Armi e solitudine: quel che so dell’America (di Lorena Nattero)

Quel poco di America che conosco lo devo alla mia famiglia per parte di madre: vivono quasi tutti lì, molti a New York, in Connecticut, qualcuno anche in Pennsylvania ed ora in Texas. Nessuno di loro parla Italiano, eppure, dalle nostre conversazioni, dalle loro discussioni, dalle cose che dicono e dai giudizi che esprimono, penso di aver compreso in gran parte la cultura che sottende a molte delle loro scelte e delle loro convinzioni, comprese quelle che stanno scritte nelle leggi che sono anche le loro.

L’ostinazione con cui tanti Americani difendono il diritto a possedere e usare le armi non è così difficile da capire, se si accantona per un attimo la nostra cultura europea e ci si cala nella condizione emotiva e umana dei tanti immigrati eterogenei dai quali è formato il popolo degli USA.

Soli, in un Paese ignoto e spesso vissuto come minaccioso, hanno identificato nella famiglia e nell’essere Americani l’obiettivo ed insieme l’identità perduta col distacco dal Paese d’origine, dagli affetti, dalle amicizie, dalle tradizioni, tutto per cercare una vita migliore. Sono convinti di averla raggiunta questa vita migliore e non sono disposti affatto a rischiare di perderla.

Vivono in una società che fa del denaro e del successo economico il simbolo inconfutabile del valore e del merito, sono abituati perciò a pensare che chi è più ricco non solo è più bravo, ma anche più rispettabile e va agevolato e rispettato al massimo: se ai ricchi si chiedono più tasse, non daranno più lavoro ai dipendenti, non distribuiranno più i bonus agognati, metteranno in crisi il modello sociale rassicurante – il sogno americano – che promette a tutti le stesse opportunità.

Nessuna sorpresa quindi se le lobby – delle armi, del petrolio, dell’edilizia – sono potentissime e sono riuscite, fino ad ora, ad ignorare Kyoto e la minaccia dell’inquinamento e oggi, nonostante i fatti di sangue che hanno fatto orrore al mondo, sferrano una battaglia senza quartiere contro una Legge che regolamenti il possesso delle armi più micidiali.  Il fatto poi che un emendamento della Costituzione sancisca il diritto dei cittadini a possedere armi induce molti ad identificare con l’arma posseduta ed esibita la propria “americanità”, il sostituto delle radici recise, l’identità che fa sentir parte di questo grande Paese e non relitti che ne attraversano faticosamente  i flutti travolgenti.

Di fatto i media sostengono i potenti interessi economici disseminando le loro cronache di paure profonde facendo così della paura una componente fondamentale della cultura americana: paura del vicino di casa di colore, del ragazzo su rollerblade, dell’automobilista al motel. E ora anche paura dei ragazzi folli che compiono le stragi, contro i quali si invocano più armi e più addestramento per insegnanti e studenti, ma forse anche per le loro stesse famiglie nella demenziale follia di una società dove ognuno è armato contro l’altro.

L’esempio viene da uno Stato che reprime con violenza, che usa una Polizia dal volto violento, che applica Leggi feroci e che uccide per legge i suoi criminali appendendoli per il collo, fulminandoli sulla sedia o iniettando veleno nelle loro vene. Tutto ciò comunica un messaggio di violenza che educa più efficacemente di mille scuole o religioni. Lo Stato insegna che la vendetta è un diritto, che il perdono non esiste, che si condannano a morte anche  i malati mentali e si giudicano come adulti anche i bambini. E’ uno Stato feroce, che contrasta con la pretesa di accoglienza e rispetto e serenità con cui l’America ama presentare sé stessa e la sua storia e che pure leggiamo in tanti aspetti di questo Paese immenso e multiforme.

