I patacones, nonni dei minibot

Argentina, 2001: la crisi – mal gestita da pessimi politici – mette in ginocchio il Paese. Per far fronte ai debiti e per pagare i dipendenti pubblici, lo Stato corrotto decide di stampare una “quasi moneta”: i patacones. Vi ricorda qualcosa?

Cominciamo dalla fine. Agosto 2016: il governo di Mauricio Macri ordina la distruzione di 239 milioni di biglietti, impacchettati in colonne ben ordinate per centinaia di metri e conservati da dieci anni nei sotterranei del Bapro (Banca della provincia di Buenos Aires). In pochi giorni sono inviate al macero 240 tonnellate di carta senza alcun valore. Vanno così in fumo miliardi e miliardi di patacones, una moneta spuria e impotente, simbolo di uno dei periodi più neri della storia del Paese.

Per l’Argentina, più che di un falò delle vanità, si tratta del falò della politica. Vediamo: nel pieno della rovinosa crisi economica del 2001-2002, con le banche chiuse, i conti correnti bloccati e sanguinose proteste di piazza, il governo provinciale di Buenos Aires emette una nuova moneta (ufficialmente “Letra de Tesoreria para cancelacìon de obligaciones”) per pagare i fornitori e far fronte agli stipendi degli impiegati del settore pubblico. Tecnicamente, si tratta di un buono che sostituisce a tutti gli effetti il Peso argentino, in un momento in cui la penuria di circolazione legale della moneta rende impossibile far fronte ai debiti dell’amministrazione pubblica.

Le crisi – come scrive El Paìs – stimolano da sempre un disperato sarcasmo, e producono a cascata barzellette, calembours, parole nuove. In Argentina, l’uomo della strada – l’operaio, l’impiegato e il borghese rovinati dalla recessione – accettò a denti stretti il termine patacones, e lo tradusse in cuasimonedas: per intendere lo sciame di farfalle di carta che invase l’asfittico mercato della capitale fallita.

L’esempio di Buenos Aires fu presto seguito in tutto il Paese. Mentre la crisi si trasformava in fallimento, ogni governo regionale stampò la propria quasi-moneta, in una sarabanda di nomi di tragica fantasia: Lecop, Quebracio, Lecor, Tucu, Bocade, Cecaror, Huarpes.

Alla fine della sagra si conteranno ben sedici tipi di moneta fittizia, ognuno con il suo colore, i suoi profili di qualche Padre della patria, i suoi numeri di serie. Inutile dire che l’emissione dei fantasiosi biglietti non ebbe alcun effetto benefico sulla sorte del Paese, che dovette passare attraverso tutti i gironi infernali del fallimento economico e politico: scontri di piazza, cadute di governi, fughe di presidenti, chiusura delle banche e rovina delle industrie, disoccupazione e fame.

Altro che patacones! Intorno alle fabbriche sbarrate della periferia industriale di Buenos Aires si fece largo un’economia parallela basata sui cosiddetti crediti: in pratica, il ritorno al baratto, dove un dolce fatto in casa vale due paia di calzini e una lezione di inglese (per chi non si rassegna) si può scambiare con un taglio di capelli.

I nostri cugini d’Argentina ci sono dunque già passati, attraverso questa febbre dei patacones, e la storiella dei minibot l’hanno già sperimentata. In Italia, la ricetta è in qualche modo simile. Lo Stato deve pagare i creditori e in prospettiva i dipendenti pubblici, ma i soldi non ci sono. C’è invece una montagna di debiti, che cresce a vista d’occhio. Se con l’euro, Roma (e ci mancherebbe) non può stampare moneta, quale migliore scorciatoia che inventare una quasi-moneta? I creditori, finalmente pagati, saranno soddisfatti. I politici al governo potranno esultare, su Facebook si potrà dire di aver risolto un altro problema, alla faccia dell’Europa dei banchieri. Poi, è vero, la crisi farà il suo corso e ci consegnerà il conto, ma guai a chiamarla crisi. Si tratterà al massimo di un processo di aggiustamento dell’economia. La cronaca del Rio della Plata racconta che nel 2016 i patacones stipati nei sotterranei della Banca si erano infine trasformati in un problema ambientale: «Sono trascorsi gli anni e l’inchiostro ha cominciato a puzzare, i pacchetti si gonfiano e si rompono, l’umidità ha creato la muffa…». Insomma, una rovina.

Per l’Argentina, distruggere i patacones ha significato in un certo senso voltare pagina rispetto a un periodo nero della storia nazionale. È stato come mettere ordine, tornare a una fragile normalità. Nessuna lezione: che la storia insegni qualcosa è una balla a cui nemmeno i più ingenui credono più, e questo vale per l’Argentina e vale per l’Italia. Così non è davvero escluso che il nostro Paese ignaro e scervellato alla fine si incammini fischiettando dentro il tunnel di qualche italico patacòn. Tuttavia un avviso ai naviganti è perlomeno doveroso: la crisi argentina del 2001 culminò con l’assalto ai palazzi del potere politico e finanziario, e al grido «que se vayan todos!». E tutti – proprio tutti – i politici sciagurati che avevano contribuito alla rovina del Paese dovettero fare le valige e andarsene di corsa.

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

Gli imprenditori della paura

Pubblichiamo un articolo di Tito Boeri tratto dal sito www.lavoce.info

La nostra nuova classe dominante ha messo in moto un circolo vizioso sull’immigrazione. Chi ha a cuore la tenuta dei nostri conti pubblici e delle nostre pensioni, dovrebbe temere che gli immigrati e con loro molti giovani italiani se ne vadano dall’Italia invece del contrario.

LE PAURE DEGLI ITALIANI

“Quando milioni di poveracci sono convinti che i propri problemi dipendano da chi sta peggio di loro, siamo di fronte al capolavoro delle classi dominanti”.  Questo il testo di un manifesto appeso fuori da una bocciofila milanese. Ho voluto trascriverlo perché contiene, nella sua semplicità, una grande verità.

C’è, in effetti, chi ha volutamente alimentato la diffidenza nei confronti degli immigrati trasformandola in aperta ostilità e che coi toni truculenti nei loro confronti si è conquistato un posto in prima fila nella classe dirigente.

Poniamoci alcune domande. Sono davvero gli immigrati il problema numero uno del nostro paese? Cosa dovremmo temere dal loro arrivo? Non dobbiamo preoccuparci, piuttosto che dell’immigrazione, dell’emigrazione, di chi scappa dall’Italia?

Per rispondere dobbiamo partire da un’iniezione di realtà perché sul tema la disinformazione regna sovrana.

Partiamo da quanti sono. Gli italiani sono convinti che per ogni quattro persone che risiedono nel nostro paese, una di queste sia immigrata. In realtà, oggi in Italia c’è un immigrato ogni dodici italiani, quindi gli immigrati sono tre volte di meno di quanto si pensi. Gli sbarchi e le invasioni di migranti dall’Africa non sono mai stati evocati così tanto come durante gli ultimi due anni e soprattutto nella campagna elettorale per le elezioni politiche: lo testimoniano i dati di Google trends che misura il numero di volte con cui gli utenti fanno ricerche su Google sul termine “sbarchi” (linea blu nel grafico). Eppure, gli sbarchi sono calati in questo periodo di più del 90 per cento (linea rossa nel grafico).

Di cosa si ha paura? Secondo i sondaggi d’opinione, gli italiani temono soprattutto di: 1) perdere il proprio lavoro, 2) dover finanziare di tasca propria prestazioni sociali a immigrati che non lavorano, 3) vivere in città meno sicure e 4) essere contagiati da malattie portate dagli immigrati.

Vediamo cosa ci dicono i dati su ognuno di questi aspetti.

IL LAVORO

Quando in Italia il lavoro aumenta, aumenta per tutti: italiani e immigrati. Quando diminuisce, diminuisce per tutti: italiani e immigrati. Le due linee nel grafico riproducono i tassi di disoccupazione per italiani e immigrati e si muovono in parallelo.

