L’imbroglio della flat tax

Ci vogliono convincere che il taglio delle tasse con l’invocazione di una flat tax cioè di un’imposta proporzionale uguale per tutti è il problema più importante dell’Italia tale da meritare uno scontro con la Commissione europea. Vuol dire che il sistema tributario attuale è proprio sbagliato? Vediamo di capirlo con qualche ragionamento e ricorrendo ad alcune citazioni da un recente intervento del professor Andrea Fumagalli.

Punto primo: l’articolo 53 della Costituzione che stabilisce due fondamentali principi. “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Dunque il sistema fiscale italiano deve essere progressivo, nel senso che in corrispondenza di una base imponibile più elevata, si dovrebbe versare un’imposta proporzionalmente maggiore.

Perché la progressività è meglio di un’aliquota unica uguale per tutti? Lo Stato ha bisogno di essere finanziato per tutte le funzioni che deve svolgere e ripartire il prelievo in modo da salvaguardare i redditi medi e bassi va a vantaggio dell’equità, degli equilibri sociali e del lavoro. Infatti se le prime aliquote sono più basse viene incentivato l’ingresso nel mercato del lavoro regolare o l’aumento delle ore lavorate. I redditi medi e bassi inoltre sono quelli più vicini ai minimi necessari per non cadere in povertà.

I principi costituzionali, però, hanno trovato applicazione solo nel 1974. Negli anni precedenti la tassazione era applicata in base alla condizione professionale dei contribuenti. I commercianti, gli agricoltori, i liberi professionisti, gli imprenditori, i lavoratori dipendenti avevano un sistema di tassazione diverso, esito della contrattazione con il sistema politico. L’evasione fiscale nasce in quegli anni come espressione di un patto sociale implicito che applicava un prelievo certo ed obbligatorio solo ai lavoratori dipendenti e ai pensionati.

Il fisco dovrebbe svolgere anche la funzione di “stabilizzatore automatico”, ovvero incrementare le entrate negli anni di crescita economica e ridurle nei periodi di recessione. La progressività serve anche a questo.

Dal 1946 al 1971, invece, la pressione fiscale si è mantenuta più o meno costante, intorno al 25-26%, a fronte di una crescita media annua del Pil nominale del 6,7%. In presenza di progressività, la pressione fiscale sarebbe stata maggiore portando allo Stato italiano quelle risorse aggiuntive che erano necessarie e che sono state prese a debito.

Nel 1974 (riforma Visentini), nasce l’Irpef con la quale si applica a tutti i contribuenti un unico sistema di aliquote progressive articolato in ben 22 livelli, dal 10% al 72%. Nel 1983 le aliquote diventano nove, dal 18% al 65%. Successive riduzioni hanno portato alle attuali 5 aliquote, con la più bassa al 23% e la più alta fissata al 43%.

È evidente che la riduzione della progressività si è realizzata innalzando le imposte sui redditi più bassi e abbassando quelle sui redditi più alti.

Per cogliere gli aspetti redistributivi del sistema fiscale è necessaria però un’analisi complessiva, partendo dal definire le tre grandi categorie che costituiscono le entrate fiscali:

le imposte dirette (Irpef, Ires, patrimoniali); le imposte indirette (Iva); i contributi sociali, che tassano i redditi da lavoro e sono specificamente destinati al finanziamento delle principali prestazioni del welfare (pensioni, ammortizzatori sociali).

La tendenza in atto in tutta Europa e in Italia è un inasprimento dell’imposizione indiretta a scapito della progressività dell’imposizione diretta. Dal 1973 a oggi l’Iva in Italia passa dal 12 al 22%. Nel luglio 2011, il Governo Berlusconi ha introdotto per la prima volta in una manovra finanziaria la cosiddetta clausola di salvaguardia con la quale si prevede un aumento automatico delle aliquote IVA e delle accise qualora il governo non sia in grado di reperire le risorse necessarie a finanziare la manovra stessa. Da allora la clausola di salvaguardia si è ripetuta ad ogni manovra di bilancio.

Sulla base dei dati Banca d’Italia negli ultimi anni il peso relativo dell’imposizione diretta, indiretta e dei contributi sociali è rimasto più o meno costante. Le prime due hanno lo stesso peso (intorno al 34-35%), mentre l’apporto dei contributi sociali è di circa il 30%.

Ciò significa che già oggi buona parte delle entrate fiscali risponde a criteri di proporzionalità. Infatti, l’Iva è un’imposta proporzionale, così come lo è l’Ires (la tassa sui profitti delle aziende che è stata ridotta dal 37% nel 1994 al 24% deciso dal governo Renzi). Proporzionale è la tassazione sulle locazioni e quella sui proventi da investimenti finanziari. Infine da quest’anno si applica l’aliquota del 15% per le partite Iva fino a 65 mila euro annui e dal 2020 del 20% fino a 100 mila.

Tutto ciò significa che l’attuale sistema fiscale è già ampiamente caratterizzato più da proporzionalità che da progressività.

Perché allora il mantra ripetuto da quasi tutti i partiti è quello che considera urgente abbassare le tasse? Il modo più semplice sarebbe combattere l’evasione fiscale che costringe a ripartire il carico fiscale su una platea più ristretta di contribuenti.

L’inganno si nasconde proprio nella genericità dell’obiettivo propagandato rispetto agli effetti realmente perseguiti. Il vero scopo della flat tax sta nella riduzione dell’imposizione per i redditi più elevati. Chi ha redditi bassi e medi potrebbe riceverne addirittura un danno visto che è prevista la riduzione delle detrazioni fiscali e l’assorbimento degli 80 euro. C’è anche il rischio che salti la no tax area attuale e che anche a questa si applichi l’aliquota unica.

Dulcis in fundo le entrate fiscali subirebbero un ridimensionamento certo e consistente. Non a caso Salvini sventola come una bandiera la necessità di tagliare le tasse anche a debito il che significa che con una mano ad alcuni saranno tagliate le tasse e con l’altra lo Stato dovrebbe trovare i soldi per pagare maggiori interessi nell’immediato e un maggiore debito nel futuro. In sintesi si prenderebbero in prestito i redditi che devono ancora essere prodotti. Proprio ciò di cui l’Italia ha bisogno per affogare

Claudio Lombardi

La strategia di Salvini e Di Maio: un’ Italia a marcia indietro

Nel teatrino quotidiano della politica italiana siamo sommersi da pettegolezzi, chiacchiere e propaganda. Ben poco si parla della sostanza dei nostri interessi nazionali, del nostro futuro e del contesto mondiale che ci circonda. Battute, esibizionismi, smargiassate quante ne vogliamo. Ragionamenti seri e razionali no. Proviamo a farlo da soli partendo da una notizia.

In Africa è nata l’area di libera circolazione di merci e persone maggiore al mondo. Riguarderà 1,2 miliardi di persone e un Pil di oltre 2 mila miliardi di dollari. Si chiama AfCFTA (African Continental Free Trade Area) l’accordo commerciale firmato da quasi tutti gli stati africani. Con questo accordo si arriverà ad eliminare i dazi sul 90% delle merci scambiate fra gli stati contraenti. Si tratta di una rivoluzione che avrà ripercussioni sul commercio globale e, in particolare, su Europa e Cina. È legittimo pensare che, nel lungo periodo, avrà anche effetti benefici sullo sviluppo degli stati africani e, quindi, indirettamente sui flussi migratori.

