La strategia di Salvini e Di Maio: un’ Italia a marcia indietro

Nel teatrino quotidiano della politica italiana siamo sommersi da pettegolezzi, chiacchiere e propaganda. Ben poco si parla della sostanza dei nostri interessi nazionali, del nostro futuro e del contesto mondiale che ci circonda. Battute, esibizionismi, smargiassate quante ne vogliamo. Ragionamenti seri e razionali no. Proviamo a farlo da soli partendo da una notizia.

In Africa è nata l’area di libera circolazione di merci e persone maggiore al mondo. Riguarderà 1,2 miliardi di persone e un Pil di oltre 2 mila miliardi di dollari. Si chiama AfCFTA (African Continental Free Trade Area) l’accordo commerciale firmato da quasi tutti gli stati africani. Con questo accordo si arriverà ad eliminare i dazi sul 90% delle merci scambiate fra gli stati contraenti. Si tratta di una rivoluzione che avrà ripercussioni sul commercio globale e, in particolare, su Europa e Cina. È legittimo pensare che, nel lungo periodo, avrà anche effetti benefici sullo sviluppo degli stati africani e, quindi, indirettamente sui flussi migratori.

Dal punto di vista dei paesi africani l’accordo mira a unificare un mercato interno che è tuttora molto frazionato e gravato da una fiscalità troppo elevata, mancanza di infrastrutture, burocrazia. L’impianto del commercio intrafricano, inoltre, è ancora quello di derivazione coloniale che prevedeva uno scambio obbligatorio o preferenziale verso i paesi europei. Per molto tempo le merci prodotte in Africa prendevano la via dell’Europa e da lì, in alcuni casi, venivano riportate sui mercati africani.

Nel mondo non c’è dunque solo Trump che vuole far valere i diritti del più forte (peraltro puntando ad un comprensibile riequilibrio degli scambi che, per anni, ha visto un bilancio fortemente negativo per gli Usa). E non ci sono solo Salvini e gli altri sovranisti d’Europa che tornerebbero volentieri alla situazione antecedente alla creazione dell’Unione europea facendo saltare l’euro. In Africa, con tutti i suoi guai e le sue arretratezze hanno capito che unirsi è meglio che stare divisi e, in Italia, una campagna rabbiosa vuole spingerci in direzione contraria.

Qualunque persona ragionevole può capire che sono due strade ben diverse quelle che si presentano davanti al governo italiano. Una porta ad impegnarsi per modificare ciò che non va nell’assetto dell’Unione europea e dell’Eurozona. Dalle istituzioni, alle regole, alle politiche i possibili cambiamenti sono molti e tutti possono portare benefici ad un Paese come l’Italia, poco dotato di materie prime, ma naturalmente votato ai commerci. Le soluzioni ai problemi dell’Europa e della moneta comune esistono e si basano tutte sul superamento degli egoismi nazionali in nome di una maggiore convenienza ad unirsi. Troppe volte ci si è riferiti all’Europa come se fosse una creatura dei “burocrati di Bruxelles” dimenticando che nella UE esiste una sola istituzione che rappresenta i cittadini europei ed è il Parlamento europeo. Ed esiste un solo organismo che non risponde alle decisioni governative: la BCE. Tutto il resto ricade sotto gli equilibri dettati dai rapporti intergovernativi. Dire “prima gli italiani” dunque non ha alcun senso se si appartiene ad una unione che è composta da molti stati ognuno dei quali può dire “prima io”. In questo modo non si conclude nulla. Invece, facendo politica verso gli altri stati e privilegiando la dimensione comunitaria si possono ottenere risultati importanti. La propaganda dello scontento è riuscita ad oscurare quasi completamente i vantaggi che l’adesione all’Unione europea e all’euro ha portato all’Italia (e a molti altri stati). Togliere la protezione dell’Europa consegnerebbe ogni paese ad una competizione internazionale che si è fatta molto più insidiosa e pericolosa del passato.

L’altra strada è quella che sembra aver imboccato il governo e che porta allo scontro con la Commissione europea e, dunque, con gli altri stati europei. Sia quelli che condividono l’euro, sia quelli che non l’hanno adottato. In nome di cosa? Salvini e i NO EURO leghisti (innanzitutto Borghi e Bagnai gli economisti di riferimento della Lega) dicono che l’Italia è stata mortificata per anni dai limiti imposti alla sua economia per rispettare parametri di finanza pubblica privi di senso. Detto in poche parole i problemi dell’Italia sarebbero solo una questione di soldi o, meglio, di debito. Per Salvini e Di Maio i soldi risolvono tutto. Senza aggredire i nodi strutturali italiani dell’evasione fiscale (anzi, premiandola con i condoni), della farraginosità del sistema giudiziario, della burocrazia, degli sprechi, delle infrastrutture carenti, dell’estrema frammentazione della struttura produttiva, della scarsa ricerca tecnologica, di una frattura tra nord e sud, della strapotenza della criminalità di tipo mafioso, dell’inefficienza degli apparati pubblici, della distorsione nella spesa pubblica orientata a distribuire mance e sussidi. Per avere più soldi bisogna fare più debito oppure stampare più moneta. Quest’ultima possibilità è preclusa dall’euro e più debito significa pagare più interessi e violare le regole comuni.

Questa è la sostanza e, per questo, Salvini e Di Maio stanno andando allo scontro con l’Europa mettendo in conto anche di provocare l’estromissione dell’Italia dalla zona euro. Dicono che non è vero? Pura finzione. Atti, parole, comportamenti vanno in questa direzione e sono inequivocabili. Si fermerebbero soltanto se gli altri paesi europei acconsentissero a finanziare l’Italia facendosi carico di una parte dell’aumento del debito. In pratica se la BCE (come richiesto nell’unico documento strategico del governo elaborato dal prof Savona pochi mesi fa) diventasse il prestatore di ultima istanza dello stato italiano. Per farci cosa? Per tornare alla finanza allegra degli anni ’70-’80 quando ogni desiderio poteva diventare realtà sfondando i bilanci pubblici. Mettono sotto ricatto l’Unione europea minacciando l’uscita dell’Italia che provocherebbe uno sconquasso generale. Questo è il disegno e, intanto lanciano provocazioni e segnali sia verso l’interno che verso l’esterno.