La cosa non deve stupire perché il lavoro crea lavoro. Una badante in più permette a una donna italiana in più di lavorare e viceversa. Quasi un decimo degli immigrati sono imprenditori: creano lavoro non solo per sé stessi, ma anche per gli altri; mediamente ogni lavoratore autonomo immigrato con dipendenti assume altri 8 lavoratori. Inoltre, il lavoro degli immigrati è fortemente concentrato su occupazioni ormai abbandonate dagli italiani: il 90 per cento dei mondariso, l’85 per cento dei cucitori a macchina per produzione in serie di abbigliamento, il 75 per cento dei coglitori di frutta sono, ad esempio, immigrati. Si tratta di lavori molto duri e faticosi che gli italiani non vogliono più fare. I salari in queste mansioni non sono diminuiti negli ultimi 20 anni. Erano bassi e sono rimasti bassi e non certo per colpa degli immigrati. È bassa la produttività e se non ci fossero gli immigrati a fare questi mestieri, molte imprese fallirebbero, togliendo posti di lavoro agli italiani.

IL PESO FISCALE

C’è un grafico del primo Documento di economia e finanza del governo Conte che la dice lunga sugli effetti dell’immigrazione sui conti pubblici. Mostra tre scenari del debito pubblico nei prossimi 50 anni: 1. con immigrazione netta (immigrati meno emigrati) in linea con le previsioni (linea verde scura), 2. con immigrazione più alta di un terzo rispetto alle previsioni (linea gialla) e 3. con immigrazione più bassa di un terzo (linea verde oliva). Con l’immigrazione netta che si riduce di un terzo, il nostro debito pubblico è destinato a raddoppiare dai livelli attuali. Con un aumento di un terzo, invece, il debito pubblico non aumenta.

Come si spiega questo fatto, qui riconosciuto anche da chi nei comizi dice esattamente il contrario? Più persone che arrivano da noi vogliono dire più lavoro, più reddito nazionale, meno debito che ciascuno di noi deve portare sulle proprie spalle. E poi c’è un saldo positivo fra entrate contributive degli immigrati e prestazioni sociali: l’Inps spende ogni anno poco meno di 7 miliardi per prestazioni sociali agli immigrati, mentre incamera da questi contributi per circa 14 miliardi. Quindi c’è un surplus contributivo di circa 7 miliardi associato all’immigrazione. Diciamo che gli immigrati finanziano il reddito di cittadinanza da cui, peraltro, vengono in larga parte esclusi, anche quando sono poveri o poverissimi. Spesso si dice anche che chi fa domanda d’asilo politico drena risorse allo stato sociale. Ma un censimento fatto dall’Inps per il ministero dell’Interno documenta che su 200 mila richiedenti asilo, solo 7 persone – dicasi 7 persone – ricevevano un trasferimento dall’Inps, come pensione, Naspi, Rei-Rc o quant’altro.

La ragione per cui gli immigrati finanziano il nostro stato sociale è che sono molto più giovani degli italiani. Ormai un italiano su quattro ha più di 65 anni. Solo 1 immigrato ogni 50 è ultrasessantacinquenne. Chi ha a cuore la tenuta dei conti pubblici e delle nostre pensioni, dovrebbe temere che gli immigrati se ne vadano dal nostro paese invece del contrario.

LA CRIMINALITA’ E LA MALATTIE

Il grafico qui sopra mostra il numero di omicidi per 100 mila abitanti (linea nera) e il numero di immigrati (in milioni) nel nostro paese (linea rossa). Come si vede chiaramente l’arrivo di immigrati è andato di pari passo con una diminuzione della criminalità. Un andamento simile lo si riscontra se si guarda alle rapine in banca, ai furti d’auto e così via. In generale, la criminalità è concentrata nelle aree in cui ci sono meno immigrati. Vero che gli immigrati sono sovra-rappresentati nella popolazione carceraria, ma questo si spiega col fatto che non hanno in genere accesso alle misure alternative alla detenzione (ad esempio, gli arresti domiciliari) disponibili per gli italiani.

Quanto ai contagi, se in via di principio ci può essere un rischio che gli immigrati che arrivano da noi in condizioni disperate contraggano nel viaggio malattie, anche sistemi sanitari meno efficienti del nostro sono perfettamente in grado di prevenirli. Pensiamo al caso della Turchia che oggi ospita quasi 4 milioni di rifugiati. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, ha evitato del tutto il rischio di reintrodurre la malaria e leishmaniosi.

IL CAPOLAVORO DELLE NUOVE CLASSI DOMINANTI

Si alimenta la paura nei confronti degli immigrati per capitalizzare elettoralmente su di essa e per far passare in secondo piano i problemi di fondo del paese: la disoccupazione, la povertà, la bassa crescita. Ma com’è possibile, si dirà, che milioni di italiani si facciano ingannare dalla propaganda? Come si spiega la distanza così forte fra percezioni diffuse e realtà?

Il capolavoro della nuova classe dominante del nostro paese è proprio nell’aver messo in moto un circolo vizioso. In nome del primato degli italiani, si impedisce l’immigrazione regolare con decreti flussi risibili, si cacciano dai centri di accoglienza gli immigrati che dichiarano redditi da lavoro anche di solo 3 mila euro all’anno, si nega la protezione umanitaria a chi è da noi e ne avrebbe diritto in base ai trattati internazionali. Risultato: aumenta la presenza di immigrati irregolari nel nostro paese. Dei 45 mila rifugiati cui non è stata concessa la protezione internazionale dal giugno scorso, solo 5 mila sono stati rimpatriati (tra l’altro, perché i dati sui rimpatri sono spariti dal sito del ministero degli Interni?). Abbiamo così generato 40 mila immigrati illegali in più che vivono in Italia. Non sono gli sbarchi, ormai ridotti all’osso, ad alimentare l’immigrazione irregolare, ma questo modo di gestire, o meglio di rendere ingestibile, l’immigrazione. E l’immigrazione irregolare, comunque venga alimentata, rende più appetibile elettoralmente il messaggio di chi ha dichiarato guerra agli immigrati.

GIOVANI IN FUGA DALL’ITALIA

In un sistema pensionistico a ripartizione come il nostro i contributi di chi lavora servono ogni anno a pagare le pensioni di chi si è ritirato dalla vita attiva. Oggi abbiamo circa 2 pensionati per ogni 3 lavoratori. Il rapporto è destinato a salire nei prossimi anni, fino ad arrivare, secondo alcuni scenari, a un solo lavoratore per pensionato. Oggi un reddito pensionistico vale l’83 per cento del salario medio. Con un solo lavoratore per pensionato, quattro euro su cinque guadagnati col proprio lavoro andrebbero a pagare la pensione a chi si è ritirato dalla vita attiva. Anche per questo i nostri giovani scappano dall’Italia: devono destinare la quasi totalità dei loro guadagni a chi è stato trattato molto meglio di quanto verranno trattati loro.

Puntare sull’integrazione degli immigrati vuol dire rendere più appetibile il nostro mercato del lavoro per tutti i giovani perché vuol dire spalmare su più teste gli oneri di pagare le pensioni, versare al fisco una quota minore della retribuzione e rendere così più facile la ricerca di lavoro. Vuol dire anche assicurare ai pensionati che gli assegni che ricevono non verranno un domani ritoccati per fare cassa. Come vi mostra il grafico qui sopra, la fuga all’estero di chi ha tra i 25 e i 44 anni non accenna ad arrestarsi. Ogni anno perdiamo circa 150 mila giovani, molti dei quali altamente qualificati, e questa emorragia di capitale umano è aumentata proprio negli anni in cui diminuiva l’immigrazione.

Invece di pensare a rendere il nostro paese sempre meno ospitale per scoraggiare chi vuole venire da noi a lavorare, dovremmo fare esattamente l’opposto: rendere l’Italia un bel paese, non solo per i turisti, ma anche e soprattutto per chi vuole investire su sé stesso e sulle persone che gli stanno attorno.

