Legittima difesa e difesa dai reati

legittima difesa

Ad ogni rapina in casa o in negozio ritorna il tema della legittima difesa. I livelli di guardia dell’esasperazione sono ormai stati raggiunti da anni e la legittima difesa rischia di diventare un feticcio sul quale scaricare ansia, rabbia, frustrazione. Immaginare che tutti possano realizzare una difesa armata della propria abitazione e del proprio negozio che li metta al riparo dalle aggressioni è una pura illusione che solo chi non sa nulla del maneggio delle armi e delle tecniche che servono per usarle in uno scontro diretto può alimentare.

ladriSecondo la legge la legittima difesa è sempre possibile purchè ci si trovi in presenza di un pericolo per la propria incolumità e la difesa sia proporzionata all’offesa. Nel caso delle aggressioni in casa o nei locali dove si svolge un’attività commerciale o professionale la proporzionalità tra difesa e offesa è sempre presunta ove si tratti di difendere non solo l’incolumità propria o altrui, ma anche i beni. Unica condizione è che vi sia pericolo di aggressione e non vi sia desistenza da parte di chi aggredisce.

Per essere chiari: se chi aggredisce cessa la sua aggressione e fugge viene meno la legittima difesa.

Di contro, se chi aggredisce insiste nella sua azione è legittimo usare contro di lui ogni possibilità di difesa.

furti in casaNella realtà non è possibile distinguere nettamente le due situazioni. Infatti i casi di cronaca e le vicende giudiziarie che li hanno seguiti hanno mostrato l’esistenza di zone opache che è toccato ai magistrati affrontare con l’interpretazione delle norme (che è sempre prevista per poterle applicare ai casi concreti).

In particolare i problemi nascono quando chi mette in atto la legittima difesa ritiene di trovarsi nelle circostanze che la prevedono compiendo, però, una valutazione errata che lo porta ad azioni di difesa anche in assenza di un’aggressione in atto che si sia manifestata come tale. L’esempio potrebbe essere quello di qualcuno che si nasconde dietro una tenda avendo violato l’altrui domicilio, ma senza compiere atti di aggressione e la cui scoperta porti ad una reazione armata che ne causa il ferimento o la morte. È legittima difesa questa?

Bisogna quindi accettare che nessuna norma potrà mai prevedere tutte le situazioni che realmente si possono verificare e, di conseguenza, ci sarà sempre bisogno di un magistrato che accerti lo svolgimento dei fatti. Bisogna anche considerare inaccettabile che una semplice violazione di domicilio giustifichi l’uccisione di chi la compie. Chi, come la Lega di Salvini, si fa portabandiera del diritto di vita e di morte contro chi si introduce negli spazi privati compie un’opera folle di imbarbarimento che si ritorcerebbe contro gli stessi che dice di voler difendere.

difesa armataOccorre uscir fuori da un dibattito asfittico nel quale si pensa alla legittima difesa come se si trattasse della risposta risolutiva al problema dei furti e delle aggressioni in casa. In realtà UNA soluzione non c’è. Ci possono essere risposte diverse tra le quali c’è anche la legittima difesa, ma c’è anche l’inasprimento delle pene e la certezza che siano rispettate.

I giornali sono pieni di storie di rapinatori catturati e subito rilasciati o di condannati a pene che non vengono scontate. Le statistiche dicono che solo una piccola percentuale di ladri e rapinatori (rispettivamente siamo intorno al 4,6% per i primi e al 25% per i secondi) vengono catturati e vengono processati per essere poi condannati, ma finiscono per scontare pene di molto inferiori a quelle previste. Questo demotiva sia le forze di polizia sia i cittadini che spesso evitano persino di denunciare i reati consapevoli dell’incapacità dello Stato di rendere loro giustizia.

carceriUsare la severità e la certezza della pena come deterrente è certamente meglio che affidarsi alle armi che ognuno dovrebbe usare per pensare da solo alla propria difesa. Chi delinque deve sapere che sarà catturato e pagherà con la privazione della libertà i reati che ha commesso. Se questo non accade e i cittadini vengono lasciati soli e si manda loro il messaggio che il carcere non è la risposta giusta perché le colpe sono sempre della società e non dei singoli e che, in definitiva, tutti debbano sopportare chi delinque e comprenderne le motivazioni profonde, allora non ci si può stupire se poi prevalgono le risposte violente.

Le carceri non devono essere dei luoghi di tortura per le condizioni disumane nelle quali sono costretti a vivere i detenuti. Che se ne costruiscano di nuove allora, ma non può essere che lo Stato fugga dalle sue responsabilità e se ne lavi le mani lasciando le persone oneste alle prese con la delinquenza.

Claudio Lombardi

Segnali dall’economia e classe dirigente inadeguata

crescita economica

Alle analisi critiche siamo abituati, ma per capire cosa è in ballo davvero dobbiamo anche guardare a ciò che c’è di buono in questo nostro Paese. Se ne occupa un recente articolo di Alberto Orioli pubblicato dal Sole 24 Ore che si concentra sui segnali che provengono dall’economia. Il dato più rilevante è che la produzione industriale è in ripresa e a ritmi intensi. esportazioni italianeL’export di quella che è pur sempre la seconda manifattura europea segue questa tendenza avendo realizzato nel 2016 il miglior avanzo commerciale degli ultimi 25 anni (51,6 miliardi) con un boom di vendite per 417 miliardi. Con buona pace di chi farnetica di rotture in Europa e di nuova autarchia la Germania è il primo mercato di sbocco dei semilavorati italiani. Si tratta di un’integrazione delle catene del valore dove i confini spariscono per lasciare spazio a produzioni integrate con beni targati made in Italy e made in Europe. Forse la svolta protezionista di Trump porterà dei problemi, ma bisognerà vedere come il danno causato dai dazi si bilancerà con l’altra svolta annunciata sul boom di investimenti infrastrutturali interni che, probabilmente, avranno bisogno di far ricorso ad alcune eccellenze italiane del settore. La globalizzazione non cessa perché un politico lo vuole.

Un altro segnale da cogliere riguarda le vendite di capannoni industriali in grande fermento in tutto il Nord Italia con un aumento delle compravendite superiore al 18%. Osserva Orioli che l’edilizia “è il punto più debole dell’economia italiana ed è anche il settore che più di altri fa da volano a investimenti nei comparti collegati e per questo è il vero catalizzatore della ripresa economica”. industriaEcco quindi l’importanza di un altro segnale, quello che arriva dall’incremento dei mutui per l’acquisto delle abitazioni accompagnato dalla crescita nelle costruzioni di edilizia residenziale e non residenziale, con un vero boom nella costruzione di capannoni industriali (+11,9%). I capannoni significano investimenti che, in effetti, “sono esplosi con i bonus legati al progetto di Industria 4.0 che ha consentito di cambiare pelle agli impianti e di compiere finalmente quell’avvio di upgrading tecnologico suggerito da anni da tutti gli analisti del caso-Italia”. E infatti i macchinari (eccellenza del made in Italy) sono tra i protagonisti del boom di esportazioni verso il mercato tedesco. E poi “c’è un atteggiamento diverso rispetto al ruolo strategico dell’Italia: Amazon raddoppia a Rieti con 150 milioni, FedEx punta su Malpensa con 15, Microsoft fa la nuova sede a Milano con 20, Apple guarda al centro ricerca di Napoli per realizzare il centro di sviluppo delle app per l’Europa, i cinesi investono sul porto di Venezia, Barilla raddoppia l’impianto hi tech con 50 milioni, Whirlpool scommette su Fabriano con 14 milioni” e senza citare l’industria automobilistica e l’altro boom collegato ai successi di FCA.

