La scelta difficile del voto (di Claudio Lombardi)

Domani a quest’ora sapremo tutto e ragioneremo sui dati. Intanto si vota e saranno probabilmente molti quelli che ancora devono decidere che fare: votare o no? e se sì cosa esprimere con il voto? Delusione, protesta, rabbia, timore? Oppure una scelta non emotiva? E in questo secondo caso guidata da cosa? Interessi privati, sensibilità per gli interessi della collettività, scelte ideali, o un mix di tutti e tre gli elementi?

La scelta più logica sarebbe quella di andare a votare e di non votare scheda bianca (o non annullarla), ma scegliere una lista perchè comunque chi sarà eletto andrà a dirigere le istituzioni nelle quali si decide per tutti. Lasciar scegliere altri anche per noi non è mai una cosa buona.

Sappiamo che il non voto è un modo per esprimere una posizione e per lanciare un monito: “attenti perchè non siete legittimati”.

E’ utile, serve a qualcosa? In certi casi sì, ma in genere no perchè è una forma di protesta che non porta conseguenze a meno che non sia l’anticamera di una ribellione. Stesso discorso per la scheda bianca o annullata.

Dunque è meglio votare. Ma come? Emotività o razionalità? L’ideale sarebbe che l’emotività portasse alla razionalità di un progetto. Può sembrare contraddittorio, ma una forte spinta emotiva se non si traduce in una grande motivazione al cambiamento e, quindi, alla realizzazione di un nuovo equilibrio a che serve?

L’Italia ha bisogno di stabilità, di ordine, di rigore che sono le premesse di una rifondazione dello Stato e del rapporto fra questo e i cittadini.

Decenni di malgoverno (con qualche interruzione), di corruzione, di uso dello Stato per i propri interessi ci hanno abituato all’idea che la politica sia sporca, che l’ordine sia funzionale al dominio dei potenti, che il rigore sia far pagare ai più deboli il permissivismo delle classi dirigenti.

Il cambiamento che serve è l’esatto contrario. Ma perché sia vero non basta sbandierare alcune belle idee o una girandola di proposte giuste e fantasiose senza però un criterio che dia loro un senso, senza un progetto.

dubbi  politiciDetto in altro modo, non basta indicare il punto di partenza (rabbia, delusione, buona volontà), bisogna anche lasciar intravedere il punto di arrivo cioè l’idea che si vuole realizzare. E poi ci vuole il progetto ossia bisogna portare argomenti razionali, plausibili, convincenti che leghino in un filo logico sia la partenza che l’arrivo. E infine ci vuole la credibilità personale di chi si propone.

Il tutto ben sapendo che nessuno può fare miracoli e che i grandi cambiamenti avvengono sempre in modo progressivo per il semplice motivo che devono andare di pari passo con la maturazione civile dei cittadini e con il mutamento dei comportamenti anche individuali. Chi promette la salvezza con una svolta improvvisa e radicale sta promettendo l’impossibile e sta dando per scontato che sia sufficiente la volontà di un gruppo politico per imporre a tutti cambiamenti drastici. Esattamente ciò che è avvenuto in tutte le dittature del ‘900 con le conseguenze che conosciamo (guerre, distruzioni, miseria). Dunque meglio non affidarsi a simili illusioni. Nella migliore delle ipotesi fanno perdere tempo e provocano cocenti delusioni.

Claudio Lombardi

Il Movimento 5 Stelle alla grande prova (di Claudio Lombardi)

Il fatto del giorno è la paura che il M5S “faccia il botto” ossia che prenda tanti voti da sconvolgere gli equilibri parlamentari e da impedire di formare un governo in grado di governare per tutta la legislatura. Certo, se capitasse proprio questo le responsabilità sarebbero anche di altri perché non si può imputare ad un movimento in gestazione da non pochi anni di togliere spazio ai partiti che aspirano a governare.

La prima è più grande responsabilità sarebbe di un sistema elettorale iniquo che nessun partito ha potuto o voluto modificare. La seconda sarebbe nell’onnipresente italico “culto” dei particolarismi che rende improponibile raggiungere intese fra forze simili su piattaforme e programmi di compromesso. No, ognuno rivendica l’indispensabilità del proprio ruolo e, pur sapendo che non alcuna possibilità di affermarsi, non rinuncia a stare in campo senza patteggiare nulla. Un sistema elettorale a doppio turno costringerebbe tutti a ridimensionare quest’ansia di protagonismo. Speriamo che la prossima legislatura ce lo porti in dono.

In ogni caso Grillo si è assunto una grande responsabilità. Suscitare una partecipazione così vasta e vera (perché non guidata da clientelismi e voti di scambio) significa impegnarsi al massimo a non deludere le aspettative. Molto si è scritto sui limiti del consenso che riscuote il M5S. Che sia l’occasione per sfogare una rabbia generica verso tutto ciò che non funziona in questo Paese è sicuro, che questo sfogo non porti con sé una altrettanto grande carica di ricostruzione pure. Ma questi sono i limiti di ogni consenso politico e non dovrebbero stupire gli osservatori dei fatti italiani dove di voti estorti, comprati, rubati, scambiati ecc ecc se ne sono visti molti. E tutto si può dire del M5S tranne che rientri in questa casistica.

Detto ciò i veri limiti del M5S sembrano due: uno che guarda all’interno di un movimento troppo liquido e destrutturato, ma estremamente accentrato ed autoritario nelle leve di comando; l’altro che consiste in un programma tuttora indefinito e generico non adeguato alle percentuali elettorali di cui è accreditato il M5S.

Che questi limiti siano ben presenti a tanti militanti di quel movimento è testimoniato dalle interviste raccolte alle manifestazioni nelle quali molti precisano che lo stile e i discorsi di Grillo non corrispondono esattamente a quello che pensa la base e che il programma dovrà necessariamente essere ricalibrato strada facendo.

