A quota 100 c’è fame e freddo

Pubblichiamo un intervento di Mario Seminerio tratto dal suo blog www.phastidio.net sulla riforma delle pensioni annunciata dal governo.

In attesa che il governo gialloverde prenda le prime decisioni pesanti, qualificanti e caratterizzanti il Contratto, ieri sono stati pubblicati i risultati di una simulazione col nuovo metodo di “quota 100”, come previsto da Alberto Brambilla, esperto previdenziale e consigliere della Lega per la riforma. Sono cose già note, in particolare le avevo tratteggiate qui, quando parlavo di nuove pensioni da fame nera e vera, ma è utile ribadirle con qualche dettaglio aggiuntivo.

Che troviamo su Repubblica di ieri, in un articolo di Valentina Conte. Riassumiamo in modo semplice quanto sappiamo sinora: prevista la “quota 100”, quindi uscite con almeno 64 anni di età e 36 di contributi – oppure “quota 41 e mezzo” – di soli contributi, a prescindere dall’età. C’è tuttavia una sorpresa che semplicemente non è tale, perché prevista ed ampiamente segnalata dallo stesso Brambilla: il ricalcolo col contributivo di quanto versato dal 1996 al 2011, cioè prima che entrassero in vigore le norme della legge Fornero che hanno generalizzato il contributivo.

In pratica, per ridurre il salasso a carico dei conti pubblici, si attua una sorta di “opzione donna” selettiva per un quindicennio di contribuzione, il 1996-2011. E che implica, ciò? Un taglio medio dell’importo della pensione del 9-10%. In pratica, la quota 100 ricalcolata produce gli stessi effetti dell’attuale regime dell’Ape Sociale, ma impatta a titolo definitivo sul trattamento pensionistico, inclusa l’eventuale reversibilità, mentre l’Ape sociale oggi resta in carico solo al pensionato e non ai suoi eredi, in termini di taglio dell’assegno di reversibilità.

Repubblica ha chiesto una simulazione del probabile nuovo regime ad una società specializzata, Tabula, guidata da Stefano Patriarca, ed i risultati di sintesi (di cui ho già scritto), sono questi:

«[…] chi ha avuto carriere discontinue o brevi (come statisticamente accade nel Sud e per le donne) oppure interruzioni superiori ai 2 anni per cassa integrazione o malattia (per “quota 100” valgono al massimo 2 anni di contributi figurativi) rischia con la “riforma Brambilla” di posticipare l’uscita dal lavoro fino a 3 anni. Quando va bene, non ha alcun vantaggio: esce alla stessa età di oggi. Analogo disagio toccherebbe a quanti oggi usufruiscono dell’Ape sociale e possono andare in pensione a 63 anni, fino ad un massimo di 1.500 euro, anche solo con 28, 30 o 36 anni di contributi, se appartenenti alle 15 categorie protette: dalle infermiere alle maestre di asilo, dagli operai edili ai siderurgici, dai facchini ai camionisti. L’Ape sociale verrebbe abolita, tra l’altro senza risparmiare granché, perché la misura termina a dicembre 2018, andrebbe rifinanziata e al massimo potrà garantire 200-300 milioni di soldi non spesi. Privi di Ape sociale (a carico dello Stato), le professioni più gravose perderebbero un importante ombrello di protezione, senza altra rete. Se non i 41 anni e mezzo di contribuzione: ma chi li ha, visto il nero e l’intermittenza che caratterizzano quei mestieri?»

Mi pare che il concetto sia chiaro. Se non lo fosse, agevolo con una tabella riepilogativa in calce a questo post. C’è poi altro punto da considerare, e cioè i giovani e le loro storie contributive, disastrate peggio delle strade di Roma:

«Infine l’impatto sui giovani e sui conti pubblici. I primi sono i perdenti a tutto tondo: pagano di tasca loro le riforme e controriforme di oggi e incasseranno domani, a 70 anni, pensioni da fame grazie a carriere piene di buchi e corse in bicicletta a portare pizze. Patriarca, ex consigliere di Palazzo Chigi nel governo Gentiloni, calcola che servono i versamenti di 5 giovani di oggi per pagare un solo anno di anticipo del nuovo “quotista” gialloverde. Se davvero l’intera operazione costasse 5 miliardi, come indica invece Brambilla – ma Patriarca la valuta in 9 miliardi – risucchierebbe il gettito contributivo di 900 mila under 30. In cambio di cosa? Il contratto di governo non lo dice. Perché ha dimenticato il capitolo “giovani”»

Quindi: pensioni con taglio di circa il 10%, per effetto del ricalcolo contributivo del periodo 1996-2011, e penalizzazioni anche forti, spesso sino al ripristino della riforma Fornero “hard”, cioè prima dell’ammortizzatore rappresentato dall’Ape sociale ed anche di quella volontaria, per chi ha carriere contributive brevi e/o discontinue.

Sempre ammesso che questa riforma veda la luce. Si, lo so, lo so: “lasciateli lavorare”. Sono alcuni lustri che la sento, in effetti.

Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Migrazioni: strategia non improvvisazione

Viviamo tempi nei quali domina l’immediatezza e ciò che conta è la reazione atto per atto in un eterno presente. Il caso delle migrazioni affrontato con l’approccio di Salvini rientra in questa tipologia. Arriva una nave carica di migranti? Stop! Chiusura dei porti. E poi, cosa si farà dopo? Oggi è l’Aquarius e domani? E all’Europa cosa chiede esattamente il governo Lega-M5S? Non si capisce. Ciò che conta è fare la voce grossa e finire in prima pagina. Sul domani c’è buio. Parlare di analisi e di strategia sembra quasi una bestemmia. Il neoministro dell’interno dichiara che l’alleato ideale è il nazionalista Orban campione della chiusura ad ogni redistribuzione dei migranti e nello stesso tempo proprio quella invoca attraverso una revisione dell’accordo di Dublino che impone all’Italia di accogliere e trattenere sul suo territorio tutti quelli sbarcati nei suoi porti. La logica dice che o l’uno o l’altro, ma Salvini sta sempre in campagna elettorale, parla non per costruire e attuare una linea politica, ma per riscuotere un consenso immediato, impulsivo che dia l’impressione del decisionismo nascondendo la confusione e la superficialità.

