Perché non abbiamo il Mattarellum

legge elettorale mattarellum

Ma come mai stiamo ancora qui a girare intorno ad una legge elettorale che sembra la pietra filosofale che tutti cercano e che nessuno trova? Obiettivamente è una perdita di tempo colossale che ha frenato il Parlamento ed ha condizionato alleanze e governi. Una spiegazione ce la fornisce il Foglio con un articolo nel quale si risale alla sentenza della Corte Costituzionale del 4 dicembre 2013 con la quale si dichiarò incostituzionale la legge Calderoli cioè il famoso Porcellum. In quella occasione i giudici decisero di abrogarla parzialmente lasciando in vigore soltanto alcune norme e creando le premesse perché si dovesse pensare ad una nuova legge elettorale. Avrebbero potuto fare diversamente? Secondo il Foglio sì, i giudici avrebbero potuto abrogare totalmente il Porcellum provocando l’automatica reviviscenza della legge precedente, l’altrettanto famoso Mattarellum.

corte costituzionaleI giudici scelsero la strada dell’abrogazione a pezzi, secondo il Foglio, per ragioni squisitamente politiche e cioè per non pregiudicare il minimo di stabilità che si era raggiunto in un Parlamento che era stato eletto soltanto pochi mesi prima. D’altra parte le forze politiche non manifestarono alcun interesse per il ritorno al Mattarellum e così rinunciarono ad esercitare sui giudici qualunque forma di pressione persuasiva (moral suasion). Nulla di scandaloso: i giudici infatti non decidono in un empireo fatto di norme astratte, ma tengono conto degli effetti delle loro decisioni e del contesto.

Fu così che il Parlamento dopo quel 4 dicembre ebbe come suo compito precipuo quello di approvare una legge elettorale valida per poi concludere la legislatura ed andare a nuove elezioni. Ovvio, ricordiamo tutti il coro di sottofondo che ad ogni passo denunciava la pretesa illegittimità del Parlamento in carica e, dunque, non ci si può stupire che la ricerca di una legge elettorale fosse avvertita come un’esigenza primaria.

Ricerca quanto mai difficile. Si trattava pur sempre di quel Parlamento che dimostrò la sua incapacità di eleggere persino un Presidente della Repubblica e che acclamò Napolitano che accettò il reincarico con un discorso molto duro nei confronti dei parlamentari.

mozione GiachettiEh ma allora perché non l’hanno proposto i partiti di maggioranza il ripristino del Mattarellum magari anche anticipando il giudizio della Consulta? Già, perché? Un passo indietro. Nel maggio del 2013, appena si seppe della decisione della Cassazione di inviare alla Consulta il ricorso sulla legge Calderoli, partì un’iniziativa trasversale di 84 parlamentari di varie forze politiche promossa da Roberto Giachetti del Pd a favore del ritorno alla legge del 1993. Incredibilmente questa iniziativa fu duramente contrastata dall’allora Presidente del Consiglio Enrico Letta perché in quel momento il governo era sostenuto da una maggioranza tra Pd e Forza Italia e quest’ultima era fortemente contraria al sistema elettorale precedente a quello voluta da Berlusconi nel 2005.

In quel momento il Pd era diretto da Guglielmo Epifani succeduto a Bersani che si era dimesso proprio agli inizi di maggio. Giachetti fu lasciato solo e la sua iniziativa cadde. È legittimo pensare che il gruppo dirigente di quel partito fu totalmente d’accordo con Letta e ignorò la questione di un Parlamento eletto con una legge che sarebbe stata certamente abrogata dalla Corte Costituzionale e la cui operatività sarebbe stata messa in discussione perché da quel momento il tema dominante della legislatura non sarebbe più stato il governo del Paese, bensì la legge elettorale da approvare.

Il governo Renzi travolse questo italico tirare a campare imponendo una legge elettorale nettamente maggioritaria e una riforma costituzionale rivoluzionaria entrambe travolte nel referendum del 4 dicembre.

Ed ecco perché stiamo ancora qui a parlarne come se fosse un problema irrisolvibile

Claudio Lombardi

Elezioni: il ritorno della destra e della sinistra?

destra e sinistra

Ma veramente l’elettorato sta andando di nuovo verso una polarizzazione fra destra e sinistra? I commenti sui risultati delle elezioni amministrative si sono concentrati sul calo del M5S e solo in seconda battuta hanno messo in risalto l’affermazione dei candidati di centro destra. Eppure sembrava che Forza Italia e la Lega si fossero ormai allontanate, con la seconda all’inseguimento della demagogia, della protesta e del populismo. E, invece, secondo il professor Giovanni Orsina “il centrodestra è vivo perché l’Italia è un Paese di destra e i suoi elettori non se ne sono mai andati”. E, si potrebbe aggiungere, sono sempre in cerca di chi li possa rappresentare.

amministrative 2017Sia nelle elezioni generali del 2013 che nelle elezioni amministrative dell’anno scorso (soprattutto Roma e Torino) c’è stato uno spostamento di voti dalla destra al M5S; niente di strano che in questo primo turno di amministrative si sia verificato il fenomeno opposto con un ritorno alla destra dopo che gli elettori hanno sperimentato la scarsa efficacia del voto di protesta a Grillo.

Ma non è questo il punto. Spesso si parla di elettori di destra e di sinistra come se si trattasse di stock di voti sempre a disposizione dell’uno e dell’altro orientamento e non di persone che decidono se e chi votare in base ad una molteplicità di motivazioni che variano di volta in volta e che si traducono in un mix di elementi ideali, di interesse e di giudizio sui fatti che si forma e si riforma di continuo.

Perché mai un elettore dovrebbe “essere” di sinistra o di destra? Un elettore non può stare dentro un’etichetta che vari aspiranti rappresentanti si contendono. Per esempio cosa vuol dire “essere” di sinistra? Esiste forse una definizione scientifica di cosa sia la sinistra? Evidentemente no. E lo stesso si può dire della destra.

concretezza (2)Esistono invece degli orientamenti culturali che guidano le scelte politiche di varie formazioni, ma è piuttosto difficile che l’elettore si basi soltanto su queste. Ed è fuorviante quando si dimentica la concretezza dei problemi e ci si rifugia negli ideali dentro i quali si tenta di infilare il mondo reale.

Prendiamo un esempio fra i tanti: gli immigrati. È di questi giorni la notizia che si è svolto un incontro a Berlino chiamato G20 per l’Africa. Lo scopo è quello di impostare una strategia di interventi a sostegno dello sviluppo per permettere ai giovani di restare nei loro paesi invece di prendere la strada della migrazione. Corrisponde a ciò che l’anno scorso il governo italiano propose all’Europa attraverso il Migration compact che anticipava questa scelta strategica. Una strategia che si sta già attuando con l’intenso lavoro diplomatico dell’Italia nei confronti delle tribù libiche allo scopo di attivarle per sorvegliare le frontiere sud da dove passa il flusso dei migranti.

