Il canto popolare dell’indipendenza della Catalogna

indipendenza della Catalogna

Un grande canto popolare, un’epica della lotta pacifica e disarmata questa è l’immagine che una parte dei catalani hanno trasmesso all’opinione pubblica mondiale nelle ultime settimane. Un popolo pronto a scendere per le strade contro l’oppressione, per liberarsi dalle catene, per rivendicare la sua libertà e il diritto di costruire un futuro di prosperità. Guardando i volti delle persone nelle strade di Barcellona, in coda per votare o ascoltando le loro dichiarazioni ci si crede veramente che le cose stiano così. Loro sicuramente ci credono. Ma è la verità? O, meglio, è questa la realtà? Obiettivamente no.

Spagna autonomieLa Catalogna è una delle comunità autonome riconosciute e disciplinate nella costituzione spagnola. Basta scorrere gli articoli ad esse dedicati per avere l’idea della grande ampiezza dell’autonomia di cui godono. Nel caso della Catalogna da molti anni anche l’istruzione vi è stata fatta rientrare in misura tale che l’insegnamento della lingua spagnola è relegato al rango di lingua straniera. E con essa anche la cultura spagnola in generale (storia, arte, letteratura). Basterebbe questo per disorientare qualunque osservatore. Non solo non vi è traccia di prevaricazione centralistica, ma vi sono tutte le condizioni per un’autonomia che così ampia nemmeno in uno stato federale sarebbe concepibile.

Ma forse le norme che garantiscono l’autonomia confliggono con una pratica fatta di abusi e vessazioni da parte del governo centrale?  Le immagini dell’intervento della Guardia Civil domenica 1° ottobre per impedire il voto referendario sembrerebbero avvalorare questa ipotesi. Errore. Si tratta di un unicum e non di una prassi. Non vi è traccia negli ultimi cinquant’anni di alcun tipo di repressione diretta verso i catalani, verso la loro cultura, la loro lingua, la loro autonomia. La repressione che viene sempre rievocata, infatti, è quella che risale all’epoca del franchismo definitivamente superata con la rivoluzione pacifica che ha portato alla rifondazione dello Stato e alla Carta costituzionale del 1978.

soldi CatalognaE allora cosa resta? Anche in questo caso un osservatore obiettivo deve dire che restano gli otto miliardi di sbilancio tra ciò che la Catalogna versa allo Stato centrale e ciò che riceve. Non si intravede nel tripudio di retorica indipendentista che riempie di immagini e parole la comunicazione pubblica alcun altra motivazione reale che sostenga la ribellione in atto. Otto miliardi bastano per mettere in piedi un pasticcio a rischio di guerra civile? Sembra proprio di no, anche perché il do ut des all’interno di uno stato parte di una unione di stati non è così semplice come potrebbe sembrare. Con una mano si da e con molte altre si prende, magari senza nemmeno rendersene conto. Basti pensare ai fondi europei.

E allora si è trattato forse di un’allucinazione collettiva? Non proprio. Chi si interessa di psicologia delle masse avrà molto materiale da studiare nel caso catalano. Le modalità con le quali il governo e il parlamento della Catalogna hanno preparato il referendum sull’indipendenza la dicono lunga sull’approccio nazionalistico ed ostile dell’indipendentismo catalano. Un referendum in cui non era previsto quorum e nel quale bastava anche solo un voto più della metà di quelli espressi per mettere in moto il meccanismo della legge già votata in precedenza che vincolava il parlamento a sancire immediatamente la separazione dalla Spagna. Si tratta di modalità incredibili per affrontare la questione della rottura dell’unità nazionale in un grande Stato che fa parte dell’Unione Europea. Superficialità, approssimazione e un’enorme prepotenza e arroganza fatta apposta per tentare di dare una spallata allo stato spagnolo e per mettere a tacere ogni opposizione interna. rabbia catalaniAlcuni giornalisti più attenti sono andati a scavare nel nazionalismo catalano e vi hanno trovato gli stessi elementi: grande radicamento sociale e grande determinazione nel costruire la narrazione della Catalogna come nazione separata dalla Spagna, ma scarse motivazioni reali a sostegno di questa tesi. Piuttosto la ripetizione martellante di un concetto semplice: fuori dalla Spagna la Catalogna avrebbe un futuro radioso.

Purtroppo per i nazionalisti è l’esatto opposto di ciò che si intravede nella situazione attuale. Già alcune grandi banche ed imprese private hanno annunciato di essere pronte a trasferirsi altrove e, soprattutto, si sta chiarendo che non ci sarà posto in Europa nell’immediato futuro per uno stato catalano separato dalla Spagna. E senza Europa cosa pensano di fare, dove pensano di andare gli strateghi dell’indipendenza? Ci hanno pensato?

Ma, soprattutto, ci hanno pensato i catalani? Pronti a lanciarsi nelle strade, ad urlare slogan pieni di passione e di retorica, hanno capito cosa significa oggi uscire da uno stato (fra i più importanti dell’Unione Europea)? Ma prima ancora, hanno pensato alle conseguenze della rottura di un patto che tiene insieme diverse culture e tradizioni nella nazione spagnola? Pensano che questa sia una mera imposizione o si rendono conto che si tratta di una costruzione che si è realizzata in secoli di storia attraverso vicende dolorose e sanguinose? Credono forse che gli stati nazionali siano fatti di mattoncini Lego che basta smontarli per ricomporli in altro modo? Va bene il disagio (se uno vuole un disagio lo trova sempre), ma, insomma, scaricare tutto sulla Spagna è proprio una scemenza. Una sana lotta politica fa bene; l’esasperazione no.

manifestazione BarcellonaA che serve la partecipazione se si trasforma in eccitazione delle masse e non in consapevolezza dello stato reale delle cose? Tutti i regimi del passato, inclusi i peggiori, hanno fatto appello alla mobilitazione delle masse che sono state il necessario supporto per le follie delle classi dirigenti. Il fatto che di masse e di popolo siano piene le strade non significa per niente che una causa è giusta. Significa solo che è stata resa affascinante e convincente.

Bisognerà riflettere molto sulle vicende della Catalogna perché sono illuminanti sui pericoli e sugli enormi limiti dell’indipendentismo che nasce all’interno degli stati democratici. Il meccanismo è già sperimentato: di fronte al disagio si individua un nemico esterno sul quale si getta la responsabilità e si indica come soluzione la separazione e l’isolamento basata sul culto della propria comunità. Come se le comunità autonome in questo mondo globalizzato fossero chissà quale rifugio sicuro. E invece sono un vicolo cieco che non serve a dare risposte positive al disagio, ma che è tanto consolante per chi vuole illudere di averle trovate

Claudio Lombardi

Perché è illegale il referendum catalano

referendum catalano

La Costituzione si basa sulla indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto all’autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà fra tutte le medesime”. Questo recita l’articolo 2 della costituzione spagnola. Non la carta del governo spagnolo o di Madrid, ma di tutti gli spagnoli. La base dell’incostituzionalità (ed illegalità) del referendum catalano sta proprio qui. Non c’è da discutere se sia giusto o sbagliato, c’è da prendere atto della situazione. Nel percorso post-Franco la Costituzione del 1978 è stata frutto di una stesura “democratica” e la sua approvazione è passata da un referendum popolare. Non parliamo di un testo dittatoriale od imposto con la forza, ma di una scelta del popolo spagnolo.

