Legge elettorale: meglio che niente

legge elettorale

Il professor D’Alimonte ha fatto i calcoli e ha scoperto (articolo e tabelle pubblicati dal Sole 24Ore) che anche la legge elettorale che il Senato sta per esaminare e che, sicuramente, diventerà la legge elettorale con cui andremo a votare tra pochi mesi non risolve il problema della governabilità. Dai calcoli fatti emerge che una maggioranza certa possa essere raggiunta da chi riesca a prendere il 50% dei voti nella parte proporzionale e il 70% nel maggioritario. Cioè, in pratica, nessuno avrà la maggioranza grazie al voto degli elettori. Inutile proclamare che mai si faranno alleanze con questo e con quello perché con i risultati in mano o si scenderà a compromessi o si dovrà tornare a votare …. per sempre o, almeno, fino a che una lista non riuscirà a farsi votare da oltre il 50% degli italiani.

sistema elettoraleIn pratica l’effetto del sistema elettorale che sta per essere approvato è quello di un proporzionale corretto con una modesta dose di maggioritario. Un problema? No di certo per chi si è battuto nel corso degli anni contro i sistemi maggioritari e per il ritorno al proporzionale. Ora in pochi parlano di governabilità, ma negli anni passati sembrava diventato il fulcro intorno a cui costruire le riforme del sistema politico democratico. Alla fine le riforme sono state fatte in un clima di crescente tensione che ha coagulato ogni tipo di opposizione verso il progetto della maggioranza e il 4 dicembre 2016 il discorso si è chiuso. Erano riforme ben fatte? Ai posteri l’ardua sentenza. Certo è che in quel clima politico e sociale era un’illusione pensare di forzare la mano all’elettorato giocando il tutto per tutto.

Ma torniamo all’oggi. La legge elettorale che sta per essere approvata è stata concordata tra la maggioranza e una parte rilevante dell’opposizione. Un’altra parte si è opposta aspramente con toni esasperati. Si è detto che è una legge che vuole colpire il M5S perché non vuole allearsi con nessuno e che mina la democrazia perché è stata approvata alla Camera con la fiducia (salvo il voto finale che è stato segreto). Ormai queste grida non fanno più effetto. Sono tanti anni che si ascoltano e l’Italia è sempre qui. Il vero parlamentoproblema è che è un Paese governato da istituzioni deboli perché le forze politiche sono frammentate e ogni componente pensa ai fatti suoi prima che all’interesse generale. Detto in altri termini manca sia una cultura civile che unisca la società intorno ad alcuni valori, sia una cultura di governo consolidata. Potrebbe essere questa debolezza il motivo dell’ostilità verso un sistema elettorale nettamente maggioritario e verso la governabilità. Poiché non ci si fida né delle forze politiche né delle istituzioni meglio mantenersi un potere di blocco.

D’altra parte da noi governi che durino più di due anni sono sempre stati quasi una rarità e ci siamo anche abituati agli scioglimenti anticipati delle Camere. È cosa logica invece che qualsiasi governo che non possa utilizzare il quinquennio della legislatura per realizzare il suo programma non può lavorare bene. La pressione o la minaccia di equilibri parlamentari e politici precari non sono mai la situazione migliore per combinare qualcosa di buono.

Il nuovo sistema elettorale si compone di una parte proporzionale (preponderante) e di una uninominale (cioè maggioritaria). Si voterà con una scheda sola e, quindi, non ci sarà il voto disgiunto tra candidato nell’uninominale e lista proporzionale. Chi voterà un candidato voterà automaticamente anche per la lista con la quale si è presentato cioè il voto varrà anche per la parte proporzionale. Molti hanno criticato il voto unico perché l’elettore potrebbe voler votare una persona, ma non la sua lista. Non sembra un gran guaio o una limitazione della libertà degli elettori. Per quale motivo si dovrebbe disporre di due voti e non di uno solo?

partitiSi dice che anche con questa legge il Parlamento sarà composto di nominati. Ormai la parola “nominati” è diventata un contenitore nel quale ci si mette un po’ di tutto, mentre le preferenze sono invocate come espressione del diritto di scelta del cittadino. In teoria bisogna ammettere che il modo migliore per assicurare questo diritto è la preferenza espressa in un sistema proporzionale. In teoria, perché l’esperienza fatta per decenni ha dimostrato che il diritto di scelta si traduce in uno scambio tra voti e favori. Ventisei anni fa, infatti, dire preferenze significava dire corruzione e partitocrazia e gli italiani votarono contro le preferenze plurime in maniera massiccia. In realtà è difficile sostenere che i cittadini possano scegliere i propri rappresentanti senza passare dalla mediazione di un partito che decide di mettere in lista un candidato. Il sistema migliore che concilia tutte le esigenze è dunque quello basato sui collegi uninominali completato con il secondo turno di ballottaggio. Purtroppo le forze politiche non lo vogliono adottare e così restano le soluzioni di compromesso quale è la legge che il Senato esaminerà nei prossimi giorni. Meglio che niente

Claudio Lombardi

Brexit: che mangino sovranità

populismo nazionalismo

A proposito di indipendentismi e di sovranità del popolo che si eleva al di sopra di leggi e costituzioni pubblichiamo uno scritto di Mario Seminerio che lucidamente mette in guardia dalle pericolose illusioni che vengono date in pasto alle opinioni pubbliche di vari Paesi partendo dalla Brexit.

brexit“A quasi un anno e mezzo dal referendum, e ad altrettanto dal termine di uscita dalla Ue ex articolo 50 del Trattato di Lisbona, il Regno Unito prosegue a trascinarsi da un proclama all’altro, senza riuscire a schiodare il negoziato con l’Unione. Dopo innumerevoli proclami, minacce, blandizie, teoremi, castelli in aria, ipotesi di proroghe, bizantinismi, guerriglia parlamentare, accessi di tosse incoercibile, fondali che si sbriciolano, “Brexit means Brexit” e così spero di voi, siamo di fatto fermi al punto di partenza.

