elezioni finite, ora si deve lavorare sul serio (di claudio lombardi)

Le elezioni si sono concluse, i commenti ci sono stati e sicuramente continueranno ancora per un po’, i presidenti eletti si godono l’attenzione dei media, i nuovi consigli si stanno per insediare e le giunte inizieranno a funzionare fra poco. Qualche piccola considerazione sul voto e poi vediamo che c’è da fare.

Il voto del 28-29 marzo indica tre fenomeni: l’astensionismo che sfiora il 40% dell’elettorato; il successo delle forze politiche che hanno una presenza territoriale vera o che parlano un linguaggio chiaro e netto che permette di capire subito cosa propongono e chi sono; il successo di liste che fanno capo a movimenti di opinione o sociali.

Si tratta di tre fenomeni che ci parlano di un elettorato sveglio che ha un rapporto disinibito con le forze politiche e che molto difficilmente segue disciplinatamente le indicazioni dei gruppi dirigenti dei partiti. Anche quando sembra che lo faccia, in realtà, rinnova la sua adesione a un progetto o a un’idea che esercita ancora la sua attrazione e che convince. La stessa astensione è una presa di posizione “estrema” e potenzialmente negativa perché lascia campo libero a quelli dai quali ci si allontana, ma significa anche che quella massa che ha la maggioranza relativa potrebbe esprimere un diverso orientamento alle elezioni successive e, da subito, potrebbe schierarsi, e condizionare tutta l’opinione pubblica, contro le politiche condotte da vertici istituzionali non riconosciuti come propri.

Il successo di chi parla con chiarezza e non ha “peli sulla lingua” e quello di chi parla a nome di movimenti di protesta o di lotta indica che l’insoddisfazione per lo stato delle cose è tanta, che si pretende che la politica dia messaggi chiari e riconoscibili, che si rifiuta il professionismo di chi mette la manovra fra partiti al centro della sua azione perché sembra occuparsi solo dei problemi del “palazzo” e non di quelli reali. E poi dalla delusione si passa ad imboccare la strada di una rifondazione della politica partendo da aggregazioni nuove che gruppi di cittadini creano in base ai propri orientamenti e agli obiettivi da raggiungere. In entrambi i casi si tratta di elettori che non accettano di essere manovrati da chi non fa capire cosa vuole perché è molto più attento agli equilibri di potere e alla propria carriera che alla missione di curare gli interessi della collettività.

Potrebbe sembrare paradossale, ma questi tre fenomeni rivelano un grande bisogno di attivismo civico, rivelano che il cittadino non vuole essere preso in giro e pretende di essere messo al centro della politica. Il vero tema di queste elezioni diventa dunque questo: la necessità di rifondare la politica e di rinnovare il sistema democratico perché sia lo strumento con il quale affrontare i problemi di governo della società. I partiti che non lo capiscono e si presentano come gruppi di professionisti concentrati sui loro problemi vengono colpiti. Ovviamente non tutto avviene con la lucidità di un progetto concepito da una singola mente, ma con la grossolanità, le contraddizioni e l’approssimazione di un processo che coinvolge milioni di persone. Per questo ci sono segnali contrastanti e per questo il declino delle “macchine di potere” non è così netto come potrebbe essere.

Disponibilità e vuoto: questi sono i termini che descrivono meglio la situazione di oggi. Disponibilità perché sia il voto che il non voto mostrano una società attenta ed esigente ed anche autonoma fatta di persone che ragionano con la loro testa e scelgono. Vuoto perché se queste persone non trovano, prima o poi, chi sia in grado di rappresentare le loro esigenze possono costituire la massa di manovra per lo smantellamento di una democrazia percepita come inutile.

C’è, però, un’altra parola chiave che descrive la situazione: attivismo. Può essere civico o politico o anche personale, ma indica comunque l’esistenza di energie che si muovono alla ricerca di un assetto migliore. L’attivismo civico, la cittadinanza attiva significano questo: ricerca del meglio nello spazio pubblico rispetto ad una situazione insoddisfacente. Ecco allora che dopo le elezioni, chiunque abbia conquistato il vertice delle regioni deve fare i conti con questa opinione pubblica, con questi cittadini che faranno meglio ad organizzarsi per promuovere le politiche che rispondono agli interessi della collettività perché se non lo fanno allora saranno i gruppi di potere ad agire (come fanno sempre) per il loro interesse particolare.

I temi non mancano. Non se ne è parlato in campagna elettorale, ma adesso sarà difficile sfuggire: i nuovi amministratori delle regioni dovranno lavorare per migliorare la situazione dei territori che devono amministrare.

Sanità, energie e ambiente, mobilità, assetto del territorio, sviluppo, efficienza amministrativa, assistenza. Sono solo alcune delle responsabilità che spettano alle regioni. Presto ne arriveranno altre con il federalismo fiscale che permetterà ai cittadini di confrontare imposte  e tasse pagate con i servizi resi perché non si potrà più fare lo scaricabarile fra Stato che prende i soldi e regioni che li spendono. Tendenzialmente le regioni si autofinanzieranno e dovranno spiegare ai propri cittadini che fine fanno i loro soldi. Sarà una bella prova per tutti, ma innanzitutto lo sarà per i cittadini che potranno e dovranno conoscere le cose e pretendere di partecipare alle decisioni e ai controlli. Un cittadino attivo ed esigente è la miglior garanzia che il sistema democratico serva ad una società che promuove le capacità individuali in un quadro di garanzie e di tutele accessibili a tutti.

Claudio Lombardi

I risparmi sospetti: soppressi difensori civici e ATO (di claudio lombardi)

Ormai è legge: dal 1° gennaio 2011 sono soppresse le Autorità d’ambito territoriale responsabili dei servizi idrico e di trattamento dei rifiuti. Questo stabilisce la conversione in legge del DL n. 2/2010 che si occupa di interventi sugli enti locali. Nella “lodevole” intenzione di diminuire le spese il Governo e la sua maggioranza hanno impugnato le forbici e hanno tagliato qua e là qualche assessorato, i difensori civici comunali e, appunto, le ATO. È noto che mischiando un po’ di tutto si può dare l’impressione di fare sul serio e, contemporaneamente, sistemare meglio alcune scelte politiche cui si tiene molto. Per esempio: sarà un caso che si sopprima la figura del difensore civico comunale senza un criterio che possa rendere ai cittadini quel servizio che avrebbe dovuto rendere questa carica ? Vero è che la presenza del Difensore civico è passata, generalmente, inosservata agli occhi dei cittadini e che di atti e di azioni concrete in difesa dei diritti non se ne sono visti (salvo singole eccezioni). Però della difesa dei diritti nei confronti delle pubbliche amministrazioni c’è un grande bisogno e, se si sopprime il Difensore civico nei comuni, si dovrebbe prima aver deciso come svolgere meglio i compiti per i quali è stato creato. Se questa analisi fosse stata fatta forse si sarebbe arrivati alla conclusione che nessuna razionalizzazione (mantenere solo il Difensore civico a livello di provincia) può salvare una creatura nata male. E che la risposta migliore alle esigenze dei cittadini sarebbe costruire una politica che metta al centro difesa dei diritti, trasparenza, partecipazione come modalità strutturale di definizione e di attuazione delle politiche pubbliche. Non lo si è fatto finora e non per caso. Prendiamo come impegno di impegnarci perché lo si faccia in futuro.

