I gilet gialli e la fragilità della democrazia

Qualcuno ha osservato che senza gli scontri settimanali con la polizia ben pochi si sarebbero accorti del movimento dei gilet gialli al di fuori della Francia. Ma anche l’opinione pubblica francese probabilmente avrebbe dato minor peso a questo pseudo movimento se non le fosse stato imposto con la violenza dei sabotaggi, dei pestaggi, delle devastazioni che da settimane tormentano Parigi e diverse altre località. Di fatto una piccola minoranza si è imposta alla stragrande maggioranza con metodi che nulla hanno a che vedere con la normale dialettica politica e sociale che caratterizza un sistema democratico.

I sondaggi valgono quel che valgono, ma i gilet gialli hanno ricevuto comprensione da una fetta maggioritaria dell’opinione pubblica francese. Anche in Italia sembra che il gradimento superi il 60%. Strano fenomeno. La prima osservazione è ovvia: ma se così tanti mostrano di condividere la protesta perché non scendono in piazza anche loro e non si uniscono ai manifestanti? La seconda osservazione riguarda la distinzione tra essere spettatori ed essere coinvolti. Siamo abituati ad assistere ad eventi politici spettacolari e di grande impatto mediatico come spettatori che possono schierarsi per l’uno o per l’altro senza per forza sentirci responsabilizzati. Probabilmente nelle percentuali di quelli che mostrano comprensione e simpatia nessuno gradirebbe la guerriglia urbana intorno a casa sua perché ne pagherebbe le conseguenze. Ma sicuramente nessuno vorrebbe un assetto politico e sociale nel quale minoranze organizzate rovesciano il sistema cioè le istituzioni e le leggi e assumono il comando.

Invece, anche nel caso dei gilet gialli, si ripete uno schema ormai già sperimentato: molti realizzano un transfer tra i propri motivi di insoddisfazione e di rancore (personali e dunque a livello prepolitico), e l’emersione di un movimento che appare deciso a tagliare ogni lungaggine del metodo democratico e ad imporsi a prescindere da impicci procedurali e di consenso.

Colpisce e turba che ogni leaderino da nessuno delegato nelle interviste dica di parlare a nome del popolo. Col suo bravo gilet giallo di ordinanza ciascuno di questi ribelli improvvisati si sente autorizzato a minacciare, a praticare la violenza, a sabotare servizi ed attrezzature pubblici (il 60% degli autovelox è stato distrutto), a chiedere addirittura il crollo del sistema democratico rappresentativo. A questo livello siamo fuori da ogni contesto costituzionale, siamo al sovvertimento rivoluzionario nel quale ci si misura solo sulla forza e nel quale l’unica legge è quella di chi riesce a battere l’avversario.

Tutto ciò non ha nulla a che fare con un movimento di protesta popolare ed è potuto nascere solo grazie a un duplice fallimento. Le classi dirigenti cioè le cosiddette élite, si sono abituate a considerare immodificabile la crescente disuguaglianza dei redditi e dei benefici che derivano dal sistema economico uscita dagli anni della crisi. Hanno ritenuto che la promessa di un miglioramento delle condizioni di vita di ciascuno potesse consistere nella sua ripetizione e non trasformarsi in un parametro sul quale impostare le scelte politiche. Si è persa la capacità di immaginare le tensioni e di prevenirle. Ciò che ha concesso Macron dopo l’insurrezione di alcune migliaia di gilet gialli poteva essere deciso prima se solo chi dirige il governo francese avesse mantenuto la capacità di comprendere la società e i suoi bisogni.

In realtà tale capacità è venuta meno per il secondo fallimento, quello del sistema democratico rappresentativo e partecipativo. Come succede per le colline private dei boschi l’onda di piena non ha trovato ostacoli in una mediazione democratica organizzata e si è trasformata in una forza distruttiva. I partiti non contano più nulla o non esistono e i sindacati si sono dimostrati del tutto inadeguati a svolgere la loro funzione di rappresentanza sociale. Secondo una ben conosciuta analisi entrambi si sono istituzionalizzati cioè si sono identificati con una funzione istituzionale sia parlamentare che di governo che di contrattazione tra attori dei processi sociali. Nessuno ha pensato a mantenere il collegamento con la base elettorale o degli iscritti. È accaduto in tutti i paesi occidentali e ne abbiamo avuto vari esempi anche in Italia. È emblematico il caso del Pd che ha diretto i governi dal 2013 al 2018 e che, dopo la sconfitta elettorale, è precipitato in uno stato confusionale che ha rivelato l’esistenza di una doppia realtà: quella di chi lavorava nelle istituzioni ed elaborava e realizzava le politiche e quella di chi stava nel partito e pensava solo alla mediazione tra gruppi e cordate personali.

Sembra che adesso Macron lo abbia capito e ha preso un’iniziativa importante con il lancio della grande consultazione dei francesi che durerà 60 giorni. E’ già qualcosa, anzi è molto e segnerà il discrimine tra chi punta solo allo sfascio e chi vuole veramente far valere le sue ragioni.

Ma lo svuotamento della democrazia resta ed è la causa dell’incapacità delle élite di comprendere e governare il bilanciamento tra oneri e vantaggi, tra diritti e doveri, tra poteri e responsabilità. La perdita di fiducia è drammatica e lascia un caos sul quale puntano potenti soggetti geopolitici interessati alla disgregazione dell’Europa. Far crollare Macron oggi è la chiave per minare l’esistenza stessa dell’Unione Europea e dell’euro. Non è difficile immaginare che sia gli Usa di Trump sia la Russia di Putin anche per conto della Cina siano le potenze che ricaverebbero i maggiori vantaggi dalla rottura dell’Europa. E non è difficile immaginare che, apertasi una crepa in Francia, stiano facendo di tutto per allargarla il più possibile. Putin è abituato a questo gioco sporco, ma anche Trump non si fa certo scrupoli nello scendere sullo stesso terreno.

La posta in gioco in Francia non è il grido di dolore di una popolazione che ha vissuto la crisi molto di meno di altri e che gode di un livello di benessere e di tutela dei diritti sconosciuto sia ad est che ad ovest. Questo “grido di dolore” è artefatto e pompato da una propagazione mediatica di enorme potenza che ha lo scopo di aumentare la tensione e di suscitare l’identificazione di milioni di persone in tutta Europa con le ragioni dei manifestanti. Gli scontri con la polizia scientemente ricercati ed organizzati sono il requisito mediatico indispensabile per trasformare un piccolo fatto in un grande evento.

In definitiva la posta in gioco non riguarda soltanto la Francia, ma la nostra libertà di europei. Prima lo capiamo e meglio è

Claudio Lombardi

Tra sbarchi e immigrati. La politica dello sfascio

Scrive Francesco Daveri su www.lavoce.info che i dati dell’Onu sugli sbarchi via mare mostrano che gli accordi con la Libia del ministro Minniti hanno prodotto risultati due volte più grandi della chiusura dei porti e della guerra alle Ong del ministro Salvini.

Il calo si è verificato a partire dal 2018 con 115 mila arrivi via mare in Europa contro gli oltre 172 mila del 2017. All’interno del dato complessivo ci sono i 23.371 sbarcati in Italia e gli oltre 57 mila arrivi in Spagna.

Ma cosa ha contato di più: gli accordi voluti da Minniti con le tribù libiche o la chiusura di Salvini? L’analisi dei dati mensili fatta da Daveri porta ad una conclusione: l’effetto Minniti ha portato ad un calo totale di sbarchi pari al 68,9 per cento del totale; l’effetto Salvini ha segnato un 31,1 per cento del totale. Ciò senza considerare che gli effetti delle azioni di Minniti non sono cessati con il cambio di governo, ma sono proseguiti anche sotto la gestione Salvini.

Dunque la durezza di per sé non è risolutiva mentre molto più produttiva è la strada di bloccare le partenze. Su questo dovrebbe concentrarsi il governo. Non da solo, però, ma puntando al coinvolgimento degli altri paesi europei. In sostanza la strategia elaborata già col governo Renzi (Migration compact) e proseguita con Gentiloni è ancora l’unica guida sicura per affrontare un problema complesso come quello della migrazione dall’Africa.

La vicenda dei quarantanove migranti a bordo delle navi al largo di Malta e che sembra essersi risolta oggi sta, però, mettendo in evidenza le ipocrisie del M5S e della Lega che si lamentano perché l’Europa non farebbe la sua parte, ma non fanno nulla per spingerla a cambiare. Nell’ormai mitico contratto di governo è precisato che “È necessario il superamento del Regolamento di Dublino” per ottenere “il ricollocamento obbligatorio e automatico dei richiedenti asilo tra gli stati membri dell’Ue”. Sembrerebbe un impegno preciso, tra l’altro spinto e rafforzato da una riforma del suddetto regolamento approvata dal Parlamento europeo nel novembre 2017 nella quale si proponeva l’abolizione del principio del paese di primo ingresso. All’epoca non c’era ancora il contratto e non c’era il governo e così la Lega si astenne e il M5S votò contro.

Ma da giugno è operativo il nuovo governo e, in base al contratto, dovrebbe perseguire la stessa riforma votata dal Parlamento Europeo. Lo sta facendo? Ovviamente no.

