Il valore della stabilità e i leader a caccia di voti

Esiste un famoso motto di antiche ascendenze classiche: Dio confonde chi vuol perdere. Frutto di profonda saggezza si può star certi che lo si riscontra facilmente nella realtà e che quasi sempre chi ne è protagonista non vuole ammetterlo. Tra questi c’è sempre qualche leader politico che, a caccia di visibilità e consensi, perde di vista l’essenziale per concentrarsi sul proprio successo personale.

Ci siamo dimenticati di cosa è accaduto l’estate scorsa? Salvini ha scatenato una crisi di governo per andare ad elezioni anticipate in autunno. Il Pd stimolato da Renzi e il M5s su indicazione di Grillo hanno colto l’occasione per formare un nuovo governo e mettere ai margini Salvini precludendogli la corsa elettorale nella quale sperava per conquistare la guida del governo. Cosa voleva fare Salvini se questa prospettiva si fosse realizzata? Lo aveva detto chiaro: far saltare i limiti di bilancio, far esplodere il deficit e dare uno choc fiscale e di spesa pubblica all’Italia. La rottura con l’Europa era dietro l’angolo. Ciò che dicono adesso i massimi dirigenti della Lega e lo stesso Salvini circa l’irreversibilità della scelta europea e dell’euro non lo dicevano certo appena tre mesi fa. Anzi, i Borghi e i Bagnai erano gli apripista di una rotta di collisione progettata, prevista e descritta in documenti, programmi elettorali e comunicazione pubblica.

Se gli italiani volessero potrebbero mettere a confronto ciò che il Capitano stava preparando appena pochi mesi fa con le dichiarazioni attuali. Qualcuno potrebbe porgli una semplice domanda: stai mentendo adesso o ci stavi prendendo in giro allora? In entrambi i casi facevano bene i mercati cioè chi finanzia il nostro debito e gli altri paesi europei a non fidarsi del governo italiano.

Per fortuna Renzi e Grillo hanno avuto l’intuizione giusta e si è formato il governo Pd-M5s-Leu al quale si è aggiunta adesso Italia Viva con un programma che mira a completare la legislatura. D’altra parte la mania di affrontare i problemi a colpi di elezioni alla ricerca del leader carismatico e quella di finalizzare le scelte politiche al piccolo cabotaggio della propaganda elettorale è quanto di più deleterio ci possa essere.

Stando così le cose ed essendo trascorso poco più di un mese dalla formazione del governo cosa sarebbe stato intelligente fare? Semplice: tenere fede all’impegno preso con gli italiani mostrando loro che l’instabilità veniva dalle aspirazioni roboanti della destra sovranista e che i partiti della nuova maggioranza possedevano la capacità di guidare il Paese a recuperare stabilità.

Per l’Italia la stabilità è un bene prezioso che si traduce in fiducia all’esterno e all’interno. E la fiducia è la base sulla quale diminuisce lo spread e può crescere l’afflusso di investimenti. È anche il presupposto di ogni manovra espansiva con l’appoggio dell’Unione europea e della collaborazione per la gestione del flusso di immigrati.

Il primo obiettivo del nuovo governo doveva essere questo: stabilità e fiducia. Ben sapendo che l’eredità del governo precedente sarebbe stata difficile da gestire.

Niente da fare. Sono bastate poche settimane e il clima di concordia è saltato. Di Maio si è messo in competizione con Conte per recuperare la sua centralità come capo politico del M5s ignorando del tutto le critiche e i mutamenti negli equilibri interni di quel partito. Da un lato sfida Conte e dall’altro lancia messaggi a portatori di interessi dai quali spera di ricevere voti e sostegno per condurre la sua battaglia nel M5s e la sua ascesa al vertice del governo. I temi sono quelli delle partite Iva e dell’evasione fiscale. Le prime devono veder confermati i benefici altamente iniqui verso la massa dei contribuenti a reddito fisso decisi dal precedente governo (flat tax del 15% e 20% fino a 100 mila euro di reddito annuo). La seconda è solo un fenomeno di “grandi evasori” e la massa di quelli che notoriamente evadono può stare tranquilla perché nessuno chiederà loro niente. Si può dire che è una posizione che guarda agli stessi voti della Lega? Sì è evidente.

L’altro che si è messo a contestare le scelte della manovra (scritta, approvata e inviata a Bruxelles) è Renzi. Nel merito ha molte ragioni e deve dimostrare che il partito da lui fondato si distingue dagli altri, ma che fosse un governo fondato su compromessi lo sapeva da prima. Non poteva aspettare qualche mese per i suoi distinguo? Ma nemmeno per idea. Appena ha visto i sondaggi superare il 5% dei voti e gonfiarsi le iscrizioni all’ultima Leopolda si è messo a puntare i piedi per recuperare centralità e visibilità. Uno stillicidio di puntualizzazioni, dichiarazioni, preannunci con la scelta dei temi che più possono provocare una frattura tra le forze di maggioranza.

Su tutto domina la tattica. Le forze di maggioranza, con l’esclusione del Pd di Zingaretti (e di Leu) che cerca di restare fuori dalle polemiche quotidiane, sembrano non avere idea di cosa fare nei prossimi sei mesi e già si parla di una crisi di governo a gennaio per sostituire Conte addirittura con un accordo Renzi – Di Maio per mettere quest’ultimo a Capo del governo. Già il fatto che si diffondano queste voci provoca un avvelenamento del clima e fornisce un formidabile pretesto a Salvini che si ripropone come il leader di uno schieramento di destra unito. Si disperde così il capitale di credibilità conquistato appena un mese fa.

Tutto per le ambizioni personali che cercano di imporsi in una corsa a colpi di scena e capovolgimenti di corto respiro. Il tutto a beneficio di platee virtuali e reali. In questo modo non si prepara nulla di buono per la maggioranza degli italiani che possono a buon diritto confermare la loro sfiducia nelle forze politiche in lotta per il potere

Claudio Lombardi

Greta il clima slogan e realtà

Mettiamo subito un punto fermo: la mobilitazione globale dei Fridays for future raccolti intorno alla figura di Greta è una gran bella notizia. Veniamo da anni nei quali sembrava che avessero ormai preso il sopravvento gli egoismi, l’individualismo, il rancore. Ora a questi, che ci sono ancora, si contrappone un movimento che mette al centro la dimensione umana come supremo interesse collettivo che unisce al di là dei confini, di qualsiasi natura essi siano (religiosi, culturali, sociali, nazionali ecc).

Diciamo la verità: ambiente e clima interessano innanzitutto gli esseri umani che vogliono vivere migliorando il proprio benessere. Sì gli slogan parlano del pianeta Terra, ma, ammettiamolo, questo è assolutamente indifferente a qualunque mutazione possa essere determinata dalle attività umane. La Terra è indifferente ai cambiamenti perché è composta da una complessa interazione di elementi propri e provenienti dall’esterno privi di qualunque tipo di soggettività. Tutto può succedere al pianeta Terra perché è solo un agglomerato di elementi. Il suo destino è segnato da processi planetari che sfuggono totalmente al nostro controllo.  

