Ma chi paga le imposte veramente?

Troppo spesso quando si affronta il tema fiscale in Italia, la stessa dirigenza politica cade nell’errore di proposte orientate al populismo ma poco eque o difficilmente sostenibili guardando ai dati. Una voce fuori dal coro è sicuramente quella di Alberto Brambilla presidente del Centro studi itinerari previdenziali. Pubblichiamo un suo intervento tratto dal sito www.ilpuntopensionielavoro.it

Per tutti coloro (pochi) che nel nostro Paese affrontano il tema fiscale – ma la stessa considerazione vale anche per altre tematiche – sulla base di studi e dati, sentire o leggere le affermazioni di molti esponenti politici, a volte anche ai massimi livelli di responsabilità, di alcune parti sociali e giornalisti, genera parecchio sconforto. C’è chi si avventura a proporre riduzioni dei contributi sociali (la cosiddetta “fiscalizzazione degli oneri sociali“) dimenticandosi che la metà degli italiani già non li paga e che per 25 anni il Sud (tutto, e fino al 1996) ha avuto lo “sgravio totale dei contributi” senza riuscire a creare mezzo punto percentuale in più di occupazione.

C’è chi punta più in alto proponendo percentuali rilevanti (15%), senza spiegare quanto costerà alla collettività o di quanto si ridurrà la pensione: un lavoratore dipendente versando il 33% di contributi sulla retribuzione annua lorda (RAL) per un periodo di 35 anni otterrà una pensione pari a circa il 72% dell’ultima retribuzione; se ne paga 15 punti in meno (cioè solo il 18%) che pensione prenderà? Meno della metà! E che dire di un lavoratore autonomo (artigiano, commerciante o imprenditore agricolo) che, versando oggi il 24%, si troverebbe a pagare meno del 14%: che pensione prenderà? È persino ovvio che se invece mantenessimo la stessa pensione nonostante la riduzione dei contributi, l’onere graverebbe sugli stessi lavoratori sotto forma di maggiori tasse perché la quota di pensione non coperta da contributi diverrebbe a carico della fiscalità generale. Supponendo che entrino nel mercato del lavoro 400.000 nuovi lavoratori con un reddito medio di 20mila euro, solo per il primo anno lo sconto contributivo costerebbe oltre un miliardo di euro; già al quinto anno costerebbe oltre 18 miliardi.

Che dire poi di quelli che vorrebbero la riduzione del cosiddetto “cuneo fiscale e contributivo”, ma non per tutti: solo fino a redditi di non più di 29mila euro, il limite del “bonus da 80 euro” introdotto dal governo Renzi che costa ogni anno oltre 9,5 miliardi e di cui beneficiano oltre 11,7 milioni di contribuenti. Spero sappiano che, in base alle ultime dichiarazioni dei redditi ai fini IRPEF, risulta che oltre il 46% degli italiani (i primi 2 scaglioni di redditi) paga meno del 2,7% di tutta l’IRPEF, cioè in totale 4,32 miliardi, ma che ricevono per la sola sanità ben 47 miliardi. Se poi aggiungiamo anche i contribuenti che dichiarano dai 15 ai 20mila euro lordi, questi primi 3 scaglioni di redditi versano in totale 15,8 miliardi di IRPEF (su un totale di 164,7 miliardi), ma ricevono per la sola sanità 51,2 miliardi. Se ne deduce che il 60% dei contribuenti (lavoratori dipendenti compresi) versa attorno al 10% di tutta l’IRPEF. Si potrebbe obiettare correttamente che questi cittadini pagano anche le imposte indirette, IVA e accise: stimando il gettito sulla base delle aliquote in vigore, si può dire che il primo scaglione versa imposte indirette sulla mediana pari a 282 euro, 844 euro per il secondo scaglione e 1.313 euro il terzo, che è l’unico a pagarsi almeno la sanità, mentre i primi 2 non ci riescono. E poi c’è da finanziare tutto il resto: istruzione, viabilità, infrastrutture, spese di funzionamento del sistema pubblico, etc.

Chi paga e finanzia il nostro welfare? Esiste una minoranza di poco meno di 5 milioni di dichiaranti (quelli con redditi superiori a 35 mila euro) che rappresentano solo il 12% degli italiani ma pagano quasi il 60% di IRPEF. Spesso il sindacato afferma che gli unici che pagano le imposte sono i lavoratori dipendenti e i pensionati. Vero! Ma di quelli che loro rappresentano non ce ne sono molti. Prendiamo i pensionati, che al dicembre 2018 erano poco più di 16 milioni: di questi, la metà non paga imposte perché sono totalmente o parzialmente assistiti dallo stato (cioè da quelli che le tasse le pagano); in definitiva, i primi 10 milioni di pensionati pagano 2 miliardi di IRPEF. Quelli che pagano davvero la maggior parte dei circa 50 miliardi che gravano sulle pensioni sono quelli che hanno assegni da 2.500 euro lordi in su, che sono meno di 1,6 milioni (cioè il 10%), ma che versano il 60%. Spesso non sono tutelati dai sindacati maggiormente rappresentativi ma da altre sigle che, ai governi della “dittatura della maggioranza”, non interessano perché sono pochi e spesso non votano.

Ed è proprio nei confronti di questi pensionati che si sono scatenati tutti i governi bloccando l’indicizzazione della pensione al costo della vita. Dal 2006 a oggi un pensionato con una pensione mensile di 2.500 euro ha perso praticamente un’annualità di pensione, cioè quasi 30mila euro in 13 anni e altrettanti ne perderà nei prossimi 10 anni di fruizione della pensione. Che dire poi dei 36mila pensionati (lo 0,20% del totale) definiti d’oro ai quali è stata “tagliata” la pensione con l’arroganza populista di chi i calcoli non li sa fare e senza alcuna giustificazione? Se, come dice certa sinistra, i soldi si prendono dove ci sono (leggi patrimoniale) per finanziare provvedimenti sbagliati e inefficienti come flat tax per i professionisti fino a 65mila, reddito di cittadinanza, Quota 100, bonus da 80 euro, quattordicesima mensilità, APE sociale (era così difficile introdurre anche nel settore produttivo, commercio e servizi i fondi esubero che da quasi 20 anni hanno risolto il problema per banche e assicurazioni?) e altri provvedimenti assistenziali, per l’Italia non ci sono molte speranze: i giovani meritevoli continueranno a scappare e quel 12% di schiavi fiscali che non interessano alla politica si ridurranno ancora di più.

Poi chi finanzierà il nostro generoso stato sociale? Passeranno al pignoramento della seconda casa? O preleveranno notte tempo il 10% dai patrimoni di chi ha contribuito allo sviluppo del Paese? Purtroppo, stante l’enorme debito pubblico e la scarsa crescita potremmo arrivare a questi limiti: poi, l’abisso

Quando le tasse diventano un tabù

Pubblichiamo un articolo di Massimo Bordignon tratto dal sito www.lavoce.info

In Italia si parla di tasse solo per dire che vanno tagliate per tutti, sempre e comunque. Ridurre gradualmente la pressione fiscale è un obiettivo ragionevole. Ma la ricerca del consenso impedisce una necessaria riforma complessiva del sistema tributario.