Ovviamente tanti altri dichiarano che mai scenderanno a compromessi con chiunque stia dentro i partiti e che tutto va bene così com’è e, mancando sedi di confronto e di misurazione democratica del consenso, non si sa quale sia la linea prevalente nel movimento.

In ogni caso è lecito pensare che molto cambierà dopo le elezioni perché i tanti che saranno eletti dovranno decidere che fare e se tenteranno di attuare il programma si troveranno davanti all’impossibilità di tradurre in atti concreti condivisi da tutti (eletti e movimento) l’elenco scoordinato di proposte contenute nella piattaforma sulla quale hanno preso i voti.

La verità è che anche nell’era di internet cliccare su un “mi piace” non è sufficiente per fare la scelta giusta quando si tratta di scegliere quali diritti tutelare e come farlo e quali decisioni di governo prendere giorno per giorno nelle aule parlamentari. A meno che non ci si confini da subito in una dimensione di pura testimonianza. La partecipazione democratica è vitale per il sistema, ma è difficile e la politica è anche impegno per realizzare un progetto e presto il M5S rischia di scoprire che non ne ha uno perché nasce come e tuttora prevale il suo essere una cassa di risonanza di un impasto di proteste, mugugni, rancori, aspirazioni, intenzioni, belle idee tenute insieme dalle doti di un tribuno di grande capacità come Beppe Grillo. Un grande cambiamento è auspicabile e necessario anche nel M5S.

Claudio Lombardi

Vendita de La7: a pensare male si fa peccato ma…. (di Claudio Lombardi)

Il fatto del giorno è la vendita de La7. Sembra strano in un momento in cui la crisi economica pone ben altri problemi agli italiani e nel momento in cui si sta concludendo una campagna elettorale importantissima per il futuro del Paese. Non lo è se si considerano il pluralismo e la libertà dell’informazione beni primari e non futili accessori.

Tutti ci cibiamo di informazione che è sempre stata l’essenza del potere. Senza informazione non sapremmo nulla e la democrazia e la libertà senza la circolazione delle informazioni non sarebbero possibili. Per questo sono anni che lo scontro politico epocale che si sta svolgendo in Italia ha il suo epicentro nel ruolo dell’impero mediatico ed economico che fa capo a Berlusconi.

Chi controlla le televisioni e gli altri mezzi di comunicazione controlla l’opinione pubblica e quindi può orientare il voto e di conseguenza controllare le istituzioni pubbliche. Questa è la cruda verità. Per questo tutto il sistema dell’informazione è stato l’oggetto dello scontro tra forze politiche e gruppi economici in questi ultimi venti anni.

La Rai in particolare che deteneva il monopolio della tv e che gestisce il servizio pubblico radiotelevisivo è stata messa sotto stretto controllo dei partiti e dei governi ed oggi sta sullo stesso piano in quanto a raccolta pubblicitaria e ascolti delle tv di proprietà di Berlusconi.

La vendita de La7 al gruppo Cairo communication decisa ieri sera sarebbe un fatto normale in un Paese normale, ma l’Italia non lo è per i motivi appena detti e sospettare che il capo partito e padrone di Mediaset Berlusconi possa condizionare il futuro padrone de La7 unica tv privata che fa concorrenza a Mediaset non è fantapolitica.

Che Urbano Cairo dichiari che non ha alcun rapporto con Berlusconi e che non ha alcuna intenzione di mettere La7 nell’orbita di Mediaset è ovvio, ma qualche sospetto nasce non tanto perché Cairo inizia la sua carriera come assistente personale di Berlusconi, ma ben di più perché la crisi de La7 è in gran parte dovuta, come si legge da notizie di stampa, alla raccolta pubblicitaria gestita proprio da Cairo Communication.

Un altro sospetto viene dalla fretta di chiudere la vendita dopo 9 mesi di trattative e proprio quando era spuntata l’offerta promossa da Diego Della Valle notoriamente un avversario di Berlusconi.

Senza addentrarsi oltre conviene però concentrarsi su cosa bisogna fare tra pochi giorni quando ci sarà un nuovo Parlamento. Tre sono i punti prioritari per l’informazione: riforma della Rai per sottrarla alla spartizione fra partiti; riscrivere i limiti di concentrazione proprietaria dei mezzi di informazione per impedire qualunque posizione dominante; una legge sul conflitto di interessi che impedisca a chi possiede giornali e tv di occupare cariche istituzionali.

Sarebbe ora di ricordarsi che l’informazione è un elemento fondamentale in qualunque regime politico e che la prima libertà è quella di informarsi senza che ci sia un padrone che decida cosa dobbiamo sapere e cosa no.

Claudio Lombardi

Le mani di Berlusconi su La7? (di Claudio Lombardi)

Impazza la campagna elettorale che sancisce la fine dell’interregno del governo dei tecnici e, nel pieno di una crisi economica e finanziaria devastante, accompagnata dall’esplosione di uno scandalo dietro l’altro, deve dare all’Italia un nuovo governo e una nuova rappresentanza parlamentare.

