Cosa sono i partiti oggi

partiti senza identitàUn’analisi lucida e disperata quella di Massimo Franco sul Corriere della sera del 15 aprile. L’articolo parla di partiti. In pezzi. Divisi e già scissi di fatto anche se appaiono uniti. In vista delle elezioni regionali di fine maggio vediamo una scomposizione di forze politiche e alleanze, conseguenza di uno sgretolamento progressivo delle identità, dei blocchi sociali, dei gruppi dirigenti. Soprattutto vediamo che la dimensione locale della politica ha subito un’involuzione che la fa apparire quasi impazzita.

Di fatto si è realizzata una subalternità del sistema dei partiti ad interessi che lo dominano e lo umiliano. Partiti che spesso appaiono come prodotto dell’impoverimento culturale di piccole tribù autoreferenziali che sommano i difetti del dilettantismo a quelli del professionismo del potere.

Le tante inchieste della magistratura che convergono sulle cosiddette classi dirigenti locali confermano questa deriva. E fanno apparire molti Comuni e Regioni come epicentri di un’economia studiatamente inefficiente, funzionale al malaffare.

fragilità partitiDentro questa trasformazione c’è la dimostrazione del fallimento di un’idea di federalismo, ma c’è anche il riflesso delle scissioni sociali che sono avvenute in questi anni in un’Italia affacciata sul vuoto dell’azione politica.

Le migrazioni dei parlamentari da un gruppo all’altro non sono solo frutti dell’opportunismo: rivelano un trasversalismo privo di nobiltà e alimentato da identità debolissime e stralunate. Il cemento è il micro-interesse, e tanti micro-narcisismi collettivi che rendono difficile qualunque aggregazione forte e duratura. La domanda è se e chi riuscirà a ricompattare questo magma centrifugo. Matteo Renzi con il suo modello di leadership verticale ci sta provando, ma il caotico agitarsi di anonimi candidati regionali in tutte le liste finisce per sottolineare l’enorme difficoltà di trasformare dall’alto una realtà mediocre e fuori controllo. Che mette anche in evidenza l’incapacità della politica nazionale a trasmettere messaggi forti di rinnovamento.

Il risultato è che a vincere sembra sia la periferia non governata, immutabile e misteriosa nei suoi gangli più oscuri: quelli che solo la magistratura finora tende a portare alla luce, delegittimando partiti che arrivano sempre dopo. I partiti lasciano ai giudici una supplenza di fatto che assume contorni ambigui e mostra limiti oggettivi perché segue logiche non politiche.

cittadini assenti dalla politicaIl crollo della partecipazione a livello locale che si è registrato negli ultimi anni non è un segno di modernità «all’americana»: anche per la rapidità con la quale sta avvenendo, suona come la risposta patologica ad una rappresentanza inadeguata e malata. Se si dovesse confermare a maggio, significherebbe un rifiuto di metodi e di formazioni ormai percepiti come «impazziti». Sarebbe una sconfitta che nessuna riforma elettorale, né la prevalenza di uno schieramento sull’altro, potrebbero attenuare o nascondere.

Il guaio maggiore, tuttavia, non sarebbe il fallimento di una politica locale che per paradosso oggi fornisce tanti governanti, premier compreso; né la scissione di alcuni partiti, ridotti a gusci di identità irriconoscibili. Il rischio vero è quello della scissione tra l’elettorato e chi non è in grado di offrirgli una scelta degna di questo nome. Sarebbe la premessa di una pericolosa democrazia con sempre meno popolo.

A che punto sono le grandi riforme

riforme costituzionaliL’elezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica e soprattutto le particolari modalità con cui è arrivata – senza il voto di Forza Italia, soprattutto – hanno fatto discutere molto negli ultimi giorni opinionisti ed esperti del cosiddetto “patto del Nazareno“, cioè l’accordo politico trovato da Matteo Renzi e Silvio Berlusconi il 18 gennaio del 2014 presso la sede del Partito Democratico (si chiama così perché la sede del PD si trova in via di Sant’Andrea delle Fratte, poco distante da largo del Nazareno).

Al di là delle molte teorie più o meno complottiste circolate in questi mesi, Berlusconi e Renzi annunciarono che quell’accordo politico era stato trovato su tre grandi iniziative: la riforma del Titolo V della Costituzione, che consente alle regioni una forte autonomia di spesa; la fine del bicameralismo perfetto attraverso una riforma costituzionale che cambi le prerogative del Senato; la riforma della legge elettorale. Un anno e un presidente della Repubblica dopo, questo è lo stato delle riforme.

legge elettoraleLegge elettorale

Dopo molte discussioni e passaggi in commissione in aula, lo scorso 27 gennaio il Senato ha approvato una proposta di riforma della legge elettorale – il cosiddetto Italicum – apportando delle modifiche rispetto a un testo già votato alla Camera. I cambiamenti principali si possono leggere qui e hanno assecondato molte delle richieste presentate dalla minoranza del Partito Democratico, dalla soglia per accedere al premio di maggioranza alla destinazione del premio stesso alla lista e non alla coalizione più votata, fino a una parziale introduzione delle preferenze. La minoranza del PD chiede ancora di cambiare l’assegnazione dei seggi, che secondo la legge oggi avverrebbe con i capolista bloccati (quindi scelti dai partiti) e in un secondo momento, per i partiti che eleggono più di un parlamentare in quel collegio, i candidati eletti con le preferenze.

La riforma dovrà tornare alla Camera per l’approvazione definitiva. Alla Camera il PD ha una maggioranza larga e quindi può decidere cosa fare con una certa autonomia: qualora decidesse di modificare di nuovo la legge, dovrebbe tornare al Senato; questo scenario è comunque considerato improbabile. Non ci sono però notizie sui tempi previsti per il passaggio della legge elettorale alla Camera, dove oggi è in discussione la riforma costituzionale. In ogni caso, non c’è particolare fretta: un comma approvato in Senato prevede che la legge elettorale entri comunque in vigore solo a metà del 2016. Inoltre, la legge vale solo per la Camera, in vista della riforma del bicameralismo.

