I grillini hanno “salvato” Salvini

Era chiaro a tutti, era necessario farlo per continuare a governare, era la soluzione scelta e decisa dalla dirigenza, erano il palazzo e le poltrone a chiederlo: salvare Salvini era l’obiettivo, a tutti i costi bisognava evitare di mandarlo a processo e gli iscritti del movimento hanno accettato! Tutto come previsto. Alla fine, dunque, il M5S si stende definitivamente ai piedi del vero leader, lo tira fuori dai guai, abbandona l’ennesimo baluardo della propria ragione d’essere, lo erge ad unico difensore dell’italianità, e lo difende così bene da andare (con una ruspa?) contro il proprio credo: davanti alla Legge non siamo più tutti uguali.

Perché la domanda non era quella formulata in modo confuso sulla piattaforma Rousseau (il giocattolo della proprietà del marchio grillino) ma era sostanzialmente questa: è giusto mandare a processo Salvini come richiedono i giudici? Tra Salvini e la Legge chi scegliete?

Il risultato? Il 59,05% ha votato per SALVINI e il 40,95% ha scelto la Legge.

I grillini dunque scelgono con coerenza e sicurezza l’uomo forte, chissenefrega della LEGGE, quel residuato di una epoca scomparsa nel quale la legalità era un principio, è il momento di dichiarare guerra anche alla magistratura, anche alla Costituzione oltre che ai diritti degli uomini!

Un grandissimo risultato per i leghisti, inaspettato forse ma decretato dai loro “servitori” attuali, una vittoria per il LEADER MAXIMO, non salvato dai suoi ex amici di Forza Italia o di Fratelli d’Italia ma salvato on line da un popolo che fino a marzo lo definiva fascista e razzista, con il quale litigava, mentre ora lo venera! Di contro è stata una grande e irrimediabile sconfitta per il piccolo Di Maio, il “migliore dei servitori”, che aveva scelto sin dall’inizio, per lui e per tutti che così dovesse essere e così è stato. Non si poteva rischiare minimamente di irritare il grande capo, era doveroso per il M5S stringersi attorno a lui, era l’unica cosa da fare per galleggiare ancora, sperando che l’essere diventati così servili sia utile alla fine per barattare qualche poltrona di prestigio ancora vagante.

E ora cosa ne resterà del M5S? Nulla è più come prima, il M5S è qualcosa ora di completamente diverso, si è trasformato nella guardia pretoriana dei leghisti! Niente del M5S è più come sembrava, tutti i loro slogan sono finiti negli abissi della memoria in nome di un “contratto” di governo capestro!

E d’ora in poi messo in soffitta l’ennesimo “credo” ai grillini, dunque, cosa resta? Sicuramente di iscriversi alla Lega!

Alessandro Latini

Il villaggio Kamikatsu: il sogno dei rifiuti zero

In Giappone c’è un villaggio, Kamikatsu, che si trova tra verdeggianti campi di riso e foreste montuose nell’isola occidentale giapponese di Shikoku. Con meno di 1.700 residenti, è il villaggio più piccolo dell’isola, ma, negli ultimi anni questo villaggio è diventato famoso in tutto il mondo.

Per decenni il villaggio aveva eliminato i suoi rifiuti bruciandoli in un inceneritore aperto o seppellendoli nel terreno. In seguito al fallimento del progetto del nuovo inceneritore ha deciso di diventare una città a rifiuti zero entro il 2020.

Il percorso di Kamikatsu verso rifiuti zero è iniziato più di due decenni fa.

Il villaggio ha deciso di impegnarsi per ridurre il più possibile i rifiuti, è nata così la Zero Waste Academy, guidata da Akira Sakano.

In pratica, l’idea è abbastanza semplice: i rifiuti vengono separati in categorie e, ove possibile, vengono riutilizzati, riciclati o ridotti in volume.

Ma anche se non necessariamente rivoluzionario (raccolta differenziata e riciclo sono abbastanza diffusi nel mondo), lo schema di Sakano va ben oltre.

La spazzatura è divisa in almeno 45 categorie. Al livello più alto, si separano gli scarti alimentari, i metalli, la carta, le materie plastiche, le bottiglie di vetro, i vassoi per alimenti, i mobili e le macchine.

All’interno di questi gruppi, ci sono sottocategorie, quindi il metallo si separerà in alluminio e acciaio; la carta è suddivisa in giornali, cartone, cartone di carta, cartone di carta con alluminio (rivestito), tubi di carta dura, bicchieri di carta e carta straccia.

Lo scopo è di offrire al riciclatore una risorsa di alta qualità facilitando il suo lavoro.

All’inizio c’è voluto del tempo per convincere la popolazione locale. Non solo dovevano lavare e ordinare i loro rifiuti a casa, ma erano anche obbligati a portarli nel centro di raccolta dei rifiuti. La gente adesso separa da cinque a 10 categorie nella propria casa e poi fa la separazione finale al centro di raccolta.

È stato un vero cambiamento nello stile di vita, la gente era contraria al nuovo sistema di raccolta, si chiedevano perché dovevano portare la propria spazzatura nel sito di gestione dei rifiuti. Pensavano che il governo municipale non stesse svolgendo il suo lavoro correttamente.

L’ufficio municipale imboccò la strada del dialogo con la comunità locale e le resistenze furono superate.

Non si tratta solo di raccolta differenziata, ma anche di riutilizzo diretto. Esiste infatti il negozio, “kuru-kuru” (circolare) che rivende vestiti, stoviglie e articoli vari che sono ancora utilizzabili. Le persone possono anche prendere in prestito più di 8000 articoli per la tavola ogni anno, eliminando la necessità per i residenti di acquistare piatti e bicchieri monouso per eventi speciali. C’è anche un centro artigianale di upcycling. I residenti portano vecchi kimono di cui non hanno bisogno, quindi le donne anziane, per la maggior parte locali, fabbricano nuovi prodotti

Questo è il link ad un breve video che racconta questa esperienza:

https://www.facebook.com/worldeconomicforum/videos/332640214018944/

L’esperimento ha funzionato e dopo venti anni di impegno comune di popolazione ed enti pubblici, alla fine del 2018, solo il 19% della spazzatura della città doveva essere inviata ad un inceneritore o in discarica.

Un grande risultato che, tuttavia, non basta ad Akira Sakano. Ammette con rammarico che il suo obiettivo di azzerare i rifiuti non sarà possibile senza il contributo del sistema esterno cioè di un ambito più grande di un villaggio di 1700 persone.

Il primo problema sono i produttori perché “Il nostro obiettivo del 100% non può essere raggiunto se i produttori continuano a utilizzare prodotti non riciclabili“. Occorre che siano “progettati per l’economia circolare, in cui tutto è riutilizzato o riciclato”.

Cosa ci insegna questa bella storia?

