Nuovo governo: continuità o rivoluzione?

Il nuovo governo sembra ancora lontano e quelli che se ne contendono la leadership non possono ammettere ciò che è ovvio ossia che non ci potrà essere nessuna rivoluzione qualunque sia la formula che si metterà in campo. Tutt’al più qualcuno che vuole a tutti i costi apparire alfiere del cambiamento potrà mettere in atto una sostanziale continuità rivestita di una nuova veste comunicativa. La vicenda dell’attacco di Usa, Francia e GB, alla Siria, al di là di ragioni e torti, serve a richiamare l’attenzione sulla dura realtà e sul contesto di interdipendenze nelle quali vive l’Italia.

L’eredità dei governi della passata legislatura è complessa e andrà gestita con cura perché ha messo in piedi politiche che produrranno i loro effetti, volenti o nolenti, nei prossimi anni.

Probabilmente i nuovi governanti si concentreranno su alcuni errori dei precedenti governi e a questi si attaccheranno per mostrare le loro virtù  innovatrici. Si tratterà  però  di aggiustamenti e non di sconvolgimenti. D’altra parte cosa ci sarebbe da cancellare, travolgere e sconvolgere? Forse quel complesso di provvedimenti noto come industria 4 che ha favorito la crescita di Pil, produttività ed esportazioni? O forse la politica sui migranti del ministro Minniti? O, magari, gli interventi avviati per contrastare la povertà. Qualcuno pensa di abolire il reddito di inclusione oppure preferisce scagliarsi contro gli 80 euro? Vorranno eliminare la quattordicesima per le pensioni minime? O gli interventi per le famiglie con figli? E le leggi sul “dopo di noi” e sulle unioni civili che fine faranno? Probabile che nessuno vorrà  fare brutta figura cercando di annullare diritti che migliorano la vita delle persone.

Eh già, ma c’è il Jobs Act. Lì sicuramente ci sarà una restaurazione, tornerà  l’art. 18 e gli unici contratti ammessi saranno a tempo indeterminato. Sicuri?

Cassa integrazione (anche sotto i 15 dipendenti), Naspi (per due anni dopo il licenziamento), nuovo assegno di disoccupazione (finita la Naspi), assegno di ricollocazione e Discoll (indennità di disoccupazione per collaboratori coordinati e continuativi, ricercatori, borsisti e dottorandi), Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal). Anche questo è  Jobs Act. Che si fa? Cancelliamo tutto?

Va bene, allora si punta alla riforma Fornero che sembra mettere d’accordo M5S e Lega. Dicono che va cancellata. Anche qui meglio leggere bene anche tra le righe. Per esempio si è parlato di un’altra riforma che contemperi equità  generazionale e sostenibilità  dei conti. Tutto sommato non molto diverso da quanto si sta facendo, a piccoli passi, da cinque anni a questa parte prima con gli interventi per gli esodati e poi con l’Ape social e non social.

Salvini e la destra in generale parlano ancora, a campagna elettorale finita, di un’Italia ridotta allo stremo dai governi Renzi e Gentiloni. Strano perché i dati statistici e le stime (quella ultima del FMI lo conferma) rilevano la crescita del Pil e dell’occupazione nonché del reddito disponibile delle famiglie. Anche le esportazioni vanno benissimo e quindi si presume vi siano molte imprese che marciano a pieno regime.

La verità è che c’è una parte del Paese che cresce e vive a livelli nordeuropei e un’altra parte che arranca. È la frattura che separa il Mezzogiorno dal resto dell’Italia e non si è certo prodotta in questi ultimi anni. È uno dei problemi strutturali più difficili e complicati da affrontare e non sarà un cambio di maggioranza ad inventare un modo nuovo per affrontarlo. C’è poi l’immensa macchina dello Stato che comprende ogni pur piccola amministrazione locale e le aziende da questa dipendenti. Qui allignano inefficienza, spreco e anche corruzione. E a questa vanno ricondotti i veri costi della politica.

La destra e i Cinque Stelle avranno il coraggio di metterci mano? Ovviamente no e come potrebbero dall’alto dei loro programmi campati per aria, velleitari e azzardati? Non c’è dunque da aspettarsi nessuna rivoluzione. La continuità è la cifra dei governi e delle politiche che vogliono raggiungere i maggiori benefici senza correre rischi eccessivi.

E la continuità sarà anche quella di qualunque governo si dovesse formare nelle prossime settimane. O, almeno, dobbiamo augurarci che sia così perché se i nostri pretendenti alla carica di Capo del governo dovessero tentare spericolate esibizioni di forza si accorgerebbero subito che non hanno in mano una bacchetta magica e che ogni loro decisione avrà ripercussioni di sistema alle quali non potranno sfuggire. Di Maio sembra averlo già capito e, infatti, ha adeguato toni, proposte, dichiarazioni e l’approccio alla costituzione del governo mettendosi implicitamente sulla linea della continuità. Salvini vuole spingere ancora sulla demagogia e sulla protesta. Potrà funzionare ancora per un po’, poi si capirà che serve a nascondere la sua incapacità

Claudio Lombardi

Dopo le elezioni una domanda sull’Europa

Le elezioni ci hanno consegnato due possibili candidati alla presidenza del Consiglio: Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Ma finora entrambi hanno lasciato irrisolta una questione centrale: il ruolo dell’Italia in Europa e nella moneta unica.

Di Maio e Salvini aspiranti premier

Le elezioni hanno portato al centro-destra la maggioranza relativa dei seggi tra le coalizioni: 265 seggi su 630, pari al 42 per cento del totale alla Camera, e 137 seggi su 315, il 43,5 per cento del totale al Senato. Tra i partiti, la maggioranza relativa dei seggi è andata al Movimento 5 stelle, con 227 seggi alla Camera (il 36 per cento del totale) e 112 seggi al Senato (il 36 per cento del totale). È dunque probabile che il presidente Mattarella attribuisca un incarico – esplorativo o pieno – per la formazione del governo a un rappresentante di questi gruppi politici, presumibilmente a Matteo Salvini (il leader della Lega, il partito con la maggioranza dei consensi nel centro-destra) o a Luigi Di Maio.

Leggendone i programmi, ci si accorge che, alla fine di una campagna elettorale piena di proposte molto ambiziose o inverosimili, i partiti hanno in realtà lasciato irrisolte alcune domande fondamentali. Una di queste riguarda il ruolo dell’Italia in Europa e nella moneta unica. Vale la pena di tornarci sopra.

