I populisti ovvero i finti pazzi al potere

Da Nixon a Trump e poi Boris Johnson fino al comico Zelensky in Ucraina i populisti sembrano governare in presa diretta col popolo in un tripudio dell’eccesso, ma è solo la riedizione moderna della “teoria del matto” ovvero di un antico insegnamento di Machiavelli che consigliava al principe di simulare la pazzia.

«Purtroppo, in America, abbiamo un presidente pazzo». Dall’alto della sua onorata carriera, il regista Brian De Palma si può permettere questo lapidario giudizio, senza timore di essere fulminato all’istante dall’ennesimo tweet scagliato dai giardini della Casa Bianca. Dunque, “the Donald”, questo omaccione ingombrante e volgare che occupa oggi la stanza dei bottoni della grande potenza occidentale sarebbe un pazzo inciampato per caso nella storia americana: una eccezione, un’anomalia, una parentesi destinata a non lasciar traccia nel prossimo futuro.

La questione, purtroppo, non è così elementare come la si può vedere dalle amene colline hollywoodiane, e nella stampa a stelle e strisce il dibattito è aperto da tempo, così come si conviene in una grande democrazia. Chini al capezzale del presidente, solo pochi mesi fa, in occasione del vertice clamorosamente fallito in Corea del Nord (che spettacolo: un braccio di ferro atomico tra due pazzi scatenati!) non pochi analisti hanno così riesumato la dimenticata “teoria del matto”: the Madman Theory.

Vediamo. Nel 1969, in piena crisi del Vietnam e al culmine della guerra fredda, l’amministrazione Nixon lavorò per far credere al Cremlino che il presidente americano era «irrazionale e imprevedibile», pronto dunque a scatenare una guerra nucleare nel braccio di ferro con l’avversario. Così lo stesso Nixon si confessa al suo capostaff, H.R. Haldeman: «Vedi Bob, io la chiamo la teoria del matto. I nordvietnamiti devono credere che io sono pronto a tutto per vincere questa  guerra, anche a costo di buttare la bomba…».  Va da sé che Tricky Ricky – il vecchio imbroglione della Casa Bianca – non aveva scoperto nulla di nuovo. Cinquecento  anni prima, Niccolò Machiavelli addestrava così il suo principe: «Come egli è cosa sapientissima simulare in tempo la pazzia…».

Dunque: pazzo o non pazzo? È un fatto che Richard Nixon fosse un grande bevitore e consumatore di pillole, che soffrisse di insonnia, di depressione, di ipertensione. Ma lasciamo questo vecchio presidente al suo destino: la teoria del pazzo fu considerata dai più avvertiti strateghi politici americani «inefficace e pericolosa» e presto abbandonata come una pittoresca esagerazione. Oggi occorre forse un ripensamento, vista la moltitudine di pazzi che occupano la scena internazionale e che piegano l’agenda politica del proprio e degli altrui Paesi a scomposte scalmane. Negli ultimi mesi ha fatto irruzione sulla scena il biondo, opimo, scatenato Boris Johnson, vero gemello di Donald Trump. In poche settimane il leader conservatore britannico è riuscito a conquistare il partito, mettere in mora il Parlamento, espellere i maggiorenti tories, ri-perdere il partito, passare in minoranza, infine avvolgere in una nebbia impenetrabile i destini della più antica democrazia europea.

Scrive sul New York Times il giornalista britannico James Butler: «Con Boris Johnson finisce l’Inghilterra: non con un’esplosione, ma con un falò di bionde ambizioni». Il ritratto dell’uomo è impietoso: «Il signor Johnson – la cui pigrizia è proverbiale e il cui opportunismo leggendario – è un uomo ben avvezzo ai tradimenti, un imbonitore che titilla i pregiudizi del suo pubblico per facili guadagni. La sua vita personale è incontinente, la sua carriera incoerente». Boris e Donald, gemelli separati dalle due sponde dell’Atlantico. Protagonisti di quello che ancora il New York Times chiama «the rise of radical incompetence»: l’ascesa dell’incompetenza radicale. I due leaders, sottolinea il politologo William Davies, «rifiutano con orrore l’idea stessa di un governo come impresa complessa e basata sui fatti». I guerrieri del populismo – avverte Francis Fukuyama – sono praticamente inutili: «Possono solo arrestare la crescita economica, esacerbare le contraddizioni e peggiorare lo stato del Paese». Ma l’onda è lunga, e Donald e Boris sono da tempo in buona e numerosa compagnia. In Brasile il presidente Jair Bolsonaro, dopo aver messo a ferro e fuoco l’Amazzonia per incompetenza e complicità con gli incendiari, scatena una guerra mediatica contro il presidente francese Macron, messo alla berlina per aver sposato una donna più anziana. «Mia moglie ha trenta anni meno di me», sogghigna sui social compiacenti il successore di Lula: la variante brasiliana della teoria del matto è un impasto di bullismo, machismo, incompetenza e aggressività.

Il suprematismo politico e presidenziale ha mille incarnazioni. A Est, il turco Erdogan riempie le patrie galere di avversari politici, magistrati e giornalisti; perde le elezioni a Istanbul e annulla il voto; incassa una nuova sconfitta e minaccia rappresaglie. In Ungheria il presidente Viktor Orbàn alza barriere di filo spinato per difendere i magiari dall’invasione turca e in casa propria sbatte in cella i barboni che osano farsi vedere per le strade di Budapest.

Ancora più a Est, il nuovo presidente ucraino Volodymir Zelensky è un comico che ha fatto fortuna con la serie televisiva Servitore del popolo, che ha fondato un partito con lo stesso nome e che ha conquistato il potere promettendo di «rovesciare il sistema». Zelensky gira il Paese con le telecamere al seguito, città per città convoca funzionari e burocrati, caccia e licenzia in diretta televisiva dignitari e politici locali: «Via di qui, ladro! Stasera stessa voglio le tue dimissioni!». Il pubblico applaude, per le strade la folla è in delirio. Riuscirà il giovane presidente a cambiare davvero il Paese, riuscirà ad estirpare la mala pianta della corruzione? Nessuno se lo chiede davvero, la gente è semplicemente affascinata dallo spettacolo in sé, dall’esibizione dei muscoli, dall’ adrenalina dei processi di piazza.