Riforma del bicameralismo

bicameralismoLa riforma del bicameralismo prevede che il Senato sia composto da 100 senatori e non più 315: 95 ripartiti tra le regioni sulla base del loro peso demografico e scelti dai Consigli Regionali, invece che eletti dai cittadini (74 saranno consiglieri regionali e 21 saranno sindaci), cinque nominati dal presidente della Repubblica (che sostituiranno i senatori a vita). Oltre a non essere eletti, i senatori non saranno pagati (la durata del mandato coinciderà con quella delle istituzioni territoriali di cui saranno espressione) e non voteranno la fiducia al governo. Il Senato potrà votare solo per riforme costituzionali, leggi costituzionali, leggi elettorali degli enti locali e ratifiche dei trattati internazionali, leggi sui referendum popolari e il diritto di famiglia, il matrimonio e il diritto alla salute. Una spiegazione più estesa del funzionamento del nuovo Senato si può leggere qui.

La riforma è stata approvata dal Senato in prima lettura lo scorso agosto e lo scorso 13 dicembre è stata approvata anche in commissione alla Camera, seppure con qualche agitazione per l’approvazione di due emendamenti dell’opposizione (poi cancellati da altri emendamenti). La riforma è ora all’esame dell’aula, che ne ha già approvato l’articolo 1. La riforma dovrebbe essere approvata in prima lettura anche alla Camera entro febbraio. La legge a quel punto tornerebbe al Senato: visto che si tratta di una legge costituzionale, dovrà essere approvata due volte nella stessa forma da entrambe le camere. Se non otterrà i due terzi dei voti, dovrà essere confermata da un referendum senza quorum (in cui, quindi, basterà che il 50 per cento più uno dei votanti scelga l’abrogazione per cancellare la riforma).

La maggioranza che sostiene il governo Renzi ha i numeri per approvare la riforma senza i voti di Forza Italia, sebbene abbia detto di voler fare le riforme importanti con l’opposizione. Se approvasse la riforma senza i voti di Forza Italia – come ha minacciato Renzi nelle ultime ore – sarebbe sicuramente necessario ricorrere al referendum; ma d’altra parte la ministra per le Riforme costituzionali Maria Elena Boschi si è impegnata a organizzare un referendum in ogni caso.

riforma titolo VLa riforma del Titolo V

Per quanto fosse il terzo punto del cosiddetto “patto del Nazareno”, dal punto di vista legislativo la riforma del titolo V è parte della riforma costituzionale che prevede la fine del bicameralismo perfetto. Il Titolo V è la parte della Costituzione che regola i rapporti tra lo Stato e le regioni: qui una spiegazione estesa della sua storia e del perché moltissimi lo considerano un problema. La riforma rovescia il sistema per distinguere le competenze dello Stato da quelle delle regioni e restituisce pressoché integralmente allo Stato competenze come l’energia, le infrastrutture strategiche, le grandi reti di trasporto, la salute e la previdenza.

La legge prevede tra le altre cose qualche modifica riguardo i referendum abrogativi (se le firme raccolte dai promotori saranno 800 mila e non 500 mila, la soglia per la validità del referendum sarà la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni della Camera), alza la soglia di firme necessaria per presentare leggi di iniziativa popolare (da 50 a 150 mila), introduce i referendum propositivi e sopprime il CNEL, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro.

Tratto da www.ilpost.it

Tanto vale… meglio l’Italicum (di Paolo Acunzo)

meglio italicumSarà l’ingorgo  istituzionale che vede la discussione sull’elezione del nuovo presidente della Repubblica, delle riforme elettorali e costituzionali intrecciarsi tra loro. Sarà la confusione di alleanze politiche che non rendono possibile capire chi sta con chi e per fare cosa o chi si oppone a chi e perché. Sarà un dibattito che non sempre è trasparente intorno a patti e nazareni vari, ma in queste ore mi sembra che si stiano perdendo i punti salienti della questione elettorale in discussione con posizioni che spesso esulano da questa. Tentiamo di ricapitolare.

Dopo anni di discussione pare che finalmente si riuscirà ad uscire compiutamente da quel porcellum di legge che con le liste bloccate impediva di poter scegliere i propri parlamentari. Dopo la sua abrogazione da parte della Corte Costituzionale, il cosiddetto consultellum rintroduceva le preferenze e la libertà di scelta su chi eleggere parlamentare da parte dei cittadini, ma non la facoltà di scegliere chi ci governa, lasciando un sistema proporzionale puro che ci avrebbe condannato a larghe intese a vita.

Oggi l’Italicum, con tutti i suoi limiti, tenta di rimediare e propone un sistema elettorale compiuto, benché limitato all’elezione della Camera dei deputati. Con il premio di maggioranza alla lista che raggiunge il 40% si da la possibilità di scegliere chi ci deve governare al primo turno o al ballottaggio; si da’ rappresentanza a tutte le forze che superano il 3% garantendo il pluralismo; è rintrodotto il doppio voto di preferenza per genere, ridando lo scettro agli elettori per l’identificazione degli eletti.

sbloccare riforma elettoraleOvviamente anche io vedo i suoi limiti e sicuramente la norma dei capilista bloccati limita la libertà di scelta degli elettori. Ma a dire il vero vedo anche altri problemi, forse anche più seri: il premio di maggioranza alla lista anziché alla coalizione fa sì che un partito a vocazione maggioritaria come il PD non dichiari prima con chi si voglia alleare, lasciandolo libero successivamente di guardare a destra o a sinistra come meglio le aggrada. Ciò potrebbe ridar vita alla proliferazione di partitini, che non avendo nessun beneficio a coalizzarsi, potrebbero puntare al 3% per avere il loro diritto di tribuna e di protesta in Parlamento, senza porsi il problema di governare il nostro difficile paese. Infine la soglia al 40% per il premio di maggioranza è ancora troppo bassa e potrebbe causare un effetto distorsivo della rappresentanza, tanto che il partito maggioritario non è spinto neanche ad andare verso le altre piccole liste potendo contare su un premio spropositato rispetto ai voti che ha preso al primo turno.