Dal punto di vista dei paesi africani l’accordo mira a unificare un mercato interno che è tuttora molto frazionato e gravato da una fiscalità troppo elevata, mancanza di infrastrutture, burocrazia. L’impianto del commercio intrafricano, inoltre, è ancora quello di derivazione coloniale che prevedeva uno scambio obbligatorio o preferenziale verso i paesi europei. Per molto tempo le merci prodotte in Africa prendevano la via dell’Europa e da lì, in alcuni casi, venivano riportate sui mercati africani.

Nel mondo non c’è dunque solo Trump che vuole far valere i diritti del più forte (peraltro puntando ad un comprensibile riequilibrio degli scambi che, per anni, ha visto un bilancio fortemente negativo per gli Usa). E non ci sono solo Salvini e gli altri sovranisti d’Europa che tornerebbero volentieri alla situazione antecedente alla creazione dell’Unione europea facendo saltare l’euro. In Africa, con tutti i suoi guai e le sue arretratezze hanno capito che unirsi è meglio che stare divisi e, in Italia, una campagna rabbiosa vuole spingerci in direzione contraria.

Qualunque persona ragionevole può capire che sono due strade ben diverse quelle che si presentano davanti al governo italiano. Una porta ad impegnarsi per modificare ciò che non va nell’assetto dell’Unione europea e dell’Eurozona. Dalle istituzioni, alle regole, alle politiche i possibili cambiamenti sono molti e tutti possono portare benefici ad un Paese come l’Italia, poco dotato di materie prime, ma naturalmente votato ai commerci. Le soluzioni ai problemi dell’Europa e della moneta comune esistono e si basano tutte sul superamento degli egoismi nazionali in nome di una maggiore convenienza ad unirsi. Troppe volte ci si è riferiti all’Europa come se fosse una creatura dei “burocrati di Bruxelles” dimenticando che nella UE esiste una sola istituzione che rappresenta i cittadini europei ed è il Parlamento europeo. Ed esiste un solo organismo che non risponde alle decisioni governative: la BCE. Tutto il resto ricade sotto gli equilibri dettati dai rapporti intergovernativi. Dire “prima gli italiani” dunque non ha alcun senso se si appartiene ad una unione che è composta da molti stati ognuno dei quali può dire “prima io”. In questo modo non si conclude nulla. Invece, facendo politica verso gli altri stati e privilegiando la dimensione comunitaria si possono ottenere risultati importanti. La propaganda dello scontento è riuscita ad oscurare quasi completamente i vantaggi che l’adesione all’Unione europea e all’euro ha portato all’Italia (e a molti altri stati). Togliere la protezione dell’Europa consegnerebbe ogni paese ad una competizione internazionale che si è fatta molto più insidiosa e pericolosa del passato.

L’altra strada è quella che sembra aver imboccato il governo e che porta allo scontro con la Commissione europea e, dunque, con gli altri stati europei. Sia quelli che condividono l’euro, sia quelli che non l’hanno adottato. In nome di cosa? Salvini e i NO EURO leghisti (innanzitutto Borghi e Bagnai gli economisti di riferimento della Lega) dicono che l’Italia è stata mortificata per anni dai limiti imposti alla sua economia per rispettare parametri di finanza pubblica privi di senso. Detto in poche parole i problemi dell’Italia sarebbero solo una questione di soldi o, meglio, di debito. Per Salvini e Di Maio i soldi risolvono tutto. Senza aggredire i nodi strutturali italiani dell’evasione fiscale (anzi, premiandola con i condoni), della farraginosità del sistema giudiziario, della burocrazia, degli sprechi, delle infrastrutture carenti, dell’estrema frammentazione della struttura produttiva, della scarsa ricerca tecnologica, di una frattura tra nord e sud, della strapotenza della criminalità di tipo mafioso, dell’inefficienza degli apparati pubblici, della distorsione nella spesa pubblica orientata a distribuire mance e sussidi. Per avere più soldi bisogna fare più debito oppure stampare più moneta. Quest’ultima possibilità è preclusa dall’euro e più debito significa pagare più interessi e violare le regole comuni.

Questa è la sostanza e, per questo, Salvini e Di Maio stanno andando allo scontro con l’Europa mettendo in conto anche di provocare l’estromissione dell’Italia dalla zona euro. Dicono che non è vero? Pura finzione. Atti, parole, comportamenti vanno in questa direzione e sono inequivocabili. Si fermerebbero soltanto se gli altri paesi europei acconsentissero a finanziare l’Italia facendosi carico di una parte dell’aumento del debito. In pratica se la BCE (come richiesto nell’unico documento strategico del governo elaborato dal prof Savona pochi mesi fa) diventasse il prestatore di ultima istanza dello stato italiano. Per farci cosa? Per tornare alla finanza allegra degli anni ’70-’80 quando ogni desiderio poteva diventare realtà sfondando i bilanci pubblici. Mettono sotto ricatto l’Unione europea minacciando l’uscita dell’Italia che provocherebbe uno sconquasso generale. Questo è il disegno e, intanto lanciano provocazioni e segnali sia verso l’interno che verso l’esterno.

I minibot sono una provocazione e una truffa. I continui riferimenti alla ricchezza patrimoniale degli italiani sono un segnale chiaro di cosa succederà se si andrà verso la resa dei conti. Che è molto vicina. Gli italiani sembrano non capire che stavolta la possibilità di un disastro è reale. Avremo luglio e agosto da passare inseguendo le chiacchiere e le sbruffonate di Salvini e Di Maio poi a settembre si dovrà per forza fare sul serio

Claudio Lombardi

E’ partita quota 100 ma non le assunzioni

L’Europa sembra avere un bellissimo effetto sull’occupazione dei suoi stati membri, il tasso europeo di disoccupazione non è stato mai così buono dal 2008 (prima del tracollo finanziario mondiale), ma non per Grecia, Spagna e, chiaramente, l’Italia. Gli storici  fanalini di coda dell’eurozona viaggiano ad un tasso di disoccupazione oltre la media europea  fissata al 6,4%, con l’Italia al 10,2, la Spagna al 13,8 e la Grecia al 18,5. Insomma, seppure in buona compagnia, restiamo tra gli ultimi nonostante il governo del cambiamento e i suoi cavalli di battaglia: decreto “dignità” (fra poco compirà 1 anno), reddito di cittadinanza e quota 100; tutti provvedimenti che avrebbero dovuto rilanciare l’occupazione.

Prendiamo ad esempio quota 100. Il Governo, per bocca degli stessi due leader e a più riprese, aveva proclamato quanto il provvedimento fosse anche una straordinaria occasione per far crescere l’occupazione. Mandare in pensione in anticipo i lavoratori avrebbe comportato una repentina e certa assunzione di giovani con una proporzione, stimata in varie occasioni (interviste, comizi e dibattiti tv), addirittura in tre nuovi assunti per ogni pensionato. Stima, in verità, ritoccata al ribasso più volte fino a giungere all’ultima (sarà un caso a elezioni avvenute?) di mezzo assunto per ogni pensionato.