Intanto con la rinuncia del Papa, si prepara una svolta epocale nella Chiesa cattolica al termine di una stagione di disordine e di crisi.
Mentre tutta l’attenzione è rivolta a questi grandi eventi si sta consumando nella disattenzione generale un incredibile assalto berlusconiano all’unica televisione libera emersa nel settore privato in questi anni di duopolio fra Mediaset e una Rai di fatto privatizzata e colonizzata dai partiti e dai governi in carica.
La7, la tv di Gad Lerner, di Enrico Mentana, di Santoro, di Lilli Gruber, di tanti giornalisti e di tante trasmissioni che danno un punto di vista diverso da quello delle reti di proprietà di Berlusconi e dei partiti che si sono suddivisi il controllo della Rai sta per essere venduta da Telecom ad altri imprenditori privati.
Chi sono quelli che, zitti zitti, hanno conquistato la pole position?
Indovinate… sono persone molto vicine a Berlusconi. I fondi Clessidra e Cairo communication in tanti modi collegati a Berlusconi sia per legami personali che per presenza diretta di suoi capitali.
Ora, immaginate un pò le implicazioni e le conseguenze di una ulteriore espansione dell’impero berlusconiano. Immaginate che Grillo vinca le elezioni e possa attuare la sua proposta di lasciare alla Rai una rete televisiva interamente finanziata col canone vendendo le altre due sul mercato nel quale, intanto, Berlusconi ha conquistato altre posizioni grazie a prestanome e a una girandola di fondi e società in grado di neutralizzare qualunque regola di limiti al possesso delle azioni.
Grillo, infatti, dice che nessuno deve avere più di un tot di una rete tv. E che problema è per un impero che possiede già tre reti, si avvia a conquistare la quarta e che può ricorrere a tutti i trucchi per mascherare l’acquisto di altre due reti della Rai?
Diciamo che Berlusconi si prepara alla prossima riforma della Rai che se non punterà sul potenziamento del servizio pubblico e sull’indipendenza dai partiti segnerà il drastico declino della tv per la quale si paga il canone. Declino funzionale al suo spezzettamento e alla sua vendita.
Ecco lo scenario che si presenta se non si blocca la vendita de La7 agli amici di Berlusconi.
La parola d’ordine per tutti quelli che vogliono la libertà e il pluralismo è impedire la conquista de La7 e poi dopo le elezioni ridare ai cittadini il controllo della Rai con la riforma proposta da MoveOn Italia

Il 14 febbraio, una giornata esemplare

La giornata di ieri con gli arresti e le notizie di altre accuse giudiziarie contro il mondo politico affaristico che capiamo adesso essere stato la classe dirigente dell’Italia negli ultimi venti anni ci insegna tante cose.

  1. I politici non sono tutti uguali. C’è una bella differenza fra dire, come fa Berlusconi, che le tangenti sono giustificate e dire, come fanno Bersani, Vendola, Monti, Ingroia, che sono un male da combattere. Berlusconi parla così perché questa è la cultura che ha in testa e ci conferma che questo è il criterio che ha sempre usato nella sua vita di affarista e di pseudo politico. Non servivano conferme esplicite: ce n’eravamo accorti dai tanti reati di cui è stato accusato, dalla lotta ai processi e ai magistrati con l’utilizzo di tutte le armi (pulite e sporche) del potere, dalle condanne che sono arrivate, dalla gente che ha e che ha avuto attorno, dalle leggi che ha scritto per sé stesso e fatte approvare dai suoi dipendenti seduti in Parlamento. Questa è la persona che ha comandato in Italia e che ancora vorrebbe comandare tentando persino di allargare il suo impero televisivo con l’acquisto de La7.
    Gli altri politici hanno commesso tanti errori, ma non hanno questa cultura in testa e non hanno questa potenza economica e mediatica a disposizione. È un differenza enorme e non vederla è una colpa e un pericolo.
  2. Grillo non la vede e va all’assalto urlando “via tutti” . Prenderà sicuramente tanti voti e darà sfogo alla rabbia di tanti cittadini che si sentono traditi dalla politica e dalla democrazia. Ma non distingue e non aiuta i cittadini a capire. È una colpa perché se attiri l’interesse di milioni di persone ti prendi una responsabilità.  Ed è una colpa perché sfogata la rabbia bisogna costruire qualcosa. Adesso urla perché deve prendere i voti, ma dopo che li avrà presi dovrà finire di urlare e insultare perché dovrà dimostrare cosa è capace di fare. Meglio che si metta anche a ragionare e dialogare perché al mondo non c’è solo lui e nessuno gli ha dato il potere di decidere chi può rappresentare gli italiani.
  3. Il problema dell’Italia è il sistema di potere che lega insieme politica, apparati pubblici, parte del mondo delle imprese private, manager di aziende pubbliche. Un sistema che corrisponde ad un blocco sociale e ad una classe dirigente che ha comandato finora. Ebbene questo blocco deve essere smantellato dal prossimo governo e non solo dalla Magistratura. Ci vuole un piano di revisione di tutte le cariche dirigenziali nello Stato, negli enti pubblici e nelle aziende pubbliche. E ci vuole la fine del sistema degli aiuti alle imprese che dissipano miliardi di euro distribuiti secondo accordi e rapporti politico-clientelari

Scandali: la triste verità che prende a schiaffi l’Italia (di Claudio Lombardi)

Di scandalo in scandalo si fa sempre più chiara una semplice verità già conosciuta e detta, ma che ancora sorprende per la sua crudezza. La politica è stata invasa e conquistata da affaristi. L’unica vera ideologia nella quale hanno creduto ( nascosti dietro l’invenzione della padania o dietro la rivoluzione liberale o la paura del comunismo) è stata quella della conquista del potere e delle risorse che il potere permette di controllare. Mai come adesso il peso di tutto ciò che è promana dai poteri pubblici è stato così grande. Poteri pubblici contagiosi che hanno supportato un sistema di potere fondato sulle relazioni e sulle fedeltà personali che si è esteso a tutta la società e all’economia. I meriti e la libera competizione sono stati schiacciati sotto tonnellate di raccomandazioni, di scelte discrezionali, di connivenze e di collusioni implicite ed esplicite senza incontrare resistenze e sbarramenti, lasciando così unicamente alla Magistratura  il compito di inseguire i reati più macroscopici.

Sarebbe ora che si prendesse coscienza della geniale operazione di marketing che negli ultimi venti anni ha preso il posto dei vecchi partiti. Il sogno che è stato suggerito agli italiani è la liberazione di quelle pulsioni individualistiche che prima ci si vergognava ad esibire e la liberazione dai valori tradizionali della serietà, della responsabilità, dell’onestà che ancora resistevano nell’immaginario collettivo. La “rivoluzione liberale” di Berlusconi è stata questa: una sottile mano di vernice che salvasse le apparenze di una spinta alla corruzione di massa guidata e mediata dalla politica e pagata con le ricchezze dell’Italia.