Questi sono i punti più critici, ed è invece preoccupante che il dibattito oscilli tra coloro che vorrebbero scegliere i propri parlamentari solo tramite preferenze e quelli che vogliono solo tra collegi uninominali, ossia la forma di lista più bloccata possibile essendo presente solo un nome da votare per ogni lista.

E allora tanto vale tenersi l’Italicum. Se riprende un dibattito infinito sulla legge elettorale andrebbero perse anche le cose positive di questa legge, schiacciate da posizioni spesso inconcludenti se non pretestuose. E poi l’alternativa sarebbe un immediato ritorno alle urne. Cosa che comunque auspico per fare chiarezza, ma con un sistema elettorale che non ci condanni a larghe intese perenni visto che con il proporzionale puro nessun partito potrà raggiungere mai la maggioranza assoluta necessaria per governare. Urge invece un sistema elettorale che finalmente riesca a far uscire l’Italia da questa empasse democratica, grazie ad un prossimo voto dei cittadini in grado di poter far scegliere liberamente i propri rappresentanti e legittimare chi vogliono essere governati. Dunque se tanto vale, meglio l’Italicum e ridiamo presto l’ultima parola ai cittadini.

Paolo Acunzo

pacunzo@hotmail.com

Un’idea deformata di democrazia ( di Carlo Buttaroni)

idea di democraziaLa politica, nelle forme in cui la conosciamo, è questione recente nella storia dell’uomo. Fino alla nascita degli stati moderni, si configurava prevalentemente su questioni che interessavano la difesa dei confini, la gestione dell’ordine pubblico, le relazioni tra chi deteneva il potere. Molti aspetti della vita quotidiana erano affidati a principi regolatori iscritti spesso su un piano teologico o filosofico. Oppure ispirati a quelli che, oggi, potremmo definire interessi “privati”.

Solo con l’epoca moderna comincia progressivamente ad affermarsi una politica che contempla grandi questioni pubbliche che riguardano le relazioni tra le classi sociali, i diritti civili, i temi dello sviluppo, edificando intorno ad essi apparati ideologici di riferimento per grandi masse di cittadini. Un processo che ha il suo apice nelle ideologie e nei partiti di massa del Novecento e che entra in crisi, alla fine del secolo scorso, con il progressivo affermarsi di una società de-ideologizzata, con rilievi economici e sociali inediti e sfuggenti a ogni sforzo interpretativo basato sui paradigmi precedenti.

apparenza della politicaLa crisi delle grandi teorie politiche che per oltre mezzo secolo avevano ispirato la partecipazione dei cittadini, oggi ha il suo riflesso in una società dalle identità collettive rarefatte, caratterizzata da una convivenza a bassa intensità sociale e dal recedere delle forme legate alla tradizionale partecipazione politica (basti pensare alle elezioni regionali di qualche settimana fa).

La fase politica che prende avvio all’inizio degli anni ‘90 è segnata dalla progressiva eclissi della responsabilità politica e al venir meno di quell’etica istituzionale che invece aveva costituito il nucleo forte dei partiti di massa del Novecento.

La democrazia formale è stata via via considerata un impaccio caro ai giuristi mentre si è progressivamente affermata la convinzione che bisogna sintonizzarsi sulle pulsioni delle persone anziché rafforzare i diritti dei cittadini.

relativismo dei valoriAltra caratteristica della politica attuale è una generalizzata caduta delle tensioni progettuali in chiave universalistica. Un abbandono che si esprime in quel nichilismo tanto caro ai leader solitari di oggi che può essere efficacemente riassumibile nelle parole di Nietzsche quando lo descrive come un processo dove i valori supremi si svalutano, dove manca lo scopo e una risposta ai perché.

E’ un pensiero debole quello che, oggi, pervade la politica, dove il relativismo finisce per essere una sorta di premessa largamente condivisa, perché le procedure non obbediscono ad alcun criterio riconoscibile: non ci sono più i fatti, né i metodi, né le certezze, ma solo interpretazioni.

D’altronde, il progettare grandi mete non si addice a un pensiero debole e l’avvenire resta un interrogativo senza risposta per una politica timorosa di inoltrarsi in un futuro che non ha più la forma di una meta da raggiungere o di un criterio cui uniformare le condotte. La stessa importanza del passato cambia di segno nel momento in cui i leader cercano di liberarsi da un’idea della storia come un corso omogeneo e necessario che ci avrebbe sospinto fin qui e che, con lo stesso impeto ci porta verso il futuro.

politica e progettoAl modello di ragione universale e forte del Novecento si contrappone ormai una costellazione di razionalità parziali e di nuovi linguaggi. Foucault l’ha chiamata “morte dell’uomo”, altri si sono limitati a parlare di fine della ragione. Per l’individuo decentrato dal proprio passato e dal proprio futuro, non può diventare altro dal “non senso” del vivere in un mondo di dissolvenze dal quale, però, sembra travolto.

partecipazione dei cittadiniLa democrazia che, come insieme equilibrato di poteri e contropoteri, ha i suoi fondamenti nella partecipazione popolare e nella classe politica, si è trasformata inevitabilmente in un’iperdemocrazia basata sul voto e sull’opinione pubblica. Il risultato è la rarefazione della partecipazione politica e il diffondersi dell’idea che la democrazia sia esclusivamente la scelta elettorale di una maggioranza di governo, il cui leader è espressione diretta e organica della volontà popolare, concepita a sua volta come la sola fonte di legittimazione dei pubblici poteri del “capo”.

Quest’idea di democrazia è ormai considerata la forma più diretta, decidente e partecipativa. In realtà, è una deformazione che ha progressivamente eluso i principi costituzionali riproducendo, in termini parademocratici, una tentazione pericolosa che è all’origine di tutte le demagogie populiste e autoritarie: l’idea del governo degli uomini o, peggio, di un uomo.

