Il rilancio dell’ Ilva specchio d’Italia

risanamento Ilva

Ora che la questione Ilva pare si avvii a soluzione è bene rileggere alcuni brani di una recente intervista del ministro Calenda perché lì sono indicati alcuni nodi che bloccano l’Italia. Una premessa però. Diamo per scontato che l’Ilva inquinava (e inquina) e che per anni la proprietà non ha fatto nulla per affrontare il problema. D’altra parte, fino a che non è intervenuta la magistratura, si può dire che nessuno ha fatto nulla di significativo. Insensibilità, incoscienza, complicità? No, semplicemente l’inquinamento fa parte delle attività umane e viene sopportato fino a che ci si accorge che fa male e che si può evitare. Ci vuole tempo però. Affrontare i problemi con imperativi categorici facendo finta che basta enunciare i principi per vederli realizzati è una presa in giro. Ora il testo dell’intervista.

Michele Emiliano«Il dato della realtà è questo: oggi Comune di Taranto e Regione Puglia presentano un ricorso contro un piano ambientale che prevede 1,2 miliardi di investimenti a carico dell’investitore, la copertura dei parchi minerari che inizierà a gennaio, e una produzione limitata a 6 milioni di tonnellate sino a che non si completano tutte le misure. Un piano approvato da una commissione di esperti indipendenti del ministero dell’Ambiente, che porta l’Ilva ad essere una della acciaierie più avanzate al mondo. Se il Tar concederà la sospensiva al piano, come chiesto da Emiliano, si dovrà iniziare il processo di spegnimento mentre si ricorre al Consiglio di Stato».

(….) « Il rischio è che Mittal ritenga impossibile gestire l’acciaieria più grande della Ue con il sindaco della città e il presidente della Regione che vogliono cacciarlo ».

«Il problema non è solo giuridico. C’è una Regione che ha due infrastrutture strategiche per l’intero Paese, l’Ilva e il Tap, contro le quali il Governatore ha mosso una guerra. Dice che vuole Ilva a gas, cosa che non sta in piedi, perché in nessun paese (..) c’è un’acciaieria delle dimensioni di Ilva che va a gas. Ma poi comunque fa ricorsi contro un tubo, quello del Tap, che porta in Europa, attraverso l’Italia, il gas azero. Ci sono 3 mali che hanno condizionato tutta la seconda Repubblica: la politica dei ricorsi al Tar; la fuga dalla realtà, quando si promettono cose che non si possono fare; l’irresponsabilità nei confronti delle conseguenze degli atti che si pongono in essere».

ristrutturazione Ilva«Ilva è il caso più eclatante degli ultimi anni, si tratta di oltre 5 miliardi, il più grande investimento industriale nel Meridione da decenni. Ma quello del Tap è un caso altrettanto significativo: per un piccolo tubo di 1,5 metri di diametro, che passa 16 metri sotto la costa e a cui siamo arrivati dopo la valutazione di 13 percorsi alternativi, siamo in grande ritardo, rischiamo una figuraccia internazionale. La Regione è persino arrivata a certificare che gli ulivi sono alberi ad alto fusto per bloccare l’opera mostrando livelli di creatività mai visti prima».

«Se Ilva chiude andiamo a comprare l’acciaio in Germania e perdiamo un punto di Pil. Con il Tap diversifichiamo rispetto al gas russo. Di fronte a tutto questo Emiliano dice che la questione riguarda solo la Puglia. E il Sindaco minaccia battaglie in quanto discendente degli Spartani. Il governo intanto ha tenuto in piedi l’Ilva con quasi 500 milioni di euro prestati all’amministrazione straordinaria. Soldi degli italiani, di tutti i contribuenti che rientrerebbero se l’acquisto andasse a buon fine».

gasdotto Tap«E’ l’idea che tutto è gratis e dovuto. Il gas deve essere ad un prezzo basso ma senza gasdotti. Si vogliono posti di lavoro ma quando ci sono investitori non vanno bene, e quando non ce ne sono è colpa del Governo. C’è un populismo istituzionale che ormai è quasi un virus. Si è già visto anche con Alitalia, che probabilmente non otterrà condizioni migliori al prossimo compratore rispetto a quelle che offriva Ethiad, condizioni che a loro volta erano peggiori di quelle che garantiva Air France anni fa. Un processo che è una continua fuga dalla realtà. Se Mittal rinuncia all’acquisto Emiliano non si farà carico delle bonifiche e dei lavoratori, e sarà il primo a protestare per il prezzo del gas dopo aver boicottato il Tap. Su Alitalia già si riparla di nazionalizzare dopo aver speso miliardi di euro dei contribuenti. Perché alla fine il conto di tutta questa cialtroneria lo pagano sempre i tanti italiani che lavorano, producono e tengono in piedi il paese».

«Ma certo senza un sistema amministrativo che funziona e una politica ancorata alla realtà diventa difficile in particolare occuparsi dei casi più complessi di quei settori, dall’acciaio ai call center, più colpiti dalla crisi ».

fuga dalla realtà«Non c’è una strategia di sviluppo senza una presa di coscienza del fatto che la fuga dalla realtà è la malattia che nutre il populismo. Noi abbiamo stabilito: dal 2025 niente carbone nelle centrali elettriche. Bene, tutti d’accordo, oggi tutti vogliono decarbonizzare, ma se poi provi a fare le necessarie infrastrutture nessuna Regione o comune si astiene dal fare ricorsi. Così non si va lontano».

«Fallito purtroppo il referendum, la prossima legislatura si deve porre il problema di una clausola supremazia in grado di superare i veti locali di fronte ad interessi strategici nazionali, come in Germania».

«Qui ci occupiamo solo di polemiche sulle banche e della cronaca del giorno, mentre rischia di chiudere l’Ilva e il silenzio è assordante. La campagna elettorale è iniziata all’insegna delle promesse che non si manterranno e si tiene alla larga dalla realtà dove le soluzioni sono più complesse e le spiegazioni semplicistiche non reggono. Se questo Paese non fa un bagno di realismo rischiamo lo squagliamento disordinato della Seconda Repubblica».