TASSE E CONSENSO

Il surreale dibattito sulle tasse che ha seguito la presentazione della Nadef (Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza) pone interrogativi preoccupanti, che vanno ben al di là della legge di bilancio per il 2020. È solo un problema di politici demagogici alla ricerca di consensi immediati o è proprio vero che ogni riflessione razionale sul sistema tributario in Italia sia ormai diventata impossibile? Davvero, in termini di consenso, affermare che le aliquote Iva non si toccano mai e in nessun caso paga di più della affermazione opposta che, per esempio, si può aumentare l’Iva su alcuni beni per finanziare la riduzione del deficit o delle tasse su altri beni o cespiti?

Naturalmente, l’obiettivo di diminuire gradualmente la pressione fiscale in un quadro di controllo rigoroso dei conti pubblici è più che ragionevole, e i costi e i benefici di ogni intervento sul sistema tributario devono essere sempre attentamente calcolati. Ma qui sembra che ormai nessun politico possa permettersi di menzionare in pubblico una qualunque tassa, si tratti dell’Irpef, dell’Iva o di quella sulle merendine, senza aggiungere immediatamente che non può essere aumentata ma anzi deve essere tagliata. Solo misteriosi interventi su basi imponibili incomprensibili, tipo l’indeducibilità degli interessi passivi per le odiate banche, sono politicamente accettabili, alimentando l’illusione le più alte tasse sulle istituzioni finanziarie non siano poi comunque alla lunga trasferite sulla clientela.

Ma se il terrore di perdere consenso nell’immediato vincola ogni possibilità d’azione della politica sul sistema tributario, cosicché di tasse si può parlare solo per ridurle, i costi per l’efficienza del sistema sono pesantissimi. Per esempio, nonostante decenni di discussione, non riusciamo a rivedere il catasto, benché sia ovviamente del tutto obsoleto e iniquo, perché una volta rivisto qualcuno pagherebbe certamente di più, anche se qualcun altro pagherebbe di meno. Non riusciamo ad agire sul sistema di deduzioni e detrazioni, nemmeno quelle più assurde e controproducenti sul piano economico, perché le categorie interessate le difendono a tutti i costi e c’è sempre qualche politico disposto a farsene carico per ottenerne il consenso. Non possiamo rivedere la struttura delle aliquote dell’Iva, nonostante ci siano ovvie assurdità nella definizione dei beni e servizi soggetti alle diverse aliquote, perché qualcuno ci rimetterebbe anche se qualcun altro ci guadagnerebbe e così via.

MA IL SISTEMA TRIBUTARIO VA RIFORMATO

Il problema è ancora più serio perché, al contrario, il sistema tributario italiano richiederebbe un’urgente riforma complessiva. Da una parte, gli interventi disparati che si sono susseguiti nel corso degli anni ne hanno distrutto ogni residua razionalità. Per esempio, l’Irpef, in teoria un’imposta progressiva su tutti i redditi, a forza di sottrarvi cespiti vari per accontentare le varie clientele, è diventata un’imposta sui soli redditi da lavoro, e di fatto, per la diffusa evasione degli altri redditi, un’imposta sui soli redditi da lavoro dipendente e assimilati. È difficile giustificare la forte progressività esistente su una base imponibile così ridotta. Dall’altro, modifiche strutturali nel funzionamento dell’economia hanno cambiato radicalmente lo scenario sulla cui base il sistema tributario era stato inizialmente ideato. In Italia come altrove, si è ridotta la quota dei redditi da lavoro sul totale dei redditi, il che rende difficile sostenere un sistema di welfare che si finanzi prevalentemente con i contributi sociali. Per non parlare della globalizzazione, della crescente separazione tra il momento della produzione e del consumo, delle pratiche elusive delle imprese multinazionali, delle nuove imprese del web che richiedono di ripensare le forme tradizionali di tassazione dei redditi societari e di capitale.

Rifiutarsi di discutere di questi temi per paura di perdere consenso immiserisce il dibattito pubblico e riduce gli spazi di azione per la politica economica. Spiega probabilmente anche l’improvviso favore che le varie ipotesi di “tasse piatte” hanno avuto nel dibattito politico interno. Ma come riconoscono i fautori più avvertiti, le tasse piatte sono alla lunga sostenibili solo al prezzo di una sostanziale riduzione del sistema di welfare. È dubbio che la maggior parte dei cittadini se ne avvantaggerebbe

Rifiuti: soluzioni non ideologie

Il tema dei rifiuti che ho già trattato in diversi articoli su questo sito è sempre di grande attualità. Sappiamo molto della situazione romana, ma diamo meno attenzione ai roghi di rifiuti che si susseguono ad un ritmo di alcune centinaia l’anno. Roghi liberi che disperdono nell’aria sostanze tossiche in quantità smisurata. Accade perché i rifiuti vengono accumulati (carta e plastica innanzitutto) e non si sa cosa farne. Così, per “magia” o per opera umana, prendono fuoco. Si liberano spazi e tutto ricomincia. Però quando si parla di rifiuti persino politici esperti come Zingaretti governatore del Lazio e segretario del Pd, non vogliono prendere atto della realtà e si premurano di escludere i termovalorizzatori.

Cerchiamo allora di ripercorrere passo passo le soluzioni alternative.

La raccolta differenziata è la risposta più immediata e più diffusa. Infatti sono proprio le percentuali di differenziata ad essere adottate come guida nel giudizio sull’efficacia di un sistema di gestione dei rifiuti. Ma nel concreto è veramente così? Vediamo innanzitutto i materiali che si possono differenziare, inclusi problemi e possibilità.

Metalli: a parte il ferro che si separa da tutti gli altri con un elettromagnete, non sempre è facile isolare il rame. L’alluminio sì purchè non sia legato ad altri elementi.

Vetro: il problema è la miscelazione dei vetri di tutti i colori, una volta mescolati il vetro che si ottiene è solo verde invece sarebbe meglio avere quello bianco.

Carta: ci sono fondamentalmente tre tipi di carta: bianca, cartoncino grigio e cartone. La carta bianca è quella più pregiata e dovrebbe essere raccolta separatamente dal resto. Il cartoncino è già prevalentemente carta riciclata mentre il cartone può essere utilizzato solo per fare altro cartone. Raccogliere tutto insieme rende difficile quando non impossibile la separazione ed è per questo motivo che molta carta finisce negli inceneritori.

Umido: di solito viene trasformato in compost, ma questa scelta è una di quelle meno utili e potenzialmente dannose. Infatti, dalla fermentazione in atmosfera dell’umido si ottengono essenzialmente tre gas – anidride carbonica, acido solfidrico e metano – più una serie di sostanze organiche volatili tipo aldeidi e chetoni. L’anidride carbonica e il metano sono gas serra; l’acido solfidrico è tossico e le altre sostanze organiche oltre ad essere maleodoranti sono inquinanti.

Infatti, in alcune città del nord Europa dalla frazione umida si ottiene gas metano che, dopo la raffinazione, viene immesso nella rete cittadina o viene utilizzato per il parco automobilistico del comune. Il residuo della fermentazione viene trasformato in compost o viene incenerito per la produzione di energia perché spesso il compost prodotto è di qualità scadente.

