Vaccini, bufale, sfiducia

vaccini

Dopo il morbillo ora tocca al vaccino anti papilloma virus. Decisamente tira una brutta aria per i vaccini. L’accusa è quella di far parte del maxi complotto delle case farmaceutiche che per bieche ragioni di profitto spingono per il consumo di farmaci non necessari e dannosi. Dopo secoli passati a tentare di combattere le malattie che decimavano la popolazione mondiale e dopo che la scienza finalmente è riuscita ad andare oltre i salassi e le pozioni di erbe “magiche” producendo farmaci e tecniche di intervento efficacissime adesso parte una ondata di dubbi e di sfiducia. epidemieProbabilmente se le popolazioni fossero ancora alle prese con le epidemie implorerebbero gli scienziati di trovare un rimedio. Ma poiché ciò non accade ecco che molti possono permettersi di dubitare e di diffondere teorie allucinate contro la scienza. In questa che ben si può chiamare psicosi di massa c’è di tutto. Soprattutto c’è la potenza dei mezzi di comunicazione che amplifica qualsiasi scemenza e c’è la strumentalizzazione politica di guru esaltati come Beppe Grillo assolutamente ignoranti nelle materie che trattano, ma dotati di una potenza comunicativa che riveste di verità i loro sproloqui.

Sì bisogna ammettere che la potenza comunicativa di un Grillo e del suo M5S ha sdoganato il fanatismo e l’ignoranza facendo credere a chiunque di poter smentire risultati della scienza e della ricerca in nome del sospetto e della faciloneria. Il Grillo che sbraitava contro le mammografie oppure che insultava Veronesi e che pretendeva di grillo arrabbiatorivelare le verità nascoste (“quello che gli altri non dicono”) e di dare risposte semplici a problemi complessi è lo stesso che usa il pugno di ferro contro qualsiasi dissidenza. Quindi insulto e dileggio verso la scienza ufficiale e gli avversari politici additati come nemici e complottasti ai danni del popolo, ma repressione delle opinioni dissenzienti dalla sua. In nome di che? Del suo essere l’interprete dell’interesse supremo del popolo. Lo chiamano populismo, ma somiglia ai fascismi di ogni tempo e di ogni paese.

Questo è lo scenario nel quale si colloca il servizio di Report dedicato al vaccino anti papilloma virus tutto centrato sugli effetti collaterali alla vaccinazione e sui pareri di alcuni medici contrari o dubbiosi sull’efficacia del vaccino. Non una vera e propria inchiesta fondata su una documentazione scientifica dunque, ma un semplice aggancio che vale quello che vale, ossia in questo campo, praticamente nulla, ma che, forse, serve per accreditarsi come parte del vasto mondo dei dubbiosi, di quelli che vaccinazionivogliono scoprire le verità nascoste che altri non dicono perché fanno parte del sistema. È patetico che adesso il conduttore Sigfrido Ranucci si arrampichi sugli specchi per affermare le sue buone intenzioni, la sua purezza di comunicatore. È patetico ed è ipocrita perché come comunicatore sa benissimo che concentrarsi sui possibili effetti collaterali e sulle opinioni negative significa mettersi da quella parte. E poi in un contesto di crescente contestazione proprio delle vaccinazioni. Perché lo ha fatto? Ad ognuno la sua risposta, ma qui non ci sono verità nascoste, bensì solo possibili spiegazioni che vanno dall’errore all’intenzionalità. In ogni caso Report non ha fatto buona informazione.

Detto ciò l’enorme problema che rimane è la permeabilità di una parte dell’opinione pubblica rispetto a tutto ciò che si pone contro la scienza “ufficiale” o semplicemente contro. Alla base vi può essere sicuramente la sfiducia, vi può essere il risentimento e la rabbia per una stabilità messa in crisi da ciò che è accaduto nel corso degli anni e anche a causa di una classe dirigente rapace che ha saccheggiato senza ritegno le risorse del Paese.

potere della comunicazioneMa che c’entra tutto ciò con la sfiducia nei confronti delle cure mediche? È come se per contestare il capitalismo si decidesse di viaggiare sulle auto senza cinture di sicurezza con la stolta ignoranza di quelli che pronunciano la solita frase idiota “nel passato non si usavano e non mi è mai successo niente”.

Il caso dell’infermiera di Treviso che fingeva di vaccinare i bambini è emblematico dei danni che la psicosi antiscientifica alimentata dagli apprendisti stregoni dei vari movimenti e degli scopritori delle verità nascoste può fare. Danni alla salute non chiacchiere. Il dubbio e il desiderio di schierarsi contro si diffonde insieme alle malattie come il morbillo che erano scomparse. Si dice addirittura che in ambienti ospedalieri siano vaccinati pochi medici e pochi infermieri.  Il fronte dei politici che sfruttano questa psicosi da nuovo medioevo è in realtà ampio e va da Grillo fino agli ipocriti come Michele Emiliano che si trincerano dietro la libertà di scelta dei cittadini.

Se non si recupera la lucidità e la razionalità saranno loro a farci sbattere la testa con la realtà nei prossimi anni

Claudio Lombardi

Parliamo di Jobs act

lavoratori e jobs act

Appena si cita il Jobs act cioè la riforma di una parte della disciplina dei rapporti di lavoro le reazioni sono quasi sempre estreme. C’è chi la esalta e chi la ritiene un disastro. Le opinioni mediane, più ragionevoli, stentano ad emergere. Per questo si ripropone l’analisi del prof Maurizio Ferrera di recente pubblicata sul Corriere della Sera.

jobs act“Sul Jobs act è in atto un vero e proprio tiro al piccione. Eccettuati (alcuni) esperti, gli unici a parlarne bene sono ormai i commentatori stranieri. Dal dibattito politico nazionale solo critiche. In parte si tratta di mosse tattiche in vista delle scadenze elettorali. Ma questa spirale di rimproveri riflette anche un tratto profondo della cultura politica nazionale: l’eccesso di aspettative nei confronti delle norme di legge, l’intolleranza dei limiti che la realtà inevitabilmente impone, il conseguenze disfattismo, secondo cui ci sarebbe voluto «ben altro» per risolvere i problemi. Una sindrome auto-lesionista, che non ci consente di cogliere i progressi lenti e graduali, svaluta il pragmatismo e alimenta la sfiducia dei cittadini.

Modello flexicurity

Il Jobs act merita invece una discussione seria. Valutarlo non è facile: i suoi effetti si dispiegano lentamente nel tempo. Per catturarli bisogna avere dati precisi e utilizzare metodi controfattuali: che cosa sarebbe successo se non fossero cambiate le regole? Prima ancora di procedere su questa strada, è bene però riflettere sul provvedimento in sé: i suoi obiettivi generali erano in linea con le sfide sul tappeto? Negli ultimi due decenni, la maggior parte dei Paesi europei ha riorientato le politiche del lavoro verso la cosiddetta flexicurity, un modello sviluppato dai Paesi nordici e basato su regole flessibili per assunzioni e licenziamenti e tutele robuste (compresi i servizi) in caso di disoccupazione. Il Jobs act può essere considerato la «via italiana» verso quel modello.

politiche del lavoroUn percorso di cui si iniziò a parlare già negli anni Novanta, ma mai seriamente imboccato. Con il risultato che il mercato occupazionale italiano è diventato uno fra più segmentati della Ue: posti di lavoro permanenti con ammortizzatori molto generosi, da un lato, e contratti a termine o «atipici» (come i co.co.co.) praticamente privi di protezioni, dall’altro. A seguito di un’enorme espansione dei secondi, soprattutto per i giovani, il nostro Paese aveva inaugurato un modello perverso che Stefano Sacchi e Fabio Berton hanno definito flex-insecurity: precarietà senza tutele. Su questo sfondo, il Jobs act si è posto due obiettivi: ridurre rigidità e dualismi, offrendo più opportunità di occupazione stabile e al tempo stesso maggiore flessibilità alle imprese; superare la polarizzazione fra garantiti e non garantiti in termini di protezione sociale. I vari strumenti della riforma potevano essere disegnati meglio? Certamente, soprattutto col senno di poi. Lo stile comunicativo di Renzi ha alimentato l’eccesso di aspettative? D’accordo, nessuno è senza colpe. Ma il Jobs act va contato fra le non molte riforme strutturali che il nostro Paese è riuscito a produrre nell’ultimo venticinquennio, nel tentativo di avvicinarsi agli standard europei sul piano dell’efficienza e dell’equità.

