Lettera aperta sui vaccini alla Sen. Taverna

Cara Senatrice Taverna sono estremamente delusa come italiana, come cittadina e come medico, da quello che ha detto in materia di vaccini..

Ha reso questo paese non più libero, ma oppresso dall’ignoranza e dalla cecità.
Ogni anno milioni di volontari sanitari rischiano la vita in giro per il mondo per salvare migliaia di piccole vite da malattie che hanno decimato intere popolazioni.
E noi, del mondo ricco e civile, torniamo indietro di mille anni contro ogni ragione.
I nostri bambini non sono bestiame. Sono solo bambini a cui garantiamo un futuro.
Perché non proibiamo anche tutte le altre scoperte scientifiche che hanno cambiato la sopravvivenza dell’uomo moderno e che hanno comunque possibili complicanze?
Proibiamo TUTTE le chirurgie.

Proibiamo il vaccino anti HPV contro i tumori della cervice uterina.

Proibiamo LE CORONAROGRAFIE CON PCI primarie che ogni giorno salvano la vita a centinaia di persone colpite da infarto.

Proibiamo la trombolisi primaria per tutti i pazienti colpiti da ictus cerebri.
Proibiamo le trasfusioni.

Proibiamo gli antibiotici.

Spegniamo la luce, torniamo nel medioevo.

Ma non ci chieda poi…a noi medici…di fare miracoli che volete distruggere.

Non ci chieda di piangere la morte dei nostri bambini.

La piangiamo da oggi. La piangeremo domani. Impotenti davanti ad una “politica” che riduce a voti politici e twittate la scienza.

Mi vergogno onorevole. Mi vergogno profondamente.

Mi vergogno di essere rappresentata da lei e chi pensa sia giusto non vaccinare.
Mi vergogno di stare in un paese in cui le decisioni sulla sanità e sicurezza pubblica, perché è di questo che si tratta, vengono prese da persone non preparate sulla materia, non adeguate nemmeno lontanamente al parlarne pubblicamente e criticamente.

Per fare il mio lavoro, il medico anestesista rianimatore, ci vogliono 6 anni di università, 1 anno di abilitazione statale e 5 anni di scuola di specializzazione. Ci occupiamo di vite. È normale. Doveroso. Importante.

Per fare il suo lavoro Senatrice, basta prendere voti. Parlare sui social. Avere fortuna. Essere nel momento giusto con le persone giuste e al posto giusto.

E questo non è giusto.

Perché voi per un voto condannate il nostro paese al ritorno delle malattie che avremmo dovuto debellare.

Condannate bambini al rischio di non poter crescere.

Condannate noi a guardare il vostro irresponsabile scempio con responsabile impotenza.
È un mondo ingiusto il nostro Senatrice. È un paese ingiusto il nostro.

Ma soprattutto è ingiusto che chi come Lei, accompagnata da cattivi consigli ed ignoranza dovuta al suo non essere competente in immunologia e malattie infettive, non sarà costretta a vedere un bambino morire di morbillo.

Lei non lo farà.         Lei e i suoi colleghi politici amanti dei selfie, dei social, dei video mentre siete al lavoro…non li vedrete.

E quando sarà il momento…darete la colpa qualcun altro.

Dorma bene Senatrice stanotte. Dorma bene Senatrice sempre.

Lo faccia anche per me. E per tutti i miei colleghi a cui ha tolto il sonno, la speranza, e la serenità.
Vorrei avere la sua ostentata sicurezza. Vorrei poter credere ancora di poter fare il mio lavoro nel migliore dei modi in questo mio paese che non riconosco più…e di cui mi vergogno.

Dorma bene Senatrice. E si ricordi sempre che il mio lavoro è un privilegio, e dovrebbe esserlo anche il suo.

Silvia Braccini, medico

Quattro passi nel delirio agostano nazionalista-socialista

Il mese di agosto è, per tradizione, quello in cui le forze politiche sparano più idiozie del solito, oltre che quello in cui i giornali devono saturare la foliazione di luoghi ancor più comuni del solito. Quest’anno la situazione è simile ma differente. Perché abbiamo un esecutivo che danza sull’orlo di un vulcano attivo, perché si è già innescata una copiosa fuga di capitali dall’Italia, perché le iniziative legislative sono qualcosa di demenziale, ad essere gentili, e perché le dichiarazioni alla stampa hanno frequenza direttamente proporzionale al tasso di stupidità delle medesime.

Prendete la rassegna stampa di oggi. In essa scoprite che la maggioranza starebbe raggiungendo una convergenza su un controllo pubblico integrale di Alitalia, senza partner industriale, cioè senza vettore estero nell’azionariato, e per questo compito sarebbero stati individuati Ferrovie dello StatoCassa Depositi e Prestitie la sua controllata Poste italiane. Almeno, questo è quanto scrive oggi Nicola Lillo su La Stampa.

Come ho già commentato giorni addietro, la partecipazione di CDP in un’azienda decotta non è un vero ostacolo: basta gemmare da CDP una finanziaria ad hoc, che come tale non è soggetta ai vincoli di investire in soggetto “viable“, cioè economicamente vitale, come dicono gli anglosassoni. Oppure si può creare una newco, che come tale non ha una storia di perdite cumulate ma solo un meraviglioso business plan da guardare con gli occhiali da sole.

Se davvero l’orientamento governativo è questo, prepariamoci ad un bagno di sangue, visto che obiettivo dei nostri nazionalisti socialisti è quello di mantenere gli attuali livelli di occupazione. Meravigliosa la frase pronunciata stamane a Radio24 da Luigi Di Maio: “Alitalia deve essere un’azienda che ci consenta di gestire i flussi turistici del futuro con una regia politica”. Chissà che gli è accaduto, da bambino.

Altro tema estivo che ha protagonista il piccolo nordcoreano Di Maio è il tormentone Ilva, in cui si chiede ad Arcelor Mittal di prendersi in carico tutti i livelli occupazionali correnti, e nel frattempo si invoca l’Avvocatura dello Stato per valutare l’annullamento in autotutela della gara che ha assegnato la società siderurgica. Quando si dice dare certezza ad un negoziato… Soprattutto considerando che Di Maio pare non voler tenere in carico al pubblico gli esuberi precedentemente identificati. Forse, in luogo di 3.500, è preferibile avere 14 mila persone in carico al pubblico, chissà.

Ancora una volta, l’Italia si pone come la grande benefattrice d’Europa: non solo il rischio dissesto sul Btp è in crescita, ed il rialzo dei rendimenti sui nostri titoli pubblici innesca un movimento di “flight to quality” che porta ad acquisti sugli altri titoli di stato europei, iniettando in tali paesi uno stimolo espansivo rigorosamente Made in Italy. Nel caso di Ilva, se l’impianto dovesse chiudere, avremmo tagliato una robusta quantità di eccesso di capacità produttiva europea e globale nell’acciaio, con conseguente sostegno ai prezzi ed agli utili dei produttori rimasti. L’Italia, per parte sua, dovrebbe importare acciaio e potrebbe quindi spianare il suo surplus commerciale, come nei desideri del prestigioso economista che guida pro tempore gli Affari europei nel nostro esecutivo. Perché, come sapete, c’è questa corrente di pensiero secondo cui un avanzo commerciale è tutta domanda interna distrutta, signora mia.

