Lavoro: la realtà dietro gli slogan

Un’inchiesta del Sole 24 ore non recente, ma sempre attuale, fa il punto sul lavoro. Il tema è onnipresente nei discorsi e nelle polemiche politiche tanto da trasmettere l’impressione che non abbia una sua oggettività e che dipenda unicamente dalla volontà di questo o quel leader. Ripercorriamo i punti principali dell’analisi. Al primo posto il numero di occupati, grosso modo equivalente a quelli del 2008. Dietro questo dato, tuttavia, non vi è immobilità come potrebbe sembrare. Alcune professioni sono sparite, altre si sono invece fatte avanti in un mercato sempre più avaro di opportunità soprattutto per i giovani ed è cambiata la richiesta dei settori e anche il mix dei contratti.

Meno manifattura, più colf e badanti

Il primo dato è la diminuzione del peso dell’occupazione nelle attività manifatturiere, nelle costruzioni, nella pubblica amministrazione e nella difesa. Aumentano invece gli addetti negli alberghi e nella ristorazione, nella sanità ed assistenza sociale e la quota di colf e badanti (quasi un raddoppio in dieci anni).

Tra 2008 e 2017 i lavoratori dipendenti sono cresciuti dal 74,5% al 76,7%. Quelli a tempo indeterminato sono passati dall’86,7% all’84,8%; a tempo determinato dal 13,3% al 15,2%. I lavoratori autonomi sono passati dal 25,5% al 23,3%.

I lavori che stanno scomparendo

A cambiare sono state anche le richieste delle aziende in termini di figure professionali. Tutti i profili che non abbiano una specializzazione sono obsoleti. Ad esempio: operai non specializzati, impiegati generici, commessi che non conoscono lingue straniere. La diffusione di internet (e dell’e-commerce) ha cambiato radicalmente il panorama lavorativo.

I lavori più richiesti. E quelli introvabili

Le 5 professioni più difficili da reperire in Italia nel 2017 sono state: tecnici programmatori, analisti e progettisti software, attrezzisti di macchine utensili, tecnici esperti in applicazioni, operai di macchine utensili automatiche industriali. C’è anche una forte richiesta di camerieri, cuochi, conduttori di mezzi pesanti e camion.
Fra le professioni più richieste ci sono quelle attinenti al mondo Ict (internet).

Le figure emergenti

La rivoluzione di internet si fa sentire sempre di più. Le figure che stanno nascendo o potrebbero crescere di più nei prossimi anni, in Italia e all’estero, sono caratterizzate da una propensione naturale al Web e alle applicazioni che permettono di capitalizzare le informazioni online. E questo sia che si tratti di sviluppi di professionalità già esistenti che del tutto nuove. Pochi posti? Non proprio. Una stima di un’importante società di consulenza indica in 135 mila le posizioni vacanti nell’Ict entro il 2020. Tra l’altro, già oggi in Italia, il funzionamento del Web dà lavoro a 755mila persone.

I nomi delle figure professionali richieste parlano da sole di un mondo del lavoro profondamente diverso dal passato anche recente. Per esempio il data scientist, un analista specializzato nell’estrarre informazioni dai dati online. Oppure il blockchain expert è un professionista di formazione tecnico-scientifica che si occupa di scrivere protocolli per lo scambio di criptovalute, sfruttando la tecnologia (blockchain) che fa da registro contabile per le transazioni. Il chief digital officer si occupa del processo di «trasformazione digitale» delle aziende, ovvero il coordinamento delle attività per il rinnovamento tecnologico dell’impresa. La lista potrebbe continuare con il data protection officer (responsabile della protezione dati) e il chief internet of things officer (un manager che si occupa dell’utilizzo dell’internet of things in azienda), fino a ruoli già consolidati come analisti del business digitale, hardware engineer ed esperti di cybersecurity.

Nuove professionalità in formazione per le quali è soprattutto richiesta duttilità di pensiero e capacità di apprendimento. Di sicuro si sta andando sempre più verso lavori ad alto contenuto di conoscenza e creatività il che porta, tuttavia, anche ad una forte polarizzazione fra ruoli elevati e ruoli più elementari. E infatti ecco…

La frontiera della gig economy

Un mondo che cresce e che esce dai vecchi schemi. Gig economy o “economia dei lavoretti” cioè prestazioni occasionali per conto di piattaforme online che mediano tra domanda e offerta di servizi. Gli esempi ormai classici sono quelli di Uber per i trasporti o di Foodora e Deliveroo nella consegne di cibo. Sigle dietro le quali ci sono applicazioni informatiche che mettono in contatto utenti e prestatori del servizio (che però non decidono niente del servizio). Il pagamento avviene a cottimo e chi ci lavora non gode di alcun inquadramento perché non possiede le caratteristiche né del subordinato né dell’autonomo. Il tema è di grande attualità e alcuni tentativi di regolamentare questi lavori si stanno facendo avanti (disegno di legge in discussione nel Consiglio regionale del Lazio). Tra l’altro da lavoretti tappabuchi per giovani stanno sempre più diventando occupazioni per gli over 30 dalle quali ricavare un guadagno vero. Eventuali interventi legislativi potrebbero intervenire sull’assicurazione a favore dei ciclofattorini oppure sui minimi retributivi o anche sulle modalità di calcolo dei compensi in alcuni lavori. Un altro intervento potrebbe arrivare dal welfare sotto forma di integrazione al reddito, difficile e tutto da esplorare. Ma forse la misura più semplice e immediata è di far ricorso al contratto di co.co.co previsto e disciplinato dal Jobs Act. Sempre che il governo non lo abolisca prima. Comunque due parole vanno dette anche sui consumatori sempre più abituati ad esigere prestazioni immediate e al prezzo più basso possibile. Tutto sommato se anche la consegna di una pizza a casa costasse un paio di euro in più non ci sarebbe un danno per nessuno.

In conclusione

L’Italia è a rischio. In agguato c’è un circolo vizioso composto di bassa produttività, bassi salari e limitate opportunità professionali. Occorre un grande sforzo per investire nel capitale umano. E occorre rimuovere tutti i blocchi burocratici e culturali che intralciano l’attuazione delle decisioni sia pubbliche che private. Ripetere come un mantra “investimenti investimenti investimenti” sperando che automaticamente portino lavoro e poi trovarsi impantanati in procedure estenuanti e nella mancanza di figure professionali adeguate non è un rischio, ma ciò che accade da molti anni. Cambiare questa situazione sta diventando però sempre più difficile e probabilmente non sarà questo governo a guidare il cambiamento

Claudio Lombardi

Stadio della Roma: un film già visto

Un film già visto. Un costruttore, una grande opera privata che senza il consenso dell’amministrazione pubblica non si può fare, un presidente di un’importantissima società di servizi di proprietà comunale messo lì dai suoi protettori politici, altri politici di vario livello presi nella rete di un ricco costruttore. E poi finte consulenze e varie altre mascherature per nascondere finanziamenti e favori. La magistratura intuisce, sospetta e poi agisce. Gli arresti, le intercettazioni sulla stampa eccetera eccetera. Lo scandalo dello stadio della Roma non è che l’ennesimo episodio di una telenovela che dura da decenni.