 

Il testo integrale dell’intervista è qui http://www.corriere.it/economia/17_dicembre_02/ilva-un-emergenza-nazionale-fabbrica-rischia-chiudere-italia-bloccata-veti-incrociati-1913080e-d7a2-11e7-b38f-bb89c6f43bbd.shtml

Sprechi in sanità. Fare meglio è possibile

spesa sanitaria

La spesa pubblica è fatta principalmente da poche grandi componenti: sanità, previdenza, assistenza, stipendi, interessi sul debito. Da molto tempo si dice che occorre tagliare la spesa per liberare risorse da destinare alla diminuzione della pressione fiscale e agli investimenti. Qualcosa è stato fatto, ma alcuni dicono che ci sono spazi per ulteriori risparmi. La sanità è il settore che vede di anno in anno un incremento di stanziamenti che vengono puntualmente ritenuti insufficienti da chi tale spesa deve gestire. L’intervista della quale pubblichiamo di seguito ampi stralci è stata concessa a ItaliaOggi dal presidente della fondazione Gimbe Nino Cartabellotta e passa in rassegna i problemi della sanità italiana e indica se e come è possibile spendere meglio.

assistenza sanitariaIl primo problema è chenon si sta affrontando la riqualificazione della spesa, manca un’articolazione degli ambiti assistenziali per intensità di cura (ospedale, cure intermedie, assistenza domiciliare, residenze sanitarie assistite, hospice ecc.) in grado di assistere il paziente secondo i suoi reali bisogni di salute. Invece il baricentro è sempre l’ospedale con costi assai più alti rispetto alle possibili alternative. (….) Un altro caso di spreco è il non finanziamento da parte del servizio sanitario della telemedicina mentre il monitoraggio remoto di pazienti con talune malattie croniche avrebbe costi minori e migliorerebbe la qualità di vita dei malati. Il fatto è che manca la spinta necessaria per intervenire a fondo sul servizio sanitario, che però in questo modo rischia di andare alla deriva”.

A proposito di frodi e abusi Cartabellotta ricorda che la fondazione Gimbe ha individuato “53 tipologie di sprechi, organizzate in 9 categorie, che erodono circa 5-6 miliardi di euro di spesa pubblica. Il denaro viene sottratto direttamente o indirettamente da fenomeni corruttivi e/o da comportamenti opportunistici influenzati da conflitti di interesse, che non configurano necessariamente reato o illecito amministrativo. Le iniziative istituzionali dell’Anac, Autorità anticorruzione e dell’Agenas) mirano prevalentemente a perseguire i fenomeni squisitamente corruttivi, mentre conflitti di corruzione sanitàinteresse, attitudine a comportamenti illeciti e minimizzazione del fatto illecito sono aspetti che appartengono all’etica professionale e, più in generale, della società. In tal senso, non si vede all’orizzonte alcun impegno concreto di ordini professionali, società scientifiche, associazioni di pazienti”.

Un altro tema di enorme impatto sulla sanità è costituito dall’autonomia regionale. Il presidente di Gimbe ha in proposito una posizione ferma e molto critica con le regioni. “I dati dimostrano che 21 modi di organizzare l’assistenza sanitaria configurano una strategia scellerata che sbiadisce l’universalismo del servizio sanitario. E nelle regioni (prevalentemente del Sud) che non adempiono ai Lea (Livelli assistenziali di assistenza), i cittadini dispongono di servizi sanitari peggiori e pagano addizionali Irpef più elevate per risanare i conti della propria regione per poi essere costretti a spostarsi altrove per curarsi. Nel 2016 il fenomeno della mobilità sanitaria ha spostato 4,15 miliardi di euro, prevalentemente dal Sud al Nord”.

sanità regionaleRispetto a questo quadro critico però la sanità italiana viene posta da alcuni enti di valutazione ai primi posti a livello mondiale. Anche in questo caso Cartabellotta ha osservazioni critiche da muovere. In primo luogo se si giudica la sanità dall’aspettativa di vita occorre dire che su questo dato influiscono anche altri fattori (genetica, clima, alimentazione ecc.). Il problema di fondo però è tenere conto di quanti anni di vita siano vissuti liberi da disabilità “dove invece siamo agli ultimi posti”. Inoltre “la copertura, come documentano gli adempimenti dei Livelli essenziali di assistenza, è universale solo sulla carta, perché dal Lazio in giù (con eccezione della Basilicata) tutte le Regioni sono inadempienti. Infine, rispetto alla qualità delle prestazioni, l’Euro Health Consumer Index 2016 colloca l’Italia al 22° posto (su 35 Paesi)”.

Molto critica è anche la posizione sulle conseguenze derivanti dall’invecchiamento della popolazione che nel futuro si prospetta come un vero e proprio buco nero della sanità.

Il giudizio di Nino Cartabellotta è drastico: “Siamo assolutamente impreparati, sia rispetto agli investimenti necessari, sia rispetto all’offerta di servizi socio-sanitari uniformi su tutto il territorio nazionale. Il fondo per la non autosufficienza assegna solo briciole e quindi è assurdo che vangano fissati determinati livelli di assistenza se poi non si controlla se essi sono davvero raggiunti e non si finanziano”.

affarismo in sanitàInfine la questione del rapporto tra prestazioni pubbliche e dei privati in sanità. In questo caso la critica è che c’è molto da fare per limitare “competizione, duplicazione di servizi, erogazione di prestazioni inappropriate e il «doppio ruolo» dei medici”. Il fine è quello di “garantire una reale integrazione tra pubblico e privato”. Significativo è che nelle regioni che riescono a gestire meglio l’integrazione i rischi dell’affarismo dei privati sono contenuti, mentre in altre regioni ne risulta indebolito il servizio pubblico e fortificato quello privato.