Ma forse le cose non andranno così: forse Arcelor Mittal si ritirerà, e verrà sostituita da un gruppo di investitori solo tricolori: che ne dite di Ferrovie, CDP, Poste?

Sempre dalla rassegna stampa di oggi, si legge anche che la maggioranza starebbe convergendo verso “quota 100” nelle pensioni finanziando la manovra con la famosa “pace fiscale” cara a Matteo Salvini. Almeno, questo è quanto si legge oggi sul Messaggero, a firma di Marco Conti. In pratica, si dovrebbe pagare a saldo e stralcio il 25% del dovuto, sia su cartelle esattoriali sino a centomila euro che su liti in corso. Che poi, è esattamente il contrario di quanto suggerito dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che nei giorni scorsi ipotizzava semplicemente rateizzazioni del dovuto, non scontato. Il gettito stimato da questo saldo e stralcio, una dozzina di miliardi in due anni, servirebbe a finanziare la quota 100 nelle pensioni. Se vi chiedete come sia possibile finanziare con misure una tantum una maggiore spesa corrente permanente, sono con voi.

Ancora, la “lotta allo spread”: ieri, in una intervista ad Amedeo La Mattina su La Stampa, il sottosegretario leghista alle Infrastrutture, Armando Siri, è tornato ad ipotizzare il patriottico riacquisto del debito pubblico italiano in mano agli stranieri, precisando meglio il suo pensiero:

«Il problema del debito pubblico deve essere ridimensionato perché a 2.200 miliardi di debito pubblico corrispondono 5.000 miliardi di risparmio privato. Il problema è costituito dai titoli di Stato che sono nelle mani di soggetti stranieri. Noi dovremmo essere in grado di incentivare le famiglie ed i risparmiatori in titoli di stato, offrendo loro sgravi fiscali.

Io con un gruppo di esperti stiamo lavorando a una proposta dettagliata che verrà presentata ai presidenti delle commissioni bilancio e finanza della Camera e del Senato e al ministro dell’Economia: la creazione di uno strumento individuale di risparmio che va in questa direzione. Se la maggior parte del debito pubblico fosse nelle mani dei italiani non ci sarebbe più il problema dello spread»

Ecco, giusto: creiamo i Pir del debito pubblico italiano, abbiamo già l’acronimo: Siri, strumento individuale di risparmio italiano. Qualcuno però avverta il leghista che la manovra è infattibile, perché lo stesso beneficio fiscale andrebbe esteso anche a titoli Ocse. Di tutte le altre criticità, diciamo così, di questa meravigliosa idea del signor Siri, giornalista pubblicista senza laurea, ho già scritto qui.

Che dire di questo fil rouge nel delirio, quindi? Che la speranza è che si tratti di amplificazione giornalistica agostana di sussurri etilici orecchiati in malo modo. Perché, se così non fosse, credo che avremo nell’ordine il declassamento a spazzatura del debito pubblico italiano, tra il 31 agosto ed inizio settembre, un violento attacco speculativo al debito pubblico che nessun buyback “segreto” del Tesoro potrebbe contenere, ed il rapido avvitamento del paese nel caos.

Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Il governo della paura

La paura è una reazione naturale di fronte ad una situazione di pericolo. Lo è anche verso ciò che non si conosce, non si capisce o si pensa di non poter controllare. Chi ha un ruolo di guida, però, dovrebbe dominare la paura e trasformarla in lucida analisi della realtà e in azioni razionali. Proprio quello che Lega e 5 Stelle non fanno. Il governo della paura non è una trovata propagandistica, ma una definizione che corrisponde alla realtà.

Salvini per anni si è fatto conoscere per la sua aggressività, per la volgarità, per la superficialità rozza con la quale ha affrontato qualsiasi problema politico e sociale. Le sue maniere rudi parlavano ad un elettorato che vi si rispecchiava. Invece di mostrarsi in grado di gestire la complessità Salvini raccontava agli italiani che le questioni si dovevano affrontare con le maniere forti. Ora che la Lega è accreditata di un’enorme crescita di consensi si capisce che molti italiani confidano sul serio in una politica manesca e ignorante. Sicuramente sono stati delusi dalle esperienze passate. Tuttavia il paradosso è che ognuno lo fa dal suo punto di vista convinto che il suo riferimento politico – Salvini – lo faccia suo, ma ignorando che in realtà l’atteggiamento da bullo nasconde un’indeterminatezza di scelte che prima o poi verrà fuori. La Lega presalviniana ha dato una discreta prova nel governo di comuni e regioni, ma giungere con Salvini a dominare la politica nazionale sembra decisamente andare oltre le sue possibilità.

Per questo motivo l’esasperazione dei toni che ha caratterizzato questi due mesi del Salvini egemone sul governo è pericolosa: eccita gli animi della gente e crea il terreno favorevole a violenti, idioti e disagiati mentali per uscire allo scoperto e compiere le azioni che corrispondono al loro livello intellettuale (maltrattare una persona di colore, fare il tiro al bersaglio su un operaio, insultare, aggredire); nello stesso tempo crea problemi all’Italia sul piano internazionale. Al suo attivo Salvini vanta un paio di navi dirottate in porti spagnoli, ma il Consiglio Europeo di un mese fa ha dato uno schiaffo in faccia all’Italia.

Considerazioni analoghe si possono fare per il M5S. In questo caso non ci sono le esibizioni manesche, ma una rabbia ben coltivata da anni di campagne scandalistiche e diffamatorie. Anch’esse hanno proposto soluzioni semplici a problemi complessi, ma puntando sul sospetto e sull’utopia. Sospetto verso tutti quelli indicati come casta di parassiti sulle spalle del popolo. Utopia che è possibile realizzare a condizione di espellere dalla vita pubblica tutta la gente che c’era prima dell’avvento dei 5 stelle.

Come osserva Marco Ruffolo in un recente articolo su Repubblica dietro la concreta azione di governo del M5S sembra esserci l’idea semplificatrice di un potere che automaticamente consente di raggiungere i risultati desiderati purchè sia eliminato tutto ciò che si frappone tra governo e popolo (lobbies, partiti, mercati ecc).

Ciò significa che il successo dell’azione di governo dipende più dal grado di volontà politica nel fare le cose che dalla capacità di superare difficoltà strutturali, di sporcarsi le mani nella dura amministrazione. Con questa impostazione le proposte fondamentali che il M5S ha messo nel suo programma assumono quasi un potere taumaturgico. Reddito di cittadinanza, abolizione dei vecchi vitalizi (quelli nuovi sono stati aboliti nel 2012), taglio delle “pensioni d’oro”, vincoli ai contratti a termine, ripudio degli accordi sul libero scambio commerciale, blocco della vendita di Alitalia, rimessa in discussione della gara per l’Ilva e della Tav. Tutte scorciatoie presentate come risolutive, ma tutte poggiate su un forte incremento di spesa pubblica corrente che si traduce in un rinnovato intervento dello Stato che offre assistenzialismo invece di politiche di sviluppo.

