I Clinton escono di scena

Lui sempre più curvo sulla sua ennesima autobiografia, lei quasi un “presidente in esilio”: la favola dei Clinton è finita con l’addio di Hillary alla nuova rincorsa. Storia di una dinasty affascinante e controversa

New York, passeggi lungo la Broadway e ti imbatti nei manifesti di Hillary e Clinton: un’opera nuovissima in cartellone da qualche giorno al Golden Theater. La locandina è esplicita: «Se qualcosa vi suona familiare, non stupitevi: in un universo di infinite possibilità qualsiasi cosa può succedere. Hillary e Clinton esamina il meccanismo politico di un matrimonio, i ruoli sessuali, i limiti di un’esperienza, con uno sguardo approfondito e attuale a una dinastia americana in crisi». Chiaro, no? Come chiara e abrasiva è la definizione di tragedia comica («comic tragedy»).

Potenza dell’arte o delle coincidenze, proprio mentre a Broadway gli attori interpretano ogni sera la favola bella di Hillary e Bill, nella vita reale cala il sipario su una coppia, una dinastia politica, un pezzo di storia americana che ci ha tenuto inchiodati per oltre trenta anni. Hillary alla fine ha gettato la spugna, rinunciando ufficialmente a correre per la Casa Bianca nel 2020. E il suo addio è ruvido, quasi risentito: «Non vado da nessuna parte, non mi candido».

Nei giorni scorsi il New York Times ha intitolato appunto Sipario per i Clinton un pezzo al vetriolo scritto dalla regina dei commentatori politici americani, Maureen Dowd. Cattiva, cattivissima Maureen: «Nei 27 anni in cui ho seguito Bill e Hillary, ho sperimentato una intera gamma di emozioni. Di volta in volta mi hanno divertita, esaltata, disgustata. Ma ora sento per loro solo un sentimento di pena».

Nessuna pietà per i vinti. E Bill e Hillary, che furono la coppia più potente d’America e dunque del mondo, fanno ormai parte della schiera dei vinti. Il clintonismo è una pagina chiusa. Non esiste più quel presidente affabulatore, quel giovane uomo vigoroso che tanto ci affascinò negli anni Novanta. Non esiste più il «primo presidente nero d’America», il riconoscimento paradossale che William Jefferson Clinton portava sul petto come una medaglia. E non esiste più quella piccola, affamata, scanzonata dinasty di provincia, che mosse da Little Rock, Arkansas, alla conquista del sogno americano.

Viviamo, intendo noi occidentali, la fine di un’epoca che anch’essa tanto ci illuse. Il clintonismo in America, il blairismo nel Regno Unito, il pragmatismo del ruvido e affabile herr Schroeder in Germania: giovani rappresentanti di una sinistra moderna che sposava le ragioni del liberalismo, manovratori di una locomotiva che avanzava in tutto il mondo sui binari di acciaio della globalizzazione.

Ho ancora nella testa e nel cuore le parole con cui Bill Clinton all’inizio della sua avventura descrisse il nuovo corso mondiale. Volle andare in Vietnam, il giovane presidente, per chiudere la ferita di una guerra perduta e annunciare da lì il nuovo patto planetario. Ad Hanoi – di fronte ai dignitari di un inedito comunismo capitalista – così descrisse il destino comune di Est ed Ovest: «La globalizzazione è come la pioggia e come il vento, non si può fermare, non si può domare, non si può imbrigliare».

Il mito cominciò a scricchiolare ben prima del tramonto politico. Bill conquistò a mani basse i suoi due mandati, ma rischiò di inciampare in una sordida storia di sesso orale tra le scrivanie della Casa Bianca, di abbracci clandestini, di gonne macchiate di sperma gelosamente custodite nel freezer. Noi giornalisti eravamo a Cuba nel gennaio del 1998, a testimoniare lo storico incontro tra i due grandi vecchi del comunismo e del cattolicesimo, e i colleghi che arrivavano da Washington scommettevano sull’ormai prossimo impeachment, sull’inevitabile condanna del reprobo da parte dell’ America puritana e calvinista.

Nulla di tutto questo. Bill sopravvisse alla tempesta, grazie soprattutto al sacrificio di Hillary: la first lady tradita che si schierò a fianco del fedifrago. E sembrò più una cambiale a rendere che un atto di amore. Rigida, secchiona, fredda, calcolatrice, Hillary Rodham Clinton pose allora le basi di una piccola dinasty americana. Con quell’unione traballante, con troppi rancori nascosti sotto il sorriso, e con quella unica figlia, Chelsea: troppo timida, troppi denti, troppe lentiggini, troppi capelli. Ben altra cosa era stata la tragica dinasty dei Kennedy: nonni, fratelli, figli, amanti, sangue e dolore, la seduzione e il cuore di tenebra del potere. E altra cosa sarà poi la dinasty repubblicana dei Bush: i pozzi petroliferi sotto il grande cielo del sud, il ranch nel Texas, la madre padrona, il capostipite eroe dei cieli, il figlio sbagliato che diventa presidente.

Negli anni, un Bill incanutito ma ancora brillante si era riconvertito in sparring partner per la grintosa Hillary. Prima sfidanti sconfitti, poi grandi elettori di Barack Obama. La macchina Clinton girava a pieno ritmo, si riempivano le sale e gli stadi per ascoltare l’ex presidente più amato, e quella donna accanto a lui, con il sorriso tirato, i gesti studiati, il discorso politico corretto, solo una venatura di femminismo. Era troppo forte, Barack, e così Hillary si acconciò a darsi da fare come Segretario di Stato. Intanto studiava da presidente, mordeva il freno, in attesa della seconda occasione.

«È un lavoro duro, ma qualcuno deve pur farlo!». Per quindici anni la coppia si era dedicata a costruire una seconda occasione: i biografi hanno contato oltre 700 speeches ben pagati in giro per l’America e il mondo, più di 240 milioni di dollari accumulati a colpi di lauti onorari, un esercito di collaboratori, un irresistibile pacchetto di mischia. Nell’ultima tappa di questa loro rincorsa, Hillary e Bill – e noi tutti con loro – condividevano una sorta di confortevole filosofia della storia: dopo un presidente nero, l’inarrestabile progresso avrebbe regalato all’America un presidente donna.

La fine è purtroppo nota: alle urne Hillary conquista tre milioni di voti in più del suo avversario, ma il Congresso incorona presidente l’impresentabile “The Donald”, il bancarottiere, il predatore sessuale, l’imbarazzante gaffeur. Sipario: l’avventura di questa piccola dinasty è durata venti anni ed è stata in ogni caso una grande avventura. Bill è ormai ultra-settantenne, sempre accompagnato da un velo di tristezza, Hillary appesantita, a volte brusca. Scrive nel suo impietoso ritratto Maureen Dowd: «Lei si muove con l’aria di un presidente in esilio».

Non c’è cosa più grama, nell’America di sempre, che essere considerati losers, perdenti. E il passato non passa mai: pochi giorni fa Rebecca Kirszner Katz, senior strategist del Partito democratico, ha messo una pietra tombale sulle speranze della coppia: «L’affaire Lewinsky fu un abuso di potere che non doveva accadere, e se i Clinton non riescono ad ammetterlo più di venti anni dopo, è difficile pensare che possano far parte del futuro del nostro partito».

Oggi la rincorsa si ferma. Tanto lavoro in fumo, tante speranze, tante ambizioni, tanto ardore gettato al vento. Ultime notizie dalla famiglia: Bill sta per dare alle stampe un altro libro sulla sua esperienza, il quinto da quando ha lasciato la Casa Bianca nel 2001. Chelsea è incinta del terzo figlio. Hillary annuncia: «Continuerò a lavorare, a parlare, a schierarmi per i valori in cui credo». Sipario.