È clamoroso che l’inchiesta per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione tocchi adesso il M5S. L’avvocato Lanzalone, al quale è stata data in premio, come ha affermato Di Maio, la presidenza dell’Acea come se fosse un feudo di proprietà dei 5 stelle, è uomo di fiducia di Casaleggio e di Grillo. Fu inviato a Roma per tappare la falla creata dal caso Marra (il braccio destro della Sindaca Raggi arrestato e rinviato a giudizio per corruzione). La Sindaca anche adesso prova ad uscirne politicamente indenne come già fece al tempo di Marra. È solo uno dei 23 mila dipendenti del Campidoglio disse del suo braccio destro. Me lo hanno imposto, io manco lo conoscevo dice di Lanzalone. Strana idea della responsabilità politica. Una sindaca che non conta nulla che viene manovrata da un faccendiere o che esegue gli ordini di Grillo e Casaleggio.

Questa vicenda è importante perché rivela la nascita di un sistema di potere a 5 stelle. Camuffata dall’arroganza di una propaganda martellante che ha eretto le bandiere della trasparenza e dell’onestà esiste una realtà opaca dove le decisioni che contano vengono prese da pochissime persone e dove cominciano a girare gli affaristi senza scrupoli, gli arrampicatori, i disonesti di domani. Dopo essere nati e cresciuti al grido di “sono tutti uguali, tutti corrotti e se ne devono andare tutti a casa” i pentastellati, appena conquistato il potere, hanno cominciato ad ammorbidirsi. Le loro regole sono state adeguate e, ciò che prima era motivo di feroci attacchi ai politici, adesso se li riguarda, viene giustificato. A metà strada tra una setta e una società privata pensano di essere dei rivoluzionari che stanno compiendo una missione in nome del popolo e dunque si assolvono da molte responsabilità.

Fermo restando che non si possono pronunciare condanne sulla base di un’inchiesta appena avviata e che la magistratura ci ha abituato a “lanci” di processi mediatici finiti poi nel nulla, lo scandalo dello stadio della Roma nella sua “ordinarietà” dice molto di più. Ci racconta di una politica debole che continua ad essere facile preda di affaristi, di traffichini, di professionisti in caccia di consulenze, di dirigenti di uno dei tanti apparati di cui si compone lo Stato e quel mondo di aziende che dalla politica dipende.

La debolezza di quel poco che è rimasto dei partiti e della politica spiega ciò che può apparire incomprensibile. È chiaro che i politici hanno troppo potere (rappresentato contabilmente dalla spesa pubblica) e non sono in grado di gestirlo. Per dirlo con più chiarezza: sono nelle mani delle burocrazie. E sono facile preda di arrampicatori, consiglieri, facilitatori che offrono i loro servizi consapevoli di quanto il politico al quale si rivolgono sia incompetente e oscillante tra lo smarrimento e l’arroganza. Per questo la questione decisiva nascosta allo sguardo dell’opinione pubblica è quella dei posti da spartirsi. Compito dei politici è quello di dire che a loro non interessa la spartizione dei posti mentre i loro fiduciari nell’ombra solo di questo si occupano. Basta guardare al caso Lanzalone. Passare dall’essere uno dei tanti avvocati in cerca di clienti alla presidenza di Acea significa essere proiettati nel mondo di quelli che contano, accaparrarsi retribuzioni al top e conquistare il potere di influenzare o decidere l’attribuzione di incarichi di responsabilità, di posti di lavoro ed anche di orientare le decisioni politiche e amministrative dalle quali possono dipendere le fortune di gente come il costruttore Parnasi.

Questa è la faccia nascosta del potere. E se ai politici è demandata solo la conquista dei voti si capisce che la politica può diventare puro marketing per creare e piazzare i prodotti che più facilmente possono essere venduti sul mercato del consenso. Se la parola stessa partito è stata ricoperta di infamia ed è stata sostituita da movimenti carismatici o da comitati elettorali non sorprende che il potere divenga un terreno di caccia. D’altra parte l’opinione pubblica è manovrabile. Con una campagna pubblicitaria può credere a tutto. Quale era lo slogan della Raggi in campagna elettorale? “Cambieremo tutto”. Una persona ragionevole non lo avrebbe detto perché era fuori dalla realtà, ma lei vinse. E il M5S non ha forse fatto eleggere a cariche istituzionali persone prive di alcuna competenza politica facendo credere che proprio l’incompetenza fosse un requisito fondamentale per accedervi? E chi dirige dietro le quinte sia questi che la cosiddetta democrazia diretta attraverso internet? Niente altro che quel centro di comando opaco che ha inviato a Roma l’avvocato Lanzalone dandogli in premio la presidenza di Acea.

Questo il M5S che rappresenta la punta più avanzata del cambiamento in peggio che sta sconvolgendo la nostra democrazia. Dunque che si può fare? Creare una politica che educhi il cittadino alla partecipazione, potenziare l’informazione e la formazione perché l’ignoranza è il brodo di cultura della separazione tra potere e consenso e l’incubatore dei fanatismi e dei regimi autoritari, abituare le persone ad essere protagonisti in grado di conoscere, valutare, giudicare. E costruire dei partiti che non siano solo delle macchine di potere o dei comitati elettorali. Sì ci vogliono i partiti. Organizzazioni di massa, articolate, diffuse, adatte a questi tempi nuovi nelle quali ognuno possa diventare un promotore di politica. Non i leader: i partiti

Claudio Lombardi

A quota 100 c’è fame e freddo

Pubblichiamo un intervento di Mario Seminerio tratto dal suo blog www.phastidio.net sulla riforma delle pensioni annunciata dal governo.

In attesa che il governo gialloverde prenda le prime decisioni pesanti, qualificanti e caratterizzanti il Contratto, ieri sono stati pubblicati i risultati di una simulazione col nuovo metodo di “quota 100”, come previsto da Alberto Brambilla, esperto previdenziale e consigliere della Lega per la riforma. Sono cose già note, in particolare le avevo tratteggiate qui, quando parlavo di nuove pensioni da fame nera e vera, ma è utile ribadirle con qualche dettaglio aggiuntivo.

Che troviamo su Repubblica di ieri, in un articolo di Valentina Conte. Riassumiamo in modo semplice quanto sappiamo sinora: prevista la “quota 100”, quindi uscite con almeno 64 anni di età e 36 di contributi – oppure “quota 41 e mezzo” – di soli contributi, a prescindere dall’età. C’è tuttavia una sorpresa che semplicemente non è tale, perché prevista ed ampiamente segnalata dallo stesso Brambilla: il ricalcolo col contributivo di quanto versato dal 1996 al 2011, cioè prima che entrassero in vigore le norme della legge Fornero che hanno generalizzato il contributivo.

In pratica, per ridurre il salasso a carico dei conti pubblici, si attua una sorta di “opzione donna” selettiva per un quindicennio di contribuzione, il 1996-2011. E che implica, ciò? Un taglio medio dell’importo della pensione del 9-10%. In pratica, la quota 100 ricalcolata produce gli stessi effetti dell’attuale regime dell’Ape Sociale, ma impatta a titolo definitivo sul trattamento pensionistico, inclusa l’eventuale reversibilità, mentre l’Ape sociale oggi resta in carico solo al pensionato e non ai suoi eredi, in termini di taglio dell’assegno di reversibilità.