Plastica. Noi siamo abituati a vedere vari tipi di plastica quasi tutti da imballaggi. Questa, però, è solo una minima parte dei rifiuti in plastica. Il problema non è nemmeno la plastica monouso (“l’usa e getta”) che ci sembra tanto perché è quello che si vede di più nei campi, sui bordi delle strade e in mare.

Ci sono, infatti, migliaia di plastiche diverse (me ne sono occupato qui: http://www.civicolab.it/riciclare-la-plastica-illusione-e-realta/). A tutte spetta il nome di plastica, ma la maggior parte è fatta di materiali incompatibili tra loro.

Questo vuol dire che se le facciamo fondere insieme non si otterrà qualcosa di omogeneo e robusto, ma piuttosto un materiale eterogeneo e fragile che tende a sfaldarsi e che sarà difficile utilizzare. Detto brutalmente: non riciclabile. E dove finiscono le plastiche non riciclabili? Negli inceneritori. Noi pensiamo che, fatta la raccolta differenziata, il problema sia risolto e la plastica riciclata e, invece, finirà bruciata per produrre energia. Dunque bisognerebbe raccogliere solo le plastiche omogenee e riciclabili con contenitori diversi.

Per dare un’idea delle difficoltà alle quali si va incontro nella differenziazione dei materiali invito alla lettura di un mio precedente articolo su quello che è, forse, il miglior esempio di raccolta differenziata esistente al mondo: il villaggio Kamikatsu in Giappone dove da vent’anni si sono dati l’obiettivo dei rifiuti zero. Qui il testo http://www.civicolab.it/il-villaggio-kamikatsu-il-sogno-dei-rifiuti-zero/

In sintesi anche se quel villaggio si è posto l’obiettivo dei rifiuti zero da vent’anni tuttora il ciclo dei rifiuti produce una quantità di indifferenziata (intorno al 20%)che deve essere bruciata o inviata in discarica. Eppure si tratta di un villaggio di 1700 persone che riesce a suddividere i rifiuti in 45 tipi diversi. In una città di milioni di abitanti ovviamente sarebbe impossibile seguire questa strada.

Siamo giunti così al problema principale: l’indifferenziata.

Tra raccolta diretta e derivata dallo scarto dei materiali si può dire che si viaggi sempre intorno al 40-50% che corrispondono, se parliamo di Italia, a molte migliaia di tonnellate. Che ne facciamo?

Attenzione, i rifiuti da smaltire non sono solo quelli del secchio di casa. A molti non ci si pensa mai. Per esempio: l’arredamento. È composto da legno, laminati plastici, metalli. E poi colle e vernici e altri materiali di tanti tipi diversi (imbottiture, stoffe sia naturali che sintetiche ecc ecc). Dove pensate che finisca tutta questa roba? Nell’indifferenziata ovviamente. Si salva solo il legno non fuso con altri materiali.

Che bisogna fare allora? Intanto certamente porsi l’obiettivo di cambiare la composizione degli oggetti al momento della produzione in modo che già nascano per essere riciclati. Ma sapendo che sarà un percorso lungo e difficile e che dovrebbe coinvolgere le maggiori industrie mondiali.

Ci sono però oggetti che è difficile produrre per il riciclo. Le scarpe per esempio. Dovrebbero essere fatte in modo tale da poter staccare facilmente le suole di gomma e di plastica dal resto, separare le parti in tessuto da quelle di pelle e poi poter distinguere facilmente la pelle dalla plastica. Stesso discorso per il laminato col quale sono ricoperti tanti mobili. Dovrebbe essere facile separare la lamina plastica dal resto. Per entrambi gli esempi ovviamente i singoli elementi non dovrebbero separarsi da soli usandoli.

Restando agli esempi fatti vogliamo affrontare il problema alla radice e produrre solo con legno e cuoio come si faceva in un lontano passato? Va bene, proviamoci, ma siamo miliardi di persone sul pianeta, come si fa ad avere pelle e cuoio per tutti?

Sono solo esempi che mostrano l’estrema complessità della quale tenere conto quando si parla di economia circolare, rifiuti zero e riciclo al 100%.

Infine, siamo consapevoli che, comunque, ci sarebbe sempre da smaltire tutto quello che ci circonda e che è stato prodotto in maniera tradizionale nel corso del tempo? Insomma, come la si mette la si mette, non si sfugge al problema di gestire l’indifferenziata. Per questo infonde ottimismo sapere che i più recenti termovalorizzatori hanno livelli di inquinamento bassissimi, ma producono energia elettrica e riscaldamento sostituendo i combustibili di altro tipo.

Ci sono anche procedimenti ancora più avanzati come la polverizzazione. Oppure

la gassificazione, che è già una realtà. Ne ho parlato in un altro articolo che potete leggere qui (http://www.civicolab.it/rifiuti-ce-anche-la-gassificazione/).

Il problema dei rifiuti non può essere affrontato con le ideologie. È un problema concreto e le soluzioni vanno cercate in un mix di comportamenti responsabili sia nella produzione che nel consumo e nel ricorso alle più avanzate tecniche di trattamento oggi esistenti

Pietro Zonca

I conti dell’Italia: i puntini sulle i

Pubblichiamo un articolo di Tito Boeri e Mariasole Lisciandro tratto da www.lavoce.info. Con dati oggettivi fissa i punti essenziali dei conti dell’Italia sui quali agirà la prossima manovra di bilancio. È bene tenerli presente perché tra polemiche e disquisizioni spesso si trascura un elemento essenziale dal quale non si può prescindere: la realtà.

UN PAESE IN PANNE

Dopo la crisi di agosto, l’Italia ha un nuovo governo, sempre presieduto dallo stesso presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ma con il Partito democratico a fianco del M5s al posto della Lega. Quali risultati hanno prodotto quasi 15 mesi – dal giugno 2018 all’agosto 2019 – di esecutivo gialloverde?

Partiamo dai numeri sulla crescita. Tra il 2017 e il 2018 l’Italia cresceva a tassi superiori a quelli del Pil potenziale e finalmente più vicini a quelli degli altri paesi dell’eurozona. Poi tutto si è bloccato. È vero che molto è dipeso da una congiuntura internazionale con nubi all’orizzonte ma, mentre in Europa gli altri paesi hanno rallentato, l’Italia è stata l’unica ad aver registrato una crescita negativa tra giugno 2018 e giugno 2019. La media del tasso di crescita degli ultimi quattro trimestri è pari a 0,1 per cento, inferiore a quella dei quattro trimestri precedenti (1,5 per cento) e a quella degli altri paesi europei.

Le ultime previsioni Istat sul Pil hanno inoltre certificato per il 2019 una variazione acquisita nulla e nell’insieme è difficile intravedere stimoli esteri e interni che possano allontanare l’economia dalla stagnazione.

LE INCERTEZZE DI FAMIGLIE, IMPRESE E MERCATI

Secondo le indagini Isae-Istat, i consumatori hanno percepito un peggioramento della loro situazione economica, a fronte di un netto miglioramento nei 12 mesi precedenti l’arrivo del governo gialloverde. Negative anche le aspettative sulla condizione economica futura della famiglia. Anche su questo piano, l’Italia si è allontanata ulteriormente dalla media europea, come si vede dall’indice di fiducia dei consumatori che nei vari paesi si basa su indagini presso le famiglie.

