Corruzione e truffa, il declino dell’Italia

Le cronache quotidiane dal pianeta Italia, pur ripetendosi con una certa monotonia, riescono a sorprenderci sempre. La corruzione, l’abuso, il furto di denaro pubblico, la violazione delle regole non mancano mai e i soggetti coinvolti ormai coprono tutto l’arco delle componenti della società: politica, amministrazione, imprese, semplici cittadini. Basta citare per titoli i casi delle ultime due-tre settimane: Sanremo (metà dei dipendenti del comune è assenteista e truffa lo Stato), Anas (una dirigente gestisce un giro di tangenti), regione Lombardia (il vice presidente del consiglio regionale arrestato con l’accusa di truffare la sanità), Inps ( truffa di alcuni funzionari per prendere i premi di produzione), appalti per il Giubileo a Roma, arresto del presidente di Rete Ferroviaria Italiana, Ospedale Israelitico di Roma (truffa del SSN con false prestazioni).

corruzione ItaliaTutti casi scoperti grazie alle indagini promosse dalla magistratura. I famosi anticorpi di cui ha parlato Cantone stanno (o si manifestano) quasi soltanto lì. Qualcuno ha mai sentito un politico denunciare qualche suo collega disonesto? No, tutti prendono le distanze dopo. E nelle amministrazioni chi è che si è accorto dei mille casi di corruzione e li ha denunciati? Omertà, scambio tra interessi, paura di subire ritorsioni. E gli imprenditori coinvolti in mille modi nelle spartizioni di finanziamenti e appalti truffaldini li vogliamo dimenticare?

I cittadini osservano, registrano, si adeguano oppure si indignano e protestano. Ma non possono non accorgersi che la disonestà paga sempre perché per un caso che scoprono ne esistono cento che sfuggono. E gli effetti si vedono nel tenore di vita e nella facilità di arrivare con le “scorciatoie” dove gli altri non arrivano. In pratica i disonesti arrivano prima e stanno meglio degli onesti. Il miglior terreno di coltura per una cultura dell’illegalità.

assalto al denaro pubblicoOvviamente c’è un bel pezzo d’Italia che cerca di vivere e lavorare con onestà e nella legalità e che sostiene col suo lavoro anche la parte peggiore e che subisce ciò che non riesce a cambiare. Il problema non è di singoli comportamenti devianti, ma di un sistema che ha il suo centro nei poteri pubblici. Politica, amministrazioni e aziende pubbliche sono il terreno di conquista che permette di mettere le mani sulla gestione delle entrate e delle spese per distribuire oneri e risorse su alcuni e non su altri. Privilegi, sprechi e ruberie dei singoli sono l’effetto di una conquista che è funzionale a precise scelte politiche che favoriscono sfacciatamente gruppi di interessi e forze sociali usando i poteri pubblici a questo scopo. Tutta la vicenda dell’evasione fiscale apparentemente un nodo inestricabile che nessun governo è mai riuscito a sciogliere diventa comprensibile solo se la si considera per quello che è: una scelta strategica e di sistema magari non proclamata come tale, ma realizzata di fatto con norme, direttive, apparati.

agenzia delle entratePrendiamo per esempio il caso dell’Agenzia delle Entrate una tecnostruttura che dovrebbe essere una delle punte di diamante per l’azione dello Stato e della quale si è molto parlato in questi giorni perché il sottosegretario di una forza politica minore (Zanetti dell’NCD) ha attaccato con inesplicabile durezza il direttore dell’Agenzia Rossella Orlandi. Senza entrare nel merito dei 500 o 600 dirigenti declassati a funzionari ciò che emerge è l’incredibile trascuratezza dei governi rispetto all’Agenzia che pure fu creata per svolgere meglio dei vecchi apparati ministeriali una funzione vitale per lo Stato, ma organizzata nello stesso modo e con le stesse regole. Come è noto si possono ottenere risultati sia con le azioni, sia non agendo e lasciando che le cose accadano quasi automaticamente.

alleanza burocrazia e politicaLa politica e le amministrazioni pubbliche sono oggi il problema. Le vicende del comune di Roma, pur obnubilate dalla telenovela delle dimissioni del sindaco e del divorzio tra Marino e il Pd, dicono chiaramente che lo sbando in cui è lasciata la città risponde all’intreccio di interessi che si sono coagulati nei decenni intorno alla spesa pubblica e al patrimonio degli enti locali (comune, provincia e regione) e delle aziende dei servizi. Garanzia di questi interessi anche criminali (non solo mafia capitale) è la disponibilità degli apparati comunali e delle aziende pubbliche ad assecondarli con azioni e omissioni che hanno bisogno della copertura istituzionale cioè politica.

Sotto accusa è un’intera classe dirigente non pochi malfattori. Nelle cronache giudiziarie colpiscono le cariche delle persone coinvolte: presidenti, manager ( di oggi la notizia che la Corte dei Conti mette sotto processo i vertici della Metro C di Roma per un danno erariale di 270 milioni di euro), dirigenti di amministrazioni pubbliche, esponenti politici (parlamentari, consiglieri regionali, assessori, sindaci, ministri, sottosegretari).

Ormai questa è la principale causa di arretratezza dell’Italia. O la si affronta o il declino è inevitabile

Claudio Lombardi

I nei della legge di stabilità: contante e Imu

Due misure della legge di stabilità hanno attirati i maggiori commenti: Imu sulla prima casa e limiti al contante.

Di imposte sulla casa si parla da tanto e il dibattito è diventato ormai logorante, ma alcuni punti sono chiari. Per gli economisti sembra assodato che le imposte sul patrimonio danneggino la crescita meno di quelle sui redditi. Poiché di entrate fiscali l’Italia ha bisogno e poiché il problema principale è quello della crescita l’imposta sulla prima casa non dovrebbe essere abolita.

imposte sulla casaC’è chi afferma (la vicesegretaria del PD Debora Serracchiani per esempio) che il problema è la mancanza di un catasto affidabile ed equo. Così, invece, di sistemare il catasto si preferisce abolire l’imposta. Strano ragionamento. Estendendolo si potrebbe considerare l’evasione fiscale che stravolge la progressività del sistema fiscale, causa sufficiente per sopprimere l’imposizione sui redditi.

