Caso Battisti: quanti pesi e quante misure? (di Claudio Lombardi)

Ritorna un dibattito che sembrava essersi quietato con il passare del tempo. Il tema è sempre lo stesso: atti di violenza commessi da chi riteneva di compiere gesti rivoluzionari e applicazione di leggi e sentenze contro i responsabili. Nel caso di Cesare Battisti si è di fronte ad una condanna per quattro omicidi, ad una lunga latitanza, al rifiuto di estradizione e ad una difesa da parte di persone che hanno conosciuto Battisti in Francia e in America Latina.

Cominciando dall’ultimo punto sembra ovvio dire che conoscere e apprezzare una persona per ciò che fa oggi rende difficile appoggiarne la condanna per ciò che ha fatto ieri, non avendone, tra l’altro, subito alcuna conseguenza. Per questo non ci si può stupire che intellettuali e altri cittadini dei paesi nei quali Battisti ha vissuto in questi ultimi venti anni si oppongano all’estradizione. Lo fanno per amicizia, per affetto, per partito preso, per amore di teoria non certo per senso di giustizia, né per conoscenza dei fatti.

In uno Stato normale la conoscenza dei fatti che rappresentano un reato e la decisione delle conseguenze giudiziarie viene fatta dalla magistratura in base alle leggi vigenti e alle risultanze delle indagini e dei processi. Poi si può protestare cercando di ottenere una revisione dei processi oppure una diminuzione delle pene o la loro trasformazione in regimi di semilibertà. Tutte cose previste dalle norme e applicate.

Se, però, si affaccia un altro tipo di richiesta – di chiudere politicamente un’epoca di scontri violenti influendo direttamente sulle procedure giudiziarie anche con nuove leggi – allora le cose cambiano.

Sul caso Battisti sono tornate a levarsi le voci di chi, appunto, chiede una considerazione e una soluzione “politica” per i reati commessi negli anni ’70-’80. Che vuol dire ciò per chi solleva la questione? Escludendo che si cerchi una semplice spiegazione politico-sociologica a quegli avvenimenti sembra ovvio che la richiesta sia di mettere termine alle conseguenze penali dei reati che furono commessi. Cioè? Mettere in libertà chi sta in carcere e smettere di perseguire chi in carcere è riuscito a non andarci. Praticamente una versione elegante e ripulita dei versi della famosa canzone napoletana “chi ha avuto ha avuto chi ha dato ha dato”.

Ora, domandiamoci: come si fa a pretendere il rispetto della legge e delle altre regole di convivenza civile da parte dei cittadini se poi si cerca per alcuni “una soluzione politica”? e perché una simile soluzione non potrebbe chiedere, ad esempio, chi oggi si ritiene vittima di persecuzioni giudiziarie per corruzione di giudici e di testimoni, per sottrazione di soldi ad azionisti italiani attraverso un giro di falsi acquisti all’estero, per evasione fiscale o per riciclaggio di denaro della malavita?

Queste semplici considerazioni dovrebbero essere ben presenti a chi torna a lamentarsi delle pene e dei processi che non hanno riguardato la manifestazione delle idee bensì il ferimento e l’assassinio di persone (lasciando perdere tutti gli altri reati minori). I parenti degli uccisi guardano oggi con rassegnato stupore al dibattito nel quale i loro congiunti rappresentano semplici pedine della storia cadute per “inevitabili” conseguenze di atti di ribellione compiuti da chi pensava di scatenare una rivoluzione. La figlia e il figlio che hanno perso il padre, la moglie il marito, chi sta su una sedia a rotelle o porta altri segni di quegli atti dovrebbero tutti quanti  contentarsi di una spiegazione politica di quanto accadde e accettare (o, forse, esserne lieti?) di aver avuto una piccola parte nella Storia con la “S” maiuscola smettendo con la “banale” richiesta che qualcuno paghi per il male che fu fatto.

Di fronte a questo dibattito che rinasce bisognerebbe che tutti tornassero ad affermare la semplice verità di ogni Paese normale senza la quale non si riesce a vivere in uno stato di diritto: le leggi ci sono e vanno fatte rispettare, i processi vanno fatti con tutte le garanzie e le sentenze si rispettano, la lotta politica si svolge con metodi democratici, la violenza verso persone e cose è un reato, la si può spiegare, ma non giustificare. Se non si riafferma questo non ce la facciamo a rimettere sulla strada giusta un Paese che di eccezioni e di esenzioni alle leggi e alle regole ne ha sempre conosciute troppe. E ci hanno francamente stufato.

Claudio Lombardi

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