prodotti italianiTutto ciò si riflette sulla Borsa dove le imprese non bancarie registrano oltre 23 miliardi di utili. A conferma che qualcosa sta cambiando sta il regresso del numero dei fallimenti che “sembra tornato ai livelli pre crisi almeno nell’industria manifatturiera, settore dove sono calate vistosamente anche le sofferenze bancarie”. Contemporaneamente però aumentano i finanziamenti alle imprese da parte delle banche che detengono sempre un posto di assoluto rilievo nel nostro capitalismo bancocentrico. Ciò si spera che porti anche ad un aumento dei profitti bancari e ad un conseguente alleggerimento delle sofferenze dei crediti non esigibili. Tra i segnali positivi anche il boom del turismo cresciuto del 6,6% (più della zona sud dell’Europa e più della crescita globale del settore). Mettiamoci anche il record di viste ai musei e ai luoghi della cultura con incassi cresciuti in un anno del 12%, a 172 milioni (con buona pace di chi fantastica di abolizione dei biglietti di ingresso).

politicaTutto ciò nonostante un anno disastroso per i terremoti che hanno colpito l’Italia centrale con un impatto diretto in zone importanti per le attività economiche (dall’agroindustria al turismo) e danni stimati in 23 miliardi di euro.

Ora mettiamo a confronto questi segnali con i temi di cui si occupa il dibattito politico e con l’incapacità di arrivare ad una legge elettorale decente in grado di portare stabilità ad un futuro governo o con le stramberie di chi delira sulle uscite dall’euro e sulle monete parallele (il M5S accreditato come primo partito dai sondaggi) e traiamo la conclusione logica e inevitabile che l’Italia non riesce a selezionare una classe dirigente decente. La nostra economia è una cosa seria rispetto a tanti, troppi ciarlatani incompetenti che popolano partiti e movimenti. Devono decidere gli italiani se vogliono seguirli oppure no. Basta che poi non si lamentino delle conseguenze. Forse bisognerebbe scrivere sulle schede elettorali “pensa a quello che fai”.

Claudio Lombardi

L’ autocritica di Renzi è necessaria

Renzi autocritica

Un articolo di Ezio Mauro su Repubblica di oggi affronta la questione cruciale di come Matteo Renzi ha gestito il suo potere sia nel Pd che alla guida del Governo. Si toccano limiti, criticità e debolezze dei quali è giusto parlare e sarebbe bene che l’ autocritica di Renzi precedesse il rilancio della sua leadership. Sarebbe una grande novità e un segno di forza perché indicherebbe la capacità che egli stesso rivendica di imparare dall’esperienza. Una parte dell’opinione pubblica desidera il leader sicuro di sé e superiore a qualunque errore nonché anche lievemente autoritario e possibilmente anche padrone del suo partito. uomo solo al comandoL’uomo solo al comando è una tentazione che ricorre e non solo in Italia. Piace a molti che il Capo comandi e non risponda ad alcuna critica. A molti altri, però, piacerebbe che si ammettessero gli errori e si ripartisse su basi nuove perché i Capi di solito portano popoli e adepti alla rovina perché li legano alle loro sorti personali.

Vale la pena pertanto di seguire il ragionamento di Ezio Mauro.

“I nodi non sciolti negli anni del comando stanno soffocando Matteo Renzi oggi, nei mesi della sconfitta, e ciò che più conta rischiano di trascinare a fondo con lui l’intera parabola del Pd, tra scissioni, tesseramenti gonfiati, avvisi di garanzia. Sono nodi politici e giudiziari, riassumibili in un unico concetto: il groviglio del potere cresciuto intorno all’ex presidente del Consiglio, che lo ha coltivato o tollerato nell’illusione di proteggersi, fino a restarne imprigionato.
È infatti la concezione del potere del leader che merita fin d’ora un giudizio …”

Il punto per Mauro non è l’esito del procedimento giudiziario che seguirà la sua strada, ma mettere in evidenza che “il meccanismo di controllo e influenza che ha creato intorno a sé, nominando uomini di provata fedeltà personale nei centri più sensibili del potere pubblico” ha lasciato “germogliare filoni di interesse privato che intersecano quei punti decisionali”.

sistema ItaliaL’errore di Renzi, dunque, è stato quello di aver limitato la scelta delle persone alle quali attribuire incarichi di responsabilità ad una cerchia ristretta legata da relazioni di amicizia o di provenienza territoriale.

Secondo Ezio Mauro qui si scorge una “sindrome minoritaria di leader che non riescono a liberarsene nemmeno quando conquistano la maggioranza”, una sindrome che impedisce di ricercare l’egemonia e spinge a puntare solo sulle persone più fidate. Il “vero limite di Renzi è stato di ambizione: pensare eternamente a proteggersi dai colpi e a colpire invece che a convincere e conquistare. Con un progetto capace di presentare una nuova sinistra come leva del cambiamento di un Paese in crisi, in un discorso di verità, tenendo insieme le eccellenze e le sofferenze italiane, in un nuovo disegno di società. Un disegno in cui si riconoscano tutte le anime della sinistra italiana, nella legittima e libera interpretazione che il leader del momento è chiamato a dare, facendosi però carico di una vicenda comune, di storie personali, di una tradizione che parla a un terzo del Paese”.

mobilitazione dei miglioriQuesto è stato il vero limite di Renzi come segretario del Pd che, identificandosi con un governo di coalizione e basato su una maggioranza che non era uscita dalle elezioni con quel programma, ha condotto il partito a non avere un suo ruolo propositivo e critico.

Ezio Mauro ricorda la critica rivolta dal suo giornale in un’ampia intervista resa ai primi dell’anno sulla scelta dei “fedelissimi fiorentini per guidare la macchina governativa”. Critica cui si aggiunge oggi una domanda precisa: “perché non pretendere che quando si ha l’onore di guidare la sinistra e la responsabilità di presiedere il governo i propri familiari si astengano da affari che riguardano il potere pubblico?”

Ezio Mauro ha ragione, ma la critica che rivolge a Renzi avrebbe potuto farla con sfumature ed intensità diverse anche nei confronti della maggior parte dei Presidenti del Consiglio o leader di partito che si sono succeduti negli ultimi decenni. Dire che Renzi avrebbe dovuto cercare i migliori senza preoccuparsi che fossero anche i più fedeli significa considerarlo alla stregua dei ricostruttori del Paese dopo la seconda guerra mondiale. In effetti soltanto negli anni ’50 e ’60 accadde che l’Italia produsse uno sforzo che travalicava le fedeltà di partito e di corrente mobilitando le migliori energie. Senza dimenticare però che ciò avveniva con un ferreo controllo dello Stato da parte della Dc e dei suoi alleati e sotto l’ombrello militare degli Usa.

cambiamentoIn effetti ciò che Mauro sembra chiedere a Renzi può essere inscritto in quel progetto di ricostruzione di un partito di governo di centrosinistra – citato nell’articolo – che unifichi  tutte le anime non solo della sinistra (perchè Ezio Mauro si limita alla sinistra che c’è come se fosse per definizione la raccolta delle energie migliori?), ma si apra anche alle migliori culture politiche, civili e di governo a prescindere dalla loro collocazione partitica.

