L’Economist dossier Italia: privilegi e corporazioni

Un anno fa, a giugno del 2011, l’Economist pubblicò un dossier sulla situazione italiana che fece scalpore per il giudizio su Berlusconi identificato come “l’uomo che ha fottuto un intero paese”. In realtà l’analisi era molto più ricca e approfondita. Qui se ne ripropone una sintesi, divisa in quattro parti, utile a comprendere un punto di vista esterno e non coinvolto nelle polemiche politiche nostrane.

 

I privilegi delle corporazioni

L’Italia è una giungla di piccoli privilegi, rendite e mercati chiusi. Ognuno ha la sua lobby di riferimento, con cui contribuisce a rendere quasi impossibile qualsiasi riforma. Il fenomeno è particolarmente evidente nel settore dei servizi e l’accesso a professioni che potrebbero attirare lavoratori immigrati è ostacolato da enormi barriere. In Gran Bretagna il personale delle farmacie è costituito in buona parte da brillanti giovani di origini asiatiche. In Italia la legge imponeva fino a poco tempo fa una distanza minima tra due farmacie, garantendo un enorme vantaggio a quelle già avviate, impedendo che se ne aprissero di nuove. Quando il titolare di una farmacia moriva, i suoi eredi avevano il diritto di gestire l’attività per dieci anni anche senza le qualifiche necessarie.

pericoloUn altro mercato chiuso è il settore dei taxi, in cui di solito gli immigrati sono la forza lavoro principale. A New York è difficile trovare un tassista di origine statunitense. A Milano, la città più dinamica d’Italia, è difficile trovare un taxi. Secondo un sondaggio informale condotto nell’arco di una settimana nel capoluogo lombardo, tutti i tassisti della città sono italiani e hanno sborsato una cifra consistente per entrare in una corporazione che, limitando il numero di taxi in circolazione, fa crescere i loro guadagni.

Il principio secondo cui a pochi individui sono garantiti dei comodi privilegi a discapito di tutti gli altri non è circoscritto al mondo del lavoro. In Italia manca un sistema di sussidi di disoccupazione universale: le persone che lavorano nella stessa linea di produzione ma svolgono operazioni differenti possono ricevere indennità diverse e per periodi diversi quando perdono il posto. Potrà sembrare un sistema ingiusto, ma metterlo in discussione è politicamente sconveniente e nessun partito è seriamente intenzionato a farlo. Inoltre, i gruppi di privilegiati sono da tempo un elemento distintivo della stessa politica italiana.

giovani e lavoroIn questi sistemi chiusi i perdenti vanno a ingrossare le fila dei disoccupati, di cui i giovani rappresentano una percentuale davvero troppo alta. Più di un quinto degli italiani di età compresa tra i 15 e i 29 anni non studia né lavora. Dopo una riforma introdotta nel 2003, i giovani con un lavoro in regola sono spesso costretti ad accettare condizioni svantaggiose (licenziamenti più facili e niente sussidi di disoccupazione). Di conseguenza la precarietà nel mercato del lavoro colpisce soprattutto una minoranza formata da giovani. Forse anche per questo gli italiani preferiscono un posto di lavoro difficile da trovare ma anche difficile da perdere e per questo motivo il sistema è bloccato.

I sistemi chiusi si prestano ad essere penetrati dalle organizzazioni mafiose come accade nei campi dell’edilizia e della movimentazione terra. Persino al nord le cosche mafiose sono riuscite a controllare diversi consigli comunali con il sostegno di poche centinaia di meridionali che si sono trasferiti dal sud.

Ma l’avversione alla concorrenza non è circoscritta alle piccole imprese. Nel 2008, quando Air France- Klm presentò la sua offerta d’acquisto per Alitalia, ormai in bancarotta, Berlusconi definì la proposta “offensiva”. Il governo ha deciso invece di scaricare 1,2 miliardi di euro di debiti di Alitalia sul bilancio dello stato (oltre ai tre miliardi già versati dai contribuenti) e di vendere la compagnia a una cordata di imprenditori italiani, garantendole per tre anni il monopolio della tratta Roma-Linate (l’aeroporto più comodo per raggiungere Milano).

televisioniNon è facile smantellare sistemi così convenienti. Dopo il successo delle reti di Berlusconi nel settore della tv commerciale, in Italia si è creato un duopolio televisivo formato da Rai (l’emittente di stato) e Mediaset. Il sistema è stato turbato nel 2003 dall’arrivo di Sky Italia, la pay tv di proprietà della News Corporation di Rupert Murdoch. Sky Italia è cresciuta in fretta: nel 2010 ha raggiunto quasi cinque milioni di abbonati. Il suo successo, tuttavia, gli ha creato dei problemi. È stata raddoppiata l’iva per le pay tv e Sky è stata inoltre penalizzata da una legge che abbassa i tetti di raccolta pubblicitaria per i canali a pagamento e li alza per i canali in chiaro, che costituiscono la principale fonte di guadagno di Mediaset.

