Carlo Azeglio Ciampi sull’Europa

Brani tratti dall’intervista a Carlo Azeglio Ciampi pubblicata dal Sole 24 Ore del 10 febbraio 2013

In questa fase, il populismo è anche una risposta di tipo primitivo al malessere sociale; allo stravolgimento di culture, di tradizioni, nazionali e locali, determinato dalla globalizzazione e dalla diffusione delle nuove tecnologie, intese nella loro accezione più ampia, le cui ricadute travalicano gli aspetti economici e produttivi estendendosi a quelli della cultura, dell’informazione, della formazione, scolastica e professionale. Vanno scomparendo mestieri, professioni, competenze sostituiti da nuove figure professionali, i cui contenuti e definizioni sono tuttora incerti.

Dobbiamo chiederci se i Governi, l’Europa hanno “preparato” i cittadini a questi eventi che agiscono velocemente e in profondità; dobbiamo chiederci se sono stati approntati rimedi adeguati alle novità; se è stato predisposto l’avvio di strumenti istituzionali, normativi, economici, sociali per accompagnare queste trasformazioni che, implicano, al tempo stesso, benefici e sacrifici, opportunità e svantaggi.

La globalizzazione, le nuove tecnologie superano, rendono superflue delimitazioni, frontiere. Uso volutamente la parola “frontiere”, la cui etimologia rimanda a Paesi che si fronteggiano; il nuovo ambito che si va formando supera questo concetto e implica che tra Paesi, ancorché segnati da confini geografici, si vadano determinando integrazioni, collaborazioni, effetti e destini comuni.

Sì, per l’Europa, insieme con tanti altri, abbiamo combattuto, con passione e determinazione, battaglie per vincere indifferenza, ostilità, pregiudizi. Ne abbiamo un vasto campionario. Non dobbiamo dimenticare che una parte rilevante del sistema imprenditoriale italiano, subito dopo la guerra, osteggiava l’apertura ai commerci, temendo di non essere in grado di fronteggiare la concorrenza; i partiti di sinistra contrastavano l’adesione alla Comunità economica europea, vista come un ulteriore strumento del capitalismo, sistema che doveva essere abbattuto.

Dobbiamo aver presente che ogni qual volta che l’Italia viene investita da una crisi si cerca di addossarne la responsabilità ad “altro” …. Un proverbio inglese dice: «As you make your bed, so you must lie in it»; corrisponde presso a poco al nostro «Chi è causa del suo mal pianga se stesso». Noi siamo coricati nel letto che abbiamo preparato con le nostre azioni, con le nostre negligenze; con i nostri governanti, nei Parlamenti – quello nazionale e quelli locali – con la nostra classe dirigente nelle Amministrazioni pubbliche, nelle aziende, nelle rappresentanze economiche, sindacali, sociali.

Una larga parte degli italiani in questi anni ha preferito adagiarsi e farsi cullare nelle illusioni, piuttosto che affrontare i sacrifici necessari, per porre rimedio a situazioni difficili, ma sostenibili; in primis un ripensamento serio, approfondito dell’organizzazione dello Stato. Tradendo lo spirito dei Padri costituenti si è dato corpo a un sistema che, lungi dal fornire in modo efficiente servizi ai cittadini e alle imprese, ha moltiplicato i centri decisionali, ha ingigantito la burocrazia, ha fatto lievitare i costi, è stato occasione di ruberie e malaffare, come testimoniano i fatti degli ultimi decenni.

Ho scritto e affermato più volte che l’Europa per la mia generazione è stata un ideale, un obiettivo per porre fine in modo definitivo a guerre che avevano insanguinato il nostro continente, prodotto distruzioni, generato dittature, odi, sete di vendetta, oscurando il patrimonio di civiltà che per secoli aveva fertilizzato il mondo intero. … La mia generazione voleva porre fine anche a politiche economiche basate su protezionismi, su riduzioni degli scambi, su svalutazioni per garantirsi temporanei vantaggi competitivi; politiche che tra le due guerre mondiali avevano aggravato la crisi, facendo regredire le economie.

