Un’ Europa troppo grande e poco politica

Nell’UE c’è qualcosa che non funziona. L’integrazione è andata avanti in modo poco lineare, si sono persi l’entusiasmo e la visione dei padri fondatori e manca una direzione politica dell’Unione.

Un esempio è il trattato di Schengen che ha fissato una frontiera comune con ridicole linee guida in tema di immigrazione e senza una politica di accoglienza comune. I paesi frontalieri nel sistema Schengen presidiano la frontiera comune con beneficio di tutti i paesi dell’area, ma poi vengono lasciati soli a gestire fenomeni epocali come le migrazioni.

euro equilibrioQualcosa di simile è capitato all’Euro. La moneta unica fu imposta da Mitterrand alla Germania perché il presidente francese temeva che in una Germania unificata sarebbe diventata troppo grande e, disponendo della forza del marco, avrebbero acquistato in saldo le società migliori degli altri paesi europei. L’idea di Mitterrand piacque ai politici dell’Europa meridionale forse perché condividevano le paure del presidente francese, ma soprattutto perché ritenevano di poter ottenere grossi risparmi sui tassi di interesse sul debito pubblico e privato come effettivamente è avvenuto. Si pensi ai vantaggi per l’Italia, che all’inizio degli anni novanta aveva rischiato un default. Il problema è che le unioni monetarie funzionano se hanno un bilancio comune che redistribuisca risorse dai paesi più ricchi a quelli più poveri in modo da evitare squilibri eccessivi tra gli aderenti. Però di bilancio comune non se ne parla.

europa allargata a estAnaloghi dubbi suscitano gli allargamenti ad est. A partire dall’inizio degli anni 2000 sono entrati nell’Unione Europea praticamente tutti gli stati postcomunisti. La velocità degli allargamenti ad Est fa ritenere che sia stata fatta una valutazione complessiva e geopolitica, che ha portato nell’Unione Europea paesi con condizioni economiche veramente eterogenee e non sia stata fatta una valutazione Stato per Stato come le stesse istituzioni UE avevano stabilito. Qualcuno ha accusato Prodi di aver accelerato l’adesione per passare alla storia come il presidente della Commissione che ha dato l’ultima picconata al muro di Berlino. Altri sostengono che vi erano valide motivazioni: erano passati pochi anni dagli orrori dei Balcani, che si sarebbero potuti evitare se l’UE avesse fatto politica poco oltre i suoi confini. E poi negli anni novanta le condizioni della democrazia nei paesi che si erano avvicinati all’UE erano migliorate e si sentiva la pressione di una Russia sempre più aggressiva con Putin e di un’America di Bush vogliosa di occidentalizzare l’est europeo a modo suo.

Purtroppo oggi si mostrano i limiti di quella fretta e alcuni di quei paesi hanno problemi anche di rigetto dell’Unione Europea.

contraddizioni EuropaLe contraddizioni dell’allargamento dell’UE sono le stesse degli allargamenti dell’Unione Monetaria. Dapprima è entrata nell’area euro la Grecia, con evidenti limiti e con buchi nei conti pubblici che si fa fatica a credere non fossero noti durante le trattative. Poi è entrata Cipro, la cui banca centrale che doveva vigilare le banche locali non faceva rispettare neanche le norme sull’antiriciclaggio. Infine sono arrivati i paesi baltici nel bel mezzo della crisi dell’Euro. La sensazione è che gli allargamenti a sud siano stati frutto della guerra dei tubi con la Russia di Putin e quelli ad est volevano essere una dimostrazione del fatto che il progetto della moneta comune non fosse morto. Oggi i paesi baltici, che hanno un tenore di vita più basso rispetto a quello della Grecia lacerata dalla crisi, sono tra i più restii ad aiuti e sconti alla Grecia e tra i più possibilisti in merito alla Grexit.

I compromessi con cui è cresciuta la casa comune europea sono diventati paradossi. Si sono allargate l’UE e l’area euro a paesi i cui limiti erano noti a tutti per finalità geopolitiche, ed adesso nessuno vuole pagare il conto. Essere un attore internazionale come gli Stati Uniti o la Cina o provare ad esserlo come la Russia costa ed è assurdo predicare l’irreversibilità dell’area euro minacciando però di cacciare i paesi disobbedienti. Certo Angela Merkel è lontanissima dai padri fondatori e da Kohl, e persino da Prodi e Delors, sembra un allenatore alle prese con un organico di giocatori che non avrebbe mai acquistato, oggi tuttavia bisogna smetterla con i segnali e con la mezza geopolitica e fare tutto ciò che non è mai stato fatto: una federazione nell’area euro.

Salvatore Sinagra

L’ idea di Europa nella nebbia

Ora che le acque si sono un po’ calmate (fino a domenica) possiamo chiederci: cosa abbiamo capito e cosa ci sta insegnando la “tragedia” greca? Forse l’unico merito del referendum indetto da Tsipras è stato di riportare l’attenzione di un’opinione pubblica un po’ stanca e un po’ distratta sull’eccezionalità della situazione europea rimasta appesa ad una moneta unica, ma priva di istituzioni in grado di governare la zona euro. Lo sapevamo anche prima, ma stavolta la paura di uno sbandamento c’è stata sul serio.

referendum grecoFra i demeriti del referendum metterei l’appello al popolo formalmente a votare su un quesito inesistente, ma sostanzialmente a schierarsi contro gli altri stati dell’eurozona. Far leva sull’orgoglio nazionale è stata una mossa, forse dettata dalla disperazione, ma che, se fosse imitata da altri leader in altre nazioni, innescherebbe una spirale di nazionalismi difficilmente controllabile nella quale ogni popolo individuerebbe in altri popoli la causa dei suoi problemi. Come giustamente è stato sottolineato in questi giorni ogni popolo ha la sua sovranità e pensare di piegare quella degli altri con la propria è un disastro innanzitutto concettuale e culturale.

Speriamo che la cosa finisca con un accordo nel quale Tsipras, forte della sua nuova autorevolezza sul piano interno, trovi la strada di un compromesso.

Referendum e rischio Grexit sono serviti per una drammatizzazione che, forse, può risvegliare le coscienze sullo stato dell’Europa. Da anni ci siamo abituati a veder scivolare l’idea di Europa nella consuetudine di incontri, convegni, vertici, decisioni, regole gestite da un esercito di burocrati, consulenti, politici nella più assoluta opacità degli obiettivi strategici e nell’assenza di un progetto chiaro. Dire “Europa” è diventato un po’ come dire “Buon Natale” qualcosa di scontato e di banale che si deve dire a prescindere dal suo significato.