Stesso discorso per la norma che sopprime le ATO, ma con l’aggravante che si interviene in una situazione nuova determinata dall’art. 15 della legge 166/2009 che spinge decisamente verso la privatizzazione del servizio idrico (ma anche del trattamento rifiuti e del trasporto locale) con la vendita delle azioni e con la messa a gara dell’affidamento. Poiché non si tratta di vendere televisori, ma di erogare l’acqua non si può accettare come una cosa ovvia l’imposizione della partecipazione dei privati e il principio della gara. L’acqua, infatti, non è una merce sulla quale possiamo costruire un mercato. È un servizio da gestire come un diritto fondamentale essendo l’acqua una condizione di vita. Su questo il potere pubblico non può essere ostacolato né inchinarsi di fronte ad esigenze di profitto di aziende che ce l’hanno come propria ragion d’essere e deve, quindi, far sentire la sua preminenza. Questo è il motivo per cui per alcuni servizi, l’acqua innanzitutto, gli obiettivi da raggiungere e le esigenze da soddisfare vengono prima di tutto. Logicamente, quindi, il sistema di governo dei servizi (chi detta le regole, decide le tariffe e gli investimenti e chi esercita i controlli) è fondamentale. E viene molto prima di qualunque apertura al mercato che rimane uno strumento non una fede. Ecco perché la soppressione delle Autorità d’ambito conferma che la scelta del Governo è per l’indebolimento del servizio idrico come servizio pubblico che soddisfa un diritto fondamentale. Infatti, prima di cancellare le ATO, sarebbe stato logico ridisegnare il sistema di regolazione del settore; magari creando un’Autorità nazionale di indirizzo e coordinamento delle strutture locali degli enti locali e delle regioni. Nulla di tutto ciò invece.

Cosa se ne deduce quindi? Meno controlli in settori cruciali per la vita delle persone (acqua e rifiuti) e vendita a società private che li gestiranno, ovviamente, per trarne un profitto.

Dal Governo ci saremmo aspettati lungimiranza, strategia, cura dei beni comuni cioè politica in senso vero. E, invece, ancora una volta è arrivata una risposta che ci parla di una politica utilizzata per scopi diversi.

Che fare? Aumentare la capacità dei cittadini di organizzarsi e agire per costringere chi decide a farlo nell’interesse generale sicuramente. Nell’immediato occorre fare in modo che l’art. 15 della legge 166/2009 sia abrogato con un referendum popolare. Battersi perché si delinei una riforma vera dei servizi idrici e dei rifiuti elaborata con un dibattito che coinvolga associazioni e singoli cittadini, perché la partecipazione è la sostanza del nostro sistema democratico e serve per vivere meglio e per limitare gli appetiti di potere e di profitto di chi ha a cuore solo il proprio interesse.

Claudio Lombardi

La RAI nel dubbio cancella tutto anche l’informazione…

La legge sulla cosiddetta par condicio è del febbraio 2000 e sancisce il principio dell’accesso paritario alla comunicazione radiotelevisiva fra tutte le forze politiche. L’applicazione concreta di questo principio è demandata all’azione di tre soggetti: la Commissione parlamentare per la vigilanza sulla RAI, l’Autorità di garanzia per le comunicazioni e il Consiglio di amministrazione della RAI (più il direttore generale). Nell’ambito di quello che prevede la legge ogni organismo può concorrere all’attuazione concreta del principio che diventa più rilevante in occasione delle campagne elettorali.

Come è noto l’esigenza di un accesso tendenzialmente paritario nasce dalla disparità dei mezzi a disposizione di alcuni dei soggetti che partecipano alla politica negli ultimi 15 anni. In particolare il problema è sorto quando ci si è resi conto che Silvio Berlusconi, disponendo del controllo di tre reti televisive (oltre che di numerosi altri canali di comunicazione), poteva godere di un vantaggio su altri raggruppamenti politici che andava limitato con il tentativo di imporre un accesso il più possibile uguale per tutti. Purtroppo la disparità si è accentuata con il passare degli anni e si è aggravata ogni volta che Berlusconi ha assunto la carica di Presidente del Consiglio poiché al controllo delle tre reti televisive di proprietà privata si è aggiunto il controllo politico, in qualità di capo del Governo, sui canali radiotelevisivi pubblici. Infatti è risaputo che il governo della RAI-TV discende direttamente dall’azione della maggioranza parlamentare e, quindi, del Governo che questa esprime. Non vi è un’ampia autonomia dell’azienda radiotelevisiva di proprietà dello Stato dato che lo stesso Consiglio di amministrazione è di nomina politica così come, di fatto, tutti gli incarichi dirigenziali. Nessuno ha mai spiegato bene perché proprietà dello Stato debba equivalere a disponibilità nelle mani dei partiti che hanno sempre preteso di decidere tutto nella RAI. Ovvio, si tratta di partiti già ben rappresentati e consolidati.

Quindi non bisogna dimenticare che una sproporzione di forze vi è sempre quando si confrontano nella campagna elettorale forze politiche strutturate  e presenti in tutte le assemblee elettive e nei governi locali, regionali e nazionale ed altre che non lo sono. Si tratta di una disparità “strutturale” che è molto difficile contrastare, ma che può essere limitata in tanti modi. Uno di questi è la legge sull’accesso alla comunicazione radio-televisiva pubblica e privata (ma in regime di concessione dato che le frequenze sono comunque controllate dallo Stato).

Occorre dire, però, che con il passare degli anni la formazione e l’informazione si sono concentrate più sui dibattiti in programmazione tutto l’anno che sulle trasmissioni in occasione delle campagne elettorali. I talk show costituiscono una sede di confronto (e di scontro) utile proprio perché ci accompagnano per lunghi periodi, perchè trattano dei temi del giorno, perché gli ospiti rappresentano (più o meno) i diversi punti di vista. Certo, non cambiano molto, ma basterebbe protestare o chiedere una maggiore partecipazione e, forse, la si otterrebbe facilmente perché queste trasmissioni hanno bisogno di ospiti rappresentativi e che abbiano da dire qualcosa di interessante (alcuni noti “urlatori” infatti sono stati relegati a ruoli di comparse). Le tante polemiche sui conduttori arricchiscono l’offerta informativa perché il pubblico conosce bene le varie personalità e, proprio perché sono esse stesse oggetto di dibattito, è in grado di scegliere quella che è di suo maggior gradimento. La pluralità delle personalità e delle trasmissioni e la rotazione dei partecipanti sono garanzia di libertà delle idee e di pluralismo.