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

La lettera di Emmanuel Macron agli europei

Cittadini d’Europa,

Se prendo la libertà di rivolgermi direttamente a voi, non è solo in nome della storia e dei valori che ci riuniscono. È perché è urgente. Tra qualche settimana, le elezioni europee saranno decisive per il futuro del nostro continente.

Mai dalla Seconda Guerra mondiale, l’Europa è stata così necessaria. Eppure, mai l’Europa è stata tanto in pericolo.

La Brexit ne è l’emblema. Emblema della crisi dell’Europa, che non ha saputo rispondere alle esigenze di protezione dei popoli di fronte alle grandi crisi del mondo contemporaneo. Emblema, anche, dell’insidia europea. L’insidia non è l’appartenenza all’Unione europea ma sono la menzogna e l’irresponsabilità che possono distruggerla. Chi ha detto ai Britannici la verità sul loro futuro dopo la Brexit? Chi ha parlato loro di perdere l’accesso al mercato europeo? Chi ha evocato i rischi per la pace in Irlanda tornando alla frontiera del passato? Il ripiego nazionalista non propone nulla; è un rifiuto senza progetto. E questa insidia minaccia tutta l’Europa: coloro che sfruttano la collera, sostenuti dalle false informazioni, promettono tutto e il contrario di tutto.

Di fronte a queste manipolazioni, dobbiamo resistere. Fieri e lucidi. Dire innanzitutto cos’è l’Europa. È un successo storico: la riconciliazione di un continente devastato, in un inedito progetto di pace, di prosperità e di libertà. Non dimentichiamolo mai. E questo progetto continua a proteggerci oggi: quale paese può agire da solo di fronte alle aggressive strategie delle grandi potenze? Chi può pretendere di essere sovrano, da solo, di fronte ai giganti del digitale? Come resisteremmo alle crisi del capitalismo finanziario senza l’euro, che è una forza per tutta l’Unione? L’Europa, sono anche quelle migliaia di progetti quotidiani che hanno cambiato il volto dei nostri territori, quel liceo ristrutturato, quella strada costruita, l’accesso rapido a Internet che arriva, finalmente. Questa lotta è un impegno di ogni giorno perché l’Europa come la pace non sono mai acquisite. In nome della Francia, la porto avanti instancabilmente per far progredire l’Europa e difendere il suo modello. Abbiamo dimostrato che quanto ci dicevano inaccessibile, la creazione di una difesa europea o la tutela dei diritti sociali, era possibile.

Ma occorre fare di più, più rapidamente. Perché c’è l’altra insidia, quella dello status quo e della rassegnazione. Di fronte alle grandi crisi del mondo, i cittadini molto spesso ci dicono: “Dov’è l’Europa? Che fa l’Europa?”. È diventata ai loro occhi un mercato senz’anima. L’Europa invece non è solo un mercato, è un progetto. Un mercato è utile, ma non deve far dimenticare la necessità di frontiere che proteggono e di valori che uniscono. I nazionalisti sbagliano quando pretendono di difendere la nostra identità con il ritiro dall’Europa, perché è la civiltà europea che ci riunisce, ci libera e ci protegge. Ma anche coloro che non vorrebbero cambiare nulla sbagliano, perché negano le paure che attanagliano i nostri popoli, i dubbi che minano le nostre democrazie. Siamo in un momento decisivo per il nostro continente; un momento in cui, collettivamente, dobbiamo reinventare politicamente, culturalmente, le forme della nostra civiltà in un mondo che si trasforma. È il momento del Rinascimento europeo. Pertanto, resistendo alle tentazioni del ripiego e delle divisioni, vi propongo di costruire insieme questo Rinascimento su tre ambizioni: la libertà, la protezione e il progresso.

DIFENDERE LA NOSTRA LIBERTA’

Il modello europeo si fonda sulla libertà dell’uomo, sulla diversità delle opinioni, della creazione. La nostra prima libertà è la libertà democratica, quella di scegliere i nostri governanti laddove, ad ogni scrutinio, alcune potenze straniere cercano di influenzare i nostri voti. Propongo che venga creata un’Agenzia europea di protezione delle democrazie che fornirà esperti europei ad ogni Stato membro per proteggere il proprio iter elettorale contro i cyberattacchi e le manipolazioni. In questo spirito di indipendenza, dobbiamo anche vietare il finanziamento dei partiti politici europei da parte delle potenze straniere. Dovremo bandire da Internet, con regole europee, tutti i discorsi di odio e di violenza, in quanto il rispetto dell’individuo è il fondamento della nostra civiltà di dignità.

PROTEGGERE IL NOSTRO CONTINENTE

Fondata sulla riconciliazione interna, l’Unione europea ha dimenticato di guardare le realtà del mondo, ma nessuna comunità crea un senso di appartenenza se non ha limiti che protegge. La frontiera, significa la libertà in sicurezza. Dobbiamo pertanto rivedere lo spazio Schengen: tutti coloro che vogliono parteciparvi devono rispettare obblighi di responsabilità (rigoroso controllo delle frontiere) e di solidarietà (una stessa politica di asilo, con le stesse regole di accoglienza e di rifiuto). Una polizia comune delle frontiere e un ufficio europeo dell’asilo, obblighi stringenti di controllo, una solidarietà europea a cui ogni paese contribuisce, sotto l’autorità di un Consiglio europeo di sicurezza interna: credo, di fronte alle migrazioni, in un’Europa che protegge al contempo i suoi valori e le sue frontiere.

Le stesse esigenze devono applicarsi alla difesa. Da due anni sono stati realizzati importanti progressi, ma dobbiamo indicare una rotta chiara: un trattato di difesa e di sicurezza dovrà definire i nostri obblighi indispensabili, in collegamento con la NATO ed i nostri alleati europei: aumento delle spese militari, clausola di difesa reciproca resa operativa, Consiglio di sicurezza europeo che associa il Regno Unito per preparare le nostre decisioni collettive.

Le nostre frontiere devono anche garantire una giusta concorrenza. Quale potenza al mondo accetta di proseguire i propri scambi con coloro che non rispettano nessuna regola? Non possiamo subire senza proferir parola. Dobbiamo riformare la nostra politica della concorrenza, rifondare la nostra politica commerciale: punire o proibire in Europa le aziende che ledono i nostri interessi strategici ed i nostri valori essenziali, come le norme ambientali, la protezione dei dati ed il giusto pagamento delle tasse; e assumere, nelle industrie strategiche e nei nostri appalti pubblici, una preferenza europea come fanno i nostri concorrenti americani o cinesi.

RITROVARE LO SPIRITO DI PROGRESSO

L’Europa non è una potenza di secondo rango. L’Europa intera è un’avanguardia: ha sempre saputo definire le norme del progresso. Per questo, deve portare avanti un progetto di convergenza più che di concorrenza: l’Europa, in cui è stata creata la previdenza sociale, deve instaurare per ogni lavoratore, da Est a Ovest e dal Nord al Sud, uno scudo sociale che gli garantisca la stessa retribuzione sullo stesso luogo di lavoro, e un salario minimo europeo, adatto ad ogni paese e discusso ogni anno collettivamente.

Riannodare il filo del progresso significa anche prendere la guida della lotta ecologica. Guarderemo in faccia i nostri figli se non riassorbiamo anche il nostro debito climatico? L’Unione europea deve fissare la sua ambizione – 0 carbonio nel 2050, dimezzamento dei pesticidi nel 2025 – e adattare le sue politiche a questa esigenza: Banca europea per il clima per finanziare la transizione ecologica; forza sanitaria europea per rafforzare i controlli dei nostri alimenti; contro la minaccia delle lobby, valutazione scientifica indipendente delle sostanze pericolose per l’ambiente e la salute. Questo imperativo deve guidare tutta la nostra azione: dalla Banca centrale alla Commissione europea, dal budget europeo al piano di investimento per l’Europa, tutte le nostre istituzioni devono avere il clima per mandato.