GrexitI primi che hanno smarrito il senso e le finalità dell’ idea di Europa sono i partiti e le correnti politico culturali che sono stati i protagonisti della sua affermazione. La retorica alla quale ci hanno abituati ha fatto velo ad una prassi frammentata in migliaia di regole e con l’unico faro dei parametri di finanza pubblica. Non che non sia stato fatto nulla di buono, anzi, ma lo si è fatto con l’incapacità di comunicare e di coinvolgere i cittadini dei paesi europei che in piccola parte hanno avvertito di far parte di una dimensione sovranazionale.

Se togliamo i giovani che hanno fatto i programmi Erasmus e chi ha sperimentato la facilità e il piacere di viaggiare in tanti paesi senza passaporto e con la stessa moneta in tasca quanti dei circa 500 milioni di abitanti hanno potuto apprezzare il fatto di trovarsi nell’Unione Europea?

globalizzazioneLa crisi e la globalizzazione hanno agito da catalizzatore. I vecchi equilibri sono saltati, le compatibilità di prima non sono state più possibili, l’ideologia delle disuguaglianze ha favorito la concentrazione di ricchezze e di poteri nei vertici che controllano i gangli vitali (economici, amministrativi, culturali,) delle nostre società e la politica è diventata un mondo a parte fatto di caste e di interessi personali. Logica conseguenza è stata la sfiducia nella democrazia e la ricerca di una vecchia-nuova identità nazionale all’inseguimento della perduta autonomia trasformata in mito. Chi più chi meno tutti i paesi europei hanno dovuto fare i conti con questi cambiamenti. E come ha risposto l’Europa? Con il tentativo di dar vita ad una costituzione europea naufragata nelle urne francesi e dei Paesi Bassi. E con l’euro che di quel disegno faceva parte e che è rimasto appeso ad un processo incompiuto e del quale non si è più ripreso il filo.

Oggi abbiamo due entità che si intrecciano e delle quali non è ben chiara la missione: l’Unione e l’eurozona. La prima ha organismi di governo e di rappresentanza (Parlamento, Commissione, Consiglio) già sperimentati, dotati di poteri e autorevolezza benché espressione essi stessi di un’approssimazione rimasta a metà. Ma i paesi euro che hanno? Chi gestisce le politiche che dovrebbero accompagnare una moneta unica?

futuro EuropaQui c’è il grande punto interrogativo che fa dell’Europa e dell’euro in particolare un gigantesco caso di “vorrei, ma non posso”. Inevitabile che in situazioni di crisi ci sia chi si erge a rivendicare l’autonomia e la dignità dei popoli che vedono la propria sovranità limitata da un vincolo monetario. Facile vedere il vincolo se nessuno riesce a comunicare i vantaggi che l’appartenenza all’Unione e all’euro comporta. Basti pensare all’effetto calmieratore che l’area euro ha avuto sui tassi di interesse pagati sui debiti pubblici. Dove sono finiti tutti quei soldi risparmiati? Se poi non sono seguite le politiche di sviluppo è colpa degli egoismi nazionali perché è facile evocarle e invocarle, difficile è accettarle poiché legano le mani a chi le vorrebbe libere.

Bisogna fare uno sforzo per uscire fuori dalle retoriche e dalle narrazioni contrapposte e tornare a parlare il linguaggio della concretezza. Ci conviene l’Europa? Ci conviene l’euro? Se sì cosa dobbiamo fare per essere una comunità di stati che tendono a federarsi? Oppure pensiamo di andare nella globalizzazione ognuno col suo staterello?

Non scherziamo col fuoco, torniamo a mettere i piedi per terra e facciamo appello al popolo non per difendere astratte dignità, ma per costruire la nuova dimensione europea. Ecco un bel compito a casa per i governi europei.

Claudio Lombardi

Grecia: e adesso cambiamo strada

Il dopo referendum

Il referendum in Grecia è finito come c’era da aspettarsi. Ha vinto il no alle condizioni che la Troika e le cancellerie europee volevano imporre come corrispettivo di un programma di aiuti che, in realtà, non è più sul tavolo dal 30 giugno. Ma il significato è abbastanza chiaro. Il popolo greco ha detto no a condizioni che ha ritenuto ingiuste e devastanti per accedere a un programma di aiuti nuovo. Senza il quale la strada per il default è aperta e, ancor prima, è spalancata quella della sospensione di qualsiasi fornitura di liquidità da parte della Bce alle banche greche. Dopodiché, la Banca centrale greca sarebbe costretta a stampare qualcosa da dare agli istituti di credito e allo Stato per mantenere in piedi i pagamenti e i rifornimenti in piena stagione turistica. crisi grecaGrexit? Chissà. Non c’è alcuna procedura codificata per l’uscita dall’euro. Nessuno può “cacciare” un paese dalla moneta unica. Potrebbe anche cominciare un lunghissimo contenzioso con ricorsi alla suprema Corte europea, alle corti costituzionali nazionali per quello che la Banca centrale europea avrà fatto o non avrà fatto. Per non parlare del collasso dell’economia greca, con costi sociali e umanitari altissimi, nel cuore di Europa. Una responsabilità troppo grande anche per una classe politica europea (Grecia ovviamente compresa) finora dimostratasi molto al di sotto dei compiti posti dalla drammaticità della storia.

L’Europa riprenda in mano la trattativa

C’è da augurarsi quindi che a un accordo, o almeno a un memorandum di intesa, si arrivi al più presto, cioè in pochissimi giorni. Da cosa si dovrebbe partire? Certamente dal debito e, in particolare, dalle scadenze dei prossimi anni. Tra queste spiccano per urgenza e dimensione quelle col Fondo monetario internazionale e quelle con la Bce. Proprio nei confronti di quest’ultima ci sono scadenze ravvicinatissime: 3,5 miliardi il 20 luglio, altri 3,2 il 20 agosto; mentre il 30 giugno è scaduta una rata di rimborso all’Fmi per 1,5 miliardi e 455 milioni scadranno il 13 luglio e altri 304 il 4 settembre.

scadenze GreciaCon queste scadenze e quelle successive occorre che il nuovo piano di aiuti, che andrà negoziato nei prossimi giorni, preveda un impegno dei partner europei a farsi carico della restituzione dei debiti del governo greco nei confronti di Fmi e della Bce, attraverso il fondo europeo Esm – European Stability Mechanism. Il credito così acquisito dall’Esm verso la Grecia dovrebbe avere scadenza molto lunga e tassi di interesse molto bassi; o potrebbe addirittura essere trasformato in perpetuities, in modo da prevedere la restituzione solo degli interessi. Lo stesso Fmi, in un recente documento, ammette che il livello attuale del debito greco è sostanzialmente insostenibile e che si rende necessario un alleggerimento al fine di evitare il default. La soluzione che proponiamo renderebbe chiaro che il salvataggio della Grecia non è il salvataggio di un paese estero ma una questione politica interna all’Unione Europea. Avrebbe il vantaggio di togliere dalla trattativa l’Fmi, che agisce con la logica di una banca, e la Bce, che si trova nella scomoda posizione di dovere prendere decisioni politiche pur essendo un organismo tecnico. Come suggerito da Lucrezia Reichlin, “la UE deve appropriarsi del negoziato futuro ed emanciparsi da questa strana partnership coll’Fmi”.

