Taglio delle tasse o farle pagare a tutti?

Italiani strozzati dalle tasse? Dipende. Vale la pena approfondire perché ci sono molti luoghi comuni che poi diventano certezze nell’opinione pubblica a prescindere dalla loro fondatezza. Ci aiuta un recente intervento di Alberto Brambilla presidente del Centro studi itinerari previdenziali. Brambilla da anni conduce un’opera di contrasto ai luoghi comuni basandosi sui dati. D’altra parte ha di fronte non solo i luoghi comuni, ma anche una voce quasi unanime dei politici che vogliono ridurre le tasse. Intendiamoci, che la pressione fiscale sia elevata è vero, ma deve essere messa in relazione a chi paga e ai servizi che si danno in cambio ai cittadini. Qualcuno vuole forse rinunciare al Servizio sanitario nazionale per pagare meno tasse? Forse nessuno, ma c’è già chi usa quel servizio (e tanti altri) senza contribuire a pagarli. Non solo gli evasori, ma milioni di italiani. Strano, ma vero.

Dunque, dalle elaborazioni effettuate da «Itinerari Previdenziali» su dati del ministero dell’Economia e dell’Agenzia delle Entrate su 60,48 milioni di cittadini residenti a fine 2017, quelli che hanno presentato la dichiarazione dei redditi (i contribuenti dichiaranti) sono stati 41.211.336, ma quelli che versano almeno un euro di Irpef sono 30.672.866. Possiamo dedurre che il 49,29% degli italiani non ha reddito e quindi non paga nulla di Irpef.

Ma un altro dato è più eclatante: i contribuenti delle prime due fasce di reddito (fino a 7.500 lordi l’anno e da 7.500 a 15 mila euro) sono 18.622.308, pari al 45,19% del totale e pagano solo il 2,62% di tutta l’Irpef (2,82% nel 2016). A questi contribuenti corrispondono 27,331 milioni di abitanti i quali, considerando anche le detrazioni, pagano in media circa 157,9 euro l’anno. Tra i 15 mila e i 20 mila euro di reddito lordo annuo dichiarato (17.500 euro la mediana) troviamo 5,8 milioni di contribuenti (pari a 8,5 milioni di abitanti). Per loro l’imposta media annua è di 1.979 euro, che si riduce a 1.348 euro se rapportata agli abitanti. Da notare che queste due prime fasce di reddito pagano un’Irpef insufficiente anche solo per coprire il costo pro capite della spesa sanitaria (1.878 euro). Deduzione ovvia: molti italiani sono già oggi «a carico» di altri concittadini senza rendersene conto.

Aggiungiamo alla sanità gli altri servizi forniti dallo Stato e dagli enti locali di cui pure beneficiano tutti (chi ha redditi bassi in prima fila) e avremo una spesa enorme non coperta da entrate fiscali che, in parte, va a finire nel debito pubblico.

Il gettito Irpef al netto degli 80 euro (di cui beneficiano 11,7 milioni di contribuenti per un costo di 9,5 miliardi) è pari a 164,701 miliardi. Il grosso di questi 164 miliardi è a carico del 12,28% di contribuenti, poco più di 5 milioni di soggetti che dichiarano redditi da 35 mila euro in su e che pagano ben il 57,88% dell’Irpef.

Ricapitolando: 1) I contribuenti con redditi lordi sopra i 100 mila euro (per inciso: il netto di 100 mila euro è pari a circa di 52 mila euro) sono l’1,13%, pari a 467.442 contribuenti, che tuttavia pagano il 19,35% di tutta l’Irpef; 2) tra 200 e 300 mila euro di reddito troviamo lo 0,176%, circa 59 mila contribuenti che pagano il 2,99% dell’Irpef; 3) sopra i 300 mila euro solo lo 0,093% dei contribuenti versanti, circa 38.227 persone che pagano però il 5,93% dell’Irpef.

Sommando a questi contribuenti anche i titolari di redditi lordi superiori a 55 mila euro, otteniamo che il 4,39%, paga il 37,02% dell’Irpef, che diventa il 57,88% considerando anche i redditi sopra i 35 mila euro lordi. Guardando i dati, forse gli «oppressi» a cui ridurre il carico fiscale sarebbero proprio gli appartenenti a questo sparuto 12,28% di popolazione che peraltro non beneficia di nessuna agevolazione (ticket sanitari, trasporti e così via) e spesso, per motivi di lavoro, si paga pure la sanità privata.

Ma c’è un ma. Siamo così sicuri che quasi 36 milioni di abitanti vivano con redditi inferiori ai 20 mila euro lordi l’anno? Qualcuno sì e molti no e la spiegazione è il sommerso. Qui Brambilla introduce la proposta del contrasto di interessi tra chi compra la prestazione e chi la fornisce permettendo alla prima categoria di dedurre ogni tipo di spesa. Questo «contrasto di interessi» può aumentare la richiesta di scontrini e fatture e, quindi, portare anche ad un aumento del gettito, favorendo al contempo la famiglia che beneficia di una deduzione importante (pari a una 14° mensilità) mentre l’enorme schiera di evasori o elusori dovrà pagare tasse e contributi con grave sollievo di artigiani e lavoratori autonomi onesti e che pagano le tasse.

La conclusione ovvia è che la vera riduzione della pressione fiscale ci sarà quando tutti contribuiranno. Fino ad allora la parola d’ordine del taglio delle tasse sarà una maschera per non affrontare il peso più grande che grava sull’Italia e su una parte degli italiani: l’evasione fiscale.

Claudio Lombardi

Il disfattista al tempo del sovranismo

Disfattismo è l’opera di chi (disfattista)con voci allarmistiche e denigratorie tenta di ostacolare l’azione del governo o delle autorità, la riuscita o il buon andamento di una impresa…

SABATO

Da qualche tempo non dimentico di consultare il mio rating personale sui giornali che contano. Ebbene, proprio oggi ho avuto la cattiva notizia che paventavo da tempo: il mio spread individuale è stato aggiornato: da buonista, e senza nemmeno passare per la casella di malpancista (come segretamente speravo) sono stato degradato a disfattista.