L’euro, una valuta cattiva per Salvini

Nella sua prima conferenza stampa dopo le elezioni, Salvini ha parlato dell’euro come di una “valuta cattiva”. Ora, nessuno può negare che l’architettura istituzionale dell’euro – un esperimento privo di precedenti – debba ancora essere completata. Ma l’euro c’è, è oggi in buona salute e, anzi, i lavori in corso sono in vista del suo consolidamento. In Europa si parla (e ci si divide) su temi come l’assicurazione europea sui depositi, le regole di vigilanza bancaria e l’introduzione di vincoli alla quantità di titoli pubblici detenuta nei bilanci bancari. Si ragiona cioè in modo operativo su come completare l’unione bancaria (ad esempio, ne ha discusso su questo sito Angelo Baglioni). In modo meno operativo, si parla anche dell’adozione di un bilancio comune a sostegno dell’euro – un meccanismo che svolga più pienamente la funzione assicurativa giocata da un governo centrale in una nazione – o almeno di uno schema europeo di indennità di disoccupazione (ha recentemente ripreso l’idea Andrea Boitani) per dare ai disoccupati europei un supporto di reddito svincolato dalle condizioni del loro paese di provenienza.

Sono tutte misure di perfezionamento dell’architettura dell’euro, visto come una valuta che è qui per rimanere: semplificando, chi prova a migliorarne il funzionamento pensa all’euro come a una valuta “buona”, non a una valuta cattiva di cui sbarazzarsi.
Se dunque l’Europa e i paesi europei diversi dall’Italia si stanno attrezzando per continuare a convivere nell’euro, sarebbe utile avere qualche chiarimento al riguardo dagli aspiranti premier italiani.

Ci sono due possibilità. La prima è che anche l’Italia attraverso il suo prossimo governo partecipi alla predisposizione delle nuove regole, cercando di influire sul risultato, ma sapendo fin dall’inizio che gli esiti potrebbero non essere del tutto favorevoli ai nostri interessi nazionali. Nei negoziati si porta a casa qualcosa ma non tutto. Oppure si può concludere che, essendo l’euro una valuta cattiva e constatata l’impossibilità di ottenere la “revisione dei trattati europei” auspicata al punto 3 nel cosiddetto “programma del centro-destra”, l’Italia farà i preparativi per andarsene dalla moneta unica. Sapendo che “andarsene” vuol dire andarsene da soli, con le conseguenze e le difficoltà di attuazione che ciò comporta, sia nella transizione che a regime.

Anche Di Maio è ambiguo sull’euro

Da parte sua, il M5s sembra aver abbandonato la prospettiva dell’uscita dall’euro, ma in passato le dichiarazioni del candidato presidente del Consiglio Luigi Di Maio erano state ondivaghe sul punto. Di recente, nella trasmissione Porta a Porta, la conclusione è stata che “Ora non è più il momento di uscire dall’euro”. Intendendo che, finiti i tempi dell’asse privilegiato franco-tedesco, in Europa si sarebbero aperti margini per una gestione più collegiale e quindi anche per una revisione dei trattati europei come il Fiscal Compact e – chissà – gli altri trattati fondativi della moneta unica. Il che però lascia aperta la stessa questione che si pone per la Lega: e se l’asse franco-tedesco si rinsalda (qualcosa di più di una congettura accademica) e l’Europa risponde picche alle richieste di revisione dei trattati, cosa si fa? Si esce in solitaria? Se sì, come?

A ben vedere, dunque, ambedue gli aspiranti presidenti del Consiglio hanno finora lasciato irrisolta – con un po’ di voluta ambiguità strategica – una questione di grande importanza. In fondo, la vera domanda è se su questi temi ci sia spazio per le ambiguità, soprattutto per un paese con il 133 per cento di rapporto debito-Pil. Un’alternativa semplice all’ambiguità c’è: il governo italiano potrebbe dichiarare che, pur concorrendo alla discussione per cambiarle, si impegna a rispettare le regole esistenti, in particolare quelle relative agli obblighi derivanti dalla permanenza nella moneta unica, a cominciare dal Fiscal Compact. Ma non è quello che Di Maio e Salvini hanno promesso ai loro elettori in campagna elettorale.

Francesco Daveri tratto da www.lavoce.info

Elezioni: la secessione degli italiani

La domanda è: cos’è accaduto alle elezioni domenica 4 marzo? Forse il termine più appropriato è secessione. Una gigantesca secessione di parti cospicue del corpo sociale dallo Stato e dalla classe dirigente riformista che si era assunta l’onere di guidare il Paese fuori dalla crisi che il berlusconismo non era stato in grado di affrontare.

Oltre il 55% degli italiani (senza contare gli astenuti) hanno scelto forze antisistema per esprimere una secessione da ogni progetto politico che avesse al suo centro l’Europa, i diritti civili, il rigore finanziario, la cultura, la difesa del patrimonio artistico e ambientale e l’inclusione sociale. Di fronte alla scelta tra futuro e rabbia/paura la maggioranza degli italiani ha scelto questa seconda via che però Lega, FdI e M5S declinano in maniera diversa.
Ci sono due secessioni: quella del nord e quella del sud che vanno lette con lenti diverse.

Quella del sud va interpretata confrontando Pil e distribuzione del voto. Nel sud più è basso il primo più i voti si orientano in direzione dei 5S: la secessione qui dunque affonda le sue radici nel progressivo approfondirsi della “questione meridionale” che né i governi locali di centro sinistra, né i governi nazionali di Renzi e di Gentiloni hanno saputo affrontare facendone uno dei problemi centrali della ripresa economica. Ciò non significa che in questi territori non sia accaduto nulla, perché molte zone del Meridione si sono agganciate alla ripresa e stanno crescendo anche se non come il resto dell’Italia. Ma la ricaduta sociale è stata inferiore e poco percepita perché si è scontrata con tare storiche del sud, la prima delle quali è costituita da un’amministrazione pubblica inefficiente, combinata con una classe politica totalmente inadeguata: clientelismo e cacicchi (basta guardare Emiliano per capirlo) in sintesi che hanno allargato il solco che separa le due Italie. Una che sta nell’Europa che cresce, dalla Toscana alla Danimarca; l’altra che sta con quella arretrata, dalla Sicilia alla Grecia, ai Balcani, all’est europeo. Come in altre circostanze della storia italiana recente il sud rabbioso che si sente emarginato e costretto in una condizione sempre più periferica sceglie un intreccio tra ribellismo antistatalista, aspettative assistenzialiste, finte rivoluzioni fideistiche, conservatorismo antiriformista per incanalare la propria protesta: basta ricordarsi Lauro, fino ai sindaci “arancione” o il movimento dei forconi.