Gli effetti concreti

occupazioneCosa si può dire degli effetti concreti? Le valutazioni più affidabili segnalano che il Jobs act ha inciso positivamente sull’occupazione stabile: dopo la sua introduzione vi è stato un significativo aumento dei contratti a tempo indeterminato, sia rispetto al passato sia rispetto ad altri Paesi, come Spagna o Francia. In base a dati provvisori, sembra che la tendenza sia continuata anche nel 2016. I critici sostengono che si sia trattato di un incremento «drogato» dalla decontribuzione, ma trascurano due aspetti. Tutti i paesi Ue hanno investito grosse somme in sussidi alle nuove assunzioni nell’ultimo triennio. Inoltre, all’estero gli oneri sociali sono strutturalmente più bassi. L’esperimento della decontribuzione conferma che il nostro costo del lavoro è troppo alto e disincentiva le assunzioni. Occorre riflettere su come redistribuire il finanziamento del welfare fra i vari tipi di reddito.

Il Jobs act ha avuto effetti positivi anche sulla sicurezza economica di chi perde il lavoro. Alla Naspi possono oggi accedere praticamente tutti i lavoratori dipendenti, compresi gli «atipici», con importi e durate fra le più alte in Europa. Rispetto agli altri Paesi, il welfare italiano ha sempre avuto buchi enormi in questo settore. Nessuno lo sottolinea, mai il Jobs act ci ha fatto fare un salto di qualità in termini di cittadinanza sociale: le nuove prestazioni sono infatti diritti soggettivi, che non dipendono più da mediazioni politico-sindacali. La Cassa integrazione è stata finalmente ricondotta alla sua funzione fisiologica di risposta alle crisi temporanee.

Debolezze storiche

lavoro giovaniL’aspetto più problematico del Jobs act riguarda le politiche attive. L’attuazione di questa parte della riforma è in grave ritardo. Qui scontiamo debolezze davvero storiche, che riguardano in generale l’efficienza e la mentalità della nostra pubblica amministrazione, nonché la frammentazione regionale. Ma il governo avrebbe potuto fare di più. I servizi per l’impiego sono l’architrave della flexicurity. Su questo aspetto, le critiche colgono nel segno. Il Jobs act non è riuscito a dispiegare il suo potenziale per incidere non solo sulle forme, ma anche sui livelli e la qualità dell’occupazione, soprattutto giovanile.

Il lavoro dei giovani resta purtroppo un’emergenza nazionale. Ricordiamo però due cose. L’Italia ha un’incapacità strutturale di creare posti di lavoro che si porta dietro dagli anni Cinquanta e che è stata esacerbata dalla grande recessione. Inoltre, i livelli occupazionali dipendono da moltissimi fattori (autonome decisioni delle imprese, congiuntura, investimenti, capitale umano e così via), solo in parte controllabili per via legislativa. Dall’estate 2014 alla fine del 2016 gli occupati sono comunque aumentati di circa 700 mila unità (Istat). Con le luci e le ombre che sempre accompagnano ogni riforma, il Jobs act ha segnato una svolta positiva. Fermiamo il tiro al piccione e avviamo una pacata discussione su come colmarne le lacune e potenziarne gli effetti positivi. Elaborando nuove proposte per le tante sfide che esulano dal perimetro di attenzione e di azione del Jobs act e che richiedono ulteriori e incisivi provvedimenti”

Il dossier stadio della Roma

progetto stadio della Roma

Pubblichiamo una scheda sulla vicenda “stadio della Roma” tratta dal sito www.carteinregola.it

In seguito all’approvazione di tre commi (art. 1 commi 303-304-305) inseriti nella legge 147 del 2013, “di stabilità”, che consentono a privati di avanzare all’amministrazione progetti  per realizzare nuovi complessi sportivi, viene  presentato  dal Presidente della Roma, James Pallotta, il 26 marzo 2014 il progetto per la realizzazione di un   nuovo  stadio , che dovrebbe sorgere a Tor di valle, in un’ansa del Tevere a sud ovest della città, dove esiste l’omonimo ippodromo attualmente abbandonato.

L’intervento dovrebbe essere realizzato  da Eurnova, la società immobiliare dell’imprenditore Luca Parnasi, e prevede una zona “A” , con il mix funzionale dei nuovi grandi impianti sportivi (oltre allo stadio da 52.500 posti espandibili fino a 60mila, la sede della Roma AS, un centro tecnico per gli allenamenti, un maxistore Nike, un “Roma village” con 245 negozi, boutique, ristoranti; uno spazio per eventi con un monitor a 360 gradi) e una zona “B”, chiamata “Business park”, costituita da tre  grattacieli ed edifici ecosostenibili (Leed gold) destinati a direzionale, ricettivo, commerciale (non appartamenti, esplicitamente esclusi  dai commi)  tra la Via Ostiense/Via del Mare e lo Stadio.

stadio della Roma grafico

Tali  cubature  sono state inserite per “compensare” i costi dei privati per le infrastrutture  e  le opere di pubblica utilità che il Comune  – Sindaco Ignazio Marino assessore all’urbanistica Giovanni Caudo – ha posto come  condizione  per approvare l’interesse pubblico dell’operazione. Le opere private per lo stadio e il business park ammontano a 1,211 miliardi (di cui 211 milioni per spese tecniche e di progettazione), quelle per le infrastrutture a 445,1 milioni (57,1 milioni per la progettazione) suddivise in opere a compensazione (asse di collegamento Ostiense-A91, ponte carrabile sul Tevere e viadotto di approccio, svincolo autostradale Roma-Fiumicino, riunificazione e messa in sicurezza Ostiense, ponte ciclopedonale Magliana, stazione Tor di Valle con ponte, metro B e messa in sicurezza del fosso di Vallerano) per 266 milioni; opere a standard (parcheggi a raso, multipiano, circolazione interna, passerella pedonale, verde pubblico e sistema smaltimento acque idrovore) per 154 milioni; opere da realizzare con contributo di costo di costruzione (parco fluviale Ovest, pontile Est-pontile Ovest, intervento su via dei Dasti, videosorveglianza) per 23,8 milioni. Il totale dell’operazione è di 1,656 miliardi, completamente a carico dei privati. La progettazione è curata dagli  Dan Meis, Daniel Libeskind e Andreas Kipar.  L’area comprenderebbe  oltre 63 gli ettari di verde pubblico ( il secondo polmone di Roma dopo Villa Pamphili, con 9mila alberi piantati e 11 km di piste ciclabili)*. Gli elaborati del progetto definitivo vengono consegnati dalla società al Comune nel maggio 2016, poco prima delle elezioni comunali.