Integrazione, energia, rifiuti: modello Brescia

È strano che Brescia non sia considerata un modello nel nostro Paese. E’ una realtà che non ha eguali in Italia: la città, di 200.000 abitanti, ha una popolazione di immigrati pari al 19%, quasi tutti occupati nell’industria e nei servizi. La provincia, di 1.263.000 abitanti, ha una presenza di immigrati del 15%, tutti al lavoro, comprese le donne, nelle attività industriali ed agricole (vino e olio, ma soprattutto foraggi e allevamenti). All’Associazione degli industriali dicono che il PIL provinciale, di 39,3 miliardi di Euro, viene prima di Slovenia, Lituania, Lettonia. Il tasso di disoccupazione è del 5,2% (meno della metà di quello nazionale), mentre la disoccupazione giovanile è del 16,3% (la metà di quella nazionale). L’export raggiunge il livello più alto in Italia. Si è fatta molta satira sul tondino e sulle acciaierie, ma sono le macchine utensili la punta di diamante dell’export, una produzione ad alto valore aggiunto con un contenuto di ricerca tale da coinvolgere costantemente le Università. Se ci fosse un collasso dell’immigrazione, aggiungono, dovremmo chiudere bottega in tutti i comparti.  A Brescia, dove secondo le ultime rilevazioni, si parlano più di un centinaio di lingue, di sera è facile incontrare frotte di ragazzi di colore diverso, che discutono e giocano, come se si trovassero in un salotto. A me capita spesso di incontrare, in provincia, lavoratori pakistani, indiani, cingalesi in bicicletta che fanno il giro degli allevamenti di bestiame, data la loro capacità con gli animali. Su alcune strade poderali, che sono anche piste attrezzate per l’esercizio dello sport non competitivo, incrociano donne e uomini che corrono all’alba o al tramonto, per il jogging giornaliero, e salutano.

Parlo con Emilio Del Bono, Sindaco di Brescia del PD, che recentemente è stato rieletto già al primo turno. Mi confida che il segreto consiste in una integrazione tra gli autoctoni ed il pulviscolo degli immigrati avvenuta combattendo i quartieri ghetto, e conducendo una lotta ferrea agli estremismi: quello di alcuni immigrati che all’inizio tendevano a isolarsi in enclaves culturali, dove era fatica immensa far passare le leggi e le consuetudini italiane, e quello ipersecuritario di consistenti frange della Lega, che con il loro comportamento distorcevano la percezione di pericoli enfatizzati, ma irreali. “Siamo stati inflessibili anche con le ronde padane”, dice. E’ così che mentre negli ultimi vent’anni è costantemente diminuito il numero dei reati contro la persona e il patrimonio, la percezione degli abitanti non sembra divergere dalla realtà. L’amministrazione non ha lesinato investimenti per dotare la città di grandi quantità di verde attrezzato per bambini, mamme, giovani, anziani, con corsie preferenziali per i disabili. L’assenza di sporcizia e la cura delle attrezzature dà l’impressione al visitatore di trovarsi a Ginevra o a Stoccolma.

Com’è stato possibile, gli chiedo, costruire una realtà come questa nella nostra Italia che va in tutt’altra direzione? Mi guarda sorpreso. “Lo sai”, mi risponde. Eh sì, lo so, dato che ho partecipato anch’io al lavoro fatto. Molti dei nostri tesori li abbiamo ereditati dal passato, e in qualche modo li abbiamo valorizzati e incrementati. Secondo noi qui è avvenuta una saldatura virtuosa tra diverse culture del novecento: quella liberale impersonata nel primo novecento già da Zanardelli, e più tardi, sul piano culturale, dal filosofo Emanuele Severino, quella cattolica dalla quale proviene anche Paolo VI (un cattolicesimo gallicano, attento alle dinamiche sociali e culturali, che affonda le sue radici nel personalismo di Mounier e Maritain, e che gestisce tre case editrici tra le più avanzate in Europa, come “La Morcelliana”, “La Queriniana, “La Scuola Editrice”) e la tradizione socialista/comunista del movimento operaio che ha avviato con la componente cattolica della Cisl, a partire dagli anni 60 del secolo scorso, il processo di unità sindacale. La saldatura di quelle tre culture è stata la culla di èlites lungimiranti, sicure di sé, che hanno dato vita, mettendo insieme tutte le forze, a esperienze di organizzazione sociale avveniristiche per quel tempo, come la costruzione nella cintura esterna di quartieri popolari a basso costo, forniti di tutti i servizi necessari e di comfort tipici del centro, per favorire un inurbamento ordinato; e ad un welfare che è oggetto di studio ancora oggi.

Per fare solo qualche esempio, qui funziona da tempo il ciclo integrato della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, con la differenziata a pieno regime e un termovalorizzatore, che nel 2006 la Columbia University di New York ha eletto “miglior impianto del mondo”, che brucia una gran quantità di “monnezza”, non solo bresciana, e produce energia e calore che vengono immessi nelle reti che illuminano e riscaldano tutta la città. Sfrutta a questo fine anche l’enorme caldaia a metano che già negli anni ’70 distribuiva alla città l’acqua calda del teleriscaldamento, riducendo le bollette, ma anche l’inquinamento. C’è anche una discarica ovviamente, per le ceneri residue, che non produce esalazioni.

Ma quella saldatura, che ha favorito una collaborazione  tra forze diverse, ha prodotto anche la decisione, più di trent’anni fa, di costruire una metropolitana leggera, modello Copenaghen, che va senza conducenti né controllori, che è pulitissima, ed ha opere d’arte in ogni stazione, unico esempio di trasporto pubblico in Italia che produce utili e fa cultura. Ha sviluppato anche una sanità all’avanguardia: la rete bresciana degli ospedali è un punto di riferimento per la ricerca in tutta Europa, e qui si viene, per farsi curare, da ogni regione dell’Italia.

Qui insomma, per la saldatura di quelle tradizioni, i servizi funzionano, producono utili e attraggono risorse materiali e immateriali da tutta l’Italia, e persino dall’Europa. “Si, sono testimone attivo di tutte queste trasformazioni”, dico a Del Bono, “perchè vi sono cresciuto dentro e non sono stato con le mani in mano, lo sai bene”. Anche il bisogno di conoscere la propria Storia ha generato impulsi fecondi. Brescia che è stata una delle capitali dei longobardi, custodisce tesori che sono stati recuperati e raccolti nel grande complesso di “Santa Giulia”, fatto costruire da Desiderio, l’ultimo re Longobardo, per la figlia Anselperga, ed ora patrimonio dell’umanità, dove si svolge una parte cospicua della vita culturale della città, con mostre, convegni, ecc.

Capisco che il Sindaco vuole dirmi un’ultima cosa. E’ la stessa che voglio dirgli io. Ci sono due valori che attraversano da sempre quelle tre culture, e ne rappresentano in qualche modo il collante. Il primo è il valore del lavoro, l’altro ha a che fare con l’etica della responsabilità verso sé stessi e verso l’altro. Non è mera retorica, lo so per esperienza, e lo sanno anche gli immigrati, che non a caso qui si integrano bene. Siamo un po’ fissati con questi valori, che hanno una venatura calvinista, non c’è dubbio. Li si apprende con il latte materno, li si respira nell’ambiente. Io qui ho frequentato sia le superiori, sia l’Università lavorando già dai 14 anni ed era una cosa normale. Con me infatti c’erano moltissimi ragazzi che avrebbero anche potuto, per condizione famigliare, fare diversamente. Persino mio figlio: dopo la scuola dell’obbligo mi disse, “ anch’io voglio fare così”. E pure lui ha fatto ogni lavoro disponibile, mentre frequentava le superiori e l’Università. Qui, per i più, il lavoro è ancora una sorta di religione civile, e si riverbera anche sullo studio. Ecco perchè il reddito di cittadinanza e la quota cento danno fastidio, e qualche creativo esprime un suo pensiero su alcuni muri della periferia cittadina, scrivendo: “Quanto hanno lavorato Salvini e Di Maio prima di entrare in politica? Zero”. Insomma, c’è sempre di mezzo il lavoro. “Cosa accadrà domani?” chiedo al Sindaco. “Boh”, mi risponde, “Io seguo una massima che ho imparato da bambino: fai quel che devi”… “Si, e accada quel che può”, aggiungo io, il vostro scriba.         

Lanfranco Scalvenzi     

Il debito pubblico non si azzera per magia

L’Italia ha sprecato, nei primi anni dell’euro, l’occasione storica per risolvere il problema del debito pubblico. E oggi trovano sostenitori coloro che propongono ricette miracolose per ridurlo o eliminarlo senza pagare pegno. La realtà, però, è ben diversa.