Il pazzo è arrivato al potere nelle pieghe più periferiche del pianeta. Prendete El Salvadòr, uno dei paesi più poveri e depressi del Centroamerica, teatro più di trenta anni fa di una sanguinosa guerra civile. Qui, tra campagne abbandonate e periferie dissipate, il nuovo presidente è Nayib Bukele, un millennial di origini palestinesi, una sorta di alieno apparso dal nulla della storia. Bukele, imprenditore di successo, sconosciuto in politica fino al suo inaspettato trionfo elettorale, governa a colpi di tweets, e a colpi di tweets – con la parola d’ordine/medicina – licenzia o promuove ministri e dignitari. In meno di una settimana, il giovane presidente ha ordinato la cacciata di una trentina di funzionari legati all’ex capo dello Stato. La formula è sempre la stessa: «Si ordina al ministero di rimuovere dal suo incarico e dallo stipendio il signor…». Ed è sempre identica la risposta del funzionario incaricato di tagliare la testa: «Subito, signor presidente…». Ha cambiato qualcosa, in Salvadòr, il nuovo presidente? Il Paese resta povero, insicuro, corrotto, migliaia di giovani si uniscono alle bande di criminali di strada o cercano di emigrare verso il Messico e gli Stati uniti. Nulla è cambiato, nella vita delle persone, ma lo stile di Bukele piace, e piace soprattutto l’odore del sangue.

Il comico, il buffone, il pazzo, il deforme nel corpo e nella mente.  Nella tradizione classica era il personaggio destinato a divertire la corte e il sovrano: un carattere secondario, concepito per strappare risate all’uditorio. «Ahi, povero Yorick. L’ho conosciuto, Orazio: un uomo di un brio inesauribile, d’una fantasia senza pari…dove sono ora i tuoi lazzi, le tue capriole, i tuoi canti, i tuoi lampi di allegria che a tavola alzavano scrosci di risate?». Oggi Yorick non è destinato all’oblio di un cimitero di campagna, anzi. Il matto ha soppiantato re e regine, Yorick infine è il sovrano stesso. E se il buffone ha le sembianze e il potere del sovrano, il mondo, il nostro mondo, come direbbe Amleto, è davvero fuori di sesto.

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

Le aberrazioni della giustizia in Italia

Pubblichiamo un articolo tratto da www.ildubbio.it. Risale a un paio d’anni fa, ma conserva tutta la sua attualità. Piero Sansonetti racconta una storia di cattiva giustizia che sconfina con la dittatura giudiziaria. Una storia simile ad altre, più o meno drammatiche per i malcapitati che ci sono finiti dentro.

Storie come queste, purtroppo, non sono infrequenti. Però se ne parla poco, perché l’idea è che se uno finisce sotto processo, almeno un pò, è colpevole. E quindi è bene che paghi. La riassumo in pochissime righe: c’è un tale – un imprenditore – che viene arrestato e sbattuto in prigione. Siccome ha una azienda e dei beni, gli sequestrano l’azienda e gli confiscano i beni. Resta in prigione per anni. Affronta svariati processi. Poi lo assolvono. Gli dicono: «Oh, scusi, ci siamo sbagliati». Lui dice: allora posso avere indietro i beni che mi avete confiscato? «Eh, no – gli rispondono – purtroppo quelli ormai sono dell’erario». Ah. E mentre ancora è stordito per questa risposta, gli arriva un conto da 3 milioni che gli viene spedito da “Riscossione Sicilia” per via di alcuni debiti con l’erario che l’azienda – che ora è tornata sua – ha accumulato durante il periodo di amministrazione giudiziaria. Deve restituirli, e in fretta.

Voi dite: vabbé non è possibile, manco Kafka si sarebbe immaginato una cosa del genere. Invece è proprio così Nomi e cognomi. Lui si chiama Enzo Mannina, è di Trapani, oggi ha 56 anni. La sua azienda si chiama “Mannina Vito Srl”, l’ha fondata suo padre una cinquantina d’anni fa. Ha 35 dipendenti. Che ora rischiano di restare per strada. L’ingiunzione della “Riscossione Sicilia” lascia pochi margini: pagare subito, entro 30 giorni. Enzo Mannina i tre milioni non li ha, perché negli ultimi anni ha vissuto molto tempo in cella e ha guadagnato poco. E i soldi che aveva guadagnato prima, come dicevamo, glieli hanno confiscati e non glieli ridanno più. E allora che si fa? Figuratevi un pò, il poveretto – invece che dare di matto, come credo avrebbe fatto chiunque di noi – ha preso carta e penna per chiedere una rateizzazione. Perché avrebbe intenzione di riprendere in mano l’azienda, farla fruttare, e piano piano pagare i debiti e i danni apocalittici combinati dallo Stato e dalla giustizia, i quali Stato e giustizia non intendono in nessun modo assumersi le loro responsabilità. Dicono: in fondo alla fine lo abbiamo assolto, dunque ha avuto giustizia. Che vuole di più?

Mannina era stato arrestato nel 2007 nell’ambito di una operazione che si chiamava “Mafia e Appalti”. Lo accusavano di far parte di Cosa Nostra e precisamente di essere il vice del capomandamento di Trapani, Francesco Pace. A quel punto erano scattati anche i sequestri preventivi, diventati poi confische, e la sua azienda era finita in amministrazione giudiziaria. Ed erano anche partite tutte le interdittive che avevano bloccato i lavori che gli erano stati commissionati da enti pubblici. Da quel momento è iniziata una serie infinita di processi, conclusi con alcune condanne e molte assoluzioni, e accompagnati da una lunga prigionia: quasi cinque anni. Poi, nel dicembre scorso, dopo un paio di rimpalli tra Appello e Cassazione, la Corte d’Appello di Palermo lo ha assolto definitivamente perché il fatto non sussiste. Finita l’odissea penale e carceraria è iniziata quella economica. Mannina, a 56 anni, si è trovato a dover ripartire da zero.

L’avvocato del signor Mannina ( Michele Guitta) ha spiegato il motivo per il quale non può riavere indietro i soldi che gli erano stati ingiustamente confiscati. Ha detto che questa situazione è il frutto della normativa vigente che prevede in caso di confisca definitiva dei beni ( che nel caso di Mannina era scattata dopo la prima condanna) “l’estinzione per confusione dei crediti erariali”. Avete capito qualcosa? No, neanch’io. Però mi sono informato. Vuol dire che una volta che ti hanno confiscato i beni, e quei beni sono finito all’erario, è successo che si sono “confusi” con gli altri beni dell’erario e non è più possibile “separarli” e dunque renderteli. Restano dell’erario. Ci dispiace: stavolta è andata male…

È chiaro che in questa storia di mischiano un numero incredibile di errori e di incongruenze della giustizia. Ho l’impressione però che siano tutti dovuti alla stessa idea: l’idea che la lotta alla mafia giustifica qualunque sopruso, perché comunque si tratta di soprusi a fin di bene. E questo sia al momento di immaginare e redigere le leggi, e le norme, e il meccanismo delle interdittive, sia nello svolgere le indagini e nel considerare un sospetto qualcosa di molto molto simile a una prova. E’ la cosiddetta pesca a strascico: la preoccupazione è quello di colpire, comunque e con durezza. Arrestare, confiscare, bloccare i lavori. Naturalmente è una preoccupazione ragionevole, nel senso che sarebbe una follia sottovalutare l’importanza della lotta alla mafia. Solo che è impossibile combattere la mafia facendo strame del diritto. E purtroppo è molto difficile far passare questa idea. La conseguenza di questa pesca a strascico è il caso Mannina. Il quale, vedrete, non appassionerà molto i giornali, i quali, di solito, a tutto sono interessati fuorché al diritto