I partiti che si sono opposti da sinistra sono riusciti a guidare il governo per periodi non brevi e pure con risultati importanti frutto dell’incontro con le componenti più intelligenti presenti al loro interno e in altre parti politiche, ma non hanno capito la forza dell’assalto del berlusconismo e non hanno prodotto idee unificanti. Da un lato ha prevalso una sinistra vecchia incapace di comprendere ciò che stava accadendo e concentrata sul culto delle proprie differenze. Dall’altro lato l’opposizione al berlusconismo si è basata su una ripulsa morale, ma lì si è fermata.

L’immaturità delle opposizioni ha permesso che la “narrazione” favolistica delle destre prendesse il sopravvento fornendo agli italiani l’unica ideologia che li abbia davvero unificati in questi venti anni: l’affermazione di sé, il rifiuto di limiti e di regole, il disinteresse verso la collettività avvertita come limite e non come risorsa.

Su queste basi ogni intervento pubblico è stato distorto nell’interesse di privati e il disastro segnalato dall’abnorme livello del debito pubblico non è la sua entità, ma il sistematico spreco di risorse per il quale è stato utilizzato. Fare appello oggi ad una espansione dell’intervento pubblico senza intervenire in profondità sui meccanismi del potere rischia di essere una tragica presa in giro.

Contro le degenerazioni della politica l’appello alla società civile è diventato rituale, vuoto e stucchevole. È ora di dire che le forze sane sono solo una parte della società civile nella quale finora hanno prevalso l’apatia, la visione angusta e accidiosa del familismo amorale, la cultura dei furbi legittimata dall’esibizione della ricchezza comunque conseguita, il gusto della lamentela in attesa che dall’alto piova qualcosa, l’inclinazione ad attendere che siano gli altri a farsi carico dei problemi.

C’è poi un’altra parte che sta crescendo. Una miriade di iniziative sociali, culturali, politiche che aspirano a un mondo diverso, cercano di prefigurarlo, di metterlo in atto, facendo lucidamente e coraggiosamente i conti con le sfide del presente. E’ l’immenso bacino del volontariato e del terzo settore, in cui si sta formando una nuova classe dirigente e dove si sperimentano modelli sociali ed economici alternativi. Sono i giovani che tenacemente s’impegnano nell’amministrazione dei loro territori; sono i giovani e meno giovani che profondono energie nel mondo delle professioni intellettuali, cercando forme di lavoro e di socialità nuove. Sono i giovani che cercano all’estero quello che non trovano in patria e spesso ci riescono brillantemente.

Anche l’economia è ricca di energie positive, di imprese piccole e grandi che innovano, che si misurano con le sfide della globalizzazione, che non aspettano protezione ma esigono supporto.

Il problema è che questa parte della nostra società non è rappresentata nella politica. Eppure in un’economia mista quale è quella italiana le politiche pubbliche hanno un ruolo decisivo. La situazione italiana è grave perché chi detiene i poteri pubblici non è affidabile e, fino a quando la sfera dell’azione pubblica non sarà risanata, l’economia non potrà contare sull’apporto dello stato e del governo. Per questo un programma minimo per la ricostruzione dell’Italia dovrà prevedere:

  • lotta senza quartiere all’illegalità e alla corruzione;
  • eliminazione di tutte le posizioni di privilegio e delle normative che le sostengono;
  • drastico abbattimento delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza quindi limiti alle retribuzioni e reintroduzione di una imposizione sui patrimoni ereditati;
  • liberalizzazione piena delle attività economiche accompagnata da una sostanziale revisione dei meccanismi e degli organismi di controllo e supervisione dei mercati;
  • riforma radicale della pubblica amministrazione, con una verifica delle reali necessità di impiego non solo nelle amministrazioni centrali, ma anche negli enti locali e nelle regioni sia a statuto ordinario che speciale;
  • programma di investimenti finalizzati nella ricerca scientifica;
  • promozione degli investimenti nella green economy;
  • riqualificazione del sistema dell’Istruzione pubblica, basata sulla valorizzazione del merito e la tutela dei soggetti deboli.

Non è tutto, ovviamente, e non tutte queste cose potranno essere attuate contemporaneamente e con lo stesso tasso di riuscita. Ciò che conta è rendersi conto che è da qui che si dovranno misurare i programmi delle liste che chiedono il voto per governare. Ed è sempre da questo elenco che si misurerà la serietà dell’impegno di chi avrà la maggioranza nel futuro parlamento.

Claudio Lombardi

La trasparenza è la base per la tutela dei beni comuni (di Vittorio Ferla)

Si può fare un discorso pubblico serio sulla promozione dei beni comuni nel nostro paese senza affrontare il tema della trasparenza nella vita pubblica? E, contemporaneamente, si può affermare la sussidiarietà senza una riforma che apra le amministrazioni pubbliche al contributo dei cittadini? La risposta è scontata: certamente no.

Il peso della corruzione nel degrado dei beni comuni

Purtroppo, come è noto, nella classifica di Transparency International, l’Italia è retrocessa nel corso degli ultimi anni fino al 72° posto. I casi di malaffare ormai non si contano più: basti pensare all’abuso dei rimborsi ai partiti (con i casi di Lega, IDV e Margherita), all’abuso dei rimborsi ai gruppi consiliari (nel Lazio e in Lombardia), alle truffe nei servizi sanitari regionali, alle denunce che periodicamente si levano dalle relazioni della Corte dei Conti.

Autorevoli studi nazionali e internazionali dimostrano che la corruzione frena lo sviluppo del paese, ha un impatto sulla misura, la produttività, l’efficienza e l’efficacia della spesa pubblica.