Eppure non è sempre stato così e qualche motivo ci sarà se gli sbarchi si sono ridotti drasticamente negli ultimi due anni.

Correva l’anno 2016 e il governo italiano guidato da Matteo Renzi presentò all’Unione Europea alcune proposte per un approccio comune alla crisi migratoria. Si trattava del Migration Compact. In quel periodo l’Unione Europea non si era posta la questione di un nuovo approccio al problema migrazioni che andasse oltre la gestione degli ingressi nel suo territorio, ogni Paese pensava per sè e le polemiche si concentravano sulla chiusura delle frontiere ad est. Era il tempo dell’accordo con la Turchia, ma a fronteggiare gli sbarchi nel Mediterraneo l’Italia fu aiutata ben poco. In quella situazione il governo italiano prese l’iniziativa.

Nella sua proposta partì dalla premessa che le migrazioni verso l’Europa dovessero essere considerate un fenomeno strutturale, che non poteva essere affrontato solo come emergenza. Occorreva agire sulle cause e, quindi, verso i Paesi africani di origine e transito dei migranti. Questi dovevano diventare i principali interlocutori delle politiche europee.

L’Italia proponeva quindi uno scambio fra Europa e Paesi africani. La UE doveva puntare a progetti di investimento; a cooperare in materia di sicurezza;ad organizzare una migrazione legale verso l’Europa; alla redistribuzione dei migranti tra i Paesi europei.

I Paesi africani coinvolti dovevano impegnarsi a controllare le loro frontiere per ridurre i flussi illegali (con assistenza e finanziamenti UE); a cooperare per i rimpatri degli immigrati irregolari, tramite l’insediamento di uffici di collegamento dell’UE direttamente nei Paesi africani; a gestire i flussi migratori collaborando alla distinzione fra richiedenti asilo e migranti economici; a creare loro sistemi nazionali di asilo politico; alla lotta nei confronti dei trafficanti di esseri umani.

Per far fronte alle spese che queste azioni richiedevano l’Italia proponeva diverse soluzioni fra le quali l’emissione di specifici eurobond dedicati al finanziamento di una politica migratoria europea comune.

Gli sviluppi successivi a questa proposta hanno portato, in un clima di crescente chiusura da parte degli stati confinanti con l’Italia, ad una svolta nella politica del governo italiano incarnata dall’attivismo del ministro Minniti. Faticosamente, ma concretamente sono state poste le basi per una collaborazione con le tribù libiche e con alcuni stati africani e l’ONU ha iniziato a collaborare.

I risultati sono arrivati con la diminuzione degli sbarchi, ma si è appena ai primi passi di un percorso molto lungo. Ora il problema è capire che le politiche dei governi specialmente quando si rivolgono a questioni della portata delle migrazioni non possono essere misurate sui tempi dei talk show televisivi. Ci vuole tempo e devono essere costruite passo dopo passo. Le esibizioni di Salvini e la ristrettezza di analisi con la quale il governo Conte si è presentato alle Camere servono a poco. La fermezza è anche necessaria, ma se si sa in quale direzione si vuole andare. Se si tratta solo di dimostrare che anche l’Italia sa fare la faccia feroce lontano non si va

Claudio Lombardi

Il piano B per l’uscita dall’euro

Pubblichiamo alcune delle slide tratte dallo studio del 2015 realizzato con la partecipazione del prof. Paolo Savona che toccano i punti principali legati al piano B di uscita dall’euro.  E’ giusto che ognuno si faccia un’idea della concretezza del piano e che ne valuti i punti principali senza pregiudizi e con freddezza.

La versione completa è su www.scenarieconomici.it

Tratto da www.scenarieconomici.it

 

Il lavoro che c’è, le assunzioni che non si fanno

Quante volte si è letto di aziende che cercano lavoratori per determinate mansioni e non li trovano? Molte volte e, al netto dei commenti di chi imputa ad una errata ricerca le cause delle mancate assunzioni, il problema di una paradossale contraddizione tra le statistiche sulla disoccupazione (specie giovanile) e la domanda di personale che resta insoddisfatta esiste. È vero che la distanza tra richiesta di personale e disponibilità a farsi assumere esiste in molti settori e spesso la causa sta in offerte di lavoro poco interessanti sia per qualità che per retribuzione. Di lavori dequalificati pagati poco ne esistono molti. Il recente caso dei fattorini che consegnano il cibo a domicilio (i vari Foodora, Deliveroo ecc) ha messo in luce una tipologia di lavoro faticoso, rischioso e malpagato. Un lavoro però svolto soprattutto da italiani. Non c’è dunque bisogno di ricorrere ai soliti esempi di sfruttamento di manodopera straniera nei campi o nell’edilizia per capire che un problema c’è e che tocca anche figure professionali come gli avvocati, gli architetti, i medici spesso impegnati in collaborazioni gratuite o a prezzi stracciati nella speranza di entrare nel giro giusto per un lavoro meglio pagato. Proprio per questo sorprendono i numerosi casi nei quali un lavoro interessante e ben pagato viene offerto, ma non si riesce ad assumere.