Ma, come scrive Hans Kelsen, l’idea di democrazia implica assenza di capi. E, nel farlo, ricorda le parole che Platone, nella sua Repubblica, fa dire a Socrate in risposta alla domanda su come dovrebbe essere trattato, nello Stato ideale, un uomo dotato di qualità superiori: “Noi l’onoreremmo come un essere degno d’adorazione, meraviglioso ed amabile; ma dopo avergli fatto notare che non c’è uomo di tal genere nel nostro Stato, e che non deve esserci, untogli il capo ed incoronatolo, lo scorteremmo fino alla frontiera”.

Carlo Buttaroni (tratto da http://benecomune.net)

Il sindaco Marino al capolinea? (di Aldo Pirone)

leader e follaUno dei mali più profondi della politica così come è andata configurandosi in questo ultimo quarto di secolo nel nostro Paese è la ricerca divenuta via via più spasmodica da parte dei cittadini del demiurgo che possa risolvere i loro problemi.

Lo si ricerca per i ruoli di sindaco, di presidente di Regione o di capo del governo. Tutta l’informazione mediatica è rivolta a incoraggiare questa ricerca. Il sondaggio quotidiano sui singoli leader politici è diventato ossessivo. A volte sembra di stare in un ippodromo dove corrono cavalli, alcuni per la verità veri e propri ronzini, che vengono quotati ogni sera dai bookmakers dei giornali o dai conduttori di talk show o di telegiornali. Ogni spostamento settimanale nel gradimento di opinione è registrato con enfasi come se equivalesse a un vero e proprio risultato elettorale.

Quest’overdose quotidiana di politica virtuale è inversamente proporzionale al distacco che verso di essa hanno i cittadini e che manifestano con un crescente astensionismo elettorale. La politica attuale è vista come un grande circo equestre incapace di affrontare e risolvere problemi grandi e piccoli che angustiano i cittadini e strozzano il Paese. La temperie politicista sempre più debordante favorisce naturalmente la nascita, più o meno rapida, o l’inopinato ritorno, altrettanto rapido, di veri e propri ciarlatani politici dediti a propinare ai cittadini i soliti elisir di lunga vita.

Sta di fatto che nella politica politicante quello che conta non sono più i partiti, i loro programmi, le loro identità, i loro profili sociali e culturali, la loro azione concreta di organizzatori popolari, tutte cose svanite da tempo, ma i loro leader nei ruoli istituzionali e di governo a vari livelli.

demagogoDa questo stato di cose nascono poi le delusioni più cocenti per quei cittadini e per quella parte di opinione pubblica che tutto, e a volte entusiasticamente, hanno puntato sul leader più o meno carismatico. Non ci si rende ancora ben conto che per risolvere i problemi non bastano singoli demiurghi circondati dalle cosiddette “squadre” di collaboratori per altro scelti sempre con la ferrea logica non della capacità e della competenza, ma della fedeltà. Collaboratori yes man “usi a ubbidir tacendo”.

Ci sarebbe bisogno invece di entità più complesse, in grado di mettere in campo un personale politico e militante competente, diffuso non solo ai vari livelli istituzionali rappresentativi ma anche della società civile, fra il popolo di cui dovrebbe favorire e organizzare protagonismo e partecipazione. Una compagine dedita a muoversi in modo coordinato e con unità d’intenti per perseguire politiche univoche, soprattutto se di segno progressista. Servirebbero dei partiti appunto, ma non quelli attuali che ne sono la negazione più radicale, puri raccoglitori di tutto e il contrario di tutto, intessuti da correnti, cordate, combriccole e cacicchi locali, che, novelli ladri di Pisa, sceneggiano fiere contrapposizioni di giorno nei talk show, e qualche volta anche nelle piazze, e simpatiche rimpatriate di notte alla ricerca del comune bottino.

A questo “destino cinico e baro” di leadership solitaria e senza adeguati supporti non è sfuggito neanche il Sindaco di Roma, Marino, che sembra ormai giunto al capolinea tra gaffe incredibili e incapacità a comprendere per tempo la rabbia sociale che come un tuono rimbombava nelle periferie degradate e lasciate a se stesse da anni di politiche urbanistiche e sociali dominate dal neoliberismo mercatista che nella capitale è stato incarnato dal famigerato “modello Roma” di rutelliana e veltroniana memoria.

degrado periferieLa vicenda della “rivolta” di Tor Sapienza è un classico nel suo genere di ribellismo popolare. E’ un quartiere stretto fra campi rom, prostituzione di ogni tipo, anche minorile, che si esercita indisturbata, di giorno e di notte, financo davanti alle scuole; immigrati di varia nazionalità che dormono nei locali abbandonati e destinati ai servizi sotto le case dell’Ater; da ultimo un centro di accoglienza per immigrati che è diventato, anche grazie all’attivo interessamento dei fascisti di “Casa Pound”, lo scarico di ogni tensione sociale accumulata nel tempo. Il tutto senza supporti sociali e assistenza pubblica, senza adeguata sorveglianza da parte delle forze dell’ordine.

Un far west dove è cresciuta negli anni l’erba cattiva della rabbia sociale fra gli strati popolari più deboli e insicuri dei casermoni comunali da dove è sparita ogni presenza organizzata di forze popolari e progressiste. In questa prateria di erba secca è bastato che qualcuno gettasse un cerino, e non per caso, perché tutto prendesse fuoco.

