Contro la crisi un governo forte e nessun vuoto di potere (di Claudio Lombardi)

Prima uscita pubblica degli eletti del M5S. Da quello che si è potuto vedere siamo ai preliminari sia nel metodo (un incontro per fare conoscenza,  ma niente di più), sia nei contenuti che continuano ad essere affidati alle dichiarazioni e al blog di Beppe Grillo.

interrogativiPresto gli italiani potranno verificare se hanno fatto una buona scelta votando un movimento che ha sempre vissuto su internet, senza una gerarchia, senza un programma, senza una organizzazione, senza un metodo di formazione delle decisioni che parta dal locale e arrivi al nazionale. In realtà tutti aspettano che Grillo e Casaleggio dicano cosa bisogna fare e i due danno l’impressione di non avere, per il momento, tante cose da dire a parte che non voteranno mai la fiducia a un governo formato dai partiti. Per ora l’impressione è che avesse ragione Grillo quando si disse preoccupato di un successo eccessivo del M5S. Non disse il perché, ma adesso si comincia a toccare con mano l’estrema debolezza di un movimento fortemente accentrato,  ma disorganizzato; aperto a tutte le idee, ma senza una elaborazione unificante. Ci dovremmo augurare che il M5S riempia i vuoti politici e organizzativi al più presto in modo da non ridursi ad essere un inutile megafono parlamentare della protesta. Però, intanto, governo PD-M5S no.

Del PDL non vale nemmeno la pena parlare talmente è identificato con il suo padre-padrone implicato in tanti e tali reati da dover essere considerato inavvicinabile per qualunque persona onesta. Dunque governo PDL-PD no.

Il PD vive una grande agitazione perché da vincitore predestinato si è trovato ad essere perdente con la responsabilità di trovare una via d’uscita. Bersani ha già annunciato che proporrà alla Direzione una linea ben precisa che si condensa in otto punti come base di un governo che trova in Parlamento la sua maggioranza.

Siamo dunque in alto mare e rischiamo di pagare questo stallo molto caro perché non è questo il momento di starsene lì a giocare a una specie di “nascondino” politico. La crisi economica non la fronteggi con le chiacchiere e le battute, e nemmeno con gli slogan sognanti, ma solo con politiche forti e lungimiranti pensate e messe in atto da persone competenti e da una maggioranza di governo compatta con un programma serio.

Il nuovo Parlamento può anche partire dal taglio dei costi della politica, ma non illudiamoci che questa sia LA risposta alla crisi. Possiamo anche accettare che le Camere “siano aperte come una scatoletta di tonno”, ma non possiamo perdere tempo a decidere cosa andare a dire in Europa. Né possiamo perderlo a baloccarci con referendum sull’euro, inutili e disastrosi.tunnel luce3

In generale non possiamo perdere tempo in giochini e sperimentazioni né di aspiranti e trasognati politici in erba né di vecchi politicanti di apparato. Noi cittadini vogliamo un governo forte e abbiamo paura che un vuoto di potere in questo momento ci faccia arretrare più di quanto non sia accaduto finora.

Claudio Lombardi

Basta campagna elettorale adesso fate un governo (di Claudio Lombardi)

Il Sole 24 ore ha calcolato che i due terzi dei provvedimenti del governo Monti non sono stati attuati perché le amministrazioni dello Stato che avrebbero dovuti dargli seguito non l’hanno fatto. Non è da oggi che il problema della burocrazia rappresenta uno dei più seri ostacoli all’efficienza della macchina statale. Tra l’altro sono proprio gli apparati che scrivono le norme che poi sono discusse e approvate dal governo e dal Parlamento. In uno stato di diritto qualunque provvedimento deve avere una veste giuridica e, quindi, essere scritto in un provvedimento normativo che poi dovrà essere attuato con ulteriori atti normativi. Insomma non basta dire “si fa così” per veder realizzato un obiettivo politico. E da chi dipendono le amministrazioni pubbliche? Dal Governo ovviamente.

Scrivere in forma giuridica le decisioni della politica è un passaggio fondamentale anche perché si tratta di provvedimenti che dovranno resistere al vaglio delle magistrature ordinaria e amministrativa oltre che a quello, eventuale, della Corte Costituzionale.

Non è inutile ricordare queste semplici verità in questo momento in cui sembra quasi che si possa scegliere se avere un governo oppure no o che basti riportare in Parlamento la protesta degli italiani per veder realizzata una svolta.

È meglio non dimenticare che una cosa sono i comizi e i messaggi che si lanciano all’opinione pubblica e un’altra ciò che concretamente si può o si è capaci di fare. Per esempio Grillo vuole tagliare stipendi e pensioni che superano una certa cifra più altri non precisati privilegi. Bene, per infuocare una piazza può bastare, ma poi come lo si fa? Soprattutto se si dice che si andrà in Parlamento per controllare ciò che faranno gli altri e non si dice che governo si propone.

