Acqua bene comune: il mercato non è tutto (di claudio lombardi)
Per la ripubblicizzazione dell’acqua, per la tutela dei beni comuni, della biodiversità e del clima, per la democrazia partecipativa. Questi sono gli obiettivi intorno ai quali il Forum italiano dei movimenti per l’acqua (www.acquabenecomune.org) terrà a Roma una manifestazione nazionale il prossimo 20 marzo con un corteo che partirà da piazza della Repubblica alle 14 e si concluderà a piazza Navona. La manifestazione segna un livello più elevato di mobilitazione e di lotta del Forum, cartello che raggruppa centinaia di associazioni e comitati nazionali e locali e al quale aderiscono anche numerosi comuni e province, che ha già prodotto una proposta di legge di iniziativa popolare firmata da più di 400mila cittadini e che sta per lanciare una proposta di referendum abrogativo dell’art. 15 della legge 166/2009 la legge che ha cambiato le regole per l’affidamento di alcuni servizi locali rendendo quasi inevitabile l’ingresso dei privati nella loro gestione.
Per capire di che si tratta occorre riepilogare i termini della questione vedendo innanzitutto cosa dice la nuova normativa. L’art 15 della legge 166/2009, che si applica concretamente ai settori idrico, dei rifiuti e del trasporto locale, stabilisce che gli affidamenti dei servizi locali debbano avvenire solo con gara pubblica alla quale possono partecipare le società sia pubbliche che private. Gli affidamenti diretti rimangono possibili, ma solo se si tratta di società miste nelle quali il privato abbia almeno il 40% delle azioni e ruoli operativi e sia scelto con procedure competitive. Gli affidamenti diretti che fanno capo ad una S.p.A. quotata in borsa possono essere mantenuti fino alla scadenza solo se la percentuale di proprietà pubblica scende al 30% delle azioni entro il 2015, altrimenti i servizi devono essere messi a gara. Non esiste, dunque, l’obbligo di vendere le azioni di proprietà pubblica qualora si accetti di partecipare alla pari con gli altri concorrenti a gare per l’affidamento del servizio, ma, di fatto, si favorisce l’ingresso dei privati in un settore nel quale non si produce un bene o un servizio qualunque,ma si eroga l’acqua che è l’elemento di base per la vita insieme all’aria.
Nulla di scandaloso se si guarda ad un mondo ideale dove tutti si comportano con il massimo rispetto dell’interesse della collettività e dei beni comuni, anzi, in questo mondo ideale, la concorrenza con i privati potrebbe anche determinare una spinta al miglioramento delle società di proprietà pubblica.
Tuttavia, nel mondo reale che conosciamo i rischi ci sono per due ordini di motivi: il primo è costituito dalla possibilità, esistente in ogni procedura competitiva, che qualcuno bari promettendo ciò che non è in grado di mantenere o che è intenzionato a mantenere per un breve periodo di tempo; il secondo è che società di grandi dimensioni vogliano accaparrarsi fasce di mercato in settori che agiscono in condizioni di monopolio naturale aumentando le proprie dimensioni e il conseguente potere contrattuale in realtà locali che non hanno gli strumenti per opporsi e per controllare efficacemente.
Inoltre per l’acqua ci può essere una gestione efficiente ed oculata, ma non ci può essere un mercato trattandosi di un monopolio naturale, di un bene che non può essere negato a nessuno (ovviamente per gli usi personali, non per quelli industriali) e di un bene che non può essere gestito per produrre profitti. Inoltre bisogna spendere tanti soldi per sistemare la rete di captazione e di distribuzione e per rendere efficiente quella di smaltimento. Soldi che non si sono spesi (o si sono spesi male o sono stati oggetto di ruberie) nei decenni passati per responsabilità delle aziende di gestione e dei politici che avrebbero dovuto indirizzare e controllare le loro attività. Ovviamente nel passato ci sono luci e ombre e ci sono tanti casi di ottima gestione che non vanno dimenticati. Ora, però, si tratta di spendere decine di miliardi di euro per gli investimenti necessari e di farlo partendo dalla ricostruzione di un valido sistema di regolazione e di controllo. L’ultimo dei problemi, oggi, è quello del passaggio al mercato che non sembra proprio in grado di migliorare le cose. Spingere in questa direzione nella situazione attuale significa favorire chi ha mire speculative e sa che l’acqua può essere un settore nel quale sfruttare la posizione di monopolio e la redditività garantita.
E invece oggi bisognerebbe provare a far rinascere una cultura del servizio pubblico e una nuova capacità di indirizzo degli enti locali e delle regioni che, insieme, a forme più incisive di partecipazione dei cittadini potrebbero rivelarsi ben più importanti di teoriche regole di mercato per la rinascita del settore idrico, per una gestione più efficiente e un miglior sfruttamento del primo dei beni comuni. Anche per gli investimenti da fare si potrebbe pensare di finanziarli con l’emissione di obbligazioni a redditività garantita dallo Stato e destinate prioritariamente agli utenti del territorio interessato. In questo modo sarebbero gli stessi utenti a godere i frutti di gestioni efficienti, insieme ai miglioramenti del servizio e sarebbero anche indotti a controllare il lavoro delle società di gestione.
A dirli così sembrano concetti semplici eppure il Governo con ostinazione persegue un disegno diverso. È legittimo chiedersi se veramente abbia a cuore i beni comuni e l’interesse della collettività o se, invece, tenga più all’interesse di gruppi privati che vedono nell’acqua un business facile e redditizio. Per aiutare a fare chiarezza occorre agire, creare un movimento di lotta che è già nato, ma che si deve estendere e dare una spinta al cambiamento con il referendum abrogativo della legge 166 e con le nuove proposte di riforma dell’acqua che sono state elaborate e che possono essere ulteriormente migliorate.
La partecipazione dei cittadini ha un’importanza cruciale e già oggi se si applicasse il comma 461 della legge 244/2007 potrebbe costituire un pilastro del sistema di controllo del servizio. Sarebbe di rimettere al centro l’interesse generale e la cultura del servizio pubblico invece di far credere che dall’ingresso dei privati potrebbe venire la soluzione a tutti i problemi accumulati negli anni passati.
Per questo ben venga la manifestazione del Forum e ben venga il referendum abrogativo dell’art. 15 della legge 166/2009 e speriamo che da queste azioni inizi una storia nuova per i servizi pubblici in Italia.
Claudio Lombardi

0 Comments
You can be the first one to leave a comment.