Da 20 anni un paese di 1700 persone fa del recupero e del riciclo un suo dovere civico. Nonostante separi qualunque cosa in 45 classi differenti, (45 cassonetti!) riesce a recuperare l’80% dei rifiuti, lasciando un 20% dei rifiuti da smaltire in qualche altro modo. La conclusione di questo percorso è che non è possibile recuperare il 100% perché i prodotti non sono progettati per l’economia circolare. Ci sono molti prodotti che non sono separabili e per avere una separazione al 100% bisogna cambiare il modo di produrre delle aziende.

Inoltre, cambiare il modo di separare la spazzatura e soprattutto il modo di pensare di un piccolo paese di 1700 persone è un conto. Si conoscono tutti, si fa un’opera di convincimento capillare, è facile. Cosa ben diversa è quando si tratta di una città con milioni di abitanti come Roma o Milano o come New York, Rio de Janeiro o Calcutta. Con città così grandi sarebbe già un successo separare bene carta, plastica, vetro, e umido. Ovviamente separare e poi farci qualcosa con i rifiuti differenziati.

L’idea di far cambiare il modo di produrre alle aziende è ancora più fantascientifica, oggi grazie alla globalizzazione consumiamo in tutto il mondo prodotti fabbricati dovunque. Ciò significa che quello che buttiamo nella spazzatura in Italia può essere stato prodotto in Cina, in USA, in Colombia o in Australia, quindi bisognerebbe attuare una trasformazione globale, dalla Cina al Gambia, dalla Mongolia alla Nuova Zelanda.

Forse per gli imballaggi si potrebbe raggiungere una certa omogeneità di materiali e spingere per farli utilizzare in tutto il mondo. D’altra parte in molti casi è già così.

Per i prodotti finiti tutto si complica in misura esponenziale.

Pensiamo ai supermercati che frequentiamo. Tutto quello che ci circonda, scaffali compresi, prima o poi finirà nella spazzatura, ed è composto da metallo, legno, plastiche (centinaia di plastiche differenti), vetro, ceramica, tessuti, pelle, cuoio, etc.. Tutte componenti mescolati insieme, incollati, avvitati, clampati nei modi più vari. Più un prodotto è evoluto tecnologicamente, pensiamo a uno smartphone o a un televisore, più è complesso e più è composto di parti piccole e di differenti materiali, ognuna con una sua precisa funzione e non sostituibile da un’altra di un altro materiale.

Spesso per rendere economico l’assemblaggio di un prodotto e ridurre le dimensioni viene progettato non disassemblabile. Non lo è una scheda elettronica, un frullatore, un paio di scarpe e si potrebbe continuare con migliaia di altri esempi.

Ma anche se si riuscisse a produrre qualcosa in modo differente, ci sarebbero comunque da smaltire quantità enormi di materiali utilizzati finora.

Se pensiamo che attualmente nelle nostre città più diligenti e virtuose viene separato circa il 60-70% dei rifiuti non siamo tanto lontani dall’80% di Kamikatsu, ma con sole 5-6 classi di separazione e non le 45 attualmente richieste nel villaggio giapponese. Ma anche se si raggiungesse quel risultato non sarebbe assicurato il riciclo del materiale raccolto e rimarrebbe, comunque, un 20-30% di rifiuti da smaltire in altro modo.

Insomma l’economia circolare è un bel sogno, ma solo un sogno. La realtà è che una parte dei rifiuti dovrà sempre essere bruciata per produrre energia. Meglio saperlo e lavorare per questo obiettivo non meno audace della strategia rifiuti zero, ma molto più concreto e realistico

Pietro Zonca

Scendiamo dalla TAV, saliamo sugli alberi

Maledetta TAV. Buchi nelle montagne, cantieri per decenni per fare arrivare le mozzarelle a Lione venti minuti prima, quando si potrebbero impiegare i fondi per cose più utili e continuare a usare la linea rinnovata nel 1961.

 

Maledetta linea del 1961. Cantieri infiniti, chilometri di cavi elettrici per fare arrivare le mozzarelle a Lione mezz’ora prima, anziché impiegare i fondi per cose più utili e continuare ad usare la vecchia linea con alimentazione trifase del 1918.

 

 

Maledetta linea con alimentazione trifase del 1918. Chilometri di cavi elettrici pericolosissimi per fare arrivare le truppe al fronte sei ore prima, anziché usare i fondi per cose più utili e continuare a usare la linea a binario semplice.

Maledetta linea a binario semplice. Isolare Susa dalla tratta internazionale, vent’anni di progetti per il traforo per fare arrivare la posta in Savoia due giorni prima, anziché usare i fondi per cose più utili e continuare a usare la linea del Moncenisio.

 

Maledetta linea del Moncenisio. Locomotive puzzolenti e disastri ambientali per fare arrivare quaranta persone sette ore prima, anziché usare i fondi per cose più utili e continuare a usare le diligenze sulla strada napoleonica.

 

Maledetta strada napoleonica. Anni di lavori, paesaggi disastrati, per fare arrivare le truppe in Italia tre giorni prima, anziché usare i fondi per cose più utili e continuare ad usare la vecchia strada romana.

Maledetta strada romana. Decenni di lavori, innumerevoli morti per fare arrivare le legioni in Gallia tre settimane prima, anziché usare i sesterzi per cose più utili e continuare a usare i sentieri con gli asini.

 

Maledetti sentieri con gli asini. Bestie sfruttate per fare arrivare le ceramiche villanoviane due mesi prima anziché usare le conchiglie per cose più utili e continuare a usare le ruote di pietra.

 

Maledette ruote di pietra. Settimane di lavoro a scheggiare la selce e schivare i puma per fare arrivare il pesce secco sei mesi prima, anziché usare i sassolini luccicanti per cose più utili e continuare ad andare a piedi.

Maledetta andatura bipede. Si stava meglio sugli alberi.”

Filastrocca di autore anonimo

La sfiducia nelle grandi opere

Tav sì? Tav no? La diatriba va avanti da molti anni. Ma sono tutte le grandi opere a suscitare in una parte dell’opinione pubblica reazioni di rigetto tanto che ormai è diventato quasi senso comune essere diffidenti sentendole nominare. Diffidenza e sfiducia colpiscono le grandi opere sulla scia degli scandali del passato. Eppure non sarebbe male sforzarsi di distinguere senza mischiare tutto in un generico rifiuto di ogni innovazione.

Un recente intervento dello scrittore Antonio Pascale sul Foglio ricorda che le grandi opere hanno segnato il passaggio di una gran parte d’Italia dall’arretratezza a condizioni di vita meno gravose per le persone. Di seguito una sintesi e alcuni stralci delle parti più significative del suo scritto.

C’è stato un tempo nel quale le grandi opere erano attese con fiducia da buona parte della popolazione che le desiderava e le chiedeva. Quando l’Enel metteva in piedi una rete di tralicci (“meravigliosi tralicci, così poetici nella luce del tramonto, come graffiti nell’orizzonte, tralicci come giganti, bussole o fari che apparivano tra l’alta vegetazione di un bosco, e porgevano al traliccio successivo i fili dell’alta tensione e quindi, con estrema delicatezza, i fili scivolavano via, superavano dirupi e pendii, acquitrini, paludi, specchi d’acqua, dolce e salmastra”) che portava l’energia elettrica nelle case dei contadini.

