E fu semplicemente la Liberazione

La Liberazione, a casa mia, sta tutta in una vecchia foto. Due soldati americani con lunghi moschetti a tracolla entrano nella piazza dell’antico paese. Sono appena ragazzi, circospetti e ammutoliti, come sono ragazzi i partigiani che li accompagnano, con le giacche stazzonate e gli occhi accesi. Corrono, si guardano, nascondono vecchie rivoltelle nelle tasche sformate, uno di loro porta un fiasco di vino sotto braccio. Come una festa di campagna: tanto splendore sulle antiche pietre medievali, tanta giovanile meraviglia per la libertà improvvisamente ritrovata.

Anche qui, in questo angolo della Maremma toscana, la libertà arrivò al termine di un “lungo viaggio nella notte.” Nove mesi prima, il 13 giugno, reparti tedeschi e squadracce mussoliniane avevano fatto irruzione nel piccolo borgo minerario di Niccioleta per punire disertori e renitenti alla leva fascista. Sei minatori vennero fucilati subito, alle spicce, nel cortile dietro il forno della dispensa. Altri centocinquanta caricati sui camion e portati a Castelnuovo Val di Cecina: il giorno dopo, settantasette di loro furono fucilati davanti a una fossa comune.

Non ci fu nemmeno il tempo per piangere i morti e già la guerra era finita, con il lutto dentro le case e la festa in piazza. Né eroi, né martiri: come la foto che ricordo, anche la vera Liberazione – se dovessimo definirla oltre questo profondo crepaccio di anni – è prima di tutto nemica della retorica. Eppure oggi – 25 aprile 2019 – sarà giorno di retorica a fiumi, di bandiere che “garriscono” al vento, di eroismi giovanili e di discorsi alati. Del resto, tra i tanti peccati con cui siamo abituati a convivere, questo è un peccato appena veniale: se la retorica è il biglietto da pagare per mantenere vivo il ricordo, ebbene sia benvenuta anche la retorica.

In questa nostra Italia degli orrori, dove un intero quartiere di dimenticata periferia caccia a furor di popolo qualche decina di disperati in cerca di un tetto, il ricordo della Liberazione rischia di essere un lusso per pochi e un inciampo fastidioso per provvisorie autorità dedite alla ferocia quotidiana e al vituperio della memoria e della conoscenza.

Dunque, pazienza: in questo giorno anche noi sventoleremo la nostra bandiera e sopporteremo ardui discorsi da reduci: sarà la nostra piccola resistenza, il nostro antidoto personale contro l’ignoranza e la miseria dell’anima.

Una nostra fratellanza non detta, come – nelle parole del grande scrittore – la festa del mio borgo di Maremma è gemella della festa nella città di Alba imbandierata: «sfilarono i badogliani con sulle spalle il fazzoletto azzurro e i garibaldini con fazzoletto rosso e tutti, o quasi, portavano ricamato sul fazzoletto il nome di battaglia. La gente li leggeva come si leggono i numeri sulla schiena dei corridori ciclisti; lesse nomi romantici e formidabili, che andavano da Rolando a Dinamite. Con gli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominciò a mormorare: – ahi, povera Italia! – perché queste ragazze avevano delle facce e un’andatura che i cittadini presero tutti a strizzar l’occhio».

In quella piazza della nuova Italia c’era anche mio padre: un contadino di ventidue anni che non volle indossare la camicia nera, fuggì alla macchia a mani nude e diventò partigiano con il fazzoletto rosso al collo. La storia di quel vecchio ragazzo è anche la mia storia.

Flavio Fusi tratto da www.tessere.org

Perché festeggiamo il 25 aprile

Perché una data entra nella storia di un Paese? Il 25 aprile del 1945 è l’atto finale della guerra sul suolo italiano e segna una svolta decisiva per conquistare la libertà schiacciata dal ventennio fascista. Il 25 aprile 1945 il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (CLNAI), che coordinava i diversi gruppi della Resistenza nel Nord, emise un ordine di insurrezione generale nei territori ancora sottoposti all’occupazione dei nazisti. L’ordine trasmesso a tutte le formazioni partigiane fu quello di attaccare fascisti e tedeschi con l’unica scelta a loro lasciata di arrendersi o perire. Fu il culmine di una rivolta armata, durata meno di due anni, che coinvolse una minoranza di italiani, ma portò alla liberazione delle principali città del Nord – Torino, Milano, Genova – prima dell’arrivo delle truppe alleate.

Il CLNAI assunse i poteri di governo condannando a morte tutti i gerarchi fascisti. In esecuzione di questa condanna Mussolini fu fucilato il 28 aprile.

Con i tedeschi in fuga e i fascisti sconfitti cessava il regime che aveva dominato l’Italia per un ventennio e che era il principale responsabile della distruzione del Paese nella guerra mondiale scatenata dal nazismo.

È la Liberazione dal nazifascismo che l’Italia festeggia il 25 aprile ed è un evento fondante della Repubblica democratica che nascerà da quegli avvenimenti. I gruppi politici che componevano il Comitato di Liberazione Nazionale saranno quelli che nel giro di pochi anni fondarono il nuovo Stato e scrissero la Costituzione che ne fu posta a fondamento.

La Resistenza non fu un evento di festa, ma una guerra tra italiani e contro una potenza occupante. Fu un momento della seconda guerra mondiale, la più devastante che l’umanità abbia mai conosciuto. Una guerra voluta dal nazismo al quale il regime fascista era strettamente collegato. Ci furono decine di milioni di morti e distruzioni immense. Ci furono dei vincitori e degli sconfitti.

È soltanto grazie a chi sconfisse il nazifascismo se gli italiani sono liberi e hanno potuto costruire la loro democrazia. Per quanto grandi siano i limiti di ciò che è stato realizzato in oltre 74 anni, tutti hanno avuto la pace, la libertà e la democrazia e con esse il diritto e la possibilità di decidere come e da chi essere governati. Tutti.

La divisione di allora e ancora attuale tra nazifascisti e loro oppositori sta tutta qui: la libertà di decidere e di scegliere. Se non si capisce e non si accetta questa discriminante e si vaneggia di impossibili equivalenze tra combattenti di opposte fazioni si compie un falso storico e si mette sullo stesso piano la libertà e la sua negazione. Oggi come allora chi inneggia ad ideologie di negazione della libertà e dell’uguaglianza degli esseri umani è un nemico e deve essere combattuto. Nemico dell’umanità non nemico di una parte politica.

