Nazionalpopulismo contro democrazia/4

Pubblichiamo la quarta parte della conferenza di Claudio Martelli “La resistibile ascesa del nazionalpopulismo” tenuta a Milano il 20 giugno.

Il nazionalpopulismo e l’Italia

“Oggi è diventato tanto di moda da risultare stucchevole sostenere che destra e sinistra sono categorie del passato, superate o da superare perché incapaci di cogliere i dati della realtà attuale. Si tratta, in verità, di un vecchio ritornello che molte nuove formazioni hanno intonato per farsi largo e catturare consensi trasversali. Risentire quel ritornello è come sfogliare l’album di famiglia della destra sociale e nazionalista. E’ l’album del nazionalpopulismo. Per un momento riapriamolo.

Il primo tentativo di abbattere i vecchi confini tra destra e sinistra e di fondere elementi dell’una e dell’altra si compie in Italia col fascismo che già nel nome richiamava un’esperienza socialista come quella dei fasci siciliani. Per non dire del Mussolini socialista rivoluzionario che si converte alla guerra in nome della sacralità della nazione, e che poi contro i rossi neutralisti e disfattisti vuole vendicare l’Italia tradita dalle élite liberali colpevoli di aver firmato trattati di pace che mutilavano la vittoria conquistata sui campi di battaglia. Balle, esagerazioni. L’italietta liberale era anche geograficamente la più grande Italia che ci sia mai stata, ben più grande di quella lasciataci da Mussolini dopo vent’anni di boria imperialista e di disastri politici e militari.

Anche al culmine del regime, col partito-stato e la dittatura personale ben consolidati, Mussolini mentre perseguiterà implacabilmente socialisti e liberali, comunisti e cattolici, non trascurerà le condizioni dei lavoratori, cercherà anzi di migliorarle promuovendo con imponenti opere pubbliche l’occupazione e apprestando istituti di garanzia sociale. Ancora alla fine della sua parabola, nel disastro del ‘43, licenziato dal Gran consiglio e dal re, prigioniero dell’alleato tedesco, battezzerà come Repubblica Sociale la sua ultima disperata invenzione.

In Germania il nazionalsocialismo compì la stessa operazione. Da un lato diede una forma aggressiva, sciovinista, al nazionalismo teutonico piegato ma non sradicato dalle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale che avevano imposto alla Germania debiti di guerra inesigibili. Dall’altro il nazismo adottò misure economiche e sociali capaci di conquistare il consenso delle masse popolari sottraendole ai socialdemocratici e ai comunisti. Esattamente come aveva fatto il suo maestro Mussolini, anche Hitler con le sue milizie armate fomentò il disordine nello stato borghese, ne reclutò uomini e mezzi (soprattutto tra militari, ex militari e forze di sicurezza), per imporsi infine come la forza che avrebbe instaurato un nuovo ordine.

Naturalmente la storia non si ripete mai eguale. Oggi non sono alle viste partiti di massa dichiaratamente fascisti o nazisti ma solo sparute minoranze con le stesse caratteristiche del passato. Ma, al netto di tutte le differenze, assistiamo a una nuova vita di quel connubio nefasto proprio negli odierni partiti o movimenti nazionalpopulisti.

Qualcuno potrebbe obiettare che tutti i movimenti rivoluzionari, eversivi o che si propongono come autori di grandi, epocali cambiamenti, di nuove repubbliche e di un nuovo ordine, dichiarano di farlo in nome del popolo e per il popolo. Vero. Ma non tutti indicano come nemici gli stranieri, le organizzazioni sovranazionali e gli immigrati; non tutti additano come traditori dell’interesse nazionale in combutta con gli stranieri gli avversari interni; infine non tutti scelgono come alleati i campioni stranieri del nazionalismo che a rigor di logica dovrebbero essere temuti come i più aggressivi tra i concorrenti e i rivali.

Al netto di Fratelli d’Italia (ultima metamorfosi del Msi), la formazione che oggi più richiama le tragiche esperienze del passato, la Lega di Matteo Salvini, nei sondaggi veleggia intorno al 30 per cento dei voti. Il suo Eldorado, l’unica vera pacchia di cui è giusto parlare, è quella della Lega che sobilla e sfrutta il dramma infinito dell’immigrazione che vuol governare con parole incivili e atti d’imperio. Ma non c’è solo l’immigrazione e non c’è solo la Lega.

L’altro protagonista del populismo italiano sono i Cinque stelle. Qual è la vera natura e il vero orizzonte di questo strano movimento? Lo vedremo.

Intanto, oggi, caso unico, il fronte nazionalpopulista governa un paese tra i più ricchi e democratici del mondo. Quali mutamenti economici sociali, culturali e politici hanno creato l’humus propizio a questa avventura? Quali responsabilità, cioè errori e colpe delle élite italiane, della sinistra e della destra liberal-democratiche li hanno favoriti? Quale atteggiamento assumere rispetto a un’Unione europea satura di regole e digiuna di idee forza, di idee rinnovatrici? L’Europa è diventata nostra nemica? L’occidente non sarà più il nostro destino? E quale altro sarebbe di grazia?

Mi fermo qui, a questi interrogativi. Nei prossimi incontri cercheremo di rispondere”

Fine quarta e ultima parte

Nazionalpopulismo contro democrazia/3

Pubblichiamo la terza parte della conferenza di Claudio Martelli “La resistibile ascesa del nazionalpopulismo” tenuta a Milano il 20 giugno.

Cos’è il nazionalpopulismo

“Prima di passare ad analizzare le cause della sua espansione penso sia utile qualche chiarimento sulla definizione di nazionalpopulismo.

Innanzitutto: la congiunzione dei due termini è appropriata? Cosa c’è di comune tra casi così diversi come quelli citati che giustifichi il definirli con lo stesso appellativo? Last but not least: si tratta di qualcosa di nuovo, di veramente mai visto prima? Vediamo.

La sintesi di populismo e nazionalismo era implicita nel fascismo mussoliniano e divenne esplicita nel nazismo cioè nel nazionalsocialismo hitleriano. Può essere considerata un precedente? Magari un lontano parente? O si tratta di un abuso linguistico fuorviante?

Qualcuno (Mario Rodriguez ma non solo) raccomanda alla sinistra di oggi di non cadere nell’errore di sfoderare il tradizionale armamentario della sinistra che per rafforzare le sue polemiche chiama fascisti i suoi avversari. Giusta raccomandazione. Come insegnavano i gesuiti nelle loro scuole, distingue frequenter, bisogna distinguere spesso, anche e soprattutto per non ripetere i disastrosi errori del passato.

