Chi la spara più grossa vince? (di Claudio Lombardi)

Grillo chiede ad Al Qaeda di bombardare il Parlamento. Berlusconi si preoccupa delle signore che vogliono pagare in contanti pellicce e gioielli e contemporaneamente promette aliquote fiscali molto basse, abolizione e restituzione dell’IMU, “guerra” alla Germania e, persino, l’uscita dall’euro. Entrambi non parlano il linguaggio della verità, ma quello della pubblicità. Sanno benissimo che quello che dicono è aria fritta cioè irrealizzabile o falso, ma lo dicono lo stesso per il coinvolgimento emotivo che può suscitare esattamente come fanno i piazzisti nei mercati di provincia quando si impongono con le urla e con l’esagerazione smodata per vendere qualcosa che non potrà mai corrispondere a ciò che dicono. Tutti lo capiscono, ma soggiacciono all’illusione o subiscono la forza di chi afferma una verità urlata.

Si sa che governare e fare politica non è facile e che bisogna avere cultura, senso della missione da compiere per la collettività, capacità di vedere lontano, competenze, lealtà, onestà. Si sa, eppure nel momento della campagna elettorale ad alcuni piace lasciarsi andare alla suggestione ancestrale di ammirare chi si candida ad essere il “capobranco” ed esibisce la sua sfrontatezza e la sua determinazione al di là di qualunque ragionamento. È il carisma micidiale arma con la quale tante volte i popoli sono stati catturati e portati al disastro.

Lo si sa, ma gli aspiranti “capibranco” volitivi e sfrontati riescono sempre ad avere un seguito. Perché? Prendiamo due esempi: Grillo e Berlusconi.

Il primo si identifica con un’intransigenza verbale che si trasforma in aggressione e in insulto. Il suo “segreto” è presentare obiettivi strategici complessi come soluzioni immediatamente realizzabili. Automaticamente nemici e degni di insulto sono quelli che le ostacolano. Grillo non si espone al dubbio, non fa distinzioni, semplifica al massimo e propone ai suoi seguaci una identificazione che divide la realtà fra chi lo segue ed è amico e chi non lo segue ed è nemico.

In nome di questa distinzione lui può dire tutto e il contrario di tutto: ciò che conviene alla sua visibilità è comunque legittimato. Il bombardamento del Parlamento (con dentro anche i grillini neo eletti)? Va bene. I fascisti di Casa Pound e il ripudio dell’antifascismo? Va bene pure questo. Non ci sono limiti perché il marketing è tutto. La scelta è sempre quella di esasperare i toni e di far leva sulla distinzione amico-nemico.

Quanto detto sul metodo Grillo non è però valido per il Movimento 5 Stelle i cui aderenti dimostrano una volontà di partecipazione vera fondata sul confronto, sulla ricerca e diffusione delle informazioni, sulla coerenza e sull’onestà. E allora perché la comunicazione pubblica monopolizzata da Grillo si svolge su un altro piano? E perché è accettata da tutti quelli che poi cambiano linguaggio nella loro pratica politica quotidiana? Il dubbio di quale sia il vero programma del M5S però rimane perché all’iperpresenza di Grillo non si sovrappongono proposte articolate e precise e perché lo stesso Grillo non si sottopone a confronti. Spesso l’aggressività della comunicazione e l’estrema semplificazione nascondono proprio l’indecisione e la vaghezza dei programmi e il rinvio delle decisioni vere.

Veniamo a Berlusconi. Qui il discorso è più semplice perché la comunicazione pubblica è tutta orientata all’esaltazione degli interessi individuali che verrebbero ostacolati dalla legalità e dallo Stato. Dietro alla ridicola riesumazione del “pericolo comunista” e alla lotta alla magistratura c’è solo questo. Messaggio molto semplice e molto fuorviante che propone alla massa ciò che si può realizzare solo per pochi. Pochi, spregiudicati e senza scrupoli.