Stupisce, inoltre, che, dopo un ventennio in cui tutti i partiti hanno esaltato l’autonomia dei comuni ed il ruolo dei sindaci, si tagli un’imposta che è particolarmente congeniale alla finanza municipale. Sarebbe, invece, meglio lasciare margini di autonomia alle amministrazioni locali, così un sindaco di sinistra potrebbe far pagare ai suoi concittadini un’imposta sugli immobili elevata in cambio di servizi, di asili e di un sistema di trasporti efficiente; un sindaco di destra potrebbe abolire l’IMU tagliando i mezzi pubblici e stabilendo che i suoi concittadini dovranno fare affidamento sul libero mercato per i servizi.

autonomia fiscale sindaciNon convince proprio il fatto che il governo indennizzerà i comuni per il mancato gettito dell’IMU perché in questo modo la finanza locale torna a vivere di trasferimenti statali proprio quando con l’elezione diretta dei sindaci dovrebbe essere esaltata la responsabilità verso i propri cittadini. Se aumenta la dipendenza dal governo centrale viene stravolto il vecchio, ma sempre valido, principio “no taxation without representation”. Che poi potrebbe anche valere al contrario “no representation without taxation”. Ovvero: è sbagliato caricare di responsabilità chi non ha autonomia finanziaria.

E’ discutibile anche la decisione del governo di innalzare il limite del contate a 3.000 euro.

Economisti di fama mondiale usano più di un metodo per stimare l’evasione fiscale, e tra questi vi è spesso un modellino che stima almeno in parte l’evasione fiscale sulla base della circolazione del contante.

pagamenti in contantiFra quelli che mettono in relazione l’uso del contante e l’evasione fiscale e quelli che sostengono il contrario portando gli esempi virtuosi dei paesi nordici e della Germania c’è un ampio ventaglio di posizioni.

Particolarmente sensibili al tema sono gli albergatori. Il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli sottolinea che in questi anni di crisi gli operatori del turismo ed il commercio nelle località di villeggiatura hanno tamponato i danni grazie ai clienti stranieri, che non scontando limiti nei loro paesi sono abituati a pagare tutto in contanti. Altri operatori del settore turistico sono più espliciti. Dicono che in questi anni hanno lavorato molto con clienti stranieri, in gran parte russi, che spendono molto, non sono neanche troppo sensibili al prezzo che pagano, ma non vogliono assolutamente che i loro pagamenti siano tracciati. Forse la legge di stabilità si rivolge a loro? E poi, sono tutti come i russi? Mah.

In ogni caso è abbastanza evidente che la correlazione tra inesistenza di limiti al contante e bassa evasione nei paesi nordici è assolutamente spuria. Infatti se si guarda non ai limiti legali, ma alla circolazione reale del contante risulta che l’Italia, insieme alla Grecia (e non certo la Germania!), sono i paesi dell’Europa occidentale in cui oltre l’80% delle transazioni viene regolato in contanti. Non sarà certo un caso che siano due paesi con un’evasione fiscale esplosiva.

evasione fiscaleC’è poi chi dice che la riduzione del limite all’utilizzo del contante, da quando esiste, non ha contenuto l’evasione fiscale. Affermazione non dimostrata. Infatti, nei periodi di crisi cresce la pressione sulle imprese e conseguentemente la propensione ad evadere. E’ quindi probabile che l’abbassamento della soglia per i pagamenti in contante stabilita dal governo Monti abbia contribuito a contenere l’evasione, ma non abbastanza per bilanciare i fattori che hanno giocato nel senso opposto.

È abbastanza evidente che l’abolizione dei limiti al contante avvantaggia chi vuole far perdere le tracce dei suoi maneggi di denaro sia per evadere il fisco che per attività illecite come lo spaccio di droga, la ricettazione, il riciclaggio di denaro sporco.

Insomma forse prima di togliere i limiti all’uso del contante dovremmo somigliare un po’ di più ai migliori esempi europei

Salvatore Sinagra

Un sussidio di disoccupazione europeo

Le elezioni in Polonia confermano l’esistenza di una vasta area di ostilità nei confronti dell’Europa. Che questo capiti in paesi come la stessa Polonia o come l’Ungheria che hanno tratto solo benefici dall’appartenenza all’Unione Europea è motivo di grande preoccupazione e deve spingere a rafforzare politiche europee che siano effettivamente più efficaci di quelle praticate fin ad oggi. Gli accordi intergovernativi o nelle istituzioni europee sono importanti, ma conquistare il consenso dei popoli lo è di più.

ammortizzatori socialiI temi dell’occupazione e quello speculare della disoccupazione sono quelli nei quali hanno nettamente prevalso le politiche nazionali e l’Europa è stata assente. Per questo assume una particolare rilevanza la proposta del ministro dell’economia Pier Carlo Padoan di istituire un meccanismo di assicurazione contro la disoccupazione nell’area euro (questo è riportato in un articolo pubblicato sul Financial Times).

Esistono vari motivi per sostenere la proposta di Padoan. Sul piano economico l’intervento si configurerebbe come uno stabilizzatore e renderebbe l’euro un po’ più simile alle altre grandi valute. Sul piano politico renderebbe l’euro e l’Unione Europea più popolari perché è meglio

prepararsi a fronteggiare insieme rischi troppo grandi per le piccole patrie europee.

disoccupazione europeaQuesta impostazione rischia però di essere respinta dalla politica e dall’opinione pubblica dei paesi con bassa disoccupazione come la Germania. È sempre forte il sospetto che si voglia far pagare ai tedeschi le non scelte dei paesi mediterranei che non hanno voluto fare le riforme affrontate dalla Germania negli anni passati.

Eppure anche un liberista doc come Zingales sostiene senza indugio l’assicurazione europea contro la disoccupazione e lo fa citando la teoria delle aree valutarie ottimali: diversi paesi possono condividere una valuta se hanno economie simili, se hanno una forza lavoro flessibile, sia in termini di salari che di disponibilità a spostarsi e se vi sono massicci trasferimenti fiscali. Le prime due condizioni nell’area euro non sono verificate, la terza può essere soddisfatta con interventi diversi, ma l’economista veneto afferma che il sussidio di disoccupazione europeo è quello più adatto alla situazione dell’eurozona, dove occorre tenere in piedi una valuta preservando gli Stati membri da shock asimmetrici e riguadagnando la fiducia dei cittadini. In sostanza l’assicurazione europea contro la disoccupazione eviterebbe un collasso dell’euro causato non dai mercati ma dalla rabbia dell’opinione pubblica.

sussidio di disoccupazione europeoIn realtà esistono diverse proposte di schema europeo contro la disoccupazione e soprattutto esiste l’esempio degli Stati Uniti, dove in caso di disoccupazione che superi la soglia del 5% in un singolo Stato scatta un programma cofinanziato al 50% dalla federazione. Addirittura il congresso può deliberare un programma straordinario rivolto a tutti gli Stati e finanziato dalla federazione ove ci si trovi a fronteggiare una crisi particolarmente acuta.