Ora, presi da un raptus di “perfezionismo” i nostri cari tre soggetti attuatori della legge hanno pensato bene di spingersi oltre: ognuno ha dato una mano all’altro e alla fine siamo giunti alla soppressione delle nostre trasmissioni di dibattiti politici che, ovviamente, non riguardavano solo i temi della campagna elettorale e che avevano assunto un valore prettamente informativo e di orientamento con un pregevole seguito di dibattito pubblico a televisori spenti.

Presupponendo una assoluta condizionabilità dei telespettatori i nostri tre soggetti hanno pensato bene di usare la bilancia di precisione (all’inizio) e poi, visto che era difficile pesare e misurare tutto, l’ultimo della lista – il direttore generale della RAI– si è sentito in dovere di spegnere del tutto le trasmissioni. Perché? Fantasia esaurita, paura di sbagliare, inesperienza, attacco d’ansia? Non si sa.

Comunque a questo punto bisogna chiedersi se noi cittadini siamo considerati poco intelligenti, non in grado di ascoltare il dibattito che scegliamo in libertà fra i diversi previsti oppure se ci vogliono togliere quelle sedi di confronto nelle quali il contraddittorio ha sempre fatto emergere pregi e difetti dei diversi ospiti non tutti politici per la verità.

Infatti non possiamo-dobbiamo ascoltare più un sindacalista, un economista, un giurista, uno scienziato, ma solo un candidato alla presidenza di una regione.

Perché? A qualcuno possiamo dire che della nostra mente ci occupiamo noi e che il compito di tutti i soggetti che hanno responsabilità istituzionali e amministrative (molto ben retribuite) è garantire il pluralismo e la libertà dell’informazione e che se non ne sono capaci se ne devono andare via ?

Questa decisione offende l’intelligenza degli italiani e dimostra l’inconsistenza di chi è messo a capo di apparati e istituzioni superiori alle sue capacità. Se di questo si tratta, ovviamente, e non dell’intenzione di farci abituare a rinunciare alla nostra capacità di scegliere per poi rifilarci idee predigerite e luoghi comuni. Contro chi ha queste intenzioni dovremmo batterci senza perdere tempo.

Civicolab

Corruzione, Protezione civile e diritti dei cittadini (di claudio lombardi)

Ancora corruzione, ancora i soldi degli italiani rubati. Grazie ai magistrati e ai mezzi di indagine di cui dispongono (fino a che il disegno del Governo che mira ad annullarli non si realizza) noi cittadini veniamo a conoscenza di un altro pezzo del nostro mondo. Ora tocca alla Protezione civile. Una struttura destinata a fronteggiare calamità naturali con interventi di emergenza e da tutti per questo conosciuta, è coinvolta in un’inchiesta che, per ora, ha già rivelato comportamenti dei quali il magistrato accerterà la rilevanza penale, ma che agli occhi del cittadino appaiono da subito moralmente ripugnanti. Ma bisogna capire prima di giudicare. Partiamo da alcune informazioni su cosa è la Protezione civile.

Nasce nel 1992 il Servizio nazionale per la protezione civile che opera attraverso il Dipartimento appositamente costituito ed incardinato nell’ambito della Presidenza del Consiglio.

Nel 1999 viene prevista l’istituzione di un’Agenzia di protezione civile ente di diritto pubblico indipendente dalla Presidenza del Consiglio che, però, non vedrà mai la luce per le resistenze dei governi in carica in quegli anni.

Nel 2001, appena nominato Presidente del Consiglio, Berlusconi sciolse l’Agenzia e ripristinò il Dipartimento per la protezione civile alle dipendenze della Presidenza del Consiglio estendendone le competenze alla gestione dei cosiddetti “grandi eventi” e nominando Guido Bertolaso direttore del Dipartimento. Da quel momento qualunque evento ritenuto rilevante dal Governo poté essere affidato per la sua realizzazione alla Protezione civile con una semplice Ordinanza di protezione civile emanata dal Presidente del Consiglio che prevede la nomina di un Commissario del Governo e la deroga a tutte le leggi vigenti in materia di appalti (italiane ed europee), ambiente e contabilità pubblica.

Negli ultimi 9 anni si può stimare che siano state emanate oltre 600 ordinanze di protezione civile nelle materie più varie dalle vere emergenze ad una molteplicità di eventi che non si capisce come siano potuti entrare nelle competenze della protezione civile (summit internazionali, manifestazioni sportive, incontri di preghiera, lavori pubblici per manutenzione e riparazione vari). Ciò che va sottolineato, però, è che tutti questi eventi hanno richiesto la realizzazione di opere pubbliche con una spesa complessiva (mai dichiarata) valutata in oltre 10 miliardi di euro (circa 20.000 miliardi di lire) tutti erogati e spesi, va ricordato ancora, senza il vincolo del rispetto delle leggi vigenti e senza alcun controllo.

Recentemente la Commissione europea ha stabilito che solo gli interventi strettamente collegati alle emergenze e alle calamità naturali (per questi fu creata la Protezione civile che nel nome stesso richiama le ragioni della sua esistenza) possano derogare alle regole europee per le gare di appalto. Ne consegue che il non rispetto delle leggi per i lavori pubblici non potrebbe in alcun caso riguardare la ricostruzione successiva alle calamità e meno che mai i cosiddetti “grandi eventi” che non hanno, evidentemente, niente a che vedere con gli interventi di protezione civile.

È ancora in discussione in Parlamento (15 febbraio 2010) la proposta del Governo di dar vita ad una SpA di proprietà della Presidenza del Consiglio che svolga gli interventi che oggi effettua il Dipartimento della protezione civile. In quanto società per azioni questa sfuggirebbe ai controlli sia della Corte dei conti (ma questo si verifica, di fatto, anche oggi per le spese della Protezione civile) sia a quelli della UE.

In pratica con la proposta del Governo si avrebbe una SpA di proprietà non dello Stato, ma di un suo organo – la Presidenza del Consiglio – destinata ad effettuare tutti gli interventi che la stessa Presidenza del Consiglio (con l’avallo del Consiglio dei Ministri) ritenesse necessari in qualsivoglia settore. E tutto senza rispettare nessuna regola in materia di appalti, contabilità pubblica, tutela ambientale, paesaggistica e artistica.

