L’Europa unita garanzia di sovranità

Pubblichiamo le conclusioni del discorso tenuto nei giorni scorsi da Mario Draghi all’università di Bologna

Nel mondo di oggi le interconnessioni tecnologiche, finanziarie, commerciali sono così potenti che solo gli Stati più grandi riescono a essere indipendenti e sovrani al tempo stesso, e neppure interamente. Per la maggior parte degli altri Stati nazionali, fra cui i paesi europei, indipendenza e sovranità non coincidono. L’Unione europea è la costruzione istituzionale che in molte aree ha permesso agli Stati membri di essere sovrani. È una sovranità condivisa, preferibile a una inesistente. È una sovranità complementare a quella esercitata dai singoli Stati nazionali in altre aree. È una sovranità che piace agli Europei.

L’Unione europea è stata un successo politico costruito all’interno dell’ordine internazionale emerso alla fine della seconda guerra mondiale. Dei valori di libertà, pace, prosperità, su cui quest’ordine si fondava, l’Unione europea è stata l’interprete fedele.

L’Unione europea è stata un successo economico perché ha offerto l’ambiente in cui le energie dei suoi cittadini hanno prodotto una prosperità diffusa e durevole fondata sul mercato unico e protetta dalla moneta unica. Gli ultimi dieci anni hanno messo drammaticamente in luce carenze delle politiche nazionali e necessità di evoluzione nella cooperazione all’interno dell’Unione europea e al suo esterno.

Una lunga crisi economica mondiale, movimenti migratori senza precedenti, disuguaglianze accentuate dalle grandi accumulazioni di ricchezze prodotte dal progresso tecnologico hanno fatto emergere faglie in un ordine politico ed economico che si credeva definitivo.

Il cambiamento è necessario, ma vi sono strade diverse per attuarlo. Da un lato, si riscoprono antiche idee che hanno plasmato gran parte della storia, per cui la prosperità degli uni non può essere raggiunta senza la miseria di altri; organizzazioni internazionali o sovranazionali perdono di interesse come luoghi di negoziato e di indirizzo per soluzioni di compromesso; l’affermazione dell’io, dell’identità, diviene il primo requisito di ogni politica. In questo modo la libertà e la pace divengono accessori dispensabili all’occorrenza.

Ma se si vuole che questi valori restino essenziali, fondanti, la strada è un’altra: adattare le istituzioni esistenti al cambiamento. Un adattamento a cui si è finora opposta resistenza perché le inevitabili difficoltà politiche nazionali sembravano sempre essere superiori alla sua necessità. Una riluttanza che ha generato incertezza sulle capacità delle istituzioni di rispondere agli eventi e ha nutrito la voce di coloro che queste istituzioni vogliono abbattere. Non ci devono essere equivoci: questo adattamento dovrà essere profondo, quanto lo sono i fenomeni che hanno rivelato la fragilità dell’ordine esistente e vasto quanto lo sono le dimensioni di un ordine geopolitico che va cambiando in senso non favorevole all’Europa.

L’Unione europea ha voluto creare un sovrano dove non ne esisteva uno. Non è sorprendente che in un mondo in cui tra le grandi potenze ogni punto di contatto è sempre più un punto di frizione, le sfide esterne all’esistenza dell’Unione europea si facciano sempre più minacciose. Non c’è che una risposta: recuperare quell’unità di visione e di azione che da sola può tenere insieme Stati così diversi. Non è solo un auspicio, ma un’aspirazione fondata sulla convenienza politica ed economica. Ma esistono anche sfide interne che vanno affrontate, non meno importanti per il futuro dell’Unione europea. Bisogna rispondere alla percezione che questa manchi di equità: tra paesi e classi sociali. Occorre sentire, prima di tutto, poi agire e spiegare.

Quindi, unità, equità e soprattutto un metodo di far politica in Europa. Voglio ricordare in chiusura le parole del Papa Emerito Benedetto XVI in un suo famoso discorso di 38 anni fa: “Essere sobri ed attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale… Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole… Non è morale il moralismo dell’avventura… Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica

Ma perché gli africani emigrano?

Pubblichiamo un articolo tratto da www.lavoce.info firmato da Enrico Di Pasquale, Andrea Stuppini e Chiara Tronchin

“Per governare i flussi migratori dai paesi africani è necessario comprendere le cause che li determinano. A partire da una popolazione in crescita e da processi di sviluppo lunghi e complessi. E senza dimenticare le responsabilità dei paesi occidentali.

LE DINAMICHE DEMOGRAFICHE

Il dibattito sul franco Cfa e sugli interessi della Francia in Africa, già affrontato da lavoce.info con un fact-checking e con l’articolo di Massimo Amato, ha avuto il merito di portare l’attenzione sulle cause delle migrazioni. Per evitare di ridurre la discussione a facili slogan (come, per esempio, “l’immigrazione è colpa della Francia”), vale la pena approfondire la questione. Naturalmente, le cause delle migrazioni sono molte e molto complesse, ma possiamo provare a individuare tre elementi chiave: demografia, economia e processi di sviluppo.

La popolazione africana residente nel continente ha superato il miliardo già nel 2010, e nel 2015 si attesta vicino a 1,2 miliardi, più del doppio rispetto a quella dell’UE. Nel 2050, secondo le previsioni Onu, sarà più che raddoppiata, superando i 2,5 miliardi (e sarà circa cinque volte la popolazione UE). La tendenza diventa ancora più significativa se confrontata con l’inverno demografico europeo: l’Unione ha circa 500 milioni di cittadini, destinati a una sostanziale stagnazione.

Nonostante la maggior parte dei flussi migratori dai paesi africani riguardi movimenti “intra-africani” (i più grandi attrattori sono Sudafrica, Congo e Costa d’Avorio, ma anche paesi vicini alle zone di crisi come Sud Sudan, Gibuti, Mauritania), è evidente che la crescita della popolazione avrà ripercussioni sui fenomeni migratori. La Nigeria, ad esempio, supererà i 400 milioni di abitanti nel 2050. Altri cinque paesi oltrepasseranno quota 100 milioni.

INTERESSI EUROPEI E NON SOLO

La polemica sul franco Cfa ha riportato alla ribalta il tema del colonialismo (e neo-colonialismo), come causa principale del mancato sviluppo africano e, indirettamente, delle migrazioni. In effetti, gli interessi delle potenze europee in Africa hanno radici profonde, ma la questione è molto più complessa di quanto il dibattito di questi giorni potrebbe far pensare.