I primi dati (aprile) sulle uscite per quota 100 però ci forniscono delle indicazioni diverse. A fronte di circa 27 mila lavoratori che sono andati in pensione non ci sono stati incrementi significativi dell’occupazione. Ovviamente bisognerà attendere altri dati nei prossimi mesi per avere chiara la reale portata dell’impatto sull’occupazione di quota 100, ma non possiamo sottovalutare quanto già avvenuto.

Forse le aziende ragionano diversamente dai Ministri e dai politici. Sicuramente non agiscono per impulso né sull’onda emotiva di qualche slogan. Il problema è che i politici che hanno presentato come probabilissima la sostituzione di un lavoratore anziano con tre neo assunti e molti elettori ci hanno pure creduto. Strano, perché sarebbe bastato un po’ di buon senso per chiedersi perché mai una segretaria di 63 anni sarebbe stata rimpiazzata da 3 (o due) giovani segretarie, per quale motivo e con quale logica economica ciò sarebbe dovuto accadere?

La realtà, invece, rischia di essere ben diversa. In fondo l’uscita agevolata di un lavoratore di circa 63-64 anni arrivato al culmine del suo iter lavorativo, con un costo notevole per l’azienda, è stata vista da molti datori di lavoro come una benedizione per i propri conti e, forse, anche per la gestione. Senza conflitti e senza incentivi ci si è “liberati” di lavoratori arrivati quasi al capolinea lavorativo e con la mente volta ormai alla pensione. Se quei dipendenti non sono stati sostituiti vuol dire che il loro lavoro è stato già in qualche modo assorbito da altri internamente oppure che quel posto (mansioni, funzioni) era già diventato obsoleto per conto suo.

Dunque nessun automatismo tra uscita e assunzione, ma, anzi, spesso un’occasione di risparmio e riorganizzazione interna gentilmente offerta dalle agevolazioni a spese dello Stato. E, a proposito di agevolazioni, quelle per le nuove assunzioni non ci sono, tranne quelle già esistenti (bonus under 35, bonus sud) per le quali, piccolo dettaglio, ancora non si è provveduto a renderle operative.

Il mercato del Lavoro dunque ristagna, non c’è stato nessun boom, non c’è stato alcuno scatto da parte delle aziende. C’è stata, invece, una straordinaria crescita negli ultimi mesi delle ore di cassaintegrazione con un aumento del 78% ad Aprile rispetto allo stesso mese del 2018. E ci sono state molte crisi aziendali (oltre 150 i tavoli di crisi aperti al ministero del lavoro).

D’altra parte la politica del governo e, in particolare del Ministro del Lavoro, sembra essere stata guidata più da preconcetti e illusioni che da un percorso chiaro e determinato. Il decreto “dignità” di luglio 2018 è stato soprattutto un segnale contro l’odiato Job Act, ma ha reso evidenti le fragilità del suo impianto e ha creato molti più problemi di quelli che ha risolto. Nulla si è concluso con i ciclofattorini (rider). Il reddito di cittadinanza è stato annunciato come una panacea per la povertà e per il lavoro, infine è arrivata l’utopia di quota 100 e della supposta impennata occupazionale a certificare la distanza tra i proclami e la realtà.

Insomma il Governo ha soprattutto parlato, ma, dopo un anno il lavoro è sostanzialmente immutato nei suoi numeri. L’instabilità politica e la confusione creano sfiducia e questa si riflette sullo spread costantemente ai livelli più elevati d’Europa mentre il Pil naviga tra 0 e +0,1. Decisamente un anno di governo con un bilancio negativo

Alessandro Latini

La sovranità che conta è quella dell’Unione europea

Sarà stato l’esempio della Brexit, sempre più incagliata nella confusione seguita al voto sciagurato di elettori inconsapevoli e truffati dalla propaganda dei falsificatori tipo Nigel Farage, sarà che è stato percepito il timore degli italiani di perdere i propri i risparmi, sta di fatto che in Italia nessuna forza politica importante ha proposto nella campagna elettorale finita ieri l’uscita dall’euro e l’abbandono dell’Unione europea.

Strano. Lega e M5s per anni hanno fatto dell’adesione alla moneta unica il loro principale bersaglio. Euro, élite, burocrazia e banche sono stati indicati come i responsabili del declino dell’Italia. Demagoghi vecchi e nuovi hanno battuto sistematicamente su questo tasto per suscitare l’odio degli italiani contro tutto ciò che proveniva dalle istituzioni europee. Oggi che sono andati al governo e che hanno conquistato il potere (occupando tutte le cariche, posti e poltrone disponibili), hanno cambiato registro. Se prima il messaggio era “vogliamo uscire” , quello di adesso è “restiamo alle nostre condizioni”.

Sarebbe già un passo avanti se non fosse che per tutti e due il cuore del problema sono i soldi. L’Italia va male perché non spende abbastanza dato che è la spesa pubblica a far alzare il Pil. E chi le impedisce di spendere? L’Europa. Ecco quindi che la sostanza del messaggio sovranista ritorna e porta diritti ad una nuova conclusione: “ci siamo impegnati, ma non ce lo hanno fatto fare”. Sembra quasi la precostituzione di un alibi.

Perché un alibi? La situazione dei conti pubblici italiani è pessima e l’economia va male. Quando si dovrà decidere il bilancio per il 2020 il governo dovrà trovare decine di miliardi per colmare i buchi creati quest’anno. Buchi creati per nulla perché, dopo un anno di governo Lega – M5s non uno dei problemi dell’Italia è stato affrontato con serietà. Tutto è stato fatto all’insegna della propaganda e nessuna attenzione si è posta sulla sfiducia che veniva seminata dovunque. Se gli elettori meno attenti si possono ammaestrare con la propaganda non così i soggetti che comprano il nostro debito. Lo spread ha segnato il livello della sfiducia che i soci del governo hanno suscitato. Uno spread che si paga caro e non solo rispetto alla Germania, ma persino rispetto alla Spagna e al Portogallo.

Il problema cruciale dell’Italia era ed è come creare sviluppo e quindi lavoro. L’Italia è rimasta indietro da molti anni e non per colpa dell’euro o per le limitazioni alla sua sovranità. Se su 27 paesi dell’Unione europea l’Italia è l’ultimo per crescita del Pil come si fa a pensare che farebbe meglio se restasse da sola? Perché questo è il sogno dei sovranisti: restare da soli. Oggi la Lega non lo dice più apertamente (forse in attesa di un disastro esattamente come si consigliava di fare nel piano B),  ma il retro pensiero è sempre quello: con la lira avremmo fatto meglio di quello che abbiamo fatto con l’euro. Ma davvero? E noi dovremmo credere a questa favola che non ha alcun fondamento economico e che è stata smentita dalla nostra stessa storia?

Bisogna che gli italiani lo abbiano ben chiaro: la grande illusione della sovranità monetaria è quella di poter svalutare e stampare moneta cioè fare deficit e debito senza limiti. Appunto, una favola smentita già tante volte nella storia dell’umanità.