Un’indagine di Milena Gabanelli pubblicata sul Corriere della Sera in questi giorni affronta l’argomento non in generale, ma centrando l’attenzione solo sulla parte che riguarda la ricerca di tecnici qualificati. La previsione è che nei prossimi cinque anni ci sarà bisogno di oltre 150 mila persone nei settori chiave della meccanica, della chimica, del tessile, dell’alimentare e dell’Ict. Il problema è che non c’è una corrispondenza tra le competenze dei lavoratori e quelle richieste dalle aziende. Il nodo è quindi quello della formazione che, nel caso italiano, è particolarmente carente.

Il primo gradino è quello degli istituti tecnici che però da sempre non vengono considerati una scelta di primo livello per i giovani italiani. Nell’articolo si ricorda che nell’ultimo decennio le scuole superiori che formano geometri, periti o ragionieri hanno perso quasi 120 mila studenti, mentre, invece, sono aumentati i liceali. Ciò significa che resiste un pregiudizio culturale sia verso il lavoro manuale che verso le professioni tecniche. Un pregiudizio che spinge ancora i giovani verso i licei che hanno come unico sbocco l’università o il pubblico impiego. Ma è noto che anche un titolo universitario in determinate discipline non garantisce un lavoro. Basti pensare all’esorbitante numero di avvocati passati dai circa 48 mila degli anni Ottanta agli oltre 235 mila di oggi.

Tuttavia, anche i diplomati degli istituti tecnici non sono completamente formati. Occorre un passaggio successivo rappresentato in Italia o dall’università o dagli Istituti Tecnici Superiori, gli ITS. Sono 95 e servono proprio per completare la formazione di tecnici qualificati (secondo il Miur l’82% dei diplomati ha trovato lavoro entro un anno dal diploma).

Gli ITS non sono scuole pubbliche, ma fondazioni che coinvolgono imprese, enti pubblici, centri di ricerca, associazioni di categoria. Si avvalgono quindi di fondi pubblici e privati e si basano sul coinvolgimento delle aziende per definire i percorsi formativi. Agli studenti comunque non viene chiesto di pagare i corsi.

Attualmente nei 95 ITS italiani ci sono quasi 10.500 iscritti mentre in Germania gli analoghi istituti di formazione superano il milione di studenti. I numeri parlano da soli e spiegano perché oggi è così difficile reperire sul mercato del lavoro le figure professionali che servono alle imprese.

Il funzionamento degli ITS costa. Il dato presentato nell’articolo della Gabanelli è di 6000 euro l’anno per ogni studente. Buona parte dei docenti proviene dal mondo delle imprese ed è uno dei modi con il quale queste contribuiscono al finanziamento degli istituti.

I fondi arrivano comunque dal Ministero dell’istruzione (Miur), dalle regioni, dalle istituzioni europee e dai privati.

Se si vuole parlare di occupazione guardando avanti e non lagnarsi o immaginare fantastiche assunzioni di massa in impieghi statali la strada della formazione è quella che appare più sensata e il miglior investimento per costruire qualcosa di duraturo

Claudio Lombardi

Il PD dopo le elezioni e la voce che manca

Il PD ha perso le elezioni, non c’è il minimo dubbio. Ma rischia di perdere anche la faccia e forse anche altro, se non esce dall’angolo nel quale si è rintanato e dimostra al Paese la sua utilità attuale, che potrebbe essere ancora molto alta.

Il M5S e la coalizione di destra hanno avuto indubbiamente un notevole successo elettorale, ma non hanno vinto, e non sono in condizione di governare: da soli non hanno i numeri, ed è altamente improbabile che riescano a mettersi insieme. In primo luogo perchè i 5 stelle, che, come primo partito in Parlamento dovrebbero indicare la rotta da seguire discutendola pubblicamente con gli eventuali alleati, continuano a indicare il nome di Di Maio come possibile Presidente del Consiglio (che raccoglie solo il loro consenso) e non dicono nulla di apprezzabile su un possibile programma di governo, che non può essere la replica del loro programma elettorale, infarcito di promesse demagogiche. In secondo luogo perchè pare che la coalizione di destra abbia più motivi per dividersi che per stare insieme: è a trazione Lega, e Salvini è quello che più appare, ma Forza Italia, che è totalmente indigeribile per i Cinquestelle, intende giocare una partita in proprio a favore del Berlusconi politico e imprenditore. Infatti alle consultazioni da Mattarella non andrà la coalizione, ma i singoli partiti.

Del resto l’attuale legge elettorale, prevalentemente proporzionale, enfatizza il ruolo dei singoli partiti e deprime quello delle coalizioni. Così inspiegabilmente la volle la vecchia maggioranza guidata da Renzi.

Non si sta delineando all’orizzonte quindi nessuna nuova maggioranza, fino ad oggi. L’elezione dei presidenti delle Camere e di tutte le altre cariche istituzionali non comporta accordi nella logica dei rapporti tra maggioranze e opposizioni, quindi non fa testo. Balza all’occhio comunque la bulimia di M5S e Lega, che induce a pensare che sia in atto una pessima occupazione delle istituzioni, persino peggiore di quella del vecchio ceto politico, il che sta a indicare una debolezza politica pericolosa per il Paese, a causa degli squilibri che sta generando.

Ma balza all’occhio anche la decisione del PD di ritrarsi da qualsiasi discussione sul futuro dell’Italia, come se non contasse nulla il fatto che è il secondo partito uscito dalle urne. “Noi siamo all’opposizione”, hanno detto immediatamente, mostrando, senza che fosse richiesto, tutte le ferite elettorali di un gruppo dirigente bloccato e depresso, più che offeso dai continui insulti ricevuti.

All’opposizione di chi, di che cosa, visto che una maggioranza ancora non c’è e probabilmente non ci sarà?