Abbiamo invece avuto il cosiddetto decreto sicurezza che affronta il problema dei migranti già presenti nel territorio nazionale, regolari e irregolari. Come è noto chi ha la protezione umanitaria la perde e viene escluso dalla rete Sprar oltre a non poter più iscriversi all’anagrafe. Rischiano la stessa sorte anche coloro che vengono privati del contratto di lavoro che giustifica il permesso di soggiorno. In entrambi i casi, invece di dare un’identità e regolarizzare centinaia di migliaia di persone che sarà impossibile rimandare nei paesi di provenienza, li si trasforma in irregolari privi di assistenza e di percorsi di integrazione. Si crea dal nulla un gigantesco problema sociale, di convivenza civile, di sicurezza.

Come si spiega che la riforma del regolamento di Dublino non sia al centro della politica del governo sull’immigrazione? E come si spiega che non vi sia nemmeno l’integrazione di chi già vive qui?

La risposta è una sola: non si vogliono affrontare i problemi dell’immigrazione e dell’integrazione; si vuole che tutto resti aperto in modo da poter generare un clima di emergenza permanente. Se questi problemi fossero risolti, verrebbe meno il principale motore della propaganda sovranista. Tutto deve rimanere sospeso in modo che anche 49 migranti possano diventare un pretesto di eccitazione dell’opinione pubblica.

Ciò che conta per Salvini è avere migranti per strada e farli passare per il pericolo pubblico numero uno. E avere migranti per mare per spaventare gli elettori.

Uno schemino semplice semplice: c’è un problema, lo si usa per farci una campagna elettorale stando all’opposizione. Una volta conquistato il governo, il problema lo si lascia intatto o si cerca di aggravarlo in modo da poter continuare a specularci su. In mezzo ci sono milioni di italiani e di immigrati usati gli uni e gli altri per costruire la scalata al potere assoluto. Salvini e i 5 stelle stanno facendo esattamente questo

Claudio Lombardi

Opere pubbliche: il disastro a 5 stelle

L’inchiesta di Milena Gabanelli e Fabio Savelli pubblicata sul Corriere della Sera del 7 gennaio sulla gestione delle opere pubbliche attuata dal governo Lega M5S è un documento prezioso che andrebbe studiato. La scelta del ministro Toninelli di bloccare i finanziamenti a tutte le grandi opere già in corso per rifare le ormai mitiche analisi costi benefici si sta rivelando una follia senza senso e puramente ideologica che sta portando disoccupazione e crisi aziendali. I 5 stelle sono da sempre ostili alle grandi opere e l’analisi costi benefici è solo il pretesto per attuare un loro obiettivo: bloccare le grandi opere e dirottare i finanziamenti sulle opere di manutenzione del territorio. Inesperti e inconsapevoli non hanno calcolato che bloccare opere già avviate ha un costo enorme e colpisce imprese con decine di migliaia di dipendenti. Non si sono resi conto che passare dalle grandi alle piccole opere non è come cambiare distributore di benzina.

Dopo sei mesi di stop una tra le grandi opere bloccate è stata riavviata. Si tratta del Terzo Valico tra Genova e Milano ormai in avanzato stato di realizzazione. A Toninelli, incurante delle conseguenze sulle imprese appaltatrici, ci sono voluti sei mesi per capire che quell’opera andava completata. Un percorso analogo si sta compiendo anche per il tunnel del Brennero, per la pedemontana veneta, per l’alta velocità Brescia-Padova, per la Torino-Lione. Ovviamente per il governo del cambiamento che le imprese di costruzioni coinvolte siano a rischio fallimento importa ben poco. Loro puntano su quota 100 e sul reddito di cittadinanza, mica sul lavoro.

Nell’inchiesta della Gabanelli sono citati i casi di Astaldi, Grandi Lavori Fincosit di Roma, Tecnis di Catania e, da ultimo, la più grande cooperativa italiana, la Cmc di Ravenna. La società Condotte è finita in amministrazione straordinaria. Quindici delle prime 20 imprese sono in stato pre-fallimentare o in forte stress finanziario perché le entrate previste sono bloccate, mentre le uscite nei confronti dei fornitori che continuano ad accumularsi stanno costringendo molti piccoli imprenditori a chiudere.

Si tratta di aziende il cui lavoro dipende dalle decisioni politiche e già indebolite dai tempi della burocrazia e dalle modalità delle gare, che si svolgono spesso al massimo ribasso. Con queste premesse succede che le scadenze non vengono rispettate e spesso si finisce in tribunale in infiniti contenziosi con enormi richieste di risarcimento alle stazioni appaltanti pubbliche. La sola Anas che di queste è la più grande ha dovuto cancellare nel 2018 quasi 600 milioni di euro di lavori con la conseguenza di dover rispondere alle richieste di risarcimenti da parte delle imprese già esposte con banche e fornitori.

È un fatto che i bandi di gara pubblici siano crollati (meno 67% nell’ultimo anno e mezzo) e che gli iter dei finanziamenti pubblici ci mettono tempi infiniti per arrivare a destinazione.

Le opere incompiute sono 300 e i soldi già stanziati non vengono spesi. Infatti, sembra incredibile, ma di soldi in cassa il nuovo governo ne ha trovati tanti. Ben 150 miliardi tutti disponibili. Sarebbe stato logico incrementare l’utilizzo di questi fondi spingendo per la realizzazione di tutte le opere pubbliche già decise ed avviate. Ed invece è stato fatto il contrario. Il CIPE che è il motore di tutti i procedimenti di spesa si è riunito solo due volte in sei mesi. Piuttosto assurdo per un governo che trova in cassa una montagna di soldi da spendere, progetti già approvati e opere in corso.

Sta di fatto che nel negoziato con la Commissione Ue sono stati sacrificati gli investimenti togliendo un miliardo di finanziamento alle grandi opere per destinarlo come copertura ad altre misure. Facile indovinare che siano i cavalli di battaglia di Lega e M5S: quota 100 e reddito di cittadinanza oltre che l’aliquota del 15% regalata alle partite Iva.

È facile comprendere perché le imprese che lavorano alle grandi opere pubbliche siano tutte in crisi. Se i soldi a disposizione fossero stati spesi potevano portare oltre 400 mila posti di lavoro e salvare dal fallimento tante imprese che non ce l’hanno fatta.

Oltre al blocco o rallentamento delle grandi opere, oltre all’incapacità di spendere soldi già stanziati, oltre alla burocrazia e al codice degli appalti c’è anche il peso dei debiti non saldati dello Stato verso i suoi fornitori. Si tratta di decine di miliardi che pesano sui bilanci delle aziende.

Cosa sta facendo il governo per affrontare questi nodi? Nulla. L’analisi costi benefici è stata finora l’unica risposta. Un pretesto per non decidere e prendere tempo.

Il governo ha vissuto i suoi sei mesi sull’onda degli annunci e delle provocazioni, ma nella sostanza è riuscito solo a varare la legge di bilancio più confusa, pasticciata e inefficace degli ultimi anni. Mentre non riesce a far marciare le opere pubbliche con soldi pronta cassa, si è “impiccato” al deficit per distribuire sussidi d premi elettorali. Invece del lavoro ha scelto l’assistenza

Claudio Lombardi

Il messaggio augurale del Presidente della Repubblica

Care concittadine e cari concittadini,

siamo nel tempo dei social, in cui molti vivono connessi in rete e comunicano di continuo ciò che pensano e anche quel che fanno nella vita quotidiana.

Tempi e abitudini cambiano ma questo appuntamento – nato decenni fa con il primo Presidente, Luigi Einaudi – non è un rito formale. Mi assegna il compito di rivolgere, a tutti voi, gli auguri per il nuovo anno: è un appuntamento tradizionale, sempre attuale e, per me, graditissimo.

Permette di formulare, certo non un bilancio, ma qualche considerazione sull’anno trascorso. Mi consente di trasmettere quel che ho sentito e ricevuto in molte occasioni nel corso dell’anno da parte di tanti nostri concittadini, quasi dando in questo modo loro voce. E di farlo da qui, dal Quirinale, casa di tutti gli italiani.

Quel che ho ascoltato esprime, soprattutto, l’esigenza di sentirsi e di riconoscersi come una comunità di vita. La vicinanza e l’affetto che avverto sovente, li interpreto come il bisogno di unità, raffigurata da chi rappresenta la Repubblica che è il nostro comune destino.

Proprio su questo vorrei riflettere brevemente, insieme, nel momento in cui entriamo in un nuovo anno.

Sentirsi “comunità” significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri.

Significa “pensarsi” dentro un futuro comune, da costruire insieme. Significa responsabilità, perché ciascuno di noi è, in misura più o meno grande, protagonista del futuro del nostro Paese.

Vuol dire anche essere rispettosi gli uni degli altri. Vuol dire essere consapevoli degli elementi che ci uniscono e nel battersi, come è giusto, per le proprie idee rifiutare l’astio, l’insulto, l’intolleranza, che creano ostilità e timore.

