Come leggere i dati sul lavoro

E’ notizia di pochi giorni fa, data con la diffusione dei dati ISTAT sull’andamento del mercato del lavoro nel periodo di riferimento (2009- 2017), come , soprattutto a partire dal ° trimestre 2014, si sia verificata una crescita dell’occupazione che, al momento, si è attestata ad un +1.029.000 di occupati, dei quali, il 53% con forme di contratto a tempo pieno e indeterminato. La forma del contratto a tempo determinato, invece, è stata quella prevalente nell’ultimo anno.

I dati rilevati, come sempre, richiedono letture attente e attinenti ai periodi di riferimento, analisi complesse e riflessioni che possono anche essere estremamente necessarie nell’elaborazione di politiche mirate ad una maggiore stabilità nel mondo del  lavoro.
Quello che resta e desta comunque impressione è il dato complessivo del numero degli occupati che ha toccato e superato la soglia dei 23 milioni. Un numero mai raggiunto negli ultimi quarant’anni

La cosa che salta subito all’occhio (a meno che lo sguardo non sia offuscato da mero furore ideologico) è che le azioni dei governi fin qui succedutisi, abbiano dato i frutti per i quali erano state messe in atto. Ci si riferisce in particolare alla riforma nota col nome di “ Jobs Act” nonché a tutta la serie di incentivi fiscali e contributivi alle aziende che avessero assunto.
Tutte norme che sicuramente potevano essere migliori, assolutamente lontane dalle perfezione, ma che hanno svolto bene il loro compito nel momento contingente in cui sono state presentate. Un momento di grave e profonda crisi economico-sociale che ha colpito praticamente tutte le economie occidentali.

A parere di chi scrive, il vero punto di forza di tali proposte , è stato il riconoscimento del livello su cui si doveva intervenire. Non bisogna dimenticare che, da varie parti (soggetti politici di ispirazione vicina alla “sinistra post-marxista” ed altri di diversa collocazione politica), si spingeva per una ripresa dell’intervento diretto dello Stato nell’economia e per un’espansione  del pubblico impiego (ovviamente a carico della fiscalità generale) ritenendo l’iniziativa privata solo un sistema di sfruttamento dei lavoratori. Aver puntato sull’impresa come creatrice di opportunità di lavoro è stata una scelta giusta.

La prima preoccupazione è stata quella di arginare l’emorragia di posti di lavoro incentivando le imprese a rimanere in Italia con nuove convenienze per aumentare l’occupazione. Nulla è stato tolto a chi era già inserito nel mondo del lavoro. E comunque si tratta di politiche che devono adeguarsi ai tempi e proseguire. Già la proposta di un salario minimo garantito indica un cambiamento di direzione perché guarda alla condizione del lavoratore.

C’è però qualcosa di più da dire sui dati pubblicati dall’ISTAT. Un problema si mostra con evidenza: l’incongruenza tra offerta e richiesta di lavoro. A fianco di tanti giovani e meno giovani che cercano lavoro, ci sono tipologie di impiego che lamentano carenze nella disponibilità. I dati sulla ricerca di determinate posizioni lavorative emergono spesso nelle cronache locali e sembrano contraddire quelli sulla disoccupazione.

Una situazione che si può sintetizzare in poche parole: un po’ di lavoro ci sarebbe, ma non interessa. Si cercano falegnami, muratori, tornitori e saldatori, idraulici, elettricisti e piastrellisti, riparatori, pittori, ma anche esperti di applicazioni informatiche nella produzione. Tutti lavori che richiedono periodi di apprendistato più o meno lunghi e una preparazione di base che la nostra scuola non riesce a dare.

E questo senza tirare in ballo i lavori che, come si usa dire, gli italiani non vogliono più fare e per i quali ai datori di lavoro non resta che ricorrere a mano d’opera straniera che si presenta spesso più disponibile e anche maggiormente capace.

Una chiave di lettura sta, a giudizio di chi scrive, in almeno due grandi errori di valutazione in cui si è incorsi in passato. Il primo sta nell’illusione che la scuola potesse trasmettere a tutti la stessa cultura appiattendo le differenze individuali ed evitando la selezione delle capacità. Coerente con questa impostazione è stata la considerazione della scuola come una fabbrica di posti di lavoro per insegnanti molti dei quali non sono passati da alcuna valutazione.

Il secondo è l’idea che i nostri giovani debbano ricevere un posto di lavoro adeguato agli studi fatti anche se questi non tengono conto delle reali esigenze del mondo del lavoro. La spocchia con la quale sono stati considerati i lavori manuali (salvo poi trasferirsi a Londra o a Berlino a fare il cameriere o il lavapiatti) appartiene all’esperienza di vita di molti italiani.

In conclusione il tema del lavoro ha tante facce. Se non si cerca di scoprirle e comprenderle non si potrà nemmeno fare qualcosa di concreto

Fabrizio Principi

Il bersaglio grosso del caso Boschi

Bisogna riconoscere che ci sanno fare. La campagna mediatica scatenata contro Maria Elena Boschi ormai si è trasformata nel “caso Boschi”. Le elezioni sono vicine e l’occasione per mettere in crisi il gruppo dirigente del Pd fa gola a molti. È stata un’ingenuità mettere in funzione a fine legislatura una commissione di inchiesta sulle crisi bancarie pensando che avrebbe fatto chiarezza sulle cause e sulle responsabilità della sottrazione ai risparmiatori di decine di miliardi di euro. È bastato un appiglio ed è stata costruita una montatura mediatica sul nulla. Di fatto il dramma di migliaia di persone che sono state truffate e lo scandalo di un sistema di potere che lo ha permesso sono stati usati per scatenare una campagna contro il Pd e il suo gruppo dirigente.

banche saccheggiateQualunque osservatore intellettualmente onesto non può che convenire che i colloqui di Maria Elena Boschi non c’entrano niente con le crisi bancarie arrivate dopo molti anni di mala gestione e di connivenze che l’hanno permessa e coperta e dopo che è stata approvata in sede europea e recepita nell’ordinamento italiano una normativa che fa pagare i fallimenti bancari anche a correntisti (sopra i 100mila euro), azionisti ed obbligazionisti. La commissione parlamentare doveva servire a fare luce sulle inadeguatezze dei controlli e sulle carenze normative che hanno permesso la degenerazione delle banche locali. Probabilmente il materiale raccolto in oltre 40 sedute sarà utile nei prossimi anni per chi avrà la volontà politica di porre mano a qualche cambiamento. Ciò che conta è che adesso la commissione è servita a sostenere la montatura mediatica che ha prodotto il caso Boschi. Direttori di giornale, redazioni, reti tv, singoli giornalisti si sono gettati di slancio in un’opera di depistaggio e di disinformazione che ha usato le crisi bancarie per indirizzare la rabbia e l’indignazione contro il Pd.