Non hanno nemmeno fatto un’analisi seria del voto, quindi ufficialmente non sanno nulla del Paese emerso dalle urne, di un Paese con divisioni territoriali profonde e pericolose, preda di inaccettabili ingiustizie e diseguaglianze, di rabbia e paure troppo enfatizzate, che oscurano completamente la condizione di oggettivo privilegio nella quale ancora si trova (sarebbe consigliabile consultare un recentissimo studio di Bankitalia su PIL, sviluppo demografico, andamento dell’occupazione, immigrazione) in un mondo pieno di tensioni reali, di guerre, e di carestie rovinose.

E hanno già detto, con pochi distinguo e solo a mezza bocca, “noi siamo all’opposizione”.

All’opposizione di chi, di che cosa, torno a ripetere. Non si rendono conto dei ridicoli paradossi nei quali si sono cacciati? Siccome una maggioranza non c’è, l’idea che diffondono è quella di avere la speranza che si formi l’unica maggioranza possibile senza il PD: una maggioranza di Cinquestelle e Lega, con l’aggiunta di qualcun altro della destra, una maggioranza di blocchi contrapposti, che non stanno insieme nemmeno col vinavil, e che sarebbe esiziale per tutte le persone che hanno un po’ di buon senso, come ce ne sono ancora in Italia e in Europa. E’ questa la speranza dei dirigenti del PD? Leggo sui giornali che il capogruppo del PD al Senato Andrea Marcucci avrebbe espresso il seguente pensiero: “Non vedo l’ora che giuri un governo Di Maio – Salvini”. Caspita! Ma dove vanno a prenderli simili brillanti pensatori? Sull’ineffabile Facebook? La speranza che si affermi il “tanto peggio, tanto meglio”, vale a dire che ciò che sarebbe il peggio per l’Italia sarebbe il meglio per il PD. Se è questa la loro speranza – e se non lo è, sarebbe consigliabile che lo dichiarassero invitando Marcucci a ripassarsi la lezione – avrebbero deciso di mettersi contro l’interesse reale Paese, che dicono invece di avere a cuore. E non si trincerino dietro la volontà dell’elettorato. L’elettorato non ha dato a nessuno maggioranze precostituite, quindi niente alibi.

Non è il momento di stare sulla riva del fiume in attesa dei cadaveri dei nemici, come sembra volere l’inscalfibile blocco renziano alla ricerca di rivincite per sé, solo per sè: un gioco che si compie sulla pelle di quella parte del Paese che si aspetta che il secondo suo partito si comporti come una forza adulta in grado di avanzare proposte di governo, meglio delle altre forze che sono state elette in Parlamento, e di costruire le condizioni perchè vengano accettate. Sbloccarsi insomma, uscire dall’inferno della depressione, dei veti e dei ricatti al proprio interno, uscire dalla sindrome degli ‘incompresi e stizziti’.

Infatti la logica stringente della politica dice, anzi urla, proprio questo al secondo partito d’Italia: o vi liberate al vostro interno dai condizionamenti perniciosi di chi vi ha portato alla sconfitta elettorale, portando al partito aria e linfa nuove, e facendo emergere un po’ di coraggio e generosità, o il Paese si libererà di voi, come se foste ciabatte inutili, venendo a scovarvi ovunque, anche se vi nasconderete all’opposizione. Forse il peggio deve ancora arrivare, se qualcuno pensa ad altre elezioni ravvicinate.

E noi democratici, che abbiamo ancora un qualche orizzonte comune davanti agli occhi, e vorremmo raggiungerlo senza metterci nelle mani dei populisti, di destra o di sinistra, dovremo per forza ripartire dall’anno zero.

 

Lanfranco Scalvenzi

La neve a Roma, l’Italia in blocco

Cosa è successo a Roma per 10 cm di neve lunedì lo sanno bene i romani. Gli italiani hanno potuto seguirlo attraverso internet e sulle Tv. Una città completamente bloccata. Dunque si parla di fatti non di opinioni. Che la sindaca Raggi affermi che tutto è stato tenuto sotto controllo dalla sua amministrazione è una ridicola battuta che le viene concessa dai giornalisti solo perché il M5S gode di un trattamento di favore. Fosse stata del Pd o di un altro partito l’avrebbero messa sotto accusa. I romani per primi ovviamente che, invece, stanno sopportando enormi disagi prodotti dall’incapacità dell’attuale amministrazione senza ancora far sentire la loro protesta.

Non si tratta solo del comune di Roma però. La nevicata ha messo a nudo la fragilità del sistema Italia. Dieci centimetri di neve sono bastati per paralizzare il nodo ferroviario romano con ripercussioni sull’intera rete italiana. Strutture tecniche che dovrebbero garantire sempre il loro funzionamento con l’unico limite di cataclismi naturali o di guerre si sono candidamente arrese. L’Amministratore delegato di Rete Ferroviaria Italiana intervistato da La Stampa afferma che erano attesi 3 cm di neve e non 10 cm e che la nevicata a Roma doveva esaurirsi alle 7 e invece si è protratta fino alle 10. Per questo il piano neve e gelo di Rfi non ha funzionato. E in cosa sarebbe consistito questo piano? Nel ridurre l’offerta di treni. Il buon AD ne conclude che non si può parlare di cattiva organizzazione. Poco ci manca che chieda pure un applauso. L’Ad di Ferrovie dello Stato conferma che il blocco è dipeso dalle scaldiglie che devono sciogliere il ghiaccio negli scambi. Su 600 del nodo ferroviario romano solo 150 ne sono provvisti perché la spesa non sarebbe stata giustificata dall’eccezionalità delle nevicate su Roma. Questo finora perché adesso annuncia che saranno installate su tutti gli scambi. E si sta parlando di un investimento di modesta entità la cui durata si calcola in decenni non di un abbellimento.

Dunque il senso qual è? Il nodo ferroviario di Roma è appeso alla speranza che nevichi poco. Se nevica un poco di più è la paralisi. Purtroppo per molti italiani è normale che sia così, così come è normale chiudere le scuole e rendere di fatto impossibile raggiungere i luoghi di lavoro. A pochi viene in mente che i servizi pubblici non possono essere impreparati di fronte ad eventi assolutamente normali nel ciclo delle stagioni.