Una semplificazione di vecchia data per i 5 stelle che naturalmente si è scontrata con i vincoli di bilancio europei. Messa da parte per ora l’idea grillina di indire un referendum per l’uscita dall’euro (ma riproposta da Beppe Grillo) Di Maio si barcamena tra minacce e annunci solenni che si traducono nella conquista di posti in cariche di nomina governativa.

Il governo del cambiamento lo sta sicuramente realizzando con la spartizione di ogni genere di poltrona piazzando gente di fiducia negli incarichi di responsabilità senza fare mistero di aspettarsi da tutti collaborazione per la realizzazione del programma di governo senza più distinzione di ruoli e di funzioni.

I 5 stelle non sono cambiati. Vivono il mercato cioè la concorrenza e gli scambi commerciali come il regno delle multinazionali sede di tutti i mali. La loro visione del mondo è sempre improntata al complottismo, molto consolatorio per quelli che non vogliono o non sanno comprendere la realtà con tutte le approssimazioni, le ingiustizie e i compromessi che caratterizzano la storia dell’umanità. Un complottismo che rivela una grande paura del mondo. I 5 stelle al governo stanno fermi su posizioni difensive e punitive dando l’impressione di un grande attivismo.

Soltanto con questa mentalità immatura e rozza, si può comprendere un ministro del lavoro e vice Presidente del Consiglio che denuncia un complotto per una relazione tecnica (tecnica appunto ed obbligatoria) ad un disegno di legge del governo. Di Maio ci mette di suo un’abilità teatrale nel recitare la parte dell’irreprensibile che sorride, ma può anche minacciare. Come ha fatto al congresso della Coldiretti a proposito del Ceta annunciando la cacciata dei funzionari governativi che conducono la trattativa (per dovere di ufficio) e l’immediato voto contrario del M5S per rigettare l’Accordo. Poi è intervenuta la Lega (e la Confindustria e le categorie produttive) i toni sono calati e la questione è stata accantonata. Anche perché il Ceta non arriverà in Parlamento tanto presto. Ma Di Maio ha fatto la sua recita da bravo interprete di idee elaborate da altri

Claudio Lombardi

Il governo non vuole vedere la realtà

Era il 4 marzo. Poi è arrivato il 1° giugno e ci ha portato il governo Conte basato sul contratto tra Lega e M5S. Oggi è il 14 luglio. È presto per dare giudizi, ma la prima impressione è che il governo Lega – M5S non sappia che pesci prendere. Per dirlo meglio: le proposte manifesto del contratto (flat tax e reddito di cittadinanza) bisogna metterle da parte perché gli equilibri di bilancio sono più precari di prima e il grande problema dell’Italia non è l’euro o l’Europa, ma il debito che va continuamente rifinanziato. Se chi presta ha l’impressione che il debitore barcolla è ovvio che è spinto a chiedere più interessi o uscire dal mercato italiano. Non è un’ipotesi, ma è quello che sta già avvenendo con il rialzo dei tassi e con il trasferimento di capitali all’estero. Si vede che la coppia Di Maio – Salvini non ispira molta fiducia.

Dunque il governo deve volare più in basso della propaganda che lo ha consacrato. Ma, siccome qualcosa bisogna pure dare in pasto all’opinione pubblica, si ricorre ad un tema classico del repertorio della Lega: i migranti. I toni e gli atti sono da emergenza, ma in una situazione che, grazie alla politica praticata dal governo Gentiloni, vede una diminuzione degli sbarchi dell’80%. Si sfrutta la paura del futuro e l’onda lunga dello scontento per il disordine degli anni passati (perché disordine c’è stato e anche spreco di soldi pubblici). Ma si sfrutta anche una profonda divisione tra i paesi europei e le rispettive opinioni pubbliche che considerano l’immigrazione un rischio dal quale bisogna star lontani. Ovviamente poi la realtà ha molte facce perché gli immigrati sono pur sempre essenziali per far funzionare apparati economici e servizi. E molti altri saranno necessari, secondo tutte le previsioni, nel prossimo futuro. Strano perché lì dove sale il timore di essere invasi (a prescindere dai numeri) non si tiene conto dei tanti che sono già inseriti in quelle realtà. Sono tutti arrivati con regolare contratto di lavoro?

Ovviamente non ci sarebbe questa situazione se l’immigrazione fosse stata gestita con canali di ingresso regolari nel passato e se nessuno avesse pensato di sconvolgere il Medio Oriente e il Nord Africa con le guerre e abbattendo gli stati. Ma le cose sono andate diversamente.

Ci ritroviamo un Salvini che agita il “suo” ministero dell’interno come una minaccia e pensa di governare una situazione così difficile bloccando le barche una per una e costringendo Francia, Spagna o Malta ad accoglierne qualcuna. Può essere che il braccio di ferro funzioni, ma se non si cambia la situazione in Africa non servirà a nulla. D’altra parte se gli sbarchi sono diminuiti dell’80% non è perché il governo precedente ha chiuso i porti, ma perché ha concentrato la sua attenzione oltre il Mediterraneo.

Comunque il governo Conte in Europa non ha raggiunto nessun risultato. Anzi, l’unica decisione importante (Consiglio europeo) ha visto l’Italia perdente perché il Trattato di Dublino resta com’è e i profughi possono essere inviati in altri paesi solo su base volontaria.

Sull’altro versante, quello dei 5 stelle, si è pensato di replicare al protagonismo salviniano con un bel decreto-legge. Nella più pura tradizione della Prima Repubblica è un decreto-legge che non doveva essere emanato perché contiene misure disomogenee e perché non risponde ai requisiti di straordinaria necessità ed urgenza richiesti dalla Costituzione.

La parte più sostanziosa riguarda i contratti di lavoro a tempo determinato che vengono scoraggiati. Anche quelli a tempo indeterminato vengono gravati da un costo maggiore nel caso di licenziamenti senza giusta causa. E basta. Niente politiche attive del lavoro, niente tagli dei contributi per chi assume. Una tipica legge manifesto con la quale si può dire di aver fatto qualcosa di utile solo perché la si valuta prima che produca i suoi effetti. Che i posti di lavoro non si producano per legge continua ad essere un mezzo tabù.

Sia Lega che M5S cercano di mostrarsi tenacemente determinati ad ottenere risultati sui temi con i quali più si sono identificati sapendo che poco possono fare e quel poco lo devono esibire come se fosse molto di più.

Ma sono queste le vere urgenze di fronte alle quali si trova l’Italia?

Completamente oscurati dal clamore suscitato da una singola barca di migranti sono usciti dei dati previsionali della Commissione Europea che certificano la diversa velocità alla quale viaggia la nostra economia rispetto a tutte le altre.  

Nel 2018 l’Italia crescerà dell’1,5%, contro una media della zona Euro del 2,3% e una media dell’Unione Europea del 2,5%. Andrà ancora peggio nel 2019, dove i Paesi con l’Euro cresceranno del 2%, quelli dell’Europa a 27 del 2,2% e noi ci fermeremo all’1,2%. Dunque peggio di noi nessuno. Non si può certo dire che sia colpa dell’euro perché quelli che crescono ce l’hanno proprio come noi. Del rigore di bilancio? Nemmeno, perché ci sono Paesi che se lo sono persino auto-imposto che funzionano molto meglio di noi.