Guidare uno Stato è difficile e le scelte che convengono a un ristretto ceto di affaristi in grado di sfruttare l’illegalità e l’assenza di regole e controlli non possono essere quelle con cui si gestisce la collettività pena un gigantesco spreco di risorse e una cultura civile improntata all’arrembaggio di tutti nei confronti delle risorse pubbliche. La conseguenza è che diventa inevitabile aumentare la pressione fiscale su quelli che pagano sia per coprire quelli che non pagano, sia per pagare servizi e apparati inefficienti e inquinati dalla corruzione. Se si mettono insieme corruzione, inefficienza, arretratezza e trascuratezza delle infrastrutture e degli spazi pubblici si ha un quadro rappresentativo del declino dell’Italia che parte da lontano, ma che si è esasperato, negli ultimi 17 anni, con l’ideologia e la pratica del berlusconismo. Tagliato su misura per gli interessi privati di pochi che sfruttano il potere per consolidare ed espandere le proprie ricchezze non può essere adatto a governare una collettività.

Eppure anche in questo caso la fascinazione esercitata dal messaggio primordiale del “capobranco” Berlusconi gli consente di smuovere un bel po’ di consenso. Irrazionale certamente perché messo al servizio dell’interesse privato di pochi, ma pur sempre consenso.

Uscire dal predominio dell’irrazionalità e dell’illusione dei messaggi di marketing politico è un obiettivo di medio-lungo periodo per chi crede nella democrazia. Il miglior antidoto è sicuramente l’esercizio della partecipazione perché forma la coscienza civica e permette al cittadino di conoscere, valutare e far pesare il suo punto di vista di membro della collettività. Ma è un esercizio che ha bisogno di tempo e di radicamento per produrre i suoi effetti. Bisogna crederci e bisogna che sempre più forze politiche, associazioni e movimenti lo assumano come loro obiettivo strategico.

Claudio Lombardi

Contro la speculazione e la disuguaglianza (di Claudio Lombardi)

Lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena va inquadrato da diversi punti di vista. Quello meno evidenziato nelle polemiche di questi giorni è l’irresponsabilità e il grande potere sul denaro che hanno i vertici delle aziende. Non è una novità ovviamente e non è un fenomeno che riguarda solo il Monte dei Paschi o solo le banche; sono anni se non decenni che assistiamo increduli alla crescita della quota delle ricchezze aziendali che i grandi manager si auto attribuiscono nella generale passività. Chiamarli guadagni non si può perché non c’è un lavoro che meriti di essere pagato decine di milioni di dollari o di euro. Eppure è ciò che è accaduto da quando l’occidente è stato preso dalla “febbre” del neoliberismo che ha svincolato la ricerca del guadagno da ogni logica di interesse collettivo. Così una quota importante del valore prodotto dalle aziende è finito nelle tasche di chi siede al vertice.

Si va dalla buonuscita di 4 milioni di euro corrisposta all’ex Direttore Generale di Monte Paschi alla fine del 2011, a quella stratosferica (16,65 milioni di euro) data a Cesare Geronzi dopo appena un anno di presidenza delle Generali a quella assurda (11,2 milioni di extra bonus) concessa dai famigerati Ligresti a Fausto Marchionni amministratore delegato di Fonsai azienda distrutta da una gestione truffaldina fatta pagare ai piccoli azionisti che hanno perso il 90% del valore delle azioni.

Gli esempi sono tanti in Italia e all’estero perché il fenomeno è mondiale e si è imposto come un fatto indiscutibile derivante dalle regole del mercato. In realtà il mercato non c’entra niente, ma c’entra moltissimo la disuguaglianza che sempre più viene esibita come un esempio verso cui tendere.

La manifestazione più evidente è la disparità dei redditi che si è acuita sia fra i lavoratori autonomi che fra quelli dipendenti e soltanto l’intervento del welfare ha potuto mitigarne in piccola parte gli effetti. Un intervento che oggi è seriamente messo in discussione dalla crisi delle finanze pubbliche.

La combinazione di disuguaglianza salariale crescente e aumenti molto contenuti dei salari medi ha fatto in modo che i redditi più bassi abbiano determinato la creazione di nuove forme di povertà non più legate all’assenza di lavoro. Di contro anche in Italia si è verificata quella polarizzazione dei redditi e dei patrimoni che ha visto la netta crescita di una ristretta minoranza che possiede la gran parte delle ricchezze a scapito della quota di reddito della grande maggioranza della popolazione (meno del 10% delle famiglie possiede il 50% della ricchezza, mentre il 50% ne possiede il 10%).

