Le televisioni senza regole al tempo del populismo

Pubblichiamo un articolo di Vincenzo Vita tratto da “Il Manifesto”

Se si fa eccezione per qualche articolo, non pare che al momento susciti qualche interesse la rapida discesa nell’inferno televisivo della par condicio. A vista d’occhio e di telecomando, durante i giorni di una crisi drammatica per la vita repubblicana, l’equilibrio delle e nelle presenze politiche sul piccolo schermo non solo è saltato. Si è, bensì,  rovesciato nel suo contrario. E’ diventato ovvio inondare il video di flussi spesso illimitati nel tempo di comizi e conferenze stampa senza contraddittorio o riequilibri adeguati.

Quando si racconterà la storia di questo periodo apparirà chiaro quanto ha pesato la televisione nella crescita dei consensi per Matteo Salvini. Non meno dei social e della ormai famosa “Bestia”. La differenza non è secondaria: i tweet e i post aizzano gli animi e aggregano gruppi, ma la comunicazione generalista varca i confini dei simpatizzanti o degli attivisti. Parla a mondi anche lontani e, soprattutto, definisce l’agenda delle priorità, spesso supposte più che reali: vedi il caso clamoroso dei migranti, moltiplicati per n volte nella rappresentazione mediatica. Si ingigantisce il leader leghista non solo facendolo apparire come una star, ma amplificando in modo abnorme i temi a lui congeniali: sicurezza, paura, caccia al diverso, sovranismo populista.

Si potrebbe dire che lo spirito della legge del 2000  è violato al di là di Salvini. A maggior ragione, dunque, il tema va riaperto prima che la prossima stagione assomigli alla lotta violenta e mortale descritta da un efficace film del 1975 di Norman Jewison “Rollerball”, che immaginava un conflitto senza esclusione di colpi nel 2018. Appena un anno di errore.

Ciò che inquieta ulteriormente è l’anomalia inedita della concomitanza tra la crisi di governo e la scadenza delle due istituzioni che hanno un rilievo cruciale nella fase pre-elettorale (breve, brevissima, media o lunga che sia): il Garante per la protezione dei dati personali e l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. L’ufficio per la privacy ha finito a giugno e, in virtù di un decreto di proroga del governo, andrà avanti fino al 7 ottobre. L’Agcom è in mera prorogatio e chiuderà i battenti il 26 settembre. Sul tema delicato della par condicio e sul contrasto del mercato dei profili personali, come sull’odio in rete, si giocherà la correttezza democratica della fase politica in corso. Se già, ad esempio, il controllo e le sanzioni sulle violazioni “di antenna e di parola” è stato fragile e vacillante, con l’Autorità “dimezzata” tutto sarà definitivamente acqua fresca. Così, il prezioso lavoro condotto dall’organismo presieduto da Antonello Soro sulla difesa della riservatezza e sulla trasparenza degli algoritmi rischia di essere travolto dai vari “Cambridge Analyticache si aggirano nel villaggio globale. E’ vero che sanzioni pecuniarie rilevanti sono state comminate a Facebook e Google negli Stati uniti e nell’Unione europea. Ma la posta in gioco è troppo alta per correre dei rischi che si potrebbero rivelare letali.

E’ realistico che le due Autorità vengano rielette nelle prossime settimane, in tale temperie? Assai improbabile. E’ indispensabile, allora, che si immagini una proroga della proroga attraverso, ovviamente, un apposito strumento normativo. Non sarebbe certamente un fulgido esempio di estetica legislativa e, tuttavia, siamo in una situazione di per sé brutta se non orrenda.

Se vi sono soluzioni migliori, ben vengano. Subito, però.

Ciò che non si può sopportare è lo slittamento dall’edificio democratico all’abisso dell’orgia mediatica.

Sullo sfondo della crisi e delle elezioni in arrivo

Se si permette a oltre 140.000 laureati di lasciare il Paese, il sovranismo diventa masochismo e la decantata sovranità diventa sovranità limitata (….) tra poco resteranno in Italia solo pensionati, badanti e lavoratori attivi tra i quaranta e i sessant’anni, con un peso enorme sulle spalle: mantenere in piedi gli ottimi livelli di assistenza senza avere però un futuro migliore del passato dei propri padri. Una miniera sociale che ci trasformerà in una splendida, ma pur sempre gigantesca casa di cura quando potremmo essere molti di più”. Questa la conclusione di un articolo di Roberto Sommella sul Corriere della Sera di oggi.

Mentre tutti si impegnano a commentare le mosse dei protagonisti della politica in una crisi tanto prevista quanto smaccatamente condizionata dagli interessi particolari di un solo leader, è bene non smarrire l’aggancio con la realtà. E questa è quella di un Paese più lento a crescere di tutti gli altri, gravato da problemi strutturali di lunga durata che non riesce ad affrontare (evasione fiscale, divario nord-sud, mafie, nanismo delle imprese, sistema formativo, calo demografico), privo di una coesione e di un’identità nazionale, incattivito e incolto.

Da anni lo scontro politico si consuma intorno ai numeri della finanza pubblica e gli antieuro sono stati bravissimi a convincere tanti italiani che l’Europa sia la nostra palla al piede. Deficit, debito, spesa corrente in tutte le sue mille variabili definiscono il perimetro del confronto all’interno e con l’esterno e su questo stampa, opinionisti, tv battono e ribattono. Con minimo sforzo l’opinione pubblica viene sollecitata ad arrabbiarsi dai capi populisti perché sembra che l’unico problema sia il freno che ci viene dall’aderire ad una disciplina di bilancio comune ai paesi della moneta unica. A ben poco servono i richiami alla realtà fuori di noi che ci vede perdenti nel confronto con altri stati che condividono le stesse regole. A ben poco servono anche i richiami alla nostra storia che ci insegna come il debito pubblico si sia formato e sia cresciuto per l’incapacità dei politici al comando di affrontare i problemi e per la scelta di comprare il consenso sopendo le tensioni con i soldi e compensando gli infiniti particolarismi che compongono la nostra identità nazionale. Aumentandone così il frazionamento invece di diminuirlo. Un solo esempio: si pensi a cosa sono state le regioni negli ultimi decenni.

Oggi quella strada è impraticabile non perché ce lo impone l’Europa, ma perché siamo arrivati ai limiti permessi oggettivamente al nostro modello di Paese e di sviluppo. Non si può comprare tempo all’infinito facendo debito. Non lo si può fare se si è l’Italia con le sue palle al piede storiche e i suoi guai strutturali. Ridicolo confrontarsi con gli Usa o con il Giappone. Diversivi tragici per non dire la verità.