Per noi basta ripensare agli anni ’70 e ’80 per sbattere il muso con la realtà: l’Italia della lira non era più libera di quella di oggi, ma il contrario. Avere una propria moneta non significa poter fare ciò che si vuole perché ciò che conta non è il possesso di una moneta, ma il valore che le viene attribuito e riconosciuto. E questo dipende dall’economia, dai servizi, dal tenore di vita, dall’affidabilità, dalla fiducia. Come si fa a credere che uno stato possa stampare moneta a volontà e che possa usarla per i propri commerci prescindendo dal suo valore?

Ai tempi della lira l’inflazione era la tassa occulta che si mangiava reddito e risparmi degli italiani, ma non era ancora arrivata la globalizzazione e l’Italia poteva puntare sul basso costo del lavoro e sui prezzi delle esportazioni resi concorrenziali a colpi di svalutazioni (che significava inflazione sul fronte interno). Non solo questo però perché c’erano settori industriali innovativi che competevano a livello internazionale (chimica, meccanica, elettronica).

Oggi quelle industrie di punta non ci sono più e non sarebbe più possibile seguire la strada delle produzioni a basso valore aggiunto dove il costo del lavoro e il fattore prezzo sono determinanti perché il mondo ne è pieno. Dunque non è questo che oggi serve all’Italia. Servono invece tanti investimenti e tanta innovazione, ma non va più bene il modello produttivo del “piccolo è bello”. Oggi contano le catene della ricerca e del valore che portano a prodotti nuovi e a tanta tecnologia.

Oggi tutto ciò che ha valore deve essere fatto a livello continentale perché i nostri concorrenti sono inseriti in sistemi produttivi di quel livello. Puntare sulla chiusura è una scelta suicida. Il vero investimento che gli italiani dovrebbero fare è su un’Europa integrata e competitiva nella quale l’Italia sia un protagonista.

Domani si vota. Non lasciatevi incantare da chi rivendica con orgoglio la sovranità dell’Italia o da chi dice “prima gli italiani”. Sono i premi di consolazione degli sconfitti che fanno la voce grossa per non piangere. Votate chi punta sull’Unione europea perché è lì che c’è il futuro.

Claudio Lombardi

Il vantaggio di essere Europa

Ci voleva Milena Gabanelli (“Data Room” sul Corriere della Sera di lunedì scorso) per riportare la discussione sull’Europa su un piano di realismo e di concretezza. Da anni la voce che si sente di più è quella dei critici dell’Unione europea. L’austerità è diventata un mito e un marchio di infamia con la quale si vorrebbe cancellare ogni aspetto positivo della costruzione europea. Il capolavoro dei sovranisti, populisti, euroscettici è stato quello di aver imposto una lettura a senso unico delle politiche europee negli ultimi 10-15 anni. Una lettura che, come in una fotografia presa con un teleobiettivo, ha schiacciato i piani fino a far risaltare solo quello della disciplina di bilancio collegata alla moneta unica.

Ancora oggi la proposta politica di questo insieme di forze nazionaliste è cancellare la UE e quindi l’euro e tornare ad un mercato comune europeo nel quale ogni stato conservi la sua politica economica, di bilancio e la sua moneta. Sono anni che provano ad incrinare l’Unione e l’unico argomento di cui dispongono è l’austerità. Più un feticcio che una realtà. Perché?

Allenata al pettegolezzo politico e alla ricerca dei complotti stranamente l’opinione pubblica dei paesi europei non si è soffermata a valutare il collegamento tra la ricchezza dei paesi membri della UE e le mire strategiche che muovono Usa, Cina e Russia. Anche i media sempre a caccia di scandali non hanno dato grande risalto alla competizione per conquistare il mercato più ricco del pianeta. Un gigante economico e un nano politico. Questo è il problema. Rompere l’unità europea significherebbe trattare con i singoli paesi senza più la forza dell’Europa. Nemmeno i finanziamenti russi a diverse forze politiche (la Lega è fortemente sospettata di averli ricevuti) hanno suscitato grande scalpore. Nemmeno la presenza di Steve Bannon capo dell’estrema destra Usa fisso in Europa da molti mesi ha destato stupore. Come se fosse irrilevante l’azione di forze politiche e potenze straniere per incrinare l’Europa con la collaborazione dei cosiddetti sovranisti che operano all’interno. Forse dovremmo essere consapevoli come cittadini europei che noi siamo la posta in gioco in questa battaglia. Conquistare i governi al fine di usarli per rompere l’Unione europea. Questa la strategia che Lega e M5s stanno attuando, negandola, nel nostro Paese. I fatti parlano chiaro e dopo le elezioni europee lo vedremo.

Innanzitutto un dato per capire cosa è l’Europa: il 7% della popolazione mondiale, il secondo Pil più alto del mondo, una produzione che corrisponde al 25% di quella globale e il 50% della spesa mondiale per welfare e servizi sociali.

Visto che persino le forze politiche europeiste e i media non riescono a farlo con sufficiente determinazione si incarica Milena Gabanelli di mettere i puntini sulle “i” dicendo ciò che viene dato per scontato e tale non è. Infatti, ai vantaggi portati dalle politiche europee ci siamo così abituati che non li vediamo più.

Innanzitutto la libertà di circolazione delle persone, delle merci e dei capitali ha significato per milioni di persone la possibilità di muoversi tra i paesi europei ricercando le migliori opportunità di lavoro e di studio. Nell’area di Schengen possiamo viaggiare senza ostacoli doganali (vi aderiscono 26 stati).

Il programma “Erasmus” ha permesso a 9 milioni di giovani di trascorrere periodi di studio all’estero. Il mercato più vasto del mondo con 508 milioni di persone, 24 milioni di imprese e 14 mila miliardi di Pil annuale è il contesto nel quale tutti i cittadini europei possono mettere alla prova le loro capacità.

Grazie alle politiche europee costa meno viaggiare e comunicare, la sicurezza alimentare è la più elevata al mondo, la tutela ambientale è ai massimi livelli su scala globale, i diritti dei consumatori e la protezione sociale sono considerati obiettivi fondamentali delle istituzioni europee.

Infine la finanza pubblica, l’ambito nel quale si sarebbe dispiegata la “feroce” austerità denunciata dai tanti sovranisti euroscettici. Ebbene nella storia recente dell’Italia non si è mai avuto un periodo di stabilità finanziaria come quello assicurato dall’appartenenza all’area dell’euro. Ai tempi della lira e della tanta decantata sovranità monetaria l’inflazione era un peso che ci portavamo sulle spalle e che toglieva certezze ai redditi delle famiglie. L’inflazione (che superò anche il 20% annuo negli anni ’70) si portava dietro gli interessi che lo Stato doveva pagare per sostenere il suo debito. La Banca d’Italia ha calcolato che nel 2018 sono stati pagati 65 miliardi di interessi su un debito di 2.316 miliardi. Ebbene nel 1990 furono pagati circa 71 miliardi su un debito di 668 miliardi (ad un tasso del 10,5%). È chiaro che, se non ci fosse stato l’euro, l’Italia sarebbe stata travolta dalle vicende economiche di questi anni. Nessuna svalutazione avrebbe potuto riportarci a galla.

