Un anno di Virginia Raggi

Virginia Raggi un anno

Un anno alla guida del comune di Roma non è sufficiente per risolvere i problemi di una città disastrata da anni di cattiva amministrazione. È però abbastanza per capire l’aria che tira cioè lo stile di governo, la preparazione, l’orientamento, la coerenza, il coraggio di chi – Virginia Raggi e il M5S – si è proposto ai cittadini romani come l’unica forza politica in grado di “cambiare tutto”. Proviamo a delineare un quadro con le citazioni di tre fonti giornalistiche: il “mitico” sito Romafaschifo.com, il Sole 24 Ore e La Stampa.

Roma fa schifoDecisamente adirato l’articolo di Romafaschifo già nel titolo chiarisce il suo giudizio: “Il disastro Raggi che nessuno avrebbe potuto prevedere”. L’analisi è impietosa e i giudizi drastici: “ci preme più di ogni altra cosa sgombrare il campo dall’equivoco che sta sempre di più girando, che sempre di più si legge e si ascolta: “non hanno fatto niente”, stiamo uscendo da “un anno di nulla”.

(…) Questi hanno fatto eccome. Questi “nuovi” amministratori, totalmente privi di scrupoli e abili nel sotterfugio e nella menzogna oltre ogni dignità, hanno messo in piedi in soli 12 mesi un meccanismo di presa del potere, di gestione delle clientele, di favori alle lobbies ed ai portatori di voti che fa impallidire tutta la vecchia politica.

(….) A Roma il Movimento 5 Stelle si è accomodato al potere, si è alleato a doppio filo con tutte le più micidiali cricche che hanno depresso, ucciso e trafitto la città negli ultimi decenni. (…)Da tutta la vecchia politica il M5S ha preso sistematicamente il peggio, distillandolo”.

delusione m5s RomaL’articolo prosegue parlando “di scelte forsennate che costeranno crisi, declino e povertà per molti anni a venire e che sarà difficile se non impossibile risanare anche qualora a breve dovesse arrivare una amministrazione degna di questo nome. Tutto si svolge in un clima di ostilità medievale, di opacità totale (….), di bugie e negazione della realtà”. Segue analisi dettagliata di 24 punti che avvalorano tale giudizio (www.romafaschifo.com).

Più misurata l’analisi del Sole 24 Ore. “Nessuno si aspettava miracoli in una città ferita da Mafia Capitale e gravata da un debito monstre di 12 miliardi di euro. Ma l’operato della giunta pentastellata ha deluso” (…) Vuoi per gli inciampi sulle nomine e la scarsissima trasparenza – costati alla sindaca due avvisi di garanzia (….) – vuoi per l’assenza di svolte nei due settori chiave per i servizi: trasporti e rifiuti. Vuoi per il fiancheggiamento ai tassisti e agli ambulanti (…)”.

Nell’articolo si esaminano le promesse mantenute e quelle mancate. Fra le prime l’approvazione del bilancio entro i termini di legge; il NO alle Olimpiadi; il sì allo stadio della Roma sia pure con cubature ridotte, il che ha portato ad una riduzione dell’investimento privato accompagnato da un ridimensionamento delle opere pubbliche legate al progetto originario approvato dalla giunta Marino; gli accordi sindacali per la concessione del salario accessorio e la definizione del contratto decentrato con i 23mila dipendenti del Campidoglio.

rifiuti RomaL’elenco delle promesse mancate è breve, ma contiene i capitoli cruciali per il funzionamento della città. In primo luogo c’è il pasticciaccio brutto delle nomine. In un clima di assoluta opacità e di lotte interne si è consumata l’ascesa, il declino o l’allontanamento di capi di Gabinetto, assessori al bilancio, capi della segreteria. Un assessore chiave come quello all’ambiente si è dovuta dimettere perché indagata (Paola Muiraro). Una figura chiave e potente (Raffaele Marra, il vero braccio destro della sindaca) è finito in carcere con l’accusa di corruzione. I vertici di Ama e Atac insediati da poco e in lotta contro i gruppi di potere interni sono stati spinti alle dimissioni.

La seconda promessa mancata è il riordino delle partecipate vero snodo del potere romano. In attesa sono stati ripristinati i CdA soppressi al tempo di Marino. In Atac, di fatto fallita, guasti, evasione del biglietto e roghi dei bus testimoniano di una situazione fuori controllo. L’azienda dei rifiuti Ama ha tassi di assenteismo e di inabilità al lavoro esagerati nonché mezzi inadeguati. La situazione di rifiuti è sotto gli occhi di tutti e sconta le ingenuità e il velleitarismo di un’amministrazione che ha proclamato il suo NO a discariche e inceneritori, ma che per smaltire la spazzatura si affida ai “viaggi della speranza” verso inceneritori e impianti di smaltimento lontani da Roma.

ambulanti RomaUltima promessa mancata la verifica del debito pregresso che pare non si possa proprio fare pur essendo stata sbandierata in campagna elettorale. Il risultato è che i cittadini romani pagano l’addizionale Irpef più alta d’Italia.

L’analisi de La Stampa parte da una ricognizione dei numeri “per capire quanto disti un anno di realtà dalla rappresentazione che ne fanno i suoi vertici”. Ebbene su 227 ordinanze della sindaca ben 149 “hanno a che fare con nomine, revoche o deleghe assegnate ad assessori e dirigenti”. Cioè “La Raggi ha passato gran parte del tempo da sindaco a occuparsi di poltrone: la sua giunta ha messo a contratto 102 collaboratori esterni, dodici in più di quelli nominati da Ignazio Marino, quindici in più dell’era Alemanno”. Nonostante ciò in “Campidoglio mancano ancora il capo di gabinetto e due assessori (Lavori pubblici e Servizi sociali). In un anno sono cambiati il vicesindaco, l’assessore all’Ambiente, quello all’Urbanistica, due volte il titolare del Bilancio. Solo all’Ama si sono avvicendati quattro amministratori delegati e due direttori generali”.

guasti AtacL’Azienda dei rifiuti è la chiave del successo o del fallimento del governo Cinque Stelle della città. Lo smaltimento dei rifiuti a Roma costa quattro volte quello di Milano, perché Ama è in grado di trattarne appena il 20 per cento: il resto lo paga ai privati e per trasportare l’immondizia in giro per l’Europa. Fra promesse di “modelli spagnoli”, “chilometri zero” e “riutilizzo totale degli scarti” nell’ultimo anno la situazione è persino peggiorata”.

