Quando arriva il governo dei vincitori?

Con grazia, per non apparire dei provocatori, ci si potrebbe chiedere: “che stanno facendo Di Maio e Salvini ?”. Hanno chiesto del tempo, onde evitare che il Presidente della Repubblica desse l’incarico ad un possibile Presidente del Consiglio dei Ministri di presentare in Parlamento una proposta di ‘governo neutrale’, con tanto di lista dei ministri e un programma limitato alle questioni essenziali, perchè ormai incombono scadenze importanti e inderogabili, che riguardano il Paese intero, l’Europa, il mondo.

Di Maio e Salvini invece hanno chiesto tempo. Hanno detto: “noi abbiamo vinto le elezioni. Dateci tempo di discutere una proposta di maggioranza, ci bastano due giorni”. Hanno ottenuto i due giorni. Ne sono passati tre, quattro, di più. Allora ne hanno chiesti altri, si presume una settimana, perchè l’accordo sulle cose da fare (lo chiamano contratto) non è stato raggiunto, e perchè vogliono prima sottoporlo al giudizio dei loro iscritti, nei modi che ritengono opportuni. E del Presidente del Consiglio nemmeno l’ombra. Nemmeno dei ministri, che secondo le consuetudini istituzionali dovrebbero essere scelti dal Presidente del Consiglio e giurare davanti al Presidente della Repubblica prima ancora di andare in Parlamento a chiedere la fiducia. Ai giornalisti che gli fanno domande l’accoppiata Di Maio/Salvini risponde che non stanno discutendo di poltrone, come se non fossero già loro stessi delle poltrone.

La Repubblica merita rispetto: il Governo non è fatto di poltrone, come pretende l’ipocrita vulgata populista, ma di persone che decidono per il bene del Paese, e che devono essere degne, preparate, riconosciute come tali anche in Europa e nel resto del mondo del quale l’Italia non è un semplice sottoscala. Per questo devono essere scelte nella massima trasparenza, non attraverso una privata operazione di casting.

Il programma del Movimento Cinque Stelle e quello della Lega li ho letti anch’io. Non sono solo diversi: sono opposti. Concordano solo sul punto di demolire quanto è stato fatto da altri prima di loro. E sui temi internazionali non resta che accendere dei ceri affinchè le scelte altrui non ricadano su questo fragile Paese, perchè in quei programmi non c’è quasi nulla.

Cosa stanno facendo allora i sedicenti vincitori? Dalle dichiarazioni che rilasciano paiono sempre in campagna elettorale. Gridano, si pavoneggiano, ricattano, ribadiscono i loro punti di vista dai quali non si schiodano, per la paura di essere contestati dai loro elettori. Ci stanno facendo perdere del tempo prezioso, per presentare un programma comune, blindato dal voto dei loro iscritti, che un Presidente del Consiglio dovrebbe accettare da mero esecutore della volontà altrui, altrimenti si torna a votare, come se il voto fosse un applausometro, e come se avessero loro il potere di decidere per tutti, come se fossimo in una sperduta repubblica delle banane.

Dove sta scritto che deve essere così?

E dove sta scritto che loro due sono i vincitori (il 32 per cento l’uno, il 17 per cento l’altro)?

La verità è che per una sciagurata legge elettorale, in gran parte proporzionale, le elezioni hanno semplicemente registrato la frammentazione del Paese, con qualche urlatore in più, e nessuno ha maggioranze precostituite. Quindi sarebbe ora necessaria una dose industriale di buon senso, di capacità di ascolto dell’altro, di disponibilità all’accordo per il bene di tutti, che nessuno mostra di avere, meno di tutti coloro che si autodefiniscono vincitori.

Intanto continuano a incombere le scadenze della nostra vita associata, le scadenze economiche, le scadenze europee. Incombono le conseguenze di avvenimenti internazionali, l’acuirsi delle tensioni nel Medio Oriente, il ritiro degli USA dal trattato sul nucleare con l’Iran, la minaccia americana dei dazi doganali, solo per fare qualche esempio, che richiedono una salda politica estera, in comune con quella degli altri Paesi europei, dato che ciò che accade altrove ha influenza anche sulla nostra realtà nazionale.

Quindi, nel rispetto delle regole, essenziale per  una democrazia, occorre una maggiore velocità e meno arroganza.

Ed occorre che anche le altre forze politiche si facciano sentire, a partire dal Partito Democratico che, tra l’altro, in questo momento di passaggio dei poteri, sta ancora gestendo il Governo. E’ bene che lo sappiano: se la situazione del Paese peggiorerà, la responsabilità sarà anche di chi si è seduto sulla sponda del fiume, aspettando i fallimenti altrui.

Lanfranco Scalvenzi

Il lavoro che c’è, le assunzioni che non si fanno

Quante volte si è letto di aziende che cercano lavoratori per determinate mansioni e non li trovano? Molte volte e, al netto dei commenti di chi imputa ad una errata ricerca le cause delle mancate assunzioni, il problema di una paradossale contraddizione tra le statistiche sulla disoccupazione (specie giovanile) e la domanda di personale che resta insoddisfatta esiste. È vero che la distanza tra richiesta di personale e disponibilità a farsi assumere esiste in molti settori e spesso la causa sta in offerte di lavoro poco interessanti sia per qualità che per retribuzione. Di lavori dequalificati pagati poco ne esistono molti. Il recente caso dei fattorini che consegnano il cibo a domicilio (i vari Foodora, Deliveroo ecc) ha messo in luce una tipologia di lavoro faticoso, rischioso e malpagato. Un lavoro però svolto soprattutto da italiani. Non c’è dunque bisogno di ricorrere ai soliti esempi di sfruttamento di manodopera straniera nei campi o nell’edilizia per capire che un problema c’è e che tocca anche figure professionali come gli avvocati, gli architetti, i medici spesso impegnati in collaborazioni gratuite o a prezzi stracciati nella speranza di entrare nel giro giusto per un lavoro meglio pagato. Proprio per questo sorprendono i numerosi casi nei quali un lavoro interessante e ben pagato viene offerto, ma non si riesce ad assumere.

Un’indagine di Milena Gabanelli pubblicata sul Corriere della Sera in questi giorni affronta l’argomento non in generale, ma centrando l’attenzione solo sulla parte che riguarda la ricerca di tecnici qualificati. La previsione è che nei prossimi cinque anni ci sarà bisogno di oltre 150 mila persone nei settori chiave della meccanica, della chimica, del tessile, dell’alimentare e dell’Ict. Il problema è che non c’è una corrispondenza tra le competenze dei lavoratori e quelle richieste dalle aziende. Il nodo è quindi quello della formazione che, nel caso italiano, è particolarmente carente.

Il primo gradino è quello degli istituti tecnici che però da sempre non vengono considerati una scelta di primo livello per i giovani italiani. Nell’articolo si ricorda che nell’ultimo decennio le scuole superiori che formano geometri, periti o ragionieri hanno perso quasi 120 mila studenti, mentre, invece, sono aumentati i liceali. Ciò significa che resiste un pregiudizio culturale sia verso il lavoro manuale che verso le professioni tecniche. Un pregiudizio che spinge ancora i giovani verso i licei che hanno come unico sbocco l’università o il pubblico impiego. Ma è noto che anche un titolo universitario in determinate discipline non garantisce un lavoro. Basti pensare all’esorbitante numero di avvocati passati dai circa 48 mila degli anni Ottanta agli oltre 235 mila di oggi.