Il progresso e la libertà significano poter vivere del proprio lavoro: per creare posti di lavoro, l’Europa deve anticipare. È per questo che non solo deve regolamentare i giganti del digitale, creando una supervisione europea delle grandi piattaforme (sanzioni accelerate per le violazioni della concorrenza, trasparenza dei loro algoritmi…), ma deve anche finanziare l’innovazione dotando il nuovo Consiglio europeo dell’innovazione di un budget comparabile a quello degli Stati Uniti, per prendere la guida dei nuovi grandi cambiamenti tecnologici, come l’intelligenza artificiale.

Un’Europa che si proietta nel mondo deve essere volta verso l’Africa, con cui dobbiamo stringere un patto per il futuro. Assumendo un destino comune, sostenendo il suo sviluppo in modo ambizioso e non difensivo: investimenti, partenariati universitari, istruzione delle ragazze…

Libertà, protezione, progresso. Dobbiamo costruire su questi pilastri un Rinascimento europeo. Non possiamo lasciare i nazionalisti, senza soluzioni, sfruttare l’ira dei popoli. Non possiamo essere i sonnambuli di un’Europa rammollita. Non possiamo rimanere nella routine e nell’incantesimo. L’umanesimo europeo è un’esigenza di azione. Ed ovunque i cittadini chiedono di partecipare al cambiamento. Allora entro la fine dell’anno, con i rappresentanti delle istituzioni europee e degli Stati, instauriamo una Conferenza per l’Europa al fine di proporre tutti i cambiamenti necessari al nostro progetto politico, senza tabù, neanche quello della revisione dei trattati. Questa conferenza dovrà associare gruppi di cittadini, dare audizione a universitari, parti sociali, rappresentanti religiosi e spirituali. Definirà una roadmap per l’Unione europea trasformando in azioni concrete queste grandi priorità. Avremo dei disaccordi, ma è meglio un’Europa fossilizzata o un’Europa che progredisce, talvolta a ritmi diversi, rimanendo aperta a tutti?

In questa Europa, i popoli avranno veramente ripreso il controllo del loro destino; in questa Europa, il Regno Unito, ne sono certo, troverà pienamente il suo posto.

Cittadini d’Europa, l’impasse della Brexit è una lezione per tutti. Usciamo da questa insidia; diamo un senso alle prossime elezioni e al nostro progetto. Sta a voi decidere se l’Europa, i valori di progresso che porta avanti, debbano essere più di una parentesi nella storia. È la scelta che vi propongo, per tracciare insieme il cammino di un Rinascimento europeo.

Le primarie per scegliere una nuova Europa

Diciamo la verità: il Pd l’ha tirata per le lunghe. Speriamo che il congresso finisca con le primarie di domenica. Se un vincitore non dovesse esserci si rimanderebbe ancora il momento in cui il Pd avrà un nuovo gruppo dirigente. Per questo bisogna che elettori e simpatizzanti diano una mano e vadano a votare. Ci sono milioni di italiani in attesa da un anno che il partito alla testa dei governi per un’intera legislatura esca dal suo travaglio e si schieri nella battaglia politica con UNA identità e con UNA proposta politica.

Un anno è lungo soprattutto se viene occupato dalla formazione di un governo dannoso per l’Italia che compie scelte strategiche senza scontrarsi con un’opposizione vera. La scelta di allontanarsi dall’Europa è quella principale anche se negata a parole. Hai voglia a dire “noi non siamo per l’uscita dall’euro”, “noi rimarremo in Europa”. Se fino a poco prima hai fatto della rottura con l’Europa la tua bandiera non puoi prendere in giro nessuno. Soprattutto se gli atti che compi adesso la realizzano giorno dopo giorno.

L’Europa. Gira e rigira sempre questo è il punto. Chi sta nella realtà e non insegue sogni ed incubi sa che l’Europa è la dimensione inevitabile se non vuoi finire triturato nella  competizione tra giganti economici e geopolitici che si fronteggiano oggi nel mondo.

Come si fa a prescinderne?

Dove va l’Europa è la domanda che qualunque forza politica seria dovrebbe farsi prima di sviluppare qualsiasi altro ragionamento. Ma dove va l’Europa non lo decide un “grande vecchio” nascosto in qualche antro segreto. Lo decidono i paesi che ne fanno parte e le loro classi dirigenti e, quindi, anche le rispettive opinioni pubbliche.

Per questo è importante tenere conto di ciò che i possibili segretari del Pd dicono sull’Europa. Potranno essere loro a decidere la strategia dell’Italia nei prossimi anni. O, meglio, potrebbe essere il cittadino (finalmente!) a scegliere una parte politica che ha le idee più convincenti sulla questione cruciale della nostra epoca in questa parte del mondo.

Sì, per ora sono molti quelli che preferiscono le pagliacciate di Salvini o le esibizioni di Di Maio o le strampalate idee di qualche NO EURO tenuto a freno da mere questioni di tattica (ogni riferimento a Borghi e Bagnai è voluto). Ma potrebbe succedere che domani questi non siano più la maggioranza e che tanta altra gente torni a votare. Usando la testa.

Primarie Pd: Zingaretti, Martina e Giachetti (da sx)

Vediamo dunque cosa dice sull’Europa uno dei candidati in pole position per guidare il Pd: Maurizio Martina.

I concetti chiave scritti nella sua mozione sono netti:

potenziare l’integrazione europea (perché su molti terreni l’Italia da sola può fare ben poco);

costruzione di una sovranità europea di ispirazione democratica e federale da affiancare a quelle nazionali;

costruire un’Europa politica con chi ci sta (significa sdoppiamento istituzionale tra Unione Europea ed Eurozona) non per cedere sovranità, ma per condividerla con altri per contare tutti insieme di più nello scacchiere globale;

modifica dei Trattati dell’UE per riformare le istituzioni in modo che conti di più la scelta diretta dei cittadini (cioè il Parlamento e l’elezione del presidente della Commissione);

politiche sociali, estera, per le migrazioni, di sicurezza e difesa uniche (attenzione, non sono chiacchiere: Francia e Germania stanno lavorando per questo);

superamento del fiscal compact non per fare ognuno come gli pare nei bilanci nazionali, ma perché serve una vera Unione fiscale per l’Eurozona e quindi un bilancio, finanziato con risorse proprie e controllato dal Parlamento europeo per avere le risorse necessarie ad intervenire nei periodi di crisi;

un piano di investimenti in infrastrutture sociali nel campo della salute, istruzione ed edilizia;

una assicurazione europea contro la disoccupazione; e poi una direttiva europea sulla responsabilità sociale delle imprese che obblighi una multinazionale che abbia deciso di trasferire altrove la propria attività a farsi carico delle conseguenze sociali e ambientali che lascia sul territorio.

Tante idee e di peso. Potrebbero essere queste alla base di un governo italiano che riporti il nostro Paese ad essere un protagonista che progetta e realizza il futuro assetto dell’Europa.

La questione è semplice: vogliamo stare con i paesi più forti ed evoluti come ci siamo stati per oltre 60 anni o vogliamo scivolare indietro verso alcuni degli ultimi arrivati che utilizzano l’Europa come un taxi, ma non hanno alcuna strategia di sviluppo comune (il gruppo di Visegrad tanto caro a Salvini per intenderci)?

La scelta tocca a noi italiani. C’è chi predica un’illusoria chiusura come Salvini e Di Maio perché di fronte al mondo come è realmente non sanno che fare e c’è chi immagina un futuro con un Governo Federale Europeo legittimato direttamente dai cittadini.

La proposta di Martina è chiara ed è per questa seconda strada. Dunque merita il nostro voto

Claudio Lombardi

L’Europa unita garanzia di sovranità

Pubblichiamo le conclusioni del discorso tenuto nei giorni scorsi da Mario Draghi all’università di Bologna

Nel mondo di oggi le interconnessioni tecnologiche, finanziarie, commerciali sono così potenti che solo gli Stati più grandi riescono a essere indipendenti e sovrani al tempo stesso, e neppure interamente. Per la maggior parte degli altri Stati nazionali, fra cui i paesi europei, indipendenza e sovranità non coincidono. L’Unione europea è la costruzione istituzionale che in molte aree ha permesso agli Stati membri di essere sovrani. È una sovranità condivisa, preferibile a una inesistente. È una sovranità complementare a quella esercitata dai singoli Stati nazionali in altre aree. È una sovranità che piace agli Europei.