Se si volesse definire tutto ciò con parole semplici si potrebbe dire che la cosa più sensata per tutti è aiutare chi cerca una vita migliore a trovarla nel proprio paese. Una tale affermazione, fino a ieri, era considerata di destra eppure è evidentemente di comune buon senso perché nessun paese, a meno che non sia l’ovest degli Stati Uniti all’inizio dell’800, può sopportare il continuo afflusso di migranti che ha avuto l’Italia negli ultimi anni. Bisognava prendere coscienza prima che non esiste altra soluzione alla migrazione dall’Africa senza invischiarsi in astrusi ragionamenti sull’accoglienza a prescindere da qualunque limite.

migration compactDi comune buon senso è anche riconoscere che una massa di persone prive di tutto esercita una pressione nei confronti dei ceti più disagiati perché compete per il lavoro, per i servizi, per gli spazi comuni.

Serve a poco dire che nel 2050 avremo bisogno di un tot di lavoratori in più che la nostra crescita demografica non ci può dare. Lo scopriremo strada facendo da oggi ad allora, ma non è questo un buon motivo per accogliere con gioia l’arrivo di 200mila persone l’anno alle quali letteralmente non sappiamo cosa far fare e dove collocarle.

Tutto ciò è parlare come la destra? Niente affatto. Disconoscere questa realtà non aiuta a cancellarla e non esime i politici dal dare risposte credibili.

Piuttosto bisognerebbe indagare di più sull’affermazione di Orsina secondo il quale “l’Italia è un paese di destra”. Forse si scoprirebbe che è di destra anche perché ha bisogno di risposte concrete che dall’altra parte non arrivano in maniera convincente.

Dunque che torni il bipolarismo destra-sinistra può non significare nulla se non si capisce che la politica non è retorica affermazione di etichette, ma soluzioni per il governo della società. Vince non chi conquista il centro, ma chi è più credibile

Claudio Lombardi

Irpef una riforma da fare

carico fiscale

Per ora se ne parla poco e quasi solo sui siti specializzati e in ambiti ristretti, ma di certo il tema della riforma dell’ Irpef prima o poi emergerà alla luce dell’attualità politica. Diciamolo con le parole di ricercatori e studiosi che sul sito www.lavoce.info hanno avviato da tempo una discussione sul tema.

1.L’urgenza di una riforma dell’Irpef. La principale criticità dell’attuale Irpef è “l’elevato livello delle aliquote marginali e medie, e di quelle marginali effettive, che a causa di detrazioni decrescenti rispetto al reddito sono ancora più alte di quelle formali, soprattutto a redditi medio-bassi”.

2.L’equità. Secondo Dario Stevanato il sistema impositivo è cambiato rispetto alle sue intenzioni originarie. Non si tratta più di un’imposta personale sul reddito, ma di un insieme di “imposte reali sulle singole categorie di reddito, tassate con aliquote proporzionali, accanto a un’imposta speciale progressiva sui redditi di lavoro”.

equitàL’esempio che porta l’autore è quello dei redditi di capitale tassati in “modo sostitutivo e proporzionale, con aliquote differenziate: proventi finanziari, capital gain, canoni di locazione, plusvalenze immobiliari, pagano aliquote diverse l’una dall’altra”.

Inoltre “alcuni redditi con preponderante componente lavorativa scontano miti aliquote proporzionali (autonomi minimi) o sono esentati (imprenditori agricoli). Quanto ai redditi di impresa individuale o società di persone, l’Iri (imposta sul reddito imprenditoriale) consente di tassare gli utili con la stessa aliquota dell’Ires”.

E quindi?

L’insieme di questi micro-sistemi sostitutivi secondo Stevanato “viola il principio di equità orizzontale e attua una discriminazione qualitativa alla rovescia, in genere penalizzando i redditi di lavoro – dipendente e autonomo – rispetto a quelli fondati sul capitale”.

Per queste ragioni l’autore ritiene giustificata la riduzione delle aliquote effettive sui redditi di lavoro “di fatto gli unici che oggi pagano aliquote progressive”.

aliquote irpef3. Le aliquote reali. Ruggero Paladini e Fernando Di Nicola analizzano le aliquote Irpef dimostrando che sono meno delle cinque formali stabilite dalle normative. Chiaramente viene presa in considerazione l’imposta netta effettivamente prelevata ai contribuenti. Ciò comporta che “già sopra i 28mila euro incominciano a esserci contribuenti con un’aliquota marginale vicina al 42 per cento e spesso superiore al 43 per cento”. L’obiettivo diventa quindi far scendere le aliquote marginali e medie per i lavoratori con redditi bassi e medi, ma alzandole per i redditi più elevati (da 200mila euro in su).

4. Il sistema attuale è iniquo perché fa pagare troppo a pochi. Questa è la questione di fondo che, insieme all’evasione fiscale, schiaccia i contribuenti onesti e fa mancare soldi allo Stato. Una ricostruzione dei flussi fiscali compiuta sul Corriere della Sera da Alberto Brambilla è impressionante.

“Nel 2015, il 45,48% dei cittadini — 27,59 milioni di abitanti —ha pagato 185 euro di Irpef a testa; in pratica solo il 4,87% dell’Irpef totale.   (…)  I dichiaranti nel 2015 sono stati 40,77 milioni ma solo 30,9 milioni hanno presentato una dichiarazione dei redditi positiva, per cui considerando che gli italiani sono 60,665 milioni, possiamo dedurre che oltre la metà (50,9%) degli italiani non ha reddito, ovvero è a carico di qualcuno”.

contribuenti fiscoIn particolare “i primi 18.542.204 contribuenti (il 45,48%, di cui 6.704.584 pensionati), dichiarano redditi lordi da 0 a 15 mila euro, quindi vivono con un reddito medio mensile di circa 625 euro lordi, meno di quello di molti pensionati (mediana di 7.400 euro). Questi 18.542.204 contribuenti, cui corrispondono 27,59 milioni di abitanti, anche grazie alle detrazioni, pagano come dicevamo all’inizio, 185 euro l’anno di Irpef. La spesa sanitaria pro capite è pari a circa 1.850 euro, per questi primi tre scaglioni di reddito la differenza tra l’Irpef versata e il solo costo della sanità ammonta a 50,13 miliardi che sono a carico degli altri contribuenti; e parliamo solo della sanità ma poi ci sono tutti gli altri servizi di Stato ed enti locali che qualcun altro si dovrà accollare”.

E quindi chi paga? Sopra i 300 mila euro lo 0,08% dei contribuenti paga il 4,92% dell’Irpef complessiva. Sopra i 200 mila euro di reddito lo 0,2% dei contribuenti paga il 7,56% dell’Irpef. Sopra i 100 mila euro l’1,08% paga il 17,22% dell’Irpef. Se si mettono tutti insieme a chi ha redditi lordi sopra i 55 mila euro si ottiene che il 4,27% dei contribuenti paga il 34,02% dell’Irpef. Aggiungendo anche i redditi sopra i 35 mila euro lordi abbiamo che l’11,97% dei contribuenti paga il 53,7% di tutta l’Irpef.

evasori fiscaliFa notare Brambilla che “il reddito spendibile, per via dell’impossibilità di accedere a molti servizi pubblici gratuitamente perché titolari di redditi non tutelati (esenzione da ticket, utilizzo dei mezzi pubblici con sconti e via dicendo), è diminuito e con esso si è impoverita la classe media”.

