Cosa ci chiede il referendum del 17 aprile

Da dove viene il referendum?

Domenica 17 aprile si terrà il cosiddetto “referendum sulle trivelle”, termine evocativo quanto inesatto, ma utile per il dibattito nell’agone politico. Il risultato è molto probabilmente già scritto, con un’affluenza insufficiente a raggiungere il quorum del 50 per cento degli aventi diritto, che renderà inutile lo sforzo dei cittadini e delle compagini politiche che invece andranno a votare per il “sì”. Interessa però notare che si tratta del primo referendum nella storia del nostro paese a essere stato ottenuto dalle regioni.

raccolta firme referendumTutto inizia nel settembre 2015, quando Pippo Civati e il suo movimento Possibile cercano senza successo di raccogliere le 500mila firme necessarie per chiedere otto referendum popolari su una serie di questioni piuttosto eterogenee. Fra queste ce n’è una legata al tema connesso alle operazioni di trivellazione ed estrazione di idrocarburi dal fondale marino. Alcune norme, approvate prima dal governo Monti (Decreto Sviluppo, Art. 35
Disposizioni in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi) e poi dal governo Renzi (Sblocca Italia, gli articoli 36, 36-bis e 38 hanno introdotto misure volte a dare implementazione agli obiettivi prefissati dal documento di Strategia Energetica Nazionale (SEN) tra cui il c.d. titolo concessorio unico per le attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi) , avevano infatti reso meno complesso ottenere i permessi per esplorazione ed eventuale sfruttamento di giacimenti di idrocarburi offshore, aumentando il numero di anni di durata delle concessioni – sia di esplorazione che di sfruttamento – e rendendo possibili anche operazioni a meno di 12 miglia dalla costa.

Poche settimane dopo il fallito tentativo di Civati, dieci consigli regionali (Abruzzo, Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) promuovono sei quesiti referendari sulla ricerca e l’estrazione degli idrocarburi in Italia. L’Abruzzo si ritira successivamente dalla lista dei promotori.

referendum contro le trivelleA dicembre dello scorso anno il governo propone alcune modifiche alla legge di stabilità sugli stessi temi affrontati dai quesiti referendari. Per questa ragione, la Cassazione ne dichiara ammissibile solo uno, perché gli altri cinque – secondo la Corte – erano stati già recepiti dalla legge di stabilità. Il governo torna quindi sui suoi passi restituendo alle regioni gran parte della potestà su queste questioni.

Le Regioni hanno dunque già vinto il confronto con lo Stato centrale, vedendosi riconosciuti diritti che avevano perso con il decreto “sblocca Italia”. Ma anche la Corte costituzionale, cui spetta una seconda pronuncia sull’ammissibilità dei referendum, ha ritenuto che la legge di stabilità non depotenziasse tutti i quesiti, tenendone in piedi uno. Quello su cui si andrà a votare.

Cosa chiede il referendum?

La questione è molto tecnica e si ha l’impressione che non tutti gli elettori vadano a votare con un adeguato grado di preparazione. Il dibattito politico – ma non è una novità – non aiuta quando usa strumentalmente il referendum per esporre tesi, o sostenere posizioni, che hanno a che fare più con la stabilità del governo che con il tema vero e proprio.
referendum 17 aprileGli elettori dovranno decidere se i permessi per estrarre idrocarburi in mare entro 12 miglia dalla costa (poco più di 22 chilometri da terra) debbano durare solo fino al termine della concessione. Oggi la legge prevede infatti che le concessioni abbiano una durata iniziale di trenta anni, prorogabili una prima volta per altri dieci, una seconda volta per cinque e una terza volta per altri cinque; al termine della concessione le aziende possono chiedere la proroga fino all’esaurimento del giacimento.

Solo le 21 delle 69 concessioni estrattive marine oggi operative che si trovano entro il limite di 12 miglia sono interessate al referendum: 7 in Sicilia e altrettante nel mar Ionio, 4 nell’Adriatico centrale e 3 in quello settentrionale. Le prime concessioni che scadranno sono ovviamente quelle degli impianti più vecchi, costruiti negli anni Settanta.
In pratica, se il referendum dovesse passare, quelle 21 piattaforme verranno smantellate una volta scaduta la concessione, senza poter sfruttare completamente il gas o il petrolio nascosti sotto i fondali. In caso contrario, non cambierà nulla.

E dunque?

il punto sul referendumProviamo a mettere ordine cominciando dal nome: referendum no-triv. Le trivelle perforano, le piattaforme estraggono. Dove iniziano le prime finiscono le seconde. Il nome no-triv non rispecchia il contenuto del referendum, come non aiuta la comprensione e la consapevolezza su tutto quello che è connesso a produzione ed esplorazione.

Anzitutto un numero: il contributo al fabbisogno italiano di idrocarburi (2015) è pari al 9,4 per cento per il petrolio e al 10,2 per cento per il gas. Disporre di queste risorse comporta una riduzione della “bolletta energetica” per un valore di circa 3,2 miliardi di euro.
Il punto centrale allora è se esiste un interesse del paese a sfruttare le pur non enormi riserve di idrocarburi presenti. Diciamo che non esistono paesi che, avendo fonti energetiche da sfruttare, decidano di dipendere al 100 per cento dalle importazioni. Per quanto riguarda quindi gli investimenti già fatti (o fatti in gran parte) sembra ovvio poter continuare a utilizzare le strutture esistenti e sfruttare i pozzi fino in fondo.

Sulle nuove esplorazioni (onshoreoffshore, petrolio o gas, entro o oltre le 12 miglia) invece è tutt’altra storia, ma il referendum del 17 aprile non verte su questo tema.

Marzio Galeotti e Alessandro Lanza tratto da www.lavoce.info

L’irrilevanza del referendum del 17 aprile

Viviamo in un mondo costruito intorno alla generazione di energia tramite combustione di idrocarburi. La cosa non è più sostenibile per tutta una serie di considerazioni; non ultima, l’esaurimento delle risorse disponibili nei giacimenti. Industria, trasporti, riscaldamento, oltre alla generazione d’energia, dipendono in modo altrettanto massiccio dagli idrocarburi. Si tratta di cambiare alla radice l’intero mondo che conosciamo, modificando anche i nostri stili di vita. Dobbiamo passare a un modello di sviluppo che ancora non abbiamo definito bene nei dettagli, perché ci mancano perfino alcune conoscenze tecniche e scientifiche indispensabili. E dobbiamo farlo assolutamente per gradi, perché i traumi e le crisi possono sconvolgere i nostri equilibri.