Rendiamoci dunque conto che tutte le preoccupazioni per l’ambiente e il clima mettono al centro l’essere umano e le sue condizioni di vita. Anche la natura non è altro che l’ambiente nel quale viviamo e che ci consente di vivere perché da lì traiamo tutto ciò che ci è necessario. Aria, acqua, cibo ci servono per questo e le malattie causate dall’inquinamento ce lo ricordano drammaticamente.

Il movimento che si è riconosciuto nella ragazzina svedese ha questo valore. La presa di coscienza di centinaia di milioni di persone è un regalo quasi inaspettato e del quale c’era un grande bisogno perché introduce la novità di una nuova forma di soggettività trasversale, culturale e sociale prima ancora che politica. Questo movimento va fatto crescere e da esso bisogna trarre la spinta per progettare ed attuare politiche di trasformazione che comporteranno inevitabilmente dei prezzi da pagare.

Non illudiamoci, appena dall’entusiasmo dei facili slogan si passerà alle azioni concrete ci saranno reazioni e bisognerà stare molto attenti a non farle radicalizzare. Per questo il messaggio lanciato da Greta (e da tutto il mondo intellettuale, politico ed economico che la supporta) deve farsi più ragionevole. Finora si è pigiato sull’acceleratore in un crescendo di toni culminati nel breve discorso all’Onu. Proseguire in quel modo vuol dire scivolare nel fondamentalismo fine a se stesso perché non è ragionevole chiedere tutto e subito quando in ballo c’è una trasformazione radicale. Finora l’attrazione esercitata da Greta ha funzionato perché ad una sedicenne è consentita l’intransigenza e l’assenza di sfumature. Milioni di giovani si sono riconosciuti in lei, ma la ragazza svedese, saggiamente, ripete sempre che non spetta a lei trovare le soluzioni e che terrà d’occhio ciò che faranno le classi dirigenti, politici innanzitutto.

Passando dagli slogan alle politiche bisogna innanzitutto spiegare ai giovani che non siamo all’anno zero. Sono già alcuni decenni che esiste un movimento ambientalista. Si è diffuso e in alcuni paesi è una forza politica di prima grandezza. Le azioni necessarie per la salvaguardia dell’ecosistema sono state studiate e molte sono già state messe in atto. Nel mondo occidentale, dove la sensibilità ambientalista si è affermata, la realtà oggi non è quella che c’era nel passato e i giovani non possono nemmeno immaginare come si vivesse anche solo 50 anni fa.

Dando per scontato che i paesi dell’Occidente sviluppato debbano ancora fare molto i problemi più difficili da affrontare per il riscaldamento globale e per l’inquinamento sono due: i paesi emergenti e la popolazione mondiale. Su questi due punti il movimento mondiale che è esploso negli ultimi due anni può fare qualcosa per condizionare le scelte dei governi. Sapendo, però, che colossi come Cina e India con i loro tre miliardi di abitanti vogliono crescere e non fermarsi. E crescere significa consumare materie prime ed energia.

Il secondo problema è che la popolazione mondiale continua ad aumentare e va verso il traguardo dei dieci miliardi previsto dopo il 2050. Quali problemi porrà? Basta citare i punti essenziali: energia, materie prime, cibo, acqua, abitazioni, strade, mobilità (treni aerei, auto). Come si fa a porre la questione climatica in termini ultimativi (bisogna azzerare le immissioni di C02 da fossili entro il 2050) di fronte ad una realtà così complessa?

In Occidente abbiamo una sovrastruttura culturale che ci guida: pensiamo che la realtà sia plasmabile in base ai nostri desideri e agli imperativi morali che ci siamo dati. Essere sempre di più e vivere a lungo curando ogni tipo di malattia ed eliminando la fame e la povertà dal mondo in un ambiente incontaminato usando il minimo di materie prime e di energia e senza conflitti armati sembra più un libro dei sogni che una visione realistica. Eppure questa è l’ispirazione che guida molti pensieri e molti movimenti. Se poi la realtà non si uniforma ai desideri andiamo a caccia dei complotti o dei poteri forti che negano i nostri sogni.

È probabile che anche l’idea di fermare i cambiamenti climatici con le nostre azioni sia un sogno. Forse nemmeno gli scienziati lo sanno con certezza vista l’esistenza di opinioni diverse. Comunque non opinione, ma certezza è che la Terra non sia un sistema chiuso ed immobile. Glaciazioni e riscaldamenti si sono susseguiti anche quando le attività umane contavano ben poco. Abbiamo causato un’accelerazione? E allora cerchiamo di rallentarla. Sapendo, però, che la cabina di comando dei mutamenti non sta nelle nostre mani. Il radicalismo di una parte dell’ambientalismo può servire come sprone nel breve periodo, ma poi rischia di provocare una reazione di rifiuto anche delle proposte più ragionevoli. In fin dei conti sono gli esseri umani a dover cambiare comportamenti e stili di vita e bisogna convincerli. Il fenomeno Greta ha il grande merito di essere diventato globale e la scelta di incaricare una ragazzina seria, intelligente e preparata di essere la bandiera di un nuovo slancio ambientalista ha funzionato in maniera sorprendente

Claudio Lombardi

La non scissione di Renzi

Ci si può scindere da un partito dal quale ci si era già allontanati da tempo? La decisione di Renzi di uscire dal Pd non è una sorpresa, ma un atto coerente con un percorso iniziato quasi dieci anni fa. L’incontro annuale della Leopolda, infatti, partì nel 2010. Anche negli anni ai vertici del partito e del governo la Leopolda non ha mai perso il carattere di iniziativa di un gruppo che si riconosceva esclusivamente nella leadership di Renzi. La struttura del nuovo movimento – Italia viva – d’altra parte si sta formando da oltre un anno intorno ai comitati civici (e alle loro proiezioni sui social media) che raccolgono migliaia di militanti. Tutto al di fuori del Pd. Non si può certo dire che la decisione di Renzi sia una manovra di “palazzo” né che non fosse prevista.

Sicuramente se lo avesse voluto Renzi avrebbe potuto condurre la sua lotta politica nel Pd puntando a far prevalere le sue idee con la concreta speranza di allargare i suoi consensi. D’altra parte ha vinto le primarie due volte. L’unico reale ostacolo è sempre stata la convivenza tra le diverse anime presenti in quel partito con le quali aveva già dovuto fare i conti dopo la prima elezione a segretario nel 2013. Al termine di accesi scontri politici esponenti di primo piano come D’Alema e Bersani lasciarono il Pd perché consideravano inaccettabili le scelte politiche della maggioranza raccolta intorno a Renzi. Scelte che, però, passarono. Ciò che rese difficile mantenere la guida del governo fu la sconfitta al referendum del dicembre 2016. Una più accorta gestione della riforma costituzionale da parte di Renzi non avrebbe portato al suo allontanamento dal governo e, forse, avrebbe influito anche sulle successive elezioni politiche. Le dimissioni definitive dalla guida del partito arrivarono invece dopo la sconfitta elettorale del 4 marzo 2018. Il cambio di orientamento politico del Pd fu sancito con l’elezione di Zingaretti a segretario dopo un lungo anno di sbandamento del partito privo di una vera guida politica. Quella fase di interregno resta difficilmente spiegabile e giustificabile in termini politici e sicuramente ha danneggiato il Pd e ha influito sulle vicende politiche nazionali. Fu, comunque, un periodo nel quale Renzi fece valere la sua autorevolezza sia ostacolando l’elezione di una nuova maggioranza alla guida del partito, sia impedendo un accordo col M5s per una maggioranza di governo. Si trattò, quindi, di una dimostrazione evidente di forza politica che si è ripetuta con la svolta del governo Conte 2 spinta e voluta innanzitutto da Renzi. Il quadro politico italiano che sembrava fatalmente avviato sulla strada di elezioni anticipate e di un monocolore sovranista a guida Salvini, ne è uscito sconvolto. Renzi ha registrato un’indubbia vittoria politica.