Oggi è l’ora del populismo del M5S che ha promesso mari e monti e soprattutto quel reddito garantito che ha convinto molti. Ma soprattutto è stato scelto perché tutti sanno che lascerà che le vecchie pratiche clientelari, la distribuzione di risorse assistenziali, l’evasione delle tasse locali, il nero nelle attività economiche rimarranno fonte di reddito supplementare. E’ una secessione che va a destra contro la quale il messaggio europeista e riformista del Pd, raccontato da classi politiche locali screditate e divise, non ha avuto nessuna possibilità di essere recepito. Neanche evocare la vecchia ricetta socialdemocratica però ha avuto successo, come testimonia l’eclisse di D’Alema. Come è ovvio questa scelta non risolverà nessuno dei problemi del Mezzogiorno, ma intanto ha consentito di mettere da parte programmi ritenuti minacciosi – i controlli fiscali, la lotta contro l’abusivismo “di necessità”- a favore del ritorno della spesa pubblica erogata a difesa dei redditi, piuttosto che per progetti di sviluppo a lunga durata. In sintesi bisogna ripensare al Sud come si fece negli anni 60, o alla fine del secolo scorso: in grande e con una visione strategica.

La marginalità dei 5S al nord è la conferma che il populismo assistenzialista e statalista si ferma “a Eboli” potremmo dire. Al nord trionfano invece gli imprenditori della paura non della rabbia raccogliendo il consenso dei ceti medi in declino a cui l’Europa non ha saputo dare risposte convincenti sul bisogno di sicurezza e per un’integrazione degli immigrati governata dai poteri pubblici. La Lega di Salvini sta con l’Europa di Visegrad, sovranista ed euroscettica, che sta vincendo in molte altre parti d’Europa e nei confronti della quale la sinistra riformista è poco competitiva. Almeno fino a quando l’Europa non sarà in grado di uscire dalle secche dell’asfissia rigorista e lanciare un grande piano di sviluppo espansivo e socialmente sostenibile.

Questa è la partita che sta di fronte alla discussione interna nel Pd, che resta comunque una forza del 20%, tra le più forti d’Europa: non una rotta dunque, ma un grave battuta d’arresto che impone un salto di qualità profondo della sua proposta politica. Certo che se tutto si riduce a discutere se appoggiare un governo 5S, vuol dire che la crisi del Pd non si risolverà.

Alberto De Bernardi

Due o tre pensieri sulle elezioni 2018

Un bel rimescolamento di carte queste elezioni 2018. I numeri che contano sono 70, 4,5 e 18,7. La prima cifra è la somma dei voti di M5S e centrodestra; la seconda quelli delle sinistre extra Pd; l’ultimo la percentuale presa dal Pd.

Pur essendo stato dato su programmi diversi non vi è dubbio che quel 70% esprime una protesta contro le politiche che hanno segnato la stabilità italiana che, nel rispetto dei vincoli di bilancio, ha portato a diversi positivi risultati di governo (economia, lavoro, diritti). Sia nella versione Lega che in quella di Forza Italia o di FdI e in quella del M5S il tratto che le accomuna è la spinta a fuoriuscire dalle compatibilità finanziarie con un taglio di tasse e un’espansione della spesa pubblica. La stragrande maggioranza dei votanti ha detto quindi che è stufa di sentirsi dire “non si può fare perché dobbiamo stare nei limiti”. Di fronte alle promesse di un radicale taglio di imposte con la flat tax non è stata tanto a guardare per il sottile se convenisse veramente e a chi, ma ha detto sì. Stessa reazione per il cavallo di battaglia dei 5 stelle, il reddito di cittadinanza. Significativo che il messaggio del taglio è passato nelle zone più sviluppate e quello dell’assistenzialismo in quelle meno sviluppate. Ciò che conta però è il duplice messaggio che è arrivato agli elettori: superiamo i vincoli, torniamo a spendere.

Anche sulla questione migranti la scelta è stata di rottura e le due componenti che si dividono il 70% l’hanno rappresentata. Come ampiamente annunciato dai tanti episodi di protesta l’immigrazione caotica non gestita dai poteri pubblici e l’accoglienza in stile emergenziale con i suoi scandali, i suoi sprechi e soprattutto la sua insensatezza (immigrati parcheggiati a caro prezzo e poi lasciati liberi di vagare alla ricerca di fortuna nel territorio nazionale con l’effetto di ingrossare le file dei lavoratori sfruttati fino al limite dello schiavismo e quelle della microcriminalità) ha prodotto una ribellione di massa. Lo si era detto: gli appelli alla solidarietà hanno un limite superato il quale o si accetta di sopportare un peggioramento della propria vita o ci si ribella. Tanti italiani hanno scelto quest’ultima strada. Ovviamente superfluo ripetere che a sopportare le conseguenze di un’immigrazione disordinata e di una gestione fuori controllo sono state le periferie e le zone popolari già messe sotto pressione per conto loro. C’è da dire che solo con il governo Gentiloni e grazie al ministro Minniti è cambiato qualcosa e questo gli italiani l’hanno ricordato.

C’erano però altre liste che diffondevano un messaggio di ribellione ai vincoli europei e di espansione della spesa pubblica: LeU e Potere al Popolo. Insieme non sono arrivati nemmeno al 5% dei voti. Erano liste chiaramente di sinistra che contestavano il moderatismo del Pd e si presentavano con toni radicali. Niente da fare, gli elettori non le hanno seguite. Alcuni grandi nomi – da Bersani a D’Alema a Grasso – non sono serviti ad attirare maggiori consensi. Sarà la connotazione di sinistra che non convince più con buona pace di quelli che insistono ad indicare la necessità di un’unità delle sinistre come un obiettivo prioritario. Deve essere proprio così perché le due liste coprivano un arco di posizioni molto ampio dal riformismo tranquillo di un Bersani con LeU alla vera e propria rivolta dei centri sociali con Potere al Popolo. Dopo queste elezioni sarà difficile tornare ad invocare l’unità della sinistra. Ormai l’etichetta è corrosa dal tempo e andrebbe ristampata.