Ora che Renzi si ripropone come segretario del Pd con l’ambizione di tornare a guidare il Governo trasmettere il senso di una svolta nella gestione del potere è fondamentale. Ma la sfida più ambiziosa sarebbe lanciare un progetto per l’Italia che superi limiti e debolezze del suo sistema (economico, sociale, istituzionale). Limiti e debolezze che si sono intraviste anche nell’affare Consip. Il triennio di governo Renzi non si è concluso bene, ma le esigenze alle quali voleva rispondere quel progetto stanno ancora tutte lì e non sarà certo un governo di populisti, nazionalisti e delle destre a dare le risposte giuste.

Quindi l’autocritica è necessaria, ma per ripartire

Claudio Lombardi

E se guardassimo alla fragilità dell’Italia?

declino Italia

Cosa c’è che non va nel nostro Paese? La fragilità dell’Italia riguarda tutti noi che ne subiamo le conseguenze. Non è una cosa che tocca solo i giornalisti, gli specialisti, le burocrazie e i politici. Di fronte all’evidenza di un’economia che non cresce, di servizi ed infrastrutture carenti, di una spesa pubblica sempre molto alta la domanda si impone e non possiamo far finta di niente perché lì è la radice di tutto. Guardando le cose con occhi di straniero e, quindi, prendendo distanza dal giorno per giorno, l’impressione è che sia in atto da molto tempo un gigantesco spreco di risorse che non solo non produce sviluppo, progresso e benessere, ma, anzi, costituisce uno degli elementi fondamentali del declino che stiamo vivendo.

spesa-pubblicaLa fragilità si rivela e si descrive in pochi elementi ormai assodati. Il Pil cresce poco (quest’anno sarà l’1%), meno di tutti gli altri paesi europei. E’ così da una quindicina d’anni cioè da prima della grande crisi. Il debito pubblico è il secondo in Europa dopo quello della Grecia e non è giustificato dallo stato del Paese cioè, non si traduce in un miglioramento visibile né delle condizioni di vita degli italiani né dell’economia. Ma si traduce, invece, in un tirare a campare senza sapere dove si va.

Di contro il livello del debito obbliga a politiche di bilancio rigorose non tanto perché ci obbliga l’Europa (c’è anche questo ovviamente), quanto perché c’è bisogno di contrarre nuovi prestiti per circa 400 miliardi di euro l’anno. Se si vuole l’ombrello dell’euro e l’aiuto della BCE bisogna stare ai patti e godersi i benefici di tassi di interesse mai stati così bassi (e con il QE una parte dei titoli li compra la BCE stessa). Se si dovesse rinunciare all’euro il mercato ci chiederebbe interessi molto più alti perché l’Italia non è ritenuta un creditore affidabile (ci ricordiamo che questo significa lo spread?). I cosiddetti sovranisti vorrebbero risolvere tutto stampando moneta come se il mondo fosse popolato di “selvaggi” da abbindolare con le perline.

Un altro elemento poco considerato è l’invecchiamento della popolazione e la propensione al risparmio. Quindi minore domanda e accantonamento di risorse per l’incertezza del futuro.

giovani e lavoroI giovani, per quanto il loro numero sia in diminuzione, ne escono penalizzati perché il lavoro di qualità è scarso e quello poco appetibile (molto impegno, poco guadagno) è comunque già preso dagli immigrati.

Le imprese sono generalmente sottodimensionate, deficitarie in innovazione tecnologica e scarsamente capitalizzate quindi molto dipendenti dalle banche (di qui anche la caccia alla protezione dei politici per accaparrarsi i prestiti degli istituti di credito).

Dovrebbe essere una situazione nella quale la spinta al cambiamento è forte, ma, stranamente, così non è ed è invece diffusa la sensazione di un immobilismo rancoroso e impotente che si accontenta di sfoghi e non sa costruire alternative di governo (crescita del M5S, della Lega e delle destre estreme).

pressione fiscale ItaliaLa spesa pubblica è molto alta ed è pagata, oltre che con il debito, con una pressione fiscale che è di almeno 4 punti sopra la media europea ed un prelievo contributivo altrettanto pesante sul costo del lavoro. Con quali effetti? Carenza di infrastrutture, sistema educativo inadeguato, giustizia lenta, pubblica amministrazione inefficiente. Il tutto accompagnato da una legislazione ipertrofica e farraginosa e poi dai soliti noti: sprechi, corruzione ed evasione fiscale che hanno negli apparati pubblici il loro snodo fondamentale.

Qualche numero può aiutare ad inquadrare meglio la questione. Nel 2008 il debito era di 1.671 miliardi pari al 102% del Pil. Adesso ammonta a 2.240 miliardi circa il 133% del Pil. La spesa per interessi è di circa 70 miliardi più o meno il 4% del Pil ed è tenuta bassa grazie all’ombrello dell’euro e agli interventi della BCE (negli ultimi anni della lira ha oscillato dal 9 al 6%). Inutile dire che negli altri paesi europei assimilabili al nostro la spesa per interessi si aggira intorno a poco più della metà.

Colpisce il dato reso noto di recente che la spesa per interessi dell’Italia negli ultimi dieci anni è stata di circa 760 miliardi di euro, una tassa occulta pagata solo per mantenersi a galla.

sistema ItaliaSi è detto tante volte, però, che il debito pubblico non è necessariamente indice di squilibri economici e di debolezza. Può, al contrario, essere un fattore di crescita grazie agli investimenti. Ebbene anche su questo versante i numeri non ci premiano. Infatti dal 2009 al 2015 gli investimenti sono passati dal 3,4% al 2,2% del Pil mentre la spesa pubblica totale è salita negli stessi anni da 781 a 828 miliardi. Certo, in tempi di “vacche magre” è normale ridurre un po’ le spese, ma qui accade che la spesa cresce, si accende nuovo debito per farle fronte, ma solo per la parte corrente. Cioè non si semina nulla per il futuro, si vive alla giornata.

Spesso si contrappone al debito pubblico l’attivo patrimoniale delle famiglie italiane che è circa il quadruplo del debito. Grazie a questo attivo accumulato nel passato molte famiglie hanno potuto sostenere i giovani ed affrontare gli effetti della crisi economica. Ma questo non può proseguire all’infinito. Come scrive Paolo Bricco sul Sole 24 Ore “il nostro Paese ribalta il motto “il convento è ricco, i monaci sono poveri”. Da noi i monaci sono (per ora) ricchi, perché i monaci – gli italiani – hanno scaricato sul convento – i conti pubblici – gli scontrini  non pagati da consumatori e le evasioni e le elusioni fiscali realizzate con le loro aziende, le pensioni a cinquant’anni senza alcuna corrispondenza con i contributi versati e i prepensionamenti a 48 anni, che negli anni ’80 e ’90 hanno costituito il principale ammortizzatore sociale del sistema consociativo fra le forze politiche, le rappresentanze degli imprenditori e i sindacati”.

Il problema, quindi, non è tanto la libertà di crescita del deficit e del debito pubblico. Il problema è che siamo schiavi di meccanismi di spesa che vengono dal passato tutti centrati sulla spesa corrente che, a sua volta, è basata su un fitto intreccio di posizioni di rendita e di protezioni corporative. E tutto ciò si traduce in immobilismo e spreco.

Conclude Paolo Bricco “ l’insostenibilità è nel meccanismo di finanza pubblica che si nutre – e allo stesso tempo viene nutrito – dal fallimento storico delle nostre classi dirigenti e – in fondo – dall’irresponsabilità civile della maggioranza degli italiani”.

Purtroppo e non si vede all’orizzonte una soluzione.