I minibot sono una provocazione e una truffa. I continui riferimenti alla ricchezza patrimoniale degli italiani sono un segnale chiaro di cosa succederà se si andrà verso la resa dei conti. Che è molto vicina. Gli italiani sembrano non capire che stavolta la possibilità di un disastro è reale. Avremo luglio e agosto da passare inseguendo le chiacchiere e le sbruffonate di Salvini e Di Maio poi a settembre si dovrà per forza fare sul serio

Claudio Lombardi

Se la spesa pubblica è intoccabile

All’indomani delle elezioni europee, Matteo Salvini ha dichiarato che in Italia la ricchezza c’è, ma «ferma nei conti correnti e nel risparmio privato», anticipando di volerla usare in maniera diversa rispetto a quanto fatto finora.

Che il programma di questo governo o anche solo quello della Lega costi molto è noto. La sola riforma fiscale come concepita dalla Lega non ha coperture certe provenienti da un risparmio di spesa. Se la spesa pubblica è una variabile indipendente, le uniche due variabili dipendenti diventano il deficit o la pressione fiscale.

Non a caso, il politico uscito vincitore dalle elezioni europee di domenica le ha subito evocate entrambe. Prima, quando ha rilanciato le sue politiche contro le regole fiscali dell’Unione, minacciando di infrangere i vincoli al deficit e, dunque, al debito pubblico. Purtroppo, questa strategia può forse andare bene in campagna elettorale, ma è assai più complicata da mettere in pratica. In questa prospettiva, Salvini incontrerà sulla sua strada tre ostacoli, tutti molto meno malleabili della Commissione europea.

Il primo ostacolo sono i mercati: per raccogliere le risorse necessarie a colmare la differenza tra il gettito delle tasse e il totale delle spese, il Governo dovrà chiedere dei capitali in prestito. La storia dello spread degli ultimi mesi, e financo degli ultimi giorni, ci dice quanto poco i risparmiatori si fidino delle promesse italiane. Dunque, per acquistare titoli del nostro debito pubblico chiedono tassi di interesse crescenti, che potrebbero superare i livelli di guardia qualora diventasse esplicita la decisione di ignorare gli impegni presi. È appena il caso di ricordare che una tale politica dissennata, anche ammesso che sia sostenibile, ha una vittima chiara: i contribuenti di domani.

Il secondo ostacolo è l’euro. Sia la Lega, sia il Movimento 5 stelle, sia i più autorevoli rappresentanti del Governo hanno sempre negato di puntare all’Ital-exit. Eppure, sia l’indisponibilità a tagliare la spesa, sia la continua riproposizione di strumenti quali i minibot, sono chiaramente incompatibili con la permanenza nell’euro. L’abbandono della moneta unica sarebbe una catastrofe economica senza precedenti per il nostro paese, ed è davvero incredibile che essa possa essere anche solo ipotizzata quale un costo accettabile pur di non sfiorare neppure uno dei circa 870 miliardi di euro che le amministrazioni pubbliche spenderanno nel 2019 (895 nel 2020, secondo le previsioni).

Il terzo ostacolo sono i contribuenti di oggi, nella loro duplice veste di cittadini e di pagatori di tasse. Un elevato costo del debito pubblico si traduce abbastanza rapidamente in un maggior costo del credito. E a questo punto Salvini ha evocato la seconda variabile: ben presto sarà chiaro, ancor più di quanto già non lo sia, che i propositi bellicosi dell’esecutivo hanno un prezzo in termini di tassi di interessi sui nuovi mutui di famiglie e imprese. Le quali potrebbero essere chiamate precipitosamente a mettere mano ai loro risparmi, persino nei conti correnti, per risanare le finanze pubbliche. Quando Salvini dice che bisogna mobilitare il risparmio privato degli italiani, sta utilizzando la locuzione del politichese per esprimere il concetto di imposta patrimoniale.

Una strategia di ‘austerity’, direbbe Salvini se a proporla non fosse stato proprio lui, quell’austerity’ additata proprio dalla Lega, insieme all’alleato pentastellato, come la concausa dei mali italiani, insieme alla ‘burocrazia europea’.

Gli italiani si lamentano giustamente dell’eccessiva pressione fiscale. Bisognerebbe quindi iniziare a capire per quale ragione chi governa deve continuamente metterli tra l’incudine del maggior deficit e il martello della maggior pressione fiscale, senza che sia mai considerata, nemmeno per sbaglio, la possibilità di diminuire la spesa.

Tratto da http://www.brunoleoni.it/

Perché bisogna votare alle elezioni europee

Gli ultimi due articoli di Claudio Lombardi ci dicono che cos’è il Parlamento Europeo che tra qualche giorno andremo a rieleggere e quali vantaggi ricaviamo noi tutti dall’essere dentro l’Europa. Ci parlano anche dei limiti attuali dell’Europa: il Parlamento è molto debole rispetto al Consiglio. E la Commissione Europea, che riceve insulti ogni giorno da parte dei componenti del nostro governo attuale, come se fosse un’accolita di burocrati sganciata dai singoli Stati, è composta invece da membri indicati dai governi nazionali, ed ha prevalentemente il compito di vigilare sulle decisioni dei singoli Stati e del Parlamento UE.

Bisogna aggiungere che la Banca Centrale Europea non ha l’autonomia ed i poteri che negli Stati Uniti ha la Federal Reserve: la BCE è il perno del sistema delle banche centrali degli stati europei. Il suo compito principale è quello di mantenere la stabilità dei prezzi e regolare il tasso d’inflazione, mentre la Federal Reserve americana, organo di uno Stato Federale come gli USA, dove sulla scelta Federazione/Confederazione si è consumata una guerra civile verso la metà dell’ottocento, ha il compito di promuovere la stabilità dei prezzi, di regolare l’inflazione, ma anche garantire la piena occupazione.

