Europa: un deficit di comunicazione e trasparenza

comunicare Europa

Affiora sempre più spesso il sospetto che dietro lo sbiadirsi della popolarità dei valori europei possano esserci anche seri deficit di trasparenza ed errori di comunicazione strutturali. I profili sotto esame sono soprattutto tre.  Il primo è il target: l’Europa sembra farsi accettare, o addirittura amare, solo dalle classi più abbienti e colte. Il secondo, legato al primo, è lo sbilanciamento dei contenuti comunicativi: si punta molto su ideali astratti, dal lontanissimo manifesto di Ventotene al recentissimo anniversario dei Trattati di Roma, e non sui benefici concreti del trovarsi in una comunità unita da valori (e anche privilegi) che nel mondo appaiono sempre più rari e preziosi. Il terzo è il sostanziale flop di comunicazione e trasparenza sui veri nemici di ogni sviluppo istituzionale dell’Europa, che sono la doppia psicosi dell’immigrazione e dell’impoverimento economico. Vediamo rapidamente questi tre punti.

Europa egoismi nazionaliIl primo elemento di debolezza

Sul primo, cioè il target positivamente raggiunto dalla comunicazione europea, non solo una percezione empirica ma anche i dati dell’Eurobarometro – sondaggio civico annuale sulle politiche europee – segnalano che il brand “Europa unita” funziona, ma non arriva a tutti. Si ferma alle classi più colte e abbienti. (….) Chi crede nell’Europa è di regola giovane, certamente per un’idea della vita più dinamica e aperta che in passato. Ma oltre il dato anagrafico, c’è quello censitario: si sentono europei tre volte su quattro i membri delle classi agiate e i titolari di studi superiori. Un dato, questo, che peraltro tende pure a diminuire (….) fasce sempre più ampie di europei colti e benestanti iniziano a diffidare di un’istituzione che non comunica un’idea comune di sviluppo e di solidarietà.

Il secondo elemento critico

Il secondo fattore di debolezza – i contenuti tipici dei messaggi – si può valutare ad occhio nudo: l’immagine europea più frequente è quella di vertici e summit con leader impegnati a scambiarsi formalità, annunci retorici e avvertimenti in codice. Da nessuna parte “passa” l’idea che l’Europa è uno dei pochi presidi di valori universali come la libertà di espressione e il pluralismo, il rispetto delle donne e la tutela dei bambini, la difesa dei diritti dei lavoratori, dei malati e degli anziani, la libertà di impresa e le misure assistenziali a sostegno alle categorie svantaggiate. Gli europei sembrano più impegnati a competere fra loro e ad autoflagellarsi per ciò che di questi valori non funziona, che a farne un vessillo e un brand planetario.

Il terzo errore

europa unitaTerzo “baco” nel sistema comunicativo europeo è l’incapacità di elaborare una politica e un messaggio comune in tema di economia e immigrazione. Sul primo punto, pesa l’immagine della locomotiva-Germania che non traina nessuno, e anzi sembra fischiare sempre più distante da tutti gli altri. Sull’immigrazione, invece, incidono gli egoismi nazionali che hanno reso quella che era “l’Europa dei 28” un insieme di monadi non comunicanti. Su questi due temi, scetticismo e paura investono quasi tre quarti dei cittadini europei.

Il “Piano D”

Le crisi, non di rado, impongono serie autoanalisi e conseguenti salti di qualità. Quando, nel 2005, da Francia e Olanda venne un chiaro segnale di allarme – la bocciatura della Costituzione europea – fu avviato il “Piano D” (Dibattito, Dialogo e Democrazia), specificato l’anno dopo nel Libro Bianco sulla Comunicazione, che faceva perno sui principi di inclusione, diversità e partecipazione. (….)

Serve una spinta “superiore”

europa mondoOggi servirebbe una spinta persino superiore, partendo da ben precise priorità. Ad esempio, il funzionamento della macchina-Stato: già percepito con forte malessere a livello nazionale, in paesi come l’Italia provoca dei veri cortocircuiti se si proietta su scala europea. “Bruxelles”, per tanti nostri concittadini, è la sede dei soprusi e dei diktat, mentre poco o nulla si fa per sottolineare come accanto ad alcune distorsioni, sia proprio “quel” sistema a dare ancora ossigeno alla nostra economia: quanti, fra coloro che inneggiano ai poteri magici della gestione nazionale del cambio, conoscono gli effetti espansivi del Quantitative Easing, e quanti capiscono cosa significherebbe davvero abbandonare l’euro? L’Europa, correttamente, indaga sul livello di efficienza e qualità delle pubbliche amministrazioni dei paesi membri e, ad esempio boccia severamente l’Italia, associandola a quasi tutti i paesi dell’Est come modello negativo di una Pa che frena lo sviluppo (secondo il l’Annual Growth Report 2016 siamo carenti soprattutto per le norme in materia di appalti pubblici, i vari ostacoli normativi alla creazione di impresa e il sistema giudiziario). Ma bisogna porsi anche un’altra domanda: sul punto cruciale della percezione di capacità e trasparenza amministrativa, l’Europa è in grado di giudicare (e correggere) se stessa?

Sergio Talamo

(qui il testo integrale dell’articolo: http://www.quotidianoentilocali.ilsole24ore.com )

Elezioni in Francia

elezioni francesi

Il primo turno delle elezioni più attese degli ultimi anni si è tenuto e fra il diluvio di commenti che colpiscono ascoltatori e lettori sia consentito aggiungerne uno.

Innanzitutto non c’è ragione di mostrarsi stupiti per come sono andate le elezioni in Francia come fanno la maggior parte dei titoli di giornale o gli interventi nei dibattiti Tv perché, come diceva una vecchia canzone, “era già tutto previsto”. Sono mesi che ci raccontano dell’ascesa di Marine Le Pen, di quella del giovane Macron, della crisi dei partiti tradizionali con il candidato del centro destra, Fillon, che sarebbe stato travolto dalle sue vicende giudiziarie e con il quasi annullamento del partito socialista, e, infine, con l’ascesa di una protesta di sinistra che aveva il suo candidato in Mélenchon.

presidenziali 2017 franciaI risultati sono coerenti con queste analisi pre voto. Le osservazioni da fare sono poche. Innanzitutto nessun candidato fra i primi quattro si stacca nettamente dagli altri. La forchetta va dal 23,8% di Macron al 19,6%  di Mélenchon. Un elettorato, quindi, abbastanza suddiviso che si schiera però intorno a due opzioni di fondo: la protesta che contesta l’euro e la UE e la proposta di chi punta ad un ruolo più forte della Francia.