Repubblica ha chiesto una simulazione del probabile nuovo regime ad una società specializzata, Tabula, guidata da Stefano Patriarca, ed i risultati di sintesi (di cui ho già scritto), sono questi:

«[…] chi ha avuto carriere discontinue o brevi (come statisticamente accade nel Sud e per le donne) oppure interruzioni superiori ai 2 anni per cassa integrazione o malattia (per “quota 100” valgono al massimo 2 anni di contributi figurativi) rischia con la “riforma Brambilla” di posticipare l’uscita dal lavoro fino a 3 anni. Quando va bene, non ha alcun vantaggio: esce alla stessa età di oggi. Analogo disagio toccherebbe a quanti oggi usufruiscono dell’Ape sociale e possono andare in pensione a 63 anni, fino ad un massimo di 1.500 euro, anche solo con 28, 30 o 36 anni di contributi, se appartenenti alle 15 categorie protette: dalle infermiere alle maestre di asilo, dagli operai edili ai siderurgici, dai facchini ai camionisti. L’Ape sociale verrebbe abolita, tra l’altro senza risparmiare granché, perché la misura termina a dicembre 2018, andrebbe rifinanziata e al massimo potrà garantire 200-300 milioni di soldi non spesi. Privi di Ape sociale (a carico dello Stato), le professioni più gravose perderebbero un importante ombrello di protezione, senza altra rete. Se non i 41 anni e mezzo di contribuzione: ma chi li ha, visto il nero e l’intermittenza che caratterizzano quei mestieri?»

Mi pare che il concetto sia chiaro. Se non lo fosse, agevolo con una tabella riepilogativa in calce a questo post. C’è poi altro punto da considerare, e cioè i giovani e le loro storie contributive, disastrate peggio delle strade di Roma:

«Infine l’impatto sui giovani e sui conti pubblici. I primi sono i perdenti a tutto tondo: pagano di tasca loro le riforme e controriforme di oggi e incasseranno domani, a 70 anni, pensioni da fame grazie a carriere piene di buchi e corse in bicicletta a portare pizze. Patriarca, ex consigliere di Palazzo Chigi nel governo Gentiloni, calcola che servono i versamenti di 5 giovani di oggi per pagare un solo anno di anticipo del nuovo “quotista” gialloverde. Se davvero l’intera operazione costasse 5 miliardi, come indica invece Brambilla – ma Patriarca la valuta in 9 miliardi – risucchierebbe il gettito contributivo di 900 mila under 30. In cambio di cosa? Il contratto di governo non lo dice. Perché ha dimenticato il capitolo “giovani”»

Quindi: pensioni con taglio di circa il 10%, per effetto del ricalcolo contributivo del periodo 1996-2011, e penalizzazioni anche forti, spesso sino al ripristino della riforma Fornero “hard”, cioè prima dell’ammortizzatore rappresentato dall’Ape sociale ed anche di quella volontaria, per chi ha carriere contributive brevi e/o discontinue.

Sempre ammesso che questa riforma veda la luce. Si, lo so, lo so: “lasciateli lavorare”. Sono alcuni lustri che la sento, in effetti.

Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Migrazioni: strategia non improvvisazione

Viviamo tempi nei quali domina l’immediatezza e ciò che conta è la reazione atto per atto in un eterno presente. Il caso delle migrazioni affrontato con l’approccio di Salvini rientra in questa tipologia. Arriva una nave carica di migranti? Stop! Chiusura dei porti. E poi, cosa si farà dopo? Oggi è l’Aquarius e domani? E all’Europa cosa chiede esattamente il governo Lega-M5S? Non si capisce. Ciò che conta è fare la voce grossa e finire in prima pagina. Sul domani c’è buio. Parlare di analisi e di strategia sembra quasi una bestemmia. Il neoministro dell’interno dichiara che l’alleato ideale è il nazionalista Orban campione della chiusura ad ogni redistribuzione dei migranti e nello stesso tempo proprio quella invoca attraverso una revisione dell’accordo di Dublino che impone all’Italia di accogliere e trattenere sul suo territorio tutti quelli sbarcati nei suoi porti. La logica dice che o l’uno o l’altro, ma Salvini sta sempre in campagna elettorale, parla non per costruire e attuare una linea politica, ma per riscuotere un consenso immediato, impulsivo che dia l’impressione del decisionismo nascondendo la confusione e la superficialità.

Eppure non è sempre stato così e qualche motivo ci sarà se gli sbarchi si sono ridotti drasticamente negli ultimi due anni.

Correva l’anno 2016 e il governo italiano guidato da Matteo Renzi presentò all’Unione Europea alcune proposte per un approccio comune alla crisi migratoria. Si trattava del Migration Compact. In quel periodo l’Unione Europea non si era posta la questione di un nuovo approccio al problema migrazioni che andasse oltre la gestione degli ingressi nel suo territorio, ogni Paese pensava per sè e le polemiche si concentravano sulla chiusura delle frontiere ad est. Era il tempo dell’accordo con la Turchia, ma a fronteggiare gli sbarchi nel Mediterraneo l’Italia fu aiutata ben poco. In quella situazione il governo italiano prese l’iniziativa.

Nella sua proposta partì dalla premessa che le migrazioni verso l’Europa dovessero essere considerate un fenomeno strutturale, che non poteva essere affrontato solo come emergenza. Occorreva agire sulle cause e, quindi, verso i Paesi africani di origine e transito dei migranti. Questi dovevano diventare i principali interlocutori delle politiche europee.

L’Italia proponeva quindi uno scambio fra Europa e Paesi africani. La UE doveva puntare a progetti di investimento; a cooperare in materia di sicurezza;ad organizzare una migrazione legale verso l’Europa; alla redistribuzione dei migranti tra i Paesi europei.

I Paesi africani coinvolti dovevano impegnarsi a controllare le loro frontiere per ridurre i flussi illegali (con assistenza e finanziamenti UE); a cooperare per i rimpatri degli immigrati irregolari, tramite l’insediamento di uffici di collegamento dell’UE direttamente nei Paesi africani; a gestire i flussi migratori collaborando alla distinzione fra richiedenti asilo e migranti economici; a creare loro sistemi nazionali di asilo politico; alla lotta nei confronti dei trafficanti di esseri umani.

Per far fronte alle spese che queste azioni richiedevano l’Italia proponeva diverse soluzioni fra le quali l’emissione di specifici eurobond dedicati al finanziamento di una politica migratoria europea comune.

Gli sviluppi successivi a questa proposta hanno portato, in un clima di crescente chiusura da parte degli stati confinanti con l’Italia, ad una svolta nella politica del governo italiano incarnata dall’attivismo del ministro Minniti. Faticosamente, ma concretamente sono state poste le basi per una collaborazione con le tribù libiche e con alcuni stati africani e l’ONU ha iniziato a collaborare.

I risultati sono arrivati con la diminuzione degli sbarchi, ma si è appena ai primi passi di un percorso molto lungo. Ora il problema è capire che le politiche dei governi specialmente quando si rivolgono a questioni della portata delle migrazioni non possono essere misurate sui tempi dei talk show televisivi. Ci vuole tempo e devono essere costruite passo dopo passo. Le esibizioni di Salvini e la ristrettezza di analisi con la quale il governo Conte si è presentato alle Camere servono a poco. La fermezza è anche necessaria, ma se si sa in quale direzione si vuole andare. Se si tratta solo di dimostrare che anche l’Italia sa fare la faccia feroce lontano non si va

Claudio Lombardi

L’idea sbagliata della flat tax (2)

Flat tax ed evasione fiscale

Non vi è evidenza che un significativo taglio della pressione fiscale farebbe diminuire l’evasione.  I più considerati studiosi del sommerso affermano che l’evasione fiscale dipende in prima battuta dalla capacità amministrativa dello Stato e da come lo Stato é percepito dai cittadini. In seconda battuta impattano sull’evasione:

  • gli aumenti della pressione fiscale. Una crescita sensibile della pressione fiscale fa aumentare l’evasione perché gli operatori economici spiazzati ricorrono al sommerso. Tuttavia non ci sono particolari evidenze del fatto che abbassamenti della pressione fiscale producano una riduzione dell’evasione
  • fattori storici e sociali
  • struttura del mercato, ovvero dimensioni degli operatori economici e circolazione del contante

Attualmente l’economia sommersa di tutti i paesi che adottano la flat tax si stima abbia una dimensione superiore all’economia sommersa italiana. Il professor Schneider dell’università di Linz, uno dei massimi esperti di evasione fiscale, nel 2015 stimava un’evasione fiscale (shadow economy) per l’Italia di circa il 20%. Secondo Schneider il primo paese per evasione fiscale dell’UE era la Bulgaria con circa il 32% del PIL seguito dalla Romania con circa il 31%. Entrambi i paesi adottano ormai da diversi anni la flat tax.