Il debito e gli interessi

Circola da tempo nel paese una narrazione molto semplicistica sul nostro debito pubblico. Cioè che l’alto debito italiano non sia “colpa nostra”, bensì dell’alta spesa per interessi che strangola il paese. È di facile presa il dato secondo cui l’Italia spende per interessi sul debito le stesse risorse (in percentuale del Pil) che spende in istruzione. Dato ciò, è di moda il corollario secondo cui il nostro paese dovrebbe imitare il Giappone. Fare in modo cioè che le nuove emissioni di debito pubblico siano sistematicamente acquistate dalla banca centrale (evidentemente fuori dall’Eurozona) a tassi di interesse del tutto svincolati dal mercato e quindi, teoricamente, anche pari a zero. Il problema del debito si risolverebbe così per magia.

Questa narrazione fa risalire i problemi del nostro debito pubblico alla fine degli anni Settanta e a due circostanze: i) il cosiddetto divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia (per impedire che la banca acquistasse in ultima istanza le nuove emissioni di debito non recepite dal mercato); ii) la crescita dei tassi di interesse mondiali spinta dalla politica monetaria restrittiva della Fed (la banca centrale americana). Poiché i tassi americani tenderebbero a influenzare quelli di tutti i paesi avanzati, ciò avrebbe prodotto una crescita della spesa per interessi anche per l’Italia. E quindi una crescita del debito, a sua volta necessaria a finanziare i maggiori interessi. E così a seguire.

La logica sottostante presume che il tasso di interesse che un paese paga sul proprio debito sia “esogeno”, cioè determinato unicamente da fattori esterni (in questo caso la politica monetaria della Fed) e indipendente sia dalle politiche di (dis)avanzo primario che dallo stock accumulato di debito.

Una logica in realtà fallace. Per capirlo, è utile dare uno sguardo ai dati.

La figura 1 mostra (riquadro di sinistra) l’andamento dei tassi d’interesse fissati dalla Fed dal 1979 in poi. È evidente il forte rialzo intorno alla fine degli anni Settanta, ma è altrettanto evidente il trend secolare di discesa dal 1980 in poi. Nonostante ciò, nello stesso arco temporale, il debito pubblico italiano continua a salire (riquadro di destra). In più, se fosse vero che i tassi d’interesse sul debito sono determinati per ogni paese “esternamente” (dai tassi d’interesse americani e quindi mondiali) e che sia questa la causa principale dell’accumulazione del debito, non è chiaro perché negli anni successivi il debito pubblico cresca così tanto di più in Italia rispetto a tutti i paesi avanzati.

Figura 1

L’importanza dell’avanzo primario

Meccanicamente, la variazione in ogni istante di tempo del debito pubblico dipende da due componenti: (dis)avanzo primario (spesa meno tasse) e spesa per interessi. Le due componenti sono mostrate nel quadro di destra della figura 1, insieme all’evoluzione storica del debito pubblico (in rapporto al Pil) dal 1974 in poi.

I dati mostrano una relazione positiva tra rapporto debito/Pil e spesa per interessi fino a circa il 1992. Nello stesso periodo (1974-1991) il saldo primario rimane sempre negativo, ma il tasso di interesse di riferimento americano precipita da un picco del 18 per cento raggiunto nel 1981 fino a meno del 3 per cento nel 1992. In realtà, nel periodo 1979-1992, la crescita della spesa per interessi è alimentata dalla crescita del debito, che a sua volta riflette le imprudenti e persistenti politiche di disavanzo primario condotte nello stesso periodo.

Se la spesa per interessi raggiunge un picco nel 1992, da allora è in costante discesa. Al trend di discesa hanno contribuito diversi fattori. In parte il calo dei tassi di interesse mondiali, ma soprattutto l’ingresso dell’Italia nell’euro (nel 1999-2000). Contemporaneamente all’ingresso nella moneta unica, però, inizia una fase di compressione dell’avanzo primario, che scende rapidamente da circa il 6 per cento del Pil (intorno al 1998) a zero nel 2004.

A questo punto l’Italia spreca una occasione storica per risolvere forse in modo definitivo il problema del proprio debito pubblico. Sfruttando la riduzione della spesa per interessi – questa volta indotta veramente da “cause esterne” (cioè l’ingresso nell’euro) – e riducendo in modo più prudente l’avanzo primario, avrebbe potuto comprimere il rapporto debito-Pil ben al di sotto del pur dignitoso 100 per cento raggiunto poco prima del 2007. In altri termini, una gestione virtuosa dei (dis)avanzi primari nel periodo 2000-2006 avrebbe regalato al paese un ampio “spazio fiscale” da sfruttare per fronteggiare la fase di fortissima turbolenza che inizia con la grande recessione del 2007-2008.

Quell’occasione è stata persa e ciò pesa ancor oggi come un macigno nella gestione della politica fiscale del nostro paese

Tommaso Monacelli tratto da www.lavoce.info

L’Europa che verrà (forse)

No, l’Europa così non va. Se non cambia radicalmente va a morire. Occorrono scelte drastiche. E poi pessimismo dichiarato (da alcuni). Sfiducia che il nuovo Parlamento europeo possa imporsi sulle logiche intergovernative. Sfiducia anche sui neo eletti. Sembrerà strano, ma questo è il clima di un affollato incontro organizzato a Roma dal Centro studi europolitica e dal Movimento federalista europeo.

Giornalisti, docenti universitari, ricercatori, addetti ai lavori, più un discreto numero di semplici cultori della materia  hanno discusso intensamente per tre ore sui risultati delle elezioni europee. Il tono generale (con alcune eccezioni) è quello descritto all’inizio: critica, pessimismo, una ragionevole sfiducia, ma anche la determinazione di chi ha le idee ben chiare in testa. Se riteniamo ancora valido il motto reso celebre da Antonio Gramsci “pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”, accanto alla parte analitica dovrebbe sempre esserci anche l’entusiasmo per una parte propositiva che indichi la direzione verso la quale andare. Che, infatti, c’è stata. E non potrebbe essere diversamente visto che gli organizzatori dell’incontro e (quasi) tutti quelli che hanno preso la parola condividono l’obiettivo del federalismo. E allora cos’è che li lascia insoddisfatti?

No, non è il successo elettorale di Salvini. E nemmeno l’affermazione delle liste sovraniste che, comunque, non pregiudica una maggioranza di europeisti nel Parlamento europeo. Non è questo il livello dell’analisi che ha prevalso nella discussione. L’Europa che si è affermata negli ultimi vent’anni ha tradito le aspettative di chi pensava che con il passaggio all’Unione e alla moneta comune la strada verso una dimensione politica era ormai stata imboccata. Invece è dai primi anni 2000 che tutto si è come congelato in attesa di una svolta che ancora non si vede e che non si sa se e come riuscirà a definirsi. In tanti anni nelle istituzioni europee e nelle politiche è cambiato pochissimo e l’euro si è trasformato in una serie di parametri contabili sempre più vuoti di senso perchè lasciati da soli a testimoniare un progetto che aveva ben altre ambizioni. Dando, ovviamente per acquisiti, stabilità nei cambi e tutela dalle bufere finanziarie.

Ancora e sempre gli stati hanno scelto di presidiare i loro interessi bloccando l’evoluzione verso la condivisione delle politiche. Ma l’opinione pubblica ha capito tutt’altro e prendersela con l’Europa è diventato un luogo comune fra i più abusati. Di ciò che accadeva realmente dentro i palazzi dell’Unione ben poco si sapeva o non veniva messo in risalto. Eppure per anni è stato quanto di più simile ad un acceso confronto tra”sovranismi” ci potesse essere tra stati che formalmente erano impegnati a costruire un’integrazione politica. Basti pensare che il dibattito più acceso e la più forte critica che si è sviluppata nell’ultimo decennio si è concentrata sul rigore richiesto nei conti pubblici. Rigore sì. Rigore no. La contabilità dei deficit e dei debiti come  principale se non unico terreno sul quale si misurava il vincolo dell’Unione. Quale messaggio è stato mandato alle opinioni pubbliche? Quali valori, quali fini che identificavano l’Europa nel mondo?

Qualcuno nel dibattito ha osservato che se le istituzioni europee si sono occupate di questioni di minore rilevanza (dalle cozze, alle mozzarelle, alle prese di corrente) trascurandone altre di ben maggiore impatto ciò è stato dovuto non ai “burocrati” di Bruxelles, bensì alle scelte imposte dai governi. Che ancora non si rendono conto che l’ambiente, le piattaforme informatiche e di comunicazione, la ricerca tecnologica, l’energia sono gli ambiti nei quali l’elaborazione di politiche europee non solo è urgente, ma è vitale. Attardarsi in modelli che risalgono a 40 anni fa e che mettono al centro i sussidi per l’agricoltura oppure regolamenti di dettaglio mette a rischio il futuro. L’Europa può riconquistare valore e senso se è capace di porsi come guida di livello continentale. Usa, Cina, India, Russia (e Africa nel futuro?): questi sono gli interlocutori con i quali si deve confrontare non un gioco di equilibri instabili raggiunti, di volta in volta, tra 28 paesi, ma una unione che ha una sua politica, un suo bilancio, una sua struttura di difesa.