Da questo punto di vista siamo, più o meno, a metà e metà. Due metà che, però, contengono al loro interno una molteplicità di sfumature che ha colto meglio di tutti Macron il quale non pone la questione dell’uscita dall’euro (più o meno mascherata con un referendum), ma, più concretamente, quella di una ridefinizione dei rapporti tra i paesi europei, delle politiche e delle regole. Con questa impostazione non è impossibile che nel ballottaggio molti voti gli arrivino da altri elettori. Ciò non vuol dire che i giochi siano già fatti, ma sarebbe strano se Macron non raccogliesse una larga maggioranza al secondo turno. Il suo programma, ma soprattutto, lui stesso rappresentano l’equilibrio, l’elasticità e la determinazione per rilanciare la Francia all’interno e in Europa.

Francia coscienza nazionaleUn’altra osservazione, anzi, altre due. La percentuale di votanti ha sfiorato l’80%. Un risultato notevole in un Paese colpito più volte dal terrorismo e da tensioni sociali che avevano fatto parlare di un astensionismo diffuso. Non è stato così a dimostrazione che quando la politica offre più opzioni che rappresentano credibilmente i cittadini non c’è motivo di non andare a votare. Che la stragrande maggioranza degli elettori abbia votato significa inoltre che il disagio sociale del quale ci è stata descritta la diffusione e la radicalità (specialmente nelle banlieue e fra le comunità che si rifanno all’Islam) non ha inciso in maniera tale da condizionare quell’80% di francesi che hanno votato per il governo del loro Paese. D’altra parte fa più notizia una rivolta di qualche centinaio di giovani in una periferia che la stabilità di milioni di persone.

Per noi italiani il voto francese rappresenta una gigantesca lezione di come sia semplice dotarsi di una legge elettorale che funziona. Se i partiti, movimenti o come vogliono chiamarsi che siedono in Parlamento volessero dare prova delle loro capacità potrebbero copiare la legge francese e finirla con la manfrina che da anni ci tormenta con la ricerca della legge elettorale che soddisfi tutti. Quella confezionata dalla Corte Costituzionale non porta a nulla di buono e ci fa fare un bel salto indietro ai tempi del proporzionale.

Di cosa significa ce ne accorgeremo col prossimo voto e c’è da essere sicuri che, subito dopo, ripartirà la litania sulla ricerca di un’altra legge elettorale.

Da questo punto di vista la Francia è molto più avanti di noi perché ha una classe dirigente solida e un’opinione pubblica che ha a cuore il proprio Paese e ha il senso dello Stato (che funziona). Due punti di forza per loro e due debolezze per noi

Claudio Lombardi

Vaccini, bufale, sfiducia

vaccini

Dopo il morbillo ora tocca al vaccino anti papilloma virus. Decisamente tira una brutta aria per i vaccini. L’accusa è quella di far parte del maxi complotto delle case farmaceutiche che per bieche ragioni di profitto spingono per il consumo di farmaci non necessari e dannosi. Dopo secoli passati a tentare di combattere le malattie che decimavano la popolazione mondiale e dopo che la scienza finalmente è riuscita ad andare oltre i salassi e le pozioni di erbe “magiche” producendo farmaci e tecniche di intervento efficacissime adesso parte una ondata di dubbi e di sfiducia. epidemieProbabilmente se le popolazioni fossero ancora alle prese con le epidemie implorerebbero gli scienziati di trovare un rimedio. Ma poiché ciò non accade ecco che molti possono permettersi di dubitare e di diffondere teorie allucinate contro la scienza. In questa che ben si può chiamare psicosi di massa c’è di tutto. Soprattutto c’è la potenza dei mezzi di comunicazione che amplifica qualsiasi scemenza e c’è la strumentalizzazione politica di guru esaltati come Beppe Grillo assolutamente ignoranti nelle materie che trattano, ma dotati di una potenza comunicativa che riveste di verità i loro sproloqui.

Sì bisogna ammettere che la potenza comunicativa di un Grillo e del suo M5S ha sdoganato il fanatismo e l’ignoranza facendo credere a chiunque di poter smentire risultati della scienza e della ricerca in nome del sospetto e della faciloneria. Il Grillo che sbraitava contro le mammografie oppure che insultava Veronesi e che pretendeva di grillo arrabbiatorivelare le verità nascoste (“quello che gli altri non dicono”) e di dare risposte semplici a problemi complessi è lo stesso che usa il pugno di ferro contro qualsiasi dissidenza. Quindi insulto e dileggio verso la scienza ufficiale e gli avversari politici additati come nemici e complottasti ai danni del popolo, ma repressione delle opinioni dissenzienti dalla sua. In nome di che? Del suo essere l’interprete dell’interesse supremo del popolo. Lo chiamano populismo, ma somiglia ai fascismi di ogni tempo e di ogni paese.

Questo è lo scenario nel quale si colloca il servizio di Report dedicato al vaccino anti papilloma virus tutto centrato sugli effetti collaterali alla vaccinazione e sui pareri di alcuni medici contrari o dubbiosi sull’efficacia del vaccino. Non una vera e propria inchiesta fondata su una documentazione scientifica dunque, ma un semplice aggancio che vale quello che vale, ossia in questo campo, praticamente nulla, ma che, forse, serve per accreditarsi come parte del vasto mondo dei dubbiosi, di quelli che vaccinazionivogliono scoprire le verità nascoste che altri non dicono perché fanno parte del sistema. È patetico che adesso il conduttore Sigfrido Ranucci si arrampichi sugli specchi per affermare le sue buone intenzioni, la sua purezza di comunicatore. È patetico ed è ipocrita perché come comunicatore sa benissimo che concentrarsi sui possibili effetti collaterali e sulle opinioni negative significa mettersi da quella parte. E poi in un contesto di crescente contestazione proprio delle vaccinazioni. Perché lo ha fatto? Ad ognuno la sua risposta, ma qui non ci sono verità nascoste, bensì solo possibili spiegazioni che vanno dall’errore all’intenzionalità. In ogni caso Report non ha fatto buona informazione.

Detto ciò l’enorme problema che rimane è la permeabilità di una parte dell’opinione pubblica rispetto a tutto ciò che si pone contro la scienza “ufficiale” o semplicemente contro. Alla base vi può essere sicuramente la sfiducia, vi può essere il risentimento e la rabbia per una stabilità messa in crisi da ciò che è accaduto nel corso degli anni e anche a causa di una classe dirigente rapace che ha saccheggiato senza ritegno le risorse del Paese.

potere della comunicazioneMa che c’entra tutto ciò con la sfiducia nei confronti delle cure mediche? È come se per contestare il capitalismo si decidesse di viaggiare sulle auto senza cinture di sicurezza con la stolta ignoranza di quelli che pronunciano la solita frase idiota “nel passato non si usavano e non mi è mai successo niente”.