Questo è il quadro. Facciamo qualche considerazione partendo da quanto affermato da Guido Bertolaso in un’intervista al Sole24ore del 14 febbraio. Dice Bertolaso: “dire che in Italia la protezione civile deve occuparsi solo di terremoti, vulcani e alluvioni è facile, ma è pura demagogia. In un Paese come il nostro, dove non ci sono regole funzionanti e ci sono procedure arrugginite, alla fine tutti chiamano noi, da destra e da sinistra, per fare un’autostrada o una ferrovia, per aprire una discarica, per riattivare un termovalorizzatore, per fare un intervento di bonifica ambientale. E noi cosa dovremmo rispondere, che affrontiamo le emergenze naturali, ma non i problemi di questo Paese? “

Ecco descritta in maniera chiara la nascita di uno Stato parallelo, autoritario, in mano a poche persone che dicono di fare tutto nell’interesse generale, ma che si sono ritagliate un potere immenso lontano dalle regole e dai controlli e vorrebbero espanderlo e consolidarlo. Il perno di questo stato parallelo che stanno cercando di costruire è la Presidenza del Consiglio che, però, non avrebbe alcun titolo per esserlo visto che non è la depositaria della sovranità popolare, bensì una delle istituzioni che discendono da questa e che ha senso solo come parte di un sistema democratico che si articola in diversi poteri e funzioni. Finchè è in vigore la nostra Costituzione non ci possono essere da nessuna parte “i padroni dello Stato” liberi di non rispettare le leggi e di usare come vogliono i soldi dei cittadini. E, invece, con la scusa delle procedure arrugginite chi ha il compito e i numeri per cambiarle e per far funzionare meglio la macchina amministrativa non lo fa, ma coglie il pretesto delle arretratezze per prendere il potere al di fuori della lettera e dello spirito della Costituzione. E Bertolaso, che si dice al servizio dello Stato, afferma candidamente che la Protezione civile si dovrebbe occupare, in generale, dei problemi del Paese. Di quale Stato è al servizio Bertolaso? Conosce la Costituzione della Repubblica italiana o pensa che anche quella possa essere superata per decreto del Presidente del Consiglio? E poi chi ci pensa veramente ai problemi degli italiani? Tutto deve essere nelle mani della Presidenza del Consiglio e della Protezione civile? E le Regioni, i comuni, le province che fanno? E il Parlamento che ci sta a fare? E poi come viene speso il denaro dello Stato cioè di tutti noi ?

Pensiamo allo scandalo scoppiato in questi giorni intorno alla Protezione civile e pensiamo ai genitori cui spesso viene chiesto un contributo per le spese di funzionamento della scuola perché lo Stato non da’ i soldi in misura sufficiente e ha buttato, con la scusa dell’autonomia scolastica, sulle spalle dei presidi e dei genitori l’onere di tenere aperte le scuole. Come mai, invece, i soldi ci sono e ne vengono spesi tanti quando si tratta di gestire lavori pubblici senza regole o di finanziare gli sprechi di troppe amministrazioni dove i corrotti detengono posizioni di comando? E allora quali sono i “problemi del Paese” di cui parla Bertolaso se lo Stato manda a picco la scuola pubblica che forma le generazioni future? Anche per questo vogliamo chiamare la Protezione civile e i suoi imprenditori di fiducia?

Domandiamoci, però, cosa significa tutto ciò. Sembra che stia avanzando un progetto autoritario di tipo nuovo che non ha bisogno di ricorrere all’esercito per affermarsi perché la sua forza sta nella passività dei cittadini e nella conquista di tutte le posizioni di potere progressivamente piegate ad un progetto eversivo che si fonda anche sulla possibilità per molti di arricchirsi con i soldi di tutti. L’uso delle istituzioni legittime per imporre un regime diverso è un’esperienza già fatta varie volte in Europa e sempre con conseguenze catastrofiche per i popoli. Ma da noi l’incapacità dello Stato di costruire il futuro degli italiani si esprime sempre in due modi: non si raggiungono i risultati (istruzione, efficienza, servizi pubblici, assetto del territorio ecc) e si sprecano le risorse pubbliche che continuano ad affluire nelle casse dello Stato grazie al lavoro di tutto il Paese. Se queste risorse non vengono spese bene e non si investe sulla crescita non c’è futuro. Dove stanno le classi dirigenti che dovrebbero guidare la soluzione dei problemi strutturali dell’Italia in un mondo dove tutti cercano di progredire per vivere meglio?

Dice il Presidente del Consiglio che i magistrati si dovrebbero vergognare di aver rivelato la corruzione che si nascondeva dietro gli interventi della Protezione civile. E che ci stanno a fare i magistrati se non proteggono i cittadini, le istituzioni e lo Stato contro i malfattori che violano le leggi e derubano tutti noi? E un Presidente del Consiglio dice che si dovrebbero vergognare? Ma allora cosa si nasconde dietro lo stesso Berlusconi? È legittimo domandarcelo. Siamo ancora in Italia, esiste ancora lo Stato democratico o siamo tornati al regime feudale e non ci siamo accorti che siamo tutti sudditi delle bande che hanno conquistato il controllo del territorio?

La realtà è che si sta chiarendo un disegno che calpesta i diritti dei cittadini e vorrebbe cambiare la natura del nostro sistema costituzionale mettendo il comando al posto della rappresentanza con la scusa che tutto sarebbe deciso più rapidamente. Sì, anche il bandito che rapina una banca è molto veloce se lo si lascia fare. Ma a noi cittadini serve veramente essere comandati in questo modo?

La risposta è, ovviamente, no visti i risultati, gli sprechi, le ruberie, e le associazioni a delinquere che fioriscono con questi sistemi di governo. E non ci serve perché è impossibile governare nell’interesse dei cittadini pensando di affidare tutto il potere ad uno solo al comando. Se l’Italia vuole sperare di risolvere i suoi problemi e guardare al futuro non ha bisogno della Presidenza del Consiglio che prende il potere e usa la Protezione civile come suo braccio operativo: ha bisogno che si mobilitino le energie migliori di ognuno e che queste vengano inserite in un sistema-Paese che funzioni e che utilizzi e valorizzi le capacità. L’Italia deve crescere, deve produrre più ricchezza che si traduca, innanzitutto, in una migliore qualità della vita per le persone. E per questo ha bisogno di uno Stato democratico dove le bande di sfruttatori, di ladri e le associazioni a delinquere, e tutte le mafie siano messe al bando e neutralizzate perché loro sì costituiscono da sempre il problema dei problemi di questo nostro sfortunato Paese.