Tuttavia, anche i diplomati degli istituti tecnici non sono completamente formati. Occorre un passaggio successivo rappresentato in Italia o dall’università o dagli Istituti Tecnici Superiori, gli ITS. Sono 95 e servono proprio per completare la formazione di tecnici qualificati (secondo il Miur l’82% dei diplomati ha trovato lavoro entro un anno dal diploma).

Gli ITS non sono scuole pubbliche, ma fondazioni che coinvolgono imprese, enti pubblici, centri di ricerca, associazioni di categoria. Si avvalgono quindi di fondi pubblici e privati e si basano sul coinvolgimento delle aziende per definire i percorsi formativi. Agli studenti comunque non viene chiesto di pagare i corsi.

Attualmente nei 95 ITS italiani ci sono quasi 10.500 iscritti mentre in Germania gli analoghi istituti di formazione superano il milione di studenti. I numeri parlano da soli e spiegano perché oggi è così difficile reperire sul mercato del lavoro le figure professionali che servono alle imprese.

Il funzionamento degli ITS costa. Il dato presentato nell’articolo della Gabanelli è di 6000 euro l’anno per ogni studente. Buona parte dei docenti proviene dal mondo delle imprese ed è uno dei modi con il quale queste contribuiscono al finanziamento degli istituti.

I fondi arrivano comunque dal Ministero dell’istruzione (Miur), dalle regioni, dalle istituzioni europee e dai privati.

Se si vuole parlare di occupazione guardando avanti e non lagnarsi o immaginare fantastiche assunzioni di massa in impieghi statali la strada della formazione è quella che appare più sensata e il miglior investimento per costruire qualcosa di duraturo

Claudio Lombardi

Intervista a Calenda: capire la realtà

Da anni ci si interroga sulla crisi delle sinistre e, in particolare, di quelle che hanno scelto la cosiddetta terza via. In un’intervista pubblica di qualche giorno fa condotta da Claudio Cerasa direttore de Il Foglio Carlo Calenda espone il suo punto di vista che si inserisce nel dibattito seguito alla perdita di voti del Pd nelle recenti elezioni. La critica di Calenda si appunta sul rapporto tra politica e realtà e, in particolare, su quella che egli definisce “politica motivazionale” che, in sostanza, significa diffondere ottimismo e fiducia anche contro le evidenze della realtà. La crisi del renzismo sembra rientrare perfettamente in questo schema. Ma vediamo per sintesi e con stralci come viene svolto il ragionamento.

Comprendere il progresso

Secondo Calenda “lo iato che c’è oggi tra la capacità di comprendere e la velocità dell’innovazione è talmente enorme che rende l’innovazione spaventosa. Il lavoro che va fatto per dare i mezzi culturali e conoscitivi, e direi anche esistenziali, per comprendere il progresso è la grande sfida della politica”.

L’inevitabilità della globalizzazione e la gestione della transizione

Io sono convinto che la parola “inevitabile” abbia ucciso la società liberale: quando noi cominciamo a descrivere i fenomeni come inevitabili, la gente si urta notevolmente. E, normalmente, quando cominciamo a parlare di cose inevitabili, è perché non siamo in grado di giustificarne la positività. Quindi se c’è una cosa che dobbiamo cancellare, è l’idea che quando si parla di globalizzazione o di innovazione tecnologica noi diciamo che è inevitabile. (…) Cosa vuol dire questo? Che accade, certo che accade, ma le forme in cui accade possono essere molto diverse. E c’è un tema che è centrale, per i progressisti in particolare: la gestione delle transizioni. Pensate a questo paradosso: tutta la retorica progressista, dal 1989 in avanti, è stata la seguente: il futuro è un posto meraviglioso, la globalizzazione e l’innovazione tecnologica vanno linearmente verso un futuro che schiude enormi opportunità per tutti. Questi processi sono sostanzialmente semplici, perché lineari, e dunque il compito della politica qual è? Motivare la gente ad arrivare al futuro. Devo spiegare alla gente quanto è importante arrivare a questo futuro. Pensate invece alla retorica populista: non ha mai un riferimento al futuro, solo un riferimento all’oggi. C’è un’ingiustizia, ti dico che ti proteggerò. Te lo dico in modo sbagliato, ti illudo, però mi prendo cura dell’oggi. La politica non può non prendersi cura dell’oggi, perché una politica deve essere in grado di gestire le transizioni verso il futuro…( …) I progressisti sono stati per moltissimi anni dei promoter dell’innovazione e dei fenomeni della modernità, ma bisogna che cominciamo a essere dei gestori delle transizioni che portano alla modernità, che è molto più complesso, e che implica il lavoro sulle persone, perché in una società liberale le persone scelgono e scegliendo fanno la differenza su come si muove l’insieme della società.

Progressista: la tecnica o l’uomo?

Per me, progressista è colui che vuole che l’uomo, e non i fenomeni che sono messi in moto dall’uomo, cresca e abbia la possibilità, attraverso la cultura e la conoscenza, di gestire quei fenomeni. A differenza di quello conservatore, il pensiero progressista è fortemente umanistico. Non è un pensiero economico e non è un pensiero tecnico: ripeto, è un pensiero umanistico. Questa dimensione dei progressisti è una dimensione che si è andata via via affievolendo. Se uno rilegge oggi un libro che è stato molto importante per i progressisti – si intitolava “La terza via”, conteneva l’idea del superamento della socialdemocrazia classica ed è quello che è stato poi interpretato da Blair e Clinton – capisce che quella roba lì non aveva niente a che fare con l’idea che c’era dietro alla terza via. In realtà ne sono stati presi i pezzi più facili, l’idea che lo stato dovesse rimpicciolirsi enormemente, l’idea che il mercato in qualunque condizione avrebbe portato dei benefici, che peraltro ha anche portato in larga parte al mondo. Il pezzo che non c’è in nessun programma è l’avanzamento umano e l’attenzione per la capacità dell’uomo di reggere una società liberale. Perché una società tradizionale è una società molto più semplice, una società in cui tu hai un dogma è una società molto più comprensibile.

La fatica di dover scegliere

La ragione per cui oggi le autocrazie vincono sulle democrazie come modelli, è che sono molto più rassicuranti, non solo perché proteggono, ma perché il cittadino è messo dentro una serie di schemi entro i quali può agire e deve agire. Noi siamo una società in cui (…) sono caduti per il progresso economico e anche per la globalizzazione tutti gli schemi nei quali ci siamo riconosciuti: lo stato, la nazione si sono indeboliti. Che cosa serve per reggere il peso di una società del genere, che è molto più spaventosa? Serve la capacità culturale e conoscitiva dell’uomo, che è rimasta immensamente indietro, perché noi abbiamo pensato fondamentalmente che, costruendo un meccanismo economico liberale, l’uomo automaticamente avrebbe raggiunto gli strumenti che servono per sostenere il peso di questa società liberale. Non è così. Non funziona così. E questo mi spiace ma è un compito dello stato.

Non esiste il progresso lineare

In una società liberale, se lo stato non dà i mezzi al cittadino per sostenerla, le democrazie cadono. E’ già successo. L’idea di non poter tornare indietro è un’assurdità. L’illuminismo, che aveva questa idea di progresso lineare, forte, ha suscitato il romanticismo, e il nazionalismo come conseguenza del romanticismo. E non per ragioni economiche o di potenza, ma per ragioni di identità. Perché la cultura dà un senso alle persone. Allora se gli devi dare un senso diverso, devi trovare gli strumenti per farglielo trovare. La società liberale da questo punto di vista è la società più complicata in cui trovare un senso”.