Forse per questo il tasso di investimenti diretti esteri negli ultimi vent’anni sono sempre stati (in rapporto al pil) ben al di sotto della media europea.

Gli italiani di orientamento liberale criticano questo sistema, ma non sono abbastanza numerosi da esercitare un’influenza politica. Se sono così pochi è a causa di un ambiente ostile. Dopo la seconda guerra mondiale la maggior parte degli elettori italiani si è diviso per 50 anni tra la Democrazia cristiana, che aveva ereditato dalla chiesa cattolica l’avversione al libero mercato, e il Partito comunista. Anche gli attuali partiti di destra – il Popolo della libertà di Berlusconi e la Lega nord – sono chiaramente ostili alla concorrenza.

Invece in questi ultimi anni la sinistra ha fatto di più per aprire i mercati. Pier Luigi Bersani, un ex comunista che oggi guida il Partito democratico, il principale partito d’opposizione, ha avviato una serie di riforme durante l’ultimo governo di centrosinistra, tra il 2006 e il 2008. (fine seconda parte)

L’Economist dossier Italia: un paese che non cresce

Un anno fa, a giugno del 2011, l’Economist pubblicò un dossier sulla situazione italiana che fece scalpore per il giudizio su Berlusconi identificato come “l’uomo che ha fottuto un intero paese”. In realtà l’analisi era molto più ricca e approfondita. Qui se ne ripropone una sintesi, divisa in quattro parti, utile a comprendere un punto di vista esterno e non coinvolto nelle polemiche politiche nostrane.

Perché l’Italia non cresce

È vero che l’Italia ha evitato il disastro durante l’ultima tempesta, ma è altrettanto vero che la sua economia arranca da decenni. La visione rosea dell’economia italiana poggia su due assunti che sono veri solo a metà. Il primo è che l’Italia sia un paese prevalentemente esportatore, come la Germania. Però, a differenza della Germania, l’Italia ha la bilancia commerciale in rosso dal 2005. La sua base industriale è ancora la sesta al mondo, ma la Gran Bretagna, spesso dipinta come un nano industriale, produce ed esporta più automobili dell’Italia.

ricchi e poveriUn’altra convinzione radicata è che l’alto livello di risparmio privato, in genere investito in titoli di stato o semplicemente parcheggiato in banca, tiene l’economia al riparo dai guai. In realtà, il 47 per cento del debito pubblico è detenuto all’estero, una percentuale inferiore alla maggior parte dei paesi europei ma non certo ristretta.

È piuttosto la dimensione del debito pubblico (i titoli di stato italiani sono il terzo mercato obbligazionario al mondo) a farne la forza, ma anche la debolezza. Infatti, il costo sostenuto dall’Italia per il suo debito cresce di una quantità pari all’1 per cento del Pil ogni volta che i tassi aumentano di un punto percentuale.

Il problema più grande è però la mancata crescita che è stata la principale debolezza dell’economia italiana negli ultimi vent’anni e la ragione principale è che le imprese hanno un problema di produttività e competitività.

Molti italiani sono convinti che la loro economia sia trainata dal settore manifatturiero e dall’industria, ma, in realtà, il 70 per cento della forza lavoro è occupata nel settore dei servizi.

velocità sviluppoNegli anni cinquanta e sessanta l’Italia cresceva al ritmo di un paese in via di sviluppo: di norma a un tasso vicino al 10 per cento all’anno. Questo ritmo vertiginoso fu innescato dall’applicazione di nuove tecnologie e dalla grande migrazione interna, soprattutto dal sud al nord del paese (9 milioni di persone tra il 1955 e il 1971) con una grande disponibilità delle persone a lottare per ritagliarsi un posto nella nuova Italia.

Invece, tra il 2001 e il 2005 la produttività del lavoro è cresciuta di un misero 0,1 per cento all’anno, e tra il 2006 e il 2009 è addirittura scesa dello 0,8 per cento all’anno.

L’Italia è invecchiata più in fretta di quasi tutti gli altri paesi ricchi. Secondo le proiezioni attuali, nel 2030 per ogni pensionato ci saranno solo due italiani di età compresa tra i 20 e i 64 anni.

scelte sbagliateLa struttura produttiva è fatta di tante aziende con meno di venti dipendenti e le famiglie proprietarie, ancora molto diffuse, non cedono facilmente il controllo.

