Brexit. Ci vuole il federalismo europeo

federalismo eurozona

Il divorzio tra Londra e Bruxelles è per molti versi paradossale perché la UE a me, federalista convinto, è apparsa sempre fin troppo condizionata da una continua ricerca della mediazione con i governi inglesi fatta di veti posti e non respinti. L’ultimo episodio poche settimane fa quando Cameron ha raggiunto un accordo umiliante per l’Unione e per gli europei.

brexitIl problema di fondo è sempre quello già da tempo individuato: la UE nata a Maastricht nel 1992 da un compromesso a cui era chiaro dovesse seguire un progetto politico lì si è fermata e non è andata più avanti. Sì certo si è arrivati all’euro, ma il progetto politico che doveva accompagnarlo è stato bloccato. La bocciatura della costituzione europea con i referendum in Francia ed in Olanda fu un campanello d’allarme a cui si rispose in modo molto timido. Il colpo più forte è arrivato poi con lo Tsunami della crisi finanziaria mondiale. Allora i nostri politici ed i più importanti operatori economici usarono la retorica della crisi venuta da lontano. Non vollero riconoscere le fragilità della costruzione europea e dell’eurozona in particolare. Concentrati sui parametri di bilancio non si accorsero della mancanza degli strumenti necessari per  fare politiche anticicliche cioè per rilanciare l’economia con gli investimenti.

Oggi rischiamo di fare lo stesso errore con la Brexit. Il fatto che quasi tutti gli economisti affermino che la Gran Bretagna pagherà caro il divorzio da Bruxelles non significa che il Pil perso dai britannici sarà in buona parte intercettato dagli altri paesi dell’Unione. Nell’economia globalizzata è facile che prevalga l’effetto contagio, ovvero che la recessione della Gran Bretagna trascini nel baratro l’intera Europa. Senza tanti giri di parole basta vedere cosa è accaduto in questi giorni sui mercati finanziari.

crisi EuropaAltro paradosso. Molti di coloro che hanno votato leave volevano dare uno schiaffo al sistema, eppure quei colossi che in questi mesi perderanno tanto terreno in borsa probabilmente scaricheranno la crisi sui  più deboli. Possiamo star certi che i crolli di borsa di oggi sono i licenziamenti di domani. Ma cosa avranno da esultare i leghisti nostrani e i  nazionalisti nel vedere che ad una condizione di difficoltà che dura da anni si aggiunge adesso anche questa drammatica ulteriore crisi finanziaria portata dal voto inglese?

Scrive Raghuram Rajan, economista indiano-americano ed attuale governatore della banca centrale indiana che le sempre più ricorrenti crisi finanziarie producono riprese (del prodotto interno lordo) senza occupazione perchè il sistema mette tempi sempre più lunghi per ritornare ai livelli di disoccupazione pre crisi.

In Europa le cose vanno perfino peggio perché nei paesi mediterranei non si intravede neanche la possibilità di tornare ai livelli di occupazione del 2008. Oggi una recessione pare inevitabile da entrambe le parti della Manica e guardando al nostro orticello in Italia probabilmente dissiperà i limitati segnali di ripresa che abbiamo registrato negli ultimi mesi. Probabilmente fra tre o quattro anni i mercati avranno recuperato il terreno perduto e forse i grandi patrimoni saranno cresciuti come se la crisi non ci fosse mai stata, ma i giovani precari o i lavoratori anziani rimasti a casa non avranno modo alcun di recuperare il tempo perso, le loro vite saranno segnate dai drammatici anni del post Brexit. Il voto di protesta avrà avuto così il drammatico effetto di far crescere le disuguaglianze.

euro rotturaL’Euro è da lungo tempo usato come capro espiatorio delle incapacità dei politici europei, tuttavia è inevitabile ammettere che la moneta comune non ha retto l’urto delle ricorrenti crisi del suo tempo perché è stata tradita la promessa di stabilità fatta a Maastricht. Nel 1992 i principali fattori di instabilità erano l’inflazione ed il debito pubblico, oggi sono i terremoti finanziari, causa principale degli attuali livelli di povertà e disuguaglianza. Se l’area euro  non si doterà dei necessari strumenti di stabilizzazione economica, compresa una buona regolamentazione del settore finanziario, passeremo i nostri anni a saltare di crisi in crisi e di bolla in bolla.

Il divorzio tra Londra e Bruxelles avrà costi che oggi è difficile prevedere. Se Londra sta correndo un rischio senza precedenti perché potrebbe essere tagliata fuori da una globalizzazione in cui fino ad oggi ha avuto un ruolo da protagonista, la mancanza di istituzioni politiche dell’area euro potrebbe farci pagare i costi maggiori della crisi. L’area euro e l’Unione, e soprattutto le loro classi dirigenti, sono chiamate ad una prova senza appello, o si trasforma l’area euro in una federazione o si torna al 1914. Non si trascuri il fatto che l’euroscetticismo ha raggiunto livelli mai visti e l’abbandono di Londra renderà probabilmente ancora più ostile il clima per i federatori. Ha poco senso consolarsi pensando che sotto il profilo economico Londra avrà la peggio. Occorre un’azione forte prima che sia troppo tardi. Se non riusciamo a reagire nella maniera giusta ci rimetteremo tutti.

Salvatore Sinagra

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