Spagna autonomieTanto basta per dichiarare illegittimo il referendum del primo ottobre. Se così non fosse la stabilità di ogni ordinamento democratico potrebbe essere minata da qualsiasi movimento populista (o meno) che abbia un grande seguito. Se per superare la Costituzione fosse sufficiente un referendum (per giunta limitato ad una singola regione), allora molti atti incostituzionali sarebbero legittimati. Chi approva questo tentativo di secessione, riempiendosi la bocca con “autodeterminazione dei popoli” o “democrazia”, va proprio contro questi stessi concetti. Un popolo che si dà delle regole limita il suo raggio d’azione alle stesse, imponendosi di rispettarle per vivere in una società civile. Questo non significa che i referendum secessionisti siano illegittimi in senso assoluto, ma che debbano rientrare entro gli schemi di legge eventualmente previsti dalle singole costituzioni. Si pensi a quello del Quebec nel 1995 o al tentativo scozzese nel 2014. In entrambi i casi furono seguiti gli iter di legge, rispettando i principi democratici dei singoli paesi. Aspetto che pare non stare troppo a cuore ai leader indipendentisti spagnoli. Il governo catalano, in barba alla Costituzione ed al buonsenso, ha persino indetto un referendum senza quorum e a indipendenza automatica in caso di vittoria dei secessionisti.

indipendenza CatalognaMa oltre al “tecnicismo” costituzionale, la scelta della secessione risulta persino sconveniente. In un mondo che va verso la globalizzazione estrema, la divisione non può che far male. I dati del “Registro Mercantil” (“Registro delle Imprese” spagnolo”) parlano di 8000 imprese fuggite dalla Catalogna (a partire dal 2008) a causa del rischio di secessione e per la pressione fiscale crescente. Questi dati portano la regione al secondo posto per fuga di società, subito dietro alle Canarie. Gli ultimi due anni sono stati ancora peggiori. Nel 2016 sono stati persi capitali per 1,3 miliardi di euro, mentre i primi 8 mesi del 2017 hanno registrato la migrazione di 414,6 milioni. Numeri che dovrebbero far allarmare la classe politica catalana, ma che evidentemente non bastano per far comprendere il rischio della secessione.

Federico Marcangeli tratto da https://fondazionenenni.blog

A proposito di aiuti all’Africa

sviluppo Africa

Aiuti all’Africa? C’è anche chi non li vuole. Dambisa Moyo per esempio. Vediamo come e perché seguendo la traccia di un recente articolo di Eugenio Occorsio su Affari e finanza di Repubblica. Intanto occorre sapere chi è Dambisa Moyo. Nata nello Zambia (ex Rhodesia uno degli stati più razzisti del mondo all’epoca) nel 1969 è riuscita a studiare (grazie alle borse di studio) prima all’American University di Washington, quindi ha preso il master in Public Affairs ad Harvard, infine il PhD in economia ad Oxford. Oggi è uno degli economisti più considerati e stimati al mondo. L’intervista che segue è stata fatta in occasione del Forum Ambrosetti di Cernobbio.

dambisa moyoIl problema numero uno, che ho voluto richiamare anche in quest’occasione è la crescita. Più ancora della salute, del riscaldamento globale, del terrorismo. È quello che sta alla base: dove c’è sviluppo, miglioramento dei redditi e delle condizioni individuali, c’è miglior tutela della salute e minor brodo di coltura per il terrorismo “. Il mondo occidentale cresce troppo al di sotto del potenziale, dice Dambisa. Quanto ai Paesi emergenti, africani e no, dovrebbero registrare un tasso di sviluppo almeno del 7% per potersi riscattare e migliorare concretamente il reddito della popolazione. Invece sono tutti sotto tale livello, specie in Africa. “Il risultato è che si acuiscono ingiustizie, diseguaglianze, fasce di povertà. E non si riesce ad uscire da una condizione di diffusa povertà, che in alcuni casi si aggrava anno dopo anno con tutte le conseguenze del caso”. Dambisa pubblicò nel 2009 un libro, Dead Aid (aiuto mortale) e oggi torna sull’argomento. “Gli aiuti occidentali all’Africa hanno avuto il solo effetto di trasformare una terra già povera in una ancora più povera. povertà africaQuasi il 40% degli africani vive con meno di un dollaro al giorno, vent’anni fa la percentuale era la metà “. Parlando della sua scelta di vivere e lavorare all’estero pone la questione del mancato sviluppo del suo Paese. ” Tutto questo è dovuto alla cornucopia di elemosine con cui il mondo industrializzato ha tenuto al laccio l’Africa. “Le celebrities , Bono, Bob Geldorf, Angelina Jolie, Madonna, si sono fatte pubblicità a spese dell’ Africa. E avevano la pretesa di andare a parlare a nome dei Paesi africani nelle sedi internazionali, quando ognuno di questi Paesi ha un suo governo che dovrebbe essere legittimato ad esprimere le istanze di chi rappresenta”. Questa impostazione trasmette un messaggio “eternamente negativo: l’ Africa sarebbe solo un continente di guerre, malattie, sciagure di ogni tipo. Invece qualcosa di positivo comincia ad accadere. Ci sono casi di veri e propri miracoli economici. Finché i fondi affluivano tramite gli “aiuti” erano la vera sciagura dell’ Africa. Spesso finanziavano solo dittatori spietati armavano eserciti sanguinari, diventati ancora più pericolosi con l’espansione a sud del Sahara del fondamentalismo jiadhista, dalla Nigeria al Mali, dal Niger al Camerun”. Ora, faticosamente, qualcosa sta cambiando, ma comunque una politica di cooperazione razionale e mirata è cruciale. Sugli aiuti all’Africa il pensiero di Dambisa Moyo è netto cooperazione allo sviluppoNegli ultimi 60 anni sono stati erogati sussidi per oltre mille miliardi di dollari. E sono serviti a migliorare le condizioni di vita del continente solo in minima parte. Anzi, la situazione è peggiorata e in alcuni casi affondata. E questo è tanto più irritante se si pensa che il 60% degli africani, che sono più di un miliardo di persone, ha meno di 24 anni. È una gioventù immensa, che sarebbe piena di entusiasmi, di voglia di fare, di attivismo. E invece è calata in una realtà avvilente. Dove invece è stato adottato un modello cooperativo, paritario, coinvolgente, la situazione è nettamente migliorata. Gli aiuti a pioggia, significano solo sottrarre risorse dalle tasche dei poveri nei paesi ricchi per infilarli in quelle dei ricchi nei paesi poveri“. La via percorribile, secondo Dambisa, è un contributo reale e condiviso allo sviluppo sotto forma di cofinanziamenti a investimenti produttivi, infrastrutturali, di miglioramento delle condizioni di vita. “Pur con alcuni limiti, la formula adottata dai cinesi, che vengono a investire sul luogo per creare stabilimenti produttivi e coltivazioni gestite in comune, è la migliore“. Secondo Dambisa la Cina “esprime una via alternativa allo sviluppo, basata sull’economia statale centralizzata, che oggi ha miglior successo di quella americana fondata sugli investimenti privati. Almeno agli occhi dei cittadini dei Paesi in via di sviluppo, maggioranza della popolazione mondiale, disposti ad accettare qualche deficit di democrazia pur di avere un tetto sulla testa. E poi in Cina le diseguaglianze stanno riducendosi anziché approfondirsi”. Il capitalismo è un buon sistema per garantire lo sviluppo, “però andrebbe temperato in tanti aspetti magari prendendo a prestito qualche elemento dalle economie socialiste. “La democrazia è ovviamente una buona cosa e ha migliorato la produttività, gli standard di vita, la condizioni di reddito in occidente. Ma non bisogna ideologicamente pensare che il liberismo economico sia l’unica via, occorre cooperare con gli altri modelli vincenti come quello cinese: l’aiuto di Pechino allo sviluppo dell’Africa non va sottovalutato”

