I pasticci dell’ idealismo estremo

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L’ idealismo estremo è sempre molto attivo. Animato dalle migliori intenzioni rischia di combinare pasticci se portato sul piano politico. Prendiamo lo sgombero del palazzo occupato a piazza indipendenza a Roma. I fatti sono noti a tutti: un ordine di sgombero sancito dalla magistratura che risale al 2015 e dopo quattro anni di occupazione viene eseguito pochi giorni fa dopo trattative e proposte di spostamento rifiutate dagli occupanti (brilla comunque lo scarso impegno del comune di Roma). La polizia fa uso di idranti che servono anche a spegnere le fiamme appiccate ad alcune bombole di sgombero Romagas lanciate contro gli agenti. Apriti cielo! Risuonano indignazioni e paroloni di sdegno esagerato. Chi ha taciuto per anni sulle occupazioni che nella sola Roma riguarderebbero un centinaio di edifici e sulle sue gestioni spesso malavitose (a proposito che fine ha fatto l’eritreo che è uscito dal palazzo con 13mila euro?). Chi non ha aperto bocca di fronte al saccheggio di alloggi pubblici ai quali si dovrebbe accedere solo per graduatorie e con requisiti stringenti (e invece si sa che i soggetti più deboli in certe zone non escono più di casa per timore che gli venga occupata) fa sentire la sua voce adesso con accenti accorati. E ne trae spunto per eleganti elaborazioni intellettuali di indubbio valore letterario, ma di assoluta inconsistenza politica.

Eccone un esempio.

Scrive Ezio mauro su Repubblica di qualche giorno fa: “è difficile non trovare un collegamento emotivo, culturale e infine politico tra l’ultimo atteggiamento italiano nei confronti dei migranti sui barconi e le Ong di soccorso (criminalizzate in una vera e propria inversione morale) e lo sgombero degli abusivi dal palazzo nel centro di Roma, a colpi di idrante. La questione di fondo è che la povertà sta diventando una colpa, introiettata nella coscienza collettiva e nel codice politico dominante, così come il migrante si porta addosso il marchio dell’ultima mutazione del peccato originale: il peccato d’origine (…) noi — i garantiti, gli inclusi — non vogliamo vederli mentre agitano nelle nostre città la primordialità radicale della loro pretesa di vivere”.

salvataggi OngMauro dovrebbe sapere che nessuno ha criminalizzato le Ong, ma il governo ha voluto riportare sotto un minimo controllo i flussi di migranti cresciuti a dismisura anche grazie al disordine creato dalle Ong che in oggettiva complicità con i trafficanti avevano assunto il ruolo di traghettatori dalla Libia all’Italia. La supposta criminalizzazione è solo una fantasia dell’ex direttore di Repubblica.

Anche riguardo alla povertà Ezio Mauro dimentica che in tutta Europa il sostegno ai più svantaggiati esiste ed è una delle conquiste dell’assistenza sociale che non ha eguali in altre parti del mondo. Già ma forse lui intende non i poveri nati qui, bensì tutti gli altri. Ebbene tutti gli immigrati anche irregolari costano allo Stato italiano un bel po’ di soldi in assistenza (anche sanitaria) che sarà pure oggetto di speculazioni, ma è pur sempre meglio del niente dei territori di provenienza. Quindi in cosa si concretizzerebbe questa povertà come colpa? Boh!

povertàE ancora: “è chiaro che una risposta al sentimento-risentimento dei cittadini spaventati va data, ma la si può e la si deve cercare dentro un governo complessivo della globalizzazione, non privatizzando i diritti a nostro esclusivo vantaggio e usando la nostra libertà a danno degli altri, spinti sulle nostre sponde da un’angoscia di libertà estrema la cui posta è addirittura la sopravvivenza”.

Qui si raggiungono vette di pensiero insondabili. Chi e come dovrebbe governare la globalizzazione (posto che organismi e sedi che pongono limiti e regole già esistono)? Non si sa. E poi che vuol dire “privatizzando i diritti a nostro esclusivo vantaggio e usando la libertà a danno degli altri”? Forse che di fronte alle ondate migratorie dobbiamo rinunciare a ciò che abbiamo mettendolo a disposizione dei poveri del mondo? Ma se non lo fa nemmeno la Chiesa cattolica! E poi, esattamente in cosa consisterebbe l’uso della nostra libertà a danno degli altri? Frasi che purtroppo somigliano a farneticazioni visionarie.

L’articolo si conclude con l’appello a liberare “la povertà dalla moderna colpa per restituirla alla dinamica sociale”. Che vuol dire? Forse che i poveri debbono inserirsi nelle rispettive società? Ma perché adesso dove stanno? Certo ognuno nel suo territorio come è ovvio. Oppure l’autore intende che dobbiamo inserire i poveri del mondo nella nostra società? Francamente non si capisce. Anche qui fumosità e una visione di assoluta inconsistenza politica.

idealismo estremoMa veniamo ad un altro intervento assai autorevole, quello di Emma Bonino che si preoccupa dei migranti che vengono fermati in Libia o al confine sud dopo che sono crollate le partenze verso l’Italia. L’accusa nei confronti dei governi è che “continuiamo a fare finta di non sapere”. Al riguardo due osservazioni: cosa propone la Bonino? Di riprendere i trasbordi dalla Libia all’Italia senza limite alcuno? E poi perché preoccuparsi solo di quelli che o sono già nel territorio libico o vi si stanno avvicinando? Nel cuore dell’Africa in varie zone ci sono esseri umani che soffrono. Perché non portarli tutti da noi? Sembra la stessa predicazione delle battaglie radicali contro la fame nel mondo (ogni minuto muore un bambino!) che hanno portato alle politiche di aiuti assolutamente inutili e fonte di corruzione. E comunque ieri a Parigi c’è stato un vertice tra Germania, Francia, Spagna e Italia insieme ad alcuni stati africani che ha posto le basi di una svolta nella gestione dei migranti. L’aiutiamoli a casa loro potrà non essere più uno slogan, ma una politica concreta. Di questo c’è bisogno, non di predicazioni inconcludenti.

No decisamente l’ idealismo estremo si rivela poco utile per intervenire su realtà complesse, poco utile e fonte di guai

Claudio Lombardi

Atac corrotta, nazione infetta

Atac crisi

“È questa indulgenza di branco, alla fine, la radice della mentalità mafiosa italiana”. Così si conclude l’analisi di Mario Seminerio che parlando di Atac tocca alcuni elementi del “sistema Italia” che ci condanna all’inefficienza e allo spreco sulla base della testimonianza del neo direttore generale di Atac. Da leggere e rileggere.

gestione atacBen due interviste, su Fatto e Corriere, al direttore generale della municipalizzata romana di trasporto pubblico, Atac, segnano l’ennesimo sveglia che suona per la sindaca Virginia Raggi, che deve ancora decidere che fare da grande. Ma tra le righe delle interviste c’è anche una sveglia per il governo centrale, che continua a non voler mettere mano ad una revisione della disciplina dello sciopero nei servizi pubblici e nella rappresentanza sindacale. Quando l’evidenza non viene colta.