Per quanto tempo possiamo far finta che le cause dei nostri mali vengano dall’esterno (l’euro, la finanza, Soros, i tedeschi, i migranti) e non invece da un sistema malato che sta frenando l’Italia da almeno vent’anni? Pensiamo ancora di poter sopravvivere tenendoci tutti i nostri panni sporchi fatti di sprechi e inefficienze (nonché rendite, ruberie, privilegi) sbraitando per rivendicare chissà quale sovranità perduta? Chissà perché evasione fiscale, burocrazia ottusa, criminalità organizzata, incertezza del diritto non devono essere considerati i nostri principali nemici? Forse perchè nessuna forza politica ha il coraggio dimisurarsi sul serio con questi temi?

Prima o poi dovremo prendere atto con serietà che se siamo ultimi in Europa è per problemi nostri. E prima o poi dovrà esserci un governo che parte da qui senza distrarci con l’esibizione dei suoi capi popolo che i nostri veri problemi non sanno e non vogliono affrontarli

Claudio Lombardi

Boeri Salvini migranti pensioni lavoro

Non passa giorno che Salvini non dica qualcosa sul suo tema preferito: i migranti. Giorni fa il presidente dell’Inps Tito Boeri ha illustrato la relazione annuale che l’istituto da lui diretto deve presentare al Parlamento. Nell’ambito di un’analisi basata su dati incontestabili ha affermato che i contributi pensionistici pagati dai e per i lavoratori immigrati e regolarmente occupati sono indispensabili all’equilibrio del sistema pensionistico. Salvini si è infuriato. Ma le affermazioni di Boeri corrispondono ad una realtà che ognuno può intuire e comprendere con un minimo di ragionamento. Vediamo come ci si arriva.

Il sistema pensionistico italiano è e sarà anche in futuro un sistema che paga le pensioni con i contributi versati dai lavoratori attivi. A ripartizione o contributivo incide sul calcolo della pensione, ma i soldi sempre da lì devono arrivare.

Dunque è importante il numero dei lavoratori che devono bilanciare quello dei pensionati. Oggi siamo quasi a 3 lavoratori per 2 pensionati. Ma domani?

Il domani è già indicato dall’oggi ed è rappresentato da un altro rapporto, quello tra nascite e decessi.

Nel 2017 abbiamo avuto un saldo negativo pari a 183.000 abitanti e non perché muoiono più anziani, ma perché nascono meno bambini. Anche questo è un tema ben conosciuto dall’opinione pubblica e tutti possono intuire che se nascono meno bambini e gli anziani vivono più a lungo, prima o poi, lavoratori e pensionati saranno pari e, se non si invertirà la tendenza, i secondi finiranno per superare i primi.

Dunque chi manterrà una popolazione anziana, bisognosa di pensioni e cure? Questo è il problema.

La prima risposta che si è data negli anni passati è stata la diminuzione dell’importo delle pensioni con il passaggio al metodo contributivo. La seconda è stata l’innalzamento dell’età di pensionamento. Ma ciò non basterà se non aumenterà il numero dei lavoratori. Ovviamente non si parla di lavoratori finti mantenuti a spese dello Stato, ma di lavoratori che producono. Dunque innanzitutto bisogna puntare a politiche di sviluppo che aumentino la ricchezza complessiva e che richiamino più occupati. È questa la prima preoccupazione del governo attuale? Non sembra. Né il reddito di cittadinanza né la diminuzione delle imposte per i redditi più elevati né la lotta all’immigrazione e l’ irrigidimento dei contratti di lavoro porta una maggiore spinta allo sviluppo. Al contrario, il governo spinge verso un aumento del deficit e del debito e non c’è alcuna dimostrazione che ciò incrementi lo sviluppo.

Torniamo alle affermazioni di Boeri.

Se la decrescita delle nascite rallentasse e addirittura si invertisse (vuol dire fare almeno 3 figli per coppia) ci vorrebbero vent’anni per avere i primi effetti. Ma noi il problema ce l’abbiamo già oggi e il modo più semplice e più rapido per aumentare i pagatori di contributi è far arrivare un certo numero di immigrati.

Problema: perché ricorrere a lavoratori immigrati e non ai milioni di disoccupati italiani?

La risposta è semplice: perché gli immigrati accettano di essere pagati meno e di fare lavori che agli italiani interessano poco, ma che sono indispensabili per mantenere in funzione l’economia italiana e la società (con colf e badanti).

È quindi un’illusione pensare di sostituire i lavoratori immigrati con i disoccupati italiani se i datori di lavoro aumentassero i salari. E’ difficile che accada e non solo perché molti datori di lavoro sono avidi, ma perché l’Italia ha un problema di scarsa produttività che si porta dietro da anni. I salari italiani sono nettamente inferiori a quelli della Germania anche a fronte di un maggior numero di ore lavorate per categorie di lavoratori che sono tutelati da contratti collettivi di lavoro. D’altra parte anche per colf e badanti ci sono i contratti nazionali a stabilire i minimi retributivi e i principali diritti e doveri di lavoratori e datori. Eppure questi lavori non sono richiesti dagli italiani. E tante fabbriche, specialmente nelle zone più sviluppate, sono tenute in piedi dagli immigrati.

Perché? La spiegazione più semplice è che la principale aspirazione degli immigrati è quella di fermarsi qui e guadagnare. Per i giovani italiani non è così.

In parte c’è un deficit di formazione per cui molte offerte di lavoro per ruoli tecnici non vengono coperte (e mancano anche gli artigiani). In parte le aspirazioni dei giovani italiani sono più elevate, non si accontentano di un qualunque lavoro e di una retribuzione bassa (come facevano però i loro padri o nonni negli anni ’50). Magari a Londra il cameriere o il lavapiatti vanno a farlo, ma in Italia no. Perché? Perché a Londra (o Berlino o Parigi) ci sono realtà dinamiche che permettono di sperare in un miglioramento e di veder riconosciuti i propri meriti, mentre in Italia è tutto molto più difficile e bloccato. Guadagnare poco e senza poter sperare in una carriera interessa solo chi ha lasciato alle spalle situazioni ben peggiori. Dunque i migranti.

E siamo al punto di partenza. Dei lavoratori immigrati c’è bisogno e ce ne sarà bisogno per molti anni ancora. Il calo delle nascite degli italiani si può contrastare con politiche di sostegno alla formazione delle famiglie, ma non sono politiche che si mettono in piedi e che producono effetti dall’oggi al domani. E comunque le famiglie non possono prescindere dal lavoro per il quale valgono le considerazioni fatte prima. L’Italia è quella che è e non può vivere di assistenza e lavori finti. Le mucche in Emilia Romagna qualcuno le deve mungere e oggi non lo fanno gli italiani. Per non parlare di mille altri lavori. Così è.