Per assurdo bisogna ringraziare i sovranisti. Se in queste elezioni l’afflusso alle urne è stato rilevante lo si deve all’allarme che hanno suscitato. È un fatto che in campagna elettorale si è parlato di Europa per portare a segno un attacco e per reagire ad esso. Il filo conduttore è stato sempre quello dei migranti e dei soldi. E già solo questo rivela la miseria di ciò che è stato fatto dalle forze politiche che si definivano europeiste nel corso degli anni. Dove stavano i temi sui quali l’Europa doveva spiegare senso e finalità della sua esistenza? Perché per anni i governi (e le forze politiche che li guidavano) non hanno trovato di meglio che perpetuare la dimensione intergovernativa nella quale veniva etichettato come “Europa” ciò che era soltanto un accordo tra stati?

Restano enormi lacune nell’informazione delle opinioni pubbliche. E forse da qui si potrebbe ripartire. Bisognerebbe riprendere il lavoro daccapo, ed è probabilmente questa l’opportunità della fase storica che si apre: ricominciare. Per fortuna i sovranisti non molleranno e forse la paura potrà spingere molti ad uscire dalla riposante posizione di chi amministra un patrimonio dato per scontato.

Claudio Lombardi

La droga del deficit che ci salverà

Pubblichiamo un articolo di Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Ma voi la sapete quella del paese scarsamente produttivo che tuttavia riuscì a scavarsi alacremente la fossa? No? Ve la racconto. C’era una volta un paese che esprimeva governanti convinti che l’universo complottasse contro di esso. Una parte dell’universo, nello specifico: la regione in cui tale paese era situato.

Ad ogni elezione, i governanti pro tempore si dicevano certi di aver trovato la soluzione alle angustie della popolazione, sempre più anziana e sempre meno istruita, anche a seguito dell’emigrazione dei soggetti meno patriottici. Una popolazione sfibrata, in passato colpita da pesanti salassi per ripagare il debito fatto da chi per decenni diceva che quello sarebbe stato il passaporto per la prosperità.

E così, di volta in volta, ecco le soluzioni: ad esempio, un grande piano di mance alla popolazione, diciamo 80 euro al mese per alcuni milioni di cittadini lavoratori a reddito basso ma non bassissimo. Da lì, come d’incanto, sarebbe scaturita la fiducia, il boom dei consumi, la ripresa degli investimenti, il Rinascimento italiano.

Per riuscire a finanziare queste misure servivano soldi. Che fare, quindi? Idea: aggiungere deficit. Oggi si dice attingere al deficit, quel pozzo di San Patrizio che tanto bene fa alla popolazione. Dopo uno psicodramma negoziale che sfocia in psicodramma, si giunge ad un accordo di compromesso con l’Entità Esterna che vigila sui conti del paese. Che poi è una comunità di stati sovrani, che si sono dati regole di cooperazione. Ma è chiaro che tale presunta cooperazione è sempre stato in realtà un ignobile espediente per impoverirci. Sin quando non abbiamo aperto gli occhi.

Per trovare quei soldi, si promette all’Entità Esterna che, ove non altrimenti reperibili, per restituirli si provvederà a tassare di più i consumi. Affare fatto! Passa un anno, il deficit seminato nell’Orto dei Miracoli non ha prodotto il miracolo sperato e si deve quindi mettere mano all’aumento della tassazione dei consumi. State scherzando, vero? Sarebbe una catastrofe, vergogna, l’Entità Esterna ci vuole affamare, è un complotto per mettere le mani sul nostro servizio di piatti del dì di festa. C’è gente che è morta, per ridarci il deficit la libertà!

Tosto, si convocano le televisioni per informare il Popolo che stiamo resistendo alla cattiva Entità Esterna, di cui viene fatta sparire la bandiera. Dopo ulteriore snervante negoziato con l’Entità, si ottiene di poter restituire solo una parte di quel prestito, accendendone un altro. Nel frattempo, il governo è cambiato, sono arrivati dei veri patrioti che hanno scoperto, dopo anni di esercizio ed esperimenti su Twitter, che tagliando le tasse l’attività economica esplode e quel taglio viene ripagato, sempre con corposi interessi.

Metti sul mio conto, Entità Esterna! Tra un anno tornerò qui e ti ridarò tutto con gli interessi. “Ma veramente lo devi ridare non a me ma ai tuoi connazionali ed anche agli stranieri che hanno comprato quel debito”, echeggia una vocina dall’Entità Esterna. “Sono sciocchezze!”, replicano i Patrioti. “Se solo potessimo crearci i soldi che ci servono, metteremmo in moto un circolo virtuoso con cui fare crescere l’economia, e avremmo modo di ripagare tutto, con gli interessi e oltre!”.

Nel frattempo, per prestare soldi al Tesoro del paese, i creditori richiedevano tassi sempre più alti. “Voi non capite, noi siamo ricchi!”, ripetevano i Patrioti pro tempore al governo.

Nel frattempo, il paese viveva una vera e propria rinascita culturale. Era tutto un florilegio di dibattiti e convegni su John Maynard Keynes e contro una cosa chiamata “neoliberismo” che non era chiaro cosa fosse esattamente ma che era chiarissimo avesse sino a quel momento impoverito il paese. Milioni di cittadini sognavano ad occhi aperti la socialdemocrazia e finanche il socialismo, quella magica condizione in cui lo Stato pensa a te, dalla culla alla tomba, nel caso anche stampando denaro, e tu nel frattempo puoi restare sul divano a guardare Barbara D’Urso in televisione.

Ma nessuno intendeva votare per partiti di sinistra perché, in quel caso, sarebbero arrivate nuove tasse per finanziare il welfare. “Meglio creare banconote, meglio ancora se con la faccia di Tardelli sopra”, rispondevano convinti i Patrioti. “Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani!” In questo clima di fervore culturale, le radio suonavano il remake attualizzato di una canzone del grande Renato Carosone: “Io, MMT e tu“.

A parte ciò, “Keynes sì che sapeva come combattere le recessioni!”, strepitavano i Patrioti. “Faceva deficit quando c’era crisi”. Una vocina si levava chiedendo “ma sapete che, quando l’economia torna a crescere, il precetto di Keynes era quello di stringere i cordoni della borsa, per ripagare il debito?” Pronta, arrivava la risposta: “‘zzo dici, da noi la ripresa non c’è mai stata, e comunque la nostra idea è quella di fare più deficit quando c’è crisi e più deficit quando c’è ripresa. Vorrete mica soffocare la ripresa in culla, eh? Eh?”. Non fa una piega, in effetti.

Nel frattempo, il tasso d’interesse richiesto dai creditori sul debito pubblico del paese era sempre più alto, e la spesa pubblica si gonfiava per pagarne gli interessi. “Ma chi se ne frega, quest’anno abbiamo fatto più deficit per 4 miliardi, è solo l’inizio”. La solita vocina, sospirando, faceva presente che nel frattempo la maggiore spesa annua per interessi era di 5 miliardi, ma veniva zittita dalla rabbia sempre più cupa dei cittadini.

“Sentiamo delle vocine: o siamo il popolo eletto dal Signore, oppure qualcuno sta cercando di fregarci!”, ringhiavano molti cittadini, sgranando nervosamente un rosario e danneggiandosi i denti mordendo crocefissi, perché era stato loro detto che “Maria e il Signore ci proteggono da lassù”. Si levava anche qualche isolato bestemmione per la mancata crescita, di quando in quando; di solito appena prima che si celebrassero convegni pro-famiglia in cui si chiedeva di mettere fuorilegge l’aborto, uno dei maggiori responsabili della nostra mancata crescita, giuravano in molti. E c’erano anche luminari che ricalcolavano il Pil senza la legge 194: un boom senza precedenti.

