Le pene del QE di Draghi

Povero Draghi. Non sa più che fare. La BCE continua con il suo quantitative easing, il famoso QE, cioè continua a comprare titoli di debito pubblici ed equipollenti. E continua ad abbassare la remunerazione per i depositi delle banche, anzi, poiché si tratta di un tasso negativo, bisogna dire che aumenta il costo che le banche pagano per lasciare i propri fondi in deposito alla BCE che, però, continua generosamente ad elargirli agli istituti di credito. Proprio quel che si dice un circolo vizioso.

abbondanza di capitaliInsomma anche il profano (come è chi scrive) capisce che di soldi in giro ce ne sono veramente tanti, ma che non conviene utilizzarli in altro modo che lasciandoli depositati presso la BCE (e pagando invece di guadagnare) o “investirli” a tassi prossimi allo zero o sotto zero in titoli degli stati europei. Altre possibilità sono quelle di spargerli un po’ per il mondo, ma sempre preferendo titoli di debito che assicurano rendimenti minimi. Poi, ovviamente, ci sono tanti altri modi di tipo speculativo per tentare di far rendere il denaro però, forse, le banche, rimaste un po’ scottate dalle esperienze passate, ci staranno più attente.

Ciò che conta è che di investire soldi nell’economia cioè in attività che producano ricchezza reale e lavoro non se ne parla. Il problema è serio perché chi possiede capitali tende ad utilizzarli per ricavare un utile e se non ritiene di investirli o di prestarli per finanziare attività economiche vuol dire che non conviene.

banche e speculazioneBrutti, sporchi e cattivi quelli che maneggiano i grandi capitali e le banche forse sì, ma sicuramente non fessi. D’altra parte che l’economia reale comporti dei rischi è dimostrato dai circa 200 miliardi di crediti cosiddetti deteriorati o inesigibili che le banche italiane difficilmente riusciranno a recuperare. Tanto che da mesi si sta provando a costituire una bad bank garantita dallo Stato nella quale mettere tutti i crediti dati per persi.

È ovvio criticare le banche perché non erogano tutto il credito di cui ci sarebbe bisogno. Sì, giusto, ma vediamo l’altra faccia della medaglia perché spesso chi prende i soldi in prestito poi non li restituisce e si crea sfiducia e un buco di bilancio da riempire.

Allora non c’è soluzione? Molti esperti dicono di no e anche al profano sembra che siamo arrivati al punto di poterci drogare di soldi senza cambiare la stagnazione dell’economia. Non c’è nulla da fare almeno fino a che si resta nel circolo vizioso BCE che compra titoli pubblici e presta soldi alle banche che poi se li tengono e non si fidano a darli in prestito.

D’altra parte l’obiettivo della BCE è raggiungere un tasso di inflazione prossimo al 2%, ma non è certo quello dello sviluppo economico nè della piena occupazione. Dunque non è alla BCE che si può chiedere altro.

Ci vorrebbe qualcuno che prendesse questi benedetti soldi e li investisse direttamente in opere o attività scelte nel quadro di politiche industriali, della ricerca, della formazione e delle infrastrutture. Insomma ci vorrebbe che gli stati o, meglio, l’Unione europea prendessero loro in mano l’iniziativa e cominciassero a indirizzare i soldi dove servono davvero.

intervento pubblico economiaE allora perché non si fa? Perché hanno creato una banca centrale che non può prestare soldi agli stati. Perché hanno costruito un’Europa che funziona solo per frenare, ma non per promuovere. Perché hanno messo da parte le politiche industriali. Perché hanno pensato che lo sviluppo potesse venire da solo facendo circolare i soldi. Perché si sono fissati sui parametri di bilancio. Perché le classi dirigenti non riescono più a concepire progetti, ma si sono specializzate nella gestione dell’esistente. Perché, a volte, chi dirige gli stati è corrotto o è amico degli speculatori.

Insomma il povero Draghi non ce la può fare da solo e lo ha detto già molte volte. Ma i suoi interlocutori fanno finta di non capire. Che aspettano a muoversi?

Claudio Lombardi

Assenteisti, capitale sociale e un paese da ricostruire

Vorrei tornare su una vicenda che ha impegnato i commentatori prima che si verificassero i tragici fatti di Parigi e che, secondo me, merita ancora attenzione.

fannulloni paSi tratta dei dipendenti assenteisti del comune di Sanremo. Ci torno perché considero il comportamento di quei dipendenti pubblici paradigmatico della profonda crisi, di coscienza e di identità prima che economica, del sistema Italia. Infatti i dipendenti beccati con le mani nella marmellata dichiarano che tanto con l’onestà non si va da nessuna parte e sui social network manifestano i loro sentimenti anticasta.

