Governo Conte: ora ci vuole un bagno di realtà

Il governo Conte bis si è dato un programma di sinistra populista, incentrato su un’ambiziosa estensione dei diritti individuali e sociali. Obiettivi da sottoporre a un bagno di realtà per rendere il piano praticabile.

Un programma di sinistra populista per estendere i diritti individuali e sociali

Nel suo discorso al Parlamento, il rinominato presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha pronunciato tante belle parole e indicato obiettivi condivisibili da chi crede in un’Italia che riporti su di qualche tacca la discussione pubblica e la convivenza civile rispetto ai tempi neanche tanto lontani in cui Lui – il segretario della Lega Matteo Salvini – dettava legge aspirando a ricevere “pieni poteri” (cioè a diventare premier) dopo elezioni anticipate. Scorrendo il programma di governo descritto dal presidente del Consiglio si trovano descritte idee e tanti provvedimenti che definiscono una sinistra populista, schierata a difesa dei diritti ma che prova anche a pensare al futuro. Dopo che “riforme” era diventata una parolaccia da non usare con il governo gialloverde, l’esecutivo giallorosso invece torna a centrare la sua attività sulla parolaccia, tanto che Conte si è riferito a una “nuova stagione riformatrice”. Non saranno le riforme economiche pro-concorrenziali che piacciono alle organizzazioni internazionali (la parola “liberalizzazione” non è menzionata), ma piuttosto cambiamenti istituzionali e sociali che avranno l’obiettivo di riavvicinare i cittadini e le organizzazioni intermedie alla politica e che allargheranno i diritti sociali investendo ambiti come l’assistenza alle famiglie, la scuola e l’università. Il rischio è che si tratti di un “vaste programme” che richiede anche modifiche costituzionali (cioè tempo) e che quindi ha poche possibilità di essere realizzato. Tra i provvedimenti economico-sociali, l’adozione di un salario minimo e di maggiori tutele e maggiori possibilità di partecipazione per i lavoratori, “soprattutto se donne e se giovani, e soprattutto nel Mezzogiorno”, oltre alla ripresa di politiche di incentivazione dell’innovazione e al rafforzamento societario delle aziende.

Ci vorrà però un bagno di realtà

Per promuovere i diritti bisogna però farlo bene. Per esempio, come ricordava tra l’altro il governatore campano Vincenzo De Luca a Cernobbio, il reddito di cittadinanza del governo precedente pare abbia fatto scomparire il lavoro stagionale. Capita cioè quello che ci si poteva aspettare: un welfare generoso può dare un reddito dignitoso a chi non l’aveva prima, ma se scoraggia la ricerca di lavoro proprio delle categorie (giovani e donne) che in modo sproporzionato sono escluse dal mercato del lavoro rischia di mancare uno dei suoi obiettivi. Si vedrà se il M5s è disponibile a rivisitare la sua misura bandiera in modo da evitarne gli effetti deteriori sulla partecipazione al mercato del lavoro.

Anche nella fissazione del salario minimo, il rischio di generare effetti non desiderati e controproducenti sul mercato del lavoro proprio per i giovani dipende in modo cruciale dal livello a cui si fissa questo salario. Come discusso anche da Andrea Garnero su questo sito, fissarlo a 9 euro l’ora implicherebbe stabilire un livello relativamente elevato (pari all’80 per cento circa del salario incassato dal lavoratore mediano, quello che sta esattamente a metà della distribuzione dei salari) che non si ritrova negli altri paesi Ocse, dove il salario minimo si colloca tra il 40 e il 60 per cento del salario mediano. Una possibilità – perseguita in Francia ma costosa per il bilancio pubblico – sarebbe quella di compensare l’eventualmente eccessivo livello del salario minimo con una detassazione del costo del lavoro.

Il che porta a ricordare che garantire i diritti costa (altro esempio: l’abolizione del superticket sulle prestazioni sanitarie costerebbe circa 600 milioni). Già ci sarà da trovare tanti soldi per disattivare l’aumento dell’Iva. Ma poi rimane che estendere diritti ai cittadini dà luogo a doveri, specificamente fiscali oppure di riduzioni di altre voci di spesa, da parte del governo che propone tale estensione. Il non riconoscimento di questi altri doveri (che sono poi l’altra metà del bilancio pubblico) rischia di trasformare in regali temporanei la concessione di diritti giustamente descritti come conquiste di civiltà o applicazioni della nostra costituzione. È vero che potrebbero arrivare risorse aggiuntive da un’ulteriore riduzione dello spread sotto i 150 punti base, a cui si è giunti con l’esclusione dei no-euro dal governo e dall’auspicata flessibilità di bilancio negoziata con Bruxelles. Ma future riduzioni dello spread sono tutte da guadagnare sul fronte interno. Sarà un caso, ma Moody’s ha infatti subito ricordato che l’auspicata riduzione del rapporto debito-Pil indicata tra gli obiettivi dal premier è incoerente con l’insieme delle misure economiche prospettate finora. Il rischio concreto è che la luna di miele di cui ha inizialmente goduto il nuovo governo (soprattutto per demerito del governo precedente) possa arrivare rapidamente e dolorosamente a una conclusione se presentasse una legge di bilancio velleitaria. E anche la flessibilità di bilancio ottenibile dalla nuova Commissione europea – visto il (positivo!) recupero di buoni rapporti con l’establishment europeo – dovrà comunque per ora essere ancorata alle regole esistenti che la vincolano a specifiche circostanze. Una di queste è il verificarsi di una crescita inferiore rispetto alle previsioni: tale circostanza può regalare una manciata di decimi di punto di Pil, non interi punti di Pil rispetto all’obiettivo di deficit all’1,8 per cento preventivato dal governo precedente.

Nel complesso, per quanto stia ovviamente alla maggioranza di governo stabilire quando farlo, rimane che l’immersione del programma del governo Conte bis in un tempestivo bagno di realtà sarebbe una cosa salutare e necessaria per la durata e l’efficacia di azione dell’esecutivo.

Francesco Daveri tratto da www.lavoce.info

I populisti ovvero i finti pazzi al potere

Da Nixon a Trump e poi Boris Johnson fino al comico Zelensky in Ucraina i populisti sembrano governare in presa diretta col popolo in un tripudio dell’eccesso, ma è solo la riedizione moderna della “teoria del matto” ovvero di un antico insegnamento di Machiavelli che consigliava al principe di simulare la pazzia.

«Purtroppo, in America, abbiamo un presidente pazzo». Dall’alto della sua onorata carriera, il regista Brian De Palma si può permettere questo lapidario giudizio, senza timore di essere fulminato all’istante dall’ennesimo tweet scagliato dai giardini della Casa Bianca. Dunque, “the Donald”, questo omaccione ingombrante e volgare che occupa oggi la stanza dei bottoni della grande potenza occidentale sarebbe un pazzo inciampato per caso nella storia americana: una eccezione, un’anomalia, una parentesi destinata a non lasciar traccia nel prossimo futuro.