gas metanoChiudere adesso i rubinetti del gas metano perché è un idrocarburo e quella parola evoca immagini di pellicani ricoperti di petrolio, è semplicemente una fesseria ideologica e propagandistica.
Ma meno male che esiste il gas metano; che ci permetterà di passare gradualmente dal petrolio ad altre fonti pochissimo inquinanti senza spendere una follia e senza rovinare l’ambiente!
E, per essere chiari: per parecchi decenni sarà ancora indispensabile anche il petrolio. Anche nell’ambito di una strategia decisa e convinta per abbandonarlo. Inutile farsi illusioni miracolistiche. Pensate solo a quanto tempo occorrerebbe per convertire i riscaldamenti domestici di una sola grande città, dal gasolio e dal metano a un eventuale sistema elettrico (dal rendimento inferiore, ma già oggi tecnicamente possibile). E poi al momento, le fonti energetiche alternative non sono in grado di fare funzionare i trasporti: né su gomma, né su rotaia, né via mare, e tanto meno per via aerea. Persino i treni, per essere efficaci ed efficienti, possono funzionare solo ad alta tensione fornita da grosse centrali (e con che cosa le facciamo funzionare, le centrali?); le navi possono teoricamente andare a vela che, per quanto avanzata la possiamo immaginare, imporrebbe una drastica riduzione delle velocità commerciali e della capacità di carico (e addio celle frigorifere…). Insomma, fare campagna oggi contro il petrolio per ottenerne una forte e immediata riduzione produttiva e di utilizzo significa semplicemente ridurre la disponibilità di energia del paese. Né più, né meno.

energie alternativeMa farla contro il gas metano non significa solo ridurre la disponibilità di energia del paese: significa anche allontanare o rendere impossibile la transizione dagli idrocarburi alle fonti energetiche meno inquinanti; transizione che non può fare a meno del metano.
Ora, vorrei che fosse chiaro: senza energia nucleare, senza carbone e senza metano, l’esaurimento degli idrocarburi liquidi o solidi o la rinuncia al loro utilizzo farebbe ripiombare la disponibilità energetica mondiale ai livelli del XVIII secolo; ma con una popolazione moltiplicatasi molte volte. Torneremmo ai mulini ad acqua e a vento con la tecnologia di allora. Utilizzeremmo quantitativi spropositati di legname, depauperando ulteriormente le foreste. Ci ridurremmo a un’economia a km. 0 obbligata e le popolazioni di intere regioni morirebbero di fame. Sarebbe un salasso mostruoso per l’umanità. Questo per fare gli ambientalisti duri e puri ovviamente.

petrolio riduzione consumiDunque avremo bisogno di più metano – e non di meno metano – per compensare la riduzione del petrolio che ci siamo opportunamente imposta e per soddisfare il fabbisogno energetico con una soluzione pro-tempore durante la fase di crescita delle fonti energetiche rinnovabili. Questo perché il metano è parecchio meno inquinante del petrolio ed è molto facile da usare. Tagliare anche il metano e già da subito (che poi è ciò che auspicano i promotori del referendum sia pure dilazionato nell’arco di un decennio) mi sembra assolutamente folle.

Anche perché non è che le fonti rinnovabili siano esenti da problemi: l’idroelettrico è devastante per l’ambiente (operazioni di sterro e sbancamento per la costruzione della diga, con possibile emersione di amianto e rovina paesaggistica; sommersione di intere vallate e mutamenti del microclima locale con l’invaso); l’eolico è fortemente avversato perché rovina il paesaggio; il solare è molto costoso, sottrae superficie alle terre emerse e la produzione dei pannelli fotovoltaici produce scarti inquinanti.

Perciò certe uscite estemporanee come l’attuale referendum mi sembrano assolutamente velleitarie e – al più – propagandistiche. Come, d’altra parte, taluni dei promotori più onesti ammettono (“Il referendum vuole essere un segnale“). A me i segnali stanno bene; quando non coinvolgono l’economia del paese e qualche migliaio di posti di lavoro

referendum 17 aprileNon si tratta di promuovere o contrastare il ricorso alle fonti energetiche alternative, visto che sarà comunque obbligatorio, che lo vogliamo o no. Si tratta di discutere del modo per arrivarci. E in quest’ambito, si tratta di discutere del referendum al quale siamo chiamati a dare una risposta e del suo reale significato. Che non è “volete il ricorso alle fonti energetiche alternative o volete impiastricciarvi di petrolio da qui all’eternità?”, ma più semplicemente “volete che l’estrazione di gas e petrolio dai giacimenti marini entro le 12 miglia dalla costa prosegua fino ad esaurimento o volete interromperla prima?”.

Che le fonti fossili debbano essere abbandonate in un futuro che non possiamo adesso definire è inevitabile, ma ciò implica una transizione che questo referendum non aiuta a compiere

Pino Modola

Perché votare SI il 17 aprile

Fra qualche settimana si voterà per abrogare la frase contenuta nella legge di stabilità 2016 “per la durata di vita utile del giacimento” concernente la rimozione delle trivelle già esistenti entro le 12 miglia marine dalla costa. Su questo semplice quesito esiste un mare di malintesi e di forzature politiche. Tentiamo di capire perché invece è importante andare a votare rimanendo sui fatti:

referendum

  • Perché votare è sempre utile alla Democrazia. Il referendum sarà reso nullo solo se non andrà a votare oltre la metà degli elettori aventi diritto segnando, come in altri casi in passato, una brutta pagina per la partecipazione democratica. Comunque i costi per la giornata elettorale saranno elevati a priori se saranno in tanti o in pochi i cittadini che eserciteranno il proprio diritto al voto. Dunque è utile andare a votare proprio per non far sprecare finanze pubbliche inutilmente e perdere una occasione per contare, visto che il referendum è stato già indetto e si svolgerà comunque.
  • Perché i proponenti non provengono da una sola parte politica. A differenza di molti altri referendum del passato non è una unica forza politica che ha promosso tale referendum, ma ben 9 Regioni italiane (Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto) del nord e del sud, sia governate da una maggioranza di destra che di sinistra. Ciò è esplicitamente previsto dall’articolo 75 della Costituzione che permette ad almeno cinque Consigli regionali di richiedere un referendum abrogativo proprio per tutelare la funzione di rappresentanza di prossimità dei cittadini attribuito a queste istituzioni locali. Dunque per sua stessa natura il referendum non può essere letto come un’arma di una parte politica contro un’altra.

referendum contro le trivelle

  • Perché il referendum non è contro il governo. La legge che vieta la costruzione di nuove trivelle entro le 12 miglia marine dalla costa è stata introdotta dal governo in carica con l’approvazione dell’ultima legge di stabilità. Questa norma non è messa in discussione in alcun modo. La questione posta anche dal governo riguarda solo il quando e il come smaltire le vecchie trivelle “indesiderate” già esistenti nelle prime 12 miglia.
  • Perché il SI è la logica conseguenza della legge. Se il governo giustamente ha deciso che non si possano installare nuove trivelle a ridosso della costa, logica impone di smantellare quelle esistenti il prima possibile, tutelando gli interessi privati acquisiti tramite concessioni pubbliche. Dunque non ha senso mantenere le trivelle lì “vita natural durante” (8 sono già considerate improduttive ma non è stata ancora avviata nessuna procedura per la loro rimozione). Viceversa nel caso di vittoria del SI il loro smaltimento avverrebbe al termine naturale della concessione, ossia mediamente tra oltre dieci anni.

economia sostenibile

  • Perché gli effetti del SI sono sostenibili e innovativi. Delle 69 concessioni totali per la ricerca e l’estrazione degli idrocarburi presenti in Italia, solo 26 sono attualmente operative entro 12 miglia dalla costa e dunque interessate dal quesito referendario. Se vincesse il SI queste verrebbero smaltite alla scadenza prevista dalle concessioni, avendo tutto il tempo necessario per pianificare il loro legale ricollocamento oltre le 12 miglia e la riconversione del personale coinvolto. Diversamente senza una data certa la ripianificazione di queste risorse potrebbe diventare oggetto di diversi interessi. E’ evidente che una volta chiuse nessun soggetto esterno potrebbe usufruire dei relativi eventuali giacimenti, ricadendo questi nelle acque territoriali con esplicito divieto di nuove trivelle. Inoltre la vittoria del SI sarebbe interpretata come una chiara espressione della volontà popolare a sostegno dell’impegno del governo a supporto della ricerca di innovative tecnologie per la reale riconversione delle politiche energetiche nazionali verso uno sviluppo sostenibile.