So bene che alcuni diranno: questa è retorica dei buoni sentimenti, che la realtà è purtroppo un’altra; che vi sono tanti problemi e che bisogna pensare soprattutto alla sicurezza.

Certo, la sicurezza è condizione di un’esistenza serena.

Ma la sicurezza parte da qui: da un ambiente in cui tutti si sentano rispettati e rispettino le regole del vivere comune.

La domanda di sicurezza è particolarmente forte in alcune aree del Paese, dove la prepotenza delle mafie si fa sentire più pesantemente. E in molte periferie urbane dove il degrado favorisce il diffondersi della criminalità.

Non sono ammissibili zone franche dove la legge non è osservata e si ha talvolta l’impressione di istituzioni inadeguate, con cittadini che si sentono soli e indifesi.

La vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza.

Sicurezza è anche lavoro, istruzione, più equa distribuzione delle opportunità per i giovani, attenzione per gli anziani, serenità per i pensionati dopo una vita di lavoro: tutto questo si realizza più facilmente superando i conflitti e sostenendosi l’un l’altro.

Qualche settimana fa a Torino alcuni bambini mi hanno consegnato la  cittadinanza onoraria di un luogo immaginario, da loro definito Felicizia, per indicare l’amicizia come strada per la felicità.

Un sogno, forse una favola. Ma dobbiamo guardarci dal confinare i sogni e le speranze alla sola stagione dell’infanzia. Come se questi valori  non fossero importanti nel mondo degli adulti.

In altre parole, non dobbiamo aver timore di manifestare buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società.

Sono i valori coltivati da chi svolge seriamente, giorno per giorno, il   proprio dovere; quelli di chi si impegna volontariamente per aiutare gli altri in difficoltà.

Il nostro è un Paese ricco di solidarietà. Spesso la società civile è arrivata, con più efficacia e con più calore umano, in luoghi remoti non raggiunti dalle pubbliche istituzioni.

Ricordo gli incontri con chi, negli ospedali o nelle periferie e in tanti luoghi di solitudine e di sofferenza dona conforto e serenità.

I tanti volontari intervenuti nelle catastrofi naturali a fianco dei Corpi dello Stato.

È l’“Italia che ricuce” e che dà fiducia.

Così come fanno le realtà del Terzo Settore, del No profit che rappresentano una rete preziosa di solidarietà.

Si tratta di realtà che hanno ben chiara la pari dignità di ogni persona e che meritano maggiore sostegno da parte delle istituzioni, anche perché, sovente, suppliscono a lacune o a ritardi dello Stato negli interventi in aiuto dei più deboli, degli emarginati, di anziani soli, di famiglie in difficoltà, di senzatetto.

Anche per questo vanno evitate “tasse sulla bontà”.

È l’immagine dell’Italia positiva, che deve prevalere.

Il modello di vita dell’Italia non può essere – e non sarà mai – quello degli ultras violenti degli stadi di calcio, estremisti travestiti da tifosi.

Alimentano focolai di odio settario, di discriminazione, di teppismo.

Fenomeni che i pubblici poteri e le società di calcio hanno il dovere di contrastare e debellare.

Lo sport è un’altra cosa.              

Esortare a una convivenza più serena non significa chiudere gli occhi davanti alle difficoltà che il nostro Paese ha di fronte.

Sappiamo di avere risorse importanti; e vi sono numerosi motivi che ci inducono ad affrontare con fiducia l’anno che verrà. Per essere all’altezza del compito dobbiamo andare incontro ai problemi con parole di verità, senza nasconderci carenze, condizionamenti, errori, approssimazioni.

Molte sono le questioni che dobbiamo risolvere. La mancanza di lavoro che si mantiene a livelli intollerabili. L’alto debito pubblico che penalizza lo Stato e i cittadini e pone una pesante ipoteca sul futuro dei giovani. La capacità competitiva del nostro sistema produttivo che si è ridotta, pur con risultati significativi di imprese e di settori avanzati.  Le carenze e il deterioramento di infrastrutture. Le ferite del nostro territorio.

Dobbiamo aver fiducia in un cammino positivo. Ma non ci sono ricette miracolistiche.

Soltanto il lavoro tenace, coerente, lungimirante produce risultati concreti. Un lavoro approfondito, che richiede competenza e che costa fatica e impegno.                 

Traguardi consistenti sono stati raggiunti nel tempo. Frutto del lavoro e dell’ingegno di intere generazioni che ci hanno preceduto.

Abbiamo ad esempio da poco ricordato i quarant’anni del Servizio sanitario nazionale.

E’ stato – ed è – un grande motore di giustizia, un vanto del sistema Italia.  Che ha consentito di aumentare le aspettative di vita degli italiani, ai più alti livelli mondiali. Non mancano difetti e disparità da colmare. Ma si tratta di un patrimonio da preservare e da potenziare.

L’universalità e la effettiva realizzazione dei diritti di cittadinanza sono state grandi conquiste della Repubblica: il nostro Stato sociale, basato sui pilastri costituzionali della tutela della salute, della previdenza, dell’assistenza, della scuola rappresenta un modello positivo. Da tutelare.

Ieri sera ho promulgato la legge di bilancio nei termini utili a evitare l’esercizio provvisorio, pur se approvata in via definitiva dal Parlamento soltanto da poche ore.

Avere scongiurato la apertura di una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea per il mancato rispetto di norme liberamente sottoscritte è un elemento che rafforza la fiducia e conferisce stabilità.

La grande compressione dell’esame parlamentare e la mancanza di un opportuno confronto con i corpi sociali richiedono adesso un’attenta verifica dei contenuti del provvedimento.

Mi auguro – vivamente – che il Parlamento, il Governo, i gruppi politici trovino il modo di discutere costruttivamente su quanto avvenuto; e assicurino per il futuro condizioni adeguate di esame e di confronto.

La dimensione europea è quella in cui l’Italia ha scelto di investire e di giocare il proprio futuro; e al suo interno dobbiamo essere voce autorevole.

Vorrei rinnovare un pensiero di grande solidarietà ai familiari di Antonio Megalizzi, vittima di un vile attentato terroristico insieme ad altri cittadini europei.

Come molti giovani si impegnava per un’Europa con meno confini e più giustizia. Comprendeva che le difficoltà possono essere superate rilanciando il progetto dell’Europa dei diritti, dei cittadini e dei popoli, della convivenza, della lotta all’odio, della pace.

Quest’anno saremo chiamati a rinnovare il Parlamento europeo, la istituzione che rappresenta nell’Unione i popoli europei, a quarant’anni dalla sua prima elezione diretta.  È uno dei più grandi esercizi democratici al mondo: più di 400 milioni di cittadini europei si recheranno alle urne.

Mi auguro che la campagna elettorale si svolga con serenità e sia l’occasione di un serio confronto sul futuro dell’Europa.

Sono rimasto colpito da un episodio di cronaca recente, riferito dai media. Una signora di novant’anni, sentendosi sola nella notte di Natale, ha telefonato ai Carabinieri. Ho bisogno soltanto di compagnia, ha detto ai militari. E loro sono andati a trovarla a casa portandole un po’ di serenità.

Alla signora Anna, e alle tante persone che si sentono in solitudine voglio rivolgere un saluto affettuoso.

Vorrei sottolineare quanto sia significativo che si sia rivolta ai Carabinieri. La loro divisa, come quella di tutte le Forze dell’ordine e quella dei Vigili   del fuoco, è il simbolo di istituzioni al servizio della comunità. Si tratta di un patrimonio da salvaguardare perché appartiene a tutti i cittadini.

Insieme a loro rivolgo un augurio alle donne e agli uomini delle Forze armate, impegnate per garantire la nostra sicurezza e la pace in patria e all’estero. Svolgono un impegno che rende onore all’Italia.

La loro funzione non può essere snaturata, destinandoli a compiti non compatibili con la loro elevata specializzazione.

In questa sera di festa desidero esprimere la mia vicinanza a quanti hanno sofferto e tuttora soffrono – malgrado il tempo trascorso – le conseguenze dolorose dei terremoti dell’Italia centrale, alle famiglie sfollate di Genova e della zona dell’Etna. Nell’augurare loro un anno sereno, ribadisco che la Repubblica assume la ricostruzione come un impegno inderogabile di solidarietà.

Auguri a tutti gli italiani, in patria o all’estero.

Auguro buon anno ai cinque milioni di immigrati che vivono, lavorano, vanno a scuola, praticano sport, nel nostro Paese.

Rivolgo un augurio, caloroso, a Papa Francesco; e lo ringrazio, ancora una volta, per il suo magistero volto costantemente a promuovere la pace, la coesione sociale, il dialogo, l’impegno per il bene comune.

Vorrei concludere da dove ho iniziato: dal nostro riconoscerci comunità.

Ho conosciuto in questi anni tante persone impegnate in attività di grande valore sociale; e molti luoghi straordinari dove il rapporto con gli altri non è avvertito come un limite, ma come quello che dà senso alla vita.

Ne cito uno fra i tanti ricordando e salutando i ragazzi e gli adulti del Centro di cura per l’autismo, di Verona, che ho di recente visitato.