Le periferie della capitale sono immerse da anni nel degrado e in un rancore sociale che in assenza di credibili obiettivi e credibili politiche di riscatto sociale sfocia naturalmente, complice una crisi economica e morale che non demorde, nel conflitto fra poveri italiani e poveri disgraziati immigrati.

campi rom e degradoIl non far pagare luce e gas nel campo rom popolato di auto di ragguardevole cilindrata e da dove la sera si levano i fumi alla diossina che inquinano il quartiere appare oltremodo insopportabile a chi è precario o pensionato al minimo nella casa popolare dentro il gigantesco quadrilatero dell’Ater di viale Morandi. Anche le miserevoli risorse impiegate per l’assistenza agli immigrati – 32,50 euro al giorno a persona – scappati dalle guerre africane e dalla morte sui barconi nel Mediterraneo appaiono uno spreco di fronte alla propria indigenza. “Prima gli italiani” è lo slogan che diventa allora popolare; un grido inumano che stravolge il volto del povero lanciato contro chi è più povero di lui, l’immigrato, pensando così di averne sollievo. E’ la regola ancestrale dell’”homo homini lupus”. In questo contesto è inevitabile che il reato compiuto dallo straniero appaia più insopportabile di quello uguale compiuto da un italiano.

Su questo humus maligno sono tornati a lucrare quei politici dell’era Alemanno – recentemente rinviato a giudizio per finanziamento illecito e indagato per un presunto giro di tangenti per l’acquisto di filobus avvenuti sotto la sua sindacatura – che del degrado e dell’abbandono delle periferie nonché dello sfascio di aziende pubbliche come Atac e Ama portano grandi responsabilità, anche se non uniche. Li abbiamo visti sfilare, senza che fossero allontanati dalla manifestazione, fra i cittadini esasperati di alcune periferie romane sabato scorso al centro di Roma e poi pontificare nei soliti talk show televisivi.

Perfino la Lega di Salvini e Borghezio ha fiutato in questo scontro “etnico” la possibilità di rifarsi una verginità per far dimenticare, oltre le sue ruberie nordiste e il malgoverno pluriennale all’ombra di Berlusconi, anche il suo livore contro l’Italia e contro “Roma ladrona”.

Marino stritolato dal PdMarino è stato stritolato, da una parte, da una “casta politica” di camarille che infestano il PD capitolino e le varie corporazioni della città e, dall’altra, da un crescendo di vera e propria impopolarità. Interpreti interessati di questa insofferenza popolare sono diventati i grandi giornali della capitale che, in ossequio ai loro editori-costruttori-speculatori, non perdono occasione di fare il tiro al piccione di un sindaco che in sella alla sua bicicletta non ha trovato il tempo di andare in questo anno e mezzo di governo oltre le mura Aureliane. Colpevole di non capire fin da subito che bisognava mettere le periferie al centro della propria iniziativa politica e amministrativa per trovare là quel consenso necessario a portare avanti l’azione di disboscamento e di rinnovamento che diceva di avere in mente.

Il suo partito, il PD, che non l’ha mai amato considerandolo un corpo estraneo, per bocca del segretario cittadino Lionello Cosentino gli ha dato quindici giorni di tempo per cambiare alla svelta registro altrimenti gli darà il “benservito”. Urge per i “democrats” di ogni camarilla riprendere le antiche consuetudini del “modello Roma”, magari mascherandole sotto altro nome.

E cosa succederà dopo? Succederà che torneranno quelli che non se ne sono mai andati e che stavano, trepidanti sull’uscio, aspettando di rientrare. Cercheranno nuovi “leader carismatici” a destra e a “sinistra” da presentare al popolo, faranno le solite promesse fantasmagoriche, susciteranno gli entusiasmi di plebi alla ricerca del salvatore di turno e pronte al voto di scambio col politico marpione per poveri favori di sopravvivenza e tutto si acquieterà per un po’. Aiutati in ciò da organi cosiddetti d’informazione che l’informazione vera e tempestiva, l’inchiesta sul posto, non sanno manco che cosa sia. Fino al prossimo giro. O almeno fino a che un movimento di popolo consapevole e non di plebi disperate e inacidite dai morsi della crisi economica, metta fine a classi dominanti rapinatrici e a un ceto politico bipartisan fellone, senza dignità e senza vergogna, vero responsabile e vera causa delle sofferenze delle periferie romane.

 

Aldo Pirone tratto da www.abitarearoma.net

Legge di stabilità: una coperta corta

miliardi della legge di stabilitàA seguire i commenti sulla legge di stabilità si riesce a mettere insieme un campionario da lista di nozze. C’è di tutto e l’esercizio coinvolge anche autorevoli economisti  (si veda Ricolfi sulla Stampa di oggi) che si prodigano sui quotidiani a sottolineare come gli effetti su questo e su quello non siano sufficienti e non corrispondano alle esigenze del Paese. Ah sì? Ma che scoperta! E noi che pensavamo che esistesse alla base dell’arcobaleno una pentola d’oro piena di miliardi di euro da spendere e che il governo non volesse proprio andare a prenderli o che li avesse presi e non capisse come spenderli. Meno male che qualcuno glielo spiega….

E invece il sogno finisce, ci svegliano e ci dicono che la pentola d’oro non esiste e nemmeno i miliardi e che se li vogliamo dobbiamo prenderli dai contribuenti oppure evitare di spenderli. Il tutto sotto la supervisione dell’Europa ovviamente.

È di pochi giorni fa il fatto (non il commento) che il governo ha dovuto rinunciare a 4,5 miliardi di sforamento rispetto al pareggio strutturale perché ce lo ha imposto la Commissione UE. 4,5 Miliardi in meno, capito?

commenti legge di stabilitàCon la coperta corta della legge di stabilità non si va lontano e non si può fare altro che tagliare qualcosa dell’IRAP o confermare gli 80 euro di riduzione Irpef per i redditi medio bassi o mettere un po’ di soldi per la decontribuzione dei contratti a tempo indeterminato o per la disoccupazione estesa a milioni di lavoratori, più l’assunzione di 150mila insegnanti e la maternità a prescindere dal contratto di lavoro, ecc ecc..

Questa è la realtà e francamente danno fastidio tutti i commenti che dicono “non basta perché la disoccupazione scenderebbe solo di uno 0,1%” o cose di questo genere. Ecco bisognerebbe consegnare a questi “competenti” il potere e vedere loro nelle condizioni date cosa riuscirebbero a fare.