Cominciamo dalle differenze. Bisogna subito dire che, al di fuori dei casi asiatici e sudamericani, là dove i populisti hanno vinto o dove sono forti, non c’è stato ricorso alla violenza organizzata, non ci sono milizie armate, assassinii di leader dell’opposizione, assalti a sedi istituzionali o di partiti avversari, incendi, spedizioni punitive.

Del resto, non siamo, come negli anni Venti, appena usciti da una guerra mondiale, non sembra che si stiano preparando guerre civili né che sia divampato un devastante incendio sociale.

Nondimeno è innegabile che la crisi economica di questi anni, per tante analogie paragonata a quella degli anni Venti, ha avuto conseguenze anche più gravi di allora.

Per parlare della sola Italia il crollo di cinque punti del Pil nel solo 2009 è stato pagato con decine di migliaia di negozi e di fabbriche chiuse, con più di un milione di persone che hanno perso il lavoro, con la drastica contrazione dei redditi e del tenore di vita della classe media. Certo quel momento è stato superato, l’Italia è tornata a crescere economicamente ma è ancora bloccata socialmente.

Il tentativo cui oggi assistiamo di unire i due poli del nazionalismo e del populismo è nato in questo contesto di crisi e di impoverimento che a partire dagli Stati Uniti è dilagato in Europa e altrove. In un contesto analogo anche le reazioni politiche in alcuni paesi mostrano – rispetto agli anni Venti – insieme – lo ripeto – alla differenza fondamentale della non violenza, anche diverse analogie.

Per essere più precisi: finora la violenza praticata dalle formazioni nazionalpopuliste è stata politica, incivile ma verbale. Ci sono state campagne di inaudita violenza condite di accuse e di insulti infamanti soprattutto verso gli avversari politici ma solo singoli episodi di intimidazione a giornali, tv, organizzazioni non governative, esponenti politici.

Tuttavia si è visto molte volte nella storia quanto sia breve il passaggio dalla violenza verbale a quella fisica e quante predicazioni di odio siano sfociate in un clima di intimidazioni e poi in aperte aggressioni.

Veniamo ora a un aspetto più squisitamente politico della condizione attuale.”

Fine terza parte/segue

La domenica, la famiglia e l’apertura dei negozi

Sembrava un tema marginale con tutti i problemi che ha questo nostro Paese e, invece, il M5S ha colto nel segno perché se ne parla. Più di quanto la sostanza della questione meriterebbe, ma se ne parla. Forse perché tocca direttamente l’esperienza di vita di milioni di persone, l’apertura dei negozi la domenica sta diventando un argomento che attira l’attenzione dell’opinione pubblica.

Bisogna dire subito che i 5 stelle di governo hanno una particolare inclinazione per gli annunci. Prendono un tema, pronunciano dichiarazioni nelle quali esprimono estrema determinazione ed esibiscono il loro ideale di potere politico che, in quanto voce diretta dei cittadini, non prevede mediazioni, insistono per qualche giorno e poi fanno i conti con la realtà raggiungendo compromessi che inizialmente avevano categoricamente escluso.

Nel caso dell’apertura domenicale dei negozi forse riusciranno ad imporre il loro punto di vista e il compromesso sarà comunque un notevole cambiamento rispetto ad oggi. Da circa sette anni infatti, i commercianti possono scegliere liberamente quando essere aperti e quando essere chiusi, senza vincoli a parte il rispetto delle condizioni contrattuali di dipendenti e commessi.

In questi giorni molti siti e giornali pubblicano comparazioni con la disciplina delle aperture nei giorni festivi nell’Unione europea. Ebbene in 16 dei 28 Stati membri dell’Unione europea non è presente alcuna limitazione. In altri la disciplina prevede numerose eccezioni (vendita di generi alimentari e aree turistiche). Comunque non vi sono divieti generali di apertura festiva.

Da chi l’ha sollevata (Di Maio) la questione è affrontata da due punti di vista: la difesa del diritto dei lavoratori al riposo e la tutela della famiglia. Di questi tempi parlare di evidenze economiche è rischioso e tuttavia la possibilità di aprire la domenica porta benefici per l’occupazione e per il servizio reso ai consumatori. Il solito sondaggio dimostra che la grande maggioranza degli italiani gradisce l’apertura domenicale. Per quanto riguarda il diritto dei lavoratori al riposo la questione non si può porre soltanto in relazione ai giorni festivi, ma va inquadrata nel rispetto delle condizioni contrattuali che prevedono turni, giorni di riposo e incrementi di retribuzione, oltre al diritto a rifiutare di lavorare in tali giorni.

Non è difficile capire che, se non vengono rispettati gli obblighi di legge e di contratto collettivo non è per colpa delle aperture domenicali. Inoltre, si trascura come se fosse marginale il fatto che grazie alla liberalizzazione degli orari c’è stato un incremento di circa 40 mila posti di lavoro.

L’intenzione dei 5 stelle (ma anche della Lega) è difendere gli interessi dei piccoli esercenti. Ma questi hanno, ovviamente, un ruolo diverso da quello dei centri commerciali e delle catene di grandi magazzini e non sono certo le chiusure domenicali a salvarli dalla concorrenza. Chi sceglie di comprare da loro lo fa comunque così come chi preferisce andare da Decatlhon, Mediaworld o nei grandi centri non desiste se chiudono nei festivi. È puerile pensare che imporre la chiusura orienti i consumi verso i negozi di quartiere. Così come è puerile tirare in ballo le famiglie. In primo luogo non ci sono solo i lavoratori del commercio, ma sono tantissimi quelli che lavorano nei giorni festivi e nessuno si è mai sognato di chiedere di fermare i trasporti o gli ospedali o le centrali elettriche o qualunque altro luogo di lavoro perché è domenica e bisogna stare in famiglia.

Ma, visto che di negozi si parla, bisogna dire che una delle scelte più riuscite negli ultimi anni che, a costo zero, ha semplificato la vita di tante persone (con famiglia o senza) è proprio la possibilità di fare acquisti la domenica.

In conclusione se si tratta di diritti dei lavoratori esistono contratti collettivi e strumenti per farli valere e per controllarne il rispetto (ma Di Maio non è anche ministro del lavoro?); se si parla di famiglia l’ultimo dei problemi è stare insieme la domenica. Si può capire la Conferenza Episcopale italiana che vorrebbe tutti gli italiani a messa la domenica, ma che il primo partito italiano, il M5S, ne parli in questi termini odora di muffa, di nostalgia di imprecisati tempi passati, di chiusura mentale, di ostilità a scelte di vita che non siano nel solco della tradizione.