Le prime fasi del colonialismo delle nazioni moderne risalgono al periodo dei grandi navigatori del 1500 (principalmente spagnoli e portoghesi). Successivamente, per tutto il 1800, le potenze europee fanno letteralmente a gara per spartirsi le risorse africane, ridisegnando a tavolino i confini di paesi che prima erano suddivisi in centinaia di regni (spesso rimescolando gruppi etnici in guerra tra loro). In questa fase, senza dubbio, Regno Unito e Francia giocano un ruolo predominante. Anche dopo la decolonizzazione, completata solo negli anni Settanta del 1900, gli stati africani hanno subito i forti interessi delle potenze occidentali, prima con la contrapposizione Usa/Urss e poi attraverso l’iniziativa delle grandi multinazionali, che spesso vantano fatturati superiori al Pil dei paesi in cui operano e possono negoziare l’accesso alle materie prime con un rapporto di forza nettamente sbilanciato.

Dai primi anni Duemila, il principale attore in Africa è diventato la Cina, con un approccio molto concreto: risorse naturali in cambio di infrastrutture (strade, dighe, stadi, ferrovie, porti). Durante il terzo Forum on China-Africa Cooperation del 2018 è stato annunciato un nuovo piano triennale da 60 miliardi di dollari, in linea con quanto stanziato nel triennio precedente. Pechino ha trovato in Africa un enorme mercato per le proprie aziende manifatturiere: il valore del commercio bilaterale tra Cina e Africa è passato da poco più di 10 miliardi di dollari nel 2002 a 220 miliardi nel 2014.

Tutte queste dinamiche rappresentano indubbiamente un macigno sulle economie africane, limitando lo sviluppo di quei paesi. Peraltro, anche le politiche “interne” ai paesi occidentali hanno un impatto sull’economia africana: ad esempio, metà del bilancio Ue è dedicato al sostegno all’agricoltura, costituendo di fatto un freno alle esportazioni africane.

IL RAPPORTO TRA SVILUPPO E MIGRAZIONI

Secondo un’opinione molto diffusa, l’aumento degli investimenti e del livello di benessere in Africa dovrebbe comportare automaticamente una riduzione delle migrazioni. In realtà, molti studiosi hanno dimostrato come il meccanismo si realizzi solo nel lungo periodo. Anzi, nell’immediato, lo sviluppo agisce addirittura come stimolo alle emigrazioni: aumentando il reddito disponibile, infatti, è più facile sostenere il costo di un investimento così grande come l’emigrazione internazionale. E crescono pure il livello di istruzione, l’accesso alle informazioni e persino le scelte di matrimonio e di fertilità, tutti fattori di spinta delle migrazioni.

Va aggiunto che nei primi anni Duemila l’aumento del Pil di vari paesi africani aveva portato molti economisti a parlare di “miracolo africano”, prevedendo una strada simile a quella delle Tigri asiatiche. In realtà, quella crescita si è rivelata molto fragile, troppo legata al prezzo delle materie prime e poi frenata da fattori politici e strutturali. Ciò dovrebbe insegnare che i processi di sviluppo sono molto lunghi e complessi.

Aiutiamoli a casa loro” dovrebbe dunque essere un auspicio mosso dalla solidarietà tra stati, non dal mero interesse di ridurre gli arrivi. Lo slogan andrebbe poi “riempito” di dettagli che rispondono a quesiti elementari: “quanto li vogliamo aiutare”? “Come”? “Attraverso che canali”?

Sul “quanto”, l’Italia e gli altri paesi occidentali sono ben lontani dall’obbiettivo stabilito nel 2000 per gli aiuti pubblici allo sviluppo (0,70 per cento del Pil; l’Italia è allo 0,20 per cento). Considerando che ogni decimo di Pil vale circa 1,7 miliardi, c’è da chiedersi quale governo potrebbe oggi proporre un aumento. Proprio in questi giorni, anzi, uno studio di Openpolis e Oxfam ha evidenziato il taglio ai fondi per la cooperazione contenuto nella legge di bilancio 2019.

In più, andrebbe stabilito il “come”: gli aiuti sarebbero gestiti direttamente dai governi locali (con il rischio di finanziare dittatori e guerriglieri), dagli organismi internazionali multilaterali, o dalle tanto vituperate Ong?

Se non rispondiamo a questi interrogativi (innanzitutto, come comunità internazionale, ma anche come Italia), il dibattito rimarrà fermo a slogan superficiali e non porterà nessun beneficio reale, né in Africa né in nel nostro paese

Di Battista e il “complotto” sul franco CFA

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Questa volta tocca alle affermazioni del pentastellato Alessandro Di Battista sul franco Cfa, moneta di alcuni paesi africani.

Alessandro Di Battista è ufficialmente di nuovo attivo sulla scena politica. Benché da esterno ai palazzi, come tiene costantemente a specificare. Ha concesso una lunga intervista a Fabio Fazio a Che tempo che fa (Rai 1), in cui ha espresso la sua visione su molte questioni affrontate dal governo gialloverde. Tra cui le migrazioni, tema tristemente tornato sulle pagine dei giornali di questi giorni. Ha fatto qualche dichiarazione originale e inedita sulla sovranità monetaria in Africa, individuando nella sua mancanza uno dei principali motivi dei flussi migratori verso l’Europa:

“Attualmente la Francia, vicino Lione, stampa la moneta utilizzata in 14 paesi africani, tutti i paesi della zona subsahariana. I quali, non soltanto hanno una moneta stampata dalla Francia, ma per mantenere il tasso fisso, prima con il franco francese e oggi con l’euro, sono costretti a versare circa il 50 per cento dei loro denari in un conto corrente gestito dal tesoro francese … Ma soprattutto la Francia, attraverso questo controllo geopolitico di quell’area dove vivono 200 milioni di persone che utilizzano le banconote di una moneta stampata in Francia, gestisce la sovranità di questi paesi impedendo la loro legittima indipendenza, sovranità fiscale, monetaria e valutaria, e la possibilità di fare politiche economiche espansive”.

Detto questo, ha strappato la banconota facsimile da 10 mila franchi Cfa (la valuta a cui si riferisce) sostenendo che finché non saranno tolte queste manette all’Africa il problema delle migrazioni non si risolverà mai.

È già stata individuata la mancanza di correlazione tra migrazioni e appartenenza all’area monetaria Cfa. Spieghiamo ora come mai ciò che ha detto Di Battista sulla sovranità dei paesi africani è una storiella distorta che punta a ingannare chi non è informato sul tema.

COS’E’ IL FRANCO CFA

La valuta chiamata in causa dall’esponente 5 stelle è il franco Cfa, ossia il franco della Comunità finanziaria africana. Indica due valute comuni a 14 paesi africani: Camerun, Ciad, Gabon, Guinea equatoriale, Repubblica centrafricana, Repubblica del Congo, Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo. Questo stati fanno parte della cosiddetta zona franco, ossia un insieme di territori dove sono utilizzate valute in passato ancorate al franco francese e che oggi invece sono legate all’euro da un sistema di cambi fissi garantito dal tesoro della Francia.

