La crisi delle banche e i salvataggi bancari

A dicembre la crisi di quattro banche regionali dell’Italia centrale è stata risolta facendo pagare il prezzo ad azionisti ed obbligazionisti; in questi mesi un fondo finanziato da banche private e con garanzia statale sta cercando di traghettare due banche venete alla quotazione. Tali interventi recepiscono la nuova normativa europea che vuole limitare se non vietare l’iniezione di denaro pubblico nel settore bancario, ma sono anche dettati dal fatto che lo Stato italiano non può regalare un paio di centinaia di miliardi al settore bancario come hanno fatto Gran Bretagna, Germania e altri paesi europei qualche anno fa .

vigilanza banche BCELa ricetta di Bruxelles per le banche si fonda si tre capisaldi: 1) la vigilanza da parte della BCE e non delle banche centrali nazionali sulle banche commerciali europee o almeno di quelle più grandi; 2) il cosiddetto bail in, ovvero la limitazione dell’impiego di risorse pubbliche nei salvataggi bancari, con l’imposizione di far pagare il conto ad azionisti,  obbligazionisti e grandi correntisti prima di usare soldi dei contribuenti; 3) una garanzia europea dei depositi fino a centomila euro. Il principio che le banche siano vigilate dalla BCE è stato quasi universalmente accettato, è  quasi universalmente contestato il fatto che non esista ancora una garanzia europea sui depositi. E’ invece il bail in a dividere l’opinione pubblica e gli esperti.

Quando fu votata la nuova normativa europea sui salvataggi bancari (per essere precisi il provvedimento parla di risoluzione di crisi bancarie) la politica e gli economisti italiani sollevarono ben poche obiezioni. Oggi diverse figure con ruoli istituzionali, come il governatore di Bankitalia Visco affermano di avere lanciato per tempo allarmi circa gli effetti perversi del bail in. Io non ricordo prese di posizione nette sul tema. Mi sorprende molto il fatto che qualche anno fa ci furono poteste contro un prestito pubblico a Monte Paschi ed oggi ci sono proteste perché si minimizza l’impiego di risorse pubbliche. Credo che molti non hanno ancora compreso che i rischi bancari, ed ancor di più i dissesti, non possono essere fatti sparire con un provvedimento di legge, la legge se fatta bene può al massimo stabilire chi deve accollarsi rischi e debiti. Non esistono in merito cure prive di controindicazioni.

approvazione bail inQualcuno etichetta il bail in come un provvedimento punitivo imposto dai tedeschi, illogico e antisociale. In realtà i tedeschi sono stati i primi ad utilizzarlo con il salvataggio di Commerzbank ed economisti con posizioni assai diverse come il liberale Raghuram Rajan, governatore della banca centrale indiana ma con una lunga esperienza negli Stati Uniti o il socialdemocratico Stiglitz, affermano che spesso è necessario salvare banche, per questioni di stabilità del sistema economico, ma che, per le stesse ragioni (oltre che per equità) non è opportuno salvare il management, gli azionisti e gli obbligazionisti delle stesse banche. Il drammatico tracollo di Lehman Brothers e di altri giganti della finanza è stato causato anche dall’assunzione di grossi rischi nella convinzione che il governo non avrebbe mai lasciato fallire una grande banca.

Il bail in per ragioni di efficacia non può essere limitato a titoli di nuova emissione, ma è giusto che vengano perseguiti i professionisti e le istituzioni che hanno venduto titoli rischiosi ad investitori non professionali alterando la percezione del rischio di tali titoli.

educazione finanziariaDa più parti leggo che serve investire in educazione finanziaria. Certo è bene spiegare ai piccoli risparmiatori almeno i concetti base della finanza, bisogna per esempio far capire a chi negli anni settanta portava a casa tassi del 20% che con l’inflazione zero anche un tasso del 6% implica l’assunzione di un certo livello di rischio e bisogna vietare le pubblicità che in un mondo a tasso zero promettono rendimenti senza rischi, ma i consumatori non possono certamente giocare una partita alla pari con chi per professione si occupa di finanza. Un risparmiatore per valutare il profilo di rischio di un investimento dovrebbe essere in grado di comprendere le caratteristiche di prodotti finanziari anche complessi, avere pieno accesso ad informazioni che, soprattutto se riguardano società non quotate, non sono pubbliche, verificare la veridicità delle affermazioni e la plausibilità delle previsioni del management. E’ chiaro che l’educazione finanziaria non basta.

Più realistico è pensare di limitare i rischi che possono assumere sia i piccoli risparmiatori che le banche.

piccoli risparmiatoriSul fronte piccoli risparmiatori da anni con diverse direttive (Mifid e Mifid 2) le istituzioni europee impongono alle banche una profilazione degli investitori sulla base delle loro competenze. L’assegnazione di un profilo basso limita la possibilità di una banca di vendere ad investitori poco qualificati titoli rischiosi. Si tratta di validi principi che però devono essere attuati con più efficacia. Dopo i recenti tracolli non pochi hanno invocato il divieto di vendita al dettaglio di obbligazioni subordinate. Non ho nulla in contrario a limitare determinati prodotti ad investitori qualificati, è bene fare attenzione però che questi prodotti non vengano poi impacchettati in strumenti finanziari considerati meno rischiosi come avveniva con i mutui subprime. Non bisogna fare grandi esercizi di ingegneria finanziaria, se la soluzione pensata è quella di vietare la vendita di titoli complessi allo sportello, vi è una facile via di elusione: creare un’istituzione finanziaria che si riempia di titoli complessi e poi emetta azioni e obbligazioni semplici. Infine bisogna tener presente che limitare i rischi che un risparmiatore assume significa necessariamente limitare il rendimento atteso.

rischi bancariRimane quindi il fronte della regolamentazione dei rischi che una banca può assumere, fermo restando che il fallimento di quattro banche locali italiane è ben diverso da quello di Lehman Brothers, che le banche italiane sono orientate verso attività tradizionali e che qualche media banca italiana è finita in dissesto non per speculazioni su derivati, ma per un management inadeguato e per il collasso del tessuto economico del loro piccolo bacino di riferimento. Occorre riaprire il cantiere delle riforme del settore bancario, perché la risposta europea alla crisi del sistema finanziario dello scorso decennio è stata ampiamente sottodimensionata e limitata all’allentamento dei legami tra rischio bancario e rischio sovrano. Occorre tornare a parlare del difficile equilibrio tra concorrenza e stabilità nel settore bancario; le banche non possono essere troppo grandi per fallire, ma nemmeno troppo piccole per pagare lo stipendio ad un amministratore delegato ed ad un consiglio di amministrazione. Occorre poi rimodulare la blanda normativa varata dalla Commissione Europea e integrata da Bankitalia sui compensi dei manager, occorre trovare una soluzione ai conflitti d’interessi delle agenzie di rating, occorre riaprire il cantiere dalla Volcker rule, ovvero arrivare ad una normativa che stabilisce quali rischi può assumere una banca commerciale che in ogni caso  beneficia di una garanzia statale implicita, perché chi da’ i soldi ad una banca commerciale sa che se le cose vanno male lo Stato correrà a salvarlo.