Inoltre in Italia si lavora con i contanti e questo grava anche sui costi bancari. Queste due caratteristiche – aziende di piccole dimensioni e uso del contante – facilitano l’evasione fiscale il che aggrava la già molto elevata pressione fiscale.

Elusione fiscale, bassa produttività, imprese a conduzione familiare, mercati dei capitali poco sviluppati, scarsa competitività: sono tutti problemi ben documentati e noti.

Le debolezze economiche del paese riflettono il modo di fare della maggioranza degli italiani. E questo modo di fare, come molte altre cose in questo vecchissimo giovane paese, ha radici profonde. (fine prima parte)

Un modello per il futuro? I beni comuni (di Emanuele Toscano)

Si parla con crescente entusiasmo di beni comuni. Il dibattito intorno al significato e all’importanza dei beni comuni continua ad allargarsi e arricchirsi, con contributi provenienti dalle più diverse tradizioni culturali e politiche.

Definire i beni comuni

Cosa si intende per bene comune? L’idea di “commons” – da cui deriva la locuzione ed è propriamente traducibile in italiano con comunanze – attraversa la filosofia e le scienze umane e sociali da secoli, e riguarda l’insieme delle risorse naturali e del patrimonio culturale e tecnico accumulato dall’umanità del corso del tempo. Secondo Paolo Cacciari, i beni comuni non sono altro che quelle risorse, indispensabili a mantenere connesso il sistema vivente, che rispondono a due caratteristiche fondamentali:

1)     il fatto che nessuno possa affermare di averli prodotti in proprio e rivendicarne così la proprietà esclusiva;

2)     la loro ontologica necessità, il loro cioè essere indispensabili e insostituibili per l’esistenza di ogni individuo.

I beni comuni possono perciò essere ricondotti alla tassonomia proposta da Giovanna Ricoveri, che distingue i beni comuni naturali, materiali ed esauribili da quelli immateriali, illimitati e cognitivi. I primi classicamente intesi come l’acqua, l’energia, le terre fertili e le risorse primarie; i secondi come i servizi pubblici, i saperi e la conoscenza, le infrastrutture e gli strumenti di comunicazione, prima fra tutti la rete Internet.

L’immaterialità e la natura cognitiva della seconda tipizzazione potrebbe far pensare ad una eccessiva astrazione, che rimane confinata nella dimensione della riflessione teorica e non trova una sua traduzione pratica ed efficace. Già da tempo invece questa visione di conoscenza intesa come bene comune si sta traducendo in pratiche che riducono la portata della proprietà esclusiva, valorizzando la condivisione. Pratiche che si determinano nella convinzione del ruolo emancipante della conoscenza, come strumento di affermazione del proprio sé e dei propri diritti. Sono un esempio le licenze creative commons, che consentono ai detentori di diritti di copyright di mettere a disposizione tutti o parte di questi diritti alla collettività, permettendo la circolazione e lo scambio di informazioni. Le comunanze creative – è questa la traduzione letterale, ma convenzionalmente si utilizza quella di opera comune – vanno proprio nella direzione della valorizzazione e accrescimento della conoscenza intesa come bene comune.

economia socialePerché i beni comuni?

L’idea di bene comune s’impone in opposizione all’individualismo becero e distruttivo di sedici anni di cultura berlusconiana, che ha smantellato lo stato sociale, osteggiato l’affermazione dei diritti individuali, annullato e represso l’espressione del dissenso, svilito a gazzarra la dialettica politica, consumato e avvelenato il nostro territorio. L’idea di bene comune deve ritornare ad essere la cornice all’interno della quale condurre le proprie battaglie politiche e sociali, arricchendole così di una dimensione culturale volta a riaffermare un’idea di rispetto e solidarietà, di responsabilità e di sviluppo del paese.

Difendere, tutelare e servirsi responsabilmente dei beni comuni significa promuovere una politica che si incentri su nuovi modelli di consumo più responsabili e consapevoli, su filiere produttive – soprattutto alimentari – più corte, su una tensione alla sostenibilità, su un’idea di conoscenza percepita come investimento e non come spesa. Sulla tutela, non da ultimo, delle infrastrutture di comunicazione come spazi pubblici aperti e democratici.