Sansonetti spiega a Di Battista chi è Giorgio Napolitano

Di questi tempi rivendicare le proprie radici e la propria storia è diventato motivo di diffidenza. Vanno per la maggiore quelli che si presentano come “nuovi”. A loro non si chiedono referenze. Anche chi una storia ce l’ha fa di tutto per far credere di non averla. Per questo è di grande interesse la lettera aperta che Piero Sansonetti scrisse ad Alessandro Di Battista all’inizio di quest’anno. L’occasione fu l’ennesima aggressione verbale nei confronti di Napolitano che si concluse con l’accusa di vigliaccheria. Di seguito il testo

“Io ti auguro non solo di arrivare all’età di Giorgio Napolitano, ma di arrivarci avendo alle spalle una biografia solida e apprezzabile come la sua.

Io sono stato iscritto al Pci tanti anni. Quando ero giovane, anch’io, come fai ora tu, combattevo per rompere la “cappa” che ci veniva imposta dalla generazione precedente, che era chiusa, era abbastanza stalinista. Sai: era la generazione della Resistenza, ed era molto robusta, non era facile da scalfire. Non ho mai avuto una particolare simpatia per Giorgio Napolitano. Allora esistevano le correnti nei partiti. Anche nel Pci, sebbene il Pci le nascondesse. Erano luoghi di lotta politica e anche di pensiero. Napolitano era uno dei leader della corrente riformista, moderata, governista. Era il numero due di quella corrente. Il numero 1 era Giorgio Amendola, vecchio leader della Resistenza, figlio di Giovanni, capo liberale che morì negli anni trenta sotto le bastonate dei fascisti. Io negli anni settanta ero un ragazzo che faceva parte dell’altra corrente, quella di Ingrao, ribelle, sessantottina. Che si opponeva aspramente a Napolitano e ad Amendola.

Però, vedi, una cosa è la lotta politica, o il dissenso, o la critica. Altra cosa è l’insolenza verso le persone che si conoscono poco.

Vorrei dirti chi è Giorgio Napolitano. Un ragazzo napoletano, della borghesia, che a 19 anni si unì ad altri ragazzi nella cospirazione antifascista. Li guidava Maurizio Valenzi, di una quindicina d’anni, credo, più grande di loro, e che poi fu sindaco, molto amato, di Napoli negli anni settanta.

A vent’anni Napolitano si iscrisse al Pci e da quel momento, per oltre 70 anni, la politica è stata la sua vita.

Tu forse sei convinto che la politica sia potere, potere, potere. Non è così, caro Alessandro. Napolitano, ad esempio, ha fatto politica senza mai sfiorare il potere per mezzo secolo filato. Capisci che vuol dire mezzo secolo? Non è stato ministro, né Presidente, né sindaco, né capo di qualche ente pubblico. Zero: militante e dirigente del Pci. Faceva i comizi, andava davanti alle fabbriche, nelle campagne, nelle sezioni del partito. A discutere, a parlare, a convincere. Fino a notte fonda. Allora la politica era un’attività di massa. Il partito comunista aveva 1 milione e mezzo di iscritti, e quasi tutti partecipavano all’attività del partito, si riunivano, la sera, dopo il lavoro, in sezione ( il Pci aveva migliaia e migliaia di sezioni), stampavano i volantini, facevano le assemblee, andavano nelle scuole, vendevano l’Unità. Pensa che l’Unità, la domenica, vendeva anche un milione e mezzo di copie.

Si chiamava democrazia politica quella roba lì. Era un impasto di democrazia diretta e di democrazia delegata. I dirigenti del partito prendevano stipendi modesti, anche quelli che erano deputati lasciavano i quattro quinti della paga al partito. Anche Napolitano lo faceva.

Guidò il Pci in anni molto difficili. Le lotte dei braccianti, soprattutto al Sud, e Napolitano era un dirigente del Sud, e poi degli edili a Roma, e degli operai nelle fabbriche del nord, dove i comunisti erano discriminati, pagavano un prezzo durissimo, tutti i giorni, alla loro scelta di essere comunisti. Napolitano non stava dalla parte delle banche, o della grande aziende, stava dalla parte dei poveri, degli operai. Lottava e anche pensava. La politica era strategia, pensiero, tattica.

A metà degli anni settanta il Pci si divise. Pietro Ingrao voleva che il partito restasse coi movimenti in una posizione di opposizione intransigente. Amendola e Napolitano volevano una apertura ai socialisti. Questa divisione durò molti anni, fino ai tempi di Craxi, ma non comportò mai una rottura.

Napolitano era in prima linea nelle lotte contro la legge truffa (era una legge elettorale che favoriva la maggioranza, cioè la Dc), e poi per lo statuto dei lavoratori, e poi per il divorzio e l’aborto, e poi per la riforma sanitaria, per l’equo canone, per la riforma Basaglia. Qualche anno dopo, anche se non era pienamente d’accordo con il suo partito ( cioè con Berlinguer), si batté fino allo stremo, accanto a Berlinguer, per impedire che fosse colpita la scala mobile. Perse.

Napolitano ha vinto e ha perso molte battaglie. Ha dissentito con il suo partito, talvolta, e talvolta no. Si è scontrato con Berlinguer, ad esempio, quando Berlinguer voleva fare della questione morale la ragion d’essere del Pci, e Napolitano non era d’accordo. Si è battuto contro Ingrao quando Ingrao voleva mantenere il nome del Pci e Napolitano non voleva. Si è battuto contro le dittature in America latina ( che ora anche tu conosci bene, dopo il tuo viaggio), contro gli agrari e contro l’arroganza padronale in Italia. Ha spinto per la trasformazione del Pci e per l’avvicinamento alle grandi socialdemocrazie europee.

Poi negli anni novanta ha iniziato la sua nuova vita, da statista. Prima presiedendo la Camera, poi facendo il ministro dell’Interno, poi il Presidente della Repubblica. Ha avuto un ruolo importante di statista, ha raggiunto il potere, ma tutta la sua vita ci racconta che non era quello l’essenziale del suo impegno. Napolitano ha considerato il potere una variabile della politica, ma lui ama la politica, non la sua variabile.

Ha fatto degli errori, in questi settant’anni? Beh, vorrei vedere che uno riesce a non sbagliare niente in settant’anni. Io, personalmente, spesso sono stato critico nei suoi confronti. Anche quando era ministro dell’Interno, e anche quando non si è opposto all’attacco alla Libia. Ma questo, caro Alessandro, non ti autorizza a dargli del vile. Io spero che tu capisci che questa cosa che hai detto su di lui è orrenda, e non ti fa onore.

