La rimonta di Obama e il nuovo sogno americano (di Salvatore Sinagra)

Era il giorno dei morti di due anni fa, in America si votava per le midterm elections, ovvero per il rinnovo della camera bassa del congresso, di circa un terzo del senato e del governatore in gran parte degli Stati. I democratici di Barack Obama ne uscivano con le ossa rotte, strappavano senza sorpresa ai repubblicani la poltrona di Governatore della California, ma perdevano tutto il resto.

Il presidente Obama pagava le cattive performance dell’economia, peraltro ereditate dal suo predecessore, era incalzato a destra dai repubblicani che appiattendosi sulle posizioni estremiste dei Tea Parties, reclamavano tagli alle tasse nonostante i crescenti deficit di bilancio e tacciavano il presidente di socialismo per via della sua riforma sanitaria; a sinistra era attaccato da contestatori ed ipercritici che gli rinfacciavano di non fare abbastanza per portare avanti le riforme che aveva promesso.

Potrebbe sembrare siano bastati un piccolo calo della disoccupazione e qualche gaffe dello sfidante uscente per regalare ad Obama il suo secondo mandato; la gran parte dei sondaggisti assicuravano che alla fine l’avrebbe spuntata Barack, ma nessuno pensava potesse vincere con un margine di 3 milioni di voti.

Quando nel 2008 venne eletto presidente vinse sulle rovine di Bush, superò di circa 10 milioni di voti il suo avversario solamente perché rappresentava la più netta discontinuità con il suo predecessore. Per tutto il suo primo mandato Obama ha dovuto affrontare un’opinione pubblica per almeno la metà avversa al suo cavallo di battaglia, la riforma sanitaria, e nonostante si sia confrontato con il congresso di un colore diverso dal suo con pragmatismo americano è forse apparso agli americani troppo europeo; per questo, più che per la crisi che Obama ha cercato in ogni modo di placare, un buon avversario avrebbe potuto batterlo.

Romney ha puntato tutto su una politica ultraliberista, facendosi affiancare da un vice che tanto somiglia ai consulenti di Reagan e condendo i sui comizi di retorica thatcheriana che è sfociata in un clamoroso insulto a circa la metà degli americani, da lui accusati di essere parassiti; ma lo sfidante non ha perso sull’economia, ha perso perché non ha compreso i cambiamenti della società americana. Ha fatto il pieno tra gli anziani e negli Stati più conservatori, ma non è stato capace di capire quanto oggi sia variegata l’America. Romney è stato affossato dal voto di giovani, minoranze (non solo quella afroamericana ma anche quella ispanica), donne e genitori single. Si temeva che la questione razziale potesse penalizzare Obama, con i bianchi che ormai si sentono accerchiati e ispanici ed afroamericani che continuano a sentirsi esclusi, alcuni dei più irriducibili supporter di Obama temevano potesse emergere dalle elezioni il volto più conservatore dell’America; alla fine è andato tutto nella direzione opposta, ha vinto l’America cosmopolita e del cambiamento.

Non so in che misura i provvedimenti dell’amministrazione democratica abbiano dato il loro contributo alle recenti evoluzioni della società americana, ma di certo Obama è stato il più grande interprete del cambiamento, talvolta propiziandolo, talvolta cavalcandolo, talvolta restando a guardare. Da oggi non dovrà fare più campagna elettorale, non dovrà più convincere i suoi concittadini e, partendo da questo piccolo vantaggio, però, dovrà affrontare grandi problemi: ridurre il disavanzo di bilancio, trovare il posto degli Stati Uniti in un mondo che cambia per via delle potenze che sarebbe meglio definire irrompenti piuttosto che emergenti e unire un paese in cui il popolo non è mai stato così polarizzato.

Obama è quindi ripartito da quello che sa fare meglio: emozionare, tratteggiare i contorni di un sogno; ha dichiarato di voler unire il paese ed ha promesso ai suoi cittadini che l’America dovrà affrontare tante difficoltà, ma sarà sempre l’America. Obama e Romney hanno entrambi provato ad interpretare il sogno americano, tuttavia il self made man rappresentato dall’ex governatore del Massachusetts ormai non basta più agli americani, il sogno americano significa oggi speranza per i più deboli, rispetto delle  diversità e lotta per la conquista di diritti economici e non; il sogno americano non vuol dire più solamente poco Stato e opportunità di diventare ricchi.

E qui c’è qualcosa che parla anche a noi europei.

Salvatore Sinagra

Il motore del futuro: lezioni dagli USA (di Claudio Lombardi)

Nel diluvio di commenti sull’elezione di Obama è difficile dire qualcosa di originale che non sia già stato detto o letto. Eppure ci sono alcune riflessioni che vale la pena comunque proporre perché toccano aspetti cruciali della politica in generale e del modo di agire di una forza progressista.