Volevamo consegnare alle nuove generazioni, affrancate da nazionalismi e da angusti orizzonti, un continente pacificato, dove ogni cittadino godesse della libertà, in tutte le sue declinazioni …… Molto è stato fatto in questa direzione; valutiamo con orgoglio i tanti risultati positivi conseguiti. Gli europei, oggi, si muovono senza limitazioni da un Paese all’altro del continente; un gran numero di studenti beneficia del progetto “Erasmus”; ricercatori di Paesi diversi collaborano in progetti comuni; le imprese localizzano gli stabilimenti secondo le convenienze; le politiche comunitarie sono state e sono determinanti nell’agricoltura, nell’industria e nei servizi; i fondi comunitari finanziano in larga misura progetti dei singoli Paesi. Molto resta ancora da fare; molte sono le resistenze a ulteriori progressi.

I nostri giovani viaggiano, conoscono altri Paesi, stringono amicizie; utilizzano in modo intenso i nuovi strumenti di comunicazione che consentono loro di essere informati, di comunicare, di partecipare. La conoscenza annulla le frontiere, non solo quelle geografiche, apre le menti, predispone a cogliere le occasioni che offre il nuovo.

Una Europa più coesa garantirebbe, come si può ricavare dall’esperienza degli Stati federali, la crescita civile, sociale ed economica dei Paesi aderenti. … Come cittadino europeo, come uomo delle istituzioni, per cultura e formazione ho condiviso e mi sono adoperato per il passaggio dalla Comunità all’Unione, con il conseguente progressivo spostamento di competenze dai Paesi membri verso Bruxelles. …… Sono state poste le premesse per la formazione di uno Stato federale. La creazione della moneta unica, sotto questo aspetto cruciale, segna in questo percorso un passaggio fondamentale, un punto di non ritorno……. Del nuovo modello non sono ancora chiaramente esplicitati né le caratteristiche istituzionali, né il processo per la sua definizione. Con i Trattati di Maastricht e di Lisbona è stata impressa all’Unione una forte dinamica sovranazionale, che supera la tradizionale politica europea costruita sugli Stati nazionali; politica, peraltro, spiazzata dalla globalizzazione, che ha reso, di fatto, insufficienti o peggio inutili centri decisionali locali. Data la rilevanza di queste innovazioni sono necessari sia il sostegno della volontà popolare, sia l’architettura giuridico-istituzionale: entrambi sono finora mancati.

La Commissione non è espressione dei “cittadini europei”; l’intergovernamentalismo rappresenta ancora il modo principale di decidere sulle questioni rilevanti; il principio di maggioranza è valido solo per alcune materie; la Bce non ha tutti i poteri di una Banca centrale. Soprattutto, proprio per l’Eurozona non sono stati approntati rimedi efficienti alla coesistenza tra Paesi con surplus e Paesi con deficit strutturali. Potrei continuare a elencare le contraddizioni che rendono complesso, se non inefficiente, l’attuale Governo dell’Unione.

Inefficienza e insufficienza si riscontrano nel funzionamento della moneta unica; è solo grazie a una gestione avveduta della Banca centrale che si è fatto fronte all’intrinseca debolezza dell’attuale configurazione dell’Eurozona. Ribadisco quanto già affermato in altre occasioni; l’istituzione della moneta unica non era un traguardo, ma il mezzo per accelerare il processo di unione dell’Europa. Di questo erano consapevoli coloro che decisero di dare all’Europa una sola moneta: responsabili dei Governi e banchieri centrali. Sapevamo che si sarebbero introdotti nel sistema elementi di instabilità che potevano essere eliminati solo con la costituzione di un centro unico di Governo dell’economia dell’Unione. In breve, con il passaggio a una struttura federale dell’Unione europea.

Di fronte alla situazione di grave disagio della Grecia, insopportabile per chi crede a principi di fratellanza, di mutuo soccorso, basati sull’appartenenza a una civiltà e a una storia comuni, mi chiedo se la doverosa esigenza di rimettere a posto le finanze pubbliche, subito e a costo di immensi sacrifici, sia il passaggio obbligato per costruire una vera Unione. Non vorrei che fosse piuttosto il grimaldello tecnico, messo in atto con algida volontà, per ripensare al progetto dell’Unione, perseguito con coraggio, con lungimiranza, con generosità da molti, in primo luogo, da Jacques Delors e da Tommaso Padoa-Schioppa.

Per il testo integrale dell’intervista www.sole24ore.com/cultura

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