La questione, purtroppo, non è così elementare come la si può vedere dalle amene colline hollywoodiane, e nella stampa a stelle e strisce il dibattito è aperto da tempo, così come si conviene in una grande democrazia. Chini al capezzale del presidente, solo pochi mesi fa, in occasione del vertice clamorosamente fallito in Corea del Nord (che spettacolo: un braccio di ferro atomico tra due pazzi scatenati!) non pochi analisti hanno così riesumato la dimenticata “teoria del matto”: the Madman Theory.

Vediamo. Nel 1969, in piena crisi del Vietnam e al culmine della guerra fredda, l’amministrazione Nixon lavorò per far credere al Cremlino che il presidente americano era «irrazionale e imprevedibile», pronto dunque a scatenare una guerra nucleare nel braccio di ferro con l’avversario. Così lo stesso Nixon si confessa al suo capostaff, H.R. Haldeman: «Vedi Bob, io la chiamo la teoria del matto. I nordvietnamiti devono credere che io sono pronto a tutto per vincere questa  guerra, anche a costo di buttare la bomba…».  Va da sé che Tricky Ricky – il vecchio imbroglione della Casa Bianca – non aveva scoperto nulla di nuovo. Cinquecento  anni prima, Niccolò Machiavelli addestrava così il suo principe: «Come egli è cosa sapientissima simulare in tempo la pazzia…».

Dunque: pazzo o non pazzo? È un fatto che Richard Nixon fosse un grande bevitore e consumatore di pillole, che soffrisse di insonnia, di depressione, di ipertensione. Ma lasciamo questo vecchio presidente al suo destino: la teoria del pazzo fu considerata dai più avvertiti strateghi politici americani «inefficace e pericolosa» e presto abbandonata come una pittoresca esagerazione. Oggi occorre forse un ripensamento, vista la moltitudine di pazzi che occupano la scena internazionale e che piegano l’agenda politica del proprio e degli altrui Paesi a scomposte scalmane. Negli ultimi mesi ha fatto irruzione sulla scena il biondo, opimo, scatenato Boris Johnson, vero gemello di Donald Trump. In poche settimane il leader conservatore britannico è riuscito a conquistare il partito, mettere in mora il Parlamento, espellere i maggiorenti tories, ri-perdere il partito, passare in minoranza, infine avvolgere in una nebbia impenetrabile i destini della più antica democrazia europea.

Scrive sul New York Times il giornalista britannico James Butler: «Con Boris Johnson finisce l’Inghilterra: non con un’esplosione, ma con un falò di bionde ambizioni». Il ritratto dell’uomo è impietoso: «Il signor Johnson – la cui pigrizia è proverbiale e il cui opportunismo leggendario – è un uomo ben avvezzo ai tradimenti, un imbonitore che titilla i pregiudizi del suo pubblico per facili guadagni. La sua vita personale è incontinente, la sua carriera incoerente». Boris e Donald, gemelli separati dalle due sponde dell’Atlantico. Protagonisti di quello che ancora il New York Times chiama «the rise of radical incompetence»: l’ascesa dell’incompetenza radicale. I due leaders, sottolinea il politologo William Davies, «rifiutano con orrore l’idea stessa di un governo come impresa complessa e basata sui fatti». I guerrieri del populismo – avverte Francis Fukuyama – sono praticamente inutili: «Possono solo arrestare la crescita economica, esacerbare le contraddizioni e peggiorare lo stato del Paese». Ma l’onda è lunga, e Donald e Boris sono da tempo in buona e numerosa compagnia. In Brasile il presidente Jair Bolsonaro, dopo aver messo a ferro e fuoco l’Amazzonia per incompetenza e complicità con gli incendiari, scatena una guerra mediatica contro il presidente francese Macron, messo alla berlina per aver sposato una donna più anziana. «Mia moglie ha trenta anni meno di me», sogghigna sui social compiacenti il successore di Lula: la variante brasiliana della teoria del matto è un impasto di bullismo, machismo, incompetenza e aggressività.

Il suprematismo politico e presidenziale ha mille incarnazioni. A Est, il turco Erdogan riempie le patrie galere di avversari politici, magistrati e giornalisti; perde le elezioni a Istanbul e annulla il voto; incassa una nuova sconfitta e minaccia rappresaglie. In Ungheria il presidente Viktor Orbàn alza barriere di filo spinato per difendere i magiari dall’invasione turca e in casa propria sbatte in cella i barboni che osano farsi vedere per le strade di Budapest.

Ancora più a Est, il nuovo presidente ucraino Volodymir Zelensky è un comico che ha fatto fortuna con la serie televisiva Servitore del popolo, che ha fondato un partito con lo stesso nome e che ha conquistato il potere promettendo di «rovesciare il sistema». Zelensky gira il Paese con le telecamere al seguito, città per città convoca funzionari e burocrati, caccia e licenzia in diretta televisiva dignitari e politici locali: «Via di qui, ladro! Stasera stessa voglio le tue dimissioni!». Il pubblico applaude, per le strade la folla è in delirio. Riuscirà il giovane presidente a cambiare davvero il Paese, riuscirà ad estirpare la mala pianta della corruzione? Nessuno se lo chiede davvero, la gente è semplicemente affascinata dallo spettacolo in sé, dall’esibizione dei muscoli, dall’ adrenalina dei processi di piazza.

Il pazzo è arrivato al potere nelle pieghe più periferiche del pianeta. Prendete El Salvadòr, uno dei paesi più poveri e depressi del Centroamerica, teatro più di trenta anni fa di una sanguinosa guerra civile. Qui, tra campagne abbandonate e periferie dissipate, il nuovo presidente è Nayib Bukele, un millennial di origini palestinesi, una sorta di alieno apparso dal nulla della storia. Bukele, imprenditore di successo, sconosciuto in politica fino al suo inaspettato trionfo elettorale, governa a colpi di tweets, e a colpi di tweets – con la parola d’ordine/medicina – licenzia o promuove ministri e dignitari. In meno di una settimana, il giovane presidente ha ordinato la cacciata di una trentina di funzionari legati all’ex capo dello Stato. La formula è sempre la stessa: «Si ordina al ministero di rimuovere dal suo incarico e dallo stipendio il signor…». Ed è sempre identica la risposta del funzionario incaricato di tagliare la testa: «Subito, signor presidente…». Ha cambiato qualcosa, in Salvadòr, il nuovo presidente? Il Paese resta povero, insicuro, corrotto, migliaia di giovani si uniscono alle bande di criminali di strada o cercano di emigrare verso il Messico e gli Stati uniti. Nulla è cambiato, nella vita delle persone, ma lo stile di Bukele piace, e piace soprattutto l’odore del sangue.

Il comico, il buffone, il pazzo, il deforme nel corpo e nella mente.  Nella tradizione classica era il personaggio destinato a divertire la corte e il sovrano: un carattere secondario, concepito per strappare risate all’uditorio. «Ahi, povero Yorick. L’ho conosciuto, Orazio: un uomo di un brio inesauribile, d’una fantasia senza pari…dove sono ora i tuoi lazzi, le tue capriole, i tuoi canti, i tuoi lampi di allegria che a tavola alzavano scrosci di risate?». Oggi Yorick non è destinato all’oblio di un cimitero di campagna, anzi. Il matto ha soppiantato re e regine, Yorick infine è il sovrano stesso. E se il buffone ha le sembianze e il potere del sovrano, il mondo, il nostro mondo, come direbbe Amleto, è davvero fuori di sesto.