Molti potrebbero contestare già questo punto di partenza perché non considerano il Partito Democratico USA una forza progressista. Che lo sia o meno, però, non lo decide un articolo o un saggio o una dichiarazione per il semplice motivo che lo ha già deciso la storia. Negli USA la sinistra o centro sinistra o la parte progressista che dir si voglia è il Partito Democratico. Che poi spesso non si sia comportato come tale è un altro discorso che potrebbe essere rivolto ad altri partiti in tanti altri paesi del mondo. La coerenza, si sa, è più facile rivendicarla dagli altri che praticarla direttamente.

Della campagna elettorale USA sappiamo molto, ma soprattutto si è parlato di soldi: quanti ne ha raccolto Obama, quanti ne ha raccolto Romney. Ben poco sappiamo di quello che hanno fatto i militanti dei due partiti e poco di quanto gli americani abbiano partecipato al confronto aspro, ma ricco che ha coinvolto i due candidati. Abbagliati dal luccichio dell’oro abbiamo un po’ trascurato ciò che accadeva fra gli esseri umani. Da alcune cronache, da alcuni dettagli sembra, invece, che questo aspetto sia stato fondamentale. I soldi sono serviti ad attirare l’attenzione e ad attizzare il dibattito e lo scontro con un diluvio di spot televisivi certo, ma un ruolo, forse altrettanto importante, lo hanno avuto le telefonate a casa degli elettori, il lavoro porta a porta e la preparazione degli eventi pubblici.

Abbiamo così scoperto che la politica negli USA non è fatta solo di media, ma anche di gente in carne e ossa e che la ricerca di un contatto diretto con i cittadini resta sempre uno degli strumenti fondamentali delle campagne elettorali e, quindi, della politica.

Per noi italiani che, tante volte, abbiamo guardato agli USA per farne un nostro modello nei più diversi campi è una bella scoperta. Se la capiamo bene, magari riusciamo a farla nostra prima che passi quel lasso di tempo che sempre separa l’originale dalle imitazioni. In realtà, basterebbe che guardassimo alla tanto vituperata Prima Repubblica per capire che anche noi abbiamo un “originale” a cui rifarci: il partito di massa radicato nel territorio, con migliaia di sedi frequentate dai cittadini e con quella trasparenza e quel controllo impliciti e inevitabili quando le persone, tante persone, si coinvolgono direttamente e partecipano. Non c’è più quel tipo di partito? E allora? Si può sempre rifare e comunque ci sono le associazioni e i movimenti della cittadinanza attiva. E se non partecipano alla politica che senso hanno?

Altra riflessione riguarda la correttezza e il senso delle istituzioni che hanno i politici negli USA. Il riconoscimento senza recriminazioni della vittoria è qualcosa che abbiamo visto già diverse volte. La trasparenza che viene imposta a chi si impegna in ruoli pubblici pure. Siamo stati spettatori di vicende (francamente per noi inimmaginabili) che hanno toccato gli aspetti più intimi della vita del Presidente Clinton. Abbiamo constatato la “spietatezza” con la quale viene colpita la menzogna, la slealtà e la disonestà di un uomo pubblico. Ecco un modello da copiare senza se e senza ma. Noi che siamo abituati a politici condannati e pluriinquisiti che discettano di sottili questioni giuridiche o che si dichiarano perseguitati politici anche quando organizzano orge con prostitute minorenni o truffano lo Stato e sempre vogliono restare al loro posto dovremmo imparare dagli USA. Imparare e imitare, ma subito perché il nostro sistema distrugge la fiducia nello Stato e nella legalità.

L’ultima riflessione parte dall’affermazione di Obama che ha detto di tornare alla Casa Bianca più determinato che mai. Ebbene sì di questa determinazione c’è un gran bisogno perché (sta scritto in tutti i commenti) Obama ha corso il rischio di non essere rieletto non solo e non tanto per le promesse non mantenute, ma per aver dato l’impressione di non avere il coraggio e la fermezza di provarci a mantenerle.

Ecco un altro bell’insegnamento: una forza progressista non può solo moderare i contrasti e mantenere gli equilibri esistenti. Ciò contraddice le ragioni della sua stessa esistenza. Esiste perché c’è bisogno di rinnovamento e di progresso e se non si impegna con coraggio anche “gettando il cuore oltre l’ostacolo” chi di quel cambiamento ha bisogno non ci metterà il suo di cuore.

Ricordiamocene noi italiani che vogliamo essere progressisti o di sinistra. Il cuore e la passione delle persone sono essenziali per mettere su basi solide visioni, ideali, sogni che alimentano il futuro. Ma il cuore e la passione non si comprano coi soldi, si conquistano con il dialogo e con la partecipazione.

