Buon lavoro Cècile….. avrai tanto da fare (di Angela Masi)

Non pensavo che, nel nostro Paese, la presenza (anche istituzionale) di cittadini extra-comunitari potesse suscitare un dibattito intorno al razzismo come se ci fosse bisogno di ristabilirne ancora una volta l’estraneità alla convivenza civile.

cecile kyengePurtroppo è la politica che, in alcune sue parti, sembra essere lontana anni luce dal progresso e dalla civiltà della società civile. Certo, chi è diverso può ancora suscitare qualche curiosità, ma immaginavo che  un percorso di cultura dell’integrazione fosse già avviato da diversi anni, forse addirittura da più di un decennio. Evidentemente un’analisi parziale la mia che non tiene conto dell’arretratezza di alcune zone del bel Paese e del fenomeno sociale e culturale, diventato politico grazie a Berlusconi, della Lega Nord. Eppure l’Italia è un Paese che dall’immigrazione nasce e che con l’immigrazione continua a crescere: popoli e Paesi hanno attraversato in lungo e in largo l’Italia creandola e trasformandola.

Studi recentissimi (Ismu nel 2011 e Istat nel 2012), tra l’altro, dicono che se l’immigrazione diminuisse sarebbe un problema, soprattutto per l’economia del nostro Paese. Che poi è proprio ciò che secondo questi studi, per la prima volta da molti anni sta accadendo in Italia dato che emigrano più italiani (e ormai anche gli stessi immigrati se ne vanno) di quanti nuovi arrivi si registrino .

Nonostante ciò alcuni settori delle attività produttive e dei servizi alla persona non potrebbero funzionare senza i lavoratori e le lavoratrici stranieri; anzi si può tranquillamente dire che sono stati addirittura rivitalizzati dalla presenza di una manodopera straniera.

Un Paese il nostro, che forse dovrebbe provare ad attirare manodopera di alto livello anche se in effetti la “esporta” come documentato dalla arcinota “fuga dei cervelli”. Ma potrebbe farlo solo attraverso la cultura dell’integrazione e dell’accoglienza che da sempre ha caratterizzato il nostro Paese e che, negli ultimi anni il legislatore ha tentato diverse volte di regolare grossolanamente, in assoluta controtendenza rispetto a quello che nella società si muoveva: dalla legge Bossi-Fini, all’introduzione del reato di clandestinità, dall’istituzione dei centri di identificazione ed espulsione, alla legge sulla cittadinanza.

Insomma, si è tentato di regolare i flussi migratori generando solo il fenomeno culturale della paura, una paura accresciuta dalla mancanza della conoscenza dell’altro che, secondo me, è in linea perfetta con le politiche della scuola pubblica e con uno sviluppo dei mass-media violento, superficiale e soporifero per il pensiero autonomo delle persone.

Il professor Dalla Zuanna, che certo non è una mente rivoluzionaria, un terrorista o un pan-africano ha recentamente affermato: “Chi viene non porta via il lavoro ai nostri. Più si fanno girare persone, più si allargano le opportunità di crescere per tutti”.

Dal punto di vista dei cittadini extra-comunitari, invece, le condizioni attuali degli immigrati e la congiuntura economica sfavorevole hanno provocato la consapevolezza che l’Italia non è in grado di garantire a tutti un’occupazione stabile e quindi la necessità di un ritorno anticipato in Patria rispetto a quello previsto nel progetto migratorio.immigrati in Italia

Cosa portano a casa questi cittadini? Anni, (in alcuni casi decenni) vissuti tra un centro per l’immigrazione e l’altro, attese lunghissime per il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno, una vita pubblica mai vissuta perchè non hanno avuto la possibilità di esprimere il loro consenso o dissenso al governo del Paese, nonostante le scelte legislative riguardassero anche loro e di loro si servissero nelle campagne elettorali; anni di contributi versati (nella migliore delle ipotesi di lavoro regolarmente contrattualizzato) per sostenere le pensioni dei nostri padri.

Negli ultimi anni, le forze politiche, spesso hanno candidato nelle proprie liste cittadini provenienti da Paesi terzi: seppur innalzati a vetrina elettorale in risposta ad una società che si muoveva in modo più veloce e all’avanguardia rispetto alla politica, la presenza degli immigrati avviava un percorso di civiltà nuovo in Italia che comunque restava indietro rispetto agli altri Paesi europei. Il governo di Enrico Letta istituisce il Ministero per l’integrazione e mette alla sua guida Cècile Keynge, una donna congolese, immigrata in Italia negli anni ’80 che prima lavora come assistente famigliare in Emilia Romagna e, con quello che guadagna, diventa medico-oculista: un esempio di caparbietà, determinazione e impegno civile non solo per l’Italia, ma anche per i suoi connazionali che una carriera di quel tipo (ma anche molto di meno), neanche riescono ad immaginarla.

Una ventata di modernità, stroncata da tutte quelle forze politiche che, piuttosto che far passare l’evento come una cosa scontata in un Paese civile, avviano una campagna di violenza nel linguaggio  non solo contro l’immigrazione: oltre ai commenti di noti esponenti della Lega Nord, non sono mancati i commenti dei grillini che, hanno urlato alla strumentalizzazione della nuova Ministra, con buona pace del valore delle donne e del rispetto per le capacità politiche, seppur ancora sconosciute.

Abbiamo forse paura di pensare ai Paesi in via di sviluppo come una chiave di volta nello sviluppo dell’economia, non solo italiana, e ai cittadini extra-comunitari protagonisti di questo sviluppo, insomma persone normali e non sudditi dell’Occidente?

Io auguro buon lavoro a Cècile Keynge e attendo fiduciosa il voto unanime per la concessione della cittadinanza a tutti i figli degli immigrati nati nel nostro Paese: è una questione di civiltà, oltre che di modernità.

Angela Masi

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