L’elezione di Macron e noi

elezione Macron

L’attesa è finita. Le presidenziali francesi erano l’evento politico più importante e quello più temuto perché la Francia è il numero due dell’Europa e perché è qui che il movimento anti euro, nazionalista e sovranista ha raggiunto, grazie al Front National di Marine Le Pen un consenso tale da portarla ad un passo dalla vittoria. A differenza della Brexit, se la Le Pen fosse diventata Presidente della Repubblica e se avesse tenuto fede alle sue promesse, la costruzione europea sarebbe crollata e gli stati europei avrebbero dovuto ridefinire i loro rapporti reciproci e, soprattutto, quelli con le grandi potenze economiche e militari (Usa, Russia, Cina). E così ci saremmo tenuti la globalizzazione e ci saremmo anche dovuti sottomettere ai più forti (questo sarebbe il capolavoro dei sovranisti).

elezioni francesiPer fortuna nulla di tutto ciò accadrà. L’elezione di Macron segna un punto di svolta che nemmeno un risultato negativo delle elezioni legislative a giugno con un’Assemblea Nazionale nelle mani dei partiti tradizionali potrà cancellare.

Che i voti per Macron siano stati espressi solo in parte a favore del suo europeismo e che vi siano stati molti astenuti e molte schede bianche non oscura il clamoroso successo di un movimento giovane che volutamente è fuoriuscito dagli schemi consueti della politica francese. Giovane, ma non improvvisato né superficiale. Anzi, a differenza dei movimenti di contestazione della politica tradizionale che abbiamo conosciuto in Italia come il M5S, il movimento di Macron si è distinto per un programma ambizioso e realistico con una forte visione strategica ed ideale. La scelta europeista ne è il fulcro ed è la dimostrazione del coraggio e della lungimiranza con la quale si è affrontato un tema così controverso eppure così essenziale come l’Europa. Una scelta non fatta di declamazioni retoriche, ma di proposte concrete a cominciare dalla istituzionalizzazione dell’eurozona con un parlamento, un bilancio e un esecutivo.

Marine Le PenNon va sottovalutato che la candidata dell’estrema destra con la parola d’ordine del nazionalismo, del ritorno alla sovranità monetaria e della lotta agli immigrati è arrivata al ballottaggio prendendo circa 12 milioni di voti. Si è detto che dentro ci sono i delusi, gli arrabbiati, i disperati, gli scettici. La critica all’Europa si è espressa anche nel voto a Mélenchon. Macron dovrà dimostrarsi capace di recuperare una parte degli scontenti.

Ciò che conta è che con il nuovo presidente sembra avviata a soluzione in Francia la crisi di leadership che ha indebolito i più importanti paesi europei negli ultimi cinque anni passati. Tra presidenza debole in Francia, crisi in Italia e stallo in Spagna ad un certo punto la Germania era rimasto l’unico grande stato europeo guidato da un governo stabile e forte (per quanto anch’esso insidiato da un forte movimento nazionalista).

Una crisi di leadership che non riguardava solo gli stati, ma coinvolgeva in pieno una Unione Europea incapace di reagire alla sua crisi e agli eventi epocali che minacciavano di travolgerla e priva di una strategia.

EurozonaOra le cose sono più chiare. Lo saranno ancora di più se a giugno En Marche otterrà abbastanza voti da poter sostenere il governo del nuovo Presidente e se a settembre la Germania eleggerà (come sicuramente accadrà) senza traumi un cancelliere e una maggioranza che confermeranno la scelta europea.

A questo punto bisognerebbe dire qualcosa sulle elezioni italiane che dovrebbero chiudere il ciclo elettorale europeo. Purtroppo l’Italia, dopo il referendum del 4 dicembre e la bocciatura della legge elettorale da parte della Corte Costituzionale, si conferma una delle maggiori fragilità dell’Eurozona. L’elettorato ce l’aveva con il governo, voleva protestare e ha respinto una riforma costituzionale razionale e pienamente giustificata.

Che dire? Speriamo che qualcuno riesca a recuperare anche da noi una parte degli scontenti. Una folla arrabbiata che protesta contro tutti e che rifiuta ogni innovazione in permanente caccia al complotto non serve a nulla

Claudio Lombardi

Europa: un deficit di comunicazione e trasparenza

comunicare Europa

Affiora sempre più spesso il sospetto che dietro lo sbiadirsi della popolarità dei valori europei possano esserci anche seri deficit di trasparenza ed errori di comunicazione strutturali. I profili sotto esame sono soprattutto tre.  Il primo è il target: l’Europa sembra farsi accettare, o addirittura amare, solo dalle classi più abbienti e colte. Il secondo, legato al primo, è lo sbilanciamento dei contenuti comunicativi: si punta molto su ideali astratti, dal lontanissimo manifesto di Ventotene al recentissimo anniversario dei Trattati di Roma, e non sui benefici concreti del trovarsi in una comunità unita da valori (e anche privilegi) che nel mondo appaiono sempre più rari e preziosi. Il terzo è il sostanziale flop di comunicazione e trasparenza sui veri nemici di ogni sviluppo istituzionale dell’Europa, che sono la doppia psicosi dell’immigrazione e dell’impoverimento economico. Vediamo rapidamente questi tre punti.

