Cuori puri

cuori puri

Cuori puri è il titolo di un film di Roberto de Paolis. La storia è quella di due giovani, Agnese e Stefano, 18 e 25 anni, che vivono in un punto qualunque della sterminata periferia romana aggrappati ad una parvenza di normalità e disperati, ma con la volontà di vivere. Agnese frequenta la parrocchia del quartiere e, spinta da una madre ossessionata dalla devozione, sta per fare voto di castità fino al matrimonio insieme a una decina di suoi coetanei. Stefano prova con tutte le sue forze a fare un lavoro normale, prima come vigilante in un centro commerciale e poi come guardiano del parcheggio di un supermercato. In entrambi i casi lo scontro con una realtà dura e difficile lo priverà dell’unica speranza di sfuggire al “mestiere” più diffuso tra i suoi amici: lo spaccio di droga.

campo romSia Agnese che Stefano non riescono a comunicare i loro problemi a nessuno. La madre della ragazza è compenetrata con la sua religiosità ossessiva e vede la figlia solo come una prova della sua fede. Anche lei si aggrappa ad una parvenza di normalità, l’unica che le appare plausibile sotto le ali protettrici della Chiesa. Intanto fa volontariato. Va dai rom, prepara l’accoglienza per i rifugiati e porta con sé Agnese per coinvolgerla nella sua attività caritatevole. Mostra sensibilità verso i poveri, ma è straordinariamente chiusa verso la figlia con la quale non c’è alcuno vero dialogo.

Stefano cerca di svolgere il suo lavoro di guardiano del parcheggio al meglio delle sue possibilità, ma deve vedersela con un piccolo accampamento di rom che ne occupano una parte, separati solo da una fragile rete metallica. Atti di vandalismo, rifiuti gettati tra le macchine, minacce sono il pane quotidiano di un confronto tra il guardiano e quelli che stanno oltre la rete. Mai Stefano pensa di chiamare la polizia, mai il suo superiore si pone il problema di come affrontare la situazione. Se i rom rompono la rete lui si limita a ripararla e ad attaccare Stefano per la sua incapacità di tenere a bada i nomadi.

Agnese e StefanoI due giovani, però, si incontrano e per loro si apre una porta sui sentimenti che non potranno vivere perché la “normalità” delle loro vite li spinge verso una strada diversa. Il dramma si intravede, ma non si conclude.

L’ennesimo vandalismo dei rom porta al licenziamento di Stefano che non vede altre alternative allo spaccio gestito da un suo amico di infanzia. Agnese non riesce più a stare nei panni della vergine sacrificale devota ai bisognosi e disperata per sé stessa. Padre e madre di Stefano vengono sfrattati e si riducono a vivere per strada con l’unico aiuto di qualche vecchio vicino di casa. Per loro non c’è nessun volontariato che assista e consoli, mentre nella parrocchia si prepara l’arrivo di alcune decine di rifugiati.

Il regista non inventa una realtà che è quella comune a buona parte delle periferie romane. La convivenza/competizione tra bisognosi è la regola ed è forzata, non scelta. Chi si ricorda la vittoria elettorale della destra nelle comunali del 2008 con Alemanno sindaco dovrebbe anche ricordare la cecità delle sinistre che non si accorsero di quanto la presenza dei campi rom esasperò gli abitanti delle periferie. Alla drammaticità di una convivenza impossibile venivano contrapposte parole e ragionamenti intrisi di bontà e di apertura, di razionalità e sani principi.

sbarchi migrantiQualcosa di simile sta accadendo adesso sotto la spinta degli sbarchi. Nel film si mostra con lucido realismo il contrasto tra il disinteresse per la vita dei romani nelle periferie e l’eccitata mobilitazione per i migranti. Forse qualche parrocchia se ne è accorta, forse qualche associazione di quartiere, ma sicuramente nelle migliaia di strade che compongono gli enormi quartieri popolari che si estendono verso il GRA gli sbarchi e l’arrivo di altri migranti non sono visti con spirito caritatevole e con animo aperto all’accoglienza.

Cuori puri è un drammatico richiamo alla verità della vita di tante persone. Molte più di quante ne possa immaginare chi contempla le cose dai rami alti della politica, del giornalismo e anche dell’associazionismo militante abituato ad una proiezione mondiale che allontana dalle miserie di chi deve subire le conseguenze di scelte strategiche non abbastanza meditate, più imposte agli italiani che condivise.

Claudio Lombardi

Atac corrotta, nazione infetta

Atac crisi

“È questa indulgenza di branco, alla fine, la radice della mentalità mafiosa italiana”. Così si conclude l’analisi di Mario Seminerio che parlando di Atac tocca alcuni elementi del “sistema Italia” che ci condanna all’inefficienza e allo spreco sulla base della testimonianza del neo direttore generale di Atac. Da leggere e rileggere.

gestione atacBen due interviste, su Fatto e Corriere, al direttore generale della municipalizzata romana di trasporto pubblico, Atac, segnano l’ennesimo sveglia che suona per la sindaca Virginia Raggi, che deve ancora decidere che fare da grande. Ma tra le righe delle interviste c’è anche una sveglia per il governo centrale, che continua a non voler mettere mano ad una revisione della disciplina dello sciopero nei servizi pubblici e nella rappresentanza sindacale. Quando l’evidenza non viene colta.

Bruno Rota è ad Atac da aprile, dopo sei anni all’Atm di Milano, dove ha raggiunti risultati positivi, ma solo dal 28 giugno è dotato delle deleghe operative di direttore generale. Oggi conferma quello che tutti sanno, da sempre: Atac è un bubbone, che andrebbe inciso o escisso da una città che pare non avere anticorpi per reagire a quello che non è più declino ma decomposizione, e che rischia di portarsi dietro l’intero paese.

Il punto centrale richiamato da Rota è che Atac è sepolta dal debito: 1.350 milioni totali, 325 milioni verso fornitori, che stanno progressivamente cessando di rifornirla. Rota invoca quindi la ristrutturazione del debito, anche considerando che ad Atac serviranno molti soldi per investire nell’ammodernamento del parco circolante di mezzi, ormai sempre più soggetti a fermi per guasti, veri e presunti.

Rota, con gli intervistatori (Federico Fubini e Gianni Barbacetto) parla anche del personale. Al Fatto dichiara:

turni atacÈ stato scritto che Atac licenzierà 2.500 dipendenti.
«Falso. Il nostro problema non è tagliare i dipendenti, ma farli lavorare, perché oggi non riusciamo a coprire i turni. Troppe assenze, turni di lavoro abbreviati perché molti macchinisti non timbrano l’ora di entrata e di uscita e nessuno controlla. Qualcuno approfitta della situazione riconsegnando dopo qualche ora di lavoro il suo mezzo dicendo che non funziona più bene. Bisogna ripristinare un sistema di regole e di controlli per impedire che ognuno faccia ciò che gli pare»

Al Corriere, sullo stesso tema, la risposta è più articolata ma pare sempre rigettare l’ipotesi degli esuberi strutturali:

«[…] chi capisce di organizzazione aziendale, vede subito che il tema centrale oggi non è ridurre il numero dei dipendenti. Chi lo sostiene ora fa solo del terrorismo psicologico. Anzi i dipendenti in un certo senso mancano, visti i tassi di assenteismo consolidati nel tempo. Il tema è far lavorare di più e meglio quelli che ci sono. Oggi con questi tassi di assenteismo si fa fatica a coprire i turni»

Ah, beh, al vostro buon cuore. Ma non c’era un accordo sindacale sulle timbrature, ad esempio?