Nel giugno 2016 diventa Sindaco Virginia Raggi, che, insieme agli altri  consiglieri M5S,  dai banchi dell’opposizione aveva duramente contrastato il progetto dello Stadio, così come l’urbanista Paolo Berdini,  diventato  assessore all’urbanistica e ai lavori pubblici.  Nei primi mesi di insediamento della nuova Giunta il Comune sembra  passare la palla alla Regione Lazio, trasferendo gli elaborati del progetto non senza qualche polemica su tempi e modalità. Il 3 novembre si apre la conferenza dei servizi decisoria in  Regione: mentre si susseguono gli incontri con  i rappresentanti  dei soggetti pubblici e – in parte –  con i cittadini e le associazioni che ne hanno fatto richiesta, si susseguono indiscrezioni giornalistiche e dichiarazioni ufficiali, che sembrano andare nella direzione della richiesta,  da parte del Comune, di modifica del progetto, restringendolo allo Stadio e ai suoi annessi, o tagliando  cubature dalle Torri di Uffici e spazi commerciali che la precedente Giunta aveva previsto a compensazione di alcune opere e infrastrutture pubbliche. Il  2 febbraio scade il temine per la conclusione della c.d.s. Il 31 gennaio si tiene la quinta seduta della Conferenza. Il Comune chiede una proroga di 30 giorni, poi deposita, insieme a Roma Città Metropolitana, un parere unico “non favorevole”, che tuttavia lascia aperta la possibilità al proponente di modificare il progetto e consegnare ulteriori elaborati per “addivenire a un parere favorevole”…

Il dossier completo qui:

http://www.carteinregola.it/index.php/nuovo-stadio-della-roma/

Dalla buona scuola al caos?

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Che fine ha fatto la riforma della buona scuola? Un mare di proteste, il caos dei trasferimenti, le classi che cambiano docenti a ripetizione. E tutto perché il governo Renzi ha deciso l’assunzione in ruolo di 100mila docenti togliendoli da una condizione di precariato e ha tentato di assegnare al Preside un ruolo di dirigente scolastico con autonomia decisionale (cioè le scelte cruciali della riforma). Possibile? Poiché i luoghi comuni (conditi con i soliti slogan, parole d’ordine e appelli altisonanti) sono duri a morire soprattutto quando sono sostenuti da minoranze sociali che urlano vale proprio la pena vedere di che si tratta.

proteste-insegnantiSubito le conclusioni: la scuola si conferma un settore nel quale il disordine creato in decenni di approcci sbagliati (primo fra tutti l’antiautoritarismo che ha delegittimato qualunque autorevolezza dei soggetti che vi operano e poi la svalutazione della scuola pubblica in combutta con le proteste studentesche contro tutto e tutti) ha creato una situazione di semi anarchia tutta centrata sugli interessi del personale che ci lavora. Per i sindacati è, forse, uno degli ultimi ambiti (un altro sono i servizi pubblici locali) nei quali si trovano a gestire un potere enorme assolutamente autoreferenziale che nessuno ha loro attribuito e che è uno dei fattori del disordine e dell’inefficienza nella scuola.

La riforma della buona scuola conferma che qualunque governo è condannato ad occuparsi di scuola innanzitutto in funzione di chi ci lavora. Che esista una grande questione di dignità dell’insegnamento che passa anche attraverso un aumento delle retribuzioni è vero. Ma che la scuola sia innanzitutto un servizio per la formazione dei giovani e, quindi, esista per erogare questo servizio dovrebbe essere scritto a caratteri cubitali. Sì alla scuola sono destinate poche risorse (la famosa carta igienica che manca), ma è anche vero che quelle che pure ci sono non vengono impiegate nel migliore dei modi. Un grande merito della riforma del governo Renzi è di aver scoperchiato la pentola dell’ipocrisia proprio perché ha deciso di regolarizzare la posizione di 100mila precari. Vediamo perché aiutandoci con gli approfondimenti di www.tuttoscuola.com.

autorita-degli-insegnantiBastano due dati a inquadrare il fenomeno a colpo d’occhio: solo il 39% degli studenti italiani risiede al sud, Isole incluse (18 anni fa era il 47%); mentre il 70-80% dei docenti è nato nel meridione.

In meno di vent’anni le scuole meridionali hanno perso mezzo milione di studenti (-14%), mentre quelle del centro-nord hanno riempito le aule con quasi 800 mila studenti in più (in larga parte stranieri): un incremento del 20%.

Ci sono quindi fenomeni demografici, ma anche sociali, che hanno spostato negli anni il baricentro della scuola italiana, mettendola su un piano inclinato: più studenti al centro-nord spingono un gran numero di docenti, concentrati nel meridione, verso nord. E di fronte a queste tendenze strutturali non c’è algoritmo che tenga: nessuna formula matematica potrebbe creare tante cattedre al sud da occupare la sovrabbondante offerta di lavoro che lì si manifesta.

Siamo di fronte a una vera e propria emigrazione di docenti meridionali verso il nord, migranti intellettuali sbarcati in molti casi da atenei del sud rincorrendo il  miraggio di una cattedra che non c’è per tutti, almeno in quelle aree del paese.

mobilita-insegnantiSolo che in questo caso si registra un controesodo a livello amministrativo: con lo strumento della mobilità decine di migliaia di docenti freschi di immissione in ruolo su posti prevalentemente al centro-nord tornano verso sud (spesso solo avvicinandosi, ma comunque in tal modo creano movimenti di cattedre), liberando posti nelle scuole del centro-nord, a loro volta occupati da nuovi assunti, in gran parte meridionali, che alla prima occasione chiederanno il trasferimento verso casa. E la ruota gira, mentre generazioni di studenti vedono cambiare di anno in anno una quota elevata dei propri insegnanti.

Prendiamo poi i dati dei docenti trasferiti la scorsa estate, di cui si conosce la provincia di nascita: risulta nato nel Mezzogiorno (Sud e Isole) il 78% dei docenti trasferiti (l’82% dei maestri di primaria e il 71% dei professori di scuola media).

È la fotografia di un fenomeno sociale che presenta un quadro inequivocabile e drammatico: nelle ultime leve di insegnanti entrati nei ruoli statali quasi otto docenti su dieci sono meridionali e i restanti due sono nati al centro-nord, dove vivono sei studenti su dieci.

Per mettere una pezza allo sbilancio che si è creato negli anni per effetto dei trend demografici, l’amministrazione scolastica, oltre a consentire il “trasferimento selvaggio” a prescindere dalle esigenze del servizio, ha cercato di contenere il travaso di posti di lavoro dal sud al nord per motivi demografici. Come? Di fatto mettendo più alunni nelle classi del centro-nord e meno in quelle del sud (lasciando così in vita più classi e quindi più posti di docente). Il fenomeno emerge dall’analisi del rapporto alunni/classi: nell’anno scolastico 2016/17 le classi del centro-nord contengono in media 21,6 studenti, quelle del sud e delle Isole 20,4 studenti. In generale il travaso di posti dal centro-nord al meridione avvenuto in questi anni per effetto dell’applicazione di un diverso rapporto alunni/classi sul territorio è stimabile in circa 5.170 classi, corrispondenti a circa 8.800 posti.

aule-scolasticheDa notare che insegnare in classi con più alunni, e con maggiore presenza di alunni stranieri, è indubbiamente più oneroso.