Una politica incentrata sul bene comune è una sfida alla conciliazione tra le esigenze dei percorsi individuali di affermazione di sé propri della modernità con gli interessi più generali della collettività. Una sfida da raccogliere e da giocare su diversi piani:
a) sul piano politico, attraverso pratiche virtuose di innovazione sostenibile, di politiche partecipate alla gestione del territorio e delle sue risorse;
b) sul piano culturale, attraverso la ri-sensibilizzazione ai valori del rispetto e della solidarietà, nella convinzione che la propria affermazione di sé non è possibile senza che sia riconosciuto a tutti lo stesso diritto. Che – in sintesi – non si salva nessuno se non ci salviamo tutti.

E in questo processo di riscoperta dei beni comuni sono tutti chiamati a giocare un ruolo, in una prospettiva comune di educazione alla responsabilità e di riscoperta della partecipazione e della condivisione. Sono chiamati i singoli cittadini, gli amministratori, le istituzioni politiche e quelle sindacali, le associazioni ed i movimenti.

Emanuele Toscano da www.prossimaitalia.it

Fra individuo e collettività: scelte e democrazia (di Alberto Biancardi e Claudio Lombardi)

Egoismo individuale e onestà collettiva

La realtà quotidiana è piena di esempi in cui la convenienza – miope e momentanea – del singolo non coincide con quella della comunità nel suo insieme. E l’economia, al pari delle altre scienze sociali, trova analoga difficoltà a proporre modelli e soluzioni che coniughino esigenze ed egoismi individuali con fini di tipo collettivo. Come dire: si potrebbe disporre di un ambiente più sano e di città meno inquinate (di società meno corrotte, ecc.) ma il comportamento di alcuni singoli individui può non consentire di raggiungere questo obiettivo comune e, al pari, è difficile mettere a punto un sistema di regole che induca al suo perseguimento.

Per porre rimedio a questi problemi, di prassi, si scrivono norme, si predispongono sanzioni e si suggeriscono comportamenti in relazioni a situazioni in cui gli individui potrebbero trarre giovamento da una reciproca collaborazione, ma in assenza di sicurezza riguardo a ciò o di un vincolo cogente si comportano in modo non cooperativo e raggiungono risultati meno soddisfacenti, per il singolo e per la collettività nel suo insieme.

Talvolta la collaborazione può essere imposta da una norma specifica (accompagnata da una sanzione per chi non dovesse conformarsi alla medesima), oppure indotta tramite la diffusione di informazioni e modelli comportamentali.

Ad esempio, siccome è onesto – e non conveniente per la collettività nel suo insieme – non inquinare, si predispongono gli standard ambientali a cui un’impresa deve uniformarsi e le relative sanzioni per chi continua a inquinare. Al tempo stesso, si tenta di convincere gli operatori a mettere in atto comportamenti virtuosi tramite una migliore informazione sulle conseguenze sull’ecosistema derivanti da comportamenti meno rispettosi dell’ambiente.

La regolazione economica dei servizi di pubblica utilità, usando questa definizione in senso lato, è stracolma di esempi di norme che inducono e obbligano a comportamenti, diciamo così, onesti.

L’inquinamento o le emissioni di gas serra costituiscono due esempi di esternalità negative. In questo caso, le regole si basano su un percorso logico simmetrico. Infatti, impedendo i comportamenti negativi per l’ambiente e fissando sanzioni e corrispettivi per le emissioni, si fa in modo di evitare che i singoli soggetti – diciamo così – disonesti, scarichino sulla collettività i costi derivanti dai loro comportamenti.

I comportamenti virtuosi possono talora essere indotti da azioni persuasive, di convincimento o, più in generale, da meccanismi non cogenti che inducano a una collaborazione fra gli individui e a comportamenti spontanei virtuosi.

Se ciascun individuo si rende conto che la collaborazione è la strategia migliore, la applica nella convinzione che tutti gli altri facciano lo stesso. Il meccanismo funziona se è credibile la minaccia di punizione per chi approfitta della fiducia altrui. Questa semplice minaccia può garantire il permanere dell’atteggiamento collaborativo. E la punizione, talvolta, può essere anche una semplice forte disapprovazione da parte degli altri appartenenti alla medesima comunità e la conseguente perdita di reputazione.

L’onestà del singolo

Tuttavia, occorre domandarsi se il singolo sia inguaribilmente egoista e proprio per questo spesso disonesto, mentre la collettività non possa che essere considerata onesta. Ovviamente, questo non è vero. Come è intuitivo le scelte individuali sono spesso indotte da impressioni, intuizioni e sentimenti. Ciò implica una limitata ponderazione e il rischio di scelte superficiali ed etero dirette. Di contro, la ponderazione è preferibile, ma richiede più tempo e più informazioni.