È plausibile che oggi in Europa un simile meccanismo potrebbe portare maggiori benefici al sud, ma la sua esistenza, in realtà, sarebbe una garanzia per tutti e un elemento di stabilizzazione economica e sociale.

La proposta di Padoan è una bella sorpresa, quasi un fulmine a ciel sereno in un dibattito abbastanza vuoto, quello dello scambio di non meglio precisate riforme per un paio di decimali di deficit, che riesce ad esser lontano sia dalla teoria economica che dal consenso di chi non è un esperto di economia. Peccato che la sinistra europea non abbia in questi anni pensato di impegnarsi con la proposta pragmatica del sussidio europeo perché, tutto sommato, sarebbe bastato mettere nel bilancio 2014-2020 della Commissione Europea qualche decina di miliardi di euro dedicati ai disoccupati per dare una risposta concreta alle tensioni sociali che possono sfociare nella rabbia antieuropea.

Salvatore Sinagra

Legittima difesa, come?

Una rabbia cattiva, feroce, violenta quella che tracima dai messaggi (audio e scritti) dopo l’imputazione per omicidio volontario del pensionato di Vaprio D’Adda che ha sparato ai ladri entrati in casa uccidendone uno. La dinamica dei fatti non è ancora chiara, ma certo non si può dubitare che Francesco Sicignano fosse all’interno della sua casa e che alcune persone siano entrate con lo scopo di rubare. eccesso legittima difesaLe indagini chiariranno quel che c’è da chiarire, ma, ovviamente, non potranno cambiare i ruoli di aggressore e aggredito. Chi sta a casa sua ha il sacrosanto diritto di difendersi e non si può considerare l’azione difensiva come se si svolgesse in campo aperto con la piena conoscenza della potenzialità offensiva dell’aggressore e con il tempo e la lucidità di calcolare una difesa proporzionata all’offesa.

La questione della legittima difesa da aggressioni all’interno delle abitazioni non può essere affrontata solo con l’asettica schematicità delle norme giuridiche. Il legislatore può e deve affermare il principio della proporzionalità tra aggressione e difesa, ma poi ci vuole un giudice per valutare le circostanze concrete nelle quali si sono svolti i fatti.

aggressioni in casaSarebbe sommamente ingiusto pretendere da persone non certo predisposte e allenate al combattimento sorprese nelle loro case una reazione adeguata, corretta e non eccessiva. L’eccesso di legittima difesa deve riguardare casi eclatanti nei quali si dimostra la piena consapevolezza dell’aggredito di star impiegando una forza esagerata rispetto al pericolo in cui effettivamente si trova. Caso esemplare è quello del ladro che fugge e che viene colpito alla schiena. Che si tratti di pistola, fucile, coltello, ferro da stiro, martello, pietra se si colpisce un ladro che fugge si ricade nell’eccesso di legittima difesa. Ma non si può sempre presumere l’eccesso quando è l’aggressore ad avere la peggio.

In ogni caso le indagini e i giudici esistono proprio per accertare i fatti e le responsabilità e quando un essere umano viene ucciso o ferito le indagini e i processi ci vogliono perché sono una garanzia per tutti. Anche per gli innocenti.

Ciò detto resta lo stupore per le reazioni ai fatti di Vaprio D’Adda. C’è chi ha detto che dentro casa sua è Dio. C’è chi ha affermato che i ladri vanno uccisi e i loro corpi fatti sparire. I toni sono questi. Una valanga di commenti nei quali si capisce chiaramente una cosa: l’ignoranza di cosa significhi vivere in una collettività. Quelle reazioni indicano che non si riconoscono regole e valori se non quelli dettati dal proprio interesse che, quando è violato, giustifica l’efferatezza criminale. Questa ignoranza è pericolosa perché esprime un’attitudine violenta che facilmente dalla difesa passa all’offesa. E non è detto che si manifesti solo quando ci si trova il ladro in casa.

certezza delle peneA chi governa, a chi fa applicare la legge incombe l’obbligo di fare il massimo per prevenire e per reprimere perché l’esasperazione di tante persone è motivata anche dalla sensazione di impunità per determinati reati. L’incertezza della pena e la sua leggerezza sono uno dei problemi più grandi. C’è un’inclinazione perdonista che contribuisce ad incattivire i cittadini che non si sentono difesi e non vedono una giustizia giusta e, quindi, pensano di doversi difendere da soli.

Su tutti pesa il dovere e la necessità di educare alla legalità e al rispetto dei valori umani e della vita innanzitutto. Inneggiare all’uccisione di un ladro è la cosa più scema che possa essere fatta

Claudio Lombardi

Legge di stabilità: l’equilibrio che manca

È indubbio che, per come è stata presentata e sul piano della dimensione, la manovra finanziaria del governo è in discontinuità rispetto ai quattro anni precedenti. Ma sul piano della distribuzione del carico fiscale, e su quello della crescita economica, la valutazione è meno ottimistica

abolizione ImuVi è un pregiudizio sfavorevole verso chi esprime dubbi sull’atteso impatto espansivo della legge di stabilità 2016. Ed esiste un secondo pregiudizio, altrettanto negativo, verso chi si interroga sugli effetti positivi dell’azzeramento delle imposte sulla prima casa, architrave, per le famiglie, dell’attuale manovra finanziaria del governo. Il fatto è che ogni azione di bilancio pubblico va valutata avendo due stelle polari come riferimento: l’impatto sulla crescita economica, da una parte, e la distribuzione e dunque l’equità del carico fiscale dall’altra. È l’ago della manovra posto tra questi due estremi che dà la misura di quanto un intervento di finanza pubblica privilegi l’uno o l’altro capo del binomio, oppure una loro combinazione economicamente e socialmente sostenibile.