Bruno Rota è ad Atac da aprile, dopo sei anni all’Atm di Milano, dove ha raggiunti risultati positivi, ma solo dal 28 giugno è dotato delle deleghe operative di direttore generale. Oggi conferma quello che tutti sanno, da sempre: Atac è un bubbone, che andrebbe inciso o escisso da una città che pare non avere anticorpi per reagire a quello che non è più declino ma decomposizione, e che rischia di portarsi dietro l’intero paese.

Il punto centrale richiamato da Rota è che Atac è sepolta dal debito: 1.350 milioni totali, 325 milioni verso fornitori, che stanno progressivamente cessando di rifornirla. Rota invoca quindi la ristrutturazione del debito, anche considerando che ad Atac serviranno molti soldi per investire nell’ammodernamento del parco circolante di mezzi, ormai sempre più soggetti a fermi per guasti, veri e presunti.

Rota, con gli intervistatori (Federico Fubini e Gianni Barbacetto) parla anche del personale. Al Fatto dichiara:

turni atacÈ stato scritto che Atac licenzierà 2.500 dipendenti.
«Falso. Il nostro problema non è tagliare i dipendenti, ma farli lavorare, perché oggi non riusciamo a coprire i turni. Troppe assenze, turni di lavoro abbreviati perché molti macchinisti non timbrano l’ora di entrata e di uscita e nessuno controlla. Qualcuno approfitta della situazione riconsegnando dopo qualche ora di lavoro il suo mezzo dicendo che non funziona più bene. Bisogna ripristinare un sistema di regole e di controlli per impedire che ognuno faccia ciò che gli pare»

Al Corriere, sullo stesso tema, la risposta è più articolata ma pare sempre rigettare l’ipotesi degli esuberi strutturali:

«[…] chi capisce di organizzazione aziendale, vede subito che il tema centrale oggi non è ridurre il numero dei dipendenti. Chi lo sostiene ora fa solo del terrorismo psicologico. Anzi i dipendenti in un certo senso mancano, visti i tassi di assenteismo consolidati nel tempo. Il tema è far lavorare di più e meglio quelli che ci sono. Oggi con questi tassi di assenteismo si fa fatica a coprire i turni»

Ah, beh, al vostro buon cuore. Ma non c’era un accordo sindacale sulle timbrature, ad esempio?

«Gli accordi di timbratura sono in larga parte lettera morta. Il personale di linea continua a timbrare poco e male. Per questo insisto che bisogna iniziare rispettare le regole, sono anni che non lo si fa. Si parla di turni massacranti e c’è gente che non arriva a tre ore effettive di guida, quando le fanno. Bisogna che si prenda coscienza anche di questi problemi. Non si timbra, malgrado le regole dicano altrimenti, e si prendono salari su orari di lavoro presunti. È intollerabile sia nei confronti di chi fa il proprio mestiere, sia di coloro che un lavoro non riescono ad averlo»

lotte sindacaliPiuttosto chiaro, no? Però il problema non è il personale, pare. D’accordo, serve politica e molta. Serve (forse) convincere la svagata Raggi a prendere la strada livornese del concordato preventivo, come fatto dal sindaco labronico cinquestelle Filippo Nogarin. Se Rota pensa di andare in questa direzione, è troppo esperto e preparato per non capire che le dimensioni ed il grado di sfacelo di Atac rendono questa strada poco o per nulla percorribile. Il suo resta un tentativo disperato.

Rota, per puntare sulla cosiddetta “pace sociale”, in nome della quale si fanno marcire ampie parti del paese, pensa forse di recuperare produttività, dopo aver liberato risorse per investimenti mediante ristrutturazione del debito. Ma i problemi di Atac sono arcinoti: da molto tempo Andrea Giuricin, economista dei trasporti, li ha bene evidenziati. Troppi amministrativi, troppo pochi operativi. Tutti ferocemente sindacalizzati, come spiega in modo disarmante lo stesso Rota al Corriere:

Che rapporti ha con i sindacati di Atac?
«Prima mi faccia dire che all’Atm di Milano ho avuto rapporti anche ruvidi in certi momenti, ma sempre costruttivi. Abbiamo lavorato in squadra e i risultati si sono visti. Insieme abbiamo rilanciato e reso più efficiente un’azienda che ha difeso il lavoro e ha creato una riserva di cassa importante»

E a Roma?
«I sindacati rappresentativi li ho incontrati tutti. Per la verità qui si presentano come rappresentanti delle posizioni del sindacato gente che ha trecento iscritti su undicimila dipendenti. Gente che va in tivù a spiegare come funzionano i sistemi di sicurezza dei mezzi senza saperne nulla»

Non saranno tutti così…
«No, certo. Ci sono sindacati più rappresentativi. Quando ho incontrato i loro rappresentanti ho avuto l’impressione che non avessero fino in fondo la percezione della gravità e della dimensione del problema. Poi naturalmente sono andati in assessorato a chiedere garanzie. Non hanno capito che è l’ultima spiaggia»

sistema ItaliaDifficile essere più chiari di così. La frantumazione sindacale e le protezioni politiche, che sono trasversali, paralizzano l’azienda e la fanno morire. A questo si sommano gli ampi margini offerti dalla regolamentazione del diritto di sciopero nei servizi pubblici, mai rivista, dove micro sindacati bloccano milioni di persone ed il loro diritto alla mobilità. Rota non lo dice, ma servirebbe soprattutto quello: in primo luogo, regolare con legge nazionale la rappresentanza aziendale, in modo da evitare che questa proliferazione di cobas al cornetto e cappuccino affondi l’azienda. E poi, rivedere le norme sulla proclamazione degli scioperi. Se l’Italia avesse un governo centrale di soggetti adulti e responsabili, questa revisione del diritto di sciopero e della rappresentanza l’avremmo già, come altri paesi adulti e civili.

Invece, da noi ciò non avviene, perché c’è sempre un’elezione dietro l’angolo, foss’anche quella per il parcheggiatore abusivo di quartiere, e perché si teme sempre che al momento topico qualche termite equa e solidale, di sinistra come di destra “sociale”, si alzi a strepitare contro il liberismo che flagella questo paese. Nel mezzo, quelli che contano o dovrebbero contare, in senso numerico: gli elettori. Che evidentemente non trovano modo di esprimere maggioritariamente il loro disagio temendo che prima o poi qualcuno “venga a prendere” anche loro, nelle loro piccole e grandi rendite di posizione. Ma scordando che quel “qualcuno” è la realtà, che sfonda le porte a calci, senza bussare. La realtà ha un noto bias liberista, forse.

mentalità mafiosaTornando a Rota, auguri per la sua mission impossible. Per ora siamo alla captatio benevolentiae verso l’irresoluta sindaca, che “ascolta e sostiene”. Poi, se e quando deciderà di agire, ci farà sapere. Atac, come detto più volte da Raggi, è “patrimonio dei romani”. Un patrimonio radioattivo, si direbbe. L’inazione non è un’opzione, però. La scommessa di Rota è quella di usare la ristrutturazione del debito come volano di produttività ma anche di senso civico e dignità del personale, oltre che dell’utenza. Una scommessa pressoché disperata, quando il contesto culturale è degradato come a Roma.

