Zero Pil: l’economia gialloverde

Mentre Salvini scatena la crisi di governo per incassare i voti che gli vengono accreditati dai sondaggi pubblichiamo un articolo di Francesco Daveri tratto da www.lavoce.info che ci riporta alla realtà delle cose

Zero a 360 gradi: questo secondo l’Istat è il risultato di crescita dell’economia italiana nel secondo trimestre. Con poche speranze di trasformare nel resto dell’anno lo zero spaccato in qualcosa di diverso dallo zero virgola.

TI GIRI E TI VOLTI, SEMPRE ZERO E’

Per una volta i dati sulla crescita preliminare del Pil del secondo trimestre 2019 non si prestano a manipolazioni. Comunque li si guardi, dicono la stessa cosa: la crescita misurata è zero a 360 gradi, rispetto al trimestre precedente ma anche rispetto a un anno fa (confrontando il secondo trimestre 2019 con lo stesso trimestre del 2018). Zero è anche la crescita della domanda interna (consumi delle famiglie, investimenti aziendali e spesa delle pubbliche amministrazioni) così come della domanda estera netta (cioè delle esportazioni al netto delle importazioni). E a zero secondo l’Istat è anche la cosiddetta crescita acquisita, cioè la crescita che si otterrebbe in tutto il 2019 se nel terzo e quarto trimestre 2019 la crescita trimestrale fosse pari a zero.

Parlando di crescita acquisita c’è da tenere a mente che essa ha solo un meccanico (ed elementare) significato algebrico, e non ha dunque alcun valore previsivo. Una crescita acquisita zero non vuol dire in automatico che la previsione di crescita del Pil allo 0,2 per cento (su tutto il 2019 rispetto al 2018) che il governo ha scritto nel Def 2019 sia invalidata. Rimane però che, dati i primi due trimestri, se si vuole raggiungere una crescita annua dello 0,2 per cento su tutto l’anno ci vorrà un’accelerazione nei prossimi due trimestri. L’algebra (basta un file excel per calcolarlo) dice infatti che nel 2019 si raggiungerà un +0,2 sul 2018 solo nel caso in cui la crescita registrata nei prossimi due trimestri sia dello 0,2 per cento in ognuno dei due trimestri rispetto al trimestre precedente. Per dire, negli ultimi cinque trimestri la crescita media è stata invece – sorpresona – zero spaccato. Se dunque la crescita acquisita dello zero non deve essere presa come una previsione, il +0,2 previsto dal governo è legato al verificarsi di un’accelerazione non marginale della crescita nel secondo semestre dell’anno.

DA DOVE PUO’ VENIRE LA CRESCITA: DALL’ESTERO E DALL’INTERNO

Per ottenere l’accelerazione sopra indicata c’è da sperare in buone notizie dall’estero e buone notizie dall’interno.

Dall’estero il quadro è misto. Si dice che l’andamento meno positivo del previsto delle esportazioni italiane abbia un’origine nella persistente guerra commerciale tra Usa e Cina che una settimana finisce e la settimana dopo si riaffaccia in funzione dei volatili tweet del presidente americano e malgrado la stabilità derivante dalla visione di lungo periodo dei cinesi. In effetti, se, con i suoi dazi, Trump sottrae crescita alla Cina, c’è un effetto indiretto sulla crescita delle economie europee: un’America che accelera importerà più prodotti europei, mentre una Cina che decelera a causa dei dazi Usa importerà meno prodotti europei. C’è da calcolare un netto che può variare tra paesi in funzione di tante variabili. Per farsi un’idea preliminare si può osservare che la Germania esporta l’8,8 per cento del suo export in Usa e solo il 6,8 per cento in Cina, mentre per gli altri grandi paesi europei la differenza è anche più rilevante: l’Italia vende in America il 9,2 per cento del suo export e in Cina solo il 3,8 per cento, la Francia rispettivamente il 7,3 e il 4,1 per cento e la Spagna il 7 per cento contro il 2,3 per cento. Nell’insieme, a grandi linee e parità di crescita complessiva, se un punto in meno di crescita in Cina si traduce in un punto in più di crescita in America, le economie europee potrebbero beneficiarne. Sta di fatto che, lo ha annunciato ieri Eurostat, anche il Pil dell’eurozona decelera al +0,2 per cento, segno che forse tutti questi vantaggi dalla guerra tariffaria finora non sono arrivati. In tutti i casi, la nuova guerra valutaria tra le banche centrali Usa e dell’eurozona – hanno annunciato l’attuazione di politiche monetarie più espansive – contro il resto del mondo farà svalutare dollaro ed euro rispetto alle altre valute mondiali (tranne la sterlina che soffre dei piani di hard Brexit del nuovo inquilino di Downing Street Boris Johnson), il che aiuterà gli esportatori americani ed europei (e quindi anche quelli italiani).

Sull’interno un più di crescita potrebbe venire dall’effetto positivo sui consumi del reddito di cittadinanza (contabilizzato nei documenti ufficiali con un +0,2 sull’anno ma che ha visto una platea di beneficiari molto inferiore alle attese) e negli effetti del decreto crescita approvato di recente – un caotico omnibus che include di tutto, varie misure pro crescita come il ristoro del super ammortamento e il rinnovo e l’estensione di vecchi e nuovi finanziamenti per le piccole imprese ma anche misure simbolo anti-crescita che hanno fatto molto discutere come l’articolo che rivisita in senso restrittivo l’accordo Ilva già firmato sulla limitazione di responsabilità dei nuovi proprietari di fronte a rischi ambientali e che rischia di far fermare gli impianti dal prossimo 7 settembre.

Nell’insieme è difficile intravedere stimoli esteri e interni che possano allontanare l’economia dalla stagnazione che il governo gialloverde ha contribuito a peggiorare con la sequenza di annunci e azioni contraddittorie che si sono succeduti nel corso del tempo. L’auspicio – più che un’attesa razionale – è che il valzer danzato quest’anno non si ripeta con la prossima legge di bilancio 2020

(Francesco Daveri ha scritto questo articolo prima della crisi di governo e la reazione immediata del mondo economico e finanziario ha già indicato una forte preoccupazione. Di certo la realtà è tale che l’Italia avrebbe avuto bisogno di realismo e stabilità. Tutto il contrario delle politiche e dei comportamenti messi in atto dal governo Lega M5s che ha visto sommarsi velleità, provocazioni, ambizioni campate per aria. A consuntivo dell’esperienza di governo restano chiacchiere, selfie, tanti video su facebook e un Pil a zero)

Il dibattito pubblico e la cecità del sovranismo

“Le leadership sono diventate il nostro gioco di ruolo, una simulazione collettiva di impegno civico a basso costo e sforzo”. Così scrive Flavia Perina su Linkiesta.