L’Unione europea è stata un successo politico costruito all’interno dell’ordine internazionale emerso alla fine della seconda guerra mondiale. Dei valori di libertà, pace, prosperità, su cui quest’ordine si fondava, l’Unione europea è stata l’interprete fedele.

L’Unione europea è stata un successo economico perché ha offerto l’ambiente in cui le energie dei suoi cittadini hanno prodotto una prosperità diffusa e durevole fondata sul mercato unico e protetta dalla moneta unica. Gli ultimi dieci anni hanno messo drammaticamente in luce carenze delle politiche nazionali e necessità di evoluzione nella cooperazione all’interno dell’Unione europea e al suo esterno.

Una lunga crisi economica mondiale, movimenti migratori senza precedenti, disuguaglianze accentuate dalle grandi accumulazioni di ricchezze prodotte dal progresso tecnologico hanno fatto emergere faglie in un ordine politico ed economico che si credeva definitivo.

Il cambiamento è necessario, ma vi sono strade diverse per attuarlo. Da un lato, si riscoprono antiche idee che hanno plasmato gran parte della storia, per cui la prosperità degli uni non può essere raggiunta senza la miseria di altri; organizzazioni internazionali o sovranazionali perdono di interesse come luoghi di negoziato e di indirizzo per soluzioni di compromesso; l’affermazione dell’io, dell’identità, diviene il primo requisito di ogni politica. In questo modo la libertà e la pace divengono accessori dispensabili all’occorrenza.

Ma se si vuole che questi valori restino essenziali, fondanti, la strada è un’altra: adattare le istituzioni esistenti al cambiamento. Un adattamento a cui si è finora opposta resistenza perché le inevitabili difficoltà politiche nazionali sembravano sempre essere superiori alla sua necessità. Una riluttanza che ha generato incertezza sulle capacità delle istituzioni di rispondere agli eventi e ha nutrito la voce di coloro che queste istituzioni vogliono abbattere. Non ci devono essere equivoci: questo adattamento dovrà essere profondo, quanto lo sono i fenomeni che hanno rivelato la fragilità dell’ordine esistente e vasto quanto lo sono le dimensioni di un ordine geopolitico che va cambiando in senso non favorevole all’Europa.

L’Unione europea ha voluto creare un sovrano dove non ne esisteva uno. Non è sorprendente che in un mondo in cui tra le grandi potenze ogni punto di contatto è sempre più un punto di frizione, le sfide esterne all’esistenza dell’Unione europea si facciano sempre più minacciose. Non c’è che una risposta: recuperare quell’unità di visione e di azione che da sola può tenere insieme Stati così diversi. Non è solo un auspicio, ma un’aspirazione fondata sulla convenienza politica ed economica. Ma esistono anche sfide interne che vanno affrontate, non meno importanti per il futuro dell’Unione europea. Bisogna rispondere alla percezione che questa manchi di equità: tra paesi e classi sociali. Occorre sentire, prima di tutto, poi agire e spiegare.

Quindi, unità, equità e soprattutto un metodo di far politica in Europa. Voglio ricordare in chiusura le parole del Papa Emerito Benedetto XVI in un suo famoso discorso di 38 anni fa: “Essere sobri ed attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale… Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole… Non è morale il moralismo dell’avventura… Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica

Ma perché gli africani emigrano?

Pubblichiamo un articolo tratto da www.lavoce.info firmato da Enrico Di Pasquale, Andrea Stuppini e Chiara Tronchin

“Per governare i flussi migratori dai paesi africani è necessario comprendere le cause che li determinano. A partire da una popolazione in crescita e da processi di sviluppo lunghi e complessi. E senza dimenticare le responsabilità dei paesi occidentali.

LE DINAMICHE DEMOGRAFICHE

Il dibattito sul franco Cfa e sugli interessi della Francia in Africa, già affrontato da lavoce.info con un fact-checking e con l’articolo di Massimo Amato, ha avuto il merito di portare l’attenzione sulle cause delle migrazioni. Per evitare di ridurre la discussione a facili slogan (come, per esempio, “l’immigrazione è colpa della Francia”), vale la pena approfondire la questione. Naturalmente, le cause delle migrazioni sono molte e molto complesse, ma possiamo provare a individuare tre elementi chiave: demografia, economia e processi di sviluppo.

La popolazione africana residente nel continente ha superato il miliardo già nel 2010, e nel 2015 si attesta vicino a 1,2 miliardi, più del doppio rispetto a quella dell’UE. Nel 2050, secondo le previsioni Onu, sarà più che raddoppiata, superando i 2,5 miliardi (e sarà circa cinque volte la popolazione UE). La tendenza diventa ancora più significativa se confrontata con l’inverno demografico europeo: l’Unione ha circa 500 milioni di cittadini, destinati a una sostanziale stagnazione.

Nonostante la maggior parte dei flussi migratori dai paesi africani riguardi movimenti “intra-africani” (i più grandi attrattori sono Sudafrica, Congo e Costa d’Avorio, ma anche paesi vicini alle zone di crisi come Sud Sudan, Gibuti, Mauritania), è evidente che la crescita della popolazione avrà ripercussioni sui fenomeni migratori. La Nigeria, ad esempio, supererà i 400 milioni di abitanti nel 2050. Altri cinque paesi oltrepasseranno quota 100 milioni.

INTERESSI EUROPEI E NON SOLO

La polemica sul franco Cfa ha riportato alla ribalta il tema del colonialismo (e neo-colonialismo), come causa principale del mancato sviluppo africano e, indirettamente, delle migrazioni. In effetti, gli interessi delle potenze europee in Africa hanno radici profonde, ma la questione è molto più complessa di quanto il dibattito di questi giorni potrebbe far pensare.

Le prime fasi del colonialismo delle nazioni moderne risalgono al periodo dei grandi navigatori del 1500 (principalmente spagnoli e portoghesi). Successivamente, per tutto il 1800, le potenze europee fanno letteralmente a gara per spartirsi le risorse africane, ridisegnando a tavolino i confini di paesi che prima erano suddivisi in centinaia di regni (spesso rimescolando gruppi etnici in guerra tra loro). In questa fase, senza dubbio, Regno Unito e Francia giocano un ruolo predominante. Anche dopo la decolonizzazione, completata solo negli anni Settanta del 1900, gli stati africani hanno subito i forti interessi delle potenze occidentali, prima con la contrapposizione Usa/Urss e poi attraverso l’iniziativa delle grandi multinazionali, che spesso vantano fatturati superiori al Pil dei paesi in cui operano e possono negoziare l’accesso alle materie prime con un rapporto di forza nettamente sbilanciato.

Dai primi anni Duemila, il principale attore in Africa è diventato la Cina, con un approccio molto concreto: risorse naturali in cambio di infrastrutture (strade, dighe, stadi, ferrovie, porti). Durante il terzo Forum on China-Africa Cooperation del 2018 è stato annunciato un nuovo piano triennale da 60 miliardi di dollari, in linea con quanto stanziato nel triennio precedente. Pechino ha trovato in Africa un enorme mercato per le proprie aziende manifatturiere: il valore del commercio bilaterale tra Cina e Africa è passato da poco più di 10 miliardi di dollari nel 2002 a 220 miliardi nel 2014.

Tutte queste dinamiche rappresentano indubbiamente un macigno sulle economie africane, limitando lo sviluppo di quei paesi. Peraltro, anche le politiche “interne” ai paesi occidentali hanno un impatto sull’economia africana: ad esempio, metà del bilancio Ue è dedicato al sostegno all’agricoltura, costituendo di fatto un freno alle esportazioni africane.