No, non è così che funziona in una società retta dal diritto. Se si vuole seriamente attuare quell’indirizzo politico bisogna fare un programma di governo e avere i numeri per attuarlo (e le persone giuste). Questa è la normalità dei percorsi istituzionali che vanno rispettati a meno che non si pensi di fare una rivoluzione violenta che rovesci la Costituzione.

Il Parlamento si insedia, magari prima rispetto ai tempi prefissati; il Presidente della Repubblica avvia le consultazioni e tutti fanno le loro proposte per formare il governo; qualcuno sarà incaricato di provarci e andrà in Parlamento a chiedere la fiducia. Se la riceverà il governo inizierà a lavorare e il Parlamento a legiferare, altrimenti si tornerà dal Presidente che dovrà decidere se sciogliere di nuovo le Camere o se tentare ancora di formare un governo.

Altre strade non ci sono e chi è stato eletto dagli italiani ha il dovere di provare a formare un governo e se non ci si riuscirà e si andrà di nuovo ad elezioni (causando un danno enorme all’Italia) ognuno si prenderà le sue responsabilità. Movimento 5 Stelle compreso

Claudio Lombardi

Un grande bisogno di partecipazione (di Claudio Lombardi)

Elezioni. Tanti commenti sui voti presi dal Movimento 5 Stelle e sul risultato deludente del PD. E tante spiegazioni: dal voto di protesta, ai limiti dell’appello al senso di responsabilità, dagli errori di comunicazione, agli effetti della crisi economica.

Ce n’è una però che appare poco e che, invece, conta più delle altre. Si tratta del bisogno di partecipazione politica a cui Grillo col suo Movimento ha saputo dare una risposta concreta come nessun altro è riuscito a fare. Intendiamoci, partecipazione non apparente, non rituale, ma quotidiana e diretta attraverso i canali della rete. Si è scambiata per antipolitica ciò che era nuova politica.

Questa è stata la novità che il M5S ha portato in un panorama che sul piano della partecipazione alla politica dei cittadini ha fatto registrare tanti segni MENO e nessun PIU’ (fatta eccezione per le primarie tra Bersani e Renzi, troppo poco e, soprattutto, non seguito da fatti e comportamenti coerenti). Nulla a che vedere, insomma, con quello che il M5S ha costruito negli ultimi 8 anni con la sua rete di gruppi di base.

Sul versante del PDL il problema della partecipazione nemmeno si è posto; sono sempre bastate le decisioni e i soldi di Berlusconi a cancellare ogni spazio autonomo di discussione. Ma da quelle parti nessuno si è mai illuso che la partecipazione potesse trovare spazi: da quelle parti si parla e si tratta anche nella comunicazione pubblica di interessi personali e si accetta che siano i capi a trovare il modo per soddisfarli.assemblea di cittadini

Chiariamo che la partecipazione diretta alla politica non è un vezzo per gruppi di giovani sfaccendati, ma un modo di stare nella società che sta acquistando sempre più peso. Il vecchio schema che vedeva i politici come depositari di una funzione di governo conquistata con il voto e poi messa nelle mani di apparati auto referenziali e di eletti cui spettava la mediazione degli interessi non convince più. Specialmente se la crisi e gli scandali mettono a nudo le incapacità e la corruzione che caratterizzano i partiti. Come si poteva pensare che gli italiani e tantissimi giovani preparati e senza lavoro potessero assistere quieti e zitti al ladrocinio di soldi pubblici e alla conquista dello Stato da parte di bande di predoni che hanno, tra l’altro, goduto dell’acquiescenza o della connivenza di quelli che non volevano essere predoni, ma nemmeno osavano disturbarli ?

Nel mondo del Movimento 5 stelle, ma anche in quello delle associazioni e dei movimenti che sono nati in questi ultimi 10 anni, invece, le competenze sono state messe al servizio di battaglie collettive non più segnate e giustificate da identità di classe, ma sostenute solo dalla comune condizione di cittadinanza.

Per questo le primarie non sono bastate a far vincere un PD nato e cresciuto male. Di fatto il mondo del PD si è mostrato ostile alla partecipazione dei cittadini ed espressione di una cultura del professionismo politico distaccato dalle persone. Sarebbe bastato poco in questi anni per capire che si stava andando su una strada sbagliata. Non lo si è fatto testardamente e insistentemente e questa è una colpa imperdonabile agli occhi di chi ritiene che un polo progressista (non un partito solo) sia necessario all’Italia.

