Capipopolo urlanti, populisti, complottisti, sognatori non servono, basta fare i cittadini (di Claudio Lombardi)

In nome dei cittadini ! Piace a tutti indossare questa veste: parlare per i cittadini, interpretare i loro interessi, indicare la via giusta da seguire. Tutto ciò che può trasmettere l’idea della “purezza” viene utilizzato e la cosa migliore è evitare i contrasti fra interessi diversi, tralasciare di individuare qual’è il terreno comune sul quale questi possono incontrarsi per poter riconoscere un interesse collettivo, mettere da parte ogni ricostruzione della nozione di cittadinanza e la faticosa ricognizione della posizione del cittadino di fronte allo Stato. La cosa migliore è alzare la voce e indirizzare le urla contro un nemico sperando che l’estrema semplificazione mascheri un vuoto di analisi e di proposta.

Un interessante articolo di Curzio Maltese sul Venerdi di Repubblica del 27 gennaio aiuta a mettere a fuoco la questione. L’articolo parte da un’affermazione fatta dal comico-capopolo Beppe Grillo durante la presentazione di un suo libro così come riportata dal “Il Fatto”.

“Il governo Monti sta facendo questo sporco lavoro schifoso di mettere le categorie dei cittadini l’una contro l’altra; per esempio gli evasori contro chi paga le tasse”.

Scrive Curzio Maltese: “ Risulta difficile capire perché non bisognerebbe contrapporre chi paga le tasse a chi non le paga, il che sarebbe un reato, ammesso che interessi a Grillo. È schifoso come contrapporre i derubati ai ladri che, in fondo, sono anche loro una “categoria di cittadini”. I ladri, gli evasori, i corruttori, i mafiosi: tutte categorie di cittadini che avrebbero, forse, diritto a un sindacato se non ci pensassero già le lobbies  parlamentari ed extraparlamentari. È la solita storia. In Italia puoi urlare alla rivoluzione, ma se provi semplicemente a far pagare un po’ più di tasse agli evasori, come nei Paesi civili, i “rivoluzionari” con la barca al molo diventano belve.”

Continua Curzio Maltese. “Il piccolo episodio è significativo di come funziona il populismo all’italiana. Alza la voce contro entità lontane, i poteri forti, la finanza e, naturalmente, l’orrido ceto politico. Ma quando si tratta di condannare il malcostume e l’illegalità di massa allora scatta la reazione feroce”.

Conclude l’articolo: “ Non bisogna contrapporre gli uni agli altri, i furbi ai fessi, i ladri ai disonesti. Dobbiamo essere tutti uniti nel combattere questo ceto politico, mandarlo a casa ed eleggerne subito dopo uno anche peggiore, più disonesto e incapace. Come si fece dopo Tangentopoli”.

Si tratta di un’analisi impietosa, ma profondamente vera e non legata soltanto all’attualità perché tocca un nodo cruciale del modo di essere Stato che si è realizzato in Italia e del modo di essere cittadini. Un coacervo di interessi in competizione per accaparrarsi una fetta di risorse e di opportunità alla ricerca del gruppo o del legame personale più forte che possa garantire il risultato. Questo ha fatto la politica per decenni e questo modo di essere ceto dirigente è fotografato nei numeri del debito pubblico cresciuto inesorabilmente dal 40% del 1970 al 126% sul Pil di adesso. È come se, esaurita la spinta della ricostruzione post bellica e del passaggio da economia prevalentemente agricola ad economia industriale, si fosse esaurito anche ogni altro progetto di sviluppo e le classi dirigenti avessero ripiegato sull’utilizzo delle risorse pubbliche per smorzare i contrasti sociali e per assorbire gli svantaggi competitivi emersi in campo internazionale.