Ma “in realtà gli atti rilevanti votati finora in consiglio comunale sono solo due: il via libera preliminare allo stadio della Roma e l’adozione di un nuovo regolamento sugli ambulanti che aggira l’obbligo di gara previsto dalla direttiva Bolkenstein già ribattezzato “salva Tredicine” dal nome della famiglia proprietaria di decine di camion e bancarelle”.

Continua l’articolo: “se ci accontentassimo degli annunci la Raggi si meriterebbe un dieci. Prendiamo le strade. Il sindaco rivendica un piano buche e porta con sé le fotografie di alcuni tratti rifatti, ma nel frattempo per ovviare alla scarsa manutenzione, in tre arterie della città – Aurelia, Cristoforo Colombo e Salaria – è stato imposto il limite a trenta all’ora”.

Anche sul versante trasporti le cose vanno piuttosto male come dimostra la quantità di guasti e di incendi che affligge i mezzi dell’Atac mentre ancora non si sa che fine farà l’unica opera in corso, la metro C.

La conclusione  è sconsolata: “per chi come la Raggi amministra la cosa pubblica e non ha sufficiente esperienza politica dire no è più semplice di un sì. Ad una olimpiade, a un nuovo impianto di trattamento dei rifiuti o allo scavo della metropolitana. Ma talvolta i no possono essere fatali all’immagine della città”.

A cura di Claudio Lombardi

Perché non abbiamo il Mattarellum

legge elettorale mattarellum

Ma come mai stiamo ancora qui a girare intorno ad una legge elettorale che sembra la pietra filosofale che tutti cercano e che nessuno trova? Obiettivamente è una perdita di tempo colossale che ha frenato il Parlamento ed ha condizionato alleanze e governi. Una spiegazione ce la fornisce il Foglio con un articolo nel quale si risale alla sentenza della Corte Costituzionale del 4 dicembre 2013 con la quale si dichiarò incostituzionale la legge Calderoli cioè il famoso Porcellum. In quella occasione i giudici decisero di abrogarla parzialmente lasciando in vigore soltanto alcune norme e creando le premesse perché si dovesse pensare ad una nuova legge elettorale. Avrebbero potuto fare diversamente? Secondo il Foglio sì, i giudici avrebbero potuto abrogare totalmente il Porcellum provocando l’automatica reviviscenza della legge precedente, l’altrettanto famoso Mattarellum.

corte costituzionaleI giudici scelsero la strada dell’abrogazione a pezzi, secondo il Foglio, per ragioni squisitamente politiche e cioè per non pregiudicare il minimo di stabilità che si era raggiunto in un Parlamento che era stato eletto soltanto pochi mesi prima. D’altra parte le forze politiche non manifestarono alcun interesse per il ritorno al Mattarellum e così rinunciarono ad esercitare sui giudici qualunque forma di pressione persuasiva (moral suasion). Nulla di scandaloso: i giudici infatti non decidono in un empireo fatto di norme astratte, ma tengono conto degli effetti delle loro decisioni e del contesto.

Fu così che il Parlamento dopo quel 4 dicembre ebbe come suo compito precipuo quello di approvare una legge elettorale valida per poi concludere la legislatura ed andare a nuove elezioni. Ovvio, ricordiamo tutti il coro di sottofondo che ad ogni passo denunciava la pretesa illegittimità del Parlamento in carica e, dunque, non ci si può stupire che la ricerca di una legge elettorale fosse avvertita come un’esigenza primaria.

Ricerca quanto mai difficile. Si trattava pur sempre di quel Parlamento che dimostrò la sua incapacità di eleggere persino un Presidente della Repubblica e che acclamò Napolitano che accettò il reincarico con un discorso molto duro nei confronti dei parlamentari.

mozione GiachettiEh ma allora perché non l’hanno proposto i partiti di maggioranza il ripristino del Mattarellum magari anche anticipando il giudizio della Consulta? Già, perché? Un passo indietro. Nel maggio del 2013, appena si seppe della decisione della Cassazione di inviare alla Consulta il ricorso sulla legge Calderoli, partì un’iniziativa trasversale di 84 parlamentari di varie forze politiche promossa da Roberto Giachetti del Pd a favore del ritorno alla legge del 1993. Incredibilmente questa iniziativa fu duramente contrastata dall’allora Presidente del Consiglio Enrico Letta perché in quel momento il governo era sostenuto da una maggioranza tra Pd e Forza Italia e quest’ultima era fortemente contraria al sistema elettorale precedente a quello voluta da Berlusconi nel 2005.

In quel momento il Pd era diretto da Guglielmo Epifani succeduto a Bersani che si era dimesso proprio agli inizi di maggio. Giachetti fu lasciato solo e la sua iniziativa cadde. È legittimo pensare che il gruppo dirigente di quel partito fu totalmente d’accordo con Letta e ignorò la questione di un Parlamento eletto con una legge che sarebbe stata certamente abrogata dalla Corte Costituzionale e la cui operatività sarebbe stata messa in discussione perché da quel momento il tema dominante della legislatura non sarebbe più stato il governo del Paese, bensì la legge elettorale da approvare.

Il governo Renzi travolse questo italico tirare a campare imponendo una legge elettorale nettamente maggioritaria e una riforma costituzionale rivoluzionaria entrambe travolte nel referendum del 4 dicembre.

Ed ecco perché stiamo ancora qui a parlarne come se fosse un problema irrisolvibile

Claudio Lombardi

Elezioni: il ritorno della destra e della sinistra?

destra e sinistra

Ma veramente l’elettorato sta andando di nuovo verso una polarizzazione fra destra e sinistra? I commenti sui risultati delle elezioni amministrative si sono concentrati sul calo del M5S e solo in seconda battuta hanno messo in risalto l’affermazione dei candidati di centro destra. Eppure sembrava che Forza Italia e la Lega si fossero ormai allontanate, con la seconda all’inseguimento della demagogia, della protesta e del populismo. E, invece, secondo il professor Giovanni Orsina “il centrodestra è vivo perché l’Italia è un Paese di destra e i suoi elettori non se ne sono mai andati”. E, si potrebbe aggiungere, sono sempre in cerca di chi li possa rappresentare.

amministrative 2017Sia nelle elezioni generali del 2013 che nelle elezioni amministrative dell’anno scorso (soprattutto Roma e Torino) c’è stato uno spostamento di voti dalla destra al M5S; niente di strano che in questo primo turno di amministrative si sia verificato il fenomeno opposto con un ritorno alla destra dopo che gli elettori hanno sperimentato la scarsa efficacia del voto di protesta a Grillo.