Sono solo 5 semplici ragioni per andare a votare SI al Referendum. Se ne potrebbero citare altre, anche di una certa rilevanza, ma si correrebbe il rischio di travisare il significato del voto di domenica 17 aprile. Invece è importante ricordare ad ogni cittadino che occorrono solo 5 minuti per esercitare un proprio diritto costituzionale pronunciandosi unicamente su un quesito referendario specifico. Perché SI, la Democrazia è partecipazione.

Paolo Acunzo

 

La difficile comprensione del terrorismo

Il terrorismo ha sempre suscitato grandi dibattiti sia sulle cause che sui possibili rimedi. Ora abbiamo a che fare con quello islamista dell’Is, ma il terrorismo come metodo di lotta politica non nasce in questi ultimi anni ed è stato usato con varie connotazioni di destra, di sinistra, anticomunista, anticapitalista, mafiosa, a sostegno della causa palestinese o di quella ebraica, nazionalista. A noi italiani è toccato di conoscerlo in diverse versioni in vari momenti della nostra storia degli ultimi 45 anni, ma quello dell’Is è molto diverso dai casi del passato e, dunque, bisogna guardarlo più in profondità per capire come prevenirlo e difendersi.

guerre in Medio OrienteInnanzitutto è ormai assodato che il terrorismo dell’Is nasce nell’ambito dello scontro che oppone fazioni religiose, stati, gruppi dirigenti nel mondo che si riconosce nella religione musulmana. Non si tratta, quindi, di una guerra tra Islam e Occidente; né, tantomeno, deriva da una qualche aggressione degli Usa o dell’Europa verso i paesi musulmani. Certo, vi sono state le guerre sciagurate per abbattere Saddam Hussein e Gheddafi che hanno precipitato enormi territori nel caos, ma quei dittatori erano laici e non capi religiosi. Né la volontà di controllare i pozzi di petrolio da parte dell’Occidente può spiegare la nascita dell’Islamismo radicale e del terrorismo come reazione contro lo sfruttamento dell’unica ricchezza di quei territori dato che il controllo è stato (ed è) esercitato da governi e monarchie autoctoni (e tra l’altro l’Is svende il petrolio).

Al contrario, nel passato gli Usa e i loro alleati hanno incoraggiato e sostenuto con soldi e armi la nascita di gruppi radicali per indirizzarli contro l’Urss in Afghanistan e poi contro Assad in Siria. È stata tollerata l’aperta azione di Turchia e Arabia Saudita a favore dell’Is e si è consentito che quest’ultima prendesse il controllo di buona parte delle moschee europee diffondendo una versione retrograda e bellicosa dell’Islam che si contrappone ai valori e alla società occidentali. Altro bisognerebbe dire specie sul versante dei rapporti Arabia Saudita Usa, ma non è questa la sede. In definitiva, se di colpe dell’Occidente si vuole parlare, si tratta più di favoreggiamento e istigazione all’islamismo radicale che non di guerra nei suoi confronti.

guerra in SiriaIl problema è che la guerra “civile” nel mondo arabo (guerra vera con molte centinaia di migliaia di vittime dall’Algeria allo Yemen) è diventata un polo di attrazione per i musulmani nel mondo che ha trasformato la loro religione in un’identità e un’ideologia che supera e dimentica le divisioni in nome delle quali si sta svolgendo lo scontro in Medio Oriente. Ciò che resta e che emerge per chi vive qui è la proposta di una contrapposizione radicale agli stili di vita, ai valori e all’assetto sociale delle società europee. Una contrapposizione incoerente che sa di rivalsa se si guarda alla storia dei giovani autori delle stragi di Parigi e Bruxelles o anche ai profili degli attentatori suicidi diffusi dalla propaganda dell’Is. Nessuno di questi giovani, infatti, deriva le sue convinzioni dallo studio, dalla pratica religiosa e da uno stile di vita integralista. Tutti sembrano cercare una propria affermazione che sfocia nel culto della morte eroica passando per una fase di violenta sopraffazione che li eleva al di sopra della gente comune. L’Is in sostanza ha dato a questi giovani una motivazione per vivere e per morire. Ma anche questa non è una novità nella storia: l’idea della “bella morte”, il culto per una gioventù che si consuma in battaglie feroci e l’eroismo che fa sacrificio della propria vita ricorrono in tutte le epoche.

terrorismo islamistaE tuttavia deve preoccupare che pochi terroristi abbiano potuto muoversi in ambienti a loro affini per culto e per origini anche se lontanissimi dalle loro azioni concrete senza esserne respinti. L’ostilità verso le istituzioni degli stati dei quali molti musulmani sono ospiti e cittadini è un problema a sé stante che deve essere affrontato soprattutto sul piano culturale conquistando ai valori e alle regole di convivenza europee anche quelli che vi si oppongono contro il loro stesso interesse bisogna dire perché, per quanto siano perfettibili le politiche sociali, di assistenza e del lavoro negli stati europei, danno garanzie all’avanguardia rispetto a quelle di tutto il resto del mondo. Forse bisognerebbe dire loro, con un po’ di comune buonsenso (ma senza astio) che se la vita in Europa suscita tanta ostilità possono sempre provare a trasferirsi in altri paesi piuttosto che ostinarsi a vivere in comunità chiuse e autoreferenziali.

Il problema è dunque molto complesso e va affrontato senza fare confusione. Se, sul piano dell’analisi, è corretto approfondire la storia dei rapporti tra paesi occidentali e mondo arabo, magari partendo dalle Crociate o ancor prima dalla conquista islamica che si estese dai Balcani all’Andalusia, quando si tratta di reagire ad un terrorismo organizzato e determinato qui ed ora non si può replicare tirando in ballo le vicende del passato. immigrati protestaNé si può spiegare la scelta dei terroristi europei di origine araba, ma di seconda o terza generazione, con la “rabbia delle periferie”. La stragrande maggioranza dei giovani e degli abitanti delle periferie vivono la loro vita cercando un miglioramento della loro condizione attraverso lo studio e il lavoro e non certo facendosi esplodere negli aeroporti. Dunque si parla di infime minoranze che non rappresentano assolutamente la generazione cui appartengono. D’altra parte è esattamente ciò che accade con altri fenomeni di ribellismo asociale che trovano la loro identità in gruppi marginali e nella pratica della violenza (ultras del calcio per esempio).