Quando gli operai scavavano delle trincee per interrare una rete di tubi che correvano sotto ai campi coltivati e ai frutteti e grazie a quei tubi le persone potevano cucinare semplicemente girando una manopola senza accendere fuochi di carbone o legna e senza trasportare bombole di gas.

Quando ciò accadeva nessuno protestava, anzi, al contrario, gli operai delle grandi opere erano accolti come fosse una festa. “C’è stato un tempo in cui i cittadini non facevano barricate contro una trincea di pochi centimetri scavata nella terra, non gridavano contro gli alberi sradicati”. Nessuno pensava, come sembra quasi normale oggi, che il territorio fosse un luogo sacro, nel quale nulla si dovesse modificare di ciò che era stato fatto nel passato.

Un tempo, ricorda Pascale, le grandi opere erano invocate, portavano luce, acqua e gas e non contava se i tralicci entravano a far parte del paesaggio perché c’era motivo di festeggiare. Sì, fare festa perché prima si doveva lottare con il buio, col freddo, bisognava accendere fuochi o al massimo andare avanti con le bombole del gas. “Pensate che la mattina vi alzate e ciabattando verso la cucina avete un solo unico, assoluto desiderio: se non prendo ora un caffè vado in coma, in catalessi, cado in ibernazione, e quindi, speranzosi, aprite la valvola della bombola del gas, accendete la fiamma e vi accorgete che questa è bassa, fioca, oh no – sussurrate – oh no, e poi la fiamma si spegne, la bombola è finita. Immaginatevi protagonisti di questi micro film e vedete se poi non applaudite gli operai che, grazie a una grande opera, vi portano luce, acqua e gas: li accogliereste a braccia aperte, sacrifichereste il vostro agnello più grasso, non per il figlio prodigo ma per quello che ha scavato, fatto esplodere pezzi di montagna, aperto gallerie, alzato tralicci contro gli elementi e solo per rendervi la vita più semplice”.

Ma, si sa, poi è arrivata la corruzione che ha minato la fiducia. Ma corruzione ed opera sono due realtà diverse e non coincidenti. Oggi poi è il tempo delle analisi costi benefici, ma non tutto si può giudicare a colpi di tabelle. Esiste anche il benessere individuale e collettivo che è difficile da misurare, ma conta, eccome se conta.

Sul filo dei ricordi Pascale ci parla di quando, trent’anni fa, da Caserta andava a lavorare a Roma. Lui e altri casertani discutevano dell’assenza di un treno veloce e sognavano l’alta velocità. Ammucchiati negli scompartimenti dell’Espresso delle 5,30 del mattino, un “lento espresso del sud” pieno di passeggeri, maleodorante e sporco.

“Poi l’alta velocità è arrivata, con molto ritardo, ed ecco: chi l’avrebbe detto che magari i figli di quegli stessi pendolari, quelli che insieme a me hanno visto cambiare la loro vita, quelli che sono passati da assalitori di treni a normali clienti di ferrovie, che quei figli, diventati economisti, poeti, narratori, filosofi, grazie alla luce e alla velocità degli spostamenti, sarebbero andati in tv per dire: a che serve l’alta velocità? Per arrivare un’ora prima? Per fare arrivare le merci (simbolo del capitale ecc.) 45 minuti prima?”

Spesso dimentichiamo che la vita delle persone è cambiata in meglio grazie alle grandi opere. E, invece, è arrivata la sfiducia e il disconoscimento del progetto collettivo di cui erano portatrici senza che ciò portasse ad un progetto migliore, ma solo ad un ripiegamento su se stessi. Che non è molto distante dall’arte di arrangiarsi in fondo: sfiducia nello stato e fiducia solo in se stessi. Di qui alle piccole opere fai-da-te (leggi: abusivismo) il passo è breve. Evidentemente “quello che fa lo stato o che fanno i grandi gruppi è grande, attira interessi ed è potenzialmente corrotto. Quello che faccio io, singolarmente, è piccolo, autentico e gratis”.

La conclusione è che un paese cresce meglio se c’è un progetto collettivo. Meglio una grande opera che dimostri un disegno alla portata di tutti, che una piccola fai da te. Meglio la fiducia e i controlli in grande e seri. Meglio crescere insieme che ognuno per se.

Claudio Lombardi

Qui il link all’articolo sul Foglio

https://www.ilfoglio.it/gli-speciali-del-foglio/2019/01/07/news/gli-sciacalli-dell-immobilismo-231754/?paywall_canRead=true

Il vicolo cieco della politica economica del governo

Dal discorso del deputato Luigi Marattin pronunciato alla Camera il 7 febbraio

Signor Ministro, lei ha compiuto una relazione accademica (….). Ha fatto una relazione anche un po’ strana, ha elencato, fra le cause del rallentamento internazionale, quindi anche italiano, la crisi dell’industria dell’auto, e ci avete fatto approvare un mese fa una legge di bilancio che mette le tasse sulle auto. (….)

Voi siete venuti in Parlamento, non molto tempo fa, (….) a dire che nel 2019 il PIL poteva crescere e sarebbe cresciuto del 3 per cento annuo. Poi vi hanno consigliato maggior prudenza e avete fatto una legge di bilancio con un più 1,5 all’anno. Poi avete visto che questa stima era il triplo di quella di tutto il mondo e siete scesi all’1 per cento annuo. Adesso, invece, facciamo i conti con un 2019 che ha già un meno 0,2 sulle spalle. Ma lei non ci ha detto, signor Ministro, come fate a mantenere una stima di crescita dell’1 per cento partendo con un elefante sulle spalle di meno 0,2 per cento, per raggiungere il quale sarebbero necessari nei prossimi tre trimestri di quest’anno tassi di crescita che la nostra economia non vede dall’ultimo trimestre del 1988 (….).

Ora ci dite: “non c’è problema, ce la faremo, ce la faremo con le misure contenute in legge di bilancio”, che, è vero, non sono ancora entrate in vigore, o meglio, non nell’orizzonte di tempo su cui hanno registrato la recessione. Allora, signor Ministro, le chiedo: ma lei ha mai visto un Paese che cresce, tanto più a livelli come quelli che non si vedono da trent’anni, innalzando la pressione fiscale? Perché (….) dopo cinque anni in cui la pressione fiscale in questo Paese è diminuita, grazie alle vostre misure risale dello 0,4 per cento, e sono tutte tasse sulle imprese! Avete anche detto la balla che erano sulle banche, sulle assicurazioni, sui ricchi: sono tasse sulle imprese. Lei ha mai visto un Paese che cresce innalzando le tasse sulle imprese? Lei ha mai visto, signor Ministro, un Paese che cresce diminuendo di un miliardo e 63 milioni gli investimenti pubblici nel 2019, come fa la vostra legge di bilancio? (….)