I dati esposti nell’articolo di Alberto Brambilla sono inesorabili e dicono che i soldi mancano perché pochi pagano le spese di tutti. Si tratta di oltre 153 miliardi di euro che è la quota parte del costo del servizio sanitario e degli interventi assistenziali di quelli che non contribuiscono con un Irpef sufficiente. Ma poi ci sono anche le pensioni. Ricorda l’autore dell’articolo che 10 milioni di soggetti che non dichiarano nulla ai fini Irpef, sono anche privi di contribuzione.

Un quadro chiaro. Noi siamo abituati a tollerare evasione, elusione, regimi particolari con trattamenti di favore. Ma oggi questo sistema non si regge più e, purtroppo, nemmeno una riforma dell’Irpef è risolutiva anche se necessaria. Il rischio è che i soldi continueranno a mancare e i redditi medi e bassi continueranno a sostenere le spese di tutti impoverendosi. Comunque possiamo stare certi che la lotta all’evasione farà parte anche del programma del prossimo governo come avviene da molti anni a questa parte. E quindi possiamo stare tranquilli, no?

Claudio Lombardi

Dopo i vaccini tocca all’ omeopatia

farmaci omeopatici

Dopo il caso vaccini adesso tocca all’ omeopatia. Non si tratta di discussioni accademiche, ma piuttosto legate a fatti di cronaca tragici. Un bimbo di sette anni è morto in seguito ad un’otite curata con prodotti omeopatici. Come nel caso della pretesa di esercitare una libera scelta sulle vaccinazioni anche per l’omeopatia ci si trova di fronte alla fondamentale ignoranza di chi non si domanda quali caratteristiche debba avere un farmaco per essere definito tale. Emerge una mentalità antiscientifica che ha radici profonde e che pretende di sostituire il metodo scientifico con singole esperienze personali, con impressioni, con intuizioni. Niente di sorprendente se pensiamo che nel passato si ricorreva anche a riti religiosi o magici come rimedio a fenomeni naturali, a malattie e ad epidemie.

omeopatiaUna rapida ricerca in rete aiuta ad inquadrare meglio la questione. La nascita dell’omeopatia si deve al medico tedesco Samuel Hahneman, che nel 1796 propose le sue teorie alla comunità scientifica. L’omeopatia è basata su due pilastri, ossia la legge dei simili e l’utilizzo di quantità infinitesimali di principi curativi. Il primo stabilisce che si deve dare al corpo una sostanza simile al malanno che lo affligge. Il secondo prevede diluizioni estreme del principio attivo (per esempio si diluisce una parte con 99 di diluente; da ciò che si ricava si prende una parte e la si diluisce di nuovo con 99 parti diluenti e così via per 10, 12, 15, 20, 30 volte).

È quindi abbastanza chiaro che nel prodotto finale non resti più nulla, se non l’acqua e lo zucchero che viene utilizzato come sostanza neutra per ottenere dei preparati solidi.

diluizioni omeopaticheUna delle critiche più vivaci all’omeopatia viene da Silvio Garattini che le ha dedicato un libro di recente pubblicazione ( Acqua fresca? Tutto quello che bisogna sapere sull’omeopatia ) Nel libro, Garattini spiega le ragioni per cui  in un Paese civile, si­mili prodotti non dovrebbero essere disponibili non solo in far­macia, ma nemmeno sul mercato perché rappresentano un’ec­cezione rispetto a tutti i prodotti che si trovano in commercio. Immaginate se si vendesse acqua in bottiglia, con un’etichetta che la dichiari ‘vino in diluizione omeopatica’ ma a un costo molto superiore del vero vino”.

Garattini rivolge  un appello alle migliaia di medici che prescrivono e alle  migliaia di farmacisti che vendono prodotti che invece, in coerenza con la loro formazione scientifica e con i principi della evidence based medicine, dovrebbero bandire dalla loro pratica professionale.
Prescrivere rimedi omeopatici per una malattia, quando esistono prodotti efficaci, è una sottrazio­ne di terapia e rappresenta una grave omissione nei confronti del paziente che attende una cura” . Per Garattini sbagliano anche le farmacie che “non possono continuare a vende­re come trattamenti sanitari prodotti che non contengono princi­pi attivi. (…) i farmacisti dovrebbero rifiutarsi di vendere questi preparati”.

mentalità antiscientificaMa quanti sono i fruitori di questa pratica che di scientifico sembra avere solo il marketing con il quale viene venduta? Secondo diversi calcoli la percentuale di italiani che vi fanno ricorso oscilla intorno al 5 per cento della popolazione per una spesa di circa 400 milioni di euro l’anno.

Veniamo adesso al cuore della questione. Si parla di farmaci omeopatici, ma per essere definiti tali occorrerebbe almeno una qualche prova scientifica della loro efficacia. E, purtroppo per i suoi utilizzatori, non esiste alcuna prova dell’efficacia dell’omeopatia. Anzi, nel corso degli anni sono arrivate solo bocciature. Una delle ultime è quella del National Health and Medical Research Council australiano, che ha condotto un’analisi durata due anni in cui ha valutato 225 ricerche scientifiche sull’effetto dei farmaci omeopatici in oltre 68 differenti patologie. Il risultato? “Basandosi sui dati disponibili riguardo all’efficacia dell’omeopatia – si legge nel rapporto – l’Nhmrc conclude che non esistono patologie per le quali esistono prove di una reale efficacia dell’omeopatia”.

sperimentazione scientificaIn pratica i ricercatori australiani hanno esaminato gli studi che valutano e riassumono la letteratura scientifica esistente sul tema compresi quelli a favore dell’efficacia dell’omeopatia (con tanto di consultazione pubblica aperta alle segnalazioni dei cittadini).

Il risultato dell’analisi è quello sopra riportato e cioè che non esiste alcuna prova sull’efficacia dei farmaci omeopatici per la cura di nessuna patologia. Per questo, l’Nhmrc ha deciso di consigliare ai cittadini australiani di evitare l’utilizzo di farmaci omeopatici per il trattamento di qualunque malattia cronica, grave o potenzialmente tale. Infatti “Le persone che scelgono l’omeopatia potrebbero mettere a rischio la propria salute se rifiutano o ritardano l’assunzione di terapie per cui esistono invece prove di efficacia e sicurezza”.