Più in generale i paesi dell’Europa occidentale hanno una pressione fiscale nettamente più elevata ed un’evasione fiscale nettamente più bassa dei paesi dell’Europa orientale, i paesi che hanno le migliori performance in termini di lotta al sommerso sono la Francia e l’Austria che fanno rilevare dati sulla pressione fiscale tra i più elevati al mondo.

Altra evidenza importante è il trend. Dagli anni ottanta in avanti, contro ogni previsione l’evasione fiscale crebbe ovunque, dal 2005 ad oggi si rileva invece una dinamica di riduzione del sommerso, nell’ordine del 3-4% in tutti i paesi OCSE, i cui principali driver appaiono la diffusione dei pagamenti elettronici e l’aumento dell’efficienza dell’amministrazione finanziaria.

Flat tax, crescita e benessere

Non vi è alcuna evidenza che la flat tax, come ogni riduzione del carico fiscale per i più abbienti stimolerebbe la crescita; oggi il trickle down, ovvero la tesi che quello che va bene per i ricchi va bene per tutta la nazione è fortemente contestata. Riscuotono sempre più successo le idee di Piketty e Stiglitz secondo cui al contrario più tasse ai ricchi potrebbero significare maggiori investimenti pubblici che il privato non farebbe oppure tagli alle imposte sui redditi più bassi che si convertono in consumi. Oggi addirittura il Fondo Monetario Internazionale afferma che meno tasse ai ricchi non significa più crescita ma più disuguaglianze e che anzi in molti paesi occorrerebbe più progressività[15]. Essenzialmente il mercato è fatto dalla domanda – il potere d’acquisto dei cittadini – e dall’offerta – la competitività delle imprese. La flat tax sarebbe l’ennesimo intervento volto a potenziare l’offerta, ma il risultato complessivo del taglio delle tasse ai ricchi potrebbe essere negativo perché i tagli alla spesa necessari per finanziare la flat tax potrebbero deprimere in misura significativa i consumi.

Qualora vi fosse spazio per una drastica riduzione della pressione fiscale sarebbe quindi opportuno partire dai redditi più bassi per stimolare i consumi, oppure tagliare l’aliquota sui redditi delle società perché le scelte di localizzazione delle imprese in un paese dipendono molto più dall’imposta sui redditi delle società che dalle aliquote sui redditi delle persone fisiche.

Flat tax in Italia

Salvini afferma che all’Italia serve una flat tax con aliquota del 15%, Berlusconi dice che si potrebbe iniziare con un’aliquota del 23% che si potrebbe ridurre se la crescita del PIL fosse sostenuta. Carlo Cottarelli ammonisce che il taglio delle imposte da solo produrrebbe un buco di circa 30 miliardi.

La flat tax non si finanzia da sola e la sua introduzione sarebbe per il nostro paese una scelta spericolata. Alcune evidenze depongono chiaramente in questo senso:

  • Nel 2005 il consulente economico della campagna elettorale di Angela Merkel, Paul Kirchoff, propose l’introduzione di una flat tax con aliquota del 25%, la proposta bocciata dai tedeschi fu ritenuta da più parti irrealizzabile anche in un paese ricco come la Germania.
  • Negli stessi anni, nella legislatura 2001-2006 il governo Berlusconi ottenne dal parlamento una delega fiscale per introdurre un’imposta sui redditi con due sole aliquote, una del 23% ed una del 33%. La proposta fu accantonata perché considerata troppo onerosa per il bilancio dello Stato. L’Italia di allora aveva un rapporto debito/PIL che in pochi anni, grazie al lavoro fatto dai governi degli anni novanta, era fortemente calato e stava convergendo sul 100% del PIL; tale rapporto è oggi al 130%.
  • Negli ultimi quindici anni la progressività del sistema fiscale italiano è fortemente diminuita, prima con la riforma dei redditi d’impresa che ha abolito il credito d’imposta sui dividendi[16], poi dando la possibilità di optare per una flat tax sugli affitti. Tale ultimo intervento non ha prodotto i benefici sperati in termini di recupero di sommerso.

La flat tax ci porterebbe a dover scegliere tra una probabile crisi del debito pubblico e tagli della spesa che deprimerebbero la domanda. Per finanziare dal nulla la manovra come affermato dal leader leghista Matteo Salvini occorrerebbe una crescita del PIL del 4 o del 5% per molti anni, obiettivo irraggiungibile nel mondo post Lehman Brothers e ancor più irraggiungibile per un paese come l’Italia che arriva da un lungo declino della produttività del lavoro e con un’età media molto avanzata.

Probabilmente oggi una spending review seria che liberi 10 o 15 miliardi da investire in ricerca e sviluppo avrebbe più ricadute positive di quelle di un drastico taglio della pressione fiscale. Ad un paese che invecchia servono asili e non meno tasse sui redditi elevati. Inoltre una flat tax per tutti renderebbe meno efficaci gli sgravi fiscali per i neo imprenditori, che oggi beneficiano di un’aliquota del 5%[17]; parafrasando Thomas Piketty: “non sempre meno tasse significa più libertà (d’impresa).”

Per tutte queste ragioni la flat tax è un’idea antistorica e dannosa. Non per questo però sono fuori luogo le posizioni di chi invoca una semplificazione del nostro sistema tributario. Per esempio si potrebbero abolire piccole imposte come il canone Rai, la concessione governativa sui contratti di telefonia, il bollo sul conto corrente o quello sull’automobile che sono in alcuni casi ormai superate e sganciate dalla capacità contributiva e sostituirle con un’unica imposta computata su una base imponibile che intercetti una reale capacità contributiva

E` opportuno ricordare in conclusione che oggi non è più tempo di credere a chi ci promette la chimera di una rapida rivoluzione che cambierà la nostra vita, si tratti della flat tax, dell’abbandono della moneta unica o di poco credibili tagli agli sprechi di molte decine di miliardi in un anno e senza effetti indiretti. La vera rivoluzione è far capire che l’Italia è un paese che si cambia lavorando non con il martello ma con il cacciavite.