Del resto, lo spiega bene “Il Fatto quotidiano”: ora che siamo in guerra, ora che le nostre cannoniere, i nostri elicotteri, i nostri sommergibili solcano il mare alla ricerca di terroristi dediti alla sostituzione etnica, non è più tempo di inutili bamboleggiamenti semantici: pane al pane, disfattista a disfattista.

Gli effetti di questo declassamento si sono subito fatti sentire. Ieri il mio macellaio di fiducia – un aborigeno padano dai modi spicci- ha fatto finta di non vedermi e si è rifiutato di servirmi la solita fettina di vitellone. Mentre battevo in ritirata, l’ho sentito mormorare: «Altro che vitellone! Vada a magnà il kebab dai suoi amici turchi».

Peggio è andata con la sora Rosa, che da trent’anni mi aggiusta giacche e pantaloni. La vecchia sarta mi ha preso di punta di fronte a tutti: «signor mio, io sono buona e cara. Ho fatto finta di niente quando era buonista, ma disfattista è davvero troppo. Da qui in avanti i bottoni se li faccia attaccare alla moschea».

Travolto dalla vergogna, ecco come sono. Da giorni questa parola – disfattista – mi risuona nella testa come una campana a morto. Nella speranza di qualche via di uscita almeno semantica, ho voluto cercare nel dizionario, ma quello che ho trovato mi ha addirittura gelato il sangue.

Ecco qui: «disfattismo è l’opera di chi con voci allarmistiche e denigratorie tenta di ostacolare l’azione del governo o delle autorità, la riuscita o il buon andamento di una impresa…». Ancora peggio: «in tempo di guerra è l’attività di chi con vari mezzi si adopera per la disfatta del proprio paese, anche col diffondere sfiducia e pessimismo sulle possibilità di vittoria». Tutto, tutto questo mi può essere addebitato. Non ho forse parlato con eccessiva disinvoltura delle ricette che dovranno portare il Paese a un nuovo miracolo economico? Non ho forse scosso la testa di fronte ai festeggiamenti per l’abolizione della povertà? E quando ho pubblicamente dichiarato che preferivo le “capitane” ai “capitani” (giuro, era uno scherzo!) lo sapevo, lo sapevo che mi sarebbe costato il passaggio sic et simpliciter dalla categoria di buonista a quella di disfattista.

Dunque eccomi pronto al sacrificio. Del resto, se mi soffermo sulla sorte di altri famosi disfattisti della storia, c’è poco da stare allegri. Lo scrittore russo Danijl Kharms, accusato di disfattismo e imprigionato durante l’assedio di Leningrado, morì di fame nella sua cella. Nella Germania nazista, Elizabeth von Thadden, una dolce signora che non amava Hitler, venne condannata a morte e impiccata per disfattismo e tentato tradimento. Mi fermo qui, perché mi tremano i polsi.

DOMENICA

Non ho attenuanti, non ho scuse da invocare. È vero che qualche giorno fa ho messo “mi piace” sotto il video che mostra il mancamento di Angela Merkel, lo svenimento e il tremore della cancelliera crucca. Ma che volete che sia un semplice like! Dovevo scrivere “culona”, ecco cosa dovevo fare! Mi dico che non tutto è perduto. Che il mio rating resta ancora nel range dei suffissi in -ista. Mia moglie, dio la benedica, mi rassicura. I guai tosti arrivano quando gli analisti recentemente assunti come navigators individuano uno spread personale nel campo davvero pericoloso dei suffissi in –ore. Non riesco nemmeno a pronunciarli, questi gradini dell’inferno: sabotatore, disertore, delatore, traditore. Per quanto mi riguarda, ho deciso fermamente di attestarmi sul bagnasciuga del disfattista, e magari risalire la china. Per questo, da domani, indosserò una maglietta con lo slogan «prima gli italiani», intanto per vedere l’effetto che fa sul macellaio e sulla sarta.

LUNEDI’

Sono rovinato! Tutto è perduto! Qualcuno che mi vuol male ha pubblicato sul mio profilo Fb la canzone Il disertore di Boris Vian. Proprio lì, dio ne scampi, dove scrive: «a tutti griderò di non partire più /e di non obbedire/ per andare a morire /per non importa chi./Per cui se servirà/ del sangue ad ogni costo/ andate a dare il vostro/ se vi divertirà». Denunciali! dice mia moglie. Ma chi devo denunciare? Questa maledetta canzone l’ho pubblicata proprio io qualche anno fa, quando mi baloccavo con l’idea di essere un giovane rivoluzionario, pronto a combattere per la gente contro i poteri forti.

Disgraziato, mi sono rovinato con le mie mani. Ecco appunto: sfoglio “Il Fatto quotidiano” e leggo che il mio spread personale è schizzato nel campo pericolosissimo della rima in –ore. Disertore, c’è scritto, papale papale. A loro non la si fa, siamo perduti. Mia moglie si torce le mani, i figli piangono nella culla, il cane abbaia. Sento già gli scarponi chiodati dei navigators rimbombare nella tromba delle scale. È la fine. Adieu, adieu, remember me!

Flavio Fusi tratto da www.tessere.org

Investire sulla scuola o condannarsi all’ignoranza

Nel dibattito pubblico italiano quanto spazio è dato ai problemi reali del Paese? Poco. Per fortuna ci sono commentatori che non si fanno distrarre e cercano di occuparsene. Due articoli comparsi di recente (Giovanni Bitetto su https://thevision.com e Francesco Cancellato su www.linkiesta.it) richiamano la nostra attenzione sull’istruzione. Un tema serio e strategico per il futuro degli italiani. Ne siamo consapevoli?

Giovanni Bitetto parte dalla constatazione che le condizioni fatiscenti del sistema scolastico italiano sono ormai diventate esperienza di vita degli studenti e di chi nella scuola lavora. Potrebbe sembrare normale se non fosse che in molti altri paesi europei non è così (e il programma Erasmus ci aiuta a saperlo).