Morte della politica motivazionale

Secondo Calendanoi siamo stati totalmente ciechi nel non vedere che una pagina si era chiusa e che l’epoca della politica motivazionale era finita. E quando tu raccontavi e racconti alle persone che va tutto bene, dobbiamo andare avanti, il futuro è meraviglioso, non vi preoccupate, ci siamo noi, saremo più forti della Germania, la crisi è conclusa… questo crea un’alienazione gigantesca”.

Rappresentanza o competenza?

Insieme alla politica motivazionale è morta anche “la politica della competenza opposta alla politica dell’identità. La politica da quando nasce è rappresentanza, non è competenza e gestione della teoria economica. Non c’entra niente. Questo è stato un abbaglio per 25 anni. E’ finita. Nessuno elegge un’altra persona perché conosce perfettamente le teorie della Scuola di Chicago o il funzionamento dell’Europa. (…) Quelle paure bisogna recuperarle comprendendole. Riconoscendo gli elementi di verità. (….)  E solo se diamo cittadinanza e legittimità alle paure, poi possiamo affrontarle con calma, un pezzo per volta, dicendo anche, quando le cose non le sappiamo, “non lo sappiamo”. Io non posso garantire a nessuno che l’innovazione tecnologica sarà positiva per l’Italia. E chiunque oggi dica che è sicuro di poterlo fare sta prendendo in giro i cittadini. Perché non lo sappiamo. Però gli possiamo dire che ci prenderemo cura di gestire le transizioni”.

Troppa informazione fa male

C’è poi la questione dell’informazione altra causa di disorientamento perché non si può dare per scontato che l’accesso a un universo di informazioni sia di per sé un dato positivo. E, invece, “non è vero che se hai maggiore accesso alle informazioni diventi più colto e più intelligente. E’ il contrario. Se hai più accesso alle informazioni, ti senti più disperato, meno capace di leggerle, sei più disorientato, sei molto più influenzabile da chi ti dà una soluzione semplice”. Di qui l’affermazione dei guru carismatici come Grillo che mantengono la loro presa fino a che non sono messi di fronte ai problemi reali e sono chiamati a scegliere.

In conclusione un ragionamento ampio e chiaro che è utile per orientarsi e capire oltre le polemiche e le schermaglie politiche, oltre gli slogan che mantengono accese le tifoserie senza mai andare oltre la superficie. Bisogna invece sperare che sempre più persone vogliano farlo

L’intervista completa su www.ilfoglio.it

A cura di Claudio Lombardi

Il segreto della rinascita del Portogallo

Riprendiamo per sintesi e con alcuni stralci un articolo apparso su www.lavoce.info che tratta degli stupefacenti risultati ottenuti dal Portogallo dopo la grave crisi degli anni passati.

I numeri parlano chiaro: crescita al 2,6 per cento, debito in calo, deficit all’1,7 per cento, disoccupazione all’8,5. E questo dopo essere stato sottoposto ad una procedura d’infrazione per deficit eccessivo decisa dalla Commissione europea dalla quale è uscito nel 2017.
Per capire come si è arrivati a capovolgere la crisi occorre riepilogarne i punti cruciali.

1995-2008: crescita e debito

L’ingresso nell’euro ha visto una drastica diminuzione dei tassi di interesse sia per i titoli pubblici che per i privati. L’aspettativa era che ci sarebbe stato un rilancio dell’economia, un aumento delle esportazioni e l’avvicinamento ai paesi europei più avanzati. Non è andata così. I consumi (a debito) sono saliti alle stelle e le importazioni sono aumentate. La produttività non è aumentata, ma i salari sì; di conseguenza si è indebolita la competitività del Paese. E inoltre aumento della spesa pubblica, del deficit e del debito. Con un Pil in calo.

2008-2018: crisi e ripresa

Con la crisi del 2008-2010 la situazione si aggrava e si arriva ad una crisi del credito cioè al Portogallo si chiudono bruscamente le porte di accesso ai mercati finanziari. È inevitabile a quel punto (2011) la richiesta di aiuto all’Unione Europea e al Fondo monetario internazionale che lo concedono (78 miliardi di euro) ponendo come condizione un drastico piano di riforme strutturali elaborato dalla Troika. Contrazione violenta della domanda pubblica, calo delle pensioni e dei salari, riforme del mercato dei beni, del mercato del lavoro, riforma fiscale, riforma delle imprese pubbliche ne sono gli elementi fondamentali. In questo modo il deficit passa dal 9,8 per cento del Pil al 2,3 per cento nel 2013 mentre il debito pubblico si attesta al 129 per cento del Pil. Nel complesso tagli di spesa per due terzi e aumenti di tasse per un terzo. Crollo della domanda interna e ripresa delle esportazioni gli effetti immediati.

A partire dal 2014 riparte la crescita, la disoccupazione inizia a calare e la bilancia dei pagamenti lentamente si stabilizza. Nel 2015 il governo passa al partito socialista (di impostazione liberale in economia) alleato con verdi e comunisti che lo sostengono dall’esterno.  Gli alleati del partito che guida il governo avevano come programma il ripudio del debito pubblico, l’uscita dall’euro e dalla Nato, e la rinazionalizzazione di interi settori dell’economia portoghese. E, invece, con molta intelligenza politica non vengono rovesciate le politiche concordate con FMI e UE, ma ci si accontenta di alleggerirne il peso. Di fatto, il governo si accontenterà di aumentare il salario minimo e le pensioni più basse, senza indietreggiare sui tagli alla spesa e sulle riforme approvate. La ripresa della crescita nell’area euro contribuisce poi alla ripresa del Portogallo.

Lezioni portoghesi

Quali insegnamenti possiamo trarre dalla ripresa dell’economia avvenuta dopo il drastico aggiustamento dei conti pubblici richiesto dalla Troika? Innanzitutto, in un’unione monetaria, quando non è possibile avviare un percorso di aggiustamento attraverso la svalutazione della moneta, l’ipotesi di una ristrutturazione del debito viene esclusa e si rischia di non poterlo rifinanziare, la svalutazione interna diventa necessaria per recuperare competitività.

Infatti, il successo della svalutazione interna ha consentito il rilancio delle esportazioni, il controllo della bilancia commerciale, e quindi una minore necessità di finanziamenti esteri. Poi è arrivata un’eccellente stagione turistica che ha facilitato il miglioramento del saldo corrente e i risultati del 2017 sono quelli riportati all’inizio.

In conclusione la contrazione della spesa pubblica e le riforme strutturali hanno avuto la triplice virtù di migliorare la solvibilità del paese, ripristinare l’equilibrio commerciale con l’estero ed eliminare diversi ostacoli alla crescita. Con la stabilità sono tornati anche gli investimenti dall’estero.