A vantaggio di chi? Mettiamo insieme due notizie. La prima è che Luigi di Maio dichiara che se il M5S fosse il partito più votato potrebbe discutere di programmi con la sinistra e persino con un Pd depurato da Renzi e dai suoi più stretti collaboratori. La seconda è che il direttore di Repubblica scrive un articolo di fondo per chiedere che la Boschi si faccia da parte e non si ricandidi, cioè che si concluda la sua carriera politica nel Pd. Che significa?

montatura falsitàSemplice: che molti soggetti collocati nei piani alti della società a tutti i livelli stanno puntando sulla fine politica di Renzi e sulla caduta del Pd. La campagna contro la Boschi è stata preceduta da anni nei quali il Pd è stato additato come il principale responsabile di tutte le storture e le degenerazioni del sistema politico. Gradualmente, ma costantemente le destre si sono rifatte una verginità tanto che oggi si commenta con ammirazione la longevità politica di Berlusconi e Salvini ha fatto dimenticare i lunghi anni di governo della Lega. C’è quindi una convergenza oggettiva tra diversi soggetti, politici e attivi nel campo dell’informazione o nell’alta burocrazia, nell’attacco al gruppo dirigente del Pd. Depotenziare il Pd è conveniente per le altre formazioni politiche, di destra, di sinistra e indefinite come il M5S. In gioco non ci sono solo i voti che potrebbero abbandonare il partito di Renzi, ma anche quelli degli sfiduciati e dei delusi. Se riesce la campagna che bolla il Pd come principale responsabile dei mali d’Italia la scommessa è che gli elettori tornino a votare per quelli che lo attaccano.

D’altra parte la politica è spietata con chi perde e Renzi oggi appare (e viene fatto apparire) un perdente. Bisogna riflettere sul fatto che il suo disegno strategico è stato stroncato dal referendum costituzionale. Le riforme sociali e gli interventi nell’economia, pur essendo costate molto alle finanze pubbliche, non hanno ampliato il consenso per l’opera del governo e non hanno disinnescato la minaccia del rancore (ne ha parlato il Censis nel suo ultimo rapporto). Inoltre Renzi non è riuscito a tenere unito il suo partito che si è molto indebolito e che difficilmente sarà quello più votato nelle prossime elezioni.

ascesa M5SÈ invece probabile che il più votato risulterà il M5S che rappresenta la principale valvola di sfogo politico degli elettori arrabbiati, sfiduciati o delusi dagli altri partiti.

Con questi elementi si può intravedere un cambio di disegno strategico da parte di alcuni che pure avevano sostenuto l’ascesa di Renzi. Crisi del gruppo dirigente e indebolimento del Pd, ascesa del M5S che ne faccia il perno di una nuova maggioranza con Liberi e uguali e pezzi del Pd come sostenitori/subordinati. Il disegno sarebbe quello di assorbire le spinte antisistema portandole al governo e tentare così di arrivare ad una stabilizzazione del sistema politico italiano nel quadro di una sostanziale conservazione degli equilibri esistenti e di un recupero del consenso sociale. Le prove di governo a Roma e a Torino hanno mostrato sì l’incapacità, ma anche l’inoffensività del M5S e la sensibilità all’influenza di soggetti che conoscono e manovrano i meccanismi del potere.

La scommessa è rischiosa perché un M5S alla guida del governo dovrebbe fare qualcosa di più che dichiarare il cambiamento, ma non praticarlo come ha fatto a Roma e a Torino. Debito pubblico, vincoli europei, moneta comune, struttura dell’economia italiana, arretratezza del sud sono bocconi duri da digerire per chi si è affacciato da poco alla politica sull’onda della protesta.

I giochi ancora non sono fatti, ma è chiaro che il bersaglio grosso del caso Boschi è abbattere Renzi per aprire la strada a un nuovo soggetto politico forte che proclami di cambiare tutto. Il resto si vedrà

Claudio Lombardi

La montatura del caso Boschi

Si riparla di conflitto di interessi. Viene invocato per mettere sotto accusa Maria Elena Boschi, ma si tratta di una pura montatura politica e mediatica che ha costruito dal nulla il caso Boschi. Vediamo perché. Innanzitutto la Boschi ha dichiarato più volte di non aver sollecitato interventi di favore per Banca Etruria che portassero benefici a lei stessa e a membri della sua famiglia. D’altra parte nessuno ha potuto menzionare un solo atto che smentisse questa affermazione. Il governo di cui faceva parte, invece, ha commissariato la banca e ciò ha provocato l’esautorazione del padre montatura falsitàdella Boschi colpito da più sanzioni pecuniarie da parte di Bankitalia e oggi indagato dalla magistratura. Lei stessa ha ricordato che la sua famiglia ha perso nella vicenda l’investimento che aveva fatto nelle azioni della banca (peraltro di bassa entità). Questi i fatti. Ma quali sono le regole in caso si presenti un conflitto di interessi?

Secondo le norme attuali c’è una diversa configurazione se si tratta di dipendenti pubblici o di politici che rivestono cariche di governo. Nel primo caso la legge (DPR n. 62 del 2013) prevede l’obbligo di astenersi:

«Dal prendere decisioni o svolgere attività inerenti alle sue mansioni in situazioni di conflitto, anche potenziale, di interessi con interessi personali, del coniuge, di conviventi, di parenti, di affini entro il secondo grado. Il conflitto può riguardare interessi di qualsiasi natura, anche non patrimoniali, come quelli derivanti dall’intento di voler assecondare pressioni politiche, sindacali o dei superiori gerarchici»

montatura mediaticaUna più puntuale spiegazione della norma è contenuta in una deliberazione dell’Anac  del 2015. Il conflitto può insorgere quando il soggetto “è portatore di interessi della sua sfera privata, che potrebbero influenzare negativamente l’adempimento dei doveri istituzionali” per cui il soggetto deve astenersi ogni volta che si presenti “un collegamento tra il provvedimento finale e l’interesse del titolare del potere decisionale”.

Ciò che conta, sottolinea l’Anac, è che il conflitto di interessi non pregiudichi il principio di imparzialità. In ogni caso anche per i dipendenti pubblici si parla sempre di partecipazione all’adozione di provvedimenti amministrativi ovvero il conflitto di interessi deve manifestarsi non nella staticità di una situazione personale, ma collegandosi ad un’attività specifica del proprio ruolo.

Per i politici cui vengono attribuiti incarichi di governo la normativa è diversa. Si tratta della legge (cosiddetta “Frattini”) n. 215 del 2004. Si dispone l’astensione del soggetto in conflitto di interessi dagli atti che implichino l’adozione di provvedimenti. In particolare la norma prevede che sussista conflitto di interessi quando il titolare di cariche di governo partecipi all’adozione di un atto ovvero ometta un atto dovuto  purchè l’atto abbia un’incidenza “specifica e preferenziale sul patrimonio del titolare, del coniuge o dei parenti entro il secondo grado, ovvero delle imprese o società da essi controllate …. Con danno per l’interesse pubblico “.