Salvatore Sinagra

Note

[15] International Monetary Fund, Trackling inequality, Fiscal monitor Ottobre 2017

[16] Prima della riforma della tassazione sui dividendi i redditi d’impresa venivano tassati in capo alla società con aliquota ordinaria (IRPEG) poi al momento della distribuzione del dividendo ad un socio persona fisica il dividendo veniva tassato in capo alla persona fisica secondo i suoi scaglioni IRPEF ma veniva concesso lo scomputo delle tasse pagate dalle imprese. In sostanza il reddito d’impresa quando usciva dal circuito societario veniva sottoposto a tassazione progressiva. Con l’introduzione dell’IRES dal 2004 viene abolito il credito d’imposta sui dividendi, il reddito d’impresa viene tassato ad aliquota ordinaria del 24% (più IRAP) ed il dividendo quando distribuito a persone fisiche se viene tassato secondo regimi agevolati (oggi in realtà meno agevolati che al momento della riforma) che variano a seconda della rilevanza della partecipazione e della natura del percettore

[17] AGENZIA DELLE ENTRATE, regime agevolato forfetario http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/content/Nsilib/Nsi/Schede/Agevolazioni/Regime+agevolato+forfettario/Reddito+e+tassazione+nuovo+regime+forfettario+agevolato/?page=schedeagevolazioni

L’idea sbagliata della flat tax (1)

Flat tax e tagli delle imposte sui redditi più alti

In tutti i paesi progrediti il sistema fiscale è guidato da criteri di progressività, ovvero le imposte pagate crescono al crescere del reddito e più in generale della capacità contributiva. Nei paesi occidentali la progressività delle imposte è garantita da aliquote crescenti sul reddito delle persone fisiche. Le altre due principali imposte, l’imposta sui redditi delle società e, dove esiste, l’imposta sul valore aggiunto non hanno invece un sistema di aliquote che crescono al crescere della base imponibile. Quando si parla di flat tax, ovvero di imposta piatta, si fa riferimento all’imposta sui redditi delle persone fisiche con una sola aliquota, oggi adottata quasi esclusivamente da paesi postcomunisti, alcuni dei quali ricchi di risorse naturali e da piccolissimi paesi, in gran parte paradisi fiscali. Il più grande dei paesi del flat club è la Russia.

Il primo a parlare imposta piatta fu Milton Friedman[1]. In estrema sintesi l’economista americano sosteneva la necessità di ridurre in modo consistente le imposte sui redditi più elevati, tagliare i servizi pubblici e introdurre un’imposta negativa (una sorta di reddito di cittadinanza) per i meno abbienti. I divulgatori della flat tax furono Alvin Rabushka e Robert Hall, autori nel 1985 del libro “La flat tax[2]. L’idea di fondo che ispira il taglio delle imposte sui redditi più elevati è il trickle down, ovvero che più soldi per i più abbienti portano ad investimenti, maggior occupazione e maggior benessere per tutti.

L’economia non è una disciplina scientifica e i suoi modelli risultano meno affidabili di quelli della fisica; e non è nemmeno una disciplina filosofica in cui è possibile dividere con un coltello il bene dal male. L’economia è una disciplina empirica, lo studio delle evidenze ci aiuta a capire cosa in passato ha funzionato e cosa tra ciò che ha funzionato potrebbe funzionare oggi. Tutte le evidenze ci portano alla conclusione che la flat tax non funziona.

Esperienze simili alla flat tax

Nel dopoguerra l’aliquota più elevata sui redditi delle persone fisiche raggiungeva il 95% negli Stati Uniti ed il 75% in molti paesi europei[3].Dagli anni sessanta ad oggi si è assistito ad un drastico taglio delle aliquote sui redditi più elevati. Oggi l’aliquota più elevata è pari al 37% negli Stati Uniti (sopra i 500.000 dollari), al 50% circa in Gran Bretagna e Germania (nel secondo caso incluso contributo di solidarietà), al 45% in Francia e Spagna al 43% in Italia[4].

Reagan stimolò l’economia con significativi tagli fiscali a cui furono abbinati tagli della spesa sociale per oltre 20 miliardi di dollari. Gli effetti sui conti pubblici furono negativi in parte per l’aumento delle spese militari, in parte perché le previsioni sugli stimoli dell’economia figli della riduzione della pressione fiscale si rivelarono errate. Durante le presidenze di Reagan e Bush senior il deficit del governo federale restò sempre tra il 4 ed il 7%, mentre era attorno al 2-3% con Carter. Fu Clinton a riportare il bilancio federale in pari nel 2000.

Di certo pochi oggi proporrebbero di introdurre un’aliquota del 95% sui redditi sopra 75.000 euro o 100.000 euro, tuttavia oggi molte istituzioni internazionali hanno rivisto le loro posizioni in merito ai tagli fiscali a più abbienti. L’OCSE afferma che paesi molto indebitati non possono pensare di rilanciare il PIL a colpi di riduzioni della pressione fiscale a debito e suggerisce di spostare il carico fiscale dai redditi ad altri presupposti d’imposta quali il patrimonio ed i consumi. Il Fondo Monetario Internazionale che a partire dagli anni ottanta sostenne l’idea di tagliare le detrazioni per abbassare le aliquote d’imposta ha negli ultimi anni suggerito una maggiore attenzione alle disuguaglianze e con il Fiscal Monitor dell’ottobre 2017 ha affermato che occorre tassare di più i redditi più elevati[5]. Il FMI arriva in ritardo di diversi anni rispetto alla Commissione Europea che almeno dal 2013 sostiene che paesi molto indebitati non possono rilanciare la crescita con scriteriati tagli della pressione fiscale[6].

Il laboratorio dell’Europa dell’est

Dal 1989 al 2007 molti paesi dell’Europa orientale crebbero a tassi molto elevati che spesso raggiungevano le due cifre, mentre i paesi occidentali festeggiavano quando ottenevano una crescita del 3%; in quegli anni l’ovest e l’est del vecchio continente vivevano in due “ere geologiche” diverse; gli anni che vanno dalla caduta del muro a Lehman Brothers (il fallimento negli Usa da cui partì la grande crisi del 2008) per l’Europa orientale equivalgono ai trent’anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale per l’Italia e la Francia. I tassi di crescita dei 15 -18 anni post 1989 dei paesi dell’est oggi non sono replicabili né in Europa orientale né in Europa occidentale. Per molti paesi dell’Europa orientale dopo Lehman Brothers il tasso di crescita annuale massimo si è abbassato di 3 o 4 punti percentuali e la flessione sta continuando. Per i paesi che nel primo decennio del millennio avevano raggiunto e superato tassi di crescita del 10% oggi Bloomberg stima una crescita tra il 2 ed il 4%[7].

Nei paesi dell’Europa dell’est il modello sociale europeo non esiste e le disuguaglianze sono elevatissime; nel giro di pochi anni Lituania, Lettonia ed Estonia si sono infatti posizionate tra i paesi con i coefficienti di Gini più elevati in Europa[8]; la guerra civile in Ucraina è figlia di squilibri economici ed in molti paesi dell’Europa dell’est vi è un elevatissimo rischio politico.

Elemento colpevolmente omesso nel dibattito è che la dilaniata Ucraina, la Repubblica Ceca, l’Albania e la Slovacchia hanno abbandonato la flat tax e sono ritornate alla tassazione progressiva. Tutte le previsioni ci dicono che nei prossimi 5 anni la Slovacchia avrà tassi di crescita più alti dei paesi del flat club. La Russia, con la sua flat tax al 13% nei prossimi anni dovrebbe crescere al 2%, un disastro per un paese emergente. La Cina, primo paese comparabile della Russia crescerà al 6%.