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

Le aberrazioni della giustizia in Italia

Pubblichiamo un articolo tratto da www.ildubbio.it. Risale a un paio d’anni fa, ma conserva tutta la sua attualità. Piero Sansonetti racconta una storia di cattiva giustizia che sconfina con la dittatura giudiziaria. Una storia simile ad altre, più o meno drammatiche per i malcapitati che ci sono finiti dentro.

Storie come queste, purtroppo, non sono infrequenti. Però se ne parla poco, perché l’idea è che se uno finisce sotto processo, almeno un pò, è colpevole. E quindi è bene che paghi. La riassumo in pochissime righe: c’è un tale – un imprenditore – che viene arrestato e sbattuto in prigione. Siccome ha una azienda e dei beni, gli sequestrano l’azienda e gli confiscano i beni. Resta in prigione per anni. Affronta svariati processi. Poi lo assolvono. Gli dicono: «Oh, scusi, ci siamo sbagliati». Lui dice: allora posso avere indietro i beni che mi avete confiscato? «Eh, no – gli rispondono – purtroppo quelli ormai sono dell’erario». Ah. E mentre ancora è stordito per questa risposta, gli arriva un conto da 3 milioni che gli viene spedito da “Riscossione Sicilia” per via di alcuni debiti con l’erario che l’azienda – che ora è tornata sua – ha accumulato durante il periodo di amministrazione giudiziaria. Deve restituirli, e in fretta.

Voi dite: vabbé non è possibile, manco Kafka si sarebbe immaginato una cosa del genere. Invece è proprio così Nomi e cognomi. Lui si chiama Enzo Mannina, è di Trapani, oggi ha 56 anni. La sua azienda si chiama “Mannina Vito Srl”, l’ha fondata suo padre una cinquantina d’anni fa. Ha 35 dipendenti. Che ora rischiano di restare per strada. L’ingiunzione della “Riscossione Sicilia” lascia pochi margini: pagare subito, entro 30 giorni. Enzo Mannina i tre milioni non li ha, perché negli ultimi anni ha vissuto molto tempo in cella e ha guadagnato poco. E i soldi che aveva guadagnato prima, come dicevamo, glieli hanno confiscati e non glieli ridanno più. E allora che si fa? Figuratevi un pò, il poveretto – invece che dare di matto, come credo avrebbe fatto chiunque di noi – ha preso carta e penna per chiedere una rateizzazione. Perché avrebbe intenzione di riprendere in mano l’azienda, farla fruttare, e piano piano pagare i debiti e i danni apocalittici combinati dallo Stato e dalla giustizia, i quali Stato e giustizia non intendono in nessun modo assumersi le loro responsabilità. Dicono: in fondo alla fine lo abbiamo assolto, dunque ha avuto giustizia. Che vuole di più?

Mannina era stato arrestato nel 2007 nell’ambito di una operazione che si chiamava “Mafia e Appalti”. Lo accusavano di far parte di Cosa Nostra e precisamente di essere il vice del capomandamento di Trapani, Francesco Pace. A quel punto erano scattati anche i sequestri preventivi, diventati poi confische, e la sua azienda era finita in amministrazione giudiziaria. Ed erano anche partite tutte le interdittive che avevano bloccato i lavori che gli erano stati commissionati da enti pubblici. Da quel momento è iniziata una serie infinita di processi, conclusi con alcune condanne e molte assoluzioni, e accompagnati da una lunga prigionia: quasi cinque anni. Poi, nel dicembre scorso, dopo un paio di rimpalli tra Appello e Cassazione, la Corte d’Appello di Palermo lo ha assolto definitivamente perché il fatto non sussiste. Finita l’odissea penale e carceraria è iniziata quella economica. Mannina, a 56 anni, si è trovato a dover ripartire da zero.

L’avvocato del signor Mannina ( Michele Guitta) ha spiegato il motivo per il quale non può riavere indietro i soldi che gli erano stati ingiustamente confiscati. Ha detto che questa situazione è il frutto della normativa vigente che prevede in caso di confisca definitiva dei beni ( che nel caso di Mannina era scattata dopo la prima condanna) “l’estinzione per confusione dei crediti erariali”. Avete capito qualcosa? No, neanch’io. Però mi sono informato. Vuol dire che una volta che ti hanno confiscato i beni, e quei beni sono finito all’erario, è successo che si sono “confusi” con gli altri beni dell’erario e non è più possibile “separarli” e dunque renderteli. Restano dell’erario. Ci dispiace: stavolta è andata male…

È chiaro che in questa storia di mischiano un numero incredibile di errori e di incongruenze della giustizia. Ho l’impressione però che siano tutti dovuti alla stessa idea: l’idea che la lotta alla mafia giustifica qualunque sopruso, perché comunque si tratta di soprusi a fin di bene. E questo sia al momento di immaginare e redigere le leggi, e le norme, e il meccanismo delle interdittive, sia nello svolgere le indagini e nel considerare un sospetto qualcosa di molto molto simile a una prova. E’ la cosiddetta pesca a strascico: la preoccupazione è quello di colpire, comunque e con durezza. Arrestare, confiscare, bloccare i lavori. Naturalmente è una preoccupazione ragionevole, nel senso che sarebbe una follia sottovalutare l’importanza della lotta alla mafia. Solo che è impossibile combattere la mafia facendo strame del diritto. E purtroppo è molto difficile far passare questa idea. La conseguenza di questa pesca a strascico è il caso Mannina. Il quale, vedrete, non appassionerà molto i giornali, i quali, di solito, a tutto sono interessati fuorché al diritto

Governo PD M5s un’occasione unica? Sì

Al momento (martedi 3 settembre) le probabilità che si formi un governo PD – M5s sono abbastanza elevate anche se pende l’assurdità del voto sulla piattaforma Rousseau. Un’assurdità perché il M5s non ha una sede decisionale vera e perché arriva alla fine di un percorso che ha coinvolto il Capo dello Stato e un altro partito. Una procedura interna che dovrebbe sostituire primarie, congressi, organismi dirigenti, ma che, invece, appare come il retaggio di una democrazia diretta impossibile da attuare.

Stavolta, però, Grillo ha parlato bene. Ha detto che questo governo è un’occasione unica perché bisogna trasformare il mondo e pensare il futuro dell’Italia. Lo ha detto mentre il personaggio diventato “Capo politico” , Luigi Di Maio, faceva trasparire da ogni atto e da ogni parola la sua ostilità per questa soluzione non condividendo nulla della sollecitazione del fondatore del Movimento. Ma non è questo il punto. Bisogna capire se ha ragione Grillo e perché. Non è cosa da poco comprenderlo. Il rifiuto delle elezioni anticipate (a poco più di un anno dalle precedenti!) e il conseguente avvio della trattativa tra Pd e M5s è un rimedio dettato dalla paura o è qualcosa di più? Se questa fosse la spiegazione allora questo governo non potrebbe durare molto, governerebbe male e l’appuntamento con la probabile vittoria elettorale di Salvini sarebbe solo rimandato.