In aggiunta alla riflessione tratta da lavoce.info bisogna osservare che in Portogallo non si è affermata una forza politica antisistema e nessuno dice che l’economia può crescere solo con l’aumento della spesa pubblica o con l’assistenzialismo come capita in Italia. Loro sono andati vicini al default e ne sono usciti seguendo una strada dura, ma che ha prodotto risultati concreti non chiacchiere. In Italia abbiamo fatto tutto da soli senza aiuti dall’esterno, ma anche senza l’imposizione di politiche eccessivamente rigoriste. Anche se restiamo in coda alla crescita europea, esistono le condizioni per consolidare i risultati positivi che anche noi abbiamo ottenuto, ma la mancata formazione del governo e l’instabilità che ne consegue può riportarci indietro

Il PD nel suo labirinto

Ad un osservatore esterno ignaro delle problematiche interne il PD appare in preda ad una sindrome di confusione che gli impedisce di agire con lucidità, prontezza e determinazione. Il risultato elettorale ha colpito il partito cardine delle maggioranze di governo della passata legislatura. Eppure i governi Letta, Renzi e Gentiloni avevano ottenuto risultati importanti nel gestire l’uscita dalla crisi e le conseguenze delle decisioni più impopolari del precedente governo Monti. Tuttavia, dal 2013 al 2017 il PD è stato scosso da una lotta politica sempre più lacerante e dall’abbandono di una parte rilevante del gruppo dirigente che aveva guidato il partito nel periodo precedente, in rotta con le scelte politiche compiute dalla segreteria Renzi e dal governo da questi diretto. Anni di polemiche, di scontri, di esacerbazione dei contrasti hanno avuto conseguenze sull’opinione pubblica indotta a pensare che, se personaggi del calibro di Bersani, D’Alema, Enrico Rossi, Vasco Errani ed altri, erano arrivati alla rottura con il partito che avevano contribuito a fondare, delle ragioni molto serie dovessero esserci. Il distacco tra PD e una parte consistente degli elettori si era già creato con l’esplosione del M5S alle elezioni del 2013 che ne aveva eguagliato i voti sull’onda di una protesta che si era fatta via via sempre più intransigente. Le scissioni nel PD hanno fornito la conferma, ben al di là del seguito dei personaggi che se ne andavano, che il partito guidato da Renzi si era diviso perché votato a politiche antipopolari di difesa dei privilegi e dei centri di potere economico e finanziario interni ed europei. I programmi elettorali dei vincitori delle elezioni del 4 marzo, M5S e centro destra, hanno potenziato questa convinzione indicando alternative di uscita dalla crisi del tutto illusorie, ma coerenti con la rappresentazione messa sotto gli occhi dell’opinione pubblica dei travagli interni del PD.

Ottenuti i voti, però, e con il passare delle settimane è iniziata una metamorfosi nelle posizioni del Movimento 5 Stelle espresse da Luigi Di Maio che, oggettivamente, sono arrivate a porsi in sostanziale continuità o perlomeno non in contrasto con alcuni indirizzi seguiti dal governo Gentiloni. Dal reddito di cittadinanza, alla collocazione internazionale ed europea, ai vincoli di bilancio si è realizzato un riposizionamento del Movimento. Ovviamente bisogna tener conto della facilità con la quale il M5S cambia idee e programmi senza porsi il problema della coerenza, ma ciò non toglie che è in corso un tentativo (partito in realtà già da prima delle elezioni) di accreditarsi come una forza di governo moderata e affidabile. Nel Movimento convivono più istanze e pesa molto una direzione verticistica ed autoritaria che tiene a bada i contrasti potendo decidere autonomamente le politiche da presentare all’opinione pubblica. In questo momento prevale la volontà di arrivare al governo sulle pulsioni protestatarie, ma non è detto che il Movimento reagisca bene alla prova del governo. Di sicuro restare all’opposizione sarebbe la scelta che manterrebbe la compattezza dei 5 Stelle.

In questo quadro va collocata la questione di un confronto tra PD e M5S per verificare la fattibilità di un programma comune di maggioranza che non significa automaticamente un governo insieme.

La negazione di ogni possibilità di dialogo e l’opposizione della pregiudiziale di diversità avanzate subito dopo le elezioni da Renzi, dai dirigenti e dai militanti del PD, comprensibili due mesi fa di fronte ad un’ipotesi di alleanza M5S – Lega, non lo sono più oggi. Se è vero come è vero che il PD è stato ed è ancora il partito con il più credibile programma di governo basato su un’esperienza positiva durata cinque anni, e se è vero che le scissioni che lo hanno colpito si sono rivelate fallimentari, è difficile comprendere per quale motivo il PD abbia rinunciato a far valere questi suoi punti di forza nel dibattito politico post elezioni concentrandosi, invece, come hanno fatto gli altri partiti, sulle formule di governo.

L’ennesimo scontro che ha lacerato il PD ha trasmesso all’opinione pubblica l’immagine di un partito confuso, diviso, instabile e incapace di riprendersi il ruolo di forza politica di riferimento del Paese. Le dimissioni da segretario di Renzi non erano necessarie nell’immediato e hanno privato il partito del suo vertice eletto democraticamente. Tuttavia Renzi ha mantenuto la sua influenza per il tramite dei dirigenti eletti insieme a lui. Interlocutore presente, ma formalmente assente il volontario allontanamento di Renzi ha aumentato, di fatto, la confusione e il disorientamento. Di queste dimissioni, per le quali qualcuno adesso parla di possibile revoca tanto per accentuare l’instabilità, sfugge il senso politico profondo e resta l’impressione degli effetti di un carattere intemperante e della propensione alla personalizzazione degli avvenimenti politici. Due elementi difficilmente conciliabili con la guida di un partito come il PD.

Se il PD vuole uscire dal labirinto nel quale si è cacciato non ha altra scelta che concentrarsi sui temi del governo dell’Italia chiamando le altre forze politiche a dimostrare la loro capacità di affrontarli. Per questo non si può negare il confronto con il M5S chiesto ripetutamente e con modalità convincenti da Di Maio. Il confronto ci deve essere e deve mostrare all’opinione pubblica il volto di una forza politica lucida e determinata, coraggiosa ed aperta che non esclude nessuna ipotesi, ma che non si sente obbligata a seguire chi non lo merita. L’esatto contrario del volto rancoroso e chiuso che tante reazioni di dirigenti e militanti stanno mostrando in questi giorni

Claudio Lombardi

Nuovo governo: continuità o rivoluzione?

Il nuovo governo sembra ancora lontano e quelli che se ne contendono la leadership non possono ammettere ciò che è ovvio ossia che non ci potrà essere nessuna rivoluzione qualunque sia la formula che si metterà in campo. Tutt’al più qualcuno che vuole a tutti i costi apparire alfiere del cambiamento potrà mettere in atto una sostanziale continuità rivestita di una nuova veste comunicativa. La vicenda dell’attacco di Usa, Francia e GB, alla Siria, al di là di ragioni e torti, serve a richiamare l’attenzione sulla dura realtà e sul contesto di interdipendenze nelle quali vive l’Italia.

L’eredità dei governi della passata legislatura è complessa e andrà gestita con cura perché ha messo in piedi politiche che produrranno i loro effetti, volenti o nolenti, nei prossimi anni.

Probabilmente i nuovi governanti si concentreranno su alcuni errori dei precedenti governi e a questi si attaccheranno per mostrare le loro virtù  innovatrici. Si tratterà  però  di aggiustamenti e non di sconvolgimenti. D’altra parte cosa ci sarebbe da cancellare, travolgere e sconvolgere? Forse quel complesso di provvedimenti noto come industria 4 che ha favorito la crescita di Pil, produttività ed esportazioni? O forse la politica sui migranti del ministro Minniti? O, magari, gli interventi avviati per contrastare la povertà. Qualcuno pensa di abolire il reddito di inclusione oppure preferisce scagliarsi contro gli 80 euro? Vorranno eliminare la quattordicesima per le pensioni minime? O gli interventi per le famiglie con figli? E le leggi sul “dopo di noi” e sulle unioni civili che fine faranno? Probabile che nessuno vorrà  fare brutta figura cercando di annullare diritti che migliorano la vita delle persone.

Eh già, ma c’è il Jobs Act. Lì sicuramente ci sarà una restaurazione, tornerà  l’art. 18 e gli unici contratti ammessi saranno a tempo indeterminato. Sicuri?

