L’ ordinaria illegalità culla di mafia capitale

Cosa c’è dietro Mafia Capitale? C’è una semplice verità: la città legale senza trasparenza e partecipazione apre alla città illegale. Lasciamo un attimo da parte lo scenario malavitoso di Mafia Capitale ed analizziamo i comportamenti sociali di quella città legale che è costituita da molti soggetti diversi. Riassumiamoli in tre categorie.

I primi sono i portatori di interessi economici o di gruppo – oggi si chiamano lobby – e sono in grado di dettare le regole a proprio vantaggio, forzare la mano, intervenire dentro e fuori le istituzioni, condizionare i politici in una logica di scambio che prevede anche passaggi di denaro e altre opportunità.

vivibilità cittàI secondi sono i cittadini nella loro comune condizione di abitanti della città. In questa veste sono di fatto portatori di interessi generali e difensori dei beni comuni. Ebbene questi, a differenza dei primi, fanno fatica a far sentire la propria voce e le proprie ragioni, ad orientare le scelte della politica, a far valere diritti fondamentali legati alla vivibilità dei territori, alla sostenibilità ambientale delle opere, alla difesa della salute e del patrimonio culturale.

I terzi sono tutti coloro che rappresentano la parte istituzionale e amministrativa. Sono loro che dovrebbero garantire una mediazione tra interessi diversi, ma privilegiando l’interesse pubblico che garantisce tutti. È proprio questa la parte decisiva che, però, si rivela spesso molto debole e cedevole di fronte agli interessi privati specie se questi sono in grado di proporre uno scambio e di garantire un tornaconto.

Questo è lo scenario di una “normale” legalità che c’è a Roma così come sicuramente anche in altre città. Una normalità che non può funzionare e che può produrre degli effetti devastanti.

potere mafiosoLa debolezza e l’incertezza istituzionale sono un problema sempre. Nel caso di Roma è proprio la mancanza di coraggio del Sindaco e della sua Giunta a favorire, volontariamente o no poco importa, comportamenti aggressivi delle oligarchie economiche e finanziarie della città, rivendicazioni intollerabili di diritti non scritti come quelli sollevati ad ondate ricorrenti da una variopinta congerie di soggetti che utilizzano la città, ne sfruttano le risorse e che sono piuttosto refrattari alle regole e ai controlli (l’elenco sarebbe lungo, ma diciamo che i “mitici” palazzinari ne rappresentano il prototipo).

A volte si ha l’impressione che si tratti di un esercito che invade la città e la occupa per svolgere i suoi affari. E sembra che l’Amministrazione comunale non si renda conto dei problemi che questo assalto genera e ne sottovaluti l’impatto sulla città. D’altra parte i cittadini, portatori del mero interesse alla vivibilità dei luoghi in cui abitano, si sono persino stancati di segnalare i loro disagi ad “autorità” che si comportano come i muri di gomma.

illegalità taciutaCome rispondono le “autorità”, infatti, a questi disagi? Timide ordinanze da un lato e poi permissività e tolleranza di comportamenti dannosi per la collettività dall’altro. Ciò che emerge sopra tutto è la facilità con la quale vengono elusi leggi, regolamenti, ordinanze, divieti, delibere tanto che ormai Roma sembra essere diventata una palestra della micro, macro ed ordinaria illegalità a cielo aperto.

Contemporaneamente languono o si trascinano stancamente all’interno delle istituzioni forme largamente incomplete di partecipazione popolare. Eppure dovrebbe essere proprio la partecipazione attiva e consapevole dei cittadini a creare un baluardo contro i comportamenti mafiosi e contro il malaffare.

Ne deriva una situazione ideale perché nasca e si rafforzi una città illegale dietro quella legale.

partecipazione dei cittadiniEppure un antidoto ci sarebbe, ma non lo si vuol praticare. E allora: chi ha paura della partecipazione popolare? Se ne sta perdendo perfino la cultura tra i cittadini che spesso si accontentano di sistemare il parco sotto casa o la propria strada. Cose importantissime, per carità, ma non sufficienti per rispondere come comunità della polis alle sfide che questa città ci impone.

La partecipazione attiva dei cittadini ed il loro controllo su tutto l’iter delle opere e dei servizi, dal bando, al progetto, alla realizzazione, alla gestione, costituiscono un forte antidoto alle infiltrazioni mafiose, ai comportamenti criminali, agli scambi sottobanco, alle intollerabili deviazioni della politica.

Si parla spesso e giustamente di trasparenza, ma non basta la trasparenza se poi non si attivano processi partecipativi di cittadini consapevoli e portatori di competenze, conoscenze ed esperienze, capaci di interpretare, controllare, monitorare, proporre, criticare non solo piccole e grandi trasformazioni urbane ma anche delibere, ordinanze, determine dirigenziali, nonché la gestione dei pubblici servizi.

Trasparenza e partecipazione (non esiste l’una senza l’altra) sono l’unico antidoto agli scambi di favori, alle gestioni privatistiche dei beni e dei servizi pubblici, alle infiltrazioni mafiose nelle istituzioni.

Ecco perchè  la discesa in campo dei cittadini organizzati entro strutture partecipative è il primo passo per una ripresa di una Politica alta capace di marciare a fianco dei cittadini onesti che sono la maggioranza e capace di realizzare finalmente un’idea condivisa di Città, contro ogni mafia. Non è scontato dire questo, non è banale affermare questi principi. E’ anche l’unico modo per sostenere il sindaco Marino e per allontanare definitivamente dal Campidoglio e dalla città gli affaristi e i corrotti.

Paolo Gelsomini

La medicina della partecipazione

La situazione economica, politica, sociale ma anche morale di Roma e dell’Italia è sotto gli occhi di tutti. Tante sono le cause, ma una è forse la più importante: la violazione costante delle regole.

A tutti i livelli ci sono esempi di prevaricazione, comportamenti illegali, mancanza di trasparenza, lassismo, disinteresse, incompetenza, mortificazione del merito, inefficienza, connivenza, omertà.