“Lo stato di disattenzione, sottoinformazione, distorsione percettiva e, infine, totale ignoranza dei pubblici di massa è scoraggiante”. Lo scriveva il politologo Giovanni Sartori quarant’anni fa.

Le esibizioni del leader della Lega, finto vice premier e finto ministro dell’interno completamento dedito alla propaganda per se stesso e per il suo partito, premiato da una costante e, apparentemente, inarrestabile crescita dei consensi sembra confermare lo schema: se sei un politico per gli italiani non conta ciò che fai e come lo fai, ma l’impressione che sai trasmettere.

La definizione più usata per descrivere Salvini è “uno di noi”. La comunicazione politica che conta oggi è quella che passa dai social. Discorsi semplici, anche scorretti nei quali prevale l’esibizionismo di un leader vicino ai cittadini, che parla, mangia e mostra di agire come loro. Stessa arroganza, stessa superficialità, stesso individualismo narcisistico, stessa assenza di argomenti.  La logica è sempre quella di una contrapposizione amico/nemico che vive di etichette e prescinde da qualunque argomentazione e da qualunque approfondimento. È il trionfo del politico che scende al livello più basso e che illude i suoi elettori che non ci siano problemi complessi e che il ragionamento possa essere sostituito dalla battuta e dall’insulto.

In questo gioco al massacro della ragionevolezza e della competenza è l’estrema destra a farla da padrona. Nulla di nuovo sotto il sole però. Nazismo e fascismo hanno seguito questa strada: gli istinti peggiori elevati a valori, l’estrema semplificazione delle questioni, i leader come capi alla testa dei popoli. E dietro, la realtà ben nascosta alla comprensione delle masse, guidate, passo passo, verso lo sbocco di una guerra devastante.

Come dite? Salvini e Meloni non vogliono nessuna guerra? Certo. Ma il piano inclinato sul quale hanno messo l’Italia conduce verso lo scontro che, comunque, ci danneggia oggi e il futuro, non dipenderà da noi, ma, sempre più, dagli altri. Nessuno dei problemi reali del Paese (crollo delle nascite, produttività ferma, apparati pubblici inefficienti, scuola e sanità in regresso, potere delle mafie, infrastrutture deboli, struttura produttiva fragile) viene affrontato. Nell’inconsapevolezza generale dato che anche le opposizioni non riescono ad ergersi di fronte all’opinione pubblica come un’alternativa reale e soffrono in istupidimento intellettuale.

L’estrema destra ha goduto di un mutamento fondamentale nel dibattito pubblico e nella stessa sostanza della democrazia. Nell’epoca dei social e di internet l’illusione è che tutti possano intervenire su tutto e mettersi in contatto diretto con i capi. Da sempre, in democrazia, ignoranti e incompetenti, hanno potuto contare come le élite attraverso il voto. Ma oggi, prima del voto, c’è il dibattito pubblico e la comunicazione che privilegia la semplificazione dei messaggi e l’aggressività. Un ignorante aggressivo e determinato ha la possibilità di ottenere un enorme seguito a prescindere da qualunque verifica e fondatezza del suo discorso. Per anni il grillismo ha educato gli italiani all’odio verso i competenti visti, per ciò stesso, come asserviti a qualche potere forte. L’elogio dell’ignoranza e della semplificazione è stato raccolto dall’estrema destra leghista che ci ha aggiunto un minimo di concretezza e di esibizionismo ben centrato sui gusti di una parte degli italiani. In fondo tra il Grillo che esaltava con aggressività enormi sciocchezze nei suoi comizi-spettacolo e il Salvini che esibisce divise e selfie rimanendo sempre sul terreno della rabbia un po’ idiota non c’è nessuna differenza.

La novità è dunque che, nell’Italia del 2019, l’estrema destra controlla pienamente il dibattito pubblico.

Innumerevoli esempi lo attestano. L’ultimo è quello del caso di Bibbiano scagliato addosso al PD per distrarre l’opinione pubblica dal caso Moscopoli. Se l’opinione pubblica italiana fosse composta da persone mature, informate e responsabili la manovra diversiva sarebbe stata interpretata per quello che è: un tentativo di non ammettere l’enormità di una trattativa con una potenza straniera non alleata per vendere una svolta politica in Italia e in Europa in cambio di una tangente.

Non sarebbe esatto dire che l’elettorato di estrema destra che segue Salvini non abbia capito la verità. Peggio: l’ha accettata. Senza rendersi minimamente conto del danno reale inflitto all’Italia e di quello ben peggiore, inevitabile se la svolta leghista andasse in porto.

Tutto avviene con il ghigno rabbioso, mezzo sorriso e mezzo digrignar di denti, di chi si sente immerso in una lotta contro nemici immaginari mentre, realmente, si sta isolando e sta dichiarando guerra al percorso che l’Italia ha compiuto dalla caduta del fascismo in poi.

Bisogna chiamare col nome giusto ciò che sta accadendo: una guerra politico-culturale. Scatenata da ristretti gruppi dirigenti politici e da pochi intellettuali ormai si è diffusa ed è diventata la sostanza del dibattito pubblico etichettato sotto il nome di sovranismo. Tutta l’energia costruita in anni di educazione all’aggressività sui social è ormai tracimata dalle élite alla società intera. La parola d’ordine “prima gli italiani” contiene in sé una drammatica sconfitta: prima di cosa credono di venire gli italiani se il nostro Paese non ha nessuna possibilità di ergersi come una potenza mondiale e, fuori dall’Unione europea, è destinato ad essere solo un territorio di conquista?  

La miseria strategica ed intellettuale delle nuove élite del sovranismo è trasparente e solo un pubblico becero e allevato ad odio e semplificazione può non accorgersene. Ma il guaio è che pagheremo tutti la boria e la superficialità di una parte degli italiani

Claudio Lombardi

Migranti: lo spettacolo dell’estate

Ormai è chiaro: passeremo l’estate a seguire le polemiche sui migranti. La logica è quella della Tv spazzatura: niente contenuti, molta sovreccitazione, grandi dosi di ipocrisia. E tanta distanza da un approccio serio ai problemi che, invece, è l’unico che può tentare di risolverli.

Sulla migrazione dal Nord Africa dovremmo già sapere tutto. È un fenomeno che dura da anni, del quale conosciamo cause e modalità. Ora che gli sbarchi si sono ridotti a poca cosa grazie alle politiche avviate dal ministro Minniti (governo Gentiloni), Salvini ha compiuto una doppia magia: attirare l’attenzione su singole barche di Ong che trasportano poche decine di migranti ciascuna come se si trattasse di un’emergenza e distruggere qualunque possibilità di gestire e integrare le centinaia di migliaia di immigrati non regolari che vivono nel nostro territorio trasformandoli in clandestini.