Soprattutto odora di opportunismo che sfrutta qualunque argomento per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica, andare a caccia di voti inseguendo gli interessi di categoria e mettere insieme pezzi di identità ideologica

Claudio Lombardi

Nazionalpopulismo contro democrazia/2

Pubblichiamo la seconda parte della conferenza di Claudio Martelli “La resistibile ascesa del nazionalpopulismo” tenuta a Milano il 20 giugno.

Crisi della democrazia e dell’Occidente

“Quella che mi piace chiamare “la costituzione dell’occidente” è un’esperienza storica tutto sommato recente persino là dove si è formata e cioè nel Regno Unito, in America e in Francia. Ancor più recente è stata da parte di paesi come l’Italia, la Germania, il Giappone, la Spagna, il Portogallo, la Grecia l’acquisizione di quell’insieme di principi, di regole, di comportamenti in cui consiste una democrazia liberale. E non di rado l’acquisizione è avvenuta dopo sconfitte militari e sanguinose guerre civili.

Eppure, in tutto l’occidente la democrazia occidentale era diventata un sentire comune, era diventata popolare e in essa riponevano fiducia governi e opposizioni insieme con la più larga opinione pubblica. Oggi invece assistiamo alla crisi delle forze di destra, di centro e di sinistra che l’avevano sostenuta, che si erano cioè identificate con la democrazia e il libero mercato, con lo stato di diritto e con lo stato sociale comunque declinati.

Attenzione: a essere sotto schiaffo non è la democrazia genericamente intesa, piuttosto quel sistema di libertà individuali per tutelare le quali la democrazia è stata impiantata e senza le quali la democrazia diventa un simulacro, peggio, un’ipocrita messinscena.

Torna d’attualità un vecchio monito di Amartya Sen: la democrazia non si può ridurre al voto a maggioranza. Certo, un criterio per deliberare, cioè per decidere liberamente, è necessario e la prevalenza di chi ottiene la maggioranza sembra essere il criterio migliore. Eppure, proprio le “democrature” e i dittatori che si fregiano di votazioni quasi unanimi a loro favore avrebbero dovuto metterci in guardia. Il voto è democratico se conclude un processo democratico di formazione della volontà popolare, se cioè, come diceva Amartya Sen, esistono degli spazi pubblici, liberi e aperti di discussione, di confronto, di dialogo. Spazi che non esistono nelle democrazie autoritarie o democrature. Spazi che si restringono dove il potere esecutivo prevarica sugli altri poteri separati e indipendenti come quello giudiziario, quello economico, quello dell’informazione. Spazi inquinati dove prevalgono corruzione e clientele, dove le minoranze sono discriminate e la libertà di informazione e di espressione è limitata o minacciata o sotterrata sotto un diluvio di fake news pilotate da qualcuno.

Ma in fondo questi potrebbero essere mali emendabili, quasi a conferma del noto aforisma di Winston Churchill, “la democrazia è la peggior forma di governo possibile, ad eccezione di tutte le altre”. Anche di altri pericoli che insidiano le libere democrazie si discute da sempre. Mi riferisco a quei processi degenerativi delle democrazie antiche studiati e catalogati da Aristotele, il primo scienziato politico della nostra storia. Le preferenze di Aristotele andavano naturalmente ai regimi aristocratici, eppure non esitò a indagare e descrivere come il governo dei migliori potesse tramutare e degenerare nel governo dei pochi, in oligarchie inamovibili, accaparratrici e sopraffattrici. Parimenti lo stagirita descrisse la degenerazione della democrazia in demagogia. Che cos’è la demagogia dovremmo averlo imparato a scuola, ma forse le scuole di oggi non lo insegnano più. Grosso modo le definizioni correnti descrivono la demagogia come un comportamento politico che attraverso promesse false e ingannevoli ma gradite al popolo mira a conquistare o conservare il potere. Aristotele, che non di rado confonde volutamente democrazia e demagogia, identificava entrambe come governo dispotico dei poveri, delle classi inferiori fomentate e irretite da tribuni che Aristotele chiamava “adulatori del popolo”.

Tanto ci serve per catapultarci nel presente un po’ più avveduti, accorti quanto basta per capire che la democrazia è non solo imperfetta ma anche costantemente insidiata tanto dalle oligarchie quanto da moltitudini guidate dai demagoghi che ne sfruttano il risentimento per conquistare il potere.

Sostituiamo alle antiche oligarchie dei possidenti le tecnocrazie attuali e ai demagoghi del tempo andato i moderni populisti ed ecco dalle nebbie del passato emergere i contorni dell’attualità politica.

Il titolo di questo primo incontro parla di enigma della sovranità. Intendo sovranità al plurale cioè come sovranità del popolo e sovranità della nazione.

Da una parte condividiamo il risentimento del popolo per essere stato espropriato, depredato di una parte del suo reddito e di non riuscire a ripartire. Dall’altra constatiamo la dichiarata impossibilità della nazione di agire e porvi rimedio decidendo politiche efficaci.

E’ questo connubio tra sofferenza e impotenza che ha unito il popolo e la nazione nella contestazione di quel potere o di quei poteri sovranazionali giudicati responsabili del suo impoverimento. Non potendo agire direttamente contro la globalizzazione, gli strali sono stati puntati contro l’Unione europea. Ma a farne le spese per prime sono state le élites politiche domestiche accusate di soggezione allo straniero cioè a Berlino e a Bruxelles. Governanti banchieri imprenditori, il cosiddetto establishment. E in questo impasto limaccioso è dalla sua narrazione faziosa che ha tratto origine la resistibile ascesa del nazionalpopulismo.

Della sua versione italiana parleremo nei prossimi incontri. Adesso mi preme affrontare la dimensione internazionale anzi mondiale del fenomeno di cui parliamo.

Partiamo dai fatti: il nazionalpopulismo si sta espandendo in tutto il mondo. Leader e partiti che si richiamano più o meno a un’ispirazione simile sono al governo negli Stati Uniti, la nazione più potente del mondo, ma anche in Italia, in Austria, in Polonia, Ungheria e in buona parte dell’Europa dell’est. In Francia i nazionalisti alla Le Pen sono arrivati al ballottaggio presidenziale anche nelle ultime elezioni. Insieme ai populisti di sinistra di Mélenchon hanno ottenuto al primo turno il 49 per cento dei suffragi. Solo il sistema presidenziale, la novità di Macron e le loro divisioni hanno impedito che uniti trionfassero.

Nel Regno Unito il partito indipendentista ha condizionato il partito conservatore e con lo sciagurato referendum indetto da Cameron ha portato il Regno Unito fuori dall’Unione europea. Anche in Germania l’AfD con il suo risultato a due cifre influenza la politica nazionale e in particolare la Csu, l’ala bavarese della dc tedesca che si contrappone alla cancelliera alleata, Angela Merkel e ne paralizza l’azione. Il nazionalpopulismo si è fatto strada anche in Asia. In Indonesia e in Thailandia, dove l’alternanza al potere è spesso scandita da insurrezioni violente e repressioni ancor più violente, le formazioni populiste hanno più volte ottenuto la maggioranza.

