Europa: un deficit di comunicazione e trasparenza

comunicare Europa

Affiora sempre più spesso il sospetto che dietro lo sbiadirsi della popolarità dei valori europei possano esserci anche seri deficit di trasparenza ed errori di comunicazione strutturali. I profili sotto esame sono soprattutto tre.  Il primo è il target: l’Europa sembra farsi accettare, o addirittura amare, solo dalle classi più abbienti e colte. Il secondo, legato al primo, è lo sbilanciamento dei contenuti comunicativi: si punta molto su ideali astratti, dal lontanissimo manifesto di Ventotene al recentissimo anniversario dei Trattati di Roma, e non sui benefici concreti del trovarsi in una comunità unita da valori (e anche privilegi) che nel mondo appaiono sempre più rari e preziosi. Il terzo è il sostanziale flop di comunicazione e trasparenza sui veri nemici di ogni sviluppo istituzionale dell’Europa, che sono la doppia psicosi dell’immigrazione e dell’impoverimento economico. Vediamo rapidamente questi tre punti.

Europa egoismi nazionaliIl primo elemento di debolezza

Sul primo, cioè il target positivamente raggiunto dalla comunicazione europea, non solo una percezione empirica ma anche i dati dell’Eurobarometro – sondaggio civico annuale sulle politiche europee – segnalano che il brand “Europa unita” funziona, ma non arriva a tutti. Si ferma alle classi più colte e abbienti. (….) Chi crede nell’Europa è di regola giovane, certamente per un’idea della vita più dinamica e aperta che in passato. Ma oltre il dato anagrafico, c’è quello censitario: si sentono europei tre volte su quattro i membri delle classi agiate e i titolari di studi superiori. Un dato, questo, che peraltro tende pure a diminuire (….) fasce sempre più ampie di europei colti e benestanti iniziano a diffidare di un’istituzione che non comunica un’idea comune di sviluppo e di solidarietà.

Il secondo elemento critico

Il secondo fattore di debolezza – i contenuti tipici dei messaggi – si può valutare ad occhio nudo: l’immagine europea più frequente è quella di vertici e summit con leader impegnati a scambiarsi formalità, annunci retorici e avvertimenti in codice. Da nessuna parte “passa” l’idea che l’Europa è uno dei pochi presidi di valori universali come la libertà di espressione e il pluralismo, il rispetto delle donne e la tutela dei bambini, la difesa dei diritti dei lavoratori, dei malati e degli anziani, la libertà di impresa e le misure assistenziali a sostegno alle categorie svantaggiate. Gli europei sembrano più impegnati a competere fra loro e ad autoflagellarsi per ciò che di questi valori non funziona, che a farne un vessillo e un brand planetario.

Il terzo errore

europa unitaTerzo “baco” nel sistema comunicativo europeo è l’incapacità di elaborare una politica e un messaggio comune in tema di economia e immigrazione. Sul primo punto, pesa l’immagine della locomotiva-Germania che non traina nessuno, e anzi sembra fischiare sempre più distante da tutti gli altri. Sull’immigrazione, invece, incidono gli egoismi nazionali che hanno reso quella che era “l’Europa dei 28” un insieme di monadi non comunicanti. Su questi due temi, scetticismo e paura investono quasi tre quarti dei cittadini europei.

Il “Piano D”

Le crisi, non di rado, impongono serie autoanalisi e conseguenti salti di qualità. Quando, nel 2005, da Francia e Olanda venne un chiaro segnale di allarme – la bocciatura della Costituzione europea – fu avviato il “Piano D” (Dibattito, Dialogo e Democrazia), specificato l’anno dopo nel Libro Bianco sulla Comunicazione, che faceva perno sui principi di inclusione, diversità e partecipazione. (….)

Serve una spinta “superiore”

europa mondoOggi servirebbe una spinta persino superiore, partendo da ben precise priorità. Ad esempio, il funzionamento della macchina-Stato: già percepito con forte malessere a livello nazionale, in paesi come l’Italia provoca dei veri cortocircuiti se si proietta su scala europea. “Bruxelles”, per tanti nostri concittadini, è la sede dei soprusi e dei diktat, mentre poco o nulla si fa per sottolineare come accanto ad alcune distorsioni, sia proprio “quel” sistema a dare ancora ossigeno alla nostra economia: quanti, fra coloro che inneggiano ai poteri magici della gestione nazionale del cambio, conoscono gli effetti espansivi del Quantitative Easing, e quanti capiscono cosa significherebbe davvero abbandonare l’euro? L’Europa, correttamente, indaga sul livello di efficienza e qualità delle pubbliche amministrazioni dei paesi membri e, ad esempio boccia severamente l’Italia, associandola a quasi tutti i paesi dell’Est come modello negativo di una Pa che frena lo sviluppo (secondo il l’Annual Growth Report 2016 siamo carenti soprattutto per le norme in materia di appalti pubblici, i vari ostacoli normativi alla creazione di impresa e il sistema giudiziario). Ma bisogna porsi anche un’altra domanda: sul punto cruciale della percezione di capacità e trasparenza amministrativa, l’Europa è in grado di giudicare (e correggere) se stessa?

Sergio Talamo

(qui il testo integrale dell’articolo: http://www.quotidianoentilocali.ilsole24ore.com )

Elezioni in Francia

elezioni francesi

Il primo turno delle elezioni più attese degli ultimi anni si è tenuto e fra il diluvio di commenti che colpiscono ascoltatori e lettori sia consentito aggiungerne uno.

Innanzitutto non c’è ragione di mostrarsi stupiti per come sono andate le elezioni in Francia come fanno la maggior parte dei titoli di giornale o gli interventi nei dibattiti Tv perché, come diceva una vecchia canzone, “era già tutto previsto”. Sono mesi che ci raccontano dell’ascesa di Marine Le Pen, di quella del giovane Macron, della crisi dei partiti tradizionali con il candidato del centro destra, Fillon, che sarebbe stato travolto dalle sue vicende giudiziarie e con il quasi annullamento del partito socialista, e, infine, con l’ascesa di una protesta di sinistra che aveva il suo candidato in Mélenchon.

presidenziali 2017 franciaI risultati sono coerenti con queste analisi pre voto. Le osservazioni da fare sono poche. Innanzitutto nessun candidato fra i primi quattro si stacca nettamente dagli altri. La forchetta va dal 23,8% di Macron al 19,6%  di Mélenchon. Un elettorato, quindi, abbastanza suddiviso che si schiera però intorno a due opzioni di fondo: la protesta che contesta l’euro e la UE e la proposta di chi punta ad un ruolo più forte della Francia.

Da questo punto di vista siamo, più o meno, a metà e metà. Due metà che, però, contengono al loro interno una molteplicità di sfumature che ha colto meglio di tutti Macron il quale non pone la questione dell’uscita dall’euro (più o meno mascherata con un referendum), ma, più concretamente, quella di una ridefinizione dei rapporti tra i paesi europei, delle politiche e delle regole. Con questa impostazione non è impossibile che nel ballottaggio molti voti gli arrivino da altri elettori. Ciò non vuol dire che i giochi siano già fatti, ma sarebbe strano se Macron non raccogliesse una larga maggioranza al secondo turno. Il suo programma, ma soprattutto, lui stesso rappresentano l’equilibrio, l’elasticità e la determinazione per rilanciare la Francia all’interno e in Europa.

Francia coscienza nazionaleUn’altra osservazione, anzi, altre due. La percentuale di votanti ha sfiorato l’80%. Un risultato notevole in un Paese colpito più volte dal terrorismo e da tensioni sociali che avevano fatto parlare di un astensionismo diffuso. Non è stato così a dimostrazione che quando la politica offre più opzioni che rappresentano credibilmente i cittadini non c’è motivo di non andare a votare. Che la stragrande maggioranza degli elettori abbia votato significa inoltre che il disagio sociale del quale ci è stata descritta la diffusione e la radicalità (specialmente nelle banlieue e fra le comunità che si rifanno all’Islam) non ha inciso in maniera tale da condizionare quell’80% di francesi che hanno votato per il governo del loro Paese. D’altra parte fa più notizia una rivolta di qualche centinaio di giovani in una periferia che la stabilità di milioni di persone.