Per questo è importante introdurre meccanismi di “assistenza” alla ponderazione che mettano in condizione di valutare nell’immediato gli effetti della scelta adottata che, magari, sono molto lontani nel tempo; oppure a rendere disponibili opzioni di default a fini comparativi; o, ancora, a semplificare l’insieme delle decisioni per evitare il cosiddetto sovraccarico cognitivo. Il tutto potrebbe anche essere indicato come una “spinta gentile” verso meccanismi di scelta razionale.

Le conseguenze per la regolazione dei servizi di pubblica utilità appaiono abbastanza chiare, almeno nella logica generale. I consumatori devono essere messi in grado di valutare con trasparenza le opzioni disponibili, non devono essere sovraccaricati di inutili alternative e, più in generale, le decisioni principali, aventi effetti tipicamente di medio e lungo periodo vanno adottate – anche dalle istituzioni – tenendo conto degli effetti su un ampio orizzonte temporale.

Gli strumenti da predisporre – in sintesi – sono gli standard contrattuali, le procedure comparative e tutti ciò che serve (molto importanti le consultazioni pubbliche) per rendere trasparente e motivata la decisione.

Ingannare se stessi per meglio ingannare gli altri

Torniamo al doppio binomio scelte individuali-scelte collettive e onestà-disonestà. A questo punto sorge anche il duplice problema della liceità della spinta verso scelte razionali e del valore delle decisioni individuali.

In sostanza e per semplificare non vi sono argomentazioni incontrovertibili per affermare la corrispondenza fra ognuno dei due termini di un binomio con l’altro.

Il puzzle appare di ben difficile soluzione e sembra logico far sì che le soluzioni medesime siano adattate a seconda dei casi. Semplificando e riferendosi a scelte tipiche dei settori energetici, ciò vuol dire che se l’ambiente è un bene di tutti, va tutelato contro alcune azioni individuali inquinanti. Dunque, in questa circostanza il limite all’azione individuale è lecito. Invece, la scelta del contratto di fornitura di energia elettrica può essere lasciata al singolo, magari garantendo una scelta trasparente e motivata perché non vi sono ragioni per impedire che il consumatore decida che tipo di fornitura disporre.

C’è però ancora una questione di rilievo: la fondatezza della scelta effettuata può essere limitata a causa dell’elevata incertezza che caratterizza il contesto decisionale. Questa situazione è molto frequente. Si pensi, fra tutti gli esempi ipotizzabili e sempre con riferimento alle politiche energetiche e ambientali, alle politiche di incentivazione alle nuove tecnologie (di produzione di energia elettrica, di incremento dell’efficienza energetica, di trasporto, ecc.). In queste circostanze, la incerta dinamica dei costi di produzione e il semplice fatto che l’impatto delle decisioni adottate nel presente dovrebbe essere valutato su periodi di lunga entità, rende ben difficile selezionare con certezza quali tecnologie incentivare. Può darsi, dunque, che non si sia in grado di affermare con sufficiente certezza cosa sia onesto fare e cosa, al contrario, sia del tutto irragionevole. O che, per lo meno, scartate alcune soluzioni non ragionevoli, restino disponibili più opzioni fra cui scegliere.

A questo punto bisogna tirare in ballo un altro concetto, quello dell’inganno. Si complica il ragionamento, ma fa parte delle relazioni e dei comportamenti umani in misura troppo ampia per non tenerne conto. Come è noto il meccanismo dell’inganno e dell’auto-inganno è uno dei pilastri sui cui si poggia l’interazione fra individuo e società in svariati ambiti. Ciò implica che, in molti casi, il fatto che un’idea, un’interpretazione, un fatto siano veri non conta più di tanto. Invece, conta che il risultato sia in linea con le aspettative e le preferenze del singolo individuo.

Molto diffuso in natura, questo meccanismo, nel caso della razza umana, è un’arma potente in quanto consente di risparmiare carico cognitivo a chi sta ingannando e, dunque, di rendere meno faticosa ed evidente agli altri questa azione. Seguendo questa attitudine, ci rappresentiamo meglio di come siamo, tendiamo a denigrare gli altri, siamo meno in grado di ascoltare il nostro prossimo quando abbiamo posizioni di potere, ci illudiamo di avere sotto controllo una situazione e di prevederne le evoluzioni nonostante la scarsità di informazioni, inventiamo falsi racconti sulla nostra vita, nonché inventiamo e crediamo facilmente a fatti storici e sociali riguardanti razze o persone di cui non condividiamo opinioni, costumi o credenze.