Nei suoi 15 mesi di vita il governo gialloverde ha alimentato molta incertezza sulla politica economica dando pubblicamente risposte diverse in Italia rispetto alle rassicurazioni offerte a Bruxelles. Ma soprattutto ha alimentato il sospetto che il nostro paese volesse uscire dall’euro con proposte come quella dei minibot e con la presenza in posizioni istituzionali importanti di economisti “no euro”, che dai loro profili Twitter mantenevano sempre aperta l’ipotesi dell’uscita dalla moneta unica. Questo si è riflesso in 15 mesi di spread vicino ai 300 punti base, che a regime sarebbero costati all’Italia 19,5 miliardi in più rispetto a uno scenario base con un differenziale di 131 punti (valore precedente all’insediamento dei gialloverdi al governo). Di fatto, poiché il governo è caduto dopo poco più di un anno, il costo effettivo è di circa un quinto, intorno a 4 miliardi. Comunque una bella cifra.

È stata una vera è propria tassa sul populismo. Se infatti consideriamo un paese comparabile, come la Spagna, si nota subito che nei mesi in cui è stato in carica il primo governo Conte l’Italia ha scontato una sorta di “rischio gialloverde”: la distanza tra lo spread Bonos-Bund e Btp-Bund si amplia proprio dal giorno del giuramento.

Tutto questo ha penalizzato la domanda interna e soprattutto gli investimenti. Nella figura 3 si nota come per gli investimenti il tasso di crescita tendenziale – ossia la variazione rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente – si sia ridotto sensibilmente dal secondo trimestre del 2018, quando ancora crescevano di oltre il 6 per cento e più velocemente rispetto all’eurozona, fino a toccare il risultato vicino allo zero nell’ultimo trimestre del 2018. Nei quindici mesi gialloverdi, mentre gli investimenti in eurozona aumentavano il ritmo, da noi sono andati vicino a fermarsi.

In questo contesto anche il debito pubblico è aumentato: a giugno 2018 era pari a 2.330 miliardi, mentre nell’ultima rilevazione della Banca d’Italia di luglio 2019 è di 2.410 miliardi. Un +80 miliardi da aggiungere al macigno. Secondo il Documento di economia e finanza 2019, i cui numeri saranno poi rivisti nei prossimi giorni con la Nota di aggiornamento al Def, il rapporto debito/Pil è in salita dal 2017, quando era pari al 131,4 per cento, per poi raggiungere il 132,2 nel 2018. E per il 2019 è stato stimato in crescita al 132,6 per cento.

GLI IMMIGRATI E IL LAVORO

I toni sempre più bellicosi contro gli immigrati sono serviti solo ad alimentare odio e tensioni sociali. Il governo si era proposto di azzerare l’immigrazione irregolare. Al contrario, il numero di immigrati irregolari è aumentato di 70 mila unità tra giugno 2018 e giugno 2019, secondo l’Ispi. Tutto questo perché non è stata concessa a molti richiedenti l’asilo la protezione internazionale a seguito delle nuove norme del decreto sicurezza, mentre i rimpatri sono rimasti al palo.

La crescita dell’occupazione è continuata, ma è fortemente rallentata rispetto all’anno precedente soprattutto per quanto riguarda la popolazione in età lavorativa. Si è passati da una crescita superiore all’1 per cento a circa lo 0,3 per cento. Gli occupati sono aumentati sopra i 65 anni, come risultato della riforma Fornero, nonostante quota 100.

L’ASSISTENZA CHE HA GENERATO INIQUITA’

Il tassello più controverso dell’eredità gialloverde è la sensazione di iniquità che hanno creato le due misure capisaldi del governo Lega-M5s, ossia quota 100 e reddito di cittadinanza.

I beneficiari di quota 100 sono stati poco più di 100 mila. La narrazione dell’esecutivo ha dipinto il provvedimento come indispensabile per liberare posti di lavoro destinati ai più giovani. Per ogni pensionato libero di andare a giocare con i nipoti, un giovane in più che trova lavoro. Ma la realtà è che quota 100 non può aver portato a questo risultato. Delle 110 mila persone che hanno finora beneficiato della misura, un terzo erano disoccupate, quindi non hanno liberato alcuna posizione. E cosa dire delle rimanenti 75 mila circa? L’esperienza ci insegna che al massimo uno su tre viene sostituito. Quindi, ben 25 mila opportunità in più su una disoccupazione giovanile che riguarda un milione e duecento mila persone. Meglio di niente, si dirà. Ma il costo di ciascuno di questi posti, se mai verranno creati, sarà di circa 80 mila euro. Sarebbe stato molto meno costoso assumere direttamente dei giovani.

Il reddito di cittadinanza – per parte sua – ha messo molti più soldi nella lotta alla povertà, ma ha gravi problemi di iniquità per come è stato disegnato. In una situazione in cui la povertà si concentra tra le famiglie numerose e gli immigrati, si è scelto di dare 780 euro ai single, una cifra simbolo della campagna elettorale pentastellata. Col risultato che le famiglie numerose percepiscono un importo solo marginalmente superiore. E gli immigrati extracomunitari? Devono presentare carte impossibili da ottenere dai loro paesi di origine. Quindi verranno esclusi dal reddito di cittadinanza, a meno di correttivi, quando una famiglia povera su quattro in Italia è di immigrati.

Oltre ai brutti numeri su Pil e spread, sicuramente importanti, l’eredità dei gialloverdi che molti osservatori colgono è la sensazione di ingiustizia che hanno lasciato le loro politiche. La sensazione che si può beneficiare di determinate misure se si ha la fortuna di ricadere in alcune generazioni oppure se si ha la fortuna di essere nati nell’Unione Europea.

Rifiuti. Differenziata, riciclo, termovalorizzatori

Chi è che butta la plastica in mare?

Ci stanno e ci stiamo colpevolizzando da anni perché ci sono i mari e gli oceani che sono pieni di plastica, è venuta anche Greta a dirci che siamo cattivi.

Ma qual è la reale verità? Chi è il responsabile? Cerchiamo di capirci di più.

Intanto come finisce la plastica in mare? Ci sono due modi: o qualcuno la butta deliberatamente oppure viene lasciata nell’ambiente, sulle strade, nei campi, nei boschi, poi il vento e l’acqua di ruscelli e fiumi la trasportano in mare.

Quindi già un buon sistema di raccolta da parte degli enti locali unito a una maggior coscienza civica delle persone potrebbe ridurre il problema.

Il fatto è che se in Italia, in Francia e nelle altre nazioni europee questo sta già in parte avvenendo dall’altra parte del Mediterraneo non fanno lo stesso per abitudini consolidate, per minor sensibilità al problema e soprattutto perché fanno i conti con problemi un pò più grossi e alla plastica non pensa nessuno.

Da recenti analisi sembrerebbe che la plastica che giunge al mare nel mondo e va a formare quella gigantesca isola galleggiante nell’oceano indiano che ha indignato tutti, proviene principalmente da 5 fiumi, tutti in Asia.

Ma questa plastica è stata utilizzata principalmente da queste nazioni? No.

Fino all’anno scorso i paesi occidentali privi di sistemi di distruzione e/o di recupero dei rifiuti o che non volevano trattare le eccedenze, inviavano i propri rifiuti in Cina e in Indonesia (lo facevano anche le nostre città). Cosa succedesse a questi rifiuti non si sa esattamente, ma il punto fermo è che, da quest’anno, la Cina non accetta più la nostra spazzatura. E prima riceveva 7 milioni di tonnellate di scarti di plastica ogni anno.

