però, che colossi come Cina e India con i loro tre miliardi di abitanti vogliono crescere e non fermarsi. E crescere significa consumare materie prime ed energia.

Il secondo problema è che la popolazione mondiale continua ad aumentare e va verso il traguardo dei dieci miliardi previsto dopo il 2050. Quali problemi porrà? Basta citare i punti essenziali: energia, materie prime, cibo, acqua, abitazioni, strade, mobilità (treni aerei, auto). Come si fa a porre la questione climatica in termini ultimativi (bisogna azzerare le immissioni di C02 da fossili entro il 2050) di fronte ad una realtà così complessa?

In Occidente abbiamo una sovrastruttura culturale che ci guida: pensiamo che la realtà sia plasmabile in base ai nostri desideri e agli imperativi morali che ci siamo dati. Essere sempre di più e vivere a lungo curando ogni tipo di malattia ed eliminando la fame e la povertà dal mondo in un ambiente incontaminato usando il minimo di materie prime e di energia e senza conflitti armati sembra più un libro dei sogni che una visione realistica. Eppure questa è l’ispirazione che guida molti pensieri e molti movimenti. Se poi la realtà non si uniforma ai desideri andiamo a caccia dei complotti o dei poteri forti che negano i nostri sogni.

È probabile che anche l’idea di fermare i cambiamenti climatici con le nostre azioni sia un sogno. Forse nemmeno gli scienziati lo sanno con certezza vista l’esistenza di opinioni diverse. Comunque non opinione, ma certezza è che la Terra non sia un sistema chiuso ed immobile. Glaciazioni e riscaldamenti si sono susseguiti anche quando le attività umane contavano ben poco. Abbiamo causato un’accelerazione? E allora cerchiamo di rallentarla. Sapendo, però, che la cabina di comando dei mutamenti non sta nelle nostre mani. Il radicalismo di una parte dell’ambientalismo può servire come sprone nel breve periodo, ma poi rischia di provocare una reazione di rifiuto anche delle proposte più ragionevoli. In fin dei conti sono gli esseri umani a dover cambiare comportamenti e stili di vita e bisogna convincerli. Il fenomeno Greta ha il grande merito di essere diventato globale e la scelta di incaricare una ragazzina seria, intelligente e preparata di essere la bandiera di un nuovo slancio ambientalista ha funzionato in maniera sorprendente

Claudio Lombardi

Rifiuti. Differenziata, riciclo, termovalorizzatori

Chi è che butta la plastica in mare?

Ci stanno e ci stiamo colpevolizzando da anni perché ci sono i mari e gli oceani che sono pieni di plastica, è venuta anche Greta a dirci che siamo cattivi.

Ma qual è la reale verità? Chi è il responsabile? Cerchiamo di capirci di più.

Intanto come finisce la plastica in mare? Ci sono due modi: o qualcuno la butta deliberatamente oppure viene lasciata nell’ambiente, sulle strade, nei campi, nei boschi, poi il vento e l’acqua di ruscelli e fiumi la trasportano in mare.

Quindi già un buon sistema di raccolta da parte degli enti locali unito a una maggior coscienza civica delle persone potrebbe ridurre il problema.

Il fatto è che se in Italia, in Francia e nelle altre nazioni europee questo sta già in parte avvenendo dall’altra parte del Mediterraneo non fanno lo stesso per abitudini consolidate, per minor sensibilità al problema e soprattutto perché fanno i conti con problemi un pò più grossi e alla plastica non pensa nessuno.

Da recenti analisi sembrerebbe che la plastica che giunge al mare nel mondo e va a formare quella gigantesca isola galleggiante nell’oceano indiano che ha indignato tutti, proviene principalmente da 5 fiumi, tutti in Asia.

Ma questa plastica è stata utilizzata principalmente da queste nazioni? No.

Fino all’anno scorso i paesi occidentali privi di sistemi di distruzione e/o di recupero dei rifiuti o che non volevano trattare le eccedenze, inviavano i propri rifiuti in Cina e in Indonesia (lo facevano anche le nostre città). Cosa succedesse a questi rifiuti non si sa esattamente, ma il punto fermo è che, da quest’anno, la Cina non accetta più la nostra spazzatura. E prima riceveva 7 milioni di tonnellate di scarti di plastica ogni anno.