Detto ciò, è indubbio che nei termini in cui è stata presentata, la manovra finanziaria è in discontinuità rispetto ai quattro anni precedenti. È una manovra di complessivi 27 miliardi, di cui 13 incideranno sull’aumento del deficit, da 1,4% al 2,2% del Pil. E potrebbe arrivare a 30 miliardi, se Bruxelles autorizzerà l’anticipo dei 3,2 miliardi della clausola migranti (da utilizzare per ridurre l’Ires già dal 2016). Ma se sul piano della dimensione è formalmente espansiva, su quello della distribuzione del carico fiscale, e dell’impatto complessivo determinato dall’intreccio tra il moltiplicatore dei saldi e la distribuzione del carico, la valutazione è meno ottimistica. Dunque, come valutare?

disuguaglianzaÈ una comune eredità dell’economia del benessere e della politica sociale l’opinione secondo cui entro i limiti del possibile in un mercato i punti di partenza degli individui debbano essere ravvicinati per evitare distorsioni nella disuguaglianza e per scongiurare avvitamenti verso il basso nella crescita economica. Già le recenti pagine di Thomas Piketty su crescita e disuguaglianza hanno contribuito a rilanciare, e chiarire, il ruolo della distribuzione della ricchezza nella crescita. Distribuzione della ricchezza e del reddito, aggiungiamo noi, che – per usare un’immagine di Luigi Einaudi – deve essere governata con equità distributiva attraverso l’abbassamento delle “punte” e l’innalzamento dal “basso”, affinché la produzione di ricchezza ne tragga complessivamente vantaggio. Un tema cioè, quello dell’equità, che coinvolge non solo quello della distribuzione e del contrasto alla povertà, ma anche il tema della crescita economica. Insomma, questioni cruciali che non rappresentano solo il punto di vista delle socialdemocrazie (“Noi non combattiamo la ricchezza, ma la povertà”), ma anche quello di una moderna visione liberale dell’economia e della società.

benefici legge di stabilitàAlla luce di queste considerazioni, quale valutazione possiamo dare dell’attuale legge di stabilità? Come accennato sopra il piatto forte è il taglio di Tasi e Imu sulla prima casa (pari a 3.700 milioni di euro). Certamente, sul piano mediatico, la percezione della riduzione del carico fiscale per le famiglie è immediata se paragonata ad altre forme di riduzione di imposta. Tuttavia, anche secondo la Banca d’Italia, l’eliminazione di Imu e Tasi “potrebbe avere effetti circoscritti sui consumi”, in quanto non contribuisce ad accrescere il reddito disponibile da cui dipendono i medesimi. Non solo. L’abolizione dell’Imu-Tasi sulla prima casa rende esente anche le abitazioni di grande valore e, dunque, i grandi patrimoni a cui afferiscono. Per evitare ciò, si sarebbe potuto valutare una rimodulazione dell’imposta sulla prima casa, che mantenendo la no tax-area per quelle meno pregiate (ed eventualmente i redditi più bassi), e rimodulando l’incidenza sugli immobili di medio valore, avesse lasciato inalterato il contributo “delle punte”.

L’imposta sulla casa è difatti una delle poche forme di imposta patrimoniale effettivamente applicate e ha una sua giustificazione economica molto forte in tema di corrispondenza con i benefici derivanti dalla fornitura dei servizi. È in questo modo che la fiscalità generale dovrebbe agire per spostare risorse verso i servizi universali, dalla sanità all’educazione, all’innovazione. A ciò si aggiunga che in Italia la propensione al risparmio delle famiglie si è fortemente ridotta negli ultimi venti anni (dal 21% al 13% del Pil) e che, quindi, il maggiore reddito disponibile potrebbe essere trasformato dal ceto medio in risparmio, vanificando gli effetti espansivi attesi sulla domanda, mentre quello dei ceti redditualmente più elevati potrebbe avere, come tradizionalmente accade, un impatto molto limitato sui consumi e di conseguenza sulla domanda aggregata.

luci e ombre finanziariaMa l’abolizione dell’imposta sulla prima casa (per un totale di 3 miliardi e 100 milioni) è accompagnata da altre luci e ombre. Si prenda il caso delle attività produttive. Abolire l’Imu sui terreni agricoli (400 milioni) e sugli imbullonati (500 milioni) significa alleggerire il carico fiscale sulle attività produttive e renderle relativamente più competitive. Similmente, effetti positivi sull’economia saranno determinati dalla possibilità per le imprese di portare fino al 140% l’ammortamento degli investimenti effettuati entro il 2016. Infine, l’ipotesi di riduzione dell’Ires al 2017, e se possibile già al 2016, accrescerebbe la redditività. Ma perché non vincolare questi risparmi a nuove forme d’investimento, magari rendendo fiscalmente più favorevoli quelli innovativi e ad alto contenuto tecnologico, per favorire non solo la creazione di ricchezza, ma anche per rilanciare la produttività del lavoro da cui dipende anche il salario?

occupazioneLo spostamento verso l’investimento di risorse della fiscalità potrebbe essere unito al bonus sull’occupazione, che per i contratti firmati entro il 2016 avrà una durata massima di due anni, e per una somma che scende dall’attuale tetto di 8.060 a 3.200 euro. Perché non prevedere che il beneficio fiscale sia ricondotto a forme di riqualificazione del lavoro e alla formazione continua, a spese innovative di processo e di prodotto o a investimenti qualificati? Negli ultimi venti anni in Italia si è assistito a un costante deterioramento della produttività e degli investimenti, alla caduta degli indici di progresso tecnologico, a una perdita di quote di valore aggiunto nel manifatturiero (e particolarmente nei comparti più tecnologicamente avanzati, come la meccanica, che rappresenta il cuore dell’industria italiana). Perché non tracciare già nel quadro complessivo delle spese e delle coperture della legge di stabilità l’impegno per le imprese ad ampliare la loro capacità produttiva e tecnologica, finanziando questa trasformazione attraverso quelle risorse fiscali che la manovra rende disponibili? La competitività internazionale, come il nostro recente mancato sviluppo economico ci insegna, non passa per il costo del lavoro e per la svalutazione interna, ma per la crescita della produttività.

crescita economicaTroppo lunga e dettagliata sarebbe l’analisi complessiva delle misure particolari previste nella manovra (tra cui spicca, per le perplessità che genera, l’innalzamento dell’utilizzo dei contanti fino alla soglia di 3.000 euro). Ma per dare un giudizio equilibrato non basta dire che l’azione economica sarà espansiva in quanto finanziata in deficit. Il sottofinanziamento di settori strategici come la scuola, l’università, la sanità, i deboli segnali sul tema della produttività (che riguarda il cuneo fiscale, ma non i dispositivi atti alla creazione di nuova produttività) lasciano dubbi sulla capacità della manovra di segnare un’inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti. Certamente, la ripresa economica, da cui dipende anche il rispetto degli impegni europei, deve essere sostenuta nell’immediato dall’effetto volano dei maggiori consumi e investimenti interni (anche necessari per compensare il motore internazionale della domanda mondiale attualmente in fase recessiva), ma deve essere principalmente spinta verso l’alto attraverso politiche attive (industriali, del lavoro) che mirino al rilancio stabile del progresso tecnologico e della conoscenza.