Mi hanno regalato quadri e disegni da loro realizzati. Sono tutti molto belli: esprimono creatività e capacità di comunicare e partecipare. Ne ho voluto collocare uno questa sera accanto a me. Li ringrazio nuovamente e rivolgo a tutti loro l’augurio più affettuoso.

A tutti voi auguri di buon anno.

Dalla manovra al mondo: buon 2019!

Per il nuovo anno cominciano ad arrivare gli auguri. Il primo è stato Putin che li ha inviati con l’Avangard il missile ipersonico che viaggia a 24 mila km l’ora ed è in grado di colpire in tutto il mondo. Putin ha tenuto a sottolineare che è impossibile intercettarlo. Non si sa quale sarà la risposta degli Usa, ma è ovvio che arriverà. Di sicuro sta cominciando una nuova corsa agli armamenti nucleari nel segno dell’accorciamento dei tempi di azione e reazione. Cioè diventa difficile gestire eventuali incidenti senza scatenare una guerra nucleare vera.

Ma perché la Russia gioca questa carta? Nano economico e finto gigante militare la Russia di Putin è riuscita a diventare un protagonista in Medio Oriente, ma non ha la possibilità di ricreare l’area di influenza che aveva l’Urss. Dunque dove vuole andare? Non lo si capirebbe se non si guardasse alla Cina che è il vero avversario globale degli Usa. Sembra che si stia formando un’area euroasiatica unita dall’avversione alla superpotenza leader dell’Occidente e ostile al consolidamento di un’Europa che sia anche un’entità politica e militare. Già, perché se l’Europa da gigante economico lo diventa anche sul piano politico e militare restando alleata con gli Usa per la Cina diventa impossibile prevalere.

Ciò fa capire il perché del sostegno russo alle forze disgregatrici dell’Unione Europea (sostegno esibito e attuato in tutti i modi possibili che però non suscita scandalo nella nostra opinione pubblica), ma aiuta anche ad inquadrare la figura di Trump. Al di là del potere di ricatto che Putin detiene sul presidente Usa (si è letto di riciclaggio di denaro della malavita russa in operazioni immobiliari negli Stati Uniti) l’intervento massiccio attraverso i social a favore dell’elezione di Trump e per screditare Hillary Clinton si spiega in un solo modo: Trump è un nazionalista che spinge per un ridimensionamento della leadership mondiale degli Usa. “America first” è un passo indietro che non può non piacere a chi punta alla competizione con gli Usa su scala globale.

È abbastanza realistico che la disgregazione dell’ Occidente sia l’obiettivo strategico che si pongono nei prossimo decenni le potenze emergenti. La competizione si svolge su tutti i piani e sostenere forze politiche che spingono per il nazionalismo rientra perfettamente in questo schema.

Di fatto l’Unione Europea è la preda più ambita e l’avversario più facile da battere. Economie ricche e mancanza di una unione politica comune insieme ai postumi di una lunga crisi che ha lasciato un profondo scontento nelle opinioni pubbliche nonché crepe nell’alleanza con gli Usa sono gli ingredienti che descrivono la debolezza dell’Europa.

Questo è il contesto nel quale crescono le forze cosiddette sovraniste. In Italia hanno conquistato il governo e godono del sostegno della maggioranza degli italiani. Lega e M5S fino a prima delle elezioni facevano della loro avversione alle regole europee e all’euro il tratto distintivo della loro identità. Oggi che sono al comando hanno molto attenuato il loro antieuropeismo, ma solo perché pensano che nelle prossime elezioni europee loro e i loro alleati conquisteranno una valanga di consensi. La loro cultura resta quella della chiusura territoriale e sociale. Sia Lega che M5S hanno l’orizzonte dei territori e dei gruppi sociali nei quali si è consolidata la loro esperienza politica. Vorrebbero essere nazionalisti, ma non ci riescono. Nessuno dei due ha un’idea per lo sviluppo dell’Italia come realtà unitaria. Al contrario, il loro governo e la manovra di bilancio che hanno approvato rappresenta la somma di due metà ed è priva di una sintesi nazionale unitaria. I 5 stelle portano in dote al Sud il cosiddetto reddito di cittadinanza; la Lega porta al Nord quota 100. Due misure assistenzialistiche sbagliate e dannose in un mare di commi (oltre 1150) dell’unico articolo della legge di bilancio. Come ha affermato l’Ufficio Parlamentare di Bilancio si tratta di una manovra recessiva che porterà un aumento della pressione fiscale e una decrescita del Pil. E si tratta di una manovra che sancisce la divisione tra due Italie: quella del lavoro e produttiva e quella che chiede assistenza. E’ una divisione innanzitutto territoriale che divide il Centro- Nord dal Sud ed è una divisione tra gruppi sociali. Da un lato c’è chi riesce a trovare un proprio spazio per affermarsi nel lavoro e dall’altro chi non ha più speranze e punta solo sul lavoro nero e sui sussidi pubblici. La manovra non porta nessun cambiamento, ma distribuirà risorse non prodotte bensì prese in prestito. E’ la rassegnazione e il tirare a campare tradotti in legge.

Approvata in aperta violazione delle norme costituzionali e delle procedure parlamentari la manovra non darà alcuna spinta all’economia che l’anno prossimo non crescerà, non porterà nuova occupazione, metterà in crisi le finanze pubbliche aumentando il debito e lascerà per il 2020 l’eredità di un buco di bilancio di decine di miliardi.

E gli italiani che dicono? Sono divisi tra fiducia nelle promesse simile a quella che hanno i passeggeri di un aereo verso i piloti (“mica vorranno farci schiantare?”) e sfiducia che non trova ancora riferimenti politici nelle opposizioni. Molti si identificano con Salvini che recita benissimo la parte dell’uomo comune che vive la sua vita dalla colazione del mattino fino alla buonanotte dicendo sempre quello che pensa in un tripudio di spontaneismo furbo e accattivante. Pochi si domandano se il politico di vertice messo alla guida di una nazione complessa come l’Italia debba esibire i vizi e le debolezze dell’uomo comune. È la stessa inconsapevolezza che porta gli elettori a decidere questioni cruciali come la Brexit con la leggerezza e superficialità che mettono nella gestione del loro tempo libero.

Gli elettori vanno sempre educati al ragionamento, informati e formati, perché la democrazia che si basa sull’ignoranza e sull’irresponsabilità apre sempre le porte alla sua fine. Ma il ragionamento da solo non basta mai quando si tratta di motivare milioni di persone. Bisogna che siano affascinate da spiegazioni e visioni convincenti. Anche solo l’appello agli interessi individuali non basta. Reddito di cittadinanza e quota 100 hanno innanzitutto parlato agli elettori spiegando loro di essere stati vittime di un’ingiustizia e poi li hanno convinti. È una lezione da imparare per il maggior partito di opposizione, il Pd.

Claudio Lombardi

Il discorso di Emma Bonino sulla manovra

Pubblichiamo il discorso pronunciato nell’aula del Senato da Emma Bonino nella discussione della legge di bilancio 2019.

Signor Presidente, confesso che prendo la parola in quest’Aula con grandissimo disagio; con il disagio di chi, per cultura, per tradizione, per pratica, ha fatto del rispetto delle istituzioni il punto cardine della sua attività politica. Prendo la parola con disagio, perché a me pare che oggi compiate, in questi giorni già così cupi, un ulteriore grave attacco, il più grave nella storia della nostra Repubblica, alla democrazia rappresentativa, alla Costituzione e all’ordinamento liberale così come, seppure imperfetto, lo abbiamo conosciuto in questi anni.

Vedete, che il Parlamento sia umiliato, esautorato, ridotto all’irrilevanza, anzi – consentitemi – quasi alla farsa, non è un trofeo di cui andare orgogliosi, non è un vulnus all’opposizione, ma è una ferita grave a tutti, al Paese, alla democrazia. Vedete, perché dico che è quasi una farsa? Kafka a noi francamente farebbe un baffo. Alla Camera avete preteso, con la fiducia, la votazione su una manovra farlocca che tutti sapevamo non esistere (lo leggevano ogni mattina). Qui pretendete, allo stesso modo, una votazione con la fiducia su un oggetto misterioso che nessuno ha avuto la possibilità, oltre che il dovere, di esaminare. Il presidente Conte ieri ci ha dato alcune cifre, ma mi pare che più che altro da molti vengano dati i numeri e dare i numeri non è sinonimo di partire dalle cifre: è dare i numeri. Questi ottantatre giorni e quelli precedenti non solo sono stati inutili, ma sono stati dannosi in termini politici, di credibilità del nostro Paese e in termini economici per gli italiani, le italiane e le famiglie di questo Paese. I costi politici non li recupererà più nessuno e il tutto in questi mesi è stato accompagnato da esternazioni giornaliere dei due vice, Salvini in particolare, irrispettose, da bullo di periferia, volgari quando non direttamente insultanti verso chiunque.