Claudio Lombardi  

Qualche buona ragione per continuare a sperare in Obama (di Salvatore Sinagra)

In tanti si sono lamentati del fatto che nei dibattiti delle presidenziali americane le relazioni con l’Europa siano del tutto assenti e dopotutto questo non sorprende. Se l’Europa non ha una politica estera, negli Stati Uniti non si parla di relazioni con l’Europa e gli Stati europei sono troppo piccoli e troppo ritirati sui propri problemi per destare l’attenzione di Obama e Romney; anche la stessa Germania dei miracoli economici, la Germania, che fa il record di occupati mentre tutti i suoi vicini sono in recessione, è troppo disinteressata a tutto ciò che non è economia per suscitare l’attenzione degli americani.

All’improvviso, però, Romney parla d’Europa, afferma che Obama rischia di ridurre gli Stati Uniti nelle condizioni di Italia, Spagna  e Grecia.

Un mio amico davanti ad un caffè questa mattina diceva: “Spero che gli americani votino Obama perché l’altro è improponibile”. Penso che questa semplice affermazione rifletta il pensiero dell’europeo medio, che forse si riconosce di più nel self made man di Renato Pozzetto de Il ragazzo di campagna che in quello di Romney, ma in America tutto è diverso e la corsa alla Casa Bianca è questa volta quanto mai incerta.

Devo ammettere che l’avversario di Obama talvolta mi colpisce per la sua capacità narrativa, per la sua capacità di inventare una contro-realtà.

Romney parla di Grecia, Italia e Spagna, Paesi che certo non hanno i conti in ordine, ma dimentica di dire che taluni Stati americani (California in primis, ma anche Arkansas, New York, Illinois) non versano in condizioni migliori di quelle dei paesi mediterranei. E’ vero: i paesi mediterranei hanno fatto un eccessivo ricorso al debito, ma il detonatore della loro crisi è stata una crisi bancaria nata negli Stati Uniti.

Romney accusa Obama di essere troppo poco incisivo in politica estera, ma dimentica di dire che gli stessi repubblicani estremisti che lo hanno incoronato alle primarie hanno spinto George Bush figlio a quelle politiche che hanno reso a tratti anti-americano il mondo post-americano.

finanza facileE’ vero, Obama non ha domato completamente la finanza e troppe volte in politica estera non ha segnato la rottura con Bush da molti sperata, tuttavia è riuscito a tratti ad andare nella direzione giusta; Romney sembra voler cancellare quel poco che è riuscito a fare Obama.

Dopotutto il governo Obama con il Dodd Frank Act è stato l’unico al mondo che ha provato a disciplinare la finanza in modo serio ed equilibrato, dopotutto è chiaro che la politica estera muscolare di Bush è stata un fallimento, quindi, sentendo parlare Romney, mi viene da dire che sono con Obama per scelta e non per convinzione.

Di recente, Bill Clinton è intervenuto in soccorso di Obama. E’ noto che l’ex presidente condivide le politiche dell’attuale inquilino della Casa Bianca, ma lo critica perché a suo avviso pensa troppo ai programmi e poco ai finanziatori. Se c’è una cosa che cancellerei dell’America è la dipendenza dei partiti dai Comitati di Azione Politica, i noti PAC, che altro non sono che istituzioni di raccolta fondi per i candidati; forse la crisi che ci attanaglia, scoppiata nel 2007, non sarebbe mai partita senza una politica legata a doppio filo con il mondo degli affari.

Quando considero che forse Obama potrebbe essere l’unico grande uomo politico americano che trascura i finanziatori, da europeo romantico penso che forse ha ragione Romney: con Obama gli Stati Uniti stanno diventando europei e forse per questo è il caso di sostenere Obama non per scelta del male minore, ma per convinzione.

Salvatore Sinagra

L’Unione, la crisi e i tentativi di regolamentare economia e finanza (di Salvatore Sinagra)

Almeno dal 2007 tra gli operatori finanziari è diffusa la consapevolezza di una profonda crisi, dal 2008 la crisi è conclamata e dal 2010 si parla della tragedia greca e dei rischi che corre l’Euro. Che piaccia o no, solo l’amministrazione Obama ha fatto qualcosa di concreto, con il Dodd Frank Act. In America la legge che pretende di regolare la finanza è stata approvata nel 2010 ed è già a regime da circa tre mesi, in Europa, ormai da molti considerata l’epicentro della crisi, ci sono una serie di proposte sul tavolo, per certi versi più organiche di quelle approvate dall’amministrazione Obama, ma nulla è stato ancora fatto (con l’eccezione dei meccanismi d’intervento a favore degli stati a rischio default) e non c’è certezza alcuna sulle scelte future.