È un percorso lungo da avviare ora, senza ulteriori ritardi, per mantenere l’equilibrio dinamico tra crescita economica ed equità fiscale. Il rischio è che manovre finanziarie che non coniughino la crescita con la tassazione e la sua distribuzione, finiscano per ricadere negativamente sulla capacità produttiva del Paese e sulla sostenibilità dei suoi conti pubblici.

Giuseppe Travaglini tratto da www.rassegna.it

Roma: il problema del blocco sociale

La lotta per il cambiamento a Roma, proprio perché opera quanto mai ardua e complessa non può prescindere da un postulato: il rapporto di forze fra gli interessi che si vogliono promuovere e difendere, il bene pubblico e comune, e gli interessi che vi si oppongono. Che non sono solo quelli di quattro speculatori e malversatori per quanto estesi ed invasivi, ma di un sistema di potere articolato con una sua base di massa fatta di piccole e grandi corporazioni che attorno a quegli interessi si aggregano o vi convergono.

giunta MarinoÈ giusto dire che per condurre questa battaglia non bastano un sindaco e i suoi assessori, ma bisogna che intorno a loro ci siano persone per bene e, ancor più, persone che conoscono i pericoli e gli umori di una città complessa e piena di insidie. Rutelli esprime un concetto simile quando afferma la necessità non di un uomo solo al comando, ma di cento persone da mettere, se ho ben capito, nei gangli dell’articolato potere romano per smuovere e far muovere la macchina del governo della città nella direzione voluta. A me, che ho una certa età e certe memorie, è tornato in mente il postulato di Nenni durante il primo centrosinistra degli anni ’60 del secolo scorso: per cambiare il Paese, secondo il grande leader socialista, era decisivo entrare nella “stanza dei bottoni”, ovvero del governo e dei ministeri. Il che era vero, ma non esaustivo, perché se poi, fuori da quella stanza, non hai il sostegno attivo e partecipe non di qualche decina o centinaia di persone, ma quello popolare, incarnato in un blocco sociale e di interessi che ti sorreggono, magari anche criticamente e dialetticamente, ma che comunque fanno la tua stessa battaglia nel corpo sociale, non puoi farcela.

errori di MarinoInsomma Roma non si cambia se non si ricostruisce un tale blocco sociale popolare con una sua adeguata rappresentanza politica. Le buone intenzioni di Marino si sono infrante su questa mancanza. Il PD, bisognava saperlo, da tempo stava dall’”altra parte”. Bastava vedere come aveva fiaccamente e fintamente condotto la battaglia di opposizione alle giunte Alemanno. Poi, “Mafia capitale” ha scoperchiato il perché.

La giunta Marino non va a casa perché ha alzato il livello della competizione e ridotto quello dell’Intermediazione, perché ciò era del tutto doveroso e irrinunciabile. Va a casa perché a sostegno di quell’alzata, al netto degli errori che pure ha commesso, non solo non si è saldato un forte consenso popolare, bensì, al contrario, si è saldato nella città un blocco di opinione che ha messo insieme il cittadino comune vessato dal malfunzionamento quotidiano di Roma con gli interessi dei potentati che venivano colpiti o anche soltanto minacciati.

Non è questa, nella storia della sinistra, una novità, né una sorpresa. La sorpresa è la coazione a ripetere gli stessi errori. Ad accelerare questa saldatura hanno contribuito potentemente le impoliticità (chiamiamole così per carità di Patria) di Marino che a me, in tutta questa vicenda, più che un Lohengrin o anche soltanto un Don Chisciotte è apparso come Alice nel paese delle meraviglie.

cambiamento a RomaSe dunque si vuole ripartire per il cambiamento civile e progressista di Roma occorre ripartire da questa consapevolezza, ovvero dalla necessità imprescindibile di creare un rapporto di forze favorevole, una congruità fra il fine e i mezzi. E questa è una lezione che chi è intenzionato a non rimettere questa città nelle mani dei soliti noti, dovrebbe rapidamente introiettare, mettendosi alacremente all’opera con spirito unitario perché la questione non si risolve con una buona candidatura alle prossime elezioni, che pure sarà importante trovare, per quanto illuminata essa possa essere.

Se Marino è intenzionato a dare il suo contributo in questa direzione, invece di dimettersi poteva (e può ancora) riportare nell’assemblea capitolina i termini della crisi e del contendere. Perché è pur sempre meglio cadere su uno scontro politico piuttosto che su uno scontrino.

Aldo Pirone

Il sindaco Marino e il governo di Roma

Le persone che conosco e stimo si dividono fieramente tra coloro che hanno accolto con sollievo le dimissioni (annunciate) di Ignazio Marino, considerandolo incapace di governare Roma, e coloro che si sono indignati ritenendolo vittima dei “poteri forti”.

Personalmente ritengo che ci sia del vero in entrambe le posizioni: per un’ampia serie di motivi Marino era ormai da tempo privo dell’autorevolezza politica e personale necessaria per governare in modo ordinario una realtà complessa come la Capitale e ancor di più per dare effettivo seguito all’intendimento annunciato della rottura degli equilibri di potere consolidati, ma probabilmente l’annuncio di quell’intendimento ha contribuito a determinare il suo isolamento.