Il caso dell’infermiera di Treviso che fingeva di vaccinare i bambini è emblematico dei danni che la psicosi antiscientifica alimentata dagli apprendisti stregoni dei vari movimenti e degli scopritori delle verità nascoste può fare. Danni alla salute non chiacchiere. Il dubbio e il desiderio di schierarsi contro si diffonde insieme alle malattie come il morbillo che erano scomparse. Si dice addirittura che in ambienti ospedalieri siano vaccinati pochi medici e pochi infermieri.  Il fronte dei politici che sfruttano questa psicosi da nuovo medioevo è in realtà ampio e va da Grillo fino agli ipocriti come Michele Emiliano che si trincerano dietro la libertà di scelta dei cittadini.

Se non si recupera la lucidità e la razionalità saranno loro a farci sbattere la testa con la realtà nei prossimi anni

Claudio Lombardi

La strana alleanza tra M5S e Chiesa

apertura domenica outlet

E alla fine arrivò, per il Movimento Cinque Stelle, anche la benedizione vescovile. Dopo aver fatto fronte comune sulle aperture (o, meglio, chiusure) domenicali, il direttore di Avvenire ha spiegato, in un’intervista col Corriere della sera, che fra cattolici e penta stellati c’è convergenza addirittura sui “tre quarti dei grandi temi“, lasciando alla libera immaginazione dei lettori il dubbio su quali: l’uscita dall’euro? il reddito di cittadinanza? i vaccini?

messa domenicaleTrascuriamo ogni considerazione di carattere astratto sulla legittimità dell’intervento della Chiesa in queste faccende. La Conferenza episcopale è, in Italia, non da oggi un attore politico: questioni di fede a parte, ha accesso a un regime tributario privilegiato e a una certa quota di risorse pubbliche tramite l’otto per mille che, come chiunque altro, tiene a preservare. Ciò che stupisce, però, è la materia sulla quale i vescovi sono scesi in campo. In un Paese cattolico nel quale i praticanti ormai sono all’incirca un terzo della popolazione, la Chiesa avrebbe ben altri problemi, che l’apertura dei centri commerciali la domenica. La quale è del tutto compatibile, sia per chi li frequenta sia per chi ci lavora, con la Santa Messa: che è da sempre prevista in orari diversi, proprio per venire incontro alle esigenze delle famiglie.

Siccome i vescovi lo comprendono prima e meglio di noi, è bene cercare una spiegazione diversa. Non è la battaglia che crea un’occasione di convergenza coi Cinque stelle, semmai è vero il contrario, la battaglia è il pretesto, l’occasione per allinearsi con un partito che potrebbe, domani, governare il Paese.

militanti m5sPare strano che quella convergenza sia cercata e coltivata da un movimento la cui base più solida, secondo i sondaggi, sono i giovani che non sono nemmeno più andati al catechismo. Pare ugualmente strano che un’istituzione attentissima alle ragioni della stabilità come la Chiesa scommetta sui gianburrasca della politica.

Per nulla strano, invece, ma come sempre deprimente, è che questioni che hanno a che fare con la libertà di scegliere non siano che pretesti. Se ai vescovi interessasse davvero provare a parlare col popolo degli outlet, non immaginerebbero di chiuderli la domenica, confidando che le stesse persone vadano a messa anziché stare a casa a vedere la TV. Parlerebbero, come hanno sempre fatto, con gli esercenti. Chiederebbero di modulare i turni. Magari cercherebbero persino di guadagnarsi spazi lì, in quelle piazze laiche dove le persone la domenica vanno perché ci desiderano andare.

Se ai sindacati da sempre e da ieri vicini alla Cei davvero interessasse la condizione dei lavoratori, anziché lanciare una fatwa farebbero il loro mestiere: negoziare. Per alzare le paghe di chi lavora la domenica. Per chiedere nuove assunzioni. Per chiedere che gli orari non siano spezzati, costringendo i lavoratori a stare fuori casa molte più ore rispetto a quelle di lavoro effettivo.

Invece, l’unica cosa che conta di una battaglia, in Italia, è come sempre il valore simbolico. Che in questo caso coincide col piacere di portarsi avanti, baciando la pantofola al prossimo principe.

Tratto da http://www.brunoleoni.it/

Le emozioni e i sentimenti secondo Bauman

Bauman

Pasqua festa della rinascita ci porta ad una riflessione sui sentimenti. Ecco la versione di Bauman tratta da un’intervista concessa a Repubblica tempo fa e realizzata da Raffaella De Santis.

Cos’è che ci spinge a cercare sempre nuove storie?

“Il bisogno di amare ed essere amati, in una continua ricerca di appagamento, senza essere mai sicuri di essere stati soddisfatti abbastanza. L’amore liquido è proprio questo: un amore diviso tra il desiderio di emozioni e la paura del legame”.


relazioni umaneDunque siamo condannati a vivere relazioni brevi o all’infedeltà…

“Nessuno è “condannato”. Di fronte a diverse possibilità sta a noi scegliere. Alcune scelte sono più facili e altre più rischiose. Quelle apparentemente meno impegnative sono più semplici rispetto a quelle che richiedono sforzo e sacrificio”.


Eppure lei ha vissuto un amore duraturo, quello con sua moglie Janina, scomparsa due anni fa.

“L’amore non è un oggetto preconfezionato e pronto per l’uso. È affidato alle nostre cure, ha bisogno di un impegno costante, di essere ri-generato, ri-creato e resuscitato ogni giorno. Mi creda, l’amore ripaga quest’attenzione meravigliosamente. Per quanto mi riguarda (e spero sia stato così anche per Janina) posso dirle: come il vino, il sapore del nostro amore è migliorato negli anni”.


Oggi viviamo più relazioni nell’arco di una vita. Siamo più liberi o solo più impauriti?

“Libertà e sicurezza sono valori entrambi necessari, ma sono in conflitto tra loro. Il prezzo da pagare per una maggiore sicurezza è una minore libertà e il prezzo di una maggiore libertà è una minore sicurezza. La maggior parte delle persone cerca di trovare un equilibrio, quasi sempre invano”.


amore e sentimentiLei però è invecchiato insieme a sua moglie: come avete affrontato la noia della quotidianità? Invecchiare insieme è diventato fuori moda?

“È la prospettiva dell’invecchiare ad essere ormai fuori moda, identificata con una diminuzione delle possibilità di scelta e con l’assenza di “novità”. Quella “novità” che in una società di consumatori è stata elevata al più alto grado della gerarchia dei valori e considerata la chiave della felicità. Tendiamo a non tollerare la routine, perché fin dall’infanzia siamo stati abituati a rincorrere oggetti “usa e getta”, da rimpiazzare velocemente. Non conosciamo più la gioia delle cose durevoli, frutto dello sforzo e di un lavoro scrupoloso”.


Abbiamo finito per trasformare i sentimenti in merci. Come possiamo ridare all’altro la sua unicità?

“Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l’opportunità di enormi profitti. E ci alletta con la promessa di poter avere tutto senza fatica: soddisfazione senza lavoro, guadagno senza sacrificio, risultati senza sforzo, conoscenza senza un processo di apprendimento. L’amore richiede tempo ed energia. Ma oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l’altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo: comprare regali in un negozio è più che sufficiente a ricompensare la nostra mancanza di compassione, amicizia e attenzione. Ma possiamo comprare tutto, non l’amore. Non troveremo l’amore in un negozio. L’amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana”.


solidarietà personeForse accumuliamo relazioni per evitare i rischi dell’amore, come se la “quantità” ci rendesse immuni dell’esclusività dolorosa dei rapporti.

“È così. Quando ciò che ci circonda diventa incerto, l’illusione di avere tante “seconde scelte”, che ci ricompensino dalla sofferenza della precarietà, è invitante. Muoversi da un luogo all’altro (più promettente perché non ancora sperimentato) sembra più facile e allettante che impegnarsi in un lungo sforzo di riparazione delle imperfezioni della dimora attuale, per trasformarla in una vera e propria casa e non solo in un posto in cui vivere. “L’amore esclusivo” non è quasi mai esente da dolori e problemi  –  ma la gioia è nello sforzo comune per superarli”.


In un mondo pieno di tentazioni, possiamo resistere? E perché?

“È richiesta una volontà molto forte per resistere. Emmanuel Lévinas ha parlato della “tentazione della tentazione”. È lo stato dell'”essere tentati” ciò che in realtà desideriamo, non l’oggetto che la tentazione promette di consegnarci. Desideriamo quello stato, perché è un’apertura nella routine. Nel momento in cui siamo tentati ci sembra di essere liberi: stiamo già guardando oltre la routine, ma non abbiamo ancora ceduto alla tentazione, non abbiamo ancora raggiunto il punto di non ritorno. Un attimo più tardi, se cediamo, la libertà svanisce e viene sostituita da una nuova routine. La tentazione è un’imboscata nella quale tendiamo a cadere gioiosamente e volontariamente”.


I “legami umani” in un mondo che consuma tutto sono un intralcio?

“Sono stati sostituiti dalle “connessioni”. Mentre i legami richiedono impegno, “connettere” e “disconnettere” è un gioco da bambini. Su Facebook si possono avere centinaia di amici muovendo un dito. Farsi degli amici offline è più complicato. Ciò che si guadagna in quantità si perde in qualità. Ciò che si guadagna in facilità (scambiata per libertà) si perde in sicurezza”.

Lei e Janina avete mai attraversato una crisi?

“Come potrebbe essere diversamente? Ma fin dall’inizio abbiamo deciso che lo stare insieme, anche se difficile, è incomparabilmente meglio della sua alternativa. Una volta presa questa decisione, si guarda anche alla più terribile crisi coniugale come a una sfida da affrontare. L’esatto contrario della dichiarazione meno rischiosa: “Viviamo insieme e vediamo come va…”. In questo caso, anche un’incomprensione prende la dimensione di una catastrofe seguita dalla tentazione di porre termine alla storia, abbandonare l’oggetto difettoso, cercare soddisfazione da un’altra parte “.

La burocrazia è meglio della politica?

potere della burocrazia

Come ha fatto la burocrazia a sostituirsi alla politica e a diventare un centro di potere capace di ostacolare le riforme e lo sviluppo dell’Italia? Lo spiegano Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri nel libro, appena uscito per Longanesi, “I signori del tempo perso. I burocrati che frenano l’Italia e come provare a sconfiggerli” di cui riportiamo un piccolo stralcio a cui segue un ulteriore intervento degli autori in risposta alle critiche ricevute tratto dal sito http://www.lavoce.info

 

signori del tempo perso“Cinque anni fa uno di noi (Francesco Giavazzi) fu incaricato dal governo Monti – insieme al professor Fabiano Schivardi della Bocconi e al professor Marco D’Alberti della Sapienza – di elaborare un progetto per ridurre i sussidi pubblici alle imprese. Si trattava di una cifra considerevole, circa 30 miliardi di euro, due punti di Pil. A questi si sommavano altri 30 miliardi di agevolazioni fiscali a questa o quell’impresa, spesso a quelle più abili nell’attività di lobbying. L’incarico riguardava solo i sussidi. Analizzandoli con la lente di ingrandimento, si vide che di quei 30 miliardi i veri sussidi a imprese private (una metà circa pagati dallo Stato, l’altra metà dalle regioni) erano circa un terzo, 10 miliardi. Gli altri 20 miliardi erano sussidi a imprese pubbliche (la parte del leone la fanno le ferrovie), ma anche, per esempio, alle scuole confessionali, che nel bilancio dello Stato sono classificate come imprese private. […]

Il progetto consegnato al governo Monti mostrava, sulla base dell’evidenza empirica illustrata sopra, che quei 10 miliardi avrebbero potuto essere risparmiati. Meglio ancora, avrebbero potuto essere trasformati in una riduzione del carico fiscale su “tutte” le imprese. Insomma, si sarebbe scontentato qualche privilegiato, facendo contente la maggior parte delle imprese, quelle che non ricevevano alcun sussidio. Non sorprendentemente, Confindustria si disse favorevole al progetto, pur sostenendo che la cifra totale era inferiore a 10 miliardi. Direste: è fatta! Se anche chi rappresenta le imprese che ricevono i sussidi è favorevole alla loro eliminazione, chi altro può opporsi? Invece nulla accadde e il progetto finì in un cassetto.
sussidi alle impreseI motivi furono sostanzialmente due. Da un lato una quota significativa – quasi la metà – dei sussidi va a una singola categoria: le imprese di autotrasporto. La minaccia di uno sciopero degli autotrasportatori spaventa qualunque governo e puntualmente le agevolazioni sugli acquisti di carburante vengono rinnovate. Il secondo motivo è più interessante e spiega perché il ministro dello Sviluppo economico del tempo, Corrado Passera, si dimostrò tiepido verso il rapporto: questi tagli di spesa avrebbero comportato la chiusura di metà degli uffici del suo ministero. È un esempio perfetto: i sussidi non furono eliminati per l’opposizione di chi li riceveva – e di Confindustria che li rappresentava – ma per l’opposizione di chi li amministrava. Cioè dei dirigenti del ministero di via Veneto, che di fronte alla prospettiva di perdere (non il posto) ma il potere di gestire 10 miliardi di euro l’anno si sono «dati da fare». […]”

Ed ecco la risposta degli autori ad alcune critiche che sono state fatte al loro lavoro.

“Noi invece sosteniamo, e nel libro riportiamo numerosi esempi, che in Italia i rapporti di forza si sono ormai rovesciati e che nessuna vera riforma è possibile se la politica non è in grado di portare dalla sua parte la burocrazia (…).

spesa pubblicaI governi che finora hanno cercato di riformare la pubblica amministrazione, indipendentemente dal loro colore politico, lo hanno invece fatto con la triade “più leggi, più Stato, più repressione”. E hanno fallito. La soluzione che proponiamo è molto diversa: “Più liberalizzazioni, più concorrenza, meno leggi e regole”.