Come ha ricordato di recente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella “la Liberazione è un punto di connessione della storia del nostro popolo” e “non c’è equivalenza possibile tra la parte che allora sosteneva gli occupanti nazisti e la parte invece che ha lottato per la pace, l’indipendenza e la libertà. […] Pietà per i morti, rispetto dovuto a quanti hanno combattuto in coerenza con i propri convincimenti: sono sentimenti che, proprio perché nobili, non devono portare a confondere le cause, né a cristallizzare le divisioni di allora tra gli italiani”

Per questo la festa della Liberazione è e continuerà ad essere la celebrazione dell’evento fondativo della nuova Italia uscita dalla guerra

Claudio Lombardi

Lettera aperta a Mimmo Lucano

Ho sperato scioccamente che tu continuassi a fare il Sindaco nonostante provvedimenti di cui non comprendevo la ragione. Osservavo da lontano la tua consueta generosità, la tua capacità di resistere al malanimo dei tanti cinici che crescono come funghi in questi tempi sciagurati, ad ogni attacco, non solo della criminalità organizzata, o dei fomentatori di paure e di rancore, ma anche di coloro che avrebbero dovuto difenderti e assisterti: mi riferisco agli organi dello Stato.

L’ho sperato d’istinto, senza riflettere, perchè credevo alla lezione che ci stavi dando da quel paesetto sperduto della Calabria. Una preziosa esperienza di integrazione e fratellanza tra persone di diversa estrazione: disperati in fuga dalle guerre, dalle carestie, dalla fame, e gli ultimi del nostro Sud. Un’esperienza di rigenerazione delle trame relazionali in un territorio del Sud, che si era andato col tempo spopolando a causa della nostra emigrazione, la nostra piaga fino a qualche decennio fa, prima che passassimo il testimone ad altre genti.

Eri diventato un punto di riferimento in tutto il mondo: il tuo esperimento funzionava. Non come un orologio svizzero, lo sai anche tu, ma funzionava. Il mondo se n’era accorto prima di me. Qui da noi le cose vanno sempre in questo modo. Se c’è qualcosa di positivo che ci riguarda, che possa essere d’esempio, rimane nascosto a lungo, a meno che non intervenga la magistratura a interromperlo, o qualche esimio burocrate: gente che di solito non si distingue, salvo lodevoli eccezioni, per un’interpretazione sensata della propria funzione. Ricordo l’esperimento di Don Milani, a Barbiana, circa cinquant’anni fa. Era stato esiliato tra i boschi, sull’Appennino toscano, da gerarchie cattoliche sorde e cieche, tra persone abituate da secoli solo a faticare per sopravvivere, e ne aveva fatto l’occasione per il rinnovamento della Scuola nazionale. In più, con la lettera aperta ai cappellani militari, scritta con i suoi alunni, dal titolo “l’obbedienza non è più una virtù”, diede inizio alla lotta per il “servizio civile”.  Anche lui subì molte ingiurie e persino un processo, mentre un tumore se lo stava già portando via. Ed anche lì c’era di mezzo uno Stato retrogrado, custode delle peggiori tradizioni e dei vecchi equilibri sociali, con la complicità di un’opinione pubblica distratta, quando non apertamente ostile.

Ha vinto lui, alla fine. E vincerai anche tu, cioè le tue civilissime idee e la tua passione nel realizzarle.

Ho cominciato la lettera con il verbo sperare, ed era un’apertura autocritica la mia. Sì, perchè imprese come la tua dividono, sollevano vespai polemici, ed hanno bisogno sempre di essere difese in ogni luogo, non di semplici speranze. Ora che sei ancora sotto scacco, che sei inquisito e stai andando sotto processo, ora che sei stato sospeso (da diversi mesi in realtà) dalla carica di Sindaco e sei costretto a vagare fuori dal tuo Comune, come se fossi un delinquente della mafia (ma c’è ora una disposizione della Cassazione tendente a far revocare quel provvedimento) ora, dicevo, in qualche modo cerco di compromettermi, e chiedo anche ad altri tranquilli cittadini di farlo. Non si può stare sempre a guardare, magari auspicando il meglio per tutti: non basta. Soprattutto quando, come ci spiega una meravigliosa ragazzina svedese di nome Greta riferendosi ad altri problemi che ha l’umanità tutta insieme, “la nostra casa è in fiamme”.

E’ una questione di civiltà, di concreto lavoro per crescere come cittadini, perchè l’umanità cammini favorendo l’integrazione tra persone diverse, culture diverse, difendendo la pace in Europa e nel mondo. Forse anche Stoccolma, dove si decide il Nobel per la Pace, dovrebbe venirne a conoscenza, e fare una urgente riflessione, senza attendere delle burocratiche segnalazioni. Si vedrà.

Ma, caro Lucano, vorrei che finalmente tu confessassi i tuoi crimini. Non importa se la Cassazione ti ha già prosciolto dai primi capi d’imputazione, dopo che lo stesso GIP aveva già in parte demolito il castelletto di accuse della Procura di Locri (Locri, attenzione, il luogo più ‘ndranghetista d’Italia – è lì che si indaga e si processa un Sindaco che ha impedito fino allo spasimo, rischiando di persona, che la ‘ndrangheta prevalesse nel suo Comune … perchè?), Stranamente, dopo il pronunciamento della Cassazione, la stessa Procura ora decide, con una procedura che non riesco a comprendere (qualcuno, per favore, mi illumini) di ricorrere a nuove imputazioni, e di portarti a processo nel mese di giugno (dopo le europee). Tutto molto oscuro, labirintico: i latini parlavano di fronte a casi come questi di “fumus persecutionis”, e si chiedevano sempre dove volesse andare a parare chi perseguitava altri da una posizione di potere, ma io certo non mi azzardo a usare questa espressione, non me la sento proprio di fare della dietrologia, anche se la mia pazienza ormai si è esaurita. Mi chiedo, e chiedo anche a te, ma vorrei chiederlo anche a questi magistrati, come vorrei chiederlo a chi in qualche modo li governa: se per ipotesi capitasse, come penso, che tu, insieme ai tuoi collaboratori, venissi definitivamente assolto dopo tanto accanimento, chi ti risarcirebbe del dolore, delle notti insonni, della distruzione della tua reputazione, chi risarcirebbe quel laboratorio sociale e culturale distrutto, che impegnava tanti disperati rinfrancati da una vita finalmente dignitosa che tu gli offrivi? Non è una domanda da poco: altre vite in passato, ed anche recentemente, sono state distrutte per errore. Si dice che nel nostro ordinamento c’è l’obbligatorietà dell’azione penale, e va bene. Però mi piacerebbe sapere come si sceglie, e con che logica, quale fascicolo aprire tra la miriade di “notitiae criminis” che in buona parte rimangono inevase per mancanza di tempo e di personale. E mi piacerebbe sapere chi paga, e come, per dei possibili errori giudiziari, per eventuali forzature, già a partire dalla scelta dell’incriminazione. In questa nostra società ognuno deve avere l’obbligo di essere responsabile di quello che fa, non possono esserci zone franche. Ed i singoli magistrati? E gli alti burocrati che si nascondono dietro le alte scrivanie, e che obbediscono a disposizioni forzate? Ti basterebbe, caro Lucano, dopo il “crucifige”, un “ci scusi per il disturbo”?  E le vite distrutte, e il dolore di tanta gente, e la vergogna che si trasmette anche ai famigliari? Chi paga, e come si fanno i conti dei danni, quando c’è di mezzo la dignità, la stessa vita? Non ti sembra civile chiederselo, visto che da qualche tempo non abitiamo nelle caverne?