Claudio Lombardi

La sinistra del PD che ha già perso

crisi sinistre

La sinistra del PD ha già perso. Anzi, non solo quella del PD, ma quella che si esprime in decine di fazioni, gruppi e gruppetti, ognuno geloso della propria specificità e ognuno reclamante un’unità negata nei fatti e un’aspirazione a considerare centrale il proprio punto di vista (un’eco della tradizione marxista – leninista con la classe operaia come classe generale e il partito come sua avanguardia o un tardo illuminismo degli intellettuali che possiedono le chiavi della storia?), la sinistra sta vivendo uno dei momenti più drammatici della sua storia.

lotta nel PdLe ultime vicende che stanno dividendo il PD indicano che il processo di frazionamento è ripartito alla grande stimolato dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha azzerato anni di tentativi di dotarsi di una legge elettorale diversa dal proporzionale. Ora che basta raggiungere il 3% dei voti (strano che la Corte non abbia considerato anche questo limite incostituzionale; dopotutto perché mai la volontà degli elettori deve essere limitata da una percentuale di voti?) ogni componente sa di poter ambire ad avere propri rappresentanti in Parlamento senza dover sottostare a discipline di partito e fastidiose regole di maggioranze e minoranze.

Ascoltando il dibattito che c’è stato nell’assemblea della minoranza del PD di ieri al teatro Vittoria a Roma balza in primo piano uno dei caratteri predominanti dell’incapacità delle sinistre di intervenire nel mondo così come è: l’inclinazione alla chiacchiera pomposa, drammatica, retorica, ma pur sempre chiacchiera con scarso riguardo per la concretezza.

speranza emiliano rossiChe altro può significare caricare i discorsi di ogni possibile drammaticità ed urgenza e poi proporre come propria somma rivendicazione dieci mesi di discussioni per arrivare ad un congresso il più tardi possibile? Questo è il limite che identifica una sinistra che vorrebbe misurarsi con la sfacciata comunicazione dei populismi di ogni latitudine che non perdono tempo in chiacchiere fumose, ma vanno dritti al cuore con proposte “scandalose”, ma chiare e concrete. Di fronte alla smisurata arroganza di chi non sente ragioni, ma dice l’indicibile (usciamo dall’euro, protezionismo economico, respingiamo i migranti, prima gli italiani ecc ecc) la sinistra ripropone il dibattito infinito e l’ascolto di tutti senza mai il coraggio di presentare una soluzione. Per esempio il buon Roberto Speranza dice che la riforma della scuola proprio non va e che bisogna ricominciare daccapo. Come e con quale finalità? Sedendosi attorno ad un tavolo ed ascoltando tutti e da lì trarre la soluzione. Straordinaria idea! Peccato che sia già stato fatto per anni e non solo prima dell’approvazione dell’ultima riforma. Forse proprio da un eccesso di ascolto dei soggetti forti ed organizzati della scuola (e delle migliaia di interessi individuali da questi rappresentati) sono derivati i guai che l’affliggono. Una forza politica che vuole governare deve sì ascoltare, ma soprattutto interpretare i bisogni di tutti i cittadini e poi decidere e realizzare. Ascoltare e basta, dibattere senza mai concludere sono i tratti tipici di una sinistra italiana inconcludente, confusa e, per questo, incapace.

matteo-renziForse ciò che colpì dell’esordio di Matteo Renzi fu la sua manifesta antipatia, la sua ostilità per la chiacchiera di sinistra e la sua inclinazione alla concretezza (anche se pure lui ci ha stufato con la retorica ottimista delle sue Leopolde). Per questo c’è stata la forzatura su temi cruciali da sempre ostaggio della retorica della discussione infinita. Jobs act, scuola, Costituzione sono solo alcuni esempi di una spinta a fare piuttosto che a dire mantenendo sempre fermo l’esistente. In Italia fare una qualsiasi scelta  mobilita sempre l’opposizione di chi si sente colpito perché è abituato allo status quo. Riprendiamo l’esempio della scuola. È vero o no che migliaia di insegnanti precari del sud preferivano rimanere tali, ma vicino a casa loro piuttosto che ottenere il posto fisso lontano? È vero ed è questo il motivo principale del fallimento della riforma perché quelle migliaia hanno magari preso il posto al nord e poi o non hanno preso servizio (malattie, legge 104 ed altro) o hanno subito chiesto il trasferimento al sud scatenando una girandola di supplenze.

declino-italiaOra consideriamo il mondo, la svolta protezionista negli Usa, il travaglio dell’Europa, le guerre che sconvolgono l’Islam, l’incertezza globale, lo stato dell’Europa rimasta in mezzo al guado, le mille fragilità dell’Italia che è il fanalino di coda fra i paesi europei. Possiamo pensare che tutto ciò si affronti con l’eterno dibattito che propongono le varie anime della sinistra? L’attitudine declamatoria della sinistra che vorrebbe far passare per proposte concrete semplici petizioni di principio ormai non serve più nemmeno a fare opposizione. In verità la distanza tra parole e fatti ha riguardato buona parte della politica che ha nutrito l’opinione pubblica di annunci e di retorica, ma poi i fatti hanno seguito la vecchia strada degli interessi corporativi.

A questa deriva non è sfuggito nemmeno Matteo Renzi e se non si mette in testa di cambiare approccio e linguaggio rischia di non apparire molto diverso dai suoi oppositori. Ma la sinistra (Renzi compreso) ha un problema tutto suo se vuole avere un futuro. Deve avere più lucidità, più concretezza, più decisione. Soprattutto deve avere il coraggio di dire e fare essendo coerente con il suo programma che non può tendere al “ripartire dagli ultimi”, ma a far ripartire lo sviluppo. L’Italia sta morendo di conservazione e i soldi per comprare il consenso e la pace sociale sono finiti. O i problemi si risolvono con un governo forte e autorevole o sennò passeranno gli altri. Per questo la sinistra del PD che vuole andare per conto suo ha già perso.

Claudio Lombardi

Il congresso del PD e l’Italia

congresso Pd

Dispiace dirlo, ma se non si trattasse del partito di maggioranza relativa dal quale dipendono il Governo e la maggioranza parlamentare sarebbe veramente difficile prendere sul serio le vicende del PD. Il quadro è assai movimentato e ricorda tanto il mitico “facite ammuina” solo che qui non c’è alcun ordine da rispettare. lotta nel PdSul congresso del PD in effetti si registrano giravolte degne degli intrighi di una corte più che del dibattito di un grande partito. Chi diceva “facciamolo subito” adesso dice “deve partire a giugno” oppure pone l’approvazione di una legge elettorale come condizione “ovvia” e imprescindibile per poterlo svolgere. Poco ci manca che si colleghi il congresso alla fine della vendemmia…. Non c’è più chiarezza e razionalità; manca la logica politica; manca un senso condivisibile. La lotta politica nel PD sempre più appare fine a sé stessa con i dirigenti della minoranza che lottano per far fuori la maggioranza cioè Renzi attraverso una guerra di logoramento più che in un’aperta battaglia campale.

Ora la materia del contendere è la data del congresso, ma è un puro pretesto. Si accusa Renzi di aver trasformato il PD in un partito personale, ma si dimentica che Renzi ha vinto in libere votazioni non di gruppi dirigenti, bensì di popolo (dopo averle perse una prima volta). Si dimentica anche che le decisioni di linea politica sono state assunte con periodiche riunioni degli organismi dirigenti visibili a chiunque volesse seguirle su internet.  Una pratica mai messa in atto nella precedente breve vita del PD. spartizione potereLe accuse di gestione personale rivolte a Renzi potrebbero essere rovesciate sui suoi oppositori perché nell’epoca degli accordi tra signori delle correnti e delle tessere nulla era trasparente e qualcuno può avere il sospetto che si voglia levare di mezzo l’ostacolo per riappropriarsi del controllo del partito e tornare a quei metodi. Che non erano propriamente una questione di stile, ma avevano come conseguenza una robusta spartizione del potere a tutti i livelli.