Più recente è la decisione della Federal Trade Commission (FTC), l’agenzia governativa che negli Usa si occupa di tutela dei consumatori dal 1914, di imporre che si scriva sulle confezioni dei prodotti omeopatici “non vi è alcuna prova scientifica che il prodotto funziona“.

prodotti omeopaticiAlla base di questa decisione c’è la considerazione che per i farmaci omeopatici “la dimostrazione di efficacia si basa unicamente sulle teorie omeopatiche tradizionali e non ci sono studi validi che utilizzino metodi scientifici attuali che mostrino l’efficacia del prodotto“. In quanto tali, le affermazioni di marketing per questi prodotti sono fuorvianti e violano le leggi e le norme della FTC.

A questo punto bisogna chiedersi cosa convinca una persona a ricorrere a prodotti privi di qualunque principio attivo che chissà per quale fenomeno paranormale dovrebbero curare le malattie. L’effetto è più simile a quello comunemente utilizzato nella sperimentazione scientifica e chiamato “placebo” ossia il puro effetto psicologico di chi pensa di curarsi e invece assume solo un granulo di zucchero (pagato uno sproposito però).

Come ha giustamente osservato qualcuno restano due alternative: o ci affidiamo alla scienza o ci affidiamo alle superstizioni e cominciamo ad inserire astrologia e tarocchi negli ospedali.

Claudio Lombardi

La palla al piede della disuguaglianza

disuguaglianza

L’ultima è la notizia che l’ex amministratore delegato di Leonardo – Finmeccanica, Mauro Moretti, riceverà una liquidazione di circa 10 milioni di euro per la conclusione del suo rapporto di lavoro con l’azienda durato tre anni. Nulla di straordinario. Moretti si appella ad un contratto perfettamente legale così come lo sono quelli di tutti i grandi manager dei quali si parla ogni anno quando si stila la classifica delle retribuzioni delle società quotate. Di notizie così se ne possono rintracciare migliaia in tutto il mondo nel corso degli ultimi decenni.

capitalismo finanziarioOltre ai manager, poi, ci sono i proprietari delle aziende dei quali poco si parla, ma che in quanto a guadagni scandalosi non sono secondi a nessuno. Da noi si è gettato lo sguardo su Silvio Berlusconi a proposito dell’assegno di due milioni di euro al mese che versa alla sua ex moglie. Ma forse si potrebbe citare il miliardario russo che si sta facendo costruire uno yacht a vela lungo 140 metri e del costo di quasi mezzo miliardo di dollari.

Sono tutti indicatori di un sistema di rapporti sociali ed economici deformato dalla disuguaglianza. L’ultimo libro di Romano Prodi la mette al centro della sua analisi e tanti analisti ripetono da anni che eccessi di disuguaglianza fanno male alla società e all’economia. Se ne occupa anche un articolo di Salvatore Bragantini sul Corriere della Sera di pochi giorni fa.

Scrive Bragantini: “C’è un equivoco di fondo sulle cause della crisi finanziaria; sempre attribuita all’eccessivo debito pubblico, essa invece nasce dalla debolezza della domanda, a sua volta dovuta alle forti disuguaglianze attuali nei Paesi sviluppati. (…).”

ricchi e poveri“Crescita delle disuguaglianze, che dagli anni Ottanta ha spostato il 10-15% del valore aggiunto dal lavoro ( che spende tutto il suo reddito) al capitale, che tesaurizza ben più di quanto investa. È scesa così la domanda, in particolare gli investimenti, pubblici e privati, che potrebbero spingere in alto il Pil. Errata è, con la diagnosi, anche la prognosi. Ciò non implica aumentare la spesa pubblica in Italia; prima dei vincoli dell’euro, il buon senso costringe a stanare le spese inutili, parassitarie, spesso corruttrici. La causa ultima della crisi però resta lì, intatta; lungi dal diminuire, la divaricazione di redditi e ricchezze si fa vieppiù minacciosa”.

Ricorda Bragantini che negli anni Cinquanta-Ottanta del Novecento, erano alti i livelli di tassazione sui redditi più elevati e, comunque, i compensi dei manager erano inferiori a quelli attuali. A partire dal 1989 le loro retribuzioni sono cresciute in misura esponenziale e la tassazione è diminuita. In pratica il mercato è diventato un pretesto per coprire una gigantesca redistribuzione dei redditi che arriva a minacciare la stessa democrazia.

Infatti “il profitto è ben accetto se accresce il benessere generale” cioè se viene tassato per sostenere le spese statali, se genera investimenti che portano lavoro, altri profitti, altre tasse e così via. Ma se questa sequenza viene interrotta, se crescono a dismisura i redditi dei supermanager e i guadagni degli azionisti, se poi questi vengono utilizzati per inseguire le rendite finanziarie, di fatto, si mina l’economia di mercato e la coesione sociale.

redistribuzioneSi rischia così “di affossare un modello che ha strappato alla povertà noi ed altri Paesi, in un’Europa in pace. Esiste un limite oltre il quale le disuguaglianze non devono crescere, e l’abbiamo passato; ridurle a livelli ragionevoli deve formare l’asse portante di una nuova piattaforma, da presentare in un mutato contesto istituzionale europeo (….) Il sostegno politico (e la giustificazione vera) dell’economia di mercato sta nelle classi medie; la loro rabbia montante deve indurre ad invertire il moto del pendolo degli ultimi 30 anni. La democrazia stessa lo esige.”

Per Bragantini i Paesi forti dell’eurozona dovrebbero avere un’inflazione maggiore per ravvivare la domanda. E aggiunge “servono poche, ma chiare parole d’ordine: istruzione di qualità, tassazione progressiva, solidarietà sociale, governo delle imprese orientato al lungo termine e, in Italia, controllo su priorità ed efficienza della spesa (stop a investimenti inutili, infrastrutture avviate e abbandonate, corruzione)”.

Un programma semplice, ragionevole che è la migliore risposta al populismo distruttivo che si basa sulla rabbia e la paura degli elettori, ma che non sa come gestirla

Claudio Lombardi

Vaccini, bufale, sfiducia

vaccini

Dopo il morbillo ora tocca al vaccino anti papilloma virus. Decisamente tira una brutta aria per i vaccini. L’accusa è quella di far parte del maxi complotto delle case farmaceutiche che per bieche ragioni di profitto spingono per il consumo di farmaci non necessari e dannosi. Dopo secoli passati a tentare di combattere le malattie che decimavano la popolazione mondiale e dopo che la scienza finalmente è riuscita ad andare oltre i salassi e le pozioni di erbe “magiche” producendo farmaci e tecniche di intervento efficacissime adesso parte una ondata di dubbi e di sfiducia. epidemieProbabilmente se le popolazioni fossero ancora alle prese con le epidemie implorerebbero gli scienziati di trovare un rimedio. Ma poiché ciò non accade ecco che molti possono permettersi di dubitare e di diffondere teorie allucinate contro la scienza. In questa che ben si può chiamare psicosi di massa c’è di tutto. Soprattutto c’è la potenza dei mezzi di comunicazione che amplifica qualsiasi scemenza e c’è la strumentalizzazione politica di guru esaltati come Beppe Grillo assolutamente ignoranti nelle materie che trattano, ma dotati di una potenza comunicativa che riveste di verità i loro sproloqui.