Impegni seri per un programma serio

condizioni aiuti GreciaNaturalmente, andrebbero previste alcune condizioni affinché i partner europei si facciano effettivamente carico delle rate di debito del governo greco verso Fmi e Bce. Il piano di rimborso a carico dell’Esm verrebbe interrotto in caso di mancato rispetto degli impegni da parte del governo greco. Ma la condizionalità non può essere basata sull’austerity. Quella – ancor prima che dal popolo greco nelle urne referendarie – è stata bocciata dai disastrosi risultati ottenuti. Per usare ancora le parole di Lucrezia Reichlin, “non ha senso concentrarsi sul gap fiscale e discutere di aumenti di tasse o diminuzione delle pensioni in un paese in cui l’economia è al collasso e la società civile in disintegrazione. Un terzo programma di assistenza economica e finanziaria va costruito su nuovi criteri che partano dalla consapevolezza che i problemi dell’economia greca sono strutturali”. E che la cura imposta dal 2010 ha peggiorato di molto la situazione, come dimostra il fatto che il Pil pro capite greco, salito dal 72 all’83 per cento di quello tedesco tra il 1981 e il 2007, è caduto al 58 per cento nel 2014. Ma il governo greco deve subito impegnarsi in un programma pluriennale, con tappe definite e monitorabili, di modernizzazione dell’economia e dello Stato, anche attraverso l’investimento di una parte delle risorse rivenienti da eventuali ulteriori prestiti europei. Tutti devono sapere che di programma di lungo periodo si tratta (diciamo un periodo nell’ordine dei dieci anni), perché la modernizzazione di un’economia a partire dalla presente situazione di prostrazione assoluta non può certo realizzarsi in pochi anni. Ma tutti devono anche sapere che, questa volta, l’impegno di Alexis Tsipras e del successore di Yanis Varoufakis è serio e può esserlo perché ragionevole e concordato, e non estorto sotto minaccia. Naturalmente, sta anche ai greci dimostrare che questa volta fanno sul serio.

Andrea Baglioni e Andrea Boitani tratto da http://www.lavoce.info

Se la maternità diventasse prestigio

La maternità è tutelata nel nostro Paese, sia pure con discrepanze a seconda del tipo di impiego. In molti contratti è possibile astenersi dall’attività lavorativa anche per lunghi periodi sia in gravidanza sia dopo la nascita del bambino ed avere poi agevolazioni, di orario e mansioni, alla ripresa del lavoro.

Eppure la maternità non è ancora sufficientemente valorizzata. Adesso è il momento di dare prestigio alla maternità. La maternità deve diventare più prestigiosa della carica di amministratore delegato di un’azienda, più prestigiosa di prestigiosi incarichi politici. Ma non significa che chi sceglie liberamente di non essere madre o chi non riesce a diventare madre abbia meno lustro perché, finalmente, la consistenza sociale di noi donne non è più identificata con la capacità di avere figli come un tempo.

maternità funzione socialeLa maternità non è solo una scelta individuale: costituisce un servizio sociale di valore incommensurabile, un oggettivo investimento sul futuro che un Paese deve valorizzare. Il nucleo profondo della nostra organizzazione sociale deve “sentire” la centralità e la priorità di questa scelta facendo sì che le donne non siano più costrette a scegliere tra il lavoro e un bambino, tra la carriera professionale e la maternità. Avere fatto un bambino dovrebbe fare avanzare la carriera non ostacolarla, dovrebbe costituire punteggio nei concorsi per il contributo offerto alla crescita sociale. La maternità dovrebbe essere remunerata e sostenuta comunque, anche per chi non ha un impiego.

La maternità deve diventare il tema centrale della programmazione politica e della sensibilità sociale. Confidando nel ministero della Salute, che sta dimostrando sensibilità verso il tema della maternità, auspichiamo che lo Stato in tutte le sue articolazioni sappia prontamente mettere in campo precise scelte politiche, coinvolgendo scuola, famiglia, medicina di base, convogliando risorse economiche e professionali in questa direzione. Si tratta di un immenso investimento per i cittadini, di un capitolo che non trova soluzioni immediate ma passa attraverso un radicale rinnovamento culturale.

madre lavoratriceIn questo modo, dopo esserci affrancate dalla maternità “obbligatoria” del passato, potremo diventare protagoniste di una maternità davvero libera, perché prestigiosa. Libera e consapevole, capace anche di rispettare i limiti biologici della fertilità femminile che dopo i 35 anni cala inesorabilmente. Dobbiamo imparare come funziona il nostro apparato riproduttivo e a riconoscere i segnali che ci invia, dobbiamo sfatare i falsi miti che attribuiscono alla fecondazione assistita il potere di dare un bambino a tutti, a tutte le età e in qualunque condizione funzionale.

Il desiderio di procreare e la decisione di avere o non avere un figlio, quando averlo, come averlo, con chi averlo serpeggia nella nostra esistenza, talvolta latente e inconsapevole, talaltra lucida, cosciente, pressante e dolorosa. Ma non dobbiamo cadere nella trappola della maternità ad ogni costo. E non dobbiamo cadere nella trappola dei datori di lavoro che pagano il congelamento degli ovociti per rinunciare alla maternità nella età fertile, spacciando questa operazione come esercizio di libertà di scelta femminile e non come sottile coercizione a soggiacere a una concezione professionale che esclude la gravidanza come un accidente fastidioso e ingombrante.

sostegno alle madriInfine ci dobbiamo affrancare dal commercio del nostro apparato riproduttivo, che costituisce una moderna forma di schiavitù femminile dove i mercanti di riproduzione “affittano” gli uteri delle donne indigenti del terzo mondo riducendole a contenitori-incubatori magari da abbandonare, a “prodotto” finito e consegnato, al loro destino di terremotate, come è successo alle nepalesi. È importante operare un capovolgimento della mentalità corrente e rileggere la maternità come bisogno essenziale sfrondato dalle strumentalizzazioni e dall’uso utilitaristico e consumistico che induce bisogni riproduttivi artificiosi.