Lei ha mai visto, signor Ministro, un Paese che cresce avvelenando i pozzi della finanza pubblica, mettendo 50 miliardi di clausole di salvaguardia ai vostri successori? Lei ha mai visto, signor Ministro, un Paese che cresce, tanto più ai tassi che ora sarebbero necessari, prepensionando un po’ di proprio elettorato nel Nord, mandando in pensione la gente prima, indipendentemente da che lavoro fa, se si spacca la schiena in fabbrica o se pensa in un ufficio? Signor Ministro, lei ha mai visto un Paese che cresce ridimensionando l’unico strumento di sostegno alle imprese che ha funzionato in questi anni, che è Industria 4.0, che ha permesso, in questo Paese (….) un incremento degli investimenti totali del 10 per cento in tre anni? (….)

Ma non bisogna aspettare il fallimento delle misure previste in legge di bilancio per testimoniare il vostro fallimento. (….) Da quando siete entrati in carica, il 1° giugno, in questo Paese, ad oggi, ci sono 123 mila posti di lavoro a tempo indeterminato in meno, non in più, come raccontate sui social network! Da quando siete entrati in carica, in questo Paese ci sono 84 mila precari in più, non in meno, come raccontate con la vostra macchina di propaganda! Da quando siete entrati in carica, ci sono 77 miliardi di investimenti esteri in meno in questo Paese, non in più (….).

(….) Non ci venite a dire che, da quando siete in carica, state bruciando miliardi di interessi passivi! Signor Ministro, l’asta a cui faceva riferimento nel suo discorso, quella di ieri, rispetto a quella di prima che venivate voi a fare queste genialate ci è costata 1,3 miliardi in più, non in meno! È stata aggiudicata a un tasso dell’1 per cento in più, che significa soldi dei cittadini che se ne vanno. (…) Avete insultato chiunque vi ricordasse i dati, chiunque cercasse di svegliarvi da questo sogno, o forse incubo.

Bankitalia doveva candidarsi alle elezioni, al Fondo monetario internazionale sono affamatori di popolo, l’ISTAT falsifica i dati, l’Ufficio parlamentare di bilancio è fatto da gente colpevole, perché dentro c’è una che ha lavorato con Cottarelli (….) Portate avanti quello che volete, ma non rendete, questo, un Paese in cui non c’è più fiducia verso la realtà, i numeri, le istituzioni indipendenti; non lo fate, perché questo è il danno più grande che potete lasciare quando ve ne andrete.

Noi vi avevamo fatto proposte concrete, vi interessa la lotta alla povertà? Prendete lo strumento che già c’è; lo abbiamo introdotto tardi? È vero; lo abbiamo introdotto forse con poche risorse? È vero, ma insieme mettiamo più risorse su quello strumento, cambiategli nome, se necessario, perché voi solo così ragionate, con i nomi, con gli slogan, con le bandierine, chiamatelo reddito di cittadinanza, ma non buttate tutto a mare – è uno strumento che già c’è! – per fare la vostra propaganda!

Vi abbiamo detto: continuiamo a ridurre le tasse in questo Paese, non ad aumentarle, come avete fatto. Vi abbiamo detto: facciamo qualcosa per il lavoro dipendente, che è la vera spina dorsale di questo Paese assieme alle imprese; vi abbiamo proposto una riforma degli assegni per i figli a carico, non è giusto che i figli di un barbiere valgano meno dei figli di un dipendente pubblico, riformiamo il sistema, rimettiamo 10 miliardi in tasca ai cittadini italiani; ci avete detto di “no”, ci avete detto che voi dovevate rispettare il vostro contratto e chiunque vi riportasse alla realtà era uno al soldo della finanza internazionale.

Signor Ministro, questo Governo è fatto anche da gente che non crede che lo sbarco sulla Luna sia mai avvenuto, è fatto da gente che crede che il PIL cresca con i condizionatori, è fatto da gente che crede sia possibile costruire ponti con sopra ristoranti e parchi per bambini, è fatto da gente che dichiara di essersi formata una cultura economico-finanziaria, secondo quanto riportava un quotidiano, guardando i documentari sui rettiliani, questa specie aliena che avrebbe preso il controllo dei centri di potere economici e finanziari, è fatta da gente che tutti i giorni nelle nostre Commissioni entra e, a nome del Governo, a nome del popolo italiano, prende la parola in economia, senza avere la più pallida idea di quello che sta dicendo. (….) Quello che state facendo è legittimare un pluridecennale cammino di deterioramento con cui questo Paese forma, seleziona e ricambia classe dirigente, state ricambiando classe dirigente senza averla formata e senza averla selezionata, ed è questa la colpa che la storia vi darà di più.

Microplastiche: un allarme ingiustificato?

Sembra che le microplastiche siano diventate il nuovo mostro da affrontare. Tutti ne parlano: la nuova frontiera dell’inquinamento, il killer invisibile, il distruttore dell’ambiente che provocherà la morte di milioni di esseri viventi etc.. Vediamo se è veramente così.

Che cosa sono quindi queste microplastiche? Da dove provengono? Da dove non provengono? E quali danni fanno?

Iniziamo col dire che non si formano da piatti, bicchieri, tappi, sacchetti, bottiglie, etc. di plastica finiti nei corsi d’acqua e poi in mare. In verità anche questi si trasformeranno in piccoli pezzi di plastica, pezzi via via sempre più piccoli che possono essere scambiati per cibo dagli animali marini, ma le microplastiche di cui stiamo parlando sono un’altra cosa.

Si tratta di particelle di plastica inferiori a un decimo di mm e visibili solo al microscopio.

Da dove provengono?

Provengono da filler di cosmetici, dai pneumatici che si consumano sull’asfalto, dalle fibrille perse durante il lavaggio dei tessuti sintetici, dai residui di vernici  che con il tempo, il sole e le intemperie si sfaldano e si sfarinano, etc. Questo fa si che le microplastiche non siano di un tipo solo o di solo di poche classi di polimeri, ma siano composte da migliaia di polimeri differenti.

Non solo e non tanto, quindi, materiali plastici sversati direttamente in mare, ma una miriade di immissioni di materiali diversi che giungono al mare per molteplici vie e che non percepiamo immediatamente come generatori delle microplastiche.

La conseguenza è che, se anche fossimo in grado di fermare tutta la plastica che attualmente viene riversata in mare, non fermeremmo le microplastiche.

La plastica visibile che viene sparsa nell’ambiente e nelle acque in realtà crea problemi agli animali che la scambiano per cibo senza però trarne le sostanze necessarie alla loro vita.

Le microplastiche sono più subdole e pervasive. Ne sono state rinvenute particelle in tutti i campioni di sale e in ogni ambiente marino analizzati.

Inevitabile domandarsi quali danni possano provocare agli organismi umani.