E, invece, Grillo ha visto giusto: si tratta di un’occasione unica. Occasione non è certezza, ma l’incontro delle due maggiori forze politiche che esprimono o rappresentano la spinta verso una trasformazione dell’Italia senza pensare di isolarla né in Europa né nel contesto internazionale può avere una carica dirompente.

Da molti anni l’Italia è bloccata sui suoi limiti strutturali che sono di natura economica, di cultura civile, di assetto dello Stato, di efficienza di sistema, di rispetto delle regole. La politica non ha avuto la volontà e il coraggio (tranne in alcune fasi del governo Renzi) di affrontare questo livello dei problemi limitandosi a barcamenarsi nella gestione dell’esistente e rincorrendo le emergenze.

Alcuni critici dell’accordo PD- M5s fanno notare che nelle dichiarazioni rese finora dai protagonisti la riduzione del debito e il rispetto dei parametri di bilancio europei non sono comparsi. Giusto. Ma siamo sicuri che questo debba essere l’asse strategico del governo? Se così fosse si tratterebbe del governo di transizione di cui si era parlato all’inizio della crisi. Un governo per fare il bilancio e condurre alle elezioni nei primi mesi del 2020.

Se, invece, ci si mette nell’ottica di ristrutturare l’Italia allora deficit e debito diventano strumenti e non fini. La verità da tutti conosciuta è che il debito pesa se il Pil non cresce e se il Paese è fragile. Se, invece, si trova il modo di imboccare una strada di rinascita che abbia l’ambizione di smontare ciò che non funziona e di ricostruirlo allora il debito non è più una preoccupazione.

Prendiamo la cosiddetta economia verde fatta di tutela dell’ambiente e di uso intelligente dell’energia. Non è una novità. Da anni fa parte della nostra realtà. Chi costruirebbe oggi un palazzo come si faceva negli anni ’50, ’60 e ’70 con una dispersione termica pazzesca, con la fragilità strutturale e magari col riscaldamento a carbone? È diventato normale che sia antisismico, che abbia i doppi vetri, che le pareti siano coibentate e che sul tetto ci siano i pannelli solari. È solo un esempio che si potrebbe estendere ai veicoli a motore, all’emissione di sostanze inquinanti e così via. Dunque l’economia verde e il risparmio energetico già sono praticati, ma occorre estenderli a cominciare dagli edifici pubblici (scuole innanzitutto).

Vogliamo parlare poi della messa in sicurezza del territorio? Da anni si dice che sarebbe il migliore investimento perché costerebbe molto meno dei danni provocati dalle alluvioni, esondazioni, terremoti. Perché non si riesce a procedere?

Gli apparati pubblici sono da ristrutturare profondamente, ma ci vuole volontà politica e coraggio perché molti sono gli interessi in gioco. Finora non è stato fatto.

Gli esempi potrebbero continuare, ma uno su tutti li esemplifica tutti: i giovani italiani formati dalla nostra scuola che emigrano. Persi dietro ad ogni barca di naufraghi migranti i nostri politici non hanno dato importanza all’emigrazione dei giovani. Possiamo pensare di frenarla solo gestendo la quotidianità o mettendo al centro la questione del debito?

L’invito a pensare il futuro dell’Italia fa accolto. Finora il M5s non ha brillato per capacità politiche, strategiche e di buona amministrazione, ma contiene in sé una carica dirompente che ancora deve trovare la sua strada. Il PD d’altra parte dispone di persone preparate, esperienza e idee, ma non ha l’entusiasmo e la determinazione che sarebbero necessari. Mettere insieme queste due realtà con il pensiero rivolto all’oggi e ai prossimi dieci anni è la cosa giusta da fare.

Lo possono fare PD e M5s? Forse

Claudio Lombardi

Sansonetti spiega a Di Battista chi è Giorgio Napolitano

Di questi tempi rivendicare le proprie radici e la propria storia è diventato motivo di diffidenza. Vanno per la maggiore quelli che si presentano come “nuovi”. A loro non si chiedono referenze. Anche chi una storia ce l’ha fa di tutto per far credere di non averla. Per questo è di grande interesse la lettera aperta che Piero Sansonetti scrisse ad Alessandro Di Battista all’inizio di quest’anno. L’occasione fu l’ennesima aggressione verbale nei confronti di Napolitano che si concluse con l’accusa di vigliaccheria. Di seguito il testo

“Io ti auguro non solo di arrivare all’età di Giorgio Napolitano, ma di arrivarci avendo alle spalle una biografia solida e apprezzabile come la sua.

Io sono stato iscritto al Pci tanti anni. Quando ero giovane, anch’io, come fai ora tu, combattevo per rompere la “cappa” che ci veniva imposta dalla generazione precedente, che era chiusa, era abbastanza stalinista. Sai: era la generazione della Resistenza, ed era molto robusta, non era facile da scalfire. Non ho mai avuto una particolare simpatia per Giorgio Napolitano. Allora esistevano le correnti nei partiti. Anche nel Pci, sebbene il Pci le nascondesse. Erano luoghi di lotta politica e anche di pensiero. Napolitano era uno dei leader della corrente riformista, moderata, governista. Era il numero due di quella corrente. Il numero 1 era Giorgio Amendola, vecchio leader della Resistenza, figlio di Giovanni, capo liberale che morì negli anni trenta sotto le bastonate dei fascisti. Io negli anni settanta ero un ragazzo che faceva parte dell’altra corrente, quella di Ingrao, ribelle, sessantottina. Che si opponeva aspramente a Napolitano e ad Amendola.

Però, vedi, una cosa è la lotta politica, o il dissenso, o la critica. Altra cosa è l’insolenza verso le persone che si conoscono poco.

Vorrei dirti chi è Giorgio Napolitano. Un ragazzo napoletano, della borghesia, che a 19 anni si unì ad altri ragazzi nella cospirazione antifascista. Li guidava Maurizio Valenzi, di una quindicina d’anni, credo, più grande di loro, e che poi fu sindaco, molto amato, di Napoli negli anni settanta.

A vent’anni Napolitano si iscrisse al Pci e da quel momento, per oltre 70 anni, la politica è stata la sua vita.

Tu forse sei convinto che la politica sia potere, potere, potere. Non è così, caro Alessandro. Napolitano, ad esempio, ha fatto politica senza mai sfiorare il potere per mezzo secolo filato. Capisci che vuol dire mezzo secolo? Non è stato ministro, né Presidente, né sindaco, né capo di qualche ente pubblico. Zero: militante e dirigente del Pci. Faceva i comizi, andava davanti alle fabbriche, nelle campagne, nelle sezioni del partito. A discutere, a parlare, a convincere. Fino a notte fonda. Allora la politica era un’attività di massa. Il partito comunista aveva 1 milione e mezzo di iscritti, e quasi tutti partecipavano all’attività del partito, si riunivano, la sera, dopo il lavoro, in sezione ( il Pci aveva migliaia e migliaia di sezioni), stampavano i volantini, facevano le assemblee, andavano nelle scuole, vendevano l’Unità. Pensa che l’Unità, la domenica, vendeva anche un milione e mezzo di copie.