Tutta questa costruzione sembra essere ancora troppo squilibrata, come ogni costruzione in corso d’opera. Non è del tutto Confederazione perchè c’è già un Parlamento eletto direttamente dai cittadini, non è ancora Federazione perchè gli Stati nazionali hanno un peso preponderante rispetto a quello del Parlamento, e sulle materie fondamentali possono persino esercitare il potere di veto. E la Commissione non è un Governo, ma un organo di verifica e controllo con soli poteri sanzionatori.

Così non può durare perchè intanto il mondo continua a cambiare rapidamente. Non ha una politica estera e della difesa comuni, politiche ambientali, fiscali, di welfare e sull’immigrazione comuni. E’ quindi un nano politico dentro i processi di globalizzazione, a confronto con i giganti rappresentati, per fare solo qualche esempio, dagli USA, dalla Russia, dalla Cina, dai quali rischia ogni giorno di essere stritolata e sbriciolata nei molti Stati che la compongono. E’ ricchissima sul piano economico, commerciale e culturale, ma politicamente debole. E fa gola ai lupi del mondo, che non hanno bisogno di nuove guerre per ridurci in macerie non solo metaforiche.

E’ su questo che si vota nelle prossime elezioni.

Ci sono i partiti europeisti, che appartengono alle tradizionali famiglie politiche che, sia pure in maniera diversa, vogliono un rafforzamento dell’Unione sviluppandone rapidamente le caratteristiche Federali (Popolari, Socialdemocratici, Liberali, Verdi) per rendere l’Europa un sicuro e solido protagonista a livello mondiale.

E ci sono i cosiddetti sovranisti, i nazionalisti, le destre estreme, che vogliono riportare indietro l’orologio della Storia, ritornando ai tempi in cui l’Europa era solo un’espressione geografica, o al massimo un’area di libero scambio. Imboccando questa strada, quella del gambero, i Paesi Europei nel loro insieme diventerebbero in poco tempo, come ho già detto, delle colonie delle grandi potenze.

Dice bene Lombardi quindi quando scrive dei vantaggi dello stare dentro l’Europa e dentro l’Euro e di quali sarebbero gli svantaggi ad abbandonarli, che di solito i sovranisti, espertissimi  in fake news, tacciono confidando nella buona fede della gente, non so se per furbizia o per ignoranza. Ma l’Europa che abbiamo non basta: bisogna aumentare i processi di coesione e di integrazione. Soprattutto bisogna rafforzare le funzioni del Parlamento e trasformare la Commissione in un organo di Governo.

Per questo guardo con interesse alla proposta di Carlo Calenda, capolista PD nel Nord Est, di lavorare alla costituzione, subito dopo le elezioni, di un gruppo di lavoro composto dai rappresentanti autorevoli dei Paesi fondatori dell’Europa, per aprire una nuova fase costituente. Potrebbe riunirsi a Roma, dove vennero firmati i famosi Trattati del lontano 1957 per la Costituzione della Comunità Economica Europea.

Accennando alle forze che compongono oggi il nostro Governo, che litigano disordinatamente ogni giorno su tutto frenando l’economia, e intossicano la vita sociale aumentandone il rancore, l’odio, l’invidia e lo spirito di rivalsa, in più facendo perdere credibilità internazionale al Paese intero, Lombardi scrive di una loro intenzione più volte sbandierata di ridimensionare l’Europa, o addirittura di uscirne. Voglio ricordare a tutti gli esiti caotici della Brexit, che gli inglesi stanno pagando a caro prezzo senza ancora sapere quale sarà il loro futuro. Ma voglio anche sottolineare che le nostre forze di governo avevano un piano B, più volte finito sui giornali: non uscire spontaneamente dall’Europa, ma farsi cacciar fuori per l’ostinazione di non rispettarne le regole decise insieme. Non so se siamo già al piano B, ma quello che accade mi induce a pensare che è in quella direzione che stiamo andando.

Ecco perchè voglio dire con forza che bisogna andare tutti a votare domenica prossima. Se votiamo per rafforzare l’Europa rafforziamo anche l’Italia. Viceversa il nostro destino sarà quello di lustrare le scarpe ai potenti del mondo.

Lanfranco Scalvenzi

Il Parlamento europeo, le elezioni e l’Europa

Sembra strano, visto che l’attenzione è concentrata su tutt’altro, ma tra una settimana i cittadini europei eleggeranno il Parlamento che li rappresenterà per i prossimi cinque anni. Dunque un parlamento eletto a suffragio universale da tutti quelli che possono essere definiti cittadini. Cittadini di cosa? Di uno stato che aderisce all’Unione europea. Cittadini europei, appunto. Il 26 maggio si voterà su questo. Per anni gli euroscettici ci hanno abituati a considerare l’Europa come il regno dei burocrati e, invece, andremo a votare per eleggere direttamente una delle massime istituzioni europee. Strano, no? Un piccolo dubbio dovrebbe venirci nei confronti della buona fede di chi ci racconta frottole per attizzare l’ostilità. Questi stessi, infatti, saranno in prima fila a chiedere i voti per le loro liste. Perché li chiedono se il Parlamento non conta e comandano solo i burocrati messi lì non si sa da chi? E perché ci tengono tanto al Parlamento europeo che è l’unico nucleo di federalismo in un’Europa dominata dalle decisioni intergovernative?

C’è da dubitare che tutti gli italiani sappiano per cosa andranno a votare domenica 26 maggio e, ancor meno, come è governata l’Europa. Di sicuro per molti si tratta solo di un’entità esterna che ci impedisce di fare quello che vogliamo. Il che equivale a dire che da soli staremmo meglio. Tanti anni di storia e le guerre devastanti che ci sono state non hanno insegnato nulla. La visione politica di tanti spesso non riesce a vedere oltre la porta della propria casa. Nulla di strano, in Italia è un atteggiamento abbastanza diffuso. L’ignoranza e la chiusura però non portano nulla di buono perché non capiscono la realtà e la trasformano in una rappresentazione falsata e deforme.

Proviamo dunque a fare chiarezza.