Anormale è che i servizi e le amministrazioni che li devono garantire non funzionino proprio quando ce ne sarebbe più bisogno. In caso di neve infatti è il traffico privato che può creare un intralcio, ma se i cittadini vengono abbandonati l’esempio che si offre è che dello Stato e dei servizi che questo assicura o sorveglia non ci si possa fidare e che sia meglio arrangiarsi da soli.

L’arte di arrangiarsi cioè ognuno per sé e la diffidenza per ciò che proviene dallo Stato, dal settore pubblico e da organizzazioni tecniche è esattamente il cuore di ciò che oggi viene chiamato populismo. Quando si parla di competitività di cui l’Italia scarseggia e di mancanza di fiducia dei partner europei a questo ci si riferisce. Nel nostro Paese siamo abituati all’inaffidabilità di ciò che dovrebbe costituire la dimensione pubblica e i fatti di questi giorni lo confermano.

Questa inadeguatezza ricade tutta nella responsabilità della politica e degli apparati amministrativi e tecnici che da questa dipendono. I manager che si sono espressi nel modo sopra riportato non sono a costo zero e dovrebbero rispondere delle mancanze con i loro guadagni. In un Paese serio un tale disastro, sia pure limitato a un paio di giorni, non sarebbe perdonato.

Stiamo per votare e l’aria che tira è quella di una protesta che si farà sentire sia con l’astensionismo, sia con il voto a partiti che promettono improbabili rivoluzioni basate su cambiamenti miracolosi e su promesse irreali. Sarebbe nostro interesse di cittadini stare con i piedi per terra e trarre un insegnamento dalle vicende di questi giorni: i problemi che ci frenano sono molto seri e affondano le radici in difetti costitutivi del sistema Italia; bisogna definire un percorso di riparazione dei guasti e incaricare di guidarlo le persone più serie e più preparate che ci sono a disposizione perché la strada per migliorare non sarà né facile né breve e chiamerà in causa anche noi sia come protagonisti, che come controllori, suggeritori e destinatari di cambiamenti che non sempre piaceranno a tutti. Alternative non ci sono, se vogliamo risalire la china. Altrimenti possiamo rassegnarci ad un lento e inesorabile declino

Claudio Lombardi

Il reddito di cittadinanza del M5S

Un articolo di Luca Ricolfi pubblicato sul sito www.fondazionehume.it analizza la proposta del reddito di cittadinanza presentata dal M5S. Seguiamo il suo ragionamento con sintesi e citazioni. Il tema del reddito minimo è presente in tutti i programmi elettorali dei partiti. Da quest’anno è operativo il reddito di inclusione voluto dall’attuale governo. Tuttavia il Movimento Cinque Stelle è la forza politica che ha fatto del reddito di cittadinanza (la sua bandiera regolamentato in dettaglio in un disegno di legge. L’obiettivo è di garantire a chiunque, indipendentemente dal fatto di lavorare o meno, il raggiungimento di un reddito familiare pari alla soglia di povertà relativa, che attualmente in Italia è di oltre 1000 euro per una famiglia di 2 persone e di 1500 euro per una di 3 persone. Ne sono esclusi soltanto i minorenni, e chi ha un reddito dichiarato superiore alla soglia di povertà.

Ecco le osservazioni di Ricolfi.

Primo punto: il costo. Ci sono varie stime ma un onere annuo intorno a 20 miliardi di euro appare plausibile. Secondo punto: il disincentivo a lavorare. Così configurato, il reddito minimo renderebbe non conveniente lavorare per ben 9 milioni di italiani. Una prestazione assistenziale di circa 780 euro al mese infatti eguaglia la retribuzione di molti lavori a tempo parziale.

In realtà è previsto che si perda il diritto al reddito di cittadinanza se non si rispettano determinati obblighi (come la ricerca di un lavoro, la formazione, la disponibilità a lavori socialmente utili) e, soprattutto, se si rifiutano le offerte di lavoro. Tuttavia si possono rifiutare ben 3 offerte di lavoro se non sono congrue. Che significa?

Lo specifica il Disegno di legge dei Cinque Stelle. Un’offerta di lavoro è considerata congrua se “è attinente alle propensioni, agli interessi e alle competenze acquisite dal beneficiario”; “la retribuzione oraria è maggiore o eguale all’80% di quella riferita alle mansioni di provenienza”; il posto di lavoro è raggiungibile in meno di un’ora e 20 minuti con i mezzi pubblici. Tutte condizioni che devono essere soddisfatte congiuntamente, altrimenti l’offerta non è congrua.

Non ci vuole moltissima fantasia ad immaginare le conseguenze. Intanto sarà difficile “accompagnare” al lavoro, al servizio civile, o nei corsi di formazione la possibile platea di beneficiari. A chiunque non voglia accettare un’offerta di lavoro perché preferisce percepire il sussidio senza lavorare (o lavorando in nero) basterà rifiutarla (ha diritto a rifiutarne ben tre senza alcuna giustificazione). Se poi fosse così sfortunato da riceverne ben quattro, e anche la quarta non gli andasse bene, gli basterà considerarla “non attinente alle sue propensioni ed interessi”, che evidentemente nessuno, tantomeno un giudice del Tar, potrà pretendere di conoscere meglio del diretto interessato. In breve: l’effetto economico più macroscopico del reddito minimo in formato Cinque Stelle sarebbe di ridurre ulteriormente l’offerta di lavoro, che in Italia è già patologicamente bassa rispetto a quella delle altre economie avanzate.