Eleonora Porcu

(vicepresidente del Consiglio Superiore di Sanità, responsabile Centro infertilità e procreazione medicalmente assistita, Policlinico S. Orsola, professore associato in Ginecologia ed ostetricia, Università di Bologna)

Tratto da www.repubblica.it

Le responsabilità di tutti nella crisi greca

Sulla crisi greca non ci sono grandi novità da scoprire. L’unica via d’uscita era ed è mettere da parte il debito e trattare sul rilancio dell’economia rinunciando ognuno a qualcosa. Molte riflessioni vanno fatte sull’intreccio di responsabilità che coinvolge tutti. Gli unici che hanno meno responsabilità o, forse, ne sono del tutto esenti, sono quegli elettori che domenica saranno chiamati a decidere col referendum indetto da Tsipras quel che il loro governo con tutta la forza delle conoscenze di cui dispone non è stato in grado di decidere pur essendo stato eletto per questo. Si chiama democrazia ed è bene che la riflessione parta da qui.

responsabilità elettoriDovranno decidere gli elettori se accettare o no le condizioni dei creditori. Sembra meraviglioso, ma siamo sicuri che è questa la vera democrazia e non una presa in giro per far decidere ad un popolo stremato quel che non si osa dire e cioè l’uscita dall’euro?

Ma la crisi greca stimola ad interrogarsi sui meccanismi della democrazia rappresentativa. Cosa decide realmente un popolo? E come lo fa? La vera decisione è la delega ad una élite che prende su di sé il compito di guidare una nazione a prescindere dai programmi con i quali ha ottenuto il voto. È persino banale ricordarlo, ma quasi sempre l’azione di governo si discosta dalle proposte sulle quali è stato chiesto il voto. Per malafede dei delegati? Anche, ma soprattutto perché all’elettorato si propone un indirizzo politico di massima tradotto in programmi che esemplificano una sua possibile attuazione. Gli elettori credono di votare un programma, ma stanno traducendo in voti l’orientamento politico (o l’umore) che prevale nelle loro teste.

Significa che le consultazioni elettorali sono finzioni? No sono momenti di presa di coscienza collettiva indispensabili, ma non sufficienti per costruire una società democratica. Per farlo occorre che ci sia un sistema di formazione delle opinioni indirizzato alle decisioni politiche a tutti i livelli basato sulla circolazione delle informazioni e sul confronto tra opzioni diverse nel quale ci si distacchi dal proprio interesse personale. In una parola occorre un sistema improntato alla partecipazione cioè un metodo di responsabilizzazione individuale rispetto alle decisioni di interesse collettivo.

responsabilità éliteC’è poi un altro problema. Le élite decidono governando e mediano con la società la distribuzione di oneri e vantaggi che non si traduce soltanto in norme da rispettare, ma anche in comportamenti permessi o tollerati o indotti che, a volte, sono anche più importanti.

Per esempio si sa che la spesa pensionistica non può espandersi all’infinito perché si alimenta della ricchezza prodotta da chi lavora (= tasse e contributi). Ma se chi governa da’ la possibilità ai cittadini di andare in pensione a 40 anni di età il singolo, usufruendo di questa possibilità, compirà un atto di grande impatto sulle finanze pubbliche presenti e future del quale non si renderà conto. Lo stesso dicasi per l’evasione fiscale che è un vero e proprio parassitismo e per tanti altri comportamenti che creano realtà diverse da quelle razionalmente auspicabili. I cittadini scelgono di fatto quali politiche attuare anche utilizzando le possibilità attive o omissive che chi gestisce le istituzioni mette a disposizione dei singoli. In tutti questi casi inutile aspettarsi un comportamento individuale conscio delle conseguenze delle proprie scelte: si sceglierà sempre in base alla propria convenienza a prescindere dall’interesse collettivo. Tutto ciò vuol dire che un pezzetto di responsabilità ce l’hanno (anzi, ce l’abbiamo) sempre in tanti.

crisi EuropaNel caso della Grecia c’è un gioco delle parti che prescinde dai comportamenti razionali per cui non si capisce cosa debbano decidere i greci col referendum e come possano farlo meglio del loro governo. Una parte dei greci è quasi alla fame e logica avrebbe voluto che non si chiedesse a loro di pagare il prezzo più alto per uscire dalla crisi, ma che si partisse dagli evasori e da chi ha di piùSoprattutto occorreva che si modificasse l’orientamento della spesa pubblica magari cominciando dal taglio delle spese militari. Si è seguita una strada diversa e alle dichiarazioni formali non seguivano i fatti (nemmeno le baby pensioni sono state toccate).

E’ evidente che il governo greco ha tentato per anni di navigare sulla crisi seguendo l’unica rotta di non toccare gli interessi dei gruppi sociali più forti o delle lobby che rappresentano la “costituzione materiale” del modello Grecia e lasciando che il lavoro “sporco” fosse imposto dall’esterno.

debito grecoD’altra parte l’Europa e il FMI hanno fatto finta che la Grecia non fosse un sistema economico e si sono fissati sulla richiesta di restituzione dei prestiti e su ricette per risanare il bilancio greco basate su criteri puramente contabili. Un taglio qui e un taglio là (guarda caso sulla parte più numerosa della popolazione) e a prescindere dagli effetti di sistema come se il crollo dell’economia non contasse nulla. Soltanto ottusità o anche un piano deliberato di restringere un’area dell’euro troppo disomogenea?

Comunque si è ancora in tempo per rimediare se l’Europa vuole continuare ad esistere come progetto politico. Mettere da parte la questione del debito greco e concentrarsi su interventi per lo sviluppo dell’economia. Ci costerà qualcosa subito, ma in futuro i vantaggi sarebbero per tutti. Se si fosse fatto così nel 2010 non staremmo qui a parlarne

Claudio Lombardi

Via Marino per spartirsi Roma?

Almeno un merito “Mafia Capitale” lo sta avendo. Tutto il marciume del “mondo di mezzo” dove le differenze si cancellano e ci si incontra sulla spartizione dei soldi e dei beni pubblici, pur se già conosciuto o intuito, sembra acquistare il senso nuovo di una minaccia alla nostra stabilità. La politica in mano alle bande e ai gruppi di saccheggiatori ci fa paura perché ci cala in un mondo di incertezze e di arbitrio nel quale una massa di sudditi soggiace alle prepotenze dei più forti.

corruzione a RomaUn articolo di Stella e Rizzo sul Corriere della Sera ce ne fornisce una dimostrazione concreta riprendendo la vecchia questione del patrimonio del comune di Roma. Stimato in 42mila immobili, dei quali 17mila non si sa in mano a chi siano e 24mila dati in affitto a prezzi ridicoli (di 7.066 si sa che rendono un mensile di 7,7 euro). Nello stesso tempo il comune di Roma prende in affitto a prezzi esorbitanti locali da alcuni “fortunati” privati che mai avrebbero pensato di ricavare somme del tutto fuori mercato dalle loro proprietà.