Tutto questo crea caos, opportunismo, avvilimento, populismo e genera anche grandi disuguaglianze e precarietà.

baratro della corruzioneBisogna riconoscere che la corruzione è una degenerazione di sistema e non un incidente di percorso. Occorre quindi agire sul sistema che è fatto anche di cultura e di comportamenti sociali ed individuali. Per questo l’unica maniera per farlo è coinvolgere i cittadini nella gestione della “Cosa Pubblica” facendo una battaglia culturale per anteporre il bene comune all’interesse individuale.

Parliamo quindi di PARTECIPAZIONE, ma una partecipazione che nasca da una rivoluzione culturale profonda che porti a superare i limiti di una democrazia rappresentativa che non riesce più a governare i fenomeni sociali legati a società multiculturali, globalizzate, frammentate, con sempre meno riferimenti condivisi, in continua e veloce trasformazione.

distacco cittadini politicaQuesto ha determinato un distacco tra cittadini e politica perché questa spessissimo si dimostra lontana e in ritardo rispetto ai problemi reali e alle esigenze dell’interesse generale cui dovrebbe rispondere.

E se in passato le minoranze finivano per accettare le decisioni della maggioranza ora, quelle stesse minoranze, si oppongono, rifiutano le decisioni prese contro di loro creando gravi problemi a tutta la gestione politico-amministrativa.

Sono molto note due frasi legate alla resistenza messa in atto dalle minoranze che ritengono di essere state escluse dai processi decisionali:

  • “non nel mio cortile” (conosciuta come sindrome NIMBY – Not In My Back Yard)
  • “niente per noi senza di noi” (nothing for us without us).

partecipareIn tutto il mondo sono in atto tentativi per integrare la democrazia rappresentativa, per la quale non si intravedono radicali alternative, con forme di partecipazione che vengono declinate come Democrazia Partecipata, Democrazia Emergente, Democrazia Deliberativa, Democrazia Digitale. Sono tutte sigle in divenire, per le quali è difficile trovare definizioni univoche e consolidate.

La rivoluzione culturale sulla quale deve fondarsi la partecipazione deve riguardare tutti: cittadini, politici e pubblica amministrazione. Devono cambiare i rapporti tra queste entità che ora sono profondamente divise e diffidenti le une verso le altre.

La partecipazione deve avvenire nel rispetto dei ruoli:

  • Ai Cittadini il diritto di essere informati con chiarezza e trasparenza, di essere ascoltati, di poter avanzare proposte, richieste, progetti, di poter esercitare un controllo.
  • Agli Eletti ed alla P.A. l’onere e l’onore di gestire, di scegliere ed assumere decisioni motivate.

La partecipazione non è lobbismo, non è assemblearismo, non è contrattazione di vantaggi.

coinvolgimento cittadini La partecipazione è informazione trasparente, è presa di coscienza, è assunzione di responsabilità, è analisi degli interessi per aumentare il numero delle soluzioni adottabili.

La partecipazione è confronto basato sull’ascolto di tutti partendo dall’assunto che l’altro ha le sue ragioni.

Sono cose facili da dirsi ma non da concretizzarsi. Le resistenze saranno forti e in molti dentro le Istituzioni penseranno che irrigidendo le procedure si possa meglio mettere ordine in quella che appare una situazione fuori controllo.

Errore. Una partecipazione convinta può dare più forza di qualsiasi irrigidimento. Lo scopo è velocizzare le scelte e ottimizzare i risultati dando soddisfazione a tutti i soggetti coinvolti.

Sembra un’utopia, ma è, invece, una necessità di riequilibrio di società con troppa disuguaglianza e disunite sui principi fondamentali e sui valori

Maurizio Colace

7 Luoghi comuni sui migranti e sulle migrazioni

Ancora una volta i migranti sono al centro del dibattito politico. Ancora una volta il dibattito è caratterizzato da luoghi comuni. I partiti conservatori e populisti in Italia attaccano Bruxelles colpevole di averci prima costretto ad aprire le frontiere poi abbandonato a noi stessi. Secondo molti italiani, opportunamente “nutriti” dai politici l’unica opzione sostenibile è quella della tolleranza zero: occorre presidiare meglio i confini ed espellere tutti gli irregolari. Le cose non sono così semplici però. Vediamo perchè

LUOGO COMUNE NUMERO 1: l’immigrazione è un problema creato da Bruxelles

luogo comune migrantiL’immigrazione oggi infiamma il dibattito politico di molti paesi del mondo. Obama ha promesso una sanatoria per un milione di irregolari che sono arrivati negli Usa da bambini, Hillary Clinton, che potrebbe presto sostituire Obama alla Casa Bianca, ha affermato che sarebbe assurdo procedere all’espulsione di milioni di residenti che lavorano regolarmente. In Canada il governo conservatore ha reso più difficile l’assunzione di lavoratori stranieri tra le proteste dell’opposizione e delle associazioni di imprenditori che considerano il provvedimento antieconomico. David Cameron in Gran Bretagna ha promesso di rendere fiscalmente più onerosa l’assunzione di lavoratori stranieri. Il Sudafrica è al centro di un furioso dibattito sull’immigrazione e nel sudest asiatico migliaia di Rohingya cittadini di una minoranza musulmana del nord del Myanmar stanno fuggendo sui barconi. Tutti i paesi coinvolti nella vicenda dei Rohingya fanno parte di una comunità nata nel 1967 prendendo esempio dalla Comunità Economica Europea, l’Asean che si sta dimostrando meno efficiente dell’UE. Stati come la Thailandia e l’Indonesia sono disponibili a salvare i migranti, nessuno ad accoglierli.