La sintesi di questa intervista è che è possibile tagliare fino a 6 miliardi di sprechi, gestire in maniera più efficiente ed efficace le risorse e, nel contempo, migliorare la sanità pubblica. Come al solito quando si esce dal campo degli slogan si scopre che esistono analisi affidabili, critiche ragionevoli e costruttive, competenze in grado di indicare interventi nel presente che facciano guardare senza timori al futuro

Claudio Lombardi

Legge elettorale: meglio che niente

legge elettorale

Il professor D’Alimonte ha fatto i calcoli e ha scoperto (articolo e tabelle pubblicati dal Sole 24Ore) che anche la legge elettorale che il Senato sta per esaminare e che, sicuramente, diventerà la legge elettorale con cui andremo a votare tra pochi mesi non risolve il problema della governabilità. Dai calcoli fatti emerge che una maggioranza certa possa essere raggiunta da chi riesca a prendere il 50% dei voti nella parte proporzionale e il 70% nel maggioritario. Cioè, in pratica, nessuno avrà la maggioranza grazie al voto degli elettori. Inutile proclamare che mai si faranno alleanze con questo e con quello perché con i risultati in mano o si scenderà a compromessi o si dovrà tornare a votare …. per sempre o, almeno, fino a che una lista non riuscirà a farsi votare da oltre il 50% degli italiani.

sistema elettoraleIn pratica l’effetto del sistema elettorale che sta per essere approvato è quello di un proporzionale corretto con una modesta dose di maggioritario. Un problema? No di certo per chi si è battuto nel corso degli anni contro i sistemi maggioritari e per il ritorno al proporzionale. Ora in pochi parlano di governabilità, ma negli anni passati sembrava diventato il fulcro intorno a cui costruire le riforme del sistema politico democratico. Alla fine le riforme sono state fatte in un clima di crescente tensione che ha coagulato ogni tipo di opposizione verso il progetto della maggioranza e il 4 dicembre 2016 il discorso si è chiuso. Erano riforme ben fatte? Ai posteri l’ardua sentenza. Certo è che in quel clima politico e sociale era un’illusione pensare di forzare la mano all’elettorato giocando il tutto per tutto.

Ma torniamo all’oggi. La legge elettorale che sta per essere approvata è stata concordata tra la maggioranza e una parte rilevante dell’opposizione. Un’altra parte si è opposta aspramente con toni esasperati. Si è detto che è una legge che vuole colpire il M5S perché non vuole allearsi con nessuno e che mina la democrazia perché è stata approvata alla Camera con la fiducia (salvo il voto finale che è stato segreto). Ormai queste grida non fanno più effetto. Sono tanti anni che si ascoltano e l’Italia è sempre qui. Il vero parlamentoproblema è che è un Paese governato da istituzioni deboli perché le forze politiche sono frammentate e ogni componente pensa ai fatti suoi prima che all’interesse generale. Detto in altri termini manca sia una cultura civile che unisca la società intorno ad alcuni valori, sia una cultura di governo consolidata. Potrebbe essere questa debolezza il motivo dell’ostilità verso un sistema elettorale nettamente maggioritario e verso la governabilità. Poiché non ci si fida né delle forze politiche né delle istituzioni meglio mantenersi un potere di blocco.

D’altra parte da noi governi che durino più di due anni sono sempre stati quasi una rarità e ci siamo anche abituati agli scioglimenti anticipati delle Camere. È cosa logica invece che qualsiasi governo che non possa utilizzare il quinquennio della legislatura per realizzare il suo programma non può lavorare bene. La pressione o la minaccia di equilibri parlamentari e politici precari non sono mai la situazione migliore per combinare qualcosa di buono.

Il nuovo sistema elettorale si compone di una parte proporzionale (preponderante) e di una uninominale (cioè maggioritaria). Si voterà con una scheda sola e, quindi, non ci sarà il voto disgiunto tra candidato nell’uninominale e lista proporzionale. Chi voterà un candidato voterà automaticamente anche per la lista con la quale si è presentato cioè il voto varrà anche per la parte proporzionale. Molti hanno criticato il voto unico perché l’elettore potrebbe voler votare una persona, ma non la sua lista. Non sembra un gran guaio o una limitazione della libertà degli elettori. Per quale motivo si dovrebbe disporre di due voti e non di uno solo?

partitiSi dice che anche con questa legge il Parlamento sarà composto di nominati. Ormai la parola “nominati” è diventata un contenitore nel quale ci si mette un po’ di tutto, mentre le preferenze sono invocate come espressione del diritto di scelta del cittadino. In teoria bisogna ammettere che il modo migliore per assicurare questo diritto è la preferenza espressa in un sistema proporzionale. In teoria, perché l’esperienza fatta per decenni ha dimostrato che il diritto di scelta si traduce in uno scambio tra voti e favori. Ventisei anni fa, infatti, dire preferenze significava dire corruzione e partitocrazia e gli italiani votarono contro le preferenze plurime in maniera massiccia. In realtà è difficile sostenere che i cittadini possano scegliere i propri rappresentanti senza passare dalla mediazione di un partito che decide di mettere in lista un candidato. Il sistema migliore che concilia tutte le esigenze è dunque quello basato sui collegi uninominali completato con il secondo turno di ballottaggio. Purtroppo le forze politiche non lo vogliono adottare e così restano le soluzioni di compromesso quale è la legge che il Senato esaminerà nei prossimi giorni. Meglio che niente

Claudio Lombardi

Ius soli: una legge semplice e difficile

ius soli

Diciamo la verità, in circostanze diverse di ius soli avrebbero parlato gli esperti e al massimo i parlamentari della commissione incaricata di esaminare le modifiche alla legge del 1992 per la concessione della cittadinanza. Oggi, tra scioperi della fame, minacce di togliere la fiducia al governo e una generale agitazione sulla questione sembra che sia nata l’ennesima emergenza sulla quale schierarsi e polemizzare. Sarebbe, perciò, meglio mettere da parte opposte demagogie (rischio di invasione dall’Africa e scelta di civiltà) e provare a vedere le cose nella loro semplicità.

cittadinanza italianaPer chi nasce da genitori stranieri, con le norme vigenti, ci vogliono 18 anni di vita sul suolo italiano per accedere alla cittadinanza. Immaginiamo perciò un bambino che nasce e vive per 18 anni in Italia senza essere cittadino, ma continuando ad essere uno straniero dall’asilo alle soglie dell’università, pur parlando la stessa lingua dei suoi coetanei e condividendo con loro giochi, problemi, interessi. Obiettivamente è un problema e può essere anche un freno all’integrazione di chi comunque è nato e cresciuto qui e della sua famiglia. Di nuovo: obiettivamente per degli stranieri che risiedono in Italia ormai da tanti anni avere un figlio cittadino italiano è un motivo in più per sentirsi parte della comunità nazionale. Non è forse l’integrazione l’obiettivo strategico più importante rivolto agli immigrati? O forse preferiamo che vivano in comunità separate che coltivano l’isolamento e, magari, l’ostilità?