I paesi che adottano il franco Cfa sono perlopiù ex colonie francesi, eccetto la Guinea equatoriale e la Guinea-Bissau. Alcuni di questi stati fanno parte della Uemoa, ossia dell’Unione economica e monetaria ovest-africana, mentre gli altri fanno parte della Cemac, la Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale. Ad oggi il franco Cfa indica quindi sia la moneta della Uemoa (Xof) che quella della Cemac (Xaf).

Il valore della moneta è lo stesso nelle due aree (anche se non sono intercambiabili), la distinzione è dovuta al fatto che l’emissione è affidata a due istituti diversi: per la Uemoa l’istituto emittente è la Banca centrale degli stati dell’Africa dell’Ovest, mentre per la Cemac è la Banca degli stati dell’Africa centrale. Non è vero, dunque, che la Francia stampa moneta per conto di questi stati. Questi fanno parti di due aree economiche e monetarie con banche centrali proprie e che emettono il loro conio.

Comunque, è bene aggiungere che dove sono stampate le banconote è una questione irrilevante. La stampa di banconote richiede tecnologia, e molti paesi che hanno una propria moneta, tra cui anche alcuni paesi africani, se la fanno stampare all’estero. Persino una piccola porzione di banconote in euro è stampata all’estero, nel Regno Unito. I paesi importano poi banconote al costo di produzione e le loro banche centrali poi le emettono al valore facciale. La stampa e l’emissione di banconote sono quindi due cose diverse.

Il legame con la Francia ha un’altra natura, ed è dato da un sistema di cambi fissi. Tale sistema è stato ideato nel 1948 per evitare a questi paesi un impoverimento generalizzato a causa del deprezzamento in cui incorse il franco francese, moneta allora usata nelle colonie, dopo la seconda guerra mondiale. Si è poi lasciato invariato il meccanismo per assicurare una stabilità monetaria a questi paesi che sono tutt’ora in via di sviluppo. L’agganciamento a una moneta forte infatti riduce quasi completamente il rischio di fluttuazioni del cambio, che potrebbero avere effetti negativi sull’economia reale e sui consumatori, tramite la variazione del valore di esportazioni e importazioni, ma anche sugli istituti finanziari che, soprattutto nei paesi meno sviluppati, sono perlopiù indebitati in valuta estera.

Si può ovviamente discutere del regime di cambio migliore per questi territori. Il tasso di cambio fisso è stato introdotto in un momento di disordine dei mercati valutari ed è stato poi mantenuto per permettere a questi paesi di svilupparsi potendo contare su una valuta stabile. Le alternative al sistema corrente esistono e la discussione è aperta da tempo.

Con l’introduzione dell’euro è cambiata solo la moneta a cui il franco Cfa è ancorato (1 euro è pari a 655,957 franchi Cfa). Infatti, è sempre il tesoro francese ad assicurare la piena convertibilità, e non la Banca centrale europea.

COME FUNZIONA UN SISTEMA DI CAMBI FISSI

In un sistema di cambi fissi il tasso di cambio della moneta nazionale verso le valute straniere è stabilito dall’autorità monetaria nazionale, tipicamente la banca centrale. Tale istituto si impegna ad acquistare o a vendere valuta straniera per garantire la stabilità del tasso di cambio. In un meccanismo di questo tipo, il tasso di cambio può essere modificato soltanto a seguito di una decisione della banca centrale, la quale può aumentare o ridurre il valore della valuta nazionale tramite le operazioni apposite di rivalutazione o svalutazione.

Nel caso del franco Fca, è la Francia a garantire la piena convertibilità in euro, quindi è il suo tesoro ad agire sui mercati valutari affinché il tasso di cambio rimanga invariato. Si tratta di un onere per le riserve della banca centrale francese, che, in cambio, ha richiesto che le due banche centrali africane depositino una quota delle loro riserve in valuta estera presso il tesoro, in un conto di trading aperto a loro nome. Questa quota è stata ridotta dal 65 per cento al ​​50 per cento dal 2009. Ogni politica di tasso di cambio fisso, infatti, richiede una riserva di valuta estera (in questo caso, l’euro) a garanzia. E le riserve in valuta estera si possono tenere soltanto in banche commerciali dell’area valutaria di riferimento oppure nella sua banca centrale. I paesi del franco Cfa tengono quindi una percentuale di riserve presso il tesoro francese, che in cambio garantisce la convertibilità del franco Cfa in euro e offre una linea di credito nel caso di azzeramento delle riserve.

Dire quindi che “gli stati africani sono costretti a versare la metà dei loro denari” al tesoro francese è impreciso, perché si tratta solamente di metà delle riserve in valuta straniera delle banche centrali. In un conto che oltretutto corrisponde interessi. Si tratta comunque di una cifra piuttosto contenuta: i depositi sono pari a circa 7 mila miliardi di franchi Cfa, poco più di 10 miliardi di euro.

Ma per come l’ha messa Di Battista, sembra quasi che gli stati africani siano costretti a versare metà delle loro risorse come tassa verso l’ex colonialista.

Bisogna anche ricordare che questi 14 stati africani non sono costretti a tenere la loro valuta ancorata all’euro e la Francia incoraggia la discussione. Tant’è che il presidente francese Emmanuel Macron, durante una visita in questi territori, ha proposto di rivedere le condizioni di ancoraggio e addirittura di abolirlo, se questi paesi ne avessero fatto richiesta. Ma nessuno si è pronunciato in questo senso.

IL VERDETTO

Di Battista ha lanciato un’accusa forte alla Francia, ossia quella di aver ammanettato la sovranità economica di 14 stati africani. Un’accusa imbevuta di insolite teorie complottiste, come quella delle banconote stampate in Francia con relativa confusione tra stampa ed emissione, di esagerazioni, come il versamento di “metà dei loro denari” nelle grasse casse dello stato francese, e di una narrazione fuorviante della realtà. La dichiarazione del leader pentastellato è quindi FALSA.

Mariasole Lisciandro tratto da www.lavoce.info

Il segreto della rinascita del Portogallo

Riprendiamo per sintesi e con alcuni stralci un articolo apparso su www.lavoce.info che tratta degli stupefacenti risultati ottenuti dal Portogallo dopo la grave crisi degli anni passati.

I numeri parlano chiaro: crescita al 2,6 per cento, debito in calo, deficit all’1,7 per cento, disoccupazione all’8,5. E questo dopo essere stato sottoposto ad una procedura d’infrazione per deficit eccessivo decisa dalla Commissione europea dalla quale è uscito nel 2017.
Per capire come si è arrivati a capovolgere la crisi occorre riepilogarne i punti cruciali.

1995-2008: crescita e debito

L’ingresso nell’euro ha visto una drastica diminuzione dei tassi di interesse sia per i titoli pubblici che per i privati. L’aspettativa era che ci sarebbe stato un rilancio dell’economia, un aumento delle esportazioni e l’avvicinamento ai paesi europei più avanzati. Non è andata così. I consumi (a debito) sono saliti alle stelle e le importazioni sono aumentate. La produttività non è aumentata, ma i salari sì; di conseguenza si è indebolita la competitività del Paese. E inoltre aumento della spesa pubblica, del deficit e del debito. Con un Pil in calo.