LUOGO COMUNE NUMERO 2: perché spendere 35 euro al giorno per aiutare in Italia chi si può aiutare a casa propria con 2 euro al giorno.

immigrati in ItaliaAlle migrazioni economiche causate dalle disuguaglianze si sommano quelle dovute all’instabilità politica ed alle violenze. Le migrazioni oggi sono come gli attentati di Charlie Hebdo e del Bardo figlie del “nuovo disordine globale”, degli Stati falliti e della crescente diffusione di gruppi terroristici e network criminali. Gli afgani scappano dai talebani, i mediorientali dall’Isis, molti uomini e molte donne provenienti dall’Africa subsahariana che avevano provato a ricostruirsi una visita in nord Africa scappano dall’anarchia della Libia, i musulmani del Myanmar dalle persecuzioni religiose, i messicani dai Narcos. Nessuno di loro può oggi essere aiutato a casa propria con investimenti esteri, che prima delle recenti ondate migratorie non erano certo una priorità nell’agenda politica degli europei.

LUOGO COMUNE NUMERO 3: l’Italia è un paese buonista, è necessario chiudere le frontiere

Gli Stati Uniti, esempio invocato dalle destre di tutto il mondo per le sue frontiere ermetiche, sono il primo paese al mondo per immigrati irregolari, la Russia il secondo. Presto gli Stati Uniti potrebbero procedere alla più grande sanatoria di immigrati irregolari della storia. Oggi non esistono paesi in grado di blindare le proprie frontiere. A ciò si aggiunge che gli Stati Uniti, severi all’ingresso concedono la cittadinanza facilmente ai lavoratori residenti e di diritto ai loro figli nati nel territorio nazionale. Oggi in Italia vivono molte centinaia di migliaia di irregolari, un’espulsione costa in media 7.000 euro ed espellerli tutti costerebbe almeno 10 miliardi. Espellere l’irregolare che lavora onestamente dal punto di vista economico è una follia.

LUOGO COMUNE NUMERO 4: in Europa solo noi Italiani accogliamo i migranti

migranti EuropaL’Italia, insieme ad altri paesi mediterranei per ragioni geografiche è molto impegnata nella prima accoglienza, tuttavia Gran Bretagna, Francia e Germania hanno molti più immigrati del nostro paese. Ad Oslo il 40% dei residenti è nato fuori dai confini nazionali, a Londra e Parigi più del 20%. A Milano e Roma i cittadini stranieri sono circa il 10%. A ciò si aggiunge che l’Italia è uno dei paesi meno generosi per la concessione di asilo. L’asilo politico per tutta la guerra fredda dal nostro governo è stato concesso solamente ai cittadini di paesi comunisti e ancora oggi non viene mai concesso asilo ai cittadini di “paesi amici”. Il caso Shalabayeva è un esempio drammatico ed imbarazzante.

LUOGO COMUNE NUMERO 5: Bruxelles ci obbliga all’accoglienza.

La politica dell’immigrazione comune si limita al presidio delle frontiere. Con Schengen è stata stabilita un’area di libera circolazione senza frontiere all’interno e senza una frontiera comune; il trattato di Maastricht introduce una cittadinanza europea di derivazione da quella nazionale senza fissare regole comuni per la sua concessione. Gli Stati membri determinano autonomamente quali immigrati sono irregolari ed hanno la possibilità di espellerli, vi sono poche regole minime “di ragionevolezza” per l’espulsione degli immigrati regolari. La “non politica” europea dell’immigrazione è figlia delle scelte dei governi, che preferiscono tenere nelle proprie mani poteri che non sono più in grado di esercitare efficacemente solo perché sensibili ai fini elettorali, salvo poi chiedere solidarietà quando i nodi vengono al pettine

LUOGO COMUNE NUMERO 6: Dublino II è un accordo fatto per favorire gli altri paesi Europei

barconi migrantiDublino II sfavorisce i richiedenti asilo extracomunitari. E’ un accordo molto criticato perché stabilisce quale è il solo paese UE che deve verificare se un cittadino extracomunitario ha diritto d’asilo. In sostanza con Dublino II tutti i paesi dell’UE eccetto uno vengono meno agli obblighi della Convenzione di Ginevra di cui sono parte. In prima battuta il paese che deve esaminare la richiesta d’asilo del migrante è quello in cui risiede un suo familiare, poi quello in cui il richiedente asilo è entrato legalmente e per ultimo quello in cui è entrato illegalmente. L’accordo fu siglato nel 2003 dal governo espressione di Berlusconi, di Alfano e della Lega. Nei primi anni del nuovo millennio le migrazioni verso l’Italia erano molto più ordinate di quanto lo sono oggi e Dublino II nel breve periodo favoriva paesi come l’Italia che avevano relativamente pochi immigrati e in gran parte provenienti da paesi relativamente stabili i cui cittadini non avevano diritto d’asilo: Marocco, Cina, Albania, Romania.

LUOGO COMUNE NUMERO 7: non siamo un paese abbastanza ricco per accogliere migranti

accoglienza migrantiLa popolazione italiana è in acuto invecchiamento. L’Italia è uno dei paesi d’Europa con la più grave situazione demografica. I migranti sono in media più giovani degli Italiani, producono circa il 9% del Pil, ovvero incidono sull’economia in misura più che proporzionale alla loro presenza. I benefici della loro presenza, nonostante molti di loro lavorino nell’economia informale si vedono sul fronte pensionistico. Tra l’altro molti migranti che decidono di tornare nel paese d’origine con cui non esiste una convenzione dopo aver versato i contributi per anni non hanno diritto ad alcuna pensione. E’ un luogo comune che l’Italia non può accogliere tutti perché non può allargarsi, poiché anche in anni di “violente migrazioni” è continuato il declino demografico del paese.

In definitiva è possibile un gestione più ordinata dell’immigrazione in Italia, incidendo su squilibri quali quelli prodotti dall’economia sommersa, chiedendo agli immigrati di pagare le tasse e sottraendoli allo sfruttamento dei caporali. E’ poi possibile un nuovo accordo europeo basato sulla condivisione dei rischi e dei benefici. E’ giusto chiedere un aiuto ai partner europei, ma solo nel contesto di un’ampia riforma dell’Unione, con una politica dell’immigrazione e della cittadinanza che deve essere creata dal nulla. Non si può certo chiedere ai paesi del nord e dell’est di affrontare insieme l’emergenza del Mediterraneo, senza scrivere regole che possano consentire di affrontare insieme un’eventuale futura emergenza ai confini orientali dell’Unione.