Ma non è questo il punto. Spesso si parla di elettori di destra e di sinistra come se si trattasse di stock di voti sempre a disposizione dell’uno e dell’altro orientamento e non di persone che decidono se e chi votare in base ad una molteplicità di motivazioni che variano di volta in volta e che si traducono in un mix di elementi ideali, di interesse e di giudizio sui fatti che si forma e si riforma di continuo.

Perché mai un elettore dovrebbe “essere” di sinistra o di destra? Un elettore non può stare dentro un’etichetta che vari aspiranti rappresentanti si contendono. Per esempio cosa vuol dire “essere” di sinistra? Esiste forse una definizione scientifica di cosa sia la sinistra? Evidentemente no. E lo stesso si può dire della destra.

concretezza (2)Esistono invece degli orientamenti culturali che guidano le scelte politiche di varie formazioni, ma è piuttosto difficile che l’elettore si basi soltanto su queste. Ed è fuorviante quando si dimentica la concretezza dei problemi e ci si rifugia negli ideali dentro i quali si tenta di infilare il mondo reale.

Prendiamo un esempio fra i tanti: gli immigrati. È di questi giorni la notizia che si è svolto un incontro a Berlino chiamato G20 per l’Africa. Lo scopo è quello di impostare una strategia di interventi a sostegno dello sviluppo per permettere ai giovani di restare nei loro paesi invece di prendere la strada della migrazione. Corrisponde a ciò che l’anno scorso il governo italiano propose all’Europa attraverso il Migration compact che anticipava questa scelta strategica. Una strategia che si sta già attuando con l’intenso lavoro diplomatico dell’Italia nei confronti delle tribù libiche allo scopo di attivarle per sorvegliare le frontiere sud da dove passa il flusso dei migranti.

Se si volesse definire tutto ciò con parole semplici si potrebbe dire che la cosa più sensata per tutti è aiutare chi cerca una vita migliore a trovarla nel proprio paese. Una tale affermazione, fino a ieri, era considerata di destra eppure è evidentemente di comune buon senso perché nessun paese, a meno che non sia l’ovest degli Stati Uniti all’inizio dell’800, può sopportare il continuo afflusso di migranti che ha avuto l’Italia negli ultimi anni. Bisognava prendere coscienza prima che non esiste altra soluzione alla migrazione dall’Africa senza invischiarsi in astrusi ragionamenti sull’accoglienza a prescindere da qualunque limite.

migration compactDi comune buon senso è anche riconoscere che una massa di persone prive di tutto esercita una pressione nei confronti dei ceti più disagiati perché compete per il lavoro, per i servizi, per gli spazi comuni.

Serve a poco dire che nel 2050 avremo bisogno di un tot di lavoratori in più che la nostra crescita demografica non ci può dare. Lo scopriremo strada facendo da oggi ad allora, ma non è questo un buon motivo per accogliere con gioia l’arrivo di 200mila persone l’anno alle quali letteralmente non sappiamo cosa far fare e dove collocarle.

Tutto ciò è parlare come la destra? Niente affatto. Disconoscere questa realtà non aiuta a cancellarla e non esime i politici dal dare risposte credibili.

Piuttosto bisognerebbe indagare di più sull’affermazione di Orsina secondo il quale “l’Italia è un paese di destra”. Forse si scoprirebbe che è di destra anche perché ha bisogno di risposte concrete che dall’altra parte non arrivano in maniera convincente.

Dunque che torni il bipolarismo destra-sinistra può non significare nulla se non si capisce che la politica non è retorica affermazione di etichette, ma soluzioni per il governo della società. Vince non chi conquista il centro, ma chi è più credibile

Claudio Lombardi

La legge elettorale e il gioco dell’oca

legge elettorale

Nel gioco dell’oca se si arriva alla casella 58 si torna alla 1 e il gioco ricomincia. Qualcosa di simile è accaduto oggi sulla legge elettorale. Lasciamo perdere l’occasione (in tutte le battaglie parlamentari c’è un emendamento o un voto killer) e concentriamoci sull’immagine di una parte della classe dirigente politica incapace di definire e approvare una legge elettorale. Non è affatto la decisione più complicata che possa toccare ad un parlamento. In fin dei conti si tratta solo di stabilire le regole del gioco democratico. Basterebbe anche solo copiare uno dei sistemi elettorali che già hanno dato buona prova in altri paesi. In Europa ce ne sono almeno tre: quello francese, quello tedesco e quello inglese. Se hanno funzionato lì perché non dovrebbero farlo da noi?

elezioniMa basterebbe anche solo ripristinare il sistema elettorale approvato nel 1993 (“mattarellum”). Ha funzionato bene fino a che Berlusconi, gli ex missini e la Lega vollero sostituirlo con il “porcellum” (legge 270 del 2005). L’intenzione era quella di assumere un controllo assoluto sugli eletti e di tagliare la strada al centrosinistra. In realtà non raggiunse nessuno dei due obiettivi poiché le maggioranze riflettevano comunque gli orientamenti del corpo elettorale e i parlamentari cambiarono gruppo più che nel passato. Comunque la legge fu dichiarata incostituzionale nel 2014. Un anno e mezzo dopo fu approvata una nuova legge elettorale (“italicum”) come parte di una generale riforma del sistema istituzionale che fu effettivamente approvata dal Parlamento, ma, sottoposta a referendum, fu bocciata dal voto del 4 dicembre 2016. Successivamente la Corte Costituzionale dichiarò l’incostituzionalità del ballottaggio e così smontò la legge che, comunque, era stata concepita solo per l’elezione della Camera dei deputati e dopo il fallimento della riforma costituzionale doveva essere riscritta.

confronto legge elettoraleDopo che sulla legge elettorale e sulle riforme costituzionali si è discusso per anni bisogna dare atto al governo Renzi di aver avuto la capacità di arrivare ad una conclusione su entrambe. Chiaramente la bocciatura della riforma costituzionale ha rimesso tutto in discussione e anche la recente proposta del Pd di tornare alla legge del 1993 o di prenderla a base di un nuovo testo è stata respinta da quei partiti che hanno puntato fin dall’inizio sul ritorno al proporzionale.