Il Parlamento europeo è una delle istituzioni che governano l’Unione europea ed è l’unica eletta direttamente dai cittadini. Le altre – Commissione, Consiglio dell’Unione e Consiglio europeo – derivano la loro legittimazione dai governi dei singoli stati. Legittimazione sempre democratica, ma di secondo grado.

I commissari europei (quelli additati come “euroburocrati”) sono i componenti della Commissione che è l’organo esecutivo dell’Unione. Sono nominati dai governi (ognuno ne nomina uno) e devono attuare e far rispettare gli atti normativi approvati dal Parlamento e dal Consiglio Ue.

Il Consiglio europeo composto dai capi di stato o di governo degli stati membri è l’organo che fissa l’indirizzo politico dell’Unione.

Il Consiglio della Ue è la sede nella quale si incontrano i ministri competenti in relazione alle materie trattate. Ha potere decisionale sugli atti normativi europei e lo condivide con il Parlamento.

Ma cosa fa esattamente il Parlamento europeo? Come già detto condivide il potere legislativo con il Consiglio della Ue (ma non l’iniziativa legislativa che spetta alla Commissione in quanto principale destinataria degli indirizzi decisi dal Consiglio europeo), partecipa all’approvazione del bilancio dell’Unione, elegge il Presidente della Commissione europea e vota sull’approvazione dei commissari indicati dai governi. Può censurare l’operato della Commissione obbligandola a dimettersi. Altre funzioni sono quelle consultive per le nomine nella Corte di giustizia, nella Corte dei conti e nel Direttorio della Banca centrale europea.

In generale in quanto rappresentante diretto dei cittadini esercita i poteri di controllo politico sull’operato della Commissione e costituisce il punto di riferimento per monitorare le istanze che provengono dalle società e dalle economie degli stati europei. Ma lo fa da un punto di vista che collega ciò che accade in 27 realtà diverse. Un ruolo prezioso sia per superare i limiti della trattativa intergovernativa che per conoscere i problemi comuni dei cittadini europei.

Il problema e il limite dell’attuale assetto europeo è che la dimensione intergovernativa prevale cioè l’Europa non è un’entità politica unica, ma le politiche europee sono il prodotto del bilanciamento e della mediazione tra i diversi governi che la compongono.

In poche parole in Europa comandano gli interessi nazionali e lo spazio per una dimensione europea autonoma è molto ridotto. Le regole comuni sono tutte frutto delle decisioni dei governi. Ma non è proprio ciò che rivendicano i cosiddetti sovranisti? Non esattamente, perché questi vorrebbero che l’Europa fosse solo un’area di libero commercio nella quale ogni stato possiede la sua moneta e pratica la sua politica economica e di bilancio.

Bella idea, vero? Peccato che sia la situazione che abbiamo già avuto dalla formazione del primo nucleo del mercato comune fino all’istituzione dell’Unione europea nel 2002. E non sembra che le cose ci siano andate così bene come Italia da desiderare di ritornarci. Non avere memoria è molto pericoloso

Claudio Lombardi

Verso il BIG BANG dei conti pubblici

Tanta aria fritta occupa il dibattito politico e i due soci di maggioranza, Lega e M5s, sono bravissimi a creare diversivi che distraggano l’opinione pubblica dai problemi veri nei quali stiamo immersi. Di conti dello Stato si parla solo per accapigliarsi sulle spese da fare. C’è una gara a chi promette di spendere di più e si trasmette agli italiani il messaggio che è arrivato un carico pieno di regali e che bisogna solo distribuirli. Ah, se non ci fossero quegli ottusi burocrati europei che ci sorvegliano! La spesa pubblica è un fiume che raggiunge quasi la metà del Pil. Dentro ci sta di tutto e sembra alimentarsi da una fonte inesauribile. Nessuno immagina che possa arrivare il BIG BANG dei conti ovvero l’esplosione di un deficit incontrollabile che può far saltare ogni compatibilità. Con chi? Con la ragione e con i limiti oggettivi che non possiamo ignorare.

Con quali soldi pensiamo di far fronte alle spese già decise e a quelle che derivano dalla promesse che giorno dopo giorno i due soci del governo aggiungono a quelle iniziali? Come sappiamo fin troppo bene le entrate non bastano mai e senza i prestiti che vanno ad aumentare il debito pubblico lo Stato non avrebbe letteralmente soldi in cassa. Il nostro debito è molto elevato, il più elevato in Europa dopo la Grecia in rapporto al Pil e ogni anno deve essere parzialmente rinnovato con nuovi prestiti. Che costano perché gli interessi, pur enormemente calati dai tempi della lira, sono pur sempre ai livelli più alti rispetto a quelli pagati dagli altri paesi europei. Perché? Per il semplice motivo che i prestatori non si fidano dell’Italia e chiedono interessi più elevati di quelli di Germania, Francia, Spagna, Portogallo. Ormai lo spread è con loro e non più soltanto con la Germania. È probabile che gli italiani non l’abbiano ancora capito, ma la fiducia un governo la conquista con le parole e con le azioni. Non a caso, su entrambi i fronti, i soci che formano il governo con il loro contrattino che sembra un compromesso di vendita immobiliare, non ne hanno azzeccata una da un anno a questa parte. E sono punti in più di interessi che scattano.

I cosiddetti sovranisti di casa nostra (sia Lega che M5s fino alle elezioni erano schierati chiaramente per l’uscita dall’euro), una soluzione al problema ce l’hanno. O, meglio, ce l’avevano, perché oggi sono molto più cauti nel parlare col linguaggio di prima. E quale sarebbe? Ma ovviamente il ritorno ad una moneta nazionale stampata su ordine del governo. Basta con i parametri da rispettare, basta con la Commissione europea che sorveglia i nostri bilanci e basta anche con i tassi di interesse decisi dai mercati finanziari. È lo Stato che mette in circolazione la moneta che gli serve e, se proprio deve vendere titoli di debito, lo fa con gli italiani sui quali esercita la piena sovranità (cioè: ti rimborso quando e se voglio).