La disuguaglianza, inoltre, si trasmette fra le generazioni cancellando le opportunità di crescita e la mobilità sociale che erano una caratteristica dell’occidente capitalistico uscito dalla 2° guerra mondiale.

Possiamo pensare che le disparità evidenziate dai guadagni di una piccola minoranza siano il prodotto dell’equilibrio fra la domanda e l’offerta sul mercato del lavoro? Evidentemente no.

Possiamo affermare che quei livelli retributivi derivano da meriti eccezionali? Anche qui la risposta è no perché si tratta di persone i cui guadagni sono spesso svincolati dai risultati raggiunti nel loro lavoro e perché le loro competenze professionali  derivano più dalla rete di collegamenti nella quale sono inseriti che dalle superlative capacità di cui sarebbero (e non sono) dotati.

Mettere in discussione quei guadagni non è facile perché si tirano in ballo idee ben radicate nella nostra cultura.

Per esempio l’idea di libertà. Si dice che quei guadagni sono decisi dal libero mercato, ma non è vero perché il mercato non è in grado di valutare i meriti e i talenti di ognuno senza farsi influenzare da fattori che con la libertà dei mercati c’entrano poco. Il primo di questi fattori è il potere. Lo possiamo constata tre nelle vicende di questi giorni che riguardano l’estrema facilità dei vertici del MPS di eludere i controlli e di disporre del patrimonio della banca impegnandone i guadagni futuri fino ai limiti del crollo senza incontrare una seria resistenza né nei controlli, né nelle sanzioni.

In questo modo sono proprio i principi del libero mercato che vengono stravolti e piegati ad uso e consumo di élite di affaristi annidati in diversi settori dell’economia e fortemente intrecciati con la politica che governa le istituzioni pubbliche.

La crisi delle economie occidentali contagiate da una speculazione finanziaria senza freni è la conferma che non esiste libertà dei mercati senza una forte regolazione imposta dai poteri pubblici nazionali e internazionali. Di fronte all’aggressione di minoranze determinate ad impossessarsi delle ricchezze della società il mercato fallisce e diventa uno strumento di oppressione dei pochi sui tanti. Nel chiuso di mondi paralleli le nuove caste costruiscono un feudalesimo planetario che non si articola più per domini territoriali, ma vive nella simulazione di ricchezze che non esistono realmente facendosi forte del rispetto delle regole che tutti gli altri osservano. Il derivato più assurdo infatti sarà sempre considerato un contratto e, come tale, rispettato.

Tutto ciò costituisce un rischio per le libertà di tutti e per gli equilibri sociali. La reazione non può che esserci attraverso gli stati e le unioni di stati perché di fronte ai nuovi poteri finanziari i singoli stati da soli possono fare ben poco. Quindi c’è bisogno di Europa è inutile girarci intorno. E c’è bisogno della politica che va riportata, attraverso la trasparenza e la partecipazione, ai cittadini che ne sono i legittimi titolari. La risposta migliore però non potrà darla l’Italia da sola, ma dovrà essere una risposta europea. Per questo la prossima legislatura dovrà segnare anche un nuovo inizio per l’Unione Europea.

Claudio Lombardi

Pareggio di bilancio: la via d’uscita c’è (di Claudio Lombardi)

L’articolo 6 della legge 243/ 2012 (pareggio di bilancio in Costituzione) è dedicato ad “Eventi eccezionali e scostamenti dall’obiettivo programmatico strutturale” cioè prevede che ci siano scostamenti dal pareggio di bilancio in caso di “eventi eccezionali”.

Quali? Due casi : a) periodi di grave recessione economica relativi anche all’area dell’euro o all’intera Unione europea; b) eventi straordinari, al di fuori del controllo dello Stato, ivi incluse le gravi crisi finanziarie nonché le gravi calamità naturali.

Cosa deve fare il Governo per attivare lo scostamento? Presentare alle Camere una relazione con cui aggiorna gli obiettivi programmatici di finanza pubblica, nonché una specifica richiesta di autorizzazione che indichi la misura e la durata dello scostamento, stabilisca le finalità alle quali destinare le risorse disponibili in conseguenza dello stesso e definisca il piano di rientro verso l’obiettivo programmatico. La deliberazione con la quale ciascuna Camera autorizza lo scostamento e approva il piano di rientro e’ adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti. Tutto qui.