Insomma al nord c’è maggiore precarietà, più rotazione di insegnanti, più alunni per classe, anche se i risultati negli apprendimenti dei test Ocse-Pisa e dell’Invalsi sono superiori rispetto al Sud.

Insomma, le strade della mobilità selvaggia e del non omogeneo rapporto alunni/classi non sembrano quelle più lungimiranti.

Molti dei problemi della scuola nascono da questo sbilanciamento tutto centrato sui problemi di chi ha scelto di lavorarci. È logico che non appena un governo tenta di porre rimedio regolarizzando la situazione e cioè stabilizzando il posto di lavoro si scontra con il dato di fatto che non esistono cattedre per tutti dove ciascuno lo desidera. Di qui il caos, di qui le proteste.

Claudio Lombardi

(1 – segue)

Voglia di rivincita sui voucher

voucher-lavoro

Caso voucher. Informazioni su cosa siano e come si utilizzino sono ormai su tanti siti e in tanti articoli di giornale. Tutti dovrebbero, quindi, sapere di che si tratta e, invece, sembra che si stia per scatenare l’ennesima lotta di reazione in nome dei soliti “sacri” principi prescindendo da una valutazione concreta dello strumento, del suo uso e del suo abuso. disoccupazione-giovaniQuando la segretaria del maggior sindacato italiano – Susanna Camusso – in un’intervista afferma che non è possibile alcuna trattativa sui voucher che andrebbero soltanto eliminati perché “il lavoro non è una merce che si prende sullo scaffale” siamo già ad una mobilitazione prettamente ideologica che prescinde dalla realtà. Affermare che i voucher andrebbero sostituiti con gli ordinari contratti che regolano il lavoro interinale o di somministrazione, come fa nella stessa intervista la segretaria della Cgil, significa gettare sulle spalle di tanti piccoli datori di lavoro oneri burocratici che li spingono dritti dritti verso il lavoro nero. Ma forse la Camusso pensa che si favorirebbe il lavoro imponendo di rivolgersi alla consulenza di un patronato per aprire una posizione contributiva all’Inps, oppure ad un’agenzia di lavoro interinale anche per piccole prestazioni.

Comunque, poiché è in arrivo un referendum promosso dalla Cgil è meglio fare il punto sulla concretezza dello strumento voucher ripercorrendo un articolo di Alessandro De Nicola pubblicato nei giorni scorsi (Repubblica del 29 dicembre).  

politiche-del-lavoro“Come funzionano i buoni? Le norme sul lavoro accessorio sono miracolosamente semplici per un ordinamento giuridico votato alla complicazione come il nostro. I soggetti che possono usufruire dei buoni-lavoro sono pensionati, disoccupati, lavoratori part-time, studenti nei periodi di vacanza, percettori di prestazioni integrative del salario (ad esempio cassintegrati o titolari di indennità Aspi). Ogni voucher ha il valore di 10 euro lordi di cui 7,5 netti (il compenso minimo orario) per il lavoratore e altri 2,5 per i contributi Inps e Inail. Le prestazioni sono solo a favore direttamente del committente e quindi non si può adoperare questa forma di lavoro ad esempio negli appalti. Inoltre, salvo alcune regole ad hoc nel settore agricolo e per i cassintegrati, nessun individuo può superare il tetto di 2.000 euro netti annui per datore di lavoro (per evitare che il voucher rimpiazzi ingiustificatamente il lavoro dipendente) e i 7.000 euro complessivi. Infine, il committente ha l’obbligo di comunicare l’inizio della prestazione all’Inps (la famosa “tracciabilità“) e il non superamento del tetto di ore da parte del prestatore a pena di sanzioni abbastanza severe. (…)

giovani-e-lavoro-1Il voucher, per la sua semplicità e bassa imposizione contributiva, consente di ridurre il lavoro nero, nel contempo permettendo ai pensionati di arrotondare la pensione e continuare a sentirsi attivi e ai giovani di fare prime esperienze, formarsi un curriculum che altrimenti rimarrebbe vuoto, costruire una posizione previdenziale e ovviamente raggranellare qualche soldo. Per percettori di misure integrative del reddito e lavoratori part-time i vantaggi sono auto-evidenti. Come sempre, più libertà di scelta porta maggiore efficienza e soddisfazione.

D’altronde, quello che viene visto come un atto di accusa, ossia l’incremento esponenziale dell’utilizzo dei buoni, saliti a 121 milioni a fine ottobre di quest’anno contro gli 88 milioni dell’intero 2015, in realtà è un indice di successo dello strumento. L’accusa di aumento del “precariato” è senza senso.

In primis perché se l’alternativa è l’inattività o il lavoro nero è evidente che il voucher è un’opzione migliore. In secondo luogo perché anche gli strali sulla presunta sostituzione del lavoro dipendente con il buono sono insensati. Innanzi tutto da un punto di vista teorico: con un tetto massimo di 2.000 euro netti per datore di lavoro è facile capire che non si stipendierebbe nemmeno il periodo di prova di tre mesi di un dipendente.

occupazioneMa anche da un punto di vista empirico l’antifona non cambia: negli ultimi due anni i lavoratori dipendenti sia a tempo determinato che indeterminato sono aumentati, sono diminuiti i co.co.co e cresciuti gli apprendisti. La media annua di coloro che sono pagati col voucher nel 2015 corrispondeva all’1,3% degli occupati italiani. Anche se nel 2016 arrivassimo all’1,6-1,7%, non sembra un fenomeno di proporzioni drammatiche. Gli utilizzatori ne adoperano in media 60-70 l’anno e solo il 2,2% (dati 2015) ha riscosso più di 300 voucher (pari a meno di 40 giornate lavorative): quale posto fisso si andrebbe a rimpiazzare? Inoltre, il 77% degli utilizzatori sono studenti, pensionati, percettori di ammortizzatori sociali, lavoratori part-time o autonomi (quindi incompatibili con un lavoro dipendente) e solo il 10% del totale risulta avere avuto un rapporto di lavoro con lo stesso datore nei sei mesi precedenti: ancora una volta, dove si annida la temuta “sostituzione surrettizia”?

Si dice: «In alcuni casi pagano 5 voucher e ti fanno lavorare 10 ore». Si tratta di un abuso che potrebbe essere anche assoluto (tutto lavoro nero) o esercitato per altre forme di lavoro (risulti part-time ma in effetti lavori di più, oppure non vengono pagati gli straordinari); gli illeciti non sono certo una creazione dei buoni che, anzi, riducono l’area di illegalità.”