Ciò che distingue il radicalismo dell’Is è l’ideologia dell’islamismo radicale e l’esistenza di una “casa madre mondiale” che si identifica in uno o più eserciti combattenti e nei territori da questi amministrati. Da lì provengono l’ispirazione, l’esempio, i finanziamenti, l’addestramento, il supporto, gli obiettivi per i terroristi attivi in Europa. Da lì proviene anche la rivendicazione delle azioni di terrorismo sul suolo europeo. Già questo sarebbe un motivo che giustificherebbe un’azione di guerra contro l’Is. Se non viene fatta è perché ancora non sono stati definiti gli assetti successivi alla sconfitta dell’Is. Come è noto in Medio Oriente c’è un crocevia di strategie tutte interne al mondo arabo e islamico tra di loro in conflitto che impediscono un’azione risolutiva in Siria (dove esiste ancora uno stato legittimato in base al diritto internazionale e sarebbe saggio che rimanesse), in Iraq e in Libia.

Europa egoismi nazionaliIn Europa serve invece un salto di qualità nell’opera di prevenzione e di repressione del terrorismo coordinando e indirizzando l’azione delle polizie europee e lavorando alla creazione di un’unica centrale di intelligence dei paesi UE (o almeno di un nucleo ristretto). L’esempio del PNR per tracciare i passeggeri dei voli aerei del quale si è sottolineata la necessità da oltre un anno e mezzo e che ancora non si è realizzato testimonia di un’incapacità di individuare e far funzionare gli strumenti necessari alla prevenzione su scala europea.

Sarebbero necessarie inoltre una politica estera europea e una politica verso i migranti. Esattamente ciò che l’Europa non riesce a fare perché il progetto europeo si sta ripiegando verso l’esaltazione degli egoismi nazionali a cominciare da quei paesi dell’est risollevati dallo sfascio post sovietico grazie agli aiuti europei e oggi aspramente ostili a ogni condivisione di responsabilità. Forse sarebbe meglio pensare ad un nucleo forte di paesi nell’ambito dell’eurozona determinati a portare avanti l’idea di Europa, lasciando gli altri sullo sfondo a meditare e maturare una più convinta adesione.

migrazioni umaneUltimo tema quello delle migrazioni. Anche qui non giova mischiare piani diversi chiamando ad una chiusura delle frontiere che mai è riuscita a contenere le migrazioni o esaltando l’assoluto diritto degli umani ad andare dove vogliono e ad essere accolti. In entrambi i casi si tratta di posizioni ideologiche senza i piedi per terra; due forme di idealismo inutili ad affrontare problemi drammaticamente concreti. Meglio sarebbe avere una politica cioè un insieme coordinato di azioni ispirato da una visione ideale e fondato su obiettivi e strumenti ben calibrati perchè le migrazioni vanno gestite e non subite e questo un continente di 500 milioni di persone lo può fare. Peccato che le classi dirigenti europee preferiscono far finta di essere travolte, anno dopo anno, dall’emergenza pur di non assumere le loro responsabilità. Bisogna dire che l’Italia e la Germania sono state capaci di dare un buon esempio sia con le parole che con i fatti, ma non sono state seguite abbastanza. Gli altri paesi non hanno avuto il coraggio e la lucidità di farlo e si sta scivolando indietro

Claudio Lombardi

I terroristi in casa nostra

Martedì mattina ci siamo svegliati e abbiamo scoperto – drammaticamente, tragicamente – che il terrorismo è in casa nostra. Non è solo laggiù, in Afghanistan, in Iraq, in Libia, in Siria, dove volano i droni di Obama. È vicino a noi. In Europa. Nel cuore delle nostre città. Ed è qui che dobbiamo combatterlo. Abbiamo cominciato a farlo davvero? Non ancora. Dobbiamo saperlo, capire, agire. La sicurezza di tutti è in pericolo.

attentati di BruxellesI morti di Bruxelles ci dicono molte cose. La prima, e per paradosso la più grave, è il clamoroso fallimento – finora – della intelligence europea. Nessun coordinamento, nessuna guida sicura, nessuna strategia. Ognuno si muove per suo conto, e spesso in modo del tutto insufficiente. Come ha mostrato il caso Salah, non riescono a comunicare tra loro e ad agire di concerto nemmeno il servizio segreto francese e quello belga. È mancata soprattutto la capacità di lavorare in quella terra di mezzo che separa la società civile dai militanti dell’Isis, spezzare le linee di rifornimento, interrompere le catene di collegamento: l’arma usata in tutte le guerre al terrorismo e che risultò vincente in Italia contro le Brigate rosse.

Il secondo, inquietante insegnamento è, per così dire, la parcellizzazione del gesto terroristico. Chi ha armato e organizzato i dinamitardi di Zaventem? Chi ha dato l’ordine? Un Grande Vecchio, una direzione strategica, una cellula eterodiretta o a muoversi è ormai l’individualismo dell’esasperazione bellica? Se, come sembra, fosse più probabile l’ultima risposta, nessuno potrebbe dire chi, dove, come e quando colpirà ancora. Impossibile cercare di saperlo e prevederlo, se non caricando le armi dell’intelligence.

terroristi IsisProbabilmente gli attentati di ieri erano programmati da tempo e ad accelerarli è stato l’arresto di Salah, la primula nera del Bataclan che ha attraversato tranquillamente le frontiere ed è rimasto per quattro mesi indisturbato a casa sua, a Bruxelles. Come a dire, non avete affatto vinto, siamo ancora qui più forti di prima. Già, Bruxelles. Ancora una volta la valenza simbolica degli atti terroristici è altissima. E di nuovo metropolitane e aeroporti, luoghi frequentatissimi della nostra vita quotidiana. Ci vogliono immobili e impauriti, costretti a rinunciare a ogni libertà di movimento.

Bruxelles è anche la città del quartiere di Molenbeek, nido e covo di tanti estremisti islamici – «l’elenco delle persone che sono transitate da qui prima di essere coinvolte in attività terroristiche è impressionante», ha scritto “Le Monde” –, luogo dal quale si sono mossi gli uomini del “Bataclan” e dove Salah si è rifugiato per mesi dopo gli attentati di Parigi e prima del blitz della polizia belga. Un dettaglio che ci offre un terzo insegnamento: al di là delle necessarie distinzioni politiche e strategiche tra Islam estremista e Islam moderato, ora sappiamo che i terroristi possono contare su una vasta rete di protezione, sia che nasca da sincera solidarietà, sia da paura di vendette e ritorsioni. C’è, e garantisce una grande copertura. Rendendo ancora più difficile il lavoro delle forze dell’ordine.
Europa egoismi nazionaliE naturalmente Bruxelles, oltre che sede della Nato nel Vecchio Continente, è la capitale di un’Europa finora imbelle e inconcludente che da anni insegue una nuova identità dopo essere stata messa in ginocchio dai grandi choc degli anni Duemila: crisi economica; immigrazione incontrollata; esplosione del terrorismo islamico.

Le bombe e il sangue vogliono ricordarci la pochezza e i limiti di una unità europea che non è mai stata tale. Bruxelles, infine, è anche la città dove i giovani corrono a studiare e a lavorare cercando qualcosa che non hanno nel proprio Paese o ansiosi di aiutare nelle istituzioni una rinascita europea che è la sola risposta possibile all’avanzare dell’Isis e delle sue filiazioni. Per una sinistra coincidenza, di quelle capaci di legare fenomeni lontani e diversi, le vittime di Bruxelles arrivano subito dopo le ragazze dell’Erasmus morte in Spagna. Come se il fato e il terrore organizzato si dessero la mano per spezzare un sogno e infrangere ogni speranza. Anche per loro non bisogna arrendersi.

