Altro che plebisciti e capi, pensiamo al futuro

Andrea Riccardi e Francesco Giavazzi in due recenti articoli sul Corriere della Sera affrontano questioni cruciali sulle quali è bene soffermarsi: chi decide, come si decide e per quali fini lo si fa. Fanno il punto sul presente per parlare di futuro.

Riccardi  si sofferma su due delle parole della politica che ricorrono più spesso: «popolo» e «poltrone». Il popolo sovrano da una parte e, dall’altra, l’accusa ai politici di essere accaparratori di poltrone. La versione che viene accreditata è quella che vorrebbe dare più potere al popolo e ridurre le poltrone. Non è un caso se oggi Salvini strepiti contro quelli che ambirebbero alle poltrone sostituendo la Lega al governo. Quella che è l’unica logica del sistema di governo vigente e cioè la formazione di accordi politici che diano luogo a maggioranze di governo viene fatta passare come una pratica deteriore.

La legge elettorale e l’assetto istituzionale attuali non prevedono plebisciti che investano un capo e non concedono pieni poteri a nessuno. Questa concezione non appartiene alla democrazia italiana. Bisognerebbe che ogni politico lo spiegasse ai cittadini invece di continuare ad avvalorare un modello alternativo fondato sul collegamento diretto tra popolo e leader che non ha alcuna legittimità costituzionale. Il tentativo di Salvini di andare a nuove elezioni dopo appena 18 mesi di legislatura risponde esattamente a questa logica extra costituzionale.

Anche il disprezzo per le «poltrone» fa parte di questo schema. Se l’investitura la riceve un capo ogni incarico trae da lui la sua legittimità. Chi ne è fuori può essere solo a caccia di una “poltrona”. Nel nostro sistema costituzionale esistono responsabilità ed incarichi che vengono assegnati secondo le procedure previste dalla Costituzione e dalle leggi e che sono essenziali per il funzionamento dello Stato. Il popolo, sovrano «nelle forme e nei limiti della Costituzione» (articolo 1), ha bisogno di chi occupa le poltrone, anzi deve esigere da loro un servizio responsabile.

Sarebbe l’ora di rimettere le cose a posto tornando alla realtà dopo lo sbandamento di questi anni. E già questo sarebbe un contributo alla nostra identità nazionale.

È importante fare chiarezza e rimettere i piedi per terra perché stiamo vivendo tempi difficili. Tempi nei quali si mettono le basi per l’Italia che saremo nel futuro. Non quello lontano, ma quello più vicino. Osserva Giavazzi che quando si terranno le prossime elezioni 10 milioni di cittadini non potranno partecipare perché troppo giovani. Eppure sono proprio quelli che saranno toccati dalle scelte che si compiono adesso. In sostanza stiamo decidendo per loro. Quale sarà la nostra eredità dunque?  

Giavazzi riporta alcune domande che gli ha rivolto una studentessa quindicenne: «Professore, perché dovremmo farci noi carico dei debiti accumulati dalla vostra generazione? Quelle spese vi hanno consentito di vivere al di sopra dei vostri mezzi, mentre noi non ne abbiamo tratto alcun beneficio. Né ci avete lasciato, ad esempio, edifici scolastici o impianti sportivi più moderni». Forse la studentessa sapeva già che la crescita economica dovrebbe essere superiore a quella del debito per non cadere nella trappola di un incremento inarrestabile. Oppure immaginava che buona parte della spesa sociale è destinata agli anziani e che questa tende ad allargarsi come è dimostrato dalla legge sulla cosiddetta Quota 100 che aumenta il nostro «debito pensionistico» (differenza fra le pensioni che lo Stato si è impegnato a pagare in futuro e i contributi che lo Stato incasserà da chi lavora). Oggi questo debito è circa il doppio di quello «pubblico» composto da Bot, Btp etc. e Quota 100 lo ha aumentato di quasi 100 miliardi. Questa è la realtà con la quale bisogna fare i conti e che non segue le logiche della propaganda. Serve ancora aggiungere che aumentare il debito per investire sul futuro è un conto e aumentarlo per comprare il consenso è un altro? No lo sappiamo tutti.

L’eredità si compone già di due debiti, ma ce n’è un altro che incombe: il deterioramento del clima e dell’ambiente che avrà sicuramente costi economici elevati e peggiorerà le condizioni di vita.