2008-2018: crisi e ripresa

Con la crisi del 2008-2010 la situazione si aggrava e si arriva ad una crisi del credito cioè al Portogallo si chiudono bruscamente le porte di accesso ai mercati finanziari. È inevitabile a quel punto (2011) la richiesta di aiuto all’Unione Europea e al Fondo monetario internazionale che lo concedono (78 miliardi di euro) ponendo come condizione un drastico piano di riforme strutturali elaborato dalla Troika. Contrazione violenta della domanda pubblica, calo delle pensioni e dei salari, riforme del mercato dei beni, del mercato del lavoro, riforma fiscale, riforma delle imprese pubbliche ne sono gli elementi fondamentali. In questo modo il deficit passa dal 9,8 per cento del Pil al 2,3 per cento nel 2013 mentre il debito pubblico si attesta al 129 per cento del Pil. Nel complesso tagli di spesa per due terzi e aumenti di tasse per un terzo. Crollo della domanda interna e ripresa delle esportazioni gli effetti immediati.

A partire dal 2014 riparte la crescita, la disoccupazione inizia a calare e la bilancia dei pagamenti lentamente si stabilizza. Nel 2015 il governo passa al partito socialista (di impostazione liberale in economia) alleato con verdi e comunisti che lo sostengono dall’esterno.  Gli alleati del partito che guida il governo avevano come programma il ripudio del debito pubblico, l’uscita dall’euro e dalla Nato, e la rinazionalizzazione di interi settori dell’economia portoghese. E, invece, con molta intelligenza politica non vengono rovesciate le politiche concordate con FMI e UE, ma ci si accontenta di alleggerirne il peso. Di fatto, il governo si accontenterà di aumentare il salario minimo e le pensioni più basse, senza indietreggiare sui tagli alla spesa e sulle riforme approvate. La ripresa della crescita nell’area euro contribuisce poi alla ripresa del Portogallo.

Lezioni portoghesi

Quali insegnamenti possiamo trarre dalla ripresa dell’economia avvenuta dopo il drastico aggiustamento dei conti pubblici richiesto dalla Troika? Innanzitutto, in un’unione monetaria, quando non è possibile avviare un percorso di aggiustamento attraverso la svalutazione della moneta, l’ipotesi di una ristrutturazione del debito viene esclusa e si rischia di non poterlo rifinanziare, la svalutazione interna diventa necessaria per recuperare competitività.

Infatti, il successo della svalutazione interna ha consentito il rilancio delle esportazioni, il controllo della bilancia commerciale, e quindi una minore necessità di finanziamenti esteri. Poi è arrivata un’eccellente stagione turistica che ha facilitato il miglioramento del saldo corrente e i risultati del 2017 sono quelli riportati all’inizio.

In conclusione la contrazione della spesa pubblica e le riforme strutturali hanno avuto la triplice virtù di migliorare la solvibilità del paese, ripristinare l’equilibrio commerciale con l’estero ed eliminare diversi ostacoli alla crescita. Con la stabilità sono tornati anche gli investimenti dall’estero.

In aggiunta alla riflessione tratta da lavoce.info bisogna osservare che in Portogallo non si è affermata una forza politica antisistema e nessuno dice che l’economia può crescere solo con l’aumento della spesa pubblica o con l’assistenzialismo come capita in Italia. Loro sono andati vicini al default e ne sono usciti seguendo una strada dura, ma che ha prodotto risultati concreti non chiacchiere. In Italia abbiamo fatto tutto da soli senza aiuti dall’esterno, ma anche senza l’imposizione di politiche eccessivamente rigoriste. Anche se restiamo in coda alla crescita europea, esistono le condizioni per consolidare i risultati positivi che anche noi abbiamo ottenuto, ma la mancata formazione del governo e l’instabilità che ne consegue può riportarci indietro

L’Europa dei cittadini antidoto al sovranismo

I partiti che hanno vinto le ultime elezioni hanno una soluzione semplice per il problema della sovranità: rinnegare le politiche europee. Ma è una soluzione illusoria. Una maggiore democraticità si ritrova solo ampliando il dibattito politico in Europa.

La questione della sovranità nazionale

Si è parlato molto dei risultati delle recenti elezioni in Italia e delle loro possibili spiegazioni. Mentre l’attenzione si è prevalentemente concentrata sulle conseguenze economiche della crisi e gli errori veri o presunti del governo precedente, c’è un tema più generale che forse è ancora più rilevante. È quello della sovranità popolare, cioè della capacità dei cittadini di orientare con il voto i destini del proprio paese. È un tema che caratterizza tutte le democrazie occidentali, per le conseguenze indotte dalla forte e recente integrazione dei mercati. Ma è un problema particolarmente rilevante per i paesi europei e soprattutto per quelli che hanno adottato la moneta comune.

Questi paesi infatti, come contropartita ai benefici del mercato unico, hanno rinunciato alla capacità di prendere decisioni autonome nel campo della politica commerciale e della regolamentazione dei mercati. Ma adottando l’euro, hanno anche abdicato alla gestione autonoma della politica monetaria e di quella di bilancio, dato che l’appartenenza alla moneta comune impone di necessità anche vincoli fiscali. All’interno di questa cornice, gli spazi di manovra dei governi nazionali sono necessariamente ridotti. È vero per tutti i paesi euro, inclusa la potente Germania, ma è naturalmente tanto più vero per un paese come l’Italia, caratterizzato da alto debito e bassa crescita, e che perciò più dipende dalla benevolenza dei mercati e delle istituzioni europee. Ciò non può non creare frustrazione tra i cittadini. Non c’è nulla di più devastante per la percezione del ruolo del sistema democratico di frasi come “vorremmo ma non lo possiamo fare, perché ce lo impedisce l’Europa” oppure di “lo dobbiamo fare per forza, perché ce lo impone l’Europa”. Eppure, queste espressioni sono state usate più e più volte dai nostri politici per giustificare politiche poco popolari, dimenticandosi di aggiungere che quelle politiche europee, in realtà, erano state decise con il contributo spesso determinante dei nostri funzionari e dei nostri politici.

L’illusione di soluzioni semplici

I partiti che hanno vinto le ultime elezioni in Italia offrono una semplice soluzione al problema. Rinnegare le politiche europee e andare avanti per la propria strada. È una soluzione illusoria.

Farlo rimanendo all’interno delle istituzioni attuali avrebbe solo la conseguenza di relegare il paese ai margini del dibattito politico europeo. Ci penserebbero presto i mercati finanziari a riportarci in riga, una volta compreso che la marginalizzazione comporta anche una riduzione dell’ombrello protettivo steso sulle nostre finanze pubbliche dai vari meccanismi europei introdotti dopo la crisi, come l’Esm (European Stability Mechanism, Meccanismo europeo di stabilità) e la Omt (Outright monetary transactions).