Il Pd ha pagato non tanto gli errori di Renzi quanto l’incapacità di completare la costruzione di un partito nuovo che andasse oltre la matrice dalla quale è nato. Si parlò all’epoca di fusione fredda tra gruppi dirigenti ex comunisti, ex socialisti, ex democristiani. L’impressione è che da allora non si sia andati molto più in là. Renzi ha avuto il merito di cercare una strada originale con le sue Leopolde e lo slogan della rottamazione, ma non è stato capace di dare una base analitica e strategica solida al partito. Una cultura politica che ha puntato troppo sull’effervescenza, sul giovanilismo, sull’ottimismo edulcorato, sul decisionismo frettoloso. In definitiva una cultura politica basata più sulle intuizioni, ma di scarso spessore. Quindi un merito di Renzi sì, ma anche la responsabilità di aver strattonato un partito confuso e desideroso di identità, ma ancora immaturo. Troppi traumi in pochi anni. Oltre Renzi urge comunque una riflessione molto ampia che non sia piagnisteo o autocoscienza, ma slancio per capire in che mondo si vive e cosa ci si sta a fare e contatto con la realtà in tutte le sue sfaccettature. Sapendo che la politica non è accettare supinamente ciò che ci si trova davanti, ma capacità di immaginare il futuro costruendolo giorno per giorno.

Ora si tratta di capire cosa faranno i partiti perché i risultati non permettono nessuna maggioranza già definita. Non è cosa che si chiarirà in pochi giorni. Difficile pensare all’alleanza stabile di Pd e M5S anche se parrebbe l’unica via d’uscita da una situazione bloccata. Il Pd oggi non se lo può permettere e non lo può permettere un minimo di ragionevolezza. I rispettivi programmi sono alternativi e non conciliabili. Il Pd deve pensare ad altro. Deve risolvere la sua crisi, chiarirsi le idee, ridefinire la linea politica, radicarsi di più nella società. L’unica strada oggi è quella di un governo istituzionale di durata limitata; potrebbe servire a far decantare la situazione e a far emergere proprio quella convergenza programmatica tra forze diverse sulla quale impiantare un governo di legislatura. Quali forze? Lo si vedrà strada facendo. Di fatto il voto di protesta si è concentrato sul M5S e sulla Lega, dunque…. Se ci si riesce, bene; sennò si torna a votare. Un percorso difficile, ma ci si può provare

Claudio Lombardi

Ancora sugli immigrati

Decisamente gli immigrati sono al centro di questa campagna elettorale. Che siano il problema numero 1 dell’Italia è falso. Per fortuna o per sfortuna i problemi numero 1 non ci mancano e nessuno fra questi ha a che fare con l’immigrazione. Ciò che conta, però, è la percezione di una parte dell’opinione pubblica che valuta “a pelle” il peso delle varie questioni sulla sua vita quotidiana. Nelle periferie delle grandi città o dovunque vi sia una discreta presenza di immigrati pochi avvertono come un problema l’inefficienza degli apparati pubblici, lo spreco di risorse, i limiti dell’economia, le carenze nei servizi pubblici e nelle infrastrutture. Si tratta di questioni che sfuggono al controllo e anche alla comprensione del cittadino medio che è portato più ad accettarli come dati di fatto, mentre, invece, considera gli immigrati un intralcio e un peso che gli si para davanti in carne e ossa.

Bisogna dunque ammettere che il problema immigrati esiste. La loro presenza si impone a chi conduce la vita normale di un italiano a medio e basso reddito che usa i trasporti pubblici, che vive in zone popolari, che è in graduatoria per l’assegnazione di un appartamento di proprietà pubblica, che teme un furto in casa o uno scippo per strada, che vede gli spacciatori agire indisturbati nel suo quartiere, che è in lista di attesa per prestazioni sanitarie. Si impone anche a chi vive da anni la concorrenza al ribasso nel mercato dei lavori di bassa qualificazione. E poi in un’epoca di contrazione delle risorse destinate ai servizi pubblici e all’assistenza e di crisi economica tutto viene, ovviamente, amplificato.

L’immigrazione in Italia ha una lunga storia. Forse molti ricordano l’epoca dei lavavetri polacchi che all’inizio degli anni ‘80 erano una presenza diffusa per le strade delle più grandi città italiane. Poi arrivarono gli albanesi con gli incredibili episodi degli sbarchi da 20 e 27 mila persone nell’estate del 1991 in Puglia (gestiti malissimo dal governo italiano, ma molto bene dai pugliesi). Poi fu la volta dei romeni, dei sudamericani, dei filippini, dei cinesi e di tanti altri. Da subito albanesi e romeni di distinsero nel mondo della criminalità e della prostituzione per la capacità organizzativa e la ferocia di cui diedero prova. Si disse allora che l’Italia era una meta preferita per la debolezza delle sue forze di polizia, del suo ordinamento giudiziario e la mitezza delle pene. Purtroppo era vero ed è vero anche oggi. Il controllo del territorio da parte dello Stato non c’è. Lo spaccio minore non viene di fatto più colpito (è caduto l’obbligo di arresto in flagranza degli spacciatori) e invade le piazze e gli spazi pubblici delle periferie e delle zone più frequentate. I furti in appartamento non sono perseguiti. Gli scippi non sono puniti (ci sono dei veri campioni con decine di denunce che continuano ad agire indisturbati). Tutti reati nei quali prevale la presenza degli immigrati. Inutile far finta di nulla di fronte alla realtà.

Il problema esplode, però, con gli sbarchi dei migranti provenienti dal nord Africa. Tra loro pochi in fuga dalla guerra e molti in cerca di una vita migliore o, semplicemente, di occasioni di guadagno.

I dati parlano chiaro. Dal 2002 al 2017 sono sbarcate sulle coste italiane oltre 913.000 persone, ma quasi 625.000 solo dal 2014 al 2017. Una pressione che ha coinciso con la chiusura delle frontiere che ha impedito, come avvenuto nel periodo precedente, una ridistribuzione “naturale” di migranti in altri Paesi europei. L’Italia non era preparata a tale afflusso. Non lo era per le norme che disciplinano l’immigrazione, non lo era per le strutture di accoglienza costose, inefficienti e persino fonte di traffici malavitosi, non lo era per i tempi di esame delle richieste di asilo. Di fatto centinaia di migliaia di persone che non avevano la possibilità legale di cercarsi un lavoro sono finite in strada a viveri di lavori malpagati, di espedienti, di delinquenza.

