ALBA, la partecipazione e i limiti del nuovo soggetto politico (di Claudio Lombardi)

Nasce ALBA – alleanza lavoro beni comuni e ambiente  – un soggetto politico nuovo come si definisce nel Manifesto che circola su internet già da qualche settimana (www.soggettopoliticonuovo.it). Il manifesto, del quale qui di seguito si riporta una traccia, rappresenta effettivamente un approccio nuovo al discorso politico. Si parte dalla constatazione che “oggi in Italia meno del 4% degli elettori si dichiarano soddisfatti dei partiti politici” e che “al cuore della nostra democrazia si è aperto un buco nero, una sfera separata, abitata da professionisti in gran parte maschi, organizzata dalle élite di partito, protetta dal linguaggio tecnico e dalla prassi burocratica degli amministratori e, in vastissima misura, impermeabile alla generalità del pubblico.” Per questo “bisogna riscrivere le regole della democrazia, aprirne le porte, abolire la concentrazione del potere ed i privilegi dei rappresentanti, cambiarne le istituzioni. E allo stesso tempo bisogna inventare un soggetto nuovo” che porti i cittadini “ad appropriarsi, attraverso processi democratici diversi, del potere di contare e di decidere.”

Ciò significa che “la democrazia rappresentativa ha bisogno sia di una sua riforma interna in senso proporzionale, sia di essere arricchita da nuove forme di democrazia partecipativa” perché il punto cruciale sta nel fatto che “l’attività costante della partecipazione alimenta e garantisce, stimola e controlla la qualità della rappresentanza e la qualità della politica pubblica.”

“Tra i cittadini è cresciuto il desiderio di riappropriarsi di ciò che è comune” perché la crisi ha messo a nudo la degenerazione dei partiti e i danni dell’assoluta prevalenza nel mercato degli interessi privati su quelli della collettività. Infatti “i destini del pianeta non possono essere affidati esclusivamente ad interessi individualistici, guidati dal tasso di profitto a breve termine e dalla negazione della dignità del lavoro.”

Nel Manifesto si citano le esperienze già in corso di partecipazione finalizzata alla centralità dei beni comuni e le diverse modalità di attuazione pratica di questo indirizzo fra le quali spicca il bilancio partecipato inaugurato nella città di Porto Alegre in Brasile e già realizzato in molteplici esperienze locali anche in Italia. Il bilancio partecipato, fra tutte, è la pratica che meglio si presta ad essere presa come riferimento sia perché si articola in una pluralità di momenti finalizzati ad una decisione effettiva, sia perché è un processo, che si basa su gruppi crescenti di cittadini informati, attivi e con idee chiare su che cosa costituisce una cultura democratica.

Viene poi messa sotto accusa l’identificazione della politica con la vita dei partiti perché questa non può esaurire lo spazio pubblico nel quale si assumono le decisioni rilevanti per la vita dei cittadini. “I partiti politici attuali” invece “sono diventati organizzazioni completamente  anacronistiche rispetto ad un modello di democrazia che non può più  esaurirsi nella rappresentanza e nella delega” all’interno della quale si sono generate “corruzione e  perversa contaminazione di interessi pubblici-privati.”

La volontà espressa nel Manifesto è, invece, quella di “creare nuovi modelli di partecipazione politica, fondati sulla passione, la trasparenza e l’altruismo” che favoriscano “l’autorealizzazione individuale in un contesto collettivo radicalmente nuovo, all’insegna dell’eguaglianza.”

In sostanza ciò che si propone si può riassumere nella volontà di rompere con il modello novecentesco del partito; con il modello neo liberista europeo e con la visione ristretta della politica, tutta concentrata sul Parlamento e i partiti per creare un nuovo spazio pubblico allargato, dove la democrazia rappresentativa e quella partecipata lavorino insieme, dove la società civile e i bisogni dei cittadini siano accolti e rispettati.

Leggendo il Manifesto non si può che restare colpiti dalla visione nuova che lo ispira e che fa perno su una doppia centralità, quella del cittadino come protagonista della politica e quella dei beni comuni come elemento indispensabile a tenere insieme una collettività. La politica non dovrebbe più ruotare intorno ad organizzazioni professionali dedicate alla gestione delle istituzioni (i partiti secondo la visione del Manifesto) esposte alle tentazioni e ai vizi del potere, ma dovrebbe esprimere lo spazio pubblico nel quale la comunità si ritrova su una base di eguaglianza, per decidere sul proprio governo.