Paradigmatica, in questo senso, è la chiusura dell’intervista al Fatto:

Rimpiange Milano?
«Rimpiango tantissimo Milano e Atm. Mi mancano quasi fisicamente. Mi manca il clima di verità in cui sono sempre avvenuti anche i confronti più aspri, per esempio con le forze sindacali. E mi manca la “squadra” di colleghi capaci che avevo faticosamente messo insieme in Atm. Qui a Roma, vincoli legislativi e la situazione aziendale rendono quasi impossibile rafforzare la squadra»

Raggi, se sei in vita batti un colpo. E piantala di dire che “è colpa di quelli che ci hanno preceduto”: questa motivazione può andare bene per il primo mese dopo l’insediamento, e continuare ad essere perfetta per tutti i piccoli pasdaran falliti che imperversano sui social e nel mondo reale. Quelli per i quali leggi e circostanze si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici. È questa indulgenza di branco, alla fine, la radice della mentalità mafiosa italiana.

Mario Seminerio tratto da http://phastidio.net

La legge elettorale e il gioco dell’oca

legge elettorale

Nel gioco dell’oca se si arriva alla casella 58 si torna alla 1 e il gioco ricomincia. Qualcosa di simile è accaduto oggi sulla legge elettorale. Lasciamo perdere l’occasione (in tutte le battaglie parlamentari c’è un emendamento o un voto killer) e concentriamoci sull’immagine di una parte della classe dirigente politica incapace di definire e approvare una legge elettorale. Non è affatto la decisione più complicata che possa toccare ad un parlamento. In fin dei conti si tratta solo di stabilire le regole del gioco democratico. Basterebbe anche solo copiare uno dei sistemi elettorali che già hanno dato buona prova in altri paesi. In Europa ce ne sono almeno tre: quello francese, quello tedesco e quello inglese. Se hanno funzionato lì perché non dovrebbero farlo da noi?

elezioniMa basterebbe anche solo ripristinare il sistema elettorale approvato nel 1993 (“mattarellum”). Ha funzionato bene fino a che Berlusconi, gli ex missini e la Lega vollero sostituirlo con il “porcellum” (legge 270 del 2005). L’intenzione era quella di assumere un controllo assoluto sugli eletti e di tagliare la strada al centrosinistra. In realtà non raggiunse nessuno dei due obiettivi poiché le maggioranze riflettevano comunque gli orientamenti del corpo elettorale e i parlamentari cambiarono gruppo più che nel passato. Comunque la legge fu dichiarata incostituzionale nel 2014. Un anno e mezzo dopo fu approvata una nuova legge elettorale (“italicum”) come parte di una generale riforma del sistema istituzionale che fu effettivamente approvata dal Parlamento, ma, sottoposta a referendum, fu bocciata dal voto del 4 dicembre 2016. Successivamente la Corte Costituzionale dichiarò l’incostituzionalità del ballottaggio e così smontò la legge che, comunque, era stata concepita solo per l’elezione della Camera dei deputati e dopo il fallimento della riforma costituzionale doveva essere riscritta.

confronto legge elettoraleDopo che sulla legge elettorale e sulle riforme costituzionali si è discusso per anni bisogna dare atto al governo Renzi di aver avuto la capacità di arrivare ad una conclusione su entrambe. Chiaramente la bocciatura della riforma costituzionale ha rimesso tutto in discussione e anche la recente proposta del Pd di tornare alla legge del 1993 o di prenderla a base di un nuovo testo è stata respinta da quei partiti che hanno puntato fin dall’inizio sul ritorno al proporzionale.

La proposta ispirata al sistema tedesco sulla quale era stato raggiunto un accordo tra i quattro maggiori partiti era un compromesso tra la posizione a favore del maggioritario del Pd e quella per il proporzionale con preferenze del M5S. Adesso il compromesso è saltato probabilmente perché il M5S ha intuito che avrebbe pagato un prezzo per la sua scelta. È anche probabile che ci fosse il disegno di addossare al Pd la responsabilità di un sistema elettorale che avrebbe reso indispensabile una qualche alleanza per formare una maggioranza. Con estrema disinvoltura si è passati dall’attacco a Renzi e al Pd con lo slogan dell’uomo solo al comando a quello dell’inciucio con Berlusconi aggiungendoci anche il disegno di far finire la legislatura prima del 2018.

bugiePurtroppo è vero che una bugia gridata forte e ripetuta più volte diventa una mezza verità. Si sa l’opinione pubblica è impressionabile e così magari non fa caso che si attacca il Pd per ciò viene programmato o proclamato da altri. Dell’intenzione di Renzi di far cadere il governo per anticipare il voto si è parlato diffusamente anche se sulla base di impressioni dei commentatori. Sull’obiettivo dichiarato di far finire la legislatura da parte del M5S, della Lega e anche di una parte dei gruppi a sinistra del Pd invece si è sorvolato. Si vede che chi informa l’opinione pubblica vuole far prevalere le proprie impressioni sui fatti o semplicemente ha fatto la sua scelta politica e la ammanta di oggettività. Oggi la sola posizione che può aiutare a fare chiarezza è il ritorno al “mattarellum”, ma proclamato a voce alta da chi lo ha già proposto e cioè il Pd. Spiegassero gli altri perchè non lo vogliono.

Claudio Lombardi

Ancora sull’ omeopatia

Roberto Burioni

La tragedia che ha portato alla morte il bimbo di sette anni ad Ancona curato con l’omeopatia invece che con antibiotici deriva dalla mentalità antiscientifica e dalla diffidenza per i risultati conseguiti col metodo scientifico. Poiché ciò può portare a rinunciare alle cure cosiddette tradizionali mettendo a rischio la salute delle persone riteniamo giusto, utile e necessario pubblicare un intervento del medico Roberto Burioni tratto dalla sua pagina facebook

chimicaLa chimica, quella che è alla base del funzionamento dello schermo e dei semiconduttori del nostro computer, del motore della nostra auto e le cui leggi tengono insieme la plastica della sedia dove siamo seduti, ci può dire con precisione quante molecole di cloruro di sodio sono presenti in un grammo di sale da cucina sciolto in un bicchiere di acqua. Partendo da questo numero esattissimo, ci può anche dire che dopo un certo numero di diluizioni in acqua le molecole sono talmente diluite da potere affermare che in quel bicchiere di acqua non c’è più sale. Ora se la chimica che fa funzionare il computer, l’auto e la plastica è vera (ed è vera) nei preparati omeopatici non è contenuto nessun principio attivo. Questo è un fatto e non un’opinione.