Salvatore Sinagra

Unioni civili: da oggi la legge c’è

Dopo 30 anni di chiacchiere, l’Italia oggi ha una sua legge sulle unioni civili.

La storia travagliata di questa legge nasce nell’altro secolo. La leggenda narra che nel 1986grazie all'”Interparlamentare donne Comuniste” e ad Arcigay (associazione per i diritti degli omosessuali), si incominciò a discutere per la prima volta in ambito parlamentare di unioni civili. In particolare, furono la senatrice Ersilia Salvato e le deputate Romana Bianchi e Angela Bottari a presentare alle rispettive Camere di appartenenza un disegno di legge sulle unioni civili.

leggi su pacs dicoIn realtà negli archivi non c’è traccia di queste proposte, saranno perse nelle cantine. Altro indizio lo troviamo nel 1988, quando la Deputata Alma Cappiello del Partito Socialista deposita una proposta di legge denominata  “per la famiglia di fatto”. Inutile cercare anche questa, perché evidentemente mai calendarizzata, non c’è traccia.

Negli anni 90, le proposte di legge depositate sono innumerevoli, anche su spinta del Parlamento e Commissione Europea, oltre a vari organismi internazionali per i diritti. Ma il risultato è zero, nessun progetto è mai arrivato in aula.

I PACS

Cambia il secolo e inventiamo questo nuovo termine, una proposta dell’On. Franco Grillini . Nome preso in prestito dalla Francia, “Pacte civil de solidarité “ legge approvata nel 1999 (in Francia naturalmente).

Il Pacs Italico, sono un paio di riconoscimenti all’acqua di rose, alle cosiddette coppie di fatto. Ovvero per non parlare di omosessuali si riconosce uno stato di diritto a chiunque coabiti, da amici a pensionati.  Correva l’anno 2002.

Un fatto curioso: nel  1990 il Parlamento ha approvato una sorta di equiparazione fra matrimonio e coppia di fatto, soprattutto per quanto riguarda la reversibilità delle pensioni. Ma solo per i Parlamentari. Come dire, siamo tutti uguali, ma qualcuno è più uguale. Di fatto comunque i Pacs finiscono nel nulla.

chiacchiere inutiliI DICO

Arriviamo al 2007 quando il Governo Prodi inventa una nuova parola e mette in piedi una sorta di progetto che equipara le coppie di fatto su alcuni, pochi fattori. Ancora più acqua di rose dei Pacs, insomma.

Nel frattempo nel 2005, Luis Zapatero aveva approvato una legge che istituiva il matrimonio tra persone dello stesso sesso, con identici diritti del matrimonio tradizionale, ovvero fino al diritto di adottare figli da parte di coppie omosessuali.

I Dico furono archiviati nel 2008 assieme al Governo Prodi, difficile stabilire chi la causa chi la conseguenza.

Altri disegni sono poi stati depositati, molti, diversi, nuovi nomi, ricordiamo il DODORE di Brunetta.

Solo blabla..

Arriviamo all’attuale legislatura perché una serie di provvedimenti vengano discussi in sede di Commissioni.  Ma su tutti, uno si fa avanti.

IL DDL CIRINNÀ

matrimoni omosessualiUn buon testo, sulla falsa riga della legislazione Tedesca, dove generalmente, è considerato dai cittadini matrimonio a tutti gli effetti, anche se ha un nome diverso. Rimane per il momento fuori, il fattore adozioni, su cui si ritiene che il paese non sia ancora pronto. Tuttavia, nonostante in prima battuta l’area trasversale favorevole sia molto ampia, l’iter si allunga a dismisura con un blocco di emendamenti dal fronte cattolico.

Il provvedimento è di natura Parlamentare, il governo non c’entra, ma il Premier incalza il Parlamento ad abbreviare i tempi. E qui un piccolo incidente, per noi più che prevedibile.

I relatori della legge avevano fatto affidamento anche sul voto e appoggio del M5S. Ingenui? Veramente avevano pensato che il movimento per la prima volta nella storia avrebbe assunto una posizione responsabile rispetto all’interesse dei cittadini? Noi non ci abbiamo mai creduto e abbiamo avuto ragione.

voltafaccia unioni civiliDavanti al voltafaccia grillino, il governo, che ripetiamo non aveva voce in capitolo rispetto al disegno di iniziativa parlamentare, mette in atto un’azione forte, emette un maxiemendamento governativo, che riunisce l’intera legge, stralciando solo l’articolo delle stepchild adoption (il diritto di adottare un figlio naturale del partner) e su questo pone la fiducia. Un’azione forte e pericolosa, il governo costringe suoi alleati ad approvare una legge a cui sono sempre stati contrari, ovvero mette a repentaglio la stabilità di governo a fronte di una questione di diritti.

Il 25 Febbraio 2016 la fiducia è approvata, la legge sulle Unioni Civili, è approvata per la prima volta nella storia da un ramo del Parlamento Italiano.

La stessa legge riapproda alla Camera nell’Aprile 2016, conclude il suo iter in Commissione e rientra in aula. Ma il Governo anche questa volta pone la fiducia e oggi questa fiducia è stata votata con 369 voti favorevoli, 193 contrari e 2 astenuti.

Oggi l’Italia è più vicina all’Europa, è più vicina al mondo occidentale.

Finalmente ha una legge per i diritti del mondo Lgbt, sicuramente perfettibile, ma oggi è stata posta una pietra miliare sulla storia del nostro paese. Grazie a tutti i Parlamentari che l’hanno votata, grazie ai relatori che hanno perso il sonno per l’impegno dimostrato, grazie al Governo che ha messo a rischio se’ stesso. Una nota di indifferenza va invece alle forze inutili, non a quei parlamentari che per forte convinzione religiosa non hanno ritenuto opportuno votare (voto che comunque non condividiamo) ma ci riferiamo a quelli che non avevano motivi etici per non votarla, ma hanno dimostrato tutta la loro inutilità, per non dire altro.

Tratto da http://www.percorsi.social

La cura per la sfiducia è la partecipazione

Non stiamo messi bene. L’impressione è quella di un Paese allo sbando dove la corruzione dilaga e la criminalità spadroneggia. Ogni tanto spunta fuori un indagato. Di solito è un politico, ma può essere anche uno del mondo di quelli che gli affari li fanno o possono condizionarli. Per essere chiari: imprenditori, burocrati, banchieri. Oppure di uno che fa parte di una delle tante organizzazioni camorristiche o mafiose che pullulano nel nostro Paese. Magari non tutti sono colpevoli e le eventuali successive assoluzioni non fanno lo stesso rumore delle imputazioni, ma ciò non cambia poi molto nella situazione generale.

cittadino e politicaNon stiamo messi bene anche perché  c’è ormai sfiducia generalizzata verso chi è investito del potere o aspira ad esserlo ossia verso i politici e i partiti che li raggruppano. E la sfiducia si estende anche alle istituzioni, alle amministrazioni, agli apparati, alle regole. A tutto ciò che dalla politica discende o è da questa controllato. Sfiducia nella dimensione collettiva dei problemi ai quali si cerca di dare risposte individuali. La ricerca di un trattamento di favore, di una scorciatoia per il proprio caso personale alimenta ancor più la sfiducia specie se si rivela più efficiente delle soluzioni collettive.