Nella fase finale di una legislatura tormentata e di vicende che hanno profondamente toccato il partito democratico la scelta più ovvia sarebbe quella di svolgere subito un congresso per decidere la linea politica da presentare agli italiani. Si può dire semmai che questa scelta doveva essere fatta prima e che ci si arriva con un po’ di ritardo. La dura contrapposizione a questa decisione è perciò incomprensibile e si può spiegare soltanto con una profonda ostilità nei confronti di Renzi e con la volontà di farlo arrivare al congresso con un progressivo logoramento.

governo GentiloniIl fatto è che questi non sono tempi di giochetti e manovrette di bassa lega. L’Italia ha sì un governo, ma espresso da una maggioranza parlamentare sempre più disunita e con il partito più forte profondamente dilaniato. Con tutta la buona volontà Gentiloni non può fare miracoli e non può avere né l’autorevolezza né la forza per compiere le scelte importanti che la situazione richiede. Il quadro è così chiaro che non c’è nemmeno bisogno di citare la svolta negli Usa con Trump, la situazione europea, la fragilità italiana. Far finta che non ci sia nessuna fretta e che il governo attuale possa essere la scelta migliore per guidare l’Italia fino alla scadenza della legislatura significa, appunto, fingere. Evidentemente sperando di avere fortuna o di convincere l’opinione pubblica che tutti i nostri guai derivino dai limiti al deficit che ci impone l’Europa. Sarebbe, invece, molto meglio riconoscere la verità e partire da lì per decidere quale percorso seguire.

È un fatto che tutte le economie dell’Unione europea cresceranno nel 2016, 2017 e 2018 con un’inflazione in aumento anche al netto del prezzo del petrolio. Segno più anche gli investimenti e per l’occupazione. Questo però con un andamento diverso da Paese a Paese. L’Italia è fra gli ultimi.

crescita economicaNel prossimo futuro le cose potranno migliorare perché sembra che a livello globale vi sia una ripresa in corso, ma con elementi di incertezza piuttosto rischiosi: dagli effetti delle politiche di Trump per ora solo annunciate, a quelli della Brexit ancora da compiersi, fino alle conseguenze delle elezioni in Francia e Germania.

Come si presenta l’Italia a questi appuntamenti? Con un rapporto debito-Pil che resta sopra il 133% e con un Pil dato in crescita dell’1%. E questo si registra in un periodo di espansione. Che accadrebbe se si verificasse un rallentamento o una recessione?

Insomma dopo tre anni di deficit in crescita e con il QE della BCE che ha stroncato il costo del debito pubblico le cose stanno così e noi ci dobbiamo preoccupare della data del congresso del PD? Molto ci sarebbe da dire sulle politiche del governo Renzi che si prestano a tante considerazioni critiche. Appunto per questo i dirigenti del PD dovrebbero volere tutti il congresso ma facendolo partire immediatamente. Perché dal congresso potrà venire un nuovo slancio e soprattutto un aiuto a prendere in considerazione la verità delle cose e a smetterla con due vizi che appartengono alla nostra identità nazionale: l’autoinganno e il vittimismo.

Claudio Lombardi

Neve e strade bloccate: come nasce un’emergenza

tempesta neve

Ciò che è accaduto in Abruzzo colpito da tempeste di neve e contemporaneamente da nuove scosse di terremoto con in più la valanga che ha schiacciato l’hotel Rigopiano una settimana fa non può passare nel solito dimenticatoio che accoglie tutte le disgrazie dopo il picco di attenzione mediatica. Bisogna ragionare, ordinare i pensieri e non farsi prendere dalla tentazione di lanciarsi in polemiche generiche che servono solo a sfogare l’ansia per eventi che sconvolgono la vita.

tragedia rigopianoIntanto una questione di fondo: ormai siamo così fiduciosi nel potere della scienza e della tecnica che non riusciamo più ad accettare l’idea che la natura non si possa mai completamente domare né che possa accadere qualcosa di imprevisto e incontrollato. Spesso si invoca la prevenzione intendendo che sia possibile un mondo a rischio zero senza la consapevolezza di cosa veramente comporti prevenire, di quale concorso di responsabilità – anche personale di ciascuno di noi – ci debba essere. Infine, nel momento del bisogno ci si aspetta che lo Stato sfoderi capacità di intervento, attrezzature, metodi, efficienza eccezionali capaci di riparare ad ogni danno. Magari quello stesso Stato che a molti non interessa o non piace o che viene ritenuto depositario di ogni male e degno di disprezzo. Sì, insomma, quello Stato che non appare come la proiezione istituzionale di una comunità, ma un miscuglio di caste privilegiate. Probabilmente sentirsi parte dello Stato significa anche rivendicare un ruolo ed avere coscienza dei propri diritti e dei propri doveri come fanno, d’altra parte, milioni di italiani che si dedicano al volontariato. Come recita un vecchio slogan di Cittadinanzattiva “Fare i cittadini è il modo migliore di esserlo”.

strada bloccata AbruzzoCiò detto veniamo al punto. Quale è stata la vera unica tragedia nelle ultime due settimane in Abruzzo? La percorribilità delle strade. Per fortuna il terremoto non ha avuto l’impatto devastante dei due precedenti sennò il bilancio sarebbe stato terribile. Invece, tutti i problemi che ci sono stati derivano da un’unica grande incapacità: sgomberare le strade dalla neve. Se lo fossero state i principali guai capitati in questi giorni (dai guasti non riparati delle linee elettriche alla mancata partenza degli ospiti del Rigopiano) non ci sarebbero stati. Niente e nessuno avrebbe impedito la valanga ovviamente e sarebbero probabilmente morti quelli che al Rigopiano comunque ci stavano sia per lavoro sia per loro scelta. Ma oggi non parleremmo di ritardi nei soccorsi e di mancanza di prevenzione. Magari ci domanderemmo come mai capiti spesso in Italia che eventi meteorologici intensi coinvolgano costruzioni realizzate in luoghi a rischio. O magari parleremmo della complessità del nostro territorio fatto da una miriade di centri abitati e di abitazioni sparse che, in caso di difficoltà di circolazione, diventano un problema serio.

protezione civileCiò che sicuramente ha funzionato è stata la macchina organizzativa dei soccorsi gestita e coordinata dal Dipartimento della Protezione civile che, anche in questa occasione, si è dimostrato capace di attivare una rete nazionale civile composta da tanti soggetti diversi, dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco alle associazioni di volontari. È piuttosto incomprensibile l’attacco che è arrivato all’organizzazione dei soccorsi. Ciò che non ha funzionato, invece, è stata la manutenzione ordinaria delle strade in caso di neve.