Claudio Lombardi

Una rivoluzione nella politica (di Claudio Lombardi)

Sembrava che non dovesse cambiare mai niente in Italia. Sembrava che la protesta contro l’immobilismo dei partiti potesse arrivare nelle piazze, ma senza possibilità di togliere ad uno schieramento politico tradizionale la maggioranza dei voti. Invece è quello che è successo.

L’unico vero vincitore delle elezioni è il M5S che diventa il primo partito.

Il PDL di Berlusconi resiste e ottiene un premio fedeltà da elettori convinti del menefreghismo berlusconiano, ma anche impauriti da una politica che dimostra tutta la sua incapacità di risolvere i problemi del Paese e si condanna a chiedere sempre più soldi ai cittadini senza mai cambiare niente. L’istinto di difendere i propri interessi di fronte a tale incapacità è una componente importante della resistenza del centro destra così come lo è il disinteresse e l’ostilità per tutto ciò che parla di collettività, di legalità e di Stato. È un bel pezzo d’Italia che pensa ai fatti suoi o che non vede al di là dei suoi interessi e che ha trovato in Berlusconi il suo eroe.

Il PD è il grande sconfitto insieme ad altri piccoli sconfitti come la lista di Ingroia che conferma la marginalità di una sinistra legata a schemi e messaggi ormai superati. Il problema italiano a questo punto non è più solo l’assenza di una destra rispettabile e credibile (come si è detto per anni), ma è anche quello dell’incapacità di affermare una parte riformista in grado di avere i numeri per governare. Il PD doveva essere da anni il punto di riferimento sicuro per l’Italia che voleva voltare pagina e allontanarsi dal berlusconismo; era nato per questo, ma fin dall’inizio è apparso ostaggio di gruppi dirigenti e di professionisti della politica depositari di una cultura vecchia, la cultura della supremazia della “macchina” partito (e di tutti i suoi privilegi) sui cittadini.

Non ci voleva molto per capire che l’insofferenza era arrivata a livelli molto alti e per accorgersi che il movimento di Beppe Grillo stava crescendo su questa rivolta. I dirigenti e gli eletti del PD pensavano di amministrare un patrimonio di consensi che spettava loro perché la rete dei contatti che gestivano confermava la loro centralità. Non si accorgevano che coltivare le amicizie e i rapporti con altri gruppi dirigenti anche nel mondo dell’associazionismo e del sindacato non voleva dire automaticamente avere il consenso dell’opinione pubblica. La cultura dei rapporti di vertice praticata fino alla dimensione più piccola ha impastoiato l’attività politica in una miriade di accordi e compromessi che sono diventati la cifra politica e culturale del PD a tutti i livelli dall’ultimo consigliere municipale al segretario nazionale. Di qui l’incapacità di parlare un linguaggio chiaro e di fare scelte nette e coraggiose. Bersani ha incarnato questo modello sia dirigendo il partito che comunicando in maniera opaca con l’opinione pubblica.  Ora non gli resta che gestire questa fase avviando un rinnovamento drastico nel suo partito e andare a nuove elezioni su basi e con persone diverse da quelle di adesso in buona parte espressione della vecchia politica degli accordi e delle spartizioni. Cosa ci facevano in lista i consiglieri regionali del Lazio complici e beneficiari dell’uso truffaldino dei soldi pubblici? E cosa ci faceva Sposetti amministratore del defunto PDS e protagonista del vergognoso sistema di finanziamento dei partiti che è stata una delle cause della ribellione dei cittadini? Questo era il volto “nuovo” con cui il PD voleva vincere le elezioni?

Il M5S è un movimento nuovo e dovrà crescere e strutturarsi. Grillo ha fatto un capolavoro ergendosi a tutore di un luogo di confronto libero nel quale è potuta crescere una partecipazione alla politica da cittadini senza alcun connotato ideologico. Esattamente ciò di cui si avvertiva la necessità da almeno venti anni. Una partecipazione basata sul rapporto fondamentale tra cittadino e Stato e che non aveva bisogno di un partito che si mettesse in mezzo con la pretesa di venire prima dello Stato. La cultura dei partiti ha affermato nei fatti (e anche a parole) che l’appartenenza al partito prevaleva su quella di cittadino. Prima ci si è cullati con le appartenenze di classe, poi si è passati a quelle ideologiche, poi a quelle di partito, di gruppo, di sindacato, infine a quelle basate su puri legami di fedeltà personale e su interessi di cordata.