Che significa? Che il pareggio di bilancio non è un vincolo assoluto e che, fin dal 2013, si potrà attivare la procedura che permette di escluderlo.

Questo prevede la legge e questa è la risposta ad una situazione che appare senza vie d’uscita. Le ultime vicende relative al Monte dei Paschi di Siena hanno fatto traboccare il vaso e il Paese non può sopportare una ulteriore manovra di tasse e tagli indiscriminati per pagare i buchi di bilancio di una banca. Il prossimo Governo ha già una strada da percorrere che non può essere quella del rigore a senso unico. Occorre riprendere a far respirare l’economia e i redditi più bassi dei cittadini e non si può continuare a tagliare servizi scoprendo sistematicamente, a tagli avvenuti e a tasse riscosse, aree di corruzione e sprechi o emergenze finanziarie di qualche banca da affrontare con i soldi pubblici.

Per questo sarà necessario chiedere alle Camere l’autorizzazione a non pareggiare il bilancio. Ma bisogna essere consapevoli che non lo si può fare a cuor leggero.

La vicenda del Monte dei Paschi di Siena scopre una realtà drammatica fatta di incapacità, arroganza, impunità, collusioni con una politica impazzita che ha perso di vista la sua missione. Diventa inevitabile intervenire con provvedimenti drastici e significativi spezzando innanzitutto il legame delle banche con le fondazioni che devono vendere le azioni in loro possesso e mettere a disposizione degli enti locali il ricavato perché non è più possibile che comuni e province stabiliscano le politiche aziendali di banche diventate troppo grandi per essere governate da singole città. Infatti le conseguenze di politiche aziendali sbagliate per non dire di peggio, come nel caso del Monte dei Paschi, si riversano sullo Stato e non ne rispondono di certo comuni come Siena che godono delle ricadute dei proventi della Fondazione, ma non rispondono dei danni che provoca la sua dirigenza. Occorre allora che sia tolta ai comuni ogni forma di controllo sulle banche. Che sia la Banca d’Italia a vigilare e che lo faccia sul serio. E che siano i dirigenti delle banche a rispondere del loro operato.

Troppe volte decine di milioni di euro sono “volati” nelle tasche di manager e presidenti spolpando le società da loro dirette ed impoverendole a compensare non meriti inesistenti, ma una pura operazione di razzia delle ricchezze aziendali anche derivanti da forme di connivenza con la politica. La privatizzazione dei guadagni e la pubblicizzazione delle perdite è un malcostume così consolidato che sembra, ormai, un fatto naturale. Ebbene questo non dovrà più accadere, bisognerà mettere un freno alle retribuzioni dei manager e costringerli a rispondere delle loro responsabilità con azioni legali e con i loro beni.

Su questi punti si misurerà la qualità del prossimo governo. È evidente che c’è bisogno di una svolta finanziaria e di politica economica che superi il rigore assoluto. Gli strumenti legali per farlo sono scritti persino nella legge che impone il pareggio di bilancio. Ma è chiarissimo che tutto ciò non può più bastare.

L’Italia non può più sopportare e mantenere una casta di persone che succhiano le risorse del sistema bancario o delle aziende pubbliche facendosi forti della protezione dei poteri politici e dimostrando clamorosamente la loro irresponsabilità e incapacità. E non si dica che 3,9 miliardi di euro dati al Monte dei Paschi sono solo un prestito. No perché in questo momento in cui le imprese sono strozzate e tante famiglie non sanno come tirare avanti quei soldi che finiranno all’estero per ripagare le speculazioni sui derivati sono uno schiaffo agli italiani.

Se il prossimo governo vorrà durare più dello spazio di una manovra finanziaria dovrà dare risposte su questo terreno dimostrando con i fatti la volontà e la determinazione di voltare pagina. Di chiacchiere e di imbonitori non abbiamo bisogno che se lo ricordino i candidati a guidare la maggioranza che dovrà formare il prossimo governo.