Bruno Manfellotto tratto da facebook

La forza: non negli individui ma nelle connessioni

Non serve essere un biologo o un entomologo per imparare grandi cose osservando un formicaio. Anzi, credo che tutti i grandi uomini d’azienda, i creativi, gli imprenditori e gli innovatori dovrebbero “farsi un giro”, almeno ogni tanto, all’interno del mondo delle formiche. Se, malauguratamente, le formiche non vi stessero simpatiche (succede) potreste optare tranquillamente per un alveare di api, gli insegnamenti che trarreste sul nostro contemporaneo e sulla vostra professione sono pressoché gli stessi.

interazione formichePersonalmente, ho iniziato a studiare, leggere e, a volte, anche osservare le formiche quando, come studioso di storia della tecnologia, ero alla ricerca di informazioni sulle reti neurali e sull’intelligenza artificiale. Immediatamente, dopo qualche lemma di informatica pura e di robotica, incappai nel mondo delle formiche e, in particolare, incontrai alcune domande che mi hanno aperto una porta verso un mondo, prima sconosciuto, e che oggi caratterizza molte delle mie scelte filosofiche e professionali.

Che cos’è oggi la leadership? Come si governa un team di lavoro o un’azienda nell’epoca dei social network, dello sharing e degli open data?

Chi è a governare? Chi è che dà ordini, che immagina cosa accadrà in futuro, elabora piani e mantiene l’equilibrio? Queste domande sono nascoste in un anomalo libro, La vita delle api-La vita delle termiti-La vita delle formiche (Newton & Compton, 2012), dedicato alle api e alle formiche di Maurice Maeterlinck, premio Nobel per la letteratura nel 1911, ma sembrano riferirsi a dinamiche molto più generali, interessanti anche per la società contemporanea in cui viviamo e non solo per un formicaio o un alveare.

leadershipChe cos’è oggi la leadership? Come si governa un team di lavoro o un’azienda nell’epoca dei social network, dello sharing e degli open data?

Naturalmente, osservando un formicaio non si trovano le risposte dirette a queste domande, ma con un po’ di fantasia e un briciolo di creatività è possibile trovare interessanti spunti per comprende meglio il nostro presente. A chi non avesse il tempo o la voglia di scovare un formicaio e osservarlo per qualche giorno, consiglio di guardare con attenzione questo incredibile video dove è possibile ammirare la potenza organizzativa e architettonica di questi esseri: chi è a governare?

Conoscenza distribuita. Grazie a Wikipedia, agli open data e al funzionamento dello stesso Google, da qualche decennio abbiamo iniziato a comprendere il potere della conoscenza distribuita. Nel formicaio queste dinamiche funzionano e sono messe a punto da migliaia di anni. Se visitassimo lo stesso per anni, a un certo punto ci accorgeremmo che questo, con il passare del tempo, risponderebbe in modo diverso a identici stimoli esterni (un allagamento, un incendio, un formicaio nemico).

intelligenza distribuitaUna sorta di saggezza sembra caratterizzare, lentamente, il nostro numeroso gruppo di insetti. Il formicaio, invecchiando, diventa esperto. Nulla di sorprendente, apparentemente, alla fine è quello che succede anche a noi umani. Ma qui stiamo parlando di un’altra cosa: se osservassimo con più attenzione, infatti, ci accorgeremmo che ogni due o tre mesi al suo interno vi è un ricambio totale di formiche. Nessuna (nessuna!) delle formiche presenti durante la nostra prima visita sarà presente alla seconda e, naturalmente, nessuna presente durante la nostra seconda visita sarà presente alla terza… e così via.

Il formicaio è (fisicamente) sempre giovane. Eppure, con sorpresa, il formicaio invecchia, diventa saggio, accumula esperienza. Dove risiede quella saggezza? Dove viene conservato il ricordo di un’esperienza? Che cos’è una cultura in un formicaio?
Per rispondere a queste domande dobbiamo chiamare in causa una delle scienze contemporanee più affascinanti, quella che studia i “comportamenti emergenti” e l’intelligenza distribuita.

Solo dall’interazione tra elementi paritari all’interno di un sistema può emergere una nuova intelligenza, nettamente superiore a quella di ogni singolo elemento

interazione personeIntelligenza distribuita. L’intelligenza distribuita o swarm intelligence (intelligenza di sciame) è un termine coniato alla fine degli anni Ottanta dagli scienziati Gerardo Beni, Susan Hackwood e Jing Wang, durante una loro ricerca sui sistemi robotici. Oggi gli scienziati definiscono la swarm intelligence come “la proprietà di un sistema, in cui il comportamento collettivo di agenti (non sofisticati) che interagiscono localmente con l’ambiente produce l’emergere di pattern funzionali globali nel sistema”.

Per tradurre in un linguaggio più comprensibile, possiamo dire che solo dall’interazione (o link) tra numerosi elementi paritari all’interno di un sistema può emergere una nuova intelligenza, non riscontrabile e nettamente superiore a quella di ogni singolo elemento all’interno del sistema stesso. Un’intelligenza nuova, collettiva, superiore, un’intelligenza emergente, una swarm intelligence. Anche per la conoscenza vale la stessa regola: guardate alle connessioni e non all’individuo, lì regna la cultura.

Questo è quello che succede all’interno dei formicai o degli alveari e questo è quello che anche noi, homo sapiens, stiamo iniziando a fare, supportati dalle tecnologie di connessione (pc, tablet, smartphone) e dal web che li mette in relazione. Lentamente, stiamo spostando l’attenzione dai singoli elementi alle connessioni tra essi, stiamo iniziando a mettere in crisi il concetto di leadership, affidandoci a dinamiche di tipo bottom up e a logiche di sharing. In molti ambiti questo nuovo paradigma sta dando e darà grandi risultati, dalla creatività al mondo delle idee (Quirky) e alla finanza (Kickstarter), dalla mobilità (BlaBlaCar) all’ospitalità in viaggio (Airbnb), dall’intrattenimento (YouTube) alla conoscenza (Wikipedia). Insomma, finalmente stiamo rendendo concreto quello che Aristotele diceva centinaia di anni fa quando affermava che Il tutto è superiore alla somma delle parti.

Quando ho più idee degli altri, do agli altri queste idee, se le accettano; e questo è comandare. Italo Calvino – Il barone rampante

Massimo Temporelli tratto da http://www.centodieci.it

Il referendum del 17 aprile: infondato e fuorviante

Pubblichiamo stralci di un post su facebook di Michela Costa che espone il suo punto di vista sul referendum del 17 aprile.

Siccome sono chiamata a dare un voto e mi piace pensare e agire con la mia testa, ho deciso di prendermi del tempo per informarmi e andare oltre le immagini e le informazioni che fonti “orientate” ci propinano in rete, soprattutto in materia ambientale, visto il tipico vizio che hanno certe campagne ambientaliste di puntare i piedi e otturare le orecchie. E quello che ho trovato in rete mi ha molto stupita.