La semplice verità che i partiti in Italia erano diventati l’antistato con in mano tutte le leve del potere e che lucravano su questa rendita di posizione non è apparsa chiara a tanti fino a che l’esplosione degli scandali ha mostrato una realtà incredibile nella quale tutto ciò che è pubblico è diventato lo strumento di potere e di arricchimento di gruppi privati con funzioni pubbliche come i partiti. Che non a caso, come i sindacati, hanno sempre rifiutato ogni disciplina e ogni controllo.

Ecco da dove nasce la vittoria del M5S, ed ecco cosa significa la riscoperta della cittadinanza attiva che mette in contatto il cittadino con le istituzioni pubbliche come primo atto politico fondante dello Stato.

Se qualcuno lo capirà l’Italia potrà ripartire su basi nuove ossia con formazioni politiche profondamente diverse da quelle attuali e non bisogna avere paura di nuove elezioni se si imbocca questa strada. Un’altra non ce n’è e non c’è più tempo. È inutile pensare a grandi alleanze o, peggio, a governi tecnici che certifichino ancora il fallimento dei partiti. Tutto è già accaduto e oggi tutto è anche cambiato.

Claudio Lombardi

La scelta difficile del voto (di Claudio Lombardi)

Domani a quest’ora sapremo tutto e ragioneremo sui dati. Intanto si vota e saranno probabilmente molti quelli che ancora devono decidere che fare: votare o no? e se sì cosa esprimere con il voto? Delusione, protesta, rabbia, timore? Oppure una scelta non emotiva? E in questo secondo caso guidata da cosa? Interessi privati, sensibilità per gli interessi della collettività, scelte ideali, o un mix di tutti e tre gli elementi?

La scelta più logica sarebbe quella di andare a votare e di non votare scheda bianca (o non annullarla), ma scegliere una lista perchè comunque chi sarà eletto andrà a dirigere le istituzioni nelle quali si decide per tutti. Lasciar scegliere altri anche per noi non è mai una cosa buona.

Sappiamo che il non voto è un modo per esprimere una posizione e per lanciare un monito: “attenti perchè non siete legittimati”.

E’ utile, serve a qualcosa? In certi casi sì, ma in genere no perchè è una forma di protesta che non porta conseguenze a meno che non sia l’anticamera di una ribellione. Stesso discorso per la scheda bianca o annullata.

Dunque è meglio votare. Ma come? Emotività o razionalità? L’ideale sarebbe che l’emotività portasse alla razionalità di un progetto. Può sembrare contraddittorio, ma una forte spinta emotiva se non si traduce in una grande motivazione al cambiamento e, quindi, alla realizzazione di un nuovo equilibrio a che serve?

L’Italia ha bisogno di stabilità, di ordine, di rigore che sono le premesse di una rifondazione dello Stato e del rapporto fra questo e i cittadini.

Decenni di malgoverno (con qualche interruzione), di corruzione, di uso dello Stato per i propri interessi ci hanno abituato all’idea che la politica sia sporca, che l’ordine sia funzionale al dominio dei potenti, che il rigore sia far pagare ai più deboli il permissivismo delle classi dirigenti.

Il cambiamento che serve è l’esatto contrario. Ma perché sia vero non basta sbandierare alcune belle idee o una girandola di proposte giuste e fantasiose senza però un criterio che dia loro un senso, senza un progetto.

dubbi  politiciDetto in altro modo, non basta indicare il punto di partenza (rabbia, delusione, buona volontà), bisogna anche lasciar intravedere il punto di arrivo cioè l’idea che si vuole realizzare. E poi ci vuole il progetto ossia bisogna portare argomenti razionali, plausibili, convincenti che leghino in un filo logico sia la partenza che l’arrivo. E infine ci vuole la credibilità personale di chi si propone.

Il tutto ben sapendo che nessuno può fare miracoli e che i grandi cambiamenti avvengono sempre in modo progressivo per il semplice motivo che devono andare di pari passo con la maturazione civile dei cittadini e con il mutamento dei comportamenti anche individuali. Chi promette la salvezza con una svolta improvvisa e radicale sta promettendo l’impossibile e sta dando per scontato che sia sufficiente la volontà di un gruppo politico per imporre a tutti cambiamenti drastici. Esattamente ciò che è avvenuto in tutte le dittature del ‘900 con le conseguenze che conosciamo (guerre, distruzioni, miseria). Dunque meglio non affidarsi a simili illusioni. Nella migliore delle ipotesi fanno perdere tempo e provocano cocenti delusioni.

Claudio Lombardi

Il Movimento 5 Stelle alla grande prova (di Claudio Lombardi)

Il fatto del giorno è la paura che il M5S “faccia il botto” ossia che prenda tanti voti da sconvolgere gli equilibri parlamentari e da impedire di formare un governo in grado di governare per tutta la legislatura. Certo, se capitasse proprio questo le responsabilità sarebbero anche di altri perché non si può imputare ad un movimento in gestazione da non pochi anni di togliere spazio ai partiti che aspirano a governare.