Certo, se ci fosse la dimostrazione di un’attività terapeutica di questi preparati dovremmo rivedere le basi della chimica, ma siccome in tutti gli studi controllati si dimostra che i preparati omeopatici non hanno alcuna efficacia, possiamo stare tranquilli: la nostra chimica è giusta, i preparati omeopatici non contengono nulla e – ovviamente – non hanno alcuna efficacia. Anche questo è un fatto e non un’opinione.

prodotti omeopaticiDetto questo, se un adulto dice di sentirsi meglio dopo avere preso un preparato omeopatico, dopo avere pregato Budda o baciato una medaglietta di Padre Pio possiamo vietarglielo? No. E’ libero di fare ciò che vuole, anche perché non contenendo nulla, così come non hanno alcuna efficacia, le preparazioni omeopatiche non hanno di certo nessuna tossicità!

Quello che io trovo invece inappropriato è che preparazioni che non contengono nulla, e che concettualmente sono come le medagliette di Padre Pio, vengano prescritti da medici e venduti nelle farmacie. Questo può ingenerare la falsa convinzione che abbiano una qualche efficacia o che contengano qualcosa. I preparati omeopatici invece non hanno alcuna efficacia e non contengono nulla, ed io ritengo che – come i filtri d’amore e le medagliettenon debbano trovare spazio nella pratica medica e nelle farmacie. Per questo spero che gli ordini dei medici e dei farmacisti si muovano di conseguenza, ricordando che i loro iscritti svolgono una professione molto diversa da quella dei cartomanti e delle fattucchiere.

Non c’è nulla di male a farsi leggere le carte; mi disturba solo quando a leggerle è un mio collega.

Roberto Burioni

A chi fa paura Matteo Renzi?

attacco al Pd

C’è di che essere preoccupati. L’ennesimo passaggio a giornalisti “amici” ( o complici?) di intercettazioni coperte dal segreto conferma che tra una parte della magistratura, media e politica si è creata una strana collaborazione intorno ad un obiettivo ormai chiaro: screditare Matteo Renzi. Poiché non si è riusciti ad imputargli alcun reato si procede col metodo di tirarlo in ballo in qualsiasi modo. Non importa la sostanza di ciò che si sciorina di fronte all’opinione pubblica. Conta che il suo nome e quello delle persone a lui più vicine siano citati nell’ambito di inchieste nelle quali le condanne si pronunciano non appena vengono avviate.

intercettazioniTutto ciò non avviene per caso, ma ha dei registi i quali sanno benissimo che l’opinione pubblica ha la memoria corta e che una falsità diffusa a voce alta e ripetuta per un po’ di tempo lascia una traccia nella mente degli ascoltatori che diventa poi un pregiudizio che rimane. Ben pochi si curano di entrare nei dettagli e di seguire una vicenda giudiziaria che può benissimo rivelarsi una bufala cioè un qualcosa di inconsistente e immotivato. Ciò che conta ormai è poter strombazzare i nomi all’inizio ben sapendo che il seguito si perderà nell’indifferenza generale. Infatti gli stessi giornali che dedicano le prime pagine quasi nascondono gli esiti delle inchieste. Ciò che conta è lo “spettacolo”.

Qualcuno ricorda come è finita la vicenda di Tempa rossa che arrivò con uno straordinario tempismo in coincidenza con il referendum sulle trivellazioni? Ebbene è finita con un proscioglimento generale. Che poi un ministro del tutto innocente (Federica Guidi) si sia dimessa e abbia visto le sue relazioni personali messe in piazza dai soliti giornalisti che vivono di scandalismo non interessa a nessuno.

opinione pubblicaLa stranezza è che negli ultimi anni le inchieste dei PM hanno spesso seguito un andamento sintonizzato sulla fase politica. La storiella dell’obbligatorietà dell’azione penale è una favoletta perché non tutte le possibili azioni penali vengono avviate ed esiste, quindi, una discrezionalità nella scelta che insospettisce specialmente quando le inchieste si rivelano buonissime per riempire le prime pagine dei giornali ed incapaci di superare anche solo il primo vaglio giudiziario. Logico domandarsi: ma come lavorano questi PM? Forse bisognerebbe aggiungere: che obiettivo vogliono raggiungere? Semplice, vogliono partecipare alla lotta politica utilizzando i loro poteri. E un procuratore ha le inchieste per esprimersi. Che poi falliscano non conta, tanto lui non risponde delle sue azioni.

Ma non è questo il punto. Contro Renzi si è scatenato da un po’ di tempo un attacco che mira a demolirlo. Il 4 dicembre ha segnato una svolta nella tormentata vicenda politica italiana perché il tentativo di andare verso un modello istituzionale più razionale e più efficiente è stato battuto dalla coalizione di tutti quelli che volevano conservare l’esistente. No, non tanto gli elettori molti dei quali hanno votato per protesta perché dal governo Renzi si aspettavano molto di più. La campagna che ha raccolto tutte le opposizioni (più intellettuali e media) che non avevano nulla in comune tranne l’ostilità per Renzi non toccava le insoddisfazioni, ma le rendite di posizione di ciascuno. Per questo è stata tanto livorosa.

cambiamentoPer molti anni la parola d’ordine più popolare è stata quella del cambiamento. In suo nome sono stati sepolti i vecchi partiti, è stato cambiato il sistema elettorale a livello comunale, regionale e nazionale; in suo nome si è affermato il berlusconismo ed è nato il Movimento 5 Stelle; anche la nascita del Pd si inserisce in questa corrente.

Oggi non è più così e il tentativo più chiaro di questa fase è quello di tagliare le gambe a chi ha concepito e guidato il tentativo di trasformare sul serio l’assetto istituzionale dell’Italia cioè Matteo Renzi e il Pd.

Chi può avere interesse in un paese fragile e instabile come l’Italia a stroncare l’unico partito che ha un’idea di governo sia nazionale che europeo e che ha dimostrato di saper reggere anni difficili e tormentati alla guida del Paese? Certo non tutto è andato bene. Errori ne sono stati fatti, ma l’elezione di Macron avvia una fase diversa nel percorso dell’Europa e l’Italia ha tutto l’interesse a presentarsi con una guida sicura, capace e che dia stabilità. Perché proprio adesso si cerca l’affondo contro Renzi?

stabilità di governoQualcuno pensa che il M5S sia il soggetto giusto capace di assicurare questa guida? Oppure, dato che siamo tornati al proporzionale, ci sono componenti delle classi dirigenti che ritengono preferibile che non vi sia alcun partito in grado di avere un mandato pieno per governare il Paese?

Questa è la domanda di fondo che sorge dopo che è esploso il caso Boschi – de Bortoli. Anche qui c’è la stranezza di un “ricordino” tirato fuori non quando arrivò l’informazione, ma dopo anni. Intorno a questo “ricordino”  si è scatenata un’aggressione mediatica priva di alcuna giustificazione contro la Boschi. Il caso Banca Etruria è chiuso, i risparmiatori sono stati salvati e nessun Boschi ha avuto alcun vantaggio. E allora questo “ricordino” tirato fuori adesso è funzionale a quale obiettivo? Semplice: demolire una reputazione e un gruppo dirigente di governo e di partito con puri pettegolezzi privi di alcun valore.

È abbastanza evidente che non c’è alcun interesse ad impegnarsi in una battaglia politica sui temi concreti dell’Italia e dell’Europa. La calunnia, la maldicenza, la diffusione di pezzi di intercettazioni mirano al discredito, a seminare un’impressione negativa che possa portare via voti al Pd. Possibile che in così tanti lavorino per far vincere le prossime elezioni al M5S o c’è dell’altro?