Farlo uscendo dall’euro e dall’Unione europea, al di là degli enormi costi di transizione che ciò comporterebbe, lascerebbe il paese più solo, più povero e meno capace di influire sulle dinamiche globali.

Anche i vantaggi in termini di maggior autonomia sarebbero per molti aspetti illusori. Il debito dovrebbe essere comunque finanziato e, come ci insegna la storia, la possibilità di svolgere una politica monetaria autonoma, all’interno di un’area di scambi di cui comunque per ragioni geografiche dovremmo continuare a far parte, resterebbe limitata.
Tuttavia, il problema esiste. E come si è visto dalle elezioni che si sono tenute di recente nei vari paesi europei, non riguarda solo l’Italia e non riguarda nemmeno solo i paesi più colpiti dalla crisi. Il fatto è che con l’Unione europea e ancor più con quella monetaria, una parte molto rilevante delle decisioni sulle politiche (le policies) è stato trasferito a Bruxelles, mentre il dibattito politico (la politics) è rimasto esclusivamente nazionale. I governi nazionali sono ovviamente coinvolti nelle decisioni europee, ma in modo poco trasparente e poco comprensibile per i cittadini. Se questo è il problema, allora la soluzione può essere cercata solo riportando il dibattito politico a livello europeo, creando cioè un’unione politica in cui le decisioni sulle politiche vengano prese a seguito di un processo democratico che coinvolga direttamente i cittadini europei.

Le soluzioni istituzionali possono essere diverse, e c’è già un ampio spettro di proposte di giuristi e politologi, ma la direzione non può essere che quella. Si tratta ovviamente di una strada difficile e complessa, a maggior ragione in un momento in cui emergono spinte nazionalistiche e populiste, perché richiede ai paesi di rinunciare ad ancora più sovranità nazionale. Ma a ben vedere è anche l’unica soluzione possibile per contrastare definitivamente queste spinte. Il dibattito sulla riforma dell’Eurozona ne è un esempio: ci si barcamena spesso su soluzioni parziali o che coinvolgono complessi meccanismi di ingegneria finanziaria, ma diventa sempre più evidente che una unione monetaria non sostenuta da una unione politica è intrinsecamente instabile. Non siamo fortunatamente all’anno zero. Il dibattito è aperto e, per esempio, le proposte del presidente francese sulla introduzione di una capacità fiscale e di un bilancio per l’area euro, un ministro del tesoro responsabile di questo bilancio e di un euro-parlamento che lo controlli, vanno nella direzione giusta. Su questi temi il futuro governo italiano dovrebbe impegnarsi. Tenendo conto anche del fatto che la discussione in Europa va comunque avanti, con noi o senza di noi. Se non saremo seduti al tavolo, faremo probabilmente parte del menù.

Massimo Bordignon tratto da www.lavoce.info

Il canto popolare dell’indipendenza della Catalogna

Un grande canto popolare, un’epica della lotta pacifica e disarmata questa è l’immagine che una parte dei catalani hanno trasmesso all’opinione pubblica mondiale nelle ultime settimane. Un popolo pronto a scendere per le strade contro l’oppressione, per liberarsi dalle catene, per rivendicare la sua libertà e il diritto di costruire un futuro di prosperità. Guardando i volti delle persone nelle strade di Barcellona, in coda per votare o ascoltando le loro dichiarazioni ci si crede veramente che le cose stiano così. Loro sicuramente ci credono. Ma è la verità? O, meglio, è questa la realtà? Obiettivamente no.

Spagna autonomieLa Catalogna è una delle comunità autonome riconosciute e disciplinate nella costituzione spagnola. Basta scorrere gli articoli ad esse dedicati per avere l’idea della grande ampiezza dell’autonomia di cui godono. Nel caso della Catalogna da molti anni anche l’istruzione vi è stata fatta rientrare in misura tale che l’insegnamento della lingua spagnola è relegato al rango di lingua straniera. E con essa anche la cultura spagnola in generale (storia, arte, letteratura). Basterebbe questo per disorientare qualunque osservatore. Non solo non vi è traccia di prevaricazione centralistica, ma vi sono tutte le condizioni per un’autonomia che così ampia nemmeno in uno stato federale sarebbe concepibile.

Ma forse le norme che garantiscono l’autonomia confliggono con una pratica fatta di abusi e vessazioni da parte del governo centrale?  Le immagini dell’intervento della Guardia Civil domenica 1° ottobre per impedire il voto referendario sembrerebbero avvalorare questa ipotesi. Errore. Si tratta di un unicum e non di una prassi. Non vi è traccia negli ultimi cinquant’anni di alcun tipo di repressione diretta verso i catalani, verso la loro cultura, la loro lingua, la loro autonomia. La repressione che viene sempre rievocata, infatti, è quella che risale all’epoca del franchismo definitivamente superata con la rivoluzione pacifica che ha portato alla rifondazione dello Stato e alla Carta costituzionale del 1978.

soldi CatalognaE allora cosa resta? Anche in questo caso un osservatore obiettivo deve dire che restano gli otto miliardi di sbilancio tra ciò che la Catalogna versa allo Stato centrale e ciò che riceve. Non si intravede nel tripudio di retorica indipendentista che riempie di immagini e parole la comunicazione pubblica alcun altra motivazione reale che sostenga la ribellione in atto. Otto miliardi bastano per mettere in piedi un pasticcio a rischio di guerra civile? Sembra proprio di no, anche perché il do ut des all’interno di uno stato parte di una unione di stati non è così semplice come potrebbe sembrare. Con una mano si da e con molte altre si prende, magari senza nemmeno rendersene conto. Basti pensare ai fondi europei.

E allora si è trattato forse di un’allucinazione collettiva? Non proprio. Chi si interessa di psicologia delle masse avrà molto materiale da studiare nel caso catalano. Le modalità con le quali il governo e il parlamento della Catalogna hanno preparato il referendum sull’indipendenza la dicono lunga sull’approccio nazionalistico ed ostile dell’indipendentismo catalano. Un referendum in cui non era previsto quorum e nel quale bastava anche solo un voto più della metà di quelli espressi per mettere in moto il meccanismo della legge già votata in precedenza che vincolava il parlamento a sancire immediatamente la separazione dalla Spagna. Si tratta di modalità incredibili per affrontare la questione della rottura dell’unità nazionale in un grande Stato che fa parte dell’Unione Europea. Superficialità, approssimazione e un’enorme prepotenza e arroganza fatta apposta per tentare di dare una spallata allo stato spagnolo e per mettere a tacere ogni opposizione interna. rabbia catalaniAlcuni giornalisti più attenti sono andati a scavare nel nazionalismo catalano e vi hanno trovato gli stessi elementi: grande radicamento sociale e grande determinazione nel costruire la narrazione della Catalogna come nazione separata dalla Spagna, ma scarse motivazioni reali a sostegno di questa tesi. Piuttosto la ripetizione martellante di un concetto semplice: fuori dalla Spagna la Catalogna avrebbe un futuro radioso.