Se un magistrato osa dire che a indagini aperte sarebbe bene non twittare, gli si risponde che è stanco e che vada in pensione. Se un alto funzionario prova a dire che i numeri sono una cosa e le cifre macroeconomiche sono altro, gli si risponde in modo sprezzante che si faccia eleggere e poi parli perché «noi siamo eletti da 60 milioni italiani», e non è vero, perché sono tanti ma non sono 60. E comunque, con 60 meno uno e sono contenta, per lo meno, di capire quali sono le nostre differenze di fondo sulla gestione politica e liberale di un Paese come si deve. E vogliamo continuare su «Tanti nemici tanto onore» oppure «Tireremo dritto», oppure «Cacceremo 500.000 clandestini», frasi con cui ci avete rintronati per mesi di campagna elettorale? Salvo che tra una birreria e una bocciofila, a un certo punto il Ministro dell’interno ha avuto persino il tempo di passare al Ministero e qualcuno gli ha suggerito che non era possibile – glielo dicevamo da mesi – e ha dovuto ammettere che in effetti ci vorrebbero ottant’anni. E dopo tanto fracasso dannoso e controproducente e tanta volgarità, tanto disprezzo per le istituzioni nazionali e non, una penosa e silenziosa retromarcia, per nostra fortuna e per fortuna dell’intero Paese.

A chiunque abbia potuto evitare che il vagone Italia precipitasse nel burrone, va il nostro apprezzamento e quello dell’intero Paese. Eravamo vicini al burrone e io, che non apprezzo per cultura il «Tanto peggio tanto meglio», devo anche dire che non precipitare nel burrone è un valore per tutti e anche per questo Paese. Nel merito, molto è stato detto. Colleghi, è veramente bizzarro, per non dire di peggio, che un Governo così sovranista, il Governo del «prima gli italiani», poi si faccia dettare la manovra, dettaglio per dettaglio, dalle istituzioni europee, e per fortuna. Così è stato fino a ieri sera, all’altra notte, a domenica o quando diavolo era. È una bella scoppola! Capisco le assenze di Salvini e di Di Maio ieri: uno impegnato in famiglia e poi in birreria, e l’altro sicuramente in grandi attività. Ma, dopo tutte le limature per ben 10 miliardi – alla faccia delle limature – questa rimane una manovra spendacciona in spese correnti, una manovra elettorale che non affronta affatto i problemi reali di questo Paese. Un doppio sfregio: uno sfregio istituzionale e uno sfregio per il rilancio del Paese. Per onorare quello che rimane di questa democrazia parlamentare, sono seriamente tentata di non partecipare al voto; non mi capita mai.

Voi che non capite il senso delle istituzioni, non avete idea di quanto è grave… Non capite quanto è grave la decisione che sto per prendere, perché voi le istituzioni non le rispettate.

Non capite quanto è grave la decisione che devo assumere, per quanto attaccamento ho alla democrazia aperta, alla democrazia liberale; quella democrazia che mi sembra il modo meno peggiore di governare un Paese. Voi passate addosso alle istituzioni come rulli compressori. Vedete, serviranno anche a voi un bel giorno. Serviranno anche a voi. Ne ho visti altri passare e andare, ma quello che resta sono esattamente gli equilibri di potere tra i vari ruoli. Qui non c’è neanche più la differenza tra l’esecutivo e il giudiziario o tra l’esecutivo e il legislativo. Non c’è più. E non c’è neanche il rispetto per le agenzie indipendenti: chi non è d’accordo, se ne vada o si faccia eleggere

Ho finito il mio tempo, ma non ho finito il mio impegno a difesa della democrazia e dell’Europa per come la conosciamo

Gilet gialli: i puntini sulle i

Sembra che dopo il discorso di Macron i gilet gialli si siano un po’ quietati. Dunque è il momento di porsi qualche domanda su un movimento quasi spontaneo che ha mobilitato al suo apice una frazione minima dei francesi, ma che è riuscito a mettere con le spalle al muro il governo. Si è trattato di gente disperata mossa dall’estremo bisogno? È forse la Francia un paese che affama la popolazione? Entrambe le risposte sono negative. La realtà fotografata dai dati esposti in un articolo di Riccardo Sorrentino sul Sole 24 Ore del 19 dicembre conferma l’immagine di un paese che poggia su un’economia ricca che non è stata piegata dalla crisi e dotato di un welfare forte, se non il migliore, sicuramente tra quelli che eccellono in Europa. Ma dice anche qualcosa sui punti deboli del sistema francese.

Innanzitutto non sembra che la Francia sia un paese che debba davvero temere la povertà: le persone a rischio di povertà ed esclusione sociale sono il 17,1% del totale, meno del 19% della Germania e del 28,9% dell’Italia. Il numero delle famiglie che riesce a coprire le spese mensili con molte difficoltà è pari al 4,1% del totale. Più del 2,1% della Germania, ma comunque uno dei migliori dati europei.

Per gli anziani lo Stato spende 4.291 euro per abitante (in crescita del 2,1% reale annuo dal 2007 al 2016) contro i 3.487 euro della Germania (+1,4%) e i 3.856,27 (+0,5% annuo) dell’Italia.

Anche per il welfare lo Stato francese è generoso. Le spese sociali sono pari a 11.445 euro per abitante, contro gli 11.281 euro della più ricca Germania, e gli 8.229 euro dell’Italia. Notevoli sono gli aiuti per le famiglie con figli attraverso forti integrazioni del reddito che arrivano a sussidiare anche la spesa per baby sitter e nidi. Complessivamente per questo tipo di interventi la Francia spende 816 euro per abitante, contro i 1.233 della Germania e i 491 dell’Italia. Il sistema fiscale, d’altra parte, prevede il quoziente familiare ed è particolarmente generoso. Un dipendente con uno stipendio di 50mila euro e moglie e figli a carico paga 10.226 euro di contributi sociali e 910 di imposte (zero se i figli sono due).

Veniamo al capitolo tenore di vita. Non si può dire che quello dei francesi si sia abbassato. Dal ’99 a oggi i salari medi reali (depurati dall’inflazione, quindi) sono aumentati del 23%, contro il 16% della Germania e il 2,3% italiano (sì l’Italia non se la passa bene). Anche dopo la crisi cioè dal 2010 le retribuzioni medie reali sono cresciute sia pur più lentamente degli anni precedenti (in Germania più 1,5% l’anno, mentre in Italia sono calati dello 0,5% l’anno).

La disoccupazione è abbastanza elevata, ma anche in questo caso la protezione sociale funziona molto meglio che in Italia.

Sappiamo però che la causa scatenante della protesta è stato l’annunciato aumento del prelievo fiscale sui carburanti. E in effetti in questo campo e in quello del riscaldamento c’è stato un incremento della spesa superiore alla media europea mentre su alimentari, elettricità, affitti gli aumenti sono stati inferiori. E questa potrebbe essere una prima spiegazione.

Un’altra rimanda alle differenze tra città e campagne.

Nelle aree rurali i servizi pubblici non funzionano come nelle città. Per esempio, se è vero che il sistema sanitario è di alta qualità lo è più nelle aree urbane che nelle campagne (e nelle periferie).

Per sommi capi questo è il quadro che non spiega l’esplosione della protesta e le sue forme violente.

La strumentalizzazione politica da parte dell’estrema destra e delle ali più radicali della sinistra la spiega in parte, ma tutto il resto si deve imputare alla sfiducia e alla paura di retrocedere nella scala sociale e del benessere e alla mancanza di organizzazioni di mediazione capaci di capire il malcontento e trasformarlo in proposta politica.

Quella francese è una lezione perché dimostra che la percezione di un peggioramento spesso va oltre la sua effettiva consistenza e prescinde dalla realtà

Claudio Lombardi

Il discorso di Draghi a Pisa/3

CONVERGENZA E DIVERGENZA NELL’AREA DELL’EURO

Ma se è vero che i presunti vantaggi di una maggiore libertà di manovra al di fuori dell’unione monetaria appartengono a una memoria offuscata dal tempo e dai drammi della recente crisi, è anche vero che in alcuni paesi vari benefici che si attendevano dall’UEM non si sono ancora realizzati. Non era, e non è oggi, sbagliato attendersi maggiore crescita e occupazione da quella che allora fu chiamata la “cultura della stabilità”, che l’unione monetaria avrebbe portato. Ma non era pensabile che a questo risultato si arrivasse solo per aver aderito all’unione monetaria. Occorreva e occorre molto di più.

I fondatori dell’UEM sapevano bene che la costruzione di un’unione monetaria ben funzionante in tutti i suoi aspetti sarebbe stato un processo lungo, graduale. L’esperienza storica suggeriva che l’apertura dei mercati avrebbe prodotto guadagni asimmetrici, alcune regioni ne avrebbero beneficiato più di altre, determinando un processo di convergenza disomogeneo, come nel caso italiano e tedesco dopo le rispettive unificazioni nella seconda metà del XIX secolo.

Nei paesi dove la convergenza è stata maggiore: i paesi baltici, la Slovacchia e, in misura minore, Malta e Slovenia, la distanza del loro PIL pro capite dalla media dell’area dell’euro si è accorciata circa di un terzo dal 1999. Altri, anch’essi inizialmente assai distanti dalla media dell’area, non sono però riusciti a ridurre il divario in misura significativa, come la Grecia e il Portogallo. Ma queste divergenze non sono soltanto nell’area dell’euro.