Per noi italiani il voto francese rappresenta una gigantesca lezione di come sia semplice dotarsi di una legge elettorale che funziona. Se i partiti, movimenti o come vogliono chiamarsi che siedono in Parlamento volessero dare prova delle loro capacità potrebbero copiare la legge francese e finirla con la manfrina che da anni ci tormenta con la ricerca della legge elettorale che soddisfi tutti. Quella confezionata dalla Corte Costituzionale non porta a nulla di buono e ci fa fare un bel salto indietro ai tempi del proporzionale.

Di cosa significa ce ne accorgeremo col prossimo voto e c’è da essere sicuri che, subito dopo, ripartirà la litania sulla ricerca di un’altra legge elettorale.

Da questo punto di vista la Francia è molto più avanti di noi perché ha una classe dirigente solida e un’opinione pubblica che ha a cuore il proprio Paese e ha il senso dello Stato (che funziona). Due punti di forza per loro e due debolezze per noi

Claudio Lombardi

Brexit, nazionalismo ed Europa federale

Europa egoismi nazionali

Perché è così scarso il nostro interesse per la Brexit? Forse perché oggi anche la nostra adesione al progetto di unificazione europea, peraltro abbastanza confuso e contradditorio, non è più così convinta e si è attenuata fino al limite dell’impalpabilità?

Eppure il rigetto di quel progetto, o un possibile ritorno all’indietro, procurerebbero probabilmente ai popoli europei catastrofi ora inimmaginabili: sul piano economico, ma soprattutto sul piano politico, sociale, culturale. E i conflitti emergenti sarebbero di difficile composizione dentro i recinti della politica.

referendum Regno UnitoIn primo luogo l’antefatto: il referendum è stato voluto dall’ex Presidente del governo conservatore Cameron, che pensava di respingere in questo modo le spinte isolazioniste, protezioniste, populiste e xenofobe che emergevano da una società impaurita dagli effetti dei processi di globalizzazione, investendo una parte cospicua della classe dirigente e del mondo politico. E’ sempre così quando le trasformazioni delle società avvengono in modo tanto rapido come nelle realtà attuali. Si determinano dei vortici di paura che fanno perdere di vista le opportunità positive che si creano, e l’opportunismo demagogico di molti rappresentanti politici costruisce su di loro il proprio consenso a scapito dell’interesse generale. Se si guarda alla storia recente d’Europa senza alcun paraocchi si può constatare che anche il fascismo ed il nazismo hanno avuto una genesi simile. Quanto agli esiti li conosciamo bene, o dovremmo conoscerli se avessimo un po’ di memoria storica.

Ciò che è avvenuto con Brexit dev’essere un insegnamento anche per noi: assecondare i populismi come ha fatto Cameron può avere effetti devastanti. Infatti Cameron ha dato le dimissioni ed è stato sostituito da Theresa May, più a destra di lui e fortemente determinata ad avviare le procedure per il distacco dall’Europa.

brexitA questo punto vorrei ricordare qualche dato relativo al referendum britannico. La maggioranza del 52% si è pronunciata a favore dell’uscita dall’Europa, ma a Londra hanno prevalso coloro che vorrebbero rimanere. E in Scozia il 62% dei votanti ha espresso la volontà di non uscire. Anche nell’Irlanda del Nord il 56% ha manifestato la stessa volontà. Tutte le ricerche che sono state fatte sulla composizione del voto ci dicono che i giovani fino ai 30 anni si sono espressi a maggioranza contro Brexit. Quindi Londra, la Scozia, l’Irlanda del nord, oltre ai giovani fino ai trent’anni sono stati contro Brexit, mentre a favore è stata l’Inghilterra delle campagne e delle piccole città, cioè la popolazione più impaurita dai processi di globalizzazione e più impreparata a coglierne le opportunità positive.

Un breve inciso sulle motivazioni del referendum. Il rapporto tra la Gran Bretagna e l’Europa continentale, nel corso della Storia, è sempre stato ondivago e, a seconda dei momenti, hanno prevalso gli atteggiamenti isolazionisti, o quelli collaborativi, senza mai annullarsi vicendevolmente. L’attuale momento storico è caratterizzato da un rapido processo di globalizzazione ed è su questo punto fondamentale che si misura il rapporto tra Gran Bretagna ed Europa continentale. Ma parlare solo di globalizzazione in riferimento a Brexit rischia di essere troppo generico, confondendo idee e termini delle questioni. Ciò che impaurisce l’Inghilterra profonda non è la globalizzazione finanziaria, operante da tempo, e nemmeno la globalizzazione delle merci, regolata da una miriade di accordi intercontinentali: è invece la globalizzazione delle persone nell’epoca delle grandi migrazioni. Ed è veramente ridicolo che siano proprio gli inglesi, in prima fila per secoli nel sostenere il colonialismo più feroce, che ha spogliato interi continenti delle loro ricchezze umane e materiali, ad opporsi oggi, in modo così radicale, ai processi migratori.

autonomia ScoziaProprio a causa di quel pronunciamento referendario molto articolato, che ho sommariamente descritto, oggi la Scozia, tramite i suoi rappresentanti istituzionali, e la stessa Irlanda del Nord, sono intenzionate a promuovere dei referendum per rimanere all’interno del processo di costruzione europea, uscendo dal Regno Unito. E li vorrebbero indire prima del termine previsto dall’articolo 50 del trattato di Lisbona, per non essere costretti in pratica ad uscire dall’Europa insieme alla Gran Bretagna. Ma non ci sono precedenti, non c’è casistica nel recente passato, e non ci sono codicilli negli innumerevoli trattati che hanno accompagnato fino ad ora il processo di unificazione Europea ai quali appellarsi.

Alcuni ‘sepolcri imbiancati’ del continente (spagnoli per lo più, ma non solo) si sono già pronunciati e, per paura di innescare processi autonomistici, dai quali si sentirebbero danneggiati, si mettono al fianco di Theresa May, la quale si oppone sia al referendum scozzese, sia a quello irlandese, adducendo l’argomentazione che la Gran Bretagna è uno Stato sovrano che si è già pronunciato, sia a livello popolare, sia a livello istituzionale, ed ora si tratta solo di perfezionare Brexit con le autorità europee. I nazionalisti europei, cioè coloro che non hanno mai pensato ad un’Europa federale, ma l’hanno sempre combattuta in nome di un confederalismo ormai obsoleto, responsabile dello stallo attuale, ed hanno favorito la nascita dell’Euro senza una sovranità politica europea che fosse in grado di modificarne via via gli evidenti squilibri che provocava, ora sostengono che se la Scozia vuole rimanere in Europa deve costituirsi in Stato sovrano e chiedere l’adesione all’U.E., mettendosi in fila con tutti gli altri. Fino a quando? Fino alle kalende greche ovviamente. Questa proposta non è percorribile e i ‘sepolcri imbiancati’ lo sanno bene. Per l’Irlanda del nord il discorso è diverso, visto che chiederebbe di far parte dell’Irlanda, che fa già parte in quanto nazione del consesso europeo, però, però … è già pronta l’obiezione che l’Irlanda unificata sarebbe uno Stato diverso dall’Irlanda attuale … ecc. ecc. Questa gente ha semplicemente paura di aprire la strada ai desideri di autonomia che allignano, in modo più o meno intenso, in ogni Stato nazionale europeo.

nazionalismiInsomma, i responsabili dello stallo europeo, che hanno sempre anteposto gli interessi nazionali a quelli continentali, che hanno portato il continente sull’orlo della dissoluzione, poiché hanno bloccato lo sviluppo della costruzione europea, dopo ben due guerre mondiali che hanno avuto come epicentro l’Europa, ci vincolano all’Euro e sono contro qualsiasi evoluzione in senso federalista. Essi sono oggi gli alleati più fedeli dei populisti di destra, nazionalisti e xenofobi, che stanno emergendo qui e là, che si stanno organizzando anche in Italia (Salvini e l’estrema destra, certamente, ma che dire di Grillo e dei 5 stelle, alleati in Europa di Farage?), e che nella primavera inoltrata si misureranno pericolosamente nelle elezioni francesi. E tutti insieme sono di fatto alleati con Theresa May che, per quanto la riguarda, l’idea europea l’ha già distrutta in nome della ‘piccola’ Bretagna.