E’ una notizia recente che anche la Malesia ha deciso di non prendere più rifiuti occidentali. Ha già spedito indietro 5 container di plastica non riciclabile alla Spagna e ha comunicato che invierà indietro altre 3000 tonnellate in altre nazioni. Tra queste vi sono USA, Giappone, Australia, UK.

È bene sapere che si tratta di rifiuti di bassa qualità, sporchi e non riciclabili che, comunque, adesso verranno inviati in altre parti del mondo, principalmente nel sud est asiatico.

Che fine fanno questi rifiuti? Poiché a riceverli non sono certo paesi all’avanguardia nella costruzione di inceneritori e impianti di riciclaggio è evidente che la via principale di smaltimento sarà nelle discariche. Da queste una parte finirà in mare attraverso i fiumi e un’altra sarà bruciata all’aria aperta per far posto ad altri rifiuti. Senza alcun tipo di filtro è inevitabile l’immissione nell’ambiente di sostanze tossiche quali aldeidi, diossine, composti policiclici aromatici, composti clorurati etc.

Il fatto è che l’aria inquinata da quelle parti non resta lì e arriva, prima o poi, anche da noi. La nostra plastica torna indietro.

Ma se l’esportazione nei paesi più poveri non risolve il problema quali altre soluzioni abbiamo? Il principio è semplice: chi produce rifiuti deve smaltirli. Già, ma come?

Tutti dicono no alle discariche (giustamente), ma molti dicono no anche alla combustione. La soluzione generalmente indicata è quella del riciclo il cui punto di partenza è la raccolta differenziata. Facile? No.

Innanzitutto cosa si ricicla effettivamente? I depositi di vetro traboccano e non lo vuole più nessuno. Così succede anche per la carta (ogni tanto un deposito va a fuoco). Per la plastica è peggio ancora.

La plastica ha dei problemi nel riciclo, ci sono centinaia di plastiche differenti che non sono compatibili tra loro, quelle riciclabili sono tre o quattro tipi soltanto (polietilene, polipropilene, PET e polistirolo), di tutte le altre non si sa cosa farne e sono un buon 30% della raccolta ottenuta dalla differenziata. Inoltre anche nel riciclo viene prodotta una buona quantità di indifferenziato che non si sa come utilizzare.

C’è poi la frazione di indifferenziato urbano che è circa un 40% del totale (se va bene perché si può arrivare anche all’80% in certe zone) e l’indifferenziato industriale con i rifiuti speciali.

Insomma la situazione è complicata. Chi pensa che differenziare sia la soluzione definitiva non sa di cosa parla. Nel nord Europa, però, sembra che abbiano risolto il problema dei loro rifiuti (e anche di una parte dei nostri visto che paghiamo per portarli lì): li bruciano.

Li bruciano e risparmiano, li bruciano e guadagnano.

Guadagnano i soldi che paghiamo noi per mandargli la nostra spazzatura, risparmiano perché invece di comperare petrolio o gas da bruciare per produrre energia elettrica e acqua calda per il riscaldamento, usano i rifiuti. Inoltre dalle ceneri recuperano anche metalli che noi abbiamo buttato via.

E l’inquinamento? Poi muoiono di cancro per l’inquinamento prodotto dagli inceneritori? No siamo noi in Italia ad avere le zone più inquinate d’Europa, i loro inceneritori sono puliti, usano le migliori tecnologie di depurazione. Vengono costruiti addirittura vicino alle grandi città.