Vista dalla prospettiva dei giovani e alla luce dei debiti che erediteranno dalle generazioni precedenti la paura del futuro diventa qualcosa di concreto che impone scelte responsabili e coraggiose. I debiti cui si è accennato corrispondono ad altrettanti snodi cruciali che già oggi stanno facendo scivolare indietro il nostro Paese. Compito della politica è mettere questi snodi al centro della sua attenzione e le deviazioni verso modelli di democrazia plebiscitaria ed illiberale o il disprezzo per le competenze e per la complessità delle decisioni che governano la nostra società aumentano la velocità dello scivolamento.

Alla visione agitata ed estremizzata che si è diffusa in questi anni dovrà sostituirsene una concreta che assuma il futuro prossimo come suo traguardo. Far finta che non esistano i problemi ed inventare nemici contro i quali indirizzare la rabbia e il malcontento è solo deleterio e ci danneggia. Se l’Italia è l’ultima fra i paesi della zona euro è perché da troppo tempo c’è la consapevolezza dei nodi strutturali che occorre affrontare, ma vengono sempre rinviati perché comportano dei prezzi da pagare. Non si tratta di fare dei sacrifici, ma, anzi, di smettere di farli per coprire le lacune. Ora è il tempo non solo di cambiare governo, ma di mutare mentalità e atteggiamento. Prima si comincia a farlo meglio è

Claudio Lombardi

Zingari zingaracci pagliacci e buffoni

Giocavamo nel parco, spensierati bambini degli anni Cinquanta, e le mamme ci rimproveravano: «Guardati! Ti sei conciato come uno zingaro». Zingaro: sostantivo maschile singolare. Zingara: sostantivo femminile singolare. Zingaraccio/a: sostantivo con suffisso spregiativo. Zinghero: accezione popolare («so’ stati i zingheri»).

Nel parla come mangi della politica nostrana degli anni Duemila, sono davvero stati i zingheri: a rubare, a sporcare, a rapire innocenti bambini bianchi, a meritarsi il castigo della ruspa. Il primo indiziato, il primo accusato, il primo gridato dai titoli della cronaca nera è sempre lo zingaraccio. Ricordate Erika e Omar, i due soavi sedicenni che nel 2001 uccisero a coltellate la madre e il fratellino di lei? Prima di confessare, accusarono a colpo sicuro albanesi, zingari, extracomunitari: l’intero melting pot dei barbari invasori.

Zingari, altro che Rom! Questi termini arcani lasciamoli ai radical chic come l’ultraottantenne senatrice Liliana Segre, scampata da Auschwitz, che così racconta come in un sol giorno nel campo vennero liquidati tutti i Rom: «Il nostro spazio confinava con le baracche degli zingari, che sembravano continuare a vivere la loro vita, senza divise, in famiglia. Poi una mattina non c’era più nessuno, il vento trascinava stracci, resti di stoffa, piccoli oggetti di casa, cenere. E allora una prigioniera disse: li hanno bruciati tutti».

A Babij Jar, un profondo dirupo alla periferia di Kiev, i nazisti che nella seconda guerra mondiale avanzavano verso Mosca uccisero almeno centomila esseri umani: prima gli ebrei, poi i comunisti e i prigionieri di guerra russi, poi gli ucraini non collaborazionisti, infine intere famiglie Rom. Per loro – racconta lo scrittore Anatolij Kuznecov – spesso non si sprecavano pallottole: bastava un colpo di badile in testa o nel ventre, una bastonata ben assestata. Si formavano così montagne di morti e moribondi, un verminaio di corpi straziati. Interveniva infine la santa ruspa, che tutto cancellava, che tutto livellava, che tutto nascondeva sotto tonnellate di terra.

Vi dice niente la parola ruspa, in questa sventata, limacciosa, infelice estate italiana? La bandiera della ruspa sventola sulla spiaggia di Milano Marittima, tra improbabili ariani d’occidente, cavernicoli gonfi di birra che si agitano e urlano e bevono e sudano e si scambiano selfies con il potente di turno. Guardi quelle foto scattate al Papeete Beach e ti verrebbe di dirlo, a quel bamboccione di ministro, con la pancia sudata, la bottiglia in mano, il cappellino da scemo e la lingua di fuori: «Guardati, ti sei conciato come uno zinghero!»