E’ una notizia recente che anche la Malesia ha deciso di non prendere più rifiuti occidentali. Ha già spedito indietro 5 container di plastica non riciclabile alla Spagna e ha comunicato che invierà indietro altre 3000 tonnellate in altre nazioni. Tra queste vi sono USA, Giappone, Australia, UK.

È bene sapere che si tratta di rifiuti di bassa qualità, sporchi e non riciclabili che, comunque, adesso verranno inviati in altre parti del mondo, principalmente nel sud est asiatico.

Che fine fanno questi rifiuti? Poiché a riceverli non sono certo paesi all’avanguardia nella costruzione di inceneritori e impianti di riciclaggio è evidente che la via principale di smaltimento sarà nelle discariche. Da queste una parte finirà in mare attraverso i fiumi e un’altra sarà bruciata all’aria aperta per far posto ad altri rifiuti. Senza alcun tipo di filtro è inevitabile l’immissione nell’ambiente di sostanze tossiche quali aldeidi, diossine, composti policiclici aromatici, composti clorurati etc.

Il fatto è che l’aria inquinata da quelle parti non resta lì e arriva, prima o poi, anche da noi. La nostra plastica torna indietro.

Ma se l’esportazione nei paesi più poveri non risolve il problema quali altre soluzioni abbiamo? Il principio è semplice: chi produce rifiuti deve smaltirli. Già, ma come?

Tutti dicono no alle discariche (giustamente), ma molti dicono no anche alla combustione. La soluzione generalmente indicata è quella del riciclo il cui punto di partenza è la raccolta differenziata. Facile? No.

Innanzitutto cosa si ricicla effettivamente? I depositi di vetro traboccano e non lo vuole più nessuno. Così succede anche per la carta (ogni tanto un deposito va a fuoco). Per la plastica è peggio ancora.

La plastica ha dei problemi nel riciclo, ci sono centinaia di plastiche differenti che non sono compatibili tra loro, quelle riciclabili sono tre o quattro tipi soltanto (polietilene, polipropilene, PET e polistirolo), di tutte le altre non si sa cosa farne e sono un buon 30% della raccolta ottenuta dalla differenziata. Inoltre anche nel riciclo viene prodotta una buona quantità di indifferenziato che non si sa come utilizzare.

C’è poi la frazione di indifferenziato urbano che è circa un 40% del totale (se va bene perché si può arrivare anche all’80% in certe zone) e l’indifferenziato industriale con i rifiuti speciali.

Insomma la situazione è complicata. Chi pensa che differenziare sia la soluzione definitiva non sa di cosa parla. Nel nord Europa, però, sembra che abbiano risolto il problema dei loro rifiuti (e anche di una parte dei nostri visto che paghiamo per portarli lì): li bruciano.

Li bruciano e risparmiano, li bruciano e guadagnano.

Guadagnano i soldi che paghiamo noi per mandargli la nostra spazzatura, risparmiano perché invece di comperare petrolio o gas da bruciare per produrre energia elettrica e acqua calda per il riscaldamento, usano i rifiuti. Inoltre dalle ceneri recuperano anche metalli che noi abbiamo buttato via.

E l’inquinamento? Poi muoiono di cancro per l’inquinamento prodotto dagli inceneritori? No siamo noi in Italia ad avere le zone più inquinate d’Europa, i loro inceneritori sono puliti, usano le migliori tecnologie di depurazione. Vengono costruiti addirittura vicino alle grandi città.

Quindi che fare? Differenziare sempre, recuperare e riciclare il possibile e bruciare il resto. Con tutte le possibili garanzie di salubrità, ma questa è l’unica soluzione. Poi scienza e tecnologia progrediranno e non sappiamo cos’altro si potrà fare nel futuro. Ma oggi bisogna fare così

Pietro Zonca

Governo PD M5s un’occasione unica? Sì

Al momento (martedi 3 settembre) le probabilità che si formi un governo PD – M5s sono abbastanza elevate anche se pende l’assurdità del voto sulla piattaforma Rousseau. Un’assurdità perché il M5s non ha una sede decisionale vera e perché arriva alla fine di un percorso che ha coinvolto il Capo dello Stato e un altro partito. Una procedura interna che dovrebbe sostituire primarie, congressi, organismi dirigenti, ma che, invece, appare come il retaggio di una democrazia diretta impossibile da attuare.

Stavolta, però, Grillo ha parlato bene. Ha detto che questo governo è un’occasione unica perché bisogna trasformare il mondo e pensare il futuro dell’Italia. Lo ha detto mentre il personaggio diventato “Capo politico” , Luigi Di Maio, faceva trasparire da ogni atto e da ogni parola la sua ostilità per questa soluzione non condividendo nulla della sollecitazione del fondatore del Movimento. Ma non è questo il punto. Bisogna capire se ha ragione Grillo e perché. Non è cosa da poco comprenderlo. Il rifiuto delle elezioni anticipate (a poco più di un anno dalle precedenti!) e il conseguente avvio della trattativa tra Pd e M5s è un rimedio dettato dalla paura o è qualcosa di più? Se questa fosse la spiegazione allora questo governo non potrebbe durare molto, governerebbe male e l’appuntamento con la probabile vittoria elettorale di Salvini sarebbe solo rimandato.

E, invece, Grillo ha visto giusto: si tratta di un’occasione unica. Occasione non è certezza, ma l’incontro delle due maggiori forze politiche che esprimono o rappresentano la spinta verso una trasformazione dell’Italia senza pensare di isolarla né in Europa né nel contesto internazionale può avere una carica dirompente.

Da molti anni l’Italia è bloccata sui suoi limiti strutturali che sono di natura economica, di cultura civile, di assetto dello Stato, di efficienza di sistema, di rispetto delle regole. La politica non ha avuto la volontà e il coraggio (tranne in alcune fasi del governo Renzi) di affrontare questo livello dei problemi limitandosi a barcamenarsi nella gestione dell’esistente e rincorrendo le emergenze.

Alcuni critici dell’accordo PD- M5s fanno notare che nelle dichiarazioni rese finora dai protagonisti la riduzione del debito e il rispetto dei parametri di bilancio europei non sono comparsi. Giusto. Ma siamo sicuri che questo debba essere l’asse strategico del governo? Se così fosse si tratterebbe del governo di transizione di cui si era parlato all’inizio della crisi. Un governo per fare il bilancio e condurre alle elezioni nei primi mesi del 2020.

Se, invece, ci si mette nell’ottica di ristrutturare l’Italia allora deficit e debito diventano strumenti e non fini. La verità da tutti conosciuta è che il debito pesa se il Pil non cresce e se il Paese è fragile. Se, invece, si trova il modo di imboccare una strada di rinascita che abbia l’ambizione di smontare ciò che non funziona e di ricostruirlo allora il debito non è più una preoccupazione.