In realtà non stiamo messi bene anche quando sembra che l’unica risposta a questi problemi sia quella giudiziaria. È vero che i reati sono sempre atti individuali, ma è anche vero che c’è un’inclinazione di sistema e di cultura civile verso i reati commessi nell’esercizio di un potere pubblico. E a questo livello l’azione della magistratura non basta. Fermo restando che i reati vanno perseguiti bisogna pensare anche ad altre contromisure. Quali?

coinvolgimento cittadiniPensiamo se il metodo per affrontare le decisioni che riguardano una comunità (un palazzo, una strada, un rione, un municipio …) fosse quello di condividerne il processo dando ad ognuno la facoltà di dire la sua perché si è tutti parte di un metodo che è procedura, ma che è anche sostanza e cultura cioè un radicale cambio di paradigma rispetto alle nostre abitudini. Non si tratta solo di mettersi a confronto né di essere ascoltati da chi possiede il potere di decidere perché delegato dagli elettori o investito di questa funzione dalla legge. Si tratta di assumere il punto di vista dell’interdipendenza di tutti i membri di una comunità tutti ugualmente interessati a superare i conflitti identificando le idee che si combinano per generare una soluzione.

Questo metodo si chiama partecipazione che va oltre e integra quella che si esprime con il voto o con la protesta o con la mera richiesta di essere ascoltati da chi poi decide.

In pratica ai tipici momenti della decisione a maggioranza e per delegati va aggiunta una fitta rete di pratiche partecipative nelle quali la mutua indagine è più interessante della votazione ovvero il confronto creativo prende il posto della ripartizione tra maggioranze e minoranze e della contrapposizione di idee.

Utopia? Fantasticherie? Non proprio. Ci sono molti esempi di successo nei quali la partecipazione ha risolto situazioni difficili. C’è anche chi l’ha messa al centro di una proposta programmatica per il governo della capitale d’Italia. Si tratta del documento elaborato da “La prossima Roma” il laboratorio di idee organizzato da Francesco Rutelli in previsione delle prossime elezioni romane. A questo documento bisognerà dedicare un’analisi specifica. Per ora basti dire che la partecipazione viene considerata come cuore dell’azione politica per la rinascita della città.

Una buona politica deve innanzitutto pensarsi come funzione sociale diffusa e non come materia di specialisti e già decidere che questo è l’obiettivo strategico da perseguire rappresenta una risposta alla cattiva politica e alla sfiducia.

Claudio Lombardi

Dove nasce la nostra corruzione

Ernesto Galli della Loggia affronta sul Corriere della Sera del 26 aprile la sempre attuale questione della corruzione con un taglio inusuale perché, invece di prendersela con i politici, se la prende con chi li elegge. E non lo fa con affermazioni di principio, ma ripercorrendo l’esperienza di vita di un giovane e la sua (dis)educazione alla legalità.

scuola vandalismoParte dalle piccole marachelle di uno scolaro che si abitua a copiare senza che la cosa susciti particolare riprovazione per poi proseguire il suo percorso scolastico lungo il quale “chiunque vuole può maltrattare arredi, imbrattare di scritte di ogni tipo i bagni, scrivere e disegnare a suo piacere sui muri dell’edificio”. Il tutto senza sanzione come, d’altra parte, precisa l’articolo, “senza alcuna sanzione significativa resterà ogni atto d’indisciplina: se marinerà la scuola, se si metterà a compulsare il suo smartphone durante le lezioni, se manderà l’insegnante a quel paese. Imitato in quest’ultima attività anche dai suoi genitori” che non avranno scrupoli a ricorrere, nei confronti degli insegnanti, anche “a insulti e minacce” .

Ma le sorprese dell’educazione di un giovane non finiscono qui perché “la scuola sarà anche un’ottima palestra di turpiloquio, di bullismo sessista, di scambio di materiale pornografico quando non di spaccio di droga”. Non basta ancora perché “uscito dalle aule per tornare a casa l’adolescente italiano, se usa i trasporti pubblici si eserciterà nel salto del tornello sulla metro o si guarderà bene, se vorrà, dal pagare il biglietto di un autobus o di un tram. Ha imparato da tempo che in Italia pagare il biglietto sui mezzi pubblici è più che altro un’attività amatoriale, un hobby”.

salto tornello metroL’educazione del giovane prosegue con l’uso dei motorini truccati da meccanici che lavorano, naturalmente, in nero e con ripetute violazioni delle regole di circolazione senza correre alcun serio rischio di essere sanzionati.

Il giovane descritto da Galli della Loggia, crescendo, comincerà a gestire le sue uscite con gli amici e sperimenterà la facilità di acquistare alcolici o superalcolici nei locali e di schiamazzare per le strade senza, anche in questo caso, incorrere in sanzioni da parte di chi dovrebbe sorvegliare i luoghi pubblici.

Il nostro giovane “apprendista della legalità” andrà poi all’università e in questa occasione avrà modo di constatare la facilità con la quale i suoi familiari, pur vivendo una vita agiata, riusciranno ad apparire al fisco così poveri da ottenere la riduzione delle tasse universitarie e, magari, anche l’esenzione dai ticket sanitari trovandosi a condividere con i suoi cari il piacere dell’evasione fiscale.

Si domanda Galli della Loggia “ da quanto tempo è in questo modo – attraverso la forza senza pari dell’esempio diffuso capillarmente e quotidianamente – che i giovani italiani (in particolare quelli del ceto medio, della cosiddetta buona borghesia) apprendono come funziona il loro Paese e in quale conto vi deve essere tenuto il rispetto delle regole?”.

raccomandatiCerto non tutti rientrano in questa descrizione, ma “la grande maggioranza ci si trova benissimo e cerca una nicchia dove sistemarsi (spesso grazie alla raccomandazione e/o alle relazioni dei genitori)”.

A questo punto è chiaro che “la nostra corruzione nasce da qui. Da questo rilasciamento di ogni freno e di ogni misura che ha accompagnato il nostro divenire ricchi e moderni. In Italia il marcio della politica è il marcio di tutta una società che da tre, quattro decenni, per mille ragioni ha deciso sempre più di chiudere un occhio, di permettere, di non punire, di condonare”.

E qui torna l’attualità “ certo, Piercamillo Davigo ha ragione, lo ha deciso la politica. ma perché il Paese glielo chiedeva. Il Paese chiedeva traffico d’influenza, voto di scambio, favori di ogni tipo, promozioni facili, sconti, deroghe, esenzioni, finanziamenti inutili alle industrie, pensioni finte, appalti truccati, aggiramenti delle leggi, concessioni indebite, e poi soldi, soldi e ancora soldi. E con il suffragio universale è difficile che, prima o poi, la volontà del Paese non finisca per imporsi”.

La conclusione di Galli della Loggia è che “ di questo dovrebbe occuparsi la fragile democrazia italiana …. del mare di corruzione dal basso che insieme alla delinquenza organizzata minaccia di morte la Repubblica”.

E, tanto per dire la sua sulla polemica del momento intorno al ruolo dei magistrati, afferma che “per i singoli corrotti, invece, bastano i giudici: ed è solo di costoro che è loro compito occuparsi”.