E la verità è dura: un’Italia che spinge ancora sul deficit e sul debito e che si allontana dall’Europa è destinata a diventare terra di conquista di potenze economiche, geopolitiche e militari. Pensiamo alla Lombardia, al Veneto e all’Emilia: sono già strettamente intrecciate all’area economica tedesca. Fuori dall’Europa ne sarebbero colonizzate.

“Prima gli italiani” è uno slogan straccione e ignobile che nasconde la miseria morale di politici senza scrupoli e senza idee. In fin dei conti quale è la proposta strategica del gran capo dei sovranisti italiani, Salvini? Deficit e debito. Non altro. Per compensare le tante anime della Lega e per illudere che possa esistere ancora una sovranità italiana sullo sfondo della trattativa di Mosca nella quale un plenipotenziario della Lega conosciuto, riconosciuto ed esibito è andato a vendere per soldi la politica europea e la collocazione internazionale dell’Italia. È tutto registrato e trascritto. Non si può smentire e, infatti, Salvini non è potuto andare al di là delle battute. Impossibilitato a negare e a confermare si è rifugiato nella sua solita comunicazione aggressiva. Il vero problema è che è stato giustificato da tanti italiani incarogniti e già mentalmente pronti a sottomettersi pur di vedere la loro rabbia al potere.

Salvini li ha allevati bene: una vetta di indignazione e di rancore per poche centinaia di migranti portati qui dalle Ong e passiva accettazione del controllo del territorio esercitato per esempio nella Capitale dalle nuove bande che controllano il traffico di droga.

Questa Italia si avvia ad elezioni e il gran favorito è Salvini. Tutto il dibattito è su quando votare, ma nessuno mette in discussione che il vincitore sarà lui. E nessuno riesce a contrapporre alla sua comunicazione becera e profondamente intrisa di una cultura autoritaria una reazione valida. Sembra che in molti vi sia un pensiero che non si può esprimere: in fin dei conti Salvini ha ragione e gli italiani che lo seguono pure.

Un giorno gli storici spiegheranno come sia potuto accadere che l’Italia sia caduta preda della parte peggiore della politica e della cultura civile. Per ora bisogna reagire e non accettare il fatto compiuto. A cominciare dall’imposizione di una data elettorale pretesa con volgare arroganza. Le elezioni sono inevitabili, ma che almeno si svolgano in modo ordinato e nel rispetto di tutte le regole

Claudio Lombardi

Taglio delle tasse o farle pagare a tutti?

Italiani strozzati dalle tasse? Dipende. Vale la pena approfondire perché ci sono molti luoghi comuni che poi diventano certezze nell’opinione pubblica a prescindere dalla loro fondatezza. Ci aiuta un recente intervento di Alberto Brambilla presidente del Centro studi itinerari previdenziali. Brambilla da anni conduce un’opera di contrasto ai luoghi comuni basandosi sui dati. D’altra parte ha di fronte non solo i luoghi comuni, ma anche una voce quasi unanime dei politici che vogliono ridurre le tasse. Intendiamoci, che la pressione fiscale sia elevata è vero, ma deve essere messa in relazione a chi paga e ai servizi che si danno in cambio ai cittadini. Qualcuno vuole forse rinunciare al Servizio sanitario nazionale per pagare meno tasse? Forse nessuno, ma c’è già chi usa quel servizio (e tanti altri) senza contribuire a pagarli. Non solo gli evasori, ma milioni di italiani. Strano, ma vero.

Dunque, dalle elaborazioni effettuate da «Itinerari Previdenziali» su dati del ministero dell’Economia e dell’Agenzia delle Entrate su 60,48 milioni di cittadini residenti a fine 2017, quelli che hanno presentato la dichiarazione dei redditi (i contribuenti dichiaranti) sono stati 41.211.336, ma quelli che versano almeno un euro di Irpef sono 30.672.866. Possiamo dedurre che il 49,29% degli italiani non ha reddito e quindi non paga nulla di Irpef.

Ma un altro dato è più eclatante: i contribuenti delle prime due fasce di reddito (fino a 7.500 lordi l’anno e da 7.500 a 15 mila euro) sono 18.622.308, pari al 45,19% del totale e pagano solo il 2,62% di tutta l’Irpef (2,82% nel 2016). A questi contribuenti corrispondono 27,331 milioni di abitanti i quali, considerando anche le detrazioni, pagano in media circa 157,9 euro l’anno. Tra i 15 mila e i 20 mila euro di reddito lordo annuo dichiarato (17.500 euro la mediana) troviamo 5,8 milioni di contribuenti (pari a 8,5 milioni di abitanti). Per loro l’imposta media annua è di 1.979 euro, che si riduce a 1.348 euro se rapportata agli abitanti. Da notare che queste due prime fasce di reddito pagano un’Irpef insufficiente anche solo per coprire il costo pro capite della spesa sanitaria (1.878 euro). Deduzione ovvia: molti italiani sono già oggi «a carico» di altri concittadini senza rendersene conto.

Aggiungiamo alla sanità gli altri servizi forniti dallo Stato e dagli enti locali di cui pure beneficiano tutti (chi ha redditi bassi in prima fila) e avremo una spesa enorme non coperta da entrate fiscali che, in parte, va a finire nel debito pubblico.

Il gettito Irpef al netto degli 80 euro (di cui beneficiano 11,7 milioni di contribuenti per un costo di 9,5 miliardi) è pari a 164,701 miliardi. Il grosso di questi 164 miliardi è a carico del 12,28% di contribuenti, poco più di 5 milioni di soggetti che dichiarano redditi da 35 mila euro in su e che pagano ben il 57,88% dell’Irpef.

Ricapitolando: 1) I contribuenti con redditi lordi sopra i 100 mila euro (per inciso: il netto di 100 mila euro è pari a circa di 52 mila euro) sono l’1,13%, pari a 467.442 contribuenti, che tuttavia pagano il 19,35% di tutta l’Irpef; 2) tra 200 e 300 mila euro di reddito troviamo lo 0,176%, circa 59 mila contribuenti che pagano il 2,99% dell’Irpef; 3) sopra i 300 mila euro solo lo 0,093% dei contribuenti versanti, circa 38.227 persone che pagano però il 5,93% dell’Irpef.

Sommando a questi contribuenti anche i titolari di redditi lordi superiori a 55 mila euro, otteniamo che il 4,39%, paga il 37,02% dell’Irpef, che diventa il 57,88% considerando anche i redditi sopra i 35 mila euro lordi. Guardando i dati, forse gli «oppressi» a cui ridurre il carico fiscale sarebbero proprio gli appartenenti a questo sparuto 12,28% di popolazione che peraltro non beneficia di nessuna agevolazione (ticket sanitari, trasporti e così via) e spesso, per motivi di lavoro, si paga pure la sanità privata.