E allora perché l’uscita dal Pd? Motivazioni politiche serie non ci sono, ma ce n’è una che le sovrasta tutte: la volontà di Renzi. La politica (come la storia) è fatta dalle persone e non procede su binari predeterminati dalla logica e dalla ragione. Sono le persone che decidono la strada da costruire e una personalità forte come quella di Renzi può legittimamente cambiare il corso delle cose. O, almeno, provarci. Altro da dire non c’è.

Ci saranno, però, delle conseguenze. Non tutte prevedibili, ma alcune si possono già immaginare. Innanzitutto una maggiore instabilità dovuta a nuovi equilibri nella maggioranza di governo. Una cosa è un patto tra due partiti più Leu che ha un peso minore; altra cosa è che siano tre i partiti uno dei quali di Renzi con una forte spinta alla competizione.

Altra conseguenza è sul combinato taglio dei parlamentari/legge elettorale. Difficilmente il M5s rinuncerà al suo cavallo di battaglia (al quale incomprensibilmente attribuisce un grande valore). La conseguenza sarà un effetto maggioritario implicito nel taglio dei seggi che potrà essere corretto solo da una legge elettorale interamente proporzionale. D’altra parte il nuovo partito di Renzi non potrà aspirare ad affermarsi con un sistema maggioritario e, quindi, spingerà per il proporzionale, l’unico che gli conferirà il ruolo di ago della bilancia che le formazioni politiche di centro hanno sempre avuto.

Poiché l’interesse dei tre partiti – M5s, Pd, Italia viva – sarà di evitare elezioni anticipate è prevedibile che il ritorno al proporzionale puro sarà inevitabile. Il proporzionale però ha sempre alimentato gli appetiti dei partiti interessati a conquistare parti dell’elettorato più che garantire la governabilità. Finisce l’epoca nella quale si è tentato di dare ai cittadini il potere di scegliere il governo e il suo programma. Già con la legge attuale si è dimostrato come i risultati elettorali abbiano consentito due maggioranze alternative. In futuro saranno possibili combinazioni diverse con accordi post elezioni.

Tutto ciò accade in una fase di transizione molto delicata in Europa e in Italia. In Europa il tentativo è di trasformare politiche, patti e governance nella stabilità. Nel corso dei prossimi anni sono prevedibili molti cambiamenti che incideranno direttamente sulla situazione italiana. D’altra parte l’Italia si trova in un momento molto difficile perché i nodi di uno sviluppo difficile restano tutti lì. L’Italia è bloccata da un intreccio di problemi formatisi nel corso di molti anni. L’instabilità e la competizione per il consenso inevitabili con una pluralità di partiti non sono certo una risposta giusta per affrontarli. D’altra parte andare al traino dell’Europa con la destra sovranista pronta a rovesciare gli equilibri pompando ogni motivo di malcontento sarebbe un disastro.

La non scissione di Renzi si realizza in questo contesto. Forse allargherà l’offerta politica riportando al voto una parte degli astenuti. Forse influirà sul governo con proposte costruttive e di forte rinnovamento. O forse non ci riuscirà. Vedremo

Claudio Lombardi

Governo Conte: ora ci vuole un bagno di realtà

Il governo Conte bis si è dato un programma di sinistra populista, incentrato su un’ambiziosa estensione dei diritti individuali e sociali. Obiettivi da sottoporre a un bagno di realtà per rendere il piano praticabile.

Un programma di sinistra populista per estendere i diritti individuali e sociali

Nel suo discorso al Parlamento, il rinominato presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha pronunciato tante belle parole e indicato obiettivi condivisibili da chi crede in un’Italia che riporti su di qualche tacca la discussione pubblica e la convivenza civile rispetto ai tempi neanche tanto lontani in cui Lui – il segretario della Lega Matteo Salvini – dettava legge aspirando a ricevere “pieni poteri” (cioè a diventare premier) dopo elezioni anticipate. Scorrendo il programma di governo descritto dal presidente del Consiglio si trovano descritte idee e tanti provvedimenti che definiscono una sinistra populista, schierata a difesa dei diritti ma che prova anche a pensare al futuro. Dopo che “riforme” era diventata una parolaccia da non usare con il governo gialloverde, l’esecutivo giallorosso invece torna a centrare la sua attività sulla parolaccia, tanto che Conte si è riferito a una “nuova stagione riformatrice”. Non saranno le riforme economiche pro-concorrenziali che piacciono alle organizzazioni internazionali (la parola “liberalizzazione” non è menzionata), ma piuttosto cambiamenti istituzionali e sociali che avranno l’obiettivo di riavvicinare i cittadini e le organizzazioni intermedie alla politica e che allargheranno i diritti sociali investendo ambiti come l’assistenza alle famiglie, la scuola e l’università. Il rischio è che si tratti di un “vaste programme” che richiede anche modifiche costituzionali (cioè tempo) e che quindi ha poche possibilità di essere realizzato. Tra i provvedimenti economico-sociali, l’adozione di un salario minimo e di maggiori tutele e maggiori possibilità di partecipazione per i lavoratori, “soprattutto se donne e se giovani, e soprattutto nel Mezzogiorno”, oltre alla ripresa di politiche di incentivazione dell’innovazione e al rafforzamento societario delle aziende.

Ci vorrà però un bagno di realtà

Per promuovere i diritti bisogna però farlo bene. Per esempio, come ricordava tra l’altro il governatore campano Vincenzo De Luca a Cernobbio, il reddito di cittadinanza del governo precedente pare abbia fatto scomparire il lavoro stagionale. Capita cioè quello che ci si poteva aspettare: un welfare generoso può dare un reddito dignitoso a chi non l’aveva prima, ma se scoraggia la ricerca di lavoro proprio delle categorie (giovani e donne) che in modo sproporzionato sono escluse dal mercato del lavoro rischia di mancare uno dei suoi obiettivi. Si vedrà se il M5s è disponibile a rivisitare la sua misura bandiera in modo da evitarne gli effetti deteriori sulla partecipazione al mercato del lavoro.