IL RAPPORTO TRA SVILUPPO E MIGRAZIONI

Secondo un’opinione molto diffusa, l’aumento degli investimenti e del livello di benessere in Africa dovrebbe comportare automaticamente una riduzione delle migrazioni. In realtà, molti studiosi hanno dimostrato come il meccanismo si realizzi solo nel lungo periodo. Anzi, nell’immediato, lo sviluppo agisce addirittura come stimolo alle emigrazioni: aumentando il reddito disponibile, infatti, è più facile sostenere il costo di un investimento così grande come l’emigrazione internazionale. E crescono pure il livello di istruzione, l’accesso alle informazioni e persino le scelte di matrimonio e di fertilità, tutti fattori di spinta delle migrazioni.

Va aggiunto che nei primi anni Duemila l’aumento del Pil di vari paesi africani aveva portato molti economisti a parlare di “miracolo africano”, prevedendo una strada simile a quella delle Tigri asiatiche. In realtà, quella crescita si è rivelata molto fragile, troppo legata al prezzo delle materie prime e poi frenata da fattori politici e strutturali. Ciò dovrebbe insegnare che i processi di sviluppo sono molto lunghi e complessi.

Aiutiamoli a casa loro” dovrebbe dunque essere un auspicio mosso dalla solidarietà tra stati, non dal mero interesse di ridurre gli arrivi. Lo slogan andrebbe poi “riempito” di dettagli che rispondono a quesiti elementari: “quanto li vogliamo aiutare”? “Come”? “Attraverso che canali”?

Sul “quanto”, l’Italia e gli altri paesi occidentali sono ben lontani dall’obbiettivo stabilito nel 2000 per gli aiuti pubblici allo sviluppo (0,70 per cento del Pil; l’Italia è allo 0,20 per cento). Considerando che ogni decimo di Pil vale circa 1,7 miliardi, c’è da chiedersi quale governo potrebbe oggi proporre un aumento. Proprio in questi giorni, anzi, uno studio di Openpolis e Oxfam ha evidenziato il taglio ai fondi per la cooperazione contenuto nella legge di bilancio 2019.

In più, andrebbe stabilito il “come”: gli aiuti sarebbero gestiti direttamente dai governi locali (con il rischio di finanziare dittatori e guerriglieri), dagli organismi internazionali multilaterali, o dalle tanto vituperate Ong?

Se non rispondiamo a questi interrogativi (innanzitutto, come comunità internazionale, ma anche come Italia), il dibattito rimarrà fermo a slogan superficiali e non porterà nessun beneficio reale, né in Africa né in nel nostro paese

Di Battista e il “complotto” sul franco CFA

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle affermazioni del pentastellato Alessandro Di Battista sul franco Cfa, moneta di alcuni paesi africani.

Alessandro Di Battista è ufficialmente di nuovo attivo sulla scena politica. Benché da esterno ai palazzi, come tiene costantemente a specificare. Ha concesso una lunga intervista a Fabio Fazio a Che tempo che fa (Rai 1), in cui ha espresso la sua visione su molte questioni affrontate dal governo gialloverde. Tra cui le migrazioni, tema tristemente tornato sulle pagine dei giornali di questi giorni. Ha fatto qualche dichiarazione originale e inedita sulla sovranità monetaria in Africa, individuando nella sua mancanza uno dei principali motivi dei flussi migratori verso l’Europa:

“Attualmente la Francia, vicino Lione, stampa la moneta utilizzata in 14 paesi africani, tutti i paesi della zona subsahariana. I quali, non soltanto hanno una moneta stampata dalla Francia, ma per mantenere il tasso fisso, prima con il franco francese e oggi con l’euro, sono costretti a versare circa il 50 per cento dei loro denari in un conto corrente gestito dal tesoro francese … Ma soprattutto la Francia, attraverso questo controllo geopolitico di quell’area dove vivono 200 milioni di persone che utilizzano le banconote di una moneta stampata in Francia, gestisce la sovranità di questi paesi impedendo la loro legittima indipendenza, sovranità fiscale, monetaria e valutaria, e la possibilità di fare politiche economiche espansive”.

Detto questo, ha strappato la banconota facsimile da 10 mila franchi Cfa (la valuta a cui si riferisce) sostenendo che finché non saranno tolte queste manette all’Africa il problema delle migrazioni non si risolverà mai.

È già stata individuata la mancanza di correlazione tra migrazioni e appartenenza all’area monetaria Cfa. Spieghiamo ora come mai ciò che ha detto Di Battista sulla sovranità dei paesi africani è una storiella distorta che punta a ingannare chi non è informato sul tema.

COS’E’ IL FRANCO CFA

La valuta chiamata in causa dall’esponente 5 stelle è il franco Cfa, ossia il franco della Comunità finanziaria africana. Indica due valute comuni a 14 paesi africani: Camerun, Ciad, Gabon, Guinea equatoriale, Repubblica centrafricana, Repubblica del Congo, Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo. Questo stati fanno parte della cosiddetta zona franco, ossia un insieme di territori dove sono utilizzate valute in passato ancorate al franco francese e che oggi invece sono legate all’euro da un sistema di cambi fissi garantito dal tesoro della Francia.

I paesi che adottano il franco Cfa sono perlopiù ex colonie francesi, eccetto la Guinea equatoriale e la Guinea-Bissau. Alcuni di questi stati fanno parte della Uemoa, ossia dell’Unione economica e monetaria ovest-africana, mentre gli altri fanno parte della Cemac, la Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale. Ad oggi il franco Cfa indica quindi sia la moneta della Uemoa (Xof) che quella della Cemac (Xaf).

Il valore della moneta è lo stesso nelle due aree (anche se non sono intercambiabili), la distinzione è dovuta al fatto che l’emissione è affidata a due istituti diversi: per la Uemoa l’istituto emittente è la Banca centrale degli stati dell’Africa dell’Ovest, mentre per la Cemac è la Banca degli stati dell’Africa centrale. Non è vero, dunque, che la Francia stampa moneta per conto di questi stati. Questi fanno parti di due aree economiche e monetarie con banche centrali proprie e che emettono il loro conio.

Comunque, è bene aggiungere che dove sono stampate le banconote è una questione irrilevante. La stampa di banconote richiede tecnologia, e molti paesi che hanno una propria moneta, tra cui anche alcuni paesi africani, se la fanno stampare all’estero. Persino una piccola porzione di banconote in euro è stampata all’estero, nel Regno Unito. I paesi importano poi banconote al costo di produzione e le loro banche centrali poi le emettono al valore facciale. La stampa e l’emissione di banconote sono quindi due cose diverse.

Il legame con la Francia ha un’altra natura, ed è dato da un sistema di cambi fissi. Tale sistema è stato ideato nel 1948 per evitare a questi paesi un impoverimento generalizzato a causa del deprezzamento in cui incorse il franco francese, moneta allora usata nelle colonie, dopo la seconda guerra mondiale. Si è poi lasciato invariato il meccanismo per assicurare una stabilità monetaria a questi paesi che sono tutt’ora in via di sviluppo. L’agganciamento a una moneta forte infatti riduce quasi completamente il rischio di fluttuazioni del cambio, che potrebbero avere effetti negativi sull’economia reale e sui consumatori, tramite la variazione del valore di esportazioni e importazioni, ma anche sugli istituti finanziari che, soprattutto nei paesi meno sviluppati, sono perlopiù indebitati in valuta estera.

Si può ovviamente discutere del regime di cambio migliore per questi territori. Il tasso di cambio fisso è stato introdotto in un momento di disordine dei mercati valutari ed è stato poi mantenuto per permettere a questi paesi di svilupparsi potendo contare su una valuta stabile. Le alternative al sistema corrente esistono e la discussione è aperta da tempo.