E dunque perché le strade non sono state sgomberate dalla neve? Per rispondere si è tirata in ballo la cancellazione delle province dimenticando che è stata abolita l’elezione diretta dei consigli provinciali, ma le competenze e la struttura sono rimaste, gestite dagli organi eletti dall’assemblea dei sindaci e dei consigli comunali di area vasta. Il problema vero è che sono stati tagliati i finanziamenti e che il governo condiviso delle aree vaste (cioè le province) da parte dei comuni che ne fanno parte non ha funzionato. Se non dappertutto sicuramente nelle zone colpite dagli eventi di queste ultime due settimane. Qui è il nodo cruciale di ciò che è accaduto in questi giorni. La Protezione civile si attiva per gestire le emergenze non per tenere pulite le strade dalla neve a meno che, non avendolo fatto gli enti competenti, non diventi essa stessa un’emergenza.

emergenza neve AbruzzoGià, ma di quali strade si tratta? Si è parlato solo delle province, ma ci sono strade statali, regionali, provinciali e comunali. Insomma un intreccio di competenze nel quale spicca la mancanza di mezzi adeguati per gestire le nevicate intense di queste ultime due settimane. Mezzi che sono stati fatti affluire da altre regioni nel momento in cui è intervenuta la Protezione civile. È legittimo domandarsi perché si sia arrivati a questa situazione e, invece di lamentare una generica disorganizzazione dei soccorsi, chiedersi cosa si può fare per aiutare comuni, province e regione Abruzzo a svolgere i loro compiti. Un pensiero particolare va alla regione perché è un ente che, se ha un senso, e se vogliamo trovare una giustificazione ai compensi dei consiglieri (molti dei quali si ritengono così importanti da formare un gruppo consiliare con la loro sola persona), deve darsi più da fare per indirizzare, coordinare, monitorare, intervenire. E, insomma, se mancano gli spazzaneve faccia un gesto di generosità: li compri e li gestisca la regione. Così alle prossime occasioni non ci sarà più nemmeno bisogno dei soccorsi

Claudio Lombardi

Ragioni e limiti della vittoria del no

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Vittoria del no. Il risultato numerico del referendum è chiaro: notevole partecipazione 68,48% i votanti, No 59,11% Sì 40,89%. Abbastanza uniforme in tutte le regioni e con picchi oltre il 70% in Sicilia e Sardegna al sud. Il risultato politico, pure: Renzi e il suo governo hanno perso. Tuttavia nel voto per il No si sono intrecciate e sovrapposte diverse motivazioni politiche e sociali. Quelle sociali sono quelle già operanti nel voto amministrativo di giugno, e già anticipato da quello dell’autunno del 2015 in Liguria, in Veneto, in altre numerose città e piccoli centri. In sostanza il racconto renziano di un’Italia fuori dalla crisi, in via di ripresa, con economia e lavoro in crescita, ha cozzato contro una realtà diversa percepita dagli italiani.

disoccupazione-giovaniL’insicurezza sociale, il diffondersi del lavoro precario, una continua erosione del welfare, non si è rispecchiata nello storytelling renziano sostenuto da un apparato comunicativo di tutto rispetto e un appoggio spropositato dei poteri economici domestici e anche esteri. Anche i provvedimenti di legge positivi di natura civile come le Unioni civili e quelle sul “Dopo di noi”, sull’autismo, sul divorzio breve ecc. non hanno sopravanzato il perdurare e l’aggravarsi di una “questione sociale” che sta alla base in tutto l’Occidente dell’avanzare delle forze populiste.

Per esempio, il risultato eclatante del voto giovanile dovrebbe far riflettere coloro che hanno messo dentro allo scontro elettorale la polarizzazione fra chi voleva cambiare e chi no, a prescindere di come e che cosa si cambiava nella Costituzione, se meglio o in peggio. I millennials che negli Stati uniti hanno votato la Clinton, e che se fosse dipeso da loro Trump avrebbero prevalso solo in cinque stati, e che in Gran Bretagna hanno votato leave e non Brexit, in Italia hanno votato No con una percentuale dell’81% nella fascia d’età fra i 18 e i 34 anni. Nella fascia media di età fra i 35 e 54 anni il No continua a vincere col 67% mentre il Sì ha avuto più successo fra gli strati più anziani e più garantiti della popolazione vincendo col 53% fra gli over 55.

voto-dei-giovaniCioè, in altre parole, il voto giovanile sarebbe stato, se fossero veri certi cliché dei sostenitori del sì, sorprendentemente più conservatore di quello anziano volto al cambiamento. Tutto ciò sembrerebbe contro natura se nell’analisi del voto non intervenisse, appunto, la valutazione della “questione sociale” che in larga parte è anche questione giovanile. Il racconto renziano nutrito dai dati percentuali dell’Istat, ma non dell’Inps, sui 600.000 posti di lavoro, sul Pil comunque in crescita, dai benefici sociali, emblematizzati dai bonus, distribuiti in modo abbastanza discutibile a destra e a manca, ha fatto a cazzotti con la crescita esponenziale dei voucher, delle prestazioni lavorative a ore, con la non diminuzione drastica delle tipologie di lavoro precario. E ha litigato ulteriormente con i dati sul crescere della povertà, assoluta (4,5 milioni di persone) e relativa (8 milioni di persone), della rinuncia alle cure sanitarie per ragioni economiche di 11 milioni di persone, e, da ultimo, con i dati del Censis, contemporanei a quelli un po’ farlocchi dell’Istat a due giorni del referendum, che fotografavano un’Italia ferma, in preda alla denatalizzazione con giovani generazioni angosciate e prive di futuro. Persone con un reddito inferiore del 15,1% rispetto alla media dei cittadini e una ricchezza familiare che, per i nuclei under 35, è quasi la metà della media (-41,2%). “Nel confronto con venticinque anni fa – affermava il rapporto – rispetto ai loro coetanei di allora, gli attuali giovani hanno un reddito inferiore del 26,5% (periodo 1991-2014), mentre per la popolazione complessiva il reddito si è ridotto ‘solo’ dell’8,3% e per gli over 65 anni è invece aumentato del 24,3%”.

crisi-giovaniMa prima che con i dati il racconto renziano volto a vendere ottimismo, si è scontrato con il vissuto quotidiano di milioni di persone. Per contro il Sì, non a caso, ha vinto all’estero, col 64,70% contro il 35,30 dove questo “vissuto” non ha influito. La “questione sociale” ha pesato, pur nell’uniformità del risultato, più al sud che al nord, motivando, secondo l’Istituto Demopolis, i due terzi del No mentre un terzo è stato motivato dal merito della riforma.

A essa si sono intrecciate le cause più propriamente politiche del voto, in particolare gli errori di impostazione e conduzione della campagna elettorale e, prima ancora, di avvio del processo di riforma. Su quest’ultimo aspetto prima di Renzi ci sono le responsabilità del Presidente emerito Giorgio Napolitano. Alla fine, Renzi, ha messo non una ciliegina sulla torta, ma una bomba a orologeria. Quel “sulla riforma costituzionale mi gioco tutto”, seguito dal “se perdo lascio tutto anche la politica”, è rimbombato come un segnale per coagulare contro di lui sia gli avversari della riforma che quelli del suo governo. Praticamente tutto l’arco delle opposizioni.

crescita-estrema-destraMa la Costituzione che esce vincitrice da questo referendum potrà vivere sonni tranquilli, acconciandosi a futuri e mirati ritocchi come auspicava il costituzionalista Michele Ainis? Non credo. C’è qualcosa che agisce contro la natura della nostra Costituzione, ed è un disagio, un rancore, una disperazione sociale provocati dalle politiche neoliberiste che oggi ha giocato a favore della Carta, ma che nulla vieta che nel prossimo futuro possa travalicare anche l’argine del M5S per ingrossare le file della destra schiettamente populista e xenofoba, storicamente acostituzionale e anticostituzionale.