L’intervento più pubblicizzato è la tobin tax, una tassa sulle transazioni finanziarie, che avrebbe almeno diversi vantaggi: dare autonomia finanziaria all’Unione Europea e di conseguenza darle legittimazione e dare un segnale ai mercati. Il dibattito è articolato, sia perché paesi che vantano piazze finanziarie importanti come la Gran Bretagna, l’Olanda e la Svezia è certo che almeno inizialmente non introdurranno la tassa (il gettito originariamente stimato dalla Commissione europea in circa 60 miliardi di euro l’anno sarà quindi inferiore), sia perché alcuni economisti paventano il rischio della fuga dei capitali dal vecchio continente, sia perché non c’è accordo su importanti dettagli (alcuni Stati vorrebbero riscuotere la tassa tagliando fuori la Commissione). Oltre alle divergenze, però, tale tassa ha creato anche importanti convergenze: ha unito in  Italia due quotidiani di diversa estrazione come l’Unità e l’Avvenire, ha messo insieme il tecnico liberista Monti, la democristiana Merkel e il socialista Hollande, e, per la prima volta, ha unito est ed ovest: infatti due piccole repubbliche di quella che una volta veniva definita Europa Orientale, la Slovacchia e l’Estonia, note per una legislazione fiscale dogmatico-liberista hanno dichiarato il loro intento di adottare il provvedimento.

La tobin tax potrebbe contribuire a sfatare il mito di una Bruxelles schiava della finanza apolide e potrebbe rilanciare l’idea di una dimensione sociale dell’Europa voluta fortemente dal presidente della commissione Delors a cavallo tra anni gli ottanta e gli anni novanta.

Altre proposte interessanti sono quelle del rapporto Liikanen, che tra le altre cose propone, sulla scia dell’esempio americano, di limitare la possibilità per le banche di deposito di fare investment banking e attività di speculazione. Sorprende che i giornali italiani abbiano coperto di più il dibattito americano su tali questioni nel 2010 di quanto stiano facendo oggi con il dibattito europeo. Si attendono in proposito le posizioni dei leader nazionali.

Infine c’è il tentativo di attribuire alla Banca Centrale Europea il compito di vigilare sugli istituti di credito europei, ovvero la così detta Unione Bancaria, fondamentale, come ha detto il vicepresidente del parlamento europeo Pittella per spezzare il legame tra rischio sovrano e rischio bancario.

Le mie critiche ai regulators europei sono essenzialmente tre: in primis hanno perso troppo tempo per decidere (ma forse sarebbe a proposito utile ricordare che a trattati vigenti in Europa nemmeno superman avrebbe potuto essere celere come Obama); poi temo che sia la tobin tax che le misure del rapporto Liikanen non siano abbastanza accurate nel distinguere tra attività con ordinario rischio e speculativo (il governo Monti è pronto a varare una tobin tax che, per esempio, non prevede un’aliquota più alta di quella ordinaria sulle transazioni su derivati acquistati con intento speculativo); mi chiedo, inoltre, se non sia opportuno iniziare a regolamentare in modo più concreto comparti dell’economia diversi dalla finanza (si pensi ai provvedimenti contro l’evasione fiscale, alla sicurezza sul lavoro e all’ambiente, ad interventi volti a limitare le bolle speculative sugli immobili).

Infine c’è un tema che mi preme, quello delle agenzie di rating. Quando, per i titoli italiani a dieci anni il mercato chiedeva il 7%, nel vecchio continente non si faceva altro che parlare di agenzie di rating e qualcuno si spingeva ad ipotizzare anche un’agenzia europea, le istituzioni UE facevano la voce grossa e la signora Merkel gridava contro i giudizi insensati di Moody’s, Fitch e Standard and Poor’s. Sono passati tre o quattro mesi, il rendimento dei titoli di Stato italiani è sceso di qualche punto e nessuno parla più di riforma delle agenzie di rating. Governanti e regulators hanno forse dimenticato della loro esistenza?

Salvatore Sinagra

E se non bastasse regolamentare la finanza? (di Salvatore Sinagra)

Da qualche tempo a Bruxelles non si fa altro che parlare di regolamentazione della finanza, si parla di vigilanza europea del settore bancario (la così detta Unione Bancaria), di segregazione dell’attività di banca di deposito dall’attività di speculazione, si parla Tobin tax, si spera si torni presto a parlare di agenzie di rating; tutti provvedimenti che se ben fatti potrebbero dare un grande contributo e probabilmente anche se varati con qualche aspetto da limare potrebbero dare un segnale ai mercati, eppure bisogna chiedersi se basta regolare la finanza per guarire un’economia malata.