«Gli accordi di timbratura sono in larga parte lettera morta. Il personale di linea continua a timbrare poco e male. Per questo insisto che bisogna iniziare rispettare le regole, sono anni che non lo si fa. Si parla di turni massacranti e c’è gente che non arriva a tre ore effettive di guida, quando le fanno. Bisogna che si prenda coscienza anche di questi problemi. Non si timbra, malgrado le regole dicano altrimenti, e si prendono salari su orari di lavoro presunti. È intollerabile sia nei confronti di chi fa il proprio mestiere, sia di coloro che un lavoro non riescono ad averlo»

lotte sindacaliPiuttosto chiaro, no? Però il problema non è il personale, pare. D’accordo, serve politica e molta. Serve (forse) convincere la svagata Raggi a prendere la strada livornese del concordato preventivo, come fatto dal sindaco labronico cinquestelle Filippo Nogarin. Se Rota pensa di andare in questa direzione, è troppo esperto e preparato per non capire che le dimensioni ed il grado di sfacelo di Atac rendono questa strada poco o per nulla percorribile. Il suo resta un tentativo disperato.

Rota, per puntare sulla cosiddetta “pace sociale”, in nome della quale si fanno marcire ampie parti del paese, pensa forse di recuperare produttività, dopo aver liberato risorse per investimenti mediante ristrutturazione del debito. Ma i problemi di Atac sono arcinoti: da molto tempo Andrea Giuricin, economista dei trasporti, li ha bene evidenziati. Troppi amministrativi, troppo pochi operativi. Tutti ferocemente sindacalizzati, come spiega in modo disarmante lo stesso Rota al Corriere:

Che rapporti ha con i sindacati di Atac?
«Prima mi faccia dire che all’Atm di Milano ho avuto rapporti anche ruvidi in certi momenti, ma sempre costruttivi. Abbiamo lavorato in squadra e i risultati si sono visti. Insieme abbiamo rilanciato e reso più efficiente un’azienda che ha difeso il lavoro e ha creato una riserva di cassa importante»

E a Roma?
«I sindacati rappresentativi li ho incontrati tutti. Per la verità qui si presentano come rappresentanti delle posizioni del sindacato gente che ha trecento iscritti su undicimila dipendenti. Gente che va in tivù a spiegare come funzionano i sistemi di sicurezza dei mezzi senza saperne nulla»

Non saranno tutti così…
«No, certo. Ci sono sindacati più rappresentativi. Quando ho incontrato i loro rappresentanti ho avuto l’impressione che non avessero fino in fondo la percezione della gravità e della dimensione del problema. Poi naturalmente sono andati in assessorato a chiedere garanzie. Non hanno capito che è l’ultima spiaggia»

sistema ItaliaDifficile essere più chiari di così. La frantumazione sindacale e le protezioni politiche, che sono trasversali, paralizzano l’azienda e la fanno morire. A questo si sommano gli ampi margini offerti dalla regolamentazione del diritto di sciopero nei servizi pubblici, mai rivista, dove micro sindacati bloccano milioni di persone ed il loro diritto alla mobilità. Rota non lo dice, ma servirebbe soprattutto quello: in primo luogo, regolare con legge nazionale la rappresentanza aziendale, in modo da evitare che questa proliferazione di cobas al cornetto e cappuccino affondi l’azienda. E poi, rivedere le norme sulla proclamazione degli scioperi. Se l’Italia avesse un governo centrale di soggetti adulti e responsabili, questa revisione del diritto di sciopero e della rappresentanza l’avremmo già, come altri paesi adulti e civili.

Invece, da noi ciò non avviene, perché c’è sempre un’elezione dietro l’angolo, foss’anche quella per il parcheggiatore abusivo di quartiere, e perché si teme sempre che al momento topico qualche termite equa e solidale, di sinistra come di destra “sociale”, si alzi a strepitare contro il liberismo che flagella questo paese. Nel mezzo, quelli che contano o dovrebbero contare, in senso numerico: gli elettori. Che evidentemente non trovano modo di esprimere maggioritariamente il loro disagio temendo che prima o poi qualcuno “venga a prendere” anche loro, nelle loro piccole e grandi rendite di posizione. Ma scordando che quel “qualcuno” è la realtà, che sfonda le porte a calci, senza bussare. La realtà ha un noto bias liberista, forse.

mentalità mafiosaTornando a Rota, auguri per la sua mission impossible. Per ora siamo alla captatio benevolentiae verso l’irresoluta sindaca, che “ascolta e sostiene”. Poi, se e quando deciderà di agire, ci farà sapere. Atac, come detto più volte da Raggi, è “patrimonio dei romani”. Un patrimonio radioattivo, si direbbe. L’inazione non è un’opzione, però. La scommessa di Rota è quella di usare la ristrutturazione del debito come volano di produttività ma anche di senso civico e dignità del personale, oltre che dell’utenza. Una scommessa pressoché disperata, quando il contesto culturale è degradato come a Roma.

Paradigmatica, in questo senso, è la chiusura dell’intervista al Fatto:

Rimpiange Milano?
«Rimpiango tantissimo Milano e Atm. Mi mancano quasi fisicamente. Mi manca il clima di verità in cui sono sempre avvenuti anche i confronti più aspri, per esempio con le forze sindacali. E mi manca la “squadra” di colleghi capaci che avevo faticosamente messo insieme in Atm. Qui a Roma, vincoli legislativi e la situazione aziendale rendono quasi impossibile rafforzare la squadra»

Raggi, se sei in vita batti un colpo. E piantala di dire che “è colpa di quelli che ci hanno preceduto”: questa motivazione può andare bene per il primo mese dopo l’insediamento, e continuare ad essere perfetta per tutti i piccoli pasdaran falliti che imperversano sui social e nel mondo reale. Quelli per i quali leggi e circostanze si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici. È questa indulgenza di branco, alla fine, la radice della mentalità mafiosa italiana.