Europa egoismi nazionaliIl primo elemento di debolezza

Sul primo, cioè il target positivamente raggiunto dalla comunicazione europea, non solo una percezione empirica ma anche i dati dell’Eurobarometro – sondaggio civico annuale sulle politiche europee – segnalano che il brand “Europa unita” funziona, ma non arriva a tutti. Si ferma alle classi più colte e abbienti. (….) Chi crede nell’Europa è di regola giovane, certamente per un’idea della vita più dinamica e aperta che in passato. Ma oltre il dato anagrafico, c’è quello censitario: si sentono europei tre volte su quattro i membri delle classi agiate e i titolari di studi superiori. Un dato, questo, che peraltro tende pure a diminuire (….) fasce sempre più ampie di europei colti e benestanti iniziano a diffidare di un’istituzione che non comunica un’idea comune di sviluppo e di solidarietà.

Il secondo elemento critico

Il secondo fattore di debolezza – i contenuti tipici dei messaggi – si può valutare ad occhio nudo: l’immagine europea più frequente è quella di vertici e summit con leader impegnati a scambiarsi formalità, annunci retorici e avvertimenti in codice. Da nessuna parte “passa” l’idea che l’Europa è uno dei pochi presidi di valori universali come la libertà di espressione e il pluralismo, il rispetto delle donne e la tutela dei bambini, la difesa dei diritti dei lavoratori, dei malati e degli anziani, la libertà di impresa e le misure assistenziali a sostegno alle categorie svantaggiate. Gli europei sembrano più impegnati a competere fra loro e ad autoflagellarsi per ciò che di questi valori non funziona, che a farne un vessillo e un brand planetario.

Il terzo errore

europa unitaTerzo “baco” nel sistema comunicativo europeo è l’incapacità di elaborare una politica e un messaggio comune in tema di economia e immigrazione. Sul primo punto, pesa l’immagine della locomotiva-Germania che non traina nessuno, e anzi sembra fischiare sempre più distante da tutti gli altri. Sull’immigrazione, invece, incidono gli egoismi nazionali che hanno reso quella che era “l’Europa dei 28” un insieme di monadi non comunicanti. Su questi due temi, scetticismo e paura investono quasi tre quarti dei cittadini europei.

Il “Piano D”

Le crisi, non di rado, impongono serie autoanalisi e conseguenti salti di qualità. Quando, nel 2005, da Francia e Olanda venne un chiaro segnale di allarme – la bocciatura della Costituzione europea – fu avviato il “Piano D” (Dibattito, Dialogo e Democrazia), specificato l’anno dopo nel Libro Bianco sulla Comunicazione, che faceva perno sui principi di inclusione, diversità e partecipazione. (….)

Serve una spinta “superiore”

europa mondoOggi servirebbe una spinta persino superiore, partendo da ben precise priorità. Ad esempio, il funzionamento della macchina-Stato: già percepito con forte malessere a livello nazionale, in paesi come l’Italia provoca dei veri cortocircuiti se si proietta su scala europea. “Bruxelles”, per tanti nostri concittadini, è la sede dei soprusi e dei diktat, mentre poco o nulla si fa per sottolineare come accanto ad alcune distorsioni, sia proprio “quel” sistema a dare ancora ossigeno alla nostra economia: quanti, fra coloro che inneggiano ai poteri magici della gestione nazionale del cambio, conoscono gli effetti espansivi del Quantitative Easing, e quanti capiscono cosa significherebbe davvero abbandonare l’euro? L’Europa, correttamente, indaga sul livello di efficienza e qualità delle pubbliche amministrazioni dei paesi membri e, ad esempio boccia severamente l’Italia, associandola a quasi tutti i paesi dell’Est come modello negativo di una Pa che frena lo sviluppo (secondo il l’Annual Growth Report 2016 siamo carenti soprattutto per le norme in materia di appalti pubblici, i vari ostacoli normativi alla creazione di impresa e il sistema giudiziario). Ma bisogna porsi anche un’altra domanda: sul punto cruciale della percezione di capacità e trasparenza amministrativa, l’Europa è in grado di giudicare (e correggere) se stessa?

Sergio Talamo

(qui il testo integrale dell’articolo: http://www.quotidianoentilocali.ilsole24ore.com )

Elezioni in Francia

elezioni francesi

Il primo turno delle elezioni più attese degli ultimi anni si è tenuto e fra il diluvio di commenti che colpiscono ascoltatori e lettori sia consentito aggiungerne uno.

Innanzitutto non c’è ragione di mostrarsi stupiti per come sono andate le elezioni in Francia come fanno la maggior parte dei titoli di giornale o gli interventi nei dibattiti Tv perché, come diceva una vecchia canzone, “era già tutto previsto”. Sono mesi che ci raccontano dell’ascesa di Marine Le Pen, di quella del giovane Macron, della crisi dei partiti tradizionali con il candidato del centro destra, Fillon, che sarebbe stato travolto dalle sue vicende giudiziarie e con il quasi annullamento del partito socialista, e, infine, con l’ascesa di una protesta di sinistra che aveva il suo candidato in Mélenchon.

presidenziali 2017 franciaI risultati sono coerenti con queste analisi pre voto. Le osservazioni da fare sono poche. Innanzitutto nessun candidato fra i primi quattro si stacca nettamente dagli altri. La forchetta va dal 23,8% di Macron al 19,6%  di Mélenchon. Un elettorato, quindi, abbastanza suddiviso che si schiera però intorno a due opzioni di fondo: la protesta che contesta l’euro e la UE e la proposta di chi punta ad un ruolo più forte della Francia.

Da questo punto di vista siamo, più o meno, a metà e metà. Due metà che, però, contengono al loro interno una molteplicità di sfumature che ha colto meglio di tutti Macron il quale non pone la questione dell’uscita dall’euro (più o meno mascherata con un referendum), ma, più concretamente, quella di una ridefinizione dei rapporti tra i paesi europei, delle politiche e delle regole. Con questa impostazione non è impossibile che nel ballottaggio molti voti gli arrivino da altri elettori. Ciò non vuol dire che i giochi siano già fatti, ma sarebbe strano se Macron non raccogliesse una larga maggioranza al secondo turno. Il suo programma, ma soprattutto, lui stesso rappresentano l’equilibrio, l’elasticità e la determinazione per rilanciare la Francia all’interno e in Europa.

Francia coscienza nazionaleUn’altra osservazione, anzi, altre due. La percentuale di votanti ha sfiorato l’80%. Un risultato notevole in un Paese colpito più volte dal terrorismo e da tensioni sociali che avevano fatto parlare di un astensionismo diffuso. Non è stato così a dimostrazione che quando la politica offre più opzioni che rappresentano credibilmente i cittadini non c’è motivo di non andare a votare. Che la stragrande maggioranza degli elettori abbia votato significa inoltre che il disagio sociale del quale ci è stata descritta la diffusione e la radicalità (specialmente nelle banlieue e fra le comunità che si rifanno all’Islam) non ha inciso in maniera tale da condizionare quell’80% di francesi che hanno votato per il governo del loro Paese. D’altra parte fa più notizia una rivolta di qualche centinaio di giovani in una periferia che la stabilità di milioni di persone.