Cassa integrazione (anche sotto i 15 dipendenti), Naspi (per due anni dopo il licenziamento), nuovo assegno di disoccupazione (finita la Naspi), assegno di ricollocazione e Discoll (indennità di disoccupazione per collaboratori coordinati e continuativi, ricercatori, borsisti e dottorandi), Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal). Anche questo è  Jobs Act. Che si fa? Cancelliamo tutto?

Va bene, allora si punta alla riforma Fornero che sembra mettere d’accordo M5S e Lega. Dicono che va cancellata. Anche qui meglio leggere bene anche tra le righe. Per esempio si è parlato di un’altra riforma che contemperi equità  generazionale e sostenibilità  dei conti. Tutto sommato non molto diverso da quanto si sta facendo, a piccoli passi, da cinque anni a questa parte prima con gli interventi per gli esodati e poi con l’Ape social e non social.

Salvini e la destra in generale parlano ancora, a campagna elettorale finita, di un’Italia ridotta allo stremo dai governi Renzi e Gentiloni. Strano perché i dati statistici e le stime (quella ultima del FMI lo conferma) rilevano la crescita del Pil e dell’occupazione nonché del reddito disponibile delle famiglie. Anche le esportazioni vanno benissimo e quindi si presume vi siano molte imprese che marciano a pieno regime.

La verità è che c’è una parte del Paese che cresce e vive a livelli nordeuropei e un’altra parte che arranca. È la frattura che separa il Mezzogiorno dal resto dell’Italia e non si è certo prodotta in questi ultimi anni. È uno dei problemi strutturali più difficili e complicati da affrontare e non sarà un cambio di maggioranza ad inventare un modo nuovo per affrontarlo. C’è poi l’immensa macchina dello Stato che comprende ogni pur piccola amministrazione locale e le aziende da questa dipendenti. Qui allignano inefficienza, spreco e anche corruzione. E a questa vanno ricondotti i veri costi della politica.

La destra e i Cinque Stelle avranno il coraggio di metterci mano? Ovviamente no e come potrebbero dall’alto dei loro programmi campati per aria, velleitari e azzardati? Non c’è dunque da aspettarsi nessuna rivoluzione. La continuità è la cifra dei governi e delle politiche che vogliono raggiungere i maggiori benefici senza correre rischi eccessivi.

E la continuità sarà anche quella di qualunque governo si dovesse formare nelle prossime settimane. O, almeno, dobbiamo augurarci che sia così perché se i nostri pretendenti alla carica di Capo del governo dovessero tentare spericolate esibizioni di forza si accorgerebbero subito che non hanno in mano una bacchetta magica e che ogni loro decisione avrà ripercussioni di sistema alle quali non potranno sfuggire. Di Maio sembra averlo già capito e, infatti, ha adeguato toni, proposte, dichiarazioni e l’approccio alla costituzione del governo mettendosi implicitamente sulla linea della continuità. Salvini vuole spingere ancora sulla demagogia e sulla protesta. Potrà funzionare ancora per un po’, poi si capirà che serve a nascondere la sua incapacità

Claudio Lombardi

Il mistero del M5S

Un mistero aleggia sull’Italia, quello del M5S. Cosa è veramente questa formazione politica? Chi ne possiede le chiavi? Quante facce ha? C’è quella pubblica fatta del consenso di milioni di persone; c’è quella più ristretta basata sul collegamento in rete di 100 mila (o più?) militanti digitali; c’è quella dei gruppi locali che si incontrano fisicamente, ma che non sono inseriti in un’organizzazione di tipo tradizionale e, quindi, non discende da loro la legittimazione democratica degli incarichi e delle decisioni politiche. D’altra parte è finita pochi mesi l’era del Non statuto che stabiliva la natura proprietaria del M5S, marchio registrato di proprietà di Beppe Grillo. Figuriamoci cosa potevano contare i militanti…

Il M5S fin dall’inizio è stato la sua rete. I suoi capi, Grillo e Casaleggio, hanno teorizzato ed esaltato una democrazia diretta che si realizza su internet. Hanno teorizzato, cioè, l’immediatezza che chiude il circuito informazione – formazione di un’opinione – espressione di un voto, che inizia e finisce davanti allo schermo di un computer. Se questa è stata l’idea di base ovvio che diventasse centrale il ruolo della struttura che gestisce la rete e che, ovviamente, la controlla. Diversi scandali e, da ultimo, quello che ha coinvolto Facebook e Cambridge Analytica hanno mostrato l’estrema facilità di falsificare le informazioni, di impossessarsi dei dati e di manipolarli. Il ruolo di chi gestisce i server è quindi decisivo perché la realtà su internet non esiste di per sé, ma va sempre preparata e poi mostrata e può, quindi, anche essere inventata.

Per anni Grillo nei suoi spettacoli-comizi ha preparato il terreno per il suo movimento sbeffeggiando, denigrando e minando le verità ufficiali. Per ogni cosa lui dimostrava che bastava fare una ricerca in rete e si scopriva la verità alternativa non condizionata dagli interessi economici. Il M5S così è nato ed è cresciuto: una guida illuminata che rivelava al popolo ciò che le élite volevano tenergli nascosto per poterlo sfruttare meglio.

Le condizioni perché funzionasse questo schema erano che la Guida non dipendesse da nessuno, che avesse l’ultima parola su ogni scelta del Movimento che doveva appartenergli perché lui lo garantisse dagli attacchi esterni, che disponesse della struttura tecnica di controllo per gestire il tutto. In nome della democrazia diretta futura veniva nel presente rifiutata la vecchia politica e tutte le pratiche, le regole, i metodi che le appartenevano. Rifiuto che si estendeva alle istituzioni e alla democrazia rappresentativa giudicate come pure illusioni ed ipocrisie.

Gli undici milioni di voti presi dal M5S alle ultime elezioni non smentiscono questo impianto di base e nemmeno l’allontanamento di Beppe Grillo modifica nulla dello schema originario. Il M5S continua a basarsi su un ordinamento interno che assegna tutto il potere a vertici ristretti, sia ufficiali che oscurati, ma entrambi sostanzialmente non legittimati con metodo democratico. È l’unico partito dotato di un Capo politico che decide la linea e dal quale discendono tutte le cariche rilevanti a partire dai capigruppo di Camera e Senato. Una struttura autoritaria che non rientrerebbe nella regola di cui all’art. 49 della Costituzione che richiede ai partiti un ordinamento interno democratico.

Tuttavia nemmeno il Capo politico rappresenta l’ultima istanza del potere all’interno del M5S. Esiste una struttura alla quale questo è intimamente legato che è ancora più incontrollabile e inaccessibile: l’Associazione Rousseau. Il nuovo statuto del M5S approvato poco prima delle elezioni stabilisce all’articolo 1 che “Gli strumenti informatici attraverso i quali l’associazione M5s si propone di organizzare le modalità telematiche di consultazione dei propri iscritti… saranno quelli di cui alla cd. ‘Piattaforma Rousseau’”. Alla quale, inoltre, tutti gli eletti in Parlamento dovranno obbligatoriamente versare un contributo mensile.

Una strana associazione con soli quattro iscritti e nella quale uno, Davide Casaleggio, assomma tutte le cariche di responsabilità. In pratica un’associazione che somiglia ad una società privata alla quale il primo partito italiano è legato giuridicamente, economicamente e tecnologicamente senza alcun potere di controllare il suo operato. Un legame che si può modificare soltanto cambiando lo Statuto, ma per farlo servono una procedura complicatissima e una maggioranza irraggiungibile. E in ogni caso “la verifica dell’abilitazione al voto e il conteggio dei voti – dice lo Statuto – sono effettuati in via automatica dal sistema informatico della Piattaforma Rousseau”. Capito?