Cosa significa tutto ciò per noi?

Che Brexit è dannosa non solo per quei 600.000 italiani che studiano o lavorano in Gran Bretagna e che potrebbero trovarsi in una condizione di patente inferiorità, magari costretti a rimpatriare modificando i loro progetti di vita.

E’ dannosa per l’insieme del processo di costruzione di un’Europa federale, l’unica realtà in grado di rompere le prigioni nazionalistiche che sono costate, nel secolo scorso, milioni di morti e la scomparsa in tutto l’Occidente dell’idea stessa di progresso.

Per quanto ci riguarda, volgere la testa dall’altra parte e non affrontare i problemi che ‘qui ed ora’ si pongono illudendosi che la buriana passerà da sola, significa ritornare a quei tempi là, al pericolo di confronti armati dagli esiti sempre catastrofici (la Jugoslavia, per non scomodare sempre le guerre mondiali, non è poi così lontana, sia nello spazio, sia nel tempo).

europa unitaE non volgere la testa dall’altra parte significa oggi mettere in evidenza la contraddizione insanabile tra l’idea e la pratica dell’Europa federale e le prigioni nazionalistiche, nelle loro diverse gradazioni.  Non è nazionalista solo lo xenofobo che alimenta la paura del diverso invece di cercare nuove forme di convivenza che possono arricchire tutti economicamente, culturalmente e umanamente, e pretende di fermare, col suo ditino, o con qualche cazzuolata di cemento, le maree degli uomini e delle donne che si spostano nel mondo. E’ nazionalista anche chi non accetta cessioni di sovranità politica ad un’Europa federale, con istituzioni politiche funzionanti, mantenendo in capo alla ‘nazione’ il diritto di decidere sul niente, dato che ormai la globalizzazione è uscita dai confini nazionali. Il nazionalista al quale mi riferisco è contrario non solo all’idea di federazione europea, ma a qualsiasi idea di autonomia territoriale all’interno del proprio Stato Nazione, per paura di una dispersione dei poteri. E’ contrario anche a qualsiasi riforma istituzionale all’interno degli Stati nazionali che renda più efficiente lo Stato e risponda all’evidente necessità di risolvere la crisi della democrazia rappresentativa associando i cittadini ai processi decisionali.

Ecco perché per andare veramente avanti in Europa è necessario decidere come si sta dentro i processi di globalizzazione (economica, politica, sociale, culturale) facendo maturare una nuova ‘visione’ del processo di unificazione europea e, nello stesso tempo, di ricostruzione dei processi democratici su base territoriale, a costo di rivedere tutto quanto è stato fatto finora.

E Brexit, a causa di ciò che comunque modificherà nel nostro modo di essere, ce ne offre l’occasione.

Non so se, come dice Emanuele Severino su ‘Repubblica’ del 19 marzo, “l’Europa è nata vecchia ed il suo destino è segnato dal destino dell’Occidente”.  So invece che, fra qualche giorno, non dovremo limitarci a celebrare i sessant’anni dei ‘Trattati Roma’, ma dovremo cercare concretamente di recuperare, nelle condizioni di oggi, le idee di quei visionari che sessant’anni fa innescarono il processo di costruzione di un’Europa federale, per metterla al riparo dall’autodistruzione, dopo due terribili guerre fratricide

Lanfranco Scalvenzi

I partiti europei che tutti cercano

partiti europei

Negli ultimi giorni si sono manifestate almeno due dinamiche a prima vista connesse al rinnovo della presidenza del Parlamento Europeo, ma che ci parlano di realtà politiche europee che si manifestano con logiche da veri e propri partiti europei con palesi ripercussioni sulla vita politica italiana.
partito popolare europeoLa prima dinamica è trapelata da qualche fonte d’informazione e non ha particolarmente colpito l’opinione pubblica: pare che influenti esponenti del Partito Popolare Europeo abbiano chiesto a Berlusconi di rompere l’alleanza con Salvini. La lega postbossiana è una formazione dell’estrema destra lepenista e se Berlusconi non rinuncerà all’alleanza con l’estrema destra in Italia la sua compagine politica sarà espulsa dai popolari a Bruxelles. Sembra inoltre che gli europarlamentari forzisti siano particolarmente interessati a scongiurare l’espulsione dal PPE e che la candidatura alla presidenza del Parlamento Europeo di Antonio Tajani sia funzionale a tenere Forza Italia nel campo dei popolari e lontana dalla Lega.
In sostanza sembra quasi che oggi Berlusconi, per tanti anni padrone incontrastato del centrodestra italiano, sia messo nelle condizioni di dover scegliere tra un’alleanza con la destra senza la quale è preclusa ogni possibile vittoria alle elezioni e l’adesione ai popolari europei. Sarà per questo che adesso spinge per una legge elettorale proporzionale?

Grillo Farage insiemeLa dinamica più plateale riguarda, però, la tentata adesione del Movimento 5 Stelle all’ALDE, il gruppo parlamentare dei liberali al Parlamento Europeo.  Voluta da Grillo e Casaleggio e negoziata con  Guy Verhofstadt, nonostante i liberali siano la forza più europeista del Parlamento Europeo ed i grillini per la prima metà di questa legislatura abbiano fatto parte dello stesso gruppo dell’UKIP di Nigel Farage che ha il fine  di distruggere l’UE. Per di più Guy Verhofstadt è un dichiarato federalista, cosa eccezionale nel panorama politico europeo dove chiunque ha un incarico politico si guarda bene dal pronunciare la parola federale mentre i 5stelle hanno dichiarato di voler tenere un referendum sull’euro.
Anche in questo caso c’entra la presidenza del Parlamento Europeo alla quale aspira anche Verhofstadt. Ora che l’accordo è naufragato per il rifiuto dei liberali si impone una riflessione che va al di là degli eventi contingenti. Si è detto che tutta la questione sta nei vantaggi che l’adesione a un gruppo parlamentare comporta. Sicuramente c’entra molto anche questo aspetto; tuttavia, i condizionamenti che comporta l’adesione ad uno schieramento politico europeo trovano la loro spiegazione in un altro senso.
Evidentemente se per rimanere dentro un partito europeo si smonta una coalizione nazionale (il caso di Berlusconi), si rischia di capovolgere la propria identità come voleva fare Grillo o si rischia di intaccare un consolidato profilo politico e un prestigio come ha fatto Verhofstadt una dimensione politica europea conta e nemmeno poco.

europaLa stranezza è che i partiti politici europei contano molto anche se somigliano più a confederazioni o alleanze di forze politiche nazionali. Comunque l’esistenza del Partito popolare europeo e del Partito socialista europeo suggerisce una linea di tendenza piuttosto chiara.