(….) Già da sindaco di Firenze, Renzi aveva capito la minaccia che una burocrazia forte può rappresentare per la politica e, arrivato a Palazzo Chigi, individuò i primi nemici da combattere proprio nei magistrati del Tar e del Consiglio di Stato alla guida di gabinetti ministeriali e uffici legislativi. Mal gliene incolse perché, a ridosso della consultazione referendaria, la giustizia amministrativa gli ha presentato il conto smontandogli prima la riforma Madia sulla pubblica amministrazione e poi quella, attesa da anni, che imponeva alle banche popolari di trasformarsi in società per azioni. Perché Matteo Renzi ha perso la battaglia con la burocrazia? Innanzitutto perché ne ha sottovalutato il potere: non si può varare una nuova norma contro il Consiglio di Stato ed evidentemente contro la Corte costituzionale. E se si cerca di farlo, le norme varate devono essere inattaccabili.

riforma pubblica amministrazione(….) Sono le regole a rendere necessaria una burocrazia. Il guaio è che i burocrati non sono soggetti passivi, che si limitano a svolgere diligentemente il compito cui sono preposti. Sono individui e istituzioni che fanno i loro interessi e, come tutti, vogliono difendere a ogni costo i loro privilegi.

Detto questo, bisogna quindi fare attenzione. In tempi in cui ci si illude di poter risolvere i mali dell’Italia cacciando la cattiva politica e mettendo in pensione i politici, non ci si rende conto di quali rischi si corrano. Esiste infatti un potere che è più forte della politica, quello della burocrazia, che, inevitabilmente, finisce per prenderne il posto. La differenza è che il politico si può mandare a casa con le elezioni, il burocrate no.

Bisogna allora fare attenzione a voler smontare la politica senza chiedersi cosa verrà dopo. Nel libro proponiamo tre possibili vie d’uscita per limitare potere e privilegi dei burocrati, riflettendo anche se non sia il caso di riproporre il sistema che esisteva in Italia fino a vent’anni fa, in cui la responsabilità delle decisioni amministrative era in capo alla politica anziché alla burocrazia. Con tutti i rischi che ciò comporta, ma che potrebbero essere inferiori a quelli provocati da una cattiva amministrazione: immobilismo e altrettanta corruzione.

Legittima difesa e difesa dai reati

legittima difesa

Ad ogni rapina in casa o in negozio ritorna il tema della legittima difesa. I livelli di guardia dell’esasperazione sono ormai stati raggiunti da anni e la legittima difesa rischia di diventare un feticcio sul quale scaricare ansia, rabbia, frustrazione. Immaginare che tutti possano realizzare una difesa armata della propria abitazione e del proprio negozio che li metta al riparo dalle aggressioni è una pura illusione che solo chi non sa nulla del maneggio delle armi e delle tecniche che servono per usarle in uno scontro diretto può alimentare.

ladriSecondo la legge la legittima difesa è sempre possibile purchè ci si trovi in presenza di un pericolo per la propria incolumità e la difesa sia proporzionata all’offesa. Nel caso delle aggressioni in casa o nei locali dove si svolge un’attività commerciale o professionale la proporzionalità tra difesa e offesa è sempre presunta ove si tratti di difendere non solo l’incolumità propria o altrui, ma anche i beni. Unica condizione è che vi sia pericolo di aggressione e non vi sia desistenza da parte di chi aggredisce.

Per essere chiari: se chi aggredisce cessa la sua aggressione e fugge viene meno la legittima difesa.

Di contro, se chi aggredisce insiste nella sua azione è legittimo usare contro di lui ogni possibilità di difesa.

furti in casaNella realtà non è possibile distinguere nettamente le due situazioni. Infatti i casi di cronaca e le vicende giudiziarie che li hanno seguiti hanno mostrato l’esistenza di zone opache che è toccato ai magistrati affrontare con l’interpretazione delle norme (che è sempre prevista per poterle applicare ai casi concreti).

In particolare i problemi nascono quando chi mette in atto la legittima difesa ritiene di trovarsi nelle circostanze che la prevedono compiendo, però, una valutazione errata che lo porta ad azioni di difesa anche in assenza di un’aggressione in atto che si sia manifestata come tale. L’esempio potrebbe essere quello di qualcuno che si nasconde dietro una tenda avendo violato l’altrui domicilio, ma senza compiere atti di aggressione e la cui scoperta porti ad una reazione armata che ne causa il ferimento o la morte. È legittima difesa questa?

Bisogna quindi accettare che nessuna norma potrà mai prevedere tutte le situazioni che realmente si possono verificare e, di conseguenza, ci sarà sempre bisogno di un magistrato che accerti lo svolgimento dei fatti. Bisogna anche considerare inaccettabile che una semplice violazione di domicilio giustifichi l’uccisione di chi la compie. Chi, come la Lega di Salvini, si fa portabandiera del diritto di vita e di morte contro chi si introduce negli spazi privati compie un’opera folle di imbarbarimento che si ritorcerebbe contro gli stessi che dice di voler difendere.

difesa armataOccorre uscir fuori da un dibattito asfittico nel quale si pensa alla legittima difesa come se si trattasse della risposta risolutiva al problema dei furti e delle aggressioni in casa. In realtà UNA soluzione non c’è. Ci possono essere risposte diverse tra le quali c’è anche la legittima difesa, ma c’è anche l’inasprimento delle pene e la certezza che siano rispettate.

I giornali sono pieni di storie di rapinatori catturati e subito rilasciati o di condannati a pene che non vengono scontate. Le statistiche dicono che solo una piccola percentuale di ladri e rapinatori (rispettivamente siamo intorno al 4,6% per i primi e al 25% per i secondi) vengono catturati e vengono processati per essere poi condannati, ma finiscono per scontare pene di molto inferiori a quelle previste. Questo demotiva sia le forze di polizia sia i cittadini che spesso evitano persino di denunciare i reati consapevoli dell’incapacità dello Stato di rendere loro giustizia.

carceriUsare la severità e la certezza della pena come deterrente è certamente meglio che affidarsi alle armi che ognuno dovrebbe usare per pensare da solo alla propria difesa. Chi delinque deve sapere che sarà catturato e pagherà con la privazione della libertà i reati che ha commesso. Se questo non accade e i cittadini vengono lasciati soli e si manda loro il messaggio che il carcere non è la risposta giusta perché le colpe sono sempre della società e non dei singoli e che, in definitiva, tutti debbano sopportare chi delinque e comprenderne le motivazioni profonde, allora non ci si può stupire se poi prevalgono le risposte violente.

Le carceri non devono essere dei luoghi di tortura per le condizioni disumane nelle quali sono costretti a vivere i detenuti. Che se ne costruiscano di nuove allora, ma non può essere che lo Stato fugga dalle sue responsabilità e se ne lavi le mani lasciando le persone oneste alle prese con la delinquenza.