In questo stucchevole minuetto, tra una comparsata a Firenze a proclamare il proprio amore per l’Europa ed una zuffa permanente tra Conservatori brexiter duri, molli, intermedi e ben cotti, i nostri eroi d’Oltremanica tentano ancora di cercare la chiave di casa sotto il lampione. Un aspetto molto interessante è nel frattempo emerso: tra i paesi dell’Unione, al momento nessuno ha interesse a rompere la disciplina di blocco e offrire ai britannici una via d’uscita purchessia, ad esempio l’offerta di un paio d’anni di transizione aggiuntiva, fatta passare per determinazione britannica.

nazionalismiLa realtà è una ed una soltanto: ogni processo di decostruzione di stati e sovrastati ha tempi lunghi e costi di transizione elevatissimi, che nei casi più gravi rischiano di essere intollerabili per una democrazia. Ma il concetto è troppo difficile da cogliere per quanti hanno deciso, per pure beghe partitiche, che “il popolo è sovrano”, ed hanno aperto un vaso di Pandora di proporzioni colossali. Nell’ultimo anno abbiamo sentito tutto ed il contrario di tutto: un Regno Unito “sociale e solidale”, anzi no, una Singapore piantata nell’Atlantico, anzi no, una socialdemocrazia con lavoratori nei cda delle imprese, un trattato di libero scambio con gli antipodi, col Giappone, con Trump, con Marte, adesione al Nafta riveduto e corretto. Perché Brexit means Brexit, pappagalleggiava Theresa May, figura tragicomica e monumento vivente all’insipienza della politica che si confronta con un mondo fatto di complessità ed interdipendenze estreme.

Il campionario di casini è vastissimo e si estende sino a Westminster, dove i parlamentari chiedono che il rimpatrio dei poteri da Bruxelles non venga sequestrato dall’esecutivo ma redistribuito armoniosamente ai parlamenti devoluti britannici, e sempre sottoposto a controllo del potere legislativo che non sia un semplice si o no su una indipendenza della Catalognamozione. Ecco un’ottima occasione per scoprire quanto può essere seccante una democrazia compiutamente rappresentativa, appena smette di essere mitologicamente “diretta”. Per tacere dei numerosi guitti italiani che a giugno dello scorso anno preconizzavano una marcia trionfale britannica verso la “libertà”. Quella stessa libertà di dire e predicare cazzate che è la quintessenza della comunicazione politica contemporanea, un po’ ovunque.

Superfluo (o forse no) segnalare che ogni velleità di separazione e costruzione di piccole patrie con i loro piccoli simboli e tradizioni implica lo stesso problema, come si stanno accorgendo i catalani, che pure non appaiono monoliticamente a favore della secessione. Ma con questo non voglio dire che vinca sempre la signora TINA (there is no alternative), sia chiaro. Anzi, credo i tempi siano ormai più che maturi per prendere posizione. Che è questa: solo una Hard Brexit può contemporaneamente produrre il rispetto della sovrana volontà popolare e fornire al popolo il riscontro diretto e non mediato dalla politica delle sue scelte sovrane.

indipendentismo e sovranitàQuindi, da oggi auspicherò che a marzo 2019 il Regno Unito esca immediatamente dalla Ue; che ricada nelle norme WTO su tariffe doganali; che le sue banche perdano il passporting verso la Ue; che una dogana fisica separi il territorio della Repubblica d’Irlanda da quello dell’Irlanda del Nord, così come le merci in entrata ed uscita dal Regno Unito siano assoggettate ai controlli doganali. Perché il Popolo è sovrano, e deve avere ciò che ha chiesto. Ogni ingerenza politica per deviare od opporsi al corso della Storia è un crimine contro il Popolo. Avanti tutta. Che il Popolo gusti sino in fondo la sua sovranità. E che ciò possa finalmente accadere anche agli italiani, che ne hanno estremo bisogno. E se questo porterà qualche profeta a finire appeso in piazza, per delusione popolare sugli esiti promessi, poco male: la Storia continua a non essere un pranzo di gala.

Mario Seminerio tratto da http://phastidio.net

Ius soli: una legge semplice e difficile

ius soli

Diciamo la verità, in circostanze diverse di ius soli avrebbero parlato gli esperti e al massimo i parlamentari della commissione incaricata di esaminare le modifiche alla legge del 1992 per la concessione della cittadinanza. Oggi, tra scioperi della fame, minacce di togliere la fiducia al governo e una generale agitazione sulla questione sembra che sia nata l’ennesima emergenza sulla quale schierarsi e polemizzare. Sarebbe, perciò, meglio mettere da parte opposte demagogie (rischio di invasione dall’Africa e scelta di civiltà) e provare a vedere le cose nella loro semplicità.

cittadinanza italianaPer chi nasce da genitori stranieri, con le norme vigenti, ci vogliono 18 anni di vita sul suolo italiano per accedere alla cittadinanza. Immaginiamo perciò un bambino che nasce e vive per 18 anni in Italia senza essere cittadino, ma continuando ad essere uno straniero dall’asilo alle soglie dell’università, pur parlando la stessa lingua dei suoi coetanei e condividendo con loro giochi, problemi, interessi. Obiettivamente è un problema e può essere anche un freno all’integrazione di chi comunque è nato e cresciuto qui e della sua famiglia. Di nuovo: obiettivamente per degli stranieri che risiedono in Italia ormai da tanti anni avere un figlio cittadino italiano è un motivo in più per sentirsi parte della comunità nazionale. Non è forse l’integrazione l’obiettivo strategico più importante rivolto agli immigrati? O forse preferiamo che vivano in comunità separate che coltivano l’isolamento e, magari, l’ostilità?

Ancora una volta: obiettivamente conviene a tutti investire sull’integrazione. Sia chiaro: chi si trovi in Italia, specie se con regolare permesso di soggiorno, possiede già molti dei diritti che spettano ai cittadini (fra cui assistenza sanitaria, tutela dell’ordinamento, istruzione). Inoltre può chiedere la cittadinanza italiana dopo dieci anni di permanenza. La proposta di legge conosciuta come ius soli vuole soltanto accorciare i tempi, senza più la necessità di attendere il compimento dei diciotto anni di età, per la concessione della cittadinanza ai figli degli stranieri che vivono regolarmente in Italia da almeno cinque anni (con permesso di soggiorno di lungo periodo).

integrazioneQuesto è un caso. L’altro definito ius culturae comporta la possibilità di chiedere la cittadinanza per i minori entrati in Italia dopo la nascita e prima dei dodici anni di età che abbiano frequentato la scuola per almeno cinque anni completando un ciclo di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali. Per chi arriva tra i dodici e i diciotto anni sono previsti sei anni di permanenza e il superamento di un ciclo scolastico.

Qui la norma si presta a qualche critica perché i cicli scolastici non sono tutti uguali o, meglio, non hanno tutti lo stesso effetto perché essere bambini e completare il ciclo delle elementari non è equivalente ad essere adolescente e seguire un corso triennale di formazione professionale. Forse un periodo un po’ troppo breve per acquisire la cittadinanza.