Salvatore Sinagra

Migranti

Grande tensione tra Italia e Francia perché a Ventimiglia sono bloccati 650 migranti che vogliono andare dall’altra parte. Il ministro dell’interno francese dichiara che dall’inizio dell’anno ben 8mila persone sono passate dall’Italia alla Francia e 6mila sono state rispedite qui da noi. Bé sì, in effetti sono i numeri di una vera e propria invasione …

Il problema comunque è serio perché dall’inizio dell’anno ne sono sbarcati sulle nostre coste oltre 50mila buona parte dei quali non vuole restare in Italia. Infatti, finora, li abbiamo lasciati andare sperando che passassero i confini. D’altra parte l’Italia non è la meta più ambita.

Comunque non arrivano solo qui da noi. Francia e Germania possono vantare numeri anche più alti dei nostri. Dunque il problema è più comune di quanto sembri. Lasciamo perdere le statistiche dei richiedenti asilo perchè fotografano solo un pezzo della realtà; i migranti per motivi economici sono la maggior parte degli arrivi e, in teoria, non possono vantare alcun diritto a restare. Ma tanti restano, iniziano a lavorare ed entrano a far parte delle nostre società. Li vediamo tutti i giorni e sappiamo che avremo bisogno di molti di loro per i prossimi decenni. Quanti? Ecco un dato che sarebbe interessante conoscere perché si potrebbe anche pensare di costruirci sopra una politica cioè un progetto invece di lasciare al caso la selezione dei fortunati che riescono a farcela.

migranti italianiNo così non va. Possiamo impedire alla gente di fuggire dalle guerre e dalla miseria? No, non ci è mai riuscito nessuno. Possiamo certamente aiutarli a casa loro, ma sappiamo che è molto difficile perché qualunque intervento deve fare i conti con situazioni locali degradate dove non si può nemmeno parlare di una vera e propria autorità statale oltre che con guerre e regimi banditeschi.

Possiamo accogliere milioni di persone? Sì certo perché milioni di immigrati già vivono in Europa, la natalità degli europei è zero o sotto zero e non potremo diventare società di vecchi pensionati nel prossimo futuro. Il problema di questo nostro tempo è che arrivano in tanti in poco tempo e noi facciamo finta di non volerli perché nell’immediato costituiscono un gran bel problema di ordine pubblico.

Il problema vero è l’emergenza. Bisogna sforzarsi di non fare confusione e distinguere: emergenza, accoglienza, permanenza, integrazione.

barcone migrantiSull’emergenza sembra che le nostre autorità caschino sempre dalle nuvole e che ogni arrivo le colga di sorpresa. Colpa dell’ipocrisia delle forze politiche che non si sono volute prendere responsabilità ammettendo che il problema esiste e che non può essere scansato bensì governato.

L’emergenza e la prima accoglienza sono problemi nostri, ma è giusto che l’Europa ci aiuti; la permanenza e l’integrazione sono di tutti nel senso che ai migranti, una volta accolti, bisogna permettere di spostarsi nell’Unione Europea. D’altra parte sono qui per lavorare e ciò che conta è che riescano a trovare un lavoro. Dopodiché perché non prendere atto che di loro c’è bisogno?

aiutare i poveriCasomai il problema è farli uscire dall’ombra cioè impedire che il loro sfruttamento tolga spazio al lavoro degli europei. Troppo facile fare concorrenza quando un immigrato classificato clandestino viene pagato la metà e non può nemmeno protestare sennò lo cacciano.

In definitiva ciò che occorre è un mix di interventi perché non c’è una sola soluzione. Accordi con i paesi di origine, accordi con le tribù libiche, salvataggi, intervento dell’ONU, accoglienza, integrazione. Fare tutto e farlo insieme perché il problema è comune a tutti i paesi europei. Ciò che non deve accadere è farsi prendere dal panico perché nessuno ci sta dando l’assalto e sarebbe più saggio avere paura delle tante mafie che succhiano il sangue alle nostre economie e corrompono le nostre democrazie

Claudio Lombardi

Il grande spreco della sinistra romana

La sinistra a Roma non aveva mai governato. Nel 1976 ci fu il sorpasso dei voti del PCI sulla DC e venne eletto il primo sindaco non democristiano dell’era repubblicana: lo storico dell’arte Giulio Carlo Argan. Muore Argan e gli succede Luigi Petroselli che rimarrà in carica fino alla sua morte nel 1981. Nel frattempo alle elezioni comunali del 1981 il PCI aumenta ancora la sua percentuale di voti e il ricordo del sindaco Petroselli resterà come un punto di riferimento della capacità di governare una realtà complessa come il comune di Roma alla testa dei cittadini e non sopra i cittadini. Lo sostituì Ugo Vetere che fece il suo dovere fino in fondo da gran lavoratore qual’era.

Nelle elezioni successive la sinistra perdette la maggioranza e la riconquistò solo nel 1993, ma con un sistema elettorale diverso che sposterà la scelta del sindaco dal Consiglio comunale al voto diretto degli elettori. Francesco Rutelli della Federazione dei verdi vinse sul suo avversario Gianfranco Fini. Nel 1997 fu confermato Rutelli con oltre il 60% dei voti. Ancora vittorie elettorali del centro sinistra con Walter Veltroni nel 2001 e nel 2006 quando eguagliò il record di Rutelli con il 61,4% dei voti.

alemanno sindacoNel 2008 questa successione di sindaci di sinistra-centro sinistra si interrompe e vince Alemanno. Nel 2013, dopo cinque anni di “cura” Alemanno, i romani capovolgono di nuovo la situazione e portano al Campidoglio un candidato che si presenta con lo slogan “non è politica è Roma”. Peccato che quel candidato – Ignazio Marino – fosse stato inventato dalle alchimie di un Pd in preda alle lotte di potere, poco sensibile alle motivazioni profonde che avevano cambiato gli orientamenti del corpo elettorale e concentrato invece sugli interessi dei propri gruppi dirigenti e degli eletti. Forse questi stessi credettero di poter gestire facilmente il nuovo sindaco e al suo rifiuto nacque quell’ostilità tra il Pd e Marino che, senza l’esplosione di “mafia capitale”, avrebbe già probabilmente portato a nuove elezioni.