Purtroppo non costituiscono una grottesca eccezione. Sicuramente fra tanti “anticasta” ci sono anche un po’ di baby pensionati o di quelli che hanno falsificato documenti per avere una pensione magari di invalidità. Quello che ci appare intollerabile è solo il vitalizio dei politici. Poco importa se in Italia ci sono tre milioni di cittadini con due pensioni, oltre un milione con tre e trecentomila con quattro assegni previdenziali. Tra i pensionati d’oro non tutti sono ex politici e le nostre autorità non ci dicono quanti contributi siano stati pagati per quei trattamenti, ma è intuibile che non coprano la pensione percepita. Ma questo è un problema che tocca tante pensioni calcolate col metodo retributivo e sicuramente tutte quelle prese da chi è andato in pensione prima dei fatidici 65 anni di età o 40 di contributi.

rifiuti abbandonatiVolendo proseguire nell’esplorazione della coscienza sporca dei cittadini velata dall’indignazione e dalla protesta si potrebbe pensare a quelli che si rifiutano di fare la differenziata con la scusa che l’inquinamento viene dalle industrie, mica da un televisore buttato per strada.

Oppure a quelli che ritengono inutili le restrizioni alla circolazione dei veicoli per le quali regolarmente il sindaco che le delibera viene accusato di iniziative demagogiche tipiche di chi non ha contatto alcuno con la realtà. Ovviamente anche in questo caso l’inquinamento arriva sempre da un’altra parte.

Per il piccolo esercente che si affida a persone poco per bene per smaltire i suoi rifiuti il problema è la lobby della chimica. Per il possidente terriero che paga un euro l’ora i suoi lavoranti (in gran parte immigrati irregolari), la colpa è delle multinazionali perchè nella globalizzazione selvaggia di oggi tutti sono vittime e non c’è spazio per i diritti (anche se il caporalato ha una solida tradizione nostrana). Per qualsiasi evasore fiscale, a prescindere dal suo reddito e dal suo patrimonio c’è sempre un pesce più grosso, un evasore fiscale più ricco e più in salute che lo Stato dovrebbe perseguire al suo posto. I corrotti e corruttori minimizzano sempre, riconducendo e riducendo i loro comportamenti a prassi di settore; anzi affermano di creare posti di lavoro. Troppi dicono che per sopravvivere non possono permettersi il lusso di rispettare le regole.

menefreghismoIl rifiuto di fare la propria parte alla lunga rischia di fare collassare il sistema.

Si tratta di un circolo vizioso che si autoalimenta: è difficile chiedere fedeltà fiscale ai contribuenti se non si da’ una punizione esemplare agli assenteisti di Sanremo; è difficile chiedere di fare la propria parte ai cittadini del Comune di Messina che spesso restano senz’acqua; è difficile chiedere di riconoscersi nello Stato all’imprenditore che rischia di saltare perché la Pubblica Amministrazione non paga in tempo i suoi debiti.

Va bene, sappiamo che l’evasione fiscale e la corruzione sono riconducibili anche ad una eccessiva pressione fiscale, alla regolamentazione esagerata e a una burocrazia inefficiente. Sappiamo anche che c’entrano molto fattori intangibili come la cultura, il senso di appartenenza, le relazioni sociali, che si possono riassumere nella nozione di capitale sociale.

Del resto già alla fine del secolo scorso l’americano Robert Putnam aveva sostenuto che l’arretratezza delle regioni meridionali era figlia della sfiducia dei cittadini nei confronti dello Stato, in un contesto in cui contavano le relazioni familistiche e clientelari (familismo amorale).

Io ritengo che l’evasione, la corruzione e la criminalità organizzata si combattano in gran parte rendendo più efficiente e più efficace la macchina statale e l’economia, facendo più controlli e applicando pene più severe, tuttavia è innegabile che oggi, parafrasando D’Azeglio, occorre rifare l’Italia e gli italiani compresa la loro cultura.

Se non si ricostruisce il senso della comunità, non c’è alcuna possibilità di fermare la corsa del debito e combattere la povertà.

Salvatore Sinagra

Terroristi non ci avrete mai

Maledetti terroristi, sono Chaimaa Fatihi, ho 22 anni, sono italiana musulmana ed europea. Vi scrivo perché possiate comprendere che non ci avrete mai, che non farete dell’Islam ciò che non è, non farete dell’Europa un luogo di massacri e non avrà efficacia il vostro progetto di terrore.

terrorismo isisVi scrivo come musulmana per dirvi che la mia fede è l’Islam, una religione che predica pace, che insegna valori e principi fondamentali, come la gentilezza, l’educazione, la libertà e la giustizia. Voi siete ciò che l’Islam ha contrastato per secoli, voi siete nemici, voi siete coloro che spargono sangue di innocenti, di giovani, anziani, uomini e donne, bambini e neonati. Non ho paura dei vostri kalashnikov, dei vostri coltelli e armi, perché da musulmana vi rinnego, vi combatto con la parola, con l’informazione, con la voce di chi vive quotidianamente la propria fede, dando esempio dei suoi insegnamenti.