Anche nella fissazione del salario minimo, il rischio di generare effetti non desiderati e controproducenti sul mercato del lavoro proprio per i giovani dipende in modo cruciale dal livello a cui si fissa questo salario. Come discusso anche da Andrea Garnero su questo sito, fissarlo a 9 euro l’ora implicherebbe stabilire un livello relativamente elevato (pari all’80 per cento circa del salario incassato dal lavoratore mediano, quello che sta esattamente a metà della distribuzione dei salari) che non si ritrova negli altri paesi Ocse, dove il salario minimo si colloca tra il 40 e il 60 per cento del salario mediano. Una possibilità – perseguita in Francia ma costosa per il bilancio pubblico – sarebbe quella di compensare l’eventualmente eccessivo livello del salario minimo con una detassazione del costo del lavoro.

Il che porta a ricordare che garantire i diritti costa (altro esempio: l’abolizione del superticket sulle prestazioni sanitarie costerebbe circa 600 milioni). Già ci sarà da trovare tanti soldi per disattivare l’aumento dell’Iva. Ma poi rimane che estendere diritti ai cittadini dà luogo a doveri, specificamente fiscali oppure di riduzioni di altre voci di spesa, da parte del governo che propone tale estensione. Il non riconoscimento di questi altri doveri (che sono poi l’altra metà del bilancio pubblico) rischia di trasformare in regali temporanei la concessione di diritti giustamente descritti come conquiste di civiltà o applicazioni della nostra costituzione. È vero che potrebbero arrivare risorse aggiuntive da un’ulteriore riduzione dello spread sotto i 150 punti base, a cui si è giunti con l’esclusione dei no-euro dal governo e dall’auspicata flessibilità di bilancio negoziata con Bruxelles. Ma future riduzioni dello spread sono tutte da guadagnare sul fronte interno. Sarà un caso, ma Moody’s ha infatti subito ricordato che l’auspicata riduzione del rapporto debito-Pil indicata tra gli obiettivi dal premier è incoerente con l’insieme delle misure economiche prospettate finora. Il rischio concreto è che la luna di miele di cui ha inizialmente goduto il nuovo governo (soprattutto per demerito del governo precedente) possa arrivare rapidamente e dolorosamente a una conclusione se presentasse una legge di bilancio velleitaria. E anche la flessibilità di bilancio ottenibile dalla nuova Commissione europea – visto il (positivo!) recupero di buoni rapporti con l’establishment europeo – dovrà comunque per ora essere ancorata alle regole esistenti che la vincolano a specifiche circostanze. Una di queste è il verificarsi di una crescita inferiore rispetto alle previsioni: tale circostanza può regalare una manciata di decimi di punto di Pil, non interi punti di Pil rispetto all’obiettivo di deficit all’1,8 per cento preventivato dal governo precedente.

Nel complesso, per quanto stia ovviamente alla maggioranza di governo stabilire quando farlo, rimane che l’immersione del programma del governo Conte bis in un tempestivo bagno di realtà sarebbe una cosa salutare e necessaria per la durata e l’efficacia di azione dell’esecutivo.

Francesco Daveri tratto da www.lavoce.info

Zero Pil: l’economia gialloverde

Mentre Salvini scatena la crisi di governo per incassare i voti che gli vengono accreditati dai sondaggi pubblichiamo un articolo di Francesco Daveri tratto da www.lavoce.info che ci riporta alla realtà delle cose

Zero a 360 gradi: questo secondo l’Istat è il risultato di crescita dell’economia italiana nel secondo trimestre. Con poche speranze di trasformare nel resto dell’anno lo zero spaccato in qualcosa di diverso dallo zero virgola.

TI GIRI E TI VOLTI, SEMPRE ZERO E’

Per una volta i dati sulla crescita preliminare del Pil del secondo trimestre 2019 non si prestano a manipolazioni. Comunque li si guardi, dicono la stessa cosa: la crescita misurata è zero a 360 gradi, rispetto al trimestre precedente ma anche rispetto a un anno fa (confrontando il secondo trimestre 2019 con lo stesso trimestre del 2018). Zero è anche la crescita della domanda interna (consumi delle famiglie, investimenti aziendali e spesa delle pubbliche amministrazioni) così come della domanda estera netta (cioè delle esportazioni al netto delle importazioni). E a zero secondo l’Istat è anche la cosiddetta crescita acquisita, cioè la crescita che si otterrebbe in tutto il 2019 se nel terzo e quarto trimestre 2019 la crescita trimestrale fosse pari a zero.

Parlando di crescita acquisita c’è da tenere a mente che essa ha solo un meccanico (ed elementare) significato algebrico, e non ha dunque alcun valore previsivo. Una crescita acquisita zero non vuol dire in automatico che la previsione di crescita del Pil allo 0,2 per cento (su tutto il 2019 rispetto al 2018) che il governo ha scritto nel Def 2019 sia invalidata. Rimane però che, dati i primi due trimestri, se si vuole raggiungere una crescita annua dello 0,2 per cento su tutto l’anno ci vorrà un’accelerazione nei prossimi due trimestri. L’algebra (basta un file excel per calcolarlo) dice infatti che nel 2019 si raggiungerà un +0,2 sul 2018 solo nel caso in cui la crescita registrata nei prossimi due trimestri sia dello 0,2 per cento in ognuno dei due trimestri rispetto al trimestre precedente. Per dire, negli ultimi cinque trimestri la crescita media è stata invece – sorpresona – zero spaccato. Se dunque la crescita acquisita dello zero non deve essere presa come una previsione, il +0,2 previsto dal governo è legato al verificarsi di un’accelerazione non marginale della crescita nel secondo semestre dell’anno.

DA DOVE PUO’ VENIRE LA CRESCITA: DALL’ESTERO E DALL’INTERNO

Per ottenere l’accelerazione sopra indicata c’è da sperare in buone notizie dall’estero e buone notizie dall’interno.

Dall’estero il quadro è misto. Si dice che l’andamento meno positivo del previsto delle esportazioni italiane abbia un’origine nella persistente guerra commerciale tra Usa e Cina che una settimana finisce e la settimana dopo si riaffaccia in funzione dei volatili tweet del presidente americano e malgrado la stabilità derivante dalla visione di lungo periodo dei cinesi. In effetti, se, con i suoi dazi, Trump sottrae crescita alla Cina, c’è un effetto indiretto sulla crescita delle economie europee: un’America che accelera importerà più prodotti europei, mentre una Cina che decelera a causa dei dazi Usa importerà meno prodotti europei. C’è da calcolare un netto che può variare tra paesi in funzione di tante variabili. Per farsi un’idea preliminare si può osservare che la Germania esporta l’8,8 per cento del suo export in Usa e solo il 6,8 per cento in Cina, mentre per gli altri grandi paesi europei la differenza è anche più rilevante: l’Italia vende in America il 9,2 per cento del suo export e in Cina solo il 3,8 per cento, la Francia rispettivamente il 7,3 e il 4,1 per cento e la Spagna il 7 per cento contro il 2,3 per cento. Nell’insieme, a grandi linee e parità di crescita complessiva, se un punto in meno di crescita in Cina si traduce in un punto in più di crescita in America, le economie europee potrebbero beneficiarne. Sta di fatto che, lo ha annunciato ieri Eurostat, anche il Pil dell’eurozona decelera al +0,2 per cento, segno che forse tutti questi vantaggi dalla guerra tariffaria finora non sono arrivati. In tutti i casi, la nuova guerra valutaria tra le banche centrali Usa e dell’eurozona – hanno annunciato l’attuazione di politiche monetarie più espansive – contro il resto del mondo farà svalutare dollaro ed euro rispetto alle altre valute mondiali (tranne la sterlina che soffre dei piani di hard Brexit del nuovo inquilino di Downing Street Boris Johnson), il che aiuterà gli esportatori americani ed europei (e quindi anche quelli italiani).