Mettere al centro il solo Pd, tuttavia, significa non voler vedere che il “capolavoro” in negativo di tutta la politica romana degli ultimi 60 anni (con la significativa eccezione delle giunte Argan, Petroselli e Vetere) è stato di avvolgere la città in una rete di corruzione trasversale a bassa, media e alta intensità che ha finito per emarginare l’interesse generale dando forza alla cultura del clientelismo e dell’illegalità. La colpa inescusabile della sinistra dal 1993 in poi è stata quella di seguire questo andazzo arrivando a confondere progressivamente gli interessi personali dei suoi dirigenti e dei suoi eletti con quelli del partito fino a farli coincidere in un’unica cultura e prassi di governo.

il cammino della sinistra romanaDal 1993 ad oggi la sinistra romana si è giocata un patrimonio di fiducia e di buona reputazione mettendo in ombra anche le tante cose buone che sono state fatte. La tragedia italiana è che dalla destra ci si è sempre aspettati violazione delle regole, clientelismo, sprechi e ruberie, quasi fosse l’inevitabile soddisfazione di istinti diffusi nella propria base elettorale che considerava naturale lo scambio di favori tra politici e cittadini.

Ma la sinistra doveva essere un’altra cosa. A un certo punto, invece, la sinistra ha seguito la destra. La diversità rivendicata da Berlinguer all’inizio degli anni ’80, la sua lucida e impietosa analisi sulla degenerazione del sistema dei partiti sono state travolte da un’assimilazione di metodi e di comportamenti che all’inizio sembravano quasi una protezione della propria parte politica. Ma che alla fine hanno portato alla condivisione e alla spartizione con gli avversari del bottino rappresentato dalla spesa pubblica e dai posti di lavoro controllati dalla politica. In realtà la magistratura ha colpito una piccola parte delle illegalità, gli altri ci hanno solo guadagnato. E l’esempio ha fatto scuola.

Che si arrivi alle elezioni subito o alla scadenza naturale non è, a questo punto, decisivo. Anzi pretendere che si parta dalla caduta di Marino rischia di colpire il bersaglio dei mafiosi e non loro stessi. Conta molto di più che la pulizia dai corrotti e dai disonesti sia radicale. Ma si sappia che i raggiri e i trucchetti sono tutti scoperti e nessun signore delle tessere potrà più convincere i romani. Forse la politica romana riuscirà a rifondarsi, ma l’impressione è che questa volta si partirà da zero

Claudio Lombardi

Netflix, la Tv on demand e la riforma Rai

Da ottobre gli italiani avranno a disposizione un’altra Tv on demand, Netflix. Con 8 euro al mese potranno attingere all’intero archivio di film e serie televisive. Netflix non è però l’unico fornitore di contenuti per l’intrattenimento utilizzabili su qualsiasi supporto multimediale. Tutti i nostri schermi possono già riempirsi di Tim vision, Mediaset Infinity, Sky on demand, Google play, Apple Tv, Play Station video, Xbox video, Chili Tv, Wuaki Tv cui dobbiamo aggiungere i canali Tv digitali e satellitari che ripropongono H24 film e telefilm. E oltre agli schermi anche i nostri spazi mentali possono riempirsi di realtà virtuale fino all’indigestione.

Già oggi i videogiochi deliziano milioni di persone che vi dedicano buona parte del loro tempo libero. E non sono solo ragazzi e ragazze. Basta fare un giro in una qualsiasi metropolitana per vedere persone di tutte le età impegnate in giochini multicolori sui loro smartphone.

videogiochiQualche problema con l’intrattenimento video? No, anzi, cercare di rilassarsi è importante e poi i film sono la principale forma d’arte contemporanea, un’arte che ne riunisce tante in un unico prodotto.

La domanda che ci si può fare è però un’altra: che fine farà la Tv che fa informazione e approfondimento giornalistico? Presi da tanti piacevoli passatempo gli italiani avranno ancora voglia di mettersi di fronte ad uno schermo per sentire le ultime notizie e i relativi commenti?

Sicuramente sì anche perché i talk basati sul confronto tra esponenti politici, del giornalismo ed esperti vari si sono diffusi a macchia d’olio nei principali canali Tv. Vuol dire che il pubblico non manca. Bene.

Il problema però è che l’informazione e l’approfondimento non sono un optional per passare il tempo né una creazione artistica, ma un’esigenza sociale cui non si può rinunciare. Sì, certo, c’è anche internet. Ma la rete è talmente vasta ed accessibile a chiunque che non c’è nemmeno una minima garanzia di affidabilità: se una notizia la da il Tg ci sono giornalisti con nome e cognome che se ne assumono la responsabilità ed operano dentro strutture che hanno anch’esse un nome, un cognome e sedi ben conosciute; ma se la notizia gira in rete chi se ne assume la responsabilità? E noi su che basi possiamo regolarci se non abbiamo le giuste informazioni?

televisione e informazioneNo, sembra proprio che non possiamo fare a meno di un servizio di base che ci assicuri informazione ed approfondimento. Un servizio così lo forniscono tutte le principali reti Tv. Oggi. E se domani volessero smettere? Bisognerebbe che ci fosse un servizio pubblico che non smette mai e che non può fallire. Un po’ come gli ospedali. Già, ma noi siamo fortunati perché questo servizio esiste e si chiama Rai.

In questi giorni si discute in Parlamento di come riformare la Tv servizio pubblico cioè la riforma della Rai. La cosa ci riguarda. Anche se ci piace giocare alla Play Station o se siamo interessati solo ai film e ai serial. Perché in qualunque momento possiamo cambiare canale o schermo e decidere di sapere che è successo qui o là e che implicazioni può avere per la nostra vita, per la nostra società.