Claudio Lombardi

Migranti: il coraggio della verità

salvataggio migranti

Per dire la verità sui migranti che arrivano via mare bisogna avere coraggio. Innanzitutto i numeri: 3,6 miliardi spesi nel 2016, 4,3 previsti nel 2017. E poi 170.000 persone arrivate nel 2014, 153.000 nel 2015, 181.000 nel 2016 e circa 37.000 sbarcate finora nel 2017. Su queste due serie di dati bisogna fermare l’attenzione.

immigrati 6In questi dati è descritta la situazione che lega le mani all’Italia e la condanna a subire le conseguenze di tutta la migrazione che passa dal Mediterraneo verso l’Europa. La “legge del mare” impone di salvare i naufraghi e portarli nel porto sicuro più vicino. Guarda caso i porti siciliani (che non sono i più vicini) sono quelli nei quali vengono trasporati tutti i migranti. D’altra parte gli accordi di Dublino stabiliscono che il paese di approdo è quello che deve farsene carico. Così l’Italia rimane incastrata da regole pensate per casi eccezionali e sporadici di naufragio o per migrazioni di entità molto più limitata di quelle attuali.

Di fatto oggi i numeri dei migranti li decidono i trafficanti e l’Italia accoglie tutti quelli che vengono sbarcati nei nostri porti. Viviamo così in un’emergenza continua imposta dalle decisioni che vengono prese dalle bande libiche. In questa situazione organizzare un’accoglienza che punti all’integrazione diventa molto difficile se non impossibile.

Certo, si possono anche distribuire i migranti in ciascuno degli ottomila comuni italiani, ma il problema non cambia e c’è da dubitare che molti siano arrivati fin qui per ripopolare borghi sperduti sugli Appennini. Una vera integrazione richiede tempi lunghi e numeri limitati.

accoglienza migrantiL’Italia paga la propria debolezza che si è tradotta nell’incapacità di far mettere all’ordine del giorno dell’Europa l’emergenza migranti come un problema di tutti. Noi oggi paghiamo una quota per gli accordi con la Turchia, ma gli arrivi dal Mediterraneo restano sempre a nostro carico. La strategia giusta era quella del Migration compact presentato dal governo Renzi all’Europa. Ma può funzionare nel lungo periodo (già, ma che fine ha fatto?). A breve occorrono altre risposte: cambiare gli accordi di Dublino per distribuire i migranti che arrivano via mare in tutta l’Europa; frenare le partenze dalla Libia; selezionare i richiedenti asilo e aiutare gli altri a trovare in Africa una diversa destinazione.

La novità di queste settimane è aver appreso che la maggior parte dei salvataggi si fanno davanti alle coste libiche. I notiziari ci raccontavano di salvataggi nel canale di Sicilia e noi immaginavamo le imbarcazioni che affondano avvicinandosi alle nostre coste. Invece la polemica sulle ONG ha messo in luce una situazione nuova che finora era rimasta in ombra. È evidente che, gommone migrantiormai, vengono messe in mare imbarcazioni adatte a galleggiare per poche ore confidando nell’intervento immediato delle navi di soccorso. In alcuni casi, si è visto in vari filmati delle stesse ONG, i gommoni vengono addirittura scortati dai trafficanti per essere riportati al punto di partenza e riutilizzati. Come è ovvio le ONG nulla possono fare contro gli scafisti. Le dichiarazioni del procuratore Zuccaro e, prima ancora, la denuncia del direttore di Frontex hanno ipotizzato una collusione tra scafisti e alcune ONG. Ma su questo le polemiche senza indagini e prove non hanno senso.

Questi sono i punti di partenza, ma a questi non può seguire la fatalistica accettazione di tutto ciò che accade. Predicare l’accoglienza totale senza limiti è comprensibile come slancio umanitario o religioso, ma impraticabile. Eppure è ciò che sta avvenendo di fatto senza che sia stato deciso nè dal governo nè dal Parlamento.

migranti in attesaChe gli arrivi dei migranti siano diventati un fattore di instabilità nel nostro Paese è abbastanza evidente. Inutile opporre che di fronte a 60 milioni di abitanti 150-200mila persone in più l’anno non sono un problema perché queste persone devono essere assistite cioè mantenute perché non hanno nulla e nulla hanno da fare qui da noi se non cercare l’occasione di guadagnare ciò che serve per una vita migliore. E come funziona questa ricerca? Per alcuni che riescono a trovare lavori regolari ce ne sono tanti altri che si prestano ad ogni genere di sfruttamento e alla delinquenza di piccolo cabotaggio.

immigrati sfruttatiCome è noto la grande maggioranza non ha diritto allo status di profugo, ma tutti gli annunci che minacciano il rimpatrio per chi non ha diritto di restare sono ipocrite bugie per non dire la verità e cioè che tutti resteranno qui. Molti un lavoro lo trovano, ma a quali condizioni? La presenza degli immigrati è stata una manna per i datori di lavoro italiani (e stranieri) perché sono disposti ad accettare retribuzioni molto più basse di quelle normali e senza nessuna tutela. È un fenomeno talmente diffuso che è ridicolo quando i politici assicurano che nessuno toglierà il lavoro agli italiani. Di fatto si è creato un mercato dei lavori disagiati e svantaggiati, malpagati e rischiosi che gli italiani rifiutano, ma che gli immigrati accettano.

Bisogna avere il coraggio di dire le verità che tutti possono constatare nella loro vita quotidiana. La situazione attuale nella quale ai problemi concreti si risponde con esortazioni morali produce solo intolleranza. Certo, chi vive ai piani alti della società può anche non accorgersene e cullarsi nei propri principi ideali, ma chi vive più in basso il problema lo vede e lo vive

Claudio Lombardi

Legittima difesa e difesa dai reati

legittima difesa

Ad ogni rapina in casa o in negozio ritorna il tema della legittima difesa. I livelli di guardia dell’esasperazione sono ormai stati raggiunti da anni e la legittima difesa rischia di diventare un feticcio sul quale scaricare ansia, rabbia, frustrazione. Immaginare che tutti possano realizzare una difesa armata della propria abitazione e del proprio negozio che li metta al riparo dalle aggressioni è una pura illusione che solo chi non sa nulla del maneggio delle armi e delle tecniche che servono per usarle in uno scontro diretto può alimentare.

ladriSecondo la legge la legittima difesa è sempre possibile purchè ci si trovi in presenza di un pericolo per la propria incolumità e la difesa sia proporzionata all’offesa. Nel caso delle aggressioni in casa o nei locali dove si svolge un’attività commerciale o professionale la proporzionalità tra difesa e offesa è sempre presunta ove si tratti di difendere non solo l’incolumità propria o altrui, ma anche i beni. Unica condizione è che vi sia pericolo di aggressione e non vi sia desistenza da parte di chi aggredisce.

Per essere chiari: se chi aggredisce cessa la sua aggressione e fugge viene meno la legittima difesa.