Vi scrivo anche da italiana musulmana, perché possiate capire che il mio paese non sarà mai messo in ginocchio da una banda di criminali, che cercano di terrorizzare e creare caos. Io non ho paura di voi, se malauguratamente doveste arrivare qui, sarò la prima a scendere in campo per salvare la mia patria, i miei concittadini e a dirvi che non avrete mai la nostra terra. Se qualcuno di voi sta cercando già di deviare la mente di qualche giovane, mio coetaneo, per commettere crimini contro l’umanità, sappiate che ce ne sono altre migliaia che sono pronti a riprendersi quella umanità che tenete in ostaggio, per ridarla al mondo intero. Non ci fermeranno mai i vostri messaggi intimidatori. Chi calpesta la nostra Costituzione, la nostra dignità umana, la nostra libertà non è altro che uno scellerato.

islam di paceVi scrivo anche da europea, ma questa volta il mio messaggio va a quegli stati che vi finanziano, vi danno armi con le quali poi uccidete e spargete sangue di vittime innocenti e create timori indegni. A te assassino, che con sangue freddo hai reciso fiori, hai calpestato l’anima a uomini, donne, bambini ed anziani, a te che scorrazzi qua e là alla ricerca di nuovi scenari in cui ripetere le tue malefatte, sappi che noi, giovani e meno giovani, faremo sì che i nostri stati europei prima o poi la smettano di darti la benzina per carburare la tua macchina di ferocia e disumanità, perché noi non accettiamo in alcun modo che per politiche estere indegne e vili, si mettano in pericolo le vite di cittadini, di esseri umani, che non hanno alcuna colpa.
Vi faremo vedere quanto è potente, unita, grandiosa la cittadinanza europea, uomini e donne liberi. Siete alleati del demonio, non appartenete al mondo, siete esseri vigliacchi e non avrete mai nulla da noi.

Un ultimo messaggio vorrei che vi rimanesse chiaro: non vi daremo mai la soddisfazione di chiamarvi Stato, neppure islamico, perché io da musulmana difenderò in prima persona i miei amici e concittadini non musulmani e il mio bel paese, che non cadrà nelle vostre grinfie, mai!

L’autrice di questa lettera è una studentessa musulmana italiana e ha 22 anni

Lettera ai terroristi

«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa.

amore contro la morteL’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

Antoine Leiris, Parigi

Strage di Parigi: la guerra dell’occidente

Hanno portato la guerra nella nostra vita quotidiana. Cosa vogliono da noi i terroristi che hanno colpito il popolo di Parigi e che minacciano di fare lo stesso a Roma e in altre città europee? Bella domanda. Probabilmente non si tratta di persone arrivate qui dalle zone di guerra in Siria o in Iraq, ma di cittadini francesi o di immigrati che vivono e lavorano in Francia da anni. E, dunque che vogliono? Sfogarsi con un terrorismo fine a sè stesso?

terroristi IsisPurtroppo no. Vogliono fare la loro parte nella guerra scoppiata nel mondo islamico tra sunniti e sciiti che ormai si è trasformata nel tentativo di far nascere un nuovo stato arabo. Questa è l’idea del califfato che l’Isis ha proclamato e che sta perseguendo con la guerra ai governi e agli stati esistenti nel Medio Oriente e nel Nord Africa. Oltre i vecchi confini, con una forte identità religiosa e in grado di raggiungere l’estensione territoriale e la popolazione necessari per farne una vera e propria potenza.

E noi che c’entriamo? C’entriamo perché è una guerra di conquista contro gli equilibri raggiunti nel secolo scorso e derivanti dalla sconfitta dell’Impero Ottomano, dalla fine del colonialismo e dalle guerre combattute in zone cruciali per il controllo delle fonti energetiche e i paesi occidentali hanno deciso quali stati far nascere e in quali confini, hanno appoggiato governi amici, hanno stabilito rapporti economici come prosecuzione del dominio coloniale.

califfato isisMa tutto ciò non può giustificare ciò che sta accadendo. Bisogna che l’occidente affermi di non volere la nascita di una potenza araba islamica basata sull’ideologia del fondamentalismo e orientata alla guerra. Non vuole per il petrolio? Ma non diciamo stupidaggini! Non siamo più negli anni ‘50. Ormai i produttori non stanno più solo nel mondo arabo, i giacimenti che dovevano esaurirsi sono invece aumentati e la crisi ha pure ridotto la domanda e diversificato le fonti energetiche in maniera inimmaginabile nel passato. E poi chi ha solo il petrolio a qualcuno lo deve vendere e se alza troppo il prezzo non trova compratori. Dunque se il califfato significasse solo controllo del petrolio non sarebbe una minaccia per nessuno. Il problema è che una potenza economica e militare araba nata da una guerra di conquista e basata su un’ideologia di espansione attraverso la guerra non si fermerebbe in Siria o nel nord dell’Iraq, ma tenderebbe ad allargarsi in altri paesi per imporre la supremazia in tutto il mondo arabo e islamico.