Quindi che fare? Differenziare sempre, recuperare e riciclare il possibile e bruciare il resto. Con tutte le possibili garanzie di salubrità, ma questa è l’unica soluzione. Poi scienza e tecnologia progrediranno e non sappiamo cos’altro si potrà fare nel futuro. Ma oggi bisogna fare così

Pietro Zonca

La non scissione di Renzi

Ci si può scindere da un partito dal quale ci si era già allontanati da tempo? La decisione di Renzi di uscire dal Pd non è una sorpresa, ma un atto coerente con un percorso iniziato quasi dieci anni fa. L’incontro annuale della Leopolda, infatti, partì nel 2010. Anche negli anni ai vertici del partito e del governo la Leopolda non ha mai perso il carattere di iniziativa di un gruppo che si riconosceva esclusivamente nella leadership di Renzi. La struttura del nuovo movimento – Italia viva – d’altra parte si sta formando da oltre un anno intorno ai comitati civici (e alle loro proiezioni sui social media) che raccolgono migliaia di militanti. Tutto al di fuori del Pd. Non si può certo dire che la decisione di Renzi sia una manovra di “palazzo” né che non fosse prevista.

Sicuramente se lo avesse voluto Renzi avrebbe potuto condurre la sua lotta politica nel Pd puntando a far prevalere le sue idee con la concreta speranza di allargare i suoi consensi. D’altra parte ha vinto le primarie due volte. L’unico reale ostacolo è sempre stata la convivenza tra le diverse anime presenti in quel partito con le quali aveva già dovuto fare i conti dopo la prima elezione a segretario nel 2013. Al termine di accesi scontri politici esponenti di primo piano come D’Alema e Bersani lasciarono il Pd perché consideravano inaccettabili le scelte politiche della maggioranza raccolta intorno a Renzi. Scelte che, però, passarono. Ciò che rese difficile mantenere la guida del governo fu la sconfitta al referendum del dicembre 2016. Una più accorta gestione della riforma costituzionale da parte di Renzi non avrebbe portato al suo allontanamento dal governo e, forse, avrebbe influito anche sulle successive elezioni politiche. Le dimissioni definitive dalla guida del partito arrivarono invece dopo la sconfitta elettorale del 4 marzo 2018. Il cambio di orientamento politico del Pd fu sancito con l’elezione di Zingaretti a segretario dopo un lungo anno di sbandamento del partito privo di una vera guida politica. Quella fase di interregno resta difficilmente spiegabile e giustificabile in termini politici e sicuramente ha danneggiato il Pd e ha influito sulle vicende politiche nazionali. Fu, comunque, un periodo nel quale Renzi fece valere la sua autorevolezza sia ostacolando l’elezione di una nuova maggioranza alla guida del partito, sia impedendo un accordo col M5s per una maggioranza di governo. Si trattò, quindi, di una dimostrazione evidente di forza politica che si è ripetuta con la svolta del governo Conte 2 spinta e voluta innanzitutto da Renzi. Il quadro politico italiano che sembrava fatalmente avviato sulla strada di elezioni anticipate e di un monocolore sovranista a guida Salvini, ne è uscito sconvolto. Renzi ha registrato un’indubbia vittoria politica.

E allora perché l’uscita dal Pd? Motivazioni politiche serie non ci sono, ma ce n’è una che le sovrasta tutte: la volontà di Renzi. La politica (come la storia) è fatta dalle persone e non procede su binari predeterminati dalla logica e dalla ragione. Sono le persone che decidono la strada da costruire e una personalità forte come quella di Renzi può legittimamente cambiare il corso delle cose. O, almeno, provarci. Altro da dire non c’è.

Ci saranno, però, delle conseguenze. Non tutte prevedibili, ma alcune si possono già immaginare. Innanzitutto una maggiore instabilità dovuta a nuovi equilibri nella maggioranza di governo. Una cosa è un patto tra due partiti più Leu che ha un peso minore; altra cosa è che siano tre i partiti uno dei quali di Renzi con una forte spinta alla competizione.

Altra conseguenza è sul combinato taglio dei parlamentari/legge elettorale. Difficilmente il M5s rinuncerà al suo cavallo di battaglia (al quale incomprensibilmente attribuisce un grande valore). La conseguenza sarà un effetto maggioritario implicito nel taglio dei seggi che potrà essere corretto solo da una legge elettorale interamente proporzionale. D’altra parte il nuovo partito di Renzi non potrà aspirare ad affermarsi con un sistema maggioritario e, quindi, spingerà per il proporzionale, l’unico che gli conferirà il ruolo di ago della bilancia che le formazioni politiche di centro hanno sempre avuto.