Sì bisogna ammettere che la potenza comunicativa di un Grillo e del suo M5S ha sdoganato il fanatismo e l’ignoranza facendo credere a chiunque di poter smentire risultati della scienza e della ricerca in nome del sospetto e della faciloneria. Il Grillo che sbraitava contro le mammografie oppure che insultava Veronesi e che pretendeva di grillo arrabbiatorivelare le verità nascoste (“quello che gli altri non dicono”) e di dare risposte semplici a problemi complessi è lo stesso che usa il pugno di ferro contro qualsiasi dissidenza. Quindi insulto e dileggio verso la scienza ufficiale e gli avversari politici additati come nemici e complottasti ai danni del popolo, ma repressione delle opinioni dissenzienti dalla sua. In nome di che? Del suo essere l’interprete dell’interesse supremo del popolo. Lo chiamano populismo, ma somiglia ai fascismi di ogni tempo e di ogni paese.

Questo è lo scenario nel quale si colloca il servizio di Report dedicato al vaccino anti papilloma virus tutto centrato sugli effetti collaterali alla vaccinazione e sui pareri di alcuni medici contrari o dubbiosi sull’efficacia del vaccino. Non una vera e propria inchiesta fondata su una documentazione scientifica dunque, ma un semplice aggancio che vale quello che vale, ossia in questo campo, praticamente nulla, ma che, forse, serve per accreditarsi come parte del vasto mondo dei dubbiosi, di quelli che vaccinazionivogliono scoprire le verità nascoste che altri non dicono perché fanno parte del sistema. È patetico che adesso il conduttore Sigfrido Ranucci si arrampichi sugli specchi per affermare le sue buone intenzioni, la sua purezza di comunicatore. È patetico ed è ipocrita perché come comunicatore sa benissimo che concentrarsi sui possibili effetti collaterali e sulle opinioni negative significa mettersi da quella parte. E poi in un contesto di crescente contestazione proprio delle vaccinazioni. Perché lo ha fatto? Ad ognuno la sua risposta, ma qui non ci sono verità nascoste, bensì solo possibili spiegazioni che vanno dall’errore all’intenzionalità. In ogni caso Report non ha fatto buona informazione.

Detto ciò l’enorme problema che rimane è la permeabilità di una parte dell’opinione pubblica rispetto a tutto ciò che si pone contro la scienza “ufficiale” o semplicemente contro. Alla base vi può essere sicuramente la sfiducia, vi può essere il risentimento e la rabbia per una stabilità messa in crisi da ciò che è accaduto nel corso degli anni e anche a causa di una classe dirigente rapace che ha saccheggiato senza ritegno le risorse del Paese.

potere della comunicazioneMa che c’entra tutto ciò con la sfiducia nei confronti delle cure mediche? È come se per contestare il capitalismo si decidesse di viaggiare sulle auto senza cinture di sicurezza con la stolta ignoranza di quelli che pronunciano la solita frase idiota “nel passato non si usavano e non mi è mai successo niente”.

Il caso dell’infermiera di Treviso che fingeva di vaccinare i bambini è emblematico dei danni che la psicosi antiscientifica alimentata dagli apprendisti stregoni dei vari movimenti e degli scopritori delle verità nascoste può fare. Danni alla salute non chiacchiere. Il dubbio e il desiderio di schierarsi contro si diffonde insieme alle malattie come il morbillo che erano scomparse. Si dice addirittura che in ambienti ospedalieri siano vaccinati pochi medici e pochi infermieri.  Il fronte dei politici che sfruttano questa psicosi da nuovo medioevo è in realtà ampio e va da Grillo fino agli ipocriti come Michele Emiliano che si trincerano dietro la libertà di scelta dei cittadini.

Se non si recupera la lucidità e la razionalità saranno loro a farci sbattere la testa con la realtà nei prossimi anni

Claudio Lombardi

Parliamo di Jobs act

lavoratori e jobs act

Appena si cita il Jobs act cioè la riforma di una parte della disciplina dei rapporti di lavoro le reazioni sono quasi sempre estreme. C’è chi la esalta e chi la ritiene un disastro. Le opinioni mediane, più ragionevoli, stentano ad emergere. Per questo si ripropone l’analisi del prof Maurizio Ferrera di recente pubblicata sul Corriere della Sera.

jobs act“Sul Jobs act è in atto un vero e proprio tiro al piccione. Eccettuati (alcuni) esperti, gli unici a parlarne bene sono ormai i commentatori stranieri. Dal dibattito politico nazionale solo critiche. In parte si tratta di mosse tattiche in vista delle scadenze elettorali. Ma questa spirale di rimproveri riflette anche un tratto profondo della cultura politica nazionale: l’eccesso di aspettative nei confronti delle norme di legge, l’intolleranza dei limiti che la realtà inevitabilmente impone, il conseguenze disfattismo, secondo cui ci sarebbe voluto «ben altro» per risolvere i problemi. Una sindrome auto-lesionista, che non ci consente di cogliere i progressi lenti e graduali, svaluta il pragmatismo e alimenta la sfiducia dei cittadini.

Modello flexicurity

Il Jobs act merita invece una discussione seria. Valutarlo non è facile: i suoi effetti si dispiegano lentamente nel tempo. Per catturarli bisogna avere dati precisi e utilizzare metodi controfattuali: che cosa sarebbe successo se non fossero cambiate le regole? Prima ancora di procedere su questa strada, è bene però riflettere sul provvedimento in sé: i suoi obiettivi generali erano in linea con le sfide sul tappeto? Negli ultimi due decenni, la maggior parte dei Paesi europei ha riorientato le politiche del lavoro verso la cosiddetta flexicurity, un modello sviluppato dai Paesi nordici e basato su regole flessibili per assunzioni e licenziamenti e tutele robuste (compresi i servizi) in caso di disoccupazione. Il Jobs act può essere considerato la «via italiana» verso quel modello.

politiche del lavoroUn percorso di cui si iniziò a parlare già negli anni Novanta, ma mai seriamente imboccato. Con il risultato che il mercato occupazionale italiano è diventato uno fra più segmentati della Ue: posti di lavoro permanenti con ammortizzatori molto generosi, da un lato, e contratti a termine o «atipici» (come i co.co.co.) praticamente privi di protezioni, dall’altro. A seguito di un’enorme espansione dei secondi, soprattutto per i giovani, il nostro Paese aveva inaugurato un modello perverso che Stefano Sacchi e Fabio Berton hanno definito flex-insecurity: precarietà senza tutele. Su questo sfondo, il Jobs act si è posto due obiettivi: ridurre rigidità e dualismi, offrendo più opportunità di occupazione stabile e al tempo stesso maggiore flessibilità alle imprese; superare la polarizzazione fra garantiti e non garantiti in termini di protezione sociale. I vari strumenti della riforma potevano essere disegnati meglio? Certamente, soprattutto col senno di poi. Lo stile comunicativo di Renzi ha alimentato l’eccesso di aspettative? D’accordo, nessuno è senza colpe. Ma il Jobs act va contato fra le non molte riforme strutturali che il nostro Paese è riuscito a produrre nell’ultimo venticinquennio, nel tentativo di avvicinarsi agli standard europei sul piano dell’efficienza e dell’equità.