Insomma, c’è in giro una gran voglia di rivincita, ma se la si cerca nel ritorno ad un passato pensato come mitico si potrà anche vincere un referendum, ma l’Italia continuerà a galleggiare lentamente sprofondando

Claudio Lombardi

Reddito di cittadinanza o reddito minimo garantito?

reddito-minimo-garantito

Da un po’ di tempo purtroppo se ne parla davvero poco, anche gli stessi promotori del M5S sembrano averlo accantonato, mentre in fondo tra le altre forze politiche nessuno sembrava prenderlo sul serio e allora per nessuno sembra oggi serio discuterne, insomma il reddito di cittadinanza è caduto nel dimenticatoio della politica, sommerso dagli eventi . E’ stato il cavallo di battaglia del M5S sin dagli esordi e soprattutto nella campagna elettorale del 2013 è sembrata la vera trovata “rivoluzionaria” del movimento, che dalle parole vomitate sui palchi le ha tramutate in una elaborata proposta di legge presentata in Senato (n.1148/2013) a settembre del 2013. Poi però, giorno dopo giorno, tra una campagna elettorale e l’altra, tra una lotta intestina e l’altra, quella proposta tanto ambiziosa mano a mano sembra abbia perduto fascino persino ai loro occhi e si è affievolita e così i “grillini” nel frattempo hanno perso tempo a prendere di mira il Governo e Renzi più che a sostenere e divulgare il loro progetto (uno dei pochi realmente definiti!).

povertaEppure è una proposta quella del M5S sulla quale sarà necessario discutere prima o poi e non lasciarla nel dimenticatoio perché il problema di fondo resta: come contrastare la povertà, come aiutare i giovani e l’inclusione sociale, come diminuire la disuguaglianza? A queste domande bisogna trovare giuste risposte o quantomeno provare a darle! Sono problemi reali del Paese cui il M5S ha tentato, e questo è un gran pregio da riconoscere, di trovare una risposta globale, non una semplice “pezza”, un tentativo di portare la questione delle “ridistribuzione reddituale” nel dibattito politico e di conquistare la “folla” al progetto di un reddito di cittadinanza che aiuti il povero e lo renda meno isolato nella vita sociale.

E’ però doveroso precisare che la proposta “grillina” presentata in Senato non ha i requisiti di un “reddito di cittadinanza” vero e proprio bensì di un “reddito minimo garantito”, visto che così come impostato non sarà generalizzato a tutti i cittadini italiani (ricchi e poveri, lavoratori e pensionati ecc.) ma soltanto a quelli che necessitano di un sostegno rispetto alle proprie condizioni economiche, pertanto come da più parti evidenziato è necessario e obbligatorio che si cambi l’intestazione, non per puro formalismo ma effettivamente per non ingannare i cittadini: non è un reddito di cittadinanza generale quello proposto ma soltanto un reddito minimo!

sostegno-alle-famiglieLa proposta del M5S si sostanzia in effetti sul supporto da erogare ai cittadini in difficoltà economica tramite un importo dello Stato, indicando delle limitazioni sulla base di una soglia di povertà cui far riferimento e sulla base di determinate condizioni familiari, insomma lo Stato sarà tenuto a riconoscere delle somme a sostegno del reddito “minimo” con valori che possono oscillare da 780 euro al mese nel caso di single, e con scale di valori che portano a seconda della presenza di figli ecc. ad importi più alti (es. 1 genitore e 1 figlio minore = 1014 euro mese). Sono previsti poi obblighi per i cittadini di rispondere a chiamate al lavoro, a rendersi disponibili per formazioni ecc., accentuando un forte impegno del Centro per l’impiego nella funzione di ingresso al lavoro o reingresso (questo ci sembra già il primo grande limite: il CPI non è mai riuscito a svolgere una funzione così penetrante nel mercato del Lavoro!) con decadenze eventuali dal beneficio in mancanza di accettazione di offerte lavorative (fino a 3 volte ma tenuto conto di vari aspetti fra i quali la corrispondenza con il proprio percorso formativo, lo stipendio, il luogo ecc.) ed altre regole di decadenza legate al superamento della soglia di povertà.

Insomma il tanto conclamato “ reddito di cittadinanza” di fatto sarà un reddito riconosciuto non a tutti ma solo a quelli più in difficoltà e che dovrebbe costare allo Stato circa 16 miliardi di Euro, una cifra non da poco viste le penurie del nostro Bilancio anche se non eccessivamente distante dai 10 miliardi del costo per gli 80 euro, del governo Renzi.

giovani-e-lavoroUna proposta seria dicevamo ma accantonata, una proposta però che non ci convince sia per la sua difficoltà d’applicazione e i suoi costi (le procedure di riconoscimento non sono certamente semplici così come la gestione delle richieste e le verifiche ) oltre che per la sua capacità innata di dissuadere le persone ad accettare lavori se questo non comporti un reddito superiore a quello di sostegno percepito. Infatti, se ipotizziamo un giovane cui venga riconosciuto l’importo di 780 euro mese quale reddito minimo di cittadinanza perché dovrebbe impazzire per andare a lavorare magari per 1000 euro al mese? Perché dovrebbe accettare un tirocinio formativo, quale forma di ingresso al lavoro, a 400 euro quando stando senza fare nulla ne prende 780? E questo cosa porterà alla lunga se non una disaffezione al lavoro e alla crescita? Inoltre tale meccanismo farà lievitare inevitabilmente il lavoro nero cui ricorreranno tutti pur di mantenere il sussidio e questo comporterà un vortice pericoloso da bloccare.

E’ però una proposta che attende un serio dibattito e una risposta “politica”, una controproposta, una nuova idea, un nuovo modo di affrontare la questione della povertà innanzitutto e che non può essere solo quella del SIA (troppo limitato!) o degli ammortizzatori sociali (solo per ex lavoratori), forse si potrebbe pensare ad altre forme quali ad esempio l’imposta negativa o ad altre forme di sostegno alla povertà che siano generalizzate e non favoriscano il lavoro nero o la negazione del lavoro stesso. Però parliamone!

Alessandro Latini

La politica e la situazione dei giovani

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Si sa che i giovani hanno votato in stragrande maggioranza NO al referendum (dal 68 all’81% secondo diverse rilevazioni). I promotori del No hanno festeggiato la loro vittoria, ma c’è poco da festeggiare perché più del dissenso sulla riforma costituzionale ha pesato la situazione dei giovani e il loro rapporto con la politica che non sembra in grado di migliorare la loro condizione.

disoccupazione-giovaniUna conferma viene da un’altra rilevazione che fissa una prevalenza del NO al 66% dei voti nei 100 comuni con più disoccupati cui corrisponde il 59% di Sì nei 100 comuni con meno disoccupati. Il fatto è che in Italia i giovani stanno pagando più degli altri le conseguenze della crisi tanto è vero che si è prodotta una disuguaglianza speciale, tutta per loro, che li allontana dalle altre classi di età.

Secondo dati della Banca d’Italia negli ultimi 20 anni il reddito delle persone con più di 65 anni è cresciuto del 19% mentre quello dei minori di 35 anni è diminuito del 15% e quello della fascia fra 35 e 44 anni ha segnato un meno 12%. In pratica la crisi è stata pagata dalle classi di età che comprendono la giovinezza e la maturità, mentre i più anziani hanno goduto di una tutela efficace ed estesa.

lavoro-giovaniUn trend confermato dal Censis che ha rilevato nel corso degli ultimi 25 anni una diminuzione di reddito del 15% per le famiglie di giovani con meno di 35 anni che si traduce anche nella diminuzione della ricchezza disponibile. Nel concreto significa che i giovani hanno potuto beneficiare del patrimonio accumulato dalle famiglie di origine, ma non sono in grado di farsene uno proprio. Inoltre, nel confronto tra il 1991 e il 2016 il reddito dei giovani di oggi è inferiore del 26,5% a quello dei coetanei di allora. Ma il reddito di coloro che hanno più di 65 anni è aumentato del 24,3%. Se ci aggiungiamo che la disoccupazione giovanile è al 36% e che la riforma del mercato del lavoro ha creato più occupazione per gli adulti abbiamo un quadro veramente demoralizzante per i giovani.

Per correggere le disuguaglianze ci sono però due strumenti politici da utilizzare: il fisco e la spesa pubblica. Funzionano? Sembra di no.