L’esasperazione di una parte degli italiani dunque è comprensibile. Sarebbe bene che le forze politiche che si presentano alle elezioni partano da qui. Il governo italiano ha imboccato la strada giusta puntando a limitare le partenze attraverso accordi con le tribù libiche e con alcuni Paesi africani. Non è possibile lavorare per mettere ordine nella gestione delle persone che sono già qui se non si bloccano gli sbarchi. Bisogna abolire il reato di clandestinità (che è una sbruffonata inutile e dannosa) e avviare un censimento di chiunque si trovi sul territorio italiano concedendo visti provvisori per la ricerca di un lavoro legandoli anche alla frequenza di corsi di italiano e di formazione professionale. Solo chi sfugge a questi obblighi o non accetta il permesso di soggiorno temporaneo dovrebbe essere rimpatriato (se esistono accordi col Paese di origine). Nello stesso tempo bisognerebbe realizzare una verifica di tutte le cooperative che hanno in gestione l’accoglienza per chiudere con la vergogna di chi specula sulla pelle dei migranti. Infine bisogna fare un grande investimento sulle forze di polizia perchè riprendano il controllo del territorio. Servono a poco i gipponi dell’esercito nelle piazze centrali. Servono decine di pattuglie in più nei quartieri popolari e nelle periferie. Serve che i reati siano perseguiti e non ignorati.

Invece di chiedere il voto facendo credere ad impossibili magie chi si candida a governare l’Italia dovrà fare sul serio partendo dal lavoro del governo Gentiloni

Claudio Lombardi

Un elettorato disinteressato ed egoista?

A poco più di un mese dal voto il primo partito resta quello dell’astensione. Tanti gli appelli – dal Presidente della Repubblica alla Chiesa – ai cittadini perché vadano a votare. Argomentazioni assolutamente fondate sull’importanza del voto e della partecipazione alle scelte politiche vengono ripetute con parole convincenti. Eppure la sensazione è che questi appelli non tocchino il cuore e la mente di milioni di italiani.

Scrive Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera che oggi prevale il disinteresse perché “vince una componente né politica né culturale, ma antropologica: abbiamo di fronte un elettorato vagotonico (…) indifferente a quel che avviene nella vita comunitaria, appiattito sulle proprie scelte personali, quasi prigioniero di un sopore difficile da smuovere: un elettorato senza condivisione di sentimenti collettivi”.

Ora, più che il riferimento alla patologia medica, è condivisibile che l’indifferenza e il ripiegamento sui propri interessi personali siano molto diffusi. E non soltanto in occasione delle elezioni, bensì ogni volta che la vita quotidiana di tanta gente si incontra con regole di comportamento corretto e responsabile.

Oggi. E prima? Se parliamo di concentrazione sui propri interessi personali non sembra che la situazione sia così diversa da quella già conosciuta in epoche passate quando la partecipazione al voto era costantemente sopra all’80%. Non è che in quegli anni i cittadini fossero esempi di virtù civiche. Tante piccole discariche a cielo aperto erano disseminate nelle vie delle città o appena fuori dai centri abitati, le frodi erano molto diffuse così come l’uso sfacciato di ogni possibile beneficio a favore dei lavoratori dipendenti e gli autonomi godevano, di fatto, di un regime fiscale diverso da quello legale. Molti problemi personali si potevano affrontare grazie alla corruzione e, se si guarda al mondo delle imprese, il ricorso all’uso anomalo di risorse pubbliche era molto frequente (finanziamenti e agevolazioni, Cassa del Mezzogiorno).

Gli anni della massiccia partecipazione al voto sono stati anni di inflazione a due cifre, di ricorso sistematico al debito pubblico per coprire qualunque spreco, di corruzione diffusa, di invadenza della politica in ogni settore della vita sociale, di privilegi e di abusi concessi a chiunque avesse una qualche forma di protezione individuale (raccomandazioni) o collettiva (sindacalismo).

Erano, però, anche anni nei quali la presenza di partiti di massa trasmetteva agli italiani l’impressione che a loro spettasse inevitabilmente la gestione del potere che aveva l’ambito nazionale come confine riconosciuto. La scelta di campo occidentale non si discuteva, ma poi la sostanza del potere (moneta, finanza) stava tutta all’interno.

Non è che allora non ci fossero le caste. C’erano ben più di oggi ed erano intoccabili perché il potere era nelle loro mani e lo usavano per cementare un blocco sociale nel quale ognuno poteva sperare di avere qualche vantaggio (dalla casa popolare, alla pensione di invalidità, al finanziamento a fondo perduto). C’era anche una diffusa consapevolezza che la dimensione collettiva portasse vantaggi per intere categorie di persone e che la politica fosse lo strumento per arrivarci.

Oggi, il rancore sociale poggia sulla delegittimazione della classe dirigente, l’indignazione sulla caduta del potere nazionale e l’enorme diffusione dei centri di produzione di informazione e di opinione (ogni account facebook lo è) ha portato allo sgretolamento delle gerarchie basate sulle competenze e al disorientamento. L’aggressività individualista di oggi, tuttavia, non può certo eguagliare l’aggressività organizzata dei movimenti di protesta o delle trame eversive del passato.

Oggi prevale la sfiducia nella politica perché non appare più l’unico ambito nel quale si concentra il potere. Di conseguenza i partiti sono stati delegittimati e sono avvertiti come ingombranti ed inutili.

In realtà il moralismo dilagante (sono tutti uguali, sono tutti venduti) segnala solo la rabbia perché si avverte la debolezza del potere che non è più in grado di distribuire compensi per acquisire il consenso. Il Censis ha individuato nella categoria del rancore la caratteristica diffusa di questi anni.

Ricorda De Rita che le campagne elettorali degli ultimi quindici anni non sono state condizionate dalle proposte sull’Europa o sui conti pubblici, bensì dalla strumentalizzazione politica dei sentimenti dell’elettorato. D’altra parte cosa fu il voto del 2013 se non un’espressione del rancore collettivo? Anzi, di tanti rancori diversi.

Molti non voteranno sui programmi, ma solo sul sentimento che alcune proposte riusciranno a trasmettere (flat tax, reddito di cittadinanza, rottura dei vincoli europei). L’unica possibilità per chi non vuole imboccare questa strada è un continuo tentativo di ragionare sulla realtà. Ragionare insieme come introduzione ad un nuovo andamento della democrazia che si apra alla partecipazione dal basso. Ascoltare, dialogare, accogliere idee e suggerimenti. I politici che riusciranno a farlo alla lunga saranno premiati

Claudio Lombardi

Inizia la campagna elettorale

Eccoci in campagna elettorale. Si parla di liste e di programmi. Ad oggi si conoscono i 20 punti del Movimento 5 Stelle e i 10 punti del centrodestra. Niente a che vedere con certi programmi del passato (caso estremo le 285 pagine dell’Unione che sostenne Prodi nel 2006). Oggi l’opinione pubblica vuole la sintesi e vuole sentire un messaggio chiaro. E così si semplifica e si cura l’impatto emotivo, cioè si fa pubblicità. Importante è che scatti il meccanismo dell’identificazione: “sì loro dicono proprio quello che penso io”, “finalmente qualcuno che lo dice”, “questo si chiama parlar chiaro, bisogna dirgliele in faccia le cose e senza peli sulla lingua”. Se si riesce a suscitare questi pensieri negli elettori non occorre altro, il più è fatto. Poco interessano concetti come fattibilità e compatibilità. Quelli sono affare dei politici una volta eletti. La gente li giudicherà dai fatti cioè dall’impatto sulle vite di ognuno.