Claudio Lombardi

Dai referendum al movimento per i beni comuni: una proposta per l’Umbria (di Gabriele Silvestri)

Dopo l’esito positivo del referendum in Umbria è stata posta l’esigenza di creare un Movimento Umbro per il Bene Comune, per quanto mi riguarda sono molto, molto d’accordo su questa  proposta, soprattutto perché penso che sia necessaria una voce fuori dal coro dell’attuale omologazione dei pensieri, che, mi sembra, accomuni in questo momento tutti i principali protagonisti della vita pubblica.

Esempio di questa omologazione è proprio la vicenda dei referendum e in particolare dei due sull’acqua pubblica. Infatti il principale partito del centro sinistra non si è mai schierato a favore di questi due referendum, fino a quando non ha visto la possibilità concreta di vincere e quindi di poter utilizzare politicamente questa vittoria. La ritrosia a prendere posizione per il SI, come d’altronde l’imbarazzo di molti amministratori locali nel commentare la vittoria, era dettata dal fatto che in quel partito vi era e vi è ancora, una corrente molto forte contraria al merito della domanda sottoposta a referendum, in sostanza sostenitrice della privatizzazione dell’acqua.

Basti pensare che importanti organizzazioni sociali del campo del centro sinistra si sono verticalmente divise e per mantenere la loro unità interna hanno preferito assumere una posizione “pilatesca”. Una di queste è la Lega delle Cooperative Nazionale che ha preso posizione solo a pochi giorni dalla fine della campagna referendaria e senza dare indicazione di voto, ma limitandosi a invitare ad andare a votare. Questo perché mentre importanti regioni, come l’Umbria e la Toscana, si sono schierate apertamente per il SI, vi erano altre regioni altrettanto importanti che invece vedevano nella privatizzazione dell’acqua e soprattutto nella garanzia per legge della remunerazione del 7% del capitale investito, un business interessante anche per loro, comportandosi esattamente come un capitalista privato.

Ora dopo il risultato del referendum a Perugia e in Umbria si apre il grande problema di uniformarsi alla normativa uscita dal voto e la cosa non è così semplice e immediata come si potrebbe pensare, anche per le amministrazioni di centro sinistra, che in alcuni casi si trovano a dover ripensare tutta l’impostazione seguita fino ad oggi.

Per questo c’è bisogno che qui ed ora si presenti sulla scena della vita pubblica regionale un Soggetto Politico (con la P maiuscola) che tenti di imporre il terreno della discussione, coinvolgendo le forze disponibili a cogliere questa occasione per far tornare l’Umbria ad essere laboratorio delle soluzioni più innovative in fatto di gestione della cosa pubblica.

La consapevolezza che realizzare un progetto del genere non è affatto semplice di questi tempi, non deve scoraggiarci, ma al contrario deve stimolarci a produrre un impegno di grande spessore, a partire dalla elaborazione di una proposta, perché questo movimento, a mio avviso, dovrà caratterizzarsi come un movimento propositivo. Questa scelta aumenta le difficoltà, perché è sicuramente molto più semplice mobilitare cittadini, forze sociali, economiche e politiche su una piattaforma di NO, ma d’altronde è una scelta obbligata se non vogliamo fare un fuoco di paglia.

Infatti i movimenti che nascono issando solo la bandiera del NO generalmente sono asfittici, privi di vita propria e sostanzialmente non autonomi, perché per ragioni intrinseche al loro essere “contro” sono strettamente dipendenti dalla controparte. Si potrebbero fare molti esempi antichi e recenti nella storia dei movimenti di popolo, ma mi sembra utile per la nostra discussione soffermarmi un attimo sulla vicenda del movimento che si è sviluppato a Perugia contro l’inceneritore dei rifiuti solidi urbani. Per carità una battaglia sacrosanta perché la scelta dell’incenerimento dei rifiuti è inutile, sbagliata e dannosa, ma quello che mi interessa mettere in risalto è la parabola di questo movimento, cresciuto immediatamente quando pareva imminente che la Regione andasse alla realizzazione dell’impianto di termovalorizzazione, per poi scemare lentamente e stancamente nel corso degli ultimi mesi quando l’istituzione regionale ha rinviato la decisione finale.