La battaglia che si combatte oggi è cruciale e le forze sovraniste/populiste al di là di ciò che dicono hanno le idee chiare. In Italia stanno creando le condizioni per una rottura con l’euro e con l’Europa. Il piano inclinato è stato posizionato e lo scivolamento è in atto. È necessario che dalle elezioni europee arrivi il segnale chiaro che gli italiani non vogliono andare indietro

Claudio Lombardi

Auto ibride, auto elettriche. Meno retorica, più concretezza

In questi giorni sono partiti in Italia gli incentivi fino a 6000 euro per chi acquista un’auto elettrica o un’auto ibrida e la sovrattassa fino a 2500 euro per chi acquista un’auto tradizionale.

Da quando sono stati annunciati questi provvedimenti il mercato dell’auto in Italia, si è fermato, le vendite sono crollate, le persone che dovrebbero acquistare un’auto aspettano. Cosa? Di capire quanto spenderanno in più di quanto avevano preventivato o per la tassa o per un’elettrica/ibrida che costa comunque più dei modelli tradizionali. Nel frattempo continueranno ad utilizzare i vecchi e inquinanti euro 1, 2, 3, 4.

Proviamo ad analizzare il problema punto per punto.

AUTO IBRIDA

In Italia non si producono auto ibride. FCA non produce per ora auto ibride a parte la Ferrari F1. Le  auto ibride in commercio di piccola cilindrata sono Hyundai o Toyota e, come è noto, non sono neppure prodotte in Europa. Di fatto si aiutano le aziende che le producono in Giappone, in Corea o comunque nel sud est asiatico. E questo da parte di un governo che vorrebbe contrastare gli effetti della globalizzazione a favore dell’Italia!

Intanto FCA che aveva intenzione di investire 5 miliardi di euro nella riconversione degli impianti in Italia ha deciso di rivedere i suoi programmi. Come si dice? Due piccioni con una fava.

Auto ibride prodotte in Europa ci sono, ma sono auto di lusso piuttosto costose non adatte alla massa. E poi un’ibrida a parità di classe costa mediamente un 30% in più e anche con gli incentivi non si pareggia il conto.

Veniamo al capitolo vantaggi. Cosa dà in più l’ibrido? Se si tiene presente che un’auto ibrida senza il motore a scoppio circolerebbe solo una decina di minuti con la sola carica delle batterie, si può capire che anche in città praticamente tutta l’energia che serve per far funzionare l’auto proviene dalla benzina. Il vantaggio fondamentale è quello di poter utilizzare la parte elettrica a bassa velocità e recuperare energia in frenata e quindi abbattere un po’ i consumi. L’inquinamento però non può non esserci perché il motore principale è sempre quello a benzina e può stare spento solo pochi minuti. In ogni caso inquina sicuramente più di un motore a metano o a GPL che equipaggiano auto di gran lunga meno costose.

AUTO ELETTRICA

Anche in questo caso niente auto elettriche prodotte in Italia. FCA ha in programma vari modelli, ma per ora non ci sono.

L’auto elettrica per antonomasia è la Tesla. Si tratta di auto di classe elevata e naturalmente costose. Si parte da 35 mila dollari per arrivare agli oltre 100 mila.

Anche Audi e WW hanno modelli simili, ma non c’è niente a prezzi inferiori a 20.000 euro.

I problemi dell’auto elettrica, però, non sono solo di costo. Intanto la ricarica delle batterie è un problema. O si possiede un garage (ammesso e non concesso che la potenza installata in garage sia sufficiente) o si devono utilizzare le postazioni pubbliche. Che sono rarissime. Se si volesse sul serio affrontare il problema servirebbe almeno una postazione ogni 100 posti auto. Come minimo ovviamente perché se devono ricaricare contemporaneamente 30 auto ecco che il sistema si blocca. Anche se si possiede un garage però può essere necessario dover ricaricare in una postazione pubblica perché le auto sono fatte per spostarsi e le autonomie, attualmente possibili (da 200 a 500 Km) non bastano quando si viaggia. Dove sono le postazioni di ricarica veloce lungo strade e autostrade? Tutte da costruire.

Ultimo e non piccolo problema riguarda le batterie.

La Tesla ha messo in produzione la Model 3, quella a 35.000$ e in pochi mesi ha raccolto più di 500.000 ordini per auto che saranno consegnate nel prossimo futuro. I due modelli proposti montano batterie standard e long range che saranno fabbricate nella Gigafactory 1, di Sparks,  in collaborazione con Panasonic, nel deserto del Nevada.

Con un ritmo di produzione previsto di 10.000 vetture a settimana Tesla da sola richiederà tutta l’attuale produzione mondiale di batterie agli ioni di litio. Il giro di affari intorno alle batterie agli ioni di litio passerà dai 30 miliardi di dollari del 2015 ai 75 nel 2024, e si prevede che entro il 2050 il 47% delle auto circolanti a livello globale saranno elettriche.

Entro il 2040, l’Inghilterra e la Francia intendono bandire la vendita di veicoli a benzina e diesel nel tentativo di limitare le emissioni inquinanti.

Tutte le marche automobilistiche intanto si stanno organizzando per produrre almeno uno o due modelli di auto elettriche.

Si sta aprendo dunque un grande mercato dai profitti milionari per chi saprà investire nel settore.

Gli ambientalisti assicurano che il processo di produzione, ricarica e smaltimento delle batterie per veicoli, è più pulito rispetto a quello di estrazione e combustione dei derivati del petrolio, ma la strada non è per niente semplice.

Infatti la reazione chimica coinvolta nell’accumulo di corrente di una batteria al litio si basa su due elementi fondamentali: litio e cobalto.

Le miniere di litio e cobalto, in particolare, ancora scarseggiano o si trovano in paesi molto instabili a livello politico.

Argentina, Cile e Bolivia detengono il 75% della produzione mondiale di litio la cui quotazione è aumentata dell’80% dal 2016. Secondo gli analisti la domanda dalle 184.000 tonnellate estratte nel 2015 salirà a 534.000 nel 2025.

Il prezzo del cobalto negli ultimi mesi è aumentato stabilmente del 70% con un picco di 61.000 dollari a tonnellata raggiunto nello scorso luglio.

Difficile da estrarre, il minerale viene prodotto per il 65% a livello globale dalla repubblica Democratica del Congo, un paese molto instabile politicamente e con una classe dirigente altamente corrotta.

Secondo un rapporto dell’UNICEF pubblicato nel 2014, oltre 40.000 bambini sarebbero sfruttati nelle miniere a sud del Congo, molti dei quali per l’estrazione di cobalto. Lo scorso anno, le notizie riguardanti pratiche di sfruttamento del lavoro minorile nelle miniere africane diffusa dal Washington Post, hanno portato Apple a sospendere i rapporti con alcuni produttori locali.

Alcune compagnie, tra cui Tesla, hanno dichiarato di volersi avvalere solo di materie prime prodotte in modo etico e sostenibile nel nord america. A oggi però, nel suolo USA, malgrado le recenti scoperte di giacimenti di cobalto in Idaho e Ontario, non vi sono le risorse necessarie per sostenere una produzione in forte crescita.