Da questo punto di vista i partiti di governo sono svantaggiati perché per loro è più difficile svolazzare nel regno della fantasia. Sono incatenati a ciò che hanno realizzato. L’elettore non concede sconti a chi ha governato. E poi gli obiettivi, spesso parziali e frutto di compromessi, vengono acquisiti rapidamente e anche dimenticati. Per sognare, invece, prendiamo qualche esempio dei dieci e dei venti punti.

Centrodestra.

Aliquota unica per famiglie e imprese (flat tax), eliminazione delle imposte sulle donazioni, sulle successioni e sulla prima casa (ma non è così già oggi?). Eliminazione delle tasse sui risparmi (quali? Conti correnti, azioni, obbligazioni, titoli di Stato?). Pace fiscale per tutti i piccoli contribuenti che si trovano in condizioni di difficoltà economica (che vuol dire?). Con le risorse liberate dalla flat tax, stimolo agli investimenti pubblici e privati (quali risorse se la flat tax costerà decine di miliardi di euro?).

Sull’Europa. No alle politiche di austerità (quali? come?). No alle regolamentazioni eccessive (detto al bar ha un senso, ma solo lì però). Revisione dei trattati europei (in che senso?). Più politica e meno burocrazia (siamo di nuovo al bar).

Passiamo ad altro. Azzeramento della povertà assoluta, estensione delle prestazioni sanitarie e poi il colpo da maestri dell’azzeramento della legge Fornero (ecco il messaggio che colpisce!) che andrebbe sostituita da una nuova riforma previdenziale economicamente e socialmente sostenibile (questo riguarda il dopo voto e lascia aperte tutte le possibilità, basta che non si chiamino Fornero). Quando si arriva alla proposta di un codice dei diritti degli animali domestici non si sa se piangere o ridere.

Il programma del M5S non sfigura al cospetto di quello del centrodestra. Anche qui si vede l’impegno a mettere nero su bianco le migliori idee che possano impressionare l’elettore. Ovviamente nessun accenno alle compatibilità e alla fattibilità. Si crede nei poteri taumaturgici della parola. Accanto all’ovvio reddito di cittadinanza abbiamo anche la pensione di cittadinanza per poi passare alla magica parola investimenti. Siamo al top quando si quantifica in 50 miliardi l’effetto dei tagli agli sprechi e ai costi della politica, si indica in 200 mila posti di lavoro l’effetto del riciclo dei rifiuti e ci si propone il taglio del 40% del debito pubblico in dieci anni.

La stranezza è che, in alcuni punti, se si volesse analizzare il senso delle parole, ci si troverebbe nel solco della prosecuzione di alcune politiche dei governi Renzi e Gentiloni. Il problema è che qui si presenta agli elettori una bella vetrina di pasticceria nella quale ci sono i disegnini di dolci buonissimi, ma non si sa se esiste il forno per cuocerli e nemmeno il pasticcere per prepararli.

Scrivere un programma elettorale non è semplice. L’elettore cerca innanzitutto l’empatia con un partito. E poi non ha gli strumenti per valutare nel dettaglio le singole proposte. Una forza politica che si mostra da subito responsabile senza comunicare innanzitutto il senso e la finalità di ciò che propone (chiamiamoli ideali o progetto o narrazione) è condannata.

L’esempio della vittoria di Macron in Francia dimostra che si può essere concreti e responsabili nell’ambito di una forte idealità che non prescinde dalla realtà, ma che si propone di trasformarla. Quando, invece, si racconta agli elettori che tutto è possibile siamo nel campo della pura presa in giro. Mentre da noi è partita una campagna elettorale nella quale si cerca di far sognare gli italiani con proposte fuori dalla realtà Francia e Germania stanno lavorando ad un nuovo assetto dell’Eurozona cioè dell’ambito sovranazionale del quale il nostro Paese per sua decisione e per convenienza ha scelto di far parte. Centrodestra e Movimento 5 Stelle giocano con la fantasia, ma se dovessero prendere i voti veri sulla base delle loro proposte dove porterebbero l’Italia?

Claudio Lombardi

Come leggere i dati sul lavoro

E’ notizia di pochi giorni fa, data con la diffusione dei dati ISTAT sull’andamento del mercato del lavoro nel periodo di riferimento (2009- 2017), come , soprattutto a partire dal ° trimestre 2014, si sia verificata una crescita dell’occupazione che, al momento, si è attestata ad un +1.029.000 di occupati, dei quali, il 53% con forme di contratto a tempo pieno e indeterminato. La forma del contratto a tempo determinato, invece, è stata quella prevalente nell’ultimo anno.

I dati rilevati, come sempre, richiedono letture attente e attinenti ai periodi di riferimento, analisi complesse e riflessioni che possono anche essere estremamente necessarie nell’elaborazione di politiche mirate ad una maggiore stabilità nel mondo del  lavoro.
Quello che resta e desta comunque impressione è il dato complessivo del numero degli occupati che ha toccato e superato la soglia dei 23 milioni. Un numero mai raggiunto negli ultimi quarant’anni

La cosa che salta subito all’occhio (a meno che lo sguardo non sia offuscato da mero furore ideologico) è che le azioni dei governi fin qui succedutisi, abbiano dato i frutti per i quali erano state messe in atto. Ci si riferisce in particolare alla riforma nota col nome di “ Jobs Act” nonché a tutta la serie di incentivi fiscali e contributivi alle aziende che avessero assunto.
Tutte norme che sicuramente potevano essere migliori, assolutamente lontane dalle perfezione, ma che hanno svolto bene il loro compito nel momento contingente in cui sono state presentate. Un momento di grave e profonda crisi economico-sociale che ha colpito praticamente tutte le economie occidentali.