La logica dice che questa costruzione complessa ha un solo significato: il M5S è un partito controllato da una struttura aziendale esterna priva di qualsivoglia legittimazione democratica. Perché? Per fare soldi? Grazie al contributo mensile già citato nelle casse dell’Associazione Rousseau arriveranno oltre 100 mila euro al mese, più di 1,2 milioni l’anno. Inoltre ci saranno le donazioni dei volontari. Tutti soldi che verranno gestiti come in una qualunque azienda privata cioè autonomamente senza alcun tipo di controllo. Pochi per essere questo l’obiettivo finale della costituzione di un movimento politico. A meno che non si preveda che le attività di Casaleggio e dell’Associazione non possano espandersi proprio grazie al potere conquistato dal M5S per provare a realizzare le visioni del suo fondatore e del suo erede.

D’altra parte, come scrivono tre ricercatori nel volume “M5s – Come cambia il partito di Grillo” (il Mulino) curato da Piergiorgio Corbetta: “La piattaforma Rousseau offre più che altro una vetrina per le iniziative legislative dei parlamentari pentastellati, a cui segue un disordinato elenco di commenti generalmente di bassa qualità e largamente ignoranti. Il risultato è che il contributo degli iscritti all’attività parlamentare tramite la piattaforma online è prossimo allo zero”. Anche la votazione online dei candidati attraverso le varie comunarie, parlamentarie ecc., si deve scontrare con i poteri del vertice di ripulire le liste a monte e a valle della selezione, oltre alla facoltà di indicare direttamente i candidati come è avvenuto per tutti i collegi dell’uninominale. Non sembrano queste le premesse per il trionfo della democrazia diretta digitale di cui fantastica Casaleggio.

Gli italiani delusi dai partiti tradizionali hanno dato la maggioranza relativa dei voti a questa strana creatura. Sicuramente gli italiani non hanno capito che questo è il M5S e, se lo hanno capito, non gliene importa un bel nulla perché ciò che conta per molti di quelli che votano 5 stelle è riconoscersi in qualcuno che esprime la rabbia e la indirizza verso un nemico da battere. Non sarebbe certo la prima volta che una folla chiede ai suoi capi di indicargli un nemico contro cui scagliarsi.

Il mistero del M5S non è un mistero, ma un progetto fortunato che nemmeno i suoi ideatori pensavano di realizzare. Ora visibilmente non sanno dove andare. Di Maio manda messaggi a sinistra e poi a destra alla ricerca di una sponda. Ha proclamato che la terza Repubblica sarà quella dei cittadini, ma non è in grado di dire altro perché nelle società complesse la politica è messa di fronte a scelte complicate che l’appello ai cittadini non semplifica. D’altra parte la prima battaglia del M5S in questa legislatura è di nuovo quella dei vitalizi e dei costi della politica. Che li tagliassero così si vedrà meglio che non sanno che fare del loro potere. Sanno che lo vogliono e per questo si impossessano di tutte le poltrone disponibili, ma non sanno per fare che. Finiranno gestiti da un soggetto forte della politica che si legherà a loro per usarli

Claudio Lombardi

Le camaleontiche mutazioni del M5S

Dal blog Phastidio.net pubblichiamo un intervento di Mario Seminerio che parla della mutazione del M5S col suo stile graffiante e ironico.

Dal primo giro di consultazioni del capo dello Stato, per quadrare il cerchio e dare agli italiani un governo che li deluderà profondamente, a causa di aspettative patologicamente gonfiate, emerge soprattutto un riscontro: il M5S è in continuo divenire, diciamo così. Letteralmente scorre. E in questo scorrere, guardato da molti commentatori politici con sguardo che varia dall’incuriosito al benevolo, si rischia di trovare oggi posizioni ben differenti da quelle di ieri e di domani. Ma dietro c’è un disegno superiore.

Non è per essere naÏf, sia chiaro: la politica è l’arte del possibile, eccetera. La coerenza non è di questo mondo né men che mai di questo paese, come noto. Può quindi accadere che il giovane unto dal Popolo, al secolo Luigi Di Maio, ed i suoi colleghi/compagni/amici ci straccino le gonadi per anni con suggestioni anti-Ue ed anti-euro, vagheggiando un referendum consultivo che da subito appariva uno spettacolare lancio di lemming dalla scogliera, e pressoché nessuno (a parte pochi perditempo solitari) faccia notare la vastità della stronzata. Ora è tutto archiviato.

Quello che conta è impossessarsi dell’agenda politica e del chiacchiericcio mediatico, quello grazie al quale moltitudini di editorialisti pagano le bollette e le rate del mutuo, mentre esplicano la loro fondamentale funzione di mediatori culturali tra i poteri assai poco forti di questo paese. Quindi il M5S ha vinto, pilotando l’agenda psichedelica della politica, quella per la quale la realtà è un optional, e la coerenza un decadente vizio.

Poi vennero le elezioni, l’eclatante 32% del 72% di votanti, la mistica convinzione che l’Italia intera abbia chiesto ai pentastellati di farsi prendere per mano da loro, i veti a tutto e a chiunque tenti di frapporsi tra Di Maio e Palazzo Chigi, le elucubrazioni sul contratto “alla tedesca” (che, se fossi un patriota e non il rinnegato che sono, mi girerebbero i cabbasisi non poco) che non è chiaro che minkia sia, se non “noi governiamo, voi aderite”, come si fa per un contratto di luce e gas.

C’è (anzi, c’era) anche il momento palingenetico, quello del “chi ha fallito, lasci”, con chiamata nominativa ai due ultimi Grandi Falliti della storia patria, Berlusconi e Renzi. Resta il problema di fondo: come conciliare queste visioni di calvinismo estremo in salsa pomiglianese col fatto che persistono ampie porzioni di cittadinanza che hanno continuato a votare per Berlusconi (circa il 14% dei votanti) e per Renzi (circa il 18%) resta un mistero, che forse si risolve col pesare i voti, anziché contarli. Un po’ come dire che i memorabili “cappotti” del M5S nelle regioni del Sud, quelli stessi che un tempo erano appannaggio del centrodestra, non sono (più) figli del controllo della volontà popolare da parte della criminalità organizzata bensì di una epocale sollevazione civica.

Ieri, all’uscita dal colloquio con Sergio Mattarella, Di Maio è apparso in tutto il suo fulgore di giovane statista occidentale: sì all’Europa (senza neppure specificare “ma non così”), sì all’euro, sì alla Nato, con grande scorno dei descamisados de sinistra che hanno votato il Mo’ViMento anche per porre fine alle sopraffazioni yanqui e nel glorioso ricordo di Sigonella, dove si fece il patriottismo levantino della Nazione.

Ma Di Maio ed il Mo’ViMento notoriamente non sono di destra né di sinistra. E infatti, almeno per qualche ora, paiono aver dismesso persino l’ipotesi di chiedere l’ostracismo di Matteo Renzi e la sua consegna al cassonetto dell’umido della Storia:

«Non ho mai chiesto una scissione interna, e se mi rivolgo al Pd, mi rivolgo a quel partito nella sua interezza»

Quindi Renzi incluso, par di capire. Ma perché insistere in questo ozioso passatempo di cercare la coerenza oraria nelle posizioni pentastellate? In fondo, come ci segnala il direttore del Fatto, Marco Travaglio, il Mo’ViMento è “cambiato profondamente”, negli ultimi tempi. Le sparate referendarie su euro, Ue e Nato erano solo momenti di brainstorming movimentista, dopo tutto. E se ve lo dice la persona che da sempre dedica la sua esistenza e le sue energie a trovare contraddizioni tra e nei politici, potete crederci: il mutamento è davvero epocale e genuino. E ove mai si giungesse ad un “contratto” col Pd-incluso-Renzi, siamo certi che Travaglio troverebbe il Bene anche in quell’evento, forse proprio la redenzione del parolaio di Rignano, che ad oggi nel suo partito è l’unico soggetto dotato di una visione politica, nel bene e nel male, e della spina dorsale per perseguirla. Pd “derenzizzato”? No, se Di Maio non vuole. Ma i piddini non vogliono redimersi, sigh.