Ma il dettaglio più inquietante del reddito minimo sta nella sua iniquità. Essendo basato sul reddito nominale, anziché sul potere di acquisto, esso non potrà che creare nuove diseguaglianze. Stanti le enormi differenze nel livello dei prezzi mille euro di un operaio che vive a Milano valgono poco più della metà di quel che valgono per un manovale che vive in un piccolo comune del Mezzogiorno. In effetti tutte le misure basate sul reddito nominale sono intrinsecamente inique: rischiano di escludere dal beneficio molti veri poveri nelle regioni del centro-nord, e di sussidiare molti finti poveri in quelle del Mezzogiorno. Per non parlare dell’eterno problema degli evasori che usano le prestazioni del welfare, ma non vi contribuiscono.

Una riflessione va fatta sul possibile mutamento dello Stato da sociale ad assistenziale. Di fronte ad una trasformazione tecnologica che minaccia di sostituire gli uomini con i robot ci si può rassegnare a veder relegati alla condizione di assistiti un elevato numero di persone? Dal confronto con gli altri paesi emerge, invece, che sono molti quelli che hanno oggi un tasso di occupazione più alto di dieci anni fa.

Certo, è possibile che fra dieci o venti anni l’Italia si ritrovi irrimediabilmente al di fuori dei sentieri della crescita e della modernizzazione, e che a un manipolo di produttori sia affidato il compito di mantenere una maggioranza di cittadini impoveriti e impotenti, in un paese che decresce e diventa sempre più marginale. Ma non raccontiamoci che è colpa del progresso, o che era destino, o che la responsabilità è dell’Europa, della signora Merkel o dell’austerità. Perché se a noi andrà così, e altri invece ne verranno fuori come già stanno facendo, è solo a noi stessi che dovremo chiedere: come mai, anziché reagire alla crisi, creando posti di lavoro veri, abbiamo preferito continuare, come facciamo da mezzo secolo, a puntare tutte le nostre carte sullo Stato assistenziale?

Ragioniamo sugli immigrati

Lasciamo perdere l’invasato che si mette a sparare in mezzo alla strada. Lasciamo perdere pure quelli che lo rappresentano come un eroico guerriero. Questi sono casi estremi. Anche nella normalità, tuttavia, quando si parla di immigrati è facile cedere alle semplificazioni dimenticando la realtà. Il filippino che da anni fa il badante ad anziani italiani più o meno malati è immigrato. La signora che fa le pulizie a casa da tanto tempo e che ha la lista di attesa di quelli che la richiedono è immigrata. Il pizzaiolo che sembra un giocoliere con le sue pizze rotanti è un immigrato. Il cinese nel cui negozio andiamo a cercare l’oggetto introvabile altrove è immigrato. E così il cuoco, il giardiniere, il cameriere, l’operaio, il muratore, il piccolo imprenditore. Tutti immigrati che fanno parte della nostra vita quotidiana e dei quali non sapremmo fare a meno. E che non fanno notizia perché loro non sono un problema, anzi, ce ne risolvono tanti a noi italiani.

Il problema sono gli immigrati che sono arrivati in maniera caotica e che abbiamo fatto finta di accogliere per anni ben sapendo (e sperando) che si sarebbero sparpagliati per l’Europa. Invece, a un certo punto, gli altri stati si sono ricordati che esisteva un accordo che costringeva l’Italia ad identificarli e farli rimanere nel suo territorio. E hanno chiuso le frontiere. Così ci siamo dovuti accorgere che non solo non si erano tutti sparpagliati per l’Europa nel corso degli anni, ma che lo avevano fatto in massa in Italia nell’attesa di un improbabile status di rifugiato. Per anni sono continuati gli sbarchi e per anni si sono accumulate persone che cercavano di sopravvivere con gli espedienti a disposizione dei disperati: sfruttamento al limite dello schiavismo, spaccio, furti, prostituzione, elemosine. Più o meno la scelta è questa. I più fortunati un lavoro decente lo hanno conquistato facendo felici i datori di lavoro che hanno scoperto di poter pagare la metà di quanto sarebbe stato giusto.

E poi ci sono stati quelli che con gli immigrati ci hanno guadagnato tappando i buchi di un’accoglienza travestita da emergenza. Il tutto nella cornice di una legge del governo Berlusconi (Bossi-Fini anno 2002) che si lavava le mani facendo finta che l’immigrato fosse scelto direttamente dal datore di lavoro italiano nel suo paese di origine e da lì portato qui con regolare contratto di lavoro al quale seguiva il permesso di soggiorno. Quanti hanno dovuto fare carte false per aggirare una legge così stupida?

La ciliegina sulla torta arrivò quando il governo italiano accettò di fare dell’Italia il punto di accoglienza dell’Europa (missioni Triton e Sophia). Le ong di tutti i colori diedero così vita ad una svolta: i barconi non dovevano più arrivare nei pressi delle coste italiane, ma le persone erano raccolte direttamente davanti alle coste libiche da gommoni usa e getta a volte anche senza motore e a volte con l’aiuto di segnalazioni dai trafficanti ai soccorritori per indirizzare meglio le ricerche. Mentre l’Italia apriva i suoi porti, la Germania fece l’esperienza del milione di rifugiati in un anno; fu soddisfatta e provocò un accordo europeo con la Turchia perché i migranti fossero bloccati sul suo territorio. A pagamento.

Intanto in Italia si arrivò a superare i 10 mila sbarcati a settimana fino a che il governo Gentiloni non decise di compiere un’altra svolta: niente più navi delle ong, niente più raccolta davanti alla Libia, brutto muso con l’Europa per la ridistribuzione dei rifugiati, nuova politica di accordi in Libia e con vari paesi africani per bloccare e scoraggiare le partenze.