Dice l’ecologista ed ex leader del maggio francese Cohn Bendit la crisi attuale è economica, finanziaria ed ecologica, dice l’economista liberista Zingales non tutta la finanza è marcia e non tutta l’industria è sana, però General Motors che non è una banca a lungo è stata una delle imprese peggio gestite al mondo. La considerazione che non solo la finanza, ma tutta l’economia necessita di nuove regole unisce quindi esponenti di primissimo rilievo del mondo politico e accademico anche se con posizioni politiche distanti e inconciliabili.

E’ tempo di chiedersi se l’Unione Europea possa ancora tollerare (o meglio se è stato giusto tollerare) fabbriche che inquinano come l’Ilva, governi dell’Europa mediterranea come di qualche paese dell’est che hanno deciso di convivere con la corruzione e con la criminalità o il fenomeno delle morti bianche.

Forse non solo nel mondo della finanza è opportuno ritornare a chiamare gli imbroglioni con il loro nome e non furbi. Inoltre le riforme necessarie non si limitano alla repressione dei reati.

Forse l’Unione Europea ha sbagliato a non spingere verso l’armonizzazione delle imposte dirette e a non condannare senza se e senza ma sia i singoli, sia le istituzioni che hanno tollerato l’evasione fiscale, il risultato è stato una profonda distorsione del mercato interno. Si è cercato di impedire difformità sulle accise sull’alcool di mezzo punto percentuale  e si sono tollerate differenze di venti punti sull’imposta sul reddito delle società, che di certo caratterizza un sistema fiscale più di un’accisa. Questo avevo concluso cinque anni fa, quando nessuno pensava alla Grecia e allo spread e stavo scrivendo la mia tesi di laurea sui sistemi  dei paesi dell’Europa orientale; a questo ho ripensato quando ho letto dei tanti greci che stanno portando le loro imprese in Bulgaria, ove gli utili sono tassati al 12%.

Mi colpisce poi il fatto che si parla molto di Tobin tax, ma a nessuno sia venuto in mente di ragionare sulle ampie esenzioni che godono in taluni stati membri le plusvalenze su titoli, partecipazioni e immobili e sul trattamento forse troppo favorevole dei redditi di capitale.

Il vero tema è che le imposte dirette incidono notevolmente sulle politiche redistributive e sociali degli stati membri, e fissare il numero degli scaglioni dell’imposta sui redditi delle persone fisiche è una scelta molto più politica dell’aliquota Iva, però se si vuole un mercato unico equo e competitivo i governi devono accettare di condividere anche le leve puramente politiche. Devono capire che l’economia non è solo finanza e che l’Europa non è solo economia.

Salvatore Sinagra

Welfare, uguaglianza, crescita: ecco la Svezia senza crisi

Da un articolo di Gabriele Catania tratto da www.linkiesta.it

Un lungo articolo che si può leggere in versione integrale su www.linkiesta.it ci mostra una faccia diversa dell’Europa in crisi, quella della Svezia. “Nel 2010 è stata l’economia che è cresciuta di più in tutta Europa. Il welfare è un modello, i servizi efficienti, l’università gratuita. Le tasse sono alte, ma lo Stato usa bene i soldi dei contribuenti e l’idea è che le disuguaglianze siano ridotte il più possibile. Il paese è aperto ad innovazione e concordia fra le parti sociali. Qualche problema c’è, ma la Svezia è un modello. Da imitare.”

Il tratto che caratterizza la società svedese è una maggiore uguaglianza rispetto all’Italia e agli altri paesi europei. Ciò non significa che manchino i ricchi né che il contesto e le tendenze generali non abbiano prodotto maggiori differenze sociali rispetto al passato, ma “sia chiaro: la Svezia non è una giungla liberista….. In un mondo dove il divario tra ricchi e poveri si allarga, la classe media svedese regge.”

Oggi gli equilibri politici sono cambiati e, invece dei socialdemocratici, Primo ministro è un conservatore “i giovani tornano a usare il “voi” con gli estranei, e la popolazione urbana conduce uno stile di vita sempre più “americano”. “Gli svedesi credono ancora in valori come l’uguaglianza e la solidarietà. Tuttavia li coniugano, più che in passato, con maggior efficienza e dinamismo economici. I risultati si vedono. Nel 2010 la nazione dell’Unione Europea con il miglior tasso di crescita non è stata la Germania (+3,6%). O la Finlandia (+3,6%). Neanche la Slovacchia (+4%) o la Polonia (+3,8%). No. L’economia che ha fatto meglio di tutte è stata la Svezia: +5,7%. “ A ciò va aggiunto che “tra il 2003 e il 2008……. la crescita media annuale del Pil svedese è stata pari al 2,8%. Più della Germania (+1,8%), del Regno Unito (+2,2%) o degli Stati Uniti (+2,4%). Sono dati che, oggettivamente, colpiscono. «La Svezia mette al primo posto la sua gente». A dirlo è Eric Maskin, Nobel dell’economia 2007.