Ma, soprattutto, mina alla base l’uguaglianza dei diritti, impedisce la redistribuzione dei redditi (o, meglio, favorisce i ricchi a spese dei poveri), riduce il benessere complessivo della comunità nazionale, erode progressivamente i beni comuni (per esempio salute, istruzione e capabilities in generale dei cittadini). In particolare, la corruzione si traduce in tagli drastici ai servizi socio-sanitari e scolastici. D’altra parte, se si pensa che ogni euro investito corrisponde a 1,7 euro di sviluppo, si capisce che cosa può comportare la sottrazione al paese di 60 miliardi a causa della corruzione.

I tagli al welfare

I dati sulla spesa per il welfare confermano anche empiricamente questi orientamenti scientifici. Nella sanità pubblica, c’è una riduzione della spesa per servizi pari a 23-25 miliardi di euro con la conseguenza che aumenta dell’8 per cento la spesa privata delle famiglie per garantirsi le cure. Secondo il Censis, la spesa pubblica per i farmaci è calata del 3,5 per cento (i cittadini sono costretti a usare il proprio portafoglio con un aggravio del 7 per cento). Nel frattempo, i ticket per i servizi sanitari sono aumentati di 4 miliardi. La scuola pubblica ha perso in tre anni la bellezza di 8 miliardi. In generale, i servizi di pubblica utilità diventano più costosi, ma perdono in qualità.

Sulla base dei dati ufficiali raccolti e rielaborati dalle principali organizzazioni di cittadini impegnate per la tutela dei diritti sociali, le campagne I diritti alzano la voce, Sbilanciamoci!, Cresce l’Italia cresce il Welfare spiegano come gli ultimi governi italiani stiano distruggendo le politiche sociali e azzerando la spesa per i diritti. Il prospetto dei tagli alle politiche sociali è impressionante: tra il 2007 e il 2013 si prevede una riduzione degli stanziamenti a favore dei fondi nazionali (politiche sociali, famiglia, non autosufficienza, integrazione degli immigrati, politiche giovanili, infanzia e adolescenza) da 1.594 a 144 milioni di euro.

I primi timidi passi del Governo

Che cosa fanno le istituzioni per invertire questa tendenza? Ancora poco si direbbe. La legge anticorruzione varata dal Governo Monti è sembrata ai più un pannicello caldo. Il decreto legislativo che la attua è molto interessante, ma – diversamente dalla versione propagandata dalla Presidenza del Consiglio – ancora molto distante dal Freedom of Information Act di ispirazione nordeuropea o statunitense. Qualche passo avanti sul piano dell’Agenda digitale, ma se ne parla da anni e aspettiamo di vedere le norme alla prova dei fatti. Molti convegni – per esempio, quello sull’Open Government Partnership – che rinnova l’impegno degli addetti ai lavori, ma ancora molto lontani dalla vita delle persone comuni.

Le iniziative dei cittadini per l’accountability

Nel frattempo, i cittadini si organizzano con iniziative spesso molto interessanti. Si pensi al raduno bolognese dei civic hackers di Spaghetti open data. Ai progetti di monitoraggio digitale del rendimento della politica come openparlamento e opencomune, lanciati da openpolis. Oppure a L’era della trasparenza, un sito promosso da Agorà digitale per verificare l’uso delle risorse pubbliche da parte dei governi locali. Si pensi, inoltre, alle personalità e alle organizzazioni civiche che promuovono l’adozione di un Freedom of Information Act anche in Italia. E, ancora, alla Campagna Ridateceli! di Cittadinanzattiva o alla petizione Riparte il futuro di Libera e Avviso pubblico. Tutte queste iniziative, così tanto diverse tra loro, condividono l’idea che la trasparenza sia un punto di partenza fondamentale per suscitare la partecipazione civica e aumentare il controllo sull’azione amministrativa. Alla base sta la convinzione che se l’accountability delle istituzioni cresce diventa più facile tutelare i beni comuni.

I 5 ingredienti per la trasparenza

Ma come si declina la trasparenza in concreto? In primo luogo, c’è la trasparenza nei servizi al cittadino (fatta di informazione, comprensibilità, accessibilità, usabilità) e la conseguente semplificazione delle procedure previste dalle amministrazioni pubbliche. Alcuni esempi? Conoscere i tempi d’attesa, spesso ignoti come gli elenchi e le disponibilità delle residenze sanitarie assistenziali, la digitalizzazione e rapidità delle pratiche amministrative, l’abbattimento costi burocratici per imprese e cittadini, la trasparenza totale dei reclami e strumenti di tutela chiari e accessibili. D’altra parte, la trasparenza è ormai per legge un elemento essenziale delle prestazioni delle PA.

In secondo luogo, c’è il tema della liberazione dei dati delle PA, del diritto di accesso dei cittadini e della libertà di informazione. In questo ambito, le sfide sono sostanzialmente due: la strategia degli open data e l’introduzione del Freedom of Information Act. Soltanto così potremo far sì che la trasparenza sia accessibilità totale alle  informazioni come prevede la legge 15/2009.

In terzo luogo, trasparenza significa integrità degli eletti e dei funzionari pubblici. Per esempio, occorre attuare le leggi Brunetta e anticorruzione che prevedono la pubblicazione online di stipendi, curricula, consulenze, ecc., introdurre l’anagrafe degli eletti, garantire la pubblicità dei bilanci dei gruppi consiliari e delle ricevute di spesa, vietare il cumulo di incarichi, attivare un sistema anonimo e sicuro per denunciare truffe, corruttele e  malversazioni (whistleblowing).

Quarto punto è la valutazione indipendente della qualità dei servizi (e dell’azione amministrativa in generale), con il coinvolgimento degli stakeholders (in particolare, i cittadini). In questo ambito, ancora tanto si può fare per la raccolta sistematica delle segnalazioni dei cittadini, per organizzare forme di public review, per rendere abituale le azioni di civic auditing e rendere pubblici i risultati delle valutazioni, per collegare la valutazione dei servizi alla valutazione dei dirigenti.