Sull’interno un più di crescita potrebbe venire dall’effetto positivo sui consumi del reddito di cittadinanza (contabilizzato nei documenti ufficiali con un +0,2 sull’anno ma che ha visto una platea di beneficiari molto inferiore alle attese) e negli effetti del decreto crescita approvato di recente – un caotico omnibus che include di tutto, varie misure pro crescita come il ristoro del super ammortamento e il rinnovo e l’estensione di vecchi e nuovi finanziamenti per le piccole imprese ma anche misure simbolo anti-crescita che hanno fatto molto discutere come l’articolo che rivisita in senso restrittivo l’accordo Ilva già firmato sulla limitazione di responsabilità dei nuovi proprietari di fronte a rischi ambientali e che rischia di far fermare gli impianti dal prossimo 7 settembre.

Nell’insieme è difficile intravedere stimoli esteri e interni che possano allontanare l’economia dalla stagnazione che il governo gialloverde ha contribuito a peggiorare con la sequenza di annunci e azioni contraddittorie che si sono succeduti nel corso del tempo. L’auspicio – più che un’attesa razionale – è che il valzer danzato quest’anno non si ripeta con la prossima legge di bilancio 2020

(Francesco Daveri ha scritto questo articolo prima della crisi di governo e la reazione immediata del mondo economico e finanziario ha già indicato una forte preoccupazione. Di certo la realtà è tale che l’Italia avrebbe avuto bisogno di realismo e stabilità. Tutto il contrario delle politiche e dei comportamenti messi in atto dal governo Lega M5s che ha visto sommarsi velleità, provocazioni, ambizioni campate per aria. A consuntivo dell’esperienza di governo restano chiacchiere, selfie, tanti video su facebook e un Pil a zero)

Il dibattito pubblico e la cecità del sovranismo

“Le leadership sono diventate il nostro gioco di ruolo, una simulazione collettiva di impegno civico a basso costo e sforzo”. Così scrive Flavia Perina su Linkiesta.

“Lo stato di disattenzione, sottoinformazione, distorsione percettiva e, infine, totale ignoranza dei pubblici di massa è scoraggiante”. Lo scriveva il politologo Giovanni Sartori quarant’anni fa.

Le esibizioni del leader della Lega, finto vice premier e finto ministro dell’interno completamento dedito alla propaganda per se stesso e per il suo partito, premiato da una costante e, apparentemente, inarrestabile crescita dei consensi sembra confermare lo schema: se sei un politico per gli italiani non conta ciò che fai e come lo fai, ma l’impressione che sai trasmettere.

La definizione più usata per descrivere Salvini è “uno di noi”. La comunicazione politica che conta oggi è quella che passa dai social. Discorsi semplici, anche scorretti nei quali prevale l’esibizionismo di un leader vicino ai cittadini, che parla, mangia e mostra di agire come loro. Stessa arroganza, stessa superficialità, stesso individualismo narcisistico, stessa assenza di argomenti.  La logica è sempre quella di una contrapposizione amico/nemico che vive di etichette e prescinde da qualunque argomentazione e da qualunque approfondimento. È il trionfo del politico che scende al livello più basso e che illude i suoi elettori che non ci siano problemi complessi e che il ragionamento possa essere sostituito dalla battuta e dall’insulto.

In questo gioco al massacro della ragionevolezza e della competenza è l’estrema destra a farla da padrona. Nulla di nuovo sotto il sole però. Nazismo e fascismo hanno seguito questa strada: gli istinti peggiori elevati a valori, l’estrema semplificazione delle questioni, i leader come capi alla testa dei popoli. E dietro, la realtà ben nascosta alla comprensione delle masse, guidate, passo passo, verso lo sbocco di una guerra devastante.

Come dite? Salvini e Meloni non vogliono nessuna guerra? Certo. Ma il piano inclinato sul quale hanno messo l’Italia conduce verso lo scontro che, comunque, ci danneggia oggi e il futuro, non dipenderà da noi, ma, sempre più, dagli altri. Nessuno dei problemi reali del Paese (crollo delle nascite, produttività ferma, apparati pubblici inefficienti, scuola e sanità in regresso, potere delle mafie, infrastrutture deboli, struttura produttiva fragile) viene affrontato. Nell’inconsapevolezza generale dato che anche le opposizioni non riescono ad ergersi di fronte all’opinione pubblica come un’alternativa reale e soffrono in istupidimento intellettuale.

L’estrema destra ha goduto di un mutamento fondamentale nel dibattito pubblico e nella stessa sostanza della democrazia. Nell’epoca dei social e di internet l’illusione è che tutti possano intervenire su tutto e mettersi in contatto diretto con i capi. Da sempre, in democrazia, ignoranti e incompetenti, hanno potuto contare come le élite attraverso il voto. Ma oggi, prima del voto, c’è il dibattito pubblico e la comunicazione che privilegia la semplificazione dei messaggi e l’aggressività. Un ignorante aggressivo e determinato ha la possibilità di ottenere un enorme seguito a prescindere da qualunque verifica e fondatezza del suo discorso. Per anni il grillismo ha educato gli italiani all’odio verso i competenti visti, per ciò stesso, come asserviti a qualche potere forte. L’elogio dell’ignoranza e della semplificazione è stato raccolto dall’estrema destra leghista che ci ha aggiunto un minimo di concretezza e di esibizionismo ben centrato sui gusti di una parte degli italiani. In fondo tra il Grillo che esaltava con aggressività enormi sciocchezze nei suoi comizi-spettacolo e il Salvini che esibisce divise e selfie rimanendo sempre sul terreno della rabbia un po’ idiota non c’è nessuna differenza.

La novità è dunque che, nell’Italia del 2019, l’estrema destra controlla pienamente il dibattito pubblico.

Innumerevoli esempi lo attestano. L’ultimo è quello del caso di Bibbiano scagliato addosso al PD per distrarre l’opinione pubblica dal caso Moscopoli. Se l’opinione pubblica italiana fosse composta da persone mature, informate e responsabili la manovra diversiva sarebbe stata interpretata per quello che è: un tentativo di non ammettere l’enormità di una trattativa con una potenza straniera non alleata per vendere una svolta politica in Italia e in Europa in cambio di una tangente.