Premetto che ho molto a cuore l’ambiente ma rifiuto la definizione di ambientalista (parola che come “fondamentalista” e “integralista” denota un estremismo spesso privo di qualsiasi tipo di raziocinio). E no, non sono un geologo che lavora in piattaforma, sono un geologo disoccupato che manco ci pensa ad andare a lavorare in piattaforma, per carità. E non ho nessuno in famiglia che lavora alla Eni. Insomma nessun interesse personale nelle mie opinioni.

piattaforme petrolifereLasciando stare le motivazioni occupazionali (in caso di vittoria del SI, circa settemila lavoratori impiegati nel settore perderebbero il posto di lavoro, motivo per cui diversi sindacati si sono schierati a favore del NO) e le motivazioni economiche (dismettere gli impianti prima del tempo significa chiaramente un costo enorme per le spese di ammortamento, perché vuol dire non usare quell’impianto per l’intera vita operativa per cui era stato progettato) voglio discutere di seguito i motivi per cui non andare a votare nella speranza che non venga raggiunto il quorum, mi sembra la soluzione “più sostenibile”:

1) Lo stop che prevede il referendum riguarda più il gas metano che il petrolio. In Italia il petrolio, l’oggetto più demonizzato dalle campagne “No-Triv”, viene estratto per la maggior parte a terra e non in mare. Gli impianti che saranno oggetto del referendum estraggono fondamentalmente metano, che sebbene fossile, è una fonte di gran lunga meno dannosa del petrolio e ancora per molti versi insostituibile (attualmente il 54% dell’offerta energetica mondiale). Nonostante Greenpeace si faccia portavoce di immagini con ragazzi in costume da bagno ricoperti di catrame e poveri pennuti starnazzanti nel petrolio, scorrere velocemente l’elenco degli impianti farà capire brevemente come la percentuale di impianti a GAS sia in netta maggioranza rispetto a quelli a OLIO. Questo si traduce con una sola frase: Siamo disinformati e pronti ad abboccare a qualsiasi cosa, basta che sia green.

referendum contro le trivelle2) la vittoria del SI porterà inevitabilmente alla costruzione di altri impianti. La costruzione di piattaforme entro le 12 miglia è vietata per legge dal 2006 (comma 17 dell’art. 6 del D.Lgs 152/06) e su questo possiamo stare sereni. La vittoria del SI non potrà, però, impedire alle compagnie di spostarsi e costruire nuovi impianti poco oltre questo limite. Praticamente con il SI quello che vogliamo dire alle compagnie è: << Sentite, anche se avete ancora un botto di gas da estrarre in questo giacimento, chiudete tutti i rubinetti e spostatevi più lontano oppure andatevene in un altro paese >>. Sì, significa questo, ridotto ai minimi termini. Inevitabilmente, altri impianti saranno costruiti e altri saranno potenziati, per sopperire al fabbisogno energetico. Se vietiamo l’utilizzo degli impianti esistenti, da qualche altra parte questo gas dovremo andarlo a prendere, no?

3) La vittoria del SI non scongiura un rischio ambientale, anzi, contribuisce ad aumentare l’export petrolifero e quindi anche l’inquinamento. Lo stop delle piattaforme esistenti si tradurrebbe in un maggiore traffico di petroliere che vanno a spasso per i nostri mari per portarci i combustibili che noi abbiamo deciso di non estrarre più ma di cui avremo ancora bisogno. Petroliere alimentate a petrolio, che trasportano petrolio e che possono esplodere o essere soggette a perdite e sversamenti. Senza dimenticarci che, sempre in Adriatico, anche la Croazia e la Grecia trivellano e, in futuro, potrebbero attingere ai giacimenti che l’Italia abbandonerà in caso di vittoria del SI. Insomma, a livello di rischio ambientale non cambia proprio nulla.

energie alternative4) La vittoria del SI non si traduce in una politica immediata a favore delle energie rinnovabili che a conti fatti da sole non possono ancora bastare. Cosa vi aspettate, che all’indomani della cessazione delle attività nelle piattaforme, l’Italia magicamente si sosterrà solo con le rinnovabili? Siamo d’accordo che l’utilizzo dei combustibili fossili non sia una pratica sostenibile. Ma appunto per questo bisognerebbe puntare non alla costruzione di altri impianti, bensì allo sfruttamento residuo di quelli già esistenti che devono fare da supporto alle energie rinnovabili sempre più in crescita ma non ancora autonome. In un futuro (credo ancora troppo lontano) si auspica l’utilizzo esclusivo di energie rinnovabili ma ciò deve essere fatto un passo alla volta, con la consapevolezza che un periodo di “transizione” è fisiologico e l’utilizzo delle fonti fossili, soprattutto del gas, ci dovrà accompagnare in questo passaggio.

5) Il referendum fa leva sulla disinformazione dei cittadini e sulla cattiva immagine che una trivella ha nell’immaginario comune. Non è un referendum lo strumento più adatto per risolvere un tema così complesso e così tecnico. O meglio, potrebbe esserlo se fossimo tutti degli esperti di coltivazione d’idrocarburi, ma non lo siamo. Trivellare non vuol dire necessariamente essere contro le politiche green, anzi, la normativa di settore è piuttosto severa e restrittiva nei confronti delle concessioni e degli adempimenti a cui le compagnie devono prestare attenzione.

gas domestico6) La vittoria del SI contribuirà allo sfruttamento dei paesi in via di sviluppo. Dal momento che nel giro di qualche anno verranno dismesse le nostre piattaforme e che il passaggio verso le rinnovabili è ancora qualcosa di molto lento, la vita continua e noi dovremo pur accendere i fornelli di casa e per farlo ci servirà ancora del metano. Metano che le compagnie si dovranno andare a cercare da qualche altra parte e che ci venderanno (a costi più cari, ma questa è un’altra storia che ricorda tanto quello che successe per il nucleare). E noi lo compreremo questo metano, lo compreremo più caro ma con la coscienza più pulita perché siamo ambientalisti e abbiamo detto che il nostro mare “non si spirtusa”. Il nostro mare, appunto. Noi quindi ci prendiamo da loro gas e petrolio e loro si prendono solo gli eventuali rischi più qualche spicciolo che andrà nelle casse del governo locale. Molto comodo essere ambientalisti così, evvero?

Io sinceramente non mi sentirei a posto con la coscienza a votare SI e poi accendere i fornelli con il gas che viene non dall’Adriatico (no per carità, il nostro mare va tutelato) ma dal Mozambico che accoglie le compagnie petrolifere che noi abbiamo cacciato, accollandosi il rischio ambientale perché ha solo gli occhi per piangere e nessun potere contrattuale per dire “no, noi le vostre trivelle qui non le vogliamo”.

risparmio energeticoQuindi mi auguro semplicemente che chi deciderà di votare SI abbia un comportamento ineccepibile dal punto di vista energetico. Questo non significa solo fare la differenziata e andare in bicicletta. Significa essere pronti, per coerenza personale, a rinunciare all’indomani del referendum a qualsiasi forma di utilizzo dei combustibili fossili. Significa non possedere né auto né moto che non siano elettriche; significa non viaggiare né in aereo né in nave; significa avere una casa totalmente sostenuta da rinnovabili, con stufe a pellet o i raggi infrarossi; significa non comprare tantissimi prodotti che fanno parte della nostra vita quotidiana e per la produzione dei quali vengono usati combustibili fossili. Insomma, significa essere degli integralisti energetici, avere uno stile di vita molto più che green. Ma quanti, tra quelli che voteranno SI hanno una condotta del genere?