Non è incoerenza, approssimazione, improvvisazione: è il potente Disvelamento della Storia, che insuffla di sé questi meravigliosi ragazzi che cercano di guadare il Mar Rosso portandosi sulle spalle gli inconsapevoli e gli ignavi, per il loro Bene. Non sono camaleonti con brame di entrare nella stanza dei bottoni e farsi gli affari propri: questo vale per chiunque altro, anche di fronte a “revisioni” di posizione meno frequenti e radicali. Per il Mo’ViMento, che tiene sulle proprie spalle la Nazione, proprio come Atlante faceva con la Terra, è aguzzare lo sguardo. Da lassù si ha la prospettiva che manca a chi è impantanato nella quotidianità; si scruta l’orizzonte della Storia e l’approdo. E chi non riesce a capirlo è un mafioso, un ladro e un farabutto.

Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

I dubbi di Martina e la guida del Pd

È vero, come sottolinea Maurizio Martina, che il mare calmo non ha mai fatto buoni marinai. Io però aggiungerei, come disse Cristoforo Colombo che un pochino di mare se ne intendeva, che per solcare l’oceano bisogna avere il coraggio di dimenticare le rive da cui si è partiti. Dico questo perché trovo invece nella lettera che Martina scrive in risposta ad un editoriale di Calabresi su Repubblica tanto materiale obsoleto, dichiarazioni di buoni principi general generici che nel corso della mia lunga militanza a sinistra (FGCI, PCI, PDS, DS, PD) ho sempre sentito dopo ogni sconfitta (e le sconfitte sono state tante, certo più delle vittorie).

C’è una sola cosa che trovo interessante come analisi nello scritto del segretario reggente ed è quando dice che la destra (nel mondo ed in Italia) dopo aver sostenuto da posizioni ultraliberiste la globalizzazione (impedendo la nascita di un contropotere politico transnazionale) oggi si maschera dietro un identitarismo nazionale e comunitario, ha sposato l’ideologia della chiusura e vuole apparire come chi difende i popoli oppressi da tutto ciò che loro stessi, soprattutto al volger del millennio, hanno messo in campo.

Ma se ci pensate bene queste due facce della destra hanno in comune una cosa fondamentale politicamente e cioè la negazione delle Istituzioni politiche sovranazionali.

Abbandonare le vecchie rive significa anche a mio avviso, abbandonare un europeismo di maniera che ha tolto sovranità agli Stati non trasferendola ad una Istituzione politica sovranazionale e federale ma ad istituzioni non elette e non democratiche, espressione dei governi nazionali. Da qui un euroscetticismo sempre più crescente. Limitarsi soltanto alla proposta della elezione diretta del capo della Commissione senza toccare i meccanismi che costruiscono le decisioni è veramente ben poco, avere una moneta unica senza nessuna sovranità democratica europea sulle politiche di bilancio e sulle scelte strategiche riferite alla moneta è un vero suicidio.

Abbandonare le vecchie rive significa a mio avviso capire che il mondo del lavoro ed il mondo dell’impresa sono realtà sociali complementari, che la lotta di classe come concepite nell’800 e nel 900 è un arnese inservibile, che la giustizia sociale si ottiene se si è capaci di combattere la povertà e la disuguaglianza senza distruggere la ricchezza.  Come dice in maniera molto efficace Claudia Mancina i ceti più deboli possono essere sostenuti in modo efficace soltanto all’interno di un progetto di crescita, e quindi soltanto all’interno di una alleanza con i ceti più forti e produttivi. Deboli e forti insieme, nel quadro di una netta scelta europeista: solo così si può pensare di vincere la sfida” e che quindi “lungi dal tornare indietro, si debba fare uno sforzo ulteriore nella definizione di una identità politica riformista, più coerente e più consapevole di quanto non sia stata in questi anni. La leadership di Renzi non ha sbagliato per troppo riformismo, ma piuttosto per non avere sufficientemente pensato e difeso il proprio riformismo, almeno nell’ultima fase. Anzitutto all’interno dello stesso Pd”.

A quale popolo poi bisogna tornare?

Mi domando se sia chiaro a Martina che da almeno un ventennio il popolo come lo abbiamo conosciuto in passato non esiste più e che forse è più appropriata la definizione di “moltitudine” che molti sociologi hanno individuato come espressione che rappresenta meglio una massa di persone una diversa dall’altra, con bisogni atomizzati e che non aggregano né costruiscono solidarietà.

Una moltitudine che si presta alle fiammate estemporanee di rivolta ma che poi singolarmente è pronta, per difendere le proprie misere postazioni, a fare come nel confessionale del grande fratello eliminando le persone che più possono dargli fastidio (e non sono solo i diversi e gli stranieri ma anche quei vicini che hanno dei bambini che fanno troppo rumore, quei colleghi di lavoro che si applicano un po’ troppo e ci costringono a lavorare anche a noi, quella coppia omosessuale del piano di sopra che mette in discussione la mia identità e via e via e via).

A quale popolo bisogna quindi tornare? Domanda inutile perché non c’è nessun popolo a cui tornare. Almeno nella accezione che le sinistra hanno sempre dato a questa espressione. Che non era una accezione populista ma tendeva a portare il popolo, usando i meccanismi della democrazia rappresentativa, dentro le Istituzioni.

Giorgio Amendola diceva che la classe operaia doveva farsi Stato. Ma era un’altra epoca dove era più semplice stare insieme e stare uniti e dove le divisioni erano più nette, dove tutti lavoravano nello stesso posto (fabbrica o ufficio), nello stesso quartiere, frequentavano le stesse piazze e gli stessi bar, ma anche la stessa donna o lo stesso uomo per tutta una vita.

Oggi tra l’altro le divisioni passano anche dentro ciascuno di noi (ce lo spiegò mirabilmente anni fa Robert Reich che era stato ministro del lavoro di Bill Clinton).

Ognuno di noi è cittadino ed è anche consumatore. Con interessi contrastanti.

Come consumatori vogliamo comprare roba di qualità a poco prezzo e per fare questo è necessario che ci siano cittadini/lavoratori sfruttati e malpagati che consentano di produrre sottocosto. Ma come cittadini desideriamo un lavoro ben pagato, con il riconoscimento dei miei diritti (interessi che non quadrano con le esigenze di noi come consumatori, un bel conquibus).

E mi tornano in mente quei presidi di protesta installati nei quartieri contro l’installazione di antenne per la telefonia mobile dove la folla inferocita e preoccupata per la propria salute stava però attaccata al proprio telefonino per chiamare la stampa, i propri amici e conoscenti e si facevano le foto condividendole poi sui social., usando quei telefonini che funzionano con le antenne contro cui protestavano.

Semplifica quindi chi, come Martina e tanti altri, pensa di risolvere la crisi della sinistra predicando il tornare in mezzo al popolo. Ripeto, quale popolo?

Bisognerebbe invece porre la questione in modo completamente diverso: quali idee, quale organizzazione, quale visione deve avere un Partito o un movimento per essere empatico con un popolo frantumato in mille sfaccettature, dentro cui il processo di individualizzazione (forza potente che è stata sempre alla base di ogni progresso nelle diverse epoche) è andato avanti portandosi quasi al limite?