La novità è che oggi la necessità di una dimensione politica transnazionale è ammessa implicitamente dagli stessi grillini che si sono sempre presentati come un non partito e anche dai leader “sovranisti” come Matteo Salvini e Giorgia Meloni che, mentre fanno zapping tra un ritorno sovranista alla nazione  e la richiesta di smantellare “questa Europa”, intensificano i contatti con i loro omologhi degli altri paesi europei. Insomma tutti sono a caccia di una forma di collegamento politico che vada oltre l’ambito nazionale.
Una spiegazione plausibile è che ormai vi è un’ampia consapevolezza che l’euro non può funzionare bene solo con un set di regole, ma necessita di un’unione più politica che qualcuno presenta esplicitamente come una federazione tra i paesi che condividono l’euro.

EurozonaOra è palese che, se domani i governi, o i popoli degli Stati europei decidessero di convergere verso una federazione i partiti europei sarebbero costretti ad una rapida maturazione. Non è però detto che non possa verificarsi il contrario, ovvero che sia proprio la spinta derivante dall’affermazione di partiti politici europei a portare verso un cambiamento dei trattati e un diverso assetto istituzionale dell’Unione Europea e dell’area euro. Anzi per l’area euro non serve un migliore assetto istituzionale, ma occorre crearlo da zero perché i paesi della moneta comune non hanno istituzioni politiche.

Infine anche volendo prescindere dall’Unione Europea le questioni a cui dare risposta (disuguaglianze, regole della competizione tra le diverse economie, tutela dell’ambiente, conflitti, migrazioni) non possono essere affrontate a livello nazionale. Da qui la ricerca da parte di tutti di alleanze sovranazionali di forze politiche che potrebbero anche diventare veri partiti

Salvatore Sinagra

La lezione dell’ elezione di Trump

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Trump ci costringe a rimescolare le carte. Torna il vecchio dilemma: cosa è destra e cosa è sinistra? I voti li prende da una maggioranza indebolita e spaventata dalla crisi e dalla globalizzazione che prima di ogni ragionamento vuole sapere che ne sarà del lavoro e se qualcuno può ridarle i redditi e la stabilità di prima. Nessuna dotta analisi, nessun richiamo alle compatibilità e ad una visione strategica o ad una missione ideale può sostituire queste semplici domande. La promessa di far tornare di nuovo l’America grande basta e avanza a questa maggioranza per delineare il suo orizzonte ideale. La spinta è la rabbia per una crescita dell’economia i cui frutti sono stati presi da una casta di operatori finanziari, manager e proprietari di aziende più altri membri dell’establishment su su fino al famoso 1%.

make-america-great-againQuesta spinta non è stata vista da chi di questo establishment fa parte e da chi pensa sia sufficiente evocare le magnifiche sorti degli scambi globali e delle migrazioni per convincere milioni di persone a sopportarne le conseguenze. Purtroppo da anni la sinistra riformista e chi si presenta come centrosinistra (i democratici negli Usa) appare come il propugnatore di un’etica della sopportazione che invita alla moderazione, alla prudenza, al rinvio in nome di ciò che si può realisticamente fare in una situazione che appare come un fenomeno naturale sul quale non è possibile influire. Anzi, peggio, perché, mentre si diffonde il messaggio che la causa del riscaldamento globale sono le attività umane, altrettanto non si fa per i mercati che appaiono l’entità superiore inaccessibile e imperscrutabile che governa i destini dell’umanità.

Possiamo stupirci se è maturato nel cuore di quelle che una volta si chiamavano masse popolari un rifiuto che, di volta in volta, si rivolge all’accoglienza dei migranti, agli scambi commerciali con la Cina, ai vincoli della moneta unica e a quant’altro si frappone alla conquista di uno standard di vita accettabile? È un rifiuto senza confini che parla lo stesso linguaggio anche se filtrato dalle culture nazionali negli Usa e in Europa. Il linguaggio è quello dei propri interessi minacciati da una situazione che i gruppi dirigenti della politica non sembrano in grado di migliorare.

globalizzazioneLe masse vedono la globalizzazione come invasione di merci e di persone. Non ne vedono i vantaggi e pensano che sia stata voluta per oscuri interessi di una ristretta minoranza di “padroni del mondo”. E così si individua il nemico in chi arriva da altri paesi e chiede lavoro e protezione. Lo si individua nei lavoratori che producono le merci lontano e che tolgono spazio a quelle prodotte in casa. Lo si individua nelle regole dettate per far stare insieme paesi molto diversi sotto un’unica moneta.

La lezione dell’elezione di Trump vale per l’Europa e cioè per l’Italia, per la Francia, per l’Austria, per la Danimarca e vale per il Regno Unito. Da noi i movimenti populisti che scavalcano qualunque classificazione politica esistono e si rafforzano mentre i governi diretti dalle forze politiche tradizionali appaiono incapaci di rispondere alle esigenze dei propri cittadini. Chi ci prova come è il caso dell’Italia alle prese con i terremoti e con le sue arretratezze deve ingaggiare una dura battaglia con i controllori europei pagando il prezzo di errori della storia passata che non possono essere scontati nei tempi brevi di un ciclo economico.

disuguaglianza-ricchi-e-poveriLa lezione americana ci dice che la Clinton non ha rassicurato chi soffre le disuguaglianze, non ha convinto abbastanza sulla bontà dei suoi programmi perché priva di una credibilità forte e perché penalizzata per essere l’espressione di una classe dirigente che appare inadeguata pur nella crescita del Pil di questi anni a migliorare le condizioni di vita di milioni di persone.

Dopotutto i democratici hanno avuto otto anni di presidenza Obama per accorgersi di ciò che stava accadendo. Dovranno imparare loro e dovranno impararlo i democratici europei che l’invito alla moderazione e alla sopportazione di tutte le compatibilità trova sempre il limite degli interessi delle persone. Troppo non si può chiedere e conviene mostrarsi agguerriti e determinati a cambiare ciò che non funziona prima che si presenti un demagogo a raccontare favole e a trascinarsi via tutti

Claudio Lombardi

Elezioni Usa: bisogna sperare nella vittoria di Hillary

elezioni-usa-2016

Fino a qualche anno fa Donald Trump sarebbe stato bollato come un impresentabile nel paese, gli Stati Uniti, in cui la sera delle elezioni il candidato perdente è uso dire del vincitore “era il mio avversario ora è il mio presidente”. Oggi può diventare il 35° presidente.

Ho la sensazione che in Italia analisti politici, economisti e operatori finanziari attendano con il fiato sospeso il nostro referendum e non si rendano conto dell’importanza delle elezioni americane. Forse tutti pensano che sia impossibile una presidenza Trump?

leader-e-follaMa veramente è possibile che negli Stati Uniti una candidata preparata come Hillary Clinton possa perdere con uno come Donald Trump? La risposta è Si. La crescita delle disuguaglianze  e le tensioni identitarie figlie della globalizzazione negli Stati Uniti hanno portato una buona fetta della popolazione, la classe media impoverita e la classe operaia a chiedere una forte discontinuità. L’errata lettura della crisi dei subprime, sia da parte delle élite che l’hanno causata, sia da parte della piazza ha generato una maionese impazzita in cui Donald Trump con il suo profumo di nuovo (ma promettendo tagli delle tasse ai ricchi non proprio un’idea nuova) potrebbe pescare tra gli scontenti della globalizzazione più di Hillary Clinton che annuncia investimenti, taglio dei debiti degli studenti universitari e congedi parentali. Proposte concrete, ma stile pacato che non soddisfa le folle.

Il mail-gate cioè la storia delle mail inviate quando Hillary era Segretario di Stato potrebbe metterla nei guai togliendole voti anche se non è neanche chiaro se riguardi fatti penalmente rilevanti. Al contrario le evasioni fiscali di Trump, queste sì rilevanti, potrebbero non penalizzarlo.

trump-populistaTrump dice spesso cose indecenti, imbarazzanti o per nulla credibili, ma pare che quelli che hanno in questi mesi frequentato i suoi comizi non stiano nemmeno a sentire cosa dice Trump ma vogliano solo vedere un uomo che grida su un palco che rivolterà il mondo come un calzino, senza, tra l’altro, spiegare come e senza la reputazione personale per farlo (è uno che si è sempre fatto gli affari suoi badando ai soldi).