Questa destra non ci metterebbe cinque minuti a fare molto peggio di quel che ha combinato Renzi e prima di lui il centrodestra con la sua riforma nel 2005. Se oggi la “questione sociale” si è ancora sposata, per certi versi anche fortunosamente, con la “questione democratica”, il prossimo futuro non garantisce per niente la continuazione di questo “combinato disposto”.

L’insegnamento politico del risultato referendario che dovrebbe essere immediatamente colto da tutte le forze politiche progressiste, a cominciare dal PD nelle sue varie componenti, è che il programma fondamentale ed emergenziale di cui dotarsi si dovrebbe compendiare in tre punti: lavoro, lavoro e ancora lavoro. Lavoro, non voucher, da creare attraverso l’attivazione di un poderoso complesso di interventi pubblici di natura keynesiana. Poi c’è tutto il resto, che non è poco ovviamente.

E’ un tema su cui anche il M5S appare parecchio inadeguato con la sua proposta di reddito di cittadinanza, dal sapore assistenziale più che emergenziale. Altrimenti resterà la disperazione di nuove generazioni che potrà, a breve, essere trasformata in ariete contro la Costituzione dopo esserne stata oggi la salvaguardia.

Aldo Pirone

Un voto di sfiducia a Renzi

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Inutile girarci intorno: il risultato del referendum costituzionale è stato innanzitutto un voto di sfiducia degli italiani al governo e a Renzi. Sì certo, si votava sulla riforma della Costituzione, ma non è credibile tanto accanimento per una razionalizzazione del sistema di governo e delle competenze regionali. Non è credibile che, dopo anni di discussioni e innumerevoli prove di inefficienza, tutti si siano improvvisamente affezionati al bicameralismo paritario e alle competenze concorrenti delle regioni.

referendum-4-dicembreIl 60% dei voti non si raggiunge perché Rodotà o Zagrebelsky lanciano allarmi sul rischio di deriva autoritaria o dimostrano la complessità della suddivisione di funzioni di cui all’art 70 commi 2, 3, 4 e 5. Queste sono motivazioni buone per i convegni, per i saggi o per qualche osservatore che vuole approfondire l’argomento. Nello scontro politico, invece, sono buone soprattutto da rilanciare in comizi nei quali il “pezzo“ forte è l’attacco personale a Renzi, presentato come un bullo, un prepotente, un aspirante ducetto e al suo governo.

Certo la mobilitazione del fronte del NO è stata impressionante e ha coinvolto sindacati, magistrati (che si confermano protagonisti delle battaglie politiche in spregio alla loro funzione), docenti, associazioni e comitati della più varia natura. Tanti piccoli vascelli che hanno fatto da scorta alle tre corazzate che hanno guidato l’attacco: Movimento 5 Stelle, Lega e Forza Italia. Ha voglia D’Alema a dire che si è evitata l’impronta della destra sul voto perché un pezzo di sinistra ha votato No. La realtà è molto diversa e ci restituisce la conferma di una sinistra sbandata che ha fatto fuori l’ultimo governo europeo guidato da un suo leader in nome di una resistenza al cambiamento che ormai è diventata patologica.

campagna-referendariaLa gran parte dei voti sono arrivati dallo scontento per l’opera di governo e dall’antipatia per Renzi. Antipatia e simpatia sono ormai diventate categorie della politica nell’epoca del leaderismo e stanno assumendo un peso superiore a quello dei programmi e delle strategie. Lo è diventata anche l’impazienza. Il governo  è durato circa tre anni e ha sfornato provvedimenti importanti su scuola, lavoro, economia, diritti civili. Ha portato una nuova immagine dell’Italia in Europa con risultati tangibili in termini di elasticità sul deficit e di credibilità sulla scena internazionale.

Niente da fare. Per molti italiani il governo non ha cancellato la disoccupazione, non ha risolto tutti i problemi della scuola, non ha fatto ripartire l’economia ecc ecc.. In due anni e mezzo! L’impazienza deriva dalla semplificazione dei problemi e delle soluzioni. Non si accetta che una politica in uno qualsiasi dei settori sui quali è intervenuto il governo debba durare anni e che i conti si debbano tirare alla fine. Gli oppositori, ovviamente, soffiano sul fuoco e spergiurano di avere le soluzioni facili facili, basta far fare a loro. Ad esempio si potrebbe prendere la vicenda di Roma dove un M5S vincitore predestinato e collettore della rabbia e del malcontento dei romani ha fatto eleggere sindaco una sua inesperta consigliera che aveva come slogan “cambiamo tutto” . Ciò che a distanza di sei mesi Virginia Raggi sta realmente facendo è sotto gli occhi di tutti e lo sfascio della città è ormai a un livello che non si vedeva da molti anni. E tutto nella più assoluta opacità. Ed è solo un esempio della distanza che c’è tra la fase dell’attacco e quella della ricostruzione. A livello nazionale tutto sarebbe più drammatico. Gli italiani lo sanno che è così, ma è tanto gratificante sentire qualcuno dire le stesse cose che hai in mente tu anche se intuisci che governare non è proprio come dare sfogo al malcontento che hai dentro. Però tu non hai pazienza e hai solo il voto per esprimerti e così lo usi per punire o per dare un segnale.

renzi-5-dicembreCiò detto bisogna anche vedere quali errori siano stati commessi da Renzi e dal suo governo perché una disfatta di queste proporzioni non si giustifica solo con l’antipatia. Degli atteggiamenti di eccessiva sicurezza o di arroganza del premier si è detto molto e bisogna confermare che hanno pesato sia in senso positivo quando gli italiani videro in lui un leader sicuro di sé, propositivo e decisionista; sia in senso negativo quando le aspettative sono state in parte deluse e la fiducia iniziale si è tramutata in astio che in tanti casi ha sfiorato l’odio.

Bisogna anche dire che alcuni provvedimenti troppo esaltati come risolutivi si sono rivelati, invece, fonte di conflitti e di insoddisfazione (per esempio scuola e lavoro). Meglio sarebbe stato ammetterne i limiti. Questo è stato il primo errore del Renzi comunicatore: pensare che la propaganda potesse prevalere sull’esperienza diretta delle persone che sperimentavano su di loro le politiche del governo.

L’errore più grande di Renzi, però, è aver voluto portare a termine la riforma costituzionale che era parte importante del suo programma di governo, ma che poteva tranquillamente essere lasciata alla discussione parlamentare senza forzare la mano perché fosse approvata rapidamente. Non era quella riforma un’urgenza alla quale dare la priorità. Perché Renzi ha commesso un errore così grande? Voleva forse legare il suo nome alla prima vera riforma del sistema istituzionale dell’Italia repubblicana? Oppure è stata un’altra manifestazione del suo stile di governo improntato all’efficienza e alla velocità con relativa sottovalutazione degli ostacoli da superare? Entrambe le spiegazioni sono valide.

riforma-costituzionaleLa riforma in sé aveva una sua razionalità che la rendeva accettabile anche se l’esame parlamentare ne aveva complicato inutilmente alcune parti. Avrebbe funzionato con un po’ di rodaggio e con aggiustamenti successivi. Sarebbe stata una svolta, ma agli italiani i cambiamenti razionali non piacciono. Preferiscono le manifestazioni viscerali anche se non si sa dove portano perché è più facile dare sfogo al proprio malcontento che progettare e costruire il futuro.