È così: l’Italia, nel campo dell’istruzione, è arretrata rispetto al resto d’Europa. Il primo dato è il nostro Paese spende in questo campo meno degli altri. Il 3,8% (in diminuzione al 3,5% per il 2019) del Pil. La media europea, invece, si aggira intorno al 4,9% del Pil con punte di eccellenza della Danimarca (7%), Svezia (6,5%), e Belgio (6,4%). Solo Romania e Irlanda fanno peggio dell’Italia. Non si tratta, comunque, solo di percentuali, ma anche di cifre assolute. Per esempio la Germania spende il 4,3% del Pil che ammonta in miliardi al doppio della spesa italiana. Comunque nel rapporto tra spesa pubblica e spesa per l’istruzione  il nostro Paese occupa l’ultimo posto nella classifica europea.

Sono numeri che, però, si traducono in fatti reali. È noto che gli stipendi dei docenti sono più bassi rispetto a quelli di stati UE simili a noi. Così come è ben conosciuto il problema della sicurezza degli edifici scolastici (Rapporto sulla sicurezza degli edifici scolastici su www.cittadinanzattiva.it), del loro arredo e delle dotazioni da quelle tecnologiche alla carta igienica nei bagni.

Nel problema generale ce n’è poi un altro più specifico perché le maggiori carenze si registrano nelle regioni del Centro e del Sud a conferma di un ritardo strutturale tutto italiano.

La questione tocca, ovviamente, anche le università. Mancano i fondi e le rette sono fra le più alte. Il confronto con Germania, Spagna, Francia, Danimarca, Finlandia e Svezia è impietoso (borse di studio, tasse inesistenti o basse, aiuti agli studenti).

In Italia i fondi sono gestiti male e non si fa niente per invertire la tendenza. Chi se ne preoccupa? Forse il governo? Non pare proprio.

Per Francesco Cancellato la scuola al sud è un’emergenza sociale che stiamo facendo finta di non vedere. Lo attesta ogni anno  il rapporto sui test Invalsi dal quale veniamo a sapere che il ritardo di molti studenti del sud è tale che si affronta l’esame di terza media con competenze da scuola elementare. È rimbalzato sui giornali quel dato: il 35% dei bambini di alcune regioni del sud arriva in quinta elementare senza essere in grado di comprendere un testo. Ma in quel Rapporto ce n’è per tutti, maturandi compresi, per i quali un semplice testo di inglese è incomprensibile alla stragrande maggioranza di loro.

È un’emergenza o no? Se la scuola non funziona, produce ignoranza e allarga le disuguaglianze (chi può pagare si forma meglio) pensiamo che sia meno importante dell’ultima stupidaggine detta da Salvini? Mai come in questo caso è appropriato dire che in gioco è il futuro. Gli studenti di oggi saranno i lavoratori, i cittadini, gli adulti di domani. E come faranno senza formazione ad affrontare un mondo che è sicuramente molto più complesso di quanto loro possano immaginarlo? Cancellato è drastico: un Sud con una scuola del genere, è un Sud senza alcuna speranza di salvezza. Ma il problema non è solo del Sud. Se non si formano le giovani generazioni non ci sarà reddito di cittadinanza in grado di contrastare un disastro annunciato. E non servirà a nulla la protesta sociale nel momento in cui l’opera sarà compiuta. Non si recuperano facilmente generazioni di ignoranti privi degli strumenti per affrontare il loro cammino nella vita. I sovranisti dicono: chiudiamoci in casa nostra, non entri più nessuno e facciamo alla vecchia maniera così non ci tocca la competizione con gli altri. Ma è un’illusione da disperati che ci condanna all’emarginazione. L’Italia non può escludersi dal mondo per paura. Ne sarebbe travolta.

E poi: lo vogliamo capire che tutto ciò è in relazione diretta con la crescita del Pil? Non sono le Quote 100, i redditi di cittadinanza, gli 80 euro, la flat tax, i condoni la via giusta per affrontare i limiti strutturali dell’Italia. Quelli sono palliativi o prese in giro buone per arrivare alle prossime elezioni illudendo la gente. E rendendola più cattiva perché ignorante, disinformata e illusa che il problema sia solo quello di stampare tanti bei soldi da distribuire a tutti. E chi non li vuol stampare è un nemico.

Se ci fossero forze politiche serie dovrebbero dire la verità agli italiani e investire sull’istruzione: edifici scolastici nuovi di zecca, tempo pieno ovunque, insegnanti più preparati e motivati, lotta senza quartiere all’abbandono scolastico. Non ci sono zecche di Stato capaci di regalare il futuro che solo gli italiani con il loro lavoro possono costruire

Claudio Lombardi

Sconfiggere l’evasione fiscale si può

Pubblichiamo un articolo di Vincenzo Visco tratto dal sito www.lavoce.info

Il problema del contrasto all’evasione fiscale italiana è sempre stato politico, non tecnico. Ma l’evoluzione tecnologica consente già oggi il controllo puntuale del comportamento dei singoli contribuenti. Resta il rammarico per il tempo perso.

UNA QUESTIONE POLITICA

Lo scetticismo sulla possibilità di ridurre in tempi brevi e in modo rilevante l’evasione fiscale in Italia è molto diffuso e radicato. Ma si tratta di un pregiudizio infondato, smentito tra l’altro da alcune esperienze di governo stranamente dimenticate. E in verità il problema non è mai stato tecnico, bensì politico: contrastare in modo esplicito un’evasione di massa come quella italiana può costare milioni di voti.

Alla base del pregiudizio si possono però individuare anche altre convinzioni consolidate, e in particolare che un sistema economico fragile come quello italiano, con le sue piccole e micro-imprese, non sarebbe in grado di sostenere i livelli di pressione fiscale necessari a finanziare un sistema di welfare moderno. E, quindi, l’evasione sarebbe un male inevitabile se non necessario. A ben vedere, si tratta della stessa convinzione che ha fatto sì che negli ultimi trent’anni il nostro paese accumulasse un debito pubblico stratosferico senza che si riuscisse, e in alcuni casi neanche si provasse, a sistemare i conti una volta per tutte.

Tuttavia, se si volesse, l’evasione potrebbe essere (almeno) dimezzata in pochi anni. Cinque anni fa, presentai un rapporto del Nens (Nuova economia nuova società) che aveva per oggetto le tecniche di evasione dell’Iva e le misure che si potevano introdurre per contrastarle. Il rapporto fu presentato al presidente del Consiglio dell’epoca (Matteo Renzi) che, tra le molteplici soluzioni proposte (alcune complementari, altre alternative), adottò lo split-payment e il reverse charge, misure che consentirono un recupero (permanente) di evasione anche maggiore di quello previsto.