Cioè questo movimento, come altri simili, vive di luce riflessa, è dipendente dalle scelte della Regione e questo impedisce di mantenere forte nel tempo il vincolo solidale tra i soggetti che lo compongono, facilmente appare la stanchezza e la depressione, peraltro giustificata anche dalla convinzione che il movimento tornerà ad essere forte e vitale nel momento in cui la controparte dovesse decidere il sito dove costruire l’inceneritore. Allora sicuramente tutti i soggetti si ritroveranno mobilitati per guidare la lotta dei cittadini della zona interessata, ma anche allora il cartello dei NO per sua intrinseca ragione dovrà fare i conti con chi si vorrà limitare a proporre di spostare l’inceneritore di qualche chilometro, lontano dalle proprie case.

In realtà qualcuno si è accorto che la scelta di essere solo “contro” non porta da nessuna parte e ha provato a dare un’anima propositiva, proponendo una raccolta di firme sull’ipotesi rifiuti zero, ma è difficile superare i vizi di origine.

Perciò ritengo che il Movimento umbro per il Bene Comune dovrebbe caratterizzarsi da subito con una piattaforma propositiva, giocando d’attacco senza aspettare quello che proporranno le istituzioni e i partiti, assumendosi l’onere e l’onore di avanzare un’ipotesi di gestione del servizio idrico nei territori, cercando di fare i conti con i grandi problemi del settore. Non è necessario produrre una proposta esaustiva, anzi, al contrario sarà utile assumere un atteggiamento inclusivo, cioè aperto al confronto, alla discussione e alla contaminazione con tutti i soggetti interessati, ricercando il contributo positivo di chiunque cittadino singolo o forza sociale, economica e politica intenda partecipare al movimento. In questo modo si rafforzeranno i vincoli solidaristici tra i componenti del movimento, sia perché ognuno vedrà valorizzato il proprio contributo nella piattaforma comune, sia perché un movimento propositivo si nutre anche di risultati parziali che confermano la giustezza dell’impostazione strategica.

Inoltre essendo consapevoli che c’è ancora una forte corrente favorevole alla privatizzazione, che non ha affatto disarmato, ma aspetta il momento buono per ribaltare il risultato con qualche cavillo legislativo nazionale e/o regionale, che consenta comunque di coinvolgere i privati e ottenere la remunerazione del capitale investito garantita dalle bollette dei cittadini; sarà compito del nuovo Movimento cercare di creare contraddizioni nel campo avverso, coinvolgendo più soggetti singoli o associati possibili sulle proprie posizioni, al fine di portare questo scontro politico alla luce del sole e chiamare i partiti che governano le istituzioni umbre alla coerenza delle posizioni espresse.

Nel merito di una ipotesi di proposta; il punto di partenza, a mio avviso, non può che essere la volontà di impedire che il risultato del referendum sia vanificato da quanti ora sostengono in modo malevolo e strumentale che si debba tornare ad una gestione dell’acqua fatta direttamente dalla mano pubblica.

Allora la domanda da porsi mi pare essere la seguente: è possibile uscire dalla drammatica alternativa: pubblico o privato? In altre parole è possibile immaginare un sistema di gestione del bene comune acqua senza che i cittadini paghino il prezzo dell’inefficienza e del burocratismo nel caso del pubblico, oppure della garanzia del profitto e del caro bolletta nel caso del privato?

Alcuni, tra cui importanti Cooperative, già nei mesi scorsi hanno proposto di uscire da questa drammatica alternativa ripartendo dalla Costituzione e in particolare dall’art. 43 che recita testualmente: a fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.

In pratica la Costituzione prevede la possibilità dell’autogestione da parte degli utenti di servizi pubblici essenziali, come è il caso del servizio idrico. Si tratterebbe quindi di  costituire, in ambiti territoriali definiti, cooperative di utenti che opportunamente supportate sarebbero in grado di gestire il ciclo dell’acqua assicurando efficienza, sviluppo, equilibrio economico e assenza di profitto. Una cooperativa siffatta sarebbe un soggetto di fatto pubblico, perché composto dagli utenti, che opererebbe in regime di diritto privato, quindi con l’obbligo di rispondere in modo efficiente ed economico alle domande del mercato, che in questo caso coinciderebbe con i proprietari della cooperativa.