Banca EtruriaIn conclusione in tutta la vicenda Banca Etruria non emerge alcun atto di governo al quale Maria Elena Boschi abbia partecipato o che abbia omesso di compiere che possa aver arrecato un qualche vantaggio di qualche tipo ai suoi familiari. E dunque il caso Boschi si può qualificare come una gigantesca montatura politica e mediatica messa in piedi per colpire il Pd e favorire altre forze politiche, M5S in primo luogo. In particolare si tenta di mettere sotto accusa i governi Renzi e Gentiloni ai quali va, invece, il merito di aver tamponato le conseguenze più disastrose dei fallimenti per i risparmiatori.

A questo punto bisognerebbe chiedersi a vantaggio di chi va questa gigantesca opera di depistaggio mediatico che, come effetto indiretto, produce anche un disorientamento dell’opinione pubblica attirata in una polemica molto accesa, ma basata sul nulla. Tutto ciò oggettivamente, distrae l’attenzione dalle responsabilità gravissime già conosciute, ma emerse con chiarezza nella Commissione parlamentare di inchiesta. È appena il caso di ricordare che per qualcuno questo effetto indiretto è una manna dal cielo.

Claudio Lombardi

I mostri delle periferie

Le periferie rischiano di diventare gli incubatori di un ribellismo acefalo, di una rabbia generale e generica che si nutre dei problemi della vita che non trovano soluzione, della frustrazione di persone che si sentono abbandonate, dell’angoscia per un futuro incerto. I mostri nascono al suo interno, nella piccola delinquenza che cresce di livello e impara a sfruttare gli interstizi della cattiva amministrazione per costruirsi una propria base sociale e persino un proprio profilo politico dei quali farsi forte per alzare un muro di consenso a protezione dei propri traffici.

ostia malavitaQuesta è la situazione di Ostia. Ora ci si domanda a chi andranno i voti controllati dal clan degli Spada. Già il fatto che ci si ponga la domanda dimostra che il processo di generazione dei mostri è andato molto avanti. Che a Ostia fossero attivi dei gruppi criminali lo si sapeva da anni. Che si occupassero di droga, estorsioni e usura pure. Il salto di qualità arriva con il controllo del territorio che si traduce non solo nell’uso sistematico della violenza per imporre le proprie decisioni, ma anche taglieggiando le attività commerciali e, soprattutto, assumendo il controllo degli alloggi di proprietà pubblica. Decidere a chi assegnare una casa e chi estrometterne ha conferito al clan una proiezione sociale che una semplice banda criminale non avrebbe potuto avere.

L’ascesa dei clan di malavitosi che hanno messo sotto scacco il Lido di Roma è avvenuto in lunghi anni di intrecci di interessi e di convenienze alle quali alcuni politici locali hanno partecipato consapevolmente. Per questo è stato sciolto il Municipio nel cui territorio ricade Ostia. Come è avvenuto in altre parti d’Italia si è tollerato che il territorio cadesse sotto il controllo di bande criminali facendo perdere di senso le parole “legalità”, “ordine pubblico”, “Stato di diritto”. Mettiamoci nei panni di quelli che sono stati costretti a chinare il capo e a stendere la mano di fronte ad uno Spada per chiedere il permesso di abitare in una casa di proprietà pubblica o per qualche altro favore. abbandono periferieCosa devono pensare? Che lo Stato sia una pura finzione che copre una realtà di soprusi e di violenza e che la vera autorità sia rappresentata dai malavitosi. È la logica del bandito che si crea il suo popolo. In altri tempi gli Spada sarebbero diventati feudatari e poi nobili. Oggi, più modestamente, si mettono a contrattare con alcuni politici i voti che riescono a controllare. Ma, soprattutto, contrattano l’impunità.

Di fronte a questo spettacolo di degrado certo che si può parlare di abbandono. È l’abbandono e il conseguente degrado che servono ai malavitosi per imporre il loro potere e per erogare quelle elemosine che lo consolidano. Estromettere lo Stato dal territorio significa trasformare in carità e in favori ciò che dovrebbe e potrebbe essere dato con gli atti politici e applicando le regole. Per questo i pacchi di viveri distribuiti da una formazione politica che compete alle elezioni sono un ritorno a tradizioni antiche del sottosviluppo italiano e non sono accettabili. La destra cosiddetta sociale che si esprime oggi col movimento di Casapound è lontana anni luce dagli slogan della destra che inneggiava alla maggioranza silenziosa all’inizio degli anni ’70. “Legge e ordine” si diceva allora. Oggi Casapound somiglia al fascismo delle origini che aveva la faccia della protesta sociale e quella dello squadrismo. Niente “legge e ordine” fino alla conquista del potere. Questa è la logica.

partecipazione dei cittadiniDi fronte allo spettacolo delle periferie si resta sgomenti. La situazione è compromessa e non si sa da dove cominciare. Eppure la strada della rinascita si può definire in un solo modo: ristabilire il controllo del territorio da parte dello Stato cominciando dalle case di proprietà pubblica con un’opera di bonifica e di pulizia anche nelle amministrazioni che dovrebbero gestirle e che hanno lasciato fare le bande di occupatori per anni. Questa però è solo condizione di base; bisogna poi fare ricorso a tutti gli strumenti di cui l’intervento pubblico nel territorio e nel sociale dispone. È anche una questione di spesa pubblica, ma sarebbe un errore pensare che basti questa a cambiare una situazione compromessa. I soldi si devono accompagnare ad una presa di coscienza e all’assunzione di responsabilità. Non bastano se i cittadini non si rendono conto di esserlo e se abitano i luoghi come fossero predatori di passo. I luoghi sono lo specchio di chi ci abita e nessun intervento dello Stato può sostituire ciò che possono e devono fare i cittadini e le organizzazioni della società civile, da quelle che praticano l’assistenza a quelle che organizzano la partecipazione.

Per questo però ci vuole uno sforzo anche culturale da parte di tutti per capire e per imboccare la strada della rinascita. Alla politica spetta il compito cruciale di progettarla e guidarla cominciando a dare il buon esempio

Claudio Lombardi

Elezioni siciliane e Ostia. Un voto a metà

“Che vinca il migliore” disse Matteo Renzi pochi giorni prima delle elezioni siciliane. Ha vinto Musumeci. Che sia il migliore non è certo, ma di sicuro non hanno vinto i siciliani dato che hanno votato il 46% degli elettori. Peggio ancora a un migliaio di km di distanza, a Ostia municipio di Roma. Qui ha votato il 36%. Non si sa ancora chi sarà il migliore, lo si deciderà al ballottaggio, ma certo se la percentuale di votanti dovesse continuare ad essere questa di sicuro Ostia sarà amministrata dai rappresentanti di una minoranza.

astensionismoSi dirà che è un fenomeno normale nelle democrazie consolidate. Che non c’è da scandalizzarsi se la maggioranza non vota. E invece no, non va bene sia perché una democrazia nella quale gli elettori non si riconoscono è debole, sia perché in altre occasioni la gente è andata a votare. E allora bisogna domandarsi perché.