LA SVOLTA DELLA FATTURAZIONE ELETTRONICA

Tra le misure allora suggerite, vi era anche l’adozione della fatturazione elettronica generalizzata, che altro non era che l’evoluzione della trasmissione degli elenchi clienti e fornitori introdotti dal governo Prodi II, e un sistema analogo per la trasmissione dei corrispettivi e dei compensi professionali. La fatturazione elettronica fu prima rinviata, poi introdotta come facoltativa e limitata ad alcuni settori di contribuenti. Si è dovuto attendere il governo Gentiloni perché venisse resa obbligatoria, sia pure senza sanzioni adeguate (il che ne indebolisce l’efficacia anche oggi) e senza che l’amministrazione si organizzasse in modo appropriato, mentre per la trasmissione dei corrispettivi è stata prevista un’introduzione graduale.

Il governo Conte, suo malgrado, ha confermato queste misure. In particolare, la fatturazione elettronica, per quanto incompleta perché esclude un numero rilevante di transazioni e rimane senza sanzioni proporzionate, è in vigore dall’inizio dell’anno con evidenti risultati positivi, quali la crescita del gettito Iva relativa agli scambi interni di quasi il 6 per cento nei primi quattro mesi dell’anno – percentuale inferiore a quanto era lecito attendersi, ma comunque rilevante date le modalità carenti di attuazione della misura e dato il contesto attuale di stagnazione-recessione.

Il motivo è semplice: l’evasione lungo la filiera produttiva avviene spesso non dichiarando fatture regolarmente emesse e ricevute o utilizzando strategicamente la diversità delle aliquote in vigore, comportamenti che la fatturazione elettronica dovrebbe rendere impossibili. Analogamente, per quanto riguarda i corrispettivi, molti contribuenti oggi registrano regolarmente le vendite, ma poi non dichiarano i proventi, quindi anche in questo caso vi è da attendersi un recupero di evasione, sempre che si presti la dovuta attenzione ai livelli di mark up dichiarati che potrebbero ridursi in assenza di controlli.

Altre misure potrebbero e dovrebbero essere adottate, quali l’introduzione di un sistema generalizzato di ritenute ai fini delle imposte sui redditi, l’uso sistematico della banca dati sui conti finanziari dei contribuenti, la riduzione dell’uso del contante e l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale nell’analisi dei rischi. Ma è certo che l’evoluzione della tecnologia consente già oggi, e renderà progressivamente inevitabile nei prossimi anni, il controllo puntuale del comportamento dei singoli contribuenti.

È anche interessante notare una certa schizofrenia nei comportamenti degli ultimi governi: quello Renzi ha innalzato l’uso del contante, eliminato la tracciabilità degli affitti, elevato i limiti per l’applicazione delle sanzioni penali e amministrative, indebolito l’Agenzia delle entrate, tutte misure non certo di contrasto all’evasione. Ma ha dovuto comunque estendere l’utilizzo delle nuove tecnologie in campo fiscale. L’esecutivo giallo-verde, dal canto suo, ha introdotto un sistema forfettario, il cui effetto finale sarà quello di rendere legittima l’evasione abituale di ampie categorie di contribuenti, ma al tempo stesso non ha potuto revocare la fatturazione elettronica. Sia pure tra molteplici ritardi e contraddizioni ed equilibrismi tra ricerca di un facile consenso e un necessario rigore, la strada sembra segnata. Le nuove tecnologie segneranno prima o poi la fine dell’evasione di massa.

Resta il rammarico che non si sia voluto intervenire cinque anni fa a risolvere il problema una volta per tutte.

Vincenzo Visco tratto da www.lavoce.info

Migranti: lo spettacolo dell’estate

Ormai è chiaro: passeremo l’estate a seguire le polemiche sui migranti. La logica è quella della Tv spazzatura: niente contenuti, molta sovreccitazione, grandi dosi di ipocrisia. E tanta distanza da un approccio serio ai problemi che, invece, è l’unico che può tentare di risolverli.

Sulla migrazione dal Nord Africa dovremmo già sapere tutto. È un fenomeno che dura da anni, del quale conosciamo cause e modalità. Ora che gli sbarchi si sono ridotti a poca cosa grazie alle politiche avviate dal ministro Minniti (governo Gentiloni), Salvini ha compiuto una doppia magia: attirare l’attenzione su singole barche di Ong che trasportano poche decine di migranti ciascuna come se si trattasse di un’emergenza e distruggere qualunque possibilità di gestire e integrare le centinaia di migliaia di immigrati non regolari che vivono nel nostro territorio trasformandoli in clandestini.

Una manovra a tenaglia che qualunque persona ragionevole dovrebbe considerare una follia e una truffa e che, incredibilmente, fa guadagnare allo pseudo ministro dell’interno una costante crescita di consensi.

Certo, sarebbe meglio che non arrivassero migranti con i barconi così come sarebbe meglio che non arrivassero i tanti che giungono con viaggi regolari e visti turistici e poi si fermano per cercare lavoro diventando irregolari. Stranamente, mentre i primi attirano l’attenzione dell’opinione pubblica, i secondi sono dei perfetti invisibili. Nessuno si preoccupa se dalle Filippine o dal Perù arrivano migranti cosiddetti economici. Anzi, sono molto richiesti per i servizi che svolgono.

Sarebbe anche meglio che le navi delle Ong che battono bandiera di vari paesi europei non andassero ad accogliere i gommoni con i migranti a pochi km dalla costa libica. Nel 2016 e 2017 fu questa la causa di un incremento massiccio degli sbarchi al quale seguì un cambiamento di politica del governo che sfruttò un momento di (relativa) stabilità in Libia per avviare accordi con chi controllava quel territorio, favorì l’intervento dell’Onu e promosse un codice di condotta delle Ong che le allontanò dalla costa libica.

Sarebbe, dunque, meglio che i migranti arrivassero attraverso canali regolari che, però, non ci sono. E non ci sono sia per quelli cosiddetti economici cioè alla ricerca di un lavoro che per i profughi che hanno diritto di richiedere asilo. E così tutti sono costretti ad iniziare il loro percorso sfidando la legge. Se veramente si volessero combattere i trafficanti aprire canali di immigrazione regolare sarebbe il colpo più duro per loro.