Con l’introduzione dell’euro è cambiata solo la moneta a cui il franco Cfa è ancorato (1 euro è pari a 655,957 franchi Cfa). Infatti, è sempre il tesoro francese ad assicurare la piena convertibilità, e non la Banca centrale europea.

COME FUNZIONA UN SISTEMA DI CAMBI FISSI

In un sistema di cambi fissi il tasso di cambio della moneta nazionale verso le valute straniere è stabilito dall’autorità monetaria nazionale, tipicamente la banca centrale. Tale istituto si impegna ad acquistare o a vendere valuta straniera per garantire la stabilità del tasso di cambio. In un meccanismo di questo tipo, il tasso di cambio può essere modificato soltanto a seguito di una decisione della banca centrale, la quale può aumentare o ridurre il valore della valuta nazionale tramite le operazioni apposite di rivalutazione o svalutazione.

Nel caso del franco Fca, è la Francia a garantire la piena convertibilità in euro, quindi è il suo tesoro ad agire sui mercati valutari affinché il tasso di cambio rimanga invariato. Si tratta di un onere per le riserve della banca centrale francese, che, in cambio, ha richiesto che le due banche centrali africane depositino una quota delle loro riserve in valuta estera presso il tesoro, in un conto di trading aperto a loro nome. Questa quota è stata ridotta dal 65 per cento al ​​50 per cento dal 2009. Ogni politica di tasso di cambio fisso, infatti, richiede una riserva di valuta estera (in questo caso, l’euro) a garanzia. E le riserve in valuta estera si possono tenere soltanto in banche commerciali dell’area valutaria di riferimento oppure nella sua banca centrale. I paesi del franco Cfa tengono quindi una percentuale di riserve presso il tesoro francese, che in cambio garantisce la convertibilità del franco Cfa in euro e offre una linea di credito nel caso di azzeramento delle riserve.

Dire quindi che “gli stati africani sono costretti a versare la metà dei loro denari” al tesoro francese è impreciso, perché si tratta solamente di metà delle riserve in valuta straniera delle banche centrali. In un conto che oltretutto corrisponde interessi. Si tratta comunque di una cifra piuttosto contenuta: i depositi sono pari a circa 7 mila miliardi di franchi Cfa, poco più di 10 miliardi di euro.

Ma per come l’ha messa Di Battista, sembra quasi che gli stati africani siano costretti a versare metà delle loro risorse come tassa verso l’ex colonialista.

Bisogna anche ricordare che questi 14 stati africani non sono costretti a tenere la loro valuta ancorata all’euro e la Francia incoraggia la discussione. Tant’è che il presidente francese Emmanuel Macron, durante una visita in questi territori, ha proposto di rivedere le condizioni di ancoraggio e addirittura di abolirlo, se questi paesi ne avessero fatto richiesta. Ma nessuno si è pronunciato in questo senso.

IL VERDETTO

Di Battista ha lanciato un’accusa forte alla Francia, ossia quella di aver ammanettato la sovranità economica di 14 stati africani. Un’accusa imbevuta di insolite teorie complottiste, come quella delle banconote stampate in Francia con relativa confusione tra stampa ed emissione, di esagerazioni, come il versamento di “metà dei loro denari” nelle grasse casse dello stato francese, e di una narrazione fuorviante della realtà. La dichiarazione del leader pentastellato è quindi FALSA.

Mariasole Lisciandro tratto da www.lavoce.info

Il segreto della rinascita del Portogallo

Riprendiamo per sintesi e con alcuni stralci un articolo apparso su www.lavoce.info che tratta degli stupefacenti risultati ottenuti dal Portogallo dopo la grave crisi degli anni passati.

I numeri parlano chiaro: crescita al 2,6 per cento, debito in calo, deficit all’1,7 per cento, disoccupazione all’8,5. E questo dopo essere stato sottoposto ad una procedura d’infrazione per deficit eccessivo decisa dalla Commissione europea dalla quale è uscito nel 2017.
Per capire come si è arrivati a capovolgere la crisi occorre riepilogarne i punti cruciali.

1995-2008: crescita e debito

L’ingresso nell’euro ha visto una drastica diminuzione dei tassi di interesse sia per i titoli pubblici che per i privati. L’aspettativa era che ci sarebbe stato un rilancio dell’economia, un aumento delle esportazioni e l’avvicinamento ai paesi europei più avanzati. Non è andata così. I consumi (a debito) sono saliti alle stelle e le importazioni sono aumentate. La produttività non è aumentata, ma i salari sì; di conseguenza si è indebolita la competitività del Paese. E inoltre aumento della spesa pubblica, del deficit e del debito. Con un Pil in calo.

2008-2018: crisi e ripresa

Con la crisi del 2008-2010 la situazione si aggrava e si arriva ad una crisi del credito cioè al Portogallo si chiudono bruscamente le porte di accesso ai mercati finanziari. È inevitabile a quel punto (2011) la richiesta di aiuto all’Unione Europea e al Fondo monetario internazionale che lo concedono (78 miliardi di euro) ponendo come condizione un drastico piano di riforme strutturali elaborato dalla Troika. Contrazione violenta della domanda pubblica, calo delle pensioni e dei salari, riforme del mercato dei beni, del mercato del lavoro, riforma fiscale, riforma delle imprese pubbliche ne sono gli elementi fondamentali. In questo modo il deficit passa dal 9,8 per cento del Pil al 2,3 per cento nel 2013 mentre il debito pubblico si attesta al 129 per cento del Pil. Nel complesso tagli di spesa per due terzi e aumenti di tasse per un terzo. Crollo della domanda interna e ripresa delle esportazioni gli effetti immediati.

A partire dal 2014 riparte la crescita, la disoccupazione inizia a calare e la bilancia dei pagamenti lentamente si stabilizza. Nel 2015 il governo passa al partito socialista (di impostazione liberale in economia) alleato con verdi e comunisti che lo sostengono dall’esterno.  Gli alleati del partito che guida il governo avevano come programma il ripudio del debito pubblico, l’uscita dall’euro e dalla Nato, e la rinazionalizzazione di interi settori dell’economia portoghese. E, invece, con molta intelligenza politica non vengono rovesciate le politiche concordate con FMI e UE, ma ci si accontenta di alleggerirne il peso. Di fatto, il governo si accontenterà di aumentare il salario minimo e le pensioni più basse, senza indietreggiare sui tagli alla spesa e sulle riforme approvate. La ripresa della crescita nell’area euro contribuisce poi alla ripresa del Portogallo.

Lezioni portoghesi

Quali insegnamenti possiamo trarre dalla ripresa dell’economia avvenuta dopo il drastico aggiustamento dei conti pubblici richiesto dalla Troika? Innanzitutto, in un’unione monetaria, quando non è possibile avviare un percorso di aggiustamento attraverso la svalutazione della moneta, l’ipotesi di una ristrutturazione del debito viene esclusa e si rischia di non poterlo rifinanziare, la svalutazione interna diventa necessaria per recuperare competitività.

Infatti, il successo della svalutazione interna ha consentito il rilancio delle esportazioni, il controllo della bilancia commerciale, e quindi una minore necessità di finanziamenti esteri. Poi è arrivata un’eccellente stagione turistica che ha facilitato il miglioramento del saldo corrente e i risultati del 2017 sono quelli riportati all’inizio.

In conclusione la contrazione della spesa pubblica e le riforme strutturali hanno avuto la triplice virtù di migliorare la solvibilità del paese, ripristinare l’equilibrio commerciale con l’estero ed eliminare diversi ostacoli alla crescita. Con la stabilità sono tornati anche gli investimenti dall’estero.