Ma c’è un ma. Siamo così sicuri che quasi 36 milioni di abitanti vivano con redditi inferiori ai 20 mila euro lordi l’anno? Qualcuno sì e molti no e la spiegazione è il sommerso. Qui Brambilla introduce la proposta del contrasto di interessi tra chi compra la prestazione e chi la fornisce permettendo alla prima categoria di dedurre ogni tipo di spesa. Questo «contrasto di interessi» può aumentare la richiesta di scontrini e fatture e, quindi, portare anche ad un aumento del gettito, favorendo al contempo la famiglia che beneficia di una deduzione importante (pari a una 14° mensilità) mentre l’enorme schiera di evasori o elusori dovrà pagare tasse e contributi con grave sollievo di artigiani e lavoratori autonomi onesti e che pagano le tasse.

La conclusione ovvia è che la vera riduzione della pressione fiscale ci sarà quando tutti contribuiranno. Fino ad allora la parola d’ordine del taglio delle tasse sarà una maschera per non affrontare il peso più grande che grava sull’Italia e su una parte degli italiani: l’evasione fiscale.

Claudio Lombardi

Investire sulla scuola o condannarsi all’ignoranza

Nel dibattito pubblico italiano quanto spazio è dato ai problemi reali del Paese? Poco. Per fortuna ci sono commentatori che non si fanno distrarre e cercano di occuparsene. Due articoli comparsi di recente (Giovanni Bitetto su https://thevision.com e Francesco Cancellato su www.linkiesta.it) richiamano la nostra attenzione sull’istruzione. Un tema serio e strategico per il futuro degli italiani. Ne siamo consapevoli?

Giovanni Bitetto parte dalla constatazione che le condizioni fatiscenti del sistema scolastico italiano sono ormai diventate esperienza di vita degli studenti e di chi nella scuola lavora. Potrebbe sembrare normale se non fosse che in molti altri paesi europei non è così (e il programma Erasmus ci aiuta a saperlo).

È così: l’Italia, nel campo dell’istruzione, è arretrata rispetto al resto d’Europa. Il primo dato è il nostro Paese spende in questo campo meno degli altri. Il 3,8% (in diminuzione al 3,5% per il 2019) del Pil. La media europea, invece, si aggira intorno al 4,9% del Pil con punte di eccellenza della Danimarca (7%), Svezia (6,5%), e Belgio (6,4%). Solo Romania e Irlanda fanno peggio dell’Italia. Non si tratta, comunque, solo di percentuali, ma anche di cifre assolute. Per esempio la Germania spende il 4,3% del Pil che ammonta in miliardi al doppio della spesa italiana. Comunque nel rapporto tra spesa pubblica e spesa per l’istruzione  il nostro Paese occupa l’ultimo posto nella classifica europea.

Sono numeri che, però, si traducono in fatti reali. È noto che gli stipendi dei docenti sono più bassi rispetto a quelli di stati UE simili a noi. Così come è ben conosciuto il problema della sicurezza degli edifici scolastici (Rapporto sulla sicurezza degli edifici scolastici su www.cittadinanzattiva.it), del loro arredo e delle dotazioni da quelle tecnologiche alla carta igienica nei bagni.

Nel problema generale ce n’è poi un altro più specifico perché le maggiori carenze si registrano nelle regioni del Centro e del Sud a conferma di un ritardo strutturale tutto italiano.

La questione tocca, ovviamente, anche le università. Mancano i fondi e le rette sono fra le più alte. Il confronto con Germania, Spagna, Francia, Danimarca, Finlandia e Svezia è impietoso (borse di studio, tasse inesistenti o basse, aiuti agli studenti).

In Italia i fondi sono gestiti male e non si fa niente per invertire la tendenza. Chi se ne preoccupa? Forse il governo? Non pare proprio.

Per Francesco Cancellato la scuola al sud è un’emergenza sociale che stiamo facendo finta di non vedere. Lo attesta ogni anno  il rapporto sui test Invalsi dal quale veniamo a sapere che il ritardo di molti studenti del sud è tale che si affronta l’esame di terza media con competenze da scuola elementare. È rimbalzato sui giornali quel dato: il 35% dei bambini di alcune regioni del sud arriva in quinta elementare senza essere in grado di comprendere un testo. Ma in quel Rapporto ce n’è per tutti, maturandi compresi, per i quali un semplice testo di inglese è incomprensibile alla stragrande maggioranza di loro.

È un’emergenza o no? Se la scuola non funziona, produce ignoranza e allarga le disuguaglianze (chi può pagare si forma meglio) pensiamo che sia meno importante dell’ultima stupidaggine detta da Salvini? Mai come in questo caso è appropriato dire che in gioco è il futuro. Gli studenti di oggi saranno i lavoratori, i cittadini, gli adulti di domani. E come faranno senza formazione ad affrontare un mondo che è sicuramente molto più complesso di quanto loro possano immaginarlo? Cancellato è drastico: un Sud con una scuola del genere, è un Sud senza alcuna speranza di salvezza. Ma il problema non è solo del Sud. Se non si formano le giovani generazioni non ci sarà reddito di cittadinanza in grado di contrastare un disastro annunciato. E non servirà a nulla la protesta sociale nel momento in cui l’opera sarà compiuta. Non si recuperano facilmente generazioni di ignoranti privi degli strumenti per affrontare il loro cammino nella vita. I sovranisti dicono: chiudiamoci in casa nostra, non entri più nessuno e facciamo alla vecchia maniera così non ci tocca la competizione con gli altri. Ma è un’illusione da disperati che ci condanna all’emarginazione. L’Italia non può escludersi dal mondo per paura. Ne sarebbe travolta.

E poi: lo vogliamo capire che tutto ciò è in relazione diretta con la crescita del Pil? Non sono le Quote 100, i redditi di cittadinanza, gli 80 euro, la flat tax, i condoni la via giusta per affrontare i limiti strutturali dell’Italia. Quelli sono palliativi o prese in giro buone per arrivare alle prossime elezioni illudendo la gente. E rendendola più cattiva perché ignorante, disinformata e illusa che il problema sia solo quello di stampare tanti bei soldi da distribuire a tutti. E chi non li vuol stampare è un nemico.

Se ci fossero forze politiche serie dovrebbero dire la verità agli italiani e investire sull’istruzione: edifici scolastici nuovi di zecca, tempo pieno ovunque, insegnanti più preparati e motivati, lotta senza quartiere all’abbandono scolastico. Non ci sono zecche di Stato capaci di regalare il futuro che solo gli italiani con il loro lavoro possono costruire

Claudio Lombardi

Sconfiggere l’evasione fiscale si può

Pubblichiamo un articolo di Vincenzo Visco tratto dal sito www.lavoce.info

Il problema del contrasto all’evasione fiscale italiana è sempre stato politico, non tecnico. Ma l’evoluzione tecnologica consente già oggi il controllo puntuale del comportamento dei singoli contribuenti. Resta il rammarico per il tempo perso.