Mario Seminerio tratto da http://phastidio.net

La politica senza potere nell’Italia del non fare

esercizio del potere

Sul Corriere della Sera del 22 luglio Ernesto Galli della Loggia parla di una questione centrale per capire il sistema Italia: la debolezza del potere politico e la sua soggezione alle forze organizzate della società. Lo riproduciamo integralmente

“Perché da anni in Italia ogni tentativo di cambiare in meglio ha quasi sempre vita troppo breve o finisce in nulla? Perché ogni tentativo di rendere efficiente un settore dell’amministrazione, di assicurare servizi pubblici migliori, una giustizia più spedita, un Fisco meno complicato, una sanità più veloce ed economica, di rendere la vita quotidiana di tutti più sicura, più semplice, più umana, perché ognuna di queste cose in Italia si rivela da anni un’impresa destinata nove volte su dieci ad arenarsi o a fallire? Perché da anni in questo Paese la politica e lo Stato sembrano esistere sempre meno per il bene e l’utile collettivi?

potere politicoLa risposta è innanzi tutto una: perché in Italia non esiste più il Potere. Se la politica di qualunque colore pur animata dalle migliori intenzioni non riesce ad andare mai al cuore di alcun problema, ad offrire una soluzione vera per nulla, dando di sé sempre e solo l’immagine di una monotona vacuità traboccante di chiacchiere, è per l’appunto perché da noi la politica, anche quando vuole non può contare sullo strumento essenziale che è tipicamente suo: il Potere. Cioè l’autorità di decidere che cosa fare, e di imporre che si faccia trovando gli strumenti per farlo: che poi si riassumono essenzialmente in uno, lo Stato. Al di là di ogni apparenza la crisi italiana, insomma, è innanzi tutto la crisi del potere politico in quanto potere di fare, e perciò è insieme crisi dello Stato.

Beninteso, un potere politico formalmente esiste in questo Paese: ma in una forma puramente astratta, appunto. Di fatto esso è condizionato, inceppato, frazionato. Alla fine spappolato. In Italia, di mille progetti e mille propositi si riesce a vararne sì e no uno, e anche quell’uno non si riesce mai a portare a termine nei tempi, con la spesa e con l’efficacia esistenti altrove. Non a caso siamo il Paese del «non finito»; del «non previsto»; dei decreti attuativi sempre «mancanti»; dei finanziamenti iniziali sempre «insufficienti», e se proprio tutto fila liscio siamo il Paese dove si può sempre contare su un Tar in agguato. Il potere italiano è un potere virtualmente impotente.

rispetto delle leggiPerché? La risposta conduce al cuore della nostra storia recente: perché ormai la vera legittimazione del potere politico italiano non deriva dalle elezioni, dalle maggioranze parlamentari, o da altre analoghe istanze o procedure. Svaniti i partiti come forze autonome, come autonome fonti d’ispirazione e di raccolta del consenso, l’autentica legittimazione del potere politico italiano si fonda su altro: sull’impegno a non considerare essenziale, e quindi a non esigere, il rispetto della legge.

È precisamente sulla base di un simile impegno che la parte organizzata e strutturata della società italiana — quella che in assenza dei partiti ha finito per essere la sola influente e dotata di capacità d’interdizione — rilascia la propria delega fiduciaria a chi governa. Sulla base cioè della promessa di essere lasciata in pace a fare ciò che più le aggrada; che il comando politico con il suo strumento per eccellenza, la legge, si arresterà sulla sua soglia. Che il Paese sia lasciato in sostanza in una vasta condizione di a-legalità: come per l’appunto è oggi. È a causa di tutto ciò che in Italia nessun Parlamento, nessun governo, nessun sindaco, può pensare davvero di far pagare le tasse a chi dovrebbe pagarle, di avere una burocrazia fedele alle proprie direttive, di licenziare tutti i mangiapane a tradimento che andrebbero licenziati, di ridurre l’enorme area del conflitto d’interessi, di stabilire reali principi di concorrenza dove è indispensabile, di imporre la propria autorità ai tanti corpi dello Stato che tendono a voler agire per conto proprio (dalla magistratura al Consiglio di Stato, ai direttori generali e capi dipartimento dei ministeri), di tutelare l’ordine pubblico senza guardare in faccia a anomalia italiananessuno, di anteporre e proteggere l’interesse collettivo contro quello dei sindacati e dei privati (dalla legislazione sugli scioperi alle concessioni autostradali) e così via elencando all’infinito. Il risultato è che da anni qualsiasi governo è di fatto in balia della prima agitazione di tassisti, e lo Stato è ridotto a dover disputare in permanenza all’ultimo concessionario di una spiaggia i suoi diritti sul demanio costiero.

In Italia, insomma, tra il potere del tutto teorico della politica da un lato, e il potere o meglio i poteri concreti e organizzati della società dall’altro, è sempre questo secondo potere a prevalere. Da tempo la politica ha capito e si è adeguata, rassegnandosi a non disturbare la società organizzata e i suoi mille, piccoli e grandi privilegi. Il che spiega, tra l’altro, perché qui da noi non ci sia più spazio per una politica di destra davvero contrapposta a una politica di sinistra e viceversa: perché di fatto c’è spazio per una politica sola che agisca nei limiti fissati dai poteri che non vanno disturbati. Da quello dei parcheggiatori abusivi a quello delle grandi società elettriche che possono mettere pale eoliche dove vogliono.

Ma in un regime democratico, alla fine, il potere della politica è il potere dei cittadini, i quali solo grazie alla politica possono sperare di contare qualcosa. Così come d’altra parte è in virtù del potere di legiferare, cioè grazie allo strumento della legge, che il potere della politica è anche l’origine e il cuore del potere dello Stato e viceversa. Una politica che rinuncia a impugnare la legge, a far valere comunque il principio di legalità, è una politica che rinuncia al proprio potere e allo stesso tempo mina lo Stato decretandone l’inutilità. Rinuncia alla propria ragion d’essere e si avvia consapevolmente al proprio suicidio. Non è quello che sta accadendo in Italia?

Trasporto pubblico: un referendum per i diritti degli utenti

atac sciopero

L’incidente nella metropolitana di Roma (una donna rimasta incastrata in una porta e trascinata per un lungo tratto) per quanto spettacolare e terribile non aggiunge molto a ciò che gli utenti di metropolitane e autobus già non sapessero. Si è trattato di un evento ovviamente casuale perchè il trasporto pubblico contiene in sé elementi di rischio che, forse, non possono essere del tutto eliminati, ma previsti e prevenuti sì però. Per questo le procedure di funzionamento di una metropolitana devono essere estremamente rigorose così come la guida degli autobus che percorrono le strade.

metropolitana RomaMa rigorose devono essere anche le persone che fanno funzionare il trasporto pubblico e devono porre davanti a tutto il servizio. Invece sono anni che davanti ci sono rivendicazioni sindacali e interessi di gruppi di lavoratori. Non sono gli unici perché chi dirige le aziende dei servizi, spesso, non è selezionato per le sue competenze, bensì per intrecci di interessi politici o clientelari.

Affermazioni generiche? Non tanto se si pensa al caso romano dell’Atac, azienda pubblica che gestisce il sistema dei trasporti pubblici nella Capitale. Passata attraverso vicende piuttosto scandalose ed oscure che durano da tanti anni, di fatto fallita benché infarcita di personale e dotata di un agguerrito sindacalismo non è certo l’azienda che si porterebbe come esempio dei benefici effetti della proprietà pubblica delle aziende contro quella privata nei servizi. Che il M5S dica adesso che la messa a gara del servizio cioè l’apertura ai privati dopo un monopolio di Atac che dura da sempre, non è la soluzione è un pietoso pretesto per non dire la verità.