In ogni caso è ovvio, come si diceva all’inizio, che le circostanze nelle quali si discute di concessione della cittadinanza sono quelle di questi anni segnati dagli sbarchi dei migranti, dalle guerre nei paesi islamici e dal terrorismo. Ovviamente non tutti gli stranieri che vivono stabilmente in Italia provengono dai paesi islamici e sono di fede musulmana, ma nell’immaginario collettivo a loro è collegata la diffidenza che la proposta di legge sembra suscitare nella maggioranza degli italiani.

immigrati_4Se ne fa interprete Galli della Loggia che ha espresso in diversi interventi sulla stampa le sue obiezioni. Vediamo di che si tratta.

La prima richiama l’attenzione sul fatto che non esiste un diritto naturale alla cittadinanza poiché si tratta di scelte politiche che ogni Stato compie. La seconda si dirige contro l’ipocrisia che vorrebbe considerare le immigrazioni tutte uguali. In particolare la sua preoccupazione riguarda l’immigrazione islamica perché è quella che si riferisce non tanto ad uno o più stati, ma ad una civiltà con la quale “la cultura occidentale ha avuto un aspro contenzioso millenario che ha lasciato da ambo le parti tracce profondissime”. Inoltre, non bisogna far finta di non vedere che alcuni Stati islamici stanno svolgendo “un’insidiosa opera di penetrazione di natura finanziaria nell’ambito economico, e di natura politico-religiosa (apertura di moschee e di «centri culturali») all’interno delle comunità islamiche presenti nella Penisola”.

Per Galli della Loggia è necessario evitare nel modo più assoluto che, complice il prevedibile aumento dell’immigrazione africana e non solo, domani possa sorgere la tentazione di un partito islamico”. Di qui discendono altre condizioni che l’autore porrebbe alla concessione della cittadinanza (obbligo di abbandonare la cittadinanza precedente; conoscenza della lingua italiana in entrambi i genitori del giovane candidato; obbligo di accertamenti sull’ambiente familiare ad opera dei servizi sociali).

Sarebbe un errore considerare pretestuose le osservazioni di Galli della Loggia. Forse la proposta di legge in discussione pecca di idealismo e dovrebbe essere meglio redatta. Poiché c’è una forte spinta per la sua approvazione è probabile che alcune modifiche potrebbero persino ampliare il numero dei favorevoli, ma siamo al termine della legislatura ed ogni partito ormai ragiona solo in termini di conquista dei voti e ha bisogno di bandiere da sventolare.

Claudio Lombardi

Il canto popolare dell’indipendenza della Catalogna

indipendenza della Catalogna

Un grande canto popolare, un’epica della lotta pacifica e disarmata questa è l’immagine che una parte dei catalani hanno trasmesso all’opinione pubblica mondiale nelle ultime settimane. Un popolo pronto a scendere per le strade contro l’oppressione, per liberarsi dalle catene, per rivendicare la sua libertà e il diritto di costruire un futuro di prosperità. Guardando i volti delle persone nelle strade di Barcellona, in coda per votare o ascoltando le loro dichiarazioni ci si crede veramente che le cose stiano così. Loro sicuramente ci credono. Ma è la verità? O, meglio, è questa la realtà? Obiettivamente no.

Spagna autonomieLa Catalogna è una delle comunità autonome riconosciute e disciplinate nella costituzione spagnola. Basta scorrere gli articoli ad esse dedicati per avere l’idea della grande ampiezza dell’autonomia di cui godono. Nel caso della Catalogna da molti anni anche l’istruzione vi è stata fatta rientrare in misura tale che l’insegnamento della lingua spagnola è relegato al rango di lingua straniera. E con essa anche la cultura spagnola in generale (storia, arte, letteratura). Basterebbe questo per disorientare qualunque osservatore. Non solo non vi è traccia di prevaricazione centralistica, ma vi sono tutte le condizioni per un’autonomia che così ampia nemmeno in uno stato federale sarebbe concepibile.

Ma forse le norme che garantiscono l’autonomia confliggono con una pratica fatta di abusi e vessazioni da parte del governo centrale?  Le immagini dell’intervento della Guardia Civil domenica 1° ottobre per impedire il voto referendario sembrerebbero avvalorare questa ipotesi. Errore. Si tratta di un unicum e non di una prassi. Non vi è traccia negli ultimi cinquant’anni di alcun tipo di repressione diretta verso i catalani, verso la loro cultura, la loro lingua, la loro autonomia. La repressione che viene sempre rievocata, infatti, è quella che risale all’epoca del franchismo definitivamente superata con la rivoluzione pacifica che ha portato alla rifondazione dello Stato e alla Carta costituzionale del 1978.

soldi CatalognaE allora cosa resta? Anche in questo caso un osservatore obiettivo deve dire che restano gli otto miliardi di sbilancio tra ciò che la Catalogna versa allo Stato centrale e ciò che riceve. Non si intravede nel tripudio di retorica indipendentista che riempie di immagini e parole la comunicazione pubblica alcun altra motivazione reale che sostenga la ribellione in atto. Otto miliardi bastano per mettere in piedi un pasticcio a rischio di guerra civile? Sembra proprio di no, anche perché il do ut des all’interno di uno stato parte di una unione di stati non è così semplice come potrebbe sembrare. Con una mano si da e con molte altre si prende, magari senza nemmeno rendersene conto. Basti pensare ai fondi europei.

E allora si è trattato forse di un’allucinazione collettiva? Non proprio. Chi si interessa di psicologia delle masse avrà molto materiale da studiare nel caso catalano. Le modalità con le quali il governo e il parlamento della Catalogna hanno preparato il referendum sull’indipendenza la dicono lunga sull’approccio nazionalistico ed ostile dell’indipendentismo catalano. Un referendum in cui non era previsto quorum e nel quale bastava anche solo un voto più della metà di quelli espressi per mettere in moto il meccanismo della legge già votata in precedenza che vincolava il parlamento a sancire immediatamente la separazione dalla Spagna. Si tratta di modalità incredibili per affrontare la questione della rottura dell’unità nazionale in un grande Stato che fa parte dell’Unione Europea. Superficialità, approssimazione e un’enorme prepotenza e arroganza fatta apposta per tentare di dare una spallata allo stato spagnolo e per mettere a tacere ogni opposizione interna. rabbia catalaniAlcuni giornalisti più attenti sono andati a scavare nel nazionalismo catalano e vi hanno trovato gli stessi elementi: grande radicamento sociale e grande determinazione nel costruire la narrazione della Catalogna come nazione separata dalla Spagna, ma scarse motivazioni reali a sostegno di questa tesi. Piuttosto la ripetizione martellante di un concetto semplice: fuori dalla Spagna la Catalogna avrebbe un futuro radioso.