Aziende sudcoreane, fra cui Samsung SDI e LG Chem, stanno cercando di aggirare l’ostacolo investendo nella ricerca di materiali alternativi, sviluppando batterie che richiedano in percentuale meno cobalto e più nickel.

Ultima considerazione, ma non meno importante, finora si è parlato solo di auto ma non c’è ancora assolutamente niente per furgoni, autocarri, camion, Tir, barche e navi che come si sa funzionano tutti con motori diesel e sono tra i maggiori responsabili dell’inquinamento delle nostre città.

La strada dell’elettrico, al di là dell’esaltazione retorica e dell’ingenuità di molti, è ancora tutta in salita. Affrettare i tempi con l’esibizione dell’entusiasmo da selfie di troppi politici improvvisati non si può. Bisogna affidarsi alla ricerca scientifica e tecnologica che non è esattamente il pensiero di chi è al governo adesso che, per anni, si è fatto vanto di spargere diffidenza e false credenze

Pietro Zonca

Più flat tax meno spesa pubblica

Il modello della flat tax si è affermato finora in paesi con livelli di Pil molto inferiori a quelli dell’Europa occidentale, dove anche la domanda di spesa sociale è nettamente più bassa. Una sua introduzione in Italia richiederebbe tagli di spesa.

QUEI PAESI DOVE VIGE LA FLAT TAX

In generale, la flat tax è un’imposta sul reddito con aliquota unica, resa progressiva da una deduzione (riduzione dell’imponibile) o da una detrazione (riduzione dell’imposta) concessa a tutti i contribuenti. Il modello ha finora trovato applicazione in alcuni piccoli stati, spesso paradisi fiscali (ad esempio, Jersey, Hong Kong, Andorra e Belize), e soprattutto in molti paesi dell’Europa centro-orientale che un tempo facevano parte del blocco sovietico. Si tratta di un modello adattabile ai paesi occidentali?

L’economista americano Peter Lindert, nel suo libro Growing Public del 2004, sostiene che durante il Novecento la quota della spesa sociale sul Pil è aumentata per tre principali ragioni: l’aumento del reddito medio, l’invecchiamento della popolazione e l’espansione della democrazia. Nazioni più democratiche, con maggiore livello di reddito o con più anziani dovrebbero quindi avere una pressione fiscale superiore a quella di nazioni più arretrate sotto questi aspetti.

E infatti, per quanto riguarda il reddito medio, i paesi con flat tax si trovano a uno stadio di sviluppo economico ancora molto diverso da quello dei paesi occidentali, malgrado i progressi degli ultimi venti anni. La tabella che segue compara alcuni indicatori – relativi al 2016 – dei paesi dell’Europa orientale con flat tax e delle principali economie dell’Europa dell’Ovest. Nel primo gruppo il Pil pro-capite va da un minimo di 3.765 euro per la Georgia a un massimo di 17.156 per l’Estonia, che è comunque inferiore al valore più basso – della Grecia – tra i Pil pro-capite degli stati del secondo gruppo.

LA DOMANDA DI SPESA PUBBLICA

Stadi di sviluppo economico così lontani, come suggerisce Lindert, producono anche una diversa domanda di spesa pubblica in generale e sociale in particolare. L’incidenza della spesa pubblica è infatti mediamente del 35 per cento nei paesi europei con flat tax, di quasi 12 punti percentuali inferiore alla media di quelli dell’Europa occidentale con imposta progressiva sul reddito. Anche la spesa sociale – che nella tabella comprende pensioni, sanità e assistenza – è decisamente più alta nell’Europa dell’Ovest. È dunque logico che anche le entrate abbiano un’incidenza sul Pil assai inferiore (mediamente di 10 punti di Pil) nei paesi orientali.

Certo sarebbe possibile immaginare una flat tax con elevata aliquota, in grado di raccogliere un gettito simile a quello delle imposte progressive per scaglioni, ma sia nel dibattito italiano che nei paesi dell’Est la flat tax si caratterizza di solito per un’aliquota molto bassa.

Una flat tax a bassa aliquota riesce – assieme alle altre imposte – a finanziare i bisogni di spesa sociale di questi paesi proprio perché sono ancora contenuti, in linea con il basso livello del Pil. Dove invece la spesa pubblica è molto elevata, come in Italia, l’adozione di una flat tax ad aliquote basse potrebbe rendere impossibile finanziare gli attuali livelli di spesa pubblica e costringere a tagli significativi. In molti dei paesi che hanno optato per la flat tax il gettito dell’imposta sul reddito è diminuito dopo il passaggio all’aliquota unica, con l’eccezione della Russia, anche se in quel paese la tenuta delle entrate sembra sia da attribuire ad altri fattori concomitanti (la ripresa del ciclo economico, la maggiore severità del contrasto all’evasione).

Di per sé, una riduzione della spesa di qualche punto di Pil potrebbe non essere un male, visto che probabilmente una delle cause del declino economico italiano sta nella continua espansione della spesa pubblica e, a ruota, delle entrate necessarie per finanziarla. Non sempre, però, c’è la consapevolezza che il dibattito sulla flat tax ne richiederebbe necessariamente anche un altro, non meno importante, sul livello ottimale di spesa pubblica.

Tabella 1 – Pil pro-capite e principali voci del bilancio pubblico in paesi con e senza la flat tax nel 2016

Fonte: World Bank National Accounts Data e International Monetary Fund, Government Finance Statistics Yearbook

Il modello della flat tax sembra dunque essersi affermato finora in paesi con livelli di Pil molto inferiori a quelli dell’Europa occidentale, con conseguente minore quota di spesa sociale. In futuro, tuttavia, almeno due dei tre fattori indicati potrebbero spingere verso una crescita della spesa sociale, mettendo in crisi il sistema con flat tax ad aliquota bassa: se il Pil convergerà verso i livelli dell’Europa dell’Ovest e se l’invecchiamento della popolazione continuerà, i cittadini chiederanno un aumento della spesa sociale, soprattutto per pensioni e sanità.

Da un punto di vista politico, invece, i paesi con flat tax sono spesso democrazie con preoccupanti tendenze involutive, e in democrazie fragili c’è una minore domanda di spesa sociale. Quindi su questo aspetto c’è più incertezza. Ma un’evoluzione in senso più democratico potrebbe mettere in difficoltà la flat tax. Segnali di ripensamento cominciano già a vedersi, tanto che negli ultimi anni alcuni paesi l’hanno abbandonata, in genere passando dall’aliquota unica ad uno schema con due o tre aliquote. La Serbia è ad esempio passata dall’aliquota unica del 14% a tre aliquote: 10%-20%-35%, la Repubblica Slovacca da 19% a 19%-25%, la Rep. Ceca da 15% a 15%-22%, l’Albania da 10% a 10%-25%, la Lettonia dal 25% su tutti i redditi a tre aliquote (20%-23%-31.4%). Rimangono con la flat tax Russia, Estonia, Lituania, Romania, Macedonia, Bosnia-Erzegovina, Bielorussia, Bulgaria, Georgia, Ucraina e Ungheria. La Polonia, l’economia più importante dell’Europa orientale dopo la Russia, non ha mai avuto la flat tax, ed ora ha due aliquote (18% e 32%).