Una manovra a tenaglia che qualunque persona ragionevole dovrebbe considerare una follia e una truffa e che, incredibilmente, fa guadagnare allo pseudo ministro dell’interno una costante crescita di consensi.

Certo, sarebbe meglio che non arrivassero migranti con i barconi così come sarebbe meglio che non arrivassero i tanti che giungono con viaggi regolari e visti turistici e poi si fermano per cercare lavoro diventando irregolari. Stranamente, mentre i primi attirano l’attenzione dell’opinione pubblica, i secondi sono dei perfetti invisibili. Nessuno si preoccupa se dalle Filippine o dal Perù arrivano migranti cosiddetti economici. Anzi, sono molto richiesti per i servizi che svolgono.

Sarebbe anche meglio che le navi delle Ong che battono bandiera di vari paesi europei non andassero ad accogliere i gommoni con i migranti a pochi km dalla costa libica. Nel 2016 e 2017 fu questa la causa di un incremento massiccio degli sbarchi al quale seguì un cambiamento di politica del governo che sfruttò un momento di (relativa) stabilità in Libia per avviare accordi con chi controllava quel territorio, favorì l’intervento dell’Onu e promosse un codice di condotta delle Ong che le allontanò dalla costa libica.

Sarebbe, dunque, meglio che i migranti arrivassero attraverso canali regolari che, però, non ci sono. E non ci sono sia per quelli cosiddetti economici cioè alla ricerca di un lavoro che per i profughi che hanno diritto di richiedere asilo. E così tutti sono costretti ad iniziare il loro percorso sfidando la legge. Se veramente si volessero combattere i trafficanti aprire canali di immigrazione regolare sarebbe il colpo più duro per loro.

Solo con un contratto di lavoro gli immigrati possono regolarizzare la loro posizione. È andata così per milioni che oggi vivono e lavorano tra noi. Sappiamo tutti bene che di questi lavoratori non potremmo fare a meno. Pensiamo alle badanti oppure alla zootecnia, o anche all’agricoltura, alla ristorazione, alle piccole imprese. La nostra economia e la nostra stessa vita dipendono in buona parte dagli immigrati. Li accettiamo, li cerchiamo, ci fanno guadagnare con il loro lavoro, ci risolvono problemi prendendosi cura dei nostri anziani non più autosufficienti. Eppure basta una barca con 40 persone e dimentichiamo tutto ciò e ci mettiamo ad inveire contro un’invasione che non c’è.

Per essere chiari e a prescindere dai decreti Salvini che sono un manifesto politico, ma attenendosi alla Costituzione, se arriva una barca di possibili profughi non possono essere respinti. Bisogna accertare se hanno diritto all’asilo e solo dopo avviare le altre procedure che comprendono anche il rimpatrio. Tutta la sceneggiata che viene fatta svolgere di fronte ai porti della Sicilia per consentire a Salvini di spacciarsi come il difensore dell’Italia va contro questa semplice regola costituzionale: Art 10 “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”.

Ma, si dice, gli italiani sono diventati ostili verso i migranti. Bisognerebbe dire anche verso quali migranti e perché. Di solito (persino Salvini lo ripete spesso) non sono ostili verso quelli che lavorano. L’ostilità nasce verso quelli che rubano, rapinano, spacciano droga. Ma, fra questi, tantissimi non sono arrivati con i barconi. Ci sono anche i delinquenti che arrivano dall’est ben presenti nelle cronache sulle rapine più violente a negozi, banche, ville. E ci sono i delinquenti nostrani, i più pericolosi perché spesso sono inseriti in organizzazioni mafiose che controllano il territorio e dispongono di enormi capitali.

Altra ostilità per quelli che vivono e lavorano regolarmente, ma che concorrono con gli italiani per l’assegnazione delle case popolari o di posti negli asili nido o stanno nelle liste di attesa per esami diagnostici o visite specialistiche nella sanità pubblica. Sembra che ci tolgano qualcosa, ma la verità è che il totale dei residenti (italiani e stranieri) cala anno dopo anno. La decrescita demografica è una realtà. E allora il vero problema è che quei servizi già prima erano insufficienti e anche malgestiti (vedi gli alloggi pubblici occupati o venduti grazie alla corruzione, entrambi fenomeni accettati senza molte proteste dall’opinione pubblica) e oggi è bastata l’aggiunta di altri utenti per far saltare equilibri troppo fragili.

Sarebbe molto meglio in definitiva se sull’immigrazione ci fosse una strategia del governo con al centro la costruzione di una politica europea per i migranti. Altra via non c’è. E’ questa la strada che sta seguendo il governo Lega – M5s? Assolutamente no. Cosa rimane dunque? Non soluzioni reali, ma un talk show televisivo continuo che serve per sfogare malumori, ma più di questo non può fare.

E allora rassegniamoci: lo spettacolo dell’invasione continuerà. Ma sarà solo uno spettacolo, brutto, sporco e cattivo. Al servizio della campagna elettorale di politici cinici e incapaci come Salvini

Claudio Lombardi

Un governo tremendo, ma destinato a resistere

Il governo gialloverde, il peggior governo della storia italiana, rischia di sfangarsela, cioè di cavarsela. Probabilmente la procedura di infrazione non scatterà e la compagine ministeriale, arrancando e sbuffando, andrà avanti. Fra tagli e ritagli metteranno insieme un pacchetto di 7-9 miliardi extra, e questo consentirà di dire che i conti sono in ordine.

Persino il presidente Mattarella è venuto in soccorso di questi sciagurati. Preoccupato, evidentemente, che una condanna secca dell’Italia possa far crescere i sentimenti antieuropei che già circolano in abbondanza.

Gli esperti di politica consigliano, a questo punto, di studiare bene le vicende dell’America Latina, visto che quello è il modello verso il quale stiamo andando. E la lezione che si impara quasi subito non è confortante: questi governacci possono andare avanti anche anni. Tagliano un po’ di welfare, manipolano un po’ i conti, fanno qualche operazione al limite del consentito (mini-bot, ad esempio) e tirano avanti. Prima o poi esplode tutto comunque. Ma non subito.

E infatti chi si aspettava il crollo dei gialloverdi entro Natale rimarrà deluso. L’intera baracca potrebbe esplodere, forse, perché la Lega non riesce a sopportare i 5 cosi. Ma non per via dei conti.

Ma c’è un problema più grave. Salvini continua a dire cose senza senso alcuno. Parla dell’impresa di Carola a Lampedusa come di un atto di guerra, quando non si è vista nemmeno una pistola o uno scacciacani. Dice follie. Ma aumenta i consensi.