Intanto abbiamo visto che gli elettori non votano anche se si presentano quelli accreditati della capacità di portarli ai seggi: M5S, Casa Pound, Salvini, Meloni, gruppi di sinistra extra Pd. E allora è la politica che non interessa più i cittadini? Non proprio se poi al referendum sulla riforma costituzionale vanno a votare in massa e lo stesso fanno alle elezioni politiche (ultimo dato, nel 2013 votò il 72%). Quando in gioco c’è qualcosa che viene avvertito come determinante la gente si muove. E vota. Lo stesso atteggiamento di rifiuto della politica (fanno tutti schifo, io non voto più) nasconde una fiducia tradita e un vuoto.

cittadino arrabbiatoLa sensazione è che di politica la gente abbia un gran bisogno perché capisce benissimo che qualcuno deve andare a rappresentarla ed esercitare il potere. D’altra parte quando qualche novità si manifesta è facile che riceva un’adesione che stupisce (il Pd nei primi anni con le primarie, il 42% di Renzi alle europee e l’exploit del M5S sono gli esempi più evidenti). Si fa presto a dare fiducia, ma si fa presto anche a toglierla.

Quando le cose si fanno ingarbugliate, però, cioè quando prevale la manovra politica o quando i partiti hanno tradito le attese dei cittadini l’entusiasmo scompare e così la spinta a partecipare. Non si tratta solo degli scandali però. Pagano un prezzo quei partiti che non riescono a distinguersi dalle istituzioni che dirigono e che si identificano con la mediazione politica di governo. Per questo, in occasione della nomina del Governatore della Banca d’Italia, ha fatto benissimo il Pd a manifestare la propria posizione critica prescindendo dal galateo istituzionale o dalle esigenze del governo. In altri tempi si sarebbe somministrato ai cittadini un sermoncino sulla responsabilità istituzionale, sull’autonomia della Banca d’Italia, sui vincoli e sui rapporti internazionali ecc ecc.. E tutti zitti sui deficit della vigilanza bancaria pagati a carissimo prezzo dai cittadini e dallo Stato.

astensioniÈ solo un esempio, ma significativo, della differenza che passa tra voler mantenere un rapporto con i cittadini e tentare di rabbonirli convincendoli che va tutto bene anche se ciò confligge con la loro esperienza diretta. Fosse stato fatto sistematicamente negli anni passati il distacco dai partiti e dalla politica sarebbe oggi minore. In fin dei conti si tratta non di assecondare o attizzare la protesta, bensì di mostrare comprensione e impegno per la vita delle persone.

In verità questo discorso dovrebbe essere rivolto quasi esclusivamente al Pd, il partito che attira una buona dose di ostilità da parte dell’opinione pubblica e che viene presentato come l’emblema di una politica autoreferenziale, distante dai cittadini e segnata dagli scandali e dalla disonestà. Non capita lo stesso a Forza Italia e alla Lega nonostante lunghi anni di governo e scandali odiosi.

berlusconiLa spiegazione potrebbe essere molto semplice. Pagano un prezzo le forze politiche che si sono fatte interpreti con più convinzione delle politiche europee cioè di quelli che apparivano vincoli esterni. Non lo pagano quelle che hanno mostrato di preoccuparsi più del proprio territorio e della comunità. Forse non ci si rende conto di quanto ha pesato la riforma delle pensioni, ma il timore di dover aspettare i 67 anni e oltre per andare in pensione è una costante nei discorsi degli italiani che lavorano. Tra i giovani, invece, di pensione non si parla perché il lavoro è così incerto e discontinuo che è impossibile immaginare un futuro stabile. È chiaro che i partiti che hanno difeso con più convinzione le politiche del rigore non hanno conquistato la simpatia di tanti italiani. Guarda caso il Pd ne era il capofila. Le destre, invece, sono riuscite ad apparire le vittime degli eventi che portarono alla caduta del governo Berlusconi nel 2011 e hanno continuato a mostrarsi ostili ai vincoli della moneta unica. Il quadro non sarebbe completo senza gli scandali sulle ruberie e sui costi della politica e senza la sensazione degli italiani di essere abbandonati e messi di fronte agli effetti della globalizzazione e della crisi finanziaria senza più le tutele e le coperture del passato.

riforma pensioniIl Movimento 5 stelle nasce da qui, dalla rabbia e dalla sensazione di impotenza. E questa continua ad essere la sua spinta propulsiva.

Soltanto con il governo Renzi le cose sono cambiate e di molto. La BCE ha fornito la sua copertura illimitata contro la speculazione e l’Europa ha riconosciuto all’Italia ampi margini di flessibilità sul deficit. In questo modo è stata possibile una grande espansione della spesa pubblica a favore dei percettori di redditi medi e bassi e delle imprese e del lavoro (nella scuola stabilizzazione di 150mila precari). La crescita del Pil e aver tenuto in piedi in maniera egregia un governo dell’Italia che ha permesso di gestire anni difficili sono altri meriti del Pd, ma non avvertiti come tali o non riconosciuti. E così Berlusconi torna a godere delle simpatie di una parte degli italiani come se nulla fosse accaduto dal 1994 ad oggi. E il M5S continua ad essere destinatario di speranze che prescindono dalle pessime prove di governo rese nelle più importanti città amministrate dai cinque stelle. Lo scenario siciliano ci consegna quindi un possibile nuovo bipolarismo tra destre e M5S nel quale il centrosinistra e la sinistra potrebbero avere un ruolo marginale

Per chi vuole qui c’è molto da indagare e da capire

Claudio Lombardi

Referendum vo’ cercando che è sì comodo

Sono tempi di referendum questi. Dal Regno Unito alla Scozia, alla Catalogna, alla Lombardia e al Veneto. Allo scontento si apre la valvola di sfogo del voto. Un voto qualunque anche se non si sa a cosa può servire, anche se va oltre la legalità e la ragionevolezza, anche se sarebbe inutile. Un voto conferisce identità, fa sentire uniti e determinati. Sembra che si dia la parola al popolo a prescindere dall’effettiva utilità. Un voto può servire a dare forza ai miti di popolazioni autoctone (i lombardi, i veneti) che sono tali solo in parte.

referendum LombardiaDomenica 22 si è svolto l’atteso referendum nelle due regioni a direzione leghista, Veneto e Lombardia. L’affluenza è stata significativa in un caso e scarsa nell’altro, ma, come già detto, conta che ai cittadini sia stata trasmessa l’impressione che il voto servisse a rendere più forte la rivendicazione ormai esplicita (e tradizionale) della Lega: tenersi i soldi. Come è noto l’art 116 della Costituzione prevede che le regioni possano raggiungere un’intesa con lo Stato per vedersi attribuite ulteriori forme e condizioni di autonomia in relazione alle materie nelle quali è prevista la legislazione concorrente. Non c’è dunque bisogno di alcun voto popolare. Chi lo sollecita in realtà sta lavorando per sé, per ampliare il consenso al proprio partito (o all’interno del partito). Solo che rischia di fare un guaio, perché si comincia in un modo e poi si finisce per disseppellire l’ascia di guerra dell’indipendenza della Padania di bossiana memoria magari passando attraverso la battaglia per lo statuto speciale (un altro modo per tenersi i soldi).