Per noi italiani il voto francese rappresenta una gigantesca lezione di come sia semplice dotarsi di una legge elettorale che funziona. Se i partiti, movimenti o come vogliono chiamarsi che siedono in Parlamento volessero dare prova delle loro capacità potrebbero copiare la legge francese e finirla con la manfrina che da anni ci tormenta con la ricerca della legge elettorale che soddisfi tutti. Quella confezionata dalla Corte Costituzionale non porta a nulla di buono e ci fa fare un bel salto indietro ai tempi del proporzionale.

Di cosa significa ce ne accorgeremo col prossimo voto e c’è da essere sicuri che, subito dopo, ripartirà la litania sulla ricerca di un’altra legge elettorale.

Da questo punto di vista la Francia è molto più avanti di noi perché ha una classe dirigente solida e un’opinione pubblica che ha a cuore il proprio Paese e ha il senso dello Stato (che funziona). Due punti di forza per loro e due debolezze per noi

Claudio Lombardi

Brexit, nazionalismo ed Europa federale

Europa egoismi nazionali

Perché è così scarso il nostro interesse per la Brexit? Forse perché oggi anche la nostra adesione al progetto di unificazione europea, peraltro abbastanza confuso e contradditorio, non è più così convinta e si è attenuata fino al limite dell’impalpabilità?

Eppure il rigetto di quel progetto, o un possibile ritorno all’indietro, procurerebbero probabilmente ai popoli europei catastrofi ora inimmaginabili: sul piano economico, ma soprattutto sul piano politico, sociale, culturale. E i conflitti emergenti sarebbero di difficile composizione dentro i recinti della politica.

referendum Regno UnitoIn primo luogo l’antefatto: il referendum è stato voluto dall’ex Presidente del governo conservatore Cameron, che pensava di respingere in questo modo le spinte isolazioniste, protezioniste, populiste e xenofobe che emergevano da una società impaurita dagli effetti dei processi di globalizzazione, investendo una parte cospicua della classe dirigente e del mondo politico. E’ sempre così quando le trasformazioni delle società avvengono in modo tanto rapido come nelle realtà attuali. Si determinano dei vortici di paura che fanno perdere di vista le opportunità positive che si creano, e l’opportunismo demagogico di molti rappresentanti politici costruisce su di loro il proprio consenso a scapito dell’interesse generale. Se si guarda alla storia recente d’Europa senza alcun paraocchi si può constatare che anche il fascismo ed il nazismo hanno avuto una genesi simile. Quanto agli esiti li conosciamo bene, o dovremmo conoscerli se avessimo un po’ di memoria storica.

Ciò che è avvenuto con Brexit dev’essere un insegnamento anche per noi: assecondare i populismi come ha fatto Cameron può avere effetti devastanti. Infatti Cameron ha dato le dimissioni ed è stato sostituito da Theresa May, più a destra di lui e fortemente determinata ad avviare le procedure per il distacco dall’Europa.

brexitA questo punto vorrei ricordare qualche dato relativo al referendum britannico. La maggioranza del 52% si è pronunciata a favore dell’uscita dall’Europa, ma a Londra hanno prevalso coloro che vorrebbero rimanere. E in Scozia il 62% dei votanti ha espresso la volontà di non uscire. Anche nell’Irlanda del Nord il 56% ha manifestato la stessa volontà. Tutte le ricerche che sono state fatte sulla composizione del voto ci dicono che i giovani fino ai 30 anni si sono espressi a maggioranza contro Brexit. Quindi Londra, la Scozia, l’Irlanda del nord, oltre ai giovani fino ai trent’anni sono stati contro Brexit, mentre a favore è stata l’Inghilterra delle campagne e delle piccole città, cioè la popolazione più impaurita dai processi di globalizzazione e più impreparata a coglierne le opportunità positive.

Un breve inciso sulle motivazioni del referendum. Il rapporto tra la Gran Bretagna e l’Europa continentale, nel corso della Storia, è sempre stato ondivago e, a seconda dei momenti, hanno prevalso gli atteggiamenti isolazionisti, o quelli collaborativi, senza mai annullarsi vicendevolmente. L’attuale momento storico è caratterizzato da un rapido processo di globalizzazione ed è su questo punto fondamentale che si misura il rapporto tra Gran Bretagna ed Europa continentale. Ma parlare solo di globalizzazione in riferimento a Brexit rischia di essere troppo generico, confondendo idee e termini delle questioni. Ciò che impaurisce l’Inghilterra profonda non è la globalizzazione finanziaria, operante da tempo, e nemmeno la globalizzazione delle merci, regolata da una miriade di accordi intercontinentali: è invece la globalizzazione delle persone nell’epoca delle grandi migrazioni. Ed è veramente ridicolo che siano proprio gli inglesi, in prima fila per secoli nel sostenere il colonialismo più feroce, che ha spogliato interi continenti delle loro ricchezze umane e materiali, ad opporsi oggi, in modo così radicale, ai processi migratori.

autonomia ScoziaProprio a causa di quel pronunciamento referendario molto articolato, che ho sommariamente descritto, oggi la Scozia, tramite i suoi rappresentanti istituzionali, e la stessa Irlanda del Nord, sono intenzionate a promuovere dei referendum per rimanere all’interno del processo di costruzione europea, uscendo dal Regno Unito. E li vorrebbero indire prima del termine previsto dall’articolo 50 del trattato di Lisbona, per non essere costretti in pratica ad uscire dall’Europa insieme alla Gran Bretagna. Ma non ci sono precedenti, non c’è casistica nel recente passato, e non ci sono codicilli negli innumerevoli trattati che hanno accompagnato fino ad ora il processo di unificazione Europea ai quali appellarsi.