Nell’articolo si precisa che ha funzionato la rete di sicurezza sociale “impedendo che la distruzione di posti di lavoro riducesse i consumi.” Questo è un punto cruciale dello scontro in atto in Europa che divide gli appassionati del rigore dei conti da chi ricorda che, strozzando i consumi di milioni di persone, si uccide l’economia. Infatti in Svezia la crescita è continuata nel 2011 e così sarà anche nel 2012 pur con tassi (ma positivi) in diminuzione.

“I mercati si fidano della Svezia: lo spread tra titoli di stato decennali svedesi e bund di analoga durata si colloca intorno allo zero.” Nell’articolo si ricorda l’esperienza di chi vive e lavora lì e che giudica simile a quello italiano il livello dei prezzi (e delle tasse), ma a fronte di stipendi molto superiori. Non solo, ma si ricorda che “a Stoccolma ci sono cantieri ovunque: dall’ampliamento della metropolitana alla costruzione di un nuovo polo ospedaliero, qui gli investimenti si fanno. E i consumi vanno, la gente è ottimista, i servizi sono davvero validi».

Quindi “un Paese con un’economia competitiva e un buon welfare” che, “malgrado i tagli e le riforme, resta generoso. Contribuendo a fare della Svezia uno dei luoghi migliori al mondo dove vivere.” “La Svezia investe in istruzione il 6,6% del proprio Pil, oltre un punto e mezzo in più dell’eurozona. L’università è gratis, non solo per gli svedesi, ma per tutti i cittadini europei. È il quarto miglior posto al mondo dove essere madri, l’aspettativa di vita è tra le più alte del pianeta, le infrastrutture sanitarie sono ottime.” E “la vita dei genitori, in Svezia, sembra essere meno difficile che altrove.” Quindi tasso di fecondità che sfiora i 2 figli per donna, contro gli 1,4 dell’Italia o della Germania.

Altro primato: la condizione delle donne perché “la Svezia è la quarta nazione al mondo più amica del sesso femminile.” E ciò si traduce in un tasso di occupazione femminile tra i più alti d’Europa (70,3% contro il 46,1% dell’Italia e il 66,1% della Germania). “Gli svedesi sembrano essere giunti alla conclusione che nell’ambito dei rapporti tra i sessi (così come in altri ambiti), politiche serie a favore dell’uguaglianza rendano più competitivo il Paese.”

Una sanità generalmente di buon livello. Scuole ben finanziate. Sostegno alla famiglia e ai giovani. Il welfare svedese non piace solo alla piccola e media borghesia. Riscuote un certo consenso persino tra i più abbienti”. Ma costa molto. “E infatti le tasse, in Svezia, sono tra le più alte del mondo. Nel 2009 le entrate fiscali hanno rappresentato il 46,4% del PIL, un dato inferiore solo a quello della Danimarca (48,2%) ma superiore a quello dell’Italia (43,5%). Eppure i contribuenti svedesi non si lamentano troppo. Perché lo Stato chiede molto, ma in cambio offre altrettanto.”

Tutto ciò non ha evitato periodi di crisi che sono stati affrontati, però, senza distruggere i cardini del modello svedese. L’economia adesso è solida, orientata all’esportazione e fondata sul più ampio uso delle tecnologie avanzate. La banda larga è diffusissima e internet è usato perfino dai più anziani e c’è un computer per ogni abitante.

“Dietro il successo svedese, però, non ci sono solo aziende che esportano e tanta tecnologia. Ci sono buone infrastrutture. Un forte rispetto dei contratti. Una burocrazia trasparente, amica delle imprese e dei cittadini. Un mercato del lavoro flessibile. E appunto un welfare valido. Che forgia cittadini istruiti, dal forte senso civico e, soprattutto, capaci di guardare alle sfide del futuro senza troppo timore. Grazie alla consapevolezza di poter contare sul sostegno dello Stato.”

Quindi niente posizioni ultra-liberiste nemmeno da parte dei conservatori al governo dal 2006 e niente corruzione. Inoltre “rispetto ad altri Paesi europei c’è meno conflittualità, politica, ma anche sociale.”

In definitiva vincono i pilastri del modello svedese: Solidarietà. Merito. Consenso. Partecipazione.

E se il segreto fosse proprio  che «la Svezia mette al primo posto la sua gente»?