Allo stato attuale non sono stati riportati casi di tossicità da microplastiche e la cosa è abbastanza plausibile perché i polimeri sono molecole troppo grandi per essere in grado di migrare nei tessuti. In pratica si comportano come dei sassi, ci sono ma non fanno danni. Infatti, non esistono prove che possano superare le membrane cellulari. L’unica preoccupazione riguarda la loro grandezza, cioè, essendo di dimensioni microscopiche, si teme che possano occludere alveoli o capillari negli organismi viventi provocando dei danni, ma anche in questo caso non sono state riportate finora evidenze in tal senso.

Che fine fanno? Ovviamente queste plastiche entrano nei cicli alimentari degli animali marini. Vuol dire che quando mangiamo il pesce mangiamo microplastiche? No perchè non potendo penetrare nel flusso sanguigno, rimangono confinate nel loro apparato digerente. Nel caso dei molluschi, che sono i grandi filtri del mare, invece sì le mangiamo, ma anche in quel caso rimangono confinate nel nostro apparato digerente.

Alla fine comunque non rimangono per sempre in sospensione nell’acqua, con il tempo tenderanno a depositarsi nel sedimento inglobate nel materiale organico che si sviluppa nel mare.

Cosa si sta facendo, cosa si può fare ? Nonostante che le microplastiche non rappresentino, allo stato delle nostre conoscenze, un pericolo, si sta facendo qualcosa per arginare il problema come, per esempio, l’eliminazione di tutte le microplastiche aggiunte nei prodotti cosmetici (o sostituzione con polimeri biodegradabili).

Per il resto, come si può capire, non è facile pensare a sistemi in grado di eliminare o di ridurre al minimo il problema. Finché ci saranno pneumatici, vestiti sintetici e vernici ci saranno microplastiche. Saperlo è un bene, ma non è il caso di diffondere un allarme che, per ora, non ha fondamento scientifico.

Pietro Zonca

Ma perché gli africani emigrano?

Pubblichiamo un articolo tratto da www.lavoce.info firmato da Enrico Di Pasquale, Andrea Stuppini e Chiara Tronchin

“Per governare i flussi migratori dai paesi africani è necessario comprendere le cause che li determinano. A partire da una popolazione in crescita e da processi di sviluppo lunghi e complessi. E senza dimenticare le responsabilità dei paesi occidentali.

LE DINAMICHE DEMOGRAFICHE

Il dibattito sul franco Cfa e sugli interessi della Francia in Africa, già affrontato da lavoce.info con un fact-checking e con l’articolo di Massimo Amato, ha avuto il merito di portare l’attenzione sulle cause delle migrazioni. Per evitare di ridurre la discussione a facili slogan (come, per esempio, “l’immigrazione è colpa della Francia”), vale la pena approfondire la questione. Naturalmente, le cause delle migrazioni sono molte e molto complesse, ma possiamo provare a individuare tre elementi chiave: demografia, economia e processi di sviluppo.

La popolazione africana residente nel continente ha superato il miliardo già nel 2010, e nel 2015 si attesta vicino a 1,2 miliardi, più del doppio rispetto a quella dell’UE. Nel 2050, secondo le previsioni Onu, sarà più che raddoppiata, superando i 2,5 miliardi (e sarà circa cinque volte la popolazione UE). La tendenza diventa ancora più significativa se confrontata con l’inverno demografico europeo: l’Unione ha circa 500 milioni di cittadini, destinati a una sostanziale stagnazione.

Nonostante la maggior parte dei flussi migratori dai paesi africani riguardi movimenti “intra-africani” (i più grandi attrattori sono Sudafrica, Congo e Costa d’Avorio, ma anche paesi vicini alle zone di crisi come Sud Sudan, Gibuti, Mauritania), è evidente che la crescita della popolazione avrà ripercussioni sui fenomeni migratori. La Nigeria, ad esempio, supererà i 400 milioni di abitanti nel 2050. Altri cinque paesi oltrepasseranno quota 100 milioni.

INTERESSI EUROPEI E NON SOLO

La polemica sul franco Cfa ha riportato alla ribalta il tema del colonialismo (e neo-colonialismo), come causa principale del mancato sviluppo africano e, indirettamente, delle migrazioni. In effetti, gli interessi delle potenze europee in Africa hanno radici profonde, ma la questione è molto più complessa di quanto il dibattito di questi giorni potrebbe far pensare.

Le prime fasi del colonialismo delle nazioni moderne risalgono al periodo dei grandi navigatori del 1500 (principalmente spagnoli e portoghesi). Successivamente, per tutto il 1800, le potenze europee fanno letteralmente a gara per spartirsi le risorse africane, ridisegnando a tavolino i confini di paesi che prima erano suddivisi in centinaia di regni (spesso rimescolando gruppi etnici in guerra tra loro). In questa fase, senza dubbio, Regno Unito e Francia giocano un ruolo predominante. Anche dopo la decolonizzazione, completata solo negli anni Settanta del 1900, gli stati africani hanno subito i forti interessi delle potenze occidentali, prima con la contrapposizione Usa/Urss e poi attraverso l’iniziativa delle grandi multinazionali, che spesso vantano fatturati superiori al Pil dei paesi in cui operano e possono negoziare l’accesso alle materie prime con un rapporto di forza nettamente sbilanciato.

Dai primi anni Duemila, il principale attore in Africa è diventato la Cina, con un approccio molto concreto: risorse naturali in cambio di infrastrutture (strade, dighe, stadi, ferrovie, porti). Durante il terzo Forum on China-Africa Cooperation del 2018 è stato annunciato un nuovo piano triennale da 60 miliardi di dollari, in linea con quanto stanziato nel triennio precedente. Pechino ha trovato in Africa un enorme mercato per le proprie aziende manifatturiere: il valore del commercio bilaterale tra Cina e Africa è passato da poco più di 10 miliardi di dollari nel 2002 a 220 miliardi nel 2014.

Tutte queste dinamiche rappresentano indubbiamente un macigno sulle economie africane, limitando lo sviluppo di quei paesi. Peraltro, anche le politiche “interne” ai paesi occidentali hanno un impatto sull’economia africana: ad esempio, metà del bilancio Ue è dedicato al sostegno all’agricoltura, costituendo di fatto un freno alle esportazioni africane.

IL RAPPORTO TRA SVILUPPO E MIGRAZIONI

Secondo un’opinione molto diffusa, l’aumento degli investimenti e del livello di benessere in Africa dovrebbe comportare automaticamente una riduzione delle migrazioni. In realtà, molti studiosi hanno dimostrato come il meccanismo si realizzi solo nel lungo periodo. Anzi, nell’immediato, lo sviluppo agisce addirittura come stimolo alle emigrazioni: aumentando il reddito disponibile, infatti, è più facile sostenere il costo di un investimento così grande come l’emigrazione internazionale. E crescono pure il livello di istruzione, l’accesso alle informazioni e persino le scelte di matrimonio e di fertilità, tutti fattori di spinta delle migrazioni.

Va aggiunto che nei primi anni Duemila l’aumento del Pil di vari paesi africani aveva portato molti economisti a parlare di “miracolo africano”, prevedendo una strada simile a quella delle Tigri asiatiche. In realtà, quella crescita si è rivelata molto fragile, troppo legata al prezzo delle materie prime e poi frenata da fattori politici e strutturali. Ciò dovrebbe insegnare che i processi di sviluppo sono molto lunghi e complessi.