Forza Italia gli regge la coda e il Pd va in giro per i campi a parlare di rilancio dell’Italia (tema sempre buono).

In realtà, si sta scoprendo che l’ipotesi liberal-democratica, sconfitta nella politica (vedi fine di Renzi), probabilmente è stata sconfitta (o non è mai esistita) anche nel paese.

Nel senso che in Italia non c’è, nella società reale, una componente liberal-democratica, un insieme di forze cioè che punti a una società più moderna, in crescita, più competitiva. In un rispetto rigoroso della Costituzione.

Forse quasi a tutti va bene questo paese arrangiato, dove con una buona mazzetta si sistema tutto. Dove è riuscita a diventare la prima forza politica una formazione (i 5 cosi), chiaramente antindustriale e antiborghese. E per la quale qualunque cosa più grande di una pizzeria deve essere il frutto di furti e manipolazioni. E quindi meritevole di abbattimento immediato.

Questa forza attualmente è stata sostituita da un’altra (la Lega) che non è molto meglio: non si riesce a capire quale paese abbia in testa. Si sa solo che guarda alla Russia come a una Mecca e che per il resto tira a andare avanti giorno per giorno.

In giro, di liberal-democratico si vede poco, forse niente. E questo spiega quasi tutto: il no al referendum e la fine politica di Renzi.

Siamo un paese ex-borbonico, vince chi urla di più e chi promette cose impossibili.

La traversata del deserto sarà lunga.

Giuseppe Turani tratto da https://www.uominiebusiness.it

La strategia di Salvini e Di Maio: un’ Italia a marcia indietro

Nel teatrino quotidiano della politica italiana siamo sommersi da pettegolezzi, chiacchiere e propaganda. Ben poco si parla della sostanza dei nostri interessi nazionali, del nostro futuro e del contesto mondiale che ci circonda. Battute, esibizionismi, smargiassate quante ne vogliamo. Ragionamenti seri e razionali no. Proviamo a farlo da soli partendo da una notizia.

In Africa è nata l’area di libera circolazione di merci e persone maggiore al mondo. Riguarderà 1,2 miliardi di persone e un Pil di oltre 2 mila miliardi di dollari. Si chiama AfCFTA (African Continental Free Trade Area) l’accordo commerciale firmato da quasi tutti gli stati africani. Con questo accordo si arriverà ad eliminare i dazi sul 90% delle merci scambiate fra gli stati contraenti. Si tratta di una rivoluzione che avrà ripercussioni sul commercio globale e, in particolare, su Europa e Cina. È legittimo pensare che, nel lungo periodo, avrà anche effetti benefici sullo sviluppo degli stati africani e, quindi, indirettamente sui flussi migratori.

Dal punto di vista dei paesi africani l’accordo mira a unificare un mercato interno che è tuttora molto frazionato e gravato da una fiscalità troppo elevata, mancanza di infrastrutture, burocrazia. L’impianto del commercio intrafricano, inoltre, è ancora quello di derivazione coloniale che prevedeva uno scambio obbligatorio o preferenziale verso i paesi europei. Per molto tempo le merci prodotte in Africa prendevano la via dell’Europa e da lì, in alcuni casi, venivano riportate sui mercati africani.

Nel mondo non c’è dunque solo Trump che vuole far valere i diritti del più forte (peraltro puntando ad un comprensibile riequilibrio degli scambi che, per anni, ha visto un bilancio fortemente negativo per gli Usa). E non ci sono solo Salvini e gli altri sovranisti d’Europa che tornerebbero volentieri alla situazione antecedente alla creazione dell’Unione europea facendo saltare l’euro. In Africa, con tutti i suoi guai e le sue arretratezze hanno capito che unirsi è meglio che stare divisi e, in Italia, una campagna rabbiosa vuole spingerci in direzione contraria.

Qualunque persona ragionevole può capire che sono due strade ben diverse quelle che si presentano davanti al governo italiano. Una porta ad impegnarsi per modificare ciò che non va nell’assetto dell’Unione europea e dell’Eurozona. Dalle istituzioni, alle regole, alle politiche i possibili cambiamenti sono molti e tutti possono portare benefici ad un Paese come l’Italia, poco dotato di materie prime, ma naturalmente votato ai commerci. Le soluzioni ai problemi dell’Europa e della moneta comune esistono e si basano tutte sul superamento degli egoismi nazionali in nome di una maggiore convenienza ad unirsi. Troppe volte ci si è riferiti all’Europa come se fosse una creatura dei “burocrati di Bruxelles” dimenticando che nella UE esiste una sola istituzione che rappresenta i cittadini europei ed è il Parlamento europeo. Ed esiste un solo organismo che non risponde alle decisioni governative: la BCE. Tutto il resto ricade sotto gli equilibri dettati dai rapporti intergovernativi. Dire “prima gli italiani” dunque non ha alcun senso se si appartiene ad una unione che è composta da molti stati ognuno dei quali può dire “prima io”. In questo modo non si conclude nulla. Invece, facendo politica verso gli altri stati e privilegiando la dimensione comunitaria si possono ottenere risultati importanti. La propaganda dello scontento è riuscita ad oscurare quasi completamente i vantaggi che l’adesione all’Unione europea e all’euro ha portato all’Italia (e a molti altri stati). Togliere la protezione dell’Europa consegnerebbe ogni paese ad una competizione internazionale che si è fatta molto più insidiosa e pericolosa del passato.

L’altra strada è quella che sembra aver imboccato il governo e che porta allo scontro con la Commissione europea e, dunque, con gli altri stati europei. Sia quelli che condividono l’euro, sia quelli che non l’hanno adottato. In nome di cosa? Salvini e i NO EURO leghisti (innanzitutto Borghi e Bagnai gli economisti di riferimento della Lega) dicono che l’Italia è stata mortificata per anni dai limiti imposti alla sua economia per rispettare parametri di finanza pubblica privi di senso. Detto in poche parole i problemi dell’Italia sarebbero solo una questione di soldi o, meglio, di debito. Per Salvini e Di Maio i soldi risolvono tutto. Senza aggredire i nodi strutturali italiani dell’evasione fiscale (anzi, premiandola con i condoni), della farraginosità del sistema giudiziario, della burocrazia, degli sprechi, delle infrastrutture carenti, dell’estrema frammentazione della struttura produttiva, della scarsa ricerca tecnologica, di una frattura tra nord e sud, della strapotenza della criminalità di tipo mafioso, dell’inefficienza degli apparati pubblici, della distorsione nella spesa pubblica orientata a distribuire mance e sussidi. Per avere più soldi bisogna fare più debito oppure stampare più moneta. Quest’ultima possibilità è preclusa dall’euro e più debito significa pagare più interessi e violare le regole comuni.