Cancro, cure a malati terminali: un approccio etico in Inghilterra ed uno affaristico nella sanità italiana (di Paolo Baronti)

È una proposta shock quella che arriva da alcuni medici inglesi, che già sta facendo discutere molto in Gran Bretagna: la medicina moderna dà ai malati terminali di cancro “false speranze” prescrivendo loro costosissime medicine quando non ci sono più possibilità di salvezza.  37 esperti, guidati dal professor Richard Sullivan del King’s College di Londra,  sostengono che, in alcuni casi, ai malati terminali non dovrebbero essere prescritte nuove terapie non sperimentate, ma soltanto cure palliative, perchè una “cultura dell’eccesso” nei reparti oncologici ha reso i costi delle terapie anti-cancro insostenibili soprattutto alla luce di un progressivo aumento dei nuovi casi della malattia.

I dati dimostrano che una sostanziale percentuale delle spese per cure anti-cancro avvengono nelle ultime settimane e mesi di vita e che in larga percentuale dei casi queste cure non solo sono inutili ma anche contrarie agli obiettivi e alle preferenze di molti pazienti e famiglie se fossero state adeguatamente informate delle loro opzioni.

Il prof. Veronesi  ha  condiviso tale posizione contro la «cultura dell’eccesso». Prima di tutto eccesso terapeutico. “E’ fondamentale in tutto il percorso di cura, e tanto più nella fase terminale, ridurre al minimo la tossicità per evitare situazioni estreme in cui si aggiunge malattia alla malattia. Ma non si tratta affatto di abbandonare il malato, al contrario, si tratta di offrirgli terapie di supporto avanzate e mirate per il trattamento sia del dolore fisico, che della sofferenza”.

Mentre in Inghilterra si affronta tale problema da un punto di vista etico, le cronache italiane ci rimandano, invece, un approccio, purtroppo, molto diverso:

  1. Nella clinica Latteri di Palermo il diktat che vigeva, imposto dalla direttrice della casa di cura ai medici della struttura convenzionata con il servizio sanitario era di dimezzare le cure, evitare la somministrazione di farmaci costosi, soprattutto ai malati di tumore. Poco importava se qualche medico si fosse opposto facendo notare che la mancata prescrizione dei farmaci, alcuni necessari per ripulire il sangue come il disintossicante “Tad”, sarebbe stata rischiosa per i malati oncologici. Il contenimento della spesa era l’obiettivo primario che ci si poneva alla Latteri rispetto alla cura dell’ammalato.
  2. I dati sulla spesa farmaceutica ospedaliera nell’anno 2010 in Italia ci dicono che si è verificato un aumento vertiginoso che ha riguardato quasi tutte le regioni italiane. Alla base vi è un dato che sarebbe positivo e cioè la scoperta e l’immissione in commercio di farmaci biologici di nuova generazione tra cui importanti antitumorali. Purtroppo ci sono molti medicinali prescritti dagli oncologi, messi sul mercato senza adeguate verifiche sulla loro capacità di incidere positivamente sulla qualità della vita del paziente. Sono ormai tre anni  che  l’AIFA annuncia  provvedimenti senza adottarli e il Ministero, non interviene. Solo poche Regioni come il Veneto e l’Emilia Romagna si sono attrezzate istituendo Centri di Riferimento Regionali sul Farmaco, che forniscono a tutte le aziende ed a tutti i medici ospedalieri le specifiche strumentazioni operative su valutazione, informazione e monitoraggio dei nuovi farmaci e degli usi “off label” per evitare comportamenti prescrittivi non idonei da parte dei clinici. Ma nelle altre regioni, dove non si è attivata nessuna azione di controllo  si registrano maggiori spese che valgono da sole molto più del valore complessivo annuo dei Ticket che in questi giorni i cittadini sono chiamati a pagare in Farmacia.

Mentre altrove si apre un corretto dibattito, con posizioni anche diverse, su una problematica di carattere etico, nello stesso campo in Italia assistiamo a due comportamenti che apparentemente sono opposti, ma che sono ispirati e guidati, invece,  dalla stessa motivazione: affarismo e disinteresse per i diritti e le aspettative dei malati. Il caso inglese, tra l’altro, dimostra che l’approccio etico si rivela appropriato anche dal punto di vista della sostenibilità finanziaria. Ecco un altro insegnamento che faremmo bene a tener presente mentre sembra che il criterio guida di tutte le politiche pubbliche debba essere il risparmio e il taglio dei costi.

Paolo Baronti

Crisi in Libia: la speranza che se ne esca con più libertà (di Claudio Lombardi)

Azioni di guerra sono in atto contro le forze armate libiche, condotte da paesi democratici in attuazione di una Risoluzione dell’ONU. Non si tratta, quindi, di una guerra contro la Libia condotta da alcuni stati occidentali . Tutti sanno, anche perché ne siamo stati spettatori giorno per giorno, che in Libia una parte della popolazione si era ribellata al governo di Gheddafi, che si era armata e che era insorta riuscendo a prendere il controllo di diverse città. Fin dentro la capitale libica era arrivata la rivolta contro la quale Gheddafi ha scatenato quel che restava delle forze armate (una parte delle quali era passata con gli insorti) e truppe mercenarie.