Claudio Lombardi

Segnali dall’economia e classe dirigente inadeguata

crescita economica

Alle analisi critiche siamo abituati, ma per capire cosa è in ballo davvero dobbiamo anche guardare a ciò che c’è di buono in questo nostro Paese. Se ne occupa un recente articolo di Alberto Orioli pubblicato dal Sole 24 Ore che si concentra sui segnali che provengono dall’economia. Il dato più rilevante è che la produzione industriale è in ripresa e a ritmi intensi. esportazioni italianeL’export di quella che è pur sempre la seconda manifattura europea segue questa tendenza avendo realizzato nel 2016 il miglior avanzo commerciale degli ultimi 25 anni (51,6 miliardi) con un boom di vendite per 417 miliardi. Con buona pace di chi farnetica di rotture in Europa e di nuova autarchia la Germania è il primo mercato di sbocco dei semilavorati italiani. Si tratta di un’integrazione delle catene del valore dove i confini spariscono per lasciare spazio a produzioni integrate con beni targati made in Italy e made in Europe. Forse la svolta protezionista di Trump porterà dei problemi, ma bisognerà vedere come il danno causato dai dazi si bilancerà con l’altra svolta annunciata sul boom di investimenti infrastrutturali interni che, probabilmente, avranno bisogno di far ricorso ad alcune eccellenze italiane del settore. La globalizzazione non cessa perché un politico lo vuole.

Un altro segnale da cogliere riguarda le vendite di capannoni industriali in grande fermento in tutto il Nord Italia con un aumento delle compravendite superiore al 18%. Osserva Orioli che l’edilizia “è il punto più debole dell’economia italiana ed è anche il settore che più di altri fa da volano a investimenti nei comparti collegati e per questo è il vero catalizzatore della ripresa economica”. industriaEcco quindi l’importanza di un altro segnale, quello che arriva dall’incremento dei mutui per l’acquisto delle abitazioni accompagnato dalla crescita nelle costruzioni di edilizia residenziale e non residenziale, con un vero boom nella costruzione di capannoni industriali (+11,9%). I capannoni significano investimenti che, in effetti, “sono esplosi con i bonus legati al progetto di Industria 4.0 che ha consentito di cambiare pelle agli impianti e di compiere finalmente quell’avvio di upgrading tecnologico suggerito da anni da tutti gli analisti del caso-Italia”. E infatti i macchinari (eccellenza del made in Italy) sono tra i protagonisti del boom di esportazioni verso il mercato tedesco. E poi “c’è un atteggiamento diverso rispetto al ruolo strategico dell’Italia: Amazon raddoppia a Rieti con 150 milioni, FedEx punta su Malpensa con 15, Microsoft fa la nuova sede a Milano con 20, Apple guarda al centro ricerca di Napoli per realizzare il centro di sviluppo delle app per l’Europa, i cinesi investono sul porto di Venezia, Barilla raddoppia l’impianto hi tech con 50 milioni, Whirlpool scommette su Fabriano con 14 milioni” e senza citare l’industria automobilistica e l’altro boom collegato ai successi di FCA.

prodotti italianiTutto ciò si riflette sulla Borsa dove le imprese non bancarie registrano oltre 23 miliardi di utili. A conferma che qualcosa sta cambiando sta il regresso del numero dei fallimenti che “sembra tornato ai livelli pre crisi almeno nell’industria manifatturiera, settore dove sono calate vistosamente anche le sofferenze bancarie”. Contemporaneamente però aumentano i finanziamenti alle imprese da parte delle banche che detengono sempre un posto di assoluto rilievo nel nostro capitalismo bancocentrico. Ciò si spera che porti anche ad un aumento dei profitti bancari e ad un conseguente alleggerimento delle sofferenze dei crediti non esigibili. Tra i segnali positivi anche il boom del turismo cresciuto del 6,6% (più della zona sud dell’Europa e più della crescita globale del settore). Mettiamoci anche il record di viste ai musei e ai luoghi della cultura con incassi cresciuti in un anno del 12%, a 172 milioni (con buona pace di chi fantastica di abolizione dei biglietti di ingresso).

politicaTutto ciò nonostante un anno disastroso per i terremoti che hanno colpito l’Italia centrale con un impatto diretto in zone importanti per le attività economiche (dall’agroindustria al turismo) e danni stimati in 23 miliardi di euro.

Ora mettiamo a confronto questi segnali con i temi di cui si occupa il dibattito politico e con l’incapacità di arrivare ad una legge elettorale decente in grado di portare stabilità ad un futuro governo o con le stramberie di chi delira sulle uscite dall’euro e sulle monete parallele (il M5S accreditato come primo partito dai sondaggi) e traiamo la conclusione logica e inevitabile che l’Italia non riesce a selezionare una classe dirigente decente. La nostra economia è una cosa seria rispetto a tanti, troppi ciarlatani incompetenti che popolano partiti e movimenti. Devono decidere gli italiani se vogliono seguirli oppure no. Basta che poi non si lamentino delle conseguenze. Forse bisognerebbe scrivere sulle schede elettorali “pensa a quello che fai”.

Claudio Lombardi

Il sistema Italia è anche questo: la Sicilia

sistema Italia

Parlare male del sistema Italia facendo l’esempio della Sicilia è diventato quasi un luogo comune. Purtroppo è un luogo comune che mostra uno “spaccato” di come funziona il nostro Paese che ci dovrebbe scuotere nel profondo. Magari è proprio quello che accade, ma il radicamento è così profondo che i cambiamenti appaiono sempre molto blandi.

Facciamo dunque cosa utile ripercorrendo un articolo che al caso siciliano dedica Paolo Mieli sul Corriere della Sera di pochi giorni fa. Il titolo è già ampiamente descrittivo “La Sicilia delle tasse perdute e dei soldi pubblici svaniti”, ma il contenuto è assai interessante.

sprechi regione SiciliaMieli ricorda la vicenda dell’ente per la riscossione delle tasse nell’isola balzato all’attenzione delle cronache per la testimonianza del suo amministratore di fronte alla Commissione antimafia. Di che si tratta? È presto detto: «Riscossione Sicilia» nel 2015 avrebbe dovuto incassare 5 miliardi e 700 milioni di euro e, invece, ne ha incassati solo l’8%, 480 milioni. Un anno, solo un anno che si aggiunge agli altri di mancati incassi per un totale di 52 miliardi di buco. Possiamo dire 52 miliardi di ulteriore evasione fiscale?

Giustamente Paolo Mieli si augura che a Bruxelles non si siano resi conto di niente nel momento in cui l’Italia reitera le sue richieste di flessibilità ossia di aumento del deficit.

Identico auspicio lo formula in relazione ad altri “incantesimi” che si fanno nella regione Sicilia che producono tutti lo stesso effetto: la sparizione dei soldi pubblici. Ecco qualche esempio che non pretende di essere esaustivo, ma soltanto una veloce carrellata sul disastro.