Dai Lucano, confessa i tuoi crimini.

Dillo finalmente che tu eri convinto di essere in un Paese civile, ricco di umanità, non in un mondo di questurini, di legulei, di paurosi e rancorosi oltre i limiti psichiatrici, manipolabili dal primo bulletto che si presenta alle elezioni, forza un poco la tua natura pacifica, gridalo come quel quadro di Munch che tutti conosciamo, facciamo insieme un coro rumoroso che si senta anche nelle spelonche dei ladri di vita altrui, e nelle sfere celesti.

Buona fede, difesa della dignità umana, spirito fraterno e ingenuità, questi sono i tuoi crimini, Lucano. Vorrei tanto che diventassero quelli di tutti, a partire da un’intera generazione, la mia, che voleva cambiare il mondo ed ha solo cambiato vestito.

Un abbraccio.

La lettera aperta può essere firmata da chiunque la condivida al seguente link

 http://chng.it/Twvr5cZgmd

Michela Murgia risponde a Salvini

Ieri il ministro degli interni Matteo Salvini ha pensato bene di fare l’ennesimo tweet contro di me virgolettandomi come intellettuale radical chic e snob. È il suo giochetto preferito quello di far passare chiunque lo critichi per un ricco altolocato che non ha contatto con la gente e con la realtà, che non conosce i problemi veri e che non sa cosa sia la fatica del lavoro, ambiti in cui lui invece si presenta come vero esperto. Le propongo un gioco, signor Ministro: si chiama “sinossi dei curriculum”.

Nel 91, anno in cui mi diplomavo come perito aziendale, mi pagavo l’ultimo anno di studi lavorando come cameriera stagionale in una pizzeria. Purtroppo feci quasi due mesi di assenza perché la domenica finivo di lavorare troppo tardi e il lunedì mattina non sempre riuscivo ad alzarmi in tempo per prendere l’autobus alle 6:30 per andare a scuola. A causa di quelle assenze, alla maturità presi 58/60esimi.

Nel 92, mentre lavoravo in una società di assicurazioni per sostenermi gli studi all’istituto di scienze religiose, lei prendeva 48/60 alla maturità classica in uno dei licei di Milano frequentati dai figli della buona borghesia. Sono contenta che non abbia dovuto lavorare per finire il liceo. Nessuno dovrebbe.

Nel 93 iniziavo a insegnare nelle scuole da precaria, lavoro che ho fatto per sei anni. Nel frattempo lei veniva eletto consigliere comunale a Milano e iniziava la carriera di dirigente nella Lega Nord, diventando segretario cittadino e poi segretario provinciale. Non avendo mai svolto altra attività lavorativa, è lecito supporre che la pagasse il partito. Chissà se prendeva quanto me, che allora guadagnavo 900 mila lire al mese.

Nel 1999 per vivere consegnavo cartelle esattoriali a domicilio con un contratto co.co.pro. Ero pagata 4mila lire a cartella e solo se il contribuente moroso accettava di firmarla. Lei invece prendeva la tessera giornalistica facendo pratica alla Padania e a radio Padania, testate di partito che si reggevano sui finanziamenti pubblici, ai quali io non ho nulla in contrario, ma contro i quali lei ha invece costruito la sua retorica.

Nel 2000 ho iniziato a lavorare in una centrale termoelettrica, dove sono rimasta fino al 2004. Mi sono licenziata perché ho scelto di testimoniare in tribunale contro il mio datore di lavoro per un grave caso di inquinamento ambientale. Mentre lasciavo per coscienza l’unico lavoro stabile che avessi trovato vicino a casa, lei era segretario provinciale della lega Nord, suppongo sempre pagato dal partito, dato che anche allora non faceva mestieri.

Nel 2004 ho lasciato la Sardegna per lavorare come cameriera in un albergo al passo dello Stelvio, in mezzo alla neve, con un contratto stagionale a poco più di mille euro. Mentre io da precaria rifacevo letti lei si faceva eleggere al parlamento europeo a 19.000 euro al mese.

Nel 2005 ho lavorato un mese e mezzo in un call center vendendo aspirapolveri al telefono ed ero pagata 230 euro lordi al mese più 8 euro per ogni appuntamento che riuscivo a fissare. Durante quella esperienza ho scritto un blog che ha attirato l’attenzione di un editore. Nello stesso periodo lei a Bruxelles bruciava un quarto delle sedute del parlamento ed era già lo zimbello dei parlamentari stranieri, che nelle legislature successive le avrebbero poi detto in faccia quanto era fannullone. Io sono a favore della retribuzione dei politici, purché facciano quello per cui li paghiamo.

Nel 2006, mentre usciva il mio primo libro, io facevo la portiera notturna in un hotel, passando le notti in bianco per lavorare e riuscire anche a scrivere. Lei invece decadeva da deputato, ma atterrava in piedi come vicesegretario della lega nord e teneva comizi contro i terroni e Roma ladrona. Non facendo ancora altro mestiere che la politica, immagino che la politica le passasse uno stipendio. Chissà se somigliava al mio, che per stare sveglia mentre gli altri dormivano prendevo appena più di mille euro al mese.

Dal 2007 in poi ho vissuto delle mie parole, della fiducia degli editori e di quella dei lettori e delle lettrici. Negli stessi anni lei ha campato esclusivamente di rappresentanza politica e da dirigente in un partito da dove – tra il 2011 e il 2017 – sono spariti 49 milioni di soldi pubblici senza lasciare traccia.