I teorici della flat tax affermano che la sua introduzione nella federazione russa fece crescere il gettito, ma in realtà la crescita delle entrate fiscali di Mosca fu legata alla crescita del prezzo delle materie prime. La Russia fa il bilancio di previsione in funzione del prezzo del petrolio, che dall’introduzione dell’imposta piatta al 2008 passò da poco più di 20 a 140 dollari al barile. Oggi con un prezzo di 60 dollari al barile lo Stato è stato costretto a tagliare moltissimi servizi.[9] Secondo Carlo Cottarelli, già commissario per la spending review, l’unico caso in cui la flat tax ha comportato un aumento del gettito fiscale è quello della Bulgaria.[10]

Le riduzioni delle imposte sui redditi elevati in Europa Occidentale

In Germania il socialdemocratico Schröder nei primi anni duemila tagliò le imposte alle persone fisiche riducendo di 15 punti percentuali le imposte al ceto medio e di pochi punti quelle sui redditi più elevati. Gli stessi padri del pacchetto di riforme varato dai tedeschi all’inizio del nuovo millennio si resero presto conto che i tagli alle imposte stimolarono i consumi meno del previsto[11]. I tagli delle imposte ai milionari furono il primo elemento di agenda 2010 rottamato. La grossa coalizione 2009-2013 portò di fatto l’aliquota sui redditi oltre i 250.000 euro poco sopra il 50%[12]. La Gran Bretagna assai aggressiva sul fronte tasse alle imprese con un’aliquota sulle società del 21% con la crisi ha portato l’aliquota più elevata sui redditi delle persone fisiche al 50%[13]. Quindi sia la locomotiva tedesca che la liberista Gran Bretagna prelevano ben più del nostro 43% sui redditi di diverse centinaia di migliaia di euro.

Salvatore Sinagra

Note

[1] M. Friedman (1912-2006) economista americano della scuola di Chicago. Insignito del nobel per l’economia per il principio monetarista (l’inflazione è un fenomeno che dipende dall’offerta di moneta e non è utile per ridurre la disoccupazione)

[2] R.E.HALL– A.RABUSHKA, The flat tax, Hoover Institution Press, 1985 e 2007. Robery Hall (1943) ed Alvin Rebushka (1940) sono due economisti americani del think tank Hoover Institution dell’università di Stanford.

[3] T. PIKETTY, Il capitale nel ventunesimo secolo, Edition du Seuil 2013 (francese), Bompiani 2014 Italiano

[4] Per un’analisi comparata, ma allo stesso tempo rapida dei sistemi fiscali dei diversi paesi europei e degli altri continenti si consiglia la consultazione del sito della società di revisione KPMG Per l’Italia Italy Income Tax KPMG, https://home.kpmg.com/xx/en/home/insights/2011/12/italy-income-tax.html.

[5] International Monetary Fund, Trackling inequality, Fiscal monitor Ottobre 2017

[6] Nell’annual growth survey 2013 e 2014 la Commissione Europea afferma che gli Stati con elevata pressione fiscale devono tagliare le tasse ristrutturando la spesa ma non devono tagliare gli investimenti strategici ed in capitale umano. Ovviamente gli spazi sono particolarmente stretti per i paesi indebitati per cui è difficile pensare a significativi tagli delle tasse ed è necessario puntare sul “design” di strutture “growth-friendly” spostando i carichi d’imposta dove sono meno dannosi per l’economia. In particolare viene suggerito di ridurre le tasse sulle imprese e sui lavoratori, tagliando regimi agevolativi e tassando il patrimonio immobiliare e finanziario

[7] Cfr tabella allegata

[8] Indice introdotto dallo statistico italiano Corrado Gini. Misura la concentrazione di un dato fattore in una popolazione. Varia tra 0 ed 1. Tale indicatore è spesso utilizzato per misurare le diseguaglianze di reddito (o di patrimonio); 0 vuol dire reddito (o patrimonio) suddiviso in parti assolutamente uguali tra tutti i membri della popolazione, 1 reddito (o patrimonio) integralmente attribuibile a un solo membro della popolazione.

Coefficenti di Gini Fonte Ocse https://data.oecd.org/inequality/income-inequality.htm

[9] Dati fonte Bloomberg. (CL1 COMB COMDTY). Il prezzo del petrolio è cresciuto da poco più di 20 dollari al barile dei primi anni 2000, raggiungendo il picco di 140 dollari nel 2008, dal 2011 al 2014 il prezzo del petrolio è stato costantemente superiore a 100 dollari, per poi ritornare a 20 dollari e risalire fino agli attuali (febbraio 2018) 60 dollari al barile

[10] Cottarelli: Flat tax? più entrate solo in Bulgaria, ItaliaOggi 27 gennaio 2018; Cottarelli flat tax non si autofinanzia, più entrate solo in Bulgaria, Ansa 28 gennaio 2018 http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2018/01/27/cottarelli20-punti-pil-per-stop-fornero_02416b2d-3fbf-4654-a4f9-6989cc21c2e5.html

[11] P.SZARVAS, Ricca Germania Poveri tedeschi, il lato oscuro del benessere, Università Bocconi Editore, 2014

[12] Germany Income Tax Rate – KPMG  https://home.kpmg.com/xx/en/home/insights/2011/12/germany-income-tax.html

[13] UK Income Tax Rate – KPMG  https://home.kpmg.com/xx/en/home/insights/2011/12/united-kingdom-income-tax.html

L’Italia e l’euro: la versione di Cottarelli

Poiché Cottarelli è tornato di attualità non più tardi di una settimana fa come possibile premier e poiché il rapporto tra Italia ed euro lo è da molti anni può essere interessante andare a vedere come la questione viene trattata nel suo ultimo libro: “I sette peccati capitali dell’economia italiana”.

Iniziamo però dall’elenco dei primi sei peccati capitali: evasione fiscale; corruzione; eccesso di burocrazia; lentezza della giustizia; crollo demografico; divario tra Nord e Sud. L’ultimo è dedicato alla difficoltà di convivere con l’euro.

Sono peccati o limiti ormai noti e ampiamente riconosciuti che possono benissimo rappresentare la gran parte dei deficit strutturali del nostro Paese. Altri ce ne sarebbero come, per esempio, la dimensione delle imprese per il 95% piccole o piccolissime e, in quanto tali, impossibilitate a fare ricerca e ad innovare e molto dipendenti dalle banche per la raccolta dei capitali. Cottarelli, però, non compie un’analisi completa delle caratteristiche del sistema Italia, ma intende focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti.

In ogni caso punto per punto ne esce un quadro poco rassicurante sullo stato del nostro Paese. L’evasione fiscale per esempio fa mancare alle casse pubbliche una somma superiore ai 120 miliardi di euro ogni anno. Se quelle entrate arrivassero gran parte dei deficit di risorse sarebbero risolti e il debito potrebbe essere abbattuto in poco tempo. La corruzione c’è, ma le dimensioni del fenomeno non sono quantificabili. Spesso si confonde la percezione con la realtà (quando si chiede alle persone quanto percepiscano la corruzione e di quali episodi reali siano a conoscenza i risultati sono diametralmente opposti). In ogni caso è un freno per l’efficienza della macchina pubblica e per quella delle attività economiche perché premia le peggiori. L’eccesso di burocrazia è un teatro dell’assurdo perché si fonda su un numero esagerato di norme, spesso scritte male che complicano le situazioni che dovrebbero disciplinare e, nello stesso tempo, formulate anche in modo da giustificare la funzione di un apparato burocratico inefficiente e con un eccessivo potere discrezionale (se la norma è complicata e farraginosa solo il burocrate può interpretarla e applicarla). La lentezza della giustizia è proverbiale ed è una delle cause di un’inefficienza di sistema che penalizza l’economia e i rapporti tra cittadini e della difficoltà nell’avviare e condurre attività imprenditoriali.

Il crollo demografico è un’altra realtà ben conosciuta, ma sottovalutata. Una popolazione che invecchia significa più anziani da assistere e mantenere e meno giovani che producono ricchezza. L’aumento del tasso di natalità non può più essere una questione privata, ma deve diventare il cuore di politiche specifiche che puntino a dare servizi e sostegni a chi decide di mettere al mondo dei figli.