Purtroppo per i nazionalisti è l’esatto opposto di ciò che si intravede nella situazione attuale. Già alcune grandi banche ed imprese private hanno annunciato di essere pronte a trasferirsi altrove e, soprattutto, si sta chiarendo che non ci sarà posto in Europa nell’immediato futuro per uno stato catalano separato dalla Spagna. E senza Europa cosa pensano di fare, dove pensano di andare gli strateghi dell’indipendenza? Ci hanno pensato?

Ma, soprattutto, ci hanno pensato i catalani? Pronti a lanciarsi nelle strade, ad urlare slogan pieni di passione e di retorica, hanno capito cosa significa oggi uscire da uno stato (fra i più importanti dell’Unione Europea)? Ma prima ancora, hanno pensato alle conseguenze della rottura di un patto che tiene insieme diverse culture e tradizioni nella nazione spagnola? Pensano che questa sia una mera imposizione o si rendono conto che si tratta di una costruzione che si è realizzata in secoli di storia attraverso vicende dolorose e sanguinose? Credono forse che gli stati nazionali siano fatti di mattoncini Lego che basta smontarli per ricomporli in altro modo? Va bene il disagio (se uno vuole un disagio lo trova sempre), ma, insomma, scaricare tutto sulla Spagna è proprio una scemenza. Una sana lotta politica fa bene; l’esasperazione no.

manifestazione BarcellonaA che serve la partecipazione se si trasforma in eccitazione delle masse e non in consapevolezza dello stato reale delle cose? Tutti i regimi del passato, inclusi i peggiori, hanno fatto appello alla mobilitazione delle masse che sono state il necessario supporto per le follie delle classi dirigenti. Il fatto che di masse e di popolo siano piene le strade non significa per niente che una causa è giusta. Significa solo che è stata resa affascinante e convincente.

Bisognerà riflettere molto sulle vicende della Catalogna perché sono illuminanti sui pericoli e sugli enormi limiti dell’indipendentismo che nasce all’interno degli stati democratici. Il meccanismo è già sperimentato: di fronte al disagio si individua un nemico esterno sul quale si getta la responsabilità e si indica come soluzione la separazione e l’isolamento basata sul culto della propria comunità. Come se le comunità autonome in questo mondo globalizzato fossero chissà quale rifugio sicuro. E invece sono un vicolo cieco che non serve a dare risposte positive al disagio, ma che è tanto consolante per chi vuole illudere di averle trovate

Claudio Lombardi

Le cause di fondo del malcontento

malcontento

Le elezioni in Germania hanno attirato l’attenzione sull’esistenza di un’area di malcontento in un Paese che si riteneva un’isola felice che ha passato indenne gli anni della crisi economica, che ha tratto un grande vantaggio dall’euro, che è sulla soglia della piena occupazione e che fornisce prestazioni sociali fra le più ricche dell’intera Europa. E il malcontento (che si traduce in astensionismo ed arriva all’affermazione del populismo fondato sul rifiuto delle classi dirigenti tradizionali) è un segnale che arriva da ogni parte del mondo occidentale cioè dalla parte più avanzata delle società ed economie mondiali.

Germania elezioniProviamo a dare qualche spiegazione seguendo l’analisi di Carlo Cottarelli esposta in un recente intervento.

Il punto di partenza è la constatazione che c’è una buona ripresa economica globale. Il Fondo Monetario Internazionale prevede nel 2017 una crescita del 3,5 per cento, un dato normale in linea con quello dei decenni precedenti il 2000.

Un dato normale che, però, contiene quattro problemi:

  1. Il mondo occidentale non cresce come una volta perché i paesi avanzati a fronte di un più 3,1 per cento dal 1970 al 2000, nel triennio 2015-2017 si sono fermati ad un più 2 per cento
  2. Una crescita più bassa dalla quale, però, hanno tratto beneficio un numero minore di persone perché la distribuzione del reddito è diventata più squilibrata cioè è andata di più a chi sta in alto nella scala dei redditi e meno a chi sta nel mezzo e in basso
  3. Soprattutto la classe media ha perso reddito
  4. L’ascensore sociale si è bloccato nei paesi avanzati cioè è diventato più difficile modificare la propria condizione rispetto al punto di partenza

redistribuzioneL’insieme di questi fattori ha determinato quella redistribuzione di ricchezza dal basso verso l’alto che era già stata individuata identificandola nei due numeri – 99% e 1% – che rappresentavano l’esasperazione delle proporzioni di chi vedeva crescere la sua ricchezza e di chi se la vedeva sottrarre.

Secondo Cottarelli i quattro problemi sono riconducibili a quattro cause:

  1. Calo del tasso di fertilità nei paesi avanzati che comporta meno crescita di Pil a parità di produttività o anche scarsa crescita al crescere della produttività. Come è noto la caduta delle nascite è stata tamponata con l’immigrazione, ma il suo aumento troppo rapido e le modalità con le quali si è svolto hanno portato a nuove tensioni sociali. C’è da aggiungere che l’ingresso nel mercato del lavoro degli immigrati ha creato una concorrenza al ribasso sia sul piano dei salari che su quello delle condizioni del lavoro. Ovviamente andrebbero viste le particolarità Paese per Paese, ma tale competizione si è spostata anche sul piano delle prestazioni sociali che, a fronte di un livello di spesa tendenzialmente stabile (o in riduzione), hanno visto un incremento di richiesta per effetto dell’arrivo degli immigrati
  2. globalizzazioneGlobalizzazione ovvero l’integrazione nel commercio mondiale di India e Cina ricchi di lavoro e poveri di capitale. Anche in questo caso si può aggiungere qualcosa all’analisi ricordando lo spostamento di una parte delle attività produttive nei paesi a minor costo di mano d’opera con gli effetti sui livelli di disoccupazione e con la compressione salariale nei paesi dai quali provenivano le produzioni delocalizzate. Ovviamente ciò non si è verificato solo con i paesi asiatici, ma anche in Europa con la caduta del blocco socialista che ha portato all’immissione sul mercato del lavoro di decine di milioni di lavoratori a basso costo. Il risultato è stato quello di una riduzione globale della quota del reddito destinata al lavoro
  3. Minore impatto sulla produttività della crescita tecnologica. Qui Cottarelli cita gli economisti che ritengono inferiore la crescita della produttività degli ultimi decenni rispetto a quella che si è verificata tra le fine del XIX e la metà del XX secolo. In ogni caso si tratta di una crescita tecnologica che è andata in direzione della riduzione del lavoro umano sostituito dalle macchine automatiche
  4. Crescita del sistema finanziario cioè finanziarizzazione dell’economia che ha portato una maggiore fragilità con l’esposizione a crisi ricorrenti non determinate da un mutamento dei fattori produttivi. Come si è osservato più volte in questi anni l’economia di carta o speculativa si è imposta sull’economia reale dilagando nel sistema bancario e coinvolgendo i debiti pubblici ai quali si è fatto ricorso per rimediare ai danni prodotti dalla finanziarizzazione.