Alcuni ‘sepolcri imbiancati’ del continente (spagnoli per lo più, ma non solo) si sono già pronunciati e, per paura di innescare processi autonomistici, dai quali si sentirebbero danneggiati, si mettono al fianco di Theresa May, la quale si oppone sia al referendum scozzese, sia a quello irlandese, adducendo l’argomentazione che la Gran Bretagna è uno Stato sovrano che si è già pronunciato, sia a livello popolare, sia a livello istituzionale, ed ora si tratta solo di perfezionare Brexit con le autorità europee. I nazionalisti europei, cioè coloro che non hanno mai pensato ad un’Europa federale, ma l’hanno sempre combattuta in nome di un confederalismo ormai obsoleto, responsabile dello stallo attuale, ed hanno favorito la nascita dell’Euro senza una sovranità politica europea che fosse in grado di modificarne via via gli evidenti squilibri che provocava, ora sostengono che se la Scozia vuole rimanere in Europa deve costituirsi in Stato sovrano e chiedere l’adesione all’U.E., mettendosi in fila con tutti gli altri. Fino a quando? Fino alle kalende greche ovviamente. Questa proposta non è percorribile e i ‘sepolcri imbiancati’ lo sanno bene. Per l’Irlanda del nord il discorso è diverso, visto che chiederebbe di far parte dell’Irlanda, che fa già parte in quanto nazione del consesso europeo, però, però … è già pronta l’obiezione che l’Irlanda unificata sarebbe uno Stato diverso dall’Irlanda attuale … ecc. ecc. Questa gente ha semplicemente paura di aprire la strada ai desideri di autonomia che allignano, in modo più o meno intenso, in ogni Stato nazionale europeo.

nazionalismiInsomma, i responsabili dello stallo europeo, che hanno sempre anteposto gli interessi nazionali a quelli continentali, che hanno portato il continente sull’orlo della dissoluzione, poiché hanno bloccato lo sviluppo della costruzione europea, dopo ben due guerre mondiali che hanno avuto come epicentro l’Europa, ci vincolano all’Euro e sono contro qualsiasi evoluzione in senso federalista. Essi sono oggi gli alleati più fedeli dei populisti di destra, nazionalisti e xenofobi, che stanno emergendo qui e là, che si stanno organizzando anche in Italia (Salvini e l’estrema destra, certamente, ma che dire di Grillo e dei 5 stelle, alleati in Europa di Farage?), e che nella primavera inoltrata si misureranno pericolosamente nelle elezioni francesi. E tutti insieme sono di fatto alleati con Theresa May che, per quanto la riguarda, l’idea europea l’ha già distrutta in nome della ‘piccola’ Bretagna.

Cosa significa tutto ciò per noi?

Che Brexit è dannosa non solo per quei 600.000 italiani che studiano o lavorano in Gran Bretagna e che potrebbero trovarsi in una condizione di patente inferiorità, magari costretti a rimpatriare modificando i loro progetti di vita.

E’ dannosa per l’insieme del processo di costruzione di un’Europa federale, l’unica realtà in grado di rompere le prigioni nazionalistiche che sono costate, nel secolo scorso, milioni di morti e la scomparsa in tutto l’Occidente dell’idea stessa di progresso.

Per quanto ci riguarda, volgere la testa dall’altra parte e non affrontare i problemi che ‘qui ed ora’ si pongono illudendosi che la buriana passerà da sola, significa ritornare a quei tempi là, al pericolo di confronti armati dagli esiti sempre catastrofici (la Jugoslavia, per non scomodare sempre le guerre mondiali, non è poi così lontana, sia nello spazio, sia nel tempo).

europa unitaE non volgere la testa dall’altra parte significa oggi mettere in evidenza la contraddizione insanabile tra l’idea e la pratica dell’Europa federale e le prigioni nazionalistiche, nelle loro diverse gradazioni.  Non è nazionalista solo lo xenofobo che alimenta la paura del diverso invece di cercare nuove forme di convivenza che possono arricchire tutti economicamente, culturalmente e umanamente, e pretende di fermare, col suo ditino, o con qualche cazzuolata di cemento, le maree degli uomini e delle donne che si spostano nel mondo. E’ nazionalista anche chi non accetta cessioni di sovranità politica ad un’Europa federale, con istituzioni politiche funzionanti, mantenendo in capo alla ‘nazione’ il diritto di decidere sul niente, dato che ormai la globalizzazione è uscita dai confini nazionali. Il nazionalista al quale mi riferisco è contrario non solo all’idea di federazione europea, ma a qualsiasi idea di autonomia territoriale all’interno del proprio Stato Nazione, per paura di una dispersione dei poteri. E’ contrario anche a qualsiasi riforma istituzionale all’interno degli Stati nazionali che renda più efficiente lo Stato e risponda all’evidente necessità di risolvere la crisi della democrazia rappresentativa associando i cittadini ai processi decisionali.

Ecco perché per andare veramente avanti in Europa è necessario decidere come si sta dentro i processi di globalizzazione (economica, politica, sociale, culturale) facendo maturare una nuova ‘visione’ del processo di unificazione europea e, nello stesso tempo, di ricostruzione dei processi democratici su base territoriale, a costo di rivedere tutto quanto è stato fatto finora.

E Brexit, a causa di ciò che comunque modificherà nel nostro modo di essere, ce ne offre l’occasione.

Non so se, come dice Emanuele Severino su ‘Repubblica’ del 19 marzo, “l’Europa è nata vecchia ed il suo destino è segnato dal destino dell’Occidente”.  So invece che, fra qualche giorno, non dovremo limitarci a celebrare i sessant’anni dei ‘Trattati Roma’, ma dovremo cercare concretamente di recuperare, nelle condizioni di oggi, le idee di quei visionari che sessant’anni fa innescarono il processo di costruzione di un’Europa federale, per metterla al riparo dall’autodistruzione, dopo due terribili guerre fratricide

Lanfranco Scalvenzi

I partiti europei che tutti cercano

partiti europei

Negli ultimi giorni si sono manifestate almeno due dinamiche a prima vista connesse al rinnovo della presidenza del Parlamento Europeo, ma che ci parlano di realtà politiche europee che si manifestano con logiche da veri e propri partiti europei con palesi ripercussioni sulla vita politica italiana.
partito popolare europeoLa prima dinamica è trapelata da qualche fonte d’informazione e non ha particolarmente colpito l’opinione pubblica: pare che influenti esponenti del Partito Popolare Europeo abbiano chiesto a Berlusconi di rompere l’alleanza con Salvini. La lega postbossiana è una formazione dell’estrema destra lepenista e se Berlusconi non rinuncerà all’alleanza con l’estrema destra in Italia la sua compagine politica sarà espulsa dai popolari a Bruxelles. Sembra inoltre che gli europarlamentari forzisti siano particolarmente interessati a scongiurare l’espulsione dal PPE e che la candidatura alla presidenza del Parlamento Europeo di Antonio Tajani sia funzionale a tenere Forza Italia nel campo dei popolari e lontana dalla Lega.
In sostanza sembra quasi che oggi Berlusconi, per tanti anni padrone incontrastato del centrodestra italiano, sia messo nelle condizioni di dover scegliere tra un’alleanza con la destra senza la quale è preclusa ogni possibile vittoria alle elezioni e l’adesione ai popolari europei. Sarà per questo che adesso spinge per una legge elettorale proporzionale?