L’espansione non si fermerebbe ai nostri confini, ma continuerebbe con una strategia di respingimento in direzione dei paesi europei con il terrorismo. Il motore dell’espansione è infatti la ricerca di una nuova identità del mondo arabo islamico che fa della religione una ideologia capace di riempire il vuoto di valori e di ideali che si avverte da noi come dall’altra parte del Mediterraneo e non si può fermare alle nostre frontiere oltre le quali vivono milioni di persone di religione islamica la cui conquista è nei piani dell’Isis.

Lo scontro con l’occidente sta qui ed è inevitabile. D’altra parte ciò che proclama l’Isis è proprio questo e la strage di Parigi significa che fanno sul serio.

E dunque anche noi dobbiamo fare sul serio nella lotta al terrorismo.

controllo comunicazioniPrima di tutto dobbiamo controllare il nostro territorio perché il pericolo non viene dall’esterno, ma è già qui. Questo è il momento di scatenare una controffensiva su più fronti. Se abbiamo una supremazia tecnologica dobbiamo farla valere innanzitutto sul terreno dei controlli e della prevenzione. Che fine ha fatto il mitico sistema di controllo su ogni tipo di comunicazione di cui si favoleggiava anni fa? Ora è il momento di farlo funzionare perché i terroristi o aspiranti tali comunicano sui social network apertamente oppure si tengono in contatto con internet. E il controllo sui passeggeri degli aerei che vanno e vengono dalle zone vicine a quelle dove si combatte dove sta? Perché non sono ancora tracciati? Dobbiamo anche controllare chi migra perchè un’accoglienza indiscriminata e disordinata favorisce le infiltrazioni di combattenti dello stato islamico.

difesa della libertàCi vuole però anche una battaglia culturale perché i nostri valori non sono quelli del denaro di cui racconta a volte la nostra timida coscienza intrisa di sensi di colpa, ma quelli della libertà, della dignità dell’individuo e dei diritti. Sono questi i valori che ci hanno permesso di costruire un sistema di vita che i poveri di mezzo mondo vengono a cercare perché è il più avanzato e vantaggioso per le persone. E dunque diciamolo apertamente e difendiamolo perché la conquista delle coscienze è un’arma che può essere decisiva.

Rivendichiamo la nostra diversità e la nostra identità e raccontiamola anche bene perché è il frutto di secoli di evoluzione, di guerre, di stragi, di disastri immani. Noi siamo liberi di andare dove ci pare, di mangiare ciò che ci piace, di ascoltare la musica e di ballare, di vivere la sessualità e i rapporti sentimentali come vogliamo, di credere in un dio o in un altro o di non credere con la coscienza che nessuno potrà mai imporci con la violenza le sue scelte. Chi ci attacca vuole distruggere questa nostra libertà e noi non possiamo rinunciarci e la dobbiamo difendere

Claudio Lombardi

Gli indicatori per misurare il sistema Italia

Per chi volesse rendersi conto di come sta messo il sistema Italia ci sono degli indicatori che non compaiono sulle prime pagine dei notiziari perché sono poco comprensibili e non scatenano passioni e faziosità eppure contano molto. Di uno di questi scrive Federico Fubini in un recente articolo pubblicato sul Corriere della Sera. Si tratta del Target 2 che rappresenta i saldi del sistema di transazioni fra banche centrali nell’area euro. In pratica fotografa tutti i pagamenti (di tipo commerciale o finanziario) fra chi vive in un certo Paese dell’area euro e chi risiede negli altri. In pratica questo indicatore registra l’appetibilità di un paese ovvero la sua vulnerabilità attraverso i flussi di denaro.

spesa pubblicaScrive Fubini riguardo alla condizione del nostro Paese: “l’Italia, è in disavanzo: i capitali in uscita dai confini sono più di quelli in entrata; viceversa per la Germania gli afflussi sono superiori ai deflussi”. Tuttavia “ancora nei primi mesi del 2011 l’Italia si trovava in equilibrio o in leggero surplus in Target 2; poi è esplosa la crisi di fiducia, gli investitori esteri hanno iniziato a disfarsi di qualunque titolo italiano e il saldo è piombato in rosso fino a un record di meno 289 miliardi di euro nell’agosto del 2012….. Da allora il deficit dell’Italia è migliorato gradualmente fino a un saldo, sempre negativo ma meno pesante, di 130 miliardi di deficit del luglio 2014”.