Cosa resta di positivo in questa vicenda? Forse la scoperta della Costituzione da parte di tanti che non la conoscevano. È auspicabile, adesso che l’hanno conosciuta, che ne pretendano il rispetto da tutti e che siano esigenti anche con i governi che verranno. Esigenti nel senso che i governi devono governare senza subire ricatti da gruppi e gruppetti. Perché se i governi non sono forti e stabili comandano i poteri più opachi, quelli che non faranno mai nessuna campagna elettorale, ma che tutti sono costretti a rispettare. Chissà se i professori eretti a difesa della Costituzione ci hanno mai pensato?

Claudio Lombardi

Calma è solo una riforma costituzionale

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Già da un po’ la calma si è persa in una campagna referendaria che definire livorosa è poco. Si è detto che l’errore iniziale è stato fatto da Renzi che ha messo in gioco la sua permanenza al governo in base al risultato del referendum del 4 dicembre. E che c’è di strano? Il suo governo si è formato mettendo al centro del programma la riforma costituzionale; addirittura quando si è presentato al Senato per chiedere la fiducia nel febbraio del 2014 ha iniziato il suo discorso dicendo che sperava fosse l’ultimo a richiederlo in quell’aula. Chi lo critica per essersi messo in gioco fa finta che non ci siano state le elezioni del 2013, la paralisi del Parlamento, la rielezione di Napolitano a Capo renzi-fiducia-in-senatodello Stato, il governo Letta con i saggi messi lì a riscrivere la Costituzione. Importante per questi critici, Berlusconi innanzitutto, è farsi belli dimenticando il passato dal quale provengono. Anche la Lega di Salvini vuole che si dimentichi il passato e anche il M5S nato e cresciuto urlando contro le caste della politica e oggi schierato per il mantenimento dello status quo. Ovvio, se i problemi si risolvono contro chi urlerà Grillo in futuro? Possiamo definirli politicanti che abusano della creduloneria popolare? Sì.

Comunque, nei due anni successivi il cammino della riforma è stato tormentato, ma costante e con un contributo parlamentare alla sua scrittura determinante. Si è detto che questa è la riforma del governo. Ah sì? E come la vogliamo mettere con le decine e decine di emendamenti accolti durante i sei esami conclusisi con sei voti a favore? Alcune di queste modifiche hanno portato a complicazioni inutili nel testo finale, ma comunque non ne hanno pregiudicato la sostanza. Il bello è che alcuni di quelli che le hanno pretese e che poi hanno votato sì a tutta la riforma adesso hanno cambiato idea e lavorano per il no. Un nome per tutti: Pierluigi Bersani. Cosa non si farebbe in politica contro il proprio avversario!

si-no-referendumIn ogni caso noi cittadini dobbiamo dire se questa riforma ci sta bene oppure no. E qui la scelta è semplice: se passa il sì la riforma entra in funzione; se passa il no non cambia niente. Ovviamente se non cambia niente poiché sono tanti anni che si denuncia l’inadeguatezza delle istituzioni e il malfunzionamento dello Stato, qualche preoccupazione sul nostro futuro è giusto averla.

Ma se la riforma entra in funzione che succederà di così sconvolgente da far gridare alla deriva autoritaria, alla sottrazione di libertà, allo stravolgimento della Costituzione? Vediamo.

Cambia il bicameralismo, da paritario a differenziato. Che vuol dire? Semplice: la Repubblica in Costituzione è sempre stata definita come l’unione di regioni, comuni, province (non compaiono più nella riforma), città metropolitane (definiti enti autonomi e con propri statuti) e Stato. Cosa c’è di più ovvio che avere un Parlamento composto da una Camera espressa da tutti i cittadini alla quale fa capo il governo nazionale e un’altra Camera, il Senato, che rappresenta le istituzioni territoriali?

bicameralismoLa vera anomalia è quella che c’è stata fino ad ora con due camere equivalenti e nessuna sede istituzionale per regioni e autonomie territoriali (la Conferenza Stato regioni che c’è oggi non è assolutamente equivalente ad una Camera del Parlamento). Un’anomalia spiegata e rispiegata con la situazione post bellica che vedeva due blocchi contrapposti, centrista e social comunista, che dovevano fronteggiarsi senza che prevalesse il secondo anche se avesse vinto le elezioni. Per questo bisognava inventare un “sistema di blocco” istituzionale che lo impedisse. Di qui le infinite alchimie della prima repubblica per ostacolare l’ascesa dei comunisti e sopire le tensioni sociali con la mediazione corporativa. Di qui anche la duplicazione delle sedi decisionali e il depotenziamento del governo.

Il bicameralismo differenziato risolve questa anomalia e, ovviamente, per farlo richiede un po’ più di complessità nella definizione delle rispettive funzioni. “Ci tolgono la libertà di votare i senatori”, questo uno degli argomenti dei sostenitori del NO. Praticamente un dramma se si pensa a quanto ci abbiano sempre tenuto gli italiani alla scelta dei senatori preferiti. Vero o falso? Falso, perché gli italiani non hanno mai scelto i senatori bensì il partito che decideva il nome da proporre (per anni scritto proprio sulla scheda). Ma alcuni hanno voluto a tutti i costi introdurre una sorta di elezione diretta e così l’art 57 comma 5 prevede che l’elezione da parte dei consigli regionali dei senatori avvenga in conformità alle scelte espresse dagli elettori. Ce n’era bisogno? No perché il Senato rappresenta le istituzioni territoriali le quali sono elette direttamente dai cittadini. Ma tant’è, la politica è fatta di compromessi.

riforma-costituzionaleAltra modifica, le competenze delle regioni e dello Stato che vengono modificate dopo la pessima esperienza della riforma del Titolo V del 2001. Finora tutti dicevano che quelle norme andavano cambiate e che buona parte del debito pubblico era stato provocato da regioni con troppi e confusi poteri. Ora che la riforma c’è è partita la lamentela sulle autonomie soffocate e la denuncia di stravolgimento del regionalismo previsto nella Costituzione del 1948. Che ipocrisia! Quello del 1948 è finito nel 2001 e oggi è questo che si cambia. In un lontano futuro sarà auspicabile procedere ad accorpare un po’ di regioni perché 20 sono troppe ed abolire gli statuti speciali che sono stati un sicuro rifugio per ceti politici regionali voraci e spreconi. Ma non sarà affatto facile.

valutazione politiche pubblicheNovità rivoluzionarie, ma poco notate perché poco utili per le polemiche, invece sono quelle di aver previsto tra le competenze del Senato la valutazione delle politiche pubbliche nazionali ed europee alla luce del loro impatto sui territori; l’introduzione dei referendum propositivi e di indirizzo e di altre forme di consultazione delle formazioni sociali “al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alla determinazione delle politiche pubbliche; la diminuzione del quorum per i referendum abrogativi; la certezza dell’esame delle proposte di legge di iniziativa popolare; la citazione del criterio della trasparenza nell’articolo dedicato all’organizzazione dei pubblici uffici; la previsione di uno statuto delle opposizioni nel regolamento della Camera; il taglio dei compensi per i consiglieri regionali e di quelli per i gruppi consiliari; la stretta sui criteri per l’emanazione dei decreti legge da parte del governo; la soppressione del Cnel; l’abolizione delle province. (In questi ultimi due casi dopo anni di litanie contro sono spuntati fuori gli estimatori che hanno tanti dubbi sulla cancellazione. Bastava che Renzi avesse detto che dovevano rimanere per sentire i cori contrari).

In conclusione non una riforma perfetta, ma una sfida per attuarla e fare meglio in futuro. Bocciarla non significa farne una migliore subito dopo, ma stare fermi ancora a lungo. A lamentarsi (e chi ci vive di lamentele, rabbia e protesta sarà contento)

Claudio Lombardi

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