Napolitano è stato uno degli uomini più coraggiosi nella politica italiana. Ha sfidato il fascismo, l’arroganza padronale, la polizia, la magistratura. Insieme a tanti suoi amici, dirigenti come lui del Pci. Penso proprio ad Amendola, e a Chiaromonte e a Macaluso e a Luciano Lama.

Vedi, tu fai parte di un movimento giovanissimo, privo di radici, di storia. Non avete maestri, non avete teorie. Benissimo, può essere un vantaggio. Però dovete avere l’umiltà di capire che oggi l’Italia è uno dei paesi più civili del mondo perché dal 1945 in avanti c’è stata una classe politica che ha dato l’anima. E di questa classe, Alessandro, Giorgio Napolitano è stato uno dei migliori.

Altro che plebisciti e capi, pensiamo al futuro

Andrea Riccardi e Francesco Giavazzi in due recenti articoli sul Corriere della Sera affrontano questioni cruciali sulle quali è bene soffermarsi: chi decide, come si decide e per quali fini lo si fa. Fanno il punto sul presente per parlare di futuro.

Riccardi  si sofferma su due delle parole della politica che ricorrono più spesso: «popolo» e «poltrone». Il popolo sovrano da una parte e, dall’altra, l’accusa ai politici di essere accaparratori di poltrone. La versione che viene accreditata è quella che vorrebbe dare più potere al popolo e ridurre le poltrone. Non è un caso se oggi Salvini strepiti contro quelli che ambirebbero alle poltrone sostituendo la Lega al governo. Quella che è l’unica logica del sistema di governo vigente e cioè la formazione di accordi politici che diano luogo a maggioranze di governo viene fatta passare come una pratica deteriore.

La legge elettorale e l’assetto istituzionale attuali non prevedono plebisciti che investano un capo e non concedono pieni poteri a nessuno. Questa concezione non appartiene alla democrazia italiana. Bisognerebbe che ogni politico lo spiegasse ai cittadini invece di continuare ad avvalorare un modello alternativo fondato sul collegamento diretto tra popolo e leader che non ha alcuna legittimità costituzionale. Il tentativo di Salvini di andare a nuove elezioni dopo appena 18 mesi di legislatura risponde esattamente a questa logica extra costituzionale.

Anche il disprezzo per le «poltrone» fa parte di questo schema. Se l’investitura la riceve un capo ogni incarico trae da lui la sua legittimità. Chi ne è fuori può essere solo a caccia di una “poltrona”. Nel nostro sistema costituzionale esistono responsabilità ed incarichi che vengono assegnati secondo le procedure previste dalla Costituzione e dalle leggi e che sono essenziali per il funzionamento dello Stato. Il popolo, sovrano «nelle forme e nei limiti della Costituzione» (articolo 1), ha bisogno di chi occupa le poltrone, anzi deve esigere da loro un servizio responsabile.

Sarebbe l’ora di rimettere le cose a posto tornando alla realtà dopo lo sbandamento di questi anni. E già questo sarebbe un contributo alla nostra identità nazionale.

È importante fare chiarezza e rimettere i piedi per terra perché stiamo vivendo tempi difficili. Tempi nei quali si mettono le basi per l’Italia che saremo nel futuro. Non quello lontano, ma quello più vicino. Osserva Giavazzi che quando si terranno le prossime elezioni 10 milioni di cittadini non potranno partecipare perché troppo giovani. Eppure sono proprio quelli che saranno toccati dalle scelte che si compiono adesso. In sostanza stiamo decidendo per loro. Quale sarà la nostra eredità dunque?  

Giavazzi riporta alcune domande che gli ha rivolto una studentessa quindicenne: «Professore, perché dovremmo farci noi carico dei debiti accumulati dalla vostra generazione? Quelle spese vi hanno consentito di vivere al di sopra dei vostri mezzi, mentre noi non ne abbiamo tratto alcun beneficio. Né ci avete lasciato, ad esempio, edifici scolastici o impianti sportivi più moderni». Forse la studentessa sapeva già che la crescita economica dovrebbe essere superiore a quella del debito per non cadere nella trappola di un incremento inarrestabile. Oppure immaginava che buona parte della spesa sociale è destinata agli anziani e che questa tende ad allargarsi come è dimostrato dalla legge sulla cosiddetta Quota 100 che aumenta il nostro «debito pensionistico» (differenza fra le pensioni che lo Stato si è impegnato a pagare in futuro e i contributi che lo Stato incasserà da chi lavora). Oggi questo debito è circa il doppio di quello «pubblico» composto da Bot, Btp etc. e Quota 100 lo ha aumentato di quasi 100 miliardi. Questa è la realtà con la quale bisogna fare i conti e che non segue le logiche della propaganda. Serve ancora aggiungere che aumentare il debito per investire sul futuro è un conto e aumentarlo per comprare il consenso è un altro? No lo sappiamo tutti.

L’eredità si compone già di due debiti, ma ce n’è un altro che incombe: il deterioramento del clima e dell’ambiente che avrà sicuramente costi economici elevati e peggiorerà le condizioni di vita.

Vista dalla prospettiva dei giovani e alla luce dei debiti che erediteranno dalle generazioni precedenti la paura del futuro diventa qualcosa di concreto che impone scelte responsabili e coraggiose. I debiti cui si è accennato corrispondono ad altrettanti snodi cruciali che già oggi stanno facendo scivolare indietro il nostro Paese. Compito della politica è mettere questi snodi al centro della sua attenzione e le deviazioni verso modelli di democrazia plebiscitaria ed illiberale o il disprezzo per le competenze e per la complessità delle decisioni che governano la nostra società aumentano la velocità dello scivolamento.

Alla visione agitata ed estremizzata che si è diffusa in questi anni dovrà sostituirsene una concreta che assuma il futuro prossimo come suo traguardo. Far finta che non esistano i problemi ed inventare nemici contro i quali indirizzare la rabbia e il malcontento è solo deleterio e ci danneggia. Se l’Italia è l’ultima fra i paesi della zona euro è perché da troppo tempo c’è la consapevolezza dei nodi strutturali che occorre affrontare, ma vengono sempre rinviati perché comportano dei prezzi da pagare. Non si tratta di fare dei sacrifici, ma, anzi, di smettere di farli per coprire le lacune. Ora è il tempo non solo di cambiare governo, ma di mutare mentalità e atteggiamento. Prima si comincia a farlo meglio è

Claudio Lombardi

Zingari zingaracci pagliacci e buffoni

Giocavamo nel parco, spensierati bambini degli anni Cinquanta, e le mamme ci rimproveravano: «Guardati! Ti sei conciato come uno zingaro». Zingaro: sostantivo maschile singolare. Zingara: sostantivo femminile singolare. Zingaraccio/a: sostantivo con suffisso spregiativo. Zinghero: accezione popolare («so’ stati i zingheri»).