Eppure, eppure. I nazisti di Babij Jar mostravano quella funerea, diabolica gravitas che li rendeva protagonisti di una immane tragedia storica. Guai a confondere il ministro sbruffone con i mostri e gli spettri del secolo che ci sta alle spalle. Qui e oggi va invece in scena una truce commedia all’italiana che parla di piccole e piccolissime persecuzioni quotidiane, di violenza esibita e praticata, di abusi da guitti, di volgare ignoranza e di paura trasfigurata in aggressività: un cane che abbaia e mostra i denti. Non vi basta? Non ci basta? Come avverte Philip Roth: «Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui».

Flavio Fusi tratto da www.tessere.org

Oltre Bibbiano, la psicologizzazione della vita

La vicenda di Bibbiano è stata una fortuna per Salvini e Di Maio perché ha fornito loro un tema di propaganda tra i più volgari e cinici che si potessero immaginare. Basterebbero poche frasi estrapolate dalle loro dichiarazioni per inserirli nella categoria dei gangster politici. Attribuire al Pd la responsabilità di un preteso traffico di bambini storditi a colpi di elettroshock è qualcosa di infame che deve restare per sempre nel curriculum di Di Maio. Salvini è stato solo leggermente meno stupido, ma anche lui si è qualificato come speculatore senza scrupoli.

Ciò detto dobbiamo andare oltre e cercare di capire perché la vicenda ha una sua oggettività che non deve essere ignorata. Sgombriamo il campo dalla teoria delle mele marce non perché gli operatori coinvolti non possano esserlo, ma perché ci sono questioni ben più corpose delle quali occuparsi.

Ci aiuta ad individuarle Ernesto Galli della Loggia in un recente articolo sul Corriere della Sera.

Il punto di partenza del ragionamento è un fatto dal quale la vicenda di Bibbiano ha preso il via: molte indagini della magistratura per abusi sessuali commessi dai genitori sui loro figli si sono concluse nel nulla, ovvero quegli abusi non sono mai esistiti e le accuse, benché sostenute da relazioni  diagnosi e perizie di esperti, si sono rivelate prive di fondamento.

Da qui si è arrivati alla scoperta delle manipolazioni e delle forzature ai danni dei minori che, nel frattempo, erano però stati sottratti alle famiglie e dati in affidamento. I responsabili di queste e di altre manipolazioni che vengono scoperte in queste settimane appartengono ad una Onlus che segue un orientamento dottrinario e metodologico divergente da quello riconosciuto dalla stragrande maggioranza della comunità scientifica (psicologi, psichiatri, neuropsichiatri infantili e criminologi) che ha preso come riferimento delle linee guida da seguire la Carta di Noto, stilata nel 1996.

Per Galli della Loggia però il problema è più grande di una semplice divergenza metodologica e riguarda quello che lui chiama il fenomeno contemporaneo della psicologizzazione della vita ossia la tendenza a spiegare ogni problema che tocca la vita delle persone (e dei minori in particolare) come conseguenza di traumi psicologici. Di qui la ricerca ossessiva di abusi e turbe che allontanerebbero i comportamenti degli individui da una normalità intesa come concetto astratto.

I servizi sociali, nati per soccorrere le persone in difficoltà, si sono trasformati in indagatori del disagio psicologico che, ovviamente, trova nel mondo della scuola e nelle età infantili e adolescenziali il suo terreno più fertile e produttivo di casi da affrontare.

La critica di Galli della Loggia si rivolge anche al sistema scolastico che è stato spinto a relegare in secondo piano l’istruzione in favore della formazione. Ciò ha indotto la scuola a mettere al centro l’indagine su ogni possibile problema psicologico, familiare, comportamentale dei giovani trasformandosi così in una specie di branca dei servizi sociali.

Al fine di supportare questa immane opera di indagine e di supporto psico-assistenziale sono comparse una miriade di onlus, associazioni ed entità dedicate alla ricerca e alla cura di ogni forma di disagio e, quindi, alla ricerca delle loro cause che, secondo gli orientamenti dei protagonisti del caso di Bibbiano sarebbero nella maggior parte riconducibili agli abusi sessuali.