Si è creata una situazione basata su equilibri di interessi gestiti dal sistema dei partiti, ma non unificati da un’idea di società e di Stato. Essere cittadino per molti anni ha avuto meno significato che appartenere ad un sindacato, ad un partito o ad un gruppo di interessi coalizzati. Ciò che abbiamo rivisto in questi giorni nelle città italiane con la “rivolta” dei taxi esemplifica bene la scelta che è stata fatta: un servizio di trasporto pubblico, svolto con licenze concesse da autorità pubbliche risulta, di fatto, privatizzato da una categoria che lo ha trasformato in un mercato protetto dove ogni decisione è negata alle autorità pubbliche. Il fatto da tutti accettato che le licenze siano vendute e comprate (a cifre vicine ai 200mila euro) è la clamorosa dimostrazione della sconfitta dello Stato cui non viene più riconosciuto il potere di decidere sui propri atti e di effettuare scelte diverse da quelle gradite alla categoria dei tassisti.

Non si tratta di un caso isolato perché è l’espressione di una delle modalità di comportamento più diffuse che si sono tradotte nelle più svariate richieste di sussidio e di assistenza. Il compito della politica è stato esattamente questo: gestire la raccolta e la distribuzione delle risorse pubbliche in base a calcoli di convenienza mutevoli, ma sempre improntati a una negoziabilità estrema dei diritti e dei doveri, dei poteri e delle responsabilità che sono scomparsi per essere sostituiti dai meri interessi. Per questo l’evasione fiscale si è diffusa ad interi ceti sociali e non è stata contrastata, ma, anzi, incoraggiata; per questo la distribuzione di sussidi di vario tipo è diventata una piaga sociale che ha tacitato le tensioni delle zone più svantaggiate educando le persone a non essere cittadini e a non impegnarsi in un progetto di sviluppo, ma ad essere clienti di questo e di quello; per questo gli aiuti statali alle imprese hanno colmato i vuoti di politiche industriali, energetiche, urbanistiche, territoriali; per questo le rendite di posizione hanno avuto campo libero in ogni ambiente sociale e in ogni settore.

Il disastro viene oggi quantificato nei 2mila miliardi di debito pubblico, ma, in realtà, è di dimensioni maggiori e diverse. Non bastano i numeri a descrivere lo sfascio delle istituzioni ridotte troppo spesso a rifugio di briganti e malfattori, l’assenza di una coscienza civile che faticosamente tanti italiani stanno tentando di ricostruire, la separazione fra cittadini e Stato con intere zone del Paese sotto il controllo della criminalità organizzata, l’asservimento dell’economia alle erogazioni di denaro e di favori dei politici.

Tutto ciò non si misura, ma si constata con l’osservazione dello stato del Paese. Da qui può partire una gigantesca opera di autocoscienza collettiva come ci richiamava a fare il Presidente della Repubblica quando sottolineava pochi mesi fa l’esigenza di dire la verità.

Per questo non servono i capipopolo urlanti, né serve “abbaiare alla luna” puntando il dito contro la speculazione internazionale o contro fantomatici complotti massonici come estrema risorsa per non mettere in discussione noi stessi e per evitare di guardare in faccia la realtà. È comprensibile che le persone desiderino sognare e che ognuno abbia la propria semplice ricetta per risolvere ogni problema o che tanti amino descrivere un mondo fantastico nel quale, finalmente, all’ombra di una nuova società nata miracolosamente da un nuovo modello inventato a tavolino, il 99% possa godersi la felicità avendo isolato e sconfitto l’1% che è causa di tutti i mali.

La realtà, purtroppo, è molto diversa e senza un impegno serio che scavi in profondità per capire le cause e individuare una traccia da seguire con azioni concrete, coerenti e concatenate, non si andrà da nessuna parte e il cambiamento resterà un miraggio. Allora sì che di manovra in manovra finiremo per impoverirci tutti.

Prendere coscienza significa ricollocare la propria posizione rispetto alla collettività e allo Stato perché il primo passo è abbandonare la logica della protezione per gruppi di interessi e per legami personali. I diritti descrivono meglio degli interessi la posizione del cittadino. E questi non possono sussistere separati dai doveri e si completano con i poteri e le responsabilità. Queste sono le basi soggettive per ricostruire una oggettività nuova che metta da parte l’ormai logora competizione corporativa.

Ce la possiamo fare e non abbiamo bisogno di capipopolo urlanti né di sognatori astratti o di esperti in complotti. Abbiamo bisogno di cittadini organizzati che partecipino alla politica e se ne assumano la responsabilità. Ci vorrà molto tempo, ma è l’unico modo per crescere.

Claudio Lombardi

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