Gli effetti concreti

occupazioneCosa si può dire degli effetti concreti? Le valutazioni più affidabili segnalano che il Jobs act ha inciso positivamente sull’occupazione stabile: dopo la sua introduzione vi è stato un significativo aumento dei contratti a tempo indeterminato, sia rispetto al passato sia rispetto ad altri Paesi, come Spagna o Francia. In base a dati provvisori, sembra che la tendenza sia continuata anche nel 2016. I critici sostengono che si sia trattato di un incremento «drogato» dalla decontribuzione, ma trascurano due aspetti. Tutti i paesi Ue hanno investito grosse somme in sussidi alle nuove assunzioni nell’ultimo triennio. Inoltre, all’estero gli oneri sociali sono strutturalmente più bassi. L’esperimento della decontribuzione conferma che il nostro costo del lavoro è troppo alto e disincentiva le assunzioni. Occorre riflettere su come redistribuire il finanziamento del welfare fra i vari tipi di reddito.

Il Jobs act ha avuto effetti positivi anche sulla sicurezza economica di chi perde il lavoro. Alla Naspi possono oggi accedere praticamente tutti i lavoratori dipendenti, compresi gli «atipici», con importi e durate fra le più alte in Europa. Rispetto agli altri Paesi, il welfare italiano ha sempre avuto buchi enormi in questo settore. Nessuno lo sottolinea, mai il Jobs act ci ha fatto fare un salto di qualità in termini di cittadinanza sociale: le nuove prestazioni sono infatti diritti soggettivi, che non dipendono più da mediazioni politico-sindacali. La Cassa integrazione è stata finalmente ricondotta alla sua funzione fisiologica di risposta alle crisi temporanee.

Debolezze storiche

lavoro giovaniL’aspetto più problematico del Jobs act riguarda le politiche attive. L’attuazione di questa parte della riforma è in grave ritardo. Qui scontiamo debolezze davvero storiche, che riguardano in generale l’efficienza e la mentalità della nostra pubblica amministrazione, nonché la frammentazione regionale. Ma il governo avrebbe potuto fare di più. I servizi per l’impiego sono l’architrave della flexicurity. Su questo aspetto, le critiche colgono nel segno. Il Jobs act non è riuscito a dispiegare il suo potenziale per incidere non solo sulle forme, ma anche sui livelli e la qualità dell’occupazione, soprattutto giovanile.

Il lavoro dei giovani resta purtroppo un’emergenza nazionale. Ricordiamo però due cose. L’Italia ha un’incapacità strutturale di creare posti di lavoro che si porta dietro dagli anni Cinquanta e che è stata esacerbata dalla grande recessione. Inoltre, i livelli occupazionali dipendono da moltissimi fattori (autonome decisioni delle imprese, congiuntura, investimenti, capitale umano e così via), solo in parte controllabili per via legislativa. Dall’estate 2014 alla fine del 2016 gli occupati sono comunque aumentati di circa 700 mila unità (Istat). Con le luci e le ombre che sempre accompagnano ogni riforma, il Jobs act ha segnato una svolta positiva. Fermiamo il tiro al piccione e avviamo una pacata discussione su come colmarne le lacune e potenziarne gli effetti positivi. Elaborando nuove proposte per le tante sfide che esulano dal perimetro di attenzione e di azione del Jobs act e che richiedono ulteriori e incisivi provvedimenti”

Il dossier stadio della Roma

progetto stadio della Roma

Pubblichiamo una scheda sulla vicenda “stadio della Roma” tratta dal sito www.carteinregola.it

In seguito all’approvazione di tre commi (art. 1 commi 303-304-305) inseriti nella legge 147 del 2013, “di stabilità”, che consentono a privati di avanzare all’amministrazione progetti  per realizzare nuovi complessi sportivi, viene  presentato  dal Presidente della Roma, James Pallotta, il 26 marzo 2014 il progetto per la realizzazione di un   nuovo  stadio , che dovrebbe sorgere a Tor di valle, in un’ansa del Tevere a sud ovest della città, dove esiste l’omonimo ippodromo attualmente abbandonato.

L’intervento dovrebbe essere realizzato  da Eurnova, la società immobiliare dell’imprenditore Luca Parnasi, e prevede una zona “A” , con il mix funzionale dei nuovi grandi impianti sportivi (oltre allo stadio da 52.500 posti espandibili fino a 60mila, la sede della Roma AS, un centro tecnico per gli allenamenti, un maxistore Nike, un “Roma village” con 245 negozi, boutique, ristoranti; uno spazio per eventi con un monitor a 360 gradi) e una zona “B”, chiamata “Business park”, costituita da tre  grattacieli ed edifici ecosostenibili (Leed gold) destinati a direzionale, ricettivo, commerciale (non appartamenti, esplicitamente esclusi  dai commi)  tra la Via Ostiense/Via del Mare e lo Stadio.

stadio della Roma grafico

Tali  cubature  sono state inserite per “compensare” i costi dei privati per le infrastrutture  e  le opere di pubblica utilità che il Comune  – Sindaco Ignazio Marino assessore all’urbanistica Giovanni Caudo – ha posto come  condizione  per approvare l’interesse pubblico dell’operazione. Le opere private per lo stadio e il business park ammontano a 1,211 miliardi (di cui 211 milioni per spese tecniche e di progettazione), quelle per le infrastrutture a 445,1 milioni (57,1 milioni per la progettazione) suddivise in opere a compensazione (asse di collegamento Ostiense-A91, ponte carrabile sul Tevere e viadotto di approccio, svincolo autostradale Roma-Fiumicino, riunificazione e messa in sicurezza Ostiense, ponte ciclopedonale Magliana, stazione Tor di Valle con ponte, metro B e messa in sicurezza del fosso di Vallerano) per 266 milioni; opere a standard (parcheggi a raso, multipiano, circolazione interna, passerella pedonale, verde pubblico e sistema smaltimento acque idrovore) per 154 milioni; opere da realizzare con contributo di costo di costruzione (parco fluviale Ovest, pontile Est-pontile Ovest, intervento su via dei Dasti, videosorveglianza) per 23,8 milioni. Il totale dell’operazione è di 1,656 miliardi, completamente a carico dei privati. La progettazione è curata dagli  Dan Meis, Daniel Libeskind e Andreas Kipar.  L’area comprenderebbe  oltre 63 gli ettari di verde pubblico ( il secondo polmone di Roma dopo Villa Pamphili, con 9mila alberi piantati e 11 km di piste ciclabili)*. Gli elaborati del progetto definitivo vengono consegnati dalla società al Comune nel maggio 2016, poco prima delle elezioni comunali.