Nel parla come mangi della politica nostrana degli anni Duemila, sono davvero stati i zingheri: a rubare, a sporcare, a rapire innocenti bambini bianchi, a meritarsi il castigo della ruspa. Il primo indiziato, il primo accusato, il primo gridato dai titoli della cronaca nera è sempre lo zingaraccio. Ricordate Erika e Omar, i due soavi sedicenni che nel 2001 uccisero a coltellate la madre e il fratellino di lei? Prima di confessare, accusarono a colpo sicuro albanesi, zingari, extracomunitari: l’intero melting pot dei barbari invasori.

Zingari, altro che Rom! Questi termini arcani lasciamoli ai radical chic come l’ultraottantenne senatrice Liliana Segre, scampata da Auschwitz, che così racconta come in un sol giorno nel campo vennero liquidati tutti i Rom: «Il nostro spazio confinava con le baracche degli zingari, che sembravano continuare a vivere la loro vita, senza divise, in famiglia. Poi una mattina non c’era più nessuno, il vento trascinava stracci, resti di stoffa, piccoli oggetti di casa, cenere. E allora una prigioniera disse: li hanno bruciati tutti».

A Babij Jar, un profondo dirupo alla periferia di Kiev, i nazisti che nella seconda guerra mondiale avanzavano verso Mosca uccisero almeno centomila esseri umani: prima gli ebrei, poi i comunisti e i prigionieri di guerra russi, poi gli ucraini non collaborazionisti, infine intere famiglie Rom. Per loro – racconta lo scrittore Anatolij Kuznecov – spesso non si sprecavano pallottole: bastava un colpo di badile in testa o nel ventre, una bastonata ben assestata. Si formavano così montagne di morti e moribondi, un verminaio di corpi straziati. Interveniva infine la santa ruspa, che tutto cancellava, che tutto livellava, che tutto nascondeva sotto tonnellate di terra.

Vi dice niente la parola ruspa, in questa sventata, limacciosa, infelice estate italiana? La bandiera della ruspa sventola sulla spiaggia di Milano Marittima, tra improbabili ariani d’occidente, cavernicoli gonfi di birra che si agitano e urlano e bevono e sudano e si scambiano selfies con il potente di turno. Guardi quelle foto scattate al Papeete Beach e ti verrebbe di dirlo, a quel bamboccione di ministro, con la pancia sudata, la bottiglia in mano, il cappellino da scemo e la lingua di fuori: «Guardati, ti sei conciato come uno zinghero!»

Eppure, eppure. I nazisti di Babij Jar mostravano quella funerea, diabolica gravitas che li rendeva protagonisti di una immane tragedia storica. Guai a confondere il ministro sbruffone con i mostri e gli spettri del secolo che ci sta alle spalle. Qui e oggi va invece in scena una truce commedia all’italiana che parla di piccole e piccolissime persecuzioni quotidiane, di violenza esibita e praticata, di abusi da guitti, di volgare ignoranza e di paura trasfigurata in aggressività: un cane che abbaia e mostra i denti. Non vi basta? Non ci basta? Come avverte Philip Roth: «Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui».

Flavio Fusi tratto da www.tessere.org

Oltre Bibbiano, la psicologizzazione della vita

La vicenda di Bibbiano è stata una fortuna per Salvini e Di Maio perché ha fornito loro un tema di propaganda tra i più volgari e cinici che si potessero immaginare. Basterebbero poche frasi estrapolate dalle loro dichiarazioni per inserirli nella categoria dei gangster politici. Attribuire al Pd la responsabilità di un preteso traffico di bambini storditi a colpi di elettroshock è qualcosa di infame che deve restare per sempre nel curriculum di Di Maio. Salvini è stato solo leggermente meno stupido, ma anche lui si è qualificato come speculatore senza scrupoli.

Ciò detto dobbiamo andare oltre e cercare di capire perché la vicenda ha una sua oggettività che non deve essere ignorata. Sgombriamo il campo dalla teoria delle mele marce non perché gli operatori coinvolti non possano esserlo, ma perché ci sono questioni ben più corpose delle quali occuparsi.

Ci aiuta ad individuarle Ernesto Galli della Loggia in un recente articolo sul Corriere della Sera.

Il punto di partenza del ragionamento è un fatto dal quale la vicenda di Bibbiano ha preso il via: molte indagini della magistratura per abusi sessuali commessi dai genitori sui loro figli si sono concluse nel nulla, ovvero quegli abusi non sono mai esistiti e le accuse, benché sostenute da relazioni  diagnosi e perizie di esperti, si sono rivelate prive di fondamento.

Da qui si è arrivati alla scoperta delle manipolazioni e delle forzature ai danni dei minori che, nel frattempo, erano però stati sottratti alle famiglie e dati in affidamento. I responsabili di queste e di altre manipolazioni che vengono scoperte in queste settimane appartengono ad una Onlus che segue un orientamento dottrinario e metodologico divergente da quello riconosciuto dalla stragrande maggioranza della comunità scientifica (psicologi, psichiatri, neuropsichiatri infantili e criminologi) che ha preso come riferimento delle linee guida da seguire la Carta di Noto, stilata nel 1996.

Per Galli della Loggia però il problema è più grande di una semplice divergenza metodologica e riguarda quello che lui chiama il fenomeno contemporaneo della psicologizzazione della vita ossia la tendenza a spiegare ogni problema che tocca la vita delle persone (e dei minori in particolare) come conseguenza di traumi psicologici. Di qui la ricerca ossessiva di abusi e turbe che allontanerebbero i comportamenti degli individui da una normalità intesa come concetto astratto.

I servizi sociali, nati per soccorrere le persone in difficoltà, si sono trasformati in indagatori del disagio psicologico che, ovviamente, trova nel mondo della scuola e nelle età infantili e adolescenziali il suo terreno più fertile e produttivo di casi da affrontare.

La critica di Galli della Loggia si rivolge anche al sistema scolastico che è stato spinto a relegare in secondo piano l’istruzione in favore della formazione. Ciò ha indotto la scuola a mettere al centro l’indagine su ogni possibile problema psicologico, familiare, comportamentale dei giovani trasformandosi così in una specie di branca dei servizi sociali.

Al fine di supportare questa immane opera di indagine e di supporto psico-assistenziale sono comparse una miriade di onlus, associazioni ed entità dedicate alla ricerca e alla cura di ogni forma di disagio e, quindi, alla ricerca delle loro cause che, secondo gli orientamenti dei protagonisti del caso di Bibbiano sarebbero nella maggior parte riconducibili agli abusi sessuali.