Grillo Farage insiemeLa dinamica più plateale riguarda, però, la tentata adesione del Movimento 5 Stelle all’ALDE, il gruppo parlamentare dei liberali al Parlamento Europeo.  Voluta da Grillo e Casaleggio e negoziata con  Guy Verhofstadt, nonostante i liberali siano la forza più europeista del Parlamento Europeo ed i grillini per la prima metà di questa legislatura abbiano fatto parte dello stesso gruppo dell’UKIP di Nigel Farage che ha il fine  di distruggere l’UE. Per di più Guy Verhofstadt è un dichiarato federalista, cosa eccezionale nel panorama politico europeo dove chiunque ha un incarico politico si guarda bene dal pronunciare la parola federale mentre i 5stelle hanno dichiarato di voler tenere un referendum sull’euro.
Anche in questo caso c’entra la presidenza del Parlamento Europeo alla quale aspira anche Verhofstadt. Ora che l’accordo è naufragato per il rifiuto dei liberali si impone una riflessione che va al di là degli eventi contingenti. Si è detto che tutta la questione sta nei vantaggi che l’adesione a un gruppo parlamentare comporta. Sicuramente c’entra molto anche questo aspetto; tuttavia, i condizionamenti che comporta l’adesione ad uno schieramento politico europeo trovano la loro spiegazione in un altro senso.
Evidentemente se per rimanere dentro un partito europeo si smonta una coalizione nazionale (il caso di Berlusconi), si rischia di capovolgere la propria identità come voleva fare Grillo o si rischia di intaccare un consolidato profilo politico e un prestigio come ha fatto Verhofstadt una dimensione politica europea conta e nemmeno poco.

europaLa stranezza è che i partiti politici europei contano molto anche se somigliano più a confederazioni o alleanze di forze politiche nazionali. Comunque l’esistenza del Partito popolare europeo e del Partito socialista europeo suggerisce una linea di tendenza piuttosto chiara.

La novità è che oggi la necessità di una dimensione politica transnazionale è ammessa implicitamente dagli stessi grillini che si sono sempre presentati come un non partito e anche dai leader “sovranisti” come Matteo Salvini e Giorgia Meloni che, mentre fanno zapping tra un ritorno sovranista alla nazione  e la richiesta di smantellare “questa Europa”, intensificano i contatti con i loro omologhi degli altri paesi europei. Insomma tutti sono a caccia di una forma di collegamento politico che vada oltre l’ambito nazionale.
Una spiegazione plausibile è che ormai vi è un’ampia consapevolezza che l’euro non può funzionare bene solo con un set di regole, ma necessita di un’unione più politica che qualcuno presenta esplicitamente come una federazione tra i paesi che condividono l’euro.

EurozonaOra è palese che, se domani i governi, o i popoli degli Stati europei decidessero di convergere verso una federazione i partiti europei sarebbero costretti ad una rapida maturazione. Non è però detto che non possa verificarsi il contrario, ovvero che sia proprio la spinta derivante dall’affermazione di partiti politici europei a portare verso un cambiamento dei trattati e un diverso assetto istituzionale dell’Unione Europea e dell’area euro. Anzi per l’area euro non serve un migliore assetto istituzionale, ma occorre crearlo da zero perché i paesi della moneta comune non hanno istituzioni politiche.

Infine anche volendo prescindere dall’Unione Europea le questioni a cui dare risposta (disuguaglianze, regole della competizione tra le diverse economie, tutela dell’ambiente, conflitti, migrazioni) non possono essere affrontate a livello nazionale. Da qui la ricerca da parte di tutti di alleanze sovranazionali di forze politiche che potrebbero anche diventare veri partiti

Salvatore Sinagra

La lezione dell’ elezione di Trump

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Trump ci costringe a rimescolare le carte. Torna il vecchio dilemma: cosa è destra e cosa è sinistra? I voti li prende da una maggioranza indebolita e spaventata dalla crisi e dalla globalizzazione che prima di ogni ragionamento vuole sapere che ne sarà del lavoro e se qualcuno può ridarle i redditi e la stabilità di prima. Nessuna dotta analisi, nessun richiamo alle compatibilità e ad una visione strategica o ad una missione ideale può sostituire queste semplici domande. La promessa di far tornare di nuovo l’America grande basta e avanza a questa maggioranza per delineare il suo orizzonte ideale. La spinta è la rabbia per una crescita dell’economia i cui frutti sono stati presi da una casta di operatori finanziari, manager e proprietari di aziende più altri membri dell’establishment su su fino al famoso 1%.

make-america-great-againQuesta spinta non è stata vista da chi di questo establishment fa parte e da chi pensa sia sufficiente evocare le magnifiche sorti degli scambi globali e delle migrazioni per convincere milioni di persone a sopportarne le conseguenze. Purtroppo da anni la sinistra riformista e chi si presenta come centrosinistra (i democratici negli Usa) appare come il propugnatore di un’etica della sopportazione che invita alla moderazione, alla prudenza, al rinvio in nome di ciò che si può realisticamente fare in una situazione che appare come un fenomeno naturale sul quale non è possibile influire. Anzi, peggio, perché, mentre si diffonde il messaggio che la causa del riscaldamento globale sono le attività umane, altrettanto non si fa per i mercati che appaiono l’entità superiore inaccessibile e imperscrutabile che governa i destini dell’umanità.

Possiamo stupirci se è maturato nel cuore di quelle che una volta si chiamavano masse popolari un rifiuto che, di volta in volta, si rivolge all’accoglienza dei migranti, agli scambi commerciali con la Cina, ai vincoli della moneta unica e a quant’altro si frappone alla conquista di uno standard di vita accettabile? È un rifiuto senza confini che parla lo stesso linguaggio anche se filtrato dalle culture nazionali negli Usa e in Europa. Il linguaggio è quello dei propri interessi minacciati da una situazione che i gruppi dirigenti della politica non sembrano in grado di migliorare.

globalizzazioneLe masse vedono la globalizzazione come invasione di merci e di persone. Non ne vedono i vantaggi e pensano che sia stata voluta per oscuri interessi di una ristretta minoranza di “padroni del mondo”. E così si individua il nemico in chi arriva da altri paesi e chiede lavoro e protezione. Lo si individua nei lavoratori che producono le merci lontano e che tolgono spazio a quelle prodotte in casa. Lo si individua nelle regole dettate per far stare insieme paesi molto diversi sotto un’unica moneta.

La lezione dell’elezione di Trump vale per l’Europa e cioè per l’Italia, per la Francia, per l’Austria, per la Danimarca e vale per il Regno Unito. Da noi i movimenti populisti che scavalcano qualunque classificazione politica esistono e si rafforzano mentre i governi diretti dalle forze politiche tradizionali appaiono incapaci di rispondere alle esigenze dei propri cittadini. Chi ci prova come è il caso dell’Italia alle prese con i terremoti e con le sue arretratezze deve ingaggiare una dura battaglia con i controllori europei pagando il prezzo di errori della storia passata che non possono essere scontati nei tempi brevi di un ciclo economico.

disuguaglianza-ricchi-e-poveriLa lezione americana ci dice che la Clinton non ha rassicurato chi soffre le disuguaglianze, non ha convinto abbastanza sulla bontà dei suoi programmi perché priva di una credibilità forte e perché penalizzata per essere l’espressione di una classe dirigente che appare inadeguata pur nella crescita del Pil di questi anni a migliorare le condizioni di vita di milioni di persone.