UNA QUESTIONE POLITICA

Lo scetticismo sulla possibilità di ridurre in tempi brevi e in modo rilevante l’evasione fiscale in Italia è molto diffuso e radicato. Ma si tratta di un pregiudizio infondato, smentito tra l’altro da alcune esperienze di governo stranamente dimenticate. E in verità il problema non è mai stato tecnico, bensì politico: contrastare in modo esplicito un’evasione di massa come quella italiana può costare milioni di voti.

Alla base del pregiudizio si possono però individuare anche altre convinzioni consolidate, e in particolare che un sistema economico fragile come quello italiano, con le sue piccole e micro-imprese, non sarebbe in grado di sostenere i livelli di pressione fiscale necessari a finanziare un sistema di welfare moderno. E, quindi, l’evasione sarebbe un male inevitabile se non necessario. A ben vedere, si tratta della stessa convinzione che ha fatto sì che negli ultimi trent’anni il nostro paese accumulasse un debito pubblico stratosferico senza che si riuscisse, e in alcuni casi neanche si provasse, a sistemare i conti una volta per tutte.

Tuttavia, se si volesse, l’evasione potrebbe essere (almeno) dimezzata in pochi anni. Cinque anni fa, presentai un rapporto del Nens (Nuova economia nuova società) che aveva per oggetto le tecniche di evasione dell’Iva e le misure che si potevano introdurre per contrastarle. Il rapporto fu presentato al presidente del Consiglio dell’epoca (Matteo Renzi) che, tra le molteplici soluzioni proposte (alcune complementari, altre alternative), adottò lo split-payment e il reverse charge, misure che consentirono un recupero (permanente) di evasione anche maggiore di quello previsto.

LA SVOLTA DELLA FATTURAZIONE ELETTRONICA

Tra le misure allora suggerite, vi era anche l’adozione della fatturazione elettronica generalizzata, che altro non era che l’evoluzione della trasmissione degli elenchi clienti e fornitori introdotti dal governo Prodi II, e un sistema analogo per la trasmissione dei corrispettivi e dei compensi professionali. La fatturazione elettronica fu prima rinviata, poi introdotta come facoltativa e limitata ad alcuni settori di contribuenti. Si è dovuto attendere il governo Gentiloni perché venisse resa obbligatoria, sia pure senza sanzioni adeguate (il che ne indebolisce l’efficacia anche oggi) e senza che l’amministrazione si organizzasse in modo appropriato, mentre per la trasmissione dei corrispettivi è stata prevista un’introduzione graduale.

Il governo Conte, suo malgrado, ha confermato queste misure. In particolare, la fatturazione elettronica, per quanto incompleta perché esclude un numero rilevante di transazioni e rimane senza sanzioni proporzionate, è in vigore dall’inizio dell’anno con evidenti risultati positivi, quali la crescita del gettito Iva relativa agli scambi interni di quasi il 6 per cento nei primi quattro mesi dell’anno – percentuale inferiore a quanto era lecito attendersi, ma comunque rilevante date le modalità carenti di attuazione della misura e dato il contesto attuale di stagnazione-recessione.

Il motivo è semplice: l’evasione lungo la filiera produttiva avviene spesso non dichiarando fatture regolarmente emesse e ricevute o utilizzando strategicamente la diversità delle aliquote in vigore, comportamenti che la fatturazione elettronica dovrebbe rendere impossibili. Analogamente, per quanto riguarda i corrispettivi, molti contribuenti oggi registrano regolarmente le vendite, ma poi non dichiarano i proventi, quindi anche in questo caso vi è da attendersi un recupero di evasione, sempre che si presti la dovuta attenzione ai livelli di mark up dichiarati che potrebbero ridursi in assenza di controlli.

Altre misure potrebbero e dovrebbero essere adottate, quali l’introduzione di un sistema generalizzato di ritenute ai fini delle imposte sui redditi, l’uso sistematico della banca dati sui conti finanziari dei contribuenti, la riduzione dell’uso del contante e l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale nell’analisi dei rischi. Ma è certo che l’evoluzione della tecnologia consente già oggi, e renderà progressivamente inevitabile nei prossimi anni, il controllo puntuale del comportamento dei singoli contribuenti.

È anche interessante notare una certa schizofrenia nei comportamenti degli ultimi governi: quello Renzi ha innalzato l’uso del contante, eliminato la tracciabilità degli affitti, elevato i limiti per l’applicazione delle sanzioni penali e amministrative, indebolito l’Agenzia delle entrate, tutte misure non certo di contrasto all’evasione. Ma ha dovuto comunque estendere l’utilizzo delle nuove tecnologie in campo fiscale. L’esecutivo giallo-verde, dal canto suo, ha introdotto un sistema forfettario, il cui effetto finale sarà quello di rendere legittima l’evasione abituale di ampie categorie di contribuenti, ma al tempo stesso non ha potuto revocare la fatturazione elettronica. Sia pure tra molteplici ritardi e contraddizioni ed equilibrismi tra ricerca di un facile consenso e un necessario rigore, la strada sembra segnata. Le nuove tecnologie segneranno prima o poi la fine dell’evasione di massa.

Resta il rammarico che non si sia voluto intervenire cinque anni fa a risolvere il problema una volta per tutte.

Vincenzo Visco tratto da www.lavoce.info

Migranti: io accuso Salvini

Pubblichiamo parte della lettera inviata a Repubblica dall’ex Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni sulla questione migranti

Io accuso Salvini. Lo accuso perché sta cancellando l’immagine di un’Italia che sull’immigrazione aveva “salvato l’onore dell’Europa”. Lo accuso per la disinvoltura con cui adopera alcune parole. Tanti nemici tanto onore: non è soltanto una sbruffonata autolesionista, come si è visto anche in questi giorni dal nostro isolamento sui tavoli di Bruxelles, è il recupero sfrontato di un linguaggio messo al bando dalla storia.

Accuso Salvini per il danno che sta facendo alla funzione stessa del ministro dell’Interno. Il responsabile della sicurezza di noi tutti non può trascorrere le proprie giornate tra comizi, selfie e addirittura attacchi sguaiati alla magistratura. E soprattutto non può mettere in scena una  strategia della tensione sulla pelle di poche decine di migranti: “Coloro che salvano vite umane non possono essere criminali”, come ha ricordato il Presidente tedesco Steinmeier. Questa piccola strategia della tensione non ha alcuna giustificazione. La chiusura dei porti non è infatti la risposta sbagliata a una situazione di emergenza -che non esiste- ma una truce esibizione propagandistica incompatibile con il diritto internazionale.