Di contro, se chi aggredisce insiste nella sua azione è legittimo usare contro di lui ogni possibilità di difesa.

furti in casaNella realtà non è possibile distinguere nettamente le due situazioni. Infatti i casi di cronaca e le vicende giudiziarie che li hanno seguiti hanno mostrato l’esistenza di zone opache che è toccato ai magistrati affrontare con l’interpretazione delle norme (che è sempre prevista per poterle applicare ai casi concreti).

In particolare i problemi nascono quando chi mette in atto la legittima difesa ritiene di trovarsi nelle circostanze che la prevedono compiendo, però, una valutazione errata che lo porta ad azioni di difesa anche in assenza di un’aggressione in atto che si sia manifestata come tale. L’esempio potrebbe essere quello di qualcuno che si nasconde dietro una tenda avendo violato l’altrui domicilio, ma senza compiere atti di aggressione e la cui scoperta porti ad una reazione armata che ne causa il ferimento o la morte. È legittima difesa questa?

Bisogna quindi accettare che nessuna norma potrà mai prevedere tutte le situazioni che realmente si possono verificare e, di conseguenza, ci sarà sempre bisogno di un magistrato che accerti lo svolgimento dei fatti. Bisogna anche considerare inaccettabile che una semplice violazione di domicilio giustifichi l’uccisione di chi la compie. Chi, come la Lega di Salvini, si fa portabandiera del diritto di vita e di morte contro chi si introduce negli spazi privati compie un’opera folle di imbarbarimento che si ritorcerebbe contro gli stessi che dice di voler difendere.

difesa armataOccorre uscir fuori da un dibattito asfittico nel quale si pensa alla legittima difesa come se si trattasse della risposta risolutiva al problema dei furti e delle aggressioni in casa. In realtà UNA soluzione non c’è. Ci possono essere risposte diverse tra le quali c’è anche la legittima difesa, ma c’è anche l’inasprimento delle pene e la certezza che siano rispettate.

I giornali sono pieni di storie di rapinatori catturati e subito rilasciati o di condannati a pene che non vengono scontate. Le statistiche dicono che solo una piccola percentuale di ladri e rapinatori (rispettivamente siamo intorno al 4,6% per i primi e al 25% per i secondi) vengono catturati e vengono processati per essere poi condannati, ma finiscono per scontare pene di molto inferiori a quelle previste. Questo demotiva sia le forze di polizia sia i cittadini che spesso evitano persino di denunciare i reati consapevoli dell’incapacità dello Stato di rendere loro giustizia.

carceriUsare la severità e la certezza della pena come deterrente è certamente meglio che affidarsi alle armi che ognuno dovrebbe usare per pensare da solo alla propria difesa. Chi delinque deve sapere che sarà catturato e pagherà con la privazione della libertà i reati che ha commesso. Se questo non accade e i cittadini vengono lasciati soli e si manda loro il messaggio che il carcere non è la risposta giusta perché le colpe sono sempre della società e non dei singoli e che, in definitiva, tutti debbano sopportare chi delinque e comprenderne le motivazioni profonde, allora non ci si può stupire se poi prevalgono le risposte violente.

Le carceri non devono essere dei luoghi di tortura per le condizioni disumane nelle quali sono costretti a vivere i detenuti. Che se ne costruiscano di nuove allora, ma non può essere che lo Stato fugga dalle sue responsabilità e se ne lavi le mani lasciando le persone oneste alle prese con la delinquenza.

Claudio Lombardi

Segnali dall’economia e classe dirigente inadeguata

crescita economica

Alle analisi critiche siamo abituati, ma per capire cosa è in ballo davvero dobbiamo anche guardare a ciò che c’è di buono in questo nostro Paese. Se ne occupa un recente articolo di Alberto Orioli pubblicato dal Sole 24 Ore che si concentra sui segnali che provengono dall’economia. Il dato più rilevante è che la produzione industriale è in ripresa e a ritmi intensi. esportazioni italianeL’export di quella che è pur sempre la seconda manifattura europea segue questa tendenza avendo realizzato nel 2016 il miglior avanzo commerciale degli ultimi 25 anni (51,6 miliardi) con un boom di vendite per 417 miliardi. Con buona pace di chi farnetica di rotture in Europa e di nuova autarchia la Germania è il primo mercato di sbocco dei semilavorati italiani. Si tratta di un’integrazione delle catene del valore dove i confini spariscono per lasciare spazio a produzioni integrate con beni targati made in Italy e made in Europe. Forse la svolta protezionista di Trump porterà dei problemi, ma bisognerà vedere come il danno causato dai dazi si bilancerà con l’altra svolta annunciata sul boom di investimenti infrastrutturali interni che, probabilmente, avranno bisogno di far ricorso ad alcune eccellenze italiane del settore. La globalizzazione non cessa perché un politico lo vuole.

Un altro segnale da cogliere riguarda le vendite di capannoni industriali in grande fermento in tutto il Nord Italia con un aumento delle compravendite superiore al 18%. Osserva Orioli che l’edilizia “è il punto più debole dell’economia italiana ed è anche il settore che più di altri fa da volano a investimenti nei comparti collegati e per questo è il vero catalizzatore della ripresa economica”. industriaEcco quindi l’importanza di un altro segnale, quello che arriva dall’incremento dei mutui per l’acquisto delle abitazioni accompagnato dalla crescita nelle costruzioni di edilizia residenziale e non residenziale, con un vero boom nella costruzione di capannoni industriali (+11,9%). I capannoni significano investimenti che, in effetti, “sono esplosi con i bonus legati al progetto di Industria 4.0 che ha consentito di cambiare pelle agli impianti e di compiere finalmente quell’avvio di upgrading tecnologico suggerito da anni da tutti gli analisti del caso-Italia”. E infatti i macchinari (eccellenza del made in Italy) sono tra i protagonisti del boom di esportazioni verso il mercato tedesco. E poi “c’è un atteggiamento diverso rispetto al ruolo strategico dell’Italia: Amazon raddoppia a Rieti con 150 milioni, FedEx punta su Malpensa con 15, Microsoft fa la nuova sede a Milano con 20, Apple guarda al centro ricerca di Napoli per realizzare il centro di sviluppo delle app per l’Europa, i cinesi investono sul porto di Venezia, Barilla raddoppia l’impianto hi tech con 50 milioni, Whirlpool scommette su Fabriano con 14 milioni” e senza citare l’industria automobilistica e l’altro boom collegato ai successi di FCA.

prodotti italianiTutto ciò si riflette sulla Borsa dove le imprese non bancarie registrano oltre 23 miliardi di utili. A conferma che qualcosa sta cambiando sta il regresso del numero dei fallimenti che “sembra tornato ai livelli pre crisi almeno nell’industria manifatturiera, settore dove sono calate vistosamente anche le sofferenze bancarie”. Contemporaneamente però aumentano i finanziamenti alle imprese da parte delle banche che detengono sempre un posto di assoluto rilievo nel nostro capitalismo bancocentrico. Ciò si spera che porti anche ad un aumento dei profitti bancari e ad un conseguente alleggerimento delle sofferenze dei crediti non esigibili. Tra i segnali positivi anche il boom del turismo cresciuto del 6,6% (più della zona sud dell’Europa e più della crescita globale del settore). Mettiamoci anche il record di viste ai musei e ai luoghi della cultura con incassi cresciuti in un anno del 12%, a 172 milioni (con buona pace di chi fantastica di abolizione dei biglietti di ingresso).

politicaTutto ciò nonostante un anno disastroso per i terremoti che hanno colpito l’Italia centrale con un impatto diretto in zone importanti per le attività economiche (dall’agroindustria al turismo) e danni stimati in 23 miliardi di euro.