Solo con un contratto di lavoro gli immigrati possono regolarizzare la loro posizione. È andata così per milioni che oggi vivono e lavorano tra noi. Sappiamo tutti bene che di questi lavoratori non potremmo fare a meno. Pensiamo alle badanti oppure alla zootecnia, o anche all’agricoltura, alla ristorazione, alle piccole imprese. La nostra economia e la nostra stessa vita dipendono in buona parte dagli immigrati. Li accettiamo, li cerchiamo, ci fanno guadagnare con il loro lavoro, ci risolvono problemi prendendosi cura dei nostri anziani non più autosufficienti. Eppure basta una barca con 40 persone e dimentichiamo tutto ciò e ci mettiamo ad inveire contro un’invasione che non c’è.

Per essere chiari e a prescindere dai decreti Salvini che sono un manifesto politico, ma attenendosi alla Costituzione, se arriva una barca di possibili profughi non possono essere respinti. Bisogna accertare se hanno diritto all’asilo e solo dopo avviare le altre procedure che comprendono anche il rimpatrio. Tutta la sceneggiata che viene fatta svolgere di fronte ai porti della Sicilia per consentire a Salvini di spacciarsi come il difensore dell’Italia va contro questa semplice regola costituzionale: Art 10 “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”.

Ma, si dice, gli italiani sono diventati ostili verso i migranti. Bisognerebbe dire anche verso quali migranti e perché. Di solito (persino Salvini lo ripete spesso) non sono ostili verso quelli che lavorano. L’ostilità nasce verso quelli che rubano, rapinano, spacciano droga. Ma, fra questi, tantissimi non sono arrivati con i barconi. Ci sono anche i delinquenti che arrivano dall’est ben presenti nelle cronache sulle rapine più violente a negozi, banche, ville. E ci sono i delinquenti nostrani, i più pericolosi perché spesso sono inseriti in organizzazioni mafiose che controllano il territorio e dispongono di enormi capitali.

Altra ostilità per quelli che vivono e lavorano regolarmente, ma che concorrono con gli italiani per l’assegnazione delle case popolari o di posti negli asili nido o stanno nelle liste di attesa per esami diagnostici o visite specialistiche nella sanità pubblica. Sembra che ci tolgano qualcosa, ma la verità è che il totale dei residenti (italiani e stranieri) cala anno dopo anno. La decrescita demografica è una realtà. E allora il vero problema è che quei servizi già prima erano insufficienti e anche malgestiti (vedi gli alloggi pubblici occupati o venduti grazie alla corruzione, entrambi fenomeni accettati senza molte proteste dall’opinione pubblica) e oggi è bastata l’aggiunta di altri utenti per far saltare equilibri troppo fragili.

Sarebbe molto meglio in definitiva se sull’immigrazione ci fosse una strategia del governo con al centro la costruzione di una politica europea per i migranti. Altra via non c’è. E’ questa la strada che sta seguendo il governo Lega – M5s? Assolutamente no. Cosa rimane dunque? Non soluzioni reali, ma un talk show televisivo continuo che serve per sfogare malumori, ma più di questo non può fare.

E allora rassegniamoci: lo spettacolo dell’invasione continuerà. Ma sarà solo uno spettacolo, brutto, sporco e cattivo. Al servizio della campagna elettorale di politici cinici e incapaci come Salvini

Claudio Lombardi

Migranti: io accuso Salvini

Pubblichiamo parte della lettera inviata a Repubblica dall’ex Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni sulla questione migranti

Io accuso Salvini. Lo accuso perché sta cancellando l’immagine di un’Italia che sull’immigrazione aveva “salvato l’onore dell’Europa”. Lo accuso per la disinvoltura con cui adopera alcune parole. Tanti nemici tanto onore: non è soltanto una sbruffonata autolesionista, come si è visto anche in questi giorni dal nostro isolamento sui tavoli di Bruxelles, è il recupero sfrontato di un linguaggio messo al bando dalla storia.

Accuso Salvini per il danno che sta facendo alla funzione stessa del ministro dell’Interno. Il responsabile della sicurezza di noi tutti non può trascorrere le proprie giornate tra comizi, selfie e addirittura attacchi sguaiati alla magistratura. E soprattutto non può mettere in scena una  strategia della tensione sulla pelle di poche decine di migranti: “Coloro che salvano vite umane non possono essere criminali”, come ha ricordato il Presidente tedesco Steinmeier. Questa piccola strategia della tensione non ha alcuna giustificazione. La chiusura dei porti non è infatti la risposta sbagliata a una situazione di emergenza -che non esiste- ma una truce esibizione propagandistica incompatibile con il diritto internazionale.

Accuso il ministro dell’Interno perché la situazione che aveva ereditato rendeva possibile il raggiungimento dell’unico obiettivo serio che un governo dovrebbe proporsi in tema di immigrazione. Ossia trasformare flussi incontrollati, gestiti da reti criminali, pericolosi per i migranti e fonte di tensione nei paesi di arrivo in flussi controllati, sicuri, indispensabili per la nostra economia.

Questo obiettivo non era utopistico. Gli accordi da me sottoscritti con le autorità di Tripoli e il lavoro del ministro Minniti avevano raggiunto risultati importanti. Il traffico di esseri umani ridotto a numeri insignificanti per l’accresciuta capacità di contrasto delle autorità libiche; un codice di condotta sottoscritto da quasi tutte le Ong e il loro coordinamento con l’attività di soccorso della Guardia costiera e delle missioni europee; la possibilità per la prima volta concessa alle organizzazioni dell’Onu e a varie Ong di squarciare il velo sulle condizioni in cui sono detenuti in Libia da anni centinaia di migliaia di migranti (oggi sono 660mila); l’avvio dei primi progetti di rimpatri volontari assistiti e di corridoi umanitari per i rifugiati; la prosecuzione delle attività di soccorso in mare e di accoglienza con porti che sono rimasti aperti sempre, anche quando arrivavano oltre diecimila migranti in un solo fine settimana.