Infine, c’è la grande sfida del controllo sull’uso risorse pubbliche, sul funzionamento e sui risultati della PA,  nonché sulle attività dei governi regionali e locali. Si comincia con l’indicazione di obiettivi misurabili per le amministrazioni pubbliche e si prosegue, poi, con il collegamento tra la valutazione dei dirigenti e i risultati conseguiti. Per far questo serve integrare gli organismi indipendenti di valutazione con rappresentanti dei cittadini. Dovrebbe divenire obbligo la pubblicazione degli atti di spesa, la pubblicità e comprensibilità dei bilanci, la pubblicità dei lavori delle assemblee legislative e delle giunte. Infine, bisogna chiudere gli enti inutili e i relativi consigli di amministrazione e aumentare la trasparenza negli appalti di forniture, beni e servizi e nella raccolta e spesa dei fondi comunitari.

Un programma di governo?

Insomma: in vista delle elezioni politiche nazionali e del rinnovo dei consigli regionali di Lazio e Lombardia, investire sulla trasparenza per favorire la partecipazione dei cittadini alle politiche pubbliche diventa la via più efficace per tornare a promuovere i beni comuni e far ripartire l’Italia. Un vero e proprio programma di governo.

Vittorio Ferla da www.labsus.org

Chi la spara più grossa vince? (di Claudio Lombardi)

Grillo chiede ad Al Qaeda di bombardare il Parlamento. Berlusconi si preoccupa delle signore che vogliono pagare in contanti pellicce e gioielli e contemporaneamente promette aliquote fiscali molto basse, abolizione e restituzione dell’IMU, “guerra” alla Germania e, persino, l’uscita dall’euro. Entrambi non parlano il linguaggio della verità, ma quello della pubblicità. Sanno benissimo che quello che dicono è aria fritta cioè irrealizzabile o falso, ma lo dicono lo stesso per il coinvolgimento emotivo che può suscitare esattamente come fanno i piazzisti nei mercati di provincia quando si impongono con le urla e con l’esagerazione smodata per vendere qualcosa che non potrà mai corrispondere a ciò che dicono. Tutti lo capiscono, ma soggiacciono all’illusione o subiscono la forza di chi afferma una verità urlata.

Si sa che governare e fare politica non è facile e che bisogna avere cultura, senso della missione da compiere per la collettività, capacità di vedere lontano, competenze, lealtà, onestà. Si sa, eppure nel momento della campagna elettorale ad alcuni piace lasciarsi andare alla suggestione ancestrale di ammirare chi si candida ad essere il “capobranco” ed esibisce la sua sfrontatezza e la sua determinazione al di là di qualunque ragionamento. È il carisma micidiale arma con la quale tante volte i popoli sono stati catturati e portati al disastro.

Lo si sa, ma gli aspiranti “capibranco” volitivi e sfrontati riescono sempre ad avere un seguito. Perché? Prendiamo due esempi: Grillo e Berlusconi.

Il primo si identifica con un’intransigenza verbale che si trasforma in aggressione e in insulto. Il suo “segreto” è presentare obiettivi strategici complessi come soluzioni immediatamente realizzabili. Automaticamente nemici e degni di insulto sono quelli che le ostacolano. Grillo non si espone al dubbio, non fa distinzioni, semplifica al massimo e propone ai suoi seguaci una identificazione che divide la realtà fra chi lo segue ed è amico e chi non lo segue ed è nemico.

In nome di questa distinzione lui può dire tutto e il contrario di tutto: ciò che conviene alla sua visibilità è comunque legittimato. Il bombardamento del Parlamento (con dentro anche i grillini neo eletti)? Va bene. I fascisti di Casa Pound e il ripudio dell’antifascismo? Va bene pure questo. Non ci sono limiti perché il marketing è tutto. La scelta è sempre quella di esasperare i toni e di far leva sulla distinzione amico-nemico.

Quanto detto sul metodo Grillo non è però valido per il Movimento 5 Stelle i cui aderenti dimostrano una volontà di partecipazione vera fondata sul confronto, sulla ricerca e diffusione delle informazioni, sulla coerenza e sull’onestà. E allora perché la comunicazione pubblica monopolizzata da Grillo si svolge su un altro piano? E perché è accettata da tutti quelli che poi cambiano linguaggio nella loro pratica politica quotidiana? Il dubbio di quale sia il vero programma del M5S però rimane perché all’iperpresenza di Grillo non si sovrappongono proposte articolate e precise e perché lo stesso Grillo non si sottopone a confronti. Spesso l’aggressività della comunicazione e l’estrema semplificazione nascondono proprio l’indecisione e la vaghezza dei programmi e il rinvio delle decisioni vere.

Veniamo a Berlusconi. Qui il discorso è più semplice perché la comunicazione pubblica è tutta orientata all’esaltazione degli interessi individuali che verrebbero ostacolati dalla legalità e dallo Stato. Dietro alla ridicola riesumazione del “pericolo comunista” e alla lotta alla magistratura c’è solo questo. Messaggio molto semplice e molto fuorviante che propone alla massa ciò che si può realizzare solo per pochi. Pochi, spregiudicati e senza scrupoli.

Guidare uno Stato è difficile e le scelte che convengono a un ristretto ceto di affaristi in grado di sfruttare l’illegalità e l’assenza di regole e controlli non possono essere quelle con cui si gestisce la collettività pena un gigantesco spreco di risorse e una cultura civile improntata all’arrembaggio di tutti nei confronti delle risorse pubbliche. La conseguenza è che diventa inevitabile aumentare la pressione fiscale su quelli che pagano sia per coprire quelli che non pagano, sia per pagare servizi e apparati inefficienti e inquinati dalla corruzione. Se si mettono insieme corruzione, inefficienza, arretratezza e trascuratezza delle infrastrutture e degli spazi pubblici si ha un quadro rappresentativo del declino dell’Italia che parte da lontano, ma che si è esasperato, negli ultimi 17 anni, con l’ideologia e la pratica del berlusconismo. Tagliato su misura per gli interessi privati di pochi che sfruttano il potere per consolidare ed espandere le proprie ricchezze non può essere adatto a governare una collettività.