La proposta ispirata al sistema tedesco sulla quale era stato raggiunto un accordo tra i quattro maggiori partiti era un compromesso tra la posizione a favore del maggioritario del Pd e quella per il proporzionale con preferenze del M5S. Adesso il compromesso è saltato probabilmente perché il M5S ha intuito che avrebbe pagato un prezzo per la sua scelta. È anche probabile che ci fosse il disegno di addossare al Pd la responsabilità di un sistema elettorale che avrebbe reso indispensabile una qualche alleanza per formare una maggioranza. Con estrema disinvoltura si è passati dall’attacco a Renzi e al Pd con lo slogan dell’uomo solo al comando a quello dell’inciucio con Berlusconi aggiungendoci anche il disegno di far finire la legislatura prima del 2018.

bugiePurtroppo è vero che una bugia gridata forte e ripetuta più volte diventa una mezza verità. Si sa l’opinione pubblica è impressionabile e così magari non fa caso che si attacca il Pd per ciò viene programmato o proclamato da altri. Dell’intenzione di Renzi di far cadere il governo per anticipare il voto si è parlato diffusamente anche se sulla base di impressioni dei commentatori. Sull’obiettivo dichiarato di far finire la legislatura da parte del M5S, della Lega e anche di una parte dei gruppi a sinistra del Pd invece si è sorvolato. Si vede che chi informa l’opinione pubblica vuole far prevalere le proprie impressioni sui fatti o semplicemente ha fatto la sua scelta politica e la ammanta di oggettività. Oggi la sola posizione che può aiutare a fare chiarezza è il ritorno al “mattarellum”, ma proclamato a voce alta da chi lo ha già proposto e cioè il Pd. Spiegassero gli altri perchè non lo vogliono.

Claudio Lombardi

La nostra guerra al terrorismo

terrorista islamico

Anche noi dobbiamo combattere la nostra guerra contro il terrorismo. Non con le armi, ma con le parole, con l’esempio e con le azioni. Ciò che è accaduto in Francia, Belgio, Germania, Regno Unito, Svezia negli ultimi due anni non ha eguali nella storia recente. Dal 2001 in poi attentati organizzati da gruppi del fondamentalismo islamico ce ne sono stati tanti, ma ciò che colpisce oggi è la rapida successione di azioni più o meno improvvisate nelle quali il supporto logistico e l’addestramento di tipo militare lascia il posto a quello psicologico.attentato Londra Se un tizio decide di aggredire con un coltello chiunque gli passi davanti non gli serve una specifica organizzazione bensì una motivazione e il convincimento di stare dalla parte del giusto. A questo provvede la fascinazione esercitata dalla versione attuale del fondamentalismo islamico che, a differenza, della vecchia Al Qaeda ha conquistato il potere in un territorio molto ampio con una vera e propria guerra. Che oggi l’Isis la stia perdendo non conta sia perché i suoi avversari non hanno ancora deciso di vincerla e così facendo fanno apparire l’esercito dei guerriglieri molto più forte di quanto non sia; sia perché l’effetto di trascinamento si propaga con mezzi di comunicazione che nel passato non sono mai stati usati dai terroristi.

L’Isis non si nasconde e mostra tutto di sé perché ha deciso di ergersi a leader di un riscatto islamico che individua i suoi nemici innanzitutto nei governi dei paesi a maggioranza musulmana. Grazie alla resistenza dell’Isis in guerra e grazie alla potenza di internet dal cuore dell’Africa agli Usa, dall’Europa al lontano Oriente molti sono stati incoraggiati ad abbracciare un’identità già pronta e ad agire in suo nome.

multiculturalismo in occidenteNon stupisce che questa assoluta novità abbia trovato seguaci anche nei paesi europei nei quali l’accoglienza è stata comunque più generosa e condiscendente con le spinte a coltivare le proprie specificità culturali e religiose. Inoltre che molti attentatori fossero, in realtà, a tutti gli effetti cittadini francesi, tedeschi o inglesi dimostra che la fascinazione dell’Isis ha colpito nel segno fornendo identità e programma di azione a persone confuse, fragili e violente. Ce ne sono tante nelle nostre società occidentali e non necessariamente si manifestano aggrappandosi al mito di una religione della quale spesso hanno solo sentito parlare. Persone che vivono ai margini negli interstizi che abbondano in società aperte e libere e con molti scrupoli a reprimere comportamenti delinquenziali. La maggior parte sfocia nella criminalità o in devianze di vario tipo; alcuni trovano sul mercato delle ideologie quella dell’Isis e si ricordano di avere qualcosa in comune con quel mondo di simboli religiosi e identitari.

fondamentalismo islamicoAnzi, il fatto che il fondamentalismo islamico nella versione terroristica trasmetta un’identità forte che non ammette compromessi compie una selezione tra i suoi simpatizzanti che probabilmente non sono pochi. Diventare un martire, se non si parte dalla decisione di suicidarsi, significa credere in una serie di favolette che dovrebbero risultare indigeste per chi vive la vita di un europeo. Eppure tanti giovani si sono uccisi sia in Europa che direttamente in Siria ed Iraq con la convinzione di andare verso una vita ultraterrena fatta di agi e piacevolezze.

Tutto ciò deve suscitare una reazione diffusa che non può limitarsi al lavoro della polizia e dei servizi segreti. Ovviamente bisognerebbe che in Medio Oriente si eliminasse il problema Isis. Aiutato per troppo tempo in funzione della guerra tra sunniti e sciiti dietro la quale c’era e c’è una ben più concreta guerra per la supremazia territoriale nei paesi arabi a cavallo tra Africa e vicino oriente. Se l’Isis non è stato sconfitto finora è perché non gli è stata fatta la guerra se non dai curdi, da Assad e dagli iraniani. L’Arabia Saudita, gli Emirati, il Qatar, la Turchia anche per conto degli Usa hanno supportato l’Isis perché lo scopo era respingere l’influenza iraniana, conquistare la Siria e spartirla.

valori occidentePer quanto riguarda noi è giunto il tempo di dare un calcio a tutte le teorie che hanno predicato la possibilità di rifiutare i valori occidentali coltivando la propria estraneità e il proprio isolamento. Il multiculturalismo ha prodotto solo disastri. Bisogna affermare che i cosiddetti valori occidentali sono conquiste di tutta l’umanità sulle quali non è consentito transigere. Non c’è religione che tenga se tu vivi qui ti attieni alle nostre regole.

Noi italiani francesi inglesi tedeschi svedesi ecc, dobbiamo essere convinti che sia giusto così e dobbiamo rivendicare l’assoluta superiorità di alcuni principi basilari: libertà dell’individuo, parità di genere, separazione tra potere civile e religione. Questi principi sono i valori ai quali siamo arrivati in secoli di storia passando attraverso guerre terribili con un’evoluzione culturale che non ha eguali in nessun’altra parte del mondo. Dobbiamo solo esserne consapevoli e difenderli

Claudio Lombardi

Irpef una riforma da fare

carico fiscale

Per ora se ne parla poco e quasi solo sui siti specializzati e in ambiti ristretti, ma di certo il tema della riforma dell’ Irpef prima o poi emergerà alla luce dell’attualità politica. Diciamolo con le parole di ricercatori e studiosi che sul sito www.lavoce.info hanno avviato da tempo una discussione sul tema.

