Ambiente: la differenziata comincia dalla scuola

Oggi è venerdì 29 marzo, 14 giorni dalla marcia sul clima che ha coinvolto migliaia di giovani. Oggi è un altro venerdì, un venerdì qualunque e io sono un’insegnante di una qualunque scuola media del nord che dal giorno della marcia globale non ha smesso di riflettere ed osservare.

Partiamo da un fatto: il 15 marzo i miei studenti erano tutti presenti a scuola. Io stessa, pur avendo sostenuto la scelta dei miei figli di partecipare alla manifestazione, ero presente a scuola. Perché?

La scuola media accoglie individui che vanno dagli undici ai sedici anni, nel caso sia stato necessario ripetere l’anno, è scuola dell’obbligo e la scelta di un Istituto piuttosto che un altro deriva principalmente da mere esigenze logistiche: ci si iscrive nella scuola del quartiere in cui si vive.

La scuola media pertanto è un emblematico spaccato della nostra società, molto di più di quanto lo possa essere un liceo, scelto e frequentato dai “migliori” o di un Istituto Professionale, scelto e frequentato dai “peggiori”. Nella stessa classe convivono il figlio dell’imprenditore, l’immigrato, il figlio dilaniato dagli strascichi di una separazione devastante, quello amato e cresciuto autorevolmente, il ragazzino incatenato in un disturbo specifico dell’apprendimento e quello che non hai ancora finito la prima frase di spiegazione che ha già capito tutto.

Pochi giorni prima della marcia per il clima, durante una lezione di geografia, sull’inquinamento delle acque continentali, non ricordo come, ho scoperto che alcuni miei alunni a casa non fanno la raccolta differenziata, la dichiarazione candida e spontanea di questi ragazzini mi ha spiazzata: i miei figli sono nati in una casa in cui esistevano bidoni separati, per noi è un’abitudine consolidata ed imprescindibile, eppure, nel 2019, ci sono ancora famiglie che hanno un unico bidone.

Mi è sorto in mente, lì per lì, un paragone: non ho mai conosciuto un bambino, in dieci anni di insegnamento, anche il più deprivato economicamente, che non possedesse uno smartphone, tutti sono “nativi digitali”, ma non tutti, incredibilmente, sono “nativi della differenziata”. Evidentemente viviamo in una società di individui soli che hanno bisogno di sentirsi appartenenti ad un gruppo sociale attraverso il culto dell’apparenza (il possesso di un cellulare di ultima generazione, la visibilità su Istagram e chi più ne ha più ne metta), ma non condividendo degli ideali da vivere nella concretezza della quotidianità. L’educazione del singolo alla partecipazione alla vita collettiva, magari anche partendo da un bidone dei rifiuti, è ancora un obiettivo da raggiungere.

I nostri libri di testo sono stracolmi di indicazioni sull’uso consapevole delle risorse energetiche del nostro pianeta, sul diverso impatto ambientale delle centrali, noi docenti riempiamo loro la testa di nozioni sulle politiche ambientali degli Stati Uniti, proponiamo foto delle isole di plastica e di animali intrappolati e morti, ma evidentemente sbagliamo qualcosa.

Per esempio non è prevista l’installazione di bidoni per la raccolta della plastica nei plessi scolastici, eppure in ogni scuola è presente un distributore automatico di bevande e snack i cui involucri finiscono in un cestino di indifferenziata. Chiaramente un cattivo esempio che si da’ ai ragazzi proprio a scuola.

Così la mia classe non è andata manifestare il 15, abbiamo però acquisito la consapevolezza di essere un passo indietro e da quel giorno abbiamo cominciato la nostra piccola manifestazione quotidiana: abbiamo cominciato a differenziare autonomamente e la maggior parte dei docenti, ha cominciato a bere acqua conservata in una borraccia, i ragazzi, soprattutto quelli che non avevamo mai differenziato, si sentono parte di un progetto che li vede responsabili in prima persona della tutela dell’ambiente e contiamo di diffondere le nostre nuove buone abitudini a tutte le classi della scuola il prossimo anno, andando personalmente a portare la nostra testimonianza e due cestini in più per aula.

Elisabetta Berselli

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