Massimo Baldini e Leonzio Rizzo tratto da www.lavoce.info

Gli stranieri e il Reddito di cittadinanza

Alla fine, dopo lunghe discussioni, infinite accuse e banali considerazioni, il Governo  è riuscito a rispettare il proprio dettato politico legato all’ormai famoso slogan “italian first”, rendendo così più complicato e difficile se non impossibile per gli stranieri  l’accesso al Reddito di cittadinanza, con una decisione dal forte sapore di discriminazione palese per una componente della nostra società. Una decisione che rischia, oltretutto, di essere anche incostituzionale.

In sede di conversione del DL 4/2019, infatti, è stato inserito nell’art.1 un nuovo comma, l’1-bis, che obbliga i cittadini extracomunitari alla presentazione di  una certificazione “aggiuntiva”  in merito al reddito e al patrimonio oltre che alla propria  composizione  del  nucleo familiare, una documentazione da richiedere al proprio Stato e da presentare poi in versione tradotta e legalizzata dall’autorità consolare italiana che ne deve attestare così la conformità all’originale.

Una procedura dunque più complessa e articolata che dovrà essere eseguita da tutti gli stranieri, anche da coloro che hanno già presentato la domanda (i quali saranno pertanto richiamati per l’integrazione documentale), una procedura che creerà quantomeno per loro  tempi più lunghi e costi più alti. Restano esclusi dalla presentazione di questa  documentazione aggiuntiva, da effettuare in sede di compilazione ISEE, i soggetti con lo status di rifugiato politico per ovvie ragioni di impossibilità oggettiva, inoltre la norma prevede delle altre esclusioni non soggettive ma solo nei  casi in cui le convenzioni internazionali dispongano diversamente e per quei soggetti nei cui Paesi sia impossibile acquisire la certificazione.

Gli stranieri hanno più volte riscontrato negli anni  l’impossibilità di acquisire documenti e certificazioni dai propri Paesi non solo per le pratiche di cittadinanza o ricongiungimento familiare ma anche per la concessione delle detrazioni fiscali, per via della mancanza spesso di servizi anagrafici ad esempio. Lo Stato italiano, conscio di tale difficoltà, si è impegnato ad emanare un decreto entro 3 mesi,  concordato insieme  fra  il Ministero del Lavoro e degli Esteri, con l’elencazione esplicita  dei Paesi esclusi per i quali non sarà possibile fornire quanto richiesto ed esonererà i cittadini di detto stato alla presentazione.

Dunque per molti stranieri ad oggi la richiesta non potrà che essere  sospesa o non accettata, in attesa o dell’arrivo della documentazione o in attesa del Decreto, con un danno economico notevole per loro, oltre alla creazione per Legge di una nuova categoria sociale di poveri ancora più disgraziati!

Eppure questo comma 1-bis  potrà essere “neutralizzato” in seguito da un ricorso probabile presso la Suprema Corte ed è davvero strano che i nostri legislatori abbiano ignorato completamente quanto già successo per la storia delle mense scolastiche cui è seguita una  sentenza della Corte Costituzionale, fingono cioè  che non sia avvenuto o fingono di non sapere o hanno semplicemente deciso di sfidare la Corte? La Corte Costituzionale con sentenza n. 106 del 2018 ha sancito in maniera del tutto chiara che lo status di cittadino non comporta il privilegio di accedere a benefici dei servizi sociali rispetto allo straniero legalmente residente con tanto di permesso soggiorno UE, ribadendo, come già fatto più volte, che i soggiornanti di lungo periodo sono equiparati ai cittadini dello Stato membro ai fini del godimento delle prestazioni sociali anche in considerazione dell’art.11 della Direttiva europea 2003/109/Ce.

Perché dunque il legislatore ha volutamente ignorato la direttiva e la sentenza della Corte Costituzionale? Ha senso esporsi a nuovi ricorsi con la certezza  di essere sconfitti?

Purtroppo i motivi politici sono evidenti. Sono imminenti le elezioni europee e la scelta è chiara: gli stranieri nell’ideologia sovranista e populista vengono dopo gli italiani anche perché……non votano!!! Se più in là verremo sommersi di ricorsi, se la Corte Costituzionale toglierà questi obblighi e imporrà di risistemare la legge in conformità dei principi costituzionali, se la stessa Europa ci bacchetterà, se si dovrà rivedere le domande presentate e erogare il beneficio a chi volete che importi?

Non dimentichiamo che il soggetto con permesso di soggiorno UE ha dovuto già dimostrare allo Stato Italiano alcuni requisiti per ottenerlo, in primis il possesso di un reddito non inferiore all’assegno sociale (5.954,00) o di importi superiori nel caso vi siano anche familiari, avere un lavoro, e  la disponibilità di un alloggio per sé e la sua famiglia che rientri nei parametri minimi previsti dalle Leggi Regionali e che sia fornito dei requisiti igienico sanitari accertati dalla Asl competente. Dunque allo straniero non basta avere il permesso di soggiorno UE ed essere residente in Italia da almeno 10 anni, di cui gli ultimi 2 in modo continuativo,  ma per il RdC deve dimostrare altro e per molti sarà difficile poterlo fare

Alessandro Latini

A proposito di famiglia

Sembra strano, ma siamo stati settimane a discutere di niente. Tutta la paccottiglia ideologica smossa dal congresso delle famiglie che si è svolto a Verona non ha nessun valore per la vita reale di 60 milioni di italiani. Così come non hanno valore le affermazioni di Salvini sulla necessità di fare più figli. Non stiamo parlando di una dieta sana (mangiate più verdura e meno grassi), non si tratta di praticare una maggiore attività fisica né di evitare il fumo che fa male. Fare figli è una scelta di vita e la cosa più stupida è affermarne la necessità ignorando la complessità e le molteplici implicazioni di questa scelta. Stupida e truffaldina. Finchè parlano fans delle più strambe teorie, posizioni religiose e filosofiche passi. Ma quando un consesso di persone strambe riceve un riconoscimento da parte di chi rappresenta una consistente fetta di elettori ed esercita i poteri di governo allora bisogna essere rigorosi perché chi governa deve dare risposte ai bisogni reali delle persone e non intervenire in dispute teoriche.

Il calo demografico è realtà non invenzione, ma il punto non è vita sì – vita no con la centralità che viene riproposta da decenni della legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza. Continuare a ripetere la litania che l’aborto è un crimine o addirittura voler far diventare legge il riconoscimento della capacità giuridica fin dal concepimento vuol dire giocare con la vita delle donne. Vuol dire ridurre le donne ad incubatrici libere di essere padrone della loro vita e del loro corpo fino a che non vengono fecondate da un maschio fosse pure uno stupratore. Dal quel momento diventano solo un corpo che assolve ad una funzione sociale e non possono sfuggire a questo loro ruolo che, infatti, è la sostanza del messaggio trasmesso dal congresso di Verona: la funzione della donna è la procreazione.