A parere di chi scrive, il vero punto di forza di tali proposte , è stato il riconoscimento del livello su cui si doveva intervenire. Non bisogna dimenticare che, da varie parti (soggetti politici di ispirazione vicina alla “sinistra post-marxista” ed altri di diversa collocazione politica), si spingeva per una ripresa dell’intervento diretto dello Stato nell’economia e per un’espansione  del pubblico impiego (ovviamente a carico della fiscalità generale) ritenendo l’iniziativa privata solo un sistema di sfruttamento dei lavoratori. Aver puntato sull’impresa come creatrice di opportunità di lavoro è stata una scelta giusta.

La prima preoccupazione è stata quella di arginare l’emorragia di posti di lavoro incentivando le imprese a rimanere in Italia con nuove convenienze per aumentare l’occupazione. Nulla è stato tolto a chi era già inserito nel mondo del lavoro. E comunque si tratta di politiche che devono adeguarsi ai tempi e proseguire. Già la proposta di un salario minimo garantito indica un cambiamento di direzione perché guarda alla condizione del lavoratore.

C’è però qualcosa di più da dire sui dati pubblicati dall’ISTAT. Un problema si mostra con evidenza: l’incongruenza tra offerta e richiesta di lavoro. A fianco di tanti giovani e meno giovani che cercano lavoro, ci sono tipologie di impiego che lamentano carenze nella disponibilità. I dati sulla ricerca di determinate posizioni lavorative emergono spesso nelle cronache locali e sembrano contraddire quelli sulla disoccupazione.

Una situazione che si può sintetizzare in poche parole: un po’ di lavoro ci sarebbe, ma non interessa. Si cercano falegnami, muratori, tornitori e saldatori, idraulici, elettricisti e piastrellisti, riparatori, pittori, ma anche esperti di applicazioni informatiche nella produzione. Tutti lavori che richiedono periodi di apprendistato più o meno lunghi e una preparazione di base che la nostra scuola non riesce a dare.

E questo senza tirare in ballo i lavori che, come si usa dire, gli italiani non vogliono più fare e per i quali ai datori di lavoro non resta che ricorrere a mano d’opera straniera che si presenta spesso più disponibile e anche maggiormente capace.

Una chiave di lettura sta, a giudizio di chi scrive, in almeno due grandi errori di valutazione in cui si è incorsi in passato. Il primo sta nell’illusione che la scuola potesse trasmettere a tutti la stessa cultura appiattendo le differenze individuali ed evitando la selezione delle capacità. Coerente con questa impostazione è stata la considerazione della scuola come una fabbrica di posti di lavoro per insegnanti molti dei quali non sono passati da alcuna valutazione.

Il secondo è l’idea che i nostri giovani debbano ricevere un posto di lavoro adeguato agli studi fatti anche se questi non tengono conto delle reali esigenze del mondo del lavoro. La spocchia con la quale sono stati considerati i lavori manuali (salvo poi trasferirsi a Londra o a Berlino a fare il cameriere o il lavapiatti) appartiene all’esperienza di vita di molti italiani.

In conclusione il tema del lavoro ha tante facce. Se non si cerca di scoprirle e comprenderle non si potrà nemmeno fare qualcosa di concreto

Fabrizio Principi

Il bersaglio grosso del caso Boschi

Bisogna riconoscere che ci sanno fare. La campagna mediatica scatenata contro Maria Elena Boschi ormai si è trasformata nel “caso Boschi”. Le elezioni sono vicine e l’occasione per mettere in crisi il gruppo dirigente del Pd fa gola a molti. È stata un’ingenuità mettere in funzione a fine legislatura una commissione di inchiesta sulle crisi bancarie pensando che avrebbe fatto chiarezza sulle cause e sulle responsabilità della sottrazione ai risparmiatori di decine di miliardi di euro. È bastato un appiglio ed è stata costruita una montatura mediatica sul nulla. Di fatto il dramma di migliaia di persone che sono state truffate e lo scandalo di un sistema di potere che lo ha permesso sono stati usati per scatenare una campagna contro il Pd e il suo gruppo dirigente.

banche saccheggiateQualunque osservatore intellettualmente onesto non può che convenire che i colloqui di Maria Elena Boschi non c’entrano niente con le crisi bancarie arrivate dopo molti anni di mala gestione e di connivenze che l’hanno permessa e coperta e dopo che è stata approvata in sede europea e recepita nell’ordinamento italiano una normativa che fa pagare i fallimenti bancari anche a correntisti (sopra i 100mila euro), azionisti ed obbligazionisti. La commissione parlamentare doveva servire a fare luce sulle inadeguatezze dei controlli e sulle carenze normative che hanno permesso la degenerazione delle banche locali. Probabilmente il materiale raccolto in oltre 40 sedute sarà utile nei prossimi anni per chi avrà la volontà politica di porre mano a qualche cambiamento. Ciò che conta è che adesso la commissione è servita a sostenere la montatura mediatica che ha prodotto il caso Boschi. Direttori di giornale, redazioni, reti tv, singoli giornalisti si sono gettati di slancio in un’opera di depistaggio e di disinformazione che ha usato le crisi bancarie per indirizzare la rabbia e l’indignazione contro il Pd.

A vantaggio di chi? Mettiamo insieme due notizie. La prima è che Luigi di Maio dichiara che se il M5S fosse il partito più votato potrebbe discutere di programmi con la sinistra e persino con un Pd depurato da Renzi e dai suoi più stretti collaboratori. La seconda è che il direttore di Repubblica scrive un articolo di fondo per chiedere che la Boschi si faccia da parte e non si ricandidi, cioè che si concluda la sua carriera politica nel Pd. Che significa?

montatura falsitàSemplice: che molti soggetti collocati nei piani alti della società a tutti i livelli stanno puntando sulla fine politica di Renzi e sulla caduta del Pd. La campagna contro la Boschi è stata preceduta da anni nei quali il Pd è stato additato come il principale responsabile di tutte le storture e le degenerazioni del sistema politico. Gradualmente, ma costantemente le destre si sono rifatte una verginità tanto che oggi si commenta con ammirazione la longevità politica di Berlusconi e Salvini ha fatto dimenticare i lunghi anni di governo della Lega. C’è quindi una convergenza oggettiva tra diversi soggetti, politici e attivi nel campo dell’informazione o nell’alta burocrazia, nell’attacco al gruppo dirigente del Pd. Depotenziare il Pd è conveniente per le altre formazioni politiche, di destra, di sinistra e indefinite come il M5S. In gioco non ci sono solo i voti che potrebbero abbandonare il partito di Renzi, ma anche quelli degli sfiduciati e dei delusi. Se riesce la campagna che bolla il Pd come principale responsabile dei mali d’Italia la scommessa è che gli elettori tornino a votare per quelli che lo attaccano.