Quel patrimonio e quei soldi spesi sono i nostri soldi e vengono messi a disposizione di chiunque abbia un minimo di potere per prenderseli in un giro di complicità tra burocrazie, politici e affaristi e la gestione del patrimonio è la prova concreta di quel patto.

omertà politici RomaOra, che esista da tempo chi occupa posti nelle istituzioni e nelle amministrazioni solo per rubare e per farsi gli affari suoi è cosa nota. Ciò che colpisce però è il “silenzio degli innocenti” cioè di quella parte che dovrebbe essere onesta perché non coinvolta negli scandali, ma che è talmente debole e disorientata da sembrare collusa e che ha tollerato e tollera qualunque scorreria dei predoni senza reagire. Di fatto, se non fosse per la magistratura, dall’interno del sistema politico e degli apparati amministrativi non sarebbe partita nessuna denuncia e tutto sarebbe rimasto coperto dall’omertà.

Prendiamo il caso del Pd romano. Come scrive in un suo articolo un conoscitore di cose romane, Aldo Pirone: “Non c’è uno straccio di riflessione critica e autocritica sui meccanismi politici e culturali che hanno consentito, nel corso di più di due decenni, lo svilupparsi di “cellule” tumorali che hanno portato la sinistra romana fuoriuscita, in tutti i sensi, dal PCI alla disfatta morale prima ancora che politica”.

Perché è potuto accadere? Ecco in tre punti una sintesi delle spiegazioni che da’ Aldo Pirone:

  1. a) perdita di autonomia del partito rispetto alle istituzioni;
  2. b) commistione fra l’eletto e i potentati economici attraverso i finanziamenti elettorali con conseguente perdita di ogni autonomia della politica;
  3. c) personalizzazione della politica con la formazione di correnti e cordate personali finanziate dai potentati economici.

politica e soldiLa conseguenza è stata la trasformazione delle organizzazioni di base del partito in strumenti di potere personale o in luoghi privi di peso politico. Una trasformazione con due caratteri peculiari: la politica da usare per sé e per i propri sostenitori e i soldi diventati mezzo e fine delle azioni messe in campo tramite i poteri pubblici.

Forse che tutto ciò ha riguardato il solo Pd? Ovviamente no e stranamente all’accanimento mediatico nei confronti del Pd corrisponde una singolare sottoesposizione dei comportamenti degli altri e delle destre in particolare. Tanto che l’ex sindaco Alemanno indagato per mafia perché durante il suo mandato è dilagata “Mafia Capitale” si permette di intimare a Marino di dimettersi per il bene della città.

speculazione edilizia RomaIl fatto è che il governo di Roma è stato ristretto in un modello – il modello Roma – che si è realizzato attraverso un intreccio tra poteri economici, politici, amministrativi e corporativi che ha messo sotto controllo le amministrazioni locali e ha gestito le scelte politiche e amministrative nell’interesse di pochi.

È impossibile che i politici non si fossero accorti di niente. Molto più realistico è pensare che qualcuno ne traesse un profitto e tanti altri lo ritenessero un prezzo da pagare ad una politica moderna.

Per questo l’indagine di Fabrizio Barca sui circoli romani del Pd rischia di apparire fuorviante. Cosa si vuol far pensare, che basti chiudere i circoli degenerati e riavviare il tesseramento per eliminare il vecchio sistema clientelare e corrotto? Fosse così facile non ci sarebbe nemmeno stata “Mafia Capitale” e tutto si ridurrebbe ad alcuni pacchetti di tessere false da cancellare. Purtroppo le cose sono molto più complicate e qualcuno dovrebbe pensare a ripulire la macchina amministrativa da quelli che l’hanno piegata agli interessi di bande e cricche varie. Chi avrà il coraggio, per esempio, di esaminare il lavoro dei dirigenti del comune?

pulizia nel comune RomaPer una pulizia a fondo ci vuole forza politica e coesione. Per questo lascia veramente perplessi la sfiducia di Renzi al sindaco Marino. Che senso ha in questa situazione non si capisce. A Roma gli interessi in gioco sono molto più grandi di quelli di cui era portatrice Mafia Capitale. L’ostilità di cui è stato circondato Marino fin dal suo insediamento significa che gli interessi minacciati dal sindaco “marziano” o inconsapevole o ingenuo hanno puntato da subito sulla sua caduta.

Si può pensare allora che l’ostacolo al buon governo sia Marino? Casomai è vero il contrario, Marino non garantisce poteri e interessi abituati a trattare la città come il loro bancomat. Spingere alle dimissioni Marino è paradossale. Tanto da far sorgere il sospetto che su Roma si stia tentando di ricreare un nuovo modello depurato dai suoi elementi più impresentabili per dare spazio ad un patto di moderna spartizione tecnocratica.

No non può finire così e Roma merita di più

Claudio Lombardi

L’ ordinaria illegalità culla di mafia capitale

Cosa c’è dietro Mafia Capitale? C’è una semplice verità: la città legale senza trasparenza e partecipazione apre alla città illegale. Lasciamo un attimo da parte lo scenario malavitoso di Mafia Capitale ed analizziamo i comportamenti sociali di quella città legale che è costituita da molti soggetti diversi. Riassumiamoli in tre categorie.

I primi sono i portatori di interessi economici o di gruppo – oggi si chiamano lobby – e sono in grado di dettare le regole a proprio vantaggio, forzare la mano, intervenire dentro e fuori le istituzioni, condizionare i politici in una logica di scambio che prevede anche passaggi di denaro e altre opportunità.

vivibilità cittàI secondi sono i cittadini nella loro comune condizione di abitanti della città. In questa veste sono di fatto portatori di interessi generali e difensori dei beni comuni. Ebbene questi, a differenza dei primi, fanno fatica a far sentire la propria voce e le proprie ragioni, ad orientare le scelte della politica, a far valere diritti fondamentali legati alla vivibilità dei territori, alla sostenibilità ambientale delle opere, alla difesa della salute e del patrimonio culturale.

I terzi sono tutti coloro che rappresentano la parte istituzionale e amministrativa. Sono loro che dovrebbero garantire una mediazione tra interessi diversi, ma privilegiando l’interesse pubblico che garantisce tutti. È proprio questa la parte decisiva che, però, si rivela spesso molto debole e cedevole di fronte agli interessi privati specie se questi sono in grado di proporre uno scambio e di garantire un tornaconto.