Ancora una volta: obiettivamente conviene a tutti investire sull’integrazione. Sia chiaro: chi si trovi in Italia, specie se con regolare permesso di soggiorno, possiede già molti dei diritti che spettano ai cittadini (fra cui assistenza sanitaria, tutela dell’ordinamento, istruzione). Inoltre può chiedere la cittadinanza italiana dopo dieci anni di permanenza. La proposta di legge conosciuta come ius soli vuole soltanto accorciare i tempi, senza più la necessità di attendere il compimento dei diciotto anni di età, per la concessione della cittadinanza ai figli degli stranieri che vivono regolarmente in Italia da almeno cinque anni (con permesso di soggiorno di lungo periodo).

integrazioneQuesto è un caso. L’altro definito ius culturae comporta la possibilità di chiedere la cittadinanza per i minori entrati in Italia dopo la nascita e prima dei dodici anni di età che abbiano frequentato la scuola per almeno cinque anni completando un ciclo di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali. Per chi arriva tra i dodici e i diciotto anni sono previsti sei anni di permanenza e il superamento di un ciclo scolastico.

Qui la norma si presta a qualche critica perché i cicli scolastici non sono tutti uguali o, meglio, non hanno tutti lo stesso effetto perché essere bambini e completare il ciclo delle elementari non è equivalente ad essere adolescente e seguire un corso triennale di formazione professionale. Forse un periodo un po’ troppo breve per acquisire la cittadinanza.

In ogni caso è ovvio, come si diceva all’inizio, che le circostanze nelle quali si discute di concessione della cittadinanza sono quelle di questi anni segnati dagli sbarchi dei migranti, dalle guerre nei paesi islamici e dal terrorismo. Ovviamente non tutti gli stranieri che vivono stabilmente in Italia provengono dai paesi islamici e sono di fede musulmana, ma nell’immaginario collettivo a loro è collegata la diffidenza che la proposta di legge sembra suscitare nella maggioranza degli italiani.

immigrati_4Se ne fa interprete Galli della Loggia che ha espresso in diversi interventi sulla stampa le sue obiezioni. Vediamo di che si tratta.

La prima richiama l’attenzione sul fatto che non esiste un diritto naturale alla cittadinanza poiché si tratta di scelte politiche che ogni Stato compie. La seconda si dirige contro l’ipocrisia che vorrebbe considerare le immigrazioni tutte uguali. In particolare la sua preoccupazione riguarda l’immigrazione islamica perché è quella che si riferisce non tanto ad uno o più stati, ma ad una civiltà con la quale “la cultura occidentale ha avuto un aspro contenzioso millenario che ha lasciato da ambo le parti tracce profondissime”. Inoltre, non bisogna far finta di non vedere che alcuni Stati islamici stanno svolgendo “un’insidiosa opera di penetrazione di natura finanziaria nell’ambito economico, e di natura politico-religiosa (apertura di moschee e di «centri culturali») all’interno delle comunità islamiche presenti nella Penisola”.

Per Galli della Loggia è necessario evitare nel modo più assoluto che, complice il prevedibile aumento dell’immigrazione africana e non solo, domani possa sorgere la tentazione di un partito islamico”. Di qui discendono altre condizioni che l’autore porrebbe alla concessione della cittadinanza (obbligo di abbandonare la cittadinanza precedente; conoscenza della lingua italiana in entrambi i genitori del giovane candidato; obbligo di accertamenti sull’ambiente familiare ad opera dei servizi sociali).

Sarebbe un errore considerare pretestuose le osservazioni di Galli della Loggia. Forse la proposta di legge in discussione pecca di idealismo e dovrebbe essere meglio redatta. Poiché c’è una forte spinta per la sua approvazione è probabile che alcune modifiche potrebbero persino ampliare il numero dei favorevoli, ma siamo al termine della legislatura ed ogni partito ormai ragiona solo in termini di conquista dei voti e ha bisogno di bandiere da sventolare.

Claudio Lombardi

Dissesto idrogeologico a sorpresa

dissesto idrogeologico

Da quanto tempo si parla di dissesto idrogeologico? Da quanto tempo si dice che bisogna intervenire? Cinque, dieci anni o forse più. Ebbene leggendo alcuni commenti e alcune reazione ai guai combinati dalle piogge in questi giorni sembrerebbe che si tratti di giorni.

C’è chi si attacca al colore dell’allarme, c’è chi se la prende col cambiamento climatico. Ben pochi (o nessuno?) ammettono di avere delle responsabilità.

allagamento LivornoEppure è ormai evidente che la difficoltà di intervenire e di conseguire obiettivi che pure vengono posti è diventato in Italia il problema dei problemi. E quando i problemi sono evidenti da tempo non si può cadere dalle nuvole come se si fosse colti di sorpresa. Le piogge torrenziali arrivano ogni anno. Certo con intensità diverse, ma questo dovrebbe spingere ad affrettare i lavori di messa in sicurezza di canali, argini e quant’altro serve per proteggere il territorio. Si dice che in Italia vi siano 12mila km di canali interrati alcuni dei quali possono “esplodere” ed invadere strade e case. È ciò che è accaduto a Genova nel 2014 e a Livorno pochi giorni fa. Di straripamenti e torrenti di fango che travolgono persone e cose è comunque piena la cronaca da molto tempo. Dunque fare il possibile dovrebbe essere un imperativo.

E, invece, ad ogni disastro quale è la richiesta che arriva in maniera unanime? Finanziamenti per effettuare i lavori di sistemazione del territorio indispensabili e urgenti. È talmente giusta questa richiesta che sembra nessuno ci abbia pensato prima e, anzi, qualcuno, lo abbia impedito.

investimenti pubbliciErrore. I soldi vengono sempre stanziati; sono gli effetti che non si vedono. Di decreti legge contro le calamità naturali di ogni tipo sono pieni gli archivi parlamentari e, più di una volta, stanziamenti colossali (due esempi: terremoti nel Belice e in Irpinia) sono andati dispersi in mille rivoli. Restando a questi ultimi anni sappiamo che nel 2014 fu creata una struttura di missione contro il dissesto idrogeologico presso la Presidenza del consiglio e fu predisposto uno stanziamento di una decina di miliardi di euro da spendere in un decennio.

