AIA, Autorizzazione di inquinamento ambientale (di Anna Lisa Mandorino)

Non ha aspettato che la notte portasse consiglio il ministro Clini e ha firmato la sera del 18 ottobre stesso, appena finita la Conferenza dei servizi, la nuova Aia per l’Ilva di Taranto.

L’Aia starebbe per Autorizzazione integrata ambientale, quel provvedimento nato proprio per “la prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento proveniente dalle attività industriali”.

L’Aia non è un insieme di misure prefissate, ma uno strumento da adattare alle caratteristiche di un impianto industriale: per esempio al fatto che questo sorga a 100 chilometri dal primo centro urbano disponibile piuttosto che nel cuore di una città e a un passo dal suo mare. Che si riferisca a un luogo in cui la produzione comincia ora piuttosto che a uno sfregiato da 50 anni di veleni chimici e di compromessi politici. Che riguardi popolazioni finora preservate piuttosto che altre fiaccate dai tumori del corpo e dalla depressione dell’anima.

L’Aia dovrebbe rendere difficile la vita alle industrie che inquinano, limitarne in ogni modo l’impatto, renderle il meno possibile pericolose, senza indugi, debolezze, concessioni, mezze misure.

L’Aia rivista e rilasciata per l’Ilva di Taranto, invece, solo un po’ meno rispetto alla prima versione vero capolavoro di indulgenza istituzionale, è un’autorizzazione concessa per continuare a produrre, e a produrre parecchio, per avere la vita non troppo difficile, e confligge con le decisioni della magistratura.

Si va a sommare, invece, a scanso di problemi, a un comma inserito fra le pieghe del disegno di legge sulle semplificazioni, precisamente all’articolo 20, che modifica il Codice dell’ambiente e stabilisce che, nelle more della bonifica e dei provvedimenti necessari per smettere di inquinare, un impianto industriale possa continuare a fare quello che vuole, per citare testualmente “in generale tutti gli interventi di gestione degli impianti e del sito funzionali e utili all’operatività degli impianti produttivi ed allo sviluppo della produzione”.

Ebbene. Alla Conferenza dei servizi che ha concluso l’iter istruttorio e determinato il rilascio dell’Aia, Cittadinanzattiva è stata “audita” con una decina di altre associazioni specie ambientaliste o professionali: le associazioni sono state audite, ma non ascoltate. Questi i risultati.

Tempi comodi non i tempi stabiliti dai provvedimenti giudiziari: chiusura immediata di tutta l’area a caldo, ha detto la gip. Chiusura immediata hanno ribadito i custodi giudiziari, chiamati alla decisione definitiva dal Tribunale del riesame. Chiusura invocano i risultati delle perizie epidemiologiche incluse dai giudici nelle loro ordinanze e gli ultimi dati dello studio Sentieri dell’Istituto superiore di sanità appena resi noti. Tempi più che stretti, dunque.
La nuova Aia, invece, ne concede di larghi all’Ilva. L’altoforno 5 chiuso in quattordici comodi mesi piuttosto che subito. Si sorvola sulla chiusura immediata di alcune batterie delle cokerie e di alcuni altiforni, prevista dalla Magistratura. 3 anni per la copertura dei parchi minerari, quelli che riempiono di polvere rossa e di malattie le vite dei tarantini da 50 anni; e tre in più che saranno mai?

Non una delle associazioni audite ha mancato di porre l’agio dei tempi come il punto più critico e inaccettabile di questa nuova Aia, ma tant’è. L’obbligo era di audirle, appunto, non di ascoltarle.

Solo per le emissioni in aria i cittadini tarantini dovranno accontentarsi se le nuove prescrizioni dell’Aia – i consigli, si potrebbe dire considerata l’esperienza dell’altra volta – riusciranno a rendere la loro aria, quella spessa e maleodorante come un inferno, un tantino più respirabile: poiché le nuove indicazioni riguardano, appunto, soltanto le emissioni in aria dello stabilimento, e per il resto, acque, smaltimento dei rifiuti, inizio delle operazioni di bonifica, aspettino ancora. Ci saranno nuove commissioni istruttorie, nuovi piani istruttori, nuovi commissari straordinari. E nel frattempo, speriamo di no, nuovi morti e nuovi malati. Ma non c’è emergenza se l’obiettivo è che la produzione continui a prescindere. C’è tempo. E anche su questo le associazioni sono state audite, appunto, non ascoltate né tutelate.

La produzione, quella no, è abbastanza tutelata. Temporaneamente 8 milioni di tonnellate l’anno, ma solo per ora, poi possono aumentare. A seconda dei bisogni della proprietà. E non importa se nel siderurgico, più si produce più si inquina. E neanche che, visto il mercato, già 8 milioni di tonnellate è molto di più di quanto l’Ilva produca da anni. Meglio mostrarsi generosi, quando è possibile. Anche su questo solo audizione e nessun ascolto.

Niente garanzie. Garanzie fideiussorie, proporzionate al valore economico degli interventi prescritti, in caso di inadempienza dell’Ilva? Cittadinanzattiva lo ha chiesto a gran voce in Conferenza dei servizi. Costretti a subire l’Aia, almeno saremmo stati sicuri della sua applicazione. Ovviamente, neanche a parlarne.

E, ciononostante, la proprietà dell’Ilva non è contenta. Interviene per bocca del suo presidente Ferrante: no, non vogliono andare via da Taranto, ci mancherebbe, ma non sa se misure come quelle che impone la nuova Aia siano sostenibili come tempistica e come ricadute. Per loro, si intende, non per i cittadini di Taranto. Beh, verrebbe da dire, se non fosse per il rispetto dovuto ai lavoratori, considerato che l’Ilva non è più redditizia, vadano pure via tranquilli: il profitto, tutto quello possibile, già lo hanno fatto.

Anna Lisa Mandorino, Vicesegretario generale Cittadinanzattiva

Tratto da www.cittadinanzattiva.it

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