C. L.

Migration compact, la proposta dell’Italia all’Europa

Il Migration Compact – un nome non proprio beneaugurante, visti i timori e i contrasti sollevati dal più famoso Fiscal Compact – è un testo che contiene molte idee interessanti e in parte innovative.

La proposta italiana sull’immigrazione presentata informalmente al Consiglio Affari Esteri dell’Unione europea è anche un bel segnale di un ritrovato attivismo del nostro paese su alcuni temi cruciali cui oggi l’Unione deve fare fronte.

Il contributo del governo Renzi

barcone migranti Segue altre importanti iniziative del governo Renzi, dal contributo italiano al Rapporto dei Cinque presidenti sul tema della governance economica fino alla più recente proposta del ministro Pier Carlo Padoan sulla strategia di crescita, lavoro e stabilità. Non vi è dubbio che oggi il tema che angustia di più il governo sia quello di una ripresa massiccia dei flussi dalla Libia e dai paesi limitrofi (l’Egitto?).

A marzo di quest’anno, gli sbarchi sulle nostre coste hanno toccato i 9600 arrivi contro i 2283 dello stesso mese del 2015, senza contare le tragedie del mare cui giornalmente assistiamo, da ultima quella di lunedì scorso, al largo della Libia. E il trend sembra non invertire la rotta. È quindi urgente riaffrontare l’intera questione ed è ciò che il nostro non-paper cerca di fare.

I punti del testo italiano

Tre sono gli assunti di base su cui si fonda il Migration Compact.

Il primo è che l’immigrazione non è solo un tema emergenziale ma strutturale, destinato quindi a durare negli anni. Va perciò affrontato con un’ottica di medio-lungo periodo. Esso riguarda in particolare l’Africa. È questa una sottolineatura molto importante, poiché fa comprendere che una volta usciti dall’emergenza provocata dalla guerra civile in Siria, la questione è destinata a concentrarsi quasi unicamente sul fronte africano e non certo su quello mediorientale. In questa prospettiva, più che di rifugiati si ritorna a parlare di immigrati spinti da motivazioni economiche, anche se i conflitti non mancano neppure in Africa.
migranti al lavoroIl secondo aspetto che riguarda l’immigrazione è la sua complessità: essa non si limita ai soli aspetti relativi al diritto di asilo o di ricollocazione, ma anche a questioni attinenti alle politiche di sviluppo e alla sicurezza. È quindi necessario agire sulla base del principio di coerenza, mettendo nello stesso basket le diverse iniziative, gli strumenti e le politiche dell’Ue, indirizzandole verso l’obiettivo centrale di una più efficace gestione dell’immigrazione.
Il terzo assunto è il riconoscimento della forte dimensione esterna della questione.
L’immigrazione è infatti parte sostanziale della politica estera e di sicurezza dell’Unione, poiché solo attraverso l’alleanza con i paesi terzi, di origine e transito dei flussi migratori, sarà possibile arrivare a risultati concreti e di lungo periodo. A tale proposito, si propone un profondo ripensamento dei vecchi accordi Ue/Acp e lo sviluppo di modelli di cooperazione come quello, forse in parte contestabile, con la Turchia o il Piano di Azione uscito dal Vertice della Valletta con l’Unione africana.

L’agile documento presentato dall’Italia propone quindi un Grand Bargain fra Unione europea e paesi terzi africani, e lo fa attraverso una serie di suggerimenti estremamente concreti sia sul versante degli strumenti che delle iniziative legislative da prendere da entrambe le parti.

Nodi problematici

migranti muriEd è proprio qui, come era prevedibile, che cominciano le vere difficoltà. Non vi è dubbio, infatti, che sarà molto difficile ottenere credibili misure di controllo dei confini interni da parte dei vari paesi africani, come pure sarà tutta in salita la strada per aiutarli a costituire degli uffici (delle specie di hot spot) sul loro territorio che riescano a valutare le richieste di emigrare. Come pure sarà una sfida convincere molti di loro a riprendersi gli emigrati che dovessero venire respinti dall’Unione.

Ma in verità i maggiori ostacoli si manifesteranno all’interno dell’Unione. Basta vedere come sono andate finora le proposte della Commissione sulle quote di ricollocazione o le decisioni di diversi governi europei, anche guidati da socialdemocratici come è il caso dell’Austria, di erigere barriere e fili spinati sui confini interni dell’Ue.

Idea Eurobond

Il documento italiano, da questo punto di vista, cerca di indicare una serie di strumenti innovativi che portino ad un consistente aumento delle risorse a disposizione. A parte il riordino degli strumenti finanziari esistenti per la politica di vicinato e per le associazioni, la novità principale della proposta consiste in due tipi di bond europei: uno destinato ad agire da moltiplicatore per investimenti direttamente in Africa (EU-Africa bond); l’altro per l’aiuto da destinare ai paesi membri dell’Unione europea nella gestione dell’immigrazione.

accoglienza migrantiCome vi era da aspettarsi, appena è giunto alle orecchie tedesche il termine “bond” – debito collettivo dell’Ue – si sono immediatamente eretti i cavalli di frisia del governo, o almeno di alcuni suoi rappresentanti, volti a scoraggiare idee di questo tipo. In effetti il progetto di emettere bond europei troverà resistenze di tutti i tipi anche perché alla fine la decisone dovrà essere unanime a 28, e non solo per i paesi della zona euro.

Tuttavia, da qualche parte bisognerà pure cominciare e la proposta italiana ha l’indubbio merito di smuovere le acque torbide che soffocano una vera presa di coscienza del tema dell’immigrazione. Gli stessi tedeschi hanno controproposto una tassa sulla benzina, non si sa con quale fondamento. Ma in ogni caso, qualcosa si muove.

Mancano le alleanze

La proposta va quindi portata avanti con determinazione. Ma con chi? Qui, a nostro parere, si palesa invece la debolezza dell’iniziativa: non essere stata concordata a priori con alcuni nostri partner europei, a cominciare dai paesi del sud Europa, ma anche con alcuni fra i più aperti del nord dell’Unione. Magari valeva la pena tentare un primo approccio con la stessa Germania.
Insomma è mancato da parte italiana lo sforzo di creare a priori un fronte di paesi a sostegno della nostra proposta. Un Coalition building è la precondizione necessaria al successo delle proposte. Altrimenti il rischio è di lanciare una buona idea che poi, venendo solo da noi, rischia di essere tacciata di nascondere un conflitto di interessi. L’unico segnale buono fino ad oggi è la benevola attenzione dimostrata dalla Commissione. Ma, come ci dimostra l’esperienza recente, essa non è da sola sufficiente.

Gianni Bonvicini tratto da http://www.affarinternazionali.it

Cosa ci chiede il referendum del 17 aprile

Da dove viene il referendum?