Il PIL pro capite dello Stato più ricco degli USA è circa il doppio rispetto a quello dello Stato più povero, sostanzialmente lo stesso divario che abbiamo nell’area dell’euro. Inoltre, la dispersione dei tassi di crescita fra i paesi dell’area dell’euro si è ridotta notevolmente nel tempo e dal 2014 è paragonabile a quella tra i singoli Stati degli USA.

Che cosa ha determinato le diverse traiettorie di convergenza e in che misura queste sono legate all’appartenenza all’area dell’euro? Il processo di convergenza può essere pensato in due modi.

Il primo riguarda la convergenza dei livelli di PIL reale pro capite. Questo è un processo di lungo periodo, spinto da fattori quali la tecnologia importata, la crescita della produttività, la qualità delle istituzioni: questi possono essere favoriti dalla partecipazione a una moneta comune ma non sono da essa determinati. Sono le politiche nazionali, sono le riforme strutturali e istituzionali, nonché il contributo dei fondi strutturali della UE ad avere un ruolo cruciale.

Il secondo modo di guardare alla convergenza riguarda i tassi di crescita, il grado di sincronizzazione dei cicli economici, soprattutto in occasione di shock rilevanti. In questo caso l’appartenenza a un’unione monetaria gioca un ruolo importante perché influenza la capacità con cui le singole economie stabilizzano la domanda, soprattutto durante le fasi recessive.

Nel caso dell’Italia hanno contato entrambi gli aspetti. Fra il 1990 e il 1999, prima dell’introduzione dell’euro, l’Italia registrava il più basso tasso di crescita cumulato rispetto agli altri paesi che hanno aderito fin dall’inizio alla moneta unica. Lo stesso accadde dal 1999 al 2008 sempre rispetto a tutti i paesi dell’area. Dal 2008 al 2017 il tasso di crescita è stato superiore solo a quello della Grecia. E, andando indietro nel tempo, la crescita degli anni ’80 fu presa a prestito dal futuro, cioè grazie al debito lasciato sulle spalle delle future generazioni. La bassa crescita italiana è dunque un fenomeno che ha inizio molti, molti anni prima della nascita dell’euro. Si tratta chiaramente di un problema di offerta, evidente del resto anche guardando alla crescita nelle varie regioni del paese. Esiste una correlazione fra i PIL pro capite regionali e alcuni indicatori strutturali, fra i quali, ma non solo, l’indice Doing Business con cui la Banca Mondiale sinteticamente misura la “facilità di fare impresa”, i cui valori per le regioni più povere sono in genere inferiori a quelli delle regioni più ricche.

Al contempo, il fatto che l’economia italiana – insieme con quelle di altri paesi – abbia registrato durante la crisi un andamento divergente rispetto alla media delle economie dell’area sottolinea due punti importanti. Primo, le economie strutturalmente deboli sono più vulnerabili di altre alle fasi cicliche negative; secondo, l’unione monetaria è ancora incompleta sotto diversi profili essenziali.

Esiste ampia evidenza circa la maggiore rapidità di recupero dopo la crisi da parte di quei paesi che hanno attuato politiche strutturali incisive. In questi paesi il mercato del lavoro è divenuto più reattivo alla crescita dell’economia, con il migliorare della situazione congiunturale, si sono registrati significativi aumenti di occupazione. Tuttavia, insieme alle politiche strutturali, sono necessari diversi strati di protezione per assicurare che i paesi riescano a stabilizzare le proprie economie in tempo di crisi.

In assenza di presidi adeguati a livello dell’area dell’euro, i singoli paesi dell’unione monetaria possono essere esposti a dinamiche auto-avveranti nei mercati del debito sovrano. Ne può scaturire nelle fasi recessive l’innesco di politiche fiscali pro-cicliche, producendo così un aggravamento della dinamica del debito, come nel 2011-12. Di norma, gli oneri del debito sovrano devono scendere in una recessione, ma in quella circostanza le economie di dimensione pari complessivamente a un terzo del PIL dell’area registrarono una correlazione positiva che si autoalimentava fra gli oneri del loro debito e il grado di avversione al rischio. La carenza di una azione di stabilizzazione macroeconomica incise sulla crescita e sulla sostenibilità del debito.

Sono quindi i paesi strutturalmente più deboli ad avere più bisogno che l’UEM disponga di strumenti che prima di tutto diversifichino il rischio delle crisi e che poi ne contrastino l’effetto nell’economia. Ho ricordato in altra sede come nei paesi, quali l’Italia, giunti alla crisi indeboliti da decenni di bassa crescita e senza spazio nel bilancio pubblico, una crisi di fiducia nel debito pubblico si sia trasformata in una crisi del credito con ulteriori pesanti riflessi sull’occupazione e sulla crescita.

Una maggiore condivisione dei rischi nel settore privato attraverso i mercati finanziari è fondamentale per prevenire il ripetersi di simili eventi. Negli Stati Uniti circa il 70% degli shock viene attenuato e condiviso tra i vari Stati attraverso mercati finanziari integrati, contro appena il 25% nell’area dell’euro. È perciò interesse anche dei paesi più deboli dell’area completare l’unione bancaria e procedere con la costruzione di un autentico mercato dei capitali.

Ma non basta: i bilanci pubblici nazionali non perderanno mai la loro funzione di strumento principale nella stabilizzazione delle crisi. Nell’area dell’euro gli shock sulla disoccupazione sono assorbiti per circa il 50% attraverso gli stabilizzatori automatici presenti nei bilanci pubblici nazionali, molto di più che negli Stati Uniti. L’uso degli stabilizzatori automatici da parte dei paesi dipende, tuttavia, dall’assenza di vincoli connessi al loro livello del debito. Occorre dunque ricreare il necessario margine per interventi di bilancio in caso di crisi.

E ancora non basta: occorre un’architettura istituzionale che dia a tutti i paesi quel sostegno necessario per evitare che le loro economie, quando entrano in una recessione, siano esposte al comportamento prociclico dei mercati. Ma ciò sarà possibile solo se questo sostegno è temporaneo e non costituisce un trasferimento permanente tra paesi destinato a evitare necessari risanamenti del bilancio pubblico, tantomeno le riforme strutturali fondamentali per tornare alla crescita.

CONCLUSIONI

Non è stato per una pulsione tecnocratica ad assicurare la convergenza fra paesi e il buon funzionamento dell’unione monetaria, che in questi anni ho frequentemente affermato l’importanza delle riforme strutturali. Ogni paese ha la sua agenda, ma è solo con esse che si creano le condizioni per far crescere stabilmente: salari, produttività, occupazione, per sostenere il nostro stato sociale. È un’azione che in gran parte non può che svolgersi a livello nazionale, ma può essere aiutata a livello europeo dalle recenti decisioni di creare uno strumento per la convergenza e la competitività.

Tuttavia, per affrontare le crisi cicliche future, occorre che i due strati di protezione contro le crisi – la diversificazione del rischio attraverso il sistema finanziario privato da un lato, il sostegno anticiclico pubblico attraverso i bilanci nazionali e la capacità fiscale del bilancio comunitario dall’altro – interagiscano in maniera completa ed efficiente. Quanto maggiore sarà il progresso nel completamento dell’unione bancaria e del mercato dei capitali, tanto meno impellente, sebbene sempre necessaria, diverrà la costruzione di una capacità fiscale che potrà talvolta fare da completamento agli stabilizzatori nazionali. L’inazione su entrambi i fronti accentua la fragilità dell’unione monetaria proprio nei momenti di maggiore crisi; la divergenza fra i paesi aumenta.

L’unione monetaria, conseguenza necessaria del mercato unico, è divenuta parte integrante e caratterizzante, con i suoi simboli e i suoi vincoli, del progetto politico che vuole un’Europa unita, nella libertà, nella pace, nella democrazia, nella prosperità. Fu una risposta eccezionale oggi, parafrasando Robert Kagan diremmo antistorica, a un secolo di dittature, di guerre, di miseria, che in questo non era dissimile dai secoli precedenti. L’Europa unita fu parte di quell’ordine mondiale, frutto esso stesso di eccezionali circostanze, che seguiva alla seconda guerra mondiale. Il tempo passato da allora avrebbe giustificato la razionalità di queste scelte in Europa e nel mondo: le sfide che da allora si sono presentate hanno sempre più carattere globale; possono essere vinte solo insieme, non da soli. E ciò è ancora più vero per gli europei nella loro individualità di Stati e nel loro insieme di continente: ricchi ma relativamente piccoli, esposti strategicamente, deboli militarmente. Eppure oggi, per tanti, i ricordi che ispirarono queste scelte appaiono lontani e irrilevanti, la loro razionalità sembra pregiudicata dalla miseria creata dalla grande crisi finanziaria dell’ultimo decennio. Non importa che se ne stia uscendo: nel resto del mondo il fascino di ricette e regimi illiberali si diffonde: a piccoli passi si rientra nella storia. È per questo che il nostro progetto europeo è oggi ancora più importante. È solo continuandone il progresso, liberando le energie individuali ma anche privilegiando l’equità sociale, che lo salveremo, attraverso le nostre democrazie, ma nell’unità di intenti.