Aiutiamoli a casa loro” dovrebbe dunque essere un auspicio mosso dalla solidarietà tra stati, non dal mero interesse di ridurre gli arrivi. Lo slogan andrebbe poi “riempito” di dettagli che rispondono a quesiti elementari: “quanto li vogliamo aiutare”? “Come”? “Attraverso che canali”?

Sul “quanto”, l’Italia e gli altri paesi occidentali sono ben lontani dall’obbiettivo stabilito nel 2000 per gli aiuti pubblici allo sviluppo (0,70 per cento del Pil; l’Italia è allo 0,20 per cento). Considerando che ogni decimo di Pil vale circa 1,7 miliardi, c’è da chiedersi quale governo potrebbe oggi proporre un aumento. Proprio in questi giorni, anzi, uno studio di Openpolis e Oxfam ha evidenziato il taglio ai fondi per la cooperazione contenuto nella legge di bilancio 2019.

In più, andrebbe stabilito il “come”: gli aiuti sarebbero gestiti direttamente dai governi locali (con il rischio di finanziare dittatori e guerriglieri), dagli organismi internazionali multilaterali, o dalle tanto vituperate Ong?

Se non rispondiamo a questi interrogativi (innanzitutto, come comunità internazionale, ma anche come Italia), il dibattito rimarrà fermo a slogan superficiali e non porterà nessun beneficio reale, né in Africa né in nel nostro paese

La recessione e il paese che si autoinganna

Pubblichiamo un articolo di Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

“Nel quarto trimestre 2018, la stima preliminare del Pil italiano indica una contrazione dello 0,2%, peggiore delle attese, poste a -0,1%. A livello annuale, corretto per i giorni lavorati, la crescita italiana segna un imbarazzante +0,1%. In attesa della disaggregazione puntuale, a inizio marzo, sappiamo che la domanda interna ha fornito nel trimestre un contributo negativo, mentre quella estera netta ha aggiunto crescita. Ma quello che davvero sappiamo è che l’Italia sta dirigendosi verso gli scogli, in splendida solitudine.

La Francia, per non fare nomi, cresce nel trimestre dello 0,3%, malgrado i casseur chiamati Gilet Jaunes. E la domanda interna transalpina non si contrae, mentre anche in questo caso l’export sostiene la crescita. La Spagna mette a segno il suo ormai abituale +0,7% trimestrale, per un +2,4% annuale. La Germania non ha ancora reso noto il dato trimestrale, ma sappiamo già da ora che non sarà comunque negativo.

L’Italia è in contrazione, unico tra i grandi paesi europei. Questa contrazione è frutto non solo e non tanto di tensioni esterne, come quelle protezionistiche, o della filiera automotive europea che sta ancora cercando di venire a capo dei nuovi test di omologazione oltre che della crisi esistenziale del diesel.

No, non è solo questo: l’Italia paga un prezzo carissimo alla politica economica dilettantesca, vandalistica e criminale che questo esecutivo e questa maggioranza perseguono su base sistematica. La fortissima incertezza generata su base domestica, con l’aumento dello spread, le misure autolesionistiche sul mercato del lavoro, la creazione di un clima ostile all’impresa e centrato su un assistenzialismo distruttivo, l’accensione di un’ipoteca devastante sui conti pubblici, con misure di esplosione della spesa corrente che sono prive di copertura, dopo il 2019.

La spada di Damocle di un aumento monstre delle imposte indirette nei prossimi due anni, che finirà a lasciare il posto a nuovi tributi patrimoniali, per mancanza di alternative.

Nel frattempo, è tutta un’azione di lavaggio del cervello di massa, orchestrata da piccoli Goebbels che si aggrappano a idiozie come il signoraggio, il Protocollo dei Savi di Sion, o a manovre diversive come l’alimentazione di un razzismo di massa o un nazionalismo stupidamente aggressivo contro i nostri maggiori partner commerciali e politici europei. Su questa azione di programmazione di menti deboli e semplici, l’azione indecente di giornalisti fiancheggiatori, con le loro testate ed i loro momenti di liquame televisivo.

Su tutto, il tradizionale vittimismo italiano, quello che ben conosciamo nella storia, e una propensione a mentire e manipolare la realtà che sta raggiungendo livelli deformi di narrazione distopica. Ogni giorno ha una giustificazione ed un alibi: è stata la Bce che non ci aiuta, è stata la Commissione europea, c’è un piano europeo per distruggerci, se solo potessimo stampare moneta faremmo tremare il mondo.

Un Presidente del Consiglio che è l’epitome di questa farsa tragica, che va in un consesso internazionale e si dice convinto che l’Italia potrà crescere di 1,5% nel 2019. Pochi giorni dopo si reca a parlare con gli imprenditori di una delle regioni-traino del paese, e dice che per qualche mese sarà stagnazione ma la colpa è di fattori esterni e comunque nel secondo semestre ripartiremo. Servirebbe maggiore rispetto di sé, come prerequisito per rispettare gli interlocutori. Ma questo è oggi il mainstream italiano.

In questo clima, prosperano nullafacenti colpiti da improvviso benessere, faccendieri ripuliti ma neppure troppo, millantatori, accademici falliti che sognavano da una vita la loro rivincita. Tutti con un solo programma: mentire ossessivamente e manipolare, come neppure negli scritti di Orwell troverete riscontro.

Un paese alla deriva, una drammatica deriva che sfocerà in tragedia, se e quando vi sarà una recessione a livello internazionale. Sarebbe assai blando risarcimento, se mestatori e manipolatori fossero puniti da quelle stesse anime semplici risvegliate furiose dalla manipolazione. La verità è che è più probabile che il fallimento di questi creerà un nuovo ceppo batterico resistente ad ogni antibiotico, fatto di una regressione ancora più profonda, che condurrà a forme ancor più deleterie di fasciopopulismo e renderà l’Italia un caso unico di regressione civile nel mondo sviluppato.

Il Signore, o chi per esso, aiuti questo disgraziato paese.”

Il signoraggio e le bufale della TV del governo

Venerdì scorso su Rai 2 è andato in onda “Povera patria” un programma che tratta temi di attualità politica, di cultura e di costume. L’editoriale, curato dal giornalista Alessandro Giuli, era dedicato ad alcune questioni care ai sovranisti complottisti e, ovviamente, ai NO EURO. Nulla di nuovo. Sono le tesi che abbiamo sentito ripetere per anni e specialmente da parte dei partiti che adesso sono al governo. Ricordiamo bene le campagne contro l’euro, per il ritorno alla sovranità monetaria e contro la stessa Unione Europea. E ricordiamo pure quelle che predicavano la cancellazione del debito pubblico identificato come una truffa della finanza mondiale e delle banche. Gli economisti di punta che appartenevano a questa linea di pensiero occupano oggi importanti incarichi istituzionali e dunque perché stupirsi se la TV pubblica posta sotto l’assoluto controllo del governo ripete le tesi tanto care alla loro parte politica?