Domenica 17 aprile si terrà il cosiddetto “referendum sulle trivelle”, termine evocativo quanto inesatto, ma utile per il dibattito nell’agone politico. Il risultato è molto probabilmente già scritto, con un’affluenza insufficiente a raggiungere il quorum del 50 per cento degli aventi diritto, che renderà inutile lo sforzo dei cittadini e delle compagini politiche che invece andranno a votare per il “sì”. Interessa però notare che si tratta del primo referendum nella storia del nostro paese a essere stato ottenuto dalle regioni.

raccolta firme referendumTutto inizia nel settembre 2015, quando Pippo Civati e il suo movimento Possibile cercano senza successo di raccogliere le 500mila firme necessarie per chiedere otto referendum popolari su una serie di questioni piuttosto eterogenee. Fra queste ce n’è una legata al tema connesso alle operazioni di trivellazione ed estrazione di idrocarburi dal fondale marino. Alcune norme, approvate prima dal governo Monti (Decreto Sviluppo, Art. 35
Disposizioni in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi) e poi dal governo Renzi (Sblocca Italia, gli articoli 36, 36-bis e 38 hanno introdotto misure volte a dare implementazione agli obiettivi prefissati dal documento di Strategia Energetica Nazionale (SEN) tra cui il c.d. titolo concessorio unico per le attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi) , avevano infatti reso meno complesso ottenere i permessi per esplorazione ed eventuale sfruttamento di giacimenti di idrocarburi offshore, aumentando il numero di anni di durata delle concessioni – sia di esplorazione che di sfruttamento – e rendendo possibili anche operazioni a meno di 12 miglia dalla costa.

Poche settimane dopo il fallito tentativo di Civati, dieci consigli regionali (Abruzzo, Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) promuovono sei quesiti referendari sulla ricerca e l’estrazione degli idrocarburi in Italia. L’Abruzzo si ritira successivamente dalla lista dei promotori.

referendum contro le trivelleA dicembre dello scorso anno il governo propone alcune modifiche alla legge di stabilità sugli stessi temi affrontati dai quesiti referendari. Per questa ragione, la Cassazione ne dichiara ammissibile solo uno, perché gli altri cinque – secondo la Corte – erano stati già recepiti dalla legge di stabilità. Il governo torna quindi sui suoi passi restituendo alle regioni gran parte della potestà su queste questioni.

Le Regioni hanno dunque già vinto il confronto con lo Stato centrale, vedendosi riconosciuti diritti che avevano perso con il decreto “sblocca Italia”. Ma anche la Corte costituzionale, cui spetta una seconda pronuncia sull’ammissibilità dei referendum, ha ritenuto che la legge di stabilità non depotenziasse tutti i quesiti, tenendone in piedi uno. Quello su cui si andrà a votare.

Cosa chiede il referendum?

La questione è molto tecnica e si ha l’impressione che non tutti gli elettori vadano a votare con un adeguato grado di preparazione. Il dibattito politico – ma non è una novità – non aiuta quando usa strumentalmente il referendum per esporre tesi, o sostenere posizioni, che hanno a che fare più con la stabilità del governo che con il tema vero e proprio.
referendum 17 aprileGli elettori dovranno decidere se i permessi per estrarre idrocarburi in mare entro 12 miglia dalla costa (poco più di 22 chilometri da terra) debbano durare solo fino al termine della concessione. Oggi la legge prevede infatti che le concessioni abbiano una durata iniziale di trenta anni, prorogabili una prima volta per altri dieci, una seconda volta per cinque e una terza volta per altri cinque; al termine della concessione le aziende possono chiedere la proroga fino all’esaurimento del giacimento.

Solo le 21 delle 69 concessioni estrattive marine oggi operative che si trovano entro il limite di 12 miglia sono interessate al referendum: 7 in Sicilia e altrettante nel mar Ionio, 4 nell’Adriatico centrale e 3 in quello settentrionale. Le prime concessioni che scadranno sono ovviamente quelle degli impianti più vecchi, costruiti negli anni Settanta.
In pratica, se il referendum dovesse passare, quelle 21 piattaforme verranno smantellate una volta scaduta la concessione, senza poter sfruttare completamente il gas o il petrolio nascosti sotto i fondali. In caso contrario, non cambierà nulla.

E dunque?

il punto sul referendumProviamo a mettere ordine cominciando dal nome: referendum no-triv. Le trivelle perforano, le piattaforme estraggono. Dove iniziano le prime finiscono le seconde. Il nome no-triv non rispecchia il contenuto del referendum, come non aiuta la comprensione e la consapevolezza su tutto quello che è connesso a produzione ed esplorazione.

Anzitutto un numero: il contributo al fabbisogno italiano di idrocarburi (2015) è pari al 9,4 per cento per il petrolio e al 10,2 per cento per il gas. Disporre di queste risorse comporta una riduzione della “bolletta energetica” per un valore di circa 3,2 miliardi di euro.
Il punto centrale allora è se esiste un interesse del paese a sfruttare le pur non enormi riserve di idrocarburi presenti. Diciamo che non esistono paesi che, avendo fonti energetiche da sfruttare, decidano di dipendere al 100 per cento dalle importazioni. Per quanto riguarda quindi gli investimenti già fatti (o fatti in gran parte) sembra ovvio poter continuare a utilizzare le strutture esistenti e sfruttare i pozzi fino in fondo.

Sulle nuove esplorazioni (onshoreoffshore, petrolio o gas, entro o oltre le 12 miglia) invece è tutt’altra storia, ma il referendum del 17 aprile non verte su questo tema.

Marzio Galeotti e Alessandro Lanza tratto da www.lavoce.info

L’irrilevanza del referendum del 17 aprile

Viviamo in un mondo costruito intorno alla generazione di energia tramite combustione di idrocarburi. La cosa non è più sostenibile per tutta una serie di considerazioni; non ultima, l’esaurimento delle risorse disponibili nei giacimenti. Industria, trasporti, riscaldamento, oltre alla generazione d’energia, dipendono in modo altrettanto massiccio dagli idrocarburi. Si tratta di cambiare alla radice l’intero mondo che conosciamo, modificando anche i nostri stili di vita. Dobbiamo passare a un modello di sviluppo che ancora non abbiamo definito bene nei dettagli, perché ci mancano perfino alcune conoscenze tecniche e scientifiche indispensabili. E dobbiamo farlo assolutamente per gradi, perché i traumi e le crisi possono sconvolgere i nostri equilibri.

gas metanoChiudere adesso i rubinetti del gas metano perché è un idrocarburo e quella parola evoca immagini di pellicani ricoperti di petrolio, è semplicemente una fesseria ideologica e propagandistica.
Ma meno male che esiste il gas metano; che ci permetterà di passare gradualmente dal petrolio ad altre fonti pochissimo inquinanti senza spendere una follia e senza rovinare l’ambiente!
E, per essere chiari: per parecchi decenni sarà ancora indispensabile anche il petrolio. Anche nell’ambito di una strategia decisa e convinta per abbandonarlo. Inutile farsi illusioni miracolistiche. Pensate solo a quanto tempo occorrerebbe per convertire i riscaldamenti domestici di una sola grande città, dal gasolio e dal metano a un eventuale sistema elettrico (dal rendimento inferiore, ma già oggi tecnicamente possibile). E poi al momento, le fonti energetiche alternative non sono in grado di fare funzionare i trasporti: né su gomma, né su rotaia, né via mare, e tanto meno per via aerea. Persino i treni, per essere efficaci ed efficienti, possono funzionare solo ad alta tensione fornita da grosse centrali (e con che cosa le facciamo funzionare, le centrali?); le navi possono teoricamente andare a vela che, per quanto avanzata la possiamo immaginare, imporrebbe una drastica riduzione delle velocità commerciali e della capacità di carico (e addio celle frigorifere…). Insomma, fare campagna oggi contro il petrolio per ottenerne una forte e immediata riduzione produttiva e di utilizzo significa semplicemente ridurre la disponibilità di energia del paese. Né più, né meno.