Ebbene, cosa ci si poteva aspettare in un Paese afflitto da decenni da disastri causati dalla mancanza di interventi di manutenzione di canali, fiumi, fognature ecc? Che quei soldi fossero presi d’assalto da comuni, province e regioni pronti ad utilizzarli sulla base di piani predisposti già da anni e in attesa di finanziamenti.

Altro errore. Soltanto poco più di 100 milioni di euro sono stati impegnati per progetti esecutivi. Motivi: incapacità, insensibilità, difficoltà burocratiche, il nuovo codice degli appalti? Tutto insieme cioè a volte uno, a volte l’altro.

cambiamenti climaticiE allora suscitano un po’ di fastidio le prediche sui cambiamenti climatici (a volte fatte da politici di lungo corso che hanno avuto grandi responsabilità negli anni passati) che ripetono come una litania  la necessità di intervenire a livello globale eccetera eccetera.

Poiché qui si parla dell’Italia bisogna che tutti si impegnino a capire quale è il punto cruciale che impedisce alle decisioni già prese di tradursi in fatti. Continuare a dire che bisogna intervenire, che bisogna fare investimenti, che ci vogliono più soldi mentre non si riesce a spendere i soldi che ci sono diventa sempre più insopportabile.

Ai politici – nazionali, regionali, locali – si chiede concretezza e coraggio. Va di moda dire che devono anche avere una “visione” (pochi anni fa era di moda parlare di “narrazione”). Sarebbe cosa gradita se avessero anche l’idea di come far funzionare una macchina pubblica sempre più impantanata e farraginosa, ancor più appesantita dalla pletora delle autonomie e delle prescrizioni anticorruzione. La vera sfida è quella dell’efficienza e dell’efficacia.

Se il Pil è cresciuto e se le esportazioni hanno tirato la volata alla crescita si deve alle capacità imprenditoriali dei privati. La parte pubblica è il vero peso morto che l’Italia si porta appresso. E non è giusto che sia così

Claudio Lombardi

Trasporto pubblico: un referendum per i diritti degli utenti

atac sciopero

L’incidente nella metropolitana di Roma (una donna rimasta incastrata in una porta e trascinata per un lungo tratto) per quanto spettacolare e terribile non aggiunge molto a ciò che gli utenti di metropolitane e autobus già non sapessero. Si è trattato di un evento ovviamente casuale perchè il trasporto pubblico contiene in sé elementi di rischio che, forse, non possono essere del tutto eliminati, ma previsti e prevenuti sì però. Per questo le procedure di funzionamento di una metropolitana devono essere estremamente rigorose così come la guida degli autobus che percorrono le strade.

metropolitana RomaMa rigorose devono essere anche le persone che fanno funzionare il trasporto pubblico e devono porre davanti a tutto il servizio. Invece sono anni che davanti ci sono rivendicazioni sindacali e interessi di gruppi di lavoratori. Non sono gli unici perché chi dirige le aziende dei servizi, spesso, non è selezionato per le sue competenze, bensì per intrecci di interessi politici o clientelari.

Affermazioni generiche? Non tanto se si pensa al caso romano dell’Atac, azienda pubblica che gestisce il sistema dei trasporti pubblici nella Capitale. Passata attraverso vicende piuttosto scandalose ed oscure che durano da tanti anni, di fatto fallita benché infarcita di personale e dotata di un agguerrito sindacalismo non è certo l’azienda che si porterebbe come esempio dei benefici effetti della proprietà pubblica delle aziende contro quella privata nei servizi. Che il M5S dica adesso che la messa a gara del servizio cioè l’apertura ai privati dopo un monopolio di Atac che dura da sempre, non è la soluzione è un pietoso pretesto per non dire la verità.

E la verità è che Atac, Ama e le altre aziende comunali sono la prima “industria” di Roma perché occupano decine di migliaia di persone e fanno muovere miliardi di euro. Portano voti e potere per i politici che le controllano. Se gli organismi del governo locale si limitassero ad assegnare a gara il servizio e a svolgere la funzione di controllo che spetta loro perderebbero molto di questo potere, ma i cittadini avrebbero la speranza di un servizio migliore perché se chi vince la gara non sta ai patti e lavora male si può sanzionare e cambiare. Se, invece, chi lavora male è l’azienda di proprietà del comune di Roma, non la si può cambiare.

scioperoI romani ormai non si stupiscono più di niente. Due anni fa i macchinisti della metropolitana attuarono uno sciopero bianco di un mese contro l’obbligo di timbrare il cartellino. Purtroppo Atac si regola su un Regio decreto del 1931 che non cita tra le infrazioni parlare al telefono, chattare, ospitare in cabina altre persone che non dovrebbero esserci oppure mangiare come pare sia capitato nell’incidente di qualche giorno fa. E se il Regio decreto non lo dice come si fa a punire chi compie quelle azioni? Che vengono compiute costantemente tanto per dimostrare chi è che comanda sui bus e sulle metro romane. E non parliamo degli incendi che hanno colpito tanti bus andati a fuoco nell’ultimo anno. Una stranezza che capita solo a Roma. Sembra che nel trasporto pubblico romano tutto sia possibile. Tranne toccare i “sacri” diritti dei lavoratori.

No, come si dice da queste parti, le chiacchiere stanno a zero. Bisogna prendere atto che ormai nel campo dei trasporti pubblici la vera controparte delle lotte sindacali è costituita dagli utenti dei servizi, gli unici che subiscono i disagi degli scioperi o dello stato scadente del servizio. E che la moltiplicazione delle sigle sindacali ha reso obsoleta la normativa che disciplina lo sciopero nel trasporto pubblico.

mobilitiamo romaE allora che bisogna fare? Cambiare strada rendendo più difficile proclamare uno sciopero, pretendendo prima l’elenco delle adesioni in modo da poter organizzare i servizi alternativi ed eventualmente chiedendo un voto preventivo dei lavoratori. Perché è davvero troppo facile che un sindacatino proclami uno sciopero che ottiene l’effetto di paralizzare comunque il servizio perché non si sa prima chi vi aderisce.