Il divario Nord Sud è una nota dolente che nemmeno viene più presa sul serio. La si affronta spesso più con gli stereotipi mutuati dai film di costume che come la principale frattura che grava sull’Italia. Di fatto tutti gli indicatori citati da Cottarelli indicano che al Sud spesa e dimensione degli apparati pubblici sono maggiori in rapporto alla popolazione di quelli del centro nord, ma i risultati in termini di capacità di produrre ricchezza sono drammaticamente insufficienti. È una delle più vecchie questioni che ci portiamo dietro fin dall’inizio della nostra storia nazionale ed è sempre attuale. Nel libro non si parla di mafie, camorra, ‘ndrangheta, ma è ovvio che la diffusione della criminalità condiziona pesantemente lo svolgimento della vita civile, il funzionamento delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche, l’economia, i rapporti civili.

L’ultimo punto è dedicato alla difficoltà di convivere con l’euro. Ultimo non solo perché è il settimo, ma anche perché in ordine cronologico è la naturale conseguenza degli altri sei. Innanzitutto alcune constatazioni. L’Italia cresce poco rispetto alle migliori economie europee. Il reddito pro capite dopo l’entrata nell’euro prima ha rallentato, poi ha iniziato a diminuire. Una dinamica che ci discosta dagli altri paesi europei e che dura da un ventennio. Ciò che è accaduto è che, cessata la possibilità di svalutare la moneta, la competitività italiana è caduta. Un esempio rende l’idea efficacemente: nel 1970 un marco valeva 172 lire, nel 1998 987 lire. Tale divario indica che i costi di produzione italiani erano aumentati molto più di quelli tedeschi e che veniva ristabilita la competitività con la svalutazione. Ovviamente ciò significava che salari, stipendi, pensioni e prezzi dovevano all’epoca rincorrere continuamente la caduta di valore della moneta. Non a caso il più grande scontro sociale nel corso degli anni ’70 ed ’80 ci fu sulla scala mobile (e finì con un netto taglio). Con l’entrata nell’euro è venuta meno la possibilità di recupero della competitività svalutando.

Per anni ci si è anche scontrati sul costo del lavoro che sarebbe stato più alto in Italia rispetto ai più forti partner europei (costo del lavoro non significa solo guadagno del lavoratore, bensì costo complessivo per il datore di lavoro). Il dato è che tra il 2000 e il 2007 in Germania è rimasto pressoché stabile e coerente con l’aumento della produttività. In Italia è aumentato del 20-25% cioè è cresciuto più della produttività. Anche gli stipendi dei dipendenti pubblici sono cresciuti così come la spesa pubblica nel suo complesso mentre la parte destinata agli interessi sul debito calava per effetto dell’euro. Ciò ha significato che i margini esistenti per la diminuzione del debito pubblico sono stati usati per allargare la spesa. Intanto cresceva il costo del petrolio e irrompeva sui mercati la globalizzazione (specialmente Cina e India) che toglieva spazio alle merci italiane. L’effetto è stato una diminuzione dei margini di profitto e quindi degli investimenti.

La produttività del lavoro dal 1998 al 2016 aumenta in Italia del 3,5% e in Germania del 47%. Tra il 2000 e il 2016 le esportazioni italiane crescono del 25%, quelle tedesche del 115%.

Alla crisi mondiale del 2008 l’Italia arriva, quindi, con una minore competitività e un debito ancora troppo alto. Queste le premesse del crollo del 2011 con la drastica impennata dei tassi di interesse e la conseguente stretta sulla spesa che si riverbera su tutta l’economia portando alla diminuzione del 10% del Pil in tre anni.

Come è noto ci salva l’intervento della Bce reso, però, possibile dalla brusca correzione dei conti pubblici realizzata dal governo Monti.

Che fare? La ricetta di Cottarelli è che, per uscire da questa situazione, occorre una profonda trasformazione del modo in cui opera l’economia italiana per aumentarne efficienza e competitività. Bisogna però non illudersi che: la crescita possa essere trainata dalla spesa pubblica (gli investimenti pubblici ci vogliono, ma bisogna imparare a spendere meglio); gli investimenti privati possano essere sostenuti in toto dal credito bancario; un aiuto decisivo possa arrivare da investimenti infrastrutturali europei.

La questione fondamentale è che la crescita deve essere trainata dalle esportazioni e il recupero di competitività deve diventarne il motore. Per questo è anche necessario diminuire la tassazione, ma per farlo occorre tagliare la spesa pubblica.

In conclusione Cottarelli avverte che non è possibile considerare lo Stato come la soluzione di tutti i problemi personali e sociali cioè come il risolutore di prima istanza anziché di ultima. Infine la trasformazione economica deve avere alla sua base una trasformazione sociale e culturale contrastando la tendenza all’individualismo e al non rispetto delle regole.

Sembra proprio che l’analisi di Cottarelli sia quella giusta

Claudio Lombardi

La politica degli interessi individuali

Consapevoli di violare una regola (la riproduzione è riservata) ripubblichiamo un editoriale di Mario Calabresi direttore di Repubblica che sintetizza con efficacia, lucidità e semplicità il passaggio storico che stiamo vivendo che vede nel governo Salvini – Di Maio la sua manifestazione più evidente, ma che ha ben altro spessore.

“Non possiamo considerare quello di oggi come un giorno normale. Lo scambio della campanella tra Gentiloni e Conte non è stato ordinario. Lo spazio simbolico del passaggio di consegne è stato occupato dai due uomini che hanno in mano il potere in Italia: Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

Non può essere un giorno normale quello in cui il più reazionario e incendiario dei nostri politici entra al Viminale. Ministro dell’Interno per la gioia e con gli applausi di Marine Le Pen e Viktor Orbán.

Esattamente un anno fa scrivemmo che Lega e Cinque Stelle avevano cominciato a parlarsi e che la prospettiva di larghe intese populiste non era da escludere. Dissero che eravamo visionari e in malafede. “Sono culturalmente e geneticamente diversi da noi: il M5S non parla di ruspe, il M5S non fa campagne criptofasciste, il M5S non crede che la soluzione ad ogni problema sia aggredire gli ultimi”. Così parlava l’attuale presidente della Camera. Ora brindano con chi sul portone di Palazzo Chigi annuncia la prima missione: aumentare le espulsioni degli immigrati.

Il giorno delle soluzioni facili e veloci è arrivato. Le reazioni sono deboli, il Paese è sfinito e vive con un senso di sollievo il solo fatto che ci sia un governo. Molti si sono già adattati, altri si stanno facendo due conti, ci sono poi i curiosi e quelli che sperano. Chi spera in un reddito perché è disoccupato, pensionati che contano su un aumento della minima, chi non ha fatto vaccinare i figli e aspetta la fine dell’obbligo, chi sta facendo i conti su quanti soldi avrà in più con il taglio delle tasse, chi scommette che le grandi opere saranno bloccate o smontata la riforma della scuola, chi sogna di andare prima in pensione, chi spera di non vedere più immigrati per strada. La somma delle promesse ha acceso una quantità di speranze individuali che non ha paragoni. Ognuno ha la sua partita e guarda solo a quella. È la politica moderna, fatta di interessi individuali e abbandono di speranze collettive.

Godranno di una luna di miele, ma l’impasto di inesperienza, improvvisazione e arroganza non tarderà ad emergere. Allacciate le cinture.”

Governo Conte o nuova Italia?