Non sarebbe esatto dire che l’elettorato di estrema destra che segue Salvini non abbia capito la verità. Peggio: l’ha accettata. Senza rendersi minimamente conto del danno reale inflitto all’Italia e di quello ben peggiore, inevitabile se la svolta leghista andasse in porto.

Tutto avviene con il ghigno rabbioso, mezzo sorriso e mezzo digrignar di denti, di chi si sente immerso in una lotta contro nemici immaginari mentre, realmente, si sta isolando e sta dichiarando guerra al percorso che l’Italia ha compiuto dalla caduta del fascismo in poi.

Bisogna chiamare col nome giusto ciò che sta accadendo: una guerra politico-culturale. Scatenata da ristretti gruppi dirigenti politici e da pochi intellettuali ormai si è diffusa ed è diventata la sostanza del dibattito pubblico etichettato sotto il nome di sovranismo. Tutta l’energia costruita in anni di educazione all’aggressività sui social è ormai tracimata dalle élite alla società intera. La parola d’ordine “prima gli italiani” contiene in sé una drammatica sconfitta: prima di cosa credono di venire gli italiani se il nostro Paese non ha nessuna possibilità di ergersi come una potenza mondiale e, fuori dall’Unione europea, è destinato ad essere solo un territorio di conquista?  

La miseria strategica ed intellettuale delle nuove élite del sovranismo è trasparente e solo un pubblico becero e allevato ad odio e semplificazione può non accorgersene. Ma il guaio è che pagheremo tutti la boria e la superficialità di una parte degli italiani

Claudio Lombardi

Migranti: lo spettacolo dell’estate

Ormai è chiaro: passeremo l’estate a seguire le polemiche sui migranti. La logica è quella della Tv spazzatura: niente contenuti, molta sovreccitazione, grandi dosi di ipocrisia. E tanta distanza da un approccio serio ai problemi che, invece, è l’unico che può tentare di risolverli.

Sulla migrazione dal Nord Africa dovremmo già sapere tutto. È un fenomeno che dura da anni, del quale conosciamo cause e modalità. Ora che gli sbarchi si sono ridotti a poca cosa grazie alle politiche avviate dal ministro Minniti (governo Gentiloni), Salvini ha compiuto una doppia magia: attirare l’attenzione su singole barche di Ong che trasportano poche decine di migranti ciascuna come se si trattasse di un’emergenza e distruggere qualunque possibilità di gestire e integrare le centinaia di migliaia di immigrati non regolari che vivono nel nostro territorio trasformandoli in clandestini.

Una manovra a tenaglia che qualunque persona ragionevole dovrebbe considerare una follia e una truffa e che, incredibilmente, fa guadagnare allo pseudo ministro dell’interno una costante crescita di consensi.

Certo, sarebbe meglio che non arrivassero migranti con i barconi così come sarebbe meglio che non arrivassero i tanti che giungono con viaggi regolari e visti turistici e poi si fermano per cercare lavoro diventando irregolari. Stranamente, mentre i primi attirano l’attenzione dell’opinione pubblica, i secondi sono dei perfetti invisibili. Nessuno si preoccupa se dalle Filippine o dal Perù arrivano migranti cosiddetti economici. Anzi, sono molto richiesti per i servizi che svolgono.

Sarebbe anche meglio che le navi delle Ong che battono bandiera di vari paesi europei non andassero ad accogliere i gommoni con i migranti a pochi km dalla costa libica. Nel 2016 e 2017 fu questa la causa di un incremento massiccio degli sbarchi al quale seguì un cambiamento di politica del governo che sfruttò un momento di (relativa) stabilità in Libia per avviare accordi con chi controllava quel territorio, favorì l’intervento dell’Onu e promosse un codice di condotta delle Ong che le allontanò dalla costa libica.

Sarebbe, dunque, meglio che i migranti arrivassero attraverso canali regolari che, però, non ci sono. E non ci sono sia per quelli cosiddetti economici cioè alla ricerca di un lavoro che per i profughi che hanno diritto di richiedere asilo. E così tutti sono costretti ad iniziare il loro percorso sfidando la legge. Se veramente si volessero combattere i trafficanti aprire canali di immigrazione regolare sarebbe il colpo più duro per loro.

Solo con un contratto di lavoro gli immigrati possono regolarizzare la loro posizione. È andata così per milioni che oggi vivono e lavorano tra noi. Sappiamo tutti bene che di questi lavoratori non potremmo fare a meno. Pensiamo alle badanti oppure alla zootecnia, o anche all’agricoltura, alla ristorazione, alle piccole imprese. La nostra economia e la nostra stessa vita dipendono in buona parte dagli immigrati. Li accettiamo, li cerchiamo, ci fanno guadagnare con il loro lavoro, ci risolvono problemi prendendosi cura dei nostri anziani non più autosufficienti. Eppure basta una barca con 40 persone e dimentichiamo tutto ciò e ci mettiamo ad inveire contro un’invasione che non c’è.

Per essere chiari e a prescindere dai decreti Salvini che sono un manifesto politico, ma attenendosi alla Costituzione, se arriva una barca di possibili profughi non possono essere respinti. Bisogna accertare se hanno diritto all’asilo e solo dopo avviare le altre procedure che comprendono anche il rimpatrio. Tutta la sceneggiata che viene fatta svolgere di fronte ai porti della Sicilia per consentire a Salvini di spacciarsi come il difensore dell’Italia va contro questa semplice regola costituzionale: Art 10 “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”.

Ma, si dice, gli italiani sono diventati ostili verso i migranti. Bisognerebbe dire anche verso quali migranti e perché. Di solito (persino Salvini lo ripete spesso) non sono ostili verso quelli che lavorano. L’ostilità nasce verso quelli che rubano, rapinano, spacciano droga. Ma, fra questi, tantissimi non sono arrivati con i barconi. Ci sono anche i delinquenti che arrivano dall’est ben presenti nelle cronache sulle rapine più violente a negozi, banche, ville. E ci sono i delinquenti nostrani, i più pericolosi perché spesso sono inseriti in organizzazioni mafiose che controllano il territorio e dispongono di enormi capitali.

Altra ostilità per quelli che vivono e lavorano regolarmente, ma che concorrono con gli italiani per l’assegnazione delle case popolari o di posti negli asili nido o stanno nelle liste di attesa per esami diagnostici o visite specialistiche nella sanità pubblica. Sembra che ci tolgano qualcosa, ma la verità è che il totale dei residenti (italiani e stranieri) cala anno dopo anno. La decrescita demografica è una realtà. E allora il vero problema è che quei servizi già prima erano insufficienti e anche malgestiti (vedi gli alloggi pubblici occupati o venduti grazie alla corruzione, entrambi fenomeni accettati senza molte proteste dall’opinione pubblica) e oggi è bastata l’aggiunta di altri utenti per far saltare equilibri troppo fragili.

Sarebbe molto meglio in definitiva se sull’immigrazione ci fosse una strategia del governo con al centro la costruzione di una politica europea per i migranti. Altra via non c’è. E’ questa la strada che sta seguendo il governo Lega – M5s? Assolutamente no. Cosa rimane dunque? Non soluzioni reali, ma un talk show televisivo continuo che serve per sfogare malumori, ma più di questo non può fare.