Occorre cambiare strada. L’unico modo è che cessi il monopolio di Atac e che il servizio sia messo a gara come chiede il referendum promosso dai radicali (http://mobilitiamoroma.it/). La raccolta delle firme è in corso e ci sono sicuramente milioni di romani interessati a che le cose cambino. Non saranno interessati i dipendenti di Atac probabilmente, ma ormai è tempo che i cittadini si ribellino anche a loro. Non tanto stranamente nessun partito romano appoggia il referendum, nemmeno il Pd che avrebbe tante ragioni per cogliere l’occasione di una svolta storica. Probabilmente tutti hanno partecipato alla gestione clientelare dell’Atac e adesso hanno le mani legate. Peggio per loro. I romani giudicheranno dai fatti non dalle chiacchiere

Claudio Lombardi

Migranti: l’Italia si è fregata da sola

sbarchi migranti

Migranti. Più si va avanti e più i nodi vengono al pettine. Ovviamente nessuno può fermare le migrazioni, ma i tempi e i modi vanno governati e devono tenere conto delle società verso le quali si muovono i migranti che non possono essere solo destinatarie passive di qualcosa sul quale nessuno può intervenire. Di questo si tratta e non di una disputa di principio sul diritto degli esseri umani a spostarsi sul pianeta che, come tale, non esiste. A meno che non si riconosca un’autorità sovrannaturale cui spetta governare il mondo. Oppure a meno che ciò non avvenga nel quadro di una politica di gestione dell’accoglienza. Di questo si tratta.migrazioni umane L’Italia non può permettersi di accogliere ogni anno 200mila persone, questo ormai è chiaro. Eppure gli arrivi non si fermano. Come mai? Sicuramente con le migliori intenzioni e cioè a patto che ci fosse una ridistribuzione di migranti e che la spesa per l’accoglienza fosse scorporata dal deficit il governo italiano ha accettato che le missioni di salvataggio e pattugliamento nel Mediterraneo facessero capo al nostro Paese e che gli sbarchi si concentrassero nei nostri porti. Non si capisce se l’accordo contemplasse il ruolo delle Ong le cui navi, come è noto, si sono spinte fino davanti alla costa libica e, secondo ipotesi avanzate dai magistrati che stanno indagando in proposito, anche oltre la linea delle acque territoriali e, con modalità tali, da far pensare ad un coordinamento con i trafficanti (trasponder spenti, segnalazioni luminose, telefonate). Ciò ha portato ad uno stravolgimento delle finalità della missione Triton che non era principalmente quello di raccogliere i migranti in mare e, meno che mai, a poche miglia dalla costa libica. Triton doveva servire innanzitutto per sorvegliare le frontiere e per dare la caccia agli scafisti. Le Ong si sono assunte un ruolo e si sono prese uno spazio che non dovevano avere perché la decisione su quanti immigrati accogliere spetta ai governi e non ad organizzazioni umanitarie di varia provenienza non tutte trasparenti circa i finanziamenti e le finalità.

missione tritonLa sensazione è che l’Italia sia stata oggetto di decisioni prese da altri stati per tutelare i propri interessi nazionali e dispiace che i governi Letta, Renzi e anche Gentiloni non si siano innanzitutto assunte le responsabilità di una condotta che ha portato il Paese ad una situazione critica.

Spagna, Francia, Germania, Austria e paesi dell’est hanno messo in sicurezza le proprie frontiere con misure severe e decidendo di pagare la Turchia a suon di miliardi di euro perché assorbisse la massa dei migranti sul suo territorio. Nel Mediterraneo, invece, si è gettato sulle spalle dell’Italia la gestione di un flusso di migranti ad di fuori di qualsiasi previsione e di qualunque controllo.

Il guaio fatto nel 2011 con il rovesciamento del regime di Gheddafi adesso lo paga l’Italia e viene meno ogni solidarietà europea.

Che i migranti non siano solo un problema umanitario dovrebbe essere chiaro a tutti e la litania dell’”accogliamoli tutti” o della ridistribuzione comune per comune ha fatto il suo tempo. Renzi sui migrantiHa giustamente detto Renzi che non esiste un dovere morale di accogliere tutti perché l’accoglienza ha un senso se si riferisce a numeri limitati di persone per le quali si può pensare ad un’integrazione vera. Magari se lo avesse detto quando era Presidente del Consiglio sarebbe stato meglio invece di comunicare con la retorica del buonismo e dell’ottimismo e assumere impegni inadeguati alle nostre possibilità. Quando la migrazione diventa un fenomeno di massa destabilizza equilibri sociali, economici e umani di una comunità. L’idea di ripartirli comune per comune inoltre è una pia illusione perché ignora che si tratta di sistemare persone prive di tutto, che vanno mantenute per molto tempo e senza che abbiano nulla da fare. Soprattutto ignora che in gran parte dei casi si tratta di persone che non vogliono rimanere in Italia e, meno che mai, andare a popolare borghi sperduti sulle nostre montagne.

Quelli che arrivano sono in gran parte giovani attratti dal miraggio delle ricchezze con le quali l’Occidente si rappresenta nel mondo. La fuga dalla guerra in Siria ha permesso l’esplosione della retorica umanitaria e ha coperto un fenomeno di tipo ben diverso peraltro in atto da molti anni e che ha portato in Europa milioni di persone che non sono attratte dalla nostra cultura, dalla libertà, dalla democrazia. Ignorare le vere motivazioni di chi arriva fin qui è una forma di idealismo insensato buono per una predica, religiosa o laica, ma inutile per gestire uno Stato. Anzi dalla divaricazione tra motivazione economica e attaccamento alle proprie radici culturali derivano tante delle tensioni di un’integrazione non voluta dagli stessi immigrati.

Tutto ciò premesso si può dire che l’Italia si è fregata da sola? Sì, si può dire e bisogna che lo si riconosca e che si assumano decisioni drastiche in tempi brevi. Adesso il governo si sta muovendo bene e, sembra, con le idee chiare. Speriamo che non si faccia prendere in giro da assicurazioni e promesse. L’esplosione demografica in Africa che è prevista nei prossimi trent’anni non ammette sottovalutazioni

Claudio Lombardi

Banche: un paese vocato all’azzardo morale

banche saccheggiate

La maggior parte dei cosiddetti “investitori retail” – i piccoli risparmiatori, per usare un termine di più facile comprensione – che hanno in questi anni acquistato obbligazioni subordinate degli istituti di credito dei quali erano anche correntisti non sapevano di acquistare titoli ad alto rischio, non destinati a loro.

azzardo moraleNella gerarchia dei “salvati” in una banca che fallisce ci sono prima i depositi, poi le obbligazioni senior, anch’esse garantite dal fondo interbancario, e infine le obbligazioni subordinate, che garantiscono un rendimento maggiore a fronte di un rischio maggiore, quello di essere in fondo alla graduatoria delle priorità di rimborso in caso di fallimento dell’emittente.