Si chiamava democrazia politica quella roba lì. Era un impasto di democrazia diretta e di democrazia delegata. I dirigenti del partito prendevano stipendi modesti, anche quelli che erano deputati lasciavano i quattro quinti della paga al partito. Anche Napolitano lo faceva.

Guidò il Pci in anni molto difficili. Le lotte dei braccianti, soprattutto al Sud, e Napolitano era un dirigente del Sud, e poi degli edili a Roma, e degli operai nelle fabbriche del nord, dove i comunisti erano discriminati, pagavano un prezzo durissimo, tutti i giorni, alla loro scelta di essere comunisti. Napolitano non stava dalla parte delle banche, o della grande aziende, stava dalla parte dei poveri, degli operai. Lottava e anche pensava. La politica era strategia, pensiero, tattica.

A metà degli anni settanta il Pci si divise. Pietro Ingrao voleva che il partito restasse coi movimenti in una posizione di opposizione intransigente. Amendola e Napolitano volevano una apertura ai socialisti. Questa divisione durò molti anni, fino ai tempi di Craxi, ma non comportò mai una rottura.

Napolitano era in prima linea nelle lotte contro la legge truffa (era una legge elettorale che favoriva la maggioranza, cioè la Dc), e poi per lo statuto dei lavoratori, e poi per il divorzio e l’aborto, e poi per la riforma sanitaria, per l’equo canone, per la riforma Basaglia. Qualche anno dopo, anche se non era pienamente d’accordo con il suo partito ( cioè con Berlinguer), si batté fino allo stremo, accanto a Berlinguer, per impedire che fosse colpita la scala mobile. Perse.

Napolitano ha vinto e ha perso molte battaglie. Ha dissentito con il suo partito, talvolta, e talvolta no. Si è scontrato con Berlinguer, ad esempio, quando Berlinguer voleva fare della questione morale la ragion d’essere del Pci, e Napolitano non era d’accordo. Si è battuto contro Ingrao quando Ingrao voleva mantenere il nome del Pci e Napolitano non voleva. Si è battuto contro le dittature in America latina ( che ora anche tu conosci bene, dopo il tuo viaggio), contro gli agrari e contro l’arroganza padronale in Italia. Ha spinto per la trasformazione del Pci e per l’avvicinamento alle grandi socialdemocrazie europee.

Poi negli anni novanta ha iniziato la sua nuova vita, da statista. Prima presiedendo la Camera, poi facendo il ministro dell’Interno, poi il Presidente della Repubblica. Ha avuto un ruolo importante di statista, ha raggiunto il potere, ma tutta la sua vita ci racconta che non era quello l’essenziale del suo impegno. Napolitano ha considerato il potere una variabile della politica, ma lui ama la politica, non la sua variabile.

Ha fatto degli errori, in questi settant’anni? Beh, vorrei vedere che uno riesce a non sbagliare niente in settant’anni. Io, personalmente, spesso sono stato critico nei suoi confronti. Anche quando era ministro dell’Interno, e anche quando non si è opposto all’attacco alla Libia. Ma questo, caro Alessandro, non ti autorizza a dargli del vile. Io spero che tu capisci che questa cosa che hai detto su di lui è orrenda, e non ti fa onore.

Napolitano è stato uno degli uomini più coraggiosi nella politica italiana. Ha sfidato il fascismo, l’arroganza padronale, la polizia, la magistratura. Insieme a tanti suoi amici, dirigenti come lui del Pci. Penso proprio ad Amendola, e a Chiaromonte e a Macaluso e a Luciano Lama.

Vedi, tu fai parte di un movimento giovanissimo, privo di radici, di storia. Non avete maestri, non avete teorie. Benissimo, può essere un vantaggio. Però dovete avere l’umiltà di capire che oggi l’Italia è uno dei paesi più civili del mondo perché dal 1945 in avanti c’è stata una classe politica che ha dato l’anima. E di questa classe, Alessandro, Giorgio Napolitano è stato uno dei migliori.

Altro che plebisciti e capi, pensiamo al futuro

Andrea Riccardi e Francesco Giavazzi in due recenti articoli sul Corriere della Sera affrontano questioni cruciali sulle quali è bene soffermarsi: chi decide, come si decide e per quali fini lo si fa. Fanno il punto sul presente per parlare di futuro.

Riccardi  si sofferma su due delle parole della politica che ricorrono più spesso: «popolo» e «poltrone». Il popolo sovrano da una parte e, dall’altra, l’accusa ai politici di essere accaparratori di poltrone. La versione che viene accreditata è quella che vorrebbe dare più potere al popolo e ridurre le poltrone. Non è un caso se oggi Salvini strepiti contro quelli che ambirebbero alle poltrone sostituendo la Lega al governo. Quella che è l’unica logica del sistema di governo vigente e cioè la formazione di accordi politici che diano luogo a maggioranze di governo viene fatta passare come una pratica deteriore.

La legge elettorale e l’assetto istituzionale attuali non prevedono plebisciti che investano un capo e non concedono pieni poteri a nessuno. Questa concezione non appartiene alla democrazia italiana. Bisognerebbe che ogni politico lo spiegasse ai cittadini invece di continuare ad avvalorare un modello alternativo fondato sul collegamento diretto tra popolo e leader che non ha alcuna legittimità costituzionale. Il tentativo di Salvini di andare a nuove elezioni dopo appena 18 mesi di legislatura risponde esattamente a questa logica extra costituzionale.

Anche il disprezzo per le «poltrone» fa parte di questo schema. Se l’investitura la riceve un capo ogni incarico trae da lui la sua legittimità. Chi ne è fuori può essere solo a caccia di una “poltrona”. Nel nostro sistema costituzionale esistono responsabilità ed incarichi che vengono assegnati secondo le procedure previste dalla Costituzione e dalle leggi e che sono essenziali per il funzionamento dello Stato. Il popolo, sovrano «nelle forme e nei limiti della Costituzione» (articolo 1), ha bisogno di chi occupa le poltrone, anzi deve esigere da loro un servizio responsabile.

Sarebbe l’ora di rimettere le cose a posto tornando alla realtà dopo lo sbandamento di questi anni. E già questo sarebbe un contributo alla nostra identità nazionale.

È importante fare chiarezza e rimettere i piedi per terra perché stiamo vivendo tempi difficili. Tempi nei quali si mettono le basi per l’Italia che saremo nel futuro. Non quello lontano, ma quello più vicino. Osserva Giavazzi che quando si terranno le prossime elezioni 10 milioni di cittadini non potranno partecipare perché troppo giovani. Eppure sono proprio quelli che saranno toccati dalle scelte che si compiono adesso. In sostanza stiamo decidendo per loro. Quale sarà la nostra eredità dunque?  