Di fatto l’unica proposta seria è quella che viene dalla Cgil e da una parte della sinistra che propone una patrimoniale sui redditi e sui patrimoni più elevati. Non è una novità assoluta questa proposta perché sta in campo da alcuni anni ed è stata caldeggiata da molti compresi alcuni veri ricchi consapevoli che dallo sfascio delle economie non avrebbero nulla da guadagnare. Almeno loro capiscono che ci vogliono i soldi e dicono dove prenderli.

parametri europei fiscal compactLo snodo cruciale resta però l’Europa che impedisce, grazie al combinato disposto dei parametri del patto di stabilità e crescita e del Fiscal compact, ogni possibilità di aumento della spesa pubblica anche per investimenti. Senza un mutamento delle regole europee nulla si potrà fare. Forse a questo punto non sarebbe male minacciare l’annullamento del Fiscal compact che è un trattato e, come tale, lo si dovrebbe poter denunciare e tornare al solo 3% di deficit eliminando il pareggio strutturale.

Per l’Italia, però, c’è un altro snodo cruciale ed è il sistema di governance interno che coinvolge apparati burocratici centrali e periferici, enti pubblici, aziende pubbliche e partecipate. Questo sistema fondato sulla mediazione corporativa, sullo spreco e sui privilegi (più corruzione e ruberie a gogò) è organizzato intorno alla conquista e controllo delle risorse pubbliche ed è un formidabile distruttore di ricchezza.

Il vero compito a casa che dovrebbe fare l’Italia è questo. Se non lo si fa e bene non solo non c’è credibilità per imporre un cambio dei patti europei, ma non c’è neanche un futuro perché da un secchio bucato non si ottiene nulla

Claudio Lombardi

Governare gli italiani non è impossibile: è inutile. Vero o falso?

sistema di governo ItaliaGovernare gli italiani non è impossibile, è inutile”. Il dramma di Genova riporta alla mente questa lapidaria sentenza attribuita a un personaggio che governò con la dittatura e che portò l’Italia alla rovina. In un ventennio egli, forse, non riuscì a dimostrare l’inutilità del governo,  ma certamente dimostrò la pericolosità e l’inettitudine della classe dirigente italiana di allora.

Il dramma di Genova – annunciato, previsto, certo – porta sul palcoscenico della storia e della cronaca tutti i personaggi che hanno fatto grande e difficilmente risolvibile la crisi italiana. La politica in primo luogo, lestissima a costruire percorsi di privilegio per il mondo che le ruota attorno e che è la prima base del suo potere. Mille casi esemplari: dal finanziamento esagerato a disposizione di ogni capriccio degli eletti alle spese inutili a favore di clienti e supporters (che solo a furor di popolo è stato ridimensionato sennò, fosse stato per i politici, continuava come prima); dalle truffe degli appalti pubblici che partono da 100 in tot anni per approdare con la complicità di tutti a 1.000 in tot anni moltiplicati per 3 o per 4, agli enti inutili e alle cariche che nessuna spending review riuscirà mai a toccare (oggi ricordava un giornalista l’esistenza del commissario al terremoto dell’Irpinia, anno 1980, ancora in carica al modico prezzo di 100mila euro annui).

intreccio burocrazia politicaLa burocrazia che alimenta sé stessa nel più assoluto disinteresse dei risultati dell’azione amministrativa e che scrive le normative da far approvare nelle assemblee elettive o da far emanare dai politici che rivestono cariche di governo quasi mai in grado di capire ciò che approvano.

Le magistrature, specie quelle amministrative, che conobbero nel passato innumerevoli privilegi (arbitrati, doppi e tripli stipendi) e che, intrise di una cultura giuridica formalistica, si avviluppano in sempre più complicati giri di codicilli ben al riparo, quando le cose si mettono male, di norme complicate e mal scritte (non è colpa mia, io applico le norme…).

Gli italiani, suddivisi in una miriade di interessi particolari che, per prassi e cultura, vengono sempre anteposti all’interesse generale.

Il dramma di Genova ci ricorda che non è la mancanza di soldi a rovinarci, ma l’incapacità di indirizzarli a finalità utili alla collettività. Se non vogliamo fermarci al caso particolare guardiamo all’Europa bloccata da un rigorismo ottuso nel culto del pareggio di bilancio, un totem assurdo e fuori dal mondo. Ma con che faccia eleviamo grida di dolore per non poter spendere tutto ciò che ci è necessario quando i finanziamenti europei a noi destinati restano in buona parte inutilizzati per nostra incapacità di spenderli?

utilizzo fondi europeiNon è una novità, ma una notizia ormai stagionata, che rischiamo di perdere – oggi, tra poco, non in un lontano futuro – una quindicina di miliardi di euro di fondi europei per infrastrutture, sviluppo e coesione. Cos’è, abbiamo perso la proverbiale creatività italiana e non sappiamo che farne (a parte la truffa della finta formazione professionale)? E il nostro territorio che frana? E le scuole che cadono in pezzi? È noto che la Spagna con i fondi europei ha rimodernato mezzo paese quindi si può fare. Perché noi no?

Dispiace che i problemi di un sistema bloccato e ormai dannoso non siano il centro delle lotte di quella che si definisce sinistra. Per anni incapace di uscire dalla coazione a ripetere “abbasso Berlusconi” e adesso imprigionata nella sempiterna difesa di qualcosa. Mai pronta a prendere l’iniziativa per costruire un sistema di governo diverso. Diverso anche a costo di pestare i piedi a gruppi di propri sostenitori o ad interessi consolidati in quel vasto mondo collegato alla politica nel quale tutti hanno costruito proprie zone di influenza.

Pconfusione sinistra urtroppo il discorso va esteso anche a buona parte di quella che si definisce cittadinanza attiva raccolta in comitati, associazioni e movimenti la cui mobilitazione scatta ad ogni proposta e ad ogni progetto contro il quale la risposta immediata è di bloccare tutto perché qualunque cambiamento viene visto come l’espressione di una qualche forma di speculazione. Molte volte è la verità, ma altre è solo la resistenza a conservare ciò che esiste e che non deve essere toccato.