Il ragionamento di Galli della Loggia non è del tutto condivisibile perché è un bene che la scuola sia attenta alla personalità e ai problemi comportamentali degli alunni. Il problema più grande tuttavia è un altro, ed è quello della ricerca ossessiva di una “normalità” comportamentale da perseguirsi ricercando ed eliminando il disagio psicologico. Vi è qui una sorta di tecnicizzazione dell’esistenza e la spinta ad uniformarsi a standard definiti a priori. Se si volesse portare un esempio un po’ comico bisognerebbe citare alcuni film di Woody Allen nei quali il protagonista ha un filo diretto con il suo analista e lo consulta di continuo rivelandosi incapace di scegliere da solo. Si ha l’impressione che si sia diffuso un orientamento che fa avvertire come disagio qualunque deviazione da una sorta di felicità standard che dovrebbe appartenere alle persone. Di qui la ricerca, spesso ossessiva, delle cause di tali deviazioni nella tensione verso un modello di individuo astratto.

La vicenda di Bibbiano è una degenerazione probabilmente dolosa, ma non è estranea al fenomeno della psicologizzazione della vita

Claudio Lombardi

Il disfattista al tempo del sovranismo

Disfattismo è l’opera di chi (disfattista)con voci allarmistiche e denigratorie tenta di ostacolare l’azione del governo o delle autorità, la riuscita o il buon andamento di una impresa…

SABATO

Da qualche tempo non dimentico di consultare il mio rating personale sui giornali che contano. Ebbene, proprio oggi ho avuto la cattiva notizia che paventavo da tempo: il mio spread individuale è stato aggiornato: da buonista, e senza nemmeno passare per la casella di malpancista (come segretamente speravo) sono stato degradato a disfattista.

Del resto, lo spiega bene “Il Fatto quotidiano”: ora che siamo in guerra, ora che le nostre cannoniere, i nostri elicotteri, i nostri sommergibili solcano il mare alla ricerca di terroristi dediti alla sostituzione etnica, non è più tempo di inutili bamboleggiamenti semantici: pane al pane, disfattista a disfattista.

Gli effetti di questo declassamento si sono subito fatti sentire. Ieri il mio macellaio di fiducia – un aborigeno padano dai modi spicci- ha fatto finta di non vedermi e si è rifiutato di servirmi la solita fettina di vitellone. Mentre battevo in ritirata, l’ho sentito mormorare: «Altro che vitellone! Vada a magnà il kebab dai suoi amici turchi».

Peggio è andata con la sora Rosa, che da trent’anni mi aggiusta giacche e pantaloni. La vecchia sarta mi ha preso di punta di fronte a tutti: «signor mio, io sono buona e cara. Ho fatto finta di niente quando era buonista, ma disfattista è davvero troppo. Da qui in avanti i bottoni se li faccia attaccare alla moschea».

Travolto dalla vergogna, ecco come sono. Da giorni questa parola – disfattista – mi risuona nella testa come una campana a morto. Nella speranza di qualche via di uscita almeno semantica, ho voluto cercare nel dizionario, ma quello che ho trovato mi ha addirittura gelato il sangue.

Ecco qui: «disfattismo è l’opera di chi con voci allarmistiche e denigratorie tenta di ostacolare l’azione del governo o delle autorità, la riuscita o il buon andamento di una impresa…». Ancora peggio: «in tempo di guerra è l’attività di chi con vari mezzi si adopera per la disfatta del proprio paese, anche col diffondere sfiducia e pessimismo sulle possibilità di vittoria». Tutto, tutto questo mi può essere addebitato. Non ho forse parlato con eccessiva disinvoltura delle ricette che dovranno portare il Paese a un nuovo miracolo economico? Non ho forse scosso la testa di fronte ai festeggiamenti per l’abolizione della povertà? E quando ho pubblicamente dichiarato che preferivo le “capitane” ai “capitani” (giuro, era uno scherzo!) lo sapevo, lo sapevo che mi sarebbe costato il passaggio sic et simpliciter dalla categoria di buonista a quella di disfattista.

Dunque eccomi pronto al sacrificio. Del resto, se mi soffermo sulla sorte di altri famosi disfattisti della storia, c’è poco da stare allegri. Lo scrittore russo Danijl Kharms, accusato di disfattismo e imprigionato durante l’assedio di Leningrado, morì di fame nella sua cella. Nella Germania nazista, Elizabeth von Thadden, una dolce signora che non amava Hitler, venne condannata a morte e impiccata per disfattismo e tentato tradimento. Mi fermo qui, perché mi tremano i polsi.