Eppure anche in questo caso la fascinazione esercitata dal messaggio primordiale del “capobranco” Berlusconi gli consente di smuovere un bel po’ di consenso. Irrazionale certamente perché messo al servizio dell’interesse privato di pochi, ma pur sempre consenso.

Uscire dal predominio dell’irrazionalità e dell’illusione dei messaggi di marketing politico è un obiettivo di medio-lungo periodo per chi crede nella democrazia. Il miglior antidoto è sicuramente l’esercizio della partecipazione perché forma la coscienza civica e permette al cittadino di conoscere, valutare e far pesare il suo punto di vista di membro della collettività. Ma è un esercizio che ha bisogno di tempo e di radicamento per produrre i suoi effetti. Bisogna crederci e bisogna che sempre più forze politiche, associazioni e movimenti lo assumano come loro obiettivo strategico.

Claudio Lombardi

Contro la speculazione e la disuguaglianza (di Claudio Lombardi)

Lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena va inquadrato da diversi punti di vista. Quello meno evidenziato nelle polemiche di questi giorni è l’irresponsabilità e il grande potere sul denaro che hanno i vertici delle aziende. Non è una novità ovviamente e non è un fenomeno che riguarda solo il Monte dei Paschi o solo le banche; sono anni se non decenni che assistiamo increduli alla crescita della quota delle ricchezze aziendali che i grandi manager si auto attribuiscono nella generale passività. Chiamarli guadagni non si può perché non c’è un lavoro che meriti di essere pagato decine di milioni di dollari o di euro. Eppure è ciò che è accaduto da quando l’occidente è stato preso dalla “febbre” del neoliberismo che ha svincolato la ricerca del guadagno da ogni logica di interesse collettivo. Così una quota importante del valore prodotto dalle aziende è finito nelle tasche di chi siede al vertice.

Si va dalla buonuscita di 4 milioni di euro corrisposta all’ex Direttore Generale di Monte Paschi alla fine del 2011, a quella stratosferica (16,65 milioni di euro) data a Cesare Geronzi dopo appena un anno di presidenza delle Generali a quella assurda (11,2 milioni di extra bonus) concessa dai famigerati Ligresti a Fausto Marchionni amministratore delegato di Fonsai azienda distrutta da una gestione truffaldina fatta pagare ai piccoli azionisti che hanno perso il 90% del valore delle azioni.

Gli esempi sono tanti in Italia e all’estero perché il fenomeno è mondiale e si è imposto come un fatto indiscutibile derivante dalle regole del mercato. In realtà il mercato non c’entra niente, ma c’entra moltissimo la disuguaglianza che sempre più viene esibita come un esempio verso cui tendere.

La manifestazione più evidente è la disparità dei redditi che si è acuita sia fra i lavoratori autonomi che fra quelli dipendenti e soltanto l’intervento del welfare ha potuto mitigarne in piccola parte gli effetti. Un intervento che oggi è seriamente messo in discussione dalla crisi delle finanze pubbliche.

La combinazione di disuguaglianza salariale crescente e aumenti molto contenuti dei salari medi ha fatto in modo che i redditi più bassi abbiano determinato la creazione di nuove forme di povertà non più legate all’assenza di lavoro. Di contro anche in Italia si è verificata quella polarizzazione dei redditi e dei patrimoni che ha visto la netta crescita di una ristretta minoranza che possiede la gran parte delle ricchezze a scapito della quota di reddito della grande maggioranza della popolazione (meno del 10% delle famiglie possiede il 50% della ricchezza, mentre il 50% ne possiede il 10%).

La disuguaglianza, inoltre, si trasmette fra le generazioni cancellando le opportunità di crescita e la mobilità sociale che erano una caratteristica dell’occidente capitalistico uscito dalla 2° guerra mondiale.

Possiamo pensare che le disparità evidenziate dai guadagni di una piccola minoranza siano il prodotto dell’equilibrio fra la domanda e l’offerta sul mercato del lavoro? Evidentemente no.

Possiamo affermare che quei livelli retributivi derivano da meriti eccezionali? Anche qui la risposta è no perché si tratta di persone i cui guadagni sono spesso svincolati dai risultati raggiunti nel loro lavoro e perché le loro competenze professionali  derivano più dalla rete di collegamenti nella quale sono inseriti che dalle superlative capacità di cui sarebbero (e non sono) dotati.

Mettere in discussione quei guadagni non è facile perché si tirano in ballo idee ben radicate nella nostra cultura.

Per esempio l’idea di libertà. Si dice che quei guadagni sono decisi dal libero mercato, ma non è vero perché il mercato non è in grado di valutare i meriti e i talenti di ognuno senza farsi influenzare da fattori che con la libertà dei mercati c’entrano poco. Il primo di questi fattori è il potere. Lo possiamo constata tre nelle vicende di questi giorni che riguardano l’estrema facilità dei vertici del MPS di eludere i controlli e di disporre del patrimonio della banca impegnandone i guadagni futuri fino ai limiti del crollo senza incontrare una seria resistenza né nei controlli, né nelle sanzioni.

In questo modo sono proprio i principi del libero mercato che vengono stravolti e piegati ad uso e consumo di élite di affaristi annidati in diversi settori dell’economia e fortemente intrecciati con la politica che governa le istituzioni pubbliche.

La crisi delle economie occidentali contagiate da una speculazione finanziaria senza freni è la conferma che non esiste libertà dei mercati senza una forte regolazione imposta dai poteri pubblici nazionali e internazionali. Di fronte all’aggressione di minoranze determinate ad impossessarsi delle ricchezze della società il mercato fallisce e diventa uno strumento di oppressione dei pochi sui tanti. Nel chiuso di mondi paralleli le nuove caste costruiscono un feudalesimo planetario che non si articola più per domini territoriali, ma vive nella simulazione di ricchezze che non esistono realmente facendosi forte del rispetto delle regole che tutti gli altri osservano. Il derivato più assurdo infatti sarà sempre considerato un contratto e, come tale, rispettato.