Ciò che occorre è una nuova politica e nuove forme di rappresentanza di interessi sociali. Le precondizioni per farlo ci sarebbero pure se si formasse una volontà collettiva e organizzata intorno ad un programma di cambiamento. Per ora bisogna contentarsi dei proclami e delle azioni di Renzi che cominciano a mostrare molte crepe e lati oscuri facendo intravedere i corposi interessi e i limiti culturali che li condizionano

Claudio Lombardi

Quanto pesa la corruzione sul debito pubblico

vie della corruzioneUn articolo pubblicato su www.lavoce.info tratta del cruciale problema del rapporto tra corruzione e crescita del Pil. L’autore – Alfredo Del Monte – osserva che il dibattito sui fattori che hanno determinato il debito pubblico italiano non si è adeguatamente soffermato sul ruolo della corruzione. Eppure, la corruzione influisce direttamente sulle principali variabili che determinano il livello del debito: fa crescere la spesa pubblica perché aumenta il costo di beni e servizi e deprime la crescita del Pil con l’effetto di ridurre il gettito fiscale.

La corruzione pesa sulle attività produttive quasi fosse un’imposta e premia i più capaci nel costruire reti di relazioni improntate allo scambio di favori a pagamento nelle amministrazioni pubbliche. Tra l’altro favorisce gli investimenti in grandi progetti da cui è più facile estrarre tangenti piuttosto che in piccoli progetti. Porta inoltre ad una maggiore complessità delle procedure di spesa e amministrative.

Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta una serie di scandali culminati in Tangentopoli accrebbero di molto l’attenzione dell’opinione pubblica e la richiesta di affrontare il problema della corruzione. Richiesta disattesa dai governi fino al punto che nel periodo successivo all’entrata nell’euro, in particolare dopo la seconda metà del 2000, il Parlamento approvò una serie di leggi (riduzione della prescrizione per i reati di corruzione, depenalizzazione del falso in bilancio) che di fatto hanno ridotto la probabilità di condanna per corruzione e aiutato a mantenerne i proventi incentivando, di fatto, il reato. Secondo l’autore anche la legge Severino, approvata dal Governo Monti, ha fornito ulteriori incentivi ai comportamenti illegali (reato di induzione).

intreccio debito pubblico corruzioneNell’articolo si dimostra come vi sia una stretta correlazione fra debito pubblico/Pil e indicatori di corruzione. In particolare l’aumento dell’indebitamento primario negli anni Settanta trova una spiegazione in entrate insufficienti a far fronte all’aumento della spesa. Per tutto quel decennio, la pressione fiscale in Italia fu decisamente inferiore a quella di Germania, Francia, Inghilterra. Se non vi fossero state la corruzione e l’evasione fiscale, si sarebbero potute avere entrate più elevate e una minore crescita del debito pubblico. Negli anni Ottanta l’aumento dei tassi reali caricò la spesa per interessi e portò ad una vera esplosione del debito che sfociò nella crisi del ’91-’92 .

Il miglioramento della situazione di finanza pubblica che precedette e seguì l’ingresso nell’euro non toccò la corruzione e l’evasione fiscale che non si interruppero, ma ingigantirono influendo sull’avvitamento del debito pubblico seguito alla crisi iniziata nel 2008 giungendo ai livelli elevati che nessun rigore è riuscito a diminuire.

Una stima quantitativa degli effetti della corruzione sul debito pubblico è complessa perché il fenomeno influisce sia sulle entrate che sulle spese. Inoltre occorre tenere conto che il debito è una variabile che viene influenzata dalle situazioni passate. Ad esempio, un effetto anche molto lieve della corruzione sulla crescita del Pil in ciascun anno, a causa del meccanismo minori entrate-maggior debito-maggiori interessi, può avere riflessi molto rilevanti sull’ammontare complessivo del debito.

corruzione sviluppo PilLe osservazioni dimostrano come l’effetto di riduzione del Pil dovuto alla corruzione assuma dimensioni ben maggiori in termini di rapporto debito/Pil. Ciò porta ad affermare che il problema del debito pubblico italiano non sta tanto nell’eccessiva spesa per consumi pubblici (il cui livello e la cui efficacia sono in ogni caso influenzati dalla corruzione), quanto nel fatto che l’elevata corruzione ha avuto effetti negativi sulla crescita del Pil.

La conclusione cui giunge l’articolo è che il non avere affrontato il problema della corruzione ha notevolmente peggiorato la situazione della finanza pubblica italiana, obbligandoci a seguire quelle politiche di austerità con le quali si è tentato di contrastare, non riuscendoci, la degenerazione della situazione. Che ci sia bisogno di una seria politica contro la corruzione è, dunque, anche un’esigenza di finanza pubblica anche se non in grado di ribaltare, nell’immediato, i valori effettivi del debito pubblico e del rapporto debito/Pil.

Non bisogna trascurare, infine, che uno degli effetti più importanti di una politica contro la corruzione riguarda le aspettative degli operatori italiani e stranieri. Purtroppo, su questo piano gli ultimi Governi hanno fatto poco e anche il Governo Renzi sembra privo di una visione organica.

Insomma alla battaglia contro la corruzione non si riserva mai un posto di prima fila nelle azioni dei governi e gli interventi necessari, per quanto studiati e definiti innumerevoli volte, sembrano sempre i più difficili da mettere in pratica. Sarà un caso?