Certo qualche rompiscatole potrebbe tirare in ballo il pluralismo dell’informazione o il servizio pubblico pagato dai cittadini che non dovrebbe essere nelle mani dei partiti e meno che mai utilizzato per diffondere vere e proprie falsità. Purtroppo quei rompiscatole che nel passato levavano alta la loro voce quando al governo c’era Berlusconi (più la Lega) e c’era il Pd oggi non si fanno sentire più ed hanno accettato tranquillamente che la Rai sia un’agenzia di informazione del governo. D’altra parte al potere ci sono quei “rivoluzionari” dei 5 stelle, come si fa a negare loro il controllo della Rai?

Ma vediamo cosa ha detto di così grave il giornalista Giuli da suscitare una vera e propria ribellione di tanti economisti ed esperti degli argomenti trattati?

In sintesi è partito dal paradosso dell’Italia nazione ricca, ma con un debito di oltre 2300 miliardi di euro spiegandolo così: “Al di là di sprechi, ruberie e spese allegre una risposta sta nella parola signoraggio, il guadagno del signore che stampa la nostra moneta”.

Partendo da questa premessa la storia d’Italia veniva suddivisa in tre fasi. La prima è quella fino al 1981 segnata dalla disponibilità illimitata di moneta da parte dello Stato stampata da una Banca d’Italia obbligata ad obbedire al governo (in realtà nessuna legge lo imponeva, si trattava di una prassi durata dalla metà degli anni ’70 al 1981). La seconda inizia quando Ciampi e Andreatta “liberano la Banca d’Italia dall’obbligo di acquistare titoli invenduti, la banca centrale diventa così un istituto privato che continua a prestare soldi allo Stato con tanto di interessi e il signoraggio diventa così un lievito del nostro debito pubblico“.

Si può immaginare il sospiro di sollievo dei telespettatori, nella loro stragrande maggioranza comprensibilmente ignari della questione, ai quali viene raccontata la favola consolatoria di un debito che nasce dal complotto di due cattivi (al servizio di chi?) che hanno impedito alla Banca d’Italia di continuare a stampare moneta per di più trasformandola in banca privata. Dunque non le baby pensioni, non il clientelismo, non gli sprechi e le ruberie, ma solo la volontà perfida di chi ha voluto cambiare ciò che funzionava così bene.

Ma c’è anche la terza e ultima fase quella della moneta unica: “L’adozione dell’euro e la nascita della Bce completano l’espropriazione“. Giuli chiude la sua favola senza un lieto fine perché il finale i complottisti sovranisti che sono andati al governo ancora non possono scriverlo. Nel loro cuore però ci sono i concetti di cui sopra. Basta ripensare al loro percorso di genuini oppositori dell’Europa, dell’euro e della finanza testimoniati in tutti i modi possibili e immaginabili (scritti, dichiarazioni, video, foto ecc ecc).

Poteva andare tutto bene, ma ci si sono messi di mezzo economisti ed esperti che hanno cominciato a mettere i puntini sulle “i” e hanno denunciato alcune grosse bufale narrate agli ignari telespettatori.

  1. La questione del signoraggio oggetto da anni di una narrazione complottista secondo la quale si permette alle banche private (cioè le banche centrali Bce compresa) di stampare moneta che costa pochi spiccioli intascando il valore nominale della medesima. Falso che le banche centrali siano private e falso che intaschino il valore della moneta messa in circolazione. In realtà quando si stampa moneta la si mette in circolazione (cfr Mario Seminerio sul suo blog https://phastidio.net/2007/12/27/signoraggio-tra-mito-e-realta) attraverso l’acquisto di titoli pubblici che producono un interesse ed è questo che costituisce il guadagno delle banche emettitrici. Tale guadagno però serve per pagare le spese di funzionamento e viene poi girato agli stati di riferimento (la Bce li gira alle banche centrali nazionali). Per quanto riguarda il valore della moneta ci ricordiamo le vecchie banconote in lire? E ci ricordiamo cosa c’era scritto? “Pagabili a vista al portatore” firmato: il Governatore della Banca d’Italia e il cassiere. Che significa quell’annotazione? Un debito. Cioè la banca emettitrice si impegna a ripagare il possessore della banconota del controvalore facciale della medesima. Dunque chi stampa moneta si indebita non si arricchisce del valore della medesima.
  2.  Un’altra grande bufala è l’omissione della parola inflazione. Semplicemente il giornalista Giuli si è dimenticato che prima del famoso “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia l’inflazione era la tassa occulta che colpiva tutti gli italiani (tranne quelli che portavano i soldi in Svizzera). Costantemente a due cifre e persino superiore al 20% creava instabilità economica e minava la coesione sociale. È vero che la Banca centrale stampava moneta a volontà, ma è anche vero che quella moneta valeva sempre di meno. In quegli anni l’inflazione era al centro delle preoccupazioni dei governi perché l’inflazione, come insegnano la storia e l’attualità, può sfuggire di mano trasformarsi in iperinflazione (Repubblica di Weimar, Argentina, Venezuela) e distruggere le società.

Un semplice esempio spiega meglio di tante parole. Ciò che si possiede in moneta o in titoli all’inizio dell’anno deve essere tagliato alla fine dell’ammontare dell’inflazione. Hai 1000? Dopo un anno ti resteranno 1000 MENO l’inflazione. Anche se hai un titolo di Stato l’interesse reale sarà quello nominale meno l’inflazione. È comprensibile che tassi di inflazione del 10, 15, 20 per cento (Italia anni ‘70-’80) sono in grado di impoverire la maggior parte delle persone.

Infine la questione dell’espropriazione. In questo caso si tratta di una falsità ancora più sottile perché vuole instillare nei telespettatori la convinzione di essere stati oggetto dell’imposizione degli accordi europei sui bilanci. Poiché sono anni che la propaganda anti europea batte su questo tasto è facile che per chi ascolta si tratti di una semplice conferma.

Falso. Tutti gli accordi europei sono stati approvati dai governi e dai parlamenti nazionali cioè secondo le regole della democrazia rappresentativa in vigore dalla fine della seconda guerra mondiale.

In conclusione l’occupazione del potere da parte del governo sovranista complottista procede inesorabile e punta sull’indottrinamento a colpi di falsità delle masse che oggi sono soprattutto telespettatori e frequentatori di social network. E procede senza scrupoli perché loro si sentono dei rivoluzionari e pensano di essere i rappresentanti di tutto il popolo. Se li si lascia fare da qui al totalitarismo il passo è breve

Claudio Lombardi  

Conte, il liberoscambista protezionista

Ieri a Davos il presidente del consiglio, Giuseppe Conte, ha tenuto il suo “atteso” discorso, davanti ad una platea non particolarmente folta. L’evento non resterà negli annali della storia ma è stato l’occasione per ribadire alcuni assai logori luoghi comuni che fanno ormai parte della cultura mainstream di questo paese, e che ne garantiranno il declino.