Tutto ciò costituisce un rischio per le libertà di tutti e per gli equilibri sociali. La reazione non può che esserci attraverso gli stati e le unioni di stati perché di fronte ai nuovi poteri finanziari i singoli stati da soli possono fare ben poco. Quindi c’è bisogno di Europa è inutile girarci intorno. E c’è bisogno della politica che va riportata, attraverso la trasparenza e la partecipazione, ai cittadini che ne sono i legittimi titolari. La risposta migliore però non potrà darla l’Italia da sola, ma dovrà essere una risposta europea. Per questo la prossima legislatura dovrà segnare anche un nuovo inizio per l’Unione Europea.

Claudio Lombardi

Pareggio di bilancio: la via d’uscita c’è (di Claudio Lombardi)

L’articolo 6 della legge 243/ 2012 (pareggio di bilancio in Costituzione) è dedicato ad “Eventi eccezionali e scostamenti dall’obiettivo programmatico strutturale” cioè prevede che ci siano scostamenti dal pareggio di bilancio in caso di “eventi eccezionali”.

Quali? Due casi : a) periodi di grave recessione economica relativi anche all’area dell’euro o all’intera Unione europea; b) eventi straordinari, al di fuori del controllo dello Stato, ivi incluse le gravi crisi finanziarie nonché le gravi calamità naturali.

Cosa deve fare il Governo per attivare lo scostamento? Presentare alle Camere una relazione con cui aggiorna gli obiettivi programmatici di finanza pubblica, nonché una specifica richiesta di autorizzazione che indichi la misura e la durata dello scostamento, stabilisca le finalità alle quali destinare le risorse disponibili in conseguenza dello stesso e definisca il piano di rientro verso l’obiettivo programmatico. La deliberazione con la quale ciascuna Camera autorizza lo scostamento e approva il piano di rientro e’ adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti. Tutto qui.

Che significa? Che il pareggio di bilancio non è un vincolo assoluto e che, fin dal 2013, si potrà attivare la procedura che permette di escluderlo.

Questo prevede la legge e questa è la risposta ad una situazione che appare senza vie d’uscita. Le ultime vicende relative al Monte dei Paschi di Siena hanno fatto traboccare il vaso e il Paese non può sopportare una ulteriore manovra di tasse e tagli indiscriminati per pagare i buchi di bilancio di una banca. Il prossimo Governo ha già una strada da percorrere che non può essere quella del rigore a senso unico. Occorre riprendere a far respirare l’economia e i redditi più bassi dei cittadini e non si può continuare a tagliare servizi scoprendo sistematicamente, a tagli avvenuti e a tasse riscosse, aree di corruzione e sprechi o emergenze finanziarie di qualche banca da affrontare con i soldi pubblici.

Per questo sarà necessario chiedere alle Camere l’autorizzazione a non pareggiare il bilancio. Ma bisogna essere consapevoli che non lo si può fare a cuor leggero.

La vicenda del Monte dei Paschi di Siena scopre una realtà drammatica fatta di incapacità, arroganza, impunità, collusioni con una politica impazzita che ha perso di vista la sua missione. Diventa inevitabile intervenire con provvedimenti drastici e significativi spezzando innanzitutto il legame delle banche con le fondazioni che devono vendere le azioni in loro possesso e mettere a disposizione degli enti locali il ricavato perché non è più possibile che comuni e province stabiliscano le politiche aziendali di banche diventate troppo grandi per essere governate da singole città. Infatti le conseguenze di politiche aziendali sbagliate per non dire di peggio, come nel caso del Monte dei Paschi, si riversano sullo Stato e non ne rispondono di certo comuni come Siena che godono delle ricadute dei proventi della Fondazione, ma non rispondono dei danni che provoca la sua dirigenza. Occorre allora che sia tolta ai comuni ogni forma di controllo sulle banche. Che sia la Banca d’Italia a vigilare e che lo faccia sul serio. E che siano i dirigenti delle banche a rispondere del loro operato.

Troppe volte decine di milioni di euro sono “volati” nelle tasche di manager e presidenti spolpando le società da loro dirette ed impoverendole a compensare non meriti inesistenti, ma una pura operazione di razzia delle ricchezze aziendali anche derivanti da forme di connivenza con la politica. La privatizzazione dei guadagni e la pubblicizzazione delle perdite è un malcostume così consolidato che sembra, ormai, un fatto naturale. Ebbene questo non dovrà più accadere, bisognerà mettere un freno alle retribuzioni dei manager e costringerli a rispondere delle loro responsabilità con azioni legali e con i loro beni.

Su questi punti si misurerà la qualità del prossimo governo. È evidente che c’è bisogno di una svolta finanziaria e di politica economica che superi il rigore assoluto. Gli strumenti legali per farlo sono scritti persino nella legge che impone il pareggio di bilancio. Ma è chiarissimo che tutto ciò non può più bastare.

L’Italia non può più sopportare e mantenere una casta di persone che succhiano le risorse del sistema bancario o delle aziende pubbliche facendosi forti della protezione dei poteri politici e dimostrando clamorosamente la loro irresponsabilità e incapacità. E non si dica che 3,9 miliardi di euro dati al Monte dei Paschi sono solo un prestito. No perché in questo momento in cui le imprese sono strozzate e tante famiglie non sanno come tirare avanti quei soldi che finiranno all’estero per ripagare le speculazioni sui derivati sono uno schiaffo agli italiani.

Se il prossimo governo vorrà durare più dello spazio di una manovra finanziaria dovrà dare risposte su questo terreno dimostrando con i fatti la volontà e la determinazione di voltare pagina. Di chiacchiere e di imbonitori non abbiamo bisogno che se lo ricordino i candidati a guidare la maggioranza che dovrà formare il prossimo governo.

Claudio Lombardi

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