Nazionalpopulisti di credo socialista sono al potere nel Venezuela di Chávez e di Maduro e nella Bolivia di Evo Morales. Lo sono stati a lungo in Argentina dove oggi guidano la principale forza di opposizione. Del resto sono stati proprio Perón e il peronismo con i loro descamisados a rimettere in circolo alla metà del ‘900 il marchio apparso per la prima volta in Russia nella seconda metà dell’800.”

Fine seconda parte/segue

Nazionalpopulismo contro democrazia/1

Pubblichiamo la prima parte della conferenza di Claudio Martelli “La resistibile ascesa del nazionalpopulismo” tenuta a Milano il 20 giugno.

Uno sguardo sul mondo: crisi e insicurezza

La democrazia liberale è in ritirata in tutto il mondo. La lunga fase in cui un numero sempre più grande di nazioni si dava costituzioni e istituzioni democratiche, si esercitava in libere elezioni e costruiva uno stato di diritto sembra esaurita. Peggio, nazioni che avevano intrapreso quella strada rallentano o addirittura invertono quel percorso e scelgono o subiscono ritorni autoritari.

E’ il caso di una nazione come la Turchia di Erdogan ieri sulla soglia dell’Europa e che dal tentato golpe del 2016 ha tratto la giustificazione per un’impressionante repressione della vita democratica, dei diritti civili, della libertà di espressione e d’informazione.

E’ il caso della Russia di Putin. La più grande di tutte le nazioni è diventata esempio di quella specie di crasi tra democrazia e dittatura battezzata “democratura”. Tuttora alle prese con serissimi problemi di arretratezza economica (il Pil russo è inferiore a quello italiano eppure la Russia – seconda potenza militare del pianeta – è trenta volte più estesa dell’Italia), Putin ha riconquistato con la forza molte delle posizioni perdute dopo la caduta dell’impero sovietico. Nessuno minaccia il Cremlino eppure le libertà economiche sono garantite solo agli oligarchi fedeli al regime, gli oppositori sono in libertà condizionata, l’informazione è di regime o viene spenta, i diritti individuali e le minoranze sono sottoposti agli arbitri della polizia.

Interi continenti sono tuttora sottoposti a regimi totalitari, dittature militari, teocrazie. La Cina, la più popolosa di tutte le nazioni, ha segnato uno spettacolare avanzamento economico e tecnologico attraverso l’impensabile connubio tra il ferreo controllo del Partito comunista sullo stato e un sistema produttivo turbo-capitalistico incurante dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente. Per non dire delle libertà politiche e civili: la vigilanza è così occhiuta da profittare delle più moderne tecnologie per estendersi anche alla vita privata dei cittadini.

L’India, la più popolosa delle democrazie, conosce anch’essa insieme a un impetuoso sviluppo economico una fase di preoccupante restringimento delle libertà religiose e civili a scapito di mussulmani e cristiani.

Nel mondo mussulmano, con pochissime eccezioni, dopo gli abbagli e le illusioni delle primavere arabe siamo tornati alle dittature tradizionali militari e non, siano esse l’unica alternativa disponibile al caos dell’islamismo radicale e terrorista o complici dei suoi misfatti.

Ma c’è un altro aspetto che ci inquieta più di ogni altro. La crisi della democrazia è così vasta e profonda da aver intaccato e contagiato persino le nazioni che l’hanno reinventata e praticata nell’epoca moderna. La realtà e i valori di quella comunità di stati che erano propri dell’occidente sono contestati, erosi, persino derisi.

La crisi della democrazia coincide con la crisi dell’occidente, la crisi dei valori coincide con una perdita d’influenza e di potenza e con una divisione impressionante dell’occidente. L’Unione europea è stata ferita dalla scelta del popolo britannico di abbandonarla. Il popolo americano ha eletto un presidente – a parte ogni altra considerazione – ostile all’Europa, determinato a farle pagare le spese della difesa e a correggere coi dazi e il protezionismo il vantaggio commerciale dell’Unione. Presidente da solo due anni, Trump ha già fatto saltare molti accordi transnazionali, ha stracciato trattati, ha sabotato il vertice dei capi di stato occidentali. La sua furia mira a sprigionare tutta la forza di un’America libera da vincoli, legami, obblighi internazionali. E’ questo quello che significa America first: un gigante anarchico che discute solo a tu per tu agitando la clava.

L’Europa che ha costruito la sua unità all’ombra di un’America protettiva verso i suoi alleati è spaesata, smarrita. Le parole di Angela Merkel sulle scelte di Trump – “L’Europa deve scegliere il suo destino” – sono un invito pressante alla riflessione e al coraggio ma anche la mesta presa d’atto di una rottura storica dalle conseguenze incalcolabili.

Cosa ha reso possibile questa deriva?”

Fine prima parte/segue

Lega e M5S: inesperienza, ignoranza e rischio

Cari italiani abbiamo un problema: chi ci guida non è affidabile. Si può essere di destra, di sinistra, di centro, di niente, ma quando si prende la patente per guidare uno Stato bisogna saperlo fare. Gli italiani hanno dato la patente a Lega e M5S e loro si sono messi al posto di comando. Giustamente. Siamo partiti da poco, ma già si vede che la guida non è esperta. Ad improvvise accelerate seguono strani rallentamenti, si tenta di prendere scorciatoie, si sbanda alla minima curva. Insomma si rischia continuamente l’incidente, la macchina prende velocità e sembra che il governo punti direttamente verso un muro di cemento alto e spesso come quelli contro i quali si fanno i crash test. Lo credono un muro di cartone forse?

Come scrive Paolo Cirino Pomicino in un recente articolo “quando all’inesperienza politica e di governo si aggiungono l’assenza di ideali e di cultura politica la miscela che ne viene fuori è il governo autoritario degli ignoranti”. In effetti a pensarci bene quali ideali muovono Lega e M5S? Per esempio uno potrebbe essere “gli italiani prima di tutto”. E l’altro “onestà”. Basta così poco per guidare la settima potenza industriale nonché Paese fra i più complessi e con i più antichi e ramificati intrecci di cultura del mondo? Sembrerebbe di no. E la cultura politica? Si riconosce alla Lega di saper bene amministrare regioni e città e di averlo fatto anche quando alcuni suoi esponenti hanno assunto incarichi istituzionali a livello nazionale (Maroni al ministero dell’interno). Ma oggi la Lega di Salvini è un’altra cosa rispetto a quella del passato. Si è passati dal federalismo, alla secessione, al nazionalismo. Ma sempre di estremismo si tratta. E i 5 stelle? Quale cultura politica hanno? Dire debole è dire poco perché provengono dalle idee fantasiose di Casaleggio e da quelle satireggianti degli spettacoli di Grillo, più una diffidenza verso il mondo delle competenze specie scientifiche.