Alcuni analisti esemplificano la situazione paragonando la disuguaglianza dei redditi italiana a quella dell’Inghilterra, ma non con la pressione fiscale inglese bensì con quella, molto alta, della Svezia. Un record singolare, non c’è che dire.

spesa-pubblicaL’effetto della spesa pubblica viene rappresentato da un dato: l’intervento dello Stato fa crescere la disuguaglianza invece di ridurla. In pratica, per dirla brutalmente, lo Stato preleva con le tasse molti soldi che non servono a ridurre il disagio di chi sta peggio ma vanno a chi sta meglio. Dati Ocse dicono che il 35% della spesa sociale va al 20% più ricco  e meno del 10% al 20% più povero. La spesa pensionistica in rapporto al Pil è al 16% e la pressione contributiva sui salari al 33%, percentuali fra le più alte al mondo. Dulcis in fundo, chi gode delle prestazioni del welfare è all’84% anziano. Naturalmente si potrebbe dire dato che gli anziani godono di pensioni che assorbono un’alta percentuale di spesa pubblica e sono i maggiori fruitori delle prestazioni assistenziali e sanitarie. Tutto ciò porta Roberto Perotti ex responsabile della spending review del governo e docente presso l’università Bocconi di Milano a scrivere nel suo ultimo libro (Status quo) che il rischio di povertà estrema grava soprattutto sui giovani.

Si dice che il lavoro è la prima preoccupazione degli italiani. È vero, ma bisogna precisare che non si tratta solo di una questione personale perché al lavoro corrisponde il futuro del nostro Paese. Come stupirsi se ad ogni occasione proprio i giovani esprimono la loro protesta contro chi governa? Se i politici non capiscono questa situazione si condannano ad essere rifiutati

Claudio Lombardi

Calma è solo una riforma costituzionale

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Già da un po’ la calma si è persa in una campagna referendaria che definire livorosa è poco. Si è detto che l’errore iniziale è stato fatto da Renzi che ha messo in gioco la sua permanenza al governo in base al risultato del referendum del 4 dicembre. E che c’è di strano? Il suo governo si è formato mettendo al centro del programma la riforma costituzionale; addirittura quando si è presentato al Senato per chiedere la fiducia nel febbraio del 2014 ha iniziato il suo discorso dicendo che sperava fosse l’ultimo a richiederlo in quell’aula. Chi lo critica per essersi messo in gioco fa finta che non ci siano state le elezioni del 2013, la paralisi del Parlamento, la rielezione di Napolitano a Capo renzi-fiducia-in-senatodello Stato, il governo Letta con i saggi messi lì a riscrivere la Costituzione. Importante per questi critici, Berlusconi innanzitutto, è farsi belli dimenticando il passato dal quale provengono. Anche la Lega di Salvini vuole che si dimentichi il passato e anche il M5S nato e cresciuto urlando contro le caste della politica e oggi schierato per il mantenimento dello status quo. Ovvio, se i problemi si risolvono contro chi urlerà Grillo in futuro? Possiamo definirli politicanti che abusano della creduloneria popolare? Sì.

Comunque, nei due anni successivi il cammino della riforma è stato tormentato, ma costante e con un contributo parlamentare alla sua scrittura determinante. Si è detto che questa è la riforma del governo. Ah sì? E come la vogliamo mettere con le decine e decine di emendamenti accolti durante i sei esami conclusisi con sei voti a favore? Alcune di queste modifiche hanno portato a complicazioni inutili nel testo finale, ma comunque non ne hanno pregiudicato la sostanza. Il bello è che alcuni di quelli che le hanno pretese e che poi hanno votato sì a tutta la riforma adesso hanno cambiato idea e lavorano per il no. Un nome per tutti: Pierluigi Bersani. Cosa non si farebbe in politica contro il proprio avversario!

si-no-referendumIn ogni caso noi cittadini dobbiamo dire se questa riforma ci sta bene oppure no. E qui la scelta è semplice: se passa il sì la riforma entra in funzione; se passa il no non cambia niente. Ovviamente se non cambia niente poiché sono tanti anni che si denuncia l’inadeguatezza delle istituzioni e il malfunzionamento dello Stato, qualche preoccupazione sul nostro futuro è giusto averla.

Ma se la riforma entra in funzione che succederà di così sconvolgente da far gridare alla deriva autoritaria, alla sottrazione di libertà, allo stravolgimento della Costituzione? Vediamo.

Cambia il bicameralismo, da paritario a differenziato. Che vuol dire? Semplice: la Repubblica in Costituzione è sempre stata definita come l’unione di regioni, comuni, province (non compaiono più nella riforma), città metropolitane (definiti enti autonomi e con propri statuti) e Stato. Cosa c’è di più ovvio che avere un Parlamento composto da una Camera espressa da tutti i cittadini alla quale fa capo il governo nazionale e un’altra Camera, il Senato, che rappresenta le istituzioni territoriali?

bicameralismoLa vera anomalia è quella che c’è stata fino ad ora con due camere equivalenti e nessuna sede istituzionale per regioni e autonomie territoriali (la Conferenza Stato regioni che c’è oggi non è assolutamente equivalente ad una Camera del Parlamento). Un’anomalia spiegata e rispiegata con la situazione post bellica che vedeva due blocchi contrapposti, centrista e social comunista, che dovevano fronteggiarsi senza che prevalesse il secondo anche se avesse vinto le elezioni. Per questo bisognava inventare un “sistema di blocco” istituzionale che lo impedisse. Di qui le infinite alchimie della prima repubblica per ostacolare l’ascesa dei comunisti e sopire le tensioni sociali con la mediazione corporativa. Di qui anche la duplicazione delle sedi decisionali e il depotenziamento del governo.

Il bicameralismo differenziato risolve questa anomalia e, ovviamente, per farlo richiede un po’ più di complessità nella definizione delle rispettive funzioni. “Ci tolgono la libertà di votare i senatori”, questo uno degli argomenti dei sostenitori del NO. Praticamente un dramma se si pensa a quanto ci abbiano sempre tenuto gli italiani alla scelta dei senatori preferiti. Vero o falso? Falso, perché gli italiani non hanno mai scelto i senatori bensì il partito che decideva il nome da proporre (per anni scritto proprio sulla scheda). Ma alcuni hanno voluto a tutti i costi introdurre una sorta di elezione diretta e così l’art 57 comma 5 prevede che l’elezione da parte dei consigli regionali dei senatori avvenga in conformità alle scelte espresse dagli elettori. Ce n’era bisogno? No perché il Senato rappresenta le istituzioni territoriali le quali sono elette direttamente dai cittadini. Ma tant’è, la politica è fatta di compromessi.

riforma-costituzionaleAltra modifica, le competenze delle regioni e dello Stato che vengono modificate dopo la pessima esperienza della riforma del Titolo V del 2001. Finora tutti dicevano che quelle norme andavano cambiate e che buona parte del debito pubblico era stato provocato da regioni con troppi e confusi poteri. Ora che la riforma c’è è partita la lamentela sulle autonomie soffocate e la denuncia di stravolgimento del regionalismo previsto nella Costituzione del 1948. Che ipocrisia! Quello del 1948 è finito nel 2001 e oggi è questo che si cambia. In un lontano futuro sarà auspicabile procedere ad accorpare un po’ di regioni perché 20 sono troppe ed abolire gli statuti speciali che sono stati un sicuro rifugio per ceti politici regionali voraci e spreconi. Ma non sarà affatto facile.