E la verità è che Atac, Ama e le altre aziende comunali sono la prima “industria” di Roma perché occupano decine di migliaia di persone e fanno muovere miliardi di euro. Portano voti e potere per i politici che le controllano. Se gli organismi del governo locale si limitassero ad assegnare a gara il servizio e a svolgere la funzione di controllo che spetta loro perderebbero molto di questo potere, ma i cittadini avrebbero la speranza di un servizio migliore perché se chi vince la gara non sta ai patti e lavora male si può sanzionare e cambiare. Se, invece, chi lavora male è l’azienda di proprietà del comune di Roma, non la si può cambiare.

scioperoI romani ormai non si stupiscono più di niente. Due anni fa i macchinisti della metropolitana attuarono uno sciopero bianco di un mese contro l’obbligo di timbrare il cartellino. Purtroppo Atac si regola su un Regio decreto del 1931 che non cita tra le infrazioni parlare al telefono, chattare, ospitare in cabina altre persone che non dovrebbero esserci oppure mangiare come pare sia capitato nell’incidente di qualche giorno fa. E se il Regio decreto non lo dice come si fa a punire chi compie quelle azioni? Che vengono compiute costantemente tanto per dimostrare chi è che comanda sui bus e sulle metro romane. E non parliamo degli incendi che hanno colpito tanti bus andati a fuoco nell’ultimo anno. Una stranezza che capita solo a Roma. Sembra che nel trasporto pubblico romano tutto sia possibile. Tranne toccare i “sacri” diritti dei lavoratori.

No, come si dice da queste parti, le chiacchiere stanno a zero. Bisogna prendere atto che ormai nel campo dei trasporti pubblici la vera controparte delle lotte sindacali è costituita dagli utenti dei servizi, gli unici che subiscono i disagi degli scioperi o dello stato scadente del servizio. E che la moltiplicazione delle sigle sindacali ha reso obsoleta la normativa che disciplina lo sciopero nel trasporto pubblico.

mobilitiamo romaE allora che bisogna fare? Cambiare strada rendendo più difficile proclamare uno sciopero, pretendendo prima l’elenco delle adesioni in modo da poter organizzare i servizi alternativi ed eventualmente chiedendo un voto preventivo dei lavoratori. Perché è davvero troppo facile che un sindacatino proclami uno sciopero che ottiene l’effetto di paralizzare comunque il servizio perché non si sa prima chi vi aderisce.

Occorre cambiare strada. L’unico modo è che cessi il monopolio di Atac e che il servizio sia messo a gara come chiede il referendum promosso dai radicali (http://mobilitiamoroma.it/). La raccolta delle firme è in corso e ci sono sicuramente milioni di romani interessati a che le cose cambino. Non saranno interessati i dipendenti di Atac probabilmente, ma ormai è tempo che i cittadini si ribellino anche a loro. Non tanto stranamente nessun partito romano appoggia il referendum, nemmeno il Pd che avrebbe tante ragioni per cogliere l’occasione di una svolta storica. Probabilmente tutti hanno partecipato alla gestione clientelare dell’Atac e adesso hanno le mani legate. Peggio per loro. I romani giudicheranno dai fatti non dalle chiacchiere

Claudio Lombardi

Migranti: l’Italia si è fregata da sola

sbarchi migranti

Migranti. Più si va avanti e più i nodi vengono al pettine. Ovviamente nessuno può fermare le migrazioni, ma i tempi e i modi vanno governati e devono tenere conto delle società verso le quali si muovono i migranti che non possono essere solo destinatarie passive di qualcosa sul quale nessuno può intervenire. Di questo si tratta e non di una disputa di principio sul diritto degli esseri umani a spostarsi sul pianeta che, come tale, non esiste. A meno che non si riconosca un’autorità sovrannaturale cui spetta governare il mondo. Oppure a meno che ciò non avvenga nel quadro di una politica di gestione dell’accoglienza. Di questo si tratta.migrazioni umane L’Italia non può permettersi di accogliere ogni anno 200mila persone, questo ormai è chiaro. Eppure gli arrivi non si fermano. Come mai? Sicuramente con le migliori intenzioni e cioè a patto che ci fosse una ridistribuzione di migranti e che la spesa per l’accoglienza fosse scorporata dal deficit il governo italiano ha accettato che le missioni di salvataggio e pattugliamento nel Mediterraneo facessero capo al nostro Paese e che gli sbarchi si concentrassero nei nostri porti. Non si capisce se l’accordo contemplasse il ruolo delle Ong le cui navi, come è noto, si sono spinte fino davanti alla costa libica e, secondo ipotesi avanzate dai magistrati che stanno indagando in proposito, anche oltre la linea delle acque territoriali e, con modalità tali, da far pensare ad un coordinamento con i trafficanti (trasponder spenti, segnalazioni luminose, telefonate). Ciò ha portato ad uno stravolgimento delle finalità della missione Triton che non era principalmente quello di raccogliere i migranti in mare e, meno che mai, a poche miglia dalla costa libica. Triton doveva servire innanzitutto per sorvegliare le frontiere e per dare la caccia agli scafisti. Le Ong si sono assunte un ruolo e si sono prese uno spazio che non dovevano avere perché la decisione su quanti immigrati accogliere spetta ai governi e non ad organizzazioni umanitarie di varia provenienza non tutte trasparenti circa i finanziamenti e le finalità.

missione tritonLa sensazione è che l’Italia sia stata oggetto di decisioni prese da altri stati per tutelare i propri interessi nazionali e dispiace che i governi Letta, Renzi e anche Gentiloni non si siano innanzitutto assunte le responsabilità di una condotta che ha portato il Paese ad una situazione critica.

Spagna, Francia, Germania, Austria e paesi dell’est hanno messo in sicurezza le proprie frontiere con misure severe e decidendo di pagare la Turchia a suon di miliardi di euro perché assorbisse la massa dei migranti sul suo territorio. Nel Mediterraneo, invece, si è gettato sulle spalle dell’Italia la gestione di un flusso di migranti ad di fuori di qualsiasi previsione e di qualunque controllo.

Il guaio fatto nel 2011 con il rovesciamento del regime di Gheddafi adesso lo paga l’Italia e viene meno ogni solidarietà europea.

Che i migranti non siano solo un problema umanitario dovrebbe essere chiaro a tutti e la litania dell’”accogliamoli tutti” o della ridistribuzione comune per comune ha fatto il suo tempo. Renzi sui migrantiHa giustamente detto Renzi che non esiste un dovere morale di accogliere tutti perché l’accoglienza ha un senso se si riferisce a numeri limitati di persone per le quali si può pensare ad un’integrazione vera. Magari se lo avesse detto quando era Presidente del Consiglio sarebbe stato meglio invece di comunicare con la retorica del buonismo e dell’ottimismo e assumere impegni inadeguati alle nostre possibilità. Quando la migrazione diventa un fenomeno di massa destabilizza equilibri sociali, economici e umani di una comunità. L’idea di ripartirli comune per comune inoltre è una pia illusione perché ignora che si tratta di sistemare persone prive di tutto, che vanno mantenute per molto tempo e senza che abbiano nulla da fare. Soprattutto ignora che in gran parte dei casi si tratta di persone che non vogliono rimanere in Italia e, meno che mai, andare a popolare borghi sperduti sulle nostre montagne.