Questa l’estrema sintesi della vicenda. Adesso che gli sbarchi sono drasticamente diminuiti (e speriamo che non si torni al caos) c’è da fare i conti con quelli che vivono qui e specialmente con chi non ha un permesso di soggiorno e, quindi, non può lavorare regolarmente. Questi, calcolati in circa 500 mila, sono il problema che ha fatto parlare di bomba sociale. In realtà le tensioni non sono dovute solo a queste persone che cercano di intascare soldi per vivere, ma anche a quelli che lavorano. Di solito guadagnano poco e così competono per i servizi con gli italiani a basso reddito e spingono verso il basso le retribuzioni. Il problema c’è, inutile nasconderlo, ma non si risolve nulla con le sparate propagandistiche e nemmeno con l’evocazione di nobili principi etici. Ci vuole la politica cioè capire quali sono gli obiettivi, la strategia e come attuarli. La gestione degli immigrati dovrà essere una priorità per tutti i partiti e dovrà necessariamente tendere all’integrazione. Anche il problema della delinquenza dovrà essere una priorità, ma non riguarda solo gli immigrati. Lo Stato dovrà riprendere il controllo del territorio, potenziare le forze di polizia e il sistema carcerario, migliorare l’efficienza della giustizia. E poi intervenire (come si è iniziato a fare) per diminuire il disagio sociale. Niente di semplice ovviamente, come sempre nelle vicende umane

Claudio Lombardi

Atac Ama e i guai di Roma

Atac e Ama sono le più grandi aziende romane. Entrambe di proprietà del Comune erogano due fra i principali servizi necessari alla vita di una città: trasporti e gestione dei rifiuti. Ebbene entrambe hanno la responsabilità di aver reso difficile la vita dei romani e non da oggi. Da anni. Ovvio che, come in tutte le cose, c’è stato un momento iniziale nel quale si stava meglio perché i guasti non si erano ancora manifestati. Per esempio nel campo dei rifiuti fino a che tutto (ma proprio tutto) si gettava nella discarica di Malagrotta sembravano non esserci problemi. Ogni tanto uno sciopero o qualche incidente che bloccava il ritiro della spazzatura. O, magari, la strisciante inefficienza che da sempre caratterizza l’amministrazione comunale e le sue aziende. Ai romani andava bene così, la grande buca si riempiva e la differenziata era roba sconosciuta, roba per tedeschi. Anche ai sindacati andava bene così. I dipendenti erano tanti, alto l’assenteismo, tanti quelli che si buttavano su qualche invalidità per non scendere in strada, i ritmi di lavoro erano a dir poco blandi. Poi Malagrotta si è riempita e sono iniziati i problemi perché si è scoperto che non c’erano i piani per sostituirla e i politici si sono mostrati del tutto inadeguati a svolgere la loro funzione. Così è stato comodo aggrapparsi come alibi a gruppi di ambientalisti che si opponevano alla costruzione di un inceneritore che poi è l’indispensabile accompagnamento di ogni politica fondata sulla differenziazione e sul riciclo. E tuttora Roma non ha un inceneritore e nessuno che abbia responsabilità pubbliche osa menzionarlo almeno come ipotesi. Eppure ce l’hanno tante altre città italiane ed europee, ma da noi è tabù. Di qui il dramma e l’emergenza dei rifiuti che si vive ormai da oltre un anno. I romani pagano la più alta tariffa rifiuti d’Italia e hanno la monnezza per strada. Volgarmente si direbbe “cornuti e mazziati”.

Per il trasporto pubblico stesso discorso. I dati dell’inefficienza di Atac sono strazianti. Dal 2009 al 2016 ha bruciato 5 miliardi di contributi pubblici ed accumulato 1,4 miliardi di perdite. E per cosa? Per un servizio scadente a costi superiori del 30% a quelli della corrispondente azienda milanese. Più personale, meno ore lavorate, più assenteismo. E tutto questo con la piena copertura dei responsabili politici del servizio. D’altra parte i dipendenti comunali e delle aziende di proprietà sono il più grande serbatoio di voti a Roma e infatti la stessa sindaca Raggi, da candidata, si premurò di rassicurare i sindacati. Lo slogan per l’elettorato era “cambieremo tutto”, per chi dipendeva dal Comune andava inteso come “a voi non vi toccheremo”. E, infatti, così è stato. Sono cambiati gli assessori e i direttori generali, ma la struttura di Atac e Ama è rimasta intatta. Privilegi e sprechi compresi.

L’ex assessore alle partecipate di Roma Massimo Colomban, intervistato in questi giorni dal Messaggero, afferma di aver avvertito la sindaca che Ama ed Atac non potevano rimanere di proprietà al 100% del Comune e che avevano assoluto bisogno di un partner industriale; afferma inoltre che una direttiva dai livelli superiori del Movimento 5 stelle ha impedito che si intervenisse (e infatti lui ha lasciato l’incarico); dice che il Movimento non deve proteggere i sindacati, alcuni dei quali in Ama e Atac la fanno da padroni da anni. Nessuno gli ha dato retta. Anzi, in questa situazione la Giunta romana intende rinnovare l’affidamento in esclusiva del servizio ad Atac fino al 2021, mentre pende una procedura di concordato in continuità che dovrebbe servire ad evitare che i creditori chiedano il fallimento e in assenza di un piano industriale e finanziario indispensabile perché il giudice possa accordare il concordato. Una situazione a dir poco opaca. E tutto questo accade mentre sta scadendo il termine per indire il referendum sul trasporto pubblico per il quale 33mila cittadini hanno apposto la loro firma. Praticamente la Giunta grillina sta arrampicandosi sugli specchi per lasciare le cose come stanno il che significa in primo luogo non rompere l’alleanza con il sindacalismo corporativo e ostacolare lo svolgimento del referendum perché c’è il rischio che i romani votino perché il servizio pubblico sia tolto ad un’azienda che si è rivelata incapace di effettuarlo. Alla faccia della democrazia diretta predicata dal M5S.