Ora mettiamo a confronto questi segnali con i temi di cui si occupa il dibattito politico e con l’incapacità di arrivare ad una legge elettorale decente in grado di portare stabilità ad un futuro governo o con le stramberie di chi delira sulle uscite dall’euro e sulle monete parallele (il M5S accreditato come primo partito dai sondaggi) e traiamo la conclusione logica e inevitabile che l’Italia non riesce a selezionare una classe dirigente decente. La nostra economia è una cosa seria rispetto a tanti, troppi ciarlatani incompetenti che popolano partiti e movimenti. Devono decidere gli italiani se vogliono seguirli oppure no. Basta che poi non si lamentino delle conseguenze. Forse bisognerebbe scrivere sulle schede elettorali “pensa a quello che fai”.

Claudio Lombardi

L’ autocritica di Renzi è necessaria

Renzi autocritica

Un articolo di Ezio Mauro su Repubblica di oggi affronta la questione cruciale di come Matteo Renzi ha gestito il suo potere sia nel Pd che alla guida del Governo. Si toccano limiti, criticità e debolezze dei quali è giusto parlare e sarebbe bene che l’ autocritica di Renzi precedesse il rilancio della sua leadership. Sarebbe una grande novità e un segno di forza perché indicherebbe la capacità che egli stesso rivendica di imparare dall’esperienza. Una parte dell’opinione pubblica desidera il leader sicuro di sé e superiore a qualunque errore nonché anche lievemente autoritario e possibilmente anche padrone del suo partito. uomo solo al comandoL’uomo solo al comando è una tentazione che ricorre e non solo in Italia. Piace a molti che il Capo comandi e non risponda ad alcuna critica. A molti altri, però, piacerebbe che si ammettessero gli errori e si ripartisse su basi nuove perché i Capi di solito portano popoli e adepti alla rovina perché li legano alle loro sorti personali.

Vale la pena pertanto di seguire il ragionamento di Ezio Mauro.

“I nodi non sciolti negli anni del comando stanno soffocando Matteo Renzi oggi, nei mesi della sconfitta, e ciò che più conta rischiano di trascinare a fondo con lui l’intera parabola del Pd, tra scissioni, tesseramenti gonfiati, avvisi di garanzia. Sono nodi politici e giudiziari, riassumibili in un unico concetto: il groviglio del potere cresciuto intorno all’ex presidente del Consiglio, che lo ha coltivato o tollerato nell’illusione di proteggersi, fino a restarne imprigionato.
È infatti la concezione del potere del leader che merita fin d’ora un giudizio …”

Il punto per Mauro non è l’esito del procedimento giudiziario che seguirà la sua strada, ma mettere in evidenza che “il meccanismo di controllo e influenza che ha creato intorno a sé, nominando uomini di provata fedeltà personale nei centri più sensibili del potere pubblico” ha lasciato “germogliare filoni di interesse privato che intersecano quei punti decisionali”.

sistema ItaliaL’errore di Renzi, dunque, è stato quello di aver limitato la scelta delle persone alle quali attribuire incarichi di responsabilità ad una cerchia ristretta legata da relazioni di amicizia o di provenienza territoriale.

Secondo Ezio Mauro qui si scorge una “sindrome minoritaria di leader che non riescono a liberarsene nemmeno quando conquistano la maggioranza”, una sindrome che impedisce di ricercare l’egemonia e spinge a puntare solo sulle persone più fidate. Il “vero limite di Renzi è stato di ambizione: pensare eternamente a proteggersi dai colpi e a colpire invece che a convincere e conquistare. Con un progetto capace di presentare una nuova sinistra come leva del cambiamento di un Paese in crisi, in un discorso di verità, tenendo insieme le eccellenze e le sofferenze italiane, in un nuovo disegno di società. Un disegno in cui si riconoscano tutte le anime della sinistra italiana, nella legittima e libera interpretazione che il leader del momento è chiamato a dare, facendosi però carico di una vicenda comune, di storie personali, di una tradizione che parla a un terzo del Paese”.

mobilitazione dei miglioriQuesto è stato il vero limite di Renzi come segretario del Pd che, identificandosi con un governo di coalizione e basato su una maggioranza che non era uscita dalle elezioni con quel programma, ha condotto il partito a non avere un suo ruolo propositivo e critico.

Ezio Mauro ricorda la critica rivolta dal suo giornale in un’ampia intervista resa ai primi dell’anno sulla scelta dei “fedelissimi fiorentini per guidare la macchina governativa”. Critica cui si aggiunge oggi una domanda precisa: “perché non pretendere che quando si ha l’onore di guidare la sinistra e la responsabilità di presiedere il governo i propri familiari si astengano da affari che riguardano il potere pubblico?”

Ezio Mauro ha ragione, ma la critica che rivolge a Renzi avrebbe potuto farla con sfumature ed intensità diverse anche nei confronti della maggior parte dei Presidenti del Consiglio o leader di partito che si sono succeduti negli ultimi decenni. Dire che Renzi avrebbe dovuto cercare i migliori senza preoccuparsi che fossero anche i più fedeli significa considerarlo alla stregua dei ricostruttori del Paese dopo la seconda guerra mondiale. In effetti soltanto negli anni ’50 e ’60 accadde che l’Italia produsse uno sforzo che travalicava le fedeltà di partito e di corrente mobilitando le migliori energie. Senza dimenticare però che ciò avveniva con un ferreo controllo dello Stato da parte della Dc e dei suoi alleati e sotto l’ombrello militare degli Usa.

cambiamentoIn effetti ciò che Mauro sembra chiedere a Renzi può essere inscritto in quel progetto di ricostruzione di un partito di governo di centrosinistra – citato nell’articolo – che unifichi  tutte le anime non solo della sinistra (perchè Ezio Mauro si limita alla sinistra che c’è come se fosse per definizione la raccolta delle energie migliori?), ma si apra anche alle migliori culture politiche, civili e di governo a prescindere dalla loro collocazione partitica.

Ora che Renzi si ripropone come segretario del Pd con l’ambizione di tornare a guidare il Governo trasmettere il senso di una svolta nella gestione del potere è fondamentale. Ma la sfida più ambiziosa sarebbe lanciare un progetto per l’Italia che superi limiti e debolezze del suo sistema (economico, sociale, istituzionale). Limiti e debolezze che si sono intraviste anche nell’affare Consip. Il triennio di governo Renzi non si è concluso bene, ma le esigenze alle quali voleva rispondere quel progetto stanno ancora tutte lì e non sarà certo un governo di populisti, nazionalisti e delle destre a dare le risposte giuste.