Quelli che arrivano sono in gran parte giovani attratti dal miraggio delle ricchezze con le quali l’Occidente si rappresenta nel mondo. La fuga dalla guerra in Siria ha permesso l’esplosione della retorica umanitaria e ha coperto un fenomeno di tipo ben diverso peraltro in atto da molti anni e che ha portato in Europa milioni di persone che non sono attratte dalla nostra cultura, dalla libertà, dalla democrazia. Ignorare le vere motivazioni di chi arriva fin qui è una forma di idealismo insensato buono per una predica, religiosa o laica, ma inutile per gestire uno Stato. Anzi dalla divaricazione tra motivazione economica e attaccamento alle proprie radici culturali derivano tante delle tensioni di un’integrazione non voluta dagli stessi immigrati.

Tutto ciò premesso si può dire che l’Italia si è fregata da sola? Sì, si può dire e bisogna che lo si riconosca e che si assumano decisioni drastiche in tempi brevi. Adesso il governo si sta muovendo bene e, sembra, con le idee chiare. Speriamo che non si faccia prendere in giro da assicurazioni e promesse. L’esplosione demografica in Africa che è prevista nei prossimi trent’anni non ammette sottovalutazioni

Claudio Lombardi

Smetto quando voglio

ricercatori

Pubblichiamo un estratto della lettera con cui Massimo Piermattei, storico dell’Integrazione europea, ha abbandonato la ricerca e l’Università. I problemi che rappresenta sono noti da decenni e costituiscono uno dei maggiori sprechi di risorse umane del sistema Italia.

Ciao, sono Massimo. Ero uno storico dell’Integrazione europea, ho 39 anni e ho deciso di smettere con l’Università. Se partecipassi a un gruppo di auto-aiuto, inizierei così. Ma è solo la mia storia. La racconto, sì, anche a scopo terapeutico. Per me stesso, o forse non solo. Ho iniziato a studiare Storia dell’integrazione europea all’università, e fu un colpo di fulmine. Dopo il dottorato ho iniziato a farmi le ossa: un periodo all’estero, un assegno di ricerca, i contratti. Da allora ho scritto due monografie e più di 25 saggi e articoli in italiano e inglese; ho partecipato a seminari e convegni portando in giro per il mondo il nome dell’università per cui lavoravo. Ma non è di questo che voglio parlare. In questi giorni ho trovato la forza di portare a termine un percorso travagliato in cui mi dibattevo da anni. Ho sempre rinviato, nella speranza che qualcosa cambiasse. Ma la svolta non c’è stata, e la scelta si è fatta improrogabile: restare o andar via?

Noi siamo diversi Chi prova a entrare nell’Accademia conosce già le sue regole, scritte e (soprattutto) non scritte. Perciò nessuno può dire: “Io non sapevo”. Si accetta liberamente, sperando che i finali amari riguardino gli altri: perché noi siamo diversi, o perché il merito, alla lunga, viene fuori. È vero, il sistema sa sedurti con mille promesse: contratti, pubblicazioni, convegni. Gli anni passano, e quando la speranza inizia a vacillare, ti ripeti: basta ingoiare ancora un po’. E giù appelli, seminari, lezioni gratuite: così l’ordinario di turno appalta gran parte delle ore che gli spettano e per le quali, tra l’altro, è pagato. Lui, non tu.

universitarioLa costante riduzione di fondi per l’Università, unita alla crescente chiusura del reclutamento, ha fatto sì che i professori ordinari abbiano visto crescere in modo esponenziale il loro potere. Sono come un imperatore che decide, con un gesto del pollice: tu sì, tu no. Certo, ci sono le “lotterie” dei bandi nazionali ed europei, ma siamo appunto nel mondo del gratta e vinci. Le tante riforme varate per premiare il merito hanno finito per danneggiare solo i più deboli. E anche quello sul merito è un ritornello stucchevole: la scarsità di soldi e di posti scatena la guerra tra chi è dentro e chi è fuori e, ancor peggio, tra poveri.

Maestri e orfani Di fatto, per entrare hai bisogno di un “maestro” che ti aiuti a costruire un curriculum spendibile e di un “tutore” che ti faccia passare i concorsi, o comunque ti garantisca posizioni e risorse: due figure che spesso coincidono. Le eccezioni ci sono, ma confermano la regola, e permettono al sistema di giustificarsi: “Vedete? È tutto trasparente”. Se non li hai, un maestro e un tutore, sei orfano, e per gli orfani non c’è futuro. Magari qualcuno ti aiuterà per un po’, ma finisce lì. E io, da un po’ di tempo a questa parte, ero orfano. Circondato da sorrisi al motto “non aderire e non sabotare”, che è poi, alla prova dei fatti, un sabotaggio. Ma pilatesco, perché manca il coraggio di dirti: “Per te non c’è posto, fai altro”.

carriera universitariaCosa può fare un orfano testardo che voglia comunque provare a costruirsi una carriera? Si dibatte tra i contratti d’insegnamento e le collaborazioni. I primi, in cambio dell’opportunità di tenere un piede dentro e farti chiamare “professore”, garantiscono pochi soldi in cambio di un’enorme mole di lavoro (l’ultimo che ho avuto era di 1.500 euro lordi per 60 ore di lezione e una decina di appelli d’esame). Le seconde, oltre a essere tassate in modo clamoroso, portano via tempo ed energie. A perderci, naturalmente, è la ricerca. Il bisogno di soldi spiega tra l’altro la figura del “marchettaro”, il fenomeno per cui uno studioso precario scopre un improvviso interesse per un argomento di cui non gli importa nulla, ma se lo studia gli danno 500 o mille euro. Spesso mesi o anni dopo la consegna del lavoro. Il tutto in un contesto umiliante, in cui si aspetta mesi un appuntamento cruciale. E chi sta dall’altra parte finge di non sapere che un intoppo burocratico può avere per te conseguenze devastanti: “Ti avevo detto che l’assegno non sarà rinnovato?”.

La retorica della fuga Conosco il ritornello: si può sempre partire, no? Comprendo bene le ragioni di chi lascia l’Italia per l’estero, ma su questo punto ha preso piede una retorica imbarazzante. È passata l’idea per cui se lavori fuori sei bravo; se hai scelto l’Italia sei, come minimo, complice del sistema. Non c’è spazio per l’ipotesi che tu sia rimasto perché non potevi espatriare o per provare a cambiare le cose. Invece sarebbe bello raccontare anche le storie di chi dedica tempo ed energie alle università italiane. Che, se continuano a popolare il mondo di eccellenze, forse così male non sono. Certo, direte: chi non riesce a entrare può sempre giocarsi le sue competenze fuori.

cervelli in fugaPeccato che i formulari degli uffici pubblici propongano sempre le stesse laconiche opzioni: diploma, laurea, altro. Ecco cos’è il dottorato di ricerca per il mondo del lavoro e per le istituzioni italiane: altro. Un pezzo di carta. Un errore di gioventù. E cosa succede al “giovane” studioso che a quasi 40 anni non ha ancora una prospettiva? Semplice: si trova a un bivio. Se insiste con la carriera, sa che una famiglia la costruirà, forse, molto più in là. Se privilegia la famiglia, le opportunità di lavoro si riducono drasticamente. I figli, poi, una catastrofe.