energie alternativeMa farla contro il gas metano non significa solo ridurre la disponibilità di energia del paese: significa anche allontanare o rendere impossibile la transizione dagli idrocarburi alle fonti energetiche meno inquinanti; transizione che non può fare a meno del metano.
Ora, vorrei che fosse chiaro: senza energia nucleare, senza carbone e senza metano, l’esaurimento degli idrocarburi liquidi o solidi o la rinuncia al loro utilizzo farebbe ripiombare la disponibilità energetica mondiale ai livelli del XVIII secolo; ma con una popolazione moltiplicatasi molte volte. Torneremmo ai mulini ad acqua e a vento con la tecnologia di allora. Utilizzeremmo quantitativi spropositati di legname, depauperando ulteriormente le foreste. Ci ridurremmo a un’economia a km. 0 obbligata e le popolazioni di intere regioni morirebbero di fame. Sarebbe un salasso mostruoso per l’umanità. Questo per fare gli ambientalisti duri e puri ovviamente.

petrolio riduzione consumiDunque avremo bisogno di più metano – e non di meno metano – per compensare la riduzione del petrolio che ci siamo opportunamente imposta e per soddisfare il fabbisogno energetico con una soluzione pro-tempore durante la fase di crescita delle fonti energetiche rinnovabili. Questo perché il metano è parecchio meno inquinante del petrolio ed è molto facile da usare. Tagliare anche il metano e già da subito (che poi è ciò che auspicano i promotori del referendum sia pure dilazionato nell’arco di un decennio) mi sembra assolutamente folle.

Anche perché non è che le fonti rinnovabili siano esenti da problemi: l’idroelettrico è devastante per l’ambiente (operazioni di sterro e sbancamento per la costruzione della diga, con possibile emersione di amianto e rovina paesaggistica; sommersione di intere vallate e mutamenti del microclima locale con l’invaso); l’eolico è fortemente avversato perché rovina il paesaggio; il solare è molto costoso, sottrae superficie alle terre emerse e la produzione dei pannelli fotovoltaici produce scarti inquinanti.

Perciò certe uscite estemporanee come l’attuale referendum mi sembrano assolutamente velleitarie e – al più – propagandistiche. Come, d’altra parte, taluni dei promotori più onesti ammettono (“Il referendum vuole essere un segnale“). A me i segnali stanno bene; quando non coinvolgono l’economia del paese e qualche migliaio di posti di lavoro

referendum 17 aprileNon si tratta di promuovere o contrastare il ricorso alle fonti energetiche alternative, visto che sarà comunque obbligatorio, che lo vogliamo o no. Si tratta di discutere del modo per arrivarci. E in quest’ambito, si tratta di discutere del referendum al quale siamo chiamati a dare una risposta e del suo reale significato. Che non è “volete il ricorso alle fonti energetiche alternative o volete impiastricciarvi di petrolio da qui all’eternità?”, ma più semplicemente “volete che l’estrazione di gas e petrolio dai giacimenti marini entro le 12 miglia dalla costa prosegua fino ad esaurimento o volete interromperla prima?”.

Che le fonti fossili debbano essere abbandonate in un futuro che non possiamo adesso definire è inevitabile, ma ciò implica una transizione che questo referendum non aiuta a compiere

Pino Modola

Perché votare SI il 17 aprile

Fra qualche settimana si voterà per abrogare la frase contenuta nella legge di stabilità 2016 “per la durata di vita utile del giacimento” concernente la rimozione delle trivelle già esistenti entro le 12 miglia marine dalla costa. Su questo semplice quesito esiste un mare di malintesi e di forzature politiche. Tentiamo di capire perché invece è importante andare a votare rimanendo sui fatti:

referendum

  • Perché votare è sempre utile alla Democrazia. Il referendum sarà reso nullo solo se non andrà a votare oltre la metà degli elettori aventi diritto segnando, come in altri casi in passato, una brutta pagina per la partecipazione democratica. Comunque i costi per la giornata elettorale saranno elevati a priori se saranno in tanti o in pochi i cittadini che eserciteranno il proprio diritto al voto. Dunque è utile andare a votare proprio per non far sprecare finanze pubbliche inutilmente e perdere una occasione per contare, visto che il referendum è stato già indetto e si svolgerà comunque.
  • Perché i proponenti non provengono da una sola parte politica. A differenza di molti altri referendum del passato non è una unica forza politica che ha promosso tale referendum, ma ben 9 Regioni italiane (Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto) del nord e del sud, sia governate da una maggioranza di destra che di sinistra. Ciò è esplicitamente previsto dall’articolo 75 della Costituzione che permette ad almeno cinque Consigli regionali di richiedere un referendum abrogativo proprio per tutelare la funzione di rappresentanza di prossimità dei cittadini attribuito a queste istituzioni locali. Dunque per sua stessa natura il referendum non può essere letto come un’arma di una parte politica contro un’altra.

referendum contro le trivelle

  • Perché il referendum non è contro il governo. La legge che vieta la costruzione di nuove trivelle entro le 12 miglia marine dalla costa è stata introdotta dal governo in carica con l’approvazione dell’ultima legge di stabilità. Questa norma non è messa in discussione in alcun modo. La questione posta anche dal governo riguarda solo il quando e il come smaltire le vecchie trivelle “indesiderate” già esistenti nelle prime 12 miglia.
  • Perché il SI è la logica conseguenza della legge. Se il governo giustamente ha deciso che non si possano installare nuove trivelle a ridosso della costa, logica impone di smantellare quelle esistenti il prima possibile, tutelando gli interessi privati acquisiti tramite concessioni pubbliche. Dunque non ha senso mantenere le trivelle lì “vita natural durante” (8 sono già considerate improduttive ma non è stata ancora avviata nessuna procedura per la loro rimozione). Viceversa nel caso di vittoria del SI il loro smaltimento avverrebbe al termine naturale della concessione, ossia mediamente tra oltre dieci anni.

economia sostenibile

  • Perché gli effetti del SI sono sostenibili e innovativi. Delle 69 concessioni totali per la ricerca e l’estrazione degli idrocarburi presenti in Italia, solo 26 sono attualmente operative entro 12 miglia dalla costa e dunque interessate dal quesito referendario. Se vincesse il SI queste verrebbero smaltite alla scadenza prevista dalle concessioni, avendo tutto il tempo necessario per pianificare il loro legale ricollocamento oltre le 12 miglia e la riconversione del personale coinvolto. Diversamente senza una data certa la ripianificazione di queste risorse potrebbe diventare oggetto di diversi interessi. E’ evidente che una volta chiuse nessun soggetto esterno potrebbe usufruire dei relativi eventuali giacimenti, ricadendo questi nelle acque territoriali con esplicito divieto di nuove trivelle. Inoltre la vittoria del SI sarebbe interpretata come una chiara espressione della volontà popolare a sostegno dell’impegno del governo a supporto della ricerca di innovative tecnologie per la reale riconversione delle politiche energetiche nazionali verso uno sviluppo sostenibile.