Questo è lo scenario di una “normale” legalità che c’è a Roma così come sicuramente anche in altre città. Una normalità che non può funzionare e che può produrre degli effetti devastanti.

potere mafiosoLa debolezza e l’incertezza istituzionale sono un problema sempre. Nel caso di Roma è proprio la mancanza di coraggio del Sindaco e della sua Giunta a favorire, volontariamente o no poco importa, comportamenti aggressivi delle oligarchie economiche e finanziarie della città, rivendicazioni intollerabili di diritti non scritti come quelli sollevati ad ondate ricorrenti da una variopinta congerie di soggetti che utilizzano la città, ne sfruttano le risorse e che sono piuttosto refrattari alle regole e ai controlli (l’elenco sarebbe lungo, ma diciamo che i “mitici” palazzinari ne rappresentano il prototipo).

A volte si ha l’impressione che si tratti di un esercito che invade la città e la occupa per svolgere i suoi affari. E sembra che l’Amministrazione comunale non si renda conto dei problemi che questo assalto genera e ne sottovaluti l’impatto sulla città. D’altra parte i cittadini, portatori del mero interesse alla vivibilità dei luoghi in cui abitano, si sono persino stancati di segnalare i loro disagi ad “autorità” che si comportano come i muri di gomma.

illegalità taciutaCome rispondono le “autorità”, infatti, a questi disagi? Timide ordinanze da un lato e poi permissività e tolleranza di comportamenti dannosi per la collettività dall’altro. Ciò che emerge sopra tutto è la facilità con la quale vengono elusi leggi, regolamenti, ordinanze, divieti, delibere tanto che ormai Roma sembra essere diventata una palestra della micro, macro ed ordinaria illegalità a cielo aperto.

Contemporaneamente languono o si trascinano stancamente all’interno delle istituzioni forme largamente incomplete di partecipazione popolare. Eppure dovrebbe essere proprio la partecipazione attiva e consapevole dei cittadini a creare un baluardo contro i comportamenti mafiosi e contro il malaffare.

Ne deriva una situazione ideale perché nasca e si rafforzi una città illegale dietro quella legale.

partecipazione dei cittadiniEppure un antidoto ci sarebbe, ma non lo si vuol praticare. E allora: chi ha paura della partecipazione popolare? Se ne sta perdendo perfino la cultura tra i cittadini che spesso si accontentano di sistemare il parco sotto casa o la propria strada. Cose importantissime, per carità, ma non sufficienti per rispondere come comunità della polis alle sfide che questa città ci impone.

La partecipazione attiva dei cittadini ed il loro controllo su tutto l’iter delle opere e dei servizi, dal bando, al progetto, alla realizzazione, alla gestione, costituiscono un forte antidoto alle infiltrazioni mafiose, ai comportamenti criminali, agli scambi sottobanco, alle intollerabili deviazioni della politica.

Si parla spesso e giustamente di trasparenza, ma non basta la trasparenza se poi non si attivano processi partecipativi di cittadini consapevoli e portatori di competenze, conoscenze ed esperienze, capaci di interpretare, controllare, monitorare, proporre, criticare non solo piccole e grandi trasformazioni urbane ma anche delibere, ordinanze, determine dirigenziali, nonché la gestione dei pubblici servizi.

Trasparenza e partecipazione (non esiste l’una senza l’altra) sono l’unico antidoto agli scambi di favori, alle gestioni privatistiche dei beni e dei servizi pubblici, alle infiltrazioni mafiose nelle istituzioni.

Ecco perchè  la discesa in campo dei cittadini organizzati entro strutture partecipative è il primo passo per una ripresa di una Politica alta capace di marciare a fianco dei cittadini onesti che sono la maggioranza e capace di realizzare finalmente un’idea condivisa di Città, contro ogni mafia. Non è scontato dire questo, non è banale affermare questi principi. E’ anche l’unico modo per sostenere il sindaco Marino e per allontanare definitivamente dal Campidoglio e dalla città gli affaristi e i corrotti.

Paolo Gelsomini

La medicina della partecipazione

La situazione economica, politica, sociale ma anche morale di Roma e dell’Italia è sotto gli occhi di tutti. Tante sono le cause, ma una è forse la più importante: la violazione costante delle regole.

A tutti i livelli ci sono esempi di prevaricazione, comportamenti illegali, mancanza di trasparenza, lassismo, disinteresse, incompetenza, mortificazione del merito, inefficienza, connivenza, omertà.

Tutto questo crea caos, opportunismo, avvilimento, populismo e genera anche grandi disuguaglianze e precarietà.

baratro della corruzioneBisogna riconoscere che la corruzione è una degenerazione di sistema e non un incidente di percorso. Occorre quindi agire sul sistema che è fatto anche di cultura e di comportamenti sociali ed individuali. Per questo l’unica maniera per farlo è coinvolgere i cittadini nella gestione della “Cosa Pubblica” facendo una battaglia culturale per anteporre il bene comune all’interesse individuale.

Parliamo quindi di PARTECIPAZIONE, ma una partecipazione che nasca da una rivoluzione culturale profonda che porti a superare i limiti di una democrazia rappresentativa che non riesce più a governare i fenomeni sociali legati a società multiculturali, globalizzate, frammentate, con sempre meno riferimenti condivisi, in continua e veloce trasformazione.

distacco cittadini politicaQuesto ha determinato un distacco tra cittadini e politica perché questa spessissimo si dimostra lontana e in ritardo rispetto ai problemi reali e alle esigenze dell’interesse generale cui dovrebbe rispondere.

E se in passato le minoranze finivano per accettare le decisioni della maggioranza ora, quelle stesse minoranze, si oppongono, rifiutano le decisioni prese contro di loro creando gravi problemi a tutta la gestione politico-amministrativa.

Sono molto note due frasi legate alla resistenza messa in atto dalle minoranze che ritengono di essere state escluse dai processi decisionali:

  • “non nel mio cortile” (conosciuta come sindrome NIMBY – Not In My Back Yard)
  • “niente per noi senza di noi” (nothing for us without us).

partecipareIn tutto il mondo sono in atto tentativi per integrare la democrazia rappresentativa, per la quale non si intravedono radicali alternative, con forme di partecipazione che vengono declinate come Democrazia Partecipata, Democrazia Emergente, Democrazia Deliberativa, Democrazia Digitale. Sono tutte sigle in divenire, per le quali è difficile trovare definizioni univoche e consolidate.

La rivoluzione culturale sulla quale deve fondarsi la partecipazione deve riguardare tutti: cittadini, politici e pubblica amministrazione. Devono cambiare i rapporti tra queste entità che ora sono profondamente divise e diffidenti le une verso le altre.

La partecipazione deve avvenire nel rispetto dei ruoli:

  • Ai Cittadini il diritto di essere informati con chiarezza e trasparenza, di essere ascoltati, di poter avanzare proposte, richieste, progetti, di poter esercitare un controllo.
  • Agli Eletti ed alla P.A. l’onere e l’onore di gestire, di scegliere ed assumere decisioni motivate.