Salvini che ambisce a diventare il leader nazionale del centrodestra ha detto che analoga rivendicazione sarà fatta dalla Lega in tutte le regioni a statuto ordinario. Luca Zaia dice che l’obiettivo è tenersi i 9/10 delle entrate fiscali riscosse in regione che è come dire indipendenza dall’Italia. Altre forze politiche riconoscono che la strada giusta sarebbe quella del federalismo. Ma tutto ciò ha senso? Sentir parlare di federalismo in una nazione di 300.000 km quadrati suddivisi in 20 regioni che dovrebbero trasformarsi in 20 stati federati suona un po’ ridicolo e un po’ incute timore.

regioni ItaliaSe un osservatore neutrale guardasse all’esperienza del regionalismo italiano gli verrebbe più facilmente in mente l’idea di diminuire il numero delle regioni magari accorpandole in macro aree territoriali ed eliminare quelle speciali che non hanno ormai più nessuna giustificazione. Potrebbe anche pensare di abolire del tutto le regioni e dare nuovo valore alle province e ai comuni. Dopo tutto sono questi gli enti di prossimità più vicini ai cittadini e quelli che affondano le loro radici nella storia. Le regioni non possiedono nessuno di questi caratteri. Le regioni non sono vicine ai cittadini e sono state formate per legge nemmeno cinquant’anni fa.

Nemmeno si può dire che le regioni nei decenni che sono passati dalla loro istituzione si siano distinte come esempio virtuoso di buon governo. La stessa Lombardia con quello che è successo nel campo della sanità e con le vicende che hanno toccato i massimi esponenti della Regione a cominciare dal presidente Formigoni non ha certo dato una bella immagine di sè.

spesa pubblicaE allora perché appaiono tutti molto comprensivi verso le rivendicazioni di maggiore autonomia nel nord? Una spiegazione potrebbe essere che effettivamente nei conti del dare e dell’avere uno squilibrio tra nord e sud c’è e che, però, non lo si può modificare. Quindi che si parli di autonomia, ma senza toccare i conti. C’è poi una cautela perché la gente non si fida, ha timore, cerca protezione in un livello istituzionale col quale identificarsi e che sente in grado di farsi rispettare. E così si cerca di assecondarla. Infine gli esempi di spesa pubblica virtuosa sono rari, ma nelle regioni del sud sono l’eccezione e quindi è difficile difendere la ripartizione delle risorse in nome della solidarietà.

Nel complesso però questa diatriba appare stucchevole e datata. Se si vuole parlare di soldi e di vantaggi bisogna dire che i conti del dare e dell’avere sono molto più complessi di come appaiono. Inoltre gli effetti di fare sistema all’interno di uno Stato nazionale sono meno visibili, ma pesano. Basti pensare al debito pubblico, alle opere grandi e piccole pagate con i soldi dello Stato, alla previdenza, alla forza di un’economia che appartiene nel suo complesso non ad una regione, ma ad uno degli stati maggiormente industrializzati.

Continuare sulla strada del federalismo riparatore dei pretesi torti che subirebbe il nord non porta da nessuna parte. La risposta più sensata sarebbe quella di far funzionare tutto lo Stato regioni, comuni, città metropolitane e province compresi. Il risanamento e il riequilibrio della spesa pubblica ne costituisce uno dei passaggi fondamentali. Il federalismo può essere la soluzione? Forse può essere parte della soluzione, ma non come vorrebbe farlo la Lega puntando sul residuo fiscale di un paio di regioni e nemmeno come lo sta facendo da anni la Sicilia e meno che mai facendo la fotocopia del regionalismo e chiamandolo federalismo. Fino a che non ci sarà una maggioranza di governo forte capace di mettere mano all’assetto istituzionale collegando autonomia a responsabilità, poteri e doveri si discuterà a vuoto tentando di lisciare il pelo alle invettive contro lo Stato centrale perché altra risposta non potrà esserci

Claudio Lombardi

I pasticci dell’ idealismo estremo

L’ idealismo estremo è sempre molto attivo. Animato dalle migliori intenzioni rischia di combinare pasticci se portato sul piano politico. Prendiamo lo sgombero del palazzo occupato a piazza indipendenza a Roma. I fatti sono noti a tutti: un ordine di sgombero sancito dalla magistratura che risale al 2015 e dopo quattro anni di occupazione viene eseguito pochi giorni fa dopo trattative e proposte di spostamento rifiutate dagli occupanti (brilla comunque lo scarso impegno del comune di Roma). La polizia fa uso di idranti che servono anche a spegnere le fiamme appiccate ad alcune bombole di sgombero Romagas lanciate contro gli agenti. Apriti cielo! Risuonano indignazioni e paroloni di sdegno esagerato. Chi ha taciuto per anni sulle occupazioni che nella sola Roma riguarderebbero un centinaio di edifici e sulle sue gestioni spesso malavitose (a proposito che fine ha fatto l’eritreo che è uscito dal palazzo con 13mila euro?). Chi non ha aperto bocca di fronte al saccheggio di alloggi pubblici ai quali si dovrebbe accedere solo per graduatorie e con requisiti stringenti (e invece si sa che i soggetti più deboli in certe zone non escono più di casa per timore che gli venga occupata) fa sentire la sua voce adesso con accenti accorati. E ne trae spunto per eleganti elaborazioni intellettuali di indubbio valore letterario, ma di assoluta inconsistenza politica.

Eccone un esempio.