Quindi l’autocritica è necessaria, ma per ripartire

Claudio Lombardi

E se guardassimo alla fragilità dell’Italia?

declino Italia

Cosa c’è che non va nel nostro Paese? La fragilità dell’Italia riguarda tutti noi che ne subiamo le conseguenze. Non è una cosa che tocca solo i giornalisti, gli specialisti, le burocrazie e i politici. Di fronte all’evidenza di un’economia che non cresce, di servizi ed infrastrutture carenti, di una spesa pubblica sempre molto alta la domanda si impone e non possiamo far finta di niente perché lì è la radice di tutto. Guardando le cose con occhi di straniero e, quindi, prendendo distanza dal giorno per giorno, l’impressione è che sia in atto da molto tempo un gigantesco spreco di risorse che non solo non produce sviluppo, progresso e benessere, ma, anzi, costituisce uno degli elementi fondamentali del declino che stiamo vivendo.

spesa-pubblicaLa fragilità si rivela e si descrive in pochi elementi ormai assodati. Il Pil cresce poco (quest’anno sarà l’1%), meno di tutti gli altri paesi europei. E’ così da una quindicina d’anni cioè da prima della grande crisi. Il debito pubblico è il secondo in Europa dopo quello della Grecia e non è giustificato dallo stato del Paese cioè, non si traduce in un miglioramento visibile né delle condizioni di vita degli italiani né dell’economia. Ma si traduce, invece, in un tirare a campare senza sapere dove si va.

Di contro il livello del debito obbliga a politiche di bilancio rigorose non tanto perché ci obbliga l’Europa (c’è anche questo ovviamente), quanto perché c’è bisogno di contrarre nuovi prestiti per circa 400 miliardi di euro l’anno. Se si vuole l’ombrello dell’euro e l’aiuto della BCE bisogna stare ai patti e godersi i benefici di tassi di interesse mai stati così bassi (e con il QE una parte dei titoli li compra la BCE stessa). Se si dovesse rinunciare all’euro il mercato ci chiederebbe interessi molto più alti perché l’Italia non è ritenuta un creditore affidabile (ci ricordiamo che questo significa lo spread?). I cosiddetti sovranisti vorrebbero risolvere tutto stampando moneta come se il mondo fosse popolato di “selvaggi” da abbindolare con le perline.

Un altro elemento poco considerato è l’invecchiamento della popolazione e la propensione al risparmio. Quindi minore domanda e accantonamento di risorse per l’incertezza del futuro.

giovani e lavoroI giovani, per quanto il loro numero sia in diminuzione, ne escono penalizzati perché il lavoro di qualità è scarso e quello poco appetibile (molto impegno, poco guadagno) è comunque già preso dagli immigrati.

Le imprese sono generalmente sottodimensionate, deficitarie in innovazione tecnologica e scarsamente capitalizzate quindi molto dipendenti dalle banche (di qui anche la caccia alla protezione dei politici per accaparrarsi i prestiti degli istituti di credito).

Dovrebbe essere una situazione nella quale la spinta al cambiamento è forte, ma, stranamente, così non è ed è invece diffusa la sensazione di un immobilismo rancoroso e impotente che si accontenta di sfoghi e non sa costruire alternative di governo (crescita del M5S, della Lega e delle destre estreme).

pressione fiscale ItaliaLa spesa pubblica è molto alta ed è pagata, oltre che con il debito, con una pressione fiscale che è di almeno 4 punti sopra la media europea ed un prelievo contributivo altrettanto pesante sul costo del lavoro. Con quali effetti? Carenza di infrastrutture, sistema educativo inadeguato, giustizia lenta, pubblica amministrazione inefficiente. Il tutto accompagnato da una legislazione ipertrofica e farraginosa e poi dai soliti noti: sprechi, corruzione ed evasione fiscale che hanno negli apparati pubblici il loro snodo fondamentale.

Qualche numero può aiutare ad inquadrare meglio la questione. Nel 2008 il debito era di 1.671 miliardi pari al 102% del Pil. Adesso ammonta a 2.240 miliardi circa il 133% del Pil. La spesa per interessi è di circa 70 miliardi più o meno il 4% del Pil ed è tenuta bassa grazie all’ombrello dell’euro e agli interventi della BCE (negli ultimi anni della lira ha oscillato dal 9 al 6%). Inutile dire che negli altri paesi europei assimilabili al nostro la spesa per interessi si aggira intorno a poco più della metà.

Colpisce il dato reso noto di recente che la spesa per interessi dell’Italia negli ultimi dieci anni è stata di circa 760 miliardi di euro, una tassa occulta pagata solo per mantenersi a galla.

sistema ItaliaSi è detto tante volte, però, che il debito pubblico non è necessariamente indice di squilibri economici e di debolezza. Può, al contrario, essere un fattore di crescita grazie agli investimenti. Ebbene anche su questo versante i numeri non ci premiano. Infatti dal 2009 al 2015 gli investimenti sono passati dal 3,4% al 2,2% del Pil mentre la spesa pubblica totale è salita negli stessi anni da 781 a 828 miliardi. Certo, in tempi di “vacche magre” è normale ridurre un po’ le spese, ma qui accade che la spesa cresce, si accende nuovo debito per farle fronte, ma solo per la parte corrente. Cioè non si semina nulla per il futuro, si vive alla giornata.

Spesso si contrappone al debito pubblico l’attivo patrimoniale delle famiglie italiane che è circa il quadruplo del debito. Grazie a questo attivo accumulato nel passato molte famiglie hanno potuto sostenere i giovani ed affrontare gli effetti della crisi economica. Ma questo non può proseguire all’infinito. Come scrive Paolo Bricco sul Sole 24 Ore “il nostro Paese ribalta il motto “il convento è ricco, i monaci sono poveri”. Da noi i monaci sono (per ora) ricchi, perché i monaci – gli italiani – hanno scaricato sul convento – i conti pubblici – gli scontrini  non pagati da consumatori e le evasioni e le elusioni fiscali realizzate con le loro aziende, le pensioni a cinquant’anni senza alcuna corrispondenza con i contributi versati e i prepensionamenti a 48 anni, che negli anni ’80 e ’90 hanno costituito il principale ammortizzatore sociale del sistema consociativo fra le forze politiche, le rappresentanze degli imprenditori e i sindacati”.

Il problema, quindi, non è tanto la libertà di crescita del deficit e del debito pubblico. Il problema è che siamo schiavi di meccanismi di spesa che vengono dal passato tutti centrati sulla spesa corrente che, a sua volta, è basata su un fitto intreccio di posizioni di rendita e di protezioni corporative. E tutto ciò si traduce in immobilismo e spreco.

Conclude Paolo Bricco “ l’insostenibilità è nel meccanismo di finanza pubblica che si nutre – e allo stesso tempo viene nutrito – dal fallimento storico delle nostre classi dirigenti e – in fondo – dall’irresponsabilità civile della maggioranza degli italiani”.

Purtroppo e non si vede all’orizzonte una soluzione.

Claudio Lombardi

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