Tuttavia, non era in corso una guerra civile trattandosi, invece, di una rivolta di una parte della popolazione contro il governo e la forza militare da questi controllata. Ciò che è stato chiaro a un certo punto e che ha portato alla decisione dell’ONU è che Gheddafi stava usando tutti i mezzi militari di cui disponeva contro la popolazione che si era ribellata e che non aveva istituzioni e regole democratiche per imporre un cambiamento.

Ciò ha reso e rende diversa la situazione libica da altre, in questi giorni evocate da molti commentatori, nelle quali a manifestazioni contro i governi in carica si è risposto con una repressione anche sanguinosa da parte delle forze di polizia, ma la protesta non è arrivata ad assumere i caratteri della rivolta popolare armata. Per fare un esempio: nemmeno in Iran al culmine della protesta contro il regime è sceso in campo l’esercito con carri armati ed aerei contro insorti in armi.

Da parte di alcuni si obietta che le vere motivazioni della Risoluzione ONU starebbero nella volontà della Francia, della Gran Bretagna e degli USA di riassumere il controllo nel Mediterraneo anche scalzando la posizione di leader nei rapporti con la Libia che l’Italia aveva acquistato negli ultimi anni. Ciò spiegherebbe il disinteresse per altre manifestazioni di protesta in corso in stati arabi che non rientrano nelle strategie di questi paesi occidentali.

In realtà gli USA si sono spesi molto di più per la crisi in Egitto, paese che ha un peso strategico fondamentale nel nord Africa e nel Medio Oriente. E, probabilmente, non è sbagliato pensare che Francia e Gran Bretagna vogliano una crescita del loro ruolo nel Mediterraneo e che la crisi libica offra loro l’occasione per realizzarla. A ciò va aggiunto che nessuno aveva previsto quel che sta succedendo in Libia e, quindi, non esisteva, al riguardo, una strategia da attuare.

Occorre anche aggiungere che un elemento importante è la debolezza dell’Italia che nei rapporti con il paesi del Mediterraneo poteva giocare un ruolo ben più incisivo come è già accaduto in alcuni momenti nei decenni passati. I rapporti privilegiati con Gheddafi sui quali è sembrata concentrarsi la politica mediterranea dell’Italia e lo smarrimento di queste settimane nelle quali non si è riusciti ad esprimere una posizione chiara, hanno provocato un vuoto di presenza da parte del principale partner commerciale, economico e politico del governo libico. Non è difficile immaginare che altri, con idee più chiare, abbiano avvertito la possibilità di occupare quello spazio guardando al futuro.

A chi osserva che la tutela dei diritti umani contro la ferocia del potere deve essere un valore assoluto bisogna replicare che ciò è vero purché non significhi non fare assolutamente niente, in nome della parità di trattamento, di ciò che è concretamente possibile fare.

Non bisogna nemmeno trascurare il fatto che la rivolta di una parte dell’opinione pubblica nei paesi del nord Africa indica un’occasione storica preziosa per un cambiamento e un’evoluzione anche in senso democratico di una parte del mondo che è stata sempre al centro di conflitti sanguinosi e di guerre che hanno minacciato la pace mondiale.

Per questo non si possono voltare le spalle a ciò che accade. Il compito di tutto l’Occidente e dell’Europa in particolare e degli stati del Mediterraneo innanzitutto con in prima fila l’Italia non può che essere quello di fare da sponda a questo cambiamento che non si muove sull’onda del fanatismo religioso, ma avanza la richiesta di maggiore libertà per poter usare le ricchezze di quei territori al servizio di tutti e non delle oligarchie dominanti.

Ciò implica che si guardi oltre ben sapendo che il vero fine delle operazioni in Libia deve essere la possibilità che la popolazione abbia la libertà di decidere del proprio destino. Anche se questo si traducesse nella separazione di una parte del paese dall’altra. L’esistenza di uno stato unitario in Libia non può essere un dogma da mantenere massacrando la popolazione, ma deve essere, semmai, una conquista per un ipotetico futuro regime democratico.

Per questo occorre neutralizzare la capacità offensiva di un regime che non è mai stato democratico.

Come cittadini di uno stato democratico non possiamo che augurarci che la libertà e la democrazia si affermino come una condizione comune che metta i popoli nelle condizioni di partecipare alle decisioni fondamentali dei loro stati. Queste sarebbero le basi giuste e sicure sulle quali si potrebbe stabilire una stabile cooperazione economica, culturale e politica che avvicini i paesi della sponda sud del Mediterraneo all’Europa e, in generale, quelli del mondo islamico all’occidente.

Claudio Lombardi

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