Prendiamo la cosiddetta economia verde fatta di tutela dell’ambiente e di uso intelligente dell’energia. Non è una novità. Da anni fa parte della nostra realtà. Chi costruirebbe oggi un palazzo come si faceva negli anni ’50, ’60 e ’70 con una dispersione termica pazzesca, con la fragilità strutturale e magari col riscaldamento a carbone? È diventato normale che sia antisismico, che abbia i doppi vetri, che le pareti siano coibentate e che sul tetto ci siano i pannelli solari. È solo un esempio che si potrebbe estendere ai veicoli a motore, all’emissione di sostanze inquinanti e così via. Dunque l’economia verde e il risparmio energetico già sono praticati, ma occorre estenderli a cominciare dagli edifici pubblici (scuole innanzitutto).

Vogliamo parlare poi della messa in sicurezza del territorio? Da anni si dice che sarebbe il migliore investimento perché costerebbe molto meno dei danni provocati dalle alluvioni, esondazioni, terremoti. Perché non si riesce a procedere?

Gli apparati pubblici sono da ristrutturare profondamente, ma ci vuole volontà politica e coraggio perché molti sono gli interessi in gioco. Finora non è stato fatto.

Gli esempi potrebbero continuare, ma uno su tutti li esemplifica tutti: i giovani italiani formati dalla nostra scuola che emigrano. Persi dietro ad ogni barca di naufraghi migranti i nostri politici non hanno dato importanza all’emigrazione dei giovani. Possiamo pensare di frenarla solo gestendo la quotidianità o mettendo al centro la questione del debito?

L’invito a pensare il futuro dell’Italia fa accolto. Finora il M5s non ha brillato per capacità politiche, strategiche e di buona amministrazione, ma contiene in sé una carica dirompente che ancora deve trovare la sua strada. Il PD d’altra parte dispone di persone preparate, esperienza e idee, ma non ha l’entusiasmo e la determinazione che sarebbero necessari. Mettere insieme queste due realtà con il pensiero rivolto all’oggi e ai prossimi dieci anni è la cosa giusta da fare.

Lo possono fare PD e M5s? Forse

Claudio Lombardi

Le televisioni senza regole al tempo del populismo

Pubblichiamo un articolo di Vincenzo Vita tratto da “Il Manifesto”

Se si fa eccezione per qualche articolo, non pare che al momento susciti qualche interesse la rapida discesa nell’inferno televisivo della par condicio. A vista d’occhio e di telecomando, durante i giorni di una crisi drammatica per la vita repubblicana, l’equilibrio delle e nelle presenze politiche sul piccolo schermo non solo è saltato. Si è, bensì,  rovesciato nel suo contrario. E’ diventato ovvio inondare il video di flussi spesso illimitati nel tempo di comizi e conferenze stampa senza contraddittorio o riequilibri adeguati.

Quando si racconterà la storia di questo periodo apparirà chiaro quanto ha pesato la televisione nella crescita dei consensi per Matteo Salvini. Non meno dei social e della ormai famosa “Bestia”. La differenza non è secondaria: i tweet e i post aizzano gli animi e aggregano gruppi, ma la comunicazione generalista varca i confini dei simpatizzanti o degli attivisti. Parla a mondi anche lontani e, soprattutto, definisce l’agenda delle priorità, spesso supposte più che reali: vedi il caso clamoroso dei migranti, moltiplicati per n volte nella rappresentazione mediatica. Si ingigantisce il leader leghista non solo facendolo apparire come una star, ma amplificando in modo abnorme i temi a lui congeniali: sicurezza, paura, caccia al diverso, sovranismo populista.

Si potrebbe dire che lo spirito della legge del 2000  è violato al di là di Salvini. A maggior ragione, dunque, il tema va riaperto prima che la prossima stagione assomigli alla lotta violenta e mortale descritta da un efficace film del 1975 di Norman Jewison “Rollerball”, che immaginava un conflitto senza esclusione di colpi nel 2018. Appena un anno di errore.

Ciò che inquieta ulteriormente è l’anomalia inedita della concomitanza tra la crisi di governo e la scadenza delle due istituzioni che hanno un rilievo cruciale nella fase pre-elettorale (breve, brevissima, media o lunga che sia): il Garante per la protezione dei dati personali e l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. L’ufficio per la privacy ha finito a giugno e, in virtù di un decreto di proroga del governo, andrà avanti fino al 7 ottobre. L’Agcom è in mera prorogatio e chiuderà i battenti il 26 settembre. Sul tema delicato della par condicio e sul contrasto del mercato dei profili personali, come sull’odio in rete, si giocherà la correttezza democratica della fase politica in corso. Se già, ad esempio, il controllo e le sanzioni sulle violazioni “di antenna e di parola” è stato fragile e vacillante, con l’Autorità “dimezzata” tutto sarà definitivamente acqua fresca. Così, il prezioso lavoro condotto dall’organismo presieduto da Antonello Soro sulla difesa della riservatezza e sulla trasparenza degli algoritmi rischia di essere travolto dai vari “Cambridge Analyticache si aggirano nel villaggio globale. E’ vero che sanzioni pecuniarie rilevanti sono state comminate a Facebook e Google negli Stati uniti e nell’Unione europea. Ma la posta in gioco è troppo alta per correre dei rischi che si potrebbero rivelare letali.

E’ realistico che le due Autorità vengano rielette nelle prossime settimane, in tale temperie? Assai improbabile. E’ indispensabile, allora, che si immagini una proroga della proroga attraverso, ovviamente, un apposito strumento normativo. Non sarebbe certamente un fulgido esempio di estetica legislativa e, tuttavia, siamo in una situazione di per sé brutta se non orrenda.

Se vi sono soluzioni migliori, ben vengano. Subito, però.

Ciò che non si può sopportare è lo slittamento dall’edificio democratico all’abisso dell’orgia mediatica.

Sullo sfondo della crisi e delle elezioni in arrivo

Se si permette a oltre 140.000 laureati di lasciare il Paese, il sovranismo diventa masochismo e la decantata sovranità diventa sovranità limitata (….) tra poco resteranno in Italia solo pensionati, badanti e lavoratori attivi tra i quaranta e i sessant’anni, con un peso enorme sulle spalle: mantenere in piedi gli ottimi livelli di assistenza senza avere però un futuro migliore del passato dei propri padri. Una miniera sociale che ci trasformerà in una splendida, ma pur sempre gigantesca casa di cura quando potremmo essere molti di più”. Questa la conclusione di un articolo di Roberto Sommella sul Corriere della Sera di oggi.

Mentre tutti si impegnano a commentare le mosse dei protagonisti della politica in una crisi tanto prevista quanto smaccatamente condizionata dagli interessi particolari di un solo leader, è bene non smarrire l’aggancio con la realtà. E questa è quella di un Paese più lento a crescere di tutti gli altri, gravato da problemi strutturali di lunga durata che non riesce ad affrontare (evasione fiscale, divario nord-sud, mafie, nanismo delle imprese, sistema formativo, calo demografico), privo di una coesione e di un’identità nazionale, incattivito e incolto.