Risultati fragili, naturalmente. Perché l’Italia si era mossa con un anno di ritardo, forse illudendosi di poter continuare ad essere un paese di transito anche dopo che, alla fine del 2015, tutti avevano blindato le proprie frontiere. E perché fragile era la realtà delle autorità libiche riconosciute dalla comunità internazionale. (…)

Accuso Salvini di non aver utilizzato una condizione relativamente favorevole. Bisognava attuare l’intesa con la Libia, specie nella parte di contrasto al disastro dei diritti umani nei campi. Era il momento di promuovere corridoi umanitari per i rifugiati, cominciando da quelli detenuti in zone a rischio di conflitto. Si trattava di proporre per i migranti economici quote di ingressi regolari e sicuri. Bisognava migliorare i compiti delle missioni navali, non cancellarle. E occorreva rafforzare, con la necessaria rete di alleanze, la stabilità della Libia anziché vedere indebolita l’influenza italiana tra un insulto alla Tunisia e una lite con la Francia. 

La verità? Salvini e il Governo non hanno fatto nulla di tutto questo perché preferiscono il problema alla sua soluzione. Non solo. Hanno anche fatto a pezzi, con il decreto sicurezza, il nostro sistema di accoglienza e integrazione, che con tutti i suoi limiti e qualche evidente stortura aveva comunque contribuito – accanto alla straordinaria attività di molti sindaci e delle reti di volontariato laico e religioso – a contenere i rischi di esclusione e odio sociale che abbiamo visto purtroppo esplodere  in diversi paesi a noi vicini. Quel “la pacchia è finita” rivolta ai migranti irregolari che vengono messi in mezzo alla strada non procura sicurezza, è lo slogan di un governo in cerca di guai.(….)

La situazione in Libia è profondamente deteriorata e non basta più rivendicare le scelte di due o tre anni fa. Serve subito uno stop ai bombardamenti. Servono subito corridoi umanitari per i rifugiati detenuti nelle zone di conflitto. Serve un’azione concordata con i maggiori paesi europei

Tratto da Repubblica del 6 luglio 2019

Un governo tremendo, ma destinato a resistere

Il governo gialloverde, il peggior governo della storia italiana, rischia di sfangarsela, cioè di cavarsela. Probabilmente la procedura di infrazione non scatterà e la compagine ministeriale, arrancando e sbuffando, andrà avanti. Fra tagli e ritagli metteranno insieme un pacchetto di 7-9 miliardi extra, e questo consentirà di dire che i conti sono in ordine.

Persino il presidente Mattarella è venuto in soccorso di questi sciagurati. Preoccupato, evidentemente, che una condanna secca dell’Italia possa far crescere i sentimenti antieuropei che già circolano in abbondanza.

Gli esperti di politica consigliano, a questo punto, di studiare bene le vicende dell’America Latina, visto che quello è il modello verso il quale stiamo andando. E la lezione che si impara quasi subito non è confortante: questi governacci possono andare avanti anche anni. Tagliano un po’ di welfare, manipolano un po’ i conti, fanno qualche operazione al limite del consentito (mini-bot, ad esempio) e tirano avanti. Prima o poi esplode tutto comunque. Ma non subito.

E infatti chi si aspettava il crollo dei gialloverdi entro Natale rimarrà deluso. L’intera baracca potrebbe esplodere, forse, perché la Lega non riesce a sopportare i 5 cosi. Ma non per via dei conti.

Ma c’è un problema più grave. Salvini continua a dire cose senza senso alcuno. Parla dell’impresa di Carola a Lampedusa come di un atto di guerra, quando non si è vista nemmeno una pistola o uno scacciacani. Dice follie. Ma aumenta i consensi.

Forza Italia gli regge la coda e il Pd va in giro per i campi a parlare di rilancio dell’Italia (tema sempre buono).

In realtà, si sta scoprendo che l’ipotesi liberal-democratica, sconfitta nella politica (vedi fine di Renzi), probabilmente è stata sconfitta (o non è mai esistita) anche nel paese.

Nel senso che in Italia non c’è, nella società reale, una componente liberal-democratica, un insieme di forze cioè che punti a una società più moderna, in crescita, più competitiva. In un rispetto rigoroso della Costituzione.

Forse quasi a tutti va bene questo paese arrangiato, dove con una buona mazzetta si sistema tutto. Dove è riuscita a diventare la prima forza politica una formazione (i 5 cosi), chiaramente antindustriale e antiborghese. E per la quale qualunque cosa più grande di una pizzeria deve essere il frutto di furti e manipolazioni. E quindi meritevole di abbattimento immediato.

Questa forza attualmente è stata sostituita da un’altra (la Lega) che non è molto meglio: non si riesce a capire quale paese abbia in testa. Si sa solo che guarda alla Russia come a una Mecca e che per il resto tira a andare avanti giorno per giorno.

In giro, di liberal-democratico si vede poco, forse niente. E questo spiega quasi tutto: il no al referendum e la fine politica di Renzi.

Siamo un paese ex-borbonico, vince chi urla di più e chi promette cose impossibili.

La traversata del deserto sarà lunga.

Giuseppe Turani tratto da https://www.uominiebusiness.it

Invecchiamento: Italia peggio di tutti

L’invecchiamento della popolazione è una tendenza mondiale. Però l’Italia è tra i paesi che più l’hanno accelerata. È soprattutto la persistente bassa fecondità che continua ad alimentare i nostri squilibri demografici. E ci sarà un prezzo da pagare.

I CAMBIAMENTO MONDIALI

Via via che attraversiamo il XXI secolo, la questione demografica si sposta dall’eccesso di crescita del numero di abitanti del pianeta all’impatto pervasivo dell’invecchiamento della popolazione.

Nella seconda metà del secolo scorso, la popolazione mondiale è passata da 2,5 a 6,1 miliardi. Se lungo tutta la storia umana la nostra specie è cresciuta fino ad arrivare a 2,5 miliardi nel 1950, in solo mezzo secolo si è aggiunta una popolazione 1,4 volte più grande. Mai si era vista una crescita demografica così intensa in passato, ma verosimilmente non la si vedrà più nemmeno in futuro. Le più recenti proiezioni delle Nazioni Unite (World Population Prospects 2019) indicano una popolazione mondiale di 9,7 miliardi nel 2050. Significa che per ogni persona presente nel 2000, se ne aggiungerà un’altra mezza abbondante (0,6 circa) nel corso della prima metà del XXI secolo.