Il discorso di Draghi a Pisa/2

I BENEFICI ATTUALI DI “UN MERCATO E UNA MONETA”

È opportuno chiedersi quali siano stati i benefici di “un mercato e una moneta”. Al riparo dello scudo dell’euro il commercio intra-UE ha accelerato, salendo dal 13% in rapporto al PIL nel 1992 al 20% oggi. Gli scambi all’interno dell’area dell’euro si sono accresciuti sia in termini assoluti sia come quota degli scambi totali tra le economie avanzate, anche dopo l’ingresso delle economie emergenti sul mercato globale. Gli IDE nell’area UE sono ugualmente aumentati, e nel caso italiano questi investimenti di origine UE sono aumentati del 36% tra il 1992 e il 2010.

Alla crescita del commercio intra-UE ha contribuito un fattore importante: l’infittirsi dei legami fra le economie tramite lo sviluppo delle catene di valore (value chains). Dall’inizio degli anni 2000 i legami all’interno della catena di approvvigionamento tra i paesi dell’UE si sono intensificati a un ritmo più sostenuto e hanno mostrato una maggiore tenuta durante la crisi, rispetto a quelli esistenti con i paesi al di fuori del mercato unico.

La rimozione delle barriere tariffarie ha favorito l’espansione dei flussi di commercio lordi in entrata e in uscita dai paesi, in corrispondenza alle diverse fasi del processo produttivo. La creazione e diffusione di standard europei ha conferito forte impulso alle catene di valore all’interno dell’Unione dando maggior certezza sulla qualità dei beni prodotti in altri paesi e in tal modo stimolando la frammentazione dei processi produttivi che è tipica delle catene di valore. La moneta unica, comprimendo i costi dei regolamenti delle transazioni e delle coperture dai rischi di cambio ha ulteriormente rafforzato questa tendenza. I paesi che sono parte delle catene di valore hanno tratto importanti benefici, soprattutto grazie all’aumento di produttività associato alla crescita degli input importati. A sua volta la maggiore produttività ha sospinto i salari: la partecipazione alle catene di valore da parte di un’impresa è correlata con un aumento dei salari per tutti i lavoratori, a prescindere dal loro grado di qualificazione.

Inoltre, ripartendo i guadagni e le perdite connesse con il commercio con il resto del mondo in modo più uniforme, le catene di valore hanno accresciuto la condivisione del rischio fra i paesi europei. Nell’Unione quasi il 20% dei lavoratori delle imprese orientate all’esportazione è impiegato in paesi diversi da quello dell’esportatore del prodotto finale.

Circa mezzo milione di lavoratori italiani partecipa ai processi produttivi di imprese che risiedono in altri paesi europei ed esportano nel resto del mondo. Dal canto loro, le imprese italiane partecipano, esse stesse, in misura significativa alle catene di valore, con effetti positivi sulla produttività del lavoro. È spesso attraverso questo legame con le catene di valore che specialmente la piccola-media impresa italiana, caratteristica del nostro sistema produttivo, riesce a sopravvivere e a crescere, conservando al Paese, in un mondo sempre più orientato alle grandi dimensioni, una sua caratteristica fondamentale. L’Italia è attraverso il mercato unico e con la moneta unica, strettamente integrato nel processo produttivo europeo.

Per i vari paesi dell’unione monetaria questa maggiore integrazione ha avuto due effetti importanti sulle loro relazioni di cambio. Primo, il costo di non poter svalutare nell’unione monetaria è diminuito. Analisi della BCE mostrano che l’entità dei disallineamenti dei tassi di cambio effettivi reali dei paesi dell’area dell’euro rispetto ai loro valori di equilibrio, sebbene più persistenti nel tempo, è inferiore rispetto a quella che si registra sia tra i paesi delle economie avanzate sia anche tra quelli legati da regimi di pegged exchange rate e che essa è diminuita nel secondo decennio di vita dell’UEM rispetto al primo.

Allo stesso tempo le catene di valore hanno ridotto i benefici di breve periodo delle svalutazioni competitive. Poiché le esportazioni hanno un maggior contenuto di beni importati, ogni espansione della domanda estera conseguita con una ipotetica svalutazione è ora controbilanciata dai maggiori costi dei prodotti intermedi importati. Le catene di valore hanno quindi diminuito la sensibilità dei volumi esportati al tasso di cambio.

Quindi, un paese che ipoteticamente volesse svalutare il proprio tasso di cambio per accrescere la propria competitività dovrebbe oggi utilizzare questo strumento in misura ben maggiore che in passato, non solo pregiudicando l’esistenza del mercato unico, ma subendo una sostanziale perdita di benessere al proprio interno a causa del maggior peso negativo della svalutazione sul prezzo delle importazioni. Alcuni studi su paesi extraeuropei suggeriscono che la perdita di benessere più elevata colpirebbe le fasce più povere della società, poiché le famiglie più povere tendono a spendere una quota maggiore di reddito per acquistare beni commerciabili rispetto alle famiglie più ricche, ma ciò accade in genere anche nei paesi dell’area dell’euro.

Non è neanche ovvio che un paese tragga vantaggio in termini di maggiore sovranità monetaria dal non essere parte dell’area dell’euro.

In primo luogo, la moneta unica ha consentito a diversi paesi di recuperare sovranità monetaria rispetto al regime di parità fisse vigenti nello SME. Le decisioni rilevanti di politica monetaria erano allora prese in Germania, oggi sono condivise da tutti i paesi partecipanti. La dimensione dei mercati finanziari dell’euro ha inoltre reso l’area della moneta unica meno esposta agli spillover della politica economica americana, nonostante l’accresciuta integrazione finanziaria globale.

Infine, vale la pena di osservare che fra i presunti vantaggi della sovranità monetaria quello di poter finanziare con la moneta la spesa pubblica non è in apparenza particolarmente apprezzato dai paesi che fanno parte del mercato unico ma non dell’euro. La media ponderata del debito pubblico di questi paesi è pari al 68% del PIL (44% del PIL escluso il Regno Unito), contro un rapporto dell’89% per quelli a moneta comune.

In ogni caso, come mostra la storia italiana, il finanziamento monetario del debito pubblico non ha prodotto benefici nel lungo termine. Nei periodi in cui fu estensivamente praticato, come negli anni ’70, il paese dovette ricorrere ripetutamente alla svalutazione per mantenere un ritmo di crescita simile a quelli degli altri partner europei. L’inflazione divenne insostenibile, il “carovita” colpì i più vulnerabili nella società.

Il discorso di Draghi a Pisa/1

Pubblichiamo in tre parti il discorso di Mario Draghi, presidente della Bce, in occasione del conferimento della Laurea honoris causa in Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa il 15 dicembre 2018.

Fra un mese si celebra il ventesimo anniversario della nascita dell’euro.

Sono stati due decenni molto particolari. Nel primo si è esaurito un ciclo finanziario espansivo globale durato trent’anni; il secondo è stato segnato dalla peggiore crisi economica e finanziaria dagli anni ’30. Da entrambi possiamo trarre utili lezioni, per ciò che occorre ancora fare.

L’unione monetaria è stata un successo sotto molti punti di vista. Dobbiamo allo stesso tempo riconoscere che non in tutti paesi sono stati ottenuti i risultati che ci si attendeva, in parte per le politiche nazionali seguite, in parte per l’incompletezza dell’unione monetaria che non ha consentito un’adeguata azione di stabilizzazione ciclica durante la crisi. Occorre ora disegnare i cambiamenti necessari perché l’unione monetaria funzioni a beneficio di tutti i paesi e realizzarli il prima possibile, ma spiegandone l’importanza a tutti i cittadini europei.

PERCHE’ “UN MERCATO E UNA MONETA”

Il mercato unico è visto non di rado come una semplice trasposizione del processo di globalizzazione a cui nel tempo è stata tolta persino la flessibilità dei cambi. Non è così. La globalizzazione ha complessivamente accresciuto il benessere in tutte le economie, soprattutto di quelle emergenti, ma è oggi chiaro che le regole che ne hanno accompagnato la diffusione non sono state sufficienti a impedirne profonde distorsioni. L’apertura dei mercati, senza regole, ha accresciuto la percezione di insicurezza delle persone particolarmente esposte alla più forte concorrenza, ha accentuato in esse il senso di essere state lasciate indietro in un mondo in cui le grandi ricchezze prodotte si concentravano in poche mani. Il mercato interno, invece, sin dall’inizio è stato concepito come un progetto in cui l’obiettivo di cogliere i frutti dell’apertura delle economie era strettamente legato a quello di attutirne i costi per i più deboli, di promuovere la crescita, ma proteggendo i cittadini europei dalle ingiustizie del libero mercato. Questa era senza dubbio anche la visione di Delors, l’architetto del mercato interno.

L’obiettivo del mercato unico fu delineato in un momento di debolezza dell’economia europea. Il tasso di crescita dei dodici paesi che in seguito avrebbero formato l’area dell’euro, dopo essersi attestato al 5,3% annuo dal 1960 al 1973, si abbassò al 2,2% all’anno dal 1973 al 1985; similmente, il prodotto potenziale aveva rallentato dal 5% annuo all’inizio degli anni ’70 a circa il 2 all’inizio del decennio successivo.

