Acqua pubblica: ora il referendum (di claudio lombardi)
Ci sarà tempo e modo per parlare diffusamente dei quesiti referendari che sono stati depositati il 31 marzo dal Comitato formato dagli aderenti al Forum dei movimenti per l’acqua. Come abbiamo avuto modo di scrivere già in questo sito la riforma introdotta con l’art. 15 della legge 166/2009 non è una vera riforma, ma una “finzione” che vorrebbe spacciare per riforma una forte spinta all’ingresso di aziende private in alcuni servizi pubblici locali di cruciale importanza per i cittadini e per la vita sociale come quello idrico e del trattamento dei rifiuti e la vendita di parte delle azioni delle società di proprietà pubblica. L’intenzione del Governo, che ha voluto la “riforma”, è di rimediare alle gestioni inefficienti e alla necessità di grandi investimenti attraverso la messa a gara dei servizi nella speranza che la concorrenza e le aziende private riescano a fare meglio di quelle di proprietà pubblica. Ottima intenzione senza dubbio, ma di una ingenuità che suscita forti sospetti sia per i suoi presupposti che per i rimedi cui si ricorre. Infatti, chiunque conosca la situazione italiana ha, perlomeno, intuito che nel nostro Paese la cultura dello Stato, dell’interesse generale e della cura dei beni pubblici è molto debole e che tale debolezza è il frutto di molteplici fattori primo fra tutti la conclamata assenza di classi dirigenti che la contrastino. Conclamata perché uno Stato dove la corruzione ha raggiunto i livelli fotografati poche settimane orsono dalla Corte dei Conti e dove la spesa pubblica raggiunge livelli di sprechi e copre ruberie generalizzate (come dimostra lo scandalo che ha coinvolto la Protezione civile) manca, innanzitutto, di una classe dirigente all’altezza dei suoi compiti oppure ne ha una che cura sé stessa non la cosa pubblica. Questa mancanza si ripercuote sugli apparati pubblici, ma coinvolge, occorre dirlo, anche la società civile nella quale la cultura dello sfruttamento delle risorse pubbliche si è diffusa e ha prodotto molti danni. D’altra parte in questa situazione con uno Stato debole a tutti i suoi livelli perché esposto alle scorribande di chi occupa cariche istituzionali e amministrative per i propri interessi si moltiplicano i rischi che chiunque disponga di un potere di ricatto lo utilizzi senza remore per sfruttare la posizione che ha raggiunto. Per essere concreti: l’acqua è un monopolio naturale che serve per garantire un bisogno vitale delle persone. Per l’acqua non ci può essere concorrenza perché la rete è una e le risorse idriche non sono moltiplicabili. La proprietà pubblica dell’acqua nessuno la mette in discussione, ma la nuda proprietà senza la capacità anche tecnica di gestire e di controllare serve a poco se il monopolio si affida a un’azienda privata che opera solo per il suo profitto. Insomma per una gestione corretta del settore idrico non serve meno Stato e più mercato, ma l’esatto contrario perché un’autorità pubblica forte, in grado di garantire una gestione efficiente è necessaria affinché nessuno sia ricattato sulla soddisfazione un bisogno vitale come l’acqua.
Nella concreta situazione italiana dovremmo tutti preoccuparci di un monopolio naturale consegnato ad un’azienda privata e dovremmo costruire strumenti di controllo, istituzionale, tecnico e sociale, penetranti e in grado di influire su qualunque tipo di gestione. Il problema è questo: se il potere pubblico non è in grado di garantire una gestione trasparente ed efficiente il mercato non è la risposta occorre cambiare il pubblico. Ci vuole una riforma della politica che deve tradursi in istituzioni diffuse nella società, in poteri di controllo, nel rispetto delle regole e nella capacità di punire le violazioni.
Tutti dovrebbero concordare che è questa la grande riforma che serve all’Italia e non quelle che la politica ci mette sotto il naso ogni giorno. Serve che cittadini, istituzioni e amministrazioni mettano al centro il rispetto per l’interesse generale e che lo Stato cioè lo spazio pubblico sia considerato come la casa comune da salvaguardare come un bene prezioso. Se non si comincia da qui non sarà certo il mercato ad insegnarci come si curano gli interessi generali. Perché di questo si tratta quando si parla di servizi pubblici essenziali e dovremmo tutti puntare sulla rinascita della cultura del pubblico come la condizione affinché tutto il resto si sviluppi meglio. D’altra parte che i servizi pubblici funzionino è un interesse primario di chiunque viva ed operi in un territorio. Questa grande riforma dovrebbe interessare anche i lavoratori dei servizi e i cittadini. Ci sono spazi di partecipazione consentiti da leggi e prassi che non vengono adeguatamente utilizzati e il disinteresse e la trascuratezza sono la peggior inefficienza e il più grande spreco che si possa verificare perché riguardano il comportamento delle singole persone e rischiano di affermarsi come un modo di vita.
Per questi motivi occorre che la finta riforma dei servizi sia cancellata e che si produca un dibattito fra i cittadini per sostituirla con un rinnovato apparato pubblico che unisca gestione, controllo e partecipazione. Per niente consapevole di ciò e a riprova delle proprie vere intenzioni il Governo ha cancellato le Autorità d’ambito (AATO) responsabili dei servizi idrico e dei rifiuti e non le ha sostituite con un nuovo sistema di controlli e di regolazione. Così se la gestione dell’acqua passerà ai privati si troveranno la strada spianata per curare i propri interessi con un potere pubblico debole e assente e a pagare saranno i cittadini.
La migliore risposta è farsi sentire, organizzarsi e raccogliere le firme per il referendum. Tanto per cominciare.
Claudio Lombardi

0 Comments
You can be the first one to leave a comment.