Non si tratta tanto del livello culturale delle singole persone (che pure è importante come è ovvio), ma della “non conoscenza dell’arte del governare” e di gestire l’amministrazione pubblica. Per esempio cambiare la collocazione internazionale dell’Italia a colpi di provocazioni o sfruttando qualche centinaio di migranti raccolti in mare significa non porsi il problema degli sbocchi di queste scelte. Forse che allearsi con l’Ungheria in nome della chiusura delle frontiere può essere il futuro dell’Italia? No certo specialmente se si fa finta di ignorare che le potenze mondiali – Usa, Cina e Russia – puntano tutte sulla disgregazione dell’Europa per non averla come rivale. L’Europa è un gigante economico, ma un microbo politico perché è divisa e in crisi. Chiaro che faccia gola pensare di farla a pezzi e stabilire delle zone di influenza economica, finanziaria ed energetica. È un rischio avvertito da Salvini e Di Maio? No, anzi loro stanno favorendo questo disegno. È un rischio di cui si preoccupano gli italiani? Ma nemmeno per idea. D’altra parte sono stati oggetto di un bombardamento mediatico per odiare l’Europa e la politica durato molti anni. Se tale ignoranza non vi fosse nessun penserebbe mai di menzionare la possibilità di ricevere una garanzia russa sul debito pubblico dell’Italia come ha fatto il ministro Savona di recente. Sarebbe presa come la battuta di un comico talmente è paradossale. E invece ci hanno pensato davvero. Cioè dovremmo rompere con Francia e Germania e quindi demolire l’asse portante dell’Unione europea per cadere in braccio a Putin o ai Paesi di Visegrad? Solo dei folli potrebbero pensarlo. Eppure se ne parla come di una scelta possibile e seria.

Stessa situazione sul terreno dell’economia e del lavoro che ricade nella competenza del giovane Di Maio. Che si tratti della caduta del ponte Morandi o della vicenda Ilva l’approccio è sempre quello dei proclami stizzosi e categorici che prescindono dalla realtà e sostituiscono il deficit di idee e di capacità con l’altezzosità del comando. Sembra che chi sta al governo possa reinventare il mondo che lo circonda in forza del suo potere. Con una faciloneria che impressiona il giovane Di Maio affronta questioni di enorme portata come se si trattasse di una bega paesana.

Ciò che si capisce dai primi mesi di governo Lega M5S è che non c’è alcuna idea di come rilanciare lo sviluppo superando i mali strutturali dell’Italia. Ma si capisce benissimo che i suoi capi sono disposti a rischiare tutto per una generica rivalsa contro le burocrazie d’Europa e contro gli stati più forti. Provocazioni e ripicche invece di mettersi a costruire seriamente una nuova via per il nostro Paese insieme con i suoi partner europei. Salvini e Di Maio preferiscono averli come avversari.

Si era immaginato che il Piano B sarebbe rimasto un gioco di fantasia di alcuni professori. Invece più si va avanti più si intravede che il piano di uscita dall’euro e di rottura con l’Europa è qualcosa di concreto. Il muro contro cui andremo a sbattere si avvicina

Claudio Lombardi

Dove ci portano M5S e Lega?

Tempi difficili per l’Italia. Tra un ponte che crolla e un governo di apprendisti eccitati dal potere, tra una fuga degli investitori esteri e lo spread che aumenta c’è poco da stare allegri. Se un anno fa sembrava un vanto aver raggiunto una discreta stabilità e il segno + sul Pil oggi ci troviamo in una situazione completamente diversa in attesa che l’autunno ci porti le prove più difficili. Lega e M5S sembrano non rendersi conto dei pericoli che corriamo di scivolare indietro. Anzi, alcuni autorevoli esponenti come gli economisti della Lega Borghi e Bagnai sembrano dei generali che si fregano le mani pregustando la battaglia. Il piano B per l’uscita dall’euro si avvicina. In realtà lo hanno anche annunciato che forse saranno gli altri a buttarci fuori. O lo faranno i fatti. Basta imboccare una certa strada e il resto verrà da sé.

Ogni giorno porta il suo passettino verso il marasma tra un Salvini che si atteggia a duce del popolo italiano unica fonte di diritto superiore alle altre autorità dello Stato e alle leggi e un Di Maio che gioca con le nazionalizzazioni e con la sorte dell’Ilva. Proclamano senza pensare a cosa dicono, ebbri del consenso ricevuto da un elettorato in vena di sfoghi che ha scambiato il governo nazionale e gli intrecci europei per un gioco di ripicche, come se si trattasse di una bega familiare o di condominio. Non sarebbe la prima volta che il consenso premia i più ignoranti, spregiudicati, fanfaroni. Il popolo è un’entità astratta composta da milioni di teste ben poche delle quali sono in grado di rendersi conto delle implicazioni delle proprie scelte. È sempre così in democrazia: l’incompetente deve indicare quale competente sceglie. A volte si è fortunati, a volte no. I regimi più infami hanno sempre ricevuto il consenso popolare che è rimasto anche quando si è arrivati alla guerra e alla distruzione totale.

Speriamo di non arrivare a tanto e cerchiamo di mantenere lucidità di pensiero e la capacità di comprendere e distinguere. Stando con i piedi per terra perché la vita reale non è un videogioco.

Il crollo del Ponte Morandi ha scoperchiato una realtà che conosciamo bene. C’è l’incuria, c’è il peso delle burocrazie, c’è l’avidità, c’è lo sfruttamento dei beni pubblici, ma, soprattutto, c’è uno Stato che non riesce a svolgere la sua funzione. Non riusciva a gestire in maniera efficiente le aziende prima quando mezza Italia era sotto il controllo pubblico e non è riuscito a regolare i suoi rapporti con i gestori privati poi. Chi proclama con leggerezza “nazionalizziamo” non conosce la storia dell’intervento pubblico nell’economia e non vede la realtà di oggi. Atac e Ama sono due aziende romane di proprietà del comune di Roma che gestiscono da decenni due servizi essenziali per una città: trasporti e rifiuti. Ebbene entrambe sono state distrutte dalla mala gestione, dal clientelismo, dalla corruzione, dalle ruberie, dagli interessi di persone e gruppi (sindacati inclusi). Entrambe sono costate e costano cifre enormi ai cittadini e rendono un servizio pessimo. Perché? La causa principale è la totale dipendenza dalla politica cioè da chi rappresenta gli elettori. La stessa cosa accadeva con le partecipazioni statali dalla fine degli anni ’60 alla privatizzazione degli anni ’90. Questi sono fatti non opinioni. Eppure il M5S sembra arrivare dalla luna e candidamente ripropone ciò che ha fallito nel passato (e fallisce nel presente). Non avendo né capacità di governo né idee forti si aggrappa al controllo e al comando come unici strumenti della politica. Sono ingenui e sprovveduti, pensano che sia sufficiente mettere nei posti chiave persone da loro dirette per ottenere i risultati a cui aspirano. È l’altra faccia del complottismo: se la situazione esistente nasce da complotti per fregare gli onesti basta sconfiggerli e automaticamente le cose cambieranno in meglio. Il loro pensiero esclude la complessità e gli intrecci intorno ai quali si dipanano decisioni e governo di istituzioni ed apparati.