In questo gioco di specchi l’aspetto centrale da valutare, ai fini del giudizio sulla persistenza di un comportamento nel medio e lungo periodo, è la sostenibilità dello stesso da parte della collettività nel suo insieme.

Sotto questo profilo, più che la verità o l’onestà contano la coerenza e la capacità di mantenere invariato il comportamento medesimo e il contesto sociale circostante. Questo vale sia per l’individuo che per la collettività.

La conseguenza per chi si occupa di scrivere norme e formulare politiche su temi socio-economici è di tentare di tenere ben distinti fatti e interpretazioni. Ossia non bisogna trascurare il contenuto sostanziale che ci deve essere in ogni politica di tipo sociale ed economico anche scontando la difficoltà di avere la certezza dell’onestà e della validità delle scelte adottate.

Cosa conta allora se non si può mai essere certi della assoluta fondatezza e dell’onestà (assenza di inganni e auto-inganni) delle scelte decisionali sia collettive che individuali?

Conta il confronto aperto e democratico perché se non si può mai dire di essere pienamente onesti, il fatto di poter dimostrare di aver perlomeno provato a esserlo è la migliore prova di onestà e, si spera, la più solida dimostrazione che si può offrire per mantenere il consenso e la coesione sociale.

Insomma, la vecchia e cara democrazia, ancora una volta, nonostante gli acciacchi e le critiche rischia di essere il migliore dei mondi possibili …

Alberto Biancardi – Claudio Lombardi

Elenco delle cose di cui ha bisogno per combattere la mafia (legge il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso)

 

  1. grassoHo bisogno che la lotta alla mafia sia posta tra le priorità nel programma di qualsiasi partito e che le leggi per contrastarla ricevano voto unanime.

  2. Ho bisogno che imprenditoria, burocrazia, politica, rappresentanti delle istituzioni e delle professioni, insomma l’area grigia contigua alla mafia, non intrecci relazioni con essa, formando cricche e reti criminali per gestire i loro lucrosi, comuni affari.

  3. Ho bisogno che ai giovani delle forze dell’ordine, agli operatori di giustizia, ai magistrati, che tanti successi hanno conseguito con dedizione, con sacrifici, con rischio della vita, non manchino risorse, tecnologie, incentivi economici, ma anche autovetture, carburante, carta, etc..

  4. Ho bisogno che nel reato di scambio elettorale politico mafioso oltre al danaro sia compresa qualsiasi utilità in cambio della promessa di voto.

  5. Ho bisogno di conoscere tutti i segreti della mafia, i suoi progetti criminali, le sue strutture, i suoi traffici, le sue relazioni esterne attraverso pentiti e testimoni di giustizia, che vanno incentivati, e attraverso le intercettazioni, che, nel rispetto della privacy, del segreto investigativo e senza imporre bavagli all’informazione, non vanno limitate.

  6. Ho bisogno che i beni sequestrati e confiscati ai mafiosi siano al più presto destinati all’utilità dei cittadini.

  7. Ho bisogno, per evitare che i boss mafiosi continuino a comandare dal carcere, che il regime del 41 bis sia applicato in strutture adeguate e in maniera efficace.

  8. Ho bisogno che siano rapidamente sciolte le amministrazioni locali ed allontanati i funzionari infedeli, quando si pongono al servizio degli interessi e dei privilegi dei mafiosi.

  9. Ho bisogno che all’estero, dove l’Italia è apprezzata per la strategia e gli strumenti di contrasto alla criminalità organizzata, non ci siano Stati-rifugio per i tesori della mafia, della corruzione, dell’evasione fiscale.

  10. Ho bisogno di una legge sull’autoriciclaggio, per indagare, cosa attualmente non consentita, su chi commette un reato e poi ne occulta i profitti.

  11. Ho bisogno di politiche di sviluppo che diminuiscano gli squilibri tra Nord e Sud, che non trattino il Sud come un vuoto a perdere, di quelli che…tanto si arrangiano, tanto si ammazzano tra di loro.

  12. Non ho bisogno per combattere la mafia dell’annunciata riforma della giustizia, almeno di quella che propone la separazione delle carriere, un Consiglio Superiore della magistratura solo per il pubblico ministero, l’appellabilità delle sentenze solo da parte del condannato, leggi ad personam, termini iugulatori per le varie fasi processuali che portano all’impunità degli imputati.