Accuso il ministro dell’Interno perché la situazione che aveva ereditato rendeva possibile il raggiungimento dell’unico obiettivo serio che un governo dovrebbe proporsi in tema di immigrazione. Ossia trasformare flussi incontrollati, gestiti da reti criminali, pericolosi per i migranti e fonte di tensione nei paesi di arrivo in flussi controllati, sicuri, indispensabili per la nostra economia.

Questo obiettivo non era utopistico. Gli accordi da me sottoscritti con le autorità di Tripoli e il lavoro del ministro Minniti avevano raggiunto risultati importanti. Il traffico di esseri umani ridotto a numeri insignificanti per l’accresciuta capacità di contrasto delle autorità libiche; un codice di condotta sottoscritto da quasi tutte le Ong e il loro coordinamento con l’attività di soccorso della Guardia costiera e delle missioni europee; la possibilità per la prima volta concessa alle organizzazioni dell’Onu e a varie Ong di squarciare il velo sulle condizioni in cui sono detenuti in Libia da anni centinaia di migliaia di migranti (oggi sono 660mila); l’avvio dei primi progetti di rimpatri volontari assistiti e di corridoi umanitari per i rifugiati; la prosecuzione delle attività di soccorso in mare e di accoglienza con porti che sono rimasti aperti sempre, anche quando arrivavano oltre diecimila migranti in un solo fine settimana.

Risultati fragili, naturalmente. Perché l’Italia si era mossa con un anno di ritardo, forse illudendosi di poter continuare ad essere un paese di transito anche dopo che, alla fine del 2015, tutti avevano blindato le proprie frontiere. E perché fragile era la realtà delle autorità libiche riconosciute dalla comunità internazionale. (…)

Accuso Salvini di non aver utilizzato una condizione relativamente favorevole. Bisognava attuare l’intesa con la Libia, specie nella parte di contrasto al disastro dei diritti umani nei campi. Era il momento di promuovere corridoi umanitari per i rifugiati, cominciando da quelli detenuti in zone a rischio di conflitto. Si trattava di proporre per i migranti economici quote di ingressi regolari e sicuri. Bisognava migliorare i compiti delle missioni navali, non cancellarle. E occorreva rafforzare, con la necessaria rete di alleanze, la stabilità della Libia anziché vedere indebolita l’influenza italiana tra un insulto alla Tunisia e una lite con la Francia. 

La verità? Salvini e il Governo non hanno fatto nulla di tutto questo perché preferiscono il problema alla sua soluzione. Non solo. Hanno anche fatto a pezzi, con il decreto sicurezza, il nostro sistema di accoglienza e integrazione, che con tutti i suoi limiti e qualche evidente stortura aveva comunque contribuito – accanto alla straordinaria attività di molti sindaci e delle reti di volontariato laico e religioso – a contenere i rischi di esclusione e odio sociale che abbiamo visto purtroppo esplodere  in diversi paesi a noi vicini. Quel “la pacchia è finita” rivolta ai migranti irregolari che vengono messi in mezzo alla strada non procura sicurezza, è lo slogan di un governo in cerca di guai.(….)

La situazione in Libia è profondamente deteriorata e non basta più rivendicare le scelte di due o tre anni fa. Serve subito uno stop ai bombardamenti. Servono subito corridoi umanitari per i rifugiati detenuti nelle zone di conflitto. Serve un’azione concordata con i maggiori paesi europei

Tratto da Repubblica del 6 luglio 2019

L’imbroglio della flat tax

Ci vogliono convincere che il taglio delle tasse con l’invocazione di una flat tax cioè di un’imposta proporzionale uguale per tutti è il problema più importante dell’Italia tale da meritare uno scontro con la Commissione europea. Vuol dire che il sistema tributario attuale è proprio sbagliato? Vediamo di capirlo con qualche ragionamento e ricorrendo ad alcune citazioni da un recente intervento del professor Andrea Fumagalli.

Punto primo: l’articolo 53 della Costituzione che stabilisce due fondamentali principi. “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Dunque il sistema fiscale italiano deve essere progressivo, nel senso che in corrispondenza di una base imponibile più elevata, si dovrebbe versare un’imposta proporzionalmente maggiore.

Perché la progressività è meglio di un’aliquota unica uguale per tutti? Lo Stato ha bisogno di essere finanziato per tutte le funzioni che deve svolgere e ripartire il prelievo in modo da salvaguardare i redditi medi e bassi va a vantaggio dell’equità, degli equilibri sociali e del lavoro. Infatti se le prime aliquote sono più basse viene incentivato l’ingresso nel mercato del lavoro regolare o l’aumento delle ore lavorate. I redditi medi e bassi inoltre sono quelli più vicini ai minimi necessari per non cadere in povertà.

I principi costituzionali, però, hanno trovato applicazione solo nel 1974. Negli anni precedenti la tassazione era applicata in base alla condizione professionale dei contribuenti. I commercianti, gli agricoltori, i liberi professionisti, gli imprenditori, i lavoratori dipendenti avevano un sistema di tassazione diverso, esito della contrattazione con il sistema politico. L’evasione fiscale nasce in quegli anni come espressione di un patto sociale implicito che applicava un prelievo certo ed obbligatorio solo ai lavoratori dipendenti e ai pensionati.

Il fisco dovrebbe svolgere anche la funzione di “stabilizzatore automatico”, ovvero incrementare le entrate negli anni di crescita economica e ridurle nei periodi di recessione. La progressività serve anche a questo.

Dal 1946 al 1971, invece, la pressione fiscale si è mantenuta più o meno costante, intorno al 25-26%, a fronte di una crescita media annua del Pil nominale del 6,7%. In presenza di progressività, la pressione fiscale sarebbe stata maggiore portando allo Stato italiano quelle risorse aggiuntive che erano necessarie e che sono state prese a debito.

Nel 1974 (riforma Visentini), nasce l’Irpef con la quale si applica a tutti i contribuenti un unico sistema di aliquote progressive articolato in ben 22 livelli, dal 10% al 72%. Nel 1983 le aliquote diventano nove, dal 18% al 65%. Successive riduzioni hanno portato alle attuali 5 aliquote, con la più bassa al 23% e la più alta fissata al 43%.

È evidente che la riduzione della progressività si è realizzata innalzando le imposte sui redditi più bassi e abbassando quelle sui redditi più alti.

Per cogliere gli aspetti redistributivi del sistema fiscale è necessaria però un’analisi complessiva, partendo dal definire le tre grandi categorie che costituiscono le entrate fiscali:

le imposte dirette (Irpef, Ires, patrimoniali); le imposte indirette (Iva); i contributi sociali, che tassano i redditi da lavoro e sono specificamente destinati al finanziamento delle principali prestazioni del welfare (pensioni, ammortizzatori sociali).