D’altra parte la politica è spietata con chi perde e Renzi oggi appare (e viene fatto apparire) un perdente. Bisogna riflettere sul fatto che il suo disegno strategico è stato stroncato dal referendum costituzionale. Le riforme sociali e gli interventi nell’economia, pur essendo costate molto alle finanze pubbliche, non hanno ampliato il consenso per l’opera del governo e non hanno disinnescato la minaccia del rancore (ne ha parlato il Censis nel suo ultimo rapporto). Inoltre Renzi non è riuscito a tenere unito il suo partito che si è molto indebolito e che difficilmente sarà quello più votato nelle prossime elezioni.

ascesa M5SÈ invece probabile che il più votato risulterà il M5S che rappresenta la principale valvola di sfogo politico degli elettori arrabbiati, sfiduciati o delusi dagli altri partiti.

Con questi elementi si può intravedere un cambio di disegno strategico da parte di alcuni che pure avevano sostenuto l’ascesa di Renzi. Crisi del gruppo dirigente e indebolimento del Pd, ascesa del M5S che ne faccia il perno di una nuova maggioranza con Liberi e uguali e pezzi del Pd come sostenitori/subordinati. Il disegno sarebbe quello di assorbire le spinte antisistema portandole al governo e tentare così di arrivare ad una stabilizzazione del sistema politico italiano nel quadro di una sostanziale conservazione degli equilibri esistenti e di un recupero del consenso sociale. Le prove di governo a Roma e a Torino hanno mostrato sì l’incapacità, ma anche l’inoffensività del M5S e la sensibilità all’influenza di soggetti che conoscono e manovrano i meccanismi del potere.

La scommessa è rischiosa perché un M5S alla guida del governo dovrebbe fare qualcosa di più che dichiarare il cambiamento, ma non praticarlo come ha fatto a Roma e a Torino. Debito pubblico, vincoli europei, moneta comune, struttura dell’economia italiana, arretratezza del sud sono bocconi duri da digerire per chi si è affacciato da poco alla politica sull’onda della protesta.

I giochi ancora non sono fatti, ma è chiaro che il bersaglio grosso del caso Boschi è abbattere Renzi per aprire la strada a un nuovo soggetto politico forte che proclami di cambiare tutto. Il resto si vedrà

Claudio Lombardi

La montatura del caso Boschi

Si riparla di conflitto di interessi. Viene invocato per mettere sotto accusa Maria Elena Boschi, ma si tratta di una pura montatura politica e mediatica che ha costruito dal nulla il caso Boschi. Vediamo perché. Innanzitutto la Boschi ha dichiarato più volte di non aver sollecitato interventi di favore per Banca Etruria che portassero benefici a lei stessa e a membri della sua famiglia. D’altra parte nessuno ha potuto menzionare un solo atto che smentisse questa affermazione. Il governo di cui faceva parte, invece, ha commissariato la banca e ciò ha provocato l’esautorazione del padre montatura falsitàdella Boschi colpito da più sanzioni pecuniarie da parte di Bankitalia e oggi indagato dalla magistratura. Lei stessa ha ricordato che la sua famiglia ha perso nella vicenda l’investimento che aveva fatto nelle azioni della banca (peraltro di bassa entità). Questi i fatti. Ma quali sono le regole in caso si presenti un conflitto di interessi?

Secondo le norme attuali c’è una diversa configurazione se si tratta di dipendenti pubblici o di politici che rivestono cariche di governo. Nel primo caso la legge (DPR n. 62 del 2013) prevede l’obbligo di astenersi:

«Dal prendere decisioni o svolgere attività inerenti alle sue mansioni in situazioni di conflitto, anche potenziale, di interessi con interessi personali, del coniuge, di conviventi, di parenti, di affini entro il secondo grado. Il conflitto può riguardare interessi di qualsiasi natura, anche non patrimoniali, come quelli derivanti dall’intento di voler assecondare pressioni politiche, sindacali o dei superiori gerarchici»

montatura mediaticaUna più puntuale spiegazione della norma è contenuta in una deliberazione dell’Anac  del 2015. Il conflitto può insorgere quando il soggetto “è portatore di interessi della sua sfera privata, che potrebbero influenzare negativamente l’adempimento dei doveri istituzionali” per cui il soggetto deve astenersi ogni volta che si presenti “un collegamento tra il provvedimento finale e l’interesse del titolare del potere decisionale”.

Ciò che conta, sottolinea l’Anac, è che il conflitto di interessi non pregiudichi il principio di imparzialità. In ogni caso anche per i dipendenti pubblici si parla sempre di partecipazione all’adozione di provvedimenti amministrativi ovvero il conflitto di interessi deve manifestarsi non nella staticità di una situazione personale, ma collegandosi ad un’attività specifica del proprio ruolo.

Per i politici cui vengono attribuiti incarichi di governo la normativa è diversa. Si tratta della legge (cosiddetta “Frattini”) n. 215 del 2004. Si dispone l’astensione del soggetto in conflitto di interessi dagli atti che implichino l’adozione di provvedimenti. In particolare la norma prevede che sussista conflitto di interessi quando il titolare di cariche di governo partecipi all’adozione di un atto ovvero ometta un atto dovuto  purchè l’atto abbia un’incidenza “specifica e preferenziale sul patrimonio del titolare, del coniuge o dei parenti entro il secondo grado, ovvero delle imprese o società da essi controllate …. Con danno per l’interesse pubblico “.

Banca EtruriaIn conclusione in tutta la vicenda Banca Etruria non emerge alcun atto di governo al quale Maria Elena Boschi abbia partecipato o che abbia omesso di compiere che possa aver arrecato un qualche vantaggio di qualche tipo ai suoi familiari. E dunque il caso Boschi si può qualificare come una gigantesca montatura politica e mediatica messa in piedi per colpire il Pd e favorire altre forze politiche, M5S in primo luogo. In particolare si tenta di mettere sotto accusa i governi Renzi e Gentiloni ai quali va, invece, il merito di aver tamponato le conseguenze più disastrose dei fallimenti per i risparmiatori.

A questo punto bisognerebbe chiedersi a vantaggio di chi va questa gigantesca opera di depistaggio mediatico che, come effetto indiretto, produce anche un disorientamento dell’opinione pubblica attirata in una polemica molto accesa, ma basata sul nulla. Tutto ciò oggettivamente, distrae l’attenzione dalle responsabilità gravissime già conosciute, ma emerse con chiarezza nella Commissione parlamentare di inchiesta. È appena il caso di ricordare che per qualcuno questo effetto indiretto è una manna dal cielo.

Claudio Lombardi

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