Da anni lo scontro politico si consuma intorno ai numeri della finanza pubblica e gli antieuro sono stati bravissimi a convincere tanti italiani che l’Europa sia la nostra palla al piede. Deficit, debito, spesa corrente in tutte le sue mille variabili definiscono il perimetro del confronto all’interno e con l’esterno e su questo stampa, opinionisti, tv battono e ribattono. Con minimo sforzo l’opinione pubblica viene sollecitata ad arrabbiarsi dai capi populisti perché sembra che l’unico problema sia il freno che ci viene dall’aderire ad una disciplina di bilancio comune ai paesi della moneta unica. A ben poco servono i richiami alla realtà fuori di noi che ci vede perdenti nel confronto con altri stati che condividono le stesse regole. A ben poco servono anche i richiami alla nostra storia che ci insegna come il debito pubblico si sia formato e sia cresciuto per l’incapacità dei politici al comando di affrontare i problemi e per la scelta di comprare il consenso sopendo le tensioni con i soldi e compensando gli infiniti particolarismi che compongono la nostra identità nazionale. Aumentandone così il frazionamento invece di diminuirlo. Un solo esempio: si pensi a cosa sono state le regioni negli ultimi decenni.

Oggi quella strada è impraticabile non perché ce lo impone l’Europa, ma perché siamo arrivati ai limiti permessi oggettivamente al nostro modello di Paese e di sviluppo. Non si può comprare tempo all’infinito facendo debito. Non lo si può fare se si è l’Italia con le sue palle al piede storiche e i suoi guai strutturali. Ridicolo confrontarsi con gli Usa o con il Giappone. Diversivi tragici per non dire la verità.

E la verità è dura: un’Italia che spinge ancora sul deficit e sul debito e che si allontana dall’Europa è destinata a diventare terra di conquista di potenze economiche, geopolitiche e militari. Pensiamo alla Lombardia, al Veneto e all’Emilia: sono già strettamente intrecciate all’area economica tedesca. Fuori dall’Europa ne sarebbero colonizzate.

“Prima gli italiani” è uno slogan straccione e ignobile che nasconde la miseria morale di politici senza scrupoli e senza idee. In fin dei conti quale è la proposta strategica del gran capo dei sovranisti italiani, Salvini? Deficit e debito. Non altro. Per compensare le tante anime della Lega e per illudere che possa esistere ancora una sovranità italiana sullo sfondo della trattativa di Mosca nella quale un plenipotenziario della Lega conosciuto, riconosciuto ed esibito è andato a vendere per soldi la politica europea e la collocazione internazionale dell’Italia. È tutto registrato e trascritto. Non si può smentire e, infatti, Salvini non è potuto andare al di là delle battute. Impossibilitato a negare e a confermare si è rifugiato nella sua solita comunicazione aggressiva. Il vero problema è che è stato giustificato da tanti italiani incarogniti e già mentalmente pronti a sottomettersi pur di vedere la loro rabbia al potere.

Salvini li ha allevati bene: una vetta di indignazione e di rancore per poche centinaia di migranti portati qui dalle Ong e passiva accettazione del controllo del territorio esercitato per esempio nella Capitale dalle nuove bande che controllano il traffico di droga.

Questa Italia si avvia ad elezioni e il gran favorito è Salvini. Tutto il dibattito è su quando votare, ma nessuno mette in discussione che il vincitore sarà lui. E nessuno riesce a contrapporre alla sua comunicazione becera e profondamente intrisa di una cultura autoritaria una reazione valida. Sembra che in molti vi sia un pensiero che non si può esprimere: in fin dei conti Salvini ha ragione e gli italiani che lo seguono pure.

Un giorno gli storici spiegheranno come sia potuto accadere che l’Italia sia caduta preda della parte peggiore della politica e della cultura civile. Per ora bisogna reagire e non accettare il fatto compiuto. A cominciare dall’imposizione di una data elettorale pretesa con volgare arroganza. Le elezioni sono inevitabili, ma che almeno si svolgano in modo ordinato e nel rispetto di tutte le regole

Claudio Lombardi

Taglio delle tasse o farle pagare a tutti?

Italiani strozzati dalle tasse? Dipende. Vale la pena approfondire perché ci sono molti luoghi comuni che poi diventano certezze nell’opinione pubblica a prescindere dalla loro fondatezza. Ci aiuta un recente intervento di Alberto Brambilla presidente del Centro studi itinerari previdenziali. Brambilla da anni conduce un’opera di contrasto ai luoghi comuni basandosi sui dati. D’altra parte ha di fronte non solo i luoghi comuni, ma anche una voce quasi unanime dei politici che vogliono ridurre le tasse. Intendiamoci, che la pressione fiscale sia elevata è vero, ma deve essere messa in relazione a chi paga e ai servizi che si danno in cambio ai cittadini. Qualcuno vuole forse rinunciare al Servizio sanitario nazionale per pagare meno tasse? Forse nessuno, ma c’è già chi usa quel servizio (e tanti altri) senza contribuire a pagarli. Non solo gli evasori, ma milioni di italiani. Strano, ma vero.

Dunque, dalle elaborazioni effettuate da «Itinerari Previdenziali» su dati del ministero dell’Economia e dell’Agenzia delle Entrate su 60,48 milioni di cittadini residenti a fine 2017, quelli che hanno presentato la dichiarazione dei redditi (i contribuenti dichiaranti) sono stati 41.211.336, ma quelli che versano almeno un euro di Irpef sono 30.672.866. Possiamo dedurre che il 49,29% degli italiani non ha reddito e quindi non paga nulla di Irpef.

Ma un altro dato è più eclatante: i contribuenti delle prime due fasce di reddito (fino a 7.500 lordi l’anno e da 7.500 a 15 mila euro) sono 18.622.308, pari al 45,19% del totale e pagano solo il 2,62% di tutta l’Irpef (2,82% nel 2016). A questi contribuenti corrispondono 27,331 milioni di abitanti i quali, considerando anche le detrazioni, pagano in media circa 157,9 euro l’anno. Tra i 15 mila e i 20 mila euro di reddito lordo annuo dichiarato (17.500 euro la mediana) troviamo 5,8 milioni di contribuenti (pari a 8,5 milioni di abitanti). Per loro l’imposta media annua è di 1.979 euro, che si riduce a 1.348 euro se rapportata agli abitanti. Da notare che queste due prime fasce di reddito pagano un’Irpef insufficiente anche solo per coprire il costo pro capite della spesa sanitaria (1.878 euro). Deduzione ovvia: molti italiani sono già oggi «a carico» di altri concittadini senza rendersene conto.

Aggiungiamo alla sanità gli altri servizi forniti dallo Stato e dagli enti locali di cui pure beneficiano tutti (chi ha redditi bassi in prima fila) e avremo una spesa enorme non coperta da entrate fiscali che, in parte, va a finire nel debito pubblico.

Il gettito Irpef al netto degli 80 euro (di cui beneficiano 11,7 milioni di contribuenti per un costo di 9,5 miliardi) è pari a 164,701 miliardi. Il grosso di questi 164 miliardi è a carico del 12,28% di contribuenti, poco più di 5 milioni di soggetti che dichiarano redditi da 35 mila euro in su e che pagano ben il 57,88% dell’Irpef.

Ricapitolando: 1) I contribuenti con redditi lordi sopra i 100 mila euro (per inciso: il netto di 100 mila euro è pari a circa di 52 mila euro) sono l’1,13%, pari a 467.442 contribuenti, che tuttavia pagano il 19,35% di tutta l’Irpef; 2) tra 200 e 300 mila euro di reddito troviamo lo 0,176%, circa 59 mila contribuenti che pagano il 2,99% dell’Irpef; 3) sopra i 300 mila euro solo lo 0,093% dei contribuenti versanti, circa 38.227 persone che pagano però il 5,93% dell’Irpef.