La stessa ingenuità, ma intrisa di cattiveria, muove Salvini. Va avanti a testate, a provocazioni, in un clima rissaiolo ed eccitato tra una diretta Facebook e un comizio. La sua impronta di governo non si vede. Dovrebbe gestire il ministero dell’interno e, come vice presidente del Consiglio, contribuire ad indirizzare la politica del governo. Lo fa? Ovviamente no. Se si depurano i suoi interventi dalle provocazioni e dalle sparate non resta nulla di rilevante. Un abisso lo separa dal suo predecessore Minniti senza il quale non ci sarebbe stata la riduzione dell’80% degli sbarchi e, soprattutto, non ci sarebbe stato l’impegno nella strategia europea in Africa che il governo italiano sembra aver abbandonato.

Intanto i ministri economici consapevoli dei rischi che corre l’Italia chiedono all’Europa di aiutarci a fare ciò che vogliono i padroni del governo. Candidamente ci si aspetta sostegno dalla Bce ben sapendo che l’acquisto dei titoli pubblici sta finendo. Ingenuamente si pretende di alzare l’asticella del deficit e del debito come se fosse un regalo della Commissione Europea. Chi pagherà più interessi saremo noi italiani non Bruxelles. E chi si troverà a fare i conti con un debito in crescita saremo sempre noi e i nostri figli.

Intanto, silenziosamente, c’è chi toglie i suoi soldi dall’Italia. Già un’asta di Bot è andata deserta a luglio e per uno Stato che si vive di prestiti (intorno ai 400 miliardi l’anno) è un segnale molto serio.

Dove ci stanno portando il M5S e la Lega forti di un consenso incontrastato tra gli italiani? All’orizzonte si vedono solo guai, rischi e problemi. Della stabilità e della fiducia riconquistata negli ultimi anni non vi è più traccia. Se una strategia c’è e se atti e parole hanno un senso è quella di rompere con l’euro e l’Europa. Prima o poi ci accorgeremo di non essere solo spettatori di un’esibizione di bulli apprendisti governanti, ma protagonisti delle conseguenze dei loro errori

Claudio Lombardi

Il ponte Morandi metafora dell’Italia

A Genova non è solo crollato un ponte, ma è stata messa a nudo la fragilità e la pericolosità di un sistema nel quale tutti ci troviamo a vivere, ma al quale ci siamo assuefatti. Il crollo del ponte Morandi ci colpisce direttamente perché ci toglie la fiducia che lo Stato e le strutture tecniche e imprenditoriali che gestiscono infrastrutture e servizi siano in grado di proteggerci. Non siamo tutti ingegneri, ma ormai, grazie alla diffusione delle informazioni, ci si è potuti fare un’idea abbastanza precisa e realistica della vicenda. Possiamo non conoscere la causa esatta del crollo, ma ne sappiamo abbastanza per escludere la fatalità che, d’altra parte, nessuno invoca. Non si è trattato di un evento naturale nei confronti del quale comunque possiamo difenderci prevedendone le conseguenze. Contro il terremoto si possono costruire edifici che resistono a scosse molto forti. Contro le alluvioni si può fare molto come, per esempio, allontanare le case dalle rive di fiumi e torrenti (quelle di Genova per esempio) e piantare alberi sulle colline. Ma se un ponte autostradale viene costruito sopra una città, se il progetto è sbagliato, se nessuno vuole ammettere che sia pericoloso, se chi ne ha la responsabilità lascia passare il tempo senza fare alcunché di risolutivo, allora non abbiamo difesa e la nostra vita vale meno delle resistenze corporative e burocratiche, dei dissidi politici, della farraginosità delle procedure, dell’ottusità dei punti di vista di minoranze rumorose che vogliono imporre a tutti la loro visione.

Questa è la vicenda del ponte Morandi e dell’autostrada sciagurata che è stata fatta passare sopra e dentro la città di Genova. Che il ponte sia stato progettato male (“un fallimento dell’ingegneria” ha affermato il prof. Brencich esperto di costruzione in cemento e docente all’università di Genova) si è visto. Che dovesse essere profondamente ristrutturato oppure demolito lo dice la logica e lo dicono i fatti (intervento strutturale su un pilone nel 1995 e decisione di intervenire anche sugli altri). Per 51 anni chi doveva gestirlo (prima la società autostrade dell’IRI, poi quella privata) non ha voluto riconoscere la realtà. Gli altri protagonisti della vicenda, i responsabili politici delle istituzioni locali e nazionali, non hanno voluto assumere l’unica decisione sensata che qualunque persona ragionevole avrebbe considerato ineludibile e urgente: portare il tracciato autostradale fuori dalla città di Genova e contemporaneamente ristrutturare il ponte.

Oggi si accusa la società Autostrade di inadempienza, ma chi doveva vigilare sul suo operato all’interno degli apparati di governo cosa ha fatto per decenni? E perché non è stato ascoltato il responsabile della vigilanza sulle concessionarie presso il ministero per le infrastrutture che denunciava in Parlamento due anni fa le enormi difficoltà materiali che incontravano gli ispettori per svolgere il loro lavoro? Che tipo di rapporti si sono creati tra governi e società Autostrade nel corso degli anni? Perché la convenzione è stata a un certo punto approvata con legge depotenziando e aggirando il ruolo degli organismi tecnici e di controllo che nel passato avevano sollevato molti dubbi sul rapporto tra investimenti e pedaggi? Il crollo del ponte ha messo a nudo un rapporto tra società concessionaria e Stato tutto sbilanciato a favore della prima. Chi lo ha voluto e coperto per anni? Se le privatizzazioni di infrastrutture e servizi che sono monopoli naturali sono state fatte così, con tanto di accordi segreti e blindati, perché stupirsi che adesso si prospetti il ritorno ad una gestione pubblica? In questo quadro l’annuncio della revoca della concessione, inattuabile nelle forme con le quali è stata presentata dal Presidente del Consiglio e dal ministro Di Maio, è una reazione comprensibile anche se non condivisibile, comunque coerente con l’identità del M5S. Che poi all’annuncio seguano i fatti si vedrà. Se però questo annuncio sta facendo scandalo avrebbero dovuto farlo anche gli accordi segreti e i patti stipulati dai governi precedenti. Bisogna stare attenti perché la trappola della propaganda non sta da una sola parte e la storia italiana delle privatizzazioni non è tutta difendibile.