disuguaglianza ricchi e poveriL’analisi è scarna, ma il quadro delineato è abbastanza chiaro. Che fare? Cottarelli individua quattro punti: eliminare gli ostacoli ai meccanismi di mercato; redistribuire il reddito; far funzionare di nuovo l’ascensore sociale ovvero puntare ad una parità dei punti di partenza cioè dare la possibilità a tutti di salire nella scala economica e sociale e questo si può fare soprattutto con un’istruzione di qualità e accessibile a tuttiintervenire sul sistema finanziario per riportarlo ad essere motore di sviluppo economico.

L’unica osservazione da fare è che in questi punti c’è un programma di governo vasto che ha senso se tocca l’Europa e non soltanto i singoli Paesi

Claudio Lombardi

Facciamo il punto sul M5S

populismo M5S

Ora che il lavacro di democrazia digitale ha incoronato a furor di bit Luigi Di Maio come candidato del M5S alla presidenza del consiglio, e dopo l’ultimo di una lunga ed ormai logora serie di colpi di teatro da parte di Beppe Grillo, che negli ultimi anni si è reso protagonista di una vera a propria maratona di passi di lato senza muoversi di un millimetro, possiamo tentare di mettere un punto più o meno fermo e valutare a che punto si trova questo sorprendente movimento e che ruolo potrà giocare nella vita italiana.

Di MaioDico subito che a me, del M5S, ha sempre causato reazioni tra il divertito e l’irritato l’ormai dismesso e patetico slogan di “uno vale uno”, che già alle origini mi pareva un’affascinante sfida a cercare di comprendere se fossimo di fronte ad un caso di malafede portata all’estremo o a quello di una ingenuità politica quasi infantile, cioè pre-politica. Sarà l’abituale cinismo, ma personalmente ho sempre pensato che chiunque creda che in una struttura sociale possa esistere una prevalente “orizzontalità”, dovrebbe farsi vedere da uno bravo. Senza tirare in ballo per l’ennesima volta l’ormai abusata “Legge ferrea dell’oligarchia” di Robert Michels, l’aspetto sorprendente di questo movimento ricco di contraddizioni è aver fatto credere che fosse realmente possibile organizzare un’agorà fisica ma soprattutto digitale in grado di distillare la Verità del Popolo, giacobinamente ribattezzato i Cittadini, e non in realtà pilotarlo dicendogli quello che vuole sentirsi dire.

Il tutto sotto la regia di un imprenditore dotato di meta-visioni di ingegneria sociale piuttosto scontate (e poi del suo erede) alla testa di una società di consulenza di comunicazione. A fare da frontman dell’operazione, un comico sulfureo definitosi “garante” (della purezza dei principi fondativi) e gatekeeper, cioè guardiano del cancello, colui che impedisce le infiltrazioni di corruzione mondana e che oggi tenta di mantenere lo stesso ruolo dissimulandolo dietro la propria canizie.

populismoIl programma politico del M5S, per come si è andato consolidando negli anni, è una sorta di pesca a strascico in quel cupo lago di insoddisfazione e mugugno che è questo paese, che produce naturalmente un giustizialismo deformato che urla in piazza “onestà”, che ha rafforzato il convincimento degli adepti del movimento a considerare delinquente abituale chiunque venga avvisato di garanzia ed a chiederne quindi con infantile petulanza le dimissioni a colpi di tweet ed hashtag, salvo quando tali avvisi raggiungono propri esponenti, provocando in quei casi meritori soprassalti di garantismo, peraltro neppure applicato erga omnes perché la lotta politica, che contamina gli umani, è purtroppo giunta ad infettare anche il purissimo movimento.

Il messaggio di “tanto son tutti ladri” ha fatto rapidamente presa su ampi strati di una opinione pubblica che, un quarto di secolo dopo, continua ad essere orfana di Mani Pulite e delle sue manette e non intende compiere ripensamenti e rielaborazioni neppure di fronte all’eclatante autocritica di Antonio Di Pietro. Questi sono i naïf, quelli che pensano che a colpi di codice penale si possa surrogare l’assenza di senso della comunità e della cosa pubblica che permea vasti e forse maggioritari strati dell’elettorato. Ricordate “Tutti dentro” dell’arcitaliano Alberto Sordi, con lo zelante magistrato manettaro che diventa vittima di quella stessa cultura che egli ha titillato? Correva l’orwelliano anno 1984.

leader e follaMa il M5S è stato anche altro: ad esempio, il tormentone del reddito di cittadinanza, abile tentativo di capitalizzare l’ignoranza economica degli italiani (vedasi le coperture “che ci sono, oh se ci sono”) e l’antica e mai sopita aspirazione popolare a vivere di rendita, “perché siamo l’unico paese europeo a non avere un reddito di cittadinanza”. Assoluta sciocchezza ma la goccia comunicativa scava la roccia. E mai che i grillini ricordino che abbiamo un welfare malato e frutto di una pluralità di “redditi di cittadinanza” erogati per decenni sotto forma di pensioni di invalidità o come prestazione pensionistica a fronte di contribuzioni pressoché inesistenti. Un messaggio molto astuto, quello dei pentastellati, che si inscrive nella domanda di certezza ansiolitica che sale dalle viscere dell’elettorato, non solo italiano, di fronte ad un mondo che demolisce certezze e spesso anche speranze.

La realtà, fatta di compromessi spesso corrosivi ma soprattutto di vincoli, resta la mortale nemica del grillismo, come del resto dell’intera classe politica italiana. La terapia per le soverchianti dissonanze cognitive risiede nel galvanizzare il proprio “popolo”, ululare al complotto dei poteri forti e di oscure forze del male; spesso questa antica tecnica narrativa italiana, quella del vittimismo e del cospirazionismo, ha successo e riesce a rinviare la resa dei conti con la realtà. Quella stessa realtà che ha stroncato o congelato promettenti carriere politiche fuori dall’Italia.

no vaxQuesto non è quindi il necrologio del M5S. Che continuerà a mietere consenso elettorale presso ampi strati di opinione pubblica di un paese che ha ben pochi anticorpi culturali contro Gatti & Volpi di ogni epoca e provenienza. Il movimento potrà andare al potere, sino a giungere ai piani altissimi del Palazzo, oppure potrà finire a disintegrarsi in guerre per bande, soprattutto di probi viri e garanti della purezza ideologica, nell’altro grande topos del più puro che ti epura. Quello che resterà nella storia italiana, in attesa del prossimo packaging elettorale, è la presenza di una forte subcultura che adora le scorciatoie e far “piazza pulita” di tutto quello che “va male”, mentre anela disperatamente ad essere cooptata dal sistema ed essere partecipe degli stessi riti.