La Rai non è solo un’azienda, né è intercambiabile con qualsiasi Tv on demand perché fa un lavoro che serve a tutti noi e che, prima o poi, ci tornerà utile. La Rai non è un’azienda del governo e non è nemmeno dei partiti, non deve esserlo perché siamo tutte brave persone, ma troppo potere può dare alla testa. Come infatti è già accaduto per anni. Oggi c’è la possibilità che il servizio pubblico sia rilanciato e sia messo sotto il controllo di tutti quelli cui si rivolge cioè dei propri utenti. La legge che sarà approvata dalle Camere tra poche settimane dovrà dire questo: se la Tv dovrà continuare ad essere lo specchio dei partiti e del governo o se potrà essere lo specchio della società.

Speriamo prendano la decisione giusta perché non ci piace un futuro in cui staremo a giocare con una Tv on demand saltando da un film all’altro, ma le notizie ce le racconterà un rappresentante del governo

Claudio Lombardi

Mafia capitale: ancora una conferma

Almeno due capigruppo, presidente del consiglio comunale, assessore, i loro più diretti collaboratori, un capo dipartimento, un presidente di commissione consiliare, consiglieri comunali, il presidente di municipio di Ostia, un direttore di dipartimento, dirigenti di cooperative “rosse” e “bianche” (Lega Coop e la Cascina), un costruttore. Questo un elenco sintetico e ancora provvisorio degli ultimi arrestati ed indagati per “Mafia capitale“ l’inchiesta partita alcuni mesi fa e che già aveva portato all’arresto dei capi dell’organizzazione, Buzzi e Carminati.

mafia politicaNiente di sorprendente, ma solo una conferma che gruppi affaristico – criminali con agganci politici assolutamente trasversali erano arrivati a controllare il comune di Roma. Prima di “Mafia capitale” però bisogna ripensare a tutte le inchieste e agli scandali e microscandali che si sono susseguiti nel corso degli anni coinvolgendo anche solo singoli settori dell’amministrazione comunale e di singoli municipi romani. Il quadro disastroso che ne emerge dice che i gangli fondamentali dell’amministrazione che gestisce la capitale d’Italia erano sotto il controllo di bande criminali e che la corruzione era il metodo di governo normalmente praticato a tutti i livelli.

corruzione in manetteSignifica che sono tutti corrotti? No, accadeva a Roma ciò che è accaduto su scala nazionale: la parte buona sistematicamente soccombeva di fronte all’intraprendenza, alla determinazione, all’organizzazione della parte cattiva. Con l’acquiescenza e la complicità di buona parte dei partiti politici molto disinteressati all’onestà di chi dava la scalata alle cariche e ai posti nelle istituzioni e molto disponibili ad accogliere e a promuovere chi portava voti e soldi. Soldi che molto spesso arrivavano da cooperative e imprese in affari col comune. Tanti soldi distribuiti a pioggia per comprare le persone, sia quelle con cariche politiche che con incarichi amministrativi, oppure anche solo per acquisire la loro amicizia magari con finanziamenti alle campagne elettorali.

Uno schema semplice tutto sommato già praticato nelle regioni dove mafia, camorra e ‘ndrangheta avevano scoperto che la strada più breve per arrivare a rubare i soldi pubblici era scendere direttamente in politica con i propri candidati e comprare i vertici delle amministrazioni regionali e locali, ma soprattutto, preparare il terreno disattivando i meccanismi della legalità e sostituendoli con quelli della corruzione e dell’arbitrio.

no alla corruzioneE i cittadini in questo quadro che posto hanno? Quello di clienti sicuramente a cui possono venir concessi favori dietro pagamento. O quello di rancorosi spettatori, consapevoli e impotenti a cambiare le cose.

Inutile dire che questo è il vero cancro che mina le basi dello sviluppo del nostro Paese perché, ormai, sembra di fare retorica tanto è ovvio.

La domanda che ogni cittadino comune si fa è sempre la stessa: “che fare?”. Pure le risposte sono sempre le stesse: impegnarsi nel proprio piccolo perché cambi la mentalità, perché siano additati al disprezzo i corrotti, perché siano premiati gli onesti. Non arrendersi, far sentire la propria voce, non rassegnarsi. Organizzarsi entrando nei partiti e nei movimenti cercando di cambiare la politica dall’interno. Tenere gli occhi aperti e pretendere che le informazioni circolino sempre

C.L.

La legge elettorale non è tutto

Nel 1950 un poli­to­logo desti­nato alla cele­brità, Mau­rice Duver­ger, pub­bli­cava un libro dedi­cato all’influenza dei sistemi elet­to­rali sulla vita poli­tica. Ove rior­di­nava qual­che idea che da sem­pre cir­co­lava tra i pra­ti­coni. Che la pro­por­zio­nale fa cre­scere il numero dei par­titi. Che i regimi mag­gio­ri­tari ridu­cono il numero dei par­titi. Che il mag­gio­ri­ta­rio all’inglese riduce a due i con­cor­renti. Pom­po­sa­mente però dava cre­dito a simili ovvietà attri­buendo loro il nome alti­so­nante di legge.

Duver­ger invi­tava invero alla cau­tela. Le leggi, diceva, fun­zio­nano a seconda di cir­co­stanze e con­te­sti. Fatto sta che l’idea delle leggi ha avuto suc­cesso e che molti altri «scien­ziati» poli­tici si sono cimen­tati nell’affinare o con­trad­dire le leggi di Duver­ger. Di solito pro­met­tendo la ricetta elet­to­rale più appro­priata per pro­durre governi sta­bili, auto­re­voli, rap­pre­sen­ta­tivi e soprat­tutto in grado di con­te­nere la canea dei partiti.