Ma eravamo e restavamo ad un passo dal decollo: bastava solo attingere ad un po’ di deficit aggiuntivo, e il meccanismo virtuoso si sarebbe innescato. “Ancora un po’ di deficit, ci siamo quasi, l’ultimo e poi inizierà il riscatto!”, si sgolavano i Patrioti. Ma il miracolo tardava a compiersi. Anzi, la crescita era sempre più esile, e in alcuni periodi si trasformava in una contrazione. “Per forza, è evidente che, con tutte queste vocine, la popolazione è a disagio e non riesce a spendere e crescere!”, berciavano i patrioti.

Ormai l’intero paese era in preda ad una nevrosi sempre più grave: i telegiornali dicevano che non riuscivamo a crescere perché nottetempo continuavano a sbarcare stranieri, che poi divoravano i nostri alberi e svuotavano le nostre dispense. Altri sostenevano che non riuscivamo ad arricchirci perché, in giro per il mondo, c’erano dei malvagi che spacciavano formaggi rancidi ed altre porcherie bisunte scrivendoci sopra “Made in Italy”.

Ma ormai la decisione era presa: serviva fare altro deficit, a cui “attingere”, per arrivare finalmente a crescere. L’ultimo buco e poi è fatta, giuro.

Il conflitto tra città e campagna nella vittoria di Salvini

Matteo Salvini ha vinto (per ora) la sua guerra chiamando a raccolta l’Italia delle campagne per stringere d’assedio quella delle città. Davvero è inevitabile che questi due mondi esprimano idee, stili di vita e cultura differenti? La storia dice di sì…

Li abbiamo visti arrivare alla periferia di Belgrado – era il lontano agosto del 1995 – in cerca di un rifugio che nessuno avrebbe concesso. Sotto il sole del mezzogiorno si snodava una lunga processione di camion arrugginiti, trattori, vecchie auto, carri, animali. Contadini con la faccia chiusa e le mani grandi, donne in nero, ragazze in lacrime, bambini laceri. Sui rimorchi, poche suppellettili strappate alle case in fiamme, cesti di ortaggi fangosi strappati ai campi abbandonati. Contadini serbi in fuga disperata verso sud. Gente di terra, agricoltori, pastori e montanari: le Kajine, i territori di frontiera, erano ormai perdute sotto l’urto dell’esercito croato. Da Knin a Bihac la campagna di Bosnia volgeva al termine e tramontava nel sangue la stella nera di Milosevic.

Altrettanto sconfitta era la città che accoglieva con rabbia quel popolo di sconfitti. Belgrado spettrale: da Pancevo ai quartieri dormitorio, si riempivano di profughi le periferie e nel centro si svuotavano i ristoranti sul lungofiume di Zemun. Via dalla città in armi, molti – moltissimi – già se ne erano andati: ceti intellettuali, media borghesia, intere famiglie in fuga verso la Germania o il Canada. Chiuse da anni le riviste letterarie e politiche che in tempi non lontani erano il vanto della capitale, in esilio i giornalisti, svuotato e deserto il quartiere studentesco di Skardaljia, con i suoi caffè, le sue orchestrine, le sue chiacchiere nella sera.

Si compiva così, sotto i nostri occhi, la profezia di un grande intellettuale e patriota Yugoslavo: Bogdan Bogdanovic, architetto e scrittore, comunista dissidente, sindaco di Belgrado negli anni Ottanta. Fu Bogdanovic a coniare il termine “urbicido”, per definire l’attacco che nelle guerre bosniache fu scatenato dalle campagne e dalle montagne contro le città e la società cosmopolita che esse rappresentavano. Distruzione fisica di luoghi ed edifici, ma anche distruzione simbolica della cultura, dello spirito e della idea di convivenza urbana espressa dalla metropoli.

Città e campagna, tribù umane in perenne conflitto: la chiusura delle genti di montagna contro l’apertura delle genti di città, cosmopolitismo contro identitarismo, nulla di nuovo sotto il sole. Del resto già negli anni Quaranta fu il grande timoniere Mao Ze Dong a teorizzare una rivoluzione contadina da portare alla vittoria attraverso l’accerchiamento delle città da parte delle campagne. E il leader cinese individuò nelle campagne arretrate dell’immenso Paese l’epicentro della prassi insurrezionale. La rivoluzione mosse dunque dalla periferia verso Pechino, conquistò Pechino, e infine – in una singolare e disastrosa mossa del cavallo – esiliò intellettuali e studenti a lavorare la terra nelle Comuni contadine.

Peggio fecero i Khmer rossi cambogiani quando deportarono al lavoro coatto nelle campagne chiunque portasse gli occhiali – simbolo odioso di intellettualità – decretando così la morte fisica di migliaia di innocenti insieme alla morte simbolica delle città, svuotate dai loro abitanti e abbandonate inermi all’assalto della foresta tropicale.

Ma se la guerra – come insegna Clausewitz – non è che la politica combattuta con altri mezzi, in questi tempi di prolungata pace si può affermare anche l’inverso: e cioè che la politica altro non è che la continuazione della guerra con altri mezzi. E la politica di oggi, con le sue ruvidezze e i suoi eccessi, ci porta inevitabilmente alla guerra delle campagne contro la città. Succede ovunque – questa guerra – nella nostra Europa che si riscopre smarrita, identitaria, populista e sovranista. Ma è in Italia, come un Mao Ze Dong alla rovescia, che il padano Matteo Salvini ha coronato la sua rivoluzione. Da Nord a Sud, la carta elettorale del Paese dopo il 26 maggio mostra che è compiuto l’accerchiamento delle città da parte della campagna.

A chi gli rimprovera o gli riconosce il mutamento di prospettiva del suo partito, il leader della nuova destra potrebbe rispondere che nulla è cambiato da quegli anni lontani. Anche allora, regnante Bossi, la Lega Nord era il popolo dei montanari che scendevano a valle per combattere contro Roma ladrona: la città peccaminosa, meticcia, multietnica e multiculturale, il covo dei radical chic, dei culattoni e degli intellettuali da terrazza. La metropoli cosmopolita contro il maso chiuso. E anche le periferie delle città, dove attecchisce il verbo della destra leghista e fascista e dove i poveri sono reclutati per fare la guerra ai Rom, non è già più città, ma luogo spurio senza tempo e senza geografia, una campagna senza campagna, un non-luogo, come sono le villas miserias di Buenos Aires.

Le città – per converso – diventano oggi un simbolo di resistenza. Resistenza politica, nelle nostre frastornate democrazie. Da Milano a Firenze, da Bari a Bologna, in Italia. A Madrid e Parigi, a Berlino – che ha conosciuto il Muro e ancora porta con le sé le sue cicatrici. Nella Londra multietnica, esposta alla tempesta della Brexit e guidata da un sindaco coraggioso, figlio di genitori pakistani.

Contro altre città, e contro altre piazze, la guerra è tutt’altro che simbolica. Lontano nel tempo, 2 ottobre 1968, la repressione armata si abbatte contro la manifestazione studentesca che occupa Piazza delle Tre culture, a Città del Messico. L’esercito e la polizia sparano dagli elicotteri e dal tetto del ministero degli esteri, uccidendo centinaia di ragazzi. Il massacro si compie nel silenzio di un Paese dalle sterminate e miserabili campagne, ipnotizzato dalla imminente apertura dei Giochi Olimpici. Trenta anni fa, Pechino. Nella notte tra il 3 e il 4 giugno il pugno di ferro dell’oligarchia senile comunista si accanisce sugli studenti che presidiano Piazza Tien An men. I giovani chiedono democrazia, partecipazione, riconoscimento del merito negli studi. Vicino al ritratto di Mao hanno innalzato una grande statua della libertà fatta di cartone, legno e cartapesta. L’esercito circonda il centro di Pechino con i carri armati, poi entra in forze nella piazza. Non conosceremo mai il numero delle vittime di quel massacro, che pone fine ad una unica, breve stagione di speranza. Le campagne – che nella rivoluzione vittoriosa hanno circondato le città – non sanno, non conoscono, sono intrattenute dalla eroica narrazione del potere: sopravvivete, lavorate, se potete arricchitevi, obbedite e non fate domande.