Scrive Ezio mauro su Repubblica di qualche giorno fa: “è difficile non trovare un collegamento emotivo, culturale e infine politico tra l’ultimo atteggiamento italiano nei confronti dei migranti sui barconi e le Ong di soccorso (criminalizzate in una vera e propria inversione morale) e lo sgombero degli abusivi dal palazzo nel centro di Roma, a colpi di idrante. La questione di fondo è che la povertà sta diventando una colpa, introiettata nella coscienza collettiva e nel codice politico dominante, così come il migrante si porta addosso il marchio dell’ultima mutazione del peccato originale: il peccato d’origine (…) noi — i garantiti, gli inclusi — non vogliamo vederli mentre agitano nelle nostre città la primordialità radicale della loro pretesa di vivere”.

salvataggi OngMauro dovrebbe sapere che nessuno ha criminalizzato le Ong, ma il governo ha voluto riportare sotto un minimo controllo i flussi di migranti cresciuti a dismisura anche grazie al disordine creato dalle Ong che in oggettiva complicità con i trafficanti avevano assunto il ruolo di traghettatori dalla Libia all’Italia. La supposta criminalizzazione è solo una fantasia dell’ex direttore di Repubblica.

Anche riguardo alla povertà Ezio Mauro dimentica che in tutta Europa il sostegno ai più svantaggiati esiste ed è una delle conquiste dell’assistenza sociale che non ha eguali in altre parti del mondo. Già ma forse lui intende non i poveri nati qui, bensì tutti gli altri. Ebbene tutti gli immigrati anche irregolari costano allo Stato italiano un bel po’ di soldi in assistenza (anche sanitaria) che sarà pure oggetto di speculazioni, ma è pur sempre meglio del niente dei territori di provenienza. Quindi in cosa si concretizzerebbe questa povertà come colpa? Boh!

povertàE ancora: “è chiaro che una risposta al sentimento-risentimento dei cittadini spaventati va data, ma la si può e la si deve cercare dentro un governo complessivo della globalizzazione, non privatizzando i diritti a nostro esclusivo vantaggio e usando la nostra libertà a danno degli altri, spinti sulle nostre sponde da un’angoscia di libertà estrema la cui posta è addirittura la sopravvivenza”.

Qui si raggiungono vette di pensiero insondabili. Chi e come dovrebbe governare la globalizzazione (posto che organismi e sedi che pongono limiti e regole già esistono)? Non si sa. E poi che vuol dire “privatizzando i diritti a nostro esclusivo vantaggio e usando la libertà a danno degli altri”? Forse che di fronte alle ondate migratorie dobbiamo rinunciare a ciò che abbiamo mettendolo a disposizione dei poveri del mondo? Ma se non lo fa nemmeno la Chiesa cattolica! E poi, esattamente in cosa consisterebbe l’uso della nostra libertà a danno degli altri? Frasi che purtroppo somigliano a farneticazioni visionarie.

L’articolo si conclude con l’appello a liberare “la povertà dalla moderna colpa per restituirla alla dinamica sociale”. Che vuol dire? Forse che i poveri debbono inserirsi nelle rispettive società? Ma perché adesso dove stanno? Certo ognuno nel suo territorio come è ovvio. Oppure l’autore intende che dobbiamo inserire i poveri del mondo nella nostra società? Francamente non si capisce. Anche qui fumosità e una visione di assoluta inconsistenza politica.

idealismo estremoMa veniamo ad un altro intervento assai autorevole, quello di Emma Bonino che si preoccupa dei migranti che vengono fermati in Libia o al confine sud dopo che sono crollate le partenze verso l’Italia. L’accusa nei confronti dei governi è che “continuiamo a fare finta di non sapere”. Al riguardo due osservazioni: cosa propone la Bonino? Di riprendere i trasbordi dalla Libia all’Italia senza limite alcuno? E poi perché preoccuparsi solo di quelli che o sono già nel territorio libico o vi si stanno avvicinando? Nel cuore dell’Africa in varie zone ci sono esseri umani che soffrono. Perché non portarli tutti da noi? Sembra la stessa predicazione delle battaglie radicali contro la fame nel mondo (ogni minuto muore un bambino!) che hanno portato alle politiche di aiuti assolutamente inutili e fonte di corruzione. E comunque ieri a Parigi c’è stato un vertice tra Germania, Francia, Spagna e Italia insieme ad alcuni stati africani che ha posto le basi di una svolta nella gestione dei migranti. L’aiutiamoli a casa loro potrà non essere più uno slogan, ma una politica concreta. Di questo c’è bisogno, non di predicazioni inconcludenti.

No decisamente l’ idealismo estremo si rivela poco utile per intervenire su realtà complesse, poco utile e fonte di guai

Claudio Lombardi

Atac corrotta, nazione infetta

“È questa indulgenza di branco, alla fine, la radice della mentalità mafiosa italiana”. Così si conclude l’analisi di Mario Seminerio che parlando di Atac tocca alcuni elementi del “sistema Italia” che ci condanna all’inefficienza e allo spreco sulla base della testimonianza del neo direttore generale di Atac. Da leggere e rileggere.

gestione atacBen due interviste, su Fatto e Corriere, al direttore generale della municipalizzata romana di trasporto pubblico, Atac, segnano l’ennesimo sveglia che suona per la sindaca Virginia Raggi, che deve ancora decidere che fare da grande. Ma tra le righe delle interviste c’è anche una sveglia per il governo centrale, che continua a non voler mettere mano ad una revisione della disciplina dello sciopero nei servizi pubblici e nella rappresentanza sindacale. Quando l’evidenza non viene colta.

Bruno Rota è ad Atac da aprile, dopo sei anni all’Atm di Milano, dove ha raggiunti risultati positivi, ma solo dal 28 giugno è dotato delle deleghe operative di direttore generale. Oggi conferma quello che tutti sanno, da sempre: Atac è un bubbone, che andrebbe inciso o escisso da una città che pare non avere anticorpi per reagire a quello che non è più declino ma decomposizione, e che rischia di portarsi dietro l’intero paese.

Il punto centrale richiamato da Rota è che Atac è sepolta dal debito: 1.350 milioni totali, 325 milioni verso fornitori, che stanno progressivamente cessando di rifornirla. Rota invoca quindi la ristrutturazione del debito, anche considerando che ad Atac serviranno molti soldi per investire nell’ammodernamento del parco circolante di mezzi, ormai sempre più soggetti a fermi per guasti, veri e presunti.

Rota, con gli intervistatori (Federico Fubini e Gianni Barbacetto) parla anche del personale. Al Fatto dichiara:

turni atacÈ stato scritto che Atac licenzierà 2.500 dipendenti.
«Falso. Il nostro problema non è tagliare i dipendenti, ma farli lavorare, perché oggi non riusciamo a coprire i turni. Troppe assenze, turni di lavoro abbreviati perché molti macchinisti non timbrano l’ora di entrata e di uscita e nessuno controlla. Qualcuno approfitta della situazione riconsegnando dopo qualche ora di lavoro il suo mezzo dicendo che non funziona più bene. Bisogna ripristinare un sistema di regole e di controlli per impedire che ognuno faccia ciò che gli pare»

Al Corriere, sullo stesso tema, la risposta è più articolata ma pare sempre rigettare l’ipotesi degli esuberi strutturali:

«[…] chi capisce di organizzazione aziendale, vede subito che il tema centrale oggi non è ridurre il numero dei dipendenti. Chi lo sostiene ora fa solo del terrorismo psicologico. Anzi i dipendenti in un certo senso mancano, visti i tassi di assenteismo consolidati nel tempo. Il tema è far lavorare di più e meglio quelli che ci sono. Oggi con questi tassi di assenteismo si fa fatica a coprire i turni»

Ah, beh, al vostro buon cuore. Ma non c’era un accordo sindacale sulle timbrature, ad esempio?