valutazione politiche pubblicheNovità rivoluzionarie, ma poco notate perché poco utili per le polemiche, invece sono quelle di aver previsto tra le competenze del Senato la valutazione delle politiche pubbliche nazionali ed europee alla luce del loro impatto sui territori; l’introduzione dei referendum propositivi e di indirizzo e di altre forme di consultazione delle formazioni sociali “al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alla determinazione delle politiche pubbliche; la diminuzione del quorum per i referendum abrogativi; la certezza dell’esame delle proposte di legge di iniziativa popolare; la citazione del criterio della trasparenza nell’articolo dedicato all’organizzazione dei pubblici uffici; la previsione di uno statuto delle opposizioni nel regolamento della Camera; il taglio dei compensi per i consiglieri regionali e di quelli per i gruppi consiliari; la stretta sui criteri per l’emanazione dei decreti legge da parte del governo; la soppressione del Cnel; l’abolizione delle province. (In questi ultimi due casi dopo anni di litanie contro sono spuntati fuori gli estimatori che hanno tanti dubbi sulla cancellazione. Bastava che Renzi avesse detto che dovevano rimanere per sentire i cori contrari).

In conclusione non una riforma perfetta, ma una sfida per attuarla e fare meglio in futuro. Bocciarla non significa farne una migliore subito dopo, ma stare fermi ancora a lungo. A lamentarsi (e chi ci vive di lamentele, rabbia e protesta sarà contento)

Claudio Lombardi

Referendum costituzionale: perchè voto SI’

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I toni accesi intorno al referendum del 4 dicembre dovrebbero lasciare il posto a ragionamenti pacati. Chi negli ultimi vent’anni si è occupato di diritto e costituzione sa che i principali problemi che affliggono il nostro sistema  sono: 1) l’abuso di decreti legge, fiducie e leggi “mille proroghe” da parte del governo; 2) la disastrosa riforma dei poteri delle regioni del 2001 che ha comportato un’esplosione della spesa pubblica senza un miglioramento della qualità della vita per i cittadini e continui contenziosi tra lo Stato e le Regioni; 3) l’avvelenamento dei rapporti politici con la legge elettorale del 2005 (porcellum) fatta non solo a maggioranza e con l’uso della fiducia ma in frode alle opposizioni. Il nuovo testo della costituzione prova a dare una risposta a tutti questi problemi.

riforma-costituzionalePer quanto riguarda i rapporti tra Parlamento e governo e il procedimento legislativo la riforma si basa su tre punti:

  • solo la Camera voterebbe la fiducia al governo. Le leggi ordinarie verrebbero approvate dalla sola Camera, ma quelle relative alle regole del gioco, si pensi alle leggi elettorali, a quelle concernenti i rapporti tra lo Stato e le sue suddivisioni territoriali,  a quelle relative ai referendum ed alle forme di partecipazione popolare, alle riforme costituzionali ed alle ratifiche di trattati relativi all’Unione Europea verrebbero votate anche dal Senato nel quale il governo non potrebbe ricorrere alla fiducia. Quindi alleggerimento del procedimento legislativo, ma un limite ad eventuali forzature del governo sui provvedimenti esaminati anche dal Senato;
  • per limitare il ricorso ai decreti legge viene introdotta la possibilità per il governo di chiedere un voto a data certa (entro 70 giorni) per i disegni di legge che reputa essenziali per attuare il suo programma. Ciò produrrebbe due effetti positivi: il decreto legge sarebbe lasciato solo per i casi di reale necessità ed urgenza e il governo sottoporrebbe le sue priorità al giudizio della Camera che dovrebbe concedere il voto a data certa;
  • nel caso dei decreti legge in caso di rinvio alle camere da parte del Presidente della Repubblica i termini per la conversione verrebbero portati da 60 a 90 giorni. Sembra un dettaglio e, invece, supera un problema perché oggi il Presidente della Repubblica quando si trova tra le mani una legge di conversione di un decreto discutibile deve scegliere tra fare decadere il decreto legge con conseguenze spesso devastanti o accettare una legge di conversione controversa perché i termini sono troppo brevi.

deriva-autoritariaNon si può certo affermare che tale riforma ci porterebbe verso una deriva autoritaria perché molte leggi verrebbero approvate da una sola camera: l’iter monocamerale per le leggi ordinarie caratterizza quasi tutti i paesi europei. Né tanto meno è possibile affermare che una legge elettorale fortemente maggioritaria possa rendere un sistema monocamerale non democratico, in tal caso infatti l’assunto del nostro ragionamento sarebbe che tra gli altri grandi paesi europei, Spagna, Francia, Gran Bretagna e Germania, solo l’ultimo è una democrazia.

La riforma del titolo V più che azzerare i poteri delle Regioni, attribuirebbe allo Stato competenze che e’ assurdo siano regionali, come quelle sulle grandi reti dei trasporti e dell’energia, o che la storia ha dimostrato debbano essere esercitate a livello statale, come quelle afferenti agli istituti di credito locali.

L’abolizione delle competenze concorrenti non decreterebbe la fine delle controversie tra Stato e Regioni, ma di certo ridurrebbe gli spazi per il contenzioso. Molti contrasti tra Stato e Regioni si potrebbero risolvere in Senato e non con ricorsi alla Corte Costituzionale come avviene oggi.

legge-elettorale-italicumMaggiori garanzie anche per l’approvazione delle leggi elettorali. Con la riforma ogni nuova legge elettorale, per la Camera o per il Senato, dovrebbe essere approvata anche dal Senato in cui il governo potrebbe non avere la maggioranza e dove di sicuro non potrebbe usare la fiducia o la minaccia dello scioglimento anticipato. Se a ciò si somma il vaglio preventivo della Corte Costituzionale su richiesta di una minoranza al Senato o alla Camera con la nuova costituzione sarebbe impensabile l’approvazione di una legge elettorale che abbia la sola finalità di danneggiare le opposizioni.

Più garanzie per le minoranze anche nel caso dell’elezione del Presidente della Repubblica con l’innalzamento del quorum, che, dopo il sesto scrutinio, sarebbe di tre quinti contro l’attuale maggioranza assoluta. Con questa modifica qualsiasi maggioranza dovrebbe concertare con almeno una parte delle opposizioni l’elezione del Presidente della Repubblica.

valutazione politiche pubblicheInfine l’attribuzione al Senato del compito di valutazione delle politiche pubbliche dello Stato e dell’Unione Europea e dell’attività delle pubbliche amministrazioni potrebbe portare ad un più sano confronto tra i tecnici, le burocrazie ed i politici con vantaggi per un migliore sviluppo delle politiche in tutte le fasi di attuazione. Se poi consideriamo i nuovi istituti di partecipazione popolare come i referendum propositivi o di indirizzo o le consultazioni con i soggetti sociali abbiamo il quadro del tentativo di introdurre criteri nuovi per affrontare le scelte e valutarne l’efficacia.

In conclusione esistono molti motivi per sostenere una riforma e non esiste alcun rischio di derive autoritarie. Certo l’anomala composizione del Senato, con soli 100 membri quasi tutti con doppio incarico pone non poche incognite, ma è preferibile avere una sola camera legislativa ed una camera “di garanzia” che interviene solo sulle norme che determinano le regole del gioco e che e’ indipendente dal governo rispetto a due camere che svolgono le medesime funzioni.