Questa è la sostanza e, per questo, Salvini e Di Maio stanno andando allo scontro con l’Europa mettendo in conto anche di provocare l’estromissione dell’Italia dalla zona euro. Dicono che non è vero? Pura finzione. Atti, parole, comportamenti vanno in questa direzione e sono inequivocabili. Si fermerebbero soltanto se gli altri paesi europei acconsentissero a finanziare l’Italia facendosi carico di una parte dell’aumento del debito. In pratica se la BCE (come richiesto nell’unico documento strategico del governo elaborato dal prof Savona pochi mesi fa) diventasse il prestatore di ultima istanza dello stato italiano. Per farci cosa? Per tornare alla finanza allegra degli anni ’70-’80 quando ogni desiderio poteva diventare realtà sfondando i bilanci pubblici. Mettono sotto ricatto l’Unione europea minacciando l’uscita dell’Italia che provocherebbe uno sconquasso generale. Questo è il disegno e, intanto lanciano provocazioni e segnali sia verso l’interno che verso l’esterno.

I minibot sono una provocazione e una truffa. I continui riferimenti alla ricchezza patrimoniale degli italiani sono un segnale chiaro di cosa succederà se si andrà verso la resa dei conti. Che è molto vicina. Gli italiani sembrano non capire che stavolta la possibilità di un disastro è reale. Avremo luglio e agosto da passare inseguendo le chiacchiere e le sbruffonate di Salvini e Di Maio poi a settembre si dovrà per forza fare sul serio

Claudio Lombardi

Se la spesa pubblica è intoccabile

All’indomani delle elezioni europee, Matteo Salvini ha dichiarato che in Italia la ricchezza c’è, ma «ferma nei conti correnti e nel risparmio privato», anticipando di volerla usare in maniera diversa rispetto a quanto fatto finora.

Che il programma di questo governo o anche solo quello della Lega costi molto è noto. La sola riforma fiscale come concepita dalla Lega non ha coperture certe provenienti da un risparmio di spesa. Se la spesa pubblica è una variabile indipendente, le uniche due variabili dipendenti diventano il deficit o la pressione fiscale.

Non a caso, il politico uscito vincitore dalle elezioni europee di domenica le ha subito evocate entrambe. Prima, quando ha rilanciato le sue politiche contro le regole fiscali dell’Unione, minacciando di infrangere i vincoli al deficit e, dunque, al debito pubblico. Purtroppo, questa strategia può forse andare bene in campagna elettorale, ma è assai più complicata da mettere in pratica. In questa prospettiva, Salvini incontrerà sulla sua strada tre ostacoli, tutti molto meno malleabili della Commissione europea.

Il primo ostacolo sono i mercati: per raccogliere le risorse necessarie a colmare la differenza tra il gettito delle tasse e il totale delle spese, il Governo dovrà chiedere dei capitali in prestito. La storia dello spread degli ultimi mesi, e financo degli ultimi giorni, ci dice quanto poco i risparmiatori si fidino delle promesse italiane. Dunque, per acquistare titoli del nostro debito pubblico chiedono tassi di interesse crescenti, che potrebbero superare i livelli di guardia qualora diventasse esplicita la decisione di ignorare gli impegni presi. È appena il caso di ricordare che una tale politica dissennata, anche ammesso che sia sostenibile, ha una vittima chiara: i contribuenti di domani.

Il secondo ostacolo è l’euro. Sia la Lega, sia il Movimento 5 stelle, sia i più autorevoli rappresentanti del Governo hanno sempre negato di puntare all’Ital-exit. Eppure, sia l’indisponibilità a tagliare la spesa, sia la continua riproposizione di strumenti quali i minibot, sono chiaramente incompatibili con la permanenza nell’euro. L’abbandono della moneta unica sarebbe una catastrofe economica senza precedenti per il nostro paese, ed è davvero incredibile che essa possa essere anche solo ipotizzata quale un costo accettabile pur di non sfiorare neppure uno dei circa 870 miliardi di euro che le amministrazioni pubbliche spenderanno nel 2019 (895 nel 2020, secondo le previsioni).

Il terzo ostacolo sono i contribuenti di oggi, nella loro duplice veste di cittadini e di pagatori di tasse. Un elevato costo del debito pubblico si traduce abbastanza rapidamente in un maggior costo del credito. E a questo punto Salvini ha evocato la seconda variabile: ben presto sarà chiaro, ancor più di quanto già non lo sia, che i propositi bellicosi dell’esecutivo hanno un prezzo in termini di tassi di interessi sui nuovi mutui di famiglie e imprese. Le quali potrebbero essere chiamate precipitosamente a mettere mano ai loro risparmi, persino nei conti correnti, per risanare le finanze pubbliche. Quando Salvini dice che bisogna mobilitare il risparmio privato degli italiani, sta utilizzando la locuzione del politichese per esprimere il concetto di imposta patrimoniale.

Una strategia di ‘austerity’, direbbe Salvini se a proporla non fosse stato proprio lui, quell’austerity’ additata proprio dalla Lega, insieme all’alleato pentastellato, come la concausa dei mali italiani, insieme alla ‘burocrazia europea’.

Gli italiani si lamentano giustamente dell’eccessiva pressione fiscale. Bisognerebbe quindi iniziare a capire per quale ragione chi governa deve continuamente metterli tra l’incudine del maggior deficit e il martello della maggior pressione fiscale, senza che sia mai considerata, nemmeno per sbaglio, la possibilità di diminuire la spesa.

Tratto da http://www.brunoleoni.it/

Perché bisogna votare alle elezioni europee

Gli ultimi due articoli di Claudio Lombardi ci dicono che cos’è il Parlamento Europeo che tra qualche giorno andremo a rieleggere e quali vantaggi ricaviamo noi tutti dall’essere dentro l’Europa. Ci parlano anche dei limiti attuali dell’Europa: il Parlamento è molto debole rispetto al Consiglio. E la Commissione Europea, che riceve insulti ogni giorno da parte dei componenti del nostro governo attuale, come se fosse un’accolita di burocrati sganciata dai singoli Stati, è composta invece da membri indicati dai governi nazionali, ed ha prevalentemente il compito di vigilare sulle decisioni dei singoli Stati e del Parlamento UE.

Bisogna aggiungere che la Banca Centrale Europea non ha l’autonomia ed i poteri che negli Stati Uniti ha la Federal Reserve: la BCE è il perno del sistema delle banche centrali degli stati europei. Il suo compito principale è quello di mantenere la stabilità dei prezzi e regolare il tasso d’inflazione, mentre la Federal Reserve americana, organo di uno Stato Federale come gli USA, dove sulla scelta Federazione/Confederazione si è consumata una guerra civile verso la metà dell’ottocento, ha il compito di promuovere la stabilità dei prezzi, di regolare l’inflazione, ma anche garantire la piena occupazione.