Se adesso le è chiaro con chi è che sta parlando quando virgoletta il mio nome nei suoi tweet, forse le sarà altrettanto chiaro che è lei, signor Ministro, quello distaccato dalla realtà. Tra noi due è lei quello che non sa di cosa parla quando parla di vita vera, di problemi e di lavoro, dato che passa gran tempo a scaldare la sedia negli studi televisivi, travestirsi da esponente delle forze dell’ordine e far selfie per i social network a dispetto del delicatissimo incarico che ricopre a spese dei contribuenti. Lasci stare il telefonino e si metta finalmente a fare il ministro, invece che l’assaggiatore alle sagre. Io lavoro da quando avevo 14 anni e non mi faccio dare lezioni di realtà da un uomo che è salito su una ruspa in vita sua solo quando ha avuto davanti una telecamera.

Post su Facebook di Michela Murgia

La favola ambientalista di Greta Thunberg

Bisogna riconoscere che, da quando è comparsa sulla scena europea Greta Thunberg, i temi dell’ambiente e del clima hanno di nuovo attirato l’attenzione dell’opinione pubblica. Inutile negarlo: viviamo anche di simboli e milioni di giovani si sono identificati con la ragazza dal viso imbronciato e dalle lunghe trecce che dall’agosto dell’anno scorso si è votata alla causa della salvezza del pianeta. Nulla da eccepire: l’entusiasmo dei giovani è necessario per qualunque cambiamento e l’aspirazione a vivere in un ambiente più salubre è assolutamente legittima.

Tuttavia si possono riconoscere i meriti di questo nuovo movimento senza per forza accettare tutte le semplificazioni e agli allarmismi che rappresenta.

Greta ripete sempre che non c’è più tempo e lancia la sfida di un cambiamento radicale da realizzare entro il 2030. Al primo posto mette l’eliminazione dei combustibili fossili dalla generazione di energia.

Possiamo veramente farlo e in tempi così brevi? Sembra proprio di no. Non possiamo eliminare i combustibili fossili. È una delle drammatizzazioni che vengono utilizzate per richiamare l’attenzione e per non mollare la presa su temi considerati cruciali. C’è un rischio però: che il discorso ambientalista si radicalizzi e non trovi sbocchi concreti. Infatti, secondo le previsioni più accreditate, nel 2040 la produzione di energia mondiale verrà ancora al 74% dai fossili. Inoltre la domanda petrolifera mondiale ha superato il record dei 100 milioni di barili/giorno. Perché? Perché non ci sono alternative valide. Le mitiche energie rinnovabili sono previste in aumento, ma: l’idroelettrico fornirà il 7% dell’energia nei prossimi trent’anni; il nucleare resterà fermo al 4-5% (per volontà politica e non per impossibilità tecnica); le altre fonti rinnovabili passeranno dal 4 al 14 per cento, ma solo perché incentivate dagli stati. Eolico e solare per ora non sono fonti che possono sostituire i combustibili fossili perché intermittenti e quindi inaffidabili dato che l’energia prodotta non si può accumulare.

È quindi evidente che battere e ribattere sul tasto del catastrofismo (“siamo in emergenza” come ripete continuamente Greta) non serve ad offrire soluzioni praticabili (il “fate qualcosa” che torna in tutti gli interventi di Greta). La sostanza del messaggio del nuovo movimento ambientalista consiste in un allarme e nella richiesta accorata di un generico intervento rivolta ai governi. I quali sono ben contenti di assecondare il movimento e dare risalto al simbolo-Greta perché sanno che è in gioco il consenso di milioni di giovani. È proprio il caso di dire che in questo clima chi propone un’evoluzione graduale, che poi è l’unica praticabile, viene visto quasi come un sabotatore.

La realtà, come sempre, è meno entusiasmante e più difficile degli slanci ideali. E la realtà è fatta di decisioni politiche che producono effetti concreti. Seguire la strada del radicalismo ambientalista non porta da nessuna parte.

Infatti, l’esperienza di governo del M5s dimostra quanta distanza ci sia tra i proclami e i problemi concreti. Erano partiti con l’utopia della decrescita, ma la conquista del potere non li ha aiutati a realizzarla bensì ad abbandonarla.

Prendiamo il caso della Tav. Spostare dalla gomma al ferro il trasporto delle merci è sempre stato uno dei principi cardine dell’ambientalismo. Per farlo, però, bisogna che ci siano le ferrovie e che superino gli ostacoli naturali. Invece il M5s si è incastrato nel movimento NO TAV che più che ambientalista è antagonista.

Altro caso di radicalismo pseudo ambientalista è quello della cosiddetta ecotassa sui veicoli benzina o diesel posta come contraltare all’incentivo riservato ai veicoli ad alimentazione ibrida ed elettrica. Per ora l’effetto è stato quello di disincentivare la sostituzione delle auto più vecchie e inquinanti e di colpire la produzione nazionale di veicoli.

L’opposizione dei 5 stelle agli inceneritori sta bloccando in mezza Italia il ciclo dei rifiuti. Blocco anche per la ricerca e lo sfruttamento degli idrocarburi in mare sulla base di un’ipotetico danno all’ecosistema marino e al paesaggio. Così l’Italia è condannata a rinunciare ad una risorsa naturale e a continuare con le importazioni di petrolio e gas.

Quale è il succo del ragionamento? Messo di fronte alla concretezza delle decisioni da assumere l’ambientalismo radicale si rifugia regolarmente nella recitazione dei mantra che lo caratterizzano cioè in affermazioni idealistiche incapaci di portare a risultati positivi e intanto blocca tutto e lotta contro tutto. Cioè aggrava i problemi invece di risolverli.

Ricorda Alberto Brambilla in un recente articolo sul Foglio che negli anni Settanta è avvenuto il distacco tra l’energia e l’economia: si iniziò a pensare che l’ambiente fosse una variabile indipendente dallo sviluppo e anzi proprio lo sviluppo capitalistico, che accompagnava la crescita del benessere e della popolazione, dovesse essere rallentato insieme all’aumento demografico occidentale. Questa impostazione portò ad identificare l’uomo quasi come un parassita del mondo che andava frenato con la crescita zero. Natura e pianeta sono stati soggettivizzati (difendiamo la natura, proteggiamo il pianeta terra) quando si tratta di mere realtà oggettive. La verità è che l’umanità deve proteggere se stessa in un contesto di impetuosa crescita demografica che mette sotto stress le risorse naturali. La strada di un’economia sostenibile che risparmi materie prime e ricicli il più possibile è obbligatoria, ma non discende da vacue aspirazioni di salvezza della Terra. L’alternativa è lo scontro per conquistare migliori condizioni di vita.