Chiunque si sia sentito proporre, in questi anni, di acquistare obbligazioni subordinate della propria banca, in realtà non si è visto nascondere il rischio dell’operazione, casomai il rischio gli è stato prospettato in maniera scorretta: “certo, dovrebbe fallire la banca per perdere il capitale, ma le pare che fallisce la banca?” E a riprova della fiducia generalizzata nel sistema, ad essere titolari di obbligazioni subordinate non erano solo i clienti delle banche, in cerca di un modo per assicurare un rendimento accettabile ai loro risparmi, ma anche i dipendenti delle banche stesse, impiegati e direttori di filiale, che garantivano così la bontà dell’investimento: “le pare che lo avrei fatto io, se ci fosse qualche pericolo”?

obbligazioni subordinateLa diffusione di titoli bancari subordinati in questi ultimi anni non è stata casuale, è stato un sistema per provare ad adeguarsi alle regole europee senza dover ricorrere agli aumenti di capitale e mettere a repentaglio gli assetti proprietari e gli equilibri di potere delle banche e delle fondazioniespressione della politica locale – che le controllano. A garanzia degli investimenti delle banche a famiglie e imprese deve essere accantonato un capitale adeguato, e le banche italiane sono sottocapitalizzate e intossicate dai “bad performing loans”, ovvero i crediti che non riusciranno più a incassare. Come mettere da parte capitale a garanzia dei nuovi investimenti, quando la maggior parte è immobilizzato a garanzia dei vecchi, senza essere costretti a vendere quote della banca stessa? La soluzione è stata trovata con le obbligazioni subordinate vendute ai piccoli risparmiatori: un rendimento accettabile in tempi come questi, a fronte dell’assenza di garanzia sul capitale in caso di bail-in: “ma le pare che fallisce la banca, signora mia?

banche venete salvateOggi, nel caso delle banche venete “salvate” (ma sarebbe meglio dire “liquidate”) a spese dei contribuenti, anche a chi ha acquistato obbligazioni subordinate al momento della loro emissione viene garantito il capitale per l’80% dal fondo interbancario e per il 20% da Intesa. La quale Intesa si vede riconoscere dallo Stato circa 4 miliardi a garanzia dell’investimento nella Good Bank, per la stessa ragione di cui sopra: evitare gli aumenti di capitale che sarebbero necessari per farci il favore di “mettersi in pancia” quel che resta di buono di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza, e i conseguenti scossoni agli assetti di potere che ne deriverebbero.

Quindi, alla fin fine, si può dire che chi piazzava azioni subordinate del proprio istituto di credito ai propri clienti, per usarli come prestatori di ultima istanza, aveva ottime ragioni per farlo. Non stimava il rischio in maniera scorretta, ma lo prezzava come lo si può prezzare in un paese strutturalmente vocato all’azzardo morale e alla collettivizzazione delle perdite a seguito della privatizzazione dei profitti.

Il decreto del Governo sulle banche venete, oltre a sfilare 17 miliardi dal portafogli dei contribuenti presenti e soprattutto di quelli futuri, sancisce in maniera definitiva che tutto potrà ricominciare come prima, almeno fino al momento che non arriverà, benvenuta, una troika a mettervi fine una volta per tutte.

Giordano Masini tratto da http://stradeonline.it

Perché non abbiamo il Mattarellum

legge elettorale mattarellum

Ma come mai stiamo ancora qui a girare intorno ad una legge elettorale che sembra la pietra filosofale che tutti cercano e che nessuno trova? Obiettivamente è una perdita di tempo colossale che ha frenato il Parlamento ed ha condizionato alleanze e governi. Una spiegazione ce la fornisce il Foglio con un articolo nel quale si risale alla sentenza della Corte Costituzionale del 4 dicembre 2013 con la quale si dichiarò incostituzionale la legge Calderoli cioè il famoso Porcellum. In quella occasione i giudici decisero di abrogarla parzialmente lasciando in vigore soltanto alcune norme e creando le premesse perché si dovesse pensare ad una nuova legge elettorale. Avrebbero potuto fare diversamente? Secondo il Foglio sì, i giudici avrebbero potuto abrogare totalmente il Porcellum provocando l’automatica reviviscenza della legge precedente, l’altrettanto famoso Mattarellum.

corte costituzionaleI giudici scelsero la strada dell’abrogazione a pezzi, secondo il Foglio, per ragioni squisitamente politiche e cioè per non pregiudicare il minimo di stabilità che si era raggiunto in un Parlamento che era stato eletto soltanto pochi mesi prima. D’altra parte le forze politiche non manifestarono alcun interesse per il ritorno al Mattarellum e così rinunciarono ad esercitare sui giudici qualunque forma di pressione persuasiva (moral suasion). Nulla di scandaloso: i giudici infatti non decidono in un empireo fatto di norme astratte, ma tengono conto degli effetti delle loro decisioni e del contesto.

Fu così che il Parlamento dopo quel 4 dicembre ebbe come suo compito precipuo quello di approvare una legge elettorale valida per poi concludere la legislatura ed andare a nuove elezioni. Ovvio, ricordiamo tutti il coro di sottofondo che ad ogni passo denunciava la pretesa illegittimità del Parlamento in carica e, dunque, non ci si può stupire che la ricerca di una legge elettorale fosse avvertita come un’esigenza primaria.