DOMENICA

Non ho attenuanti, non ho scuse da invocare. È vero che qualche giorno fa ho messo “mi piace” sotto il video che mostra il mancamento di Angela Merkel, lo svenimento e il tremore della cancelliera crucca. Ma che volete che sia un semplice like! Dovevo scrivere “culona”, ecco cosa dovevo fare! Mi dico che non tutto è perduto. Che il mio rating resta ancora nel range dei suffissi in -ista. Mia moglie, dio la benedica, mi rassicura. I guai tosti arrivano quando gli analisti recentemente assunti come navigators individuano uno spread personale nel campo davvero pericoloso dei suffissi in –ore. Non riesco nemmeno a pronunciarli, questi gradini dell’inferno: sabotatore, disertore, delatore, traditore. Per quanto mi riguarda, ho deciso fermamente di attestarmi sul bagnasciuga del disfattista, e magari risalire la china. Per questo, da domani, indosserò una maglietta con lo slogan «prima gli italiani», intanto per vedere l’effetto che fa sul macellaio e sulla sarta.

LUNEDI’

Sono rovinato! Tutto è perduto! Qualcuno che mi vuol male ha pubblicato sul mio profilo Fb la canzone Il disertore di Boris Vian. Proprio lì, dio ne scampi, dove scrive: «a tutti griderò di non partire più /e di non obbedire/ per andare a morire /per non importa chi./Per cui se servirà/ del sangue ad ogni costo/ andate a dare il vostro/ se vi divertirà». Denunciali! dice mia moglie. Ma chi devo denunciare? Questa maledetta canzone l’ho pubblicata proprio io qualche anno fa, quando mi baloccavo con l’idea di essere un giovane rivoluzionario, pronto a combattere per la gente contro i poteri forti.

Disgraziato, mi sono rovinato con le mie mani. Ecco appunto: sfoglio “Il Fatto quotidiano” e leggo che il mio spread personale è schizzato nel campo pericolosissimo della rima in –ore. Disertore, c’è scritto, papale papale. A loro non la si fa, siamo perduti. Mia moglie si torce le mani, i figli piangono nella culla, il cane abbaia. Sento già gli scarponi chiodati dei navigators rimbombare nella tromba delle scale. È la fine. Adieu, adieu, remember me!

Flavio Fusi tratto da www.tessere.org

Invecchiamento: Italia peggio di tutti

L’invecchiamento della popolazione è una tendenza mondiale. Però l’Italia è tra i paesi che più l’hanno accelerata. È soprattutto la persistente bassa fecondità che continua ad alimentare i nostri squilibri demografici. E ci sarà un prezzo da pagare.

I CAMBIAMENTO MONDIALI

Via via che attraversiamo il XXI secolo, la questione demografica si sposta dall’eccesso di crescita del numero di abitanti del pianeta all’impatto pervasivo dell’invecchiamento della popolazione.

Nella seconda metà del secolo scorso, la popolazione mondiale è passata da 2,5 a 6,1 miliardi. Se lungo tutta la storia umana la nostra specie è cresciuta fino ad arrivare a 2,5 miliardi nel 1950, in solo mezzo secolo si è aggiunta una popolazione 1,4 volte più grande. Mai si era vista una crescita demografica così intensa in passato, ma verosimilmente non la si vedrà più nemmeno in futuro. Le più recenti proiezioni delle Nazioni Unite (World Population Prospects 2019) indicano una popolazione mondiale di 9,7 miliardi nel 2050. Significa che per ogni persona presente nel 2000, se ne aggiungerà un’altra mezza abbondante (0,6 circa) nel corso della prima metà del XXI secolo.

Nel 2100 si prevede una popolazione leggermente sotto gli 11 miliardi. Il che equivale ad affiancare poco più di 0,1 persone a ciascuna presente nel 2050.

Se è vero che non siamo mai stati così tanti e che aumenteremo ancora per un po’ – con tutto ciò che questo significa in termini di impatto sulle risorse e la salute generale del pianeta -, il contributo alla crescita demografica portato dai vari paesi è però in continua riduzione. Si allarga, infatti, l’insieme dei paesi che vedono ridursi il proprio numero di abitanti, mentre si restringe il numero di quelli con alto tasso di incremento. Quasi la metà della crescita della popolazione mondiale da oggi al 2050 sarà concentrata in soli otto stati situati in Africa e in Asia. Nella seconda metà del secolo, l’aumento degli abitanti del pianeta sarà, di fatto, tutto attribuibile alle dinamiche dell’Africa sub-sahariana.