E allora rassegniamoci: lo spettacolo dell’invasione continuerà. Ma sarà solo uno spettacolo, brutto, sporco e cattivo. Al servizio della campagna elettorale di politici cinici e incapaci come Salvini

Claudio Lombardi

Un governo tremendo, ma destinato a resistere

Il governo gialloverde, il peggior governo della storia italiana, rischia di sfangarsela, cioè di cavarsela. Probabilmente la procedura di infrazione non scatterà e la compagine ministeriale, arrancando e sbuffando, andrà avanti. Fra tagli e ritagli metteranno insieme un pacchetto di 7-9 miliardi extra, e questo consentirà di dire che i conti sono in ordine.

Persino il presidente Mattarella è venuto in soccorso di questi sciagurati. Preoccupato, evidentemente, che una condanna secca dell’Italia possa far crescere i sentimenti antieuropei che già circolano in abbondanza.

Gli esperti di politica consigliano, a questo punto, di studiare bene le vicende dell’America Latina, visto che quello è il modello verso il quale stiamo andando. E la lezione che si impara quasi subito non è confortante: questi governacci possono andare avanti anche anni. Tagliano un po’ di welfare, manipolano un po’ i conti, fanno qualche operazione al limite del consentito (mini-bot, ad esempio) e tirano avanti. Prima o poi esplode tutto comunque. Ma non subito.

E infatti chi si aspettava il crollo dei gialloverdi entro Natale rimarrà deluso. L’intera baracca potrebbe esplodere, forse, perché la Lega non riesce a sopportare i 5 cosi. Ma non per via dei conti.

Ma c’è un problema più grave. Salvini continua a dire cose senza senso alcuno. Parla dell’impresa di Carola a Lampedusa come di un atto di guerra, quando non si è vista nemmeno una pistola o uno scacciacani. Dice follie. Ma aumenta i consensi.

Forza Italia gli regge la coda e il Pd va in giro per i campi a parlare di rilancio dell’Italia (tema sempre buono).

In realtà, si sta scoprendo che l’ipotesi liberal-democratica, sconfitta nella politica (vedi fine di Renzi), probabilmente è stata sconfitta (o non è mai esistita) anche nel paese.

Nel senso che in Italia non c’è, nella società reale, una componente liberal-democratica, un insieme di forze cioè che punti a una società più moderna, in crescita, più competitiva. In un rispetto rigoroso della Costituzione.

Forse quasi a tutti va bene questo paese arrangiato, dove con una buona mazzetta si sistema tutto. Dove è riuscita a diventare la prima forza politica una formazione (i 5 cosi), chiaramente antindustriale e antiborghese. E per la quale qualunque cosa più grande di una pizzeria deve essere il frutto di furti e manipolazioni. E quindi meritevole di abbattimento immediato.

Questa forza attualmente è stata sostituita da un’altra (la Lega) che non è molto meglio: non si riesce a capire quale paese abbia in testa. Si sa solo che guarda alla Russia come a una Mecca e che per il resto tira a andare avanti giorno per giorno.

In giro, di liberal-democratico si vede poco, forse niente. E questo spiega quasi tutto: il no al referendum e la fine politica di Renzi.

Siamo un paese ex-borbonico, vince chi urla di più e chi promette cose impossibili.

La traversata del deserto sarà lunga.

Giuseppe Turani tratto da https://www.uominiebusiness.it

La strategia di Salvini e Di Maio: un’ Italia a marcia indietro

Nel teatrino quotidiano della politica italiana siamo sommersi da pettegolezzi, chiacchiere e propaganda. Ben poco si parla della sostanza dei nostri interessi nazionali, del nostro futuro e del contesto mondiale che ci circonda. Battute, esibizionismi, smargiassate quante ne vogliamo. Ragionamenti seri e razionali no. Proviamo a farlo da soli partendo da una notizia.

In Africa è nata l’area di libera circolazione di merci e persone maggiore al mondo. Riguarderà 1,2 miliardi di persone e un Pil di oltre 2 mila miliardi di dollari. Si chiama AfCFTA (African Continental Free Trade Area) l’accordo commerciale firmato da quasi tutti gli stati africani. Con questo accordo si arriverà ad eliminare i dazi sul 90% delle merci scambiate fra gli stati contraenti. Si tratta di una rivoluzione che avrà ripercussioni sul commercio globale e, in particolare, su Europa e Cina. È legittimo pensare che, nel lungo periodo, avrà anche effetti benefici sullo sviluppo degli stati africani e, quindi, indirettamente sui flussi migratori.

Dal punto di vista dei paesi africani l’accordo mira a unificare un mercato interno che è tuttora molto frazionato e gravato da una fiscalità troppo elevata, mancanza di infrastrutture, burocrazia. L’impianto del commercio intrafricano, inoltre, è ancora quello di derivazione coloniale che prevedeva uno scambio obbligatorio o preferenziale verso i paesi europei. Per molto tempo le merci prodotte in Africa prendevano la via dell’Europa e da lì, in alcuni casi, venivano riportate sui mercati africani.

Nel mondo non c’è dunque solo Trump che vuole far valere i diritti del più forte (peraltro puntando ad un comprensibile riequilibrio degli scambi che, per anni, ha visto un bilancio fortemente negativo per gli Usa). E non ci sono solo Salvini e gli altri sovranisti d’Europa che tornerebbero volentieri alla situazione antecedente alla creazione dell’Unione europea facendo saltare l’euro. In Africa, con tutti i suoi guai e le sue arretratezze hanno capito che unirsi è meglio che stare divisi e, in Italia, una campagna rabbiosa vuole spingerci in direzione contraria.

Qualunque persona ragionevole può capire che sono due strade ben diverse quelle che si presentano davanti al governo italiano. Una porta ad impegnarsi per modificare ciò che non va nell’assetto dell’Unione europea e dell’Eurozona. Dalle istituzioni, alle regole, alle politiche i possibili cambiamenti sono molti e tutti possono portare benefici ad un Paese come l’Italia, poco dotato di materie prime, ma naturalmente votato ai commerci. Le soluzioni ai problemi dell’Europa e della moneta comune esistono e si basano tutte sul superamento degli egoismi nazionali in nome di una maggiore convenienza ad unirsi. Troppe volte ci si è riferiti all’Europa come se fosse una creatura dei “burocrati di Bruxelles” dimenticando che nella UE esiste una sola istituzione che rappresenta i cittadini europei ed è il Parlamento europeo. Ed esiste un solo organismo che non risponde alle decisioni governative: la BCE. Tutto il resto ricade sotto gli equilibri dettati dai rapporti intergovernativi. Dire “prima gli italiani” dunque non ha alcun senso se si appartiene ad una unione che è composta da molti stati ognuno dei quali può dire “prima io”. In questo modo non si conclude nulla. Invece, facendo politica verso gli altri stati e privilegiando la dimensione comunitaria si possono ottenere risultati importanti. La propaganda dello scontento è riuscita ad oscurare quasi completamente i vantaggi che l’adesione all’Unione europea e all’euro ha portato all’Italia (e a molti altri stati). Togliere la protezione dell’Europa consegnerebbe ogni paese ad una competizione internazionale che si è fatta molto più insidiosa e pericolosa del passato.