Oggi possiamo evitare la guerra perché possediamo le conoscenze per affrontare razionalmente i problemi della vita dell’umanità e non abbiamo nessun bisogno di ricorrere alle favole, alla magia e alle superstizioni in alternativa alla scienza e alla tecnica. Cerchiamo dunque di vedere le cose per quello che sono e di affrontarle con realismo e con concretezza. La simpatica Greta lo apprezzerà

Claudio Lombardi

Gli onesti, gli evasori e i corrotti: una metafora dell’Italia

Oggi gli italiani sono i clienti di una pizzeria in cui pagano, per due margherite e una birra, qualcosa come 700 euro e rotti.

“Ma come 700 euro? E’ lei il gestore qui? Sì? 700 euro? 700 euro per due margherite e una birra”.

“Lo so signore, ma vede quella enorme tavolata vuota lì in fondo dove ci sono i resti di ostriche e champagne? Ecco, i commensali di quella tavolata, dopo aver consumato, sono come al solito scappati via. Evasi. Infatti li chiamo evasori. E siccome qualcuno il loro conto lo deve pur pagare, io lo faccio da sempre pagare a voi clienti onesti che non scappate. O come dico io, che non evadete”.

“Ma 50 euro di coperto?”

“Lo so signore, ma vede quel tizio losco lì al bancone con la faccia cattiva e il tatuaggio con scritto “Mafia“? Ecco, io a quello devo pagare ogni mese il pizzo, altrimenti mi fa saltare il locale. E io da qualche parte i soldi per pagargli il pizzo li devo trovare no? Quindi lo faccio pagare a lei”.

“Inaccettabile. Che poi, me lo lasci dire, le sue pizze fanno veramente schifo”.

“Lo so signore, ma vede quel tizio ben vestito seduto all’ingresso? Ecco, lui è il funzionario a cui devo pagare la tangente ogni mese per poter tenere il locale aperto, per ottenere le autorizzazioni necessarie e per chiudere un occhio sui controlli sanitari e sui dipendenti. Quindi per pagare la tangente a loro, risparmio sugli ingredienti e le rifilo servizi e prodotti di merda”.

“Ma è inaudito! Un abuso! Mi sorprende che lei sia ancora aperto”.

“E se sapesse tutto il debito che ho sul groppone, e che ovviamente faccio pagare a lei e agli altri clienti, si sorprenderebbe ancora di più”.

“Sono sconvolto. E nessuno si ribella? Nessuno le dice che invece di caricare tutto sul conto dei clienti onesti lei dovrebbe far pagare gli evasori, cacciare i corrotti, denunciare i mafiosi e risparmiare per ridurre il debito?”

“Sì sì, qualcuno ogni tanto prova a ribellarsi. Ma vede quel ragazzo di colore lì davanti alla vetrata di ingresso?”.

“Sì”.

“Ecco, quel ragazzo lì, quando lei uscirà, proverà a venderle un accendino a 1 euro. E io ai miei clienti, quando presento il conto, rifilo la solita ramanzina: dico che non se ne può più, che questi neri ci tolgono pure i soldi per piangere, che 1 euro ci rimane e vogliono toglierci pure quello, che è colpa loro se siamo senza soldi, che la gente muore di fame, che i nostri nonni rovistano nella spazzatura e loro fanno la bella vita. E alla fine, invece di prendersela con me o col funzionario o col mafioso per le 700 euro, sfogheranno tutta la loro frustrazione su quel ragazzo lì e sul suo euro”.

“Ma è orribile. E perché a me sta spiegando tutto questo? Non ha paura che la sputtani qui davanti a tutti?”.

“E a cosa serve? Lo faccia. Io inizierò a dire che lei è un rosicone, che lei vuole che il ristorante sia invaso da neri con gli accendini, che poi vogliono pure la pizza gratis, che poi buttano le mani sulle nostre clienti, che ci sfilano i portafogli, che lei non mi lascia lavorare, che lei odia questa pizzeria e che odia la pizza che è un simbolo dell’Italia e quindi lei odia l’Italia. E tutte queste cose qui”.

“E le credono?”

“Ah ah ah, se mi credono! Lei pensi che io per 20 anni a questa pizzeria ho pure fatto la guerra. Dicevo che mi faceva schifo. La chiamavo Pizzeria “Italia di Merda” e insultavo tutti i suoi clienti, tanto li disprezzavo. E li guardi ora, mi adorano nonostante tutti gli insulti che ho rivolto loro. Quindi ci provi a parlare loro dell’evasore, del mafioso, del corrotto. Che io poi rispondo con la storia del ragazzo nero. E vediamo chi la spunta. Quindi che fa: paga o rompe le palle?”

Di Basta buonismo su Facebook

Auto ibride, auto elettriche. Meno retorica, più concretezza

In questi giorni sono partiti in Italia gli incentivi fino a 6000 euro per chi acquista un’auto elettrica o un’auto ibrida e la sovrattassa fino a 2500 euro per chi acquista un’auto tradizionale.

Da quando sono stati annunciati questi provvedimenti il mercato dell’auto in Italia, si è fermato, le vendite sono crollate, le persone che dovrebbero acquistare un’auto aspettano. Cosa? Di capire quanto spenderanno in più di quanto avevano preventivato o per la tassa o per un’elettrica/ibrida che costa comunque più dei modelli tradizionali. Nel frattempo continueranno ad utilizzare i vecchi e inquinanti euro 1, 2, 3, 4.

Proviamo ad analizzare il problema punto per punto.

AUTO IBRIDA

In Italia non si producono auto ibride. FCA non produce per ora auto ibride a parte la Ferrari F1. Le  auto ibride in commercio di piccola cilindrata sono Hyundai o Toyota e, come è noto, non sono neppure prodotte in Europa. Di fatto si aiutano le aziende che le producono in Giappone, in Corea o comunque nel sud est asiatico. E questo da parte di un governo che vorrebbe contrastare gli effetti della globalizzazione a favore dell’Italia!

Intanto FCA che aveva intenzione di investire 5 miliardi di euro nella riconversione degli impianti in Italia ha deciso di rivedere i suoi programmi. Come si dice? Due piccioni con una fava.

Auto ibride prodotte in Europa ci sono, ma sono auto di lusso piuttosto costose non adatte alla massa. E poi un’ibrida a parità di classe costa mediamente un 30% in più e anche con gli incentivi non si pareggia il conto.