Tra­scorso ben oltre mezzo secolo dal libro di Duver­ger, tempo è venuto tut­ta­via per rove­sciare pro­spet­tiva. sistemi elettoraliL’esperienza inse­gna al con­tra­rio che non sono le leggi elet­to­rali a influen­zare la vita poli­tica, ma che è la vita poli­tica che detta le norme elet­to­rali. La sto­ria, diceva Carl Sch­mitt, la scri­vono i vin­ci­tori. Scri­vono quella pas­sata e pro­vano a scri­vere pure quella futura, pre­scri­vendo regole, anche elet­to­rali, tali da ren­dere irre­ver­si­bile la loro vit­to­ria.
Detto con parole più mode­ste, le classi poli­ti­che ten­dono a per­pe­tuarsi. Le leggi elet­to­rali sono uno degli stru­menti di cui si avval­gono per farlo. Natu­ral­mente, che un gio­ca­tore scriva le regole a sua misura è scon­ve­niente e qual­cuno gri­derà di sicuro allo scan­dalo, ma non è un freno suf­fi­ciente. Non è nep­pure un freno che gli elet­to­rati a volte smen­ti­scano le attese di chi ha scritto le regole. Chi sta al potere vuole norme elet­to­rali su misura e se può prova a far­sele. Dopo­tutto, anche i suoi con­cor­renti fin­gono sem­pre di volere una legge elet­to­rale più one­sta e più rap­pre­sen­ta­tiva, ma in realtà ne vogliono una di loro gra­di­mento, e si bat­tono come pos­sono, per ottenerle.

Pro­viamo con qual­che esem­pio. Quando nel ’58 De Gaulle in Fran­cia adottò il mag­gio­ri­ta­rio con dop­pio turno, lo fece per ren­dere per­ma­nente il pri­mato del suo par­tito. Vice­versa Mit­te­rand intro­dusse nel 1985 una dose di pro­por­zio­nale per favo­rire l’ingresso in par­la­mento del Front Natio­nal a danno della destra post­gol­li­sta. Gli inglesi si ten­gono il loro assurdo regime elet­to­rale sol per­ché con­viene al duo­po­lio conservatori/laburisti. Cui sta benis­simo spar­tirsi l’86 % dei seggi col 66 % dei voti. Quanto all’America, è la patria del ger­ry­man­de­ring. Allor­ché i repub­bli­cani con­qui­stano il governo di uno stato, si fanno un obbligo di ridi­se­gnare i col­legi elet­to­rali in modo da diluire quelli a pre­va­lenza demo­cra­tica.

politica e cittadiniAnche le classi poli­ti­che ita­liane hanno sovente mani­po­lato, o pro­vato a mani­po­lare, le norme elet­to­rali. Il fasci­smo andò al potere e adottò a sua misura la legge Acerbo. Pure un nostal­gico del pro­por­zio­nale deve ammet­tere che a det­tarla nel 1946 furono i com­po­siti e incerti equi­li­bri poli­tici del momento. Non a caso, nel 1953, a con­clu­sione del quin­quen­nio dega­spe­riano, la Dc provò a pro­lun­garlo tra­mite la legge-truffa, che però fu boc­ciata dagli elet­tori e da una vasta mobi­li­ta­zione popo­lare. Negli anni Ottanta la discus­sione sulla riforma elet­to­rale è ripresa per­ché gli equi­li­bri di potere sta­vano cam­biando e in tanti vole­vano acce­le­rare il declino della Dc rifor­mando a loro bene­fi­cio la legge elet­to­rale. Le parole d’ordine del momento — sta­bi­lità, mora­lità e alter­nanza — erano puro mar­ke­ting, con­fer­mato dal suc­ces­sivo ven­ten­nio: il più insta­bile e più immo­rale della sto­ria del paese. Non riu­scendo a scon­fig­gere la Dc alle ele­zioni, si vol­lero cam­biare le regole. E poi­ché effet­ti­va­mente i rap­porti di forza sta­vano cam­biando, ne prese atto per­fino la Corte costi­tu­zio­nale con una sin­go­lare sen­tenza che ammet­teva lo svol­gi­mento di un refe­ren­dum su un tema, quello delle regole elet­to­rali, che ne era escluso. La Dc provò anche a limi­tare i danni col Mat­ta­rel­lum, ma chi ne colse i frutti fu Ber­lu­sconi. Il quale ha sua volta nel 2005 si scrisse su misura il Por­cel­lum. Renzi non è che un epi­gono.

In con­clu­sione. Le leggi elet­to­rali non si scri­vono su Giove. Si scri­vono sulla terra. E non fanno mai con­tenti tutti. Non scan­da­liz­zia­moci troppo per la brutta legge som­mi­ni­stra­taci da Renzi. Il quale ha potuto farlo sol per­ché i suoi avver­sari sono ete­ro­ge­nei, deboli e disu­niti. È la demo­cra­zia, bel­lezza. Non ha nep­pure senso addos­sare a una legge elet­to­rale, per quanto brutta, il lamen­te­vole stato in cui versa la demo­cra­zia. Che è come la fa sia chi detiene il potere, sia chi subi­sce quel potere. Anzi: la demo­cra­zia ce la fac­ciamo tutti i giorni e i peri­coli mas­simi essa li corre pro­prio quando ci si con­vince che basti affi­dare la sua difesa alle regole: alla costi­tu­zione, ai diritti e alle leggi elet­to­rali. La demo­cra­zia, se la vogliono, la difen­dono i cittadini.

Alfio Mastropaolo (Tratto dal Manifesto del 26 maggio 2015)

Dalla crisi greca una ripartenza per l’Europa

La crisi del debito greco così come i segnali che arrivano da Inghilterra, Spagna e Polonia danno un chiaro avvertimento: l’Unione deve cambiare e rilanciare il suo progetto, altrimenti sarà consegnata alla storia come un esperimento fallito.

“When in trouble, go big”, dicono gli americani: quando sei nei guai, rilancia. La situazione attuale è il risultato del mancato completamento dell’Unione, perciò per svoltare non serve meno Europa, ma un’Europa migliore, più forte e più solidale. Per questo la crisi greca va governata ricercando con forza una soluzione condivisa perché le conseguenze di un eventuale default di Atene riguardano tutti gli Stati membri, nessuno escluso.