1.L’urgenza di una riforma dell’Irpef. La principale criticità dell’attuale Irpef è “l’elevato livello delle aliquote marginali e medie, e di quelle marginali effettive, che a causa di detrazioni decrescenti rispetto al reddito sono ancora più alte di quelle formali, soprattutto a redditi medio-bassi”.

2.L’equità. Secondo Dario Stevanato il sistema impositivo è cambiato rispetto alle sue intenzioni originarie. Non si tratta più di un’imposta personale sul reddito, ma di un insieme di “imposte reali sulle singole categorie di reddito, tassate con aliquote proporzionali, accanto a un’imposta speciale progressiva sui redditi di lavoro”.

equitàL’esempio che porta l’autore è quello dei redditi di capitale tassati in “modo sostitutivo e proporzionale, con aliquote differenziate: proventi finanziari, capital gain, canoni di locazione, plusvalenze immobiliari, pagano aliquote diverse l’una dall’altra”.

Inoltre “alcuni redditi con preponderante componente lavorativa scontano miti aliquote proporzionali (autonomi minimi) o sono esentati (imprenditori agricoli). Quanto ai redditi di impresa individuale o società di persone, l’Iri (imposta sul reddito imprenditoriale) consente di tassare gli utili con la stessa aliquota dell’Ires”.

E quindi?

L’insieme di questi micro-sistemi sostitutivi secondo Stevanato “viola il principio di equità orizzontale e attua una discriminazione qualitativa alla rovescia, in genere penalizzando i redditi di lavoro – dipendente e autonomo – rispetto a quelli fondati sul capitale”.

Per queste ragioni l’autore ritiene giustificata la riduzione delle aliquote effettive sui redditi di lavoro “di fatto gli unici che oggi pagano aliquote progressive”.

aliquote irpef3. Le aliquote reali. Ruggero Paladini e Fernando Di Nicola analizzano le aliquote Irpef dimostrando che sono meno delle cinque formali stabilite dalle normative. Chiaramente viene presa in considerazione l’imposta netta effettivamente prelevata ai contribuenti. Ciò comporta che “già sopra i 28mila euro incominciano a esserci contribuenti con un’aliquota marginale vicina al 42 per cento e spesso superiore al 43 per cento”. L’obiettivo diventa quindi far scendere le aliquote marginali e medie per i lavoratori con redditi bassi e medi, ma alzandole per i redditi più elevati (da 200mila euro in su).

4. Il sistema attuale è iniquo perché fa pagare troppo a pochi. Questa è la questione di fondo che, insieme all’evasione fiscale, schiaccia i contribuenti onesti e fa mancare soldi allo Stato. Una ricostruzione dei flussi fiscali compiuta sul Corriere della Sera da Alberto Brambilla è impressionante.

“Nel 2015, il 45,48% dei cittadini — 27,59 milioni di abitanti —ha pagato 185 euro di Irpef a testa; in pratica solo il 4,87% dell’Irpef totale.   (…)  I dichiaranti nel 2015 sono stati 40,77 milioni ma solo 30,9 milioni hanno presentato una dichiarazione dei redditi positiva, per cui considerando che gli italiani sono 60,665 milioni, possiamo dedurre che oltre la metà (50,9%) degli italiani non ha reddito, ovvero è a carico di qualcuno”.

contribuenti fiscoIn particolare “i primi 18.542.204 contribuenti (il 45,48%, di cui 6.704.584 pensionati), dichiarano redditi lordi da 0 a 15 mila euro, quindi vivono con un reddito medio mensile di circa 625 euro lordi, meno di quello di molti pensionati (mediana di 7.400 euro). Questi 18.542.204 contribuenti, cui corrispondono 27,59 milioni di abitanti, anche grazie alle detrazioni, pagano come dicevamo all’inizio, 185 euro l’anno di Irpef. La spesa sanitaria pro capite è pari a circa 1.850 euro, per questi primi tre scaglioni di reddito la differenza tra l’Irpef versata e il solo costo della sanità ammonta a 50,13 miliardi che sono a carico degli altri contribuenti; e parliamo solo della sanità ma poi ci sono tutti gli altri servizi di Stato ed enti locali che qualcun altro si dovrà accollare”.

E quindi chi paga? Sopra i 300 mila euro lo 0,08% dei contribuenti paga il 4,92% dell’Irpef complessiva. Sopra i 200 mila euro di reddito lo 0,2% dei contribuenti paga il 7,56% dell’Irpef. Sopra i 100 mila euro l’1,08% paga il 17,22% dell’Irpef. Se si mettono tutti insieme a chi ha redditi lordi sopra i 55 mila euro si ottiene che il 4,27% dei contribuenti paga il 34,02% dell’Irpef. Aggiungendo anche i redditi sopra i 35 mila euro lordi abbiamo che l’11,97% dei contribuenti paga il 53,7% di tutta l’Irpef.

evasori fiscaliFa notare Brambilla che “il reddito spendibile, per via dell’impossibilità di accedere a molti servizi pubblici gratuitamente perché titolari di redditi non tutelati (esenzione da ticket, utilizzo dei mezzi pubblici con sconti e via dicendo), è diminuito e con esso si è impoverita la classe media”.

I dati esposti nell’articolo di Alberto Brambilla sono inesorabili e dicono che i soldi mancano perché pochi pagano le spese di tutti. Si tratta di oltre 153 miliardi di euro che è la quota parte del costo del servizio sanitario e degli interventi assistenziali di quelli che non contribuiscono con un Irpef sufficiente. Ma poi ci sono anche le pensioni. Ricorda l’autore dell’articolo che 10 milioni di soggetti che non dichiarano nulla ai fini Irpef, sono anche privi di contribuzione.

Un quadro chiaro. Noi siamo abituati a tollerare evasione, elusione, regimi particolari con trattamenti di favore. Ma oggi questo sistema non si regge più e, purtroppo, nemmeno una riforma dell’Irpef è risolutiva anche se necessaria. Il rischio è che i soldi continueranno a mancare e i redditi medi e bassi continueranno a sostenere le spese di tutti impoverendosi. Comunque possiamo stare certi che la lotta all’evasione farà parte anche del programma del prossimo governo come avviene da molti anni a questa parte. E quindi possiamo stare tranquilli, no?