Poiché l’interesse dei tre partiti – M5s, Pd, Italia viva – sarà di evitare elezioni anticipate è prevedibile che il ritorno al proporzionale puro sarà inevitabile. Il proporzionale però ha sempre alimentato gli appetiti dei partiti interessati a conquistare parti dell’elettorato più che garantire la governabilità. Finisce l’epoca nella quale si è tentato di dare ai cittadini il potere di scegliere il governo e il suo programma. Già con la legge attuale si è dimostrato come i risultati elettorali abbiano consentito due maggioranze alternative. In futuro saranno possibili combinazioni diverse con accordi post elezioni.

Tutto ciò accade in una fase di transizione molto delicata in Europa e in Italia. In Europa il tentativo è di trasformare politiche, patti e governance nella stabilità. Nel corso dei prossimi anni sono prevedibili molti cambiamenti che incideranno direttamente sulla situazione italiana. D’altra parte l’Italia si trova in un momento molto difficile perché i nodi di uno sviluppo difficile restano tutti lì. L’Italia è bloccata da un intreccio di problemi formatisi nel corso di molti anni. L’instabilità e la competizione per il consenso inevitabili con una pluralità di partiti non sono certo una risposta giusta per affrontarli. D’altra parte andare al traino dell’Europa con la destra sovranista pronta a rovesciare gli equilibri pompando ogni motivo di malcontento sarebbe un disastro.

La non scissione di Renzi si realizza in questo contesto. Forse allargherà l’offerta politica riportando al voto una parte degli astenuti. Forse influirà sul governo con proposte costruttive e di forte rinnovamento. O forse non ci riuscirà. Vedremo

Claudio Lombardi

Governo Conte: ora ci vuole un bagno di realtà

Il governo Conte bis si è dato un programma di sinistra populista, incentrato su un’ambiziosa estensione dei diritti individuali e sociali. Obiettivi da sottoporre a un bagno di realtà per rendere il piano praticabile.

Un programma di sinistra populista per estendere i diritti individuali e sociali

Nel suo discorso al Parlamento, il rinominato presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha pronunciato tante belle parole e indicato obiettivi condivisibili da chi crede in un’Italia che riporti su di qualche tacca la discussione pubblica e la convivenza civile rispetto ai tempi neanche tanto lontani in cui Lui – il segretario della Lega Matteo Salvini – dettava legge aspirando a ricevere “pieni poteri” (cioè a diventare premier) dopo elezioni anticipate. Scorrendo il programma di governo descritto dal presidente del Consiglio si trovano descritte idee e tanti provvedimenti che definiscono una sinistra populista, schierata a difesa dei diritti ma che prova anche a pensare al futuro. Dopo che “riforme” era diventata una parolaccia da non usare con il governo gialloverde, l’esecutivo giallorosso invece torna a centrare la sua attività sulla parolaccia, tanto che Conte si è riferito a una “nuova stagione riformatrice”. Non saranno le riforme economiche pro-concorrenziali che piacciono alle organizzazioni internazionali (la parola “liberalizzazione” non è menzionata), ma piuttosto cambiamenti istituzionali e sociali che avranno l’obiettivo di riavvicinare i cittadini e le organizzazioni intermedie alla politica e che allargheranno i diritti sociali investendo ambiti come l’assistenza alle famiglie, la scuola e l’università. Il rischio è che si tratti di un “vaste programme” che richiede anche modifiche costituzionali (cioè tempo) e che quindi ha poche possibilità di essere realizzato. Tra i provvedimenti economico-sociali, l’adozione di un salario minimo e di maggiori tutele e maggiori possibilità di partecipazione per i lavoratori, “soprattutto se donne e se giovani, e soprattutto nel Mezzogiorno”, oltre alla ripresa di politiche di incentivazione dell’innovazione e al rafforzamento societario delle aziende.