È una favoletta da piazzisti di provincia che pensano di parlare a persone ignoranti delle regole che governano il mondo. Molti italiani si erano infervorati quando i nostri sovranisti esibivano con baldanza e con orgoglio l’intenzione fermissima di rompere con l’Europa. Ora quei molti forse si sono messi paura. A volte anche la massa sa intuire la fregatura. Ed è forse per questo motivo che Lega e M5s hanno smesso di agitare l’uscita dall’euro come una possibilità reale. Sanno che la gente teme che accada veramente e così si mostrano europeisti. Ma è un’apparenza. Nei fatti stanno spingendo l’Italia su un piano inclinato verso il BIG BANG dei conti e lo scontro con le regole europee facendo finta di niente e spergiurando sulla loro intenzione di non uscire dall’euro. Mentre dispensano assicurazioni di buona volontà spingono verso il basso il carro Italia che sta prendendo velocità. Con il Pil quasi a zero hanno aumentato il deficit e il debito per mettere in atto le loro promesse elettorali che non portano alcun beneficio alla competitività dell’Italia né sono in grado di spingere l’economia.

Quando a ottobre arriverà la resa dei conti non ci saranno più scappatoie: o si troveranno i soldi per coprire le spese o si sforeranno tutti i parametri di bilancio dell’euro. Salvini e Di Maio continuano a dire no all’aumento dell’IVA (che è già legge e scatterà in automatico l’anno prossimo). Tria ministro dell’economia e delle finanze dice che l’aumento sarà inevitabile. A legislazione vigente cioè per le sole spese introdotte con la legge di bilancio 2019. E come si farà se Salvini rilancia e pretende la flat tax? Inoltre nulla si sa della richiesta di autonomia delle regioni del nord dietro la quale c’è la chiara intenzione di tenersi una quota maggiore delle entrate fiscali. È molto probabile che l’autonomia non sarà a costo zero per il bilancio dello Stato.

A ottobre quindi il bilancio 2020 partirà con un buco di oltre 30 miliardi da coprire, più la flat tax, più l’autonomia regionale per non parlare degli investimenti. Insomma lo spettro di un BIG BANG dei conti è piuttosto reale. A quel punto le possibili vie d’uscita saranno tre: 1. Chiedere il sostegno dell’Europa (lo hanno fatto sia Spagna che Portogallo negli anni passati) sottoscrivendo un piano di rientro; 2. Sforare i parametri di deficit e debito (come fecero Germania e Francia nel passato) confidando nella lunga durata della procedura di infrazione prima di arrivare alle sanzioni; in pratica 2-3 anni di deficit libero e un rientro in extremis a prezzo di duri sacrifici; 3. Uscire dall’euro invocando l’impossibilità di rimanerci cioè attuando il famoso “piano B” che proprio questa eventualità prevedeva.

Salvini ripete che dopo il 26 maggio cambierà tutto in Europa. Infatti i sovranisti amici suoi sono i più acerrimi nemici di ogni aiuto a chi non tiene i conti in ordine. Salvini e Di Maio stanno giocando una partita nella quale l’unica carta che sta rimanendo loro in mano è la minaccia del fallimento di un Paese con un gigantesco debito pubblico. L’Italia però è troppo grande per fallire, ma anche troppo pesante per essere salvata. E non si vede poi da chi dovrebbe esserlo. Forse da Putin amico di Salvini? Chissà cosa sperano di fare. L’impressione è che non lo sappiano nemmeno loro. Vanno avanti alla giornata con arroganza e sicumera, ma, in realtà, stanno in alto mare e non possono far altro che agitarsi ed esibirsi nei loro spettacolini per distrarci dal naufragio.

La cortina fumogena delle polemiche di queste settimane serve a distrarre gli italiani che non devono riflettere su questa realtà. Ciò che conta per Salvini e Di Maio è che loro possano dare la colpa a qualcun altro di ciò che accadrà spacciandosi come intrepidi condottieri che hanno combattuto per il bene di tutti. Prima gli italiani dice sempre Salvini. Infatti: gli italiani pagheranno la demagogia e l’irresponsabilità. Primi e unici. Questo è certo

Claudio Lombardi

Perché festeggiamo il 25 aprile

Perché una data entra nella storia di un Paese? Il 25 aprile del 1945 è l’atto finale della guerra sul suolo italiano e segna una svolta decisiva per conquistare la libertà schiacciata dal ventennio fascista. Il 25 aprile 1945 il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (CLNAI), che coordinava i diversi gruppi della Resistenza nel Nord, emise un ordine di insurrezione generale nei territori ancora sottoposti all’occupazione dei nazisti. L’ordine trasmesso a tutte le formazioni partigiane fu quello di attaccare fascisti e tedeschi con l’unica scelta a loro lasciata di arrendersi o perire. Fu il culmine di una rivolta armata, durata meno di due anni, che coinvolse una minoranza di italiani, ma portò alla liberazione delle principali città del Nord – Torino, Milano, Genova – prima dell’arrivo delle truppe alleate.

Il CLNAI assunse i poteri di governo condannando a morte tutti i gerarchi fascisti. In esecuzione di questa condanna Mussolini fu fucilato il 28 aprile.

Con i tedeschi in fuga e i fascisti sconfitti cessava il regime che aveva dominato l’Italia per un ventennio e che era il principale responsabile della distruzione del Paese nella guerra mondiale scatenata dal nazismo.

È la Liberazione dal nazifascismo che l’Italia festeggia il 25 aprile ed è un evento fondante della Repubblica democratica che nascerà da quegli avvenimenti. I gruppi politici che componevano il Comitato di Liberazione Nazionale saranno quelli che nel giro di pochi anni fondarono il nuovo Stato e scrissero la Costituzione che ne fu posta a fondamento.

La Resistenza non fu un evento di festa, ma una guerra tra italiani e contro una potenza occupante. Fu un momento della seconda guerra mondiale, la più devastante che l’umanità abbia mai conosciuto. Una guerra voluta dal nazismo al quale il regime fascista era strettamente collegato. Ci furono decine di milioni di morti e distruzioni immense. Ci furono dei vincitori e degli sconfitti.

È soltanto grazie a chi sconfisse il nazifascismo se gli italiani sono liberi e hanno potuto costruire la loro democrazia. Per quanto grandi siano i limiti di ciò che è stato realizzato in oltre 74 anni, tutti hanno avuto la pace, la libertà e la democrazia e con esse il diritto e la possibilità di decidere come e da chi essere governati. Tutti.