Gli ingredienti di una crisi di sistema ci sono tutti perché gli errori si possono commettere (un ponte sbagliato, un’autostrada assurda), ma è proprio nella loro correzione che si riconosce un sistema che funziona da uno che non funziona. E se non funziona il conto lo paghiamo noi. Può trattarsi di un pronto soccorso o di un ponte o di una ferrovia non messa in sicurezza.

Per non commettere errori e per correggerli il momento della decisione e della sua attuazione è cruciale. Non è un caso che mentre il ponte si logorava e il traffico assediava l’autostrada si sia svolto per decenni un vergognoso tira e molla sulla realizzazione di un nuovo tracciato autostradale che ha coinvolto tutte le istituzioni locali, i partiti, i sindacati, le organizzazioni imprenditoriali, i cittadini organizzati in comitati. Un tipico esempio dell’incapacità di decidere che ci affligge. Siamo disposti a discutere all’infinito dimenticando che la discussione serve per decidere. Discutere non è un fine, ma un mezzo e chi ha responsabilità istituzionali ha il dovere di stabilire gli obiettivi e di perseguirli.

Senza una guida politica forte e autorevole l’Italia non può farcela. Questa guida oggi non c’è. Non può esserlo la Lega che nella destra ha sempre espresso la parte più rozza e retriva, quella delle soluzioni sbrigative a problemi complessi. E non può esserlo il M5S che è nato e cresciuto in nome della resistenza alla modernità vista come occasione di sfruttamento e di corruzione. Dovunque ci fosse un NO il M5S ci si è accodato che si trattasse di vaccini, di un gasdotto, di una ferrovia, di un valico. Anzi i No sono stati coltivati e stimolati per anni da Beppe Grillo che ha dato voce alla diffidenza e all’ignoranza della gente comune contro tutti quelli che avevano una competenza scientifica e tecnica. Non a caso i valori di questa nuova cultura di massa sono stati il vaffa e il “faccio come mi pare”.

Possiamo pensare che queste due forze politiche, queste due culture possano guidare la settima potenza industriale del mondo? L’Italia è afflitta da ritardi storici che ormai conosciamo a memoria e che la stanno spingendo verso il basso. Se non vogliamo fare la fine del ponte bisogna che ci rimbocchiamo le maniche per riportarla in alto

Claudio Lombardi

Lettera aperta sui vaccini alla Sen. Taverna

Cara Senatrice Taverna sono estremamente delusa come italiana, come cittadina e come medico, da quello che ha detto in materia di vaccini..

Ha reso questo paese non più libero, ma oppresso dall’ignoranza e dalla cecità.
Ogni anno milioni di volontari sanitari rischiano la vita in giro per il mondo per salvare migliaia di piccole vite da malattie che hanno decimato intere popolazioni.
E noi, del mondo ricco e civile, torniamo indietro di mille anni contro ogni ragione.
I nostri bambini non sono bestiame. Sono solo bambini a cui garantiamo un futuro.
Perché non proibiamo anche tutte le altre scoperte scientifiche che hanno cambiato la sopravvivenza dell’uomo moderno e che hanno comunque possibili complicanze?
Proibiamo TUTTE le chirurgie.

Proibiamo il vaccino anti HPV contro i tumori della cervice uterina.

Proibiamo LE CORONAROGRAFIE CON PCI primarie che ogni giorno salvano la vita a centinaia di persone colpite da infarto.

Proibiamo la trombolisi primaria per tutti i pazienti colpiti da ictus cerebri.
Proibiamo le trasfusioni.

Proibiamo gli antibiotici.

Spegniamo la luce, torniamo nel medioevo.

Ma non ci chieda poi…a noi medici…di fare miracoli che volete distruggere.

Non ci chieda di piangere la morte dei nostri bambini.

La piangiamo da oggi. La piangeremo domani. Impotenti davanti ad una “politica” che riduce a voti politici e twittate la scienza.

Mi vergogno onorevole. Mi vergogno profondamente.

Mi vergogno di essere rappresentata da lei e chi pensa sia giusto non vaccinare.
Mi vergogno di stare in un paese in cui le decisioni sulla sanità e sicurezza pubblica, perché è di questo che si tratta, vengono prese da persone non preparate sulla materia, non adeguate nemmeno lontanamente al parlarne pubblicamente e criticamente.

Per fare il mio lavoro, il medico anestesista rianimatore, ci vogliono 6 anni di università, 1 anno di abilitazione statale e 5 anni di scuola di specializzazione. Ci occupiamo di vite. È normale. Doveroso. Importante.

Per fare il suo lavoro Senatrice, basta prendere voti. Parlare sui social. Avere fortuna. Essere nel momento giusto con le persone giuste e al posto giusto.

E questo non è giusto.

Perché voi per un voto condannate il nostro paese al ritorno delle malattie che avremmo dovuto debellare.

Condannate bambini al rischio di non poter crescere.

Condannate noi a guardare il vostro irresponsabile scempio con responsabile impotenza.
È un mondo ingiusto il nostro Senatrice. È un paese ingiusto il nostro.

Ma soprattutto è ingiusto che chi come Lei, accompagnata da cattivi consigli ed ignoranza dovuta al suo non essere competente in immunologia e malattie infettive, non sarà costretta a vedere un bambino morire di morbillo.

Lei non lo farà.         Lei e i suoi colleghi politici amanti dei selfie, dei social, dei video mentre siete al lavoro…non li vedrete.

E quando sarà il momento…darete la colpa qualcun altro.

Dorma bene Senatrice stanotte. Dorma bene Senatrice sempre.

Lo faccia anche per me. E per tutti i miei colleghi a cui ha tolto il sonno, la speranza, e la serenità.
Vorrei avere la sua ostentata sicurezza. Vorrei poter credere ancora di poter fare il mio lavoro nel migliore dei modi in questo mio paese che non riconosco più…e di cui mi vergogno.

Dorma bene Senatrice. E si ricordi sempre che il mio lavoro è un privilegio, e dovrebbe esserlo anche il suo.