Sommando a questi contribuenti anche i titolari di redditi lordi superiori a 55 mila euro, otteniamo che il 4,39%, paga il 37,02% dell’Irpef, che diventa il 57,88% considerando anche i redditi sopra i 35 mila euro lordi. Guardando i dati, forse gli «oppressi» a cui ridurre il carico fiscale sarebbero proprio gli appartenenti a questo sparuto 12,28% di popolazione che peraltro non beneficia di nessuna agevolazione (ticket sanitari, trasporti e così via) e spesso, per motivi di lavoro, si paga pure la sanità privata.

Ma c’è un ma. Siamo così sicuri che quasi 36 milioni di abitanti vivano con redditi inferiori ai 20 mila euro lordi l’anno? Qualcuno sì e molti no e la spiegazione è il sommerso. Qui Brambilla introduce la proposta del contrasto di interessi tra chi compra la prestazione e chi la fornisce permettendo alla prima categoria di dedurre ogni tipo di spesa. Questo «contrasto di interessi» può aumentare la richiesta di scontrini e fatture e, quindi, portare anche ad un aumento del gettito, favorendo al contempo la famiglia che beneficia di una deduzione importante (pari a una 14° mensilità) mentre l’enorme schiera di evasori o elusori dovrà pagare tasse e contributi con grave sollievo di artigiani e lavoratori autonomi onesti e che pagano le tasse.

La conclusione ovvia è che la vera riduzione della pressione fiscale ci sarà quando tutti contribuiranno. Fino ad allora la parola d’ordine del taglio delle tasse sarà una maschera per non affrontare il peso più grande che grava sull’Italia e su una parte degli italiani: l’evasione fiscale.

Claudio Lombardi

Investire sulla scuola o condannarsi all’ignoranza

Nel dibattito pubblico italiano quanto spazio è dato ai problemi reali del Paese? Poco. Per fortuna ci sono commentatori che non si fanno distrarre e cercano di occuparsene. Due articoli comparsi di recente (Giovanni Bitetto su https://thevision.com e Francesco Cancellato su www.linkiesta.it) richiamano la nostra attenzione sull’istruzione. Un tema serio e strategico per il futuro degli italiani. Ne siamo consapevoli?

Giovanni Bitetto parte dalla constatazione che le condizioni fatiscenti del sistema scolastico italiano sono ormai diventate esperienza di vita degli studenti e di chi nella scuola lavora. Potrebbe sembrare normale se non fosse che in molti altri paesi europei non è così (e il programma Erasmus ci aiuta a saperlo).

È così: l’Italia, nel campo dell’istruzione, è arretrata rispetto al resto d’Europa. Il primo dato è il nostro Paese spende in questo campo meno degli altri. Il 3,8% (in diminuzione al 3,5% per il 2019) del Pil. La media europea, invece, si aggira intorno al 4,9% del Pil con punte di eccellenza della Danimarca (7%), Svezia (6,5%), e Belgio (6,4%). Solo Romania e Irlanda fanno peggio dell’Italia. Non si tratta, comunque, solo di percentuali, ma anche di cifre assolute. Per esempio la Germania spende il 4,3% del Pil che ammonta in miliardi al doppio della spesa italiana. Comunque nel rapporto tra spesa pubblica e spesa per l’istruzione  il nostro Paese occupa l’ultimo posto nella classifica europea.

Sono numeri che, però, si traducono in fatti reali. È noto che gli stipendi dei docenti sono più bassi rispetto a quelli di stati UE simili a noi. Così come è ben conosciuto il problema della sicurezza degli edifici scolastici (Rapporto sulla sicurezza degli edifici scolastici su www.cittadinanzattiva.it), del loro arredo e delle dotazioni da quelle tecnologiche alla carta igienica nei bagni.

Nel problema generale ce n’è poi un altro più specifico perché le maggiori carenze si registrano nelle regioni del Centro e del Sud a conferma di un ritardo strutturale tutto italiano.

La questione tocca, ovviamente, anche le università. Mancano i fondi e le rette sono fra le più alte. Il confronto con Germania, Spagna, Francia, Danimarca, Finlandia e Svezia è impietoso (borse di studio, tasse inesistenti o basse, aiuti agli studenti).

In Italia i fondi sono gestiti male e non si fa niente per invertire la tendenza. Chi se ne preoccupa? Forse il governo? Non pare proprio.

Per Francesco Cancellato la scuola al sud è un’emergenza sociale che stiamo facendo finta di non vedere. Lo attesta ogni anno  il rapporto sui test Invalsi dal quale veniamo a sapere che il ritardo di molti studenti del sud è tale che si affronta l’esame di terza media con competenze da scuola elementare. È rimbalzato sui giornali quel dato: il 35% dei bambini di alcune regioni del sud arriva in quinta elementare senza essere in grado di comprendere un testo. Ma in quel Rapporto ce n’è per tutti, maturandi compresi, per i quali un semplice testo di inglese è incomprensibile alla stragrande maggioranza di loro.

È un’emergenza o no? Se la scuola non funziona, produce ignoranza e allarga le disuguaglianze (chi può pagare si forma meglio) pensiamo che sia meno importante dell’ultima stupidaggine detta da Salvini? Mai come in questo caso è appropriato dire che in gioco è il futuro. Gli studenti di oggi saranno i lavoratori, i cittadini, gli adulti di domani. E come faranno senza formazione ad affrontare un mondo che è sicuramente molto più complesso di quanto loro possano immaginarlo? Cancellato è drastico: un Sud con una scuola del genere, è un Sud senza alcuna speranza di salvezza. Ma il problema non è solo del Sud. Se non si formano le giovani generazioni non ci sarà reddito di cittadinanza in grado di contrastare un disastro annunciato. E non servirà a nulla la protesta sociale nel momento in cui l’opera sarà compiuta. Non si recuperano facilmente generazioni di ignoranti privi degli strumenti per affrontare il loro cammino nella vita. I sovranisti dicono: chiudiamoci in casa nostra, non entri più nessuno e facciamo alla vecchia maniera così non ci tocca la competizione con gli altri. Ma è un’illusione da disperati che ci condanna all’emarginazione. L’Italia non può escludersi dal mondo per paura. Ne sarebbe travolta.

E poi: lo vogliamo capire che tutto ciò è in relazione diretta con la crescita del Pil? Non sono le Quote 100, i redditi di cittadinanza, gli 80 euro, la flat tax, i condoni la via giusta per affrontare i limiti strutturali dell’Italia. Quelli sono palliativi o prese in giro buone per arrivare alle prossime elezioni illudendo la gente. E rendendola più cattiva perché ignorante, disinformata e illusa che il problema sia solo quello di stampare tanti bei soldi da distribuire a tutti. E chi non li vuol stampare è un nemico.

Se ci fossero forze politiche serie dovrebbero dire la verità agli italiani e investire sull’istruzione: edifici scolastici nuovi di zecca, tempo pieno ovunque, insegnanti più preparati e motivati, lotta senza quartiere all’abbandono scolastico. Non ci sono zecche di Stato capaci di regalare il futuro che solo gli italiani con il loro lavoro possono costruire

Claudio Lombardi

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