Innanzitutto un dato generale: negli ultimi quattro anni l’indebitamento della Regione è cresciuto del 40%. Scendiamo poi nel dettaglio.

falsi invalidiIn Sicilia con un dodicesimo della popolazione italiana risultano esserci un settimo dei non vedenti dell’intero Paese. Epidemia di cecità? No perché il problema non è soltanto della Sicilia poiché nel Sud vengono corrisposti il 44,8% dei trattamenti di invalidità sul totale nazionale pur essendo la popolazione solo il 34,4%. In pratica se si rispetta la media nazionale vi sono all’incirca 445.000 invalidi in più. Non proprio una novità se un importante leader della DC rivendicò tanti anni fa il “diritto” del Sud di essere compensato per il mancato sviluppo con generose dosi di assistenzialismo pubblico.

Andiamo avanti con i “dettagli”. Su 15.000 dipendenti regionali vi sono 2.800 dirigenti sindacali più 2.900 che beneficiano della legge 104. Risultato: circa un terzo dei dipendenti della Regione Sicilia non possono essere trasferiti e godono del diritto di assentarsi dal lavoro.

La Regione eroga ben 16.500 trattamenti pensionistici compresi i vitalizi ai familiari dei deputati regionali anche se lo furono solo per brevi periodi. Viene citato l’esempio della figlia di un deputato regionale che settant’anni fa fece un mandato di circa quaranta mesi. Ebbene dal 1974, alla morte del padre, questa signora incassa un vitalizio di oltre duemila euro al mese.

spreco denaro pubblicoPaolo Mieli si augura che l’Europa non si accorga anche del “drammatico” incremento dei disabili gravi che, nel giro di due anni, sono passati da 1.500 a 3.600. Con il record assoluto di Giarre che ha visto un incremento del 3.500%.

L’auspicio si estende al dato clamoroso della spesa per l’acquisto di materiale informatico e tecnico arrivata a un miliardo e 700 milioni mentre la stessa in Lombardia è stata nel 2016 soltanto di 112.000 euro. Difficile, però, immaginare che l’Europa non si accorga dei famosissimi forestali siciliani (23.000 la più alta percentuale mondiale in rapporto a popolazione e superfici boschive) che costano 250 milioni di euro l’anno. Tra l’altro una parte dei suddetti forestali, secondo una rilevazione della stessa Regione, sono stati assunti pur avendo condanne definitive per crimini contro il patrimonio (tra cui l’incendio doloso) e persino per associazione mafiosa.

Ovviamente la conclusione di Paolo Mieli è che se l’Unione Europea si rendesse conto di come funziona il sistema italiano in Sicilia e in generale nel Sud forse non potrebbe prendere sul serio i nostri solenni impegni per il contenimento della spesa pubblica.

Per noi italiani il problema è più serio della sfiducia di Bruxelles perché la dissipazione delle risorse pubbliche fa capo ad un sistema di gestione del potere che stringe in un blocco sociale e culturale una buona parte della popolazione specialmente al Sud. E questo è uno degli aspetti più drammatici del caso Italia. Molto se ne è parlato, ma forse lo si è soltanto incrinato, non certo sconfitto

Claudio Lombardi

Brexit, nazionalismo ed Europa federale

Europa egoismi nazionali

Perché è così scarso il nostro interesse per la Brexit? Forse perché oggi anche la nostra adesione al progetto di unificazione europea, peraltro abbastanza confuso e contradditorio, non è più così convinta e si è attenuata fino al limite dell’impalpabilità?

Eppure il rigetto di quel progetto, o un possibile ritorno all’indietro, procurerebbero probabilmente ai popoli europei catastrofi ora inimmaginabili: sul piano economico, ma soprattutto sul piano politico, sociale, culturale. E i conflitti emergenti sarebbero di difficile composizione dentro i recinti della politica.

referendum Regno UnitoIn primo luogo l’antefatto: il referendum è stato voluto dall’ex Presidente del governo conservatore Cameron, che pensava di respingere in questo modo le spinte isolazioniste, protezioniste, populiste e xenofobe che emergevano da una società impaurita dagli effetti dei processi di globalizzazione, investendo una parte cospicua della classe dirigente e del mondo politico. E’ sempre così quando le trasformazioni delle società avvengono in modo tanto rapido come nelle realtà attuali. Si determinano dei vortici di paura che fanno perdere di vista le opportunità positive che si creano, e l’opportunismo demagogico di molti rappresentanti politici costruisce su di loro il proprio consenso a scapito dell’interesse generale. Se si guarda alla storia recente d’Europa senza alcun paraocchi si può constatare che anche il fascismo ed il nazismo hanno avuto una genesi simile. Quanto agli esiti li conosciamo bene, o dovremmo conoscerli se avessimo un po’ di memoria storica.

Ciò che è avvenuto con Brexit dev’essere un insegnamento anche per noi: assecondare i populismi come ha fatto Cameron può avere effetti devastanti. Infatti Cameron ha dato le dimissioni ed è stato sostituito da Theresa May, più a destra di lui e fortemente determinata ad avviare le procedure per il distacco dall’Europa.

brexitA questo punto vorrei ricordare qualche dato relativo al referendum britannico. La maggioranza del 52% si è pronunciata a favore dell’uscita dall’Europa, ma a Londra hanno prevalso coloro che vorrebbero rimanere. E in Scozia il 62% dei votanti ha espresso la volontà di non uscire. Anche nell’Irlanda del Nord il 56% ha manifestato la stessa volontà. Tutte le ricerche che sono state fatte sulla composizione del voto ci dicono che i giovani fino ai 30 anni si sono espressi a maggioranza contro Brexit. Quindi Londra, la Scozia, l’Irlanda del nord, oltre ai giovani fino ai trent’anni sono stati contro Brexit, mentre a favore è stata l’Inghilterra delle campagne e delle piccole città, cioè la popolazione più impaurita dai processi di globalizzazione e più impreparata a coglierne le opportunità positive.