Quanti sacrifici hanno fatto mia moglie e i miei due bimbi perché io potessi ancora tentare. Chi si occupa di discipline umanistiche è un orfano tra gli orfani. Nel discorso pubblico, ormai da anni, vale solo la “tecnica”, la ricerca “vera”. E la Storia? Roba per perditempo. Lo studio del passato è scomodo perché mette a nudo il presente, e poi non è pop, non è fatto di anglicismi, slogan, formule. Lungi da me il denigrare la scienza: viva le macchine! Viva i laboratori! (Da qualche settimana, per vivere, vendo ricambi d’auto). Ma il nostro rifiuto della Storia è vergognoso.

E ciò che soprattutto rimane inaccettabile è lo spreco di risorse di un’intera generazione. Quante persone ho incontrato in dieci anni; quanti talenti. Quanta rabbia nel vederli appassire.Oggi sono uno di loro. Me ne vado per dignità. Non rinnego quel che ho fatto, perché mi ha fatto crescere come persona e come uomo. Non è una resa, ma un issare le vele per tornare in mare aperto. “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. Smetto quando voglio.

Il caso Charlie e i vaccini

vaccinazioni

Per Charlie Gard si sono mossi il Papa e il Presidente Usa Trump. Che succede? Come mai la sorte di un bimbo colpito da una malattia incurabile diviene un caso mondiale? Le opinioni pubbliche dei paesi più avanzati sono sempre più sensibili al richiamo di chi diffida della scienza e dei medici che la attuano nel campo della salute. La scelta tra vita e morte, quando si tratta di cure mediche, sembra diventata una questione ideologica o addirittura politica. Singoli casi, come già fu per Eluana Englaro, suscitano un’attenzione morbosa o diventano bandiere da agitare in un’oscillazione estrema tra la negazione della libertà di morire con dignità e l’affermazione di un’assoluta libertà di scelta delle cure che prescinde o contrasta con chi di quelle cure detiene le competenze scientifiche come è accaduto a lungo per i vaccini.

libertà di sceltaRoberto Burioni parla di questo in un suo recente intervento sul caso dei vaccini. Il ragionamento che svolge, però, ha un valore generale sul rapporto tra cure mediche e scelte dei singoli.

“L’Airbus A-380 atterra su 22 ruote. Sono poche? Sono troppe? Per saperlo è necessario il parere di un ingegnere aeronautico e non sono documentati casi di passeggeri che chiedano di smontare una ruota al pilota.

Il ponte che consente all’autostrada A1 di superare il fiume Po all’altezza di Piacenza ha 16 campate. Sono troppe? Sono poche? Ci vuole un esperto di ingegneria civile per dirlo, e infatti nessuno degli automobilisti che ci passa sopra si azzarda a obiettare.

In entrambi i casi ci si fida del fatto che gente estremamente qualificata, che conosce bene l’argomento, abbia fatto i calcoli corretti ed abbia deciso il giusto numero di campate o di ruote.

vaccini numeroAl contrario, sentite ogni giorno dire che “dodici vaccinazioni sono troppe” Lo dicono in tanti: parlamentari, mamme informate, padri combattenti, giornalisti d’assalto. Tutte persone che sanno di vaccini quanto di ingegneria civile o aeronautica: zero assoluto. Per motivi sconosciuti sulle ruote dell’Airbus e sulle campate del ponte tacciono, sui vaccini parlano. E dicono sciocchezze. Vediamo perché.

Partiamo da un concetto: chi usa il termine “sovraccarico immunologico” è qualcuno che non sa nulla di immunologia. Il sovraccarico immunologico non esiste, e tanto meno potrebbe conseguire alla somministrazione di dodici vaccini. Un bambino esce dall’utero materno (sostanzialmente sterile) e al momento della nascita viene invaso da moltissimi miliardi di batteri che stimolano il suo sistema immune senza sovraccaricarlo: cosa volete che facciano dodici vaccini in quindici mesi?

Ma vediamo la questione da un altro punto di vista, e spieghiamo cosa è un antigene. Un antigene è una singola sostanza che stimola il sistema immune, come una proteina purificata. Quando il bambino si provoca un graffietto nella cute o viene punto da una zanzara viene a contatto istantaneamente con migliaia e migliaia di antigeni: nei “dodici vaccini”, distribuiti in quindici mesi di vita, ce ne sono meno di centosessanta!

competenze scientificheSe pensate che una volta si vaccinasse di meno, vi sbagliate. Chi, come me, è nato negli anni 60, è stato vaccinato con un numero minore di vaccini, ma gli antigeni erano più di tremila. Oggi, grazie al miglioramento della tecnologia, i vaccini sono immensamente più sicuri ed efficaci e con meno di 200 antigeni complessivi proteggono contro dodici malattie.

Dodici vaccini, quindi, non sono troppi. Sono un modo per proteggere in tutta sicurezza un bambino – e tutta la società – da malattie pericolosissime che potrebbero avere conseguenze tragiche. Non ascoltate quindi chi vi racconta bugie sul “sovraccarico immunologico”: è un cretino tanto quanto colui che vorrebbe togliere un paio di ruote al carrello dell’aereo con il quale state per partire per le vacanze. Non consentitegli di mettere in pericolo voi, gli altri passeggeri e mandatelo al posto che gli appartiene: un bar di periferia a bersi del brandy di pessima qualità.

Dimenticavo: sempre i soliti somaroni vi dicono “i vaccini si fanno troppo presto”. E’ un’altra scemenza della quale vi parlerò la prossima volta.

PS: i dodici vaccini non sono troppi, ma sono pochi: manca quello importantissimo contro lo pneumococco, che oltre a proteggere i bambini difende pure gli anziani. Ma di questo ne parleremo in altra occasione”

Banche: un paese vocato all’azzardo morale

banche saccheggiate

La maggior parte dei cosiddetti “investitori retail” – i piccoli risparmiatori, per usare un termine di più facile comprensione – che hanno in questi anni acquistato obbligazioni subordinate degli istituti di credito dei quali erano anche correntisti non sapevano di acquistare titoli ad alto rischio, non destinati a loro.

azzardo moraleNella gerarchia dei “salvati” in una banca che fallisce ci sono prima i depositi, poi le obbligazioni senior, anch’esse garantite dal fondo interbancario, e infine le obbligazioni subordinate, che garantiscono un rendimento maggiore a fronte di un rischio maggiore, quello di essere in fondo alla graduatoria delle priorità di rimborso in caso di fallimento dell’emittente.

