A proposito di corruzione: i patrimoni confiscati alla mafia

La corruzione esplicita e la corruzione implicita. Anche frenare, bloccare, sabotare è corruzione. Nel clamore suscitato dalle baruffe in Parlamento non deve sfuggire una notizia che è un piccolo tesoro perché racchiude tanti degli aspetti del sottosviluppo italiano. Nel Fondo unitario per la giustizia gestito da Equitalia ci sono 2 miliardi di euro in titoli e contanti confiscati alla mafia che dovrebbero essere già stati versati al bilancio dello Stato (Interno e Giustizia) e che, invece, rimangono lì dove stanno. La denuncia è del prefetto Caruso direttore dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati e serve per scoperchiare l’affare dei patrimoni confiscati alle mafie.

Si scopre così che ammonterebbe a una trentina di miliardi il valore di quei beni che dovevano essere destinati a fini sociali e che, invece, sono rimasti quasi tutti nelle mani di amministratori giudiziari che li considerano beni privati facendosi pagare a peso d’oro. Dunque il caso dei 2 miliardi “pronta cassa” in Equitalia non è nemmeno il più eclatante.

Caruso denuncia anche che questi amministratori giudiziari gestiscono da decenni i patrimoni confiscati trasformandoli in una loro rendita personale. Caruso porta l’esempio di Gaetano Cappellano Seminara che in Sicilia presiede un consiglio di amministrazione di un’azienda confiscata. Ebbene oltre ad una retribuzione di 15omila euro l’anno questo tizio pretende anche 7 milioni di euro per consulenze. L’interessato replica dicendo che i bilanci sono sempre stati controllati e approvati. Peccato che le tecniche della corruzione prevedano anche di salvare le forme perché i furti “legalizzati” sono quelli che vengono meglio.

Una notizia che spiega meglio di tante analisi perché l’Italia sia in declino e perché non vengano gli investitori a fare impresa qui da noi. La corruzione è diffusa e coinvolge ogni settore degli apparati pubblici unendosi alla colpevole inefficienza di una burocrazia che agisce nel suo interesse e di una politica che non la sa e non la vuole dirigere.

In questa situazione non basta approvare una legge e lasciarla nelle mani della burocrazia

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