Giavazzi riporta alcune domande che gli ha rivolto una studentessa quindicenne: «Professore, perché dovremmo farci noi carico dei debiti accumulati dalla vostra generazione? Quelle spese vi hanno consentito di vivere al di sopra dei vostri mezzi, mentre noi non ne abbiamo tratto alcun beneficio. Né ci avete lasciato, ad esempio, edifici scolastici o impianti sportivi più moderni». Forse la studentessa sapeva già che la crescita economica dovrebbe essere superiore a quella del debito per non cadere nella trappola di un incremento inarrestabile. Oppure immaginava che buona parte della spesa sociale è destinata agli anziani e che questa tende ad allargarsi come è dimostrato dalla legge sulla cosiddetta Quota 100 che aumenta il nostro «debito pensionistico» (differenza fra le pensioni che lo Stato si è impegnato a pagare in futuro e i contributi che lo Stato incasserà da chi lavora). Oggi questo debito è circa il doppio di quello «pubblico» composto da Bot, Btp etc. e Quota 100 lo ha aumentato di quasi 100 miliardi. Questa è la realtà con la quale bisogna fare i conti e che non segue le logiche della propaganda. Serve ancora aggiungere che aumentare il debito per investire sul futuro è un conto e aumentarlo per comprare il consenso è un altro? No lo sappiamo tutti.

L’eredità si compone già di due debiti, ma ce n’è un altro che incombe: il deterioramento del clima e dell’ambiente che avrà sicuramente costi economici elevati e peggiorerà le condizioni di vita.

Vista dalla prospettiva dei giovani e alla luce dei debiti che erediteranno dalle generazioni precedenti la paura del futuro diventa qualcosa di concreto che impone scelte responsabili e coraggiose. I debiti cui si è accennato corrispondono ad altrettanti snodi cruciali che già oggi stanno facendo scivolare indietro il nostro Paese. Compito della politica è mettere questi snodi al centro della sua attenzione e le deviazioni verso modelli di democrazia plebiscitaria ed illiberale o il disprezzo per le competenze e per la complessità delle decisioni che governano la nostra società aumentano la velocità dello scivolamento.

Alla visione agitata ed estremizzata che si è diffusa in questi anni dovrà sostituirsene una concreta che assuma il futuro prossimo come suo traguardo. Far finta che non esistano i problemi ed inventare nemici contro i quali indirizzare la rabbia e il malcontento è solo deleterio e ci danneggia. Se l’Italia è l’ultima fra i paesi della zona euro è perché da troppo tempo c’è la consapevolezza dei nodi strutturali che occorre affrontare, ma vengono sempre rinviati perché comportano dei prezzi da pagare. Non si tratta di fare dei sacrifici, ma, anzi, di smettere di farli per coprire le lacune. Ora è il tempo non solo di cambiare governo, ma di mutare mentalità e atteggiamento. Prima si comincia a farlo meglio è

Claudio Lombardi

Le televisioni senza regole al tempo del populismo

Pubblichiamo un articolo di Vincenzo Vita tratto da “Il Manifesto”

Se si fa eccezione per qualche articolo, non pare che al momento susciti qualche interesse la rapida discesa nell’inferno televisivo della par condicio. A vista d’occhio e di telecomando, durante i giorni di una crisi drammatica per la vita repubblicana, l’equilibrio delle e nelle presenze politiche sul piccolo schermo non solo è saltato. Si è, bensì,  rovesciato nel suo contrario. E’ diventato ovvio inondare il video di flussi spesso illimitati nel tempo di comizi e conferenze stampa senza contraddittorio o riequilibri adeguati.

Quando si racconterà la storia di questo periodo apparirà chiaro quanto ha pesato la televisione nella crescita dei consensi per Matteo Salvini. Non meno dei social e della ormai famosa “Bestia”. La differenza non è secondaria: i tweet e i post aizzano gli animi e aggregano gruppi, ma la comunicazione generalista varca i confini dei simpatizzanti o degli attivisti. Parla a mondi anche lontani e, soprattutto, definisce l’agenda delle priorità, spesso supposte più che reali: vedi il caso clamoroso dei migranti, moltiplicati per n volte nella rappresentazione mediatica. Si ingigantisce il leader leghista non solo facendolo apparire come una star, ma amplificando in modo abnorme i temi a lui congeniali: sicurezza, paura, caccia al diverso, sovranismo populista.

Si potrebbe dire che lo spirito della legge del 2000  è violato al di là di Salvini. A maggior ragione, dunque, il tema va riaperto prima che la prossima stagione assomigli alla lotta violenta e mortale descritta da un efficace film del 1975 di Norman Jewison “Rollerball”, che immaginava un conflitto senza esclusione di colpi nel 2018. Appena un anno di errore.

Ciò che inquieta ulteriormente è l’anomalia inedita della concomitanza tra la crisi di governo e la scadenza delle due istituzioni che hanno un rilievo cruciale nella fase pre-elettorale (breve, brevissima, media o lunga che sia): il Garante per la protezione dei dati personali e l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. L’ufficio per la privacy ha finito a giugno e, in virtù di un decreto di proroga del governo, andrà avanti fino al 7 ottobre. L’Agcom è in mera prorogatio e chiuderà i battenti il 26 settembre. Sul tema delicato della par condicio e sul contrasto del mercato dei profili personali, come sull’odio in rete, si giocherà la correttezza democratica della fase politica in corso. Se già, ad esempio, il controllo e le sanzioni sulle violazioni “di antenna e di parola” è stato fragile e vacillante, con l’Autorità “dimezzata” tutto sarà definitivamente acqua fresca. Così, il prezioso lavoro condotto dall’organismo presieduto da Antonello Soro sulla difesa della riservatezza e sulla trasparenza degli algoritmi rischia di essere travolto dai vari “Cambridge Analyticache si aggirano nel villaggio globale. E’ vero che sanzioni pecuniarie rilevanti sono state comminate a Facebook e Google negli Stati uniti e nell’Unione europea. Ma la posta in gioco è troppo alta per correre dei rischi che si potrebbero rivelare letali.

E’ realistico che le due Autorità vengano rielette nelle prossime settimane, in tale temperie? Assai improbabile. E’ indispensabile, allora, che si immagini una proroga della proroga attraverso, ovviamente, un apposito strumento normativo. Non sarebbe certamente un fulgido esempio di estetica legislativa e, tuttavia, siamo in una situazione di per sé brutta se non orrenda.

Se vi sono soluzioni migliori, ben vengano. Subito, però.

Ciò che non si può sopportare è lo slittamento dall’edificio democratico all’abisso dell’orgia mediatica.

Sullo sfondo della crisi e delle elezioni in arrivo

Se si permette a oltre 140.000 laureati di lasciare il Paese, il sovranismo diventa masochismo e la decantata sovranità diventa sovranità limitata (….) tra poco resteranno in Italia solo pensionati, badanti e lavoratori attivi tra i quaranta e i sessant’anni, con un peso enorme sulle spalle: mantenere in piedi gli ottimi livelli di assistenza senza avere però un futuro migliore del passato dei propri padri. Una miniera sociale che ci trasformerà in una splendida, ma pur sempre gigantesca casa di cura quando potremmo essere molti di più”. Questa la conclusione di un articolo di Roberto Sommella sul Corriere della Sera di oggi.

Mentre tutti si impegnano a commentare le mosse dei protagonisti della politica in una crisi tanto prevista quanto smaccatamente condizionata dagli interessi particolari di un solo leader, è bene non smarrire l’aggancio con la realtà. E questa è quella di un Paese più lento a crescere di tutti gli altri, gravato da problemi strutturali di lunga durata che non riesce ad affrontare (evasione fiscale, divario nord-sud, mafie, nanismo delle imprese, sistema formativo, calo demografico), privo di una coesione e di un’identità nazionale, incattivito e incolto.

