A ciascuno la sua fase 2

Adesso la responsabilità è nostra dicono i giornali e dice il governo. Andiamoci piano, ognuno deve vivere la sua fase 2. Noi cittadini dobbiamo rispettare le regole della mascherina, della distanza e dell’igiene. Se non lo facciamo, se pensiamo che sia tutto risolto, è possibile che molti si ritrovino a commentare le “prodezze” loro od altrui in un letto di ospedale.

Rispettare le regole però non basta se anche altri non faranno le scelte giuste nella loro fase 2. Al governo e ad ogni altra autorità pubblica spetta non ripetere gli errori del primo mese e tappare i buchi che si sono creati nella gestione dell’emergenza. Dunque tamponi, analisi, ospedali covid, assistenza territoriale e, magari, anche la app della discordia che dovrebbe aiutare a tracciare i positivi.

La parte sanitaria però non è tutto. La pandemia ha (ri)messo a nudo criticità che rendono l’Italia più fragile. Le conosciamo bene e possono essere indicate con tre parole: semplificazione, produzione, potere. Tre palle al piede che ci portiamo dietro da un passato di debolezza delle classi dirigenti e del legame tra Stato e cittadini e che oggi sarebbe saggio cominciare a rimuovere.

Di “lotta alla burocrazia” sono piene le dichiarazioni di politici, imprenditori, sindacalisti, opinionisti. Ma la burocrazia non nasce sotto gli alberi come i funghi.  Come ha osservato Sabino Cassese in un recente intervento che abbiamo commentato qui http://www.civicolab.it/eliminare-la-burocrazia-cosa-ne-pensa-il-prof-cassese/, la burocrazia agisce all’interno di normative da altri determinate. Normative sempre più intricate con il nobile scopo di contrastare mafie e corruzione (ma anche per compiacere interessi corporativi e rendite di posizione di chi gestisce gli apparati) in grado di bloccare o depotenziare qualunque azione o intervento pubblico. Da anni il Sole 24 Ore monitora l’emanazione dei decreti di attuazione delle leggi approvate dal Parlamento incluse quelle che riguardano le manovre finanziarie. Ebbene non c’è anno nel quale non vi sia un arretrato di centinaia di decreti. In pratica le leggi risultano vigenti, ma non lo sono veramente perché non possono essere attuate. Vi è poi l’incapacità (o la debole volontà politica?) di individuare il cuore dei problemi e su quello intervenire senza tirarla per le lunghe. Prendiamo le carceri. Costruirne a sufficienza per non far vivere i carcerati in condizioni disumane dovrebbe essere un obbligo per lo Stato. Non è stato fatto e periodicamente ci troviamo a discutere di accorciare le pene o aumentarle dando per scontato che il cuore del problema non sia affrontato e resti tale e quale.

Semplificazione sta per capacità di far funzionare il sistema decisionale e gestionale dello Stato e degli enti pubblici. Sembra che il motto del circuito politica-amministrazione sia sempre lo stesso: troppo poco, troppo tardi. Una conferma viene dagli aiuti finanziari promessi alle imprese. Troppo poco perché non di aiuti si tratta bensì di prestiti erogati dalle banche. Troppo tardi perché questa scelta porta ad un inevitabile allungamento dei tempi. Forse c’erano altre strade per far corrispondere le promesse ai risultati. Gli esempi di ciò che è stato fatto in altri paesi indicano che è possibile.

Andiamo bene, invece, nel campo dei sussidi. Tra cassa integrazione, reddito di cittadinanza, bonus per gli autonomi e (tra poco) reddito di emergenza ce n’è per tutti i gusti e per decine di milioni di persone e, ovviamente, tutto ciò che è già stato concesso (80 euro bonus vari) in precedenza resta. Se in un momento di crisi è giustissimo erogare aiuti diretti e immediati a chiunque possa averne bisogno non può affermarsi l’idea che gli italiani possano campare di rendita con poco lavoro, scarse retribuzioni e integrazioni di reddito da parte dello Stato.

Forse non è del tutto chiaro che produzione e lavoro costituiscono la ricchezza di un Paese. Ovviamente perché si sviluppino occorrono dei presupposti e delle infrastrutture fisiche e sociali. Bisogna formare le capacità lavorative che includono la creatività necessaria per l’innovazione e inserirle in un contesto sociale che funzioni. Degrado e produttività non vanno d’accordo.

Come esempio negativo prendiamo il caso dell’agricoltura. Abbiamo “scoperto” in questa crisi che, senza i lavoratori stranieri, rischiamo di non avere merci sufficienti nei mercati. Per anni è stata fatta campagna contro gli stranieri che “rubano il lavoro agli italiani” e adesso che se ne sono andati e possono essere sostituiti si vede che gli italiani non corrono in massa a cercare lavoro nelle campagne. È perché si guadagna poco e si lavora tanto? Ovvio, e allora la pandemia è l’occasione per smetterla con l’ipocrisia che nasconde il super sfruttamento e sistemare un po’ le cose. Come? Primo, regolarizzare la presenza dei lavoratori stranieri e pagarli il giusto. Secondo, adeguare la nostra scala di valori sia nei confronti del lavoro che dei prodotti dei quali ci nutriamo. Lavorare nell’agricoltura non è una vergogna e pagare un po’ di più per prodotti che derivano da una filiera controllata senza schiavi nei campi deve essere accettabile.

Su tutto svetta la questione del potere. Mai come in questo periodo abbiamo avvertito l’importanza di avere fiducia nelle istituzioni e in tutti quelli che rappresentano lo Stato. Incluso l’operatore di polizia che controlla la nostra autocertificazione e stabilisce se è credibile oppure no. Se gli italiani hanno dato una prova eccezionale di consapevolezza e di rispetto delle regole (una piccola minoranza le ha violate e si è notata negli spazi lasciati liberi dalla stragrande maggioranza) lo hanno fatto anche perché si sono affidati alle autorità pubbliche. Purtroppo la conflittualità tra regioni e governo e addirittura tra comuni e regioni ha mostrato il lato debole del potere: la sua tendenza all’autoreferenzialità che corrisponde a quel carattere di frammentarietà che è un tratto distintivo della nostra identità nazionale. Molto si può fare intanto chiedendo alle forze politiche di dare l’esempio. A differenza di altri Paesi da noi l’opposizione, sia a livello nazionale che regionale, ha cercato di indebolire l’azione del governo fin dall’inizio della crisi ricorrendo ai più vari pretesti. Questo è stato un cattivo esempio che va a stimolare l’egoismo delle fazioni cioè esattamente il contrario di ciò che andrebbe fatto.

“Insieme ce la faremo” si dice. Lo speriamo, ma non è una certezza

Claudio Lombardi

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