In aggiunta alla riflessione tratta da lavoce.info bisogna osservare che in Portogallo non si è affermata una forza politica antisistema e nessuno dice che l’economia può crescere solo con l’aumento della spesa pubblica o con l’assistenzialismo come capita in Italia. Loro sono andati vicini al default e ne sono usciti seguendo una strada dura, ma che ha prodotto risultati concreti non chiacchiere. In Italia abbiamo fatto tutto da soli senza aiuti dall’esterno, ma anche senza l’imposizione di politiche eccessivamente rigoriste. Anche se restiamo in coda alla crescita europea, esistono le condizioni per consolidare i risultati positivi che anche noi abbiamo ottenuto, ma la mancata formazione del governo e l’instabilità che ne consegue può riportarci indietro

L’Europa dei cittadini antidoto al sovranismo

I partiti che hanno vinto le ultime elezioni hanno una soluzione semplice per il problema della sovranità: rinnegare le politiche europee. Ma è una soluzione illusoria. Una maggiore democraticità si ritrova solo ampliando il dibattito politico in Europa.

La questione della sovranità nazionale

Si è parlato molto dei risultati delle recenti elezioni in Italia e delle loro possibili spiegazioni. Mentre l’attenzione si è prevalentemente concentrata sulle conseguenze economiche della crisi e gli errori veri o presunti del governo precedente, c’è un tema più generale che forse è ancora più rilevante. È quello della sovranità popolare, cioè della capacità dei cittadini di orientare con il voto i destini del proprio paese. È un tema che caratterizza tutte le democrazie occidentali, per le conseguenze indotte dalla forte e recente integrazione dei mercati. Ma è un problema particolarmente rilevante per i paesi europei e soprattutto per quelli che hanno adottato la moneta comune.

Questi paesi infatti, come contropartita ai benefici del mercato unico, hanno rinunciato alla capacità di prendere decisioni autonome nel campo della politica commerciale e della regolamentazione dei mercati. Ma adottando l’euro, hanno anche abdicato alla gestione autonoma della politica monetaria e di quella di bilancio, dato che l’appartenenza alla moneta comune impone di necessità anche vincoli fiscali. All’interno di questa cornice, gli spazi di manovra dei governi nazionali sono necessariamente ridotti. È vero per tutti i paesi euro, inclusa la potente Germania, ma è naturalmente tanto più vero per un paese come l’Italia, caratterizzato da alto debito e bassa crescita, e che perciò più dipende dalla benevolenza dei mercati e delle istituzioni europee. Ciò non può non creare frustrazione tra i cittadini. Non c’è nulla di più devastante per la percezione del ruolo del sistema democratico di frasi come “vorremmo ma non lo possiamo fare, perché ce lo impedisce l’Europa” oppure di “lo dobbiamo fare per forza, perché ce lo impone l’Europa”. Eppure, queste espressioni sono state usate più e più volte dai nostri politici per giustificare politiche poco popolari, dimenticandosi di aggiungere che quelle politiche europee, in realtà, erano state decise con il contributo spesso determinante dei nostri funzionari e dei nostri politici.

L’illusione di soluzioni semplici

I partiti che hanno vinto le ultime elezioni in Italia offrono una semplice soluzione al problema. Rinnegare le politiche europee e andare avanti per la propria strada. È una soluzione illusoria.

Farlo rimanendo all’interno delle istituzioni attuali avrebbe solo la conseguenza di relegare il paese ai margini del dibattito politico europeo. Ci penserebbero presto i mercati finanziari a riportarci in riga, una volta compreso che la marginalizzazione comporta anche una riduzione dell’ombrello protettivo steso sulle nostre finanze pubbliche dai vari meccanismi europei introdotti dopo la crisi, come l’Esm (European Stability Mechanism, Meccanismo europeo di stabilità) e la Omt (Outright monetary transactions).

Farlo uscendo dall’euro e dall’Unione europea, al di là degli enormi costi di transizione che ciò comporterebbe, lascerebbe il paese più solo, più povero e meno capace di influire sulle dinamiche globali.

Anche i vantaggi in termini di maggior autonomia sarebbero per molti aspetti illusori. Il debito dovrebbe essere comunque finanziato e, come ci insegna la storia, la possibilità di svolgere una politica monetaria autonoma, all’interno di un’area di scambi di cui comunque per ragioni geografiche dovremmo continuare a far parte, resterebbe limitata.
Tuttavia, il problema esiste. E come si è visto dalle elezioni che si sono tenute di recente nei vari paesi europei, non riguarda solo l’Italia e non riguarda nemmeno solo i paesi più colpiti dalla crisi. Il fatto è che con l’Unione europea e ancor più con quella monetaria, una parte molto rilevante delle decisioni sulle politiche (le policies) è stato trasferito a Bruxelles, mentre il dibattito politico (la politics) è rimasto esclusivamente nazionale. I governi nazionali sono ovviamente coinvolti nelle decisioni europee, ma in modo poco trasparente e poco comprensibile per i cittadini. Se questo è il problema, allora la soluzione può essere cercata solo riportando il dibattito politico a livello europeo, creando cioè un’unione politica in cui le decisioni sulle politiche vengano prese a seguito di un processo democratico che coinvolga direttamente i cittadini europei.

Le soluzioni istituzionali possono essere diverse, e c’è già un ampio spettro di proposte di giuristi e politologi, ma la direzione non può essere che quella. Si tratta ovviamente di una strada difficile e complessa, a maggior ragione in un momento in cui emergono spinte nazionalistiche e populiste, perché richiede ai paesi di rinunciare ad ancora più sovranità nazionale. Ma a ben vedere è anche l’unica soluzione possibile per contrastare definitivamente queste spinte. Il dibattito sulla riforma dell’Eurozona ne è un esempio: ci si barcamena spesso su soluzioni parziali o che coinvolgono complessi meccanismi di ingegneria finanziaria, ma diventa sempre più evidente che una unione monetaria non sostenuta da una unione politica è intrinsecamente instabile. Non siamo fortunatamente all’anno zero. Il dibattito è aperto e, per esempio, le proposte del presidente francese sulla introduzione di una capacità fiscale e di un bilancio per l’area euro, un ministro del tesoro responsabile di questo bilancio e di un euro-parlamento che lo controlli, vanno nella direzione giusta. Su questi temi il futuro governo italiano dovrebbe impegnarsi. Tenendo conto anche del fatto che la discussione in Europa va comunque avanti, con noi o senza di noi. Se non saremo seduti al tavolo, faremo probabilmente parte del menù.

Massimo Bordignon tratto da www.lavoce.info

Il canto popolare dell’indipendenza della Catalogna

Un grande canto popolare, un’epica della lotta pacifica e disarmata questa è l’immagine che una parte dei catalani hanno trasmesso all’opinione pubblica mondiale nelle ultime settimane. Un popolo pronto a scendere per le strade contro l’oppressione, per liberarsi dalle catene, per rivendicare la sua libertà e il diritto di costruire un futuro di prosperità. Guardando i volti delle persone nelle strade di Barcellona, in coda per votare o ascoltando le loro dichiarazioni ci si crede veramente che le cose stiano così. Loro sicuramente ci credono. Ma è la verità? O, meglio, è questa la realtà? Obiettivamente no.

Spagna autonomieLa Catalogna è una delle comunità autonome riconosciute e disciplinate nella costituzione spagnola. Basta scorrere gli articoli ad esse dedicati per avere l’idea della grande ampiezza dell’autonomia di cui godono. Nel caso della Catalogna da molti anni anche l’istruzione vi è stata fatta rientrare in misura tale che l’insegnamento della lingua spagnola è relegato al rango di lingua straniera. E con essa anche la cultura spagnola in generale (storia, arte, letteratura). Basterebbe questo per disorientare qualunque osservatore. Non solo non vi è traccia di prevaricazione centralistica, ma vi sono tutte le condizioni per un’autonomia che così ampia nemmeno in uno stato federale sarebbe concepibile.