Da anni lo scontro politico si consuma intorno ai numeri della finanza pubblica e gli antieuro sono stati bravissimi a convincere tanti italiani che l’Europa sia la nostra palla al piede. Deficit, debito, spesa corrente in tutte le sue mille variabili definiscono il perimetro del confronto all’interno e con l’esterno e su questo stampa, opinionisti, tv battono e ribattono. Con minimo sforzo l’opinione pubblica viene sollecitata ad arrabbiarsi dai capi populisti perché sembra che l’unico problema sia il freno che ci viene dall’aderire ad una disciplina di bilancio comune ai paesi della moneta unica. A ben poco servono i richiami alla realtà fuori di noi che ci vede perdenti nel confronto con altri stati che condividono le stesse regole. A ben poco servono anche i richiami alla nostra storia che ci insegna come il debito pubblico si sia formato e sia cresciuto per l’incapacità dei politici al comando di affrontare i problemi e per la scelta di comprare il consenso sopendo le tensioni con i soldi e compensando gli infiniti particolarismi che compongono la nostra identità nazionale. Aumentandone così il frazionamento invece di diminuirlo. Un solo esempio: si pensi a cosa sono state le regioni negli ultimi decenni.

Oggi quella strada è impraticabile non perché ce lo impone l’Europa, ma perché siamo arrivati ai limiti permessi oggettivamente al nostro modello di Paese e di sviluppo. Non si può comprare tempo all’infinito facendo debito. Non lo si può fare se si è l’Italia con le sue palle al piede storiche e i suoi guai strutturali. Ridicolo confrontarsi con gli Usa o con il Giappone. Diversivi tragici per non dire la verità.

E la verità è dura: un’Italia che spinge ancora sul deficit e sul debito e che si allontana dall’Europa è destinata a diventare terra di conquista di potenze economiche, geopolitiche e militari. Pensiamo alla Lombardia, al Veneto e all’Emilia: sono già strettamente intrecciate all’area economica tedesca. Fuori dall’Europa ne sarebbero colonizzate.

“Prima gli italiani” è uno slogan straccione e ignobile che nasconde la miseria morale di politici senza scrupoli e senza idee. In fin dei conti quale è la proposta strategica del gran capo dei sovranisti italiani, Salvini? Deficit e debito. Non altro. Per compensare le tante anime della Lega e per illudere che possa esistere ancora una sovranità italiana sullo sfondo della trattativa di Mosca nella quale un plenipotenziario della Lega conosciuto, riconosciuto ed esibito è andato a vendere per soldi la politica europea e la collocazione internazionale dell’Italia. È tutto registrato e trascritto. Non si può smentire e, infatti, Salvini non è potuto andare al di là delle battute. Impossibilitato a negare e a confermare si è rifugiato nella sua solita comunicazione aggressiva. Il vero problema è che è stato giustificato da tanti italiani incarogniti e già mentalmente pronti a sottomettersi pur di vedere la loro rabbia al potere.

Salvini li ha allevati bene: una vetta di indignazione e di rancore per poche centinaia di migranti portati qui dalle Ong e passiva accettazione del controllo del territorio esercitato per esempio nella Capitale dalle nuove bande che controllano il traffico di droga.

Questa Italia si avvia ad elezioni e il gran favorito è Salvini. Tutto il dibattito è su quando votare, ma nessuno mette in discussione che il vincitore sarà lui. E nessuno riesce a contrapporre alla sua comunicazione becera e profondamente intrisa di una cultura autoritaria una reazione valida. Sembra che in molti vi sia un pensiero che non si può esprimere: in fin dei conti Salvini ha ragione e gli italiani che lo seguono pure.

Un giorno gli storici spiegheranno come sia potuto accadere che l’Italia sia caduta preda della parte peggiore della politica e della cultura civile. Per ora bisogna reagire e non accettare il fatto compiuto. A cominciare dall’imposizione di una data elettorale pretesa con volgare arroganza. Le elezioni sono inevitabili, ma che almeno si svolgano in modo ordinato e nel rispetto di tutte le regole

Claudio Lombardi

Zero Pil: l’economia gialloverde

Mentre Salvini scatena la crisi di governo per incassare i voti che gli vengono accreditati dai sondaggi pubblichiamo un articolo di Francesco Daveri tratto da www.lavoce.info che ci riporta alla realtà delle cose

Zero a 360 gradi: questo secondo l’Istat è il risultato di crescita dell’economia italiana nel secondo trimestre. Con poche speranze di trasformare nel resto dell’anno lo zero spaccato in qualcosa di diverso dallo zero virgola.

TI GIRI E TI VOLTI, SEMPRE ZERO E’

Per una volta i dati sulla crescita preliminare del Pil del secondo trimestre 2019 non si prestano a manipolazioni. Comunque li si guardi, dicono la stessa cosa: la crescita misurata è zero a 360 gradi, rispetto al trimestre precedente ma anche rispetto a un anno fa (confrontando il secondo trimestre 2019 con lo stesso trimestre del 2018). Zero è anche la crescita della domanda interna (consumi delle famiglie, investimenti aziendali e spesa delle pubbliche amministrazioni) così come della domanda estera netta (cioè delle esportazioni al netto delle importazioni). E a zero secondo l’Istat è anche la cosiddetta crescita acquisita, cioè la crescita che si otterrebbe in tutto il 2019 se nel terzo e quarto trimestre 2019 la crescita trimestrale fosse pari a zero.

Parlando di crescita acquisita c’è da tenere a mente che essa ha solo un meccanico (ed elementare) significato algebrico, e non ha dunque alcun valore previsivo. Una crescita acquisita zero non vuol dire in automatico che la previsione di crescita del Pil allo 0,2 per cento (su tutto il 2019 rispetto al 2018) che il governo ha scritto nel Def 2019 sia invalidata. Rimane però che, dati i primi due trimestri, se si vuole raggiungere una crescita annua dello 0,2 per cento su tutto l’anno ci vorrà un’accelerazione nei prossimi due trimestri. L’algebra (basta un file excel per calcolarlo) dice infatti che nel 2019 si raggiungerà un +0,2 sul 2018 solo nel caso in cui la crescita registrata nei prossimi due trimestri sia dello 0,2 per cento in ognuno dei due trimestri rispetto al trimestre precedente. Per dire, negli ultimi cinque trimestri la crescita media è stata invece – sorpresona – zero spaccato. Se dunque la crescita acquisita dello zero non deve essere presa come una previsione, il +0,2 previsto dal governo è legato al verificarsi di un’accelerazione non marginale della crescita nel secondo semestre dell’anno.

DA DOVE PUO’ VENIRE LA CRESCITA: DALL’ESTERO E DALL’INTERNO

Per ottenere l’accelerazione sopra indicata c’è da sperare in buone notizie dall’estero e buone notizie dall’interno.