Calo iscritti Pd: un fenomeno generale (di Giuseppe Belleri)

forma partitoQuesta storia del crollo degli iscritti Pd è piena di luoghi comuni, analisi superficiali e strumentali. Invece è del tutto comprensibile e frutto di profonde dinamiche socio-politiche. Vediamole schematicamente:

1. da oltre un decennio tutte le organizzazioni e forme associative soffrono di un calo di iscritti generalizzato per via della “liquefazione” delle relazioni, della riduzione dei legami comunitari e della differenziazione sociale;

2. a fronte di tali tendenze sono cresciute tutte le forme di aggregazione sociale informale e virtuale, specie quelle telematiche “giovanili” come appunto Facebook;

3. la disaffezione e l’invecchiamento degli iscritti ha favorito la personalizzazione della politica, che ha trovato nelle primarie all’americana la sua massima espressione e ha comunque fatto emergere una voglia di partecipazione senza affiliazione, che non trova più o rifiuta lo sbocco dell’adesione alla forma partito novecentesca;

militanza nei partiti4. va da sé che la maggioranza degli iscritti al PD che non rinnovano la tessera faceva riferimento alla forma partito pre-renziana che il premier ha di fatto rottamato assieme alla vecchia classe dirigente post-comunista perdente;

5. questi ultimi devono solo contemplare la propria incapacità di trattenere i “loro” vecchi iscritti senza parlare dell’impossibilita’ di attrarne di nuovi;

6. il 41% delle europee dimostra la capacità attrattiva di Renzi verso l’elettorato “liquido“, che è inversamente proporzionale alla sua attrattività verso gli iscritti;

7. d’altra parte dopo la stagione della partecipazione della base il marchio delle scelte riformatrici renziane è andato in direzione esattamente opposta, prima con l’elezione di II° livello delle province ed ora con quella ancor più marcata del Senato, entrambe a rischio di consociativismo, chiusura castale ed ipertrofia correntizia;

iscritto Pd disorientato8. il vecchio iscritto si e’ trovato così spaesato e schiacciato, da un lato, dallo scavalcamento da parte del popolo delle primarie e, dall’altro, dalla logica opposta delle elezioni di II° livello, frutto spesso di dinamiche correntizie interne incomprensibili, autoreferenziali e senza alcuna possibilità di essere influenzate dalla mitica base degli iscritti/militanti: logico e naturale che non abbia rinnovato la tessera;

9. conclusione: la forma partito novecentesca è ormai in fase di esaurimento irreversibile, ma forse potrebbe essere affiancata, rianimata e rivitalizzata se solo si riuscisse a mantenere un canale di comunicazione/relazione con il popolo informe e disperso delle primarie. Servono ovviamente canali, linguaggi e strumenti adatti, come ad esempio le DOPARIE, che tuttavia mi sembrano sempre ai paletti di partenza. Perche’?

Giuseppe Belleri Tratto da: http://riformel.blogspot.it/

Stadio della Roma e riflessioni sulla politica

stadio RomaUn interessante articolo su Repubblica di oggi (5 settembre) ricostruisce il ruolo del Pd romano nella decisione di costruire il nuovo stadio della Roma (con annessi e connessi) per dar vita al più grande investimento immobiliare privato da decenni a questa parte nella capitale.

Su questa opera, proprio per le sue gigantesche dimensioni, è giusto avere dubbi e chiedere garanzie per capire se e come realizzarla anche nell’interesse della città e non solo per le imprese private che ci lavoreranno e per la squadra della Roma.

La ricostruzione delle ripercussioni nel Pd romano però va oltre e tocca il senso dell’esistenza di questo partito e della funzione della politica. Lasciamo stare che la giornalista autrice dell’articolo parli di “guerra tra bande che da oltre un anno agita i dem locali per la conquista della supremazia nel partito e nella città”. Questa potrebbe essere una malevola lettura di lotte politiche abbastanza normali.

Mettiamo anche da parte che i responsabili del progetto Stadio della Roma siano stati costretti a trattare con le varie fazioni di un partito che, pur essendo quello più rappresentato nel Consiglio comunale, non è (ancora) un’istituzione. Una cosa, infatti è trattare con le istituzioni responsabili verso la città e una cosa ben diversa è dover trattare con i capi corrente di un partito. Chiunque dovrebbe capirlo (si spera).

interessi costruttori romaniConcentriamoci sulla ricostruzione delle posizioni delle varie componenti del Pd romano come riflesso degli interessi dei grandi costruttori, in questo caso Caltagirone e Parnasi. A questo proposito la giornalista scrive di “uno scontro in cui i vari esponenti del Pd, consiglieri comunali e parlamentari, hanno recitato da teste di legno, semplici comprimari indaffarati a tirare ora per l’uno ora per l’altro”.

Se l’italiano ha ancora un senso questa frase significa che il Pd romano è controllato da gente che risponde agli ordini dei poteri forti romani cioè innanzitutto i costruttori. Poiché questi ultimi non sono esponenti di ideologie o di correnti di pensiero, ma solo di interessi economici è logico pensare che i capibastone romani del Pd seguano i soldi e il potere a questi collegato.

trasparenza Pd romanoEbbene questa analisi richiederebbe dagli esponenti di partito citati nell’articolo un’azione giudiziaria a tutela della loro onorabilità perché se fosse vero quanto scritto nell’articolo ci troveremmo di fronte all’epitaffio sulla tomba di un partito controllato (dire diretto sarebbe concedere troppo trattandosi, come è scritto, di bande e non di gruppi dirigenti) da persone indegne. L’epitaffio sarebbe anche sulla tomba della politica sempre più asservita agli interessi di pochi con i politici nel ruolo di attori capaci di recitare la retorica degli interessi generali. Nel caso dei politici romani citati nell’articolo anche mediocri attori di quart’ordine, tra l’altro.

Sarebbe il caso che i militanti del Pd aprissero gli occhi sulla situazione del loro partito e pretendessero chiarezza magari ricordandosi della vergogna del traffico di iscritti in occasione dell’ultimo congresso romano.

Nel frattempo, bisogna proprio dire, nell’interesse della città e dei cittadini: meno male che Marino, sindaco “marziano” estraneo (sembra) ai giochi di partito, c’è e meno male che ci sono comitati e associazioni dei cittadini indipendenti dal controllo dei poteri forti.

C. L.

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