Ma forse le norme che garantiscono l’autonomia confliggono con una pratica fatta di abusi e vessazioni da parte del governo centrale?  Le immagini dell’intervento della Guardia Civil domenica 1° ottobre per impedire il voto referendario sembrerebbero avvalorare questa ipotesi. Errore. Si tratta di un unicum e non di una prassi. Non vi è traccia negli ultimi cinquant’anni di alcun tipo di repressione diretta verso i catalani, verso la loro cultura, la loro lingua, la loro autonomia. La repressione che viene sempre rievocata, infatti, è quella che risale all’epoca del franchismo definitivamente superata con la rivoluzione pacifica che ha portato alla rifondazione dello Stato e alla Carta costituzionale del 1978.

soldi CatalognaE allora cosa resta? Anche in questo caso un osservatore obiettivo deve dire che restano gli otto miliardi di sbilancio tra ciò che la Catalogna versa allo Stato centrale e ciò che riceve. Non si intravede nel tripudio di retorica indipendentista che riempie di immagini e parole la comunicazione pubblica alcun altra motivazione reale che sostenga la ribellione in atto. Otto miliardi bastano per mettere in piedi un pasticcio a rischio di guerra civile? Sembra proprio di no, anche perché il do ut des all’interno di uno stato parte di una unione di stati non è così semplice come potrebbe sembrare. Con una mano si da e con molte altre si prende, magari senza nemmeno rendersene conto. Basti pensare ai fondi europei.

E allora si è trattato forse di un’allucinazione collettiva? Non proprio. Chi si interessa di psicologia delle masse avrà molto materiale da studiare nel caso catalano. Le modalità con le quali il governo e il parlamento della Catalogna hanno preparato il referendum sull’indipendenza la dicono lunga sull’approccio nazionalistico ed ostile dell’indipendentismo catalano. Un referendum in cui non era previsto quorum e nel quale bastava anche solo un voto più della metà di quelli espressi per mettere in moto il meccanismo della legge già votata in precedenza che vincolava il parlamento a sancire immediatamente la separazione dalla Spagna. Si tratta di modalità incredibili per affrontare la questione della rottura dell’unità nazionale in un grande Stato che fa parte dell’Unione Europea. Superficialità, approssimazione e un’enorme prepotenza e arroganza fatta apposta per tentare di dare una spallata allo stato spagnolo e per mettere a tacere ogni opposizione interna. rabbia catalaniAlcuni giornalisti più attenti sono andati a scavare nel nazionalismo catalano e vi hanno trovato gli stessi elementi: grande radicamento sociale e grande determinazione nel costruire la narrazione della Catalogna come nazione separata dalla Spagna, ma scarse motivazioni reali a sostegno di questa tesi. Piuttosto la ripetizione martellante di un concetto semplice: fuori dalla Spagna la Catalogna avrebbe un futuro radioso.

Purtroppo per i nazionalisti è l’esatto opposto di ciò che si intravede nella situazione attuale. Già alcune grandi banche ed imprese private hanno annunciato di essere pronte a trasferirsi altrove e, soprattutto, si sta chiarendo che non ci sarà posto in Europa nell’immediato futuro per uno stato catalano separato dalla Spagna. E senza Europa cosa pensano di fare, dove pensano di andare gli strateghi dell’indipendenza? Ci hanno pensato?

Ma, soprattutto, ci hanno pensato i catalani? Pronti a lanciarsi nelle strade, ad urlare slogan pieni di passione e di retorica, hanno capito cosa significa oggi uscire da uno stato (fra i più importanti dell’Unione Europea)? Ma prima ancora, hanno pensato alle conseguenze della rottura di un patto che tiene insieme diverse culture e tradizioni nella nazione spagnola? Pensano che questa sia una mera imposizione o si rendono conto che si tratta di una costruzione che si è realizzata in secoli di storia attraverso vicende dolorose e sanguinose? Credono forse che gli stati nazionali siano fatti di mattoncini Lego che basta smontarli per ricomporli in altro modo? Va bene il disagio (se uno vuole un disagio lo trova sempre), ma, insomma, scaricare tutto sulla Spagna è proprio una scemenza. Una sana lotta politica fa bene; l’esasperazione no.

manifestazione BarcellonaA che serve la partecipazione se si trasforma in eccitazione delle masse e non in consapevolezza dello stato reale delle cose? Tutti i regimi del passato, inclusi i peggiori, hanno fatto appello alla mobilitazione delle masse che sono state il necessario supporto per le follie delle classi dirigenti. Il fatto che di masse e di popolo siano piene le strade non significa per niente che una causa è giusta. Significa solo che è stata resa affascinante e convincente.

Bisognerà riflettere molto sulle vicende della Catalogna perché sono illuminanti sui pericoli e sugli enormi limiti dell’indipendentismo che nasce all’interno degli stati democratici. Il meccanismo è già sperimentato: di fronte al disagio si individua un nemico esterno sul quale si getta la responsabilità e si indica come soluzione la separazione e l’isolamento basata sul culto della propria comunità. Come se le comunità autonome in questo mondo globalizzato fossero chissà quale rifugio sicuro. E invece sono un vicolo cieco che non serve a dare risposte positive al disagio, ma che è tanto consolante per chi vuole illudere di averle trovate

Claudio Lombardi

Perché è illegale il referendum catalano

La Costituzione si basa sulla indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto all’autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà fra tutte le medesime”. Questo recita l’articolo 2 della costituzione spagnola. Non la carta del governo spagnolo o di Madrid, ma di tutti gli spagnoli. La base dell’incostituzionalità (ed illegalità) del referendum catalano sta proprio qui. Non c’è da discutere se sia giusto o sbagliato, c’è da prendere atto della situazione. Nel percorso post-Franco la Costituzione del 1978 è stata frutto di una stesura “democratica” e la sua approvazione è passata da un referendum popolare. Non parliamo di un testo dittatoriale od imposto con la forza, ma di una scelta del popolo spagnolo.

Spagna autonomieTanto basta per dichiarare illegittimo il referendum del primo ottobre. Se così non fosse la stabilità di ogni ordinamento democratico potrebbe essere minata da qualsiasi movimento populista (o meno) che abbia un grande seguito. Se per superare la Costituzione fosse sufficiente un referendum (per giunta limitato ad una singola regione), allora molti atti incostituzionali sarebbero legittimati. Chi approva questo tentativo di secessione, riempiendosi la bocca con “autodeterminazione dei popoli” o “democrazia”, va proprio contro questi stessi concetti. Un popolo che si dà delle regole limita il suo raggio d’azione alle stesse, imponendosi di rispettarle per vivere in una società civile. Questo non significa che i referendum secessionisti siano illegittimi in senso assoluto, ma che debbano rientrare entro gli schemi di legge eventualmente previsti dalle singole costituzioni. Si pensi a quello del Quebec nel 1995 o al tentativo scozzese nel 2014. In entrambi i casi furono seguiti gli iter di legge, rispettando i principi democratici dei singoli paesi. Aspetto che pare non stare troppo a cuore ai leader indipendentisti spagnoli. Il governo catalano, in barba alla Costituzione ed al buonsenso, ha persino indetto un referendum senza quorum e a indipendenza automatica in caso di vittoria dei secessionisti.

indipendenza CatalognaMa oltre al “tecnicismo” costituzionale, la scelta della secessione risulta persino sconveniente. In un mondo che va verso la globalizzazione estrema, la divisione non può che far male. I dati del “Registro Mercantil” (“Registro delle Imprese” spagnolo”) parlano di 8000 imprese fuggite dalla Catalogna (a partire dal 2008) a causa del rischio di secessione e per la pressione fiscale crescente. Questi dati portano la regione al secondo posto per fuga di società, subito dietro alle Canarie. Gli ultimi due anni sono stati ancora peggiori. Nel 2016 sono stati persi capitali per 1,3 miliardi di euro, mentre i primi 8 mesi del 2017 hanno registrato la migrazione di 414,6 milioni. Numeri che dovrebbero far allarmare la classe politica catalana, ma che evidentemente non bastano per far comprendere il rischio della secessione.

Federico Marcangeli tratto da https://fondazionenenni.blog

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