Veniamo al capitolo vantaggi. Cosa dà in più l’ibrido? Se si tiene presente che un’auto ibrida senza il motore a scoppio circolerebbe solo una decina di minuti con la sola carica delle batterie, si può capire che anche in città praticamente tutta l’energia che serve per far funzionare l’auto proviene dalla benzina. Il vantaggio fondamentale è quello di poter utilizzare la parte elettrica a bassa velocità e recuperare energia in frenata e quindi abbattere un po’ i consumi. L’inquinamento però non può non esserci perché il motore principale è sempre quello a benzina e può stare spento solo pochi minuti. In ogni caso inquina sicuramente più di un motore a metano o a GPL che equipaggiano auto di gran lunga meno costose.

AUTO ELETTRICA

Anche in questo caso niente auto elettriche prodotte in Italia. FCA ha in programma vari modelli, ma per ora non ci sono.

L’auto elettrica per antonomasia è la Tesla. Si tratta di auto di classe elevata e naturalmente costose. Si parte da 35 mila dollari per arrivare agli oltre 100 mila.

Anche Audi e WW hanno modelli simili, ma non c’è niente a prezzi inferiori a 20.000 euro.

I problemi dell’auto elettrica, però, non sono solo di costo. Intanto la ricarica delle batterie è un problema. O si possiede un garage (ammesso e non concesso che la potenza installata in garage sia sufficiente) o si devono utilizzare le postazioni pubbliche. Che sono rarissime. Se si volesse sul serio affrontare il problema servirebbe almeno una postazione ogni 100 posti auto. Come minimo ovviamente perché se devono ricaricare contemporaneamente 30 auto ecco che il sistema si blocca. Anche se si possiede un garage però può essere necessario dover ricaricare in una postazione pubblica perché le auto sono fatte per spostarsi e le autonomie, attualmente possibili (da 200 a 500 Km) non bastano quando si viaggia. Dove sono le postazioni di ricarica veloce lungo strade e autostrade? Tutte da costruire.

Ultimo e non piccolo problema riguarda le batterie.

La Tesla ha messo in produzione la Model 3, quella a 35.000$ e in pochi mesi ha raccolto più di 500.000 ordini per auto che saranno consegnate nel prossimo futuro. I due modelli proposti montano batterie standard e long range che saranno fabbricate nella Gigafactory 1, di Sparks,  in collaborazione con Panasonic, nel deserto del Nevada.

Con un ritmo di produzione previsto di 10.000 vetture a settimana Tesla da sola richiederà tutta l’attuale produzione mondiale di batterie agli ioni di litio. Il giro di affari intorno alle batterie agli ioni di litio passerà dai 30 miliardi di dollari del 2015 ai 75 nel 2024, e si prevede che entro il 2050 il 47% delle auto circolanti a livello globale saranno elettriche.

Entro il 2040, l’Inghilterra e la Francia intendono bandire la vendita di veicoli a benzina e diesel nel tentativo di limitare le emissioni inquinanti.

Tutte le marche automobilistiche intanto si stanno organizzando per produrre almeno uno o due modelli di auto elettriche.

Si sta aprendo dunque un grande mercato dai profitti milionari per chi saprà investire nel settore.

Gli ambientalisti assicurano che il processo di produzione, ricarica e smaltimento delle batterie per veicoli, è più pulito rispetto a quello di estrazione e combustione dei derivati del petrolio, ma la strada non è per niente semplice.

Infatti la reazione chimica coinvolta nell’accumulo di corrente di una batteria al litio si basa su due elementi fondamentali: litio e cobalto.

Le miniere di litio e cobalto, in particolare, ancora scarseggiano o si trovano in paesi molto instabili a livello politico.

Argentina, Cile e Bolivia detengono il 75% della produzione mondiale di litio la cui quotazione è aumentata dell’80% dal 2016. Secondo gli analisti la domanda dalle 184.000 tonnellate estratte nel 2015 salirà a 534.000 nel 2025.

Il prezzo del cobalto negli ultimi mesi è aumentato stabilmente del 70% con un picco di 61.000 dollari a tonnellata raggiunto nello scorso luglio.

Difficile da estrarre, il minerale viene prodotto per il 65% a livello globale dalla repubblica Democratica del Congo, un paese molto instabile politicamente e con una classe dirigente altamente corrotta.

Secondo un rapporto dell’UNICEF pubblicato nel 2014, oltre 40.000 bambini sarebbero sfruttati nelle miniere a sud del Congo, molti dei quali per l’estrazione di cobalto. Lo scorso anno, le notizie riguardanti pratiche di sfruttamento del lavoro minorile nelle miniere africane diffusa dal Washington Post, hanno portato Apple a sospendere i rapporti con alcuni produttori locali.

Alcune compagnie, tra cui Tesla, hanno dichiarato di volersi avvalere solo di materie prime prodotte in modo etico e sostenibile nel nord america. A oggi però, nel suolo USA, malgrado le recenti scoperte di giacimenti di cobalto in Idaho e Ontario, non vi sono le risorse necessarie per sostenere una produzione in forte crescita.

Aziende sudcoreane, fra cui Samsung SDI e LG Chem, stanno cercando di aggirare l’ostacolo investendo nella ricerca di materiali alternativi, sviluppando batterie che richiedano in percentuale meno cobalto e più nickel.

Ultima considerazione, ma non meno importante, finora si è parlato solo di auto ma non c’è ancora assolutamente niente per furgoni, autocarri, camion, Tir, barche e navi che come si sa funzionano tutti con motori diesel e sono tra i maggiori responsabili dell’inquinamento delle nostre città.

La strada dell’elettrico, al di là dell’esaltazione retorica e dell’ingenuità di molti, è ancora tutta in salita. Affrettare i tempi con l’esibizione dell’entusiasmo da selfie di troppi politici improvvisati non si può. Bisogna affidarsi alla ricerca scientifica e tecnologica che non è esattamente il pensiero di chi è al governo adesso che, per anni, si è fatto vanto di spargere diffidenza e false credenze

Pietro Zonca

IL CERINO ACCESO della manovra 2020

Bastava l’onestà e la vigilanza per uscire dal pantano di una politica corrotta.

Bastavano facce nuove, giovani e (perchè no?) del tutto inadeguate al comando per dirigere il paese verso lidi dorati.

Avanti verso traguardi mai nemmeno immaginati, come la sconfitta della povertà, Avanti verso un fisco leggero, quasi piatto, con una sóla aliquota, rivelatasi una sòla elettorale (a volte gli accenti ingannano)

A un anno dalla sbornia elettorale che ha accreditato i novelli conducator stiamo con le pezze al culo, ma non le solite… Queste sono gigantesche.

L’incredibile figuraccia di un governo che stima una crescita del 2% per poi rivederla dopo 60 giorni in uno 0,2% è stato lo spasso di coloro che hanno sempre fatto della inaffidabilità italiana un argomento (peraltro valido) per affossarci ulteriormente.