Soprattutto l’Italia non può permettersi di sottovalutare i rischi: subito dopo il crollo di Atene il mirino della speculazione potrebbe tornare a puntare su di noi e i timori di un rallentamento degli investimenti e di un forte rialzo dello spread sono tutt’altro che remoti. Lo scenario di un Grexit è dunque assolutamente da evitare, soprattutto ora che finalmente si intravedono i segnali della ripresa nel nostro paese.

fallimento troikaMai come in queste ore la Troika ha dimostrato il fallimento delle sue politiche, ancora divise fra l’oltranzismo dell’FMI e la linea più dialogante della BCE -che a sua volta deve vedersela con la forte opposizione del governatore della banca tedesca Weidmann, contrario a prolungare il programma di liquidità di emergenza per le banche greche. E’ la politica dunque l’unica forza che può riuscire a sbrogliare l’intricata matassa.

Una politica dialogante e ispirata, capace di superare gli egoismi degli Stati, di suggerire politiche di bilancio comuni e comuni interventi sulla disoccupazione, di riportare un giusto equilibrio tra conti e welfare, tra disciplina di bilancio e solidarietà.

Il Piano Juncker e il QE voluto da Mario Draghi rappresentano un passo nella direzione giusta, ma abbiamo bisogno di un vero “new deal” europeo, per rilanciare la crescita e affinché economia e sociale vadano finalmente insieme. L’Europa è al punto di svolta. Dobbiamo agire concretamente, ora, per accelerare i processi di coesione e di crescita: il tempo stringe e i tassi di povertà e la diseguaglianza sociale aumentano a dismisura, nazionalismi e populismi sono all’erta e abbiamo già avuto troppe lezioni dalla storia per non capire quanto siano pericolosi per la democrazia. Dobbiamo prendere coscienza una volta per tutte del rischio che sta correndo l’Europa e invertire la rotta, prima che diventi impossibile farlo.

Renato Soru (tratto da una nota pubblicata su Facebook)

Vitalizi, anziani, pensioni, giovani, futuro

Dunque, se il governo dice che non poteva restituire ai pensionati l’adeguamento al costo della vita tolto nel 2011 a chi prendeva più di 1450 euro mensili perché si sarebbe trattato di sborsare 18 miliardi di euro allora ciò significa che solo da questi pensionati lo Stato ha ricevuto un contributo straordinario di 18 miliardi di euro per risanare i conti. Solo da loro e solo per il mancato adeguamento. E tutto il resto? Quanto sono costate agli italiani le manovre finanziarie che si sono succedute da allora ad oggi?

Qualunque sia la cifra si può dire che grida vendetta l’esistenza di vitalizi che vengono corrisposti a consiglieri regionali o parlamentari con le vecchie regole ovvero senza limiti di età e per qualsiasi durata del loro incarico. I nostri legislatori hanno trovato il modo di stravolgere il sistema dei diritti acquisiti e le aspettative di decine di milioni di italiani, ma si sono trincerati dietro l’intoccabilità di privilegi assolutamente ingiustificati.

arrabbiati contro i vitaliziQuesta storia deve finire e per questo gli italiani dovrebbero scendere in piazza a protestare. Chi prende vitalizi non coperti da una giusta contribuzione è un parassita qualunque sia il suo partito. Ovviamente c’è differenza tra il deputato che è stato in carica venti anni e la sgargiante ragazza di 41 anni ex consigliera della Sardegna cui regaliamo oltre 5mila euro al mese per aver occupato per un breve periodo un seggio in Regione. Ed è pure vero che magari quel deputato è andato in pensione quando anche nel pubblico impiego bastavano 20 anni di servizio (o anche meno), ma insomma sempre di privilegi si tratta. Lo vogliamo dire chiaro e forte?

Sullo sfondo di questa saga tutta italiana dei parassiti che succhiano i soldi pubblici c’è, però, un problema oggettivo per il quale non ci sono soluzioni facili. Se la spesa pensionistica in rapporto al Pil già oggi è più elevata in Italia rispetto a tutti i paesi avanzati (Giappone incluso) cosa succederà con l’aumento dell’aspettativa di vita ovvero con la crescita del numero degli anziani?

peso pensioni passateIntanto bisogna dire che oggi chi lavora paga milioni di pensioni che vengono dal passato quando sistematicamente erano più alte dei contributi versati. Parliamo di tante pensioni: dai braccianti ai commercianti, dagli artigiani ai tanti privilegiati di fondi pensionistici di categorie ricche e potenti. Parliamo anche dei prepensionamenti con i quali sono state risolte crisi industriali e aziendali a iosa. Parliamo del pubblico impiego per il quale, per anni, non sono stati versati dal datore di lavoro (lo Stato) i contributi perché erano considerati una partita di giro e così oggi si traducono in debito pensionistico.

Già se depurassimo il capitolo pensioni da questi pesi del passato frutto della mediazione corporativa pagata a debito dai governi passati la situazione sarebbe diversa. Ma il problema di fondo resta legato al numero di anziani che nel futuro dovranno essere mantenuti dai lavoratori attivi.

Sì certo, ci sarebbe il sistema contributivo e l’integrazione dei fondi pensione. Ma questi ancora non sono a regime e, comunque, saranno sempre garantiti dallo Stato perché non vi può essere certezza che assicureranno rendimenti stabili per decenni.

decisioni sul futuroSoluzioni facili non ci sono. Se imponiamo alle persone di restare più a lungo al lavoro togliamo posto ai giovani ed esponiamo gli ultra 60enni al rischio di essere licenziati perché poco produttivi. Se gli permettiamo di andare in pensione prima ci saranno pochi soldi per pagare le pensioni che dovranno essere di molto inferiori a quelle attuali cioè, spesso, al livello di povertà.

Che fare?

Ci vorrebbe una classe dirigente in grado di studiare soluzioni nuove tipo un mix programmato di pensione e lavoro con percorsi riservati a chi ha superato i 60 anni. Ma c’è qualcuno al vertice che sta progettando il futuro?

Claudio Lombardi

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