«Gli accordi di timbratura sono in larga parte lettera morta. Il personale di linea continua a timbrare poco e male. Per questo insisto che bisogna iniziare rispettare le regole, sono anni che non lo si fa. Si parla di turni massacranti e c’è gente che non arriva a tre ore effettive di guida, quando le fanno. Bisogna che si prenda coscienza anche di questi problemi. Non si timbra, malgrado le regole dicano altrimenti, e si prendono salari su orari di lavoro presunti. È intollerabile sia nei confronti di chi fa il proprio mestiere, sia di coloro che un lavoro non riescono ad averlo»

lotte sindacaliPiuttosto chiaro, no? Però il problema non è il personale, pare. D’accordo, serve politica e molta. Serve (forse) convincere la svagata Raggi a prendere la strada livornese del concordato preventivo, come fatto dal sindaco labronico cinquestelle Filippo Nogarin. Se Rota pensa di andare in questa direzione, è troppo esperto e preparato per non capire che le dimensioni ed il grado di sfacelo di Atac rendono questa strada poco o per nulla percorribile. Il suo resta un tentativo disperato.

Rota, per puntare sulla cosiddetta “pace sociale”, in nome della quale si fanno marcire ampie parti del paese, pensa forse di recuperare produttività, dopo aver liberato risorse per investimenti mediante ristrutturazione del debito. Ma i problemi di Atac sono arcinoti: da molto tempo Andrea Giuricin, economista dei trasporti, li ha bene evidenziati. Troppi amministrativi, troppo pochi operativi. Tutti ferocemente sindacalizzati, come spiega in modo disarmante lo stesso Rota al Corriere:

Che rapporti ha con i sindacati di Atac?
«Prima mi faccia dire che all’Atm di Milano ho avuto rapporti anche ruvidi in certi momenti, ma sempre costruttivi. Abbiamo lavorato in squadra e i risultati si sono visti. Insieme abbiamo rilanciato e reso più efficiente un’azienda che ha difeso il lavoro e ha creato una riserva di cassa importante»

E a Roma?
«I sindacati rappresentativi li ho incontrati tutti. Per la verità qui si presentano come rappresentanti delle posizioni del sindacato gente che ha trecento iscritti su undicimila dipendenti. Gente che va in tivù a spiegare come funzionano i sistemi di sicurezza dei mezzi senza saperne nulla»

Non saranno tutti così…
«No, certo. Ci sono sindacati più rappresentativi. Quando ho incontrato i loro rappresentanti ho avuto l’impressione che non avessero fino in fondo la percezione della gravità e della dimensione del problema. Poi naturalmente sono andati in assessorato a chiedere garanzie. Non hanno capito che è l’ultima spiaggia»

sistema ItaliaDifficile essere più chiari di così. La frantumazione sindacale e le protezioni politiche, che sono trasversali, paralizzano l’azienda e la fanno morire. A questo si sommano gli ampi margini offerti dalla regolamentazione del diritto di sciopero nei servizi pubblici, mai rivista, dove micro sindacati bloccano milioni di persone ed il loro diritto alla mobilità. Rota non lo dice, ma servirebbe soprattutto quello: in primo luogo, regolare con legge nazionale la rappresentanza aziendale, in modo da evitare che questa proliferazione di cobas al cornetto e cappuccino affondi l’azienda. E poi, rivedere le norme sulla proclamazione degli scioperi. Se l’Italia avesse un governo centrale di soggetti adulti e responsabili, questa revisione del diritto di sciopero e della rappresentanza l’avremmo già, come altri paesi adulti e civili.

Invece, da noi ciò non avviene, perché c’è sempre un’elezione dietro l’angolo, foss’anche quella per il parcheggiatore abusivo di quartiere, e perché si teme sempre che al momento topico qualche termite equa e solidale, di sinistra come di destra “sociale”, si alzi a strepitare contro il liberismo che flagella questo paese. Nel mezzo, quelli che contano o dovrebbero contare, in senso numerico: gli elettori. Che evidentemente non trovano modo di esprimere maggioritariamente il loro disagio temendo che prima o poi qualcuno “venga a prendere” anche loro, nelle loro piccole e grandi rendite di posizione. Ma scordando che quel “qualcuno” è la realtà, che sfonda le porte a calci, senza bussare. La realtà ha un noto bias liberista, forse.

mentalità mafiosaTornando a Rota, auguri per la sua mission impossible. Per ora siamo alla captatio benevolentiae verso l’irresoluta sindaca, che “ascolta e sostiene”. Poi, se e quando deciderà di agire, ci farà sapere. Atac, come detto più volte da Raggi, è “patrimonio dei romani”. Un patrimonio radioattivo, si direbbe. L’inazione non è un’opzione, però. La scommessa di Rota è quella di usare la ristrutturazione del debito come volano di produttività ma anche di senso civico e dignità del personale, oltre che dell’utenza. Una scommessa pressoché disperata, quando il contesto culturale è degradato come a Roma.

Paradigmatica, in questo senso, è la chiusura dell’intervista al Fatto:

Rimpiange Milano?
«Rimpiango tantissimo Milano e Atm. Mi mancano quasi fisicamente. Mi manca il clima di verità in cui sono sempre avvenuti anche i confronti più aspri, per esempio con le forze sindacali. E mi manca la “squadra” di colleghi capaci che avevo faticosamente messo insieme in Atm. Qui a Roma, vincoli legislativi e la situazione aziendale rendono quasi impossibile rafforzare la squadra»

Raggi, se sei in vita batti un colpo. E piantala di dire che “è colpa di quelli che ci hanno preceduto”: questa motivazione può andare bene per il primo mese dopo l’insediamento, e continuare ad essere perfetta per tutti i piccoli pasdaran falliti che imperversano sui social e nel mondo reale. Quelli per i quali leggi e circostanze si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici. È questa indulgenza di branco, alla fine, la radice della mentalità mafiosa italiana.