Nel 2100 si prevede una popolazione leggermente sotto gli 11 miliardi. Il che equivale ad affiancare poco più di 0,1 persone a ciascuna presente nel 2050.

Se è vero che non siamo mai stati così tanti e che aumenteremo ancora per un po’ – con tutto ciò che questo significa in termini di impatto sulle risorse e la salute generale del pianeta -, il contributo alla crescita demografica portato dai vari paesi è però in continua riduzione. Si allarga, infatti, l’insieme dei paesi che vedono ridursi il proprio numero di abitanti, mentre si restringe il numero di quelli con alto tasso di incremento. Quasi la metà della crescita della popolazione mondiale da oggi al 2050 sarà concentrata in soli otto stati situati in Africa e in Asia. Nella seconda metà del secolo, l’aumento degli abitanti del pianeta sarà, di fatto, tutto attribuibile alle dinamiche dell’Africa sub-sahariana.

Nel frattempo, diventa sempre più largo un altro insieme, quello dei paesi con vertice della piramide demografica più ampio rispetto alla base: in particolare con persone di 65 anni e più (uscite dall’età tradizionalmente attiva) in numero più elevato rispetto agli under 15 (persone non ancora in età lavorativa). Nel 1950 la percentuale di persone di 65 anni e oltre era pari al 5,1 per cento sulla popolazione mondiale, mentre l’incidenza degli under 15 era del 34,3 per cento. Si prevede che alla fine di questo secolo i primi saliranno oltre il 22 per cento, mentre i secondi scenderanno sotto il 18 per cento.

GLI SQUILIBRI ITALIANI

Se questa è la tendenza globale, l’Italia si è autocollocata tra i paesi che più l’hanno accelerata ed estremizzata. Nel nostro paese le persone di 65 anni e più hanno già raggiunto la percentuale che il mondo avrà a fine secolo. Ma soprattutto abbiamo ridotto la presenza delle più giovani generazioni su livelli che il complesso del pianeta vedrà forse solo in una fase avanzata del XXII secolo: gli attuali under 15 italiani sono il 13,2 per cento, secondo i dati Istat.

L’invecchiamento della popolazione è alimentato da un processo proprio – l’allungamento della durata media di vita dei singoli – e da un processo indiretto – la riduzione della natalità, la quale non aumenta il numero degli anziani, ma ne accresce il peso riducendo il numero di giovani (produce quindi un processo di “degiovanimento” più che di invecchiamento).

È soprattutto la persistente bassa fecondità italiana, nel 2018 pari a 1,32 figli, che ha prodotto gli squilibri demografici attuali e che continua ad alimentarli.

Quasi tutti i paesi avanzati si trovano sotto i due figli in media per donna (livello che corrisponde all’equilibrio generazionale). Però, nei paesi dove il tasso di fecondità non è precipitato troppo (come Francia, Svezia, Stati Uniti, Nuova Zelanda, tanto per citarne alcuni pur con sistemi di welfare molto diversi tra di loro), di fronte alla popolazione anziana che aumenta, quella in età lavorativa rimane solida.

A parità di allungamento della vita media, i costi dell’invecchiamento sono invece molto più rilevanti nel nostro paese, perché si riduce progressivamente la popolazione attiva (meno 6 milioni da qui al 2050, come indica l’ultimo Rapporto annuale Istat), ma anche perché la spesa sociale è già oggi tra le più sbilanciate verso pensioni e salute pubblica, perché stiamo investendo poco in politiche di apprendimento permanente e di supporto a una lunga vita attiva, perché perdiamo giovani dinamici e qualificati a vantaggio di paesi che meglio valorizzano il capitale umano, perché occupazione femminile e fecondità continuano a essere vincolate verso il basso dalla carenza di efficaci politiche di conciliazione. Magari anche perché, assieme a tutto questo, continuiamo a considerare l’immigrazione solo come un problema anziché un fenomeno complesso da governare e inserire strutturalmente nei nostri processi di crescita

Alessandro Rosina (professore ordinario di Demografia e Statistica sociale alla Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano)

tratto da www.lavoce.info

Salvini: confusione rivestita di arroganza

Secondo il ”Corriere”, la scrivania di Salvini sarebbe combinata così. Uno studio sulla Abenomics (Giappone), un paese che non cresce da vent’anni. Un secondo studio sulla politica trumpiana (aumento spesa pubblica 5 per cento, crescita 2,5) e, infine, una statua alta un metro di un personaggio inesistente, inventato, e cioè Alberto da Giussano.

La scrivania descrive bene la confusione mentale del politico oggi più potente in Italia. La sua testa è una specie di insalata mista, dove il vero e il falso, l’inutile e il superfluo si mischiano. Meglio avrebbe fatto a sistemare una foto grandezza naturale della fidanzata Francesca Verdini: almeno quella è reale, ha gambe lunghe e una laurea alla Luiss.

E la confusione è la cifra sovrana di questo sovranista: continua a ripetere che alla Ue insegnerà a stare al mondo. Peccato che non conti niente. Sarà tanto se lo faranno accomodare sullo zerbino nella nuova Ue. E così via.

Ma la forza di Salvini è come la statua di Alberto da Giussano: se tu la fai alta un metro e la metti in bella vista, finisce che qualcuno ci crede davvero. Lui spara bugie in continuazione, ma tante di quelle volte che alla fine un sacco di gente gli crede.

Adesso ha la fissa della politica trumpiana (taglio selvaggio delle tasse). Tria gli ha spiegato che per fare quelle cose bisognerebbe avere il dollaro come moneta, ma non gli ha fatto i disegnini e quindi Salvini non ha capito. Non ha capito, cioè, che se hai il dollaro come moneta (usata in tutti gli scambi internazionali) e se gli aggiungi la quinta e la sesta flotta, puoi fare quasi tutto quello che vuoi.

Ma se hai solo l’euro (che dipende da Francoforte, cioè dai tedeschi) e niente altro, nemmeno una miserabile portaerei, ma solo qualche portaelicotteri sulla quale poi si mettono aerei a decollo verticale (astuzia italica), è inutile che ti gonfi il petto. Questo va bene a Viggiù (con Francesca che, adorante, ti aspetta in macchina), ma a Bruxelles lascia tutti più che altro sconcertati e perplessi.