Da allora stranamente la risalita del saldo non prosegue e “dal luglio 2014 in poi, il deficit dell’Italia nel sistema dei pagamenti europeo riprende a peggiorare. La caduta diventa sempre più intensa, fino ad accelerare quest’estate e poi in settembre. In poco più di un anno si registrano deflussi netti di capitali dal Paese per 105 miliardi di euro (da meno 130 di luglio 2014 a meno 235 miliardi agli ultimi dati)”. E tutto questo nonostante la ripresa economica che si sta avviando.

fondi europeiCerto ci sono anche spiegazioni tecniche e congiunturali perché il QE della BCE con i massicci acquisti di titoli riempie di fondi il Tesoro e le banche italiane che non hanno bisogno di rifornirsi di denaro sul mercato e lo rimborsano peggiorando il saldo. Inoltre con la ripresa aumentano gli acquisti di prodotti stranieri con conseguente trasferimento di denaro all’estero. Eppure un peggioramento di queste dimensioni riguarda solo l’Italia.

La ragione di fondo di questa situazione per Fubini è chiarissima: “pochissimi dall’estero stanno investendo per produrre in Italia, moltissimi dall’Italia preferiscono puntare il loro denaro per fare qualcosa all’estero. Sotto la superficie di una ripresa ciclica, la debolezza profonda del Paese resta intatta. Dal 2007 al 2014 gli investimenti produttivi sono crollati del 33% — meno 126 miliardi in termini reali — e non stanno ancora ritornando”. E ancora “rispetto ai livelli di inizio secolo (e di inizio dell’euro) gli investimenti nel Paese viaggiano 20 o 30 punti sotto ai livelli degli altri Paesi europei…..Non è un caso se la produttività in Italia mostri i risultati peggiori, ma proprio questa incapacità di creare valore a causa dei ritardi tecnologici, burocratici, giudiziari o dell’istruzione tiene lontani nuovi investimenti. Diventa una spirale perversa”.

investimenti produttiviSpirale perversa anche per un altro indicatore ben più conosciuto, ma, forse, sottovalutato dall’opinione pubblica. Si tratta dell’impiego dei fondi strutturali europei. L’ultimo appello per quelli relativi al periodo 2007-2013 finisce quest’anno, ovvero se non vengono spesi, si perdono. Ebbene risulta che ben 8,8 miliardi siano ancora da spendere. Ma come, tutti piangono miseria e invocano finanziamenti e poi si buttano miliardi di euro? Ebbene sì. E dove sono i ritardi più forti? Nei programmi regionali di Campania, Calabria e Sicilia e nel programma nazionale trasporti.

Ma guarda un po’, proprio la parte del Paese che avrebbe più bisogno di investimenti non sa spendere i miliardi che vengono messi a disposizione dall’Europa. Quella stessa Europa contro cui si scagliano leghisti e berlusconiani dimentichi che il disastro risale all’inizio della programmazione dei fondi Ue 2007-2013 che fu approvata con ritardi gravissimi dal governo Berlusconi. Ma si sa, ignoranza e smemoratezza degli italiani fanno la fortuna di demagoghi e opportunisti. Il problema però va oltre una specifica maggioranza di governo e tocca la cronica incapacità di spesa delle amministrazioni e degli enti che hanno accesso ai fondi. Evidentemente tutti sanno spendere se possono farlo al di fuori di programmi e di rendiconti rigorosi.

Questi indicatori significano che l’Italia è un paese inadeguato che ha al suo interno dei meccanismi distruttivi che ne bloccano lo sviluppo. Se non ci rendiamo conto di questo potremo ululare alla luna e imprecare contro il mondo intero, ma inutilmente

Claudio Lombardi

Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti

“C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con sè una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva, senza ipocrisia, convincersi che la sua condotta era non solo lecita, ma benemerita.

onesti e disonestiIl paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che, sempre in nome del bene comune, s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella di organizzazioni gangsteristiche o mafiose); atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando, anziché il sollievo della coscienza a posto, la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

corruzione ItaliaDi tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino ad allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere. Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.

Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche (e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui, prima o poi, certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.

assalto al denaro pubblicoIn opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.

Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto, dunque, dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

onestàErano, costoro, onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone.

In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che, così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.”

Italo Calvino da La Repubblica del 15 marzo 1980

Legge di stabilità 2016, luci e ombre

Ogni anno è la stessa storia. La legge finanziaria (di stabilità annuncia più un’intenzione che una funzione) scontenta molti e contenta pochi. Strano effetto per la legge più difficile dell’anno. Stabilire chi paga e chi prende non è mai facile per un governo. Ancora meno facile se si tratta di un governo composto da partiti che vivono grazie ai voti degli elettori (ma cambia poco con i governi tecnici che sempre il voto dei parlamentari devono ricevere). Che sono tanti e diversi. Diciamo subito una bestemmia così ci capiamo. Gli evasori fiscali reali o potenziali sono milioni. evasori fiscaliL’idea che se sei furbo abbastanza puoi farcela a pagare meno o niente pesa nelle simpatie elettorali. Sarà per questo che la lotta all’evasione fiscale, tra alti e bassi, è sempre sembrata un gioco di guardie e ladri nel quale i ladri hanno le scarpe giuste per correre e le guardie gli scarponi pesanti? Ma sì, è ovvio. E così il problema si prende alla lontana con mezze misure, con rinvii, con diluizioni. Insomma si fa di tutto per non essere drastici. Con tanti saluti al senso dello Stato e al patto sociale sul quale si regge. Poiché i danneggiati sono i cittadini onesti e sono la maggioranza il gioco funziona fino a che i danneggiati, appunto, lo sopportano.