La prima è più grande responsabilità sarebbe di un sistema elettorale iniquo che nessun partito ha potuto o voluto modificare. La seconda sarebbe nell’onnipresente italico “culto” dei particolarismi che rende improponibile raggiungere intese fra forze simili su piattaforme e programmi di compromesso. No, ognuno rivendica l’indispensabilità del proprio ruolo e, pur sapendo che non alcuna possibilità di affermarsi, non rinuncia a stare in campo senza patteggiare nulla. Un sistema elettorale a doppio turno costringerebbe tutti a ridimensionare quest’ansia di protagonismo. Speriamo che la prossima legislatura ce lo porti in dono.

In ogni caso Grillo si è assunto una grande responsabilità. Suscitare una partecipazione così vasta e vera (perché non guidata da clientelismi e voti di scambio) significa impegnarsi al massimo a non deludere le aspettative. Molto si è scritto sui limiti del consenso che riscuote il M5S. Che sia l’occasione per sfogare una rabbia generica verso tutto ciò che non funziona in questo Paese è sicuro, che questo sfogo non porti con sé una altrettanto grande carica di ricostruzione pure. Ma questi sono i limiti di ogni consenso politico e non dovrebbero stupire gli osservatori dei fatti italiani dove di voti estorti, comprati, rubati, scambiati ecc ecc se ne sono visti molti. E tutto si può dire del M5S tranne che rientri in questa casistica.

Detto ciò i veri limiti del M5S sembrano due: uno che guarda all’interno di un movimento troppo liquido e destrutturato, ma estremamente accentrato ed autoritario nelle leve di comando; l’altro che consiste in un programma tuttora indefinito e generico non adeguato alle percentuali elettorali di cui è accreditato il M5S.

Che questi limiti siano ben presenti a tanti militanti di quel movimento è testimoniato dalle interviste raccolte alle manifestazioni nelle quali molti precisano che lo stile e i discorsi di Grillo non corrispondono esattamente a quello che pensa la base e che il programma dovrà necessariamente essere ricalibrato strada facendo.

Ovviamente tanti altri dichiarano che mai scenderanno a compromessi con chiunque stia dentro i partiti e che tutto va bene così com’è e, mancando sedi di confronto e di misurazione democratica del consenso, non si sa quale sia la linea prevalente nel movimento.

In ogni caso è lecito pensare che molto cambierà dopo le elezioni perché i tanti che saranno eletti dovranno decidere che fare e se tenteranno di attuare il programma si troveranno davanti all’impossibilità di tradurre in atti concreti condivisi da tutti (eletti e movimento) l’elenco scoordinato di proposte contenute nella piattaforma sulla quale hanno preso i voti.

La verità è che anche nell’era di internet cliccare su un “mi piace” non è sufficiente per fare la scelta giusta quando si tratta di scegliere quali diritti tutelare e come farlo e quali decisioni di governo prendere giorno per giorno nelle aule parlamentari. A meno che non ci si confini da subito in una dimensione di pura testimonianza. La partecipazione democratica è vitale per il sistema, ma è difficile e la politica è anche impegno per realizzare un progetto e presto il M5S rischia di scoprire che non ne ha uno perché nasce come e tuttora prevale il suo essere una cassa di risonanza di un impasto di proteste, mugugni, rancori, aspirazioni, intenzioni, belle idee tenute insieme dalle doti di un tribuno di grande capacità come Beppe Grillo. Un grande cambiamento è auspicabile e necessario anche nel M5S.

Claudio Lombardi

Vendita de La7: a pensare male si fa peccato ma…. (di Claudio Lombardi)

Il fatto del giorno è la vendita de La7. Sembra strano in un momento in cui la crisi economica pone ben altri problemi agli italiani e nel momento in cui si sta concludendo una campagna elettorale importantissima per il futuro del Paese. Non lo è se si considerano il pluralismo e la libertà dell’informazione beni primari e non futili accessori.

Tutti ci cibiamo di informazione che è sempre stata l’essenza del potere. Senza informazione non sapremmo nulla e la democrazia e la libertà senza la circolazione delle informazioni non sarebbero possibili. Per questo sono anni che lo scontro politico epocale che si sta svolgendo in Italia ha il suo epicentro nel ruolo dell’impero mediatico ed economico che fa capo a Berlusconi.

Chi controlla le televisioni e gli altri mezzi di comunicazione controlla l’opinione pubblica e quindi può orientare il voto e di conseguenza controllare le istituzioni pubbliche. Questa è la cruda verità. Per questo tutto il sistema dell’informazione è stato l’oggetto dello scontro tra forze politiche e gruppi economici in questi ultimi venti anni.