In ogni caso affinché il nuovo bicameralismo abbia senso e’ necessario che gli stessi equilibri politici della Camera non siano riprodotti al Senato. L’elezione su base regionale ed il fatto che le scadenze in cui verranno rinnovati i senatori non coincidono con la legislatura della Camera garantisce che nelle due camere non ci  siano automaticamente gli stessi equilibri politici. E’ quindi il caso di votare questa riforma costituzionale.

Salvatore Sinagra

Referendum 4 dicembre: voto Sì nonostante Renzi

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L’unico aspetto che condividono i comitati del Sì e del No in vista del 4 dicembre è il giudizio sulla campagna referendaria in corso come una delle peggiori e delle più cruente degli ultimi anni. Ciò dipende dal fatto che molti argomentano le proprie posizioni unicamente in quanto contro a quelle ritenute sbagliate degli avversari e non si soffermano a spiegare la propria. Si discute di tutto, si prospettano scenari futuribili, ma difficilmente ci si sofferma sulle reali differenze nei contenuti della riforma, creando non pochi problemi alla capacità di assumere una decisione consapevole da parte dei cittadini.

si-no-referendumSicuramente l’errore iniziale è stato fatto dal Presidente del Consiglio che ha aperto la campagna elettorale come una sua personale cavalcata rusticana in cui “uno contro tutti” avrebbe sbaragliato gli ostacoli che si fossero frapposti davanti a sé. Così facendo ha avuto il solo risultato che tutti coloro che avessero avuto una minima ragione per vederlo indebolito (nel partito, nello schieramento politico o nel sistema istituzionale) si sono “accozzagliati” in nome del nemico comune da fermare. Inoltre è sempre più facile spiegare che si vota contro qualcuno che si conosce, rispetto a qualcosa di nuovo che si sta costruendo e deve essere ancora sperimentato, divenendo quasi trendy in certi ambienti dire che si vota contro. Ovviamente non tutti in entrambi i fronti agiscono a prescindere dai contenuti della riforma, ma ormai il dibattito si è spostato sul 5 dicembre, ovvero su cosa potrebbe succedere il giorno dopo del referendum. Fino a giungere a risultati paradossali, come nel caso in cui non si trovasse una maggioranza in grado di cambiare l’Italicum in una situazione di forte instabilità politica e si tornasse ad eleggere le due camere con due sistemi elettorali diversi. Proprio l’effetto contrario dell’impegno assunto di modificare anche la legge elettorale (che non è oggetto del referendum) una volta approvata la riforma.

renzi-5-dicembreRenzi dunque si è infilato in questo “cul de sac” in cui più tenta di parlare della riforma e più gli chiedono del suo futuro. Ormai solo una “mossa del cavallo” tipo annunciare le sue dimissioni non solo in caso di sconfitta, ma anche in quella di vittoria, potrebbe spersonalizzare definitivamente il voto referendario, spazzando il terreno da questioni extra costituzionali e rimandando il giudizio sul suo operato a prossime elezioni politiche. Ciò sarebbe particolarmente importante, perché i governi e le leggi elettorali passano, mentre la nostra legge fondamentale rimane nel tempo.

Con questo spirito ho provato a motivare la mia scelta “nonostante Renzi” a favore della riforma pubblicando il solo testo di nuove 25 norme della riforma su cui mi sorgeva spontanea la domanda “perché no? Meglio un Sì”. Spero che questo esercizio possa essere utile anche ad altri per maturare una autonoma scelta consapevole.

Perché no? Meglio un Sìreferendum-costituzionale

  1. “Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza.” (nuovo art. 55)
  2. “La Camera dei deputati é titolare del rapporto di fiducia con il Governo ed esercita la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell’operato del Governo.” (nuovo art.55)
  3. Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali… Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione Europea. Valuta…e verifica l’impatto delle politiche dell’Unione Europea sui territori.” (nuovo art. 55)
  4. “…in conformità alle scelte espresse dagli elettori…, con legge approvata da entrambe le camere sono regolate le modalità di elezione dei membri del Senato della Repubblica tra consiglieri regionali e sindaci…” (nuovo art. 57)
  5. “I regolamenti delle camere garantiscono i diritti delle minoranze parlamentari…e quello della camera disciplina lo statuto delle opposizioni.” (nuovo art. 64)
  6. I membri del parlamento hanno il dovere di partecipare alle sedute dell’assemblea e ai lavori delle commissioni.” (nuovo art 64)
  7. “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due camere per…le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione Europea…” (nuovo art 70)
  8. “Le altre leggi sono approvate (solo) dalla Camera dei deputati” (nuovo art. 70)
  9. “Nei trenta giorni successivi (alla richiesta di esaminarlo) il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva.” (nuovo art. 70)
  10. “Il Senato della Repubblica può…richiedere alla Camera dei deputati di procedere all’esame di un disegno di legge.” (nuovo art. 71)
  11. “La discussione e la deliberazione conclusiva sulle proposte di legge d’iniziativa popolare sono garantite nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari.” (nuovo art. 71)
  12. “Al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alla determinazione delle politiche pubbliche, la legge costituzionale stabilisce condizioni ed effetti di referendum popolari propositivi e d’indirizzo, nonché di altre forme di consultazione, anche delle formazioni sociali.” (nuovo art. 71)
  13. “Le leggi che disciplinano l’elezione dei membri della Camera e del Senato possono essere sottoposte prima della loro promulgazione, al giudizio preventivo di legittimità da parte della corte costituzionale.” (nuovo art. 73)
  14. “La proposta soggetta a referendum (abrogativo) é approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, o se avanzata da ottocentomila elettori, la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera…” (nuovo art. 75)
  15. “Il governo non può mediante provvedimenti provvisori aventi forza di legge… Reiterare disposizioni adottate con decreti non convertiti in legge e regolare i rapporti giuridici sorti sulla base dei medesimi,…” (nuovo art. 77)
  16. “Le leggi che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea sono approvate da entrambe le camere.” (nuovo art. 80)
  17. “Il Presidente della Repubblica.. Ratifica i trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea, previa autorizzazione di entrambe le camere.” (nuovo art. 87)
  18. “Il Presidente della Repubblica può, sentito il suo presidente, sciogliere la Camera dei deputati.” (nuovo art. 88)
  19. “Il governo deve avere la fiducia dalla (sola) Camera dei deputati.” (nuovo art. 94)
  20. “I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizione di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento, l’imparzialità e la trasparenza dell’amministrazione.” (nuovo art. 97)
  21. “La Repubblica è costituita dai comuni, dalle città metropolitane, dalle regioni e dallo stato…sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione.” (art. 114)
  22. “Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia…possono essere attribuite alle regioni…, purché la regione sia in condizione di equilibrio tra entrate e le spese del proprio bilancio. La legge è approvata da entrambe le camere, sulla base d’intesa tra Stato e la Regione interessata.” (nuovo art. 116)
  23. “La potestà legislativa è esercitata dallo stato e dalle regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione Europea e dagli obblighi internazionali” (nuovo art.117)
  24. “Le regioni…partecipano alle decisioni dirette alla formazione degli atti normativi dell’Unione Europea e provvedono all’attuazione degli accordi internazionali e degli atti dell’Unione Europea…” (nuovo art. 117)
  25. “…la legge della Repubblica stabilisce la durata degli organi elettivi (regionali) e i relativi emolumenti nel limite dell’importo di quelli attribuiti ai Sindaci dei comuni capoluogo di regione. La legge della Repubblica stabilisce altresì i principi fondamentali per promuovere l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza (regionale).” (nuovo art. 122)

Paolo Acunzo

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