Il ragionamento di Galli della Loggia non è del tutto condivisibile perché è un bene che la scuola sia attenta alla personalità e ai problemi comportamentali degli alunni. Il problema più grande tuttavia è un altro, ed è quello della ricerca ossessiva di una “normalità” comportamentale da perseguirsi ricercando ed eliminando il disagio psicologico. Vi è qui una sorta di tecnicizzazione dell’esistenza e la spinta ad uniformarsi a standard definiti a priori. Se si volesse portare un esempio un po’ comico bisognerebbe citare alcuni film di Woody Allen nei quali il protagonista ha un filo diretto con il suo analista e lo consulta di continuo rivelandosi incapace di scegliere da solo. Si ha l’impressione che si sia diffuso un orientamento che fa avvertire come disagio qualunque deviazione da una sorta di felicità standard che dovrebbe appartenere alle persone. Di qui la ricerca, spesso ossessiva, delle cause di tali deviazioni nella tensione verso un modello di individuo astratto.

La vicenda di Bibbiano è una degenerazione probabilmente dolosa, ma non è estranea al fenomeno della psicologizzazione della vita

Claudio Lombardi

Il disfattista al tempo del sovranismo

Disfattismo è l’opera di chi (disfattista)con voci allarmistiche e denigratorie tenta di ostacolare l’azione del governo o delle autorità, la riuscita o il buon andamento di una impresa…

SABATO

Da qualche tempo non dimentico di consultare il mio rating personale sui giornali che contano. Ebbene, proprio oggi ho avuto la cattiva notizia che paventavo da tempo: il mio spread individuale è stato aggiornato: da buonista, e senza nemmeno passare per la casella di malpancista (come segretamente speravo) sono stato degradato a disfattista.

Del resto, lo spiega bene “Il Fatto quotidiano”: ora che siamo in guerra, ora che le nostre cannoniere, i nostri elicotteri, i nostri sommergibili solcano il mare alla ricerca di terroristi dediti alla sostituzione etnica, non è più tempo di inutili bamboleggiamenti semantici: pane al pane, disfattista a disfattista.

Gli effetti di questo declassamento si sono subito fatti sentire. Ieri il mio macellaio di fiducia – un aborigeno padano dai modi spicci- ha fatto finta di non vedermi e si è rifiutato di servirmi la solita fettina di vitellone. Mentre battevo in ritirata, l’ho sentito mormorare: «Altro che vitellone! Vada a magnà il kebab dai suoi amici turchi».

Peggio è andata con la sora Rosa, che da trent’anni mi aggiusta giacche e pantaloni. La vecchia sarta mi ha preso di punta di fronte a tutti: «signor mio, io sono buona e cara. Ho fatto finta di niente quando era buonista, ma disfattista è davvero troppo. Da qui in avanti i bottoni se li faccia attaccare alla moschea».

Travolto dalla vergogna, ecco come sono. Da giorni questa parola – disfattista – mi risuona nella testa come una campana a morto. Nella speranza di qualche via di uscita almeno semantica, ho voluto cercare nel dizionario, ma quello che ho trovato mi ha addirittura gelato il sangue.

Ecco qui: «disfattismo è l’opera di chi con voci allarmistiche e denigratorie tenta di ostacolare l’azione del governo o delle autorità, la riuscita o il buon andamento di una impresa…». Ancora peggio: «in tempo di guerra è l’attività di chi con vari mezzi si adopera per la disfatta del proprio paese, anche col diffondere sfiducia e pessimismo sulle possibilità di vittoria». Tutto, tutto questo mi può essere addebitato. Non ho forse parlato con eccessiva disinvoltura delle ricette che dovranno portare il Paese a un nuovo miracolo economico? Non ho forse scosso la testa di fronte ai festeggiamenti per l’abolizione della povertà? E quando ho pubblicamente dichiarato che preferivo le “capitane” ai “capitani” (giuro, era uno scherzo!) lo sapevo, lo sapevo che mi sarebbe costato il passaggio sic et simpliciter dalla categoria di buonista a quella di disfattista.

Dunque eccomi pronto al sacrificio. Del resto, se mi soffermo sulla sorte di altri famosi disfattisti della storia, c’è poco da stare allegri. Lo scrittore russo Danijl Kharms, accusato di disfattismo e imprigionato durante l’assedio di Leningrado, morì di fame nella sua cella. Nella Germania nazista, Elizabeth von Thadden, una dolce signora che non amava Hitler, venne condannata a morte e impiccata per disfattismo e tentato tradimento. Mi fermo qui, perché mi tremano i polsi.

DOMENICA

Non ho attenuanti, non ho scuse da invocare. È vero che qualche giorno fa ho messo “mi piace” sotto il video che mostra il mancamento di Angela Merkel, lo svenimento e il tremore della cancelliera crucca. Ma che volete che sia un semplice like! Dovevo scrivere “culona”, ecco cosa dovevo fare! Mi dico che non tutto è perduto. Che il mio rating resta ancora nel range dei suffissi in -ista. Mia moglie, dio la benedica, mi rassicura. I guai tosti arrivano quando gli analisti recentemente assunti come navigators individuano uno spread personale nel campo davvero pericoloso dei suffissi in –ore. Non riesco nemmeno a pronunciarli, questi gradini dell’inferno: sabotatore, disertore, delatore, traditore. Per quanto mi riguarda, ho deciso fermamente di attestarmi sul bagnasciuga del disfattista, e magari risalire la china. Per questo, da domani, indosserò una maglietta con lo slogan «prima gli italiani», intanto per vedere l’effetto che fa sul macellaio e sulla sarta.

LUNEDI’

Sono rovinato! Tutto è perduto! Qualcuno che mi vuol male ha pubblicato sul mio profilo Fb la canzone Il disertore di Boris Vian. Proprio lì, dio ne scampi, dove scrive: «a tutti griderò di non partire più /e di non obbedire/ per andare a morire /per non importa chi./Per cui se servirà/ del sangue ad ogni costo/ andate a dare il vostro/ se vi divertirà». Denunciali! dice mia moglie. Ma chi devo denunciare? Questa maledetta canzone l’ho pubblicata proprio io qualche anno fa, quando mi baloccavo con l’idea di essere un giovane rivoluzionario, pronto a combattere per la gente contro i poteri forti.

Disgraziato, mi sono rovinato con le mie mani. Ecco appunto: sfoglio “Il Fatto quotidiano” e leggo che il mio spread personale è schizzato nel campo pericolosissimo della rima in –ore. Disertore, c’è scritto, papale papale. A loro non la si fa, siamo perduti. Mia moglie si torce le mani, i figli piangono nella culla, il cane abbaia. Sento già gli scarponi chiodati dei navigators rimbombare nella tromba delle scale. È la fine. Adieu, adieu, remember me!