Poi, Il Cairo, piazza Tahrir: manifestazioni e repressione. La capitale si è illusa, ma per spegnere le speranze nella primavera araba sono sufficienti i risultati di un’elezione “democratica” in cui milioni di contadini vengono spinti in massa a votare per il potere politico e religioso, istigati contro i costumi dissoluti della modernità, il contagio occidentale, le tentazioni demoniache della grande città. In Turchia, Istanbul vota contro il regime, e il giorno dopo il regime annulla il voto. Il velo alle donne, la legge consuetudinaria, la gabbia delle prescrizioni sessuali, il Corano brandito come una clava assediano la città degli studenti, delle nuove professioni, dell’ informazione libera, della modernità, dei diritti.

La città, lo sappiamo, non è il paradiso in terra. Quasi sempre è brutta sporca e cattiva. Nelle nostre città – nelle metropoli dell’Occidente e dell’Oriente – la solitudine, le solitudini, sono il pane quotidiano per milioni di esseri umani. Ma qui circola la vita, qui si intrecciano le storie, qui la nascita non è sempre il destino. In mezzo a mille violenze, tradimenti e contraddizioni, le città combattono una battaglia silenziosa contro l’oscurità. Al termine del viaggio, quando l’aereo plana silenzioso sopra Roma, Manhattan, Mosca, Buenos Aires, Città del Messico, Mumbay, Istanbul, la città è un tappeto di luci sfolgorante nel buio profondo della notte.

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

Riflessioni sul salario minimo

Se la maggioranza di governo regge, il prossimo terreno di scontro sarà forse il salario minimo. Al netto di immigrati, sbarchi, fidanzate (dei viceministri), cannabis legale e negozi che la vendono il salario minimo è pronto a diventare il prossimo tormentone estivo.

Per i 5 stelle sembra che il salario minimo sia il nuovo vessillo da sventolare dopo il reddito di cittadinanza (e il suo parziale flop), contro la povertà. Alcuni pensano sia giunto il momento di  elaborare ed approvare un provvedimento che in qualche modo intervenga a gamba tesa sul lavoro, per alzare in fretta  le retribuzioni più basse e mettere soldi in tasca ai “lavoratori poveri”. Peccato che così si rischi di colpire allo stomaco aziende e sindacati creando più problemi di quelli che si vogliono risolvere.

Salario minimo dovrebbe essere quell’importo da erogare al lavoratore dipendente fissato direttamente dalla Legge e sotto il quale non si può andare. Un importo, dunque, che sarà definito dal  Legislatore e dal quale non si potrà prescindere nei rapporti di lavoro, un limite, quindi, non derogabile nemmeno dalla contrattazione collettiva.

In apparenza tutto semplice e chiaro. Ma se si ragiona un po’ non è così e diversi dubbi ci frullano nella testa: come definire l’importo minimo? Con quale criterio? Sarà dentro una legge, ma chi sarà l’Ente o l’organo che lo dovrà quantificare? Ogni quanto tempo dovrà essere aggiornato? Sarà valido per tutti i settori? Sarà uguale per tutti i lavoratori? Sarà applicabile dalle Alpi a Trapani? E i contratti collettivi con le loro tabelle salariali che fine faranno? Come si vede le domande non sono poche.

Di sicuro è un tema intrigante, di grande effetto mediatico e facilmente cavalcabile politicamente. Al momento ci sono già due disegni di Legge: uno del M5S e uno del PD. I sindacati, invece, sono schierati decisamente contro, temendo un forte ridimensionamento della loro funzione base che è quella di stabilire nella contrattazione collettiva la retribuzione per i lavoratori dipendenti. In Italia, infatti, spetta alla contrattazione collettiva definire le retribuzioni anche se la validità erga omnes dei contratti non è mai stata realizzata per la mancata attuazione dell’art.39 della Costituzione.

È quindi possibile che i datori di lavoro non applichino il CCNL. Da qui la proliferazione di altri contratti sottoscritti da sigle sindacali minori e altri ancora concordati a livello aziendale. Una situazione piuttosto complessa ed articolata che comunque riesce a toccare la stragrande maggioranza dei lavoratori.

Diverso l’approccio delle due proposte di legge. Il M5s vuole fissare la retribuzione minima a 9 euro (lordi) l’ora. Il Pd punta anch’esso alla stessa cifra (al netto però), ma non vuole scavalcare la contrattazione collettiva. Entrambe le posizioni tuttavia non sembrano tenere conto adeguatamente delle problematiche che una norma del genere avrà sulla gestione delle aziende e sullo stesso trattamento retributivo dei lavoratori.

Se si considerano anche le altre voci che compongono il costo del lavoro oltre alla retribuzione oraria l’aggravio di costi per le aziende potrebbe non essere indifferente. Infatti in molti settori (pulizie, ristorazione, fattorini, operai dei primi livelli, colf, badanti) le retribuzioni di fatto sono inferiori ai 9 euro l’ora proprio per quanto stabilito dalla contrattazione collettiva e non per una volontà sfruttatrice delle aziende. Si calcola che circa il 25% dei lavoratori avrebbe un aumento della propria retribuzione, ma i costi per le aziende sarebbero ovviamente più elevati.

Se si considera il periodo di crisi (Pil quasi a zero), la forte disoccupazione, una diffusa presenza di lavoro nero, un costo del lavoro tra i più alti al mondo, si capisce che l’impatto di una misura drastica come l’aumento delle retribuzioni per legge sarebbe molto pesante per l’economia.

Come minimo occorrerebbe alleggerire il costo del lavoro per le aziende attraverso la decontribuzione e insieme introdurre benefici fiscali per i lavoratori.

Il Jobs Act  con la Legge Delega 183/2014 aveva già tentato all’epoca di aprire con un “esperimento” la strada ad un salario minimo di Legge da introdurre solo nelle aziende  dove non c’era o non veniva applicato il CCNL. Questo tentativo all’epoca molto criticato abortì dinanzi alla fortissima opposizione sindacale e agli scontri interni alla maggioranza di governo. Già allora però fu evidente la reale difficoltà applicativa della proposta.

In questa situazione lanciare slogan per un salario minimo europeo risulta quanto meno azzardato. In Europa 6 Paesi non applicano un salario minimo per Legge, ma questo, invece di rafforzare la proposta di una misura unica a livello europeo, conferma la presenza di visioni diverse che non possono essere sottovalutate. Oltre all’Italia anche Svezia, Finlandia, Danimarca, Cipro e Austria affidano le tariffe salariali alla contrattazione collettiva, mentre in Belgio il salario minimo legale si affianca alla contrattazione collettiva e in altri Paesi come la Germania il salario minimo è stato approvato da poco (dal 2015), mentre altri si muovono con regole di intervento diverse e variegate. Insomma diversità ce ne sono e anche un po’ di confusione; nessuno sembra avere una soluzione chiara e una risposta efficace. È quindi evidente che il salario minimo, nazionale o europeo, è, per ora un’idea vaga più utopica che reale

Alessandro Latini

Educare senza sanzioni?

Chiunque abbia bambini che vanno alle scuole elementari sa perfettamente che, ormai da diversi decenni, non solo è praticamente impossibile bocciare un bambino, ma è anche rarissimo osservare sanzioni classiche, come l’ammonizione, la nota sul registro, la sospensione. Al loro posto è invece dato osservare una serie di comportamenti sostanzialmente omissivi o elusivi: far finta di niente, limitarsi a redarguire più o meno blandamente, cercare di spiegare perché un comportamento è sbagliato e non dovrebbe essere ripetuto. I risultati sono scarsissimi, per non dire negativi, visto che il bullismo, sia quello tradizionale sia quello via internet, sono in aumento e coinvolgono spesso bambini, più sovente bande di bambini, che frequentano le ultime classi delle scuole elementari.

Ora non più. Ora si cambia. Ora quel che un maestro o una maestra potevano fare, ma nel 99.9% dei casi non facevano, ossia infliggere qualche piccola sanzione (ad esempio la nota sul registro, con convocazione della famiglia), sarà semplicemente vietato. Così ha deciso ieri la Camera, approvando un emendamento (a un disegno di legge sull’educazione civica nelle scuole elementari) che di fatto toglie a presidi e insegnanti non solo la possibilità di comminare le pene più severe (come l’espulsione dalla scuola), ma persino l’uso di strumenti sanzionatori davvero minimali, come l’ammonizione o la nota sul registro. Al loro posto si propone di estendere alla scuola elementare il farraginosissimo istituto del “Patto di corresponsabilità educativa”, che rafforza e incentiva uno dei più dannosi fenomeni culturali del nostro tempo, ovvero l’ingerenza dei genitori nel funzionamento della scuola, oltre a promuovere una sorta di Far West dei regolamenti, per cui ogni scuola si costruisce il suo patto, con tanti saluti a una delle idee più semplici della vita sociale, ossia che sia più efficace avere poche norme chiare e valide per tutti, piuttosto che lasciare a ogni comunità di darsi regole proprie (chi non avesse bambini a scuola, o non avesse idea di quanto avanti siano andate le cose rispetto a 20 o 30 anni fa, può leggere la pacata quanto agghiacciante  testimonianza dello scrittore Matteo Bussola: Sono puri i loro sogni, Einaudi Stile Libero 2017).