Purtroppo per i nazionalisti è l’esatto opposto di ciò che si intravede nella situazione attuale. Già alcune grandi banche ed imprese private hanno annunciato di essere pronte a trasferirsi altrove e, soprattutto, si sta chiarendo che non ci sarà posto in Europa nell’immediato futuro per uno stato catalano separato dalla Spagna. E senza Europa cosa pensano di fare, dove pensano di andare gli strateghi dell’indipendenza? Ci hanno pensato?

Ma, soprattutto, ci hanno pensato i catalani? Pronti a lanciarsi nelle strade, ad urlare slogan pieni di passione e di retorica, hanno capito cosa significa oggi uscire da uno stato (fra i più importanti dell’Unione Europea)? Ma prima ancora, hanno pensato alle conseguenze della rottura di un patto che tiene insieme diverse culture e tradizioni nella nazione spagnola? Pensano che questa sia una mera imposizione o si rendono conto che si tratta di una costruzione che si è realizzata in secoli di storia attraverso vicende dolorose e sanguinose? Credono forse che gli stati nazionali siano fatti di mattoncini Lego che basta smontarli per ricomporli in altro modo? Va bene il disagio (se uno vuole un disagio lo trova sempre), ma, insomma, scaricare tutto sulla Spagna è proprio una scemenza. Una sana lotta politica fa bene; l’esasperazione no.

manifestazione BarcellonaA che serve la partecipazione se si trasforma in eccitazione delle masse e non in consapevolezza dello stato reale delle cose? Tutti i regimi del passato, inclusi i peggiori, hanno fatto appello alla mobilitazione delle masse che sono state il necessario supporto per le follie delle classi dirigenti. Il fatto che di masse e di popolo siano piene le strade non significa per niente che una causa è giusta. Significa solo che è stata resa affascinante e convincente.

Bisognerà riflettere molto sulle vicende della Catalogna perché sono illuminanti sui pericoli e sugli enormi limiti dell’indipendentismo che nasce all’interno degli stati democratici. Il meccanismo è già sperimentato: di fronte al disagio si individua un nemico esterno sul quale si getta la responsabilità e si indica come soluzione la separazione e l’isolamento basata sul culto della propria comunità. Come se le comunità autonome in questo mondo globalizzato fossero chissà quale rifugio sicuro. E invece sono un vicolo cieco che non serve a dare risposte positive al disagio, ma che è tanto consolante per chi vuole illudere di averle trovate

Claudio Lombardi

Perché è illegale il referendum catalano

La Costituzione si basa sulla indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto all’autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà fra tutte le medesime”. Questo recita l’articolo 2 della costituzione spagnola. Non la carta del governo spagnolo o di Madrid, ma di tutti gli spagnoli. La base dell’incostituzionalità (ed illegalità) del referendum catalano sta proprio qui. Non c’è da discutere se sia giusto o sbagliato, c’è da prendere atto della situazione. Nel percorso post-Franco la Costituzione del 1978 è stata frutto di una stesura “democratica” e la sua approvazione è passata da un referendum popolare. Non parliamo di un testo dittatoriale od imposto con la forza, ma di una scelta del popolo spagnolo.

Spagna autonomieTanto basta per dichiarare illegittimo il referendum del primo ottobre. Se così non fosse la stabilità di ogni ordinamento democratico potrebbe essere minata da qualsiasi movimento populista (o meno) che abbia un grande seguito. Se per superare la Costituzione fosse sufficiente un referendum (per giunta limitato ad una singola regione), allora molti atti incostituzionali sarebbero legittimati. Chi approva questo tentativo di secessione, riempiendosi la bocca con “autodeterminazione dei popoli” o “democrazia”, va proprio contro questi stessi concetti. Un popolo che si dà delle regole limita il suo raggio d’azione alle stesse, imponendosi di rispettarle per vivere in una società civile. Questo non significa che i referendum secessionisti siano illegittimi in senso assoluto, ma che debbano rientrare entro gli schemi di legge eventualmente previsti dalle singole costituzioni. Si pensi a quello del Quebec nel 1995 o al tentativo scozzese nel 2014. In entrambi i casi furono seguiti gli iter di legge, rispettando i principi democratici dei singoli paesi. Aspetto che pare non stare troppo a cuore ai leader indipendentisti spagnoli. Il governo catalano, in barba alla Costituzione ed al buonsenso, ha persino indetto un referendum senza quorum e a indipendenza automatica in caso di vittoria dei secessionisti.

indipendenza CatalognaMa oltre al “tecnicismo” costituzionale, la scelta della secessione risulta persino sconveniente. In un mondo che va verso la globalizzazione estrema, la divisione non può che far male. I dati del “Registro Mercantil” (“Registro delle Imprese” spagnolo”) parlano di 8000 imprese fuggite dalla Catalogna (a partire dal 2008) a causa del rischio di secessione e per la pressione fiscale crescente. Questi dati portano la regione al secondo posto per fuga di società, subito dietro alle Canarie. Gli ultimi due anni sono stati ancora peggiori. Nel 2016 sono stati persi capitali per 1,3 miliardi di euro, mentre i primi 8 mesi del 2017 hanno registrato la migrazione di 414,6 milioni. Numeri che dovrebbero far allarmare la classe politica catalana, ma che evidentemente non bastano per far comprendere il rischio della secessione.

Federico Marcangeli tratto da https://fondazionenenni.blog

A proposito di aiuti all’Africa

Aiuti all’Africa? C’è anche chi non li vuole. Dambisa Moyo per esempio. Vediamo come e perché seguendo la traccia di un recente articolo di Eugenio Occorsio su Affari e finanza di Repubblica. Intanto occorre sapere chi è Dambisa Moyo. Nata nello Zambia (ex Rhodesia uno degli stati più razzisti del mondo all’epoca) nel 1969 è riuscita a studiare (grazie alle borse di studio) prima all’American University di Washington, quindi ha preso il master in Public Affairs ad Harvard, infine il PhD in economia ad Oxford. Oggi è uno degli economisti più considerati e stimati al mondo. L’intervista che segue è stata fatta in occasione del Forum Ambrosetti di Cernobbio.