Un breve inciso sulle motivazioni del referendum. Il rapporto tra la Gran Bretagna e l’Europa continentale, nel corso della Storia, è sempre stato ondivago e, a seconda dei momenti, hanno prevalso gli atteggiamenti isolazionisti, o quelli collaborativi, senza mai annullarsi vicendevolmente. L’attuale momento storico è caratterizzato da un rapido processo di globalizzazione ed è su questo punto fondamentale che si misura il rapporto tra Gran Bretagna ed Europa continentale. Ma parlare solo di globalizzazione in riferimento a Brexit rischia di essere troppo generico, confondendo idee e termini delle questioni. Ciò che impaurisce l’Inghilterra profonda non è la globalizzazione finanziaria, operante da tempo, e nemmeno la globalizzazione delle merci, regolata da una miriade di accordi intercontinentali: è invece la globalizzazione delle persone nell’epoca delle grandi migrazioni. Ed è veramente ridicolo che siano proprio gli inglesi, in prima fila per secoli nel sostenere il colonialismo più feroce, che ha spogliato interi continenti delle loro ricchezze umane e materiali, ad opporsi oggi, in modo così radicale, ai processi migratori.

autonomia ScoziaProprio a causa di quel pronunciamento referendario molto articolato, che ho sommariamente descritto, oggi la Scozia, tramite i suoi rappresentanti istituzionali, e la stessa Irlanda del Nord, sono intenzionate a promuovere dei referendum per rimanere all’interno del processo di costruzione europea, uscendo dal Regno Unito. E li vorrebbero indire prima del termine previsto dall’articolo 50 del trattato di Lisbona, per non essere costretti in pratica ad uscire dall’Europa insieme alla Gran Bretagna. Ma non ci sono precedenti, non c’è casistica nel recente passato, e non ci sono codicilli negli innumerevoli trattati che hanno accompagnato fino ad ora il processo di unificazione Europea ai quali appellarsi.

Alcuni ‘sepolcri imbiancati’ del continente (spagnoli per lo più, ma non solo) si sono già pronunciati e, per paura di innescare processi autonomistici, dai quali si sentirebbero danneggiati, si mettono al fianco di Theresa May, la quale si oppone sia al referendum scozzese, sia a quello irlandese, adducendo l’argomentazione che la Gran Bretagna è uno Stato sovrano che si è già pronunciato, sia a livello popolare, sia a livello istituzionale, ed ora si tratta solo di perfezionare Brexit con le autorità europee. I nazionalisti europei, cioè coloro che non hanno mai pensato ad un’Europa federale, ma l’hanno sempre combattuta in nome di un confederalismo ormai obsoleto, responsabile dello stallo attuale, ed hanno favorito la nascita dell’Euro senza una sovranità politica europea che fosse in grado di modificarne via via gli evidenti squilibri che provocava, ora sostengono che se la Scozia vuole rimanere in Europa deve costituirsi in Stato sovrano e chiedere l’adesione all’U.E., mettendosi in fila con tutti gli altri. Fino a quando? Fino alle kalende greche ovviamente. Questa proposta non è percorribile e i ‘sepolcri imbiancati’ lo sanno bene. Per l’Irlanda del nord il discorso è diverso, visto che chiederebbe di far parte dell’Irlanda, che fa già parte in quanto nazione del consesso europeo, però, però … è già pronta l’obiezione che l’Irlanda unificata sarebbe uno Stato diverso dall’Irlanda attuale … ecc. ecc. Questa gente ha semplicemente paura di aprire la strada ai desideri di autonomia che allignano, in modo più o meno intenso, in ogni Stato nazionale europeo.

nazionalismiInsomma, i responsabili dello stallo europeo, che hanno sempre anteposto gli interessi nazionali a quelli continentali, che hanno portato il continente sull’orlo della dissoluzione, poiché hanno bloccato lo sviluppo della costruzione europea, dopo ben due guerre mondiali che hanno avuto come epicentro l’Europa, ci vincolano all’Euro e sono contro qualsiasi evoluzione in senso federalista. Essi sono oggi gli alleati più fedeli dei populisti di destra, nazionalisti e xenofobi, che stanno emergendo qui e là, che si stanno organizzando anche in Italia (Salvini e l’estrema destra, certamente, ma che dire di Grillo e dei 5 stelle, alleati in Europa di Farage?), e che nella primavera inoltrata si misureranno pericolosamente nelle elezioni francesi. E tutti insieme sono di fatto alleati con Theresa May che, per quanto la riguarda, l’idea europea l’ha già distrutta in nome della ‘piccola’ Bretagna.

Cosa significa tutto ciò per noi?

Che Brexit è dannosa non solo per quei 600.000 italiani che studiano o lavorano in Gran Bretagna e che potrebbero trovarsi in una condizione di patente inferiorità, magari costretti a rimpatriare modificando i loro progetti di vita.

E’ dannosa per l’insieme del processo di costruzione di un’Europa federale, l’unica realtà in grado di rompere le prigioni nazionalistiche che sono costate, nel secolo scorso, milioni di morti e la scomparsa in tutto l’Occidente dell’idea stessa di progresso.

Per quanto ci riguarda, volgere la testa dall’altra parte e non affrontare i problemi che ‘qui ed ora’ si pongono illudendosi che la buriana passerà da sola, significa ritornare a quei tempi là, al pericolo di confronti armati dagli esiti sempre catastrofici (la Jugoslavia, per non scomodare sempre le guerre mondiali, non è poi così lontana, sia nello spazio, sia nel tempo).

europa unitaE non volgere la testa dall’altra parte significa oggi mettere in evidenza la contraddizione insanabile tra l’idea e la pratica dell’Europa federale e le prigioni nazionalistiche, nelle loro diverse gradazioni.  Non è nazionalista solo lo xenofobo che alimenta la paura del diverso invece di cercare nuove forme di convivenza che possono arricchire tutti economicamente, culturalmente e umanamente, e pretende di fermare, col suo ditino, o con qualche cazzuolata di cemento, le maree degli uomini e delle donne che si spostano nel mondo. E’ nazionalista anche chi non accetta cessioni di sovranità politica ad un’Europa federale, con istituzioni politiche funzionanti, mantenendo in capo alla ‘nazione’ il diritto di decidere sul niente, dato che ormai la globalizzazione è uscita dai confini nazionali. Il nazionalista al quale mi riferisco è contrario non solo all’idea di federazione europea, ma a qualsiasi idea di autonomia territoriale all’interno del proprio Stato Nazione, per paura di una dispersione dei poteri. E’ contrario anche a qualsiasi riforma istituzionale all’interno degli Stati nazionali che renda più efficiente lo Stato e risponda all’evidente necessità di risolvere la crisi della democrazia rappresentativa associando i cittadini ai processi decisionali.

Ecco perché per andare veramente avanti in Europa è necessario decidere come si sta dentro i processi di globalizzazione (economica, politica, sociale, culturale) facendo maturare una nuova ‘visione’ del processo di unificazione europea e, nello stesso tempo, di ricostruzione dei processi democratici su base territoriale, a costo di rivedere tutto quanto è stato fatto finora.

E Brexit, a causa di ciò che comunque modificherà nel nostro modo di essere, ce ne offre l’occasione.

Non so se, come dice Emanuele Severino su ‘Repubblica’ del 19 marzo, “l’Europa è nata vecchia ed il suo destino è segnato dal destino dell’Occidente”.  So invece che, fra qualche giorno, non dovremo limitarci a celebrare i sessant’anni dei ‘Trattati Roma’, ma dovremo cercare concretamente di recuperare, nelle condizioni di oggi, le idee di quei visionari che sessant’anni fa innescarono il processo di costruzione di un’Europa federale, per metterla al riparo dall’autodistruzione, dopo due terribili guerre fratricide

Lanfranco Scalvenzi

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