La vicenda è politicamente interessante. Perché, a quanto si apprende, la soppressione del regio decreto del 1928 che prevedeva la possibilità di irrogare sanzioni agli alunni delle scuole elementari, è stata voluta da tutte le forze politiche. Una chiara testimonianza di quanto certe idee, che eravamo abituati ad attribuire alla mentalità progressista, siano ormai penetrate nello spirito pubblico, coinvolgendo anche quanti un tempo le combattevano.

Ma quali idee?

Fondamentalmente tre convinzioni. La prima è che, nel processo educativo, le sanzioni non debbano e non possano svolgere alcun ruolo. Chi sbaglia deve essere convinto a cambiare comportamento con la sola forza della persuasione. L’uso di punizioni, anche di lieve entità, non solo sarebbe controproducente, ma sarebbe la testimonianza del fallimento del processo educativo.

La seconda è che, a dispetto della loro conclamata incapacità (o non volontà) di educare i figli, l’ultima parola spetti ai genitori, unici giudici dei loro pargoli, unici arbitri e custodi del destino delle loro creature. Di qui la tendenza a porsi verso ogni autorità, ma prima di tutto verso l’autorità scolastica, come sindacalisti dei propri figli.

Ma la più pericolosa è la terza convinzione, che forse più che una convinzione vera e propria è una sorta di strabismo, di partito preso, o di riflesso pavloviano. Quando qualcuno viola le regole, il che quasi sempre comporta la sofferenza di qualcun altro (si pensi alla diffusione del bullismo, già alle elementari), stranamente la pietas, la compassione, quasi automaticamente si indirizzano verso i prepotenti, che andrebbero capiti, perdonati e rieducati, e ignorano le ragioni delle vittime. Curiosamente, chi fa proprio l’imperativo del perdono, non sente altrettanto forte il dovere di impedire che altre violenze e sopraffazioni si scatenino contro nuove vittime.

Eppure è proprio questo il nodo della questione. C’è un’incredibile ingenuità pedagogica e sociologica nella credenza che, per la prevenzione di fenomeni come il bullismo e il cyberbullismo nelle scuole, possano bastare corsi, lezioni, momenti di sensibilizzazione, ammonimenti, prediche, e che ogni punizione sia inutile o addirittura controproducente. Come se la consapevolezza di non rischiare alcuna vera sanzione non fosse un potente incentivo a perseverare nei comportamenti più aggressivi, violenti e anti-sociali. Come se, soprattutto, la rinuncia delle istituzioni a sanzionare i comportamenti più scorretti, più che una forma di umana comprensione per chi sbaglia, non fosse invece quello che è: una forma di disumana indifferenza verso le vittime.

Luca Ricolfi tratto da www.fondazionehume.it

Plastica biodegradabile. Magia e realtà

Continua la serie di articoli che sfatano i luoghi comuni all’insegna di un approccio razionale e scientifico. Stavolta tocca alla plastica biodegradabile. Facile che susciti grandi entusiasmi: “che bello, adesso faremo tutto con questa plastica che non inquina l’ambiente”. E quindi non solo sacchetti per frutta e verdura o per raccogliere l’umido, ma anche piatti, bicchieri, bottiglie e altri oggetti di uso comune. Qualcuno vorrebbe proprio eliminare la plastica tradizionale e usare ovunque questa plastica miracolosa pensando che così si eliminerà anche un bella porzione di inquinamento ambientale perché se è biodegradabile vuol dire che si degrada e scompare come fosse un pezzo di legno.

Siamo proprio sicuri che andrà così e che vogliamo proprio questo? Come sappiamo la plastica si usa un po’ ovunque perché oltre ad avere caratteristiche molto differenti, può essere morbida, rigida, flessibile, trasparente cristallina, colorata, resistente. Soprattutto la plastica ha una caratteristica importantissima: non si degrada e resiste alle intemperie, alla salsedine, al caldo, al freddo, agli attacchi batterici e questo è uno dei principali motivi per cui si è diffusa ovunque in ogni ambito. A dir la verità bisognerebbe dire: le plastiche, perché ci sono centinaia e centinaia di plastiche differenti, ognuna con caratteristiche diverse che la rendono adatta a un particolare utilizzo. Le principali le conoscono tutti: polietilene, polipropilene, poliestere, poliuretano, ABS, Nylon, polistirolo, poliacrilato, silicone, policarbonato, PET, PVC, etc.

Come si vede le plastiche sono moltissime e molto versatili. Ovviamente non ci sono plastiche biodegradabili in grado di sostituirle tutte. Anzi queste plastiche particolari sono poche e sono adatte alla produzione di pochi oggetti. E per fortuna. Pensiamo ai cavi elettrici, se fossero isolati con plastica biodegradabile basterebbe un po’ di umidità, qualche batterio e il corto circuito sarebbe assicurato. Oppure la chiglia di una barca o una tettoia e poi uno scolapiatti, un tubo per l’acqua, un mobile di cucina in laminato, e potrei continuare all’infinito. Questi prodotti non si devono degradare, ci servono inalterati per anni e anni.

C’è un ulteriore problema con queste plastiche biodegradabili: l’interscambiabilità in alcuni casi con quelle tradizionali. Per esempio hanno prodotto una plastica per le bottiglie molto simile al PET, quindi queste bottiglie non andranno più messe nella plastica da riciclare ma nella frazione dell’umido. Se si sbaglia cosa succede? Se bottiglie biodegradabili finiscono insieme al PET da riciclare rovinano la raccolta differenziata peggiorando la qualità della nuova plastica. Se succede il contrario (le due bottiglie possono apparire identiche), si inviano al compostaggio bottiglie non biodegradabili complicando il processo di separazione.

E adesso arriva la ciliegina sulla torta, da un recente studio sui sacchetti di plastica biodegradabili dell’università di Plymouth in GB, i ricercatori hanno scoperto che dopo tre anni in mare o sepolti nel terreno questi sono ancora interi e si sono degradati molto poco, anzi, quasi per niente e, quindi, possono ancora essere ingeriti dai pesci o riempire lo stomaco di un gabbiano facendolo morire per denutrizione.

No, non c’è nessun complotto delle industrie che producono plastiche e nessun imbroglio sulla degradabilità di queste plastiche, la spiegazione è molto più semplice, è un problema chimico anzi è un problema di cinetica. La cinetica studia la velocità con cui avvengono le reazioni chimiche, anche quelle che avvengono negli organismi viventi.

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Generalmente parlando le velocità delle reazioni chimiche raddoppiano circa ogni 10 gradi centigradi di temperatura. Per gli organismi viventi spesso crescono anche più rapidamente. La temperatura media del terreno durante l’arco dell’anno è di circa 10-20 gradi a seconda della latitudine, quella del mare è di parecchio inferiore, negli impianti di compostaggio invece la temperatura è circa di 45-50 gradi centigradi. Così da 10 a 50 gradi la velocità di reazione raddoppia almeno 4 volte, cioè è 16 volte maggiore.

Cosa vuol dire questo?

Vuol dire che la plastica biodegradabile si bio-degrada rapidamente negli impianti di compostaggio e in qualche mese viene distrutta, ma non nell’ambiente, quindi i sacchetti biodegradabili che ci danno al supermercato vanno benissimo per buttare gli scarti alimentari, ma non possiamo illuderci che si distruggano da soli se abbandonati e non inquinino.

In conclusione la magia per avere i prodotti che ci servono (quelli citati più tantissimi altri) che, finito l’uso al quale sono destinati, si autodistruggono ancora non è stata inventata. L’approccio razionale e scientifico è sempre quello che aiuta di più a mettere a fuoco la realtà

Pietro Zonca

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