L’altra strada è quella che sembra aver imboccato il governo e che porta allo scontro con la Commissione europea e, dunque, con gli altri stati europei. Sia quelli che condividono l’euro, sia quelli che non l’hanno adottato. In nome di cosa? Salvini e i NO EURO leghisti (innanzitutto Borghi e Bagnai gli economisti di riferimento della Lega) dicono che l’Italia è stata mortificata per anni dai limiti imposti alla sua economia per rispettare parametri di finanza pubblica privi di senso. Detto in poche parole i problemi dell’Italia sarebbero solo una questione di soldi o, meglio, di debito. Per Salvini e Di Maio i soldi risolvono tutto. Senza aggredire i nodi strutturali italiani dell’evasione fiscale (anzi, premiandola con i condoni), della farraginosità del sistema giudiziario, della burocrazia, degli sprechi, delle infrastrutture carenti, dell’estrema frammentazione della struttura produttiva, della scarsa ricerca tecnologica, di una frattura tra nord e sud, della strapotenza della criminalità di tipo mafioso, dell’inefficienza degli apparati pubblici, della distorsione nella spesa pubblica orientata a distribuire mance e sussidi. Per avere più soldi bisogna fare più debito oppure stampare più moneta. Quest’ultima possibilità è preclusa dall’euro e più debito significa pagare più interessi e violare le regole comuni.

Questa è la sostanza e, per questo, Salvini e Di Maio stanno andando allo scontro con l’Europa mettendo in conto anche di provocare l’estromissione dell’Italia dalla zona euro. Dicono che non è vero? Pura finzione. Atti, parole, comportamenti vanno in questa direzione e sono inequivocabili. Si fermerebbero soltanto se gli altri paesi europei acconsentissero a finanziare l’Italia facendosi carico di una parte dell’aumento del debito. In pratica se la BCE (come richiesto nell’unico documento strategico del governo elaborato dal prof Savona pochi mesi fa) diventasse il prestatore di ultima istanza dello stato italiano. Per farci cosa? Per tornare alla finanza allegra degli anni ’70-’80 quando ogni desiderio poteva diventare realtà sfondando i bilanci pubblici. Mettono sotto ricatto l’Unione europea minacciando l’uscita dell’Italia che provocherebbe uno sconquasso generale. Questo è il disegno e, intanto lanciano provocazioni e segnali sia verso l’interno che verso l’esterno.

I minibot sono una provocazione e una truffa. I continui riferimenti alla ricchezza patrimoniale degli italiani sono un segnale chiaro di cosa succederà se si andrà verso la resa dei conti. Che è molto vicina. Gli italiani sembrano non capire che stavolta la possibilità di un disastro è reale. Avremo luglio e agosto da passare inseguendo le chiacchiere e le sbruffonate di Salvini e Di Maio poi a settembre si dovrà per forza fare sul serio

Claudio Lombardi

Se la spesa pubblica è intoccabile

All’indomani delle elezioni europee, Matteo Salvini ha dichiarato che in Italia la ricchezza c’è, ma «ferma nei conti correnti e nel risparmio privato», anticipando di volerla usare in maniera diversa rispetto a quanto fatto finora.

Che il programma di questo governo o anche solo quello della Lega costi molto è noto. La sola riforma fiscale come concepita dalla Lega non ha coperture certe provenienti da un risparmio di spesa. Se la spesa pubblica è una variabile indipendente, le uniche due variabili dipendenti diventano il deficit o la pressione fiscale.

Non a caso, il politico uscito vincitore dalle elezioni europee di domenica le ha subito evocate entrambe. Prima, quando ha rilanciato le sue politiche contro le regole fiscali dell’Unione, minacciando di infrangere i vincoli al deficit e, dunque, al debito pubblico. Purtroppo, questa strategia può forse andare bene in campagna elettorale, ma è assai più complicata da mettere in pratica. In questa prospettiva, Salvini incontrerà sulla sua strada tre ostacoli, tutti molto meno malleabili della Commissione europea.

Il primo ostacolo sono i mercati: per raccogliere le risorse necessarie a colmare la differenza tra il gettito delle tasse e il totale delle spese, il Governo dovrà chiedere dei capitali in prestito. La storia dello spread degli ultimi mesi, e financo degli ultimi giorni, ci dice quanto poco i risparmiatori si fidino delle promesse italiane. Dunque, per acquistare titoli del nostro debito pubblico chiedono tassi di interesse crescenti, che potrebbero superare i livelli di guardia qualora diventasse esplicita la decisione di ignorare gli impegni presi. È appena il caso di ricordare che una tale politica dissennata, anche ammesso che sia sostenibile, ha una vittima chiara: i contribuenti di domani.

Il secondo ostacolo è l’euro. Sia la Lega, sia il Movimento 5 stelle, sia i più autorevoli rappresentanti del Governo hanno sempre negato di puntare all’Ital-exit. Eppure, sia l’indisponibilità a tagliare la spesa, sia la continua riproposizione di strumenti quali i minibot, sono chiaramente incompatibili con la permanenza nell’euro. L’abbandono della moneta unica sarebbe una catastrofe economica senza precedenti per il nostro paese, ed è davvero incredibile che essa possa essere anche solo ipotizzata quale un costo accettabile pur di non sfiorare neppure uno dei circa 870 miliardi di euro che le amministrazioni pubbliche spenderanno nel 2019 (895 nel 2020, secondo le previsioni).

Il terzo ostacolo sono i contribuenti di oggi, nella loro duplice veste di cittadini e di pagatori di tasse. Un elevato costo del debito pubblico si traduce abbastanza rapidamente in un maggior costo del credito. E a questo punto Salvini ha evocato la seconda variabile: ben presto sarà chiaro, ancor più di quanto già non lo sia, che i propositi bellicosi dell’esecutivo hanno un prezzo in termini di tassi di interessi sui nuovi mutui di famiglie e imprese. Le quali potrebbero essere chiamate precipitosamente a mettere mano ai loro risparmi, persino nei conti correnti, per risanare le finanze pubbliche. Quando Salvini dice che bisogna mobilitare il risparmio privato degli italiani, sta utilizzando la locuzione del politichese per esprimere il concetto di imposta patrimoniale.

Una strategia di ‘austerity’, direbbe Salvini se a proporla non fosse stato proprio lui, quell’austerity’ additata proprio dalla Lega, insieme all’alleato pentastellato, come la concausa dei mali italiani, insieme alla ‘burocrazia europea’.

Gli italiani si lamentano giustamente dell’eccessiva pressione fiscale. Bisognerebbe quindi iniziare a capire per quale ragione chi governa deve continuamente metterli tra l’incudine del maggior deficit e il martello della maggior pressione fiscale, senza che sia mai considerata, nemmeno per sbaglio, la possibilità di diminuire la spesa.

Tratto da http://www.brunoleoni.it/

1 2 3 23