Claudio Lombardi

Nucleare: ma se io avessi previsto tutto questo..(di Alberto Biancardi)

Va be’, lo ammetto che mi son sbagliato…

In effetti, sono uno di quegli ex ventenni che nel 1987 votarono contro il nucleare. Ora, sono passati molti anni. La situazione è cambiata. Sarà l’età, sarà Kyoto, ma devo ammettere che la mia decisione è stata un po’ leggerina. Qualche dubbio mi rimane, però. Cercando di essere il meno presuntuoso possibile. In una materia del genere, la scommessa è implicita e nessuno può dichiarare di disporre della Soluzione.

Appunto. Allora, abbiamo peccato di ideologia. I ventenni degli anni ’80, ma anche i trentenni, i quarantenni e così via pensavano di averla ben chiara in testa, questa Soluzione. Il risultato è stato modesto, sotto il profilo della competitività del nostro sistema elettrico. Non so se sono davvero 65 miliardi di euro i costi che hanno gravato sulla nostra bolletta energetica a causa della decisione di uscire dal nucleare (dato dichiarato dal ministro Scajola un paio di mesi fa), però non sembra un caso che i Paesi che usano questa tecnologia abbiano prezzi dell’energia elettrica inferiori ai nostri.

Ora, con l’incombere delle preoccupazioni sui cambiamenti climatici, anche un ambientalista convinto può dichiarare che il nucleare è l’opzione su cui puntare. In effetti ce n’è più di uno e non solo in Italia.

Faith Birol, presidente dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, che non è ambientalista, ma non può nemmeno essere tacciato di fanatismo pro nucleare, nel presentare il World Energy Outlook a fine 2009 non ha lasciato dubbi. Per scostarsi da quello che ha definito il Reference Scenario, il nucleare è un pilastro essenziale. Questo scenario rischia di essere terribile. È molto simile a quello descritto qualche anno fa dalla famosa Stern Review (un lavoro molto dettagliato finanziato dal governo britannico e redatto da un gruppo di esperti guidati da Nicholas Stern). Si tratta di un incremento della temperatura terreste di 6° C entro il 2030, con mutamenti climatici irreversibili.

Tutto ok, dunque? Sotto un certo profilo, la risposta sembra positiva, almeno per la sua chiarezza (non per l’ottimismo). Le cose sembrano di nuovo allineate. Inoltre, se investo nel nucleare, faccio bene all’ambiente ma anche al mio portafoglio. Questo perché dal nucleare si ottiene energia senza emissioni di CO2 e a costi inferiori a quelli attuali.

Come dire, industriali ed (ex)ambientalisti tutti in fila verso un percorso individuato con ritardo ma chiaro. Quattro o cinque centrali nucleari, un’agenzia, ecc. Il che, tutto sommato, sarebbe il frutto di una decisione analoga a quella di altri Paesi. Fra tutti, il Regno Unito: centrali per 12.000 MW con l’entrata in funzione del primo impianto forse già dal 2018.

Io, però, mi permetto di avanzare qualche dubbio. Non tanto sulla sicurezza della tecnologia, un campo che va al di là delle mie competenze. Bensì sull’economicità della scelta, naturalmente se vista nel contesto del sistema energetico italiano. Purtroppo, dico subito che i numeri che porterò a sostegno dei miei dubbi sono incompleti. Necessiterebbero di un approfondimento che va oltre i limiti di questa analisi.

Espongo il mio ragionamento. Anche ammesso di identificare siti adatti per l’accoglimento di un numero minimo di impianti – diciamo per 10.000 MW – necessari per poter parlare di rientro nel nucleare e di lotta alle emissioni CO2, e anche ammesso di aver identificato un sito per lo stoccaggio delle scorie, nonché aver ottenuto il consenso dei cittadini, i parametri economici dell’operazione non mi appaiono chiari.

Il nucleare è conveniente se gli impianti vengono realizzati con rapidità, pena un incremento dei costi finanziari. Si tenga conto che ciascuno dei quattro – cinque impianti previsti costerebbe oltre 5 miliardi di euro e che questi costi non tengono conto dei costi di smantellamento. In caso di ritardi di una certa entità, la via di produrre energia elettrica da gas potrebbe risultare più conveniente. Ma anche qui voglio adottare un atteggiamento del tutto positivo verso il nucleare. Ipotizziamo che gli impianti vengano realizzati senza ritardi.

Tuttavia, pur in questa ipotesi mi resta un dubbio, su cui non ho visto una sufficiente attenzione. E, voglio dirlo il più chiaramente possibile, è proprio dallo scioglimento di questo dubbio che dovrebbe discendere la decisione se avviare nuove centrali nucleari. Una decisione positiva aprioristica rischia di essere ideologica quanto quella del 1987.

Infatti, noi arriveremmo al nucleare – diciamo da qui a una decina d’anni – con un sistema elettrico caratterizzato da almeno due condizioni. La prima riguarda la domanda: i consumi dovrebbero mantenersi sui livelli attuali, o per meglio dire, del periodo precedente alla crisi economica (attorno a 340 TWh/a). In caso contrario, intendo in presenza di sensibili incrementi dei consumi, vorrebbe dire che non saremmo comunque stati in grado di raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2. Il che vuol dire che anche il punto minimo dei consumi di energia elettrica non dovrebbe scostarsi di molto dal livello attuale, pari a 32.000 MW. La seconda caratteristica riguarda l’offerta. L’Italia ha quasi ultimato un ampio processo di rinnovamento del parco impianti, che oggi è uno dei più efficienti al mondo. Inoltre, ha in atto un processo di una certa dinamica nella costruzione di nuova capacità di produzione da fonti rinnovabili.

Cosa intendo dire? Semplicemente che i nuovi impianti nucleari rischierebbero di spiazzare una buona parte delle unità oggi in funzione (basandosi anche su una probabile priorità di dispacciamento riconosciuta al nucleare). Questo sia nel picco dei consumi, ma anche nella base.

Questo spiazzamento avrebbe a sua volta come effetto di far rimanere poche ore nella giornata per le centrali a gas, nonché per gli altri impianti, per recuperare gli investimenti effettuati. In sostanza, i prezzi nelle ore piene dovrebbero incrementare a sufficienza per consentire il rientro dei capitali investiti negli impianti a ciclo combinato, ecc.

Si tenga conto che un impianto a energia nucleare, come si dice in gergo tecnico, non è modulabile e, dunque, la sua capacità produttiva è utilizzata deve essere utilizzata con continuità per anni e anni. Come dire che, una volta costruito, un impianto nucleare va fatto operare praticamente a pieno regime per periodi molto prolungati.