La divisione di allora e ancora attuale tra nazifascisti e loro oppositori sta tutta qui: la libertà di decidere e di scegliere. Se non si capisce e non si accetta questa discriminante e si vaneggia di impossibili equivalenze tra combattenti di opposte fazioni si compie un falso storico e si mette sullo stesso piano la libertà e la sua negazione. Oggi come allora chi inneggia ad ideologie di negazione della libertà e dell’uguaglianza degli esseri umani è un nemico e deve essere combattuto. Nemico dell’umanità non nemico di una parte politica.

Come ha ricordato di recente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella “la Liberazione è un punto di connessione della storia del nostro popolo” e “non c’è equivalenza possibile tra la parte che allora sosteneva gli occupanti nazisti e la parte invece che ha lottato per la pace, l’indipendenza e la libertà. […] Pietà per i morti, rispetto dovuto a quanti hanno combattuto in coerenza con i propri convincimenti: sono sentimenti che, proprio perché nobili, non devono portare a confondere le cause, né a cristallizzare le divisioni di allora tra gli italiani”

Per questo la festa della Liberazione è e continuerà ad essere la celebrazione dell’evento fondativo della nuova Italia uscita dalla guerra

Claudio Lombardi

IL CERINO ACCESO della manovra 2020

Bastava l’onestà e la vigilanza per uscire dal pantano di una politica corrotta.

Bastavano facce nuove, giovani e (perchè no?) del tutto inadeguate al comando per dirigere il paese verso lidi dorati.

Avanti verso traguardi mai nemmeno immaginati, come la sconfitta della povertà, Avanti verso un fisco leggero, quasi piatto, con una sóla aliquota, rivelatasi una sòla elettorale (a volte gli accenti ingannano)

A un anno dalla sbornia elettorale che ha accreditato i novelli conducator stiamo con le pezze al culo, ma non le solite… Queste sono gigantesche.

L’incredibile figuraccia di un governo che stima una crescita del 2% per poi rivederla dopo 60 giorni in uno 0,2% è stato lo spasso di coloro che hanno sempre fatto della inaffidabilità italiana un argomento (peraltro valido) per affossarci ulteriormente.

Quota 100 non produrrà una cippa.

Alla faccia di quella ondata di nuove assunzioni strombazzata da Salvini e Di Maio solo 4 mesi orsono.

É il loro stesso DEF a smentirli clamorosamente: “Impatto ZERO sull’occupazione fino al 2020 e poi un calo dello 0,3-0,5% negli anni a venire”.

Quaranta miliardi da trovare entro l’autunno, per finanziare i provvedimenti del governo più disomogeneo al mondo, sono impossibili da raccogliere. Per ora il governo, nel DEF ne ha trovato 1 (ma nei 3 anni a venire)

Nemmeno se si applicasse il doloroso tomo di Cottarelli sulla spending review, che pare tornata di moda, almeno ascoltando le ultime dichiarazioni di un premier che sa di avere una data di scadenza simile al latte crudo.

Di crescita meglio non parlare, lo 0,2% che ci pone dietro alla Grecia è nel frattempo diventato un -0,1% perchè i numeri e la realtà non si fanno distrarre da una photo-opportunity con nuova fidanzata adorante sul prato di villa Borghese o a una prima teatrale.

I due conducator si passano il cerino da 39 miliardi di Euro, consci di non essere in grado di sottoscrivere una manovra lacrime e sangue. Sanno che il mantra “É colpa dei poteri Forti” diventa debole se la mazzata arriva sul conto corrente.

É ormai chiaro che sarà qualcun altro a raccogliere la cenere.

Una cenere generata dai contribuenti vessati da un coacervo di inadeguati, velleitari e incompetenti al comando di quella che fu la sesta potenza economica del mondo.

Giulio Galetti

Immigrazione: la fabbrica dell’odio

Le frasi molto chiare pronunciate dall’autista che ha tentato di bruciare vivi 51 ragazzini a Milano  non vanno sottovalutate. Affermare di voler vendicare i morti in mare, di voler punire l’Europa per le politiche sui migranti, tirare in ballo come responsabili Di Maio e Salvini e contemporaneamente mandare un video in Senegal per invitare amici e parenti a restare in Africa rivela che le idee Ousseynou Sy ce le aveva ben chiare quando ha deciso di progettare la strage. Eppure Ousseynou Sy è cittadino italiano dal 2004, qui si era fatto una famiglia, qui aveva un lavoro stabile. Cosa è successo nella sua mente per farlo arrivare a tanto?

Da anni siamo abituati ai toni esasperati, alle polemiche, alle accuse. Sull’immigrazione si svolge uno psicodramma con molti attori. C’è chi accusa i migranti di essere la causa della caduta del tenore di vita, della disoccupazione, della diffusione della droga, degli scippi e delle rapine. Molti altri, però, accusano il nostro governo e indirettamente noi italiani di essere responsabili diretti delle morti in mare, delle morti nel deserto di quelli che partono per attraversare il Mediterraneo, delle torture nelle prigioni libiche. Su tutto si erge una spiegazione storica usata però come arma di lotta politica: l’intero Occidente è colpevole per il sottosviluppo dell’Africa sia ieri con il colonialismo, sia oggi con gli scambi commerciali gestiti dai paesi europei da posizioni di forza. Un’ansia di auto fustigazione che potrebbe avere spiegazioni psicoanalitiche, ma che è deleteria se tradotta in messaggio politico. Soprattutto è in contraddizione con la realtà perché non noi organizziamo la tratta degli esseri umani, non noi li mettiamo in mare su barche destinate ad affondare. Noi siamo quelli che tra polemiche e incertezze li salviamo e li accogliamo. E dunque perché si continua il ridicolo mea culpa che è in atto da anni?