Quale è il succo della vicenda? In definitiva il M5S a Roma sta dimostrando, perlomeno nel campo dei rifiuti e del trasporto pubblico, la sua impronta profondamente arrogante e conservatrice e la sua incapacità di far funzionare la città. Il M5S nega la realtà e si batte perchè Atac e Ama rimangano monopolisti dei servizi, di proprietà del Comune al 100%, ma non ha la capacità di far funzionare bene queste aziende perchè nulla si può toccare dell’assetto attuale. Ovviamente mascherandosi dietro a slogan triti e ritriti che appaiono sempre più come una bella favoletta raccontata ai bimbi per tenerli buoni. In pratica stanno semplicemente prendendo in giro i romani tentando di rinviare al domani i problemi, tirando a campare un giorno dopo l’altro e confidando nell’assuefazione alla sofferenza. In dialetto romanesco si dice che stanno dando la “guazza” ai romani

Claudio Lombardi

La sceneggiata della lotta al Tap

La sceneggiata della lotta al gasdotto Tap incredibilmente continua. Cerchiamo di fare il punto sulla sostanza di una questione che sta diventando patetica e rivelatrice dell’arretratezza culturale di una parte della politica locale e della società civile, ma anche della spregiudicatezza del Governatore della Puglia, quel Michele Emiliano tuttora nei ruoli della magistratura che non perde occasione e pretesti per andare a caccia di voti. Prendiamo come guida il punto di vista espresso su facebook da Umberto Minopoli.

energia elettricaOgni mese abbiamo bisogno di circa 26000 Gwh (gigawattora) di energia. Di questi 26.000 GWh ben 20.000 vengono dall’energia termica (olio, carbone, gas). Le cosiddette rinnovabili, incentivate, ci danno alla fine solo 6/7 mila Gwh. Ma di queste ben quasi 3000 GWh sono da fonte idroelettrica. Non abbiamo centrali nucleari, non avremo più centrali a carbone, non sono più tollerate quelle ad olio. Quindi dei 20.000 GWh termici la quasi totalità è data dal gas. Insomma: abbiamo un fabbisogno elettrico strutturalmente fondato sul gas naturale. Che però importiamo quasi del tutto: dal nostro sottosuolo infatti estraiamo soltanto miseri 682 GWh che potrebbero essere di più, ma che hanno rischiato di essere pure eliminati con lo scemissimo referendum contro le trivelle (ovviamente sostenuto da Emiliano). Quindi mettiamoci in testa che l’elettricità in Italia è quasi tutta dovuta al gas e senza gas spegneremmo il Paese.

Ora vediamo da dove viene questo gas che è così importante per la nostra vita. Ebbene lo importiamo da tre paesi: Russia, Libia e Algeria. Il 70% però ci viene dalla Russia. Ed ecco il punto: il gas russo importato (cioè la fonte energetica su cui sostanzialmente ci reggiamo) viene distribuito in Italia dall’impianto di distribuzione di gas a Baumgarten an der March, in Austria. E’ quello che uno scoppio e poi l’incendio ha bloccato pochi giorni fa interrompendo così (per fortuna solo per poche ore) l’afflusso del gas che ci alimenta. E’ incredibile: un’intera economia dipende praticamente da un solo punto di ingresso e distribuzione. Pensate come siamo deboli, fragili e dipendenti. gas metanoSiamo tappati! C’è un investimento in atto che potrebbe stapparci. Cioè diversificare e aumentare i punti di ingresso del gas e salvaguardare i fabbisogni in caso di blocco dell’impianto di Baumgarten. E’ il Tap, il gasdotto che diversifica sia le fonti di approvvigionamento del gas che dobbiamo importare (è azero e non russo) sia i punti di distribuzione in Italia. E’ un gasdotto di 878 km che interesserà l’Italia solo per 8 Km. Ed è quello che il governatore pugliese vorrebbe bloccare. Si tratta come è evidente di un’opera strategica di importanza vitale per l’Italia.

Come è noto lo scontro sul tracciato del gasdotto riguarda l’approdo sulla costa pugliese. Chi si oppone al Tap dice di farlo per proteggere l’ambiente che sarebbe deturpato dagli scavi per la posa del tubo. Viene anche proposto un approdo diverso da quello prescelto nel comune di Melendugno. In particolare si insiste su Brindisi. Ora, a parte il fatto che la scelta finale è arrivata dopo che sono state esaminate molte alternative, è lecito domandarsi cosa sarebbe successo se si fosse deciso di far arrivare il gasdotto a Brindisi. Sicuramente proteste per l’aggressione ad un sito già “deturpato” dagli impianti portuali. Inoltre se a Melendugno la protesta si è concentrata sull’espianto temporaneo di qualche decina di ulivi, nell’area portuale di Brindisi ci si sarebbe trovati di fronte ad una zona abitata con le conseguenze facilmente immaginabili.

no tapIn ogni caso Brindisi verrò coinvolta (non nella parte portuale ma nel retroterra) perché è di questi giorni la notizia che è già stata avviata da SNAM la richiesta dei pareri agli enti locali per la realizzazione del metanodotto che da Melendugno porterà il gas nel nodo di Brindisi per la distribuzione su tutto il territorio nazionale. Pareri necessari per la Valutazione di Impatto Ambientale. In questo modo il nodo brindisino diverrà il punto europeo di distribuzione del metano, alternativo a quello proveniente dalla Russia.

Cosa pretende adesso chi si oppone al Tap? Che si rinunci al gasdotto? Che dopo anni di studi e ricerche si ricominci da capo la ricerca del percorso ideale che non leda alcun interesse locale? Follie. O pretesti per costruirsi un seguito popolare da spendere nelle prossime elezioni

Claudio Lombardi

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