Dunque è vero che gli immigrati servono a tenere in piedi il sistema previdenziale italiano. Il problema vero è che servirebbero quelli regolari. Lo dice anche Boeri che sottolinea come in questi anni di anarchia migratoria si sia bloccata proprio l’immigrazione regolare.
Ma questo Salvini non lo dice perché non gli conviene. Lui ha bisogno della rabbia e dei ragionamenti con i piedi per terra non sa che farsene

Claudio Lombardi

Appunti di un viaggio a Londra

Da Roma a Londra ci sono due ore e mezza di aereo, ma la distanza misurata sulla qualità del modello di vita e del sistema urbano è di molto superiore. Basta una settimana di soggiorno per ricevere stimoli e suscitare riflessioni ad ampio spettro. Immersi in un contesto diverso da quello di provenienza tutto ciò che da noi appare inaffidabile e incerto si trasforma in un solido punto di riferimento per vivere nella città. Le impressioni di un viaggiatore sono naturalmente legate ad un’esperienza parziale, ma piena di senso a volerla cogliere in tutte le sue sfumature.

D’altra parte sono così tanti gli italiani che hanno deciso di trasferirsi a Londra che più di un punto interrogativo è necessario porlo. Cosa colpisce un viaggiatore? L’impatto è sempre una triade: trasporti, pulizia, accoglienza intesa come interazione con le persone del luogo. Ebbene 8,3 milioni di abitanti (oltre 12 nell’area metropolitana) sono una prova difficile da sostenere per qualunque organizzazione pubblica. Londra sembra superarla senza difficoltà. L’efficienza della rete di trasporti pubblici è quasi leggendaria. Dall’estensione della metropolitana (una vera città sotterranea), al numero di convogli, alla quantità di bus che circolano in superficie, alla puntualità fino allo stato di carrozze e sedili tutto indica un sistema che funziona e che si basa necessariamente sulla collaborazione degli utenti. Se così non fosse le stazioni e i mezzi non sarebbero puliti come sono e i sedili, incredibilmente rivestiti di tessuto imbottito, sarebbero distrutti. Invece nessun segno di vandalismo e di deterioramento.

Trasporti pubblici significa attuazione del diritto alla mobilità, contributo a rendere la città accessibile a tutti, a diminuire il traffico privato, l’inquinamento e lo spreco di energie e denaro per spostarsi in città che noi italiani conosciamo bene. In definitiva un sistema di mobilità efficiente contribuisce anche a smorzare gli effetti delle disuguaglianze.

Identica osservazione la si può fare per la pulizia dei luoghi pubblici e per la cura del verde. Niente cumuli di rifiuti, niente sporcizia. Le strade e i marciapiedi sono in condizioni ottimali, non si rischia di finire in una buca sull’asfalto né di inciampare camminando. Sembra poco, ma basti pensare al drastico aumento dei morti e dei feriti a Roma per incidenti dovuti alle buche per capire che non è così.

I parchi e i giardini pubblici sono numerosi e tutti curati come raramente viene fatto in Italia. Bello da vedersi, ma soprattutto, una grande lezione di civiltà perché quei luoghi sono vissuti intensamente dai londinesi e dai turisti. Quando centinaia di bambini sguazzano nell’acqua di vasche alte pochi centimetri nei parchi e anche in un museo (Victoria and Albert museum) è lo spazio pubblico che ne esce vincente. E i musei ne fanno parte. L’ingresso è gratuito, sono curatissimi, sorvegliati, organizzati in modo esemplare, ricchi di opere e di installazioni.

Stiamo descrivendo un luogo paradisiaco? No, semplicemente una città nella quale si ha rispetto e cura di tutto ciò che è pubblico.

Si comincia dunque ad intuire perché tanti giovani italiani abbiano deciso di trasferirsi qui. La qualità della vita è importante e la cura dello spazio e dei servizi pubblici è fondamentale. Il quadro però non sarebbe completo senza il lavoro. Parlando con alcuni di loro i giudizi convergono. Trovare lavoro e cambiarlo è facile, veder riconosciuti i propri meriti è normale e senza dover esibire raccomandazioni, appoggi, parentele. In quel contesto è facile pensare che non ci sia alcuna aspirazione a mantenere il posto a vita, ma, al contrario, a migliorarlo.

Nessuna pecca dunque nel sistema inglese? Ce ne sono sicuramente tante, ma quei punti fermi rimangono e non sono poca cosa perché rappresentano la base sulla quale si può contare per gestire la propria vita.

In conclusione quale sarà mai il segreto di Londra? Dovrebbe essere piuttosto semplice rispondere: classe dirigente e cultura civile. La prima non significa solo un vertice ristretto, ma una diffusa cultura di responsabilità e impegno in chiunque abbia ruoli direttivi. Responsabilità che è un valore interiorizzato anche da tutti quelli che svolgono un qualsiasi lavoro. La seconda si basa sul riconoscimento delle regole e dell’autorità che le definisce e sulla consapevolezza di appartenere ad una comunità. È una cultura che si percepisce e che porta lo stesso viaggiatore a riconoscersi in essa.

Tutto ciò si può riassumere in una parola: libertà. Perché le persone sono più libere se lo spazio pubblico è efficiente e curato e se possono farsi avanti con i loro meriti.

Purtroppo sono proprio questi elementi di contesto che rendono così lontane Roma e Londra. Molto più lontane dei 2 mila km che le dividono

Claudio Lombardi

Il voto conferma il governo M5S Lega

Anche l’ultima tornata elettorale conferma che la maggioranza degli italiani che vanno a votare sceglie Lega e M5S. Il governo appena formato è dunque in sintonia con il Paese che deve guidare. Chi è convinto che questa maggioranza di governo con il suo contratto, con il suo Presidente del Consiglio privo di autonomia e di una propria forza politica, con la netta e crescente prevalenza di Salvini e della Lega sia una iattura per l’Italia bisogna però che un paio di domande se le faccia: e se avessero ragione loro? E se fossero proprio loro l’espressione dello spirito del tempo presente?

Buona parte dei commenti si concentrano sull’ulteriore sconfitta del Pd. Sì certo erano elezioni locali, ma per quale motivo avrebbe dovuto ricevere voti se in questi mesi che ci separano dal 4 marzo ha passato più tempo ad occuparsi delle diatribe interne che a dialogare con l’opinione pubblica? Dopo che il suo segretario si è dileguato sbarrando, però, la strada ad un qualsiasi cambiamento nell’evidente stallo causato dall’incertezza se far affondare il Pd e fondare un altro partito oppure rilanciarlo, poche sono state le occasioni nelle quali ha fatto sentire la sua voce sui temi che toccano le sorti del Paese. E pure quelle poche segnate dall’incertezza e dalla debolezza di un gruppo dirigente diviso in tanti pezzi diversi e, comunque, in attesa delle decisioni di Renzi. E questo da parte di un partito che ha diretto i governi di un’intera legislatura con risultati positivi in tutti i campi. Basti pensare che nemmeno sono riusciti a rivendicare il drastico calo del numero di migranti sbarcati sulle nostre coste rispetto all’anno scorso grazie al successo delle azioni del ministro Minniti e del Presidente Gentiloni. Per non parlare della crescita di occupati e Pil, della soluzione di tante crisi aziendali, di provvedimenti che hanno dato un sollievo economico a milioni di italiani. Sono bastate le dimissioni di Renzi e il Pd è evaporato. Forse queste dimissioni non dovevano proprio essere date, forse un partito con la responsabilità del Pd doveva continuare la sua battaglia con lo stesso gruppo dirigente dopo una seria analisi critica sulle cause della perdita di voti. Agendo come si è agito si è soltanto dimostrato all’opinione pubblica che il Pd non aveva la forza politica per essere un punto di riferimento nemmeno per i suoi elettori. Un partito in preda al personalismo dei suoi dirigenti impegnati in una interminabile guerra di posizione.