Bisogna però guardare alle conseguenze di una vittoria di Trump. Molti sono convinti che in caso di elezione dovrà rinunciare alle sue promesse più radicali. Alcuni rievocano la presidenza Reagan come se la cosa potesse rassicurare. Io francamente sono terrorizzato da un nuovo Reagan, non solo per quello che farebbe all’interno degli Usa, ma soprattutto per le ricadute di una presidenza populista e ultraliberista sulla situazione mondiale. Vedo quattro problemi che si aprirebbero:

  1. povertaVerrebbero date risposte sbagliate alla questione delle disuguaglianze e della povertà. Lo slogan di Trump è Make America Great Again. Il  presupposto della sua candidatura è che negli ultimi decenni né i democratici né i repubblicani abbiano fatto gli interessi degli americani. Ciò ha comportato l’ascesa politica e produttiva dei paesi emergenti – Cina, Messico, Brasile – e il declino industriale americano. Trump ha affermato che la  Rust Belt, la “cintura della ruggine”, l’area deindustrializzata nel nord-est degli Stati Uniti, è stata inventata dai politici. Il miliardario propone tagli fiscali per rilanciare la produzione e protezionismo. Si tratta di una ricetta palesemente sbagliata in un contesto in cui le diseguaglianze convivono con la piena occupazione. I dazi ed i tagli fiscali non andrebbero a beneficio dei lavoratori poco qualificati che guadagnano sempre meno, delle madri single o dei giovani che hanno sulle spalle un significativo mutuo contratto per frequentare l’università. Una ricetta opposta a quella dell’amministrazione Obama che ha puntato su provvedimenti (dall’accesso alle cure alla qualità dell’alimentazione) a favore dei ceti medio bassi.
  2. accordo-ttipVi sarebbe un’ulteriore contrazione del commercio internazionale. Una confusa deglobalizzazione potrebbe danneggiare ulteriormente le vittime della globalizzazione.  L’instabilità come sta accadendo con la Brexit costringerebbe solo a nuove politiche monetarie espansive la cui efficacia sarebbe tutta da verificare e difficilmente darebbe benefici agli americani che lavorano.
  3. Le organizzazioni internazionali sarebbero ulteriormente paralizzate. Gli ultimi decenni ed in particolar modo gli ultimi anni sono stati caratterizzati dalla crisi delle organizzazioni internazionali. Obama da un lato con  TTIP e TPP e la Cina e gli emergenti dall’altro hanno tentato di rispondere alla crisi della globalizzazione con vaste alleanze fatte con iniziative commerciali ma sostenute da un disegno politico. Trump farebbe allontanare gli Usa da queste iniziative con la promessa di un ritorno al passato del Make America Great Again, nel quale la potenza Usa bastava per garantire l’ordine mondiale controllando un solo avversario. Oggi è evidente che nessun paese può garantire l’ordine mondiale da solo.
  4. cooperazione-internazionaleLa cooperazione internazionale subirebbe una battuta d’arresto. Uno dei dati tanto sbandierati dai liberisti è che la globalizzazione ha fatto diminuire il numero di persone che vivono sotto la povertà. In realtà nell’eterogeneità dei risultati ottenuti, per esempio in Africa sub sahariana, la situazione è peggiorata. La riduzione del numero di persone che vivono con un dollaro al giorno è l’unico traguardo parzialmente ottenuto tra gli “obiettivi del millennio” fissati dall’Onu durante la gestione Annan. Rimangono ancora lontani miglioramenti sulla mortalità infantile, sulla mortalità per parto, sull’accesso all’acqua e all’istruzione primaria soprattutto per le bambine. Serve quindi più cooperazione internazionale per rispondere alle sfide del millennio.

Quattro problemi che si aprirebbero che proiettano le conseguenze dell’elezione di Trump sulla situazione mondiale e quattro valide ragioni per non aprirli e sperare che vinca Hillary Clinton.

Salvatore Sinagra

La governance europea che favorisce il populismo

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Un articolo di Sergio Fabbrini sul Sole 24 Ore tocca il tema cruciale della crescita del populismo in Europa. “Perché i partiti anti-europeisti (cioè contrari all’integrazione politica del continente) sono in crescita ovunque, persino in Germania?” si domanda Fabbrini. La risposta è che non si tratta solo delle politiche che persegue la Ue, ma anche del modello di governance che si è creato nella zona euro. Occorre quindi cambiare le politiche, ma anche il modo con il quale vengono assunte le decisioni in Europa. Seguiamo il ragionamento con una sintesi dell’articolo.

partiti-politiciLa crisi dei partiti ha toccato tutti i paesi europei e la tradizionale competizione fra destra e sinistra non è stata in grado di rispondere alle insoddisfazioni degli elettori. Così sono spuntate le formazioni anti-partito tutte orientate su posizioni anti-integrazione europea. È saltato lo schema che nel dopoguerra per decenni aveva ricondotto all’interno della competizione tra destra e sinistra le spinte che emergevano dalla società. Le infrastrutture politiche dello sviluppo economico post-bellico sono nate e hanno vissuto nell’ambito di questa competizione. Ciò che è accaduto a partire dalla crisi finanziaria del 2008 è stata una convergenza programmatica tra destra e sinistra che ha avuto la sua massima espressione nell’ambito delle politiche europee.

Da qui sono nati i governi di grande coalizione in Germania (2005-2009 e 2013-2017) che hanno di fatto cancellato la distinzione tra le posizioni cristiano-democratiche e quelle socialdemocratiche. Qualcosa di simile è accaduto in Francia con la sostanziale continuità programmatica delle presidenze Sarkozy e Hollande. (Anche in Italia abbiamo avuto un governo di emergenza nel quale si sono annullate le differenze tra le diverse componenti politiche).

protesta-anti-euroIl problema è che così “le nuove domande generate dal cambiamento sociale hanno finito per trovare nuovi canali per trasmettersi alla politica. Sono stati i movimenti populisti a rappresentare quelle domande, indirizzandole non solo verso il rifiuto dei partiti tradizionali (di destra e di sinistra) ma soprattutto verso il sistema euro-nazionale di cui quei partiti sono stati l’infrastruttura”. Si è così creata una nuova divisione non più tra destra e sinistra, ma tra sì e no al proseguimento dell’ integrazione europea.

Questa, tradottasi nell’integrazione monetaria e specialmente a partire dalla crisi del 2008, “ha modificato radicalmente la struttura della competizione politica all’interno dei paesi dell’Eurozona”. Tuttavia, la convergenza tra la destra e la sinistra non deriva dall’istinto di conservazione di élite politiche interessate a conservare i loro privilegi, ma, piuttosto, dal modello di governance economica che si è venuto istituzionalizzando nel corso della crisi. “In particolare, è il risultato dei vincoli regolamentari che si sono imposti sulle scelte nazionali, sull’onda della necessità di rispondere alla minaccia esistenziale del fallimento dell’euro”.

destra-sinistraIl guaio è stato che quei vincoli “hanno svuotato di significato la tradizionale competizione tra la destra e la sinistra a livello nazionale, senza promuovere contemporaneamente una altrettanto efficace competizione tra l’una e l’altra a livello sovranazionale”. Cioè si è trasferita la decisione sulle più importanti politiche economiche e finanziarie nazionali a Bruxelles determinando lo svuotamento di significato della competizione politica nazionale.