Infatti, gli osservatori più attenti sostengono che il governo a trazione salviniana rischia fortemente di non prendere nemmeno una carica importante, decente, nel nuovo vertice di Bruxelles. Impavido, Salvini continua a urlare che il suo è il partito che ha preso più voti in Europa e forse è vero. Peccato che li abbia presi in Italia, cioè in un paese agonizzante, e non in Germania o in Francia. Insomma, arrivare primi all’ospizio dei vecchietti non è un vero primato, ma solo un’opera buona. E questo siamo oggi: lo dice persino l’Istat. Bisogna andare alle origini del secolo scorso per trovare la nascita di così pochi bambini: la gente non li fa, punto e basta.

Le salviniane di sinistra (esistono anche queste creature) sostengono che è perché manca un’adeguata politica della famiglia. Vero. Come è vero che nessuno ha davvero voglia di fare bambini in questa Italia così confusa e incerta. Per cambiare le cose non basta qualche sussidio per i biberon e il latte: servirebbe cambiare il paese o aprire le porte all’immigrazione intelligente, come ha appena fatto il Giappone, che ha autorizzato l’ingresso di 150 mila stranieri, non avendo più nuovi cittadini propri.

Ma se nemmeno Tria è riuscito a spiegare a Salvini che l’Italia non è gli Stati Uniti e che lui non è Trump, ma solo uno scansafatiche ambrosiano, mai lavorato un solo giorno, considerato fino a ieri poco più che una macchietta, chi siamo noi per tentare di convincerlo a essere prudente e umile?

L’impresa appare disperata.

La sua testa è un’insalatona (cipolle, peperoni, trevisana, rapanelli, broccoli, tonno) e nessuno ci può fare niente.

Giuseppe Turani tratto da https://www.uominiebusiness.it

I giovani italiani che vogliono scappare

Voglio raccontarvi la sintesi di una telefonata alla TIM. E’ una bella e brutta storia, ma merita. Per la giovane operatrice e per quello che ha trasmesso a me, a tutti noi, con una elementare ma perfetta “rasoiata”.

Piccolissima premessa per capire. Dall’ADSL passo a Fibra. Ma TIM si sbaglia e fa una voltura. Come fossi un nuovo cliente. La domiciliazione (durata 30 anni) scompare e mi ritrovo due bollette in morosità senza saperlo. Le pago, ma poi mi ritrovo 2,22 euro x 2 bollette di multa per ritardato pagamento. Ovvio. E in più, spulciando la bolletta, vedo che TIM Vision che mi era stata promessa gratis, me la fanno pagare 1 euro.

Bene, dico, visto che fanno gli accattoni loro, faccio il tirchio anche io. Pure per un euro. Chiamo il 187 e spiego la questione. Senza rabbia, ma con buon senso e ragionevolezza, senza un briciolo di alterazione emotiva.

L’operatrice mi ascolta e su Tim Vision dice che il contratto “è quello da 30 euro”. Ti dicono pure che Tim Vision è gratis ma in realtà è obbligatorio, cioè 29 euro la linea + 1 Tim Vision. Vabbè. Sembra la stessa cosa, ma non mi trattate da deficiente. Allora (replico) ridatemi i soldi per avermi fatto pagare multe per un vostro errore. “Deve aprire un reclamo – mi dice l’interlocutrice – e dovrà dimostrare lei il loro errore”. Ma si può litigare per 2 euro?

MA AD UN TRATTO, ECCO GLI SNODI: Con un pizzico di attenzione, ringrazio la ragazza che mi ha ascoltato con pazienza e le dico che, anche se non sembra, sono arrabbiato, perchè tutte le aziende, ACEA, ENI, ENEL, le Banche, Vodafone e gli uffici fanno tutte come Tim: un continuo confronto-scontro per cose che non vanno, in cui l’utente però è sempre soggiogato dalla loro forza economica e dal loro potere.

Ed ho accennato alla operatrice che anche lei, nella sua vita reale, sarà una utente e “smadonnerà” a destra e a sinistra per tutti gli impicci quotidiani piccoli o grandi simili al mio.

Ed ho aggiunto: con le aziende CHE PAGANO I CALL CENTER SOLO PER STOPPARE LE LAMENTELE AL 50% E PER RISOLVERE I PROBLEMI REALI NELL’ALTRO 50.

A questo punto l’operatrice mi interrompe, e mi dice: NO. L’80% SONO LAMENTELE. L’80% no il 50.

E poi mi accenna (con mio dolore umano) e mi rasoia il volto: “Lei ha l’età di mia nonna (cavolo, vero, io ho 70 anni, lo avrà capito dal CF o dal contratto?), e mia nonna ogni giorno mi dice di scappare da questo Paese, di SCAPPARE PRESTO, CHE ALTRIMENTI IL MIO FUTURO E’ SEGNATO“.

Non le chiedo il nome, non approfondisco oltre, e si che avrei voluto capire la sua storia professionale, le ragioni più profonde del suo dire. Invece le chiedo solo quanti anni ha.

Ci pensa un po’ e poi sottovoce: ventuno.

Ecco, sentire genericamente dai giovani che bisogna scappare, è un leitmotiv quotidiano, forse ormai privo di sentimenti, che ci ha abituato a tanto al chilo.

Ma sentirlo direttamente da una ragazza (intelligente, educata, colta e capace di fare il suo lavoro, ma “pagata solo per reggere alle incazzature degli utenti evitando noie alla azienda”), con la consapevolezza di ciò che diceva – perchè nella telefonata parlava di sua nonna, MA ERA LEI CHE VOLEVA SCAPPARE – ecco, questo ti ferisce il cuore e capisci che quando viene meno la speranza, soprattutto nei giovani, viene meno l’identità. Di un lavoro. Di un amore. Di un Paese. E ci si perde. A meno di scappare.

E qui non si tratta di governo o di poteri politici, o meglio non solo: si tratta della presa di atto definitiva, di un tessuto sociale, produttivo, emozionale… ormai liso, sfilacciato, ad solo un minuto secondo dalla sua definitiva rottura

Michele Pizzuti

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