Mario Seminerio tratto da http://phastidio.net

La legge elettorale e il gioco dell’oca

Nel gioco dell’oca se si arriva alla casella 58 si torna alla 1 e il gioco ricomincia. Qualcosa di simile è accaduto oggi sulla legge elettorale. Lasciamo perdere l’occasione (in tutte le battaglie parlamentari c’è un emendamento o un voto killer) e concentriamoci sull’immagine di una parte della classe dirigente politica incapace di definire e approvare una legge elettorale. Non è affatto la decisione più complicata che possa toccare ad un parlamento. In fin dei conti si tratta solo di stabilire le regole del gioco democratico. Basterebbe anche solo copiare uno dei sistemi elettorali che già hanno dato buona prova in altri paesi. In Europa ce ne sono almeno tre: quello francese, quello tedesco e quello inglese. Se hanno funzionato lì perché non dovrebbero farlo da noi?

elezioniMa basterebbe anche solo ripristinare il sistema elettorale approvato nel 1993 (“mattarellum”). Ha funzionato bene fino a che Berlusconi, gli ex missini e la Lega vollero sostituirlo con il “porcellum” (legge 270 del 2005). L’intenzione era quella di assumere un controllo assoluto sugli eletti e di tagliare la strada al centrosinistra. In realtà non raggiunse nessuno dei due obiettivi poiché le maggioranze riflettevano comunque gli orientamenti del corpo elettorale e i parlamentari cambiarono gruppo più che nel passato. Comunque la legge fu dichiarata incostituzionale nel 2014. Un anno e mezzo dopo fu approvata una nuova legge elettorale (“italicum”) come parte di una generale riforma del sistema istituzionale che fu effettivamente approvata dal Parlamento, ma, sottoposta a referendum, fu bocciata dal voto del 4 dicembre 2016. Successivamente la Corte Costituzionale dichiarò l’incostituzionalità del ballottaggio e così smontò la legge che, comunque, era stata concepita solo per l’elezione della Camera dei deputati e dopo il fallimento della riforma costituzionale doveva essere riscritta.

confronto legge elettoraleDopo che sulla legge elettorale e sulle riforme costituzionali si è discusso per anni bisogna dare atto al governo Renzi di aver avuto la capacità di arrivare ad una conclusione su entrambe. Chiaramente la bocciatura della riforma costituzionale ha rimesso tutto in discussione e anche la recente proposta del Pd di tornare alla legge del 1993 o di prenderla a base di un nuovo testo è stata respinta da quei partiti che hanno puntato fin dall’inizio sul ritorno al proporzionale.

La proposta ispirata al sistema tedesco sulla quale era stato raggiunto un accordo tra i quattro maggiori partiti era un compromesso tra la posizione a favore del maggioritario del Pd e quella per il proporzionale con preferenze del M5S. Adesso il compromesso è saltato probabilmente perché il M5S ha intuito che avrebbe pagato un prezzo per la sua scelta. È anche probabile che ci fosse il disegno di addossare al Pd la responsabilità di un sistema elettorale che avrebbe reso indispensabile una qualche alleanza per formare una maggioranza. Con estrema disinvoltura si è passati dall’attacco a Renzi e al Pd con lo slogan dell’uomo solo al comando a quello dell’inciucio con Berlusconi aggiungendoci anche il disegno di far finire la legislatura prima del 2018.

bugiePurtroppo è vero che una bugia gridata forte e ripetuta più volte diventa una mezza verità. Si sa l’opinione pubblica è impressionabile e così magari non fa caso che si attacca il Pd per ciò viene programmato o proclamato da altri. Dell’intenzione di Renzi di far cadere il governo per anticipare il voto si è parlato diffusamente anche se sulla base di impressioni dei commentatori. Sull’obiettivo dichiarato di far finire la legislatura da parte del M5S, della Lega e anche di una parte dei gruppi a sinistra del Pd invece si è sorvolato. Si vede che chi informa l’opinione pubblica vuole far prevalere le proprie impressioni sui fatti o semplicemente ha fatto la sua scelta politica e la ammanta di oggettività. Oggi la sola posizione che può aiutare a fare chiarezza è il ritorno al “mattarellum”, ma proclamato a voce alta da chi lo ha già proposto e cioè il Pd. Spiegassero gli altri perchè non lo vogliono.

Claudio Lombardi

Ancora sull’ omeopatia

La tragedia che ha portato alla morte il bimbo di sette anni ad Ancona curato con l’omeopatia invece che con antibiotici deriva dalla mentalità antiscientifica e dalla diffidenza per i risultati conseguiti col metodo scientifico. Poiché ciò può portare a rinunciare alle cure cosiddette tradizionali mettendo a rischio la salute delle persone riteniamo giusto, utile e necessario pubblicare un intervento del medico Roberto Burioni tratto dalla sua pagina facebook

chimicaLa chimica, quella che è alla base del funzionamento dello schermo e dei semiconduttori del nostro computer, del motore della nostra auto e le cui leggi tengono insieme la plastica della sedia dove siamo seduti, ci può dire con precisione quante molecole di cloruro di sodio sono presenti in un grammo di sale da cucina sciolto in un bicchiere di acqua. Partendo da questo numero esattissimo, ci può anche dire che dopo un certo numero di diluizioni in acqua le molecole sono talmente diluite da potere affermare che in quel bicchiere di acqua non c’è più sale. Ora se la chimica che fa funzionare il computer, l’auto e la plastica è vera (ed è vera) nei preparati omeopatici non è contenuto nessun principio attivo. Questo è un fatto e non un’opinione.

Certo, se ci fosse la dimostrazione di un’attività terapeutica di questi preparati dovremmo rivedere le basi della chimica, ma siccome in tutti gli studi controllati si dimostra che i preparati omeopatici non hanno alcuna efficacia, possiamo stare tranquilli: la nostra chimica è giusta, i preparati omeopatici non contengono nulla e – ovviamente – non hanno alcuna efficacia. Anche questo è un fatto e non un’opinione.

prodotti omeopaticiDetto questo, se un adulto dice di sentirsi meglio dopo avere preso un preparato omeopatico, dopo avere pregato Budda o baciato una medaglietta di Padre Pio possiamo vietarglielo? No. E’ libero di fare ciò che vuole, anche perché non contenendo nulla, così come non hanno alcuna efficacia, le preparazioni omeopatiche non hanno di certo nessuna tossicità!

Quello che io trovo invece inappropriato è che preparazioni che non contengono nulla, e che concettualmente sono come le medagliette di Padre Pio, vengano prescritti da medici e venduti nelle farmacie. Questo può ingenerare la falsa convinzione che abbiano una qualche efficacia o che contengano qualcosa. I preparati omeopatici invece non hanno alcuna efficacia e non contengono nulla, ed io ritengo che – come i filtri d’amore e le medagliettenon debbano trovare spazio nella pratica medica e nelle farmacie. Per questo spero che gli ordini dei medici e dei farmacisti si muovano di conseguenza, ricordando che i loro iscritti svolgono una professione molto diversa da quella dei cartomanti e delle fattucchiere.

Non c’è nulla di male a farsi leggere le carte; mi disturba solo quando a leggerle è un mio collega.

Roberto Burioni

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