L’esempio è estremo, ma il senso è chiaro: le scelte politiche fatte nella legge delle entrate e delle spese non sono le più razionali o le migliori in assoluto, ma sono quelle possibili negli equilibri esistenti.

arcipelago interessiLa legge di stabilità per il 2016 non sfugge a queste regole non scritte e si barcamena in un arcipelago di obiettivi ed interessi diversi. La novità è che, dopo anni di vacche magre, è la prima che agisce con una base di 30 miliardi di euro la metà dei quali di allargamento del deficit concesso dalla UE. Logica vuole che almeno questi 15 miliardi che vanno ad aumentare il debito (oltre quelli già previsti) debbano essere spesi bene. Vediamo se è così.

Su tutto domina la riduzione delle imposte che c’è anche quando non si vede. La voce più importante è l’eliminazione delle clausole di salvaguardia delle precedenti finanziarie che prevedevano un aumento automatico dell’IVA. Si tratta di una minore entrata a fronte di spese già previste. L’effetto è quello di una riduzione di imposte perché avremmo dovuto pagare più IVA l’anno prossimo e non la pagheremo. E sono quasi 17 miliardi di euro. Altri 6 miliardi sono impegnati nella riduzione delle imposte e degli oneri contributivi. imposte sulla casaFra questi 3,7 sono dovuti all’abolizione della tassa sulla prima casa che è parte di un’imposizione fiscale sugli immobili che è triplicata dal 2012 ad oggi. Lasciamo perdere se è giusto oppure no ridurre questa imposizione, ma consideriamo i 3,7 miliardi come una copertura di spesa. Da questo punto di vista, in questa situazione, i 3,7 miliardi potevano essere destinati ad investimenti che avrebbero dato una spinta al rilancio dell’economia con effetti più certi rispetto all’incremento di reddito dei proprietari a cui si toglie la Tasi.

Fra le altre voci di spesa bisogna sottolineare gli interventi contro la povertà che, per la prima volta in assoluto, prevedono misure strutturali cioè stabili per 1,5 miliardi di euro. Non sarà la perfezione, ma è una svolta rispetto al passato. Altri interventi per la cultura e per gli enti locali. Bisognerebbe vedere nel dettaglio in cosa consistono queste spese perché è ormai risaputo che decidere una spesa non corrisponde ad interventi immediati, giusti e ben fatti. Spesso passano anni tra la legge e l’attuazione.

Con l’ulteriore flessibilità in deficit (clausola migranti) il governo prevede di tagliare l’Ires e di intervenire per l’edilizia scolastica.

pagamenti in contantiC’è poi la scelta di allargare il limite di uso del contante a 3mila euro. Che impatto finanziario può avere? Sicuramente non buono. In un mondo ideale non ci dovrebbe essere nessun limite. Poiché siamo nel mondo reale il traffico di contanti favorisce l’evasione, il riciclaggio e qualsiasi altro scambio che non vuole lasciar traccia. Se vogliamo parlare di luci e ombre questa è di sicuro un’ombra e anche abbastanza inutile nel senso che risponde ad un’esigenza di visibilità di un alleato di governo di ben scarso peso, l’NCD, ma dotato dell’arma del ricatto.

Nel complesso una finanziaria di compromesso e di transizione, ma con alcune scelte importanti per un Parlamento nel quale una maggioranza politica chiara non si è mai formata dopo le elezioni del 2013. D’altra parte anche le forze politiche sono in transizione vista la crisi nel centro destra e nel centro sinistra e dunque non ci si poteva aspettare un libro dei sogni. Comunque la discussione è appena iniziata e può darsi che la legge definitiva possa essere migliorata

Claudio Lombardi

Vicenda Marino, la festa dell’irragionevolezza

Cosa c’è di chiaro e di razionale nella vicenda Marino? Poco o nulla se la si considera con gli occhi di un cittadino comune. Marino è stato candidato dal Pd dopo essere stato scelto con le primarie. Dunque è partito con il consenso maggioritario di iscritti ed elettori del centrosinistra. È stato poi eletto direttamente dai romani. Oggettivamente la Giunta ha lavorato bene in diversi settori grazie alle capacità di alcuni assessori. La scoperta di “mafia capitale” l’ha toccata perché un assessore è stato arrestato insieme ad alcuni consiglieri comunali e a vari personaggi dell’amministrazione comunale.

dimissioni consiglieri RomaIl caso è stato esaminato dal prefetto come prescrive la legge per decidere se il Consiglio andasse sciolto per infiltrazioni mafiose oppure no. Dopo attento esame (così attento che c’è una relazione ancora segretata) il giudizio del prefetto e, quindi, del governo è stato che non c’erano i presupposti per lo scioglimento. Dunque il sindaco e la giunta hanno superato bene il momento più difficile dei due anni e mezzo nei quali sono stati in carica. Come è noto la scoperta di “mafia capitale” ha portato a mettere in luce la situazione disastrosa di tutta l’amministrazione comunale e delle aziende dei servizi. Il senatore Esposito che è stato assessore ai trasporti per due mesi ha denunciato lo sbando e l’illegalità diffusa di Atac arrivando ad individuare in questa azienda un caso di malaffare molto più grave anche dal punto di vista finanziario di “mafia capitale”.