Sono “uomini qualunque”, spesso con non lievi pulsioni totalitarie; amano le fughe in avanti e molto più spesso all’indietro; vogliono diffondere consapevolezza ma spesso fanno leva su timori ed ignoranza, ad esempio alimentando posizioni antiscientiste nel solco del cospirazionismo che è la cifra del loro essere anti-sistema. Per questo il M5S non morirà: perché in realtà non è nato una decina di anni addietro ma molto, molto prima. E continuerà, nelle sue reincarnazioni e nei suoi eterni ritorni, a ricordarci tutto quello che non ha funzionato nel processo di crescita civile della nostra comunità nazionale. A ben poco servirà la consolazione di apprendere che anche altri paesi, considerati ben più “evoluti” del nostro, stanno sperimentando tettoniche elettorali del genere.

Mario Seminerio tratto da http://phastidio.net

Perché è illegale il referendum catalano

referendum catalano

La Costituzione si basa sulla indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto all’autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà fra tutte le medesime”. Questo recita l’articolo 2 della costituzione spagnola. Non la carta del governo spagnolo o di Madrid, ma di tutti gli spagnoli. La base dell’incostituzionalità (ed illegalità) del referendum catalano sta proprio qui. Non c’è da discutere se sia giusto o sbagliato, c’è da prendere atto della situazione. Nel percorso post-Franco la Costituzione del 1978 è stata frutto di una stesura “democratica” e la sua approvazione è passata da un referendum popolare. Non parliamo di un testo dittatoriale od imposto con la forza, ma di una scelta del popolo spagnolo.

Spagna autonomieTanto basta per dichiarare illegittimo il referendum del primo ottobre. Se così non fosse la stabilità di ogni ordinamento democratico potrebbe essere minata da qualsiasi movimento populista (o meno) che abbia un grande seguito. Se per superare la Costituzione fosse sufficiente un referendum (per giunta limitato ad una singola regione), allora molti atti incostituzionali sarebbero legittimati. Chi approva questo tentativo di secessione, riempiendosi la bocca con “autodeterminazione dei popoli” o “democrazia”, va proprio contro questi stessi concetti. Un popolo che si dà delle regole limita il suo raggio d’azione alle stesse, imponendosi di rispettarle per vivere in una società civile. Questo non significa che i referendum secessionisti siano illegittimi in senso assoluto, ma che debbano rientrare entro gli schemi di legge eventualmente previsti dalle singole costituzioni. Si pensi a quello del Quebec nel 1995 o al tentativo scozzese nel 2014. In entrambi i casi furono seguiti gli iter di legge, rispettando i principi democratici dei singoli paesi. Aspetto che pare non stare troppo a cuore ai leader indipendentisti spagnoli. Il governo catalano, in barba alla Costituzione ed al buonsenso, ha persino indetto un referendum senza quorum e a indipendenza automatica in caso di vittoria dei secessionisti.

indipendenza CatalognaMa oltre al “tecnicismo” costituzionale, la scelta della secessione risulta persino sconveniente. In un mondo che va verso la globalizzazione estrema, la divisione non può che far male. I dati del “Registro Mercantil” (“Registro delle Imprese” spagnolo”) parlano di 8000 imprese fuggite dalla Catalogna (a partire dal 2008) a causa del rischio di secessione e per la pressione fiscale crescente. Questi dati portano la regione al secondo posto per fuga di società, subito dietro alle Canarie. Gli ultimi due anni sono stati ancora peggiori. Nel 2016 sono stati persi capitali per 1,3 miliardi di euro, mentre i primi 8 mesi del 2017 hanno registrato la migrazione di 414,6 milioni. Numeri che dovrebbero far allarmare la classe politica catalana, ma che evidentemente non bastano per far comprendere il rischio della secessione.

Federico Marcangeli tratto da https://fondazionenenni.blog

La crescita del Pil non basta. Il freno del sistema Italia

sistema Italia

Un po’ di ripresa economica è arrivata, le esportazioni tirano, l’occupazione aumenta. È quindi il momento giusto per essere lucidi e realisti e individuare quel che proprio non va e che rischia di tenere frenata l’Italia facendola apparire un Paese debole e confuso. Purtroppo non è soltanto apparenza. La sensazione è quella di essere prigionieri di un sistema istituzionale che non funziona più, di apparati pubblici inefficienti e di una cultura politica e civile che esalta la frammentazione e il culto degli interessi particolari.

crescita pilPer questo non basta la ripresa economica ed il rischio serio è quello di scivolare indietro piuttosto che andare avanti. Lo snodo cruciale è quello della politica e, quindi, delle istituzioni. Abbiamo passato anni ad immaginare che la spinta alla semplificazione e all’efficienza sarebbe passata da un sistema elettorale maggioritario e altrettanti a studiare e dibattere un assetto istituzionale diverso da quello stabilito dalla Costituzione. Tra voto del 4 dicembre e sentenze della Corte Costituzionale siamo tornati indietro su tutti i fronti. Nulla è cambiato nell’assetto istituzionale e il sistema elettorale per ora è quello ritagliato dalla Consulta.

La vittoria del NO ha sancito una disfatta dei partiti e del Parlamento. Al Pd e a Renzi va riconosciuto il merito di aver provato in condizioni difficili a superare gli eterni limiti dell’inconcludenza parolaia che affligge il sistema italiano. Se fino a ieri si riconosceva l’esigenza di una maggiore governabilità ora si esalta la supremazia del principio di rappresentanza che trasforma ogni piccola componente in una potenziale minoranza di blocco. Un bel modo per governare una società complessa e un’economia avanzata.