Nel giugno 2016 diventa Sindaco Virginia Raggi, che, insieme agli altri  consiglieri M5S,  dai banchi dell’opposizione aveva duramente contrastato il progetto dello Stadio, così come l’urbanista Paolo Berdini,  diventato  assessore all’urbanistica e ai lavori pubblici.  Nei primi mesi di insediamento della nuova Giunta il Comune sembra  passare la palla alla Regione Lazio, trasferendo gli elaborati del progetto non senza qualche polemica su tempi e modalità. Il 3 novembre si apre la conferenza dei servizi decisoria in  Regione: mentre si susseguono gli incontri con  i rappresentanti  dei soggetti pubblici e – in parte –  con i cittadini e le associazioni che ne hanno fatto richiesta, si susseguono indiscrezioni giornalistiche e dichiarazioni ufficiali, che sembrano andare nella direzione della richiesta,  da parte del Comune, di modifica del progetto, restringendolo allo Stadio e ai suoi annessi, o tagliando  cubature dalle Torri di Uffici e spazi commerciali che la precedente Giunta aveva previsto a compensazione di alcune opere e infrastrutture pubbliche. Il  2 febbraio scade il temine per la conclusione della c.d.s. Il 31 gennaio si tiene la quinta seduta della Conferenza. Il Comune chiede una proroga di 30 giorni, poi deposita, insieme a Roma Città Metropolitana, un parere unico “non favorevole”, che tuttavia lascia aperta la possibilità al proponente di modificare il progetto e consegnare ulteriori elaborati per “addivenire a un parere favorevole”…

Il dossier completo qui:

http://www.carteinregola.it/index.php/nuovo-stadio-della-roma/

Dalla buona scuola al caos?

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Che fine ha fatto la riforma della buona scuola? Un mare di proteste, il caos dei trasferimenti, le classi che cambiano docenti a ripetizione. E tutto perché il governo Renzi ha deciso l’assunzione in ruolo di 100mila docenti togliendoli da una condizione di precariato e ha tentato di assegnare al Preside un ruolo di dirigente scolastico con autonomia decisionale (cioè le scelte cruciali della riforma). Possibile? Poiché i luoghi comuni (conditi con i soliti slogan, parole d’ordine e appelli altisonanti) sono duri a morire soprattutto quando sono sostenuti da minoranze sociali che urlano vale proprio la pena vedere di che si tratta.

proteste-insegnantiSubito le conclusioni: la scuola si conferma un settore nel quale il disordine creato in decenni di approcci sbagliati (primo fra tutti l’antiautoritarismo che ha delegittimato qualunque autorevolezza dei soggetti che vi operano e poi la svalutazione della scuola pubblica in combutta con le proteste studentesche contro tutto e tutti) ha creato una situazione di semi anarchia tutta centrata sugli interessi del personale che ci lavora. Per i sindacati è, forse, uno degli ultimi ambiti (un altro sono i servizi pubblici locali) nei quali si trovano a gestire un potere enorme assolutamente autoreferenziale che nessuno ha loro attribuito e che è uno dei fattori del disordine e dell’inefficienza nella scuola.

La riforma della buona scuola conferma che qualunque governo è condannato ad occuparsi di scuola innanzitutto in funzione di chi ci lavora. Che esista una grande questione di dignità dell’insegnamento che passa anche attraverso un aumento delle retribuzioni è vero. Ma che la scuola sia innanzitutto un servizio per la formazione dei giovani e, quindi, esista per erogare questo servizio dovrebbe essere scritto a caratteri cubitali. Sì alla scuola sono destinate poche risorse (la famosa carta igienica che manca), ma è anche vero che quelle che pure ci sono non vengono impiegate nel migliore dei modi. Un grande merito della riforma del governo Renzi è di aver scoperchiato la pentola dell’ipocrisia proprio perché ha deciso di regolarizzare la posizione di 100mila precari. Vediamo perché aiutandoci con gli approfondimenti di www.tuttoscuola.com.

autorita-degli-insegnantiBastano due dati a inquadrare il fenomeno a colpo d’occhio: solo il 39% degli studenti italiani risiede al sud, Isole incluse (18 anni fa era il 47%); mentre il 70-80% dei docenti è nato nel meridione.

In meno di vent’anni le scuole meridionali hanno perso mezzo milione di studenti (-14%), mentre quelle del centro-nord hanno riempito le aule con quasi 800 mila studenti in più (in larga parte stranieri): un incremento del 20%.

Ci sono quindi fenomeni demografici, ma anche sociali, che hanno spostato negli anni il baricentro della scuola italiana, mettendola su un piano inclinato: più studenti al centro-nord spingono un gran numero di docenti, concentrati nel meridione, verso nord. E di fronte a queste tendenze strutturali non c’è algoritmo che tenga: nessuna formula matematica potrebbe creare tante cattedre al sud da occupare la sovrabbondante offerta di lavoro che lì si manifesta.

Siamo di fronte a una vera e propria emigrazione di docenti meridionali verso il nord, migranti intellettuali sbarcati in molti casi da atenei del sud rincorrendo il  miraggio di una cattedra che non c’è per tutti, almeno in quelle aree del paese.

mobilita-insegnantiSolo che in questo caso si registra un controesodo a livello amministrativo: con lo strumento della mobilità decine di migliaia di docenti freschi di immissione in ruolo su posti prevalentemente al centro-nord tornano verso sud (spesso solo avvicinandosi, ma comunque in tal modo creano movimenti di cattedre), liberando posti nelle scuole del centro-nord, a loro volta occupati da nuovi assunti, in gran parte meridionali, che alla prima occasione chiederanno il trasferimento verso casa. E la ruota gira, mentre generazioni di studenti vedono cambiare di anno in anno una quota elevata dei propri insegnanti.

Prendiamo poi i dati dei docenti trasferiti la scorsa estate, di cui si conosce la provincia di nascita: risulta nato nel Mezzogiorno (Sud e Isole) il 78% dei docenti trasferiti (l’82% dei maestri di primaria e il 71% dei professori di scuola media).

È la fotografia di un fenomeno sociale che presenta un quadro inequivocabile e drammatico: nelle ultime leve di insegnanti entrati nei ruoli statali quasi otto docenti su dieci sono meridionali e i restanti due sono nati al centro-nord, dove vivono sei studenti su dieci.

Per mettere una pezza allo sbilancio che si è creato negli anni per effetto dei trend demografici, l’amministrazione scolastica, oltre a consentire il “trasferimento selvaggio” a prescindere dalle esigenze del servizio, ha cercato di contenere il travaso di posti di lavoro dal sud al nord per motivi demografici. Come? Di fatto mettendo più alunni nelle classi del centro-nord e meno in quelle del sud (lasciando così in vita più classi e quindi più posti di docente). Il fenomeno emerge dall’analisi del rapporto alunni/classi: nell’anno scolastico 2016/17 le classi del centro-nord contengono in media 21,6 studenti, quelle del sud e delle Isole 20,4 studenti. In generale il travaso di posti dal centro-nord al meridione avvenuto in questi anni per effetto dell’applicazione di un diverso rapporto alunni/classi sul territorio è stimabile in circa 5.170 classi, corrispondenti a circa 8.800 posti.

aule-scolasticheDa notare che insegnare in classi con più alunni, e con maggiore presenza di alunni stranieri, è indubbiamente più oneroso.