Ebbene nulla di ciò può essere imputato alla giunta Marino che ha, invece, oggettivamente cercato di agire per risolvere alcuni nodi cruciali dell’amministrazione della capitale lasciati marcire per anni e anni come quello dei rifiuti, dei trasporti o delle irregolarità di bilancio denunciate dagli ispettori del governo. Ovviamente il lavoro della giunta è stata oggetto di attacchi, di proteste e di azioni di boicottaggio da parte degli interessi toccati dalle sue decisioni. E i romani ne hanno patito le conseguenze.

assalto al denaro pubblicoUn ruolo speciale in tutta la vicenda spetta ai rapporti tra Pd e Marino. Che Marino non sia stato benvoluto fin dall’inizio dal Pd romano è cosa nota. Non lo sono i motivi però anche se il sistema di potere malavitoso sul quale è stata fatta un po’ di luce con le indagini della magistratura ha sempre visto coinvolti esponenti di quel partito. Ma accanto a questo esiste pur sempre un versante “tradizionalmente” clientelare e spartitorio del sistema di potere che si nutre di forzature delle decisioni politiche e amministrative per favorire interessi e gruppi protetti dai vari partiti. E che ha bisogno di “comprensione” e accondiscendenza da parte di chi sta nei posti di comando. È lecito ritenere che la giunta Marino non abbia voluto questo ruolo e che si sia contrapposta, consapevolmente o inconsapevolmente suscitando così, anche in questo caso, l’ostilità degli interessi colpiti. C’è poi la questione dello stile di Marino, del suo carattere, dei suoi limiti che è sicuramente la parte più criticabile della sua esperienza di sindaco, ma certamente non così grave da portare alla rottura totale dei rapporti tra lui e il suo partito.

giunta MarinoComunque, poichè il governo di Roma era nelle mani di una squadra fatta anche da persone di indubbio valore e potenziata su inpulso del Pd nazionale all’inizio dell’estate, con il Giubileo alle porte si era raggiunto un equilibrio che pareva destinato a durare. La vicenda degli scontrini esplode con la forza “dirompente” dei suoi 700 euro di spese malamente giustificate. Immediata è la drammatizzazione che punta, forse, anche ad un crollo psicologico di Marino.

Che puntualmente si verifica. Invece di replicare ammettendo gli errori e ridimensionando la portata della vicenda lo stesso Marino compie gesti clamorosi e sconclusionati prima restituendo i soldi di tutte le spese istituzionali e subito dopo dimettendosi. Bugie e ammissioni di colpe ben più gravi completano l’opera (il falso della sua firma dichiarato alla stampa). I toni si alzano ancora e sfiorano l’isteria quando la sua maggioranza e i consiglieri del suo partito non ammettono più repliche e spiegazioni esigendo dimissioni immediate e condannando il Comune di Roma allo scioglimento. Senza alcun momento di verifica nelle sedi istituzionali che spiegasse alla città le ragioni della chiusura della consiliatura.

ostilità Renzi MarinoOggi Roma è commissariata e gli organi di governo eletti dai romani sono stati sciolti. Ovviamente tutto ciò è avvenuto per una scelta precisa e determinata del segretario del Pd nonchè Presidente del Consiglio Renzi le cui ragioni appaiono piuttosto oscure poiché è probabile che il Pd alle prossime elezioni non riuscirà a far eleggere un suo candidato e perché era pur sempre preferibile che la giunta (la giunta perchè non esiste solo il sindaco) Marino continuasse il suo lavoro fatto di cose ben più importanti degli scontrini e dei problemi caratteriali del sindaco.

