Ambientalismo e ambientalisti

Credo che a chiunque faccia piacere vedere un mare azzurro pieno di pesci, le acque limpide dei ruscelli, animali di tutte le specie in libertà, etc., quindi in un certo qual modo siamo tutti ambientalisti.

Cosa vuol dire dunque essere ambientalisti? Semplicemente mettere in atto comportamenti e politiche che concorrono al rispetto dell’ambiente.

Tutti d’accordo fino a qui, il problema inizia subito dopo quando si incomincia a definire in cosa consistono queste politiche quali strumenti si devono utilizzare, con quali ricadute e quali costi e soprattutto chi deve pagarne i costi.

L’ambientalismo oggi viene per lo più vissuto da una parte della gente come un rifiuto. Rifiuto di quello che abbiamo fatto e avuto finora, rifiuto del consumismo, rifiuto della plastica, rifiuto dell’uso dei combustibili fossili, rifiuto delle multinazionali, rifiuto delle grandi industrie, rifiuto dei prodotti chimici in agricoltura, fino al rifiuto estremo di tutto ciò che viene visto come non “naturale” come i farmaci e i vaccini.

Si vorrebbe ritornare a un idilliaco e mai esistito tempo passato dove l’uomo viveva in simbiosi e perfetto equilibrio con la natura. Tutte ideologie fondamentalmente anticapitaliste che vedono la modernità, l’industrializzazione, il mercato come i nemici da abbattere per poter salvare l’ambiente. Sono frammenti di culture, ideologie diverse che vanno dalla new age americana, ai cristiani fondamentalisti, ai culti celtici nord europei, fino al buddismo e alle religioni animiste orientali mescolati a una visione ugualitaria delle ideologie anarchiche e comuniste del secolo scorso.

Poi ci sono quegli ambientalisti che vedono invece proprio nella scienza e nella tecnologia la chiave per poter trovare delle soluzioni che possano far coesistere le fragole a dicembre, l’ananas in Europa, il riscaldamento invernale, l’aria condizionata, le vacanze nei paesi tropicali o sulla neve, le luci accese dopo le 20, le vaschette di plastica per il formaggio nei supermercati, i viaggi in auto o in aereo, i vestiti alla moda con le acque blu del mare, gli animali liberi nelle foreste, l’aria pulita, il clima normale.

Un esempio eclatante della prima visione è l’atteggiamento che c’è verso la plastica che recentemente è diventata quasi una crociata. La gente non se ne rende conto ma la plastica finora ha contribuito a preservare l’ambiente. Le suole delle scarpe ormai sono tutte di plastica, quanti animali non sono stati uccisi per poter fabbricare tutte le scarpe che ci sono in giro? I materiali da costruzione in plastica hanno evitato che si abbattessero alberi per far cuocere mattoni e tegole, perché una volta i mattoni si facevano bruciando gli alberi. E ancora, le barche di plastica, quanti alberi hanno salvato dall’abbattimento? Le moderne coltivazioni che sfruttano serre e teli in plastica per la pacciamatura, tubi in plastica per l’irrigazione hanno, insieme alle altre tecniche moderne, fatto aumentare la produzione agricola per ettaro riducendo la necessità di aumentare lo sfruttamento delle terre. infatti, oggi solo il 50% delle zone abitabili è dedicato alla produzione di cibo, in questo momento sui terreni incolti stanno aumentando boschi e foreste in tutto il mondo e questo nonostante il rilevante aumento della popolazione.

Basta pensare che prima della plastica gli oggetti erano prevalentemente di legno o in metallo con alcune chicche come le montature degli occhiali di tartaruga o le stecche di balena per la corsetteria. L’uso della plastica poi per conservare gli alimenti ha letteralmente fatto scomparire le intossicazioni alimentari che nel passato facevano migliaia di morti all’anno. L’uso della plastica negli imballaggi alimentari ha inoltre impedito la distruzione di tonnellate di alimenti, che sarebbero andati a male in pochi giorni, allungando enormemente i tempi di conservazione senza intaccare le proprietà organolettiche e aumentando le garanzie igieniche. Senza le confezioni in plastica sarebbero stati necessari più terreni coltivati per fronteggiare il degrado degli alimenti.