Flavio Fusi tratto da www.tessere.org

Invecchiamento: Italia peggio di tutti

L’invecchiamento della popolazione è una tendenza mondiale. Però l’Italia è tra i paesi che più l’hanno accelerata. È soprattutto la persistente bassa fecondità che continua ad alimentare i nostri squilibri demografici. E ci sarà un prezzo da pagare.

I CAMBIAMENTO MONDIALI

Via via che attraversiamo il XXI secolo, la questione demografica si sposta dall’eccesso di crescita del numero di abitanti del pianeta all’impatto pervasivo dell’invecchiamento della popolazione.

Nella seconda metà del secolo scorso, la popolazione mondiale è passata da 2,5 a 6,1 miliardi. Se lungo tutta la storia umana la nostra specie è cresciuta fino ad arrivare a 2,5 miliardi nel 1950, in solo mezzo secolo si è aggiunta una popolazione 1,4 volte più grande. Mai si era vista una crescita demografica così intensa in passato, ma verosimilmente non la si vedrà più nemmeno in futuro. Le più recenti proiezioni delle Nazioni Unite (World Population Prospects 2019) indicano una popolazione mondiale di 9,7 miliardi nel 2050. Significa che per ogni persona presente nel 2000, se ne aggiungerà un’altra mezza abbondante (0,6 circa) nel corso della prima metà del XXI secolo.

Nel 2100 si prevede una popolazione leggermente sotto gli 11 miliardi. Il che equivale ad affiancare poco più di 0,1 persone a ciascuna presente nel 2050.

Se è vero che non siamo mai stati così tanti e che aumenteremo ancora per un po’ – con tutto ciò che questo significa in termini di impatto sulle risorse e la salute generale del pianeta -, il contributo alla crescita demografica portato dai vari paesi è però in continua riduzione. Si allarga, infatti, l’insieme dei paesi che vedono ridursi il proprio numero di abitanti, mentre si restringe il numero di quelli con alto tasso di incremento. Quasi la metà della crescita della popolazione mondiale da oggi al 2050 sarà concentrata in soli otto stati situati in Africa e in Asia. Nella seconda metà del secolo, l’aumento degli abitanti del pianeta sarà, di fatto, tutto attribuibile alle dinamiche dell’Africa sub-sahariana.

Nel frattempo, diventa sempre più largo un altro insieme, quello dei paesi con vertice della piramide demografica più ampio rispetto alla base: in particolare con persone di 65 anni e più (uscite dall’età tradizionalmente attiva) in numero più elevato rispetto agli under 15 (persone non ancora in età lavorativa). Nel 1950 la percentuale di persone di 65 anni e oltre era pari al 5,1 per cento sulla popolazione mondiale, mentre l’incidenza degli under 15 era del 34,3 per cento. Si prevede che alla fine di questo secolo i primi saliranno oltre il 22 per cento, mentre i secondi scenderanno sotto il 18 per cento.

GLI SQUILIBRI ITALIANI

Se questa è la tendenza globale, l’Italia si è autocollocata tra i paesi che più l’hanno accelerata ed estremizzata. Nel nostro paese le persone di 65 anni e più hanno già raggiunto la percentuale che il mondo avrà a fine secolo. Ma soprattutto abbiamo ridotto la presenza delle più giovani generazioni su livelli che il complesso del pianeta vedrà forse solo in una fase avanzata del XXII secolo: gli attuali under 15 italiani sono il 13,2 per cento, secondo i dati Istat.

L’invecchiamento della popolazione è alimentato da un processo proprio – l’allungamento della durata media di vita dei singoli – e da un processo indiretto – la riduzione della natalità, la quale non aumenta il numero degli anziani, ma ne accresce il peso riducendo il numero di giovani (produce quindi un processo di “degiovanimento” più che di invecchiamento).

È soprattutto la persistente bassa fecondità italiana, nel 2018 pari a 1,32 figli, che ha prodotto gli squilibri demografici attuali e che continua ad alimentarli.

Quasi tutti i paesi avanzati si trovano sotto i due figli in media per donna (livello che corrisponde all’equilibrio generazionale). Però, nei paesi dove il tasso di fecondità non è precipitato troppo (come Francia, Svezia, Stati Uniti, Nuova Zelanda, tanto per citarne alcuni pur con sistemi di welfare molto diversi tra di loro), di fronte alla popolazione anziana che aumenta, quella in età lavorativa rimane solida.

A parità di allungamento della vita media, i costi dell’invecchiamento sono invece molto più rilevanti nel nostro paese, perché si riduce progressivamente la popolazione attiva (meno 6 milioni da qui al 2050, come indica l’ultimo Rapporto annuale Istat), ma anche perché la spesa sociale è già oggi tra le più sbilanciate verso pensioni e salute pubblica, perché stiamo investendo poco in politiche di apprendimento permanente e di supporto a una lunga vita attiva, perché perdiamo giovani dinamici e qualificati a vantaggio di paesi che meglio valorizzano il capitale umano, perché occupazione femminile e fecondità continuano a essere vincolate verso il basso dalla carenza di efficaci politiche di conciliazione. Magari anche perché, assieme a tutto questo, continuiamo a considerare l’immigrazione solo come un problema anziché un fenomeno complesso da governare e inserire strutturalmente nei nostri processi di crescita

Alessandro Rosina (professore ordinario di Demografia e Statistica sociale alla Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano)

tratto da www.lavoce.info

Salvini: confusione rivestita di arroganza

Secondo il ”Corriere”, la scrivania di Salvini sarebbe combinata così. Uno studio sulla Abenomics (Giappone), un paese che non cresce da vent’anni. Un secondo studio sulla politica trumpiana (aumento spesa pubblica 5 per cento, crescita 2,5) e, infine, una statua alta un metro di un personaggio inesistente, inventato, e cioè Alberto da Giussano.

La scrivania descrive bene la confusione mentale del politico oggi più potente in Italia. La sua testa è una specie di insalata mista, dove il vero e il falso, l’inutile e il superfluo si mischiano. Meglio avrebbe fatto a sistemare una foto grandezza naturale della fidanzata Francesca Verdini: almeno quella è reale, ha gambe lunghe e una laurea alla Luiss.

E la confusione è la cifra sovrana di questo sovranista: continua a ripetere che alla Ue insegnerà a stare al mondo. Peccato che non conti niente. Sarà tanto se lo faranno accomodare sullo zerbino nella nuova Ue. E così via.

Ma la forza di Salvini è come la statua di Alberto da Giussano: se tu la fai alta un metro e la metti in bella vista, finisce che qualcuno ci crede davvero. Lui spara bugie in continuazione, ma tante di quelle volte che alla fine un sacco di gente gli crede.