Tutta questa costruzione sembra essere ancora troppo squilibrata, come ogni costruzione in corso d’opera. Non è del tutto Confederazione perchè c’è già un Parlamento eletto direttamente dai cittadini, non è ancora Federazione perchè gli Stati nazionali hanno un peso preponderante rispetto a quello del Parlamento, e sulle materie fondamentali possono persino esercitare il potere di veto. E la Commissione non è un Governo, ma un organo di verifica e controllo con soli poteri sanzionatori.

Così non può durare perchè intanto il mondo continua a cambiare rapidamente. Non ha una politica estera e della difesa comuni, politiche ambientali, fiscali, di welfare e sull’immigrazione comuni. E’ quindi un nano politico dentro i processi di globalizzazione, a confronto con i giganti rappresentati, per fare solo qualche esempio, dagli USA, dalla Russia, dalla Cina, dai quali rischia ogni giorno di essere stritolata e sbriciolata nei molti Stati che la compongono. E’ ricchissima sul piano economico, commerciale e culturale, ma politicamente debole. E fa gola ai lupi del mondo, che non hanno bisogno di nuove guerre per ridurci in macerie non solo metaforiche.

E’ su questo che si vota nelle prossime elezioni.

Ci sono i partiti europeisti, che appartengono alle tradizionali famiglie politiche che, sia pure in maniera diversa, vogliono un rafforzamento dell’Unione sviluppandone rapidamente le caratteristiche Federali (Popolari, Socialdemocratici, Liberali, Verdi) per rendere l’Europa un sicuro e solido protagonista a livello mondiale.

E ci sono i cosiddetti sovranisti, i nazionalisti, le destre estreme, che vogliono riportare indietro l’orologio della Storia, ritornando ai tempi in cui l’Europa era solo un’espressione geografica, o al massimo un’area di libero scambio. Imboccando questa strada, quella del gambero, i Paesi Europei nel loro insieme diventerebbero in poco tempo, come ho già detto, delle colonie delle grandi potenze.

Dice bene Lombardi quindi quando scrive dei vantaggi dello stare dentro l’Europa e dentro l’Euro e di quali sarebbero gli svantaggi ad abbandonarli, che di solito i sovranisti, espertissimi  in fake news, tacciono confidando nella buona fede della gente, non so se per furbizia o per ignoranza. Ma l’Europa che abbiamo non basta: bisogna aumentare i processi di coesione e di integrazione. Soprattutto bisogna rafforzare le funzioni del Parlamento e trasformare la Commissione in un organo di Governo.

Per questo guardo con interesse alla proposta di Carlo Calenda, capolista PD nel Nord Est, di lavorare alla costituzione, subito dopo le elezioni, di un gruppo di lavoro composto dai rappresentanti autorevoli dei Paesi fondatori dell’Europa, per aprire una nuova fase costituente. Potrebbe riunirsi a Roma, dove vennero firmati i famosi Trattati del lontano 1957 per la Costituzione della Comunità Economica Europea.

Accennando alle forze che compongono oggi il nostro Governo, che litigano disordinatamente ogni giorno su tutto frenando l’economia, e intossicano la vita sociale aumentandone il rancore, l’odio, l’invidia e lo spirito di rivalsa, in più facendo perdere credibilità internazionale al Paese intero, Lombardi scrive di una loro intenzione più volte sbandierata di ridimensionare l’Europa, o addirittura di uscirne. Voglio ricordare a tutti gli esiti caotici della Brexit, che gli inglesi stanno pagando a caro prezzo senza ancora sapere quale sarà il loro futuro. Ma voglio anche sottolineare che le nostre forze di governo avevano un piano B, più volte finito sui giornali: non uscire spontaneamente dall’Europa, ma farsi cacciar fuori per l’ostinazione di non rispettarne le regole decise insieme. Non so se siamo già al piano B, ma quello che accade mi induce a pensare che è in quella direzione che stiamo andando.

Ecco perchè voglio dire con forza che bisogna andare tutti a votare domenica prossima. Se votiamo per rafforzare l’Europa rafforziamo anche l’Italia. Viceversa il nostro destino sarà quello di lustrare le scarpe ai potenti del mondo.

Lanfranco Scalvenzi

Il Parlamento europeo, le elezioni e l’Europa

Sembra strano, visto che l’attenzione è concentrata su tutt’altro, ma tra una settimana i cittadini europei eleggeranno il Parlamento che li rappresenterà per i prossimi cinque anni. Dunque un parlamento eletto a suffragio universale da tutti quelli che possono essere definiti cittadini. Cittadini di cosa? Di uno stato che aderisce all’Unione europea. Cittadini europei, appunto. Il 26 maggio si voterà su questo. Per anni gli euroscettici ci hanno abituati a considerare l’Europa come il regno dei burocrati e, invece, andremo a votare per eleggere direttamente una delle massime istituzioni europee. Strano, no? Un piccolo dubbio dovrebbe venirci nei confronti della buona fede di chi ci racconta frottole per attizzare l’ostilità. Questi stessi, infatti, saranno in prima fila a chiedere i voti per le loro liste. Perché li chiedono se il Parlamento non conta e comandano solo i burocrati messi lì non si sa da chi? E perché ci tengono tanto al Parlamento europeo che è l’unico nucleo di federalismo in un’Europa dominata dalle decisioni intergovernative?

C’è da dubitare che tutti gli italiani sappiano per cosa andranno a votare domenica 26 maggio e, ancor meno, come è governata l’Europa. Di sicuro per molti si tratta solo di un’entità esterna che ci impedisce di fare quello che vogliamo. Il che equivale a dire che da soli staremmo meglio. Tanti anni di storia e le guerre devastanti che ci sono state non hanno insegnato nulla. La visione politica di tanti spesso non riesce a vedere oltre la porta della propria casa. Nulla di strano, in Italia è un atteggiamento abbastanza diffuso. L’ignoranza e la chiusura però non portano nulla di buono perché non capiscono la realtà e la trasformano in una rappresentazione falsata e deforme.

Proviamo dunque a fare chiarezza.

Il Parlamento europeo è una delle istituzioni che governano l’Unione europea ed è l’unica eletta direttamente dai cittadini. Le altre – Commissione, Consiglio dell’Unione e Consiglio europeo – derivano la loro legittimazione dai governi dei singoli stati. Legittimazione sempre democratica, ma di secondo grado.