La Rai in particolare che deteneva il monopolio della tv e che gestisce il servizio pubblico radiotelevisivo è stata messa sotto stretto controllo dei partiti e dei governi ed oggi sta sullo stesso piano in quanto a raccolta pubblicitaria e ascolti delle tv di proprietà di Berlusconi.

La vendita de La7 al gruppo Cairo communication decisa ieri sera sarebbe un fatto normale in un Paese normale, ma l’Italia non lo è per i motivi appena detti e sospettare che il capo partito e padrone di Mediaset Berlusconi possa condizionare il futuro padrone de La7 unica tv privata che fa concorrenza a Mediaset non è fantapolitica.

Che Urbano Cairo dichiari che non ha alcun rapporto con Berlusconi e che non ha alcuna intenzione di mettere La7 nell’orbita di Mediaset è ovvio, ma qualche sospetto nasce non tanto perché Cairo inizia la sua carriera come assistente personale di Berlusconi, ma ben di più perché la crisi de La7 è in gran parte dovuta, come si legge da notizie di stampa, alla raccolta pubblicitaria gestita proprio da Cairo Communication.

Un altro sospetto viene dalla fretta di chiudere la vendita dopo 9 mesi di trattative e proprio quando era spuntata l’offerta promossa da Diego Della Valle notoriamente un avversario di Berlusconi.

Senza addentrarsi oltre conviene però concentrarsi su cosa bisogna fare tra pochi giorni quando ci sarà un nuovo Parlamento. Tre sono i punti prioritari per l’informazione: riforma della Rai per sottrarla alla spartizione fra partiti; riscrivere i limiti di concentrazione proprietaria dei mezzi di informazione per impedire qualunque posizione dominante; una legge sul conflitto di interessi che impedisca a chi possiede giornali e tv di occupare cariche istituzionali.

Sarebbe ora di ricordarsi che l’informazione è un elemento fondamentale in qualunque regime politico e che la prima libertà è quella di informarsi senza che ci sia un padrone che decida cosa dobbiamo sapere e cosa no.

Claudio Lombardi

Le mani di Berlusconi su La7? (di Claudio Lombardi)

Impazza la campagna elettorale che sancisce la fine dell’interregno del governo dei tecnici e, nel pieno di una crisi economica e finanziaria devastante, accompagnata dall’esplosione di uno scandalo dietro l’altro, deve dare all’Italia un nuovo governo e una nuova rappresentanza parlamentare.

Intanto con la rinuncia del Papa, si prepara una svolta epocale nella Chiesa cattolica al termine di una stagione di disordine e di crisi.
Mentre tutta l’attenzione è rivolta a questi grandi eventi si sta consumando nella disattenzione generale un incredibile assalto berlusconiano all’unica televisione libera emersa nel settore privato in questi anni di duopolio fra Mediaset e una Rai di fatto privatizzata e colonizzata dai partiti e dai governi in carica.
La7, la tv di Gad Lerner, di Enrico Mentana, di Santoro, di Lilli Gruber, di tanti giornalisti e di tante trasmissioni che danno un punto di vista diverso da quello delle reti di proprietà di Berlusconi e dei partiti che si sono suddivisi il controllo della Rai sta per essere venduta da Telecom ad altri imprenditori privati.
Chi sono quelli che, zitti zitti, hanno conquistato la pole position?
Indovinate… sono persone molto vicine a Berlusconi. I fondi Clessidra e Cairo communication in tanti modi collegati a Berlusconi sia per legami personali che per presenza diretta di suoi capitali.
Ora, immaginate un pò le implicazioni e le conseguenze di una ulteriore espansione dell’impero berlusconiano. Immaginate che Grillo vinca le elezioni e possa attuare la sua proposta di lasciare alla Rai una rete televisiva interamente finanziata col canone vendendo le altre due sul mercato nel quale, intanto, Berlusconi ha conquistato altre posizioni grazie a prestanome e a una girandola di fondi e società in grado di neutralizzare qualunque regola di limiti al possesso delle azioni.
Grillo, infatti, dice che nessuno deve avere più di un tot di una rete tv. E che problema è per un impero che possiede già tre reti, si avvia a conquistare la quarta e che può ricorrere a tutti i trucchi per mascherare l’acquisto di altre due reti della Rai?
Diciamo che Berlusconi si prepara alla prossima riforma della Rai che se non punterà sul potenziamento del servizio pubblico e sull’indipendenza dai partiti segnerà il drastico declino della tv per la quale si paga il canone. Declino funzionale al suo spezzettamento e alla sua vendita.
Ecco lo scenario che si presenta se non si blocca la vendita de La7 agli amici di Berlusconi.
La parola d’ordine per tutti quelli che vogliono la libertà e il pluralismo è impedire la conquista de La7 e poi dopo le elezioni ridare ai cittadini il controllo della Rai con la riforma proposta da MoveOn Italia

Il 14 febbraio, una giornata esemplare

La giornata di ieri con gli arresti e le notizie di altre accuse giudiziarie contro il mondo politico affaristico che capiamo adesso essere stato la classe dirigente dell’Italia negli ultimi venti anni ci insegna tante cose.