Torniamo alla maggioranza di governo. Perché sarebbe espressione dello spirito del tempo? Ma perché nel mondo occidentale sono rinati i nazionalismi e Lega e M5S esprimono quello italiano. L’Europa già oggi è tenuta insieme più dalla paura dei disastri che verrebbero dalla separazione che da un’idea comune. Siamo nella fase nascente di un cambiamento che minaccia di approfondire le differenze tra paesi e di riportarli ad una competizione che parte sempre dal commercio, ma che poi è destinata ad invadere anche altri spazi con sviluppi imprevedibili. Sempre più basata sugli equilibri dei rapporti intergovernativi l’Europa si sta dividendo tra gruppetti di paesi che si riconoscono simili per tendenze politiche e approcci culturali. Il casus belli è l’immigrazione perché è la questione che più rischia di turbare gli equilibri nazionali. Non si tratta solo di quanto costa, ma anche dell’immissione di persone provenienti da culture profondamente diverse da quelle europee. Tensioni e scontri ci sono stati in molti paesi europei nei quali i migranti si sono insediati e hanno dato vita anche alle seconde generazioni. Episodi di terrorismo hanno coinvolto proprio persone nate e cresciute in Europa che si sono ribellate in nome di un’ideologia pseudo religiosa. Bisogna riconoscere che i sogni di un’integrazione rapida guidata dal desiderio di riconoscersi nella stessa nazione sono svaniti.

Se la questione immigrazione è il casus belli le divisioni in Europa hanno una radice economica evidente negli squilibri che le ondate di crisi hanno prodotto tra i vari paesi. È in particolare la moneta unica che ha creato una costante tensione tra sistemi economici, sociali e statali. Chi era abituato ad usare la svalutazione della moneta ha pagato il prezzo non solo dei limiti di bilancio imposti dagli accordi, ma anche della svalutazione interna per mantenersi competitivo. In Italia ciò ha significato assistenza sociale e servizi tagliati, retribuzioni di chi lavora frenate insieme a disoccupazione per la chiusura o la delocalizzazione di aziende. Questi gli effetti più evidenti di fronte ai quali un numero crescente di italiani non ha più accettato le giustificazioni delle forze politiche tradizionali ed ha sostenuto chi invitava chiaramente alla protesta e al cambiamento.

Questo è accaduto e qui ci sono i motivi per la conferma della maggioranza a Lega e M5S. Chi non si è accorto di ciò che stava accadendo e ha comunicato accettazione dei sacrifici, apertura alla competizione economica globale e all’ingresso di tutti i migranti che riuscissero a mettersi in mare per arrivare da noi (le Ong andavano a prendere i migranti davanti alle coste libiche perché un accordo stipulato dal governo italiano lo consentiva), pur avendo lavorato bene al governo, non può sperare adesso di ricevere molti consensi elettorali.

Poiché si tratta innanzitutto del Pd bisogna che questo partito riparta dalla realtà. Un buon metodo è rimettere in piedi una base di militanti ed ascoltarli

Claudio Lombardi

Lavoro: la realtà dietro gli slogan

Un’inchiesta del Sole 24 ore non recente, ma sempre attuale, fa il punto sul lavoro. Il tema è onnipresente nei discorsi e nelle polemiche politiche tanto da trasmettere l’impressione che non abbia una sua oggettività e che dipenda unicamente dalla volontà di questo o quel leader. Ripercorriamo i punti principali dell’analisi. Al primo posto il numero di occupati, grosso modo equivalente a quelli del 2008. Dietro questo dato, tuttavia, non vi è immobilità come potrebbe sembrare. Alcune professioni sono sparite, altre si sono invece fatte avanti in un mercato sempre più avaro di opportunità soprattutto per i giovani ed è cambiata la richiesta dei settori e anche il mix dei contratti.

Meno manifattura, più colf e badanti

Il primo dato è la diminuzione del peso dell’occupazione nelle attività manifatturiere, nelle costruzioni, nella pubblica amministrazione e nella difesa. Aumentano invece gli addetti negli alberghi e nella ristorazione, nella sanità ed assistenza sociale e la quota di colf e badanti (quasi un raddoppio in dieci anni).

Tra 2008 e 2017 i lavoratori dipendenti sono cresciuti dal 74,5% al 76,7%. Quelli a tempo indeterminato sono passati dall’86,7% all’84,8%; a tempo determinato dal 13,3% al 15,2%. I lavoratori autonomi sono passati dal 25,5% al 23,3%.

I lavori che stanno scomparendo

A cambiare sono state anche le richieste delle aziende in termini di figure professionali. Tutti i profili che non abbiano una specializzazione sono obsoleti. Ad esempio: operai non specializzati, impiegati generici, commessi che non conoscono lingue straniere. La diffusione di internet (e dell’e-commerce) ha cambiato radicalmente il panorama lavorativo.

I lavori più richiesti. E quelli introvabili

Le 5 professioni più difficili da reperire in Italia nel 2017 sono state: tecnici programmatori, analisti e progettisti software, attrezzisti di macchine utensili, tecnici esperti in applicazioni, operai di macchine utensili automatiche industriali. C’è anche una forte richiesta di camerieri, cuochi, conduttori di mezzi pesanti e camion.
Fra le professioni più richieste ci sono quelle attinenti al mondo Ict (internet).

Le figure emergenti

La rivoluzione di internet si fa sentire sempre di più. Le figure che stanno nascendo o potrebbero crescere di più nei prossimi anni, in Italia e all’estero, sono caratterizzate da una propensione naturale al Web e alle applicazioni che permettono di capitalizzare le informazioni online. E questo sia che si tratti di sviluppi di professionalità già esistenti che del tutto nuove. Pochi posti? Non proprio. Una stima di un’importante società di consulenza indica in 135 mila le posizioni vacanti nell’Ict entro il 2020. Tra l’altro, già oggi in Italia, il funzionamento del Web dà lavoro a 755mila persone.

I nomi delle figure professionali richieste parlano da sole di un mondo del lavoro profondamente diverso dal passato anche recente. Per esempio il data scientist, un analista specializzato nell’estrarre informazioni dai dati online. Oppure il blockchain expert è un professionista di formazione tecnico-scientifica che si occupa di scrivere protocolli per lo scambio di criptovalute, sfruttando la tecnologia (blockchain) che fa da registro contabile per le transazioni. Il chief digital officer si occupa del processo di «trasformazione digitale» delle aziende, ovvero il coordinamento delle attività per il rinnovamento tecnologico dell’impresa. La lista potrebbe continuare con il data protection officer (responsabile della protezione dati) e il chief internet of things officer (un manager che si occupa dell’utilizzo dell’internet of things in azienda), fino a ruoli già consolidati come analisti del business digitale, hardware engineer ed esperti di cybersecurity.