Chiunque si sia sentito proporre, in questi anni, di acquistare obbligazioni subordinate della propria banca, in realtà non si è visto nascondere il rischio dell’operazione, casomai il rischio gli è stato prospettato in maniera scorretta: “certo, dovrebbe fallire la banca per perdere il capitale, ma le pare che fallisce la banca?” E a riprova della fiducia generalizzata nel sistema, ad essere titolari di obbligazioni subordinate non erano solo i clienti delle banche, in cerca di un modo per assicurare un rendimento accettabile ai loro risparmi, ma anche i dipendenti delle banche stesse, impiegati e direttori di filiale, che garantivano così la bontà dell’investimento: “le pare che lo avrei fatto io, se ci fosse qualche pericolo”?

obbligazioni subordinateLa diffusione di titoli bancari subordinati in questi ultimi anni non è stata casuale, è stato un sistema per provare ad adeguarsi alle regole europee senza dover ricorrere agli aumenti di capitale e mettere a repentaglio gli assetti proprietari e gli equilibri di potere delle banche e delle fondazioniespressione della politica locale – che le controllano. A garanzia degli investimenti delle banche a famiglie e imprese deve essere accantonato un capitale adeguato, e le banche italiane sono sottocapitalizzate e intossicate dai “bad performing loans”, ovvero i crediti che non riusciranno più a incassare. Come mettere da parte capitale a garanzia dei nuovi investimenti, quando la maggior parte è immobilizzato a garanzia dei vecchi, senza essere costretti a vendere quote della banca stessa? La soluzione è stata trovata con le obbligazioni subordinate vendute ai piccoli risparmiatori: un rendimento accettabile in tempi come questi, a fronte dell’assenza di garanzia sul capitale in caso di bail-in: “ma le pare che fallisce la banca, signora mia?

banche venete salvateOggi, nel caso delle banche venete “salvate” (ma sarebbe meglio dire “liquidate”) a spese dei contribuenti, anche a chi ha acquistato obbligazioni subordinate al momento della loro emissione viene garantito il capitale per l’80% dal fondo interbancario e per il 20% da Intesa. La quale Intesa si vede riconoscere dallo Stato circa 4 miliardi a garanzia dell’investimento nella Good Bank, per la stessa ragione di cui sopra: evitare gli aumenti di capitale che sarebbero necessari per farci il favore di “mettersi in pancia” quel che resta di buono di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza, e i conseguenti scossoni agli assetti di potere che ne deriverebbero.

Quindi, alla fin fine, si può dire che chi piazzava azioni subordinate del proprio istituto di credito ai propri clienti, per usarli come prestatori di ultima istanza, aveva ottime ragioni per farlo. Non stimava il rischio in maniera scorretta, ma lo prezzava come lo si può prezzare in un paese strutturalmente vocato all’azzardo morale e alla collettivizzazione delle perdite a seguito della privatizzazione dei profitti.

Il decreto del Governo sulle banche venete, oltre a sfilare 17 miliardi dal portafogli dei contribuenti presenti e soprattutto di quelli futuri, sancisce in maniera definitiva che tutto potrà ricominciare come prima, almeno fino al momento che non arriverà, benvenuta, una troika a mettervi fine una volta per tutte.

Giordano Masini tratto da http://stradeonline.it

Un anno di Virginia Raggi

Virginia Raggi un anno

Un anno alla guida del comune di Roma non è sufficiente per risolvere i problemi di una città disastrata da anni di cattiva amministrazione. È però abbastanza per capire l’aria che tira cioè lo stile di governo, la preparazione, l’orientamento, la coerenza, il coraggio di chi – Virginia Raggi e il M5S – si è proposto ai cittadini romani come l’unica forza politica in grado di “cambiare tutto”. Proviamo a delineare un quadro con le citazioni di tre fonti giornalistiche: il “mitico” sito Romafaschifo.com, il Sole 24 Ore e La Stampa.

Roma fa schifoDecisamente adirato l’articolo di Romafaschifo già nel titolo chiarisce il suo giudizio: “Il disastro Raggi che nessuno avrebbe potuto prevedere”. L’analisi è impietosa e i giudizi drastici: “ci preme più di ogni altra cosa sgombrare il campo dall’equivoco che sta sempre di più girando, che sempre di più si legge e si ascolta: “non hanno fatto niente”, stiamo uscendo da “un anno di nulla”.

(…) Questi hanno fatto eccome. Questi “nuovi” amministratori, totalmente privi di scrupoli e abili nel sotterfugio e nella menzogna oltre ogni dignità, hanno messo in piedi in soli 12 mesi un meccanismo di presa del potere, di gestione delle clientele, di favori alle lobbies ed ai portatori di voti che fa impallidire tutta la vecchia politica.

(….) A Roma il Movimento 5 Stelle si è accomodato al potere, si è alleato a doppio filo con tutte le più micidiali cricche che hanno depresso, ucciso e trafitto la città negli ultimi decenni. (…)Da tutta la vecchia politica il M5S ha preso sistematicamente il peggio, distillandolo”.

delusione m5s RomaL’articolo prosegue parlando “di scelte forsennate che costeranno crisi, declino e povertà per molti anni a venire e che sarà difficile se non impossibile risanare anche qualora a breve dovesse arrivare una amministrazione degna di questo nome. Tutto si svolge in un clima di ostilità medievale, di opacità totale (….), di bugie e negazione della realtà”. Segue analisi dettagliata di 24 punti che avvalorano tale giudizio (www.romafaschifo.com).

Più misurata l’analisi del Sole 24 Ore. “Nessuno si aspettava miracoli in una città ferita da Mafia Capitale e gravata da un debito monstre di 12 miliardi di euro. Ma l’operato della giunta pentastellata ha deluso” (…) Vuoi per gli inciampi sulle nomine e la scarsissima trasparenza – costati alla sindaca due avvisi di garanzia (….) – vuoi per l’assenza di svolte nei due settori chiave per i servizi: trasporti e rifiuti. Vuoi per il fiancheggiamento ai tassisti e agli ambulanti (…)”.

Nell’articolo si esaminano le promesse mantenute e quelle mancate. Fra le prime l’approvazione del bilancio entro i termini di legge; il NO alle Olimpiadi; il sì allo stadio della Roma sia pure con cubature ridotte, il che ha portato ad una riduzione dell’investimento privato accompagnato da un ridimensionamento delle opere pubbliche legate al progetto originario approvato dalla giunta Marino; gli accordi sindacali per la concessione del salario accessorio e la definizione del contratto decentrato con i 23mila dipendenti del Campidoglio.

rifiuti RomaL’elenco delle promesse mancate è breve, ma contiene i capitoli cruciali per il funzionamento della città. In primo luogo c’è il pasticciaccio brutto delle nomine. In un clima di assoluta opacità e di lotte interne si è consumata l’ascesa, il declino o l’allontanamento di capi di Gabinetto, assessori al bilancio, capi della segreteria. Un assessore chiave come quello all’ambiente si è dovuta dimettere perché indagata (Paola Muiraro). Una figura chiave e potente (Raffaele Marra, il vero braccio destro della sindaca) è finito in carcere con l’accusa di corruzione. I vertici di Ama e Atac insediati da poco e in lotta contro i gruppi di potere interni sono stati spinti alle dimissioni.

La seconda promessa mancata è il riordino delle partecipate vero snodo del potere romano. In attesa sono stati ripristinati i CdA soppressi al tempo di Marino. In Atac, di fatto fallita, guasti, evasione del biglietto e roghi dei bus testimoniano di una situazione fuori controllo. L’azienda dei rifiuti Ama ha tassi di assenteismo e di inabilità al lavoro esagerati nonché mezzi inadeguati. La situazione di rifiuti è sotto gli occhi di tutti e sconta le ingenuità e il velleitarismo di un’amministrazione che ha proclamato il suo NO a discariche e inceneritori, ma che per smaltire la spazzatura si affida ai “viaggi della speranza” verso inceneritori e impianti di smaltimento lontani da Roma.

ambulanti RomaUltima promessa mancata la verifica del debito pregresso che pare non si possa proprio fare pur essendo stata sbandierata in campagna elettorale. Il risultato è che i cittadini romani pagano l’addizionale Irpef più alta d’Italia.