Ci vorrà però un bagno di realtà

Per promuovere i diritti bisogna però farlo bene. Per esempio, come ricordava tra l’altro il governatore campano Vincenzo De Luca a Cernobbio, il reddito di cittadinanza del governo precedente pare abbia fatto scomparire il lavoro stagionale. Capita cioè quello che ci si poteva aspettare: un welfare generoso può dare un reddito dignitoso a chi non l’aveva prima, ma se scoraggia la ricerca di lavoro proprio delle categorie (giovani e donne) che in modo sproporzionato sono escluse dal mercato del lavoro rischia di mancare uno dei suoi obiettivi. Si vedrà se il M5s è disponibile a rivisitare la sua misura bandiera in modo da evitarne gli effetti deteriori sulla partecipazione al mercato del lavoro.

Anche nella fissazione del salario minimo, il rischio di generare effetti non desiderati e controproducenti sul mercato del lavoro proprio per i giovani dipende in modo cruciale dal livello a cui si fissa questo salario. Come discusso anche da Andrea Garnero su questo sito, fissarlo a 9 euro l’ora implicherebbe stabilire un livello relativamente elevato (pari all’80 per cento circa del salario incassato dal lavoratore mediano, quello che sta esattamente a metà della distribuzione dei salari) che non si ritrova negli altri paesi Ocse, dove il salario minimo si colloca tra il 40 e il 60 per cento del salario mediano. Una possibilità – perseguita in Francia ma costosa per il bilancio pubblico – sarebbe quella di compensare l’eventualmente eccessivo livello del salario minimo con una detassazione del costo del lavoro.

Il che porta a ricordare che garantire i diritti costa (altro esempio: l’abolizione del superticket sulle prestazioni sanitarie costerebbe circa 600 milioni). Già ci sarà da trovare tanti soldi per disattivare l’aumento dell’Iva. Ma poi rimane che estendere diritti ai cittadini dà luogo a doveri, specificamente fiscali oppure di riduzioni di altre voci di spesa, da parte del governo che propone tale estensione. Il non riconoscimento di questi altri doveri (che sono poi l’altra metà del bilancio pubblico) rischia di trasformare in regali temporanei la concessione di diritti giustamente descritti come conquiste di civiltà o applicazioni della nostra costituzione. È vero che potrebbero arrivare risorse aggiuntive da un’ulteriore riduzione dello spread sotto i 150 punti base, a cui si è giunti con l’esclusione dei no-euro dal governo e dall’auspicata flessibilità di bilancio negoziata con Bruxelles. Ma future riduzioni dello spread sono tutte da guadagnare sul fronte interno. Sarà un caso, ma Moody’s ha infatti subito ricordato che l’auspicata riduzione del rapporto debito-Pil indicata tra gli obiettivi dal premier è incoerente con l’insieme delle misure economiche prospettate finora. Il rischio concreto è che la luna di miele di cui ha inizialmente goduto il nuovo governo (soprattutto per demerito del governo precedente) possa arrivare rapidamente e dolorosamente a una conclusione se presentasse una legge di bilancio velleitaria. E anche la flessibilità di bilancio ottenibile dalla nuova Commissione europea – visto il (positivo!) recupero di buoni rapporti con l’establishment europeo – dovrà comunque per ora essere ancorata alle regole esistenti che la vincolano a specifiche circostanze. Una di queste è il verificarsi di una crescita inferiore rispetto alle previsioni: tale circostanza può regalare una manciata di decimi di punto di Pil, non interi punti di Pil rispetto all’obiettivo di deficit all’1,8 per cento preventivato dal governo precedente.

Nel complesso, per quanto stia ovviamente alla maggioranza di governo stabilire quando farlo, rimane che l’immersione del programma del governo Conte bis in un tempestivo bagno di realtà sarebbe una cosa salutare e necessaria per la durata e l’efficacia di azione dell’esecutivo.

Francesco Daveri tratto da www.lavoce.info

I populisti ovvero i finti pazzi al potere

Da Nixon a Trump e poi Boris Johnson fino al comico Zelensky in Ucraina i populisti sembrano governare in presa diretta col popolo in un tripudio dell’eccesso, ma è solo la riedizione moderna della “teoria del matto” ovvero di un antico insegnamento di Machiavelli che consigliava al principe di simulare la pazzia.

