A che serve la scuola pubblica (di Elisabetta Berselli)

Genova, quartiere CEP. Questo è il mio terzo anno di insegnamento, insegno lettere in una scuola media “a rischio” e quotidianamente ho a che fare con ragazzi che troppo spesso hanno problemi così grandi da affrontare da non avere tempo per concentrarsi sulla propria formazione. Genitori che hanno perso il lavoro, povertà, ghettizzazione in quartieri popolari resi inaccessibili dalla mancanza di strutture; una parte dei miei ragazzi è cresciuta per strada, ha negli occhi lo specchio di una comunità resa moralmente povera che non sa accogliere e lenire il disagio sociale, ha nelle tasche il vuoto di uno Stato che non investe nell’individuo e ha i pugni chiusi e gli occhi bassi di chi, a dodici anni, ha smesso da tempo di sognare. Una parte dei miei ragazzi non pensa al futuro perchè la sua preoccupazione principale è sopravvivere al presente.

I miei colleghi ed io siamo profondamente convinti che il loro riscatto sociale passi attraverso la scuola, un’istituzione che offra loro un modello di microsocietà in cui sperimentare comportamenti diversi da quelli mutuati dalla legge della strada, un luogo in cui scoprire le proprie attitudini, cementare o costruire quell’autostima che troppo spesso è stata resa fragile, quasi inesistente dalle esperienze di disagio economico e familiare.

Il benessere dell’individuo, sia esso studente o docente, è la base fondante dell’apprendimento.

Non c’è riforma che parta dall’obiettivo benessere dei protagonisti della scuola, non c’è riforma che si occupi di intervenire seriamente sull’individuo, si parla soltanto di competenze, come lo stolto che guarda il dito, quando il dito indica il cielo. Parte dei miei ragazzi è un cielo stellato perennemente coperto da nuvole e la scuola, che è un’istituzione dello Stato, è sempre più depauperata del potere di diradare queste nuvole.

Questi ragazzi hanno bisogno di libri, ma spesso le famiglie non se li possono permettere. Per l’anno in corso la Regione Liguria non ha stanziato un solo euro a favore del comodato d’uso dei testi scolastici. Sono la responsabile del comodato d’uso e quando arrivo a scuola, la mattina, spesso mi aspettano le madri degli studenti: mi chiedono i libri, mi parlano di un disagio economico profondo, arrivano con le bollette da pagare in mano, Isee spaventosamente irrisori, sono sciupate dalla vita e sperano soltanto che i propri figli non debbano faticare, come faticano loro, per mantenersi. Non di rado mi chiedono di occuparmi di questi ragazzi perchè temono che la strada li inghiotta.

Ho telefonato agli ex studenti della nostra scuola e ho chiesto loro di portare i testi che avevano in cantina e che non erano riusciti a vendere, la segreteria ha stilato una graduatoria in base all’ Isee e ho distribuito i libri: la famiglia di un ragazzo che ha presentato un Isee di quattromilaquattrocento euro deve comprare tutti i libri di prima media per un valore complessivo di circa trecentocinquanta euro; quando gliel’ho comunicato, questa mattina, aveva negli occhi la preoccupazione di un adulto e questo non è giusto perchè ha ancora dieci anni, è molto bravo a scuola e vorrebbe diventare un ingegnere.

Se penso a quei ragazzi che lo scorso anno hanno frequentato la terza media, se penso al percorso di alcuni che, faticosamente, hanno raggiunto la consapevolezza dei propri talenti e hanno deciso di iscriversi ad un liceo magari e che quest’anno si sono ritrovati fra i banchi di una scuola nuova, forti solo del loro coraggio, della voglia di cambiare il proprio destino e si sono sentiti rispondere che la scuola non può fornire i libri, non riesco a non domandarmi se molti di loro non sono tornati a casa già un po’ sconfitti. Dov’è finito il concetto di diritto allo studio per i meritevoli anche se economicamente disagiati? Come fa un meritevole a studiare senza libri? Come fa una famiglia di un meritevole a comprare i libri, quando già fatica a sfamare e vestire il meritevole?

Questi ragazzi hanno bisogno di persone qualificate, che li ascoltino, che indichino loro una via d’uscita; bisognerebbe garantire loro l’appoggio di uno sportello d’ascolto gestito da psicologhe qualificate.

Questi ragazzi hanno bisogno di riconoscere nella scuola il veicolo del loro riscatto sociale e culturale e, invece, qualcuno, a volte, preferisce attirare attenzione dell’opinione pubblica chiamando i loro insegnanti “fannulloni” e definendo le loro capacità di insegnamento al di sotto della media, perchè si prende come parametro esclusivo di valutazione il rendimento.

Domando, per esempio, agli ideatori della prova nazionale Invalsi perchè non hanno previsto una prova specifica di italiano per alunni stranieri di prima generazione? Ho conosciuto studenti stranieri che in un anno hanno imparato ad esprimersi correttamente in italiano, a studiare in una lingua che non gli appartiene e che sono stati penalizzati dall’Invalsi cioè durante una verifica conclusiva di un percorso di studi della durata di otto anni che si è pensato fossero stati tutti passati nelle aule italiane. Ancora una volta lo stolto che guarda il dito: quale obiettivo vuole raggiungere l’Invalsi? Verificare il livello di apprendimento raggiunto nel primo ciclo di studi dagli studenti italiani. Ma gli studenti italiani che sono tanti  e diversi: figli di papà, nauseati e viziati, perennemente “contro” perchè non hanno nulla da conquistare, figli della piccola borghesia che si sta impoverendo, figli della prima generazione che non è riuscita a migliorare la propria situazione rispetto a quella dei genitori, figli di operai che difendono il lavoro che stanno perdendo, figli di immigrati che a casa imparano e scrivono l’arabo, lo spagnolo, il russo, l’albanese, il cinese e solo a scuola e per strada l’italiano, figli di povera gente che non ha un libro in casa e che lo considera un lusso, figli di nessuno che a scuola hanno imparato a far parte di una microsocietà nel rispetto delle regole, che non sanno il congiuntivo, ma il cui percorso umano può anche non essere inficiato da una valutazione sterile, dato che siamo comunque nella scuola dell’obbligo.

Eppure “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Io lo insegno ai miei studenti e, quando mi impegno per loro, mi sento parte di quella Repubblica che i nostri padri costituenti hanno voluto, molto più di quanto mi senta rappresentata e compresa da questo governo che non ha il minimo interesse nella formazione intesa come “sviluppo della persona umana”. Le competenze, i contenuti…, ma il contenuto è nullo senza un saldo contenitore.

La risposta di questo governo alle nostre difficoltà è forse tutta contenuta in uno dei cinquemila quiz che pochi giorni fa sono stati somministrati agli aspiranti Dirigenti Scolastici di tutta Italia: domanda: “Qual’è l’obiettivo del Ministero?” Risposta corretta:”Privatizzare la scuola”. Sembra una barzelletta, ma è la tragica realtà che non farà ridere nessun insegnante che ogni giorno è impegnato, nonostante tutto, a ripulire il cielo dalle nuvole degli interessi dei potenti a discapito dei meno fortunati.

Elisabetta Berselli

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