Silvia Braccini, medico

Quattro passi nel delirio agostano nazionalista-socialista

Il mese di agosto è, per tradizione, quello in cui le forze politiche sparano più idiozie del solito, oltre che quello in cui i giornali devono saturare la foliazione di luoghi ancor più comuni del solito. Quest’anno la situazione è simile ma differente. Perché abbiamo un esecutivo che danza sull’orlo di un vulcano attivo, perché si è già innescata una copiosa fuga di capitali dall’Italia, perché le iniziative legislative sono qualcosa di demenziale, ad essere gentili, e perché le dichiarazioni alla stampa hanno frequenza direttamente proporzionale al tasso di stupidità delle medesime.

Prendete la rassegna stampa di oggi. In essa scoprite che la maggioranza starebbe raggiungendo una convergenza su un controllo pubblico integrale di Alitalia, senza partner industriale, cioè senza vettore estero nell’azionariato, e per questo compito sarebbero stati individuati Ferrovie dello StatoCassa Depositi e Prestitie la sua controllata Poste italiane. Almeno, questo è quanto scrive oggi Nicola Lillo su La Stampa.

Come ho già commentato giorni addietro, la partecipazione di CDP in un’azienda decotta non è un vero ostacolo: basta gemmare da CDP una finanziaria ad hoc, che come tale non è soggetta ai vincoli di investire in soggetto “viable“, cioè economicamente vitale, come dicono gli anglosassoni. Oppure si può creare una newco, che come tale non ha una storia di perdite cumulate ma solo un meraviglioso business plan da guardare con gli occhiali da sole.

Se davvero l’orientamento governativo è questo, prepariamoci ad un bagno di sangue, visto che obiettivo dei nostri nazionalisti socialisti è quello di mantenere gli attuali livelli di occupazione. Meravigliosa la frase pronunciata stamane a Radio24 da Luigi Di Maio: “Alitalia deve essere un’azienda che ci consenta di gestire i flussi turistici del futuro con una regia politica”. Chissà che gli è accaduto, da bambino.

Altro tema estivo che ha protagonista il piccolo nordcoreano Di Maio è il tormentone Ilva, in cui si chiede ad Arcelor Mittal di prendersi in carico tutti i livelli occupazionali correnti, e nel frattempo si invoca l’Avvocatura dello Stato per valutare l’annullamento in autotutela della gara che ha assegnato la società siderurgica. Quando si dice dare certezza ad un negoziato… Soprattutto considerando che Di Maio pare non voler tenere in carico al pubblico gli esuberi precedentemente identificati. Forse, in luogo di 3.500, è preferibile avere 14 mila persone in carico al pubblico, chissà.

Ancora una volta, l’Italia si pone come la grande benefattrice d’Europa: non solo il rischio dissesto sul Btp è in crescita, ed il rialzo dei rendimenti sui nostri titoli pubblici innesca un movimento di “flight to quality” che porta ad acquisti sugli altri titoli di stato europei, iniettando in tali paesi uno stimolo espansivo rigorosamente Made in Italy. Nel caso di Ilva, se l’impianto dovesse chiudere, avremmo tagliato una robusta quantità di eccesso di capacità produttiva europea e globale nell’acciaio, con conseguente sostegno ai prezzi ed agli utili dei produttori rimasti. L’Italia, per parte sua, dovrebbe importare acciaio e potrebbe quindi spianare il suo surplus commerciale, come nei desideri del prestigioso economista che guida pro tempore gli Affari europei nel nostro esecutivo. Perché, come sapete, c’è questa corrente di pensiero secondo cui un avanzo commerciale è tutta domanda interna distrutta, signora mia.

Ma forse le cose non andranno così: forse Arcelor Mittal si ritirerà, e verrà sostituita da un gruppo di investitori solo tricolori: che ne dite di Ferrovie, CDP, Poste?

Sempre dalla rassegna stampa di oggi, si legge anche che la maggioranza starebbe convergendo verso “quota 100” nelle pensioni finanziando la manovra con la famosa “pace fiscale” cara a Matteo Salvini. Almeno, questo è quanto si legge oggi sul Messaggero, a firma di Marco Conti. In pratica, si dovrebbe pagare a saldo e stralcio il 25% del dovuto, sia su cartelle esattoriali sino a centomila euro che su liti in corso. Che poi, è esattamente il contrario di quanto suggerito dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che nei giorni scorsi ipotizzava semplicemente rateizzazioni del dovuto, non scontato. Il gettito stimato da questo saldo e stralcio, una dozzina di miliardi in due anni, servirebbe a finanziare la quota 100 nelle pensioni. Se vi chiedete come sia possibile finanziare con misure una tantum una maggiore spesa corrente permanente, sono con voi.

Ancora, la “lotta allo spread”: ieri, in una intervista ad Amedeo La Mattina su La Stampa, il sottosegretario leghista alle Infrastrutture, Armando Siri, è tornato ad ipotizzare il patriottico riacquisto del debito pubblico italiano in mano agli stranieri, precisando meglio il suo pensiero:

«Il problema del debito pubblico deve essere ridimensionato perché a 2.200 miliardi di debito pubblico corrispondono 5.000 miliardi di risparmio privato. Il problema è costituito dai titoli di Stato che sono nelle mani di soggetti stranieri. Noi dovremmo essere in grado di incentivare le famiglie ed i risparmiatori in titoli di stato, offrendo loro sgravi fiscali.

Io con un gruppo di esperti stiamo lavorando a una proposta dettagliata che verrà presentata ai presidenti delle commissioni bilancio e finanza della Camera e del Senato e al ministro dell’Economia: la creazione di uno strumento individuale di risparmio che va in questa direzione. Se la maggior parte del debito pubblico fosse nelle mani dei italiani non ci sarebbe più il problema dello spread»

Ecco, giusto: creiamo i Pir del debito pubblico italiano, abbiamo già l’acronimo: Siri, strumento individuale di risparmio italiano. Qualcuno però avverta il leghista che la manovra è infattibile, perché lo stesso beneficio fiscale andrebbe esteso anche a titoli Ocse. Di tutte le altre criticità, diciamo così, di questa meravigliosa idea del signor Siri, giornalista pubblicista senza laurea, ho già scritto qui.

Che dire di questo fil rouge nel delirio, quindi? Che la speranza è che si tratti di amplificazione giornalistica agostana di sussurri etilici orecchiati in malo modo. Perché, se così non fosse, credo che avremo nell’ordine il declassamento a spazzatura del debito pubblico italiano, tra il 31 agosto ed inizio settembre, un violento attacco speculativo al debito pubblico che nessun buyback “segreto” del Tesoro potrebbe contenere, ed il rapido avvitamento del paese nel caos.

Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

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