Nulla di più inutile e lontano dalla vita delle persone. Di certo questa visione esprime una concezione illiberale ed autoritaria della società. Non a caso a Verona sono andate anche le formazioni neofasciste che hanno come principio la gerarchia della forza: i forti che debbono prevalere per diritto di natura sui più deboli.

È interessante confrontare il dibattito che si è svolto a Verona e intorno a quell’incontro con la realtà con la quale deve fare i conti chi decide di mettere al mondo dei figli.

La realtà è che le famiglie italiane spendono per baby sitter, asili e istruzione dei figli 17,2 miliardi di euro l’anno. Secondo il Rapporto sul bilancio di welfare delle famiglie italiane di Mbs Consulting  su 5,4 milioni di famiglie con figli sotto i 14 anni quasi la metà si avvale di servizi a pagamento per l’assistenza e l’educazione della prima infanzia con una spesa media di 2.769 euro a famiglia. L’8,6% delle famiglie in media ricorre ad una baby sitter, ma più sale il reddito delle famiglie più questa percentuale sale: oltre i 70 mila euro annui arriva quasi al 30%, oltre cresce ancora e di molto. Facile immaginare che a livelli medio bassi di reddito l’onere ricada quasi solo sui familiari.

Anche la spesa per l’istruzione ha il suo peso: 10,5 miliardi. E anche qui c’è una media: 1.813 euro l’anno a famiglia. Ma, ovviamente, sale nelle famiglie agiate e scende in quelle meno abbienti.

Quando si parla di famiglia subito viene in mente l’immagine edulcorata della pubblicità: padre, madre, due figli sorridenti, una bella casa dotata di tutti i confort. La realtà, invece, è diversa. Tre nuclei familiari su 10 hanno un solo componente e quattro su 10 sono composti di un adulto con figli.

Passiamo agli asili nido struttura essenziale per chi deve conciliare lavoro e famiglia. Questa la percentuale di copertura dell’offerta di posti (pubblici e privati) in relazione alla popolazione da 0 a 3 anni regione per regione riferiti all’anno scolastico 2016-2017:

Campania 7,6%; Calabria 9,7%; Sicilia 9,9%; Sardegna 28,8%; Molise 21,7%; Basilicata 14,5%; Puglia 14,5%; Abruzzo 20,9%; Lazio 29,7%; Marche 26,7%; Umbria 41%; Toscana 35,2%; Liguria 30,6%; Piemonte 27,3%; Lombardia 28,1%; Bolzano 27,5%; Trento 36,5%; Friuli V.G.  28,3%; Emilia-Romagna 37,1%; Veneto 27,3%.

Sono dati che parlano da soli. Certo gli asili nido costano, ma è lecito domandarsi dopo anni e anni di polemiche sulla famiglia perché non sia stato fatto un grande investimento sugli asili nido (che, comunque, non sono gratuiti giacchè la spesa media a famiglia è di 1.575 euro l’anno). È un esempio perfetto per mostrare la contraddizione tra esibizionismo più o meno ideologico e concretezza nell’affrontare i problemi. Più di tante chiacchiere e prediche per indurre i giovani a fare figli basterebbero due solo elementi: lavoro e strutture di supporto

Claudio Lombardi

Tav? No: treno o trasporto su gomma?

Tav sempre Tav. Ora che è uscito anche un libro di Marco Travaglio sulla Tav mancano solo un film e uno spettacolo teatrale. Eppure la vera discussione dovrebbe essere sulle modalità di trasporto delle merci. In Italia si è sempre favorito il trasporto delle merci su gomma rispetto al trasporto su rotaia. I motivi sono molti: la conformazione del nostro territorio, le dimensioni delle nostre aziende, la produzione italiana di mezzi di trasporto etc. Oggi però ha ancora senso questa scelta?

Lungo le nostre autostrade ogni giorno ci sono file lunghissime di camion che trasportano merci su e giù per la penisola e molti, ovviamente, provengono dall’estero. L’aumentata sensibilità ecologica sta chiedendo ovunque la riduzione dei veicoli più inquinanti e i diesel, soprattutto se non manutenuti in modo adeguato, sono tra i primi responsabili dell’inquinamento atmosferico. Sarebbe logico a questo punto spostare il trasporto merci sulla ferrovia, soprattutto ora che l’alta velocità ha portato al raddoppio delle linee ferroviarie e ha diminuito il numero di persone che viaggiano sulle linee tradizionali.

C’è però un’obiezione che corrisponde ad un problema: far viaggiare le merci in container implica sempre il ricorso ai camion una volta raggiunta la destinazione o, meglio, il nodo di interscambio. Per questo si preferisce effettuare tutto il viaggio su gomma dall’inizio alla fine della tratta prevista. Tutta’altra cosa sarebbe se il camion viaggiasse direttamente sul treno. Sembra impossibile, ma non è così.

Ci sono due Paesi in Europa che subivano il trasporto su gomma senza averne vantaggi, la Svizzera e l’Austria. I Tir entravano nel loro Paese, lo attraversavano e uscivano senza fermarsi lasciando però una bella quantità di fumi e incombusti. Oggi il problema è stato risolto, i camion sono caricati a un confine sui treni e scaricati all’altro, si chiama autostrada viaggiante o autostrada ferroviaria (è diffuso anche il termine “RoLa” acronimo del termine tedesco Rollende Landstrasse) ed è una forma di trasporto combinato perché integra i camion con i treni.

A differenza del trasporto intermodale, in cui vengono trasportati solo i container o eventualmente i semirimorchi, l’autostrada viaggiante prevede il trasporto dell’intero complesso veicolare (cioè trattore stradale incluso). Sono utilizzati speciali carri ferroviari con un pianale monoblocco dotato di ruote di piccolo diametro e che in genere possono fornire una pista transitabile lungo l’intera lunghezza del treno durante le fasi di carico. A bordo di un’autostrada viaggiante, gli autisti dei camion sono alloggiati in una vettura con sedili o letti. Ad entrambe le estremità del collegamento ferroviario sono costruiti appositi terminali che consentono il carico e lo scarico dei camion dal treno.

Anche in Italia ci sono tratti di queste linee che sono i terminali delle linee Austriache e Svizzere e in particolare ce n’è una che proviene dalla Francia (ne ha due) e che transita attraverso il traforo del Fréjus e arriva a Torino.

Inutile dire che una volta completato il TAC (treno alta capacità) della val di Susa, questa linea sarebbe spostata sul nuovo percorso e il trasporto merci ne sarebbe potenziato, oggi su quello attuale non è possibile a causa delle pendenze.

Però a questo punto perché fermarsi a Torino?  Si potrebbe far proseguire questi treni lungo tutta la penisola fino a Napoli e a Reggio Calabria, scaricare così le nostre autostrade da una bella quantità di traffico pesante e risparmiarci un bel po’ di inquinamento.

In conclusione si tratta di progettare il futuro pensando a trasformazioni strutturali delle modalità di trasporto. La TAV o TAC Torino Lione rientra in questo ambito e investe sulla possibilità di andare oltre l’assetto attuale nel quale tra Italia e Francia il trasporto su gomma la fa da padrone. Come si fa a non capirlo?

Pietro Zonca

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