L’analisi de La Stampa parte da una ricognizione dei numeri “per capire quanto disti un anno di realtà dalla rappresentazione che ne fanno i suoi vertici”. Ebbene su 227 ordinanze della sindaca ben 149 “hanno a che fare con nomine, revoche o deleghe assegnate ad assessori e dirigenti”. Cioè “La Raggi ha passato gran parte del tempo da sindaco a occuparsi di poltrone: la sua giunta ha messo a contratto 102 collaboratori esterni, dodici in più di quelli nominati da Ignazio Marino, quindici in più dell’era Alemanno”. Nonostante ciò in “Campidoglio mancano ancora il capo di gabinetto e due assessori (Lavori pubblici e Servizi sociali). In un anno sono cambiati il vicesindaco, l’assessore all’Ambiente, quello all’Urbanistica, due volte il titolare del Bilancio. Solo all’Ama si sono avvicendati quattro amministratori delegati e due direttori generali”.

guasti AtacL’Azienda dei rifiuti è la chiave del successo o del fallimento del governo Cinque Stelle della città. Lo smaltimento dei rifiuti a Roma costa quattro volte quello di Milano, perché Ama è in grado di trattarne appena il 20 per cento: il resto lo paga ai privati e per trasportare l’immondizia in giro per l’Europa. Fra promesse di “modelli spagnoli”, “chilometri zero” e “riutilizzo totale degli scarti” nell’ultimo anno la situazione è persino peggiorata”.

Ma “in realtà gli atti rilevanti votati finora in consiglio comunale sono solo due: il via libera preliminare allo stadio della Roma e l’adozione di un nuovo regolamento sugli ambulanti che aggira l’obbligo di gara previsto dalla direttiva Bolkenstein già ribattezzato “salva Tredicine” dal nome della famiglia proprietaria di decine di camion e bancarelle”.

Continua l’articolo: “se ci accontentassimo degli annunci la Raggi si meriterebbe un dieci. Prendiamo le strade. Il sindaco rivendica un piano buche e porta con sé le fotografie di alcuni tratti rifatti, ma nel frattempo per ovviare alla scarsa manutenzione, in tre arterie della città – Aurelia, Cristoforo Colombo e Salaria – è stato imposto il limite a trenta all’ora”.

Anche sul versante trasporti le cose vanno piuttosto male come dimostra la quantità di guasti e di incendi che affligge i mezzi dell’Atac mentre ancora non si sa che fine farà l’unica opera in corso, la metro C.

La conclusione  è sconsolata: “per chi come la Raggi amministra la cosa pubblica e non ha sufficiente esperienza politica dire no è più semplice di un sì. Ad una olimpiade, a un nuovo impianto di trattamento dei rifiuti o allo scavo della metropolitana. Ma talvolta i no possono essere fatali all’immagine della città”.

A cura di Claudio Lombardi

Perché non abbiamo il Mattarellum

legge elettorale mattarellum

Ma come mai stiamo ancora qui a girare intorno ad una legge elettorale che sembra la pietra filosofale che tutti cercano e che nessuno trova? Obiettivamente è una perdita di tempo colossale che ha frenato il Parlamento ed ha condizionato alleanze e governi. Una spiegazione ce la fornisce il Foglio con un articolo nel quale si risale alla sentenza della Corte Costituzionale del 4 dicembre 2013 con la quale si dichiarò incostituzionale la legge Calderoli cioè il famoso Porcellum. In quella occasione i giudici decisero di abrogarla parzialmente lasciando in vigore soltanto alcune norme e creando le premesse perché si dovesse pensare ad una nuova legge elettorale. Avrebbero potuto fare diversamente? Secondo il Foglio sì, i giudici avrebbero potuto abrogare totalmente il Porcellum provocando l’automatica reviviscenza della legge precedente, l’altrettanto famoso Mattarellum.

corte costituzionaleI giudici scelsero la strada dell’abrogazione a pezzi, secondo il Foglio, per ragioni squisitamente politiche e cioè per non pregiudicare il minimo di stabilità che si era raggiunto in un Parlamento che era stato eletto soltanto pochi mesi prima. D’altra parte le forze politiche non manifestarono alcun interesse per il ritorno al Mattarellum e così rinunciarono ad esercitare sui giudici qualunque forma di pressione persuasiva (moral suasion). Nulla di scandaloso: i giudici infatti non decidono in un empireo fatto di norme astratte, ma tengono conto degli effetti delle loro decisioni e del contesto.

Fu così che il Parlamento dopo quel 4 dicembre ebbe come suo compito precipuo quello di approvare una legge elettorale valida per poi concludere la legislatura ed andare a nuove elezioni. Ovvio, ricordiamo tutti il coro di sottofondo che ad ogni passo denunciava la pretesa illegittimità del Parlamento in carica e, dunque, non ci si può stupire che la ricerca di una legge elettorale fosse avvertita come un’esigenza primaria.

Ricerca quanto mai difficile. Si trattava pur sempre di quel Parlamento che dimostrò la sua incapacità di eleggere persino un Presidente della Repubblica e che acclamò Napolitano che accettò il reincarico con un discorso molto duro nei confronti dei parlamentari.

mozione GiachettiEh ma allora perché non l’hanno proposto i partiti di maggioranza il ripristino del Mattarellum magari anche anticipando il giudizio della Consulta? Già, perché? Un passo indietro. Nel maggio del 2013, appena si seppe della decisione della Cassazione di inviare alla Consulta il ricorso sulla legge Calderoli, partì un’iniziativa trasversale di 84 parlamentari di varie forze politiche promossa da Roberto Giachetti del Pd a favore del ritorno alla legge del 1993. Incredibilmente questa iniziativa fu duramente contrastata dall’allora Presidente del Consiglio Enrico Letta perché in quel momento il governo era sostenuto da una maggioranza tra Pd e Forza Italia e quest’ultima era fortemente contraria al sistema elettorale precedente a quello voluta da Berlusconi nel 2005.

In quel momento il Pd era diretto da Guglielmo Epifani succeduto a Bersani che si era dimesso proprio agli inizi di maggio. Giachetti fu lasciato solo e la sua iniziativa cadde. È legittimo pensare che il gruppo dirigente di quel partito fu totalmente d’accordo con Letta e ignorò la questione di un Parlamento eletto con una legge che sarebbe stata certamente abrogata dalla Corte Costituzionale e la cui operatività sarebbe stata messa in discussione perché da quel momento il tema dominante della legislatura non sarebbe più stato il governo del Paese, bensì la legge elettorale da approvare.

Il governo Renzi travolse questo italico tirare a campare imponendo una legge elettorale nettamente maggioritaria e una riforma costituzionale rivoluzionaria entrambe travolte nel referendum del 4 dicembre.

Ed ecco perché stiamo ancora qui a parlarne come se fosse un problema irrisolvibile

Claudio Lombardi

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