Il Pd romano non ha dato né voluto spiegazioni, ma ha sentenziato che si è rotto irreparabilmente il rapporto tra Marino e la città. Forse non si sono accorti che la vera rottura è stata tra Partito Democratico e romani. Ma probabilmente se ne accorgeranno tra qualche mese

Claudio Lombardi

Corruzione e truffa, il declino dell’Italia

Le cronache quotidiane dal pianeta Italia, pur ripetendosi con una certa monotonia, riescono a sorprenderci sempre. La corruzione, l’abuso, il furto di denaro pubblico, la violazione delle regole non mancano mai e i soggetti coinvolti ormai coprono tutto l’arco delle componenti della società: politica, amministrazione, imprese, semplici cittadini. Basta citare per titoli i casi delle ultime due-tre settimane: Sanremo (metà dei dipendenti del comune è assenteista e truffa lo Stato), Anas (una dirigente gestisce un giro di tangenti), regione Lombardia (il vice presidente del consiglio regionale arrestato con l’accusa di truffare la sanità), Inps ( truffa di alcuni funzionari per prendere i premi di produzione), appalti per il Giubileo a Roma, arresto del presidente di Rete Ferroviaria Italiana, Ospedale Israelitico di Roma (truffa del SSN con false prestazioni).

corruzione ItaliaTutti casi scoperti grazie alle indagini promosse dalla magistratura. I famosi anticorpi di cui ha parlato Cantone stanno (o si manifestano) quasi soltanto lì. Qualcuno ha mai sentito un politico denunciare qualche suo collega disonesto? No, tutti prendono le distanze dopo. E nelle amministrazioni chi è che si è accorto dei mille casi di corruzione e li ha denunciati? Omertà, scambio tra interessi, paura di subire ritorsioni. E gli imprenditori coinvolti in mille modi nelle spartizioni di finanziamenti e appalti truffaldini li vogliamo dimenticare?

I cittadini osservano, registrano, si adeguano oppure si indignano e protestano. Ma non possono non accorgersi che la disonestà paga sempre perché per un caso che scoprono ne esistono cento che sfuggono. E gli effetti si vedono nel tenore di vita e nella facilità di arrivare con le “scorciatoie” dove gli altri non arrivano. In pratica i disonesti arrivano prima e stanno meglio degli onesti. Il miglior terreno di coltura per una cultura dell’illegalità.

assalto al denaro pubblicoOvviamente c’è un bel pezzo d’Italia che cerca di vivere e lavorare con onestà e nella legalità e che sostiene col suo lavoro anche la parte peggiore e che subisce ciò che non riesce a cambiare. Il problema non è di singoli comportamenti devianti, ma di un sistema che ha il suo centro nei poteri pubblici. Politica, amministrazioni e aziende pubbliche sono il terreno di conquista che permette di mettere le mani sulla gestione delle entrate e delle spese per distribuire oneri e risorse su alcuni e non su altri. Privilegi, sprechi e ruberie dei singoli sono l’effetto di una conquista che è funzionale a precise scelte politiche che favoriscono sfacciatamente gruppi di interessi e forze sociali usando i poteri pubblici a questo scopo. Tutta la vicenda dell’evasione fiscale apparentemente un nodo inestricabile che nessun governo è mai riuscito a sciogliere diventa comprensibile solo se la si considera per quello che è: una scelta strategica e di sistema magari non proclamata come tale, ma realizzata di fatto con norme, direttive, apparati.

agenzia delle entratePrendiamo per esempio il caso dell’Agenzia delle Entrate una tecnostruttura che dovrebbe essere una delle punte di diamante per l’azione dello Stato e della quale si è molto parlato in questi giorni perché il sottosegretario di una forza politica minore (Zanetti dell’NCD) ha attaccato con inesplicabile durezza il direttore dell’Agenzia Rossella Orlandi. Senza entrare nel merito dei 500 o 600 dirigenti declassati a funzionari ciò che emerge è l’incredibile trascuratezza dei governi rispetto all’Agenzia che pure fu creata per svolgere meglio dei vecchi apparati ministeriali una funzione vitale per lo Stato, ma organizzata nello stesso modo e con le stesse regole. Come è noto si possono ottenere risultati sia con le azioni, sia non agendo e lasciando che le cose accadano quasi automaticamente.

alleanza burocrazia e politicaLa politica e le amministrazioni pubbliche sono oggi il problema. Le vicende del comune di Roma, pur obnubilate dalla telenovela delle dimissioni del sindaco e del divorzio tra Marino e il Pd, dicono chiaramente che lo sbando in cui è lasciata la città risponde all’intreccio di interessi che si sono coagulati nei decenni intorno alla spesa pubblica e al patrimonio degli enti locali (comune, provincia e regione) e delle aziende dei servizi. Garanzia di questi interessi anche criminali (non solo mafia capitale) è la disponibilità degli apparati comunali e delle aziende pubbliche ad assecondarli con azioni e omissioni che hanno bisogno della copertura istituzionale cioè politica.

Sotto accusa è un’intera classe dirigente non pochi malfattori. Nelle cronache giudiziarie colpiscono le cariche delle persone coinvolte: presidenti, manager ( di oggi la notizia che la Corte dei Conti mette sotto processo i vertici della Metro C di Roma per un danno erariale di 270 milioni di euro), dirigenti di amministrazioni pubbliche, esponenti politici (parlamentari, consiglieri regionali, assessori, sindaci, ministri, sottosegretari).

Ormai questa è la principale causa di arretratezza dell’Italia. O la si affronta o il declino è inevitabile

Claudio Lombardi

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