Una Cooperativa di utenti garantirebbe piena trasparenza della gestione, come è obbligatorio per legge; in particolare ciò è importante in vista dell’esigenza di effettuare ingenti investimenti nella rete idrica, per ovviare alla cronica dispersione di questa risorsa naturale che diventa sempre più scarsa. In una regione come la nostra dove gli acquedotti a volte risalgono ancora al medio evo, come nei centri storici, c’è assoluto bisogno di importanti investimenti, questo significa che nei prossimi anni nella bolletta dell’acqua si dovrà per forza di cose riverberare il costo di questi investimenti. Pertanto in un trend di aumento del prezzo del servizio la trasparenza è un fattore fondamentale per rendere i cittadini pienamente consapevoli di quello che pagano. E la cosa non mi sembra affatto trascurabile!

A ciò si aggiunge il dato positivo che una siffatta cooperativa per sua stessa natura chiuderà i bilanci in pareggio, senza gravare le bollette dell’acqua della percentuale di profitto che ovviamente sarebbe dovuta in caso di privatizzazione.

Inoltre una cooperativa di utenti con una governance democratica, garantirebbe al cittadino di essere ascoltato nelle sue esigenze e di chiamarlo a contribuire al controllo sul funzionamento del servizio, pur assicurando che l’interesse privato non diventi preminente rispetto all’interesse pubblico degli altri utenti.

L’azionariato popolare è condizione necessaria ma non sufficiente per avere una gestione del servizio idrico all’altezza di quello che comporta il considerare l’acqua un bene comune, infatti anche in un regime di autogestione esiste il rischio del prevalere di una visione tecnocratica da parte del management e/o di una impostazione legata agli interessi e al punto di vista degli utenti contemporanei, che non tenga conto cioè delle generazioni future.

Per questo sarà necessario che nella governance della cooperativa di utenti sia previsto un ruolo per le istituzioni locali e per le associazioni dei cittadini consumatori per dare applicazione alla normativa sul controllo democratico della gestione del servizio. In altre parole per avere una gestione del bene comune acqua rispettosa di tutte le esigenze e di tutte le problematiche che ciò comporta, ritengo necessario prevedere, sia nel controllo della gestione che nei momenti di decisione strategica, la presenza con un ruolo attivo dei sindaci del territorio e delle organizzazioni dei consumatori, al fine di garantire che tutti i soci utenti chiamati a prendere le decisioni secondo la regola delle cooperative, una testa un voto, possano essere partecipi di una discussione e di confronto propedeutico alle deliberazioni in cui pesino le valutazioni tecniche ma anche le considerazioni politiche valide per gli utenti di oggi e per quelli che verranno, a tutela del bene comune acqua che è di tutti e di nessuno ora e in futuro.

Mi fermo qui per quanto riguarda l’argomentare nel merito della proposta dell’autogestione del servizio idrico da parte degli utenti, sicuramente ho tralasciato qualche problema, che andrà affrontato prima nella fase di costituzione del Movimento Umbro per il Bene Comune e poi nel confronto che dovremo aprire con tutti i soggetti sociali, economici e politici della regione singoli e/o associati, con quell’atteggiamento inclusivo che dicevo sopra.

In conclusione va detto che per diventare realtà un proposta del genere abbisogna di una classe politica che abbia una maturità profonda, uno sguardo che vada oltre il contingente, per vedere l’opportunità che si è aperta con la vittoria dei SI al referendum. Il raggiungimento del quorum ha messo in evidenza una grande volontà di partecipazione espressa da milioni di cittadini che va valorizzata, anche con una ipotesi di gestione pubblica dell’acqua originale ed innovativa.

In fin dei conti in Umbria la proposta concreta da avanzare a tutte le forze sociali, economiche e politiche umbre potrebbe essere proprio quella di aprire una percorso partecipativo nell’ambito di una discussione nel Consiglio Regionale e nelle Commissioni Consiliari per verificare la fattibilità di una legge regionale che affidi a Cooperative di utenti, appositamente costituite, la gestione dei Beni Comuni, a cominciare dall’acqua. Per poter quindi sperimentare concretamente in un determinato territorio l’autogestione del servizio idrico, tornando a fare della nostra regione il luogo della sperimentazione di soluzioni nuove nel panorama politico-amministrativo, come fu agli albori dell’esperienza regionalista.

Gabriele Silvestri

1 21 22 23