Quota 100 non produrrà una cippa.

Alla faccia di quella ondata di nuove assunzioni strombazzata da Salvini e Di Maio solo 4 mesi orsono.

É il loro stesso DEF a smentirli clamorosamente: “Impatto ZERO sull’occupazione fino al 2020 e poi un calo dello 0,3-0,5% negli anni a venire”.

Quaranta miliardi da trovare entro l’autunno, per finanziare i provvedimenti del governo più disomogeneo al mondo, sono impossibili da raccogliere. Per ora il governo, nel DEF ne ha trovato 1 (ma nei 3 anni a venire)

Nemmeno se si applicasse il doloroso tomo di Cottarelli sulla spending review, che pare tornata di moda, almeno ascoltando le ultime dichiarazioni di un premier che sa di avere una data di scadenza simile al latte crudo.

Di crescita meglio non parlare, lo 0,2% che ci pone dietro alla Grecia è nel frattempo diventato un -0,1% perchè i numeri e la realtà non si fanno distrarre da una photo-opportunity con nuova fidanzata adorante sul prato di villa Borghese o a una prima teatrale.

I due conducator si passano il cerino da 39 miliardi di Euro, consci di non essere in grado di sottoscrivere una manovra lacrime e sangue. Sanno che il mantra “É colpa dei poteri Forti” diventa debole se la mazzata arriva sul conto corrente.

É ormai chiaro che sarà qualcun altro a raccogliere la cenere.

Una cenere generata dai contribuenti vessati da un coacervo di inadeguati, velleitari e incompetenti al comando di quella che fu la sesta potenza economica del mondo.

Giulio Galetti

Più flat tax meno spesa pubblica

Il modello della flat tax si è affermato finora in paesi con livelli di Pil molto inferiori a quelli dell’Europa occidentale, dove anche la domanda di spesa sociale è nettamente più bassa. Una sua introduzione in Italia richiederebbe tagli di spesa.

QUEI PAESI DOVE VIGE LA FLAT TAX

In generale, la flat tax è un’imposta sul reddito con aliquota unica, resa progressiva da una deduzione (riduzione dell’imponibile) o da una detrazione (riduzione dell’imposta) concessa a tutti i contribuenti. Il modello ha finora trovato applicazione in alcuni piccoli stati, spesso paradisi fiscali (ad esempio, Jersey, Hong Kong, Andorra e Belize), e soprattutto in molti paesi dell’Europa centro-orientale che un tempo facevano parte del blocco sovietico. Si tratta di un modello adattabile ai paesi occidentali?

L’economista americano Peter Lindert, nel suo libro Growing Public del 2004, sostiene che durante il Novecento la quota della spesa sociale sul Pil è aumentata per tre principali ragioni: l’aumento del reddito medio, l’invecchiamento della popolazione e l’espansione della democrazia. Nazioni più democratiche, con maggiore livello di reddito o con più anziani dovrebbero quindi avere una pressione fiscale superiore a quella di nazioni più arretrate sotto questi aspetti.

E infatti, per quanto riguarda il reddito medio, i paesi con flat tax si trovano a uno stadio di sviluppo economico ancora molto diverso da quello dei paesi occidentali, malgrado i progressi degli ultimi venti anni. La tabella che segue compara alcuni indicatori – relativi al 2016 – dei paesi dell’Europa orientale con flat tax e delle principali economie dell’Europa dell’Ovest. Nel primo gruppo il Pil pro-capite va da un minimo di 3.765 euro per la Georgia a un massimo di 17.156 per l’Estonia, che è comunque inferiore al valore più basso – della Grecia – tra i Pil pro-capite degli stati del secondo gruppo.

LA DOMANDA DI SPESA PUBBLICA

Stadi di sviluppo economico così lontani, come suggerisce Lindert, producono anche una diversa domanda di spesa pubblica in generale e sociale in particolare. L’incidenza della spesa pubblica è infatti mediamente del 35 per cento nei paesi europei con flat tax, di quasi 12 punti percentuali inferiore alla media di quelli dell’Europa occidentale con imposta progressiva sul reddito. Anche la spesa sociale – che nella tabella comprende pensioni, sanità e assistenza – è decisamente più alta nell’Europa dell’Ovest. È dunque logico che anche le entrate abbiano un’incidenza sul Pil assai inferiore (mediamente di 10 punti di Pil) nei paesi orientali.

Certo sarebbe possibile immaginare una flat tax con elevata aliquota, in grado di raccogliere un gettito simile a quello delle imposte progressive per scaglioni, ma sia nel dibattito italiano che nei paesi dell’Est la flat tax si caratterizza di solito per un’aliquota molto bassa.

Una flat tax a bassa aliquota riesce – assieme alle altre imposte – a finanziare i bisogni di spesa sociale di questi paesi proprio perché sono ancora contenuti, in linea con il basso livello del Pil. Dove invece la spesa pubblica è molto elevata, come in Italia, l’adozione di una flat tax ad aliquote basse potrebbe rendere impossibile finanziare gli attuali livelli di spesa pubblica e costringere a tagli significativi. In molti dei paesi che hanno optato per la flat tax il gettito dell’imposta sul reddito è diminuito dopo il passaggio all’aliquota unica, con l’eccezione della Russia, anche se in quel paese la tenuta delle entrate sembra sia da attribuire ad altri fattori concomitanti (la ripresa del ciclo economico, la maggiore severità del contrasto all’evasione).

Di per sé, una riduzione della spesa di qualche punto di Pil potrebbe non essere un male, visto che probabilmente una delle cause del declino economico italiano sta nella continua espansione della spesa pubblica e, a ruota, delle entrate necessarie per finanziarla. Non sempre, però, c’è la consapevolezza che il dibattito sulla flat tax ne richiederebbe necessariamente anche un altro, non meno importante, sul livello ottimale di spesa pubblica.

Tabella 1 – Pil pro-capite e principali voci del bilancio pubblico in paesi con e senza la flat tax nel 2016

Fonte: World Bank National Accounts Data e International Monetary Fund, Government Finance Statistics Yearbook

Il modello della flat tax sembra dunque essersi affermato finora in paesi con livelli di Pil molto inferiori a quelli dell’Europa occidentale, con conseguente minore quota di spesa sociale. In futuro, tuttavia, almeno due dei tre fattori indicati potrebbero spingere verso una crescita della spesa sociale, mettendo in crisi il sistema con flat tax ad aliquota bassa: se il Pil convergerà verso i livelli dell’Europa dell’Ovest e se l’invecchiamento della popolazione continuerà, i cittadini chiederanno un aumento della spesa sociale, soprattutto per pensioni e sanità.