Dopotutto i democratici hanno avuto otto anni di presidenza Obama per accorgersi di ciò che stava accadendo. Dovranno imparare loro e dovranno impararlo i democratici europei che l’invito alla moderazione e alla sopportazione di tutte le compatibilità trova sempre il limite degli interessi delle persone. Troppo non si può chiedere e conviene mostrarsi agguerriti e determinati a cambiare ciò che non funziona prima che si presenti un demagogo a raccontare favole e a trascinarsi via tutti

Claudio Lombardi

Elezioni Usa: bisogna sperare nella vittoria di Hillary

elezioni-usa-2016

Fino a qualche anno fa Donald Trump sarebbe stato bollato come un impresentabile nel paese, gli Stati Uniti, in cui la sera delle elezioni il candidato perdente è uso dire del vincitore “era il mio avversario ora è il mio presidente”. Oggi può diventare il 35° presidente.

Ho la sensazione che in Italia analisti politici, economisti e operatori finanziari attendano con il fiato sospeso il nostro referendum e non si rendano conto dell’importanza delle elezioni americane. Forse tutti pensano che sia impossibile una presidenza Trump?

leader-e-follaMa veramente è possibile che negli Stati Uniti una candidata preparata come Hillary Clinton possa perdere con uno come Donald Trump? La risposta è Si. La crescita delle disuguaglianze  e le tensioni identitarie figlie della globalizzazione negli Stati Uniti hanno portato una buona fetta della popolazione, la classe media impoverita e la classe operaia a chiedere una forte discontinuità. L’errata lettura della crisi dei subprime, sia da parte delle élite che l’hanno causata, sia da parte della piazza ha generato una maionese impazzita in cui Donald Trump con il suo profumo di nuovo (ma promettendo tagli delle tasse ai ricchi non proprio un’idea nuova) potrebbe pescare tra gli scontenti della globalizzazione più di Hillary Clinton che annuncia investimenti, taglio dei debiti degli studenti universitari e congedi parentali. Proposte concrete, ma stile pacato che non soddisfa le folle.

Il mail-gate cioè la storia delle mail inviate quando Hillary era Segretario di Stato potrebbe metterla nei guai togliendole voti anche se non è neanche chiaro se riguardi fatti penalmente rilevanti. Al contrario le evasioni fiscali di Trump, queste sì rilevanti, potrebbero non penalizzarlo.

trump-populistaTrump dice spesso cose indecenti, imbarazzanti o per nulla credibili, ma pare che quelli che hanno in questi mesi frequentato i suoi comizi non stiano nemmeno a sentire cosa dice Trump ma vogliano solo vedere un uomo che grida su un palco che rivolterà il mondo come un calzino, senza, tra l’altro, spiegare come e senza la reputazione personale per farlo (è uno che si è sempre fatto gli affari suoi badando ai soldi).

Bisogna però guardare alle conseguenze di una vittoria di Trump. Molti sono convinti che in caso di elezione dovrà rinunciare alle sue promesse più radicali. Alcuni rievocano la presidenza Reagan come se la cosa potesse rassicurare. Io francamente sono terrorizzato da un nuovo Reagan, non solo per quello che farebbe all’interno degli Usa, ma soprattutto per le ricadute di una presidenza populista e ultraliberista sulla situazione mondiale. Vedo quattro problemi che si aprirebbero:

  1. povertaVerrebbero date risposte sbagliate alla questione delle disuguaglianze e della povertà. Lo slogan di Trump è Make America Great Again. Il  presupposto della sua candidatura è che negli ultimi decenni né i democratici né i repubblicani abbiano fatto gli interessi degli americani. Ciò ha comportato l’ascesa politica e produttiva dei paesi emergenti – Cina, Messico, Brasile – e il declino industriale americano. Trump ha affermato che la  Rust Belt, la “cintura della ruggine”, l’area deindustrializzata nel nord-est degli Stati Uniti, è stata inventata dai politici. Il miliardario propone tagli fiscali per rilanciare la produzione e protezionismo. Si tratta di una ricetta palesemente sbagliata in un contesto in cui le diseguaglianze convivono con la piena occupazione. I dazi ed i tagli fiscali non andrebbero a beneficio dei lavoratori poco qualificati che guadagnano sempre meno, delle madri single o dei giovani che hanno sulle spalle un significativo mutuo contratto per frequentare l’università. Una ricetta opposta a quella dell’amministrazione Obama che ha puntato su provvedimenti (dall’accesso alle cure alla qualità dell’alimentazione) a favore dei ceti medio bassi.
  2. accordo-ttipVi sarebbe un’ulteriore contrazione del commercio internazionale. Una confusa deglobalizzazione potrebbe danneggiare ulteriormente le vittime della globalizzazione.  L’instabilità come sta accadendo con la Brexit costringerebbe solo a nuove politiche monetarie espansive la cui efficacia sarebbe tutta da verificare e difficilmente darebbe benefici agli americani che lavorano.
  3. Le organizzazioni internazionali sarebbero ulteriormente paralizzate. Gli ultimi decenni ed in particolar modo gli ultimi anni sono stati caratterizzati dalla crisi delle organizzazioni internazionali. Obama da un lato con  TTIP e TPP e la Cina e gli emergenti dall’altro hanno tentato di rispondere alla crisi della globalizzazione con vaste alleanze fatte con iniziative commerciali ma sostenute da un disegno politico. Trump farebbe allontanare gli Usa da queste iniziative con la promessa di un ritorno al passato del Make America Great Again, nel quale la potenza Usa bastava per garantire l’ordine mondiale controllando un solo avversario. Oggi è evidente che nessun paese può garantire l’ordine mondiale da solo.
  4. cooperazione-internazionaleLa cooperazione internazionale subirebbe una battuta d’arresto. Uno dei dati tanto sbandierati dai liberisti è che la globalizzazione ha fatto diminuire il numero di persone che vivono sotto la povertà. In realtà nell’eterogeneità dei risultati ottenuti, per esempio in Africa sub sahariana, la situazione è peggiorata. La riduzione del numero di persone che vivono con un dollaro al giorno è l’unico traguardo parzialmente ottenuto tra gli “obiettivi del millennio” fissati dall’Onu durante la gestione Annan. Rimangono ancora lontani miglioramenti sulla mortalità infantile, sulla mortalità per parto, sull’accesso all’acqua e all’istruzione primaria soprattutto per le bambine. Serve quindi più cooperazione internazionale per rispondere alle sfide del millennio.

Quattro problemi che si aprirebbero che proiettano le conseguenze dell’elezione di Trump sulla situazione mondiale e quattro valide ragioni per non aprirli e sperare che vinca Hillary Clinton.

Salvatore Sinagra

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