Nel frattempo, diventa sempre più largo un altro insieme, quello dei paesi con vertice della piramide demografica più ampio rispetto alla base: in particolare con persone di 65 anni e più (uscite dall’età tradizionalmente attiva) in numero più elevato rispetto agli under 15 (persone non ancora in età lavorativa). Nel 1950 la percentuale di persone di 65 anni e oltre era pari al 5,1 per cento sulla popolazione mondiale, mentre l’incidenza degli under 15 era del 34,3 per cento. Si prevede che alla fine di questo secolo i primi saliranno oltre il 22 per cento, mentre i secondi scenderanno sotto il 18 per cento.

GLI SQUILIBRI ITALIANI

Se questa è la tendenza globale, l’Italia si è autocollocata tra i paesi che più l’hanno accelerata ed estremizzata. Nel nostro paese le persone di 65 anni e più hanno già raggiunto la percentuale che il mondo avrà a fine secolo. Ma soprattutto abbiamo ridotto la presenza delle più giovani generazioni su livelli che il complesso del pianeta vedrà forse solo in una fase avanzata del XXII secolo: gli attuali under 15 italiani sono il 13,2 per cento, secondo i dati Istat.

L’invecchiamento della popolazione è alimentato da un processo proprio – l’allungamento della durata media di vita dei singoli – e da un processo indiretto – la riduzione della natalità, la quale non aumenta il numero degli anziani, ma ne accresce il peso riducendo il numero di giovani (produce quindi un processo di “degiovanimento” più che di invecchiamento).

È soprattutto la persistente bassa fecondità italiana, nel 2018 pari a 1,32 figli, che ha prodotto gli squilibri demografici attuali e che continua ad alimentarli.

Quasi tutti i paesi avanzati si trovano sotto i due figli in media per donna (livello che corrisponde all’equilibrio generazionale). Però, nei paesi dove il tasso di fecondità non è precipitato troppo (come Francia, Svezia, Stati Uniti, Nuova Zelanda, tanto per citarne alcuni pur con sistemi di welfare molto diversi tra di loro), di fronte alla popolazione anziana che aumenta, quella in età lavorativa rimane solida.

A parità di allungamento della vita media, i costi dell’invecchiamento sono invece molto più rilevanti nel nostro paese, perché si riduce progressivamente la popolazione attiva (meno 6 milioni da qui al 2050, come indica l’ultimo Rapporto annuale Istat), ma anche perché la spesa sociale è già oggi tra le più sbilanciate verso pensioni e salute pubblica, perché stiamo investendo poco in politiche di apprendimento permanente e di supporto a una lunga vita attiva, perché perdiamo giovani dinamici e qualificati a vantaggio di paesi che meglio valorizzano il capitale umano, perché occupazione femminile e fecondità continuano a essere vincolate verso il basso dalla carenza di efficaci politiche di conciliazione. Magari anche perché, assieme a tutto questo, continuiamo a considerare l’immigrazione solo come un problema anziché un fenomeno complesso da governare e inserire strutturalmente nei nostri processi di crescita

Alessandro Rosina (professore ordinario di Demografia e Statistica sociale alla Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano)

tratto da www.lavoce.info

Salvini: confusione rivestita di arroganza

Secondo il ”Corriere”, la scrivania di Salvini sarebbe combinata così. Uno studio sulla Abenomics (Giappone), un paese che non cresce da vent’anni. Un secondo studio sulla politica trumpiana (aumento spesa pubblica 5 per cento, crescita 2,5) e, infine, una statua alta un metro di un personaggio inesistente, inventato, e cioè Alberto da Giussano.

La scrivania descrive bene la confusione mentale del politico oggi più potente in Italia. La sua testa è una specie di insalata mista, dove il vero e il falso, l’inutile e il superfluo si mischiano. Meglio avrebbe fatto a sistemare una foto grandezza naturale della fidanzata Francesca Verdini: almeno quella è reale, ha gambe lunghe e una laurea alla Luiss.

E la confusione è la cifra sovrana di questo sovranista: continua a ripetere che alla Ue insegnerà a stare al mondo. Peccato che non conti niente. Sarà tanto se lo faranno accomodare sullo zerbino nella nuova Ue. E così via.

Ma la forza di Salvini è come la statua di Alberto da Giussano: se tu la fai alta un metro e la metti in bella vista, finisce che qualcuno ci crede davvero. Lui spara bugie in continuazione, ma tante di quelle volte che alla fine un sacco di gente gli crede.