  13. Ho bisogno, invece, di una riforma della giustizia che tenda a ridurre drasticamente il numero degli uffici giudiziari, a rendere più agile e veloce il processo penale, a rivedere il sistema delle impugnazioni, ad eliminare quelle garanzie soltanto formali, che consentono strategie dilatorie, funzionali a scarcerazioni o prescrizioni.

  14. Ho bisogno di stare attento a coloro che più che riformare la giustizia e curarne i mali secolari vogliono riformare i magistrati, delegittimarli, intimidirli, renderli inoffensivi, considerarli un cancro da estirpare.

  15. Ho bisogno di quei magistrati, antropologicamente diversi, che riconoscono nei principi costituzionali, dell’obbligatorietà dell’azione penale, della dipendenza della polizia giudiziaria dal pubblico ministero e dell’autonomia e indipendenza della magistratura, un patrimonio insostituibile di democrazia, da difendere, anche da parte di tutti i cittadini, non come un privilegio di casta, odioso, come tutti i privilegi, ma come principi funzionali alla domanda di giustizia che alta si leva dalla società;

  16. di quei magistrati, che pur non essendo stati eletti dal popolo, si distinguono per il rigore etico, per la strenua ed inflessibile difesa della cosa pubblica, delle istituzioni e della società;

  17. di quei magistrati, matti o utopisti, che ancora credono che in Italia si possa riuscire a processare, oltre ai mafiosi ed ai mandanti delle stragi, anche la mafia dei colletti bianchi, gli infiltrati nelle istituzioni, i corruttori di giudici, di pubblici funzionari e di politici, coloro che creano all’estero società fittizie per riciclare denaro sporco;

  18. di quei magistrati che, come me, dinanzi alle bare rivestite del tricolore, dei berretti degli agenti di scorta e delle toghe dei magistrati Falcone e Borsellino, giurarono che la loro morte non sarebbe stata vana e che per questa Italia unita, al Nord come al Sud, sono pronti a dare la vita.

Da “Vieni via con me” del 29 novembre 2010

Sanità e sicurezza:intervista a Domenico Gioffrè

Un’ottantenne originario di Molfetta muore dopo essere caduto da una autoambulanza a Bari.
Una donna muore di tumore in Trentino. Il risultato del pap test non le era stato mai spedito perché il francobollo non era stato pagato.
All’ospedale civile Annunziata di Cosenza, ad una bambina di due anni e mezzo è stato ingessato per errore il braccio sano.
E tutto ciò in poche settimane a cavallo della fine del 2009 e l’inizio del nuovo anno. Prendiamo spunto da questi fatti, riportati sulle prime pagine dei giornali, per rivolgere alcune domande a Domenico Gioffrè responsabile, per Cittadinanzattiva, del Tribunale per i diritti del malato della regione Toscana.

civicolab:

E’ davvero inquietante che l’ospedale in quanto luogo di cura, sia il posto dove si muore per errori, cattiva organizzazione, colpa grave, imperizia. Tra pochi giorni si spegneranno i riflettori su queste vicende e, forse, tutto tornerà come prima. Ne riparleremo insomma alla prossima occasione. Ma è davvero inevitabile che accadano fatti così gravi?

Gioffrè:

Rispetto ai casi verificatesi in questi giorni è sempre difficile poterne parlare solo sulla base di ciò che hanno pubblicato i giornali. Il rigore richiede sempre una conoscenza esatta dei fatti anche se non si può accettare che in una ortopedia ti ingessino il braccio sbagliato o che un paziente cada dall’ambulanza e che non ti consegnino per tempo un test che può salvarti la vita. Questo non è ammissibile. Non sono categorie da ascrivere tra quelle imponderabili. C’è da chiedersi, piuttosto, se alcuni di questi casi non siano stati preceduti da segnali premonitori che non sono stati colti ed ai quali non è stata data la giusta importanza e posto l’adeguato rimedio.

 civicolab:

Lei si riferisce a possibili errori, eventi avversi, di cui non si è percepita la potenziale pericolosità e per i quali si sia anche trascurato un attento esame delle cause?