Nuove professionalità in formazione per le quali è soprattutto richiesta duttilità di pensiero e capacità di apprendimento. Di sicuro si sta andando sempre più verso lavori ad alto contenuto di conoscenza e creatività il che porta, tuttavia, anche ad una forte polarizzazione fra ruoli elevati e ruoli più elementari. E infatti ecco…

La frontiera della gig economy

Un mondo che cresce e che esce dai vecchi schemi. Gig economy o “economia dei lavoretti” cioè prestazioni occasionali per conto di piattaforme online che mediano tra domanda e offerta di servizi. Gli esempi ormai classici sono quelli di Uber per i trasporti o di Foodora e Deliveroo nella consegne di cibo. Sigle dietro le quali ci sono applicazioni informatiche che mettono in contatto utenti e prestatori del servizio (che però non decidono niente del servizio). Il pagamento avviene a cottimo e chi ci lavora non gode di alcun inquadramento perché non possiede le caratteristiche né del subordinato né dell’autonomo. Il tema è di grande attualità e alcuni tentativi di regolamentare questi lavori si stanno facendo avanti (disegno di legge in discussione nel Consiglio regionale del Lazio). Tra l’altro da lavoretti tappabuchi per giovani stanno sempre più diventando occupazioni per gli over 30 dalle quali ricavare un guadagno vero. Eventuali interventi legislativi potrebbero intervenire sull’assicurazione a favore dei ciclofattorini oppure sui minimi retributivi o anche sulle modalità di calcolo dei compensi in alcuni lavori. Un altro intervento potrebbe arrivare dal welfare sotto forma di integrazione al reddito, difficile e tutto da esplorare. Ma forse la misura più semplice e immediata è di far ricorso al contratto di co.co.co previsto e disciplinato dal Jobs Act. Sempre che il governo non lo abolisca prima. Comunque due parole vanno dette anche sui consumatori sempre più abituati ad esigere prestazioni immediate e al prezzo più basso possibile. Tutto sommato se anche la consegna di una pizza a casa costasse un paio di euro in più non ci sarebbe un danno per nessuno.

In conclusione

L’Italia è a rischio. In agguato c’è un circolo vizioso composto di bassa produttività, bassi salari e limitate opportunità professionali. Occorre un grande sforzo per investire nel capitale umano. E occorre rimuovere tutti i blocchi burocratici e culturali che intralciano l’attuazione delle decisioni sia pubbliche che private. Ripetere come un mantra “investimenti investimenti investimenti” sperando che automaticamente portino lavoro e poi trovarsi impantanati in procedure estenuanti e nella mancanza di figure professionali adeguate non è un rischio, ma ciò che accade da molti anni. Cambiare questa situazione sta diventando però sempre più difficile e probabilmente non sarà questo governo a guidare il cambiamento

Claudio Lombardi

Stadio della Roma: un film già visto

Un film già visto. Un costruttore, una grande opera privata che senza il consenso dell’amministrazione pubblica non si può fare, un presidente di un’importantissima società di servizi di proprietà comunale messo lì dai suoi protettori politici, altri politici di vario livello presi nella rete di un ricco costruttore. E poi finte consulenze e varie altre mascherature per nascondere finanziamenti e favori. La magistratura intuisce, sospetta e poi agisce. Gli arresti, le intercettazioni sulla stampa eccetera eccetera. Lo scandalo dello stadio della Roma non è che l’ennesimo episodio di una telenovela che dura da decenni.

È clamoroso che l’inchiesta per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione tocchi adesso il M5S. L’avvocato Lanzalone, al quale è stata data in premio, come ha affermato Di Maio, la presidenza dell’Acea come se fosse un feudo di proprietà dei 5 stelle, è uomo di fiducia di Casaleggio e di Grillo. Fu inviato a Roma per tappare la falla creata dal caso Marra (il braccio destro della Sindaca Raggi arrestato e rinviato a giudizio per corruzione). La Sindaca anche adesso prova ad uscirne politicamente indenne come già fece al tempo di Marra. È solo uno dei 23 mila dipendenti del Campidoglio disse del suo braccio destro. Me lo hanno imposto, io manco lo conoscevo dice di Lanzalone. Strana idea della responsabilità politica. Una sindaca che non conta nulla che viene manovrata da un faccendiere o che esegue gli ordini di Grillo e Casaleggio.

Questa vicenda è importante perché rivela la nascita di un sistema di potere a 5 stelle. Camuffata dall’arroganza di una propaganda martellante che ha eretto le bandiere della trasparenza e dell’onestà esiste una realtà opaca dove le decisioni che contano vengono prese da pochissime persone e dove cominciano a girare gli affaristi senza scrupoli, gli arrampicatori, i disonesti di domani. Dopo essere nati e cresciuti al grido di “sono tutti uguali, tutti corrotti e se ne devono andare tutti a casa” i pentastellati, appena conquistato il potere, hanno cominciato ad ammorbidirsi. Le loro regole sono state adeguate e, ciò che prima era motivo di feroci attacchi ai politici, adesso se li riguarda, viene giustificato. A metà strada tra una setta e una società privata pensano di essere dei rivoluzionari che stanno compiendo una missione in nome del popolo e dunque si assolvono da molte responsabilità.

Fermo restando che non si possono pronunciare condanne sulla base di un’inchiesta appena avviata e che la magistratura ci ha abituato a “lanci” di processi mediatici finiti poi nel nulla, lo scandalo dello stadio della Roma nella sua “ordinarietà” dice molto di più. Ci racconta di una politica debole che continua ad essere facile preda di affaristi, di traffichini, di professionisti in caccia di consulenze, di dirigenti di uno dei tanti apparati di cui si compone lo Stato e quel mondo di aziende che dalla politica dipende.

La debolezza di quel poco che è rimasto dei partiti e della politica spiega ciò che può apparire incomprensibile. È chiaro che i politici hanno troppo potere (rappresentato contabilmente dalla spesa pubblica) e non sono in grado di gestirlo. Per dirlo con più chiarezza: sono nelle mani delle burocrazie. E sono facile preda di arrampicatori, consiglieri, facilitatori che offrono i loro servizi consapevoli di quanto il politico al quale si rivolgono sia incompetente e oscillante tra lo smarrimento e l’arroganza. Per questo la questione decisiva nascosta allo sguardo dell’opinione pubblica è quella dei posti da spartirsi. Compito dei politici è quello di dire che a loro non interessa la spartizione dei posti mentre i loro fiduciari nell’ombra solo di questo si occupano. Basta guardare al caso Lanzalone. Passare dall’essere uno dei tanti avvocati in cerca di clienti alla presidenza di Acea significa essere proiettati nel mondo di quelli che contano, accaparrarsi retribuzioni al top e conquistare il potere di influenzare o decidere l’attribuzione di incarichi di responsabilità, di posti di lavoro ed anche di orientare le decisioni politiche e amministrative dalle quali possono dipendere le fortune di gente come il costruttore Parnasi.