Marino primarieIn verità il sindaco chirurgo aveva vinto le primarie come espressione di una parte delle componenti del PD romano, che avranno pure avuto tanti meriti ma non potevano certo essere considerate estranee ai modelli di governo (e di opposizione) perseguiti negli anni precedenti. Né riesco a rinvenire nell’azione della giunta Marino, precedente alla emersione dei risultati dell’indagine Mafia Capitale, significativi esempi di rottura delle pratiche consociative o clientelari nè, tantomeno, la chiara individuazione di soluzioni di continuità sui versanti cruciali della gestione dei servizi pubblici o dello sviluppo urbano. La prima fase dell’azione di Marino e della sua giunta è stata sostanzialmente “ordinaria” con qualche scelta interessante ma, francamente, con pochi segnali di radicale innovazione.

Certamente, dopo il disvelamento da parte della magistratura inquirente del sistema di malversazioni e clientelismo, il Sindaco ha giustamente cercato di utilizzare la sua personale estraneità per accentuare in alcuni ambiti le scelte di rottura (il che gli ha certamente provocato inimicizie importanti) ma non credo si possa dire che sia stato capace di proporre e perseguire una diversa visione della città e del modo di governarla.

Marino dajeIl punto è che Marino nella fase della sua elezione, in quella del governo e infine nella caduta è stato soprattutto una “figura mediatica” (un esempio di storytelling) un po’ improvvisata e peggio gestita e non il rappresentante chiaro di un progetto politico definito.

Invece è proprio di un progetto politico che Roma avrebbe bisogno. Un progetto che parta dalla considerazione che se la città non si dota di un assetto funzionale adeguato (nella mobilità, nella gestione dei rifiuti, etc.) e di scelte strategiche coerenti per il suo sviluppo (urbanistico, produttivo, relazionale e turistico) è destinata a proseguire il declino più che decennale che la sta portando ai margini del sistema dei centri urbani europei e quindi all’impoverimento.

Ma un progetto di tal genere richiede un gran numero di decisioni rivolte a sostenere un interesse collettivo tanto diffuso quanto debolmente rappresentato contro una moltitudine di interessi particolari (in alcuni casi anche legittimi) tanto concentrati quanto fortemente capaci di farsi sentire.

progetto politico RomaPer affrontare una simile sfida ci sarebbe bisogno di una grande azione di coinvolgimento di energie e competenze, di risorse intellettuali capaci di elaborare le proposte e radicamenti sociali capaci di sostenerle. Parafrasando un grande poeta c’è bisogno di un buon timone (la ragione) per seguire la rotta e di una buona vela (la passione) per far avanzare la barca. Marino non mi ha mai dato l’impressione di saper utilizzare né l’uno né l’altra.

Se davvero ama questa città (o meglio se la amasse più di quanto non ami se stesso) e se davvero vuole combattere per evitare che ritorni in mano “alla mafia”, o più realisticamente a faccendieri, brasseur d’affaires, corporazioni e politici improvvisati che ne accelererebbero il declino, qualcosa può fare.

Mettere la sua esperienza ed il consenso di cui dispone a disposizione di un progetto radicalmente nuovo fatto da donne e uomini competenti e rappresentativi disposti a dichiarare prima cosa vogliono fare, quali interessi vogliono sostenere e quali colpire. Di un tale progetto è meglio essere utilmente parte anziché proporsi inutilmente come guida.

Daniele Fichera tratto da http://manrico.social/blog

La parabola del sindaco Marino

Con le sue dimissioni probabilmente il sindaco Marino concluderà anche la sua parabola politica. Difficile pensare che possa riciclarsi in qualche altro incarico o che possa dar vita ad un raggruppamento politico del quale essere il leader. Raramente è capitato veder dilapidare un patrimonio di credibilità e di fiducia con tanta leggerezza. Per il sindaco più importante, più esposto e più osservato d’Italia la prudenza era un obbligo dovuto, prima di tutto, ai romani che lo avevano votato. Se si mettono in fila le realizzazioni della Giunta Marino e lo sconvolgimento degli equilibri di potere che ha portato a Roma la prudenza doveva diventare un imperativo categorico. Così non è stato e perdere tutto per essere scivolato su una faccenda di trascurabile entità rivela l’inadeguatezza di una persona che ha voluto per sé un’identità fatta di ingenuità, purezza, lontananza dalle lusinghe del potere, ma non è stato capace di rispettarla fino in fondo. Inadeguatezza e solitudine visto che Marino ha pensato di fare il sindaco solo al comando senza costruirsi una rete di sostegno magari anche tra le associazioni dei cittadini.

fine giunta MarinoIl partito che lo ha fatto eleggere, il Pd, lo ha abbandonato quasi subito. Di cosa era questo partito negli ultimi anni a Roma tutto è stato detto dai commentatori e dagli analisti politici. Anche la magistratura ha avuto modo di dire la sua con le indagini su “mafia capitale”. Profondamente incistato nel sistema dei poteri romani il Pd non poteva immaginare che il “marziano” candidato a sindaco in extremis nel 2013 si sarebbe ribellato non eseguendo le direttive che i gruppi di controllo del partito romano pretendevano di imporre.

Eppure intorno a Marino si sono raccolte personalità di valore che sono riuscite a raggiungere risultati importanti lottando contro l’inimicizia di partiti e poteri forti. Più che un elenco puntuale basta mettere in risalto alcuni passaggi cruciali del lavoro di questi due anni e mezzo.

Uno dei primi atti fu la richiesta di una verifica contabile agli ispettori del Ministero delle finanze. Con quella verifica è stato messo in luce il disordine dei conti e la violazione di tante regole.

giunta MarinoMarino ha scoperto, denunciato e combattuto le spese clientelari del comune buttando all’aria un sistema di affarismo che gravava sulle casse del comune e che faceva pagare con la complicità dei responsabili politici e amministrativi prezzi assurdi per ogni tipo di fornitura.

Ha messo in dubbio la correttezza della gestione delle farmacie comunali, le uniche in perdita in tutta Italia. È stato Marino a voler mettere a disposizione della magistratura tutti i documenti grazie ai quali è stato più facile scoprire e indagare “Mafia Capitale”.