Da un punto di vista politico, invece, i paesi con flat tax sono spesso democrazie con preoccupanti tendenze involutive, e in democrazie fragili c’è una minore domanda di spesa sociale. Quindi su questo aspetto c’è più incertezza. Ma un’evoluzione in senso più democratico potrebbe mettere in difficoltà la flat tax. Segnali di ripensamento cominciano già a vedersi, tanto che negli ultimi anni alcuni paesi l’hanno abbandonata, in genere passando dall’aliquota unica ad uno schema con due o tre aliquote. La Serbia è ad esempio passata dall’aliquota unica del 14% a tre aliquote: 10%-20%-35%, la Repubblica Slovacca da 19% a 19%-25%, la Rep. Ceca da 15% a 15%-22%, l’Albania da 10% a 10%-25%, la Lettonia dal 25% su tutti i redditi a tre aliquote (20%-23%-31.4%). Rimangono con la flat tax Russia, Estonia, Lituania, Romania, Macedonia, Bosnia-Erzegovina, Bielorussia, Bulgaria, Georgia, Ucraina e Ungheria. La Polonia, l’economia più importante dell’Europa orientale dopo la Russia, non ha mai avuto la flat tax, ed ora ha due aliquote (18% e 32%).

Massimo Baldini e Leonzio Rizzo tratto da www.lavoce.info

Gli stranieri e il Reddito di cittadinanza

Alla fine, dopo lunghe discussioni, infinite accuse e banali considerazioni, il Governo  è riuscito a rispettare il proprio dettato politico legato all’ormai famoso slogan “italian first”, rendendo così più complicato e difficile se non impossibile per gli stranieri  l’accesso al Reddito di cittadinanza, con una decisione dal forte sapore di discriminazione palese per una componente della nostra società. Una decisione che rischia, oltretutto, di essere anche incostituzionale.

In sede di conversione del DL 4/2019, infatti, è stato inserito nell’art.1 un nuovo comma, l’1-bis, che obbliga i cittadini extracomunitari alla presentazione di  una certificazione “aggiuntiva”  in merito al reddito e al patrimonio oltre che alla propria  composizione  del  nucleo familiare, una documentazione da richiedere al proprio Stato e da presentare poi in versione tradotta e legalizzata dall’autorità consolare italiana che ne deve attestare così la conformità all’originale.

Una procedura dunque più complessa e articolata che dovrà essere eseguita da tutti gli stranieri, anche da coloro che hanno già presentato la domanda (i quali saranno pertanto richiamati per l’integrazione documentale), una procedura che creerà quantomeno per loro  tempi più lunghi e costi più alti. Restano esclusi dalla presentazione di questa  documentazione aggiuntiva, da effettuare in sede di compilazione ISEE, i soggetti con lo status di rifugiato politico per ovvie ragioni di impossibilità oggettiva, inoltre la norma prevede delle altre esclusioni non soggettive ma solo nei  casi in cui le convenzioni internazionali dispongano diversamente e per quei soggetti nei cui Paesi sia impossibile acquisire la certificazione.

Gli stranieri hanno più volte riscontrato negli anni  l’impossibilità di acquisire documenti e certificazioni dai propri Paesi non solo per le pratiche di cittadinanza o ricongiungimento familiare ma anche per la concessione delle detrazioni fiscali, per via della mancanza spesso di servizi anagrafici ad esempio. Lo Stato italiano, conscio di tale difficoltà, si è impegnato ad emanare un decreto entro 3 mesi,  concordato insieme  fra  il Ministero del Lavoro e degli Esteri, con l’elencazione esplicita  dei Paesi esclusi per i quali non sarà possibile fornire quanto richiesto ed esonererà i cittadini di detto stato alla presentazione.

Dunque per molti stranieri ad oggi la richiesta non potrà che essere  sospesa o non accettata, in attesa o dell’arrivo della documentazione o in attesa del Decreto, con un danno economico notevole per loro, oltre alla creazione per Legge di una nuova categoria sociale di poveri ancora più disgraziati!

Eppure questo comma 1-bis  potrà essere “neutralizzato” in seguito da un ricorso probabile presso la Suprema Corte ed è davvero strano che i nostri legislatori abbiano ignorato completamente quanto già successo per la storia delle mense scolastiche cui è seguita una  sentenza della Corte Costituzionale, fingono cioè  che non sia avvenuto o fingono di non sapere o hanno semplicemente deciso di sfidare la Corte? La Corte Costituzionale con sentenza n. 106 del 2018 ha sancito in maniera del tutto chiara che lo status di cittadino non comporta il privilegio di accedere a benefici dei servizi sociali rispetto allo straniero legalmente residente con tanto di permesso soggiorno UE, ribadendo, come già fatto più volte, che i soggiornanti di lungo periodo sono equiparati ai cittadini dello Stato membro ai fini del godimento delle prestazioni sociali anche in considerazione dell’art.11 della Direttiva europea 2003/109/Ce.

Perché dunque il legislatore ha volutamente ignorato la direttiva e la sentenza della Corte Costituzionale? Ha senso esporsi a nuovi ricorsi con la certezza  di essere sconfitti?

Purtroppo i motivi politici sono evidenti. Sono imminenti le elezioni europee e la scelta è chiara: gli stranieri nell’ideologia sovranista e populista vengono dopo gli italiani anche perché……non votano!!! Se più in là verremo sommersi di ricorsi, se la Corte Costituzionale toglierà questi obblighi e imporrà di risistemare la legge in conformità dei principi costituzionali, se la stessa Europa ci bacchetterà, se si dovrà rivedere le domande presentate e erogare il beneficio a chi volete che importi?

Non dimentichiamo che il soggetto con permesso di soggiorno UE ha dovuto già dimostrare allo Stato Italiano alcuni requisiti per ottenerlo, in primis il possesso di un reddito non inferiore all’assegno sociale (5.954,00) o di importi superiori nel caso vi siano anche familiari, avere un lavoro, e  la disponibilità di un alloggio per sé e la sua famiglia che rientri nei parametri minimi previsti dalle Leggi Regionali e che sia fornito dei requisiti igienico sanitari accertati dalla Asl competente. Dunque allo straniero non basta avere il permesso di soggiorno UE ed essere residente in Italia da almeno 10 anni, di cui gli ultimi 2 in modo continuativo,  ma per il RdC deve dimostrare altro e per molti sarà difficile poterlo fare

Alessandro Latini

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