Adesso ha la fissa della politica trumpiana (taglio selvaggio delle tasse). Tria gli ha spiegato che per fare quelle cose bisognerebbe avere il dollaro come moneta, ma non gli ha fatto i disegnini e quindi Salvini non ha capito. Non ha capito, cioè, che se hai il dollaro come moneta (usata in tutti gli scambi internazionali) e se gli aggiungi la quinta e la sesta flotta, puoi fare quasi tutto quello che vuoi.

Ma se hai solo l’euro (che dipende da Francoforte, cioè dai tedeschi) e niente altro, nemmeno una miserabile portaerei, ma solo qualche portaelicotteri sulla quale poi si mettono aerei a decollo verticale (astuzia italica), è inutile che ti gonfi il petto. Questo va bene a Viggiù (con Francesca che, adorante, ti aspetta in macchina), ma a Bruxelles lascia tutti più che altro sconcertati e perplessi.

Infatti, gli osservatori più attenti sostengono che il governo a trazione salviniana rischia fortemente di non prendere nemmeno una carica importante, decente, nel nuovo vertice di Bruxelles. Impavido, Salvini continua a urlare che il suo è il partito che ha preso più voti in Europa e forse è vero. Peccato che li abbia presi in Italia, cioè in un paese agonizzante, e non in Germania o in Francia. Insomma, arrivare primi all’ospizio dei vecchietti non è un vero primato, ma solo un’opera buona. E questo siamo oggi: lo dice persino l’Istat. Bisogna andare alle origini del secolo scorso per trovare la nascita di così pochi bambini: la gente non li fa, punto e basta.

Le salviniane di sinistra (esistono anche queste creature) sostengono che è perché manca un’adeguata politica della famiglia. Vero. Come è vero che nessuno ha davvero voglia di fare bambini in questa Italia così confusa e incerta. Per cambiare le cose non basta qualche sussidio per i biberon e il latte: servirebbe cambiare il paese o aprire le porte all’immigrazione intelligente, come ha appena fatto il Giappone, che ha autorizzato l’ingresso di 150 mila stranieri, non avendo più nuovi cittadini propri.

Ma se nemmeno Tria è riuscito a spiegare a Salvini che l’Italia non è gli Stati Uniti e che lui non è Trump, ma solo uno scansafatiche ambrosiano, mai lavorato un solo giorno, considerato fino a ieri poco più che una macchietta, chi siamo noi per tentare di convincerlo a essere prudente e umile?

L’impresa appare disperata.

La sua testa è un’insalatona (cipolle, peperoni, trevisana, rapanelli, broccoli, tonno) e nessuno ci può fare niente.

Giuseppe Turani tratto da https://www.uominiebusiness.it

I giovani italiani che vogliono scappare

Voglio raccontarvi la sintesi di una telefonata alla TIM. E’ una bella e brutta storia, ma merita. Per la giovane operatrice e per quello che ha trasmesso a me, a tutti noi, con una elementare ma perfetta “rasoiata”.

Piccolissima premessa per capire. Dall’ADSL passo a Fibra. Ma TIM si sbaglia e fa una voltura. Come fossi un nuovo cliente. La domiciliazione (durata 30 anni) scompare e mi ritrovo due bollette in morosità senza saperlo. Le pago, ma poi mi ritrovo 2,22 euro x 2 bollette di multa per ritardato pagamento. Ovvio. E in più, spulciando la bolletta, vedo che TIM Vision che mi era stata promessa gratis, me la fanno pagare 1 euro.

Bene, dico, visto che fanno gli accattoni loro, faccio il tirchio anche io. Pure per un euro. Chiamo il 187 e spiego la questione. Senza rabbia, ma con buon senso e ragionevolezza, senza un briciolo di alterazione emotiva.

L’operatrice mi ascolta e su Tim Vision dice che il contratto “è quello da 30 euro”. Ti dicono pure che Tim Vision è gratis ma in realtà è obbligatorio, cioè 29 euro la linea + 1 Tim Vision. Vabbè. Sembra la stessa cosa, ma non mi trattate da deficiente. Allora (replico) ridatemi i soldi per avermi fatto pagare multe per un vostro errore. “Deve aprire un reclamo – mi dice l’interlocutrice – e dovrà dimostrare lei il loro errore”. Ma si può litigare per 2 euro?

MA AD UN TRATTO, ECCO GLI SNODI: Con un pizzico di attenzione, ringrazio la ragazza che mi ha ascoltato con pazienza e le dico che, anche se non sembra, sono arrabbiato, perchè tutte le aziende, ACEA, ENI, ENEL, le Banche, Vodafone e gli uffici fanno tutte come Tim: un continuo confronto-scontro per cose che non vanno, in cui l’utente però è sempre soggiogato dalla loro forza economica e dal loro potere.

Ed ho accennato alla operatrice che anche lei, nella sua vita reale, sarà una utente e “smadonnerà” a destra e a sinistra per tutti gli impicci quotidiani piccoli o grandi simili al mio.

Ed ho aggiunto: con le aziende CHE PAGANO I CALL CENTER SOLO PER STOPPARE LE LAMENTELE AL 50% E PER RISOLVERE I PROBLEMI REALI NELL’ALTRO 50.

A questo punto l’operatrice mi interrompe, e mi dice: NO. L’80% SONO LAMENTELE. L’80% no il 50.

E poi mi accenna (con mio dolore umano) e mi rasoia il volto: “Lei ha l’età di mia nonna (cavolo, vero, io ho 70 anni, lo avrà capito dal CF o dal contratto?), e mia nonna ogni giorno mi dice di scappare da questo Paese, di SCAPPARE PRESTO, CHE ALTRIMENTI IL MIO FUTURO E’ SEGNATO“.

Non le chiedo il nome, non approfondisco oltre, e si che avrei voluto capire la sua storia professionale, le ragioni più profonde del suo dire. Invece le chiedo solo quanti anni ha.

Ci pensa un po’ e poi sottovoce: ventuno.

Ecco, sentire genericamente dai giovani che bisogna scappare, è un leitmotiv quotidiano, forse ormai privo di sentimenti, che ci ha abituato a tanto al chilo.

Ma sentirlo direttamente da una ragazza (intelligente, educata, colta e capace di fare il suo lavoro, ma “pagata solo per reggere alle incazzature degli utenti evitando noie alla azienda”), con la consapevolezza di ciò che diceva – perchè nella telefonata parlava di sua nonna, MA ERA LEI CHE VOLEVA SCAPPARE – ecco, questo ti ferisce il cuore e capisci che quando viene meno la speranza, soprattutto nei giovani, viene meno l’identità. Di un lavoro. Di un amore. Di un Paese. E ci si perde. A meno di scappare.

E qui non si tratta di governo o di poteri politici, o meglio non solo: si tratta della presa di atto definitiva, di un tessuto sociale, produttivo, emozionale… ormai liso, sfilacciato, ad solo un minuto secondo dalla sua definitiva rottura

Michele Pizzuti

1 2 3 39