Altro passaggio cruciale è stata la chiusura della discarica di Malagrotta cioè uno dei cuori del sistema di potere romano al cui centro stava il business dei rifiuti e il suo “Re”, quell’avvocato Cerroni amico e finanziatore di tutti i partiti rappresentati nei precedenti consigli comunali. Ha imposto una nuova governance all’ACEA (dove incredibilmente la maggioranza delle azioni erano pubbliche ma i vertici e la maggioranza del CdA erano privati)

mafia capitaleSempre Marino ha voluto la ridefinizione dei termini contrattuali per la realizzazione della linea C introducendo il principio che i ritardi vanno a carico dell’impresa appaltante, come è in tutto il mondo civile, e imponendo un cambio del vertice. Ciò ha portato a mettere sotto i riflettori la più costosa opera pubblica italiana di questi anni e ha fatto esplodere lo scandalo dei prezzi di realizzazione gonfiati a dismisura nella connivenza delle precedenti amministrazioni comunali.

Marino si è scontrato con la potentissima lobby dei vigili urbani sia imponendo un vertice a loro sgradito, sia esigendo una rotazione degli incarichi, sia volendo colpire con sanzioni disciplinare l’assenteismo programmato e organizzato come fu per la notte di Capodanno 2015.

conferenze urbanistiche RomaMarino ha imposto la sostituzione dei vertici di AMA il cui AD è stato poi arrestato con Mafia Capitale e ha messo alle corde l’azienda denunciando le sue inefficienze e minacciando di mettere a gara il servizio togliendole l’affidamento diretto.

Marino con il suo assessore alla legalità il magistrato Sabella è entrato in conflitto con i gruppi malavitosi che controllavano il litorale di Ostia. Ha eliminato i camion bar dal centro storico e dai monumenti scontrandosi con la potente famiglia dei Tredicine monopolista delle licenze per le vendite in strada. Ha rimosso migliaia di cartelloni abusivi dalle strade.

Ha fatto approvare il bilancio di previsione a inizio anno e non alla fine o addirittura l’anno successivo come avveniva in precedenza in un quadro di trasparenza e di rispetto delle regole contabili.

errori di MarinoHa cancellato 20 milioni di potenziali metri cubi di cemento per 160 proposte di nuove urbanizzazioni che si sarebbero riversati su 2300 ettari di Agro romano.

Ha smesso di coprire la vergogna di un patrimonio del comune con centinaia di immobili “regalati” ad occupanti sprovvisti dei titoli per abitarle.

Ha avviato progetti di trasformazione urbana con la partecipazione dei cittadini (ex caserme di via Guido Reni).

HA effettuato conferenze urbanistiche in tutti i municipi per ascoltare il punto di vista dei cittadini.

A fronte di questo (sommario) elenco positivo ci sono stati atteggiamenti di improvvisazione e di leggerezza che hanno minato la credibilità del sindaco. Comunque vada a finire l’esperienza politica di Marino è destinata a concludersi. Resta ai romani l’amarezza di non aver trovato una persona capace di unire onestà, intelligenza, lungimiranza, leadership. Che la si trovi in futuro è dubbio.

Claudio Lombardi

Il sistema Italia che non funziona: l’aeroporto di Crotone

Quando si parla dei limiti del “sistema-Italia” meglio portare qualche esempio concreto. Uno, emblematico, ci è presentato in un articolo pubblicato da l’Espresso e firmato da Federica Bianchi. Si tratta del confronto tra Rzeszów e Crotone, due città che hanno ricevuto finanziamenti dalla Ue per i loro aeroporti con effetti completamente diversi: sviluppo in un caso, fallimento nell’altro.

Ma vediamo come viene ripercorsa la vicenda nell’articolo.

confronto Polonia CalabriaInnanzitutto si tratta di due città che condividono un passato di profonda miseria che le ha spopolate, rendendole aeree di emigrazione verso il più ricco nord, gli Usa e l’Inghilterra. Anche le regioni nelle quali si trovano sono caratterizzate da una diffusa arretratezza. Si tratta di regioni, comunque, che hanno potenzialità turistiche, sia pure con un oggettivo vantaggio per la più assolata Calabria che ha il vantaggio del clima e del mare fra i più belli d’Italia. Entrambe le città hanno puntato sullo sviluppo di un loro aeroporto pur essendocene altri in ambito regionale. Le somiglianze terminano qui.

Lo sviluppo, purtroppo, sta da una sola parte, quella polacca. Rzeszów ha attuato, negli ultimi quindici anni, un programma di rinascita sfruttando ogni centesimo messo a disposizione dall’Unione europea.

Ma cosa sarà mai successo di speciale a Rzeszów? Bè tanto per cominciare il comune ha 30 persone formate dal governo centrale che si dedicano solo a seguire le pratiche di Bruxelles cioè fondi e progetti. Gli investimenti sono saliti del 60 per cento dal 2004 al 2015 e la maggior parte sono stati in infrastrutture, salute pubblica, cultura e turismo. Primo effetto: la crescita della popolazione da 140mila a 180mila abitanti e la conquista del terzo posto fra le città più vivibili della Polonia. In pratica, nel giro di un decennio, il bilancio cittadino è passato da 85 a 318 milioni di euro, il tasso di disoccupazione è sceso al 6,5 per cento e il numero degli studenti per abitante è il più alto dell’intera Unione europea.

impegno per lo sviluppoE quale sarà mai il segreto del successo? L’attenzione per chi ha scelto di impiantare attività industriali con l’apertura di una “zona economica speciale” e con investimenti nella qualità della vita (servizi in primo luogo) e nell’ istruzione. Effetto? Partiti con 15 aziende ora sono oltre 150 quelle che operano nel territorio.

E a Crotone che è successo nel frattempo? Crotone ha dedicato gli ultimi 20 anni a inseguire alternativamente il sogno industriale perduto e un mosaico di interessi locali. In assoluta coerenza con una regione, la Calabria, che a fine dicembre dovrà restituire oltre 600 milioni di euro comunitari che non è riuscita a spendere nei tempi dovuti. Il comune si vanta di aver effettuato lavori di riqualificazione del centro storico. Già, peccato che i fondi messi a disposizione non sono stati spesi che in parte. Il problema? Semplice quanto banale: ritardi nell’erogazione dei fondi e complicazioni giudiziarie con ricorsi ai Tar che interrompono i lavori ed anche li riaffidano ad una ditta diversa da quella che li ha iniziati. E si sa, quando i soldi dell’UE non vengono utilizzati per tempo devono essere restituiti e si perdono. Però non di soli lavori stradali si vive e, soprattutto, questi non costituiscono una vera una strategia di sviluppo del territorio. Dove stanno i piani strategici ? Insomma che altro si può fare oltre a riparare e costruire le strade? Nebbia.