Il problema è che quelle “decisioni vengono prese in consigli intergovernativi costituiti di leader nazionali che possono trovare un accordo solamente facendo convergere le loro rispettive posizioni politiche. Se si esce da quegli accordi, si espone il proprio paese alla reazione dei mercati e all’isolamento rispetto agli altri partner europei. Se si rimane nel perimetro di quegli accordi, si alimenta la reazione anti-europeista dei partiti populisti all’interno del proprio paese”.

cambiare-stradaCome uscirne? La soluzione per Fabbrini non è solo cambiare le scelte politiche, ma cambiare il modello di integrazione, “separando chiaramente le politiche che vanno gestite insieme a Bruxelles e le politiche che debbono essere gestite individualmente dai singoli paesi”. Seguendo il suo ragionamento e tentando di completarlo, tuttavia, anche questo cambiamento non sarà sufficiente se non emergeranno indirizzi politici alternativi su scala europea. Ovvero se la principali correnti politiche europee non elaboreranno programmi differenziati  coerenti con i loro presupposti culturali. Avere come unico orizzonte i pur necessari parametri finanziari porta alla morte della politica che, però, non muore veramente, ma si trasferisce su movimenti anti-sistema e anti-Europa che hanno come unico progetto la separazione e la chiusura nei confini nazionali. Una ricetta che l’Europa ha già pagato con due guerre mondiali

Claudio Lombardi

La trasparenza? Per esempio New York

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Tratto dal sito www.romafaschifo.com ripubblichiamo l’analisi e le immagini di un articolo che risale a maggio del 2016 dedicato alla trasparenza nel rapporto con i cittadini a New York. Poiché in Italia e a Roma in particolare la trasparenza sembra qualcosa di difficile, fumoso e addirittura irraggiungibile è utile vedere come hanno fatto in una delle capitali del mondo. Come si capisce leggendo e guardando le immagini il problema non è tanto di modalità per attuare la trasparenza, ma di cultura civica e di rapporto tra spazio pubblico e cittadini.

“Si può parlare di una città e, con lei, di una intera cultura semplicemente analizzando con qualche foto la segnaletica di cui questa città si è dotata? Semplicemente mettendo sotto il faro dell’attenzione l’insieme di convenzioni grafiche che, mediate dalla legge, riescono a regolare l’interazione tra i milioni di uomini che percorrono l’agglomerato urbano.

ciclabili-new-yorkCi abbiamo provato con New York con risultati interessanti e, soprattutto, prontamente utilizzabili nella nostra città. Quando parliamo di segnaletica non parliamo soltanto di segnaletica orizzontale, come quella qui a lato, che ha permesso con pochi soldi e qualche mano di vernice di realizzare in tutta la città centinaia a centinaia di km di piste ciclabili semplicemente, grazie alla segnaletica, spostando la sosta delle vetture verso il centro della carreggiata. Parliamo anche e soprattutto di segnaletica, diciamo così, commerciale, burocratica diciamo. …. Ecco il nostro contributo per segnalare quali rivoluzioni si potrebbero fare in questa città applicando anche solo una parte delle banali e non costose misure di trasparenza che a New York sono la norma.

licenze-ambulanti-new-yorkPrendi gli ambulanti per esempio. Da noi sono un problema micidiale: impossibile sapere se sono regolari o no, impossibile sapere se possono stare lì o no. … Un sistema fatto apposta per generare abusivismo e furbizie. A New York anche questo miserabile venditore di frutta ha la sua card – obbligatoria da esporre – attaccata al carrello. Cosa c’è nella carta lo vediamo qui sotto: un codice, un codice QR per permettere ad ogni cittadino (!!!) di controllare con una foto, la data di scadenza, l’area dove il carrello può sostare e il numero di telefono sempre per i cittadini (!!!) per segnalare anomalie in maniera anonima. Nel mondo si chiama collaborazione tra istituzioni e cittadini, a Roma – la città con la mentalità più mafiosa d’Italia – ti direbbero che sei un “infame”, una “spia” e che fai delazione.

licenze-ambulanti-2Una parentesi andrebbe aperta sui costi delle licenze. Sono variabili, molto variabili. In alcuni parchi ultra periferici anche molto bassi: 700 dollari all’anno (ricordiamo che sono così basse anche per i nostri ambulanti, pure quelli che pur pagando 1000 euro all’anno ne guadagnano 1000 al giorno!) ma in alcuni casi si cresce moltissimo fino ad una 20ina di licenze i cui fees superano i 100mila dollari e, in pochi casi, anche 200mila. Pensate quanti soldi fa la città di New York grazie ai suoi ambulanti. E pensate come è difficile, semplicemente grazie alla banale trasparenza di questo foglietto, essere abusivi. E quando la licenza scade, va all’asta e vince chi offre di più. Solo dalle licenze rilasciate nei parchi, la città guadagna 5 milioni di dollari.

Ma la trasparenza sta anche nei lavori pubblici, a tutti i livelli. Come vedete qui sotto. sia quelli privati che quelli pubblici. Non di rado le società che ultimano i lavori si pubblicizzano vantandosi del buon lavoro compiuto.

ristrutturazioni-new-yorkSorprendente poi per noi è la trasparenza (signori, la trasparenza è gratis!) dei lavori privati. Ogni stabile interessato ai lavori (pensate a Roma l’omertà che vige, contra legem, sui lavori domestici: tutti fanno quel che gli pare senza comunicare alcunché, senza chiedere permessi, senza esporre all’esterno informazioni su quanto si sta facendo) deve esporre all’esterno tutta la lista dei permessi ottenuti. Ad una rapida lettura degli stessi si capisce alla perfezione che lavori si faranno, quali materiali si utilizzeranno, cosa si modificherà. Nella più totale trasparenza e con la possibilità di segnalare anomalie al numero di telefono dell’amministrazione. Questo qui sopra sarà un nuovo ristorante e dai permessi si può risalire a tutti i dati a riguardo, a Roma i cantieri clandestini sono all’ordine del giorno e i cittadini di uno stabile non hanno mai il diritto di sapere, con trasparenza, chi sta aprendo, che lavori farà, se questi lavori sono o non sono autorizzati e se sono conformi al progetto originale. A Londra (non sappiamo se anche a New York) è possibile anche entrare nel sito del comune e controllare se il progetto che il titolare ha depositato è uguale a quello effettivamente realizzato. Ogni cittadino può liberamente fare il proprio sopralluogo, e lo fa nel proprio interesse perché a New York non vogliono fare la fine dei cittadini del Lungotevere dove per quieto vivere (e per mancanza di trasparenza sui lavori) si è lasciato fare il signore di sopra che toglieva tramezzi e muri portanti salvo poi perdere la casa.

cantieri-new-yorkIdem per quanto riguarda i grandi lavori di architettura ed edilizia. Ogni cantiere, in questo caso, è dotato di finestre per sbirciare dentro in maniera trasparente e non fraudolenta. Una scritta, su ogni cantiere, invita a segnalare ad un determinato numero di telefono l’eventuale presenza di operai senza casco.

Ma la trasparenza diventa particolarmente interessante – specie se confrontata alla nostra situazione assolutamente fuori controllo – se la riportiamo nel mondo delle occupazioni di suolo pubblico relative ai tavolini. Tema sensibile a Roma.

occupazione-suolo-pubblicoGuardate questa situazione. E’ la situazione di tutti i dehors della città: ci sono i tavolini? Allora ci deve essere questo cartello. Se non c’è i tavolini sono abusivi. Ma è così evidente che lo sono, che automaticamente tavolini abusivi non ne vedi. Così tutti i ristoranti possono chiedere tavolini, la città dà concessioni serie, che scadono, con un mix di tavoli e sedie (non si procede a metro quadro, ma ad un mix di tavoli e sedie: è molto più facile da controllare), e gli introiti sono notevolissimi. E tutti possono, in trasparenza, controllare: il foglio indica quanti tavoli, quante sedie, quando è stata concessa la licenza, quando scade. occupazione-suolo-pubblico-new-yorkA costo zero, con un semplice software e con un file pdf inviato agli esercenti con obbligo di stampare e di esporre in maniera visibile si è reso davvero molto difficile il problema dell’abusivismo. Altro che borchie e altre sciocchezze simili. Davvero tutto questo sarebbe impossibile da noi?