Adesso ha la fissa della politica trumpiana (taglio selvaggio delle tasse). Tria gli ha spiegato che per fare quelle cose bisognerebbe avere il dollaro come moneta, ma non gli ha fatto i disegnini e quindi Salvini non ha capito. Non ha capito, cioè, che se hai il dollaro come moneta (usata in tutti gli scambi internazionali) e se gli aggiungi la quinta e la sesta flotta, puoi fare quasi tutto quello che vuoi.

Ma se hai solo l’euro (che dipende da Francoforte, cioè dai tedeschi) e niente altro, nemmeno una miserabile portaerei, ma solo qualche portaelicotteri sulla quale poi si mettono aerei a decollo verticale (astuzia italica), è inutile che ti gonfi il petto. Questo va bene a Viggiù (con Francesca che, adorante, ti aspetta in macchina), ma a Bruxelles lascia tutti più che altro sconcertati e perplessi.

Infatti, gli osservatori più attenti sostengono che il governo a trazione salviniana rischia fortemente di non prendere nemmeno una carica importante, decente, nel nuovo vertice di Bruxelles. Impavido, Salvini continua a urlare che il suo è il partito che ha preso più voti in Europa e forse è vero. Peccato che li abbia presi in Italia, cioè in un paese agonizzante, e non in Germania o in Francia. Insomma, arrivare primi all’ospizio dei vecchietti non è un vero primato, ma solo un’opera buona. E questo siamo oggi: lo dice persino l’Istat. Bisogna andare alle origini del secolo scorso per trovare la nascita di così pochi bambini: la gente non li fa, punto e basta.

Le salviniane di sinistra (esistono anche queste creature) sostengono che è perché manca un’adeguata politica della famiglia. Vero. Come è vero che nessuno ha davvero voglia di fare bambini in questa Italia così confusa e incerta. Per cambiare le cose non basta qualche sussidio per i biberon e il latte: servirebbe cambiare il paese o aprire le porte all’immigrazione intelligente, come ha appena fatto il Giappone, che ha autorizzato l’ingresso di 150 mila stranieri, non avendo più nuovi cittadini propri.

Ma se nemmeno Tria è riuscito a spiegare a Salvini che l’Italia non è gli Stati Uniti e che lui non è Trump, ma solo uno scansafatiche ambrosiano, mai lavorato un solo giorno, considerato fino a ieri poco più che una macchietta, chi siamo noi per tentare di convincerlo a essere prudente e umile?

L’impresa appare disperata.

La sua testa è un’insalatona (cipolle, peperoni, trevisana, rapanelli, broccoli, tonno) e nessuno ci può fare niente.

Giuseppe Turani tratto da https://www.uominiebusiness.it

I giovani italiani che vogliono scappare

Voglio raccontarvi la sintesi di una telefonata alla TIM. E’ una bella e brutta storia, ma merita. Per la giovane operatrice e per quello che ha trasmesso a me, a tutti noi, con una elementare ma perfetta “rasoiata”.

Piccolissima premessa per capire. Dall’ADSL passo a Fibra. Ma TIM si sbaglia e fa una voltura. Come fossi un nuovo cliente. La domiciliazione (durata 30 anni) scompare e mi ritrovo due bollette in morosità senza saperlo. Le pago, ma poi mi ritrovo 2,22 euro x 2 bollette di multa per ritardato pagamento. Ovvio. E in più, spulciando la bolletta, vedo che TIM Vision che mi era stata promessa gratis, me la fanno pagare 1 euro.

Bene, dico, visto che fanno gli accattoni loro, faccio il tirchio anche io. Pure per un euro. Chiamo il 187 e spiego la questione. Senza rabbia, ma con buon senso e ragionevolezza, senza un briciolo di alterazione emotiva.

L’operatrice mi ascolta e su Tim Vision dice che il contratto “è quello da 30 euro”. Ti dicono pure che Tim Vision è gratis ma in realtà è obbligatorio, cioè 29 euro la linea + 1 Tim Vision. Vabbè. Sembra la stessa cosa, ma non mi trattate da deficiente. Allora (replico) ridatemi i soldi per avermi fatto pagare multe per un vostro errore. “Deve aprire un reclamo – mi dice l’interlocutrice – e dovrà dimostrare lei il loro errore”. Ma si può litigare per 2 euro?