immobilismo sistema ItaliaEd eccoci al caso dell’aeroporto. L’idea era quella di creare il terzo scalo di una regione con solo 2 milioni di persone. E così è stato. Peccato che dal 15 aprile scorso l’aeroporto è ufficialmente fallito e che gli azionisti pubblici (Camera di Commercio, Provincia, Regione, comune di Crotone) l’abbiano abbandonato. E i finanziamenti europei (ben 31 milioni di euro)? Tra il 2000 e il 2013 sono riusciti a spendere solo 4,7 per l’ammodernamento dell’aerostazione tra burocrazia e assenza di idee chiare (niente allungamento della pista di decollo e niente pensilina per la pioggia). Per farsi un’idea della situazione nell’articolo si riporta un brano di una mail scritta a l’Espresso dai revisori dei conti europei che la descrivono in questi termini: «Nel caso di Crotone non abbiamo visto nessun piano a lungo termine, nessuna analisi del bacino di utenza o previsioni sostenibili; nessuna evidenza di un impatto positivo sull’economia regionale ma solo un aeroporto incapace di sostenersi da solo e bisognoso di interventi continui». Praticamente una sentenza di condanna della classe dirigente regionale e locale.

obiettivi centratiNella lontana Polonia invece …. Come c’era da aspettarsi a Rzeszów accade esattamente il contrario. In circa 10 anni l’aeroporto investe 18,6 milioni di fondi Ue e cambia volto. Le due piste si preparano ad ospitare un volo intercontinentale. Lufthansa vi atterra tre volte al giorno da Francoforte con carichi di parenti e amici in visita e manager di ritorno da un viaggio di affari. Era un aeroporto di paese. Oggi è a quota 600 mila passeggeri e se arriverà nel giro di 5 anni a 800mila potrà addirittura vantare un bilancio in pareggio al netto degli ammortamenti per circa 30 milioni di euro di investimenti.

Conclusione. Un caso forse piccolo, ma emblematico, di un’inadeguatezza strutturale dell’Italia che nessun surplus di finanziamenti, nessuno sforamento di deficit potrà superare. Meglio dirsi la verità e non prendersi in giro

Claudio Lombardi

Riforma della Rai: una tv di governo

Diciamo le cose come stanno. La politica è anche lotta e gestione del potere che, nei sistemi democratici, conta molto sulla comunicazione cioè sulla capacità di trasmettere informazioni, contenuti e senso all’opinione pubblica precondizione per acquisirne il consenso senza il quale non si governano società complesse. Tutto ciò è ormai tanto assodato che quasi non si osservano più le manovre sul fronte dell’informazione e dei media che la veicolano.

controllo della tvAnche nell’epoca di internet controllare un quotidiano a larga diffusione con relativi siti internet ed edizioni online è molto importante. Lo stesso dicasi per il controllo di una o più reti Tv le quali pure hanno le loro brave proiezioni su internet.

Ovviamente per farlo è fondamentale disporre di grandi capitali specie se si tratta di reti Tv a diffusione nazionale, presenti dovunque e capaci di mantenere una programmazione che spazia dall’informazione all’intrattenimento in tutte le fasce orarie. In quasi tutti i paesi, però, esiste un’alternativa già pronta che si chiama Tv pubblica o di servizio pubblico. I capitali ce li mettono tutti gli utenti che pagano di tasca loro via canone o via imposizione fiscale. In Italia c’è la Rai e, per conquistarne il controllo, basta raggiungere la maggioranza dei voti e il gioco è fatto. Seggi in Parlamento, governo e, come bonus, il controllo della Rai. Così è da molti anni e la riforma in discussione alla Camera non smentisce questo caposaldo del sistema italiano.

pluralismo informazioneOddio a rigore non dovrebbe essere così. Nel corso degli anni si sono succedute sentenze della Corte Costituzionale e atti di indirizzo dell’Unione Europea che hanno affermato principi diversi, ma le leggi approvate per disciplinare il sistema televisivo hanno sempre fatto finta di non capire. Quando c’è di mezzo il potere si va per le spicce e non si sceglie per il meglio

Oggi siamo all’ultimo atto di una riforma della Rai che non riforma nulla perché ribadisce l’assetto della governance che resta saldamente nelle mani della politica. Gli unici cambiamenti vanno in direzione di un’assoluta preminenza del governo nelle nomine che prima era mediata dall’esigenza di accontentare tutti i partiti. Dunque un bel CdA e un Amministratore delegato tutti derivanti da scelte della maggioranza al governo. L’unica novità sarà la presenza nel CdA di un rappresentante dei dipendenti che in questo schema avrà l’unica funzione di una mediazione corporativa.

rai governativaCon questa riforma la tv pubblica pagata dai cittadini (ben più di oggi visto che si vuole, giustamente, combattere l’evasione del canone) non potrà che essere un’azienda che risponderà al proprio committente politico, la maggioranza di governo. Il cerchio, dunque, si può chiudere all’insegna di un’aziendalizzazione che certo non potrà fare male all’azienda Rai così mal gestita fino ad oggi, ma che non potrà prescindere dai suoi referenti politici.

Il punto è come mai tutto ciò sta passando senza riscuotere l’interesse dell’opinione pubblica. Che la Rai pagata dai cittadini diventi la Tv del governo non colpisce che pochi osservatori. Forse si accetta con fatalismo che chi comanda faccia quello che vuole. Forse si spera che i vertici aziendali comunque impongano la loro impronta manageriale. Forse non si sa più che ci sta a fare un servizio pubblico radiotelevisivo nell’epoca delle tv on demand digitali o satellitari. O forse ci si illude che una Rai governativa nell’epoca di internet non conti più molto.

Esistono mille ragioni per imboccare una via diversa da quella che il Parlamento si accinge a prendere, ma il governo vuole realizzare il suo progetto e basta. Eppure alcuni hanno indicato una strada diversa fra cui Art21 e MoveOn con le loro proposte di ampliare la governance del servizio pubblico basando una più forte managerialità aziendale sulla liberazione dal controllo dei partiti. Niente da fare, queste proposte non sono nemmeno state prese in considerazione. Si sa, al cuore non si comanda e il potere è una passione che non accetta consigli. Vuol dire che gli italiani, prima o poi, giudicheranno dai risultati.

Claudio Lombardi

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