La tendenza in atto in tutta Europa e in Italia è un inasprimento dell’imposizione indiretta a scapito della progressività dell’imposizione diretta. Dal 1973 a oggi l’Iva in Italia passa dal 12 al 22%. Nel luglio 2011, il Governo Berlusconi ha introdotto per la prima volta in una manovra finanziaria la cosiddetta clausola di salvaguardia con la quale si prevede un aumento automatico delle aliquote IVA e delle accise qualora il governo non sia in grado di reperire le risorse necessarie a finanziare la manovra stessa. Da allora la clausola di salvaguardia si è ripetuta ad ogni manovra di bilancio.

Sulla base dei dati Banca d’Italia negli ultimi anni il peso relativo dell’imposizione diretta, indiretta e dei contributi sociali è rimasto più o meno costante. Le prime due hanno lo stesso peso (intorno al 34-35%), mentre l’apporto dei contributi sociali è di circa il 30%.

Ciò significa che già oggi buona parte delle entrate fiscali risponde a criteri di proporzionalità. Infatti, l’Iva è un’imposta proporzionale, così come lo è l’Ires (la tassa sui profitti delle aziende che è stata ridotta dal 37% nel 1994 al 24% deciso dal governo Renzi). Proporzionale è la tassazione sulle locazioni e quella sui proventi da investimenti finanziari. Infine da quest’anno si applica l’aliquota del 15% per le partite Iva fino a 65 mila euro annui e dal 2020 del 20% fino a 100 mila.

Tutto ciò significa che l’attuale sistema fiscale è già ampiamente caratterizzato più da proporzionalità che da progressività.

Perché allora il mantra ripetuto da quasi tutti i partiti è quello che considera urgente abbassare le tasse? Il modo più semplice sarebbe combattere l’evasione fiscale che costringe a ripartire il carico fiscale su una platea più ristretta di contribuenti.

L’inganno si nasconde proprio nella genericità dell’obiettivo propagandato rispetto agli effetti realmente perseguiti. Il vero scopo della flat tax sta nella riduzione dell’imposizione per i redditi più elevati. Chi ha redditi bassi e medi potrebbe riceverne addirittura un danno visto che è prevista la riduzione delle detrazioni fiscali e l’assorbimento degli 80 euro. C’è anche il rischio che salti la no tax area attuale e che anche a questa si applichi l’aliquota unica.

Dulcis in fundo le entrate fiscali subirebbero un ridimensionamento certo e consistente. Non a caso Salvini sventola come una bandiera la necessità di tagliare le tasse anche a debito il che significa che con una mano ad alcuni saranno tagliate le tasse e con l’altra lo Stato dovrebbe trovare i soldi per pagare maggiori interessi nell’immediato e un maggiore debito nel futuro. In sintesi si prenderebbero in prestito i redditi che devono ancora essere prodotti. Proprio ciò di cui l’Italia ha bisogno per affogare

Claudio Lombardi

La strategia di Salvini e Di Maio: un’ Italia a marcia indietro

Nel teatrino quotidiano della politica italiana siamo sommersi da pettegolezzi, chiacchiere e propaganda. Ben poco si parla della sostanza dei nostri interessi nazionali, del nostro futuro e del contesto mondiale che ci circonda. Battute, esibizionismi, smargiassate quante ne vogliamo. Ragionamenti seri e razionali no. Proviamo a farlo da soli partendo da una notizia.

In Africa è nata l’area di libera circolazione di merci e persone maggiore al mondo. Riguarderà 1,2 miliardi di persone e un Pil di oltre 2 mila miliardi di dollari. Si chiama AfCFTA (African Continental Free Trade Area) l’accordo commerciale firmato da quasi tutti gli stati africani. Con questo accordo si arriverà ad eliminare i dazi sul 90% delle merci scambiate fra gli stati contraenti. Si tratta di una rivoluzione che avrà ripercussioni sul commercio globale e, in particolare, su Europa e Cina. È legittimo pensare che, nel lungo periodo, avrà anche effetti benefici sullo sviluppo degli stati africani e, quindi, indirettamente sui flussi migratori.

Dal punto di vista dei paesi africani l’accordo mira a unificare un mercato interno che è tuttora molto frazionato e gravato da una fiscalità troppo elevata, mancanza di infrastrutture, burocrazia. L’impianto del commercio intrafricano, inoltre, è ancora quello di derivazione coloniale che prevedeva uno scambio obbligatorio o preferenziale verso i paesi europei. Per molto tempo le merci prodotte in Africa prendevano la via dell’Europa e da lì, in alcuni casi, venivano riportate sui mercati africani.

Nel mondo non c’è dunque solo Trump che vuole far valere i diritti del più forte (peraltro puntando ad un comprensibile riequilibrio degli scambi che, per anni, ha visto un bilancio fortemente negativo per gli Usa). E non ci sono solo Salvini e gli altri sovranisti d’Europa che tornerebbero volentieri alla situazione antecedente alla creazione dell’Unione europea facendo saltare l’euro. In Africa, con tutti i suoi guai e le sue arretratezze hanno capito che unirsi è meglio che stare divisi e, in Italia, una campagna rabbiosa vuole spingerci in direzione contraria.

Qualunque persona ragionevole può capire che sono due strade ben diverse quelle che si presentano davanti al governo italiano. Una porta ad impegnarsi per modificare ciò che non va nell’assetto dell’Unione europea e dell’Eurozona. Dalle istituzioni, alle regole, alle politiche i possibili cambiamenti sono molti e tutti possono portare benefici ad un Paese come l’Italia, poco dotato di materie prime, ma naturalmente votato ai commerci. Le soluzioni ai problemi dell’Europa e della moneta comune esistono e si basano tutte sul superamento degli egoismi nazionali in nome di una maggiore convenienza ad unirsi. Troppe volte ci si è riferiti all’Europa come se fosse una creatura dei “burocrati di Bruxelles” dimenticando che nella UE esiste una sola istituzione che rappresenta i cittadini europei ed è il Parlamento europeo. Ed esiste un solo organismo che non risponde alle decisioni governative: la BCE. Tutto il resto ricade sotto gli equilibri dettati dai rapporti intergovernativi. Dire “prima gli italiani” dunque non ha alcun senso se si appartiene ad una unione che è composta da molti stati ognuno dei quali può dire “prima io”. In questo modo non si conclude nulla. Invece, facendo politica verso gli altri stati e privilegiando la dimensione comunitaria si possono ottenere risultati importanti. La propaganda dello scontento è riuscita ad oscurare quasi completamente i vantaggi che l’adesione all’Unione europea e all’euro ha portato all’Italia (e a molti altri stati). Togliere la protezione dell’Europa consegnerebbe ogni paese ad una competizione internazionale che si è fatta molto più insidiosa e pericolosa del passato.