Tornando all’effetto spiazzamento, nel caso i prezzi delle ore piene non fossero sufficienti a remunerare i cicli combinati già costruiti, vi sarebbe l’alternativa – che oggi può apparire poco più di una battuta, ma che rischia di diventare tema ben più serio – di iniziare a vedere qualche produttore di energia chiedere il recupero in tariffa degli stranded cost legati all’entrata nel nucleare. È cosa ben nota che stiamo ancora pagando i costi per l’uscita del 1987.

Che dire? Servirebbe un confronto aperto su queste previsioni. In assenza di ciò, non mi sembra che i dubbi sull’economicità del nucleare siano fugati. L’allineamento fra ambiente e portafoglio rischia di saltare ed è meglio di saperlo per tempo.

Nel caso, tutto da verificare, di economicità modesta dell’opzione nucleare, il discorso si chiuderebbe come nella canzone di Guccini, che, vorrei ricordare, termina proprio con un bel: ma se io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso…

Alberto Biancardi economista

Salari, precari e cittadini (di claudio lombardi)

Una ricerca dell’OCSE relativa al 2008 e resa nota nel corso del 2009 merita di essere ripresa e commentata. I dati nudi e crudi dicono che gli italiani guadagnano poco. Fra i 30 paesi riuniti nell’OCSE i salari italiani occupano il 22° posto sia al lordo che al netto delle imposte. La classifica dell’OCSE, inoltre, è stata realizzata in base al potere di acquisto e non in base all’importo nominale riportato sulle buste paga. Nel confronto con i paesi dell’Europa occidentale solo in Portogallo i lavoratori se la passano peggio. E non si tratta solo del “cuneo fiscale” cioè della differenza fra quanto costa un lavoratore ad un’azienda e quanto incassa effettivamente: anche gli importi lordi sono bassi. Senza tirare in ballo le cifre – ci vorrebbe più spazio e andrebbero esposte in maniera analitica – ciò che importa è tornare sulla constatazione che emerge dalla ricerca dell’OCSE e ribadire che in Italia i  lavoratori dipendenti guadagnano, in media, poco; meno certamente dei  loro colleghi francesi, danesi o tedeschi. Già questo è un dato che colpisce, ma non è l’unico ad obbligarci ad una riflessione.

Sempre nel passato 2009 la Commissione europea (Direzione occupazione affari sociali e pari opportunità), sanciva in un rapporto (disponibile anche su internet) che il rischio povertà,  aggravato dalla mancanza di efficaci misure per sostenere chi si trova in stato di disoccupazione con un reddito minimo garantito, pende su un quinto degli italiani perché il loro reddito mensile si aggira intorno ai 750 euro. Non di sola disoccupazione, però, si tratta perché sappiamo tutti molto bene che il lavoro precario e mal pagato è diventato la modalità ordinaria di accesso alla vita lavorativa per i giovani e che, per molti, si trasforma in una forzata giovinezza visto che non si porta mai ad un impiego stabile anche dopo molti anni di precariato. Alla precarietà, inoltre, si aggiunge il ricatto dei salari bassi e dell’assenza di garanzie (ferie, liquidazione, malattia ecc) con la minaccia di uscire dal giro dei contatti che portano ad un lavoro qualunque e di rimanere senza niente in mano. Succede così che si diffonde una nuova categoria di lavoratori, già ben conosciuta negli USA: i working poors cioè i lavoratori poveri. Non occorre aggiungere che su queste basi milioni di giovani non potranno mettere le basi della loro vita autonoma e, men che meno, pensare di costruire una famiglia. Viene da sorridere di rabbia a pensare a quanto tempo ed energie si sono sprecate a “difendere” la famiglia dall’attacco di pericolosi nemici come i patti di convivenza senza aggredire il vero problema di un sistema economico e sociale che colpisce senza pietà i più deboli e i giovani che non provengono da famiglie agiate e che non si fanno strada grazie ai favoritismi e alla corruzione per i quali il nostro Paese è famoso in tutto il mondo occidentale.

È lecito domandarsi che fine fanno i diritti di cittadinanza in questa situazione? Qualcuno si scandalizza se si fa notare che la crescita esponenziale dei guadagni dei top manager (anche delle imprese di proprietà pubblica) e le remunerazioni dei membri dei consigli di amministrazione (molti con una pluralità di poltrone) ha poco a che fare con regole di mercato vere e che somiglia, invece, alla pura e semplice imposizione della legge della giungla che vede vincente sempre i più forti?

È lecito domandarsi se questa situazione fa bene al nostro Paese e al suo futuro?

Sì è lecito ed è anche necessario cominciare a vedere i diritti non separati dalle condizioni materiali della loro realizzabilità. Ed è anche lecito cominciare a non considerare inevitabile, quasi una legge di natura, la prevaricazione di chi dispone del potere di dettare legge ad altri e poi usa il potere per fare i propri interessi. Se si comincia a dire chiaramente che è ora di finirla forse si riuscirà a creare un clima diverso basato su un’opinione pubblica che metterà sotto accusa i comportamenti antisociali di chi al posto dei meriti e dei talenti mette lo sfruttamento di posizioni di potere sia in ambito pubblico che privato. Avere posto a base dello Stato una Costituzione che riconosce nel lavoro l’elemento che identifica la posizione dell’individuo nella società può aiutare a riconoscersi in valori che non sono per niente vecchi e polverosi. Disconoscere questo valore e gli altri che ne conseguono può, forse, giovare a chi considera l’individualismo competitivo l’elemento fondante della modernità. Così si maschera meglio una realtà nella quale le sperequazioni fra chi sta al vertice della scala sociale e chi sta alla base sono drammaticamente aumentate. Anche in questo caso la cittadinanza attiva è una risposta giusta a chi vorrebbe vedere solo individui in lotta l’uno con l’altro per conquistare posizioni di forza dalle quali perseguire il proprio interesse senza l’impaccio della solidarietà e della socialità.

Claudio Lombardi responsabile interregionale di Cittadinanzattiva di Umbria, Toscana e Marche per la partecipazione

Riforme : basta la parola ? (di Claudio Lombardi)

Ancora una volta, come fosse una gran novità, si riparla di riforme istituzionali.
Leggendo i libri di storia pare che negli anni ’80 già se ne parlasse molto. E’ noto che già a quell’epoca risale la creazione di una commissione parlamentare di studio che doveva definire un ampio  progetto di riforme costituzionali. Qualcuno si spingeva oltre e rivendicava l’avvento di una Grande Riforma che ponesse rimedio alla lentezza delle istituzioni e alla vecchiezza della Costituzione. Questa, in effetti, aveva all’epoca quasi quarant’anni che, se non sono tanti per una persona, non dovrebbero esserlo nemmeno per la legge fondamentale di una nazione. Però, tirare in ballo il vecchio che impedisce al nuovo di affermarsi fa sempre un bell’effetto e consente di non andare tanto per il sottile chiarendo bene cosa si vuole fare, perché e come. Così, se tanti provano disagio per le azioni reali degli uomini e delle donne eletti per governare, basta appellarsi alla necessità di riforme e al vecchiume della Costituzione e delle istituzioni per alzare le mani e dire che sì, sarebbe bello governare bene e fare ognuno il proprio dovere nell’interesse della collettività, ma come si fa se non si riesce a riformare niente ?