E a proposito di economia la sorpresa è che il Pil è dato in crescita più di quanto ci si aspettasse. Tuttavia la crescita è mondiale e il merito non è di tutti. Trainano le esportazioni, frenano le aziende di servizi e quelle di proprietà pubblica. Un freno ancora maggiore viene dall’inefficienza della macchina amministrativa, dalla carenza di infrastrutture e di servizi adeguati. Tutte cose che si traducono in sprechi di tempo e denaro.

abbandono del territorioBisogna riconoscere che molto è stato fatto nel corso degli anni, ma la distanza con le migliori esperienze europee resta ampia con alcune punte di vera e propria arretratezza. Si sta concludendo un’estate nella quale sono emersi lo stato disastrato della rete idrica e la situazione di perdurante abbandono del territorio. Sia nell’un caso che nell’altro si è sollevato un gran clamore per problemi ampiamente conosciuti che vengono a galla solo quando ci si trova di fronte al dramma. I tecnici e i politici sanno che c’è un problema strutturale, ma lasciano fare al “tran-tran” dell’ordinaria burocrazia e, in molti casi, usano i problemi per campare di rendita.

Il fatto è che chi governa ad ogni livello è ostaggio dei voti presi e, spesso, della breve durata del suo mandato. Siamo stati abituati a governi che se durano due anni sembra già un successo, tre una svolta. La conseguenza più ovvia è un’esorbitante presenza di apparati amministrativi che ispirano, indirizzano, suggeriscono, interpretano, attuano a modo loro le scelte politiche (di cui loro stessi hanno provveduto a scrivere le norme).

Un discorso a parte merita il sistema giurisdizionale che, sul versante delle cause civili, è uno degli elementi principali dell’inefficienza che ci caratterizza e che rende il concetto di giustizia molto aleatorio. Dal versante penale viene un notevole contributo all’instabilità. Alcuni settori della magistratura inquirente hanno stabilito un filo diretto con gli organi di informazione (è stato definito come circo mediatico giudiziario) assumendo un peso politico che non sarebbe consentito dalla divisione dei poteri. Per anni è bastato l’avvio di un’inchiesta per far cadere governi, amministrazioni locali e portare alla conclusione di carriere politiche e al fallimento di imprenditori.

sistema giustiziaSpesso non si arriva a svolgere i processi perché le inchieste si rivelano assolutamente infondate, ma producono danni alle persone che vengono coinvolte. E anche quando si arriva al processo molti si concludono con assoluzioni che dovrebbero essere imbarazzanti per chi ha mosso le accuse. E sono comunque tutti di durate esagerate, tali da congelare la vita delle persone in attesa di una sentenza. Probabilmente è arrivato il momento di mettere un freno alle iniziative temerarie dei magistrati che, è bene ricordarlo, non rispondono mai di ciò che fanno. Ma le riforme della giustizia di cui si discute riflettono tutte il timore dei politici di non mettersi contro la più potente corporazione italiana protetta da un ordinamento che ne assicura l’autonomia, ma le consente nello stesso tempo di invadere il campo degli altri poteri dello Stato senza rispondere delle conseguenze.

Molto altro ci sarebbe da dire, ma la sintesi è che se vogliamo diventare un Paese serio ed essere presi sul serio dobbiamo avere una visione lucida e concreta dello stato delle cose. Se preferiamo l’eterna sceneggiata del chiacchiericcio inconcludente i problemi ce li terremo e chi ci guarda dall’esterno si regolerà di conseguenza

Claudio Lombardi

Dissesto idrogeologico a sorpresa

dissesto idrogeologico

Da quanto tempo si parla di dissesto idrogeologico? Da quanto tempo si dice che bisogna intervenire? Cinque, dieci anni o forse più. Ebbene leggendo alcuni commenti e alcune reazione ai guai combinati dalle piogge in questi giorni sembrerebbe che si tratti di giorni.

C’è chi si attacca al colore dell’allarme, c’è chi se la prende col cambiamento climatico. Ben pochi (o nessuno?) ammettono di avere delle responsabilità.

allagamento LivornoEppure è ormai evidente che la difficoltà di intervenire e di conseguire obiettivi che pure vengono posti è diventato in Italia il problema dei problemi. E quando i problemi sono evidenti da tempo non si può cadere dalle nuvole come se si fosse colti di sorpresa. Le piogge torrenziali arrivano ogni anno. Certo con intensità diverse, ma questo dovrebbe spingere ad affrettare i lavori di messa in sicurezza di canali, argini e quant’altro serve per proteggere il territorio. Si dice che in Italia vi siano 12mila km di canali interrati alcuni dei quali possono “esplodere” ed invadere strade e case. È ciò che è accaduto a Genova nel 2014 e a Livorno pochi giorni fa. Di straripamenti e torrenti di fango che travolgono persone e cose è comunque piena la cronaca da molto tempo. Dunque fare il possibile dovrebbe essere un imperativo.

E, invece, ad ogni disastro quale è la richiesta che arriva in maniera unanime? Finanziamenti per effettuare i lavori di sistemazione del territorio indispensabili e urgenti. È talmente giusta questa richiesta che sembra nessuno ci abbia pensato prima e, anzi, qualcuno, lo abbia impedito.

investimenti pubbliciErrore. I soldi vengono sempre stanziati; sono gli effetti che non si vedono. Di decreti legge contro le calamità naturali di ogni tipo sono pieni gli archivi parlamentari e, più di una volta, stanziamenti colossali (due esempi: terremoti nel Belice e in Irpinia) sono andati dispersi in mille rivoli. Restando a questi ultimi anni sappiamo che nel 2014 fu creata una struttura di missione contro il dissesto idrogeologico presso la Presidenza del consiglio e fu predisposto uno stanziamento di una decina di miliardi di euro da spendere in un decennio.

Ebbene, cosa ci si poteva aspettare in un Paese afflitto da decenni da disastri causati dalla mancanza di interventi di manutenzione di canali, fiumi, fognature ecc? Che quei soldi fossero presi d’assalto da comuni, province e regioni pronti ad utilizzarli sulla base di piani predisposti già da anni e in attesa di finanziamenti.

Altro errore. Soltanto poco più di 100 milioni di euro sono stati impegnati per progetti esecutivi. Motivi: incapacità, insensibilità, difficoltà burocratiche, il nuovo codice degli appalti? Tutto insieme cioè a volte uno, a volte l’altro.

cambiamenti climaticiE allora suscitano un po’ di fastidio le prediche sui cambiamenti climatici (a volte fatte da politici di lungo corso che hanno avuto grandi responsabilità negli anni passati) che ripetono come una litania  la necessità di intervenire a livello globale eccetera eccetera.

Poiché qui si parla dell’Italia bisogna che tutti si impegnino a capire quale è il punto cruciale che impedisce alle decisioni già prese di tradursi in fatti. Continuare a dire che bisogna intervenire, che bisogna fare investimenti, che ci vogliono più soldi mentre non si riesce a spendere i soldi che ci sono diventa sempre più insopportabile.