Claudio Lombardi

Ancora sull’ omeopatia

Roberto Burioni

La tragedia che ha portato alla morte il bimbo di sette anni ad Ancona curato con l’omeopatia invece che con antibiotici deriva dalla mentalità antiscientifica e dalla diffidenza per i risultati conseguiti col metodo scientifico. Poiché ciò può portare a rinunciare alle cure cosiddette tradizionali mettendo a rischio la salute delle persone riteniamo giusto, utile e necessario pubblicare un intervento del medico Roberto Burioni tratto dalla sua pagina facebook

chimicaLa chimica, quella che è alla base del funzionamento dello schermo e dei semiconduttori del nostro computer, del motore della nostra auto e le cui leggi tengono insieme la plastica della sedia dove siamo seduti, ci può dire con precisione quante molecole di cloruro di sodio sono presenti in un grammo di sale da cucina sciolto in un bicchiere di acqua. Partendo da questo numero esattissimo, ci può anche dire che dopo un certo numero di diluizioni in acqua le molecole sono talmente diluite da potere affermare che in quel bicchiere di acqua non c’è più sale. Ora se la chimica che fa funzionare il computer, l’auto e la plastica è vera (ed è vera) nei preparati omeopatici non è contenuto nessun principio attivo. Questo è un fatto e non un’opinione.

Certo, se ci fosse la dimostrazione di un’attività terapeutica di questi preparati dovremmo rivedere le basi della chimica, ma siccome in tutti gli studi controllati si dimostra che i preparati omeopatici non hanno alcuna efficacia, possiamo stare tranquilli: la nostra chimica è giusta, i preparati omeopatici non contengono nulla e – ovviamente – non hanno alcuna efficacia. Anche questo è un fatto e non un’opinione.

prodotti omeopaticiDetto questo, se un adulto dice di sentirsi meglio dopo avere preso un preparato omeopatico, dopo avere pregato Budda o baciato una medaglietta di Padre Pio possiamo vietarglielo? No. E’ libero di fare ciò che vuole, anche perché non contenendo nulla, così come non hanno alcuna efficacia, le preparazioni omeopatiche non hanno di certo nessuna tossicità!

Quello che io trovo invece inappropriato è che preparazioni che non contengono nulla, e che concettualmente sono come le medagliette di Padre Pio, vengano prescritti da medici e venduti nelle farmacie. Questo può ingenerare la falsa convinzione che abbiano una qualche efficacia o che contengano qualcosa. I preparati omeopatici invece non hanno alcuna efficacia e non contengono nulla, ed io ritengo che – come i filtri d’amore e le medagliettenon debbano trovare spazio nella pratica medica e nelle farmacie. Per questo spero che gli ordini dei medici e dei farmacisti si muovano di conseguenza, ricordando che i loro iscritti svolgono una professione molto diversa da quella dei cartomanti e delle fattucchiere.

Non c’è nulla di male a farsi leggere le carte; mi disturba solo quando a leggerle è un mio collega.

Roberto Burioni

Dopo i vaccini tocca all’ omeopatia

farmaci omeopatici

Dopo il caso vaccini adesso tocca all’ omeopatia. Non si tratta di discussioni accademiche, ma piuttosto legate a fatti di cronaca tragici. Un bimbo di sette anni è morto in seguito ad un’otite curata con prodotti omeopatici. Come nel caso della pretesa di esercitare una libera scelta sulle vaccinazioni anche per l’omeopatia ci si trova di fronte alla fondamentale ignoranza di chi non si domanda quali caratteristiche debba avere un farmaco per essere definito tale. Emerge una mentalità antiscientifica che ha radici profonde e che pretende di sostituire il metodo scientifico con singole esperienze personali, con impressioni, con intuizioni. Niente di sorprendente se pensiamo che nel passato si ricorreva anche a riti religiosi o magici come rimedio a fenomeni naturali, a malattie e ad epidemie.

omeopatiaUna rapida ricerca in rete aiuta ad inquadrare meglio la questione. La nascita dell’omeopatia si deve al medico tedesco Samuel Hahneman, che nel 1796 propose le sue teorie alla comunità scientifica. L’omeopatia è basata su due pilastri, ossia la legge dei simili e l’utilizzo di quantità infinitesimali di principi curativi. Il primo stabilisce che si deve dare al corpo una sostanza simile al malanno che lo affligge. Il secondo prevede diluizioni estreme del principio attivo (per esempio si diluisce una parte con 99 di diluente; da ciò che si ricava si prende una parte e la si diluisce di nuovo con 99 parti diluenti e così via per 10, 12, 15, 20, 30 volte).

È quindi abbastanza chiaro che nel prodotto finale non resti più nulla, se non l’acqua e lo zucchero che viene utilizzato come sostanza neutra per ottenere dei preparati solidi.

diluizioni omeopaticheUna delle critiche più vivaci all’omeopatia viene da Silvio Garattini che le ha dedicato un libro di recente pubblicazione ( Acqua fresca? Tutto quello che bisogna sapere sull’omeopatia ) Nel libro, Garattini spiega le ragioni per cui  in un Paese civile, si­mili prodotti non dovrebbero essere disponibili non solo in far­macia, ma nemmeno sul mercato perché rappresentano un’ec­cezione rispetto a tutti i prodotti che si trovano in commercio. Immaginate se si vendesse acqua in bottiglia, con un’etichetta che la dichiari ‘vino in diluizione omeopatica’ ma a un costo molto superiore del vero vino”.

Garattini rivolge  un appello alle migliaia di medici che prescrivono e alle  migliaia di farmacisti che vendono prodotti che invece, in coerenza con la loro formazione scientifica e con i principi della evidence based medicine, dovrebbero bandire dalla loro pratica professionale.
Prescrivere rimedi omeopatici per una malattia, quando esistono prodotti efficaci, è una sottrazio­ne di terapia e rappresenta una grave omissione nei confronti del paziente che attende una cura” . Per Garattini sbagliano anche le farmacie che “non possono continuare a vende­re come trattamenti sanitari prodotti che non contengono princi­pi attivi. (…) i farmacisti dovrebbero rifiutarsi di vendere questi preparati”.

mentalità antiscientificaMa quanti sono i fruitori di questa pratica che di scientifico sembra avere solo il marketing con il quale viene venduta? Secondo diversi calcoli la percentuale di italiani che vi fanno ricorso oscilla intorno al 5 per cento della popolazione per una spesa di circa 400 milioni di euro l’anno.