Sono solo 5 semplici ragioni per andare a votare SI al Referendum. Se ne potrebbero citare altre, anche di una certa rilevanza, ma si correrebbe il rischio di travisare il significato del voto di domenica 17 aprile. Invece è importante ricordare ad ogni cittadino che occorrono solo 5 minuti per esercitare un proprio diritto costituzionale pronunciandosi unicamente su un quesito referendario specifico. Perché SI, la Democrazia è partecipazione.

Paolo Acunzo

 

La difficile comprensione del terrorismo

Il terrorismo ha sempre suscitato grandi dibattiti sia sulle cause che sui possibili rimedi. Ora abbiamo a che fare con quello islamista dell’Is, ma il terrorismo come metodo di lotta politica non nasce in questi ultimi anni ed è stato usato con varie connotazioni di destra, di sinistra, anticomunista, anticapitalista, mafiosa, a sostegno della causa palestinese o di quella ebraica, nazionalista. A noi italiani è toccato di conoscerlo in diverse versioni in vari momenti della nostra storia degli ultimi 45 anni, ma quello dell’Is è molto diverso dai casi del passato e, dunque, bisogna guardarlo più in profondità per capire come prevenirlo e difendersi.

guerre in Medio OrienteInnanzitutto è ormai assodato che il terrorismo dell’Is nasce nell’ambito dello scontro che oppone fazioni religiose, stati, gruppi dirigenti nel mondo che si riconosce nella religione musulmana. Non si tratta, quindi, di una guerra tra Islam e Occidente; né, tantomeno, deriva da una qualche aggressione degli Usa o dell’Europa verso i paesi musulmani. Certo, vi sono state le guerre sciagurate per abbattere Saddam Hussein e Gheddafi che hanno precipitato enormi territori nel caos, ma quei dittatori erano laici e non capi religiosi. Né la volontà di controllare i pozzi di petrolio da parte dell’Occidente può spiegare la nascita dell’Islamismo radicale e del terrorismo come reazione contro lo sfruttamento dell’unica ricchezza di quei territori dato che il controllo è stato (ed è) esercitato da governi e monarchie autoctoni (e tra l’altro l’Is svende il petrolio).

Al contrario, nel passato gli Usa e i loro alleati hanno incoraggiato e sostenuto con soldi e armi la nascita di gruppi radicali per indirizzarli contro l’Urss in Afghanistan e poi contro Assad in Siria. È stata tollerata l’aperta azione di Turchia e Arabia Saudita a favore dell’Is e si è consentito che quest’ultima prendesse il controllo di buona parte delle moschee europee diffondendo una versione retrograda e bellicosa dell’Islam che si contrappone ai valori e alla società occidentali. Altro bisognerebbe dire specie sul versante dei rapporti Arabia Saudita Usa, ma non è questa la sede. In definitiva, se di colpe dell’Occidente si vuole parlare, si tratta più di favoreggiamento e istigazione all’islamismo radicale che non di guerra nei suoi confronti.

guerra in SiriaIl problema è che la guerra “civile” nel mondo arabo (guerra vera con molte centinaia di migliaia di vittime dall’Algeria allo Yemen) è diventata un polo di attrazione per i musulmani nel mondo che ha trasformato la loro religione in un’identità e un’ideologia che supera e dimentica le divisioni in nome delle quali si sta svolgendo lo scontro in Medio Oriente. Ciò che resta e che emerge per chi vive qui è la proposta di una contrapposizione radicale agli stili di vita, ai valori e all’assetto sociale delle società europee. Una contrapposizione incoerente che sa di rivalsa se si guarda alla storia dei giovani autori delle stragi di Parigi e Bruxelles o anche ai profili degli attentatori suicidi diffusi dalla propaganda dell’Is. Nessuno di questi giovani, infatti, deriva le sue convinzioni dallo studio, dalla pratica religiosa e da uno stile di vita integralista. Tutti sembrano cercare una propria affermazione che sfocia nel culto della morte eroica passando per una fase di violenta sopraffazione che li eleva al di sopra della gente comune. L’Is in sostanza ha dato a questi giovani una motivazione per vivere e per morire. Ma anche questa non è una novità nella storia: l’idea della “bella morte”, il culto per una gioventù che si consuma in battaglie feroci e l’eroismo che fa sacrificio della propria vita ricorrono in tutte le epoche.

terrorismo islamistaE tuttavia deve preoccupare che pochi terroristi abbiano potuto muoversi in ambienti a loro affini per culto e per origini anche se lontanissimi dalle loro azioni concrete senza esserne respinti. L’ostilità verso le istituzioni degli stati dei quali molti musulmani sono ospiti e cittadini è un problema a sé stante che deve essere affrontato soprattutto sul piano culturale conquistando ai valori e alle regole di convivenza europee anche quelli che vi si oppongono contro il loro stesso interesse bisogna dire perché, per quanto siano perfettibili le politiche sociali, di assistenza e del lavoro negli stati europei, danno garanzie all’avanguardia rispetto a quelle di tutto il resto del mondo. Forse bisognerebbe dire loro, con un po’ di comune buonsenso (ma senza astio) che se la vita in Europa suscita tanta ostilità possono sempre provare a trasferirsi in altri paesi piuttosto che ostinarsi a vivere in comunità chiuse e autoreferenziali.

Il problema è dunque molto complesso e va affrontato senza fare confusione. Se, sul piano dell’analisi, è corretto approfondire la storia dei rapporti tra paesi occidentali e mondo arabo, magari partendo dalle Crociate o ancor prima dalla conquista islamica che si estese dai Balcani all’Andalusia, quando si tratta di reagire ad un terrorismo organizzato e determinato qui ed ora non si può replicare tirando in ballo le vicende del passato. immigrati protestaNé si può spiegare la scelta dei terroristi europei di origine araba, ma di seconda o terza generazione, con la “rabbia delle periferie”. La stragrande maggioranza dei giovani e degli abitanti delle periferie vivono la loro vita cercando un miglioramento della loro condizione attraverso lo studio e il lavoro e non certo facendosi esplodere negli aeroporti. Dunque si parla di infime minoranze che non rappresentano assolutamente la generazione cui appartengono. D’altra parte è esattamente ciò che accade con altri fenomeni di ribellismo asociale che trovano la loro identità in gruppi marginali e nella pratica della violenza (ultras del calcio per esempio).

Ciò che distingue il radicalismo dell’Is è l’ideologia dell’islamismo radicale e l’esistenza di una “casa madre mondiale” che si identifica in uno o più eserciti combattenti e nei territori da questi amministrati. Da lì provengono l’ispirazione, l’esempio, i finanziamenti, l’addestramento, il supporto, gli obiettivi per i terroristi attivi in Europa. Da lì proviene anche la rivendicazione delle azioni di terrorismo sul suolo europeo. Già questo sarebbe un motivo che giustificherebbe un’azione di guerra contro l’Is. Se non viene fatta è perché ancora non sono stati definiti gli assetti successivi alla sconfitta dell’Is. Come è noto in Medio Oriente c’è un crocevia di strategie tutte interne al mondo arabo e islamico tra di loro in conflitto che impediscono un’azione risolutiva in Siria (dove esiste ancora uno stato legittimato in base al diritto internazionale e sarebbe saggio che rimanesse), in Iraq e in Libia.