dambisa moyoIl problema numero uno, che ho voluto richiamare anche in quest’occasione è la crescita. Più ancora della salute, del riscaldamento globale, del terrorismo. È quello che sta alla base: dove c’è sviluppo, miglioramento dei redditi e delle condizioni individuali, c’è miglior tutela della salute e minor brodo di coltura per il terrorismo “. Il mondo occidentale cresce troppo al di sotto del potenziale, dice Dambisa. Quanto ai Paesi emergenti, africani e no, dovrebbero registrare un tasso di sviluppo almeno del 7% per potersi riscattare e migliorare concretamente il reddito della popolazione. Invece sono tutti sotto tale livello, specie in Africa. “Il risultato è che si acuiscono ingiustizie, diseguaglianze, fasce di povertà. E non si riesce ad uscire da una condizione di diffusa povertà, che in alcuni casi si aggrava anno dopo anno con tutte le conseguenze del caso”. Dambisa pubblicò nel 2009 un libro, Dead Aid (aiuto mortale) e oggi torna sull’argomento. “Gli aiuti occidentali all’Africa hanno avuto il solo effetto di trasformare una terra già povera in una ancora più povera. povertà africaQuasi il 40% degli africani vive con meno di un dollaro al giorno, vent’anni fa la percentuale era la metà “. Parlando della sua scelta di vivere e lavorare all’estero pone la questione del mancato sviluppo del suo Paese. ” Tutto questo è dovuto alla cornucopia di elemosine con cui il mondo industrializzato ha tenuto al laccio l’Africa. “Le celebrities , Bono, Bob Geldorf, Angelina Jolie, Madonna, si sono fatte pubblicità a spese dell’ Africa. E avevano la pretesa di andare a parlare a nome dei Paesi africani nelle sedi internazionali, quando ognuno di questi Paesi ha un suo governo che dovrebbe essere legittimato ad esprimere le istanze di chi rappresenta”. Questa impostazione trasmette un messaggio “eternamente negativo: l’ Africa sarebbe solo un continente di guerre, malattie, sciagure di ogni tipo. Invece qualcosa di positivo comincia ad accadere. Ci sono casi di veri e propri miracoli economici. Finché i fondi affluivano tramite gli “aiuti” erano la vera sciagura dell’ Africa. Spesso finanziavano solo dittatori spietati armavano eserciti sanguinari, diventati ancora più pericolosi con l’espansione a sud del Sahara del fondamentalismo jiadhista, dalla Nigeria al Mali, dal Niger al Camerun”. Ora, faticosamente, qualcosa sta cambiando, ma comunque una politica di cooperazione razionale e mirata è cruciale. Sugli aiuti all’Africa il pensiero di Dambisa Moyo è netto cooperazione allo sviluppoNegli ultimi 60 anni sono stati erogati sussidi per oltre mille miliardi di dollari. E sono serviti a migliorare le condizioni di vita del continente solo in minima parte. Anzi, la situazione è peggiorata e in alcuni casi affondata. E questo è tanto più irritante se si pensa che il 60% degli africani, che sono più di un miliardo di persone, ha meno di 24 anni. È una gioventù immensa, che sarebbe piena di entusiasmi, di voglia di fare, di attivismo. E invece è calata in una realtà avvilente. Dove invece è stato adottato un modello cooperativo, paritario, coinvolgente, la situazione è nettamente migliorata. Gli aiuti a pioggia, significano solo sottrarre risorse dalle tasche dei poveri nei paesi ricchi per infilarli in quelle dei ricchi nei paesi poveri“. La via percorribile, secondo Dambisa, è un contributo reale e condiviso allo sviluppo sotto forma di cofinanziamenti a investimenti produttivi, infrastrutturali, di miglioramento delle condizioni di vita. “Pur con alcuni limiti, la formula adottata dai cinesi, che vengono a investire sul luogo per creare stabilimenti produttivi e coltivazioni gestite in comune, è la migliore“. Secondo Dambisa la Cina “esprime una via alternativa allo sviluppo, basata sull’economia statale centralizzata, che oggi ha miglior successo di quella americana fondata sugli investimenti privati. Almeno agli occhi dei cittadini dei Paesi in via di sviluppo, maggioranza della popolazione mondiale, disposti ad accettare qualche deficit di democrazia pur di avere un tetto sulla testa. E poi in Cina le diseguaglianze stanno riducendosi anziché approfondirsi”. Il capitalismo è un buon sistema per garantire lo sviluppo, “però andrebbe temperato in tanti aspetti magari prendendo a prestito qualche elemento dalle economie socialiste. “La democrazia è ovviamente una buona cosa e ha migliorato la produttività, gli standard di vita, la condizioni di reddito in occidente. Ma non bisogna ideologicamente pensare che il liberismo economico sia l’unica via, occorre cooperare con gli altri modelli vincenti come quello cinese: l’aiuto di Pechino allo sviluppo dell’Africa non va sottovalutato”

L’elezione di Macron e noi

L’attesa è finita. Le presidenziali francesi erano l’evento politico più importante e quello più temuto perché la Francia è il numero due dell’Europa e perché è qui che il movimento anti euro, nazionalista e sovranista ha raggiunto, grazie al Front National di Marine Le Pen un consenso tale da portarla ad un passo dalla vittoria. A differenza della Brexit, se la Le Pen fosse diventata Presidente della Repubblica e se avesse tenuto fede alle sue promesse, la costruzione europea sarebbe crollata e gli stati europei avrebbero dovuto ridefinire i loro rapporti reciproci e, soprattutto, quelli con le grandi potenze economiche e militari (Usa, Russia, Cina). E così ci saremmo tenuti la globalizzazione e ci saremmo anche dovuti sottomettere ai più forti (questo sarebbe il capolavoro dei sovranisti).

elezioni francesiPer fortuna nulla di tutto ciò accadrà. L’elezione di Macron segna un punto di svolta che nemmeno un risultato negativo delle elezioni legislative a giugno con un’Assemblea Nazionale nelle mani dei partiti tradizionali potrà cancellare.

Che i voti per Macron siano stati espressi solo in parte a favore del suo europeismo e che vi siano stati molti astenuti e molte schede bianche non oscura il clamoroso successo di un movimento giovane che volutamente è fuoriuscito dagli schemi consueti della politica francese. Giovane, ma non improvvisato né superficiale. Anzi, a differenza dei movimenti di contestazione della politica tradizionale che abbiamo conosciuto in Italia come il M5S, il movimento di Macron si è distinto per un programma ambizioso e realistico con una forte visione strategica ed ideale. La scelta europeista ne è il fulcro ed è la dimostrazione del coraggio e della lungimiranza con la quale si è affrontato un tema così controverso eppure così essenziale come l’Europa. Una scelta non fatta di declamazioni retoriche, ma di proposte concrete a cominciare dalla istituzionalizzazione dell’eurozona con un parlamento, un bilancio e un esecutivo.

Marine Le PenNon va sottovalutato che la candidata dell’estrema destra con la parola d’ordine del nazionalismo, del ritorno alla sovranità monetaria e della lotta agli immigrati è arrivata al ballottaggio prendendo circa 12 milioni di voti. Si è detto che dentro ci sono i delusi, gli arrabbiati, i disperati, gli scettici. La critica all’Europa si è espressa anche nel voto a Mélenchon. Macron dovrà dimostrarsi capace di recuperare una parte degli scontenti.