Ai politici – nazionali, regionali, locali – si chiede concretezza e coraggio. Va di moda dire che devono anche avere una “visione” (pochi anni fa era di moda parlare di “narrazione”). Sarebbe cosa gradita se avessero anche l’idea di come far funzionare una macchina pubblica sempre più impantanata e farraginosa, ancor più appesantita dalla pletora delle autonomie e delle prescrizioni anticorruzione. La vera sfida è quella dell’efficienza e dell’efficacia.

Se il Pil è cresciuto e se le esportazioni hanno tirato la volata alla crescita si deve alle capacità imprenditoriali dei privati. La parte pubblica è il vero peso morto che l’Italia si porta appresso. E non è giusto che sia così

Claudio Lombardi

Europa ed Africa: il timore e la speranza

Europa e Africa

Europa ed Africa. Le previsioni demografiche dicono che la prima è destinata a perdere da qui alla fine del secolo più di 100 milioni di abitanti. La seconda quasi li quintuplicherà. In numeri le cose stanno così: oggi 456 milioni l’Europa contro 540 dell’Africa, nel 2050 374 milioni e 1,3 miliardi, nel 2100 324 milioni e 2,53 miliardi. Di qui il parere unanime che un travaso di esseri umani ci dovrà essere e pure in misura consistente. Per l’Italia alcuni prevedono che per mantenere l’attuale livello della popolazione serviranno milioni di immigrati. In tutta l’Europa più di cento. Arriveranno tutti dall’Africa? Non è detto e d’altra parte già oggi il mix delle provenienze è molto vario. Ma certo l’Africa è vicina e dunque sarà inevitabile che da lì verrà la quota più consistente dell’immigrazione.

natalità caloLe cause di questa situazione sono note: natalità in calo, mancata sostituzione dei morti, invecchiamento della popolazione e decrescita netta della sua consistenza. Non tutti i paesi sono uguali però. Francia, Irlanda e Svezia sono vicine al tasso ideale di natalità (2,1 figli per donna); l’Italia è molto lontana con il suo 1,4. Alcune domande sono ovvie. Il tasso di natalità è modificabile? Se sì vuol dire che può anche crescere. Non è detto che i giovani e le famiglie non possano essere aiutati e che non decidano di generare più figli. Certo gli stili e le scelte di vita contano molto, ma la Francia dimostra che qualcosa si può fare. Ipotizziamo che si riuscisse a ridurre molto il declino demografico, ciò significherebbe che ci sarebbe bisogno di meno immigrati? Se ci si limita a prendere come base i numeri attuali la risposta dovrebbe essere sì: siamo 60 milioni e tanti dobbiamo rimanere non ci serve aumentare di numero.

E invece fare più figli potrebbe non bastare perché ciò che cambierà sarà la composizione della popolazione ovvero gli anziani aumenteranno, moriranno di meno e assorbiranno risorse. Dunque la stabilità non risolve il problema. Ci vorrebbero più nascite ben oltre il tasso di sostituzione ovvero più giovani in età di lavoro. A meno di non trasformare le donne italiane (ed europee) in fattrici dedite solo alla generazione dei figli qualcuno da fuori dovrà arrivare a darci una mano.

famiglie numeroseDa fuori significa innanzitutto dall’Africa che non va, però, considerata solo un serbatoio di mano d’opera a buon mercato e nemmeno una minaccia. Negli ultimi anni l’incremento del Pil di molti paesi africani si è avvicinato ai livelli cinesi, il tasso di natalità è diminuito ed è destinato a crescere l’invecchiamento della popolazione. È probabile, inoltre, che lo sviluppo economico porti a stili di vita diversi da quelli attuali e anche ad una ridefinizione del ruolo della donna. Probabilità non certezza, ma una probabilità che può essere aiutata ed aiutare molto nel diminuire la pressione verso l’emigrazione. E cosa può aiutare? La collaborazione con l’Europa che possiede capitali e tecnologie per spingere lo sviluppo dei paesi africani. La Cina lo sta già facendo e non certo per scongiurare una possibile ondata migratoria verso i suoi confini. Però la strada è quella. Ed è una strada chiaramente indicata dal governo italiano già da un paio d’anni con il suo Migration Compact.

Non si tratta, quindi, di eliminare l’immigrazione, ma di disciplinarla e di inserirla dentro una politica che abbia al suo centro l’integrazione. Possiamo pensare che l’immigrazione del prossimo futuro potrà essere quella dei barconi o, meglio, quella gestita dai trafficanti (con o senza Ong a completarne l’opera)? Evidentemente no. Nel prossimo futuro l’automazione progredirà velocemente e molti lavori non specializzati saranno effettuati da macchine robotizzate. È un cambiamento al quale dovremmo prepararci da adesso e che riguarderà innanzitutto chi è nato qui. Le cose non saranno facili e molti lavori bisognerà reinventarli. In questo scenario un’immigrazione incontrollata potrà solo creare tensioni micidiali e non servirà all’economia.

sbarchi migrantiÈ dunque quanto mai giusta la linea adottata dal governo italiano (e condivisa adesso dai principali partner europei) di bloccare il traffico di migranti, di avviare una politica di coinvolgimento dei paesi africani con l’obiettivo non di aiutarli genericamente, ma di collaborare a progetti che favoriscano lo sviluppo economico locale e, contemporaneamente, organizzarsi per selezionare sul posto e con il controllo di organismi internazionali le domande di asilo politico. E per raccogliere le richieste di permessi finalizzati alla ricerca del lavoro (magari dando la precedenza a chi ha una formazione professionale).

In ogni caso l’integrazione è e sarà il punto centrale. Abbandonando ogni buonismo multiculturalista dobbiamo essere consapevoli e far capire a chi arriva (e prima ancora che parta) che l’integrazione sarà innanzitutto culturale e non sarà alla pari. Ovvero su alcuni punti non ci saranno compromessi e non dovrà essere possibile dire “nel mio paese si fa così e lo voglio fare anche qui”. Senza fretta e senza animosità, ma su questioni come la libertà, la parità tra uomini e donne, la separazione tra potere civile e religione, il rispetto dell’individuo non ci sono compromessi possibili. Fare chiarezza su questi punti farà bene anche a noi e, se accanto ai corsi di italiano per i richiedenti asilo riattiveremo l’educazione civica nelle scuole magari trasmetteremo anche ai giovani italiani il valore di questi principi

Claudio Lombardi

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