I commissari europei (quelli additati come “euroburocrati”) sono i componenti della Commissione che è l’organo esecutivo dell’Unione. Sono nominati dai governi (ognuno ne nomina uno) e devono attuare e far rispettare gli atti normativi approvati dal Parlamento e dal Consiglio Ue.

Il Consiglio europeo composto dai capi di stato o di governo degli stati membri è l’organo che fissa l’indirizzo politico dell’Unione.

Il Consiglio della Ue è la sede nella quale si incontrano i ministri competenti in relazione alle materie trattate. Ha potere decisionale sugli atti normativi europei e lo condivide con il Parlamento.

Ma cosa fa esattamente il Parlamento europeo? Come già detto condivide il potere legislativo con il Consiglio della Ue (ma non l’iniziativa legislativa che spetta alla Commissione in quanto principale destinataria degli indirizzi decisi dal Consiglio europeo), partecipa all’approvazione del bilancio dell’Unione, elegge il Presidente della Commissione europea e vota sull’approvazione dei commissari indicati dai governi. Può censurare l’operato della Commissione obbligandola a dimettersi. Altre funzioni sono quelle consultive per le nomine nella Corte di giustizia, nella Corte dei conti e nel Direttorio della Banca centrale europea.

In generale in quanto rappresentante diretto dei cittadini esercita i poteri di controllo politico sull’operato della Commissione e costituisce il punto di riferimento per monitorare le istanze che provengono dalle società e dalle economie degli stati europei. Ma lo fa da un punto di vista che collega ciò che accade in 27 realtà diverse. Un ruolo prezioso sia per superare i limiti della trattativa intergovernativa che per conoscere i problemi comuni dei cittadini europei.

Il problema e il limite dell’attuale assetto europeo è che la dimensione intergovernativa prevale cioè l’Europa non è un’entità politica unica, ma le politiche europee sono il prodotto del bilanciamento e della mediazione tra i diversi governi che la compongono.

In poche parole in Europa comandano gli interessi nazionali e lo spazio per una dimensione europea autonoma è molto ridotto. Le regole comuni sono tutte frutto delle decisioni dei governi. Ma non è proprio ciò che rivendicano i cosiddetti sovranisti? Non esattamente, perché questi vorrebbero che l’Europa fosse solo un’area di libero commercio nella quale ogni stato possiede la sua moneta e pratica la sua politica economica e di bilancio.

Bella idea, vero? Peccato che sia la situazione che abbiamo già avuto dalla formazione del primo nucleo del mercato comune fino all’istituzione dell’Unione europea nel 2002. E non sembra che le cose ci siano andate così bene come Italia da desiderare di ritornarci. Non avere memoria è molto pericoloso

Claudio Lombardi

Verso il BIG BANG dei conti pubblici

Tanta aria fritta occupa il dibattito politico e i due soci di maggioranza, Lega e M5s, sono bravissimi a creare diversivi che distraggano l’opinione pubblica dai problemi veri nei quali stiamo immersi. Di conti dello Stato si parla solo per accapigliarsi sulle spese da fare. C’è una gara a chi promette di spendere di più e si trasmette agli italiani il messaggio che è arrivato un carico pieno di regali e che bisogna solo distribuirli. Ah, se non ci fossero quegli ottusi burocrati europei che ci sorvegliano! La spesa pubblica è un fiume che raggiunge quasi la metà del Pil. Dentro ci sta di tutto e sembra alimentarsi da una fonte inesauribile. Nessuno immagina che possa arrivare il BIG BANG dei conti ovvero l’esplosione di un deficit incontrollabile che può far saltare ogni compatibilità. Con chi? Con la ragione e con i limiti oggettivi che non possiamo ignorare.

Con quali soldi pensiamo di far fronte alle spese già decise e a quelle che derivano dalla promesse che giorno dopo giorno i due soci del governo aggiungono a quelle iniziali? Come sappiamo fin troppo bene le entrate non bastano mai e senza i prestiti che vanno ad aumentare il debito pubblico lo Stato non avrebbe letteralmente soldi in cassa. Il nostro debito è molto elevato, il più elevato in Europa dopo la Grecia in rapporto al Pil e ogni anno deve essere parzialmente rinnovato con nuovi prestiti. Che costano perché gli interessi, pur enormemente calati dai tempi della lira, sono pur sempre ai livelli più alti rispetto a quelli pagati dagli altri paesi europei. Perché? Per il semplice motivo che i prestatori non si fidano dell’Italia e chiedono interessi più elevati di quelli di Germania, Francia, Spagna, Portogallo. Ormai lo spread è con loro e non più soltanto con la Germania. È probabile che gli italiani non l’abbiano ancora capito, ma la fiducia un governo la conquista con le parole e con le azioni. Non a caso, su entrambi i fronti, i soci che formano il governo con il loro contrattino che sembra un compromesso di vendita immobiliare, non ne hanno azzeccata una da un anno a questa parte. E sono punti in più di interessi che scattano.

I cosiddetti sovranisti di casa nostra (sia Lega che M5s fino alle elezioni erano schierati chiaramente per l’uscita dall’euro), una soluzione al problema ce l’hanno. O, meglio, ce l’avevano, perché oggi sono molto più cauti nel parlare col linguaggio di prima. E quale sarebbe? Ma ovviamente il ritorno ad una moneta nazionale stampata su ordine del governo. Basta con i parametri da rispettare, basta con la Commissione europea che sorveglia i nostri bilanci e basta anche con i tassi di interesse decisi dai mercati finanziari. È lo Stato che mette in circolazione la moneta che gli serve e, se proprio deve vendere titoli di debito, lo fa con gli italiani sui quali esercita la piena sovranità (cioè: ti rimborso quando e se voglio).

È una favoletta da piazzisti di provincia che pensano di parlare a persone ignoranti delle regole che governano il mondo. Molti italiani si erano infervorati quando i nostri sovranisti esibivano con baldanza e con orgoglio l’intenzione fermissima di rompere con l’Europa. Ora quei molti forse si sono messi paura. A volte anche la massa sa intuire la fregatura. Ed è forse per questo motivo che Lega e M5s hanno smesso di agitare l’uscita dall’euro come una possibilità reale. Sanno che la gente teme che accada veramente e così si mostrano europeisti. Ma è un’apparenza. Nei fatti stanno spingendo l’Italia su un piano inclinato verso il BIG BANG dei conti e lo scontro con le regole europee facendo finta di niente e spergiurando sulla loro intenzione di non uscire dall’euro. Mentre dispensano assicurazioni di buona volontà spingono verso il basso il carro Italia che sta prendendo velocità. Con il Pil quasi a zero hanno aumentato il deficit e il debito per mettere in atto le loro promesse elettorali che non portano alcun beneficio alla competitività dell’Italia né sono in grado di spingere l’economia.