Ciò che conta è che con il nuovo presidente sembra avviata a soluzione in Francia la crisi di leadership che ha indebolito i più importanti paesi europei negli ultimi cinque anni passati. Tra presidenza debole in Francia, crisi in Italia e stallo in Spagna ad un certo punto la Germania era rimasto l’unico grande stato europeo guidato da un governo stabile e forte (per quanto anch’esso insidiato da un forte movimento nazionalista).

Una crisi di leadership che non riguardava solo gli stati, ma coinvolgeva in pieno una Unione Europea incapace di reagire alla sua crisi e agli eventi epocali che minacciavano di travolgerla e priva di una strategia.

EurozonaOra le cose sono più chiare. Lo saranno ancora di più se a giugno En Marche otterrà abbastanza voti da poter sostenere il governo del nuovo Presidente e se a settembre la Germania eleggerà (come sicuramente accadrà) senza traumi un cancelliere e una maggioranza che confermeranno la scelta europea.

A questo punto bisognerebbe dire qualcosa sulle elezioni italiane che dovrebbero chiudere il ciclo elettorale europeo. Purtroppo l’Italia, dopo il referendum del 4 dicembre e la bocciatura della legge elettorale da parte della Corte Costituzionale, si conferma una delle maggiori fragilità dell’Eurozona. L’elettorato ce l’aveva con il governo, voleva protestare e ha respinto una riforma costituzionale razionale e pienamente giustificata.

Che dire? Speriamo che qualcuno riesca a recuperare anche da noi una parte degli scontenti. Una folla arrabbiata che protesta contro tutti e che rifiuta ogni innovazione in permanente caccia al complotto non serve a nulla

Claudio Lombardi

Europa: un deficit di comunicazione e trasparenza

Affiora sempre più spesso il sospetto che dietro lo sbiadirsi della popolarità dei valori europei possano esserci anche seri deficit di trasparenza ed errori di comunicazione strutturali. I profili sotto esame sono soprattutto tre.  Il primo è il target: l’Europa sembra farsi accettare, o addirittura amare, solo dalle classi più abbienti e colte. Il secondo, legato al primo, è lo sbilanciamento dei contenuti comunicativi: si punta molto su ideali astratti, dal lontanissimo manifesto di Ventotene al recentissimo anniversario dei Trattati di Roma, e non sui benefici concreti del trovarsi in una comunità unita da valori (e anche privilegi) che nel mondo appaiono sempre più rari e preziosi. Il terzo è il sostanziale flop di comunicazione e trasparenza sui veri nemici di ogni sviluppo istituzionale dell’Europa, che sono la doppia psicosi dell’immigrazione e dell’impoverimento economico. Vediamo rapidamente questi tre punti.

Europa egoismi nazionaliIl primo elemento di debolezza

Sul primo, cioè il target positivamente raggiunto dalla comunicazione europea, non solo una percezione empirica ma anche i dati dell’Eurobarometro – sondaggio civico annuale sulle politiche europee – segnalano che il brand “Europa unita” funziona, ma non arriva a tutti. Si ferma alle classi più colte e abbienti. (….) Chi crede nell’Europa è di regola giovane, certamente per un’idea della vita più dinamica e aperta che in passato. Ma oltre il dato anagrafico, c’è quello censitario: si sentono europei tre volte su quattro i membri delle classi agiate e i titolari di studi superiori. Un dato, questo, che peraltro tende pure a diminuire (….) fasce sempre più ampie di europei colti e benestanti iniziano a diffidare di un’istituzione che non comunica un’idea comune di sviluppo e di solidarietà.

Il secondo elemento critico

Il secondo fattore di debolezza – i contenuti tipici dei messaggi – si può valutare ad occhio nudo: l’immagine europea più frequente è quella di vertici e summit con leader impegnati a scambiarsi formalità, annunci retorici e avvertimenti in codice. Da nessuna parte “passa” l’idea che l’Europa è uno dei pochi presidi di valori universali come la libertà di espressione e il pluralismo, il rispetto delle donne e la tutela dei bambini, la difesa dei diritti dei lavoratori, dei malati e degli anziani, la libertà di impresa e le misure assistenziali a sostegno alle categorie svantaggiate. Gli europei sembrano più impegnati a competere fra loro e ad autoflagellarsi per ciò che di questi valori non funziona, che a farne un vessillo e un brand planetario.

Il terzo errore

europa unitaTerzo “baco” nel sistema comunicativo europeo è l’incapacità di elaborare una politica e un messaggio comune in tema di economia e immigrazione. Sul primo punto, pesa l’immagine della locomotiva-Germania che non traina nessuno, e anzi sembra fischiare sempre più distante da tutti gli altri. Sull’immigrazione, invece, incidono gli egoismi nazionali che hanno reso quella che era “l’Europa dei 28” un insieme di monadi non comunicanti. Su questi due temi, scetticismo e paura investono quasi tre quarti dei cittadini europei.

Il “Piano D”

Le crisi, non di rado, impongono serie autoanalisi e conseguenti salti di qualità. Quando, nel 2005, da Francia e Olanda venne un chiaro segnale di allarme – la bocciatura della Costituzione europea – fu avviato il “Piano D” (Dibattito, Dialogo e Democrazia), specificato l’anno dopo nel Libro Bianco sulla Comunicazione, che faceva perno sui principi di inclusione, diversità e partecipazione. (….)

Serve una spinta “superiore”

europa mondoOggi servirebbe una spinta persino superiore, partendo da ben precise priorità. Ad esempio, il funzionamento della macchina-Stato: già percepito con forte malessere a livello nazionale, in paesi come l’Italia provoca dei veri cortocircuiti se si proietta su scala europea. “Bruxelles”, per tanti nostri concittadini, è la sede dei soprusi e dei diktat, mentre poco o nulla si fa per sottolineare come accanto ad alcune distorsioni, sia proprio “quel” sistema a dare ancora ossigeno alla nostra economia: quanti, fra coloro che inneggiano ai poteri magici della gestione nazionale del cambio, conoscono gli effetti espansivi del Quantitative Easing, e quanti capiscono cosa significherebbe davvero abbandonare l’euro? L’Europa, correttamente, indaga sul livello di efficienza e qualità delle pubbliche amministrazioni dei paesi membri e, ad esempio boccia severamente l’Italia, associandola a quasi tutti i paesi dell’Est come modello negativo di una Pa che frena lo sviluppo (secondo il l’Annual Growth Report 2016 siamo carenti soprattutto per le norme in materia di appalti pubblici, i vari ostacoli normativi alla creazione di impresa e il sistema giudiziario). Ma bisogna porsi anche un’altra domanda: sul punto cruciale della percezione di capacità e trasparenza amministrativa, l’Europa è in grado di giudicare (e correggere) se stessa?

Sergio Talamo

(qui il testo integrale dell’articolo: http://www.quotidianoentilocali.ilsole24ore.com )

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