La visione c’è, l’ispirazione è giusta, ma la sua attuazione? Una prima valutazione si può fare raffrontando le parole scritte nel Manifesto con le parole dette nell’assemblea fondativa che si è tenuta a Firenze il 28 aprile.

Ebbene qui non ci siamo; le parole dette non sono state innovative come quelle scritte perché non sono riuscite ad andare oltre la riaffermazione di obiettivi ed analisi già noti ed esplicitamente indirizzati a ricompattare la sinistra. Così dalla centralità del cittadino e della sua partecipazione si è approdati all’indicazione di due assi strategici: l’opposizione al liberismo e la difesa dello Statuto dei lavoratori messi come pregiudiziali ad ogni confronto di merito. Non hanno certo aiutato a superare questo imbuto alcuni interventi come quello di Ugo Mattei che ha invocato un fuoco purificatore, il diritto di resistenza, le più diverse forme di ribellione: “referendum, sciopero della fame, occupazioni… ”. In questi interventi sono riemerse atteggiamenti propri di minoranze che si sentono sotto attacco, mentre, invece, tutto il Manifesto sembra voler parlare alla maggioranza dei cittadini.

Con questa impostazione la mitezza e la fermezza rivendicate dai promotori come caratteri peculiari del nuovo soggetto politico rischiano di entrare nella zona d’ombra della rivolta di piazza motivata dal “tradimento” del sistema dei partiti e da un liberismo qualificato come aggressivo e “violento”.

Semplificando: uno dei primi interventi ha dato conto di una critica che è stata fatta al Manifesto nel quale la parola partecipazione è stata scritta molte volte mentre la parola conflitto solo una volta. Ebbene il dibattito ha invertito le parti e il conflitto ha avuto un ruolo centrale nella discussione.

Sia chiaro: nessun appunto quando si mette sotto accusa il liberismo o la degenerazione dei partiti o l’inadeguatezza del sistema politico a rappresentare i cittadini e a guidare il Paese. Ma se vengono inseriti nello schema di un’opposizione al capitalismo portano a finalizzare il Manifesto esclusivamente alla costituzione di un fronte unico della sinistra antagonista che si è messa alla prova nei movimenti sociali, nelle lotte dei lavoratori, nella lotta No-Tav, nella vittoria nei referendum nel 2011, nel movimento di opinione pubblica che ha segnato le svolte politiche dell’anno passato ed intende capitalizzarne il peso politico. Legittimamente perché ci si è resi conto che i partiti tradizionali della sinistra oltre il Pd non sono in grado di produrre una “massa critica” che li porti di nuovo in Parlamento e, soprattutto, che li porti a determinare sbocchi politici credibili in un panorama bloccato dal governo tecnico e dalle difficoltà degli altri partiti. Il timore, fondato, è che la logica del governo tecnico prosegua anche in un governo post elezioni del 2013 che continui nelle politiche del rigore verso i ceti a reddito medio e basso in nome degli equilibri di bilancio santificati dalla riforma della Costituzione votata quasi all’unanimità dal Parlamento. Per questo la sinistra a sinistra del Pd intende sbloccare la situazione e rovesciare gli equilibri superando due divisioni: fra le diverse formazioni politiche e fra queste e i movimenti sociali. E, non a caso, l’iniziativa è partita dai protagonisti e dagli ispiratori di questi movimenti e non dai vecchi leader ormai stretti nella loro storia di frammentazione e di litigiosità.

Cosa c’è che non va allora? C’è che aver annunciato la nascita di un soggetto politico nuovo, aver scelto la partecipazione dei cittadini come chiave di rinnovamento della politica e i beni comuni come asse portante di un assetto economico e sociale nuovo non può tradursi poi solo nel tentativo di far crescere un’alleanza fra formazioni politiche che si collocano alla sinistra del Pd.

Ricomporre le frammentazioni è sempre un bene, ma è un obiettivo piuttosto piccolo per chi è partito annunciando un cambiamento di ben più ampia portata e che investe l’assetto del sistema democratico e i rapporti fra cittadini e Stato.

Evocare una rivoluzione civica e puntare “solo” ad un fronte della sinistra che si colloca oltre il Pd rischia di essere un’occasione sprecata.

Claudio Lombardi

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