Ed eccoci al tema delle riforme che, in effetti, torna ad ogni passaggio difficile della vita pubblica, delle istituzioni e della politica. Il centro dell’attenzione, tuttavia, è sempre attirato più sulla necessità un po’ generica di un rinnovamento e meno su che cosa si propone concretamente di fare. Così, però, si confondono strategie e opzioni diverse tutte presentate come riforme indispensabili.

Così era stata presentata la riforma della legge elettorale per esempio, definita poi da uno dei suoi autori una “porcata”, dopo l’approvazione e l’entrata in vigore ovviamente, non prima. Si tratta di una riforma che ha trasformato l’elezione al Parlamento in una nomina a scatola chiusa da parte dei vertici dei partiti dato che è stata sottratta ogni possibilità di scelta all’elettore. Ciò dimostra che, dietro l’opacità del dibattito si fanno strada, in realtà, disegni e intenzioni ben precise che non vengono, però, presentate per quello che sono, ma, rivestite da una bella confezione con sopra scritto “riforma finalmente” a caratteri cubitali, proposte come il rimedio giusto per dare all’elettore l’impressione che le cose stiano cambiando e distrarlo dalla sostanza di ciò che si sta facendo. E, dato che i cittadini non sono messi in grado di capire bene cosa e come cambia, chi ci guadagna e chi ci perde, si devono contentare solo del fatto che una riforma è stata finalmente fatta.

Qui sta il segreto del gran parlare di riforme come rimedio indispensabile per i problemi dell’Italia.
Che, se fossero affrontati per quello che sono, potrebbero trovare molte soluzioni con le politiche pubbliche che gli organi elettivi, Parlamento innanzitutto, devono definire e il Governo deve attuare.
Perché ciò che spesso si dimentica è che gli strumenti per agire ci sono e sono di sostanza non di pura forma. E poi ci sono le persone che fanno la differenza con il loro impegno, la loro volontà e l’esempio. Ma perché non si tira mai in ballo la capacità e la volontà delle persone che, incarnando la politica, hanno il compito di dirigere le istituzioni ? Cosa impedisce oggi che le istituzioni siano fatte funzionare come i motori del rinnovamento ?
Sorge il dubbio che la politica non abbia sempre selezionato i migliori e che tanti abbiano fatto e facciano il loro interesse, non quello dei cittadini. Non nasce forse da qui la crisi di fiducia che ha colpito i partiti e le stesse istituzioni democratiche da quasi un ventennio ?
Due esempi. La riforma della giustizia viene invocata a gran voce come se fosse una vera emergenza per il Paese. In effetti c’è bisogno che la giustizia, specie quella civile, funzioni meglio perché la certezza del diritto e la stabilità sociale passa anche per la rapida soluzione delle controversie e per la tutela delle regole che vengono violate. Tutti immaginiamo che questo gran parlare di riforma della giustizia alluda alle procedure, alle attrezzature, al personale, a tutto il complesso delle misure organizzative che presiedono allo svolgimento di questa funzione centrale per la vita della società. Garantendo, ovviamente, è quasi superfluo dirlo, l’imparzialità e l’autorevolezza dei magistrati che sono tenuti a far rispettare la legge. Immaginiamo anche che si faccia ogni sforzo per dotare l’apparato giudiziario dei mezzi migliori e delle persone giuste per svolgere la sua essenziale funzione.
Ma è così ? Non sembra proprio.

Altra riforma che si invoca a gran voce è quella che dovrebbe conferire al Capo del Governo maggiori poteri per l’attuazione del programma. Si sostiene, anche, che i maggiori poteri dovrebbero scaturire da una più esplicita investitura popolare che liberi il Presidente del Consiglio dai vincoli e dagli impedimenti che oggi provengono da molte direzioni, ma essenzialmente dalla maggioranza parlamentare e dai partiti che la compongono nonché dalle altre istituzioni che esercitando le loro funzioni impedirebbero la scorrevolezza e l’immediatezza dell’azione di governo.
Anche qui una domanda si impone: siamo proprio sicuri che di questo c’è bisogno e che questo è il vero problema ?
E perché mai attribuire maggiori poteri ad una persona sola dovrebbe risolvere problemi che la classe dirigente nel suo complesso non riesce a risolvere ?
Veramente crediamo che in una democrazia possa essere uno a decidere per tutti ?
E’ significativo che si coltivi questa illusione mentre nessuno sembra tenere in grande considerazione quello che i tanti che si dedicano alla politica per professione possono fare per migliorare le cose. E poi non si tiene in minimo conto ciò che possono fare tutti gli altri .
In questo gran parlare di riforme, infatti, non si sente nemmeno nominare la partecipazione dei cittadini. Tutto è demandato ai professionisti della politica e l’unica partecipazione richiesta al cittadino è quella del voto.
E invece la partecipazione del cittadino dovrebbe essere il cemento che collega i vari “pezzi” della società, il senso che fa avvertire a tutti che esiste un’entità nazionale reale e non immaginaria, la spinta che riporta al minimo comune denominatore l’identità di chi abita un territorio.

La partecipazione dovrebbe essere un elemento costitutivo di un regime democratico che non è mai monolitico (eleggiamo il Capo supremo poi lui pensa a tutto), ma è pluralista nel senso che esistono poteri di tipo diverso, istituzionali e sociali, che interagiscono fra loro per definire e perseguire il bene comune. E questa interazione è molto più efficace di qualsiasi capo supremo perché trasforma i cittadini-sudditi in cittadini-protagonisti cioè in quelli che comunemente si definiscono cittadini attivi. La partecipazione, quindi, non è solo una possibilità, ma è l’espressione della stessa cultura civile di un popolo, è il “noi” che sempre si accompagna all’ “io” perché lo si è appreso nella vita reale e lo si vive giorno per giorno. Qualcuno vuole cominciare a parlare anche di questa grande riforma civile ?

Perché nessuno parla di questa vera grande riforma ?

Claudio Lombardi responsabile interregionale di Cittadinanzattiva di Umbria, Toscana e Marche per la partecipazione 

L’insostenibile leggerezza della sostenibilità (di Mauro Chessa)

Alcuni vedono nella parola ‘sostenibilità’ un mantra, salvifico attraverso la continua ripetizione; penso alla discrasia tra le decennali dichiarazioni dei governi e i summit mondiali, inconcludenti persino nel tratteggiare la speranza di non perseverare nella direzione opposta alla sostenibilità.