L’altra strada è quella che sembra aver imboccato il governo e che porta allo scontro con la Commissione europea e, dunque, con gli altri stati europei. Sia quelli che condividono l’euro, sia quelli che non l’hanno adottato. In nome di cosa? Salvini e i NO EURO leghisti (innanzitutto Borghi e Bagnai gli economisti di riferimento della Lega) dicono che l’Italia è stata mortificata per anni dai limiti imposti alla sua economia per rispettare parametri di finanza pubblica privi di senso. Detto in poche parole i problemi dell’Italia sarebbero solo una questione di soldi o, meglio, di debito. Per Salvini e Di Maio i soldi risolvono tutto. Senza aggredire i nodi strutturali italiani dell’evasione fiscale (anzi, premiandola con i condoni), della farraginosità del sistema giudiziario, della burocrazia, degli sprechi, delle infrastrutture carenti, dell’estrema frammentazione della struttura produttiva, della scarsa ricerca tecnologica, di una frattura tra nord e sud, della strapotenza della criminalità di tipo mafioso, dell’inefficienza degli apparati pubblici, della distorsione nella spesa pubblica orientata a distribuire mance e sussidi. Per avere più soldi bisogna fare più debito oppure stampare più moneta. Quest’ultima possibilità è preclusa dall’euro e più debito significa pagare più interessi e violare le regole comuni.

Questa è la sostanza e, per questo, Salvini e Di Maio stanno andando allo scontro con l’Europa mettendo in conto anche di provocare l’estromissione dell’Italia dalla zona euro. Dicono che non è vero? Pura finzione. Atti, parole, comportamenti vanno in questa direzione e sono inequivocabili. Si fermerebbero soltanto se gli altri paesi europei acconsentissero a finanziare l’Italia facendosi carico di una parte dell’aumento del debito. In pratica se la BCE (come richiesto nell’unico documento strategico del governo elaborato dal prof Savona pochi mesi fa) diventasse il prestatore di ultima istanza dello stato italiano. Per farci cosa? Per tornare alla finanza allegra degli anni ’70-’80 quando ogni desiderio poteva diventare realtà sfondando i bilanci pubblici. Mettono sotto ricatto l’Unione europea minacciando l’uscita dell’Italia che provocherebbe uno sconquasso generale. Questo è il disegno e, intanto lanciano provocazioni e segnali sia verso l’interno che verso l’esterno.

I minibot sono una provocazione e una truffa. I continui riferimenti alla ricchezza patrimoniale degli italiani sono un segnale chiaro di cosa succederà se si andrà verso la resa dei conti. Che è molto vicina. Gli italiani sembrano non capire che stavolta la possibilità di un disastro è reale. Avremo luglio e agosto da passare inseguendo le chiacchiere e le sbruffonate di Salvini e Di Maio poi a settembre si dovrà per forza fare sul serio

Claudio Lombardi

E’ partita quota 100 ma non le assunzioni

L’Europa sembra avere un bellissimo effetto sull’occupazione dei suoi stati membri, il tasso europeo di disoccupazione non è stato mai così buono dal 2008 (prima del tracollo finanziario mondiale), ma non per Grecia, Spagna e, chiaramente, l’Italia. Gli storici  fanalini di coda dell’eurozona viaggiano ad un tasso di disoccupazione oltre la media europea  fissata al 6,4%, con l’Italia al 10,2, la Spagna al 13,8 e la Grecia al 18,5. Insomma, seppure in buona compagnia, restiamo tra gli ultimi nonostante il governo del cambiamento e i suoi cavalli di battaglia: decreto “dignità” (fra poco compirà 1 anno), reddito di cittadinanza e quota 100; tutti provvedimenti che avrebbero dovuto rilanciare l’occupazione.

Prendiamo ad esempio quota 100. Il Governo, per bocca degli stessi due leader e a più riprese, aveva proclamato quanto il provvedimento fosse anche una straordinaria occasione per far crescere l’occupazione. Mandare in pensione in anticipo i lavoratori avrebbe comportato una repentina e certa assunzione di giovani con una proporzione, stimata in varie occasioni (interviste, comizi e dibattiti tv), addirittura in tre nuovi assunti per ogni pensionato. Stima, in verità, ritoccata al ribasso più volte fino a giungere all’ultima (sarà un caso a elezioni avvenute?) di mezzo assunto per ogni pensionato.

I primi dati (aprile) sulle uscite per quota 100 però ci forniscono delle indicazioni diverse. A fronte di circa 27 mila lavoratori che sono andati in pensione non ci sono stati incrementi significativi dell’occupazione. Ovviamente bisognerà attendere altri dati nei prossimi mesi per avere chiara la reale portata dell’impatto sull’occupazione di quota 100, ma non possiamo sottovalutare quanto già avvenuto.

Forse le aziende ragionano diversamente dai Ministri e dai politici. Sicuramente non agiscono per impulso né sull’onda emotiva di qualche slogan. Il problema è che i politici che hanno presentato come probabilissima la sostituzione di un lavoratore anziano con tre neo assunti e molti elettori ci hanno pure creduto. Strano, perché sarebbe bastato un po’ di buon senso per chiedersi perché mai una segretaria di 63 anni sarebbe stata rimpiazzata da 3 (o due) giovani segretarie, per quale motivo e con quale logica economica ciò sarebbe dovuto accadere?

La realtà, invece, rischia di essere ben diversa. In fondo l’uscita agevolata di un lavoratore di circa 63-64 anni arrivato al culmine del suo iter lavorativo, con un costo notevole per l’azienda, è stata vista da molti datori di lavoro come una benedizione per i propri conti e, forse, anche per la gestione. Senza conflitti e senza incentivi ci si è “liberati” di lavoratori arrivati quasi al capolinea lavorativo e con la mente volta ormai alla pensione. Se quei dipendenti non sono stati sostituiti vuol dire che il loro lavoro è stato già in qualche modo assorbito da altri internamente oppure che quel posto (mansioni, funzioni) era già diventato obsoleto per conto suo.

Dunque nessun automatismo tra uscita e assunzione, ma, anzi, spesso un’occasione di risparmio e riorganizzazione interna gentilmente offerta dalle agevolazioni a spese dello Stato. E, a proposito di agevolazioni, quelle per le nuove assunzioni non ci sono, tranne quelle già esistenti (bonus under 35, bonus sud) per le quali, piccolo dettaglio, ancora non si è provveduto a renderle operative.

Il mercato del Lavoro dunque ristagna, non c’è stato nessun boom, non c’è stato alcuno scatto da parte delle aziende. C’è stata, invece, una straordinaria crescita negli ultimi mesi delle ore di cassaintegrazione con un aumento del 78% ad Aprile rispetto allo stesso mese del 2018. E ci sono state molte crisi aziendali (oltre 150 i tavoli di crisi aperti al ministero del lavoro).