  1. I politici non sono tutti uguali. C’è una bella differenza fra dire, come fa Berlusconi, che le tangenti sono giustificate e dire, come fanno Bersani, Vendola, Monti, Ingroia, che sono un male da combattere. Berlusconi parla così perché questa è la cultura che ha in testa e ci conferma che questo è il criterio che ha sempre usato nella sua vita di affarista e di pseudo politico. Non servivano conferme esplicite: ce n’eravamo accorti dai tanti reati di cui è stato accusato, dalla lotta ai processi e ai magistrati con l’utilizzo di tutte le armi (pulite e sporche) del potere, dalle condanne che sono arrivate, dalla gente che ha e che ha avuto attorno, dalle leggi che ha scritto per sé stesso e fatte approvare dai suoi dipendenti seduti in Parlamento. Questa è la persona che ha comandato in Italia e che ancora vorrebbe comandare tentando persino di allargare il suo impero televisivo con l’acquisto de La7.
    Gli altri politici hanno commesso tanti errori, ma non hanno questa cultura in testa e non hanno questa potenza economica e mediatica a disposizione. È un differenza enorme e non vederla è una colpa e un pericolo.
  2. Grillo non la vede e va all’assalto urlando “via tutti” . Prenderà sicuramente tanti voti e darà sfogo alla rabbia di tanti cittadini che si sentono traditi dalla politica e dalla democrazia. Ma non distingue e non aiuta i cittadini a capire. È una colpa perché se attiri l’interesse di milioni di persone ti prendi una responsabilità.  Ed è una colpa perché sfogata la rabbia bisogna costruire qualcosa. Adesso urla perché deve prendere i voti, ma dopo che li avrà presi dovrà finire di urlare e insultare perché dovrà dimostrare cosa è capace di fare. Meglio che si metta anche a ragionare e dialogare perché al mondo non c’è solo lui e nessuno gli ha dato il potere di decidere chi può rappresentare gli italiani.
  3. Il problema dell’Italia è il sistema di potere che lega insieme politica, apparati pubblici, parte del mondo delle imprese private, manager di aziende pubbliche. Un sistema che corrisponde ad un blocco sociale e ad una classe dirigente che ha comandato finora. Ebbene questo blocco deve essere smantellato dal prossimo governo e non solo dalla Magistratura. Ci vuole un piano di revisione di tutte le cariche dirigenziali nello Stato, negli enti pubblici e nelle aziende pubbliche. E ci vuole la fine del sistema degli aiuti alle imprese che dissipano miliardi di euro distribuiti secondo accordi e rapporti politico-clientelari

Scandali: la triste verità che prende a schiaffi l’Italia (di Claudio Lombardi)

Di scandalo in scandalo si fa sempre più chiara una semplice verità già conosciuta e detta, ma che ancora sorprende per la sua crudezza. La politica è stata invasa e conquistata da affaristi. L’unica vera ideologia nella quale hanno creduto ( nascosti dietro l’invenzione della padania o dietro la rivoluzione liberale o la paura del comunismo) è stata quella della conquista del potere e delle risorse che il potere permette di controllare. Mai come adesso il peso di tutto ciò che è promana dai poteri pubblici è stato così grande. Poteri pubblici contagiosi che hanno supportato un sistema di potere fondato sulle relazioni e sulle fedeltà personali che si è esteso a tutta la società e all’economia. I meriti e la libera competizione sono stati schiacciati sotto tonnellate di raccomandazioni, di scelte discrezionali, di connivenze e di collusioni implicite ed esplicite senza incontrare resistenze e sbarramenti, lasciando così unicamente alla Magistratura  il compito di inseguire i reati più macroscopici.

Sarebbe ora che si prendesse coscienza della geniale operazione di marketing che negli ultimi venti anni ha preso il posto dei vecchi partiti. Il sogno che è stato suggerito agli italiani è la liberazione di quelle pulsioni individualistiche che prima ci si vergognava ad esibire e la liberazione dai valori tradizionali della serietà, della responsabilità, dell’onestà che ancora resistevano nell’immaginario collettivo. La “rivoluzione liberale” di Berlusconi è stata questa: una sottile mano di vernice che salvasse le apparenze di una spinta alla corruzione di massa guidata e mediata dalla politica e pagata con le ricchezze dell’Italia.