Ricerca quanto mai difficile. Si trattava pur sempre di quel Parlamento che dimostrò la sua incapacità di eleggere persino un Presidente della Repubblica e che acclamò Napolitano che accettò il reincarico con un discorso molto duro nei confronti dei parlamentari.

mozione GiachettiEh ma allora perché non l’hanno proposto i partiti di maggioranza il ripristino del Mattarellum magari anche anticipando il giudizio della Consulta? Già, perché? Un passo indietro. Nel maggio del 2013, appena si seppe della decisione della Cassazione di inviare alla Consulta il ricorso sulla legge Calderoli, partì un’iniziativa trasversale di 84 parlamentari di varie forze politiche promossa da Roberto Giachetti del Pd a favore del ritorno alla legge del 1993. Incredibilmente questa iniziativa fu duramente contrastata dall’allora Presidente del Consiglio Enrico Letta perché in quel momento il governo era sostenuto da una maggioranza tra Pd e Forza Italia e quest’ultima era fortemente contraria al sistema elettorale precedente a quello voluta da Berlusconi nel 2005.

In quel momento il Pd era diretto da Guglielmo Epifani succeduto a Bersani che si era dimesso proprio agli inizi di maggio. Giachetti fu lasciato solo e la sua iniziativa cadde. È legittimo pensare che il gruppo dirigente di quel partito fu totalmente d’accordo con Letta e ignorò la questione di un Parlamento eletto con una legge che sarebbe stata certamente abrogata dalla Corte Costituzionale e la cui operatività sarebbe stata messa in discussione perché da quel momento il tema dominante della legislatura non sarebbe più stato il governo del Paese, bensì la legge elettorale da approvare.

Il governo Renzi travolse questo italico tirare a campare imponendo una legge elettorale nettamente maggioritaria e una riforma costituzionale rivoluzionaria entrambe travolte nel referendum del 4 dicembre.

Ed ecco perché stiamo ancora qui a parlarne come se fosse un problema irrisolvibile

Claudio Lombardi

Elezioni: il ritorno della destra e della sinistra?

destra e sinistra

Ma veramente l’elettorato sta andando di nuovo verso una polarizzazione fra destra e sinistra? I commenti sui risultati delle elezioni amministrative si sono concentrati sul calo del M5S e solo in seconda battuta hanno messo in risalto l’affermazione dei candidati di centro destra. Eppure sembrava che Forza Italia e la Lega si fossero ormai allontanate, con la seconda all’inseguimento della demagogia, della protesta e del populismo. E, invece, secondo il professor Giovanni Orsina “il centrodestra è vivo perché l’Italia è un Paese di destra e i suoi elettori non se ne sono mai andati”. E, si potrebbe aggiungere, sono sempre in cerca di chi li possa rappresentare.

amministrative 2017Sia nelle elezioni generali del 2013 che nelle elezioni amministrative dell’anno scorso (soprattutto Roma e Torino) c’è stato uno spostamento di voti dalla destra al M5S; niente di strano che in questo primo turno di amministrative si sia verificato il fenomeno opposto con un ritorno alla destra dopo che gli elettori hanno sperimentato la scarsa efficacia del voto di protesta a Grillo.

Ma non è questo il punto. Spesso si parla di elettori di destra e di sinistra come se si trattasse di stock di voti sempre a disposizione dell’uno e dell’altro orientamento e non di persone che decidono se e chi votare in base ad una molteplicità di motivazioni che variano di volta in volta e che si traducono in un mix di elementi ideali, di interesse e di giudizio sui fatti che si forma e si riforma di continuo.

Perché mai un elettore dovrebbe “essere” di sinistra o di destra? Un elettore non può stare dentro un’etichetta che vari aspiranti rappresentanti si contendono. Per esempio cosa vuol dire “essere” di sinistra? Esiste forse una definizione scientifica di cosa sia la sinistra? Evidentemente no. E lo stesso si può dire della destra.

concretezza (2)Esistono invece degli orientamenti culturali che guidano le scelte politiche di varie formazioni, ma è piuttosto difficile che l’elettore si basi soltanto su queste. Ed è fuorviante quando si dimentica la concretezza dei problemi e ci si rifugia negli ideali dentro i quali si tenta di infilare il mondo reale.

Prendiamo un esempio fra i tanti: gli immigrati. È di questi giorni la notizia che si è svolto un incontro a Berlino chiamato G20 per l’Africa. Lo scopo è quello di impostare una strategia di interventi a sostegno dello sviluppo per permettere ai giovani di restare nei loro paesi invece di prendere la strada della migrazione. Corrisponde a ciò che l’anno scorso il governo italiano propose all’Europa attraverso il Migration compact che anticipava questa scelta strategica. Una strategia che si sta già attuando con l’intenso lavoro diplomatico dell’Italia nei confronti delle tribù libiche allo scopo di attivarle per sorvegliare le frontiere sud da dove passa il flusso dei migranti.

Se si volesse definire tutto ciò con parole semplici si potrebbe dire che la cosa più sensata per tutti è aiutare chi cerca una vita migliore a trovarla nel proprio paese. Una tale affermazione, fino a ieri, era considerata di destra eppure è evidentemente di comune buon senso perché nessun paese, a meno che non sia l’ovest degli Stati Uniti all’inizio dell’800, può sopportare il continuo afflusso di migranti che ha avuto l’Italia negli ultimi anni. Bisognava prendere coscienza prima che non esiste altra soluzione alla migrazione dall’Africa senza invischiarsi in astrusi ragionamenti sull’accoglienza a prescindere da qualunque limite.

migration compactDi comune buon senso è anche riconoscere che una massa di persone prive di tutto esercita una pressione nei confronti dei ceti più disagiati perché compete per il lavoro, per i servizi, per gli spazi comuni.

Serve a poco dire che nel 2050 avremo bisogno di un tot di lavoratori in più che la nostra crescita demografica non ci può dare. Lo scopriremo strada facendo da oggi ad allora, ma non è questo un buon motivo per accogliere con gioia l’arrivo di 200mila persone l’anno alle quali letteralmente non sappiamo cosa far fare e dove collocarle.

Tutto ciò è parlare come la destra? Niente affatto. Disconoscere questa realtà non aiuta a cancellarla e non esime i politici dal dare risposte credibili.

Piuttosto bisognerebbe indagare di più sull’affermazione di Orsina secondo il quale “l’Italia è un paese di destra”. Forse si scoprirebbe che è di destra anche perché ha bisogno di risposte concrete che dall’altra parte non arrivano in maniera convincente.

Dunque che torni il bipolarismo destra-sinistra può non significare nulla se non si capisce che la politica non è retorica affermazione di etichette, ma soluzioni per il governo della società. Vince non chi conquista il centro, ma chi è più credibile

Claudio Lombardi

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