Peraltro come è noto a New York i locali hanno l’obbligo di esporre un’altra cosa all’esterno: il grado di livello sanitario. Che può essere A, B o C e che indica ai consumatori quanto è alto il livello di igiene del ristorante dove stanno entrando. E se becchi una B o un “grade pending”, sei costretto ad esporlo.igiene-ristoranti Nel mondo questa la chiamano trasparenza, da noi si appellerebbero alla gogna mediatica. ….

Guardate questo eccellente ristorante di dumpling e noodles sulla Seconda Avenue. partecipazione-new-yorkHa chiesto di avere tavolini all’aperto ed ecco che succede. Appare un foglio dove si dice alla cittadinanza: questi hanno chiesto tavolini, se avete qualcosa da dire ci vediamo il giorno tale nella sala comunale a parlarne. Così non esistono comitati, non esistono denunce anonime, non esistono finte associazioni di quartiere che per garantirsi un po’ di silenzio serale mettono a rischio economia, tasse che la città potrebbe incamerare e posti di lavoro.

multe-auto-new-yorkAncora, a costo zero, un esempio straordinario (e a costo zero!) di trasparenza. Ma cosa diamine ci vorrà a copiare pratiche simili? E avete notato come quasi dappertutto ci sia il codice a barre? Sta anche sulle macchine, ebbene sì. Serve per fare le multe. Trasparenza, velocità, praticità. E consapevolezza che non si scappa. Se sai che non scappi, ti compirti molto ma molto meglio. E magari invece di parcheggiare male utilizzi i parcheggi a pagamento (guardate i costi) o quelli in struttura, per modici 16 e passa dollari per ogni mezz’ora. Ma da noi è un furto passare da 1 a 1,5 euro all’ora. Ci rendiamo conto che viviamo in un mondo a parte che non ha raffronti da nessuna parte del pianeta? Anche a Napoli la tariffazione della sosta costa il triplo che da noi…..

hot-spot-new-yorkInteressante, per finire, l’ultimissima novità in città: si stanno togliendo tutte le cabine telefoniche e al loro posto stanno nascendo – a proposito di segnaletica – queste strutture a totem. Ci passa un po’ di pubblicità, un po’ di messaggi della città, si possono usare per telefonare (gratis!) in tutti gli Stati Uniti e per navigare gratis su web, mail e mappe. E tutto intorno diffondono un potente segnale wi fi oltre a permettere a chi ne ha bisogno di ricaricare il telefonino”

L’intero articolo qui http://www.romafaschifo.com/2016/05/di-cosa-parliamo-quando-parliamo-di.html?utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

Il colpo di Stato in Turchia e il problema Islam

colpo di stato Turchia

L’Islam sta diventando una minaccia per la pace nel mondo? Inutile girarci intorno. È questo l’interrogativo che incomincia a diffondersi e che è esorcizzato dai tanti che si ostinano a negare alla radice il problema .

laicità turcaIl bluff del colpo di Stato in Turchia ha ridicolizzato le forze armate da sempre garanti della laicità dello Stato turco, ha modificato la costituzione materiale cui seguirà, inevitabilmente e dopo una vasta epurazione negli apparati pubblici, una modifica di quella formale che sancirà l’islamizzazione della società e del potere. Dentro la Nato, alle porte dell’Europa, con 80 milioni di abitanti, un esercito strapotente, un’economia forte e florida una Turchia trasformata in uno Stato autoritario islamico non è certo una bella notizia. Un anticipo di ciò che significherà lo abbiamo già avuto con la stagione delle cosiddette primavere arabe dietro alle quali si è sviluppato un disegno di ridefinizione degli equilibri di potere e geopolitici nel Medio Oriente che ha nella distruzione dei regimi moderati e laici il suo passaggio obbligato. La Turchia, membro della Nato ed ex candidata ad entrare nella Unione Europea, ha già dato un suo contributo tentando di realizzare un disegno di espansione egemonica e territoriale per il quale, in combutta con l’Arabia Saudita, ha sostenuto in ogni modo l’Is puntando alla conquista di una parte della Siria.

Il quadro generale è quello di una lotta in corso da molti anni tra sciiti e sunniti nella quale l’Occidente ha avuto una parte, prima con la guerra tra Iran e Iraq, poi col sostegno alla guerriglia contro l’Urss in Afghanistan e, infine, con le sciagurate guerre che hanno distrutto due regimi autoritari, ma laici e stabili in Iraq e in Libia. Da qui ha preso le mosse una guerra fondata sul terrorismo che ha colpito soprattutto il continente africano e l’Asia. Usa ed Europa ne sono rimasti colpiti in misura comunque marginale.

islamizzazioneA questa si è affiancata una crescente islamizzazione di popolazioni e stati che nei decenni passati avevano acquisito un minimo di identità nazionale laica spesso allontanandosi e scontrandosi con l’identità religiosa. Il nazionalismo arabo, il socialismo arabo (partito Ba’th), il panarabismo sono ricordi di epoche lontane ormai scomparse. La Turchia laica nata nel 1922 rischia di diventare anch’essa un ricordo. Ora ogni fazione in lotta, ogni gruppo che aspira a prendere il comando, ogni leadership che vuole il riconoscimento popolare si richiama all’identità religiosa come sua unica fonte di legittimità. Un popolo osannante un capo che impugna la religione (come sta accadendo in Turchia con Erdogan vittorioso sui golpisti) non ha nulla a che vedere con la democrazia. Uniche eccezioni la dittatura militare in Egitto e regimi più o meno democratici in Tunisia e in Algeria.

Il terrorismo è la modalità principale con cui viene condotta la guerra dell’Is sia in Medio Oriente che in Africa e in Asia. L’Is è un marchio tenuto insieme dalle conquiste territoriali che gli è stato permesso di compiere, dalla potenza legante di internet e dal disegno strategico (il Califfato) che intende realizzare. Disegno strategico di unificazione dei popoli islamici sotto un unico regime governato dalla sharia che ha come suoi nemici principali i governi in carica nei paesi islamici e l’Occidente con cui si alleano e fanno affari. Il terrorismo in Europa è funzionale a questo disegno e uno dei suoi scopi principali è aumentare la presa sui milioni di musulmani che vivono in Occidente sia per trarne altri combattenti sia per logorarne il rapporto con le società occidentali. Quest’ultimo è il problema che ci tocca più da vicino e merita qualche considerazione più ampia.

terrorismo islamistaAbbiamo visto che i terroristi spesso nati e cresciuti in un paese europeo non sono mai musulmani esemplari (così come già fu per gli attentatori dell’11 settembre del resto) bensì giovani che vivono, nel bene e nel male, la vita che si può vivere in un qualunque paese occidentale. Sono, però, al pari dei tanti che sono partiti per combattere nelle file dell’Is in Siria e in Iraq, persone alla ricerca di un’identità. E la trovano facendosi saltare in aria o facendo strage di innocenti. Si può anche dire che siano dei disturbati mentali, ma lo sono in nome di una religione, inseriti in una rete mondiale, con un’assistenza logistica, con finanziamenti, con canali per trovare armi ed esplosivi, con finalità strategiche che li rendono un problema ben diverso da quello di un comune delinquente o teppista da stadio.

E qui veniamo al problema Islam. Sarebbe, infatti, lecito aspettarsi che i terroristi in Europa siano non solo isolati, ma smascherati e denunciati innanzitutto dalle comunità nelle quali vivono e che si riconoscono nella medesima fede religiosa. Finora non è accaduto e i quartieri a maggioranza musulmana in Francia e in Belgio sono stati l’acqua nella quale questi pesci hanno nuotato indisturbati. Perché è potuto accadere?