«Purtroppo, in America, abbiamo un presidente pazzo». Dall’alto della sua onorata carriera, il regista Brian De Palma si può permettere questo lapidario giudizio, senza timore di essere fulminato all’istante dall’ennesimo tweet scagliato dai giardini della Casa Bianca. Dunque, “the Donald”, questo omaccione ingombrante e volgare che occupa oggi la stanza dei bottoni della grande potenza occidentale sarebbe un pazzo inciampato per caso nella storia americana: una eccezione, un’anomalia, una parentesi destinata a non lasciar traccia nel prossimo futuro.

La questione, purtroppo, non è così elementare come la si può vedere dalle amene colline hollywoodiane, e nella stampa a stelle e strisce il dibattito è aperto da tempo, così come si conviene in una grande democrazia. Chini al capezzale del presidente, solo pochi mesi fa, in occasione del vertice clamorosamente fallito in Corea del Nord (che spettacolo: un braccio di ferro atomico tra due pazzi scatenati!) non pochi analisti hanno così riesumato la dimenticata “teoria del matto”: the Madman Theory.

Vediamo. Nel 1969, in piena crisi del Vietnam e al culmine della guerra fredda, l’amministrazione Nixon lavorò per far credere al Cremlino che il presidente americano era «irrazionale e imprevedibile», pronto dunque a scatenare una guerra nucleare nel braccio di ferro con l’avversario. Così lo stesso Nixon si confessa al suo capostaff, H.R. Haldeman: «Vedi Bob, io la chiamo la teoria del matto. I nordvietnamiti devono credere che io sono pronto a tutto per vincere questa  guerra, anche a costo di buttare la bomba…».  Va da sé che Tricky Ricky – il vecchio imbroglione della Casa Bianca – non aveva scoperto nulla di nuovo. Cinquecento  anni prima, Niccolò Machiavelli addestrava così il suo principe: «Come egli è cosa sapientissima simulare in tempo la pazzia…».

Dunque: pazzo o non pazzo? È un fatto che Richard Nixon fosse un grande bevitore e consumatore di pillole, che soffrisse di insonnia, di depressione, di ipertensione. Ma lasciamo questo vecchio presidente al suo destino: la teoria del pazzo fu considerata dai più avvertiti strateghi politici americani «inefficace e pericolosa» e presto abbandonata come una pittoresca esagerazione. Oggi occorre forse un ripensamento, vista la moltitudine di pazzi che occupano la scena internazionale e che piegano l’agenda politica del proprio e degli altrui Paesi a scomposte scalmane. Negli ultimi mesi ha fatto irruzione sulla scena il biondo, opimo, scatenato Boris Johnson, vero gemello di Donald Trump. In poche settimane il leader conservatore britannico è riuscito a conquistare il partito, mettere in mora il Parlamento, espellere i maggiorenti tories, ri-perdere il partito, passare in minoranza, infine avvolgere in una nebbia impenetrabile i destini della più antica democrazia europea.

Scrive sul New York Times il giornalista britannico James Butler: «Con Boris Johnson finisce l’Inghilterra: non con un’esplosione, ma con un falò di bionde ambizioni». Il ritratto dell’uomo è impietoso: «Il signor Johnson – la cui pigrizia è proverbiale e il cui opportunismo leggendario – è un uomo ben avvezzo ai tradimenti, un imbonitore che titilla i pregiudizi del suo pubblico per facili guadagni. La sua vita personale è incontinente, la sua carriera incoerente». Boris e Donald, gemelli separati dalle due sponde dell’Atlantico. Protagonisti di quello che ancora il New York Times chiama «the rise of radical incompetence»: l’ascesa dell’incompetenza radicale. I due leaders, sottolinea il politologo William Davies, «rifiutano con orrore l’idea stessa di un governo come impresa complessa e basata sui fatti». I guerrieri del populismo – avverte Francis Fukuyama – sono praticamente inutili: «Possono solo arrestare la crescita economica, esacerbare le contraddizioni e peggiorare lo stato del Paese». Ma l’onda è lunga, e Donald e Boris sono da tempo in buona e numerosa compagnia. In Brasile il presidente Jair Bolsonaro, dopo aver messo a ferro e fuoco l’Amazzonia per incompetenza e complicità con gli incendiari, scatena una guerra mediatica contro il presidente francese Macron, messo alla berlina per aver sposato una donna più anziana. «Mia moglie ha trenta anni meno di me», sogghigna sui social compiacenti il successore di Lula: la variante brasiliana della teoria del matto è un impasto di bullismo, machismo, incompetenza e aggressività.