Questa è la faccia nascosta del potere. E se ai politici è demandata solo la conquista dei voti si capisce che la politica può diventare puro marketing per creare e piazzare i prodotti che più facilmente possono essere venduti sul mercato del consenso. Se la parola stessa partito è stata ricoperta di infamia ed è stata sostituita da movimenti carismatici o da comitati elettorali non sorprende che il potere divenga un terreno di caccia. D’altra parte l’opinione pubblica è manovrabile. Con una campagna pubblicitaria può credere a tutto. Quale era lo slogan della Raggi in campagna elettorale? “Cambieremo tutto”. Una persona ragionevole non lo avrebbe detto perché era fuori dalla realtà, ma lei vinse. E il M5S non ha forse fatto eleggere a cariche istituzionali persone prive di alcuna competenza politica facendo credere che proprio l’incompetenza fosse un requisito fondamentale per accedervi? E chi dirige dietro le quinte sia questi che la cosiddetta democrazia diretta attraverso internet? Niente altro che quel centro di comando opaco che ha inviato a Roma l’avvocato Lanzalone dandogli in premio la presidenza di Acea.

Questo il M5S che rappresenta la punta più avanzata del cambiamento in peggio che sta sconvolgendo la nostra democrazia. Dunque che si può fare? Creare una politica che educhi il cittadino alla partecipazione, potenziare l’informazione e la formazione perché l’ignoranza è il brodo di cultura della separazione tra potere e consenso e l’incubatore dei fanatismi e dei regimi autoritari, abituare le persone ad essere protagonisti in grado di conoscere, valutare, giudicare. E costruire dei partiti che non siano solo delle macchine di potere o dei comitati elettorali. Sì ci vogliono i partiti. Organizzazioni di massa, articolate, diffuse, adatte a questi tempi nuovi nelle quali ognuno possa diventare un promotore di politica. Non i leader: i partiti

Claudio Lombardi

A quota 100 c’è fame e freddo

Pubblichiamo un intervento di Mario Seminerio tratto dal suo blog www.phastidio.net sulla riforma delle pensioni annunciata dal governo.

In attesa che il governo gialloverde prenda le prime decisioni pesanti, qualificanti e caratterizzanti il Contratto, ieri sono stati pubblicati i risultati di una simulazione col nuovo metodo di “quota 100”, come previsto da Alberto Brambilla, esperto previdenziale e consigliere della Lega per la riforma. Sono cose già note, in particolare le avevo tratteggiate qui, quando parlavo di nuove pensioni da fame nera e vera, ma è utile ribadirle con qualche dettaglio aggiuntivo.

Che troviamo su Repubblica di ieri, in un articolo di Valentina Conte. Riassumiamo in modo semplice quanto sappiamo sinora: prevista la “quota 100”, quindi uscite con almeno 64 anni di età e 36 di contributi – oppure “quota 41 e mezzo” – di soli contributi, a prescindere dall’età. C’è tuttavia una sorpresa che semplicemente non è tale, perché prevista ed ampiamente segnalata dallo stesso Brambilla: il ricalcolo col contributivo di quanto versato dal 1996 al 2011, cioè prima che entrassero in vigore le norme della legge Fornero che hanno generalizzato il contributivo.

In pratica, per ridurre il salasso a carico dei conti pubblici, si attua una sorta di “opzione donna” selettiva per un quindicennio di contribuzione, il 1996-2011. E che implica, ciò? Un taglio medio dell’importo della pensione del 9-10%. In pratica, la quota 100 ricalcolata produce gli stessi effetti dell’attuale regime dell’Ape Sociale, ma impatta a titolo definitivo sul trattamento pensionistico, inclusa l’eventuale reversibilità, mentre l’Ape sociale oggi resta in carico solo al pensionato e non ai suoi eredi, in termini di taglio dell’assegno di reversibilità.

Repubblica ha chiesto una simulazione del probabile nuovo regime ad una società specializzata, Tabula, guidata da Stefano Patriarca, ed i risultati di sintesi (di cui ho già scritto), sono questi:

«[…] chi ha avuto carriere discontinue o brevi (come statisticamente accade nel Sud e per le donne) oppure interruzioni superiori ai 2 anni per cassa integrazione o malattia (per “quota 100” valgono al massimo 2 anni di contributi figurativi) rischia con la “riforma Brambilla” di posticipare l’uscita dal lavoro fino a 3 anni. Quando va bene, non ha alcun vantaggio: esce alla stessa età di oggi. Analogo disagio toccherebbe a quanti oggi usufruiscono dell’Ape sociale e possono andare in pensione a 63 anni, fino ad un massimo di 1.500 euro, anche solo con 28, 30 o 36 anni di contributi, se appartenenti alle 15 categorie protette: dalle infermiere alle maestre di asilo, dagli operai edili ai siderurgici, dai facchini ai camionisti. L’Ape sociale verrebbe abolita, tra l’altro senza risparmiare granché, perché la misura termina a dicembre 2018, andrebbe rifinanziata e al massimo potrà garantire 200-300 milioni di soldi non spesi. Privi di Ape sociale (a carico dello Stato), le professioni più gravose perderebbero un importante ombrello di protezione, senza altra rete. Se non i 41 anni e mezzo di contribuzione: ma chi li ha, visto il nero e l’intermittenza che caratterizzano quei mestieri?»

Mi pare che il concetto sia chiaro. Se non lo fosse, agevolo con una tabella riepilogativa in calce a questo post. C’è poi altro punto da considerare, e cioè i giovani e le loro storie contributive, disastrate peggio delle strade di Roma:

«Infine l’impatto sui giovani e sui conti pubblici. I primi sono i perdenti a tutto tondo: pagano di tasca loro le riforme e controriforme di oggi e incasseranno domani, a 70 anni, pensioni da fame grazie a carriere piene di buchi e corse in bicicletta a portare pizze. Patriarca, ex consigliere di Palazzo Chigi nel governo Gentiloni, calcola che servono i versamenti di 5 giovani di oggi per pagare un solo anno di anticipo del nuovo “quotista” gialloverde. Se davvero l’intera operazione costasse 5 miliardi, come indica invece Brambilla – ma Patriarca la valuta in 9 miliardi – risucchierebbe il gettito contributivo di 900 mila under 30. In cambio di cosa? Il contratto di governo non lo dice. Perché ha dimenticato il capitolo “giovani”»

Quindi: pensioni con taglio di circa il 10%, per effetto del ricalcolo contributivo del periodo 1996-2011, e penalizzazioni anche forti, spesso sino al ripristino della riforma Fornero “hard”, cioè prima dell’ammortizzatore rappresentato dall’Ape sociale ed anche di quella volontaria, per chi ha carriere contributive brevi e/o discontinue.

Sempre ammesso che questa riforma veda la luce. Si, lo so, lo so: “lasciateli lavorare”. Sono alcuni lustri che la sento, in effetti.

Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

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