Islam nel mondoL’Islam così come si presenta a noi tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo è una realtà non assimilabile a quella di una qualsiasi altra religione. È, insieme, credo religioso, regola di vita, fondamento di stati, ideologia politica, collegamento tra moltitudini di persone per ogni altro aspetto lontane ed estranee. L’Islam è una religione senza un’autorità riconosciuta che ne aggiorni i contenuti e, per questo, si presta ai più svariati usi da parte di gruppi che si appigliano a questo o a quel passaggio dell’unico testo che ne stabilisca i precetti: il Corano. L’Islam si pone al di sopra di ogni autorità civile; nega la distinzione tra religione e Stato; costituisce l’identità unica e totalizzante delle comunità dei credenti. L’Islam è una religione militante che tende a non riconoscere l’autonomia dell’individuo e detta regole di vita e di comportamento vincolanti. Regole desunte dai versetti del Corano che, nella loro inevitabile secolare rigidità, non riescono a conciliarsi con il progresso dell’umanità e danno luogo a comportamenti  inaccettabili specialmente sul versante dei rapporti tra uomini e donne e nei confronti delle libertà politiche e civili.

L’Islam è tutto questo, ma è anche scelta individuale ed è vero che nessuna responsabilità si può addebitare a chi professa la religione. Il problema, infatti, non è di considerare i musulmani colpevoli di qualcosa, ma di conquistarli ad accettare e condividere il sistema di valori e le regole che ci siamo dati dopo secoli di guerre culminate in due guerre mondiali con decine di milioni di morti. Non c’è massacro che ci possa stupire ed è per questo che siamo legittimati a combattere perché nessuno minacci la nostra pace.

integrazione religiosaPer questo, oggi, qui in Europa, la nostra principale battaglia è quella culturale per integrare le persone di fede musulmana convincendole a sentirsi parte di una comunità nazionale e a riconoscere lo Stato laico come superiore ad ogni autorità religiosa. Occorre togliere l’acqua ai pesci del terrorismo.

Ma c’è un altro problema perchè bisogna guardare lontano. La prospettiva di un partito islamico nei paesi europei immaginata da Houellebecq nel suo libro “Sottomissione” non è poi così assurda come si potrebbe immaginare e dipende solo dal numero di coloro che potrebbero sostenerlo. E, come sappiamo tutti, questo numero è in continua crescita con i migranti e con le seconde generazioni. Tuttavia si tratta di un evento che non è assolutamente auspicabile. Ciò che sta accadendo in Turchia ci deve mettere in guardia che la conquista culturale viene sempre per prima dell’uso della forza

Claudio Lombardi

Il disorientamento del dopo Brexit

dopo Brexit

A qualche settimana dal referendum britannico che ha visto prevalere il leave l’incertezza regna sovrana.  Il dopo Brexit è contrassegnato dal disorientamento dei leader che danno l’impressione di non sapere bene che fare.
A Londra si registra un vero e proprio sconvolgimento politico: Il premier conservatore Cameron si è dimesso, il nazionalista Farage ha lasciato la guida del suo partito, il leader laburista Corbyn e’ stato sfiduciato dai suoi parlamentari e due big conservatori in prima linea per il leave, Gove e Johnson non correranno per prendere il posto di  Cameron.
referendum Regno UnitoIl referendum e’ stato utilizzato per fare una guerra di posizione nel partito conservatore, con Cameron che voleva dimostrare alla destra di essere il più forte e i politici dell’ala destra del partito che volevano dimostrare ai britannici di essere molto bravi a rubacchiare qualcosa a Bruxelles brandendo l’arma del referendum.
Oggi in prima linea per la successione a Cameron è rimasta solo Theresa May, donna allergica ad ogni trattato internazionale  soprattutto se relativo ai  diritti umani, ma che, pur tenendo un profilo basso, era dalla parte del remain.
Se, come ha fatto intendere Boris Johnson, l’obiettivo dei conservatori più estremisti e’ portare Londra fuori dall’UE, ma facendola rimanere attaccata al mercato unico la destra britannica sta facendo una guerra puramente simbolica e potenzialmente molto costosa. L’adesione allo spazio economico europeo in sostituzione di una membership dell’Ue con opt out su tutte le questioni politiche e’  un cambiamento poco rilevante sotto il profilo economico ottenuto però dopo un percorso tortuoso con impatti potenzialmente disastrosi e irreversibili su stabilità e crescita.
Dall’altra parte della Manica però non è che le cose siano molto più chiare. In sintesi si può dire che c’è una “Unione divisa” e non è certo una novità.  Come sempre c’è una Commissione Europea che (bene o male) vuol provare a sintetizzare un interesse comune e i governi nazionali che provano a difendere l’interesse nazionale o ancor peggio provano a cavalcare l’euroscetticismo per ottenere qualcosa in più.

Merkel HollandeIl “ventaglio” delle posizioni dei leader degli stati più importanti è significativo. La signora Merkel ha una posizione attendista: la Gran Bretagna è un partner commerciale importante per la Germania e la cancelliera vuol fare tutto il possibile per non pregiudicare l’accesso di Londra al mercato interno. Hollande ammonisce che senza la Gran Bretagna non si potrà mai parlare di esercito europeo. Evidentemente trascura il fatto che gli inglesi non vogliono che l’Europa divenga un superstato ed un esercito europeo sarebbe proprio una conferma della sua esistenza. Tanti altri premier europei sembrano come Merkel e Hollande più interessati a preservare rapporti politici e commerciali con Londra che a immaginare quei cambiamenti istituzionali e di politiche economiche che il voto del 23 giugno ci dice essere ormai improcrastinabili ma che in verità e’ evidente fossero auspicabili già dieci anni fa. Così il presidente della Commissione Juncker dice che Londra ha votato e che bisogna fare in fretta a definire la nuova situazione sulla base del principio “chi è dentro e’ dentro, chi è fuori e’ fuori”. Il presidente del Parlamento europeo, il tedesco Schulz con una riflessione sull’economia lapidaria e incontestabile si accoda a Juncker: l’instabilità fa male, quindi occorre chiudere subito il dossier Brexit.

crisi EuropaLa questione si complica ancora guardando ad est. Alcuni capi di governo di paesi accusati di opportunismo da Juncker perché interessati solo a rastrellare fondi comunitari, ma non a dare risposte comuni a questioni epocali come quella dei migranti, vogliono la testa del presidente della Commissione europea e cercano una sponda in Angela Merkel. Tra l’altro il presidente della Commissione in questo momento non può contare nemmeno sull’appoggio di tutti gli uomini delle istituzioni UE, con il presidente dell’eurogruppo l’olandese Dijsselbloem che non si e’ mai distinto per brillantezza ma adesso e’ completamente sparito ed il presidente del Consiglio Europeo, il polacco Tusk che dovrebbe facilitare la sintesi di posizioni tra i governi dell’Unione ma continua ad attaccare Merkel, Hollande e Juncker ed a stigmatizzare ogni proposta di riforma dell’Unione per cercare di guadagnare qualche consenso tra l’elettorato polacco che si e’  ormai affidato alla destra conservatrice ed euroscettica. Non abbiamo quindi un presidente dell’eurogruppo ma abbiamo trovato in Tusk il presidente de facto del no-eurogruppo che si candida a rappresentare  gli interessi dei paesi politicamente periferici. Il ruolo di Tusk era stato pensato per sbloccare le situazioni di stallo e oggi il polacco invita tutti a stare fermi sullo status quo.
Serve quindi una riforma profonda dell’Unione Europea che deve essere fatta con il coinvolgimento del popolo e non con un trattato di compromesso e poco comprensibile, tuttavia dobbiamo sapere che senza una classe dirigente degna di questo nome e con politici che usano le elezioni europee come sondaggi ed i referendum come terreno di battaglia interna al partito non c’è futuro per il vecchio continente.

Salvatore Sinagra

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