Tralasciamo le note di colore su quanto detto da Conte prima ed ai margini del suo speech. Ad esempio, sulla possibilità che il Pil italiano cresca quest’anno del famoso 1,5%, che era apparso in sogno ai nostri eroi a fine estate, e che già allora pareva frutto dei postumi di una sbornia o dell’uso di sostanze, pure tagliate male.

Non è dato sapere su quali motivazioni fattuali e razionali poggi il convincimento di Conte. Forse trae alimento da altre dimensioni, più fideistiche, che per un seguace di Padre Pio potrebbe pure starci. Il premier ha poi bacchettato le intese tra Francia e Germania sul seggio permanente all’Onu, rivendicandolo per l’intera Ue. E questo direi che è punto condivisibile, a grandi linee.

Ha poi fatto seguito la ormai abituale lamentazione contro la Francia, esercizio stucchevole di programmazione neurolinguistica per titillare il popolo straccione e qualche principe della penna e della lingua, che su concitata base giornaliera narra queste sceneggiate italiane attraverso canoni di lettura manco fossimo prossimi allo scoppio della prima guerra mondiale. Ma transeat.

Conte esalta il tipico nazionalismo asimmetrico dei somari arruffapopolo di casa nostra. Del tipo: “ehi, ora mettiamo i dazi per proteggerci ma se voi non ci aprirete i vostri mercati, saranno guai!”. Che accadrà, se questa Italia verrà considerata inaffidabile per partnership economiche da altri paesi europei? Semplice: Che le verranno preclusi i maggiori deal, e che quelli in essere verranno smontati, per logoramento.

Il caso Fincantieri-STX promette di essere la prova-costume di questa realtà, e dubito che strepitare contro il cattivone Macron serva, visto che anche Marine Le Pen ha già detto esplicitamente che, se fosse per lei, STX andrebbe nazionalizzata o comunque resa francese al 100%.

Per farla breve, non mi pare che un paese come l’Italia, che ha un avanzo commerciale bilaterale con la Francia di 11 miliardi (ammesso che questa metrica valga realmente qualcosa), possa permettersi di suicidarsi insolentendo i francesi (e non solo Macron). Ma attenzione, perché nazionalismo chiama nazionalismo.

Il discorso di Conte a Davos è soprattutto un gran mischione di temi globali e locali. Nel senso che finisce ad imputare alla globalizzazione (e soprattutto all’euro) quelli che sono stati esclusivamente errori nel percorso di crescita italiano, da molto tempo a questa parte. Qualche esempio?

Il popolo italiano è stato paziente e disciplinato per molti anni. Ha avuto fiducia nelle istituzioni italiane ed europee, politiche e tecniche. Per anni, gli italiani hanno fatto propri i principi economici fondamentali predicati dal cosiddetto ordine liberal-democratico: l’integrazione nel mercato globale, la libera circolazione di persone e capitali, la disciplina di bilancio, l’adozione incontrollata di nuove tecnologie e la crescita senza limiti della finanza globale”.

Signora mia, gli italiani sono stati pazienti verso la globalizzazione e l’ordine liberal-democratico, vivendo in un paese devastato dal corporativismo e da una corrosiva mentalità socialista ed antimercatista, che coinvolge pressoché tutte le cosiddette élite di casa nostra, quelle che da sempre spolpano lo stato per preservare le proprie rendite parassitarie. Ma ora basta: fermate il mondo, il Popolo (italiano) vuole scendere! Altrimenti proveremo con “l’ordine illiberal-antidemocratico”, è una promessa.

E come finì che Conte scambiò cause ed effetti, confermandosi ultimo bardo di quel socialismo surreale che è alla base del fallimento di questo paese? Con questa profonda lettura delle vicende dell’euro:

Il prezzo da pagare per avere una moneta stabile e una bassa inflazione è stato un debito pubblico crescente, nonostante si richiedesse continuamente di stringere la cinghia per mantenere la spesa pubblica primaria (al netto della spesa per interessi) costantemente al di sotto delle entrate fiscali. La disciplina di bilancio ha frenato la crescita del PIL. Nel terzo trimestre del 2018, il PIL è ancora 5 punti percentuali al di sotto del picco massimo di questi anni, registrato nel 2008”.

L’Avvocato del Popolo non pare avere grande dimestichezza con la logica. Il che è strano, per un avvocato. Ma forse non per un avvocato italiano. Come che sia, l’avanzo primario è stato la corda a cui si è impiccato un paese che non riusciva a crescere con riforme strutturali e doveva rassicurare i creditori: non è certo figlio dell’euro e men che mai della globalizzazione, quella cattiva e con tante b.

Fantastica, poi, le lettura keynesiana all’amatriciana sulla “disciplina di bilancio che ha frenato la crescita del Pil”. Affermazione demenziale che postula che unico motore della crescita sia il deficit pubblico. Ma certo, certo. E tuttavia, in questo concetto di Conte c’è davvero l’essenza del mainstream italiano: basta “austerità”, signora mia. Un paese ed un popolo che non riescono a comprendere che ripetere ossessivamente la stessa cosa attendendosi ogni volta un esito differente è l’anticamera della follia, non può che finire ad avere al governo gente come Di Maio, Castelli, Toninelli e compari. Ma anche i leghisti, il cui motto primigenio localistico era “evasione fiscale & sussidi pubblici”, ed ora tentano di esportarlo in tutto il paese, con lusinghiero successo di pubblico.

E dopo tutte queste pippe mentali sui massimi sistemi, in cui globalizzazione ed euro sono i cattivi che ostacolano il Popolo italiano nel raggiungimento della felicità, premesse che aprono di fatto la strada a teorizzazioni molto ardite e quasi inedite, del tipo “protezionismo & spesa pubblica”, narrano le cronache che il buon Conte abbia avuto un bilaterale col neo presidente brasiliano, Jair Messias Bolsonaro. Con richieste di quest’ultimo che subito metteranno alla prova l’Avvocato del Popolo ed i suoi intimi convincimenti.

Scrive oggi Marco Bresolin su La Stampa, riguardo al programma di vendita di corvette italiane al Brasile, per cui sono in corsa Fincantieri e Leonardo:

“Conte promette al suo interlocutore che farà lobbying a Bruxelles per aprire le porte del mercato europeo alla carne e ai prodotti agricoli in arrivo dal Brasile. Per superare le resistenze francesi – assicura – si farà promotore di un «gruppo di pressione» per sbloccare i negoziati sull’accordo Ue-Mercosur. Lo stesso accordo che secondo la Coldiretti «affosserà il Made in Italy» e porterà a una «invasione di prodotti stranieri a dazio zero». Ma il capo del governo sembra pronto a sacrificare le rivendicazioni degli agricoltori sull’altare dell’industria militare. Sempre che il suo vice Matteo Salvini non si metta di traverso”.

Che mondo difficile, avvocato professor Conte: essere al contempo liberoscambisti e protezionisti, per servire il Popolo.

Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

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