La partecipazione non è lobbismo, non è assemblearismo, non è contrattazione di vantaggi.

coinvolgimento cittadini La partecipazione è informazione trasparente, è presa di coscienza, è assunzione di responsabilità, è analisi degli interessi per aumentare il numero delle soluzioni adottabili.

La partecipazione è confronto basato sull’ascolto di tutti partendo dall’assunto che l’altro ha le sue ragioni.

Sono cose facili da dirsi ma non da concretizzarsi. Le resistenze saranno forti e in molti dentro le Istituzioni penseranno che irrigidendo le procedure si possa meglio mettere ordine in quella che appare una situazione fuori controllo.

Errore. Una partecipazione convinta può dare più forza di qualsiasi irrigidimento. Lo scopo è velocizzare le scelte e ottimizzare i risultati dando soddisfazione a tutti i soggetti coinvolti.

Sembra un’utopia, ma è, invece, una necessità di riequilibrio di società con troppa disuguaglianza e disunite sui principi fondamentali e sui valori

Maurizio Colace

7 Luoghi comuni sui migranti e sulle migrazioni

Ancora una volta i migranti sono al centro del dibattito politico. Ancora una volta il dibattito è caratterizzato da luoghi comuni. I partiti conservatori e populisti in Italia attaccano Bruxelles colpevole di averci prima costretto ad aprire le frontiere poi abbandonato a noi stessi. Secondo molti italiani, opportunamente “nutriti” dai politici l’unica opzione sostenibile è quella della tolleranza zero: occorre presidiare meglio i confini ed espellere tutti gli irregolari. Le cose non sono così semplici però. Vediamo perchè

LUOGO COMUNE NUMERO 1: l’immigrazione è un problema creato da Bruxelles

luogo comune migrantiL’immigrazione oggi infiamma il dibattito politico di molti paesi del mondo. Obama ha promesso una sanatoria per un milione di irregolari che sono arrivati negli Usa da bambini, Hillary Clinton, che potrebbe presto sostituire Obama alla Casa Bianca, ha affermato che sarebbe assurdo procedere all’espulsione di milioni di residenti che lavorano regolarmente. In Canada il governo conservatore ha reso più difficile l’assunzione di lavoratori stranieri tra le proteste dell’opposizione e delle associazioni di imprenditori che considerano il provvedimento antieconomico. David Cameron in Gran Bretagna ha promesso di rendere fiscalmente più onerosa l’assunzione di lavoratori stranieri. Il Sudafrica è al centro di un furioso dibattito sull’immigrazione e nel sudest asiatico migliaia di Rohingya cittadini di una minoranza musulmana del nord del Myanmar stanno fuggendo sui barconi. Tutti i paesi coinvolti nella vicenda dei Rohingya fanno parte di una comunità nata nel 1967 prendendo esempio dalla Comunità Economica Europea, l’Asean che si sta dimostrando meno efficiente dell’UE. Stati come la Thailandia e l’Indonesia sono disponibili a salvare i migranti, nessuno ad accoglierli.

LUOGO COMUNE NUMERO 2: perché spendere 35 euro al giorno per aiutare in Italia chi si può aiutare a casa propria con 2 euro al giorno.

immigrati in ItaliaAlle migrazioni economiche causate dalle disuguaglianze si sommano quelle dovute all’instabilità politica ed alle violenze. Le migrazioni oggi sono come gli attentati di Charlie Hebdo e del Bardo figlie del “nuovo disordine globale”, degli Stati falliti e della crescente diffusione di gruppi terroristici e network criminali. Gli afgani scappano dai talebani, i mediorientali dall’Isis, molti uomini e molte donne provenienti dall’Africa subsahariana che avevano provato a ricostruirsi una visita in nord Africa scappano dall’anarchia della Libia, i musulmani del Myanmar dalle persecuzioni religiose, i messicani dai Narcos. Nessuno di loro può oggi essere aiutato a casa propria con investimenti esteri, che prima delle recenti ondate migratorie non erano certo una priorità nell’agenda politica degli europei.

LUOGO COMUNE NUMERO 3: l’Italia è un paese buonista, è necessario chiudere le frontiere

Gli Stati Uniti, esempio invocato dalle destre di tutto il mondo per le sue frontiere ermetiche, sono il primo paese al mondo per immigrati irregolari, la Russia il secondo. Presto gli Stati Uniti potrebbero procedere alla più grande sanatoria di immigrati irregolari della storia. Oggi non esistono paesi in grado di blindare le proprie frontiere. A ciò si aggiunge che gli Stati Uniti, severi all’ingresso concedono la cittadinanza facilmente ai lavoratori residenti e di diritto ai loro figli nati nel territorio nazionale. Oggi in Italia vivono molte centinaia di migliaia di irregolari, un’espulsione costa in media 7.000 euro ed espellerli tutti costerebbe almeno 10 miliardi. Espellere l’irregolare che lavora onestamente dal punto di vista economico è una follia.

LUOGO COMUNE NUMERO 4: in Europa solo noi Italiani accogliamo i migranti

migranti EuropaL’Italia, insieme ad altri paesi mediterranei per ragioni geografiche è molto impegnata nella prima accoglienza, tuttavia Gran Bretagna, Francia e Germania hanno molti più immigrati del nostro paese. Ad Oslo il 40% dei residenti è nato fuori dai confini nazionali, a Londra e Parigi più del 20%. A Milano e Roma i cittadini stranieri sono circa il 10%. A ciò si aggiunge che l’Italia è uno dei paesi meno generosi per la concessione di asilo. L’asilo politico per tutta la guerra fredda dal nostro governo è stato concesso solamente ai cittadini di paesi comunisti e ancora oggi non viene mai concesso asilo ai cittadini di “paesi amici”. Il caso Shalabayeva è un esempio drammatico ed imbarazzante.

LUOGO COMUNE NUMERO 5: Bruxelles ci obbliga all’accoglienza.