Non banalizzo, il tragitto della sostenibilità impegna scelte di immensa portata, che intrecciano l’economia con aspetti sociali e politici di respiro mondiale, non è questione che si possa risolvere tra pochi volenterosi: forse potremmo realizzare un microcosmo sostenibile, ma se è parte di un contesto disastroso avremmo ottenuto poco più che un alibi per la nostra coscienza.

Tuttavia la consapevolezza dell’impotenza dei singoli e dei pochi non significa affatto che questi possano sentirsi deresponsabilizzati, è anzi un potente sprone – considerato che la posta in gioco ha carattere esistenziale – per l’impegno verso la crescita di una coscienza collettiva sempre più pervasiva, radicata nella conoscenza e nella consapevolezza.

Con tale spirito Cittadinanzattiva Toscana ha affrontato la tre giorni sulla sostenibilità organizzata dalla Regione Toscana con il Centro Tecnico per il Consumo (Lucca 23-25 ottobre 2009), cercando di portare un contributo alla comprensione del grande affresco che è la sostenibilità. L’opuscolo prodotto per quell’occasione (‘Sostenibilità – Un’antologia, con l’ambizione della sostenibilità’) ha la funzione della cartina stradale, uno strumento per non perdersi nelle molte vie che percorrono – talvolta aggirano – il tema che stiamo trattando. Da quel documento propongo tracce che spero possano servire ad aprire riflessioni ed evitarci il rischio di essere tra coloro che recitano mantra.

Entriamo per gradi nella complessità della sostenibilità, con un’ovvietà: è sostenibile qualsiasi azione o modificazione che non eccede la capacità di un sistema di mantenere immutati i propri equilibri; il concetto di sostenibilità può quindi essere applicato sostanzialmente a qualsiasi universo, dall’intero orbe terracqueo, con tutte le sue componenti, a specifici ambiti, come lo sfruttamento delle risorse fossili per l’energia.

Ogni processo, per le regole assegnate a questa parte di Universo, è inevitabilmente connesso ad altri che insieme costituiscono un diverso e più ampio livello materiale o cognitivo. Ne consegue che una funzionale percezione della sostenibilità vede questa come una cipolla: il cuore è uno specifico argomento che si voglia misurare con il suo metro, compreso nei più ampi involucri concentrici, fino alla cuticola esterna, che è la dimensione globale onnicomprensiva.

Questa gnoseologia geometrica è orfana della quarta dimensione: il tempo, in particolare nella sua metrica antropica. Possiamo infatti individuare fenomeni che nella scala universale dei tempi sono invarianti rispetto agli equilibri planetari, ma che risultano impattanti nel lasso di una o poche generazioni: si pensi all’irrilevanza della cementificazione delle coste se proiettata nell’apocalisse dell’orogenesi e della deriva dei continenti, che Jahvè mette in scena dalla notte dei tempi.

La sostenibilità deve quindi essere commisurata anche all’angusta prospettiva temporale che è propria del nostro genere. Ma declinando la sostenibilità sulla dimensione antropica vediamo che è necessario aggiungere molto più che la variabile tempo: l’uomo è soggetto sociale complesso, la qualità della nostra vita non è commisurata esclusivamente all’integrità fisico-chimica e biologica dell’ambiente (l’uomo di Neanderthal non viveva meglio di noi, non di tutti), ma anche all’insieme dei fattori che costituiscono il sistema relazionale. I macro temi della cultura (istruzione, educazione, crescita culturale …), dell’economia (lavoro, accessibilità dei beni …) e della socialità (qualità delle relazioni interpersonali e intergruppo, senso di sicurezza e soddisfazione …) entrano di diritto tra gli elementi della valutazione antropica della sostenibilità.

Questi fattori scontano valutazioni variabili nel tempo e nello spazio. Un esempio: le comunità amazzoniche erano oggettivamente sostenibili in termini sia ambientali sia delle strutture sociali, ben regolate, dove lo stress e le tensioni tipiche della società occidentale erano sconosciuti; ma il contatto con la ‘civiltà’ le ha destabilizzate, creando disadattati incapaci di integrarsi nel mondo tecnologico e globale, che è assai meno sostenibile (in termini ambientali e sociali) della loro condizione originaria. La soddisfazione di queste comunità nel percepire la sostenibilità della propria condizione è paradossalmente drasticamente diminuita.

Questo per dire che prima di stabilire come possiamo conseguire la sostenibilità è necessario stabilire cosa è la sostenibilità, faccenda per nulla scontata: c’è chi parla di ‘sviluppo sostenibile’ e chi sostiene che ‘sviluppo’ e ‘sostenibilità’ risultano antitetici. Latouche argomenta che l’attuale sviluppo economico, basato sul continuo incremento di produzione delle merci, sia incompatibile con il principio fondante la sostenibilità: non depauperare le risorse naturali. Latouche coglie anche il legame culturale che si è stabilito tra l’economia di mercato e la percezione della qualità della vita (consumismo), che ha rimosso la sostenibilità dalla coscienza collettiva, lasciando ampi margini al sovrasfruttamento delle risorse naturali, all’aumento delle emissioni inquinanti, alla mercificazione dei beni e dei servizi. È principio generalmente acquisito, anche tra coloro che non condividono le tesi di Latouche, che la sostenibilità non può essere regolata agendo direttamente sulle manopole dell’economia e dell’ambiente, riducendo l’uomo a omino del calciobalilla, manovrato da fuori; è indispensabile innestare il principio della responsabilità – quindi della centralità della persona (intesa sia come soggetto complesso, dotato di una dimensione che va dal materiale al trascendentale, sia come mattone elementare della società locale e globale) – nel dovere di ogni generazione di non consegnare a quelle future un mondo impoverito e degenerato; dovere che non può essere allontanato dalla cittadinanza e posto in capo ai governi, come se questi potessero sopperire al disimpegno delle società che li esprimono.

È indispensabile il coinvolgimento attivo delle popolazioni e delle persone nelle politiche della sostenibilità, nessuna di queste può aver successo se non è compresa – anzi, sviluppata – e sostenuta dalle popolazioni, come mostrano i danni alla salute che infliggiamo caparbiamente a noi stessi per lo scarso successo nel ridurre l’uso dei mezzi di trasporto privati nelle nostre città.

Con quest’ottica risulta evidente il ruolo che Cittadinanzattiva può svolgere nel percorso verso l’obbiettivo della sostenibilità, che – qualunque cosa si voglia che sia – può essere raggiunta solo attraverso la crescita collettiva nell’esercizio del diritto/dovere di essere pienamente Cittadini.

Mauro Chessa Cittadinanzattiva Toscana

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