Il suprematismo politico e presidenziale ha mille incarnazioni. A Est, il turco Erdogan riempie le patrie galere di avversari politici, magistrati e giornalisti; perde le elezioni a Istanbul e annulla il voto; incassa una nuova sconfitta e minaccia rappresaglie. In Ungheria il presidente Viktor Orbàn alza barriere di filo spinato per difendere i magiari dall’invasione turca e in casa propria sbatte in cella i barboni che osano farsi vedere per le strade di Budapest.

Ancora più a Est, il nuovo presidente ucraino Volodymir Zelensky è un comico che ha fatto fortuna con la serie televisiva Servitore del popolo, che ha fondato un partito con lo stesso nome e che ha conquistato il potere promettendo di «rovesciare il sistema». Zelensky gira il Paese con le telecamere al seguito, città per città convoca funzionari e burocrati, caccia e licenzia in diretta televisiva dignitari e politici locali: «Via di qui, ladro! Stasera stessa voglio le tue dimissioni!». Il pubblico applaude, per le strade la folla è in delirio. Riuscirà il giovane presidente a cambiare davvero il Paese, riuscirà ad estirpare la mala pianta della corruzione? Nessuno se lo chiede davvero, la gente è semplicemente affascinata dallo spettacolo in sé, dall’esibizione dei muscoli, dall’ adrenalina dei processi di piazza.

Il pazzo è arrivato al potere nelle pieghe più periferiche del pianeta. Prendete El Salvadòr, uno dei paesi più poveri e depressi del Centroamerica, teatro più di trenta anni fa di una sanguinosa guerra civile. Qui, tra campagne abbandonate e periferie dissipate, il nuovo presidente è Nayib Bukele, un millennial di origini palestinesi, una sorta di alieno apparso dal nulla della storia. Bukele, imprenditore di successo, sconosciuto in politica fino al suo inaspettato trionfo elettorale, governa a colpi di tweets, e a colpi di tweets – con la parola d’ordine/medicina – licenzia o promuove ministri e dignitari. In meno di una settimana, il giovane presidente ha ordinato la cacciata di una trentina di funzionari legati all’ex capo dello Stato. La formula è sempre la stessa: «Si ordina al ministero di rimuovere dal suo incarico e dallo stipendio il signor…». Ed è sempre identica la risposta del funzionario incaricato di tagliare la testa: «Subito, signor presidente…». Ha cambiato qualcosa, in Salvadòr, il nuovo presidente? Il Paese resta povero, insicuro, corrotto, migliaia di giovani si uniscono alle bande di criminali di strada o cercano di emigrare verso il Messico e gli Stati uniti. Nulla è cambiato, nella vita delle persone, ma lo stile di Bukele piace, e piace soprattutto l’odore del sangue.

Il comico, il buffone, il pazzo, il deforme nel corpo e nella mente.  Nella tradizione classica era il personaggio destinato a divertire la corte e il sovrano: un carattere secondario, concepito per strappare risate all’uditorio. «Ahi, povero Yorick. L’ho conosciuto, Orazio: un uomo di un brio inesauribile, d’una fantasia senza pari…dove sono ora i tuoi lazzi, le tue capriole, i tuoi canti, i tuoi lampi di allegria che a tavola alzavano scrosci di risate?». Oggi Yorick non è destinato all’oblio di un cimitero di campagna, anzi. Il matto ha soppiantato re e regine, Yorick infine è il sovrano stesso. E se il buffone ha le sembianze e il potere del sovrano, il mondo, il nostro mondo, come direbbe Amleto, è davvero fuori di sesto.

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

1 2 3 156