Quando a ottobre arriverà la resa dei conti non ci saranno più scappatoie: o si troveranno i soldi per coprire le spese o si sforeranno tutti i parametri di bilancio dell’euro. Salvini e Di Maio continuano a dire no all’aumento dell’IVA (che è già legge e scatterà in automatico l’anno prossimo). Tria ministro dell’economia e delle finanze dice che l’aumento sarà inevitabile. A legislazione vigente cioè per le sole spese introdotte con la legge di bilancio 2019. E come si farà se Salvini rilancia e pretende la flat tax? Inoltre nulla si sa della richiesta di autonomia delle regioni del nord dietro la quale c’è la chiara intenzione di tenersi una quota maggiore delle entrate fiscali. È molto probabile che l’autonomia non sarà a costo zero per il bilancio dello Stato.

A ottobre quindi il bilancio 2020 partirà con un buco di oltre 30 miliardi da coprire, più la flat tax, più l’autonomia regionale per non parlare degli investimenti. Insomma lo spettro di un BIG BANG dei conti è piuttosto reale. A quel punto le possibili vie d’uscita saranno tre: 1. Chiedere il sostegno dell’Europa (lo hanno fatto sia Spagna che Portogallo negli anni passati) sottoscrivendo un piano di rientro; 2. Sforare i parametri di deficit e debito (come fecero Germania e Francia nel passato) confidando nella lunga durata della procedura di infrazione prima di arrivare alle sanzioni; in pratica 2-3 anni di deficit libero e un rientro in extremis a prezzo di duri sacrifici; 3. Uscire dall’euro invocando l’impossibilità di rimanerci cioè attuando il famoso “piano B” che proprio questa eventualità prevedeva.

Salvini ripete che dopo il 26 maggio cambierà tutto in Europa. Infatti i sovranisti amici suoi sono i più acerrimi nemici di ogni aiuto a chi non tiene i conti in ordine. Salvini e Di Maio stanno giocando una partita nella quale l’unica carta che sta rimanendo loro in mano è la minaccia del fallimento di un Paese con un gigantesco debito pubblico. L’Italia però è troppo grande per fallire, ma anche troppo pesante per essere salvata. E non si vede poi da chi dovrebbe esserlo. Forse da Putin amico di Salvini? Chissà cosa sperano di fare. L’impressione è che non lo sappiano nemmeno loro. Vanno avanti alla giornata con arroganza e sicumera, ma, in realtà, stanno in alto mare e non possono far altro che agitarsi ed esibirsi nei loro spettacolini per distrarci dal naufragio.

La cortina fumogena delle polemiche di queste settimane serve a distrarre gli italiani che non devono riflettere su questa realtà. Ciò che conta per Salvini e Di Maio è che loro possano dare la colpa a qualcun altro di ciò che accadrà spacciandosi come intrepidi condottieri che hanno combattuto per il bene di tutti. Prima gli italiani dice sempre Salvini. Infatti: gli italiani pagheranno la demagogia e l’irresponsabilità. Primi e unici. Questo è certo

Claudio Lombardi

Perché festeggiamo il 25 aprile

Perché una data entra nella storia di un Paese? Il 25 aprile del 1945 è l’atto finale della guerra sul suolo italiano e segna una svolta decisiva per conquistare la libertà schiacciata dal ventennio fascista. Il 25 aprile 1945 il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (CLNAI), che coordinava i diversi gruppi della Resistenza nel Nord, emise un ordine di insurrezione generale nei territori ancora sottoposti all’occupazione dei nazisti. L’ordine trasmesso a tutte le formazioni partigiane fu quello di attaccare fascisti e tedeschi con l’unica scelta a loro lasciata di arrendersi o perire. Fu il culmine di una rivolta armata, durata meno di due anni, che coinvolse una minoranza di italiani, ma portò alla liberazione delle principali città del Nord – Torino, Milano, Genova – prima dell’arrivo delle truppe alleate.

Il CLNAI assunse i poteri di governo condannando a morte tutti i gerarchi fascisti. In esecuzione di questa condanna Mussolini fu fucilato il 28 aprile.

Con i tedeschi in fuga e i fascisti sconfitti cessava il regime che aveva dominato l’Italia per un ventennio e che era il principale responsabile della distruzione del Paese nella guerra mondiale scatenata dal nazismo.

È la Liberazione dal nazifascismo che l’Italia festeggia il 25 aprile ed è un evento fondante della Repubblica democratica che nascerà da quegli avvenimenti. I gruppi politici che componevano il Comitato di Liberazione Nazionale saranno quelli che nel giro di pochi anni fondarono il nuovo Stato e scrissero la Costituzione che ne fu posta a fondamento.

La Resistenza non fu un evento di festa, ma una guerra tra italiani e contro una potenza occupante. Fu un momento della seconda guerra mondiale, la più devastante che l’umanità abbia mai conosciuto. Una guerra voluta dal nazismo al quale il regime fascista era strettamente collegato. Ci furono decine di milioni di morti e distruzioni immense. Ci furono dei vincitori e degli sconfitti.

È soltanto grazie a chi sconfisse il nazifascismo se gli italiani sono liberi e hanno potuto costruire la loro democrazia. Per quanto grandi siano i limiti di ciò che è stato realizzato in oltre 74 anni, tutti hanno avuto la pace, la libertà e la democrazia e con esse il diritto e la possibilità di decidere come e da chi essere governati. Tutti.

La divisione di allora e ancora attuale tra nazifascisti e loro oppositori sta tutta qui: la libertà di decidere e di scegliere. Se non si capisce e non si accetta questa discriminante e si vaneggia di impossibili equivalenze tra combattenti di opposte fazioni si compie un falso storico e si mette sullo stesso piano la libertà e la sua negazione. Oggi come allora chi inneggia ad ideologie di negazione della libertà e dell’uguaglianza degli esseri umani è un nemico e deve essere combattuto. Nemico dell’umanità non nemico di una parte politica.

Come ha ricordato di recente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella “la Liberazione è un punto di connessione della storia del nostro popolo” e “non c’è equivalenza possibile tra la parte che allora sosteneva gli occupanti nazisti e la parte invece che ha lottato per la pace, l’indipendenza e la libertà. […] Pietà per i morti, rispetto dovuto a quanti hanno combattuto in coerenza con i propri convincimenti: sono sentimenti che, proprio perché nobili, non devono portare a confondere le cause, né a cristallizzare le divisioni di allora tra gli italiani”

Per questo la festa della Liberazione è e continuerà ad essere la celebrazione dell’evento fondativo della nuova Italia uscita dalla guerra

Claudio Lombardi

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