Se consideriamo poi le fibre tessili sintetiche, esse hanno evitato l’utilizzo di milioni di tonnellate di lana e cotone per le quali in passato si disboscavano milioni di ettari di terreni per la coltivazione di cotone e per l’allevamento delle pecore. Da dove pensiamo che venga la pratica dell’incendio dei boschi che oggi ci indigna tanto?

Vogliamo parlare poi dei combustibili fossili? In passato il principale materiale da costruzione nonché fonte di energia per qualunque utilizzo erano il legno e il carbone di legna. Prima che sorgesse Roma con il suo immenso impero l’Italia era completamente coperta da foreste. Ebbene furono distrutte quasi completamente e ne derivò persino un mutamento climatico. Si continuò così per decine di secoli fino a quando l’arrivo del carbon fossile, del petrolio e del gas e, quindi, dell’energia elettrica, consentirono un’alternativa vincente che preservò gli alberi.

È quindi facile dire “basta combustibili fossili”. Difficile è sostituirli. Certo, sono la causa principale della produzione di CO2 nell’atmosfera nonché responsabili dell’immissione in atmosfera di sostanze inquinanti. Ma come potremmo fare all’improvviso senza? Come far funzionare navi, aerei, autocarri, auto? Come produrremmo cemento, acciaio, mattoni? Si tratta di costruire alternative che, infatti, si stanno formando non con le crociate ideologiche, ma con il lavoro di migliaia di ricercatori giorno per giorno.

Solo la continua ricerca tecnologica e l’innovazione possono ridurre l’impatto ambientale dell’uomo sulla natura e preservare le risorse naturali per le generazioni future. Oggi grazie alle moderne tecnologie di miglioramento genetico dei vegetali sia OGM che non OGM, le nuove tecniche di coltivazione e irrigazione, la meccanizzazione dell’agricoltura, l’uso oculato di pesticidi e fertilizzanti è stato possibile ridurre enormemente la terra coltivata per abitante rispetto a 1000 o 2000 anni fa e solo in questo modo riusciamo a dar da mangiare a 7 miliardi di persone senza aver trasformato il pianeta terra in campi coltivati con danni ambientali immensi e un consumo di acqua che nemmeno possiamo immaginare.

La vita futura che ipotizzano gli ambientalisti del primo tipo prescinde dal fatto che siamo sette miliardi e ci avviamo a diventare otto e che tutti dovrebbero mangiare ogni giorno ed avere una casa, un lavoro, che servono strade, ponti, ferrovie, navi, aerei etc.

Quello che chiedono sembra semplice: niente più combustibili fossili, niente plastica, niente pesticidi e fertilizzanti, ma non si rendono conto che le conseguenze di scelte del genere creano più danni all’ambiente di quelli che queste cose producono oggi.

Quindi non basta dire stop a tutto. Bisogna prima proporre le alternative e iniziare a lavorare su quelle e quando queste saranno disponibili potremo iniziare a smantellare quello che finora ha sempre funzionato.

E per proporre alternative a quello che abbiamo adesso non servono i no. Servono tanta scienza e tecnologia.

La rivoluzione invocata da tanti è in atto e corrisponde a ciò che si sta facendo già da molti anni: usare meglio quello che abbiamo, bruciare meglio i combustibili per avere meno emissioni e maggior efficienza energetica. Ci siamo accorti che le nostre auto euro 6 inquinano immensamente meno di quelle precedenti alle normative europee? Quando gli ambientalisti predicano il rispetto per l’ambiente tengono conto del progresso che c’è stato o pensano che basti declamare gli slogan per cambiare la realtà?

Un’ultima cosa, oggi i maggiori responsabili dell’inquinamento ambientale non sono più i paesi occidentali che nel frattempo hanno già da anni messo in cantiere soluzioni alternative e correttive, ma sono i paesi in via di sviluppo, i paesi emergenti che a causa dell’elevata popolazione e della recente crescita esplosiva e tumultuosa si sono all’improvviso ritrovati città immense senza fognature, senza raccolta organizzata della spazzatura, senza normative sull’inquinamento atmosferico e ambientale, città affamate di energia non importa come prodotta. Il nostro compito è anche quindi quello di insegnar loro come fare perché non è pensabile chiedere a loro, adesso che finalmente intravedono la possibilità di essere come noi, di fare un passo indietro

Pietro Zonca

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