La politica dell’immigrazione comune si limita al presidio delle frontiere. Con Schengen è stata stabilita un’area di libera circolazione senza frontiere all’interno e senza una frontiera comune; il trattato di Maastricht introduce una cittadinanza europea di derivazione da quella nazionale senza fissare regole comuni per la sua concessione. Gli Stati membri determinano autonomamente quali immigrati sono irregolari ed hanno la possibilità di espellerli, vi sono poche regole minime “di ragionevolezza” per l’espulsione degli immigrati regolari. La “non politica” europea dell’immigrazione è figlia delle scelte dei governi, che preferiscono tenere nelle proprie mani poteri che non sono più in grado di esercitare efficacemente solo perché sensibili ai fini elettorali, salvo poi chiedere solidarietà quando i nodi vengono al pettine

LUOGO COMUNE NUMERO 6: Dublino II è un accordo fatto per favorire gli altri paesi Europei

barconi migrantiDublino II sfavorisce i richiedenti asilo extracomunitari. E’ un accordo molto criticato perché stabilisce quale è il solo paese UE che deve verificare se un cittadino extracomunitario ha diritto d’asilo. In sostanza con Dublino II tutti i paesi dell’UE eccetto uno vengono meno agli obblighi della Convenzione di Ginevra di cui sono parte. In prima battuta il paese che deve esaminare la richiesta d’asilo del migrante è quello in cui risiede un suo familiare, poi quello in cui il richiedente asilo è entrato legalmente e per ultimo quello in cui è entrato illegalmente. L’accordo fu siglato nel 2003 dal governo espressione di Berlusconi, di Alfano e della Lega. Nei primi anni del nuovo millennio le migrazioni verso l’Italia erano molto più ordinate di quanto lo sono oggi e Dublino II nel breve periodo favoriva paesi come l’Italia che avevano relativamente pochi immigrati e in gran parte provenienti da paesi relativamente stabili i cui cittadini non avevano diritto d’asilo: Marocco, Cina, Albania, Romania.

LUOGO COMUNE NUMERO 7: non siamo un paese abbastanza ricco per accogliere migranti

accoglienza migrantiLa popolazione italiana è in acuto invecchiamento. L’Italia è uno dei paesi d’Europa con la più grave situazione demografica. I migranti sono in media più giovani degli Italiani, producono circa il 9% del Pil, ovvero incidono sull’economia in misura più che proporzionale alla loro presenza. I benefici della loro presenza, nonostante molti di loro lavorino nell’economia informale si vedono sul fronte pensionistico. Tra l’altro molti migranti che decidono di tornare nel paese d’origine con cui non esiste una convenzione dopo aver versato i contributi per anni non hanno diritto ad alcuna pensione. E’ un luogo comune che l’Italia non può accogliere tutti perché non può allargarsi, poiché anche in anni di “violente migrazioni” è continuato il declino demografico del paese.

In definitiva è possibile un gestione più ordinata dell’immigrazione in Italia, incidendo su squilibri quali quelli prodotti dall’economia sommersa, chiedendo agli immigrati di pagare le tasse e sottraendoli allo sfruttamento dei caporali. E’ poi possibile un nuovo accordo europeo basato sulla condivisione dei rischi e dei benefici. E’ giusto chiedere un aiuto ai partner europei, ma solo nel contesto di un’ampia riforma dell’Unione, con una politica dell’immigrazione e della cittadinanza che deve essere creata dal nulla. Non si può certo chiedere ai paesi del nord e dell’est di affrontare insieme l’emergenza del Mediterraneo, senza scrivere regole che possano consentire di affrontare insieme un’eventuale futura emergenza ai confini orientali dell’Unione.

Salvatore Sinagra

Migranti

Grande tensione tra Italia e Francia perché a Ventimiglia sono bloccati 650 migranti che vogliono andare dall’altra parte. Il ministro dell’interno francese dichiara che dall’inizio dell’anno ben 8mila persone sono passate dall’Italia alla Francia e 6mila sono state rispedite qui da noi. Bé sì, in effetti sono i numeri di una vera e propria invasione …

Il problema comunque è serio perché dall’inizio dell’anno ne sono sbarcati sulle nostre coste oltre 50mila buona parte dei quali non vuole restare in Italia. Infatti, finora, li abbiamo lasciati andare sperando che passassero i confini. D’altra parte l’Italia non è la meta più ambita.

Comunque non arrivano solo qui da noi. Francia e Germania possono vantare numeri anche più alti dei nostri. Dunque il problema è più comune di quanto sembri. Lasciamo perdere le statistiche dei richiedenti asilo perchè fotografano solo un pezzo della realtà; i migranti per motivi economici sono la maggior parte degli arrivi e, in teoria, non possono vantare alcun diritto a restare. Ma tanti restano, iniziano a lavorare ed entrano a far parte delle nostre società. Li vediamo tutti i giorni e sappiamo che avremo bisogno di molti di loro per i prossimi decenni. Quanti? Ecco un dato che sarebbe interessante conoscere perché si potrebbe anche pensare di costruirci sopra una politica cioè un progetto invece di lasciare al caso la selezione dei fortunati che riescono a farcela.

migranti italianiNo così non va. Possiamo impedire alla gente di fuggire dalle guerre e dalla miseria? No, non ci è mai riuscito nessuno. Possiamo certamente aiutarli a casa loro, ma sappiamo che è molto difficile perché qualunque intervento deve fare i conti con situazioni locali degradate dove non si può nemmeno parlare di una vera e propria autorità statale oltre che con guerre e regimi banditeschi.

Possiamo accogliere milioni di persone? Sì certo perché milioni di immigrati già vivono in Europa, la natalità degli europei è zero o sotto zero e non potremo diventare società di vecchi pensionati nel prossimo futuro. Il problema di questo nostro tempo è che arrivano in tanti in poco tempo e noi facciamo finta di non volerli perché nell’immediato costituiscono un gran bel problema di ordine pubblico.

Il problema vero è l’emergenza. Bisogna sforzarsi di non fare confusione e distinguere: emergenza, accoglienza, permanenza, integrazione.

barcone migrantiSull’emergenza sembra che le nostre autorità caschino sempre dalle nuvole e che ogni arrivo le colga di sorpresa. Colpa dell’ipocrisia delle forze politiche che non si sono volute prendere responsabilità ammettendo che il problema esiste e che non può essere scansato bensì governato.

L’emergenza e la prima accoglienza sono problemi nostri, ma è giusto che l’Europa ci aiuti; la permanenza e l’integrazione sono di tutti nel senso che ai migranti, una volta accolti, bisogna permettere di spostarsi nell’Unione Europea. D’altra parte sono qui per lavorare e ciò che conta è che riescano a trovare un lavoro. Dopodiché perché non prendere atto che di loro c’è bisogno?

aiutare i poveriCasomai il problema è farli uscire dall’ombra cioè impedire che il loro sfruttamento tolga spazio al lavoro degli europei. Troppo facile fare concorrenza quando un immigrato classificato clandestino viene pagato la metà e non può nemmeno protestare sennò lo cacciano.

In definitiva ciò che occorre è un mix di interventi perché non c’è una sola soluzione. Accordi con i paesi di origine, accordi con le tribù libiche, salvataggi, intervento dell’ONU, accoglienza, integrazione. Fare tutto e farlo insieme perché il problema è comune a tutti i paesi europei. Ciò che non deve accadere è farsi prendere dal panico perché nessuno ci sta dando l’assalto e sarebbe più saggio avere paura delle tante mafie che succhiano il sangue alle nostre economie e corrompono le nostre democrazie

Claudio Lombardi

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