I partiti che si sono opposti da sinistra sono riusciti a guidare il governo per periodi non brevi e pure con risultati importanti frutto dell’incontro con le componenti più intelligenti presenti al loro interno e in altre parti politiche, ma non hanno capito la forza dell’assalto del berlusconismo e non hanno prodotto idee unificanti. Da un lato ha prevalso una sinistra vecchia incapace di comprendere ciò che stava accadendo e concentrata sul culto delle proprie differenze. Dall’altro lato l’opposizione al berlusconismo si è basata su una ripulsa morale, ma lì si è fermata.

L’immaturità delle opposizioni ha permesso che la “narrazione” favolistica delle destre prendesse il sopravvento fornendo agli italiani l’unica ideologia che li abbia davvero unificati in questi venti anni: l’affermazione di sé, il rifiuto di limiti e di regole, il disinteresse verso la collettività avvertita come limite e non come risorsa.

Su queste basi ogni intervento pubblico è stato distorto nell’interesse di privati e il disastro segnalato dall’abnorme livello del debito pubblico non è la sua entità, ma il sistematico spreco di risorse per il quale è stato utilizzato. Fare appello oggi ad una espansione dell’intervento pubblico senza intervenire in profondità sui meccanismi del potere rischia di essere una tragica presa in giro.

Contro le degenerazioni della politica l’appello alla società civile è diventato rituale, vuoto e stucchevole. È ora di dire che le forze sane sono solo una parte della società civile nella quale finora hanno prevalso l’apatia, la visione angusta e accidiosa del familismo amorale, la cultura dei furbi legittimata dall’esibizione della ricchezza comunque conseguita, il gusto della lamentela in attesa che dall’alto piova qualcosa, l’inclinazione ad attendere che siano gli altri a farsi carico dei problemi.

C’è poi un’altra parte che sta crescendo. Una miriade di iniziative sociali, culturali, politiche che aspirano a un mondo diverso, cercano di prefigurarlo, di metterlo in atto, facendo lucidamente e coraggiosamente i conti con le sfide del presente. E’ l’immenso bacino del volontariato e del terzo settore, in cui si sta formando una nuova classe dirigente e dove si sperimentano modelli sociali ed economici alternativi. Sono i giovani che tenacemente s’impegnano nell’amministrazione dei loro territori; sono i giovani e meno giovani che profondono energie nel mondo delle professioni intellettuali, cercando forme di lavoro e di socialità nuove. Sono i giovani che cercano all’estero quello che non trovano in patria e spesso ci riescono brillantemente.

Anche l’economia è ricca di energie positive, di imprese piccole e grandi che innovano, che si misurano con le sfide della globalizzazione, che non aspettano protezione ma esigono supporto.

Il problema è che questa parte della nostra società non è rappresentata nella politica. Eppure in un’economia mista quale è quella italiana le politiche pubbliche hanno un ruolo decisivo. La situazione italiana è grave perché chi detiene i poteri pubblici non è affidabile e, fino a quando la sfera dell’azione pubblica non sarà risanata, l’economia non potrà contare sull’apporto dello stato e del governo. Per questo un programma minimo per la ricostruzione dell’Italia dovrà prevedere:

  • lotta senza quartiere all’illegalità e alla corruzione;
  • eliminazione di tutte le posizioni di privilegio e delle normative che le sostengono;
  • drastico abbattimento delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza quindi limiti alle retribuzioni e reintroduzione di una imposizione sui patrimoni ereditati;
  • liberalizzazione piena delle attività economiche accompagnata da una sostanziale revisione dei meccanismi e degli organismi di controllo e supervisione dei mercati;
  • riforma radicale della pubblica amministrazione, con una verifica delle reali necessità di impiego non solo nelle amministrazioni centrali, ma anche negli enti locali e nelle regioni sia a statuto ordinario che speciale;
  • programma di investimenti finalizzati nella ricerca scientifica;
  • promozione degli investimenti nella green economy;
  • riqualificazione del sistema dell’Istruzione pubblica, basata sulla valorizzazione del merito e la tutela dei soggetti deboli.

Non è tutto, ovviamente, e non tutte queste cose potranno essere attuate contemporaneamente e con lo stesso tasso di riuscita. Ciò che conta è rendersi conto che è da qui che si dovranno misurare i programmi delle liste che chiedono il voto per governare. Ed è sempre da questo elenco che si misurerà la serietà dell’impegno di chi avrà la maggioranza nel futuro parlamento.

Claudio Lombardi

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