Un simile bombardamento di accuse e recriminazioni che mischia analisi storiche, socio economiche e decisioni politiche determina un accanimento nell’opinione pubblica capace di trasformarsi in atti concreti. Non vediamo che da anni le manifestazioni di intolleranza verso gli immigrati e verso i loro figli si moltiplicano? E pensiamo che gli immigrati che vivono qui non subiscano anche loro il bombardamento mediatico e non avvertano il clima ostile che si crea intorno a loro?

Ci sarebbero anche quelli sensati e ragionevoli che affrontano l’immigrazione come uno degli snodi cruciali della nostra epoca che va gestito con politiche multifattoriali volte sia all’emergenza che all’accoglienza e all’integrazione, nel quadro di una strategia di aiuto agli africani a migliorare le loro condizioni di vita nei paesi di provenienza. Ma chi le ascolta queste persone ragionevoli?

Che sia uno scontro nel quale emergono anche pulsioni razziste è evidente. L’immigrazione in Europa e in Italia in particolare è fatta di sudamericani, cinesi, filippini, bengalesi, albanesi, romeni e tanti altri. Eppure i riflettori si accendono solo sugli africani. Basta leggere i titoli di alcuni quotidiani usciti oggi per avere un campionario di becero razzismo e di stupido appello all’irrazionalità delle folle. I giornalisti che li scrivono dovrebbero vergognarsi perché utilizzano le tragedie non per invitare a ragionare, ma per attizzare l’eccitazione dei loro fans. D’altra parte cosa sta facendo Salvini da anni se non questo?

Non possiamo andare avanti così. Ci vogliono politici che praticano solo la strada della ragionevolezza e dell’impegno per risolvere i problemi senza speculare sui drammi dell’umanità per conquistare voti e potere. E bisognerebbe anche smetterla di indicare noi come responsabili delle morti in mare. Noi italiani, noi europei li abbiamo salvati i migranti a centinaia di migliaia e li abbiamo accolti a milioni. Questa è la verità storica

Claudio Lombardi

Il centrosinistra dopo le primarie

Un milione e seicentomila, o di più? Siamo lontani dall’antica precisione di una tradizionale forza di centrosinistra, il che sta ad indicare che c’è un immenso bisogno di reimpiantare un partito che sia radicato in ogni territorio, perchè la politica torni a viaggiare sulle gambe e dentro le teste dei cittadini, all’interno di un rapporto caldo e ragionato, che apra alla partecipazione, tra governanti e governati, per far crescere una nuova classe dirigente, scollandola quindi dall’uso esclusivo dei talk show televisivi e delle tastiere dei social network, che favoriscono la diffusione di una degenerata politica dell’applauso e della denigrazione sistematica.

E’ questo il messaggio esplicito di tutta quella gente. Ciò sarebbe un grande vantaggio per tutta quell’area di persone e di forze che si oppongono alla piega populistico/sovranista che ha invaso la vita pubblica del nostro Paese, e che sono emerse, per reazione, con un ventaglio molto ampio di esigenze e posizioni, nei molti appuntamenti degli ultimi mesi.

Un partito del centrosinistra, o anche più di uno, tenendo conto dei molti cespugli apparsi alle amministrative di questi mesi, e dello stesso manifesto di Calenda per le Europee, che tende intelligentemente a riportarli tutti ad un disegno comune, considerate le leggi elettorali proporzionali che abbiamo, sia sul piano nazionale, sia a livello europeo, darebbe loro dei punti di riferimento politici per arginare anche il degrado culturale/civico/morale della società italiana nel suo insieme.

Ha vinto Zingaretti, e gli altri contendenti si sono messi a disposizione, compreso Renzi, a quanto pare. E’ finito quindi il periodo delle gramaglie per il PD e ne inizia un altro di cui non si conoscono ancora le caratteristiche portanti. E’ necessario definirle collegialmente al più presto. Ma la situazione del Paese è notevolmente peggiorata rispetto a un anno fa.

Al di là della strampalata propaganda governativa non è difficile comprendere che chi dovrebbe governarci, ci ha portato in un cul di sacco. Non c’è più sviluppo, ci aspetta una manovra correttiva subito dopo le europee, sempre negata per ragioni elettoralistiche e, prima della fine dell’anno, un’altra manovra economica ‘lacrime e sangue’, perchè i dati sui quali questo governo aveva impiantato le decisioni di qualche mese fa, dopo una inutile guerra all’Europa, sono tutti fasulli (dov’è l’aumento del PIL, dove sono i 18 miliardi che dovevano entrare con le vendite degli immobili dello Stato, e così via cianciando?). E’ una fatica boia trovare qualcuno che investa nel futuro di questo Paese, proprio per l’incertezza diffusa a piene mani da chi ci dovrebbe governare. E nel suo insieme l’Italia si è incattivita, molti vincoli di solidarietà sono venuti meno, c’è un razzismo strisciante, e qui e là si manifesta una violenza diffusa, anche nei rapporti famigliari. Chi vive a Roma poi, assiste ogni giorno all’avanzata del degrado, persino nel paesaggio che cambia in peggio ogni settimana, nei servizi che non funzionano, nella diffusione della sporcizia fisica e morale.

Stanno passando le cavallette? No è l’avvento di una classe dirigente fatta di persone impreparate, false, arroganti, velleitarie, imbevute di ideologie raffazzonate, e incapaci infine di governare, persino di comprendere dove sbagliano, perchè negano la realtà.

Fino ad ora mi pare che Zingaretti si sia mosso bene: è andato immediatamente a Torino e ha detto, con Chiamparino, che è criminale non fare la TAV e non avviare immediatamente una fase di ricostruzione infrastrutturale del Paese, ha deciso una mozione di sfiducia individuale per il ministro Toninelli, è andato a far visita agli operai ed ai dirigenti di una fabbrica rigenerata del Lazio, ad opera della Regione e del Governo precedente, impersonato da Gentiloni e Calenda, dicendo che se si ha un disegno generale è possibile risolvere le crisi produttive. Ed ha affermato che con i Cinquestelle non si fanno alleanze al punto che, se permane questa situazione di non governo chiederà, senza perdere tempo, le elezioni anticipate.