Michela Costa

Referendum trivelle: 5 punti per capirlo

Il 17 aprile si svolgerà un referendum sulle trivelle. Di più, per ora, non si capisce perché è un referendum chiesto da alcune regioni e non è stato preceduto da alcuna raccolta di firme e relativa campagna dei promotori. Iniziamo a parlarne pubblicando una sintesi per punti scritta da Pino Modola.

    • Le trivelle non c’entrano un accidente. Si parla SOLO di impianti già in esercizio, a trivellazioni già concluse da anni, se non da decenni.
    • Il quesito riguarda solo gli impianti entro le 12 miglia dalla costa e non tocca quelli più al largo.
    • La vittoria del sì comporterebbe la chiusura di impianti ancora produttivi che si limitano a convogliare il gas estratto nei gasdotti già costruiti e già in uso (oltre un quarto di tutto il gas prodotto in Italia, che è parecchio: il 26,7%) e una piccola percentuale di petrolio prodotto in Italia, che è pochissimo, anch’esso in condotte già costruite e in esercizio (meno del 10%).

domande referendum trivelle

  • Con la vittoria del sì, dovremmo ridurre i consumi energetici (riscaldamento, autotrazione, generazione elettrica, gas da cucina), oppure, a parità di consumi, acquistare all’estero e a prezzi di mercato le risorse energetiche che producevamo per conto nostro. Ai prezzi bassissimi di oggi, almeno mezzo miliardo di euro ogni anno. Più – incidentalmente – la perdita di alcune migliaia di posti di lavoro. Ma questo non è un aspetto ambientale e quindi non interessa in alcun modo: nella moderna cultura per la quale un cucciolo puccioso dall’aria tenera vale emotivamente più di un bambino affogato o ucciso sotto le bombe, non c’è speranza che qualche migliaio di disoccupati in più possano turbare i sonni di qualcuno. Oltretutto, trovare un lavoro è facilissimo….
  • Nei decenni di attività delle piattaforme interessate dall’iniziativa referendaria, non si è registrato alcun incidente significativo: pare che in Italia sappiamo costruire bene le piattaforme. La perfezione non è di questo mondo, naturalmente; e nessuna persona dotata di senno garantirà in scienza e coscienza che nessun incidente si verificherà mai (come nessun chirurgo garantirà mai che durante l’intervento non si verificherà alcun evento spiacevole). I precedenti positivi, però, vogliono dire qualcosa (e affidiamo con una certa sicurezza la nostra vita alle mani di un chirurgo che non ha mai sbagliato un intervento).

I termini della questione sono questi. Ciascuno deciderà poi come comportarsi: ogni parere è lecito; purché si sappia di che cosa si sta parlando.

Pino Modola

Diritti e doveri: un binomio inscindibile

Un articolo di Alberto Brambilla pubblicato di recente dal Corriere della Sera affronta già nel titolo un tema piuttosto controverso, ma che è bene prendere in seria considerazione: “Non si può crescere chiedendo solo diritti e trascurando i doveri”. Giustamente l’autore parte dalle classifiche internazionali su competitività, sviluppo, innovazione, libertà economiche e produttività che regolarmente collocano l’Italia agli ultimi posti. Cita la graduatoria del Global Index del World Economic Forum nella quale all’Italia viene assegnato il 49° posto su 144 paesi a pari con Kasakhstan, Costa Rica, Filippine, Panama. Una ingiusta penalizzazione? Non proprio se si considera che i parametri sui quali si costruisce l’Index sono quelli del contesto macroeconomico che include debito pubblico e pressione fiscale; della qualità delle pubbliche amministrazioni; della tecnologia. Tutti aspetti che penalizzano il nostro Paese e dei quali non possiamo far finta di sorprenderci.

debito pubblicoL’articolo li affronta sotto il profilo del binomio diritti – doveri. Per esempio il debito pubblico: come si è accumulato? Le cause sono sicuramente molteplici, ma una parte non irrilevante viene imputata da Brambilla alla tendenza a riconoscere diritti (da parte dei politici ovviamente) senza pensare ai corrispondenti doveri. Detto in altre parole, spendere oggi lasciando che a pagare siano le generazioni future. Di qui il debito.

Di qui anche il forte sbilanciamento nel dibattito pubblico sul versante dei diritti (alla sanità, alla scuola, alla pensione, alla casa, al lavoro) che vengono costantemente invocati non tenendo conto che possono essere soddisfatti solo se la collettività adempie i propri doveri.

Gli esempi possono essere tanti. Dalla malasanità al viadotto crollato alla strada rovinata e via elencando fino alle pubbliche amministrazioni che non funzionano. Quante volte si è scoperto che in tutti questi campi c’è stato qualcuno che faceva solo i suoi interessi e non il proprio dovere? Anche casi “minori” che non occupano le prime pagine dei giornali rientrano in questo ragionamento: dai falsi braccianti agricoli pagati grazie agli falsi accertamenti degli ispettori Inps ai falsi invalidi inventati grazie alla complicità delle commissioni mediche. Falsità che derivano dallo stravolgimento del dovere ridotto a puro affarismo personale. Falsi diritti ma spese vere a carico delle casse pubbliche.

evasione fiscale 1Nell’elenco non poteva mancare il dovere di pagare le tasse che risulta un problema quando (dichiarazioni Irpef 2014) il 46,5% dei contribuenti dichiarano redditi da zero a 15mila euro l’anno con la conseguenza che ogni contribuente che paga deve farsi carico anche di tutti quelli che non pagano per garantire i loro diritti senza che questi compiano il proprio dovere.

Insomma l’intreccio diritti – doveri è sempre stretto, ma è scomodo dirlo perché porta impopolarità. Però i diritti senza doveri portano ad irresponsabilità e all’arroccamento nei propri privilegi, fossero anche minimi e miserevoli. Ovviamente conta molto l’esempio che viene da chi occupa posizioni di responsabilità ai vertici delle organizzazioni istituzionali, amministrative e dell’economia. Se dovunque il proprio dovere è piegato ad egoistici interessi personali non c’è scampo ed è inutile pretendere che ai piani inferiori della società ci si comporti diversamente.

La conclusione dell’analisi di Brambilla è drastica: “per dare diritti occorre che tutti ci si rimbocchi le maniche senza se e senza ma; diversamente non ci sarà sviluppo, ma un addio ai diritti e alla libertà individuale che questi esprimono”

C. L.

La crisi in Europa è politica

Siamo in mezzo ad una crisi conclamata da circa un decennio; da almeno cinque l’epicentro della crisi è l’Europa. Prima il terremoto bancario ha “attraversato l’Atlantico” colpendo soprattutto Irlanda, Gran Bretagna e Germania; poi è scoppiato il caso del debito sovrano greco; poi sono state contagiate Italia e Spagna; infine l’Europa si è confrontata con la guerra alle porte, con il terrorismo e con le migrazioni.

confronto Usa EuropaIl confronto con gli USA è ineludibile. Gli Stati Uniti seppure con disuguaglianze che in Europa definiremmo da età vittoriana in pochi anni sono ritornati ai livelli di disoccupazione pre-crisi. La politica americana forse non ha dato le migliori risposte possibili, ma ha dato risposte. I meccanismi decisionali dell’Unione Europa sono invece molto farraginosi e ciò costituisce un peso particolarmente significativo per i paesi che hanno deciso di condividere una moneta senza avere un governo ed un bilancio in comune. La crisi in Europa sembra non aver fine.