Europa egoismi nazionaliIn Europa serve invece un salto di qualità nell’opera di prevenzione e di repressione del terrorismo coordinando e indirizzando l’azione delle polizie europee e lavorando alla creazione di un’unica centrale di intelligence dei paesi UE (o almeno di un nucleo ristretto). L’esempio del PNR per tracciare i passeggeri dei voli aerei del quale si è sottolineata la necessità da oltre un anno e mezzo e che ancora non si è realizzato testimonia di un’incapacità di individuare e far funzionare gli strumenti necessari alla prevenzione su scala europea.

Sarebbero necessarie inoltre una politica estera europea e una politica verso i migranti. Esattamente ciò che l’Europa non riesce a fare perché il progetto europeo si sta ripiegando verso l’esaltazione degli egoismi nazionali a cominciare da quei paesi dell’est risollevati dallo sfascio post sovietico grazie agli aiuti europei e oggi aspramente ostili a ogni condivisione di responsabilità. Forse sarebbe meglio pensare ad un nucleo forte di paesi nell’ambito dell’eurozona determinati a portare avanti l’idea di Europa, lasciando gli altri sullo sfondo a meditare e maturare una più convinta adesione.

migrazioni umaneUltimo tema quello delle migrazioni. Anche qui non giova mischiare piani diversi chiamando ad una chiusura delle frontiere che mai è riuscita a contenere le migrazioni o esaltando l’assoluto diritto degli umani ad andare dove vogliono e ad essere accolti. In entrambi i casi si tratta di posizioni ideologiche senza i piedi per terra; due forme di idealismo inutili ad affrontare problemi drammaticamente concreti. Meglio sarebbe avere una politica cioè un insieme coordinato di azioni ispirato da una visione ideale e fondato su obiettivi e strumenti ben calibrati perchè le migrazioni vanno gestite e non subite e questo un continente di 500 milioni di persone lo può fare. Peccato che le classi dirigenti europee preferiscono far finta di essere travolte, anno dopo anno, dall’emergenza pur di non assumere le loro responsabilità. Bisogna dire che l’Italia e la Germania sono state capaci di dare un buon esempio sia con le parole che con i fatti, ma non sono state seguite abbastanza. Gli altri paesi non hanno avuto il coraggio e la lucidità di farlo e si sta scivolando indietro

Claudio Lombardi

I terroristi in casa nostra

Martedì mattina ci siamo svegliati e abbiamo scoperto – drammaticamente, tragicamente – che il terrorismo è in casa nostra. Non è solo laggiù, in Afghanistan, in Iraq, in Libia, in Siria, dove volano i droni di Obama. È vicino a noi. In Europa. Nel cuore delle nostre città. Ed è qui che dobbiamo combatterlo. Abbiamo cominciato a farlo davvero? Non ancora. Dobbiamo saperlo, capire, agire. La sicurezza di tutti è in pericolo.

attentati di BruxellesI morti di Bruxelles ci dicono molte cose. La prima, e per paradosso la più grave, è il clamoroso fallimento – finora – della intelligence europea. Nessun coordinamento, nessuna guida sicura, nessuna strategia. Ognuno si muove per suo conto, e spesso in modo del tutto insufficiente. Come ha mostrato il caso Salah, non riescono a comunicare tra loro e ad agire di concerto nemmeno il servizio segreto francese e quello belga. È mancata soprattutto la capacità di lavorare in quella terra di mezzo che separa la società civile dai militanti dell’Isis, spezzare le linee di rifornimento, interrompere le catene di collegamento: l’arma usata in tutte le guerre al terrorismo e che risultò vincente in Italia contro le Brigate rosse.

Il secondo, inquietante insegnamento è, per così dire, la parcellizzazione del gesto terroristico. Chi ha armato e organizzato i dinamitardi di Zaventem? Chi ha dato l’ordine? Un Grande Vecchio, una direzione strategica, una cellula eterodiretta o a muoversi è ormai l’individualismo dell’esasperazione bellica? Se, come sembra, fosse più probabile l’ultima risposta, nessuno potrebbe dire chi, dove, come e quando colpirà ancora. Impossibile cercare di saperlo e prevederlo, se non caricando le armi dell’intelligence.

terroristi IsisProbabilmente gli attentati di ieri erano programmati da tempo e ad accelerarli è stato l’arresto di Salah, la primula nera del Bataclan che ha attraversato tranquillamente le frontiere ed è rimasto per quattro mesi indisturbato a casa sua, a Bruxelles. Come a dire, non avete affatto vinto, siamo ancora qui più forti di prima. Già, Bruxelles. Ancora una volta la valenza simbolica degli atti terroristici è altissima. E di nuovo metropolitane e aeroporti, luoghi frequentatissimi della nostra vita quotidiana. Ci vogliono immobili e impauriti, costretti a rinunciare a ogni libertà di movimento.

Bruxelles è anche la città del quartiere di Molenbeek, nido e covo di tanti estremisti islamici – «l’elenco delle persone che sono transitate da qui prima di essere coinvolte in attività terroristiche è impressionante», ha scritto “Le Monde” –, luogo dal quale si sono mossi gli uomini del “Bataclan” e dove Salah si è rifugiato per mesi dopo gli attentati di Parigi e prima del blitz della polizia belga. Un dettaglio che ci offre un terzo insegnamento: al di là delle necessarie distinzioni politiche e strategiche tra Islam estremista e Islam moderato, ora sappiamo che i terroristi possono contare su una vasta rete di protezione, sia che nasca da sincera solidarietà, sia da paura di vendette e ritorsioni. C’è, e garantisce una grande copertura. Rendendo ancora più difficile il lavoro delle forze dell’ordine.
Europa egoismi nazionaliE naturalmente Bruxelles, oltre che sede della Nato nel Vecchio Continente, è la capitale di un’Europa finora imbelle e inconcludente che da anni insegue una nuova identità dopo essere stata messa in ginocchio dai grandi choc degli anni Duemila: crisi economica; immigrazione incontrollata; esplosione del terrorismo islamico.

Le bombe e il sangue vogliono ricordarci la pochezza e i limiti di una unità europea che non è mai stata tale. Bruxelles, infine, è anche la città dove i giovani corrono a studiare e a lavorare cercando qualcosa che non hanno nel proprio Paese o ansiosi di aiutare nelle istituzioni una rinascita europea che è la sola risposta possibile all’avanzare dell’Isis e delle sue filiazioni. Per una sinistra coincidenza, di quelle capaci di legare fenomeni lontani e diversi, le vittime di Bruxelles arrivano subito dopo le ragazze dell’Erasmus morte in Spagna. Come se il fato e il terrore organizzato si dessero la mano per spezzare un sogno e infrangere ogni speranza. Anche per loro non bisogna arrendersi.

Bruno Manfellotto tratto da facebook

1 30 31 32 33 34 40