D’ora in poi ci vuole ‘visione’ in un’ottica nazionale ed europea, e ci vuole una generosa capacità di riorganizzazione del campo politico del centrosinistra, utilizzando anche le elezioni amministrative ed europee di maggio, senza mettere in gioco dannose egemonie del PD, magari tenendo conto della non lontana esperienza dell’Ulivo. E’ un lavoro di lunga lena, ha detto Zingaretti, e probabilmente ha ragione. Ma tenga conto del fatto che i tempi sono scanditi dalla realtà, non dalle nostre volontà. E sono talmente stretti che un qualsiasi ritardo, anche se giustificato dal fatto di essere all’opposizione a livello nazionale, potrebbe diventare una colpa imperdonabile

Lanfranco Scalvenzi

Il caso Diciotti non è chiuso

Il caso Diciotti è chiuso? Apparentemente sì, nonostante gli strascichi  politici e giudiziari. Siamo in attesa della decisione del Tribunale dei ministri di Catania sulla richiesta della Procura di archiviare l’indagine nei confronti del Presidente del Consiglio Conte, del suo vice Di Maio e del ministro dei trasporti Toninelli. E’ probabile che tale richiesta sarà accolta. L’autodenuncia dei tre esponenti del governo di aver preso parte alla decisione di Salvini di trattenere a bordo di una nave militare 177 migranti contro la loro volontà (cioè di sequestrarli) senza che ci siano degli atti formali che lo dimostrino non è sufficiente a configurare un reato penale. Dunque quella di Conte, Di Maio, Toninelli è una semplice espressione di solidarietà non perseguibile penalmente.

Ma il Tribunale dei ministri potrebbe prendere in considerazione altre due questioni. La prima riguarda il ruolo della Giunta delle immunità del Senato (e il prossimo voto dell’Aula). E’ vero che per consolidata giurisprudenza della Corte costituzionale le decisioni di un organo parlamentare non possono essere sindacate dalla magistratura, ma in questo caso c’è qualcosa di più. La Giunta ha stabilito che il ministro Salvini ha agito per un preminente interesse dello Stato, come richiesto dalla legge n. 1 del 1989 per esonerarlo da responsabilità penali, ma non ha motivato adeguatamente quale questo interesse preminente abbia potuto essere impedendo lo sbarco dei migranti. La considerazione che così facendo si difendevano i confini dello Stato si presta a due altre considerazioni: la prima è che i migranti erano già sul in territorio italiano, in un porto italiano e su una nave della marina militare italiana, e quindi a tutti gli effetti sul suolo italiano. La seconda è che non è nelle competenze del ministro dell’interno difendere “il suolo italiano”, ma semmai del governo nel suo insieme (con un atto formale) o del ministro della difesa; quindi dell’esercito e non delle forze di polizia.

Rispetto a queste due questioni il Tribunale dei ministri potrebbe sollevare un conflitto tra poteri dello Stato presso la Corte costituzionale per mancanza di motivazione nella decisione presa dalla giunta (che di fatto è una decisione giurisdizionale e come tutte le decisioni giurisdizionali deve essere motivata). Ma il Tribunale potrebbe anche sollevare eccezione di costituzionalità nei confronti della stessa legge che disciplina i reti ministeriali (la citata  n.1 del 1989) nella parte che lascia indefinito il “preminente” interesse dello Stato, consentendo qualsiasi interpretazione arbitraria di quale questo possa essere. E’ la prima volta che si manifesta un caso di questa gravità, vale a dire che un ministro viene accusato per un reato grave quale quello di sequestro di persona (da uno a dieci anni di reclusione se commesso da un pubblico ufficiale – quale è un ministro – che abusi delle sue funzioni). Sembra quindi irragionevole che la legge, attribuendo alla giunta per le immunità e poi all’aula la capacità di assolvere dal reato il ministro prescindendo da oggettive e verificabili considerazioni di fatto, impedisca così il proseguimento dell’azione giudiziaria. E’ quindi possibile (e sarebbe auspicabile) che la questione venisse sottoposta al vaglio della Corte costituzionale.

Quindi il caso giudiziario forse non è ancora chiuso. Ma a prescindere dalle eventuali successive decisioni del Tribunale dei ministri, fin da adesso la decisione assolutoria della Giunta costituisce un precedente di gravissima portata. Se infatti è lecito che il ministro Salvini, abusando dei suoi poteri possa sequestrare decine di persone (o anche una sola) a suo piacimento accampando motivazioni pretestuose, allora qualsiasi azione arbitraria commessa da qualunque ministro, purché questi sostenga di farlo “per il bene del Paese”, diventa lecita e possibile. L’atto di governo non è più sottoposto alla legge, ma all’arbitrio cioè si traduce in mero esercizio del potere che si pretende superiore alla legge. Le forze di polizia possono limitare la libertà delle persone (per esempio bloccando il traffico per intercettare un bandito in fuga oppure ordinando di abbandonare le proprie abitazioni in caso di incendi, esplosioni, alluvioni), il ministro dei trasporti può ordinare la chiusura di un porto, il ministro della salute può ordinare la quarantena dei pazienti di un ospedale, ma occorrono adeguate motivazioni che non possono consistere, come ha fatto Salvini, nella necessità politica di fare pressioni sugli altri governi europei. Inoltre, quando si colpisce direttamente la libertà delle persone (persone non solo cittadini) si deve trattare di casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge e sottoposti a convalida dell’autorità giudiziaria. In tutti gli altri casi soltanto un giudice può, con decisione motivata, privare chicchessia della libertà personale.

È evidente allora che il caso Diciotti non è chiuso. Forse il Tribunale dei ministri prenderà atto della richiesta di proscioglimento della Procura e della decisione assolutoria della Giunta e non interpellerà la Corte costituzionale. Ma anche se il caso giudiziario fosse chiuso, la ferita che l’azione criminosa del ministro Salvini ha inflitto allo Stato di diritto e alla libertà delle persone è tuttora aperta. Se non verrà rimarginata, ripristinando la legalità formale e sostanziale, con azioni giudiziarie e con azioni politiche, è una ferita che minaccia di aggravarsi e di diventare mortale per la democrazia.

Stefano Rizzo

1 2 3 22