Ora che il governo Conte sta partendo bisogna prendere un po’ di distacco e cercare di capire cosa è successo in Italia. Certo, dopo tre mesi di travaglio, quasi non ci credeva più nessuno e per questo lo choc (sia positivo che negativo) c’è è inutile negarlo ed è pari a quello che ci fu nel 1994 quando si impose al centro della scena politica Silvio Berlusconi. Come allora si tratta di un passaggio epocale. Come allora è stato preparato da molti anni di cambiamenti nel substrato culturale che orienta gli umori e le reazioni dell’opinione pubblica. Come allora questa incubazione ha dato forza e slancio all’offerta politica che oggi si è tradotta nella coalizione gialloverde. Ovviamente, a differenza del 1994, il governo Conte non si basa sul carisma e sulla popolarità del suo Presidente. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo tanto è evidente, ma è giusto farlo perché, in realtà la novità (una rivoluzione culturale? ) che rappresentava Berlusconi allora oggi viene incarnata da due partiti fino a poco tempo fa poco credibili come leader di una svolta epocale. E invece è proprio quello che stanno facendo Lega e M5S camminando sulle loro gambe e senza avere le spalle coperte da “fratelli maggiori” che garantiscano per loro (come accadde con i governi Berlusconi). La loro affermazione non deriva dal lavoro di un’agenzia pubblicitaria come fu con la Forza Italia delle origini. Lo stesso Movimento Cinque Stelle, pur essendo una creatura saldamente stretta nel controllo della coppia Grillo-Casaleggio che l’hanno pensata e costruita con un lento avvicinamento alla politica durato anni, è arrivato alle elezioni del 2013 e, ancor più a quelle del 2018, con un forte radicamento nell’opinione pubblica e nel territorio. Per la Lega è anche superfluo ricordare che ormai è il più vecchio partito rimasto sulla scena della politica essendo nato nel 1989. La mutazione genetica voluta e guidata da Salvini lo ha definitivamente trasformato in partito nazionalista abbandonando l’antica vocazione separatista che risale all’inizio degli anni ’80 (Liga Veneta e Lega Lombarda).

Perché di svolta epocale si tratta e perché non durerà poco? In realtà Lega e M5S hanno un tratto in comune che li rende molto forti. Hanno intercettato il profondo bisogno della maggior parte degli italiani di liberarsi dai vincoli del realismo che li vorrebbe sempre sottomessi all’idealismo delle compatibilità. Globalizzazione, regole di mercato, parametri europei di finanza pubblica questi sono i limiti che non solo gli italiani, ma una parte crescente dei popoli avverte come imposizioni ingiuste. Da Brexit all’elezione di Trump ai governi nazionalisti dell’est Europa ormai la tendenza è chiara.

Nella sua declinazione italiana questa rivolta contro quelle che appaiono come imposizioni degli establishment assume i connotati della difesa degli interessi concreti di tutti coloro che si ritengono penalizzati dal “sistema”. Cosa unisce un giovane disoccupato del Sud al rider del nord che consegna le pizze a domicilio all’artigiano lombardo o al piccolo imprenditore del centro-nord? Tutti sentono che è arrivato il momento di difendere i propri interessi e non vogliono più un governo che presenti loro delle compatibilità o dei vincoli senza offrire alternative concrete. Purtroppo l’accumulo dei problemi ai quali non è stata data risposta ha creato la base rancorosa che poi è esplosa di fronte ad alcuni spettacoli indecorosi offerti dal mondo della politica allargato a tutti coloro che da questa hanno ricevuto avallo e copertura. Da Tangentopoli in poi. Tutti quelli che sono stati identificati come “vecchia politica” sono stati bollati con il marchio d’infamia di complici o collusi con chi non ha pagato il prezzo delle crisi che si sono susseguite nel corso degli anni riuscendo sempre a far apparire inevitabile che a pagarlo fossero gli altri.

La spinta che ha portato ai risultati elettorali e al governo Conte non si esaurirà facilmente. A meno che non accada qualche catastrofe che mostri l’avventurismo di un programma velleitario che ignora la realtà. Anche da sinistra si è detto in questi giorni che non si possono presentare lo spread o i mercati come i giudici supremi ai quali piegare le scelte di un popolo. Giusto, ma non di questo si tratta. Gli elettori che hanno voluto questa svolta epocale si rifiutano di riconoscere che l’Italia vive a debito dovendo mantenere una massa di titoli venduti sui mercati che vanno rinnovati non appena vengono a scadenza perché non possono essere riassorbiti dal bilancio dello Stato. Se ciò accadesse, ovvero se non ci fosse bisogno di mantenere lo stock di debito (peraltro in crescita), allora sarebbe una situazione diversa. Molti lo dicono da anni che un debito gigantesco è un condizionamento pesante alla libertà di azione di qualunque governo e che ridurlo progressivamente, in assoluto e in rapporto al Pil, sarebbe la più grande liberazione che gli italiani dovrebbero augurarsi.   In queste condizioni invece si moltiplicano le spinte e i progetti per liberarsi del debito rompendo con l’euro e magari anche facendo default. Il famoso piano B elaborato dal prof Savona e coerente con le campagne antieuro della Lega e del M5S esiste e spiega come si ridurrebbe il debito grazie alla svalutazione (almeno il 30% iniziale) e al taglio imposto ai creditori esteri.

Il taglio, però, colpirebbe anche stipendi, salari, pensioni, risparmi di tutti gli italiani. Gli elettori che si ribellano ai vincoli dell’establishment e che invocano la rottura con l’Europa lo hanno capito?

Purtroppo a questo appuntamento si è arrivati tardi e male. Bisognava pensarci prima e prevenire. La Germania ha imposto negli anni più difficili un rigore inutile quando, invece, sarebbe stato più utile allargare i deficit pubblici per spingere i consumi e l’economia. Il Fiscal Compact da noi inserito in Costituzione nel 2012 sta lì a testimoniarlo. D’altra parte la classe dirigente italiana (politici, intellettuali, alte burocrazie, imprese, sindacati, media) non ha avuto il coraggio di mettere mano ai limiti strutturali del “modello Italia”, a tutti quei fattori cioè che hanno fatto arretrare per molti anni il nostro Paese e che erano mascherati negli anni della lira dalle svalutazioni per mantenere la competitività. Dovremmo finalmente renderci conto che il problema non è l’Europa o l’euro, ma siamo noi e che non possiamo pensare che gli altri – la Germania, l’Europa, la finanza internazionale – ci sostengano perché noi dobbiamo mantenere tutti i nostri problemi insoluti.

Il programma o contratto di governo Lega-M5S non fa altro che aggirare la questione fingendo che un po’ di decisionismo e di intransigenza possa sostituire un piano di sviluppo e di ristrutturazione dell’Italia. Reddito di cittadinanza e taglio fiscale a favore dei redditi più alti facendo esplodere il deficit e il debito. Questa è la sostanza. La svolta epocale c’è stata e non finirà presto, ma il governo Conte ha già imboccato la strada che lo porta sul ciglio del burrone

Claudio Lombardi

Il piano B per l’uscita dall’euro

Pubblichiamo alcune delle slide tratte dallo studio del 2015 realizzato con la partecipazione del prof. Paolo Savona che toccano i punti principali legati al piano B di uscita dall’euro.  E’ giusto che ognuno si faccia un’idea della concretezza del piano e che ne valuti i punti principali senza pregiudizi e con freddezza.

La versione completa è su www.scenarieconomici.it

Tratto da www.scenarieconomici.it

 

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