 Gioffrè:

Esattamente. Voglio dire insomma che alcuni eventi vengono preceduti da segnali che dovrebbero essere registrati per darne poi un’attenta lettura. E’ questa la cultura che dobbiamo sviluppare nel nostro paese e forse non lo abbiamo fatto ancora abbastanza. Di certo non potremo eliminare del tutto l’errore. Esso non risparmia nessuna attività umana. Non correggerlo, evitando così che si ripeta o che si trasformi in incidente, talvolta fatale, è sbagliato. Mentre, invece, è possibile intervenire per ridurre al minimo i casi e la loro gravità. E’ doveroso farlo. Ed è colpa grave non farlo.

 civicolab:

Lei si riferisce probabilmente ai cosi detti “eventi sentinella”

 Gioffrè:

Esatto. Mi riferisco agli “eventi sentinella” che si presentano quasi tutti i giorni all’interno delle procedure e che solo in determinate circostanze, in concomitanza con altri fattori sfavorevoli creano l’incidente. Prevenire l’incidente, ridurre i suoi effetti, vuol dire discutere con tutta l’equipe di lavoro l’evento sentinella, capirne le ragioni e rimuoverne la cause. Insomma intervenire a monte perché non serve a nulla farlo a valle quando può essere troppo tardi. Anzi, quasi sempre è troppo tardi.

 civicolab:

E allora perché c’è tanta riluttanza ad affrontare questi temi ?

 Gioffrè:

Se l’evento avverso è causato dall’errore umano la prima cosa che si fa istintivamente è quella di occultarlo. Il concetto della “colpa”, e quel che ne consegue, prende il sopravvento su tutto ed impedisce l’analisi delle cause e dei contesti in cui è potuto maturare l’errore, tra questi, non di rado, una cattiva organizzazione del lavoro.

 civicolab:

Umberto Veronesi ha dichiarato che la nostra sanità è una delle migliori al mondo. Lei è d’accordo?

 Gioffrè:

Condivido questa valutazione anche se in alcune zone del nostro paese non vengono garantiti a tutti gli stessi diritti. Viviamo in un paese ineguale. Ma questo non ha tanto a che fare con l’argomento di cui stiamo parlando. Incidenti clamorosi si sono verificati anche in regioni cosiddette virtuose. Gli incidenti insomma non hanno patria e purtroppo si ripeteranno. Speriamo sempre meno.

 civicolab:

Che ruolo possono giocare i “cittadini attivi”?

 Gioffrè:

In molti paesi scandinavi si sono accorti già da molti anni che la collaborazione dei cittadini è utile per il miglioramento della cultura della sicurezza. Un cittadino più consapevole è sempre un valore aggiunto. Nel nostro paese, salvo qualche tentativo in alcune regioni, questo coinvolgimento non è ancora avvenuto. Non è stato richiesto. I pazienti devono poter esercitare il loro diritto di conoscere tutti gli atti inerenti la loro salute e la documentazione relativa, ivi compresi i contenuti del report degli eventi avversi in cui sono stati coinvolti, segnalando disservizi e problemi che sono sotto la loro diretta applicazione e vigilando, come tutti sulla propria sicurezza.

 civicolab:

Mi risulta però che in Toscana avete qualche esperienza positiva in tal senso

 Gioffrè:

Si. Nella nostra regione già da qualche anno all’interno dell’Assessorato al diritto alla salute è stato istituito il “Governo del rischio clinico”. E’ una struttura formata da professionisti di valore che sta facendo molta cultura in questo settore anche con provvedimenti e misure già applicate in tantissime strutture sanitarie.

 civicolab:

E voi del Tribunale per i diritti del malato quali azioni state svolgendo?

 Gioffrè:

Abbiamo affrontato i temi della sicurezza in una “Giornata regionale di sanità” chiedendo di:
1) Migliorare la qualità delle cure e dell’assistenza.
2) Incoraggiare la segnalazione e la cultura della trasparenza, non occultando l’errore. La sua discussione è un modo efficace per evitare il suo ripetersi.
3) Inseguire l’obiettivo che sia anche il paziente a segnalare un evento avverso mediante l’istituzione di un sistema di reporting da parte dei pazienti.
4) Attivare un registro regionale del tipo “incident reporting” per la registrazione e valutazione degli errori più frequentemente rilevati.
5) Realizzare eventi di informazione e formazione rivolte agli operatori sanitari e campagne informative rivolte ai cittadini.
6) Realizzare un sistema informativo integrato su: reclami, incidenti e contenzioso finalizzato all’istituzione di un Osservatorio regionale degli eventi indesiderati.
7) Simulare degli incidenti in Aree critiche.
8) Realizzare e integrare tre sistemi informativi (reclami, incidenti e contenzioso) per realizzare un Osservatorio regionale degli eventi indesiderati.
9) Identificare specifiche aree ad alto rischio.
10) Migliorare la comunicazione con il cittadino / paziente.
11) Informatizzare le procedure diagnostiche e terapeutiche nelle strutture sanitarie e la cartella clinica.
12) Garantire l’equipollenza delle prestazioni per ridurre i fattori di stress. (es. nelle aree chirurgiche).