Insomma al nord c’è maggiore precarietà, più rotazione di insegnanti, più alunni per classe, anche se i risultati negli apprendimenti dei test Ocse-Pisa e dell’Invalsi sono superiori rispetto al Sud.

Insomma, le strade della mobilità selvaggia e del non omogeneo rapporto alunni/classi non sembrano quelle più lungimiranti.

Molti dei problemi della scuola nascono da questo sbilanciamento tutto centrato sui problemi di chi ha scelto di lavorarci. È logico che non appena un governo tenta di porre rimedio regolarizzando la situazione e cioè stabilizzando il posto di lavoro si scontra con il dato di fatto che non esistono cattedre per tutti dove ciascuno lo desidera. Di qui il caos, di qui le proteste.

Claudio Lombardi

(1 – segue)

Voglia di rivincita sui voucher

voucher-lavoro

Caso voucher. Informazioni su cosa siano e come si utilizzino sono ormai su tanti siti e in tanti articoli di giornale. Tutti dovrebbero, quindi, sapere di che si tratta e, invece, sembra che si stia per scatenare l’ennesima lotta di reazione in nome dei soliti “sacri” principi prescindendo da una valutazione concreta dello strumento, del suo uso e del suo abuso. disoccupazione-giovaniQuando la segretaria del maggior sindacato italiano – Susanna Camusso – in un’intervista afferma che non è possibile alcuna trattativa sui voucher che andrebbero soltanto eliminati perché “il lavoro non è una merce che si prende sullo scaffale” siamo già ad una mobilitazione prettamente ideologica che prescinde dalla realtà. Affermare che i voucher andrebbero sostituiti con gli ordinari contratti che regolano il lavoro interinale o di somministrazione, come fa nella stessa intervista la segretaria della Cgil, significa gettare sulle spalle di tanti piccoli datori di lavoro oneri burocratici che li spingono dritti dritti verso il lavoro nero. Ma forse la Camusso pensa che si favorirebbe il lavoro imponendo di rivolgersi alla consulenza di un patronato per aprire una posizione contributiva all’Inps, oppure ad un’agenzia di lavoro interinale anche per piccole prestazioni.

Comunque, poiché è in arrivo un referendum promosso dalla Cgil è meglio fare il punto sulla concretezza dello strumento voucher ripercorrendo un articolo di Alessandro De Nicola pubblicato nei giorni scorsi (Repubblica del 29 dicembre).  

politiche-del-lavoro“Come funzionano i buoni? Le norme sul lavoro accessorio sono miracolosamente semplici per un ordinamento giuridico votato alla complicazione come il nostro. I soggetti che possono usufruire dei buoni-lavoro sono pensionati, disoccupati, lavoratori part-time, studenti nei periodi di vacanza, percettori di prestazioni integrative del salario (ad esempio cassintegrati o titolari di indennità Aspi). Ogni voucher ha il valore di 10 euro lordi di cui 7,5 netti (il compenso minimo orario) per il lavoratore e altri 2,5 per i contributi Inps e Inail. Le prestazioni sono solo a favore direttamente del committente e quindi non si può adoperare questa forma di lavoro ad esempio negli appalti. Inoltre, salvo alcune regole ad hoc nel settore agricolo e per i cassintegrati, nessun individuo può superare il tetto di 2.000 euro netti annui per datore di lavoro (per evitare che il voucher rimpiazzi ingiustificatamente il lavoro dipendente) e i 7.000 euro complessivi. Infine, il committente ha l’obbligo di comunicare l’inizio della prestazione all’Inps (la famosa “tracciabilità“) e il non superamento del tetto di ore da parte del prestatore a pena di sanzioni abbastanza severe. (…)

giovani-e-lavoro-1Il voucher, per la sua semplicità e bassa imposizione contributiva, consente di ridurre il lavoro nero, nel contempo permettendo ai pensionati di arrotondare la pensione e continuare a sentirsi attivi e ai giovani di fare prime esperienze, formarsi un curriculum che altrimenti rimarrebbe vuoto, costruire una posizione previdenziale e ovviamente raggranellare qualche soldo. Per percettori di misure integrative del reddito e lavoratori part-time i vantaggi sono auto-evidenti. Come sempre, più libertà di scelta porta maggiore efficienza e soddisfazione.

D’altronde, quello che viene visto come un atto di accusa, ossia l’incremento esponenziale dell’utilizzo dei buoni, saliti a 121 milioni a fine ottobre di quest’anno contro gli 88 milioni dell’intero 2015, in realtà è un indice di successo dello strumento. L’accusa di aumento del “precariato” è senza senso.

In primis perché se l’alternativa è l’inattività o il lavoro nero è evidente che il voucher è un’opzione migliore. In secondo luogo perché anche gli strali sulla presunta sostituzione del lavoro dipendente con il buono sono insensati. Innanzi tutto da un punto di vista teorico: con un tetto massimo di 2.000 euro netti per datore di lavoro è facile capire che non si stipendierebbe nemmeno il periodo di prova di tre mesi di un dipendente.

occupazioneMa anche da un punto di vista empirico l’antifona non cambia: negli ultimi due anni i lavoratori dipendenti sia a tempo determinato che indeterminato sono aumentati, sono diminuiti i co.co.co e cresciuti gli apprendisti. La media annua di coloro che sono pagati col voucher nel 2015 corrispondeva all’1,3% degli occupati italiani. Anche se nel 2016 arrivassimo all’1,6-1,7%, non sembra un fenomeno di proporzioni drammatiche. Gli utilizzatori ne adoperano in media 60-70 l’anno e solo il 2,2% (dati 2015) ha riscosso più di 300 voucher (pari a meno di 40 giornate lavorative): quale posto fisso si andrebbe a rimpiazzare? Inoltre, il 77% degli utilizzatori sono studenti, pensionati, percettori di ammortizzatori sociali, lavoratori part-time o autonomi (quindi incompatibili con un lavoro dipendente) e solo il 10% del totale risulta avere avuto un rapporto di lavoro con lo stesso datore nei sei mesi precedenti: ancora una volta, dove si annida la temuta “sostituzione surrettizia”?

Si dice: «In alcuni casi pagano 5 voucher e ti fanno lavorare 10 ore». Si tratta di un abuso che potrebbe essere anche assoluto (tutto lavoro nero) o esercitato per altre forme di lavoro (risulti part-time ma in effetti lavori di più, oppure non vengono pagati gli straordinari); gli illeciti non sono certo una creazione dei buoni che, anzi, riducono l’area di illegalità.”

Insomma, c’è in giro una gran voglia di rivincita, ma se la si cerca nel ritorno ad un passato pensato come mitico si potrà anche vincere un referendum, ma l’Italia continuerà a galleggiare lentamente sprofondando

Claudio Lombardi

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