Veniamo adesso al cuore della questione. Si parla di farmaci omeopatici, ma per essere definiti tali occorrerebbe almeno una qualche prova scientifica della loro efficacia. E, purtroppo per i suoi utilizzatori, non esiste alcuna prova dell’efficacia dell’omeopatia. Anzi, nel corso degli anni sono arrivate solo bocciature. Una delle ultime è quella del National Health and Medical Research Council australiano, che ha condotto un’analisi durata due anni in cui ha valutato 225 ricerche scientifiche sull’effetto dei farmaci omeopatici in oltre 68 differenti patologie. Il risultato? “Basandosi sui dati disponibili riguardo all’efficacia dell’omeopatia – si legge nel rapporto – l’Nhmrc conclude che non esistono patologie per le quali esistono prove di una reale efficacia dell’omeopatia”.

sperimentazione scientificaIn pratica i ricercatori australiani hanno esaminato gli studi che valutano e riassumono la letteratura scientifica esistente sul tema compresi quelli a favore dell’efficacia dell’omeopatia (con tanto di consultazione pubblica aperta alle segnalazioni dei cittadini).

Il risultato dell’analisi è quello sopra riportato e cioè che non esiste alcuna prova sull’efficacia dei farmaci omeopatici per la cura di nessuna patologia. Per questo, l’Nhmrc ha deciso di consigliare ai cittadini australiani di evitare l’utilizzo di farmaci omeopatici per il trattamento di qualunque malattia cronica, grave o potenzialmente tale. Infatti “Le persone che scelgono l’omeopatia potrebbero mettere a rischio la propria salute se rifiutano o ritardano l’assunzione di terapie per cui esistono invece prove di efficacia e sicurezza”.

Più recente è la decisione della Federal Trade Commission (FTC), l’agenzia governativa che negli Usa si occupa di tutela dei consumatori dal 1914, di imporre che si scriva sulle confezioni dei prodotti omeopatici “non vi è alcuna prova scientifica che il prodotto funziona“.

prodotti omeopaticiAlla base di questa decisione c’è la considerazione che per i farmaci omeopatici “la dimostrazione di efficacia si basa unicamente sulle teorie omeopatiche tradizionali e non ci sono studi validi che utilizzino metodi scientifici attuali che mostrino l’efficacia del prodotto“. In quanto tali, le affermazioni di marketing per questi prodotti sono fuorvianti e violano le leggi e le norme della FTC.

A questo punto bisogna chiedersi cosa convinca una persona a ricorrere a prodotti privi di qualunque principio attivo che chissà per quale fenomeno paranormale dovrebbero curare le malattie. L’effetto è più simile a quello comunemente utilizzato nella sperimentazione scientifica e chiamato “placebo” ossia il puro effetto psicologico di chi pensa di curarsi e invece assume solo un granulo di zucchero (pagato uno sproposito però).

Come ha giustamente osservato qualcuno restano due alternative: o ci affidiamo alla scienza o ci affidiamo alle superstizioni e cominciamo ad inserire astrologia e tarocchi negli ospedali.

Claudio Lombardi

L’inarrestabile declino degli omicidi

omicidi e rapine

A volte la percezione dell’opinione pubblica e dei singoli cittadini è diversa da ciò che raccontano i meri dati. Ovviamente la percezione  conta così come  l’esperienza di vita di ciascuno. E però i dati raccontano dei fenomeni in generale e sono un indicatore dal quale non si può prescindere per comprendere la realtà. Per questo pubblichiamo un recente articolo apparso sul sito la voce.info

Una decrescita felice

pauraIncredibile ma vero: nel 2016 il numero degli omicidi commessi nel nostro paese è ancora diminuito. È sorprendente innanzitutto perché la decrescita è iniziata nel lontano 1992 e non si è mai arrestata. Nel 1991 ce ne furono 1.916 (3,4 per 100mila abitanti), nel 2016 invece sono stati 397 (0,65 per 100mila). È sorprendente, in secondo luogo, perché nell’ultimo anno il calo è stato ancora più forte del solito: -15%. È sorprendente, infine, perché nell’ultimo ventennio l’Italia ha avuto un tasso di omicidio più basso del Regno Unito e della Francia, che per secoli sono stati, da questo punto di vista, paesi più sicuri. Dunque, l’Italia non solo non ha più, per l’alto livello di criminalità, un “vero primato, che non è quello sognato dal Gioberti”, come scriveva ironicamente, nel 1883, Filippo Turati, ma si trova decisamente alla testa degli altri paesi nella tendenza al declino di questo delitto.
I risultati della ricerca che abbiamo condotto nell’archivio del ministero dell’Interno (certamente la fonte più ricca e affidabile fra quelle esistenti nel nostro paese) mostrano che la diminuzione ha avuto luogo in tutte le regioni, ma che in alcune è stata più forte che in altre: in Calabria, Sicilia e Campania. Un vero e proprio crollo vi è stato nelle prime due regioni, nelle quali la frequenza degli omicidi era nel 1991 ben tredici volte maggiore di oggi.
omicidio mafiaIn tutto questo periodo, la geografia degli omicidi è un po’ cambiata. La regione più virtuosa è rimasta il Molise, dove nel 2016 non è stato ucciso nessuno. Ma in testa alla classifica, la Campania ha superato la Calabria e la Sicilia per numero di persone uccise. Nel complesso, comunque, le differenze fra le regioni sono oggi molto minori di venticinque anni fa.

La diminuzione del tasso di omicidi è avvenuta anche nelle grandi città. La flessione è stata spettacolare a Catania, la città che venticinque anni fa aveva il tasso più alto e nella quale oggi è ben tredici volte minore. È stata forte anche a Palermo, a Genova (oggi la città più virtuosa), Milano, Torino e Firenze. Contrariamente a quanto alcuni hanno sostenuto, la diminuzione è avvenuta anche a Napoli fino al 2012, seppur seguita da una lieve ripresa negli ultimi tre anni. Oggi nella città partenopea ci si uccide più che nelle altre, ma molto meno di venticinque anni fa.

Il calo non ha riguardato tutti i tipi di omicidio. Quelli nati da liti e risse sono aumentati negli ultimi anni. Sono invece considerevolmente diminuiti quelli di criminalità organizzata (mafia, camorra o ‘ndrangheta) e di criminalità comune o legati a furti e rapine, molto meno quelli familiari e passionali.

I meriti delle forze dell’ordine

polizia controlliLa diminuzione degli omicidi dell’ultimo quarto di secolo è stata sicuramente favorita dalla lenta affermazione dello stato, della sua capacità di detenere il monopolio della violenza legale, e dall’interiorizzazione, da parte dei cittadini, dell’imperativo che non ci si può fare giustizia da soli. È stato un mutamento profondo ed è improbabile che gli italiani riprendano ad armarsi e a sparare a chi li vuol rapinare solo perché viene approvata una nuova legge in proposito.