È un lavoro immane, spaventoso che necessita una grande freschezza di pensiero, di dirigenti in grado di fare, come diceva il filosofo, il salto della tigre, un lavoro da costruire adattandosi come una calcomania alla moltitudine di vite individuali che oggi formano il popolo.

L’attuale caminetto reggente del PD non è attrezzato per questo. È invece un gruppo anonimo, grigio, senza carisma, di gente macerata dai dubbi e che crede che basti recuperare qualcosa dal passato per rigenerarsi. Quando invece dal passato non ci può venire utile nulla.

Un leader vero lo avevamo. Pieno certo di difetti, sbruffone, dalla battuta facile ma un leader vero, uno in grado di guidare le truppe.

Lo abbiamo rosolato a fuoco lento ed invece di sostenerlo lo abbiamo aiutato a sbagliare molte mosse. Un leader che in questa fase fa bene a preservarsi ed a restare silente. Ha soltanto 43 anni. E ci sarà tempo per richiamarlo a gran voce in servizio. Perché questo avverrà, sono sicuro che avverrà nella speranza che non sia ormai troppo tardi.

Enzo Puro tratto da www.manrico.social

Il PD dopo le elezioni e la voce che manca

Il PD ha perso le elezioni, non c’è il minimo dubbio. Ma rischia di perdere anche la faccia e forse anche altro, se non esce dall’angolo nel quale si è rintanato e dimostra al Paese la sua utilità attuale, che potrebbe essere ancora molto alta.

Il M5S e la coalizione di destra hanno avuto indubbiamente un notevole successo elettorale, ma non hanno vinto, e non sono in condizione di governare: da soli non hanno i numeri, ed è altamente improbabile che riescano a mettersi insieme. In primo luogo perchè i 5 stelle, che, come primo partito in Parlamento dovrebbero indicare la rotta da seguire discutendola pubblicamente con gli eventuali alleati, continuano a indicare il nome di Di Maio come possibile Presidente del Consiglio (che raccoglie solo il loro consenso) e non dicono nulla di apprezzabile su un possibile programma di governo, che non può essere la replica del loro programma elettorale, infarcito di promesse demagogiche. In secondo luogo perchè pare che la coalizione di destra abbia più motivi per dividersi che per stare insieme: è a trazione Lega, e Salvini è quello che più appare, ma Forza Italia, che è totalmente indigeribile per i Cinquestelle, intende giocare una partita in proprio a favore del Berlusconi politico e imprenditore. Infatti alle consultazioni da Mattarella non andrà la coalizione, ma i singoli partiti.

Del resto l’attuale legge elettorale, prevalentemente proporzionale, enfatizza il ruolo dei singoli partiti e deprime quello delle coalizioni. Così inspiegabilmente la volle la vecchia maggioranza guidata da Renzi.

Non si sta delineando all’orizzonte quindi nessuna nuova maggioranza, fino ad oggi. L’elezione dei presidenti delle Camere e di tutte le altre cariche istituzionali non comporta accordi nella logica dei rapporti tra maggioranze e opposizioni, quindi non fa testo. Balza all’occhio comunque la bulimia di M5S e Lega, che induce a pensare che sia in atto una pessima occupazione delle istituzioni, persino peggiore di quella del vecchio ceto politico, il che sta a indicare una debolezza politica pericolosa per il Paese, a causa degli squilibri che sta generando.

Ma balza all’occhio anche la decisione del PD di ritrarsi da qualsiasi discussione sul futuro dell’Italia, come se non contasse nulla il fatto che è il secondo partito uscito dalle urne. “Noi siamo all’opposizione”, hanno detto immediatamente, mostrando, senza che fosse richiesto, tutte le ferite elettorali di un gruppo dirigente bloccato e depresso, più che offeso dai continui insulti ricevuti.

All’opposizione di chi, di che cosa, visto che una maggioranza ancora non c’è e probabilmente non ci sarà?

Non hanno nemmeno fatto un’analisi seria del voto, quindi ufficialmente non sanno nulla del Paese emerso dalle urne, di un Paese con divisioni territoriali profonde e pericolose, preda di inaccettabili ingiustizie e diseguaglianze, di rabbia e paure troppo enfatizzate, che oscurano completamente la condizione di oggettivo privilegio nella quale ancora si trova (sarebbe consigliabile consultare un recentissimo studio di Bankitalia su PIL, sviluppo demografico, andamento dell’occupazione, immigrazione) in un mondo pieno di tensioni reali, di guerre, e di carestie rovinose.

E hanno già detto, con pochi distinguo e solo a mezza bocca, “noi siamo all’opposizione”.

All’opposizione di chi, di che cosa, torno a ripetere. Non si rendono conto dei ridicoli paradossi nei quali si sono cacciati? Siccome una maggioranza non c’è, l’idea che diffondono è quella di avere la speranza che si formi l’unica maggioranza possibile senza il PD: una maggioranza di Cinquestelle e Lega, con l’aggiunta di qualcun altro della destra, una maggioranza di blocchi contrapposti, che non stanno insieme nemmeno col vinavil, e che sarebbe esiziale per tutte le persone che hanno un po’ di buon senso, come ce ne sono ancora in Italia e in Europa. E’ questa la speranza dei dirigenti del PD? Leggo sui giornali che il capogruppo del PD al Senato Andrea Marcucci avrebbe espresso il seguente pensiero: “Non vedo l’ora che giuri un governo Di Maio – Salvini”. Caspita! Ma dove vanno a prenderli simili brillanti pensatori? Sull’ineffabile Facebook? La speranza che si affermi il “tanto peggio, tanto meglio”, vale a dire che ciò che sarebbe il peggio per l’Italia sarebbe il meglio per il PD. Se è questa la loro speranza – e se non lo è, sarebbe consigliabile che lo dichiarassero invitando Marcucci a ripassarsi la lezione – avrebbero deciso di mettersi contro l’interesse reale Paese, che dicono invece di avere a cuore. E non si trincerino dietro la volontà dell’elettorato. L’elettorato non ha dato a nessuno maggioranze precostituite, quindi niente alibi.

Non è il momento di stare sulla riva del fiume in attesa dei cadaveri dei nemici, come sembra volere l’inscalfibile blocco renziano alla ricerca di rivincite per sé, solo per sè: un gioco che si compie sulla pelle di quella parte del Paese che si aspetta che il secondo suo partito si comporti come una forza adulta in grado di avanzare proposte di governo, meglio delle altre forze che sono state elette in Parlamento, e di costruire le condizioni perchè vengano accettate. Sbloccarsi insomma, uscire dall’inferno della depressione, dei veti e dei ricatti al proprio interno, uscire dalla sindrome degli ‘incompresi e stizziti’.

Infatti la logica stringente della politica dice, anzi urla, proprio questo al secondo partito d’Italia: o vi liberate al vostro interno dai condizionamenti perniciosi di chi vi ha portato alla sconfitta elettorale, portando al partito aria e linfa nuove, e facendo emergere un po’ di coraggio e generosità, o il Paese si libererà di voi, come se foste ciabatte inutili, venendo a scovarvi ovunque, anche se vi nasconderete all’opposizione. Forse il peggio deve ancora arrivare, se qualcuno pensa ad altre elezioni ravvicinate.

E noi democratici, che abbiamo ancora un qualche orizzonte comune davanti agli occhi, e vorremmo raggiungerlo senza metterci nelle mani dei populisti, di destra o di sinistra, dovremo per forza ripartire dall’anno zero.

 

Lanfranco Scalvenzi

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