Su Facebook gira una diapositiva che elenca una serie lunghissima di dichiarazioni: il ministro delle finanze spagnolo dice che la Spagna non è la Grecia; l’Economist titola che il Portogallo non è la Grecia; il ministro delle finanze greco dice che la Grecia non è l’Irlanda e il suo collega irlandese dice che l’Irlanda non è la Grecia. La catena di Sant’Antonio si conclude con il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy che invita il suo ministro delle finanze a tenere duro perché la Spagna non è l’Uganda; la replica non si fa attendere: il ministro degli esteri ugandese puntualizza che l’Uganda non vuole essere la Spagna.

Europa egoismi nazionaliQuesta serie di titoli letta con poca attenzione sembra quasi una barzelletta, in realtà dimostra che in Europa è difficile sintetizzare una linea politica e le semplificazioni relative alla contrapposizione nord-sud non rappresentano la realtà. La scorsa estate Renzi e Hollande hanno lavorato sotto traccia per evitare l’espulsione della Grecia dall’euro, ma ben si sono guardati dall’esprimere una linea anti austerity. Oggi Renzi afferma di essere il paladino della flessibilità ma Tsipras pare più interessato a mantenere buone relazioni con la Merkel, fondamentale nella partita dei migranti, che a costruire un fronte dei paesi mediterranei. Tra l’altro nella storia recente del vecchio continente non c’è mai stato spazio per un asse del Mediterraneo, si pensi che durante i negoziati per il lancio dell’euro l’allora premier spagnolo Jose Maria Aznar non perse mai occasione di sottolineare la diversità della Spagna rispetto all’Italia di Prodi malata di debito. La storia recente, però, ha dimostrato che Aznar non era in grado di leggere i numeri dell’economia spagnola ed europea.

Sponsorizzare il fronte del sud probabilmente equivarrebbe ad una dichiarazione di debolezza, con ripercussioni negative sui mercati.

Tra l’altro i più accaniti antitedeschi sognano una Francia che capitani la brigata del sud, ma ciò si scontra con un dato economico ed uno storico. L’economia francese, si pensi alla disoccupazione, gira con numeri nettamente migliori di quelli mediterranei, inoltre i francesi, a cui sta stretto il ruolo di piccola patria europea e che sognano una politica di grandezza non accetterebbero mai di far parte di un’Europa di seconda fascia. Negli anni novanta la Francia sembrava incapace di convergere sul modello a cui si stava convertendo l’intera Europa, ma nessun esponente dell’elite politica o economica francese pensò di rinunciare all’euro.

Unione europeaNell’Unione Europea mancano veri e propri partiti. I partiti europei sono blande confederazioni che aggregano spesso componenti nazionali sulla base di scelte di posizionamento fatte all’interno dei propri paesi, la sommatoria di tanti partiti nazionali spesso non riesce a sintetizzare una linea politica, anche perché i partiti non rispondono ad un elettorato europeo ma ai loro elettorati nazionali. Per esempio sul tema della politica economica le sinistre dell’Europa mediterranea accusano la tedesca SPD di essere appiattita sull’agenda economica della Merkel. Ancor più complicata è la questione immigrazione dove leader di destra come lo svedese Reinfledt e Angela Merkel si sono esposti sulla politica dell’accoglienza mentre mezza sinistra europea ha assunto atteggiamenti di totale chiusura.

In Europa prevalgono le geometrie variabili

  • La Gran Bretagna, con i suoi tanti opt out, sarà presto un semplice paese associato dell’Unione legato agli altri paesi solo dal mercato comune, sempre che alle urne non prevalga l’alternativa Brexit
  • La Svezia, la Danimarca e molti paesi dell’Europa Orientale stanno assumendo posizioni “isolazioniste” simili a quelle della Gran Bretagna, pur non avendo il potere contrattuale di Londra. I paesi nordici hanno caratteristiche diverse dai quelli ex comunisti che sul piano politico e della sicurezza sembrano spesso guardare più a Washington che a Bruxelles. Particolarmente critica potrebbe diventare la situazione dei paesi dell’est che hanno adottato l’Euro ma non hanno alcun progetto di condivisione di sovranità, caso paradigmatico è quello slovacco
  • In economia si fa fatica a capire chi dentro e fuori i confini della Germania si oppone realmente alla politica della Merkel. Con il governo di larghe intese i socialdemocratici nei confini tedeschi hanno ottenuto il salario minimo orario e una moderata flessibilità sulle pensioni. Si tratta forse di provvedimenti simbolici che però pongono l’accento sulla necessità di correggere un modello basato troppo su esportazioni e competizione sui prezzi. Renzi si propone come leader alternativo all’Europa tedesca, ma cerca di imitare il socialdemocratico Schrӧder le cui scelte hanno plasmato l’attuale Europa più del trattato di Maastricht. Hollande, definito un improvvisatore dell’economia da Thomas Piketty che pure era stato suo grande sostenitore, oscilla tra desideri keynesiani e tentativi di scimmiottare l’agenda Schrӧder.
  • In materia di immigrazione Angela Merkel aprendo le frontiere a tutti i siriani ha denunciato la insostenibilità di Dublino II. Se il governo tedesco, nonostante i fatti di Colonia, continua a sostenere la necessità di essere solidali con i paesi frontalieri, quello francese, quello britannico e quelli di molti paesi nordici e tutti i paesi postcomunisti dell’est blindano le loro frontiere
  • In tema di politica estera la Francia da una parte chiede solidarietà ai partner europei, e, infatti, dopo gli attentati di novembre non ha fatto riferimento alle clausole di solidarietà militare della Nato ma a quelle del trattato di Lisbona, ma dall’altra sembra non voler far nulla per avvicinarsi a paesi come l’Italia e la Germania che hanno una sensibilità diversa in merito all’uso della forza. L’ex ministro dell’economia e uomo d’affari Thierry Breton per esempio propone una mutualizzazione del debito sostenuto per la difesa e la creazione di un corpo militare europeo, ma la Francia, potenza nucleare, sarebbe disponibile a mettere al servizio della politica estera comune il suo seggio permanente al consiglio di sicurezza dell’ONU?

Europa alla tedescaNell’Europa senza partiti e senza alleanze strutturate c’è quindi una sola linea, quella di Angela Merkel, che vince più che per suoi meriti o per mancanza di avversari, per mancanza di condizioni politiche per costruire un’alternativa. Oggi il pericolo più grosso per la cancelliera è la perdita di consenso in patria dovuta a scelte lungimiranti che però rischiano di far fare il pieno dei voti a partiti populisti. Solo due sconvolgimenti potrebbero cambiare le carte in tavola: la nascita di veri partiti europei che possano concordare una linea politica a sinistra di quella di Angela Merkel o un processo costituente che porti ad una federazione europea nell’area euro o addirittura in un perimetro più ristretto. Si tratta chiaramente di due processi che si alimenterebbero a vicenda ed è abbastanza arduo capire se si approderà mai ad un’Europa diversa da quella attuale e se saranno i partiti europei a fare la federazione o la federazione a fare i partiti europei

Salvatore Sinagra

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