Questo Stato non è invocato però per spezzare la solitudine in cui l’Americano vive costantemente: soli nella malattia, contro la quale nessuna Assicurazione privata li tutela davvero; soli nella scuola, la cui scelta non è affatto libera, ma condizionata dal reddito innanzitutto, poi dai risultati fin dalla prima infanzia, dal quartiere in cui si vive; sola è la donna di fronte alla maternità, che può costare il posto di lavoro e lo stipendio e l’assicurazione sulla salute; soli contro i debiti inevitabili per sopravvivere decentemente, per mandare i figli al College, per pagare le tasse su una casa migliore di quella che ci si potrebbe permettere;  soli nella vecchiaia, quando una pensione accumulata può svanire nel nulla se le azioni in borsa crollano o un finanziere fallisce.

A proteggere da queste solitudini e paure, lo Stato non c’è e gli Americani non se ne lagnano.

Pensano che noi Europei siamo degli idioti che paghiamo le cure, la maternità, la scuola, le pensioni e ci prendiamo cura della povertà: a loro si insegna che chi è povero non ha saputo lavorare e farsi una posizione, perciò in fondo merita di essere abbandonato. E chi è debole e disarmato in fondo merita di essere ucciso. Non sono disposti a far pagare ai ricchi qualche dollaro in più per distribuire ai più poveri tutele e sicurezze, che guarirebbero tutti dalla solitudine e dalla paura.

No, non vivono sereni molti Americani. Hanno belle case e macchine che costano poco e tecnologie interessanti, ma ogni giorno devono impegnarsi allo spasimo per essere all’altezza di ciò che si chiede loro e potersi garantire – chissà ancora per quanto tempo – le sicurezze che garantiscono la vita e che noi diamo per scontate, delle quali spesso ci lamentiamo e che vorremmo anche più efficaci.

C’è una cultura americana, contro la quale tanti lottano, ma che ancora incolla gran parte degli Americani alla violenza, al cinismo, all’egoismo familiare feroce.

Obama lo ha capito benissimo, ha iniziato un cammino che sarà lungo, molto lungo. Iniziato da Roosvelt si è interrotto per tanto, troppo tempo. Ora c’è davvero speranza che raggiunga il suo traguardo.

Lorena Nattero

2 commenti

  • Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perché il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

  • salvatore sinagra

    Nei due articoli apparsi su civicolab in merito alla questione delle armi è stato enfatizzato il legame a doppio filo tra la normativa sulla circolazione delle armi assai blanda e la degenerazione dell’individualismo/liberismo americano in una sorta di allergia a molte regole. In qualche commento è stato affermato che Obama, con tutti i suoi difetti o meglio con tutti i conmpromessi, è l’unico uomo dopo Roosvelt, che ha cercato di scardinare questo modo di intendere l’uomo e la società, o almeno di superare i suoi eccessi. Riconosco il salto di qualità di Obama, ma ad onor del vero buona parte del Partito Democratico ha cercato di impattare sugli eccessi liber-individualisti della cultura americana. Dai Kennedy a Carter, in diversi modi, molti esponenti democratici hanno portato avanti grandi battaglie per esempio sulla sanità. Quasi sempre le hanno perse. Clinton invece, con i programmi Medicaid e Medicare, rivolti a garantire molti trattamenti sanitari ai meno abbienti e ai più anziani è riuscito, se non a garantire agl americani una società equa, almeno a mettere sul tavolo questioni importanti. Senza Medicare e Medicaid forse oggi non si parlerebbe nemmeno di Obamacare. Indubbiamente Clinton ha lanciato efficienti programmi per i meno abbienti, peccato li abbia finanziati con quella che potremmo definire speculazione di stato. Peccato che non ha capito che il benessere che ha garantito agli americani non veniva nè da una maggiore nè da una più equa crescita, ma dalle assunzioni di rischi. Confido che Obama possa iniziare ad affrontare questi problemi. In parte lo sta facendo con il Frank Dodd Act, normativa che mira a regolare la finanza, la legge è stata fatta, ma la vera battaglia si combatterà sui mille e più decreti attuativi

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