D’altra parte la politica del governo e, in particolare del Ministro del Lavoro, sembra essere stata guidata più da preconcetti e illusioni che da un percorso chiaro e determinato. Il decreto “dignità” di luglio 2018 è stato soprattutto un segnale contro l’odiato Job Act, ma ha reso evidenti le fragilità del suo impianto e ha creato molti più problemi di quelli che ha risolto. Nulla si è concluso con i ciclofattorini (rider). Il reddito di cittadinanza è stato annunciato come una panacea per la povertà e per il lavoro, infine è arrivata l’utopia di quota 100 e della supposta impennata occupazionale a certificare la distanza tra i proclami e la realtà.

Insomma il Governo ha soprattutto parlato, ma, dopo un anno il lavoro è sostanzialmente immutato nei suoi numeri. L’instabilità politica e la confusione creano sfiducia e questa si riflette sullo spread costantemente ai livelli più elevati d’Europa mentre il Pil naviga tra 0 e +0,1. Decisamente un anno di governo con un bilancio negativo

Alessandro Latini

La sovranità che conta è quella dell’Unione europea

Sarà stato l’esempio della Brexit, sempre più incagliata nella confusione seguita al voto sciagurato di elettori inconsapevoli e truffati dalla propaganda dei falsificatori tipo Nigel Farage, sarà che è stato percepito il timore degli italiani di perdere i propri i risparmi, sta di fatto che in Italia nessuna forza politica importante ha proposto nella campagna elettorale finita ieri l’uscita dall’euro e l’abbandono dell’Unione europea.

Strano. Lega e M5s per anni hanno fatto dell’adesione alla moneta unica il loro principale bersaglio. Euro, élite, burocrazia e banche sono stati indicati come i responsabili del declino dell’Italia. Demagoghi vecchi e nuovi hanno battuto sistematicamente su questo tasto per suscitare l’odio degli italiani contro tutto ciò che proveniva dalle istituzioni europee. Oggi che sono andati al governo e che hanno conquistato il potere (occupando tutte le cariche, posti e poltrone disponibili), hanno cambiato registro. Se prima il messaggio era “vogliamo uscire” , quello di adesso è “restiamo alle nostre condizioni”.

Sarebbe già un passo avanti se non fosse che per tutti e due il cuore del problema sono i soldi. L’Italia va male perché non spende abbastanza dato che è la spesa pubblica a far alzare il Pil. E chi le impedisce di spendere? L’Europa. Ecco quindi che la sostanza del messaggio sovranista ritorna e porta diritti ad una nuova conclusione: “ci siamo impegnati, ma non ce lo hanno fatto fare”. Sembra quasi la precostituzione di un alibi.

Perché un alibi? La situazione dei conti pubblici italiani è pessima e l’economia va male. Quando si dovrà decidere il bilancio per il 2020 il governo dovrà trovare decine di miliardi per colmare i buchi creati quest’anno. Buchi creati per nulla perché, dopo un anno di governo Lega – M5s non uno dei problemi dell’Italia è stato affrontato con serietà. Tutto è stato fatto all’insegna della propaganda e nessuna attenzione si è posta sulla sfiducia che veniva seminata dovunque. Se gli elettori meno attenti si possono ammaestrare con la propaganda non così i soggetti che comprano il nostro debito. Lo spread ha segnato il livello della sfiducia che i soci del governo hanno suscitato. Uno spread che si paga caro e non solo rispetto alla Germania, ma persino rispetto alla Spagna e al Portogallo.

Il problema cruciale dell’Italia era ed è come creare sviluppo e quindi lavoro. L’Italia è rimasta indietro da molti anni e non per colpa dell’euro o per le limitazioni alla sua sovranità. Se su 27 paesi dell’Unione europea l’Italia è l’ultimo per crescita del Pil come si fa a pensare che farebbe meglio se restasse da sola? Perché questo è il sogno dei sovranisti: restare da soli. Oggi la Lega non lo dice più apertamente (forse in attesa di un disastro esattamente come si consigliava di fare nel piano B),  ma il retro pensiero è sempre quello: con la lira avremmo fatto meglio di quello che abbiamo fatto con l’euro. Ma davvero? E noi dovremmo credere a questa favola che non ha alcun fondamento economico e che è stata smentita dalla nostra stessa storia?

Bisogna che gli italiani lo abbiano ben chiaro: la grande illusione della sovranità monetaria è quella di poter svalutare e stampare moneta cioè fare deficit e debito senza limiti. Appunto, una favola smentita già tante volte nella storia dell’umanità.

Per noi basta ripensare agli anni ’70 e ’80 per sbattere il muso con la realtà: l’Italia della lira non era più libera di quella di oggi, ma il contrario. Avere una propria moneta non significa poter fare ciò che si vuole perché ciò che conta non è il possesso di una moneta, ma il valore che le viene attribuito e riconosciuto. E questo dipende dall’economia, dai servizi, dal tenore di vita, dall’affidabilità, dalla fiducia. Come si fa a credere che uno stato possa stampare moneta a volontà e che possa usarla per i propri commerci prescindendo dal suo valore?

Ai tempi della lira l’inflazione era la tassa occulta che si mangiava reddito e risparmi degli italiani, ma non era ancora arrivata la globalizzazione e l’Italia poteva puntare sul basso costo del lavoro e sui prezzi delle esportazioni resi concorrenziali a colpi di svalutazioni (che significava inflazione sul fronte interno). Non solo questo però perché c’erano settori industriali innovativi che competevano a livello internazionale (chimica, meccanica, elettronica).

Oggi quelle industrie di punta non ci sono più e non sarebbe più possibile seguire la strada delle produzioni a basso valore aggiunto dove il costo del lavoro e il fattore prezzo sono determinanti perché il mondo ne è pieno. Dunque non è questo che oggi serve all’Italia. Servono invece tanti investimenti e tanta innovazione, ma non va più bene il modello produttivo del “piccolo è bello”. Oggi contano le catene della ricerca e del valore che portano a prodotti nuovi e a tanta tecnologia.

Oggi tutto ciò che ha valore deve essere fatto a livello continentale perché i nostri concorrenti sono inseriti in sistemi produttivi di quel livello. Puntare sulla chiusura è una scelta suicida. Il vero investimento che gli italiani dovrebbero fare è su un’Europa integrata e competitiva nella quale l’Italia sia un protagonista.

Domani si vota. Non lasciatevi incantare da chi rivendica con orgoglio la sovranità dell’Italia o da chi dice “prima gli italiani”. Sono i premi di consolazione degli sconfitti che fanno la voce grossa per non piangere. Votate chi punta sull’Unione europea perché è lì che c’è il futuro.

Claudio Lombardi

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