Nel periodo considerato, lo stato ha ottenuto successi nella lotta contro la criminalità organizzata con l’approvazione, nel 1991-92, di alcune leggi (n. 82, 293 e 356) che hanno incentivato la collaborazione dei pentiti. Ma i dati che abbiamo analizzato fanno pensare che la flessione degli omicidi di criminalità comune o legati a furti e rapine sia almeno in parte riconducibile a una maggiore efficienza delle forze dell’ordine. Nell’ultimo quarto di secolo è continuamente cresciuta la quota di omicidi risolti con esito positivo – dei quali cioè si è trovato l’autore – passata dal 40 per cento nel 1992 al 73 per cento del 2016. La quota varia a seconda del tipo di delitto ed è maggiore in quelli familiari e passionali, molto minore in quelli di mafia, camorra o ‘ndrangheta. Ma la quota degli omicidi di criminalità comune risolti con esito positivo è notevolmente aumentata.

Nella lettura dello straordinario cambiamento dell’ultimo quarto di secolo dobbiamo evitare due errori. Il primo è di considerare ingiustificato e incomprensibile il forte senso di insicurezza che vi è nella popolazione del nostro paese, perché, se è diminuito il numero degli omicidi, è notevolmente aumentato quello di altri reati (ad esempio le rapine) che più dei primi vi influiscono. Il secondo è di immaginare che il declino degli omicidi continuerà ancora a lungo e che potremo presto raggiungere il tasso minimo nazionale, riscontrato in regioni così diverse come il Trentino, le Marche, il Molise o la Lombardia.

Marzio Barbagli e Alessandra Minello tratto da http://www.lavoce.info

La palla al piede della disuguaglianza

disuguaglianza

L’ultima è la notizia che l’ex amministratore delegato di Leonardo – Finmeccanica, Mauro Moretti, riceverà una liquidazione di circa 10 milioni di euro per la conclusione del suo rapporto di lavoro con l’azienda durato tre anni. Nulla di straordinario. Moretti si appella ad un contratto perfettamente legale così come lo sono quelli di tutti i grandi manager dei quali si parla ogni anno quando si stila la classifica delle retribuzioni delle società quotate. Di notizie così se ne possono rintracciare migliaia in tutto il mondo nel corso degli ultimi decenni.

capitalismo finanziarioOltre ai manager, poi, ci sono i proprietari delle aziende dei quali poco si parla, ma che in quanto a guadagni scandalosi non sono secondi a nessuno. Da noi si è gettato lo sguardo su Silvio Berlusconi a proposito dell’assegno di due milioni di euro al mese che versa alla sua ex moglie. Ma forse si potrebbe citare il miliardario russo che si sta facendo costruire uno yacht a vela lungo 140 metri e del costo di quasi mezzo miliardo di dollari.

Sono tutti indicatori di un sistema di rapporti sociali ed economici deformato dalla disuguaglianza. L’ultimo libro di Romano Prodi la mette al centro della sua analisi e tanti analisti ripetono da anni che eccessi di disuguaglianza fanno male alla società e all’economia. Se ne occupa anche un articolo di Salvatore Bragantini sul Corriere della Sera di pochi giorni fa.

Scrive Bragantini: “C’è un equivoco di fondo sulle cause della crisi finanziaria; sempre attribuita all’eccessivo debito pubblico, essa invece nasce dalla debolezza della domanda, a sua volta dovuta alle forti disuguaglianze attuali nei Paesi sviluppati. (…).”

ricchi e poveri“Crescita delle disuguaglianze, che dagli anni Ottanta ha spostato il 10-15% del valore aggiunto dal lavoro ( che spende tutto il suo reddito) al capitale, che tesaurizza ben più di quanto investa. È scesa così la domanda, in particolare gli investimenti, pubblici e privati, che potrebbero spingere in alto il Pil. Errata è, con la diagnosi, anche la prognosi. Ciò non implica aumentare la spesa pubblica in Italia; prima dei vincoli dell’euro, il buon senso costringe a stanare le spese inutili, parassitarie, spesso corruttrici. La causa ultima della crisi però resta lì, intatta; lungi dal diminuire, la divaricazione di redditi e ricchezze si fa vieppiù minacciosa”.

Ricorda Bragantini che negli anni Cinquanta-Ottanta del Novecento, erano alti i livelli di tassazione sui redditi più elevati e, comunque, i compensi dei manager erano inferiori a quelli attuali. A partire dal 1989 le loro retribuzioni sono cresciute in misura esponenziale e la tassazione è diminuita. In pratica il mercato è diventato un pretesto per coprire una gigantesca redistribuzione dei redditi che arriva a minacciare la stessa democrazia.

Infatti “il profitto è ben accetto se accresce il benessere generale” cioè se viene tassato per sostenere le spese statali, se genera investimenti che portano lavoro, altri profitti, altre tasse e così via. Ma se questa sequenza viene interrotta, se crescono a dismisura i redditi dei supermanager e i guadagni degli azionisti, se poi questi vengono utilizzati per inseguire le rendite finanziarie, di fatto, si mina l’economia di mercato e la coesione sociale.

redistribuzioneSi rischia così “di affossare un modello che ha strappato alla povertà noi ed altri Paesi, in un’Europa in pace. Esiste un limite oltre il quale le disuguaglianze non devono crescere, e l’abbiamo passato; ridurle a livelli ragionevoli deve formare l’asse portante di una nuova piattaforma, da presentare in un mutato contesto istituzionale europeo (….) Il sostegno politico (e la giustificazione vera) dell’economia di mercato sta nelle classi medie; la loro rabbia montante deve indurre ad invertire il moto del pendolo degli ultimi 30 anni. La democrazia stessa lo esige.”

Per Bragantini i Paesi forti dell’eurozona dovrebbero avere un’inflazione maggiore per ravvivare la domanda. E aggiunge “servono poche, ma chiare parole d’ordine: istruzione di qualità, tassazione progressiva, solidarietà sociale, governo delle imprese orientato al lungo termine e, in Italia, controllo su priorità ed efficienza della spesa (stop a investimenti inutili, infrastrutture avviate e abbandonate, corruzione)”.

Un programma semplice, ragionevole che è la migliore risposta al populismo distruttivo che si basa sulla rabbia e la paura degli elettori, ma che non sa come gestirla

Claudio Lombardi

1 2 3 19