La risposta dei governi alla bassa crescita fu di aumentare i deficit di bilancio. Dal 1973 al 1985 i disavanzi pubblici furono in media il 3,5% del PIL nei futuri paesi dell’area dell’euro a 12, il 9% in Italia. Negli stessi paesi la disoccupazione salì in media dal 2,6 al 9,2% e dal 5,9 all’8,2% in Italia. Per rilanciare la crescita, l’Europa aveva già a disposizione uno strumento efficace: il mercato unico. Ma una delle ragioni importanti del rallentamento nella crescita del prodotto potenziale era la stagnazione del commercio interno CEE all’inizio degli anni ’70, poiché il mercato comune europeo riguardava essenzialmente prodotti intermedi maturi, la cui crescita iniziava a declinare. Gli scambi dei prodotti di settori innovativi ad alto contenuto di R&S e di lavoro qualificato erano ancora intralciati dalle barriere non tariffarie che ostacolavano i trasferimenti di produttività. Rimuovendo queste barriere, il progetto del mercato unico puntava a rilanciare la crescita e l’occupazione. Ma non si esauriva in ciò, perché mirava anche a garantire una rete di protezione capace di sostenere i costi sociali del cambiamento che ne sarebbe inevitabilmente derivato e creava il terreno politicamente più favorevole per far avanzare il processo di integrazione europea, anch’esso reso più arduo dalla crisi degli anni ’70.

Fu proprio il progetto del mercato interno che consentì all’Europa, a differenza di quello che accadeva su scala globale, di imporre i propri valori al processo di integrazione, di costruire cioè un mercato che fosse, per quanto possibile, libero ma giusto. La regolamentazione dei prodotti poteva essere utilizzata non solo per tutelare i consumatori dai bassi standard qualitativi vigenti in altri paesi e per proteggere i produttori dalla concorrenza sleale, ma anche per porre un freno al dumping sociale ed elevare gli standard delle condizioni di lavoro.

Per questi motivi il mercato interno si accompagnò, a metà degli anni Ottanta, a un rafforzamento delle regole comuni nella CE e dei poteri di controllo giurisdizionale. All’apertura dei mercati si accompagna la protezione della concorrenza leale con la creazione dell’antitrust; gli standard regolamentari divennero più cogenti, ad esempio con l’obbligo dell’indicazione della provenienza geografica per prodotti alimentari specifici. Le clausole di salvaguardia fondamentali del modello sociale europeo furono progressivamente incorporate nella legislazione comunitaria, nelle aree di competenza di quest’ultima.

La Carta dei diritti fondamentali ha impedito una corsa al ribasso dei diritti dei lavoratori. È stata introdotta una specifica legislazione per limitare le pratiche di lavoro scorrette, come è avvenuto ad esempio quest’anno con la revisione della direttiva sui lavoratori distaccati. La legislazione europea tutela le persone a maggior rischio occupazionale, come nel 1997 la direttiva sui lavoratori a tempo parziale e a tempo determinato. Un anno fa le istituzioni europee hanno sottoscritto il pilastro europeo dei diritti sociali, riguardante le pari opportunità e l’accesso al mercato del lavoro, l’equità delle condizioni di lavoro, la protezione sociale e l’inclusione.

La legislazione europea non ha condotto a una completa armonizzazione dei sistemi di protezione sociale nei vari paesi membri, ma il divario in termini di standard qualitativi delle condizioni di lavoro è gradualmente diminuito, anche dopo l’entrata nell’Unione di paesi a più basso reddito pro capite. Nonostante il rallentamento osservato negli ultimi anni, varie ricerche condotte mostrano un processo di convergenza in importanti comparti della spesa sociale in rapporto al PIL relativamente sostenuto a partire dal 1980. Non così in ambito internazionale.

Con il mercato unico che richiedeva una maggiore stabilità dei tassi di cambio di quanto non avvenisse in un’area di libero scambio, si manifestarono peraltro importanti trade-off per la politica economica; lo chiarì Padoa-Schioppa in un suo famoso contributo sul “quartetto inconsistente”: se i paesi europei volevano beneficiare del libero scambio tra di loro, non potevano avere allo stesso tempo mobilità dei capitali, indipendenza della politica monetaria e un tasso di cambio fisso. I vari paesi inizialmente affrontarono questo dilemma cercando sì di mantenere i cambi fissi, ma introducendo i controlli sui movimenti di capitale a breve. Ciò permise di mantenere una certa autonomia nelle politiche monetarie ma, col progredire dell’integrazione finanziaria e con la progressiva abolizione dei controlli sui capitali nel corso degli anni ’80, i cambi fissi divennero insostenibili. Nel sistema monetario europeo, i paesi le cui valute erano legate al marco tedesco dagli accordi di cambio dovevano, di fronte alle tempeste finanziarie internazionali di quegli anni, prendere periodicamente la decisione se mantenere una politica monetaria indipendente e svalutare o mantenere il cambio agganciato al marco e perdere ogni sovranità sulla politica monetaria.

Data la frequenza con cui queste decisioni si presentavano ai policy maker, alcuni paesi persero sia i benefici della stabilità dei cambi, sia la sovranità sulla loro politica monetaria. I costi sociali per questi paesi furono altissimi. Il processo si concluse con la crisi valutaria del 1992-93, quando fu chiaro che i paesi entrati in recessione non avrebbero potuto continuare ad alzare i tassi di interesse per inseguire quelli tedeschi. D’altra parte, una politica di svalutazioni reiterate mal si conciliava con la costruzione del mercato unico.

La situazione veniva ben descritta nelle parole del premio Nobel Robert Mundell, l’artefice della teoria delle aree valutarie ottimali: “Non riuscivo a capire perché dei paesi intenti a formare un mercato unico dovessero subire una nuova barriera al commercio sotto forma di incertezza sull’andamento dei loro tassi di cambio”.

La flessibilità dei tassi di cambio avrebbe indebolito il mercato unico in due modi. In primo luogo avrebbe ridotto l’incentivo delle imprese residenti nel paese che svalutava ad accrescere la produttività, perché avrebbero potuto – sia pur temporaneamente – elevare la competitività senza aumentare il prodotto per addetto. L’Europa sperimentò ripetutamente come questa via fosse tutt’altro che efficace. Dal varo dello SME nel 1979 alla crisi del 1992 la lira venne svalutata 7 volte rispetto al DM (marco tedesco), perdendo cumulativamente circa la metà del suo valore rispetto a questa valuta. Eppure, la crescita media annua della produttività in Italia fu inferiore a quella dei futuri paesi dell’area dell’euro a 12 nello stesso periodo, la crescita del PIL fu pressappoco la stessa di quella dei partner europei e il tasso di disoccupazione aumentò di 1,3 punti percentuali. Al contempo, l’inflazione al consumo toccò cumulativamente il 223% contro il 103% dei futuri paesi dell’area dell’euro a 12.

In secondo luogo, il progetto del mercato unico sarebbe stato a lungo andare compromesso se gli sforzi delle imprese volti ad accrescere la produttività fossero stati vanificati da politiche di “beggar thy neighbour” degli altri paesi attraverso svalutazioni ripetute. L’apertura dei mercati non sarebbe durata.

L’Europa aveva del resto sperimentato con la Politica Agricola Comune quali potessero essere i problemi generati dai cambiamenti nei valori relativi delle valute negli anni ’60. In assenza di una moneta unica, la PAC si basava su prezzi definiti in unità di conto. Nel 1969 la rivalutazione del marco tedesco e la corrispondente svalutazione del franco francese incrinarono la fiducia dei mercati a seguito delle richieste degli agricoltori colpiti di essere compensati per le perdite subite. Il problema fu affrontato introducendo compensazioni monetarie per mitigare gli effetti di improvvise variazioni dei prezzi agricoli a seguito di repentini aggiustamenti delle parità dei cambi. Questa soluzione si rivelò tuttavia di macchinosa realizzazione e incapace di impedire l’emergere di significative distorsioni nella produzione e nel commercio, con l’effetto di avvelenare le relazioni nella Comunità.

In sintesi, una moneta unica rappresentava, per lo meno in linea di principio, un modo per sfuggire ai dilemmi del “quartetto inconsistente”, offrendo ai paesi la possibilità di mantenere stabili i tassi di cambio e quindi di godere dei benefici dell’apertura all’interno del mercato unico, contenendone allo stesso tempo i costi.

Come sappiamo, non tutti i paesi che entrarono nel mercato unico aderirono allo stesso tempo anche all’euro. Alcuni paesi, come la Danimarca, agganciarono le proprie valute alla moneta unica. Per altri il mercato unico rappresentò l’anticamera dell’euro. Altri cinque paesi adottarono l’euro nei primi dieci anni e altri tre nei dieci anni successivi, mentre alcune economie più piccole non l’hanno ad oggi introdotto. Il caso del Regno Unito, l’unica grande economia che scelse di rimanere fuori dall’area dell’euro è particolare, non solo per motivi politici ma anche per ragioni strutturali, come la bassa sensibilità dei prezzi alle variazioni del tasso di cambio in passato.

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