Dall’estero il quadro è misto. Si dice che l’andamento meno positivo del previsto delle esportazioni italiane abbia un’origine nella persistente guerra commerciale tra Usa e Cina che una settimana finisce e la settimana dopo si riaffaccia in funzione dei volatili tweet del presidente americano e malgrado la stabilità derivante dalla visione di lungo periodo dei cinesi. In effetti, se, con i suoi dazi, Trump sottrae crescita alla Cina, c’è un effetto indiretto sulla crescita delle economie europee: un’America che accelera importerà più prodotti europei, mentre una Cina che decelera a causa dei dazi Usa importerà meno prodotti europei. C’è da calcolare un netto che può variare tra paesi in funzione di tante variabili. Per farsi un’idea preliminare si può osservare che la Germania esporta l’8,8 per cento del suo export in Usa e solo il 6,8 per cento in Cina, mentre per gli altri grandi paesi europei la differenza è anche più rilevante: l’Italia vende in America il 9,2 per cento del suo export e in Cina solo il 3,8 per cento, la Francia rispettivamente il 7,3 e il 4,1 per cento e la Spagna il 7 per cento contro il 2,3 per cento. Nell’insieme, a grandi linee e parità di crescita complessiva, se un punto in meno di crescita in Cina si traduce in un punto in più di crescita in America, le economie europee potrebbero beneficiarne. Sta di fatto che, lo ha annunciato ieri Eurostat, anche il Pil dell’eurozona decelera al +0,2 per cento, segno che forse tutti questi vantaggi dalla guerra tariffaria finora non sono arrivati. In tutti i casi, la nuova guerra valutaria tra le banche centrali Usa e dell’eurozona – hanno annunciato l’attuazione di politiche monetarie più espansive – contro il resto del mondo farà svalutare dollaro ed euro rispetto alle altre valute mondiali (tranne la sterlina che soffre dei piani di hard Brexit del nuovo inquilino di Downing Street Boris Johnson), il che aiuterà gli esportatori americani ed europei (e quindi anche quelli italiani).

Sull’interno un più di crescita potrebbe venire dall’effetto positivo sui consumi del reddito di cittadinanza (contabilizzato nei documenti ufficiali con un +0,2 sull’anno ma che ha visto una platea di beneficiari molto inferiore alle attese) e negli effetti del decreto crescita approvato di recente – un caotico omnibus che include di tutto, varie misure pro crescita come il ristoro del super ammortamento e il rinnovo e l’estensione di vecchi e nuovi finanziamenti per le piccole imprese ma anche misure simbolo anti-crescita che hanno fatto molto discutere come l’articolo che rivisita in senso restrittivo l’accordo Ilva già firmato sulla limitazione di responsabilità dei nuovi proprietari di fronte a rischi ambientali e che rischia di far fermare gli impianti dal prossimo 7 settembre.

Nell’insieme è difficile intravedere stimoli esteri e interni che possano allontanare l’economia dalla stagnazione che il governo gialloverde ha contribuito a peggiorare con la sequenza di annunci e azioni contraddittorie che si sono succeduti nel corso del tempo. L’auspicio – più che un’attesa razionale – è che il valzer danzato quest’anno non si ripeta con la prossima legge di bilancio 2020

(Francesco Daveri ha scritto questo articolo prima della crisi di governo e la reazione immediata del mondo economico e finanziario ha già indicato una forte preoccupazione. Di certo la realtà è tale che l’Italia avrebbe avuto bisogno di realismo e stabilità. Tutto il contrario delle politiche e dei comportamenti messi in atto dal governo Lega M5s che ha visto sommarsi velleità, provocazioni, ambizioni campate per aria. A consuntivo dell’esperienza di governo restano chiacchiere, selfie, tanti video su facebook e un Pil a zero)

Zingari zingaracci pagliacci e buffoni

Giocavamo nel parco, spensierati bambini degli anni Cinquanta, e le mamme ci rimproveravano: «Guardati! Ti sei conciato come uno zingaro». Zingaro: sostantivo maschile singolare. Zingara: sostantivo femminile singolare. Zingaraccio/a: sostantivo con suffisso spregiativo. Zinghero: accezione popolare («so’ stati i zingheri»).

Nel parla come mangi della politica nostrana degli anni Duemila, sono davvero stati i zingheri: a rubare, a sporcare, a rapire innocenti bambini bianchi, a meritarsi il castigo della ruspa. Il primo indiziato, il primo accusato, il primo gridato dai titoli della cronaca nera è sempre lo zingaraccio. Ricordate Erika e Omar, i due soavi sedicenni che nel 2001 uccisero a coltellate la madre e il fratellino di lei? Prima di confessare, accusarono a colpo sicuro albanesi, zingari, extracomunitari: l’intero melting pot dei barbari invasori.

Zingari, altro che Rom! Questi termini arcani lasciamoli ai radical chic come l’ultraottantenne senatrice Liliana Segre, scampata da Auschwitz, che così racconta come in un sol giorno nel campo vennero liquidati tutti i Rom: «Il nostro spazio confinava con le baracche degli zingari, che sembravano continuare a vivere la loro vita, senza divise, in famiglia. Poi una mattina non c’era più nessuno, il vento trascinava stracci, resti di stoffa, piccoli oggetti di casa, cenere. E allora una prigioniera disse: li hanno bruciati tutti».

A Babij Jar, un profondo dirupo alla periferia di Kiev, i nazisti che nella seconda guerra mondiale avanzavano verso Mosca uccisero almeno centomila esseri umani: prima gli ebrei, poi i comunisti e i prigionieri di guerra russi, poi gli ucraini non collaborazionisti, infine intere famiglie Rom. Per loro – racconta lo scrittore Anatolij Kuznecov – spesso non si sprecavano pallottole: bastava un colpo di badile in testa o nel ventre, una bastonata ben assestata. Si formavano così montagne di morti e moribondi, un verminaio di corpi straziati. Interveniva infine la santa ruspa, che tutto cancellava, che tutto livellava, che tutto nascondeva sotto tonnellate di terra.

Vi dice niente la parola ruspa, in questa sventata, limacciosa, infelice estate italiana? La bandiera della ruspa sventola sulla spiaggia di Milano Marittima, tra improbabili ariani d’occidente, cavernicoli gonfi di birra che si agitano e urlano e bevono e sudano e si scambiano selfies con il potente di turno. Guardi quelle foto scattate al Papeete Beach e ti verrebbe di dirlo, a quel bamboccione di ministro, con la pancia sudata, la bottiglia in mano, il cappellino da scemo e la lingua di fuori: «Guardati, ti sei conciato come uno zinghero!»

Eppure, eppure. I nazisti di Babij Jar mostravano quella funerea, diabolica gravitas che li rendeva protagonisti di una immane tragedia storica. Guai a confondere il ministro sbruffone con i mostri e gli spettri del secolo che ci sta alle spalle. Qui e oggi va invece in scena una truce commedia all’italiana che parla di piccole e piccolissime persecuzioni quotidiane, di violenza esibita e praticata, di abusi da guitti, di volgare ignoranza e di paura trasfigurata in aggressività: un cane che abbaia e mostra i denti. Non vi basta? Non ci basta? Come avverte Philip Roth: «Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui».

Flavio Fusi tratto da www.tessere.org

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