MA AD UN TRATTO, ECCO GLI SNODI: Con un pizzico di attenzione, ringrazio la ragazza che mi ha ascoltato con pazienza e le dico che, anche se non sembra, sono arrabbiato, perchè tutte le aziende, ACEA, ENI, ENEL, le Banche, Vodafone e gli uffici fanno tutte come Tim: un continuo confronto-scontro per cose che non vanno, in cui l’utente però è sempre soggiogato dalla loro forza economica e dal loro potere.

Ed ho accennato alla operatrice che anche lei, nella sua vita reale, sarà una utente e “smadonnerà” a destra e a sinistra per tutti gli impicci quotidiani piccoli o grandi simili al mio.

Ed ho aggiunto: con le aziende CHE PAGANO I CALL CENTER SOLO PER STOPPARE LE LAMENTELE AL 50% E PER RISOLVERE I PROBLEMI REALI NELL’ALTRO 50.

A questo punto l’operatrice mi interrompe, e mi dice: NO. L’80% SONO LAMENTELE. L’80% no il 50.

E poi mi accenna (con mio dolore umano) e mi rasoia il volto: “Lei ha l’età di mia nonna (cavolo, vero, io ho 70 anni, lo avrà capito dal CF o dal contratto?), e mia nonna ogni giorno mi dice di scappare da questo Paese, di SCAPPARE PRESTO, CHE ALTRIMENTI IL MIO FUTURO E’ SEGNATO“.

Non le chiedo il nome, non approfondisco oltre, e si che avrei voluto capire la sua storia professionale, le ragioni più profonde del suo dire. Invece le chiedo solo quanti anni ha.

Ci pensa un po’ e poi sottovoce: ventuno.

Ecco, sentire genericamente dai giovani che bisogna scappare, è un leitmotiv quotidiano, forse ormai privo di sentimenti, che ci ha abituato a tanto al chilo.

Ma sentirlo direttamente da una ragazza (intelligente, educata, colta e capace di fare il suo lavoro, ma “pagata solo per reggere alle incazzature degli utenti evitando noie alla azienda”), con la consapevolezza di ciò che diceva – perchè nella telefonata parlava di sua nonna, MA ERA LEI CHE VOLEVA SCAPPARE – ecco, questo ti ferisce il cuore e capisci che quando viene meno la speranza, soprattutto nei giovani, viene meno l’identità. Di un lavoro. Di un amore. Di un Paese. E ci si perde. A meno di scappare.

E qui non si tratta di governo o di poteri politici, o meglio non solo: si tratta della presa di atto definitiva, di un tessuto sociale, produttivo, emozionale… ormai liso, sfilacciato, ad solo un minuto secondo dalla sua definitiva rottura

Michele Pizzuti

Il concorsone dei navigator

In migliaia hanno attraversato la penisola per aspirare a uno dei 2.980 posti da “navigator”, il mestiere di chi dovrebbe trovare un mestiere agli altri.

Fin dai tempi spensierati di Totò e Peppino, il “concorsone” è un classico della commedia all’italiana. La parola evoca folle sterminate che sgomitano e si accalcano, aule troppo piccole, bigliettini e appelli a voce alta, risse nei corridoi, caldo asfissiante, svenimenti e speranze al vento. In alto, tra minacciose nuvole estive, il grande Moloch del “posto fisso” sghignazza e si prende gioco dei candidati sfiniti.

Nulla cambia, nel nostro incorreggibile Paese, anche quando l’antico  concorsone serve a selezionare  una figura nuovissima  e misteriosa: il navigator.  «Chi siamo, che cosa siamo venuti a fare, dove andremo», si chiedono dunque con esistenziale interrogativo i quasi ventimila aspiranti navigators che proprio in queste ore affrontano la prova nei grandi spazi della Fiera di Roma.

Ecco una transumanza che conosciamo da decenni: in migliaia hanno attraversato la penisola a bordo di grandi autobus di linea, vengono in gran parte dal Sud ma anche dal Nord,  sono in maggioranza donne, sono giovani ma anche di mezza età, precari e disoccupati, laureati di tutte le risme. In sintesi: uno spaccato dell’Italia che conosciamo, incerta, stanca, alla ricerca di stabilità e piccole certezze.

Da questo esercito, come prescrive la legge, saranno selezionati i 2.980 fortunati. E dopo? qui le tavole della legge si fanno nebulose: i navigators dovranno aiutare i percettori del reddito di cittadinanza a trovare lavoro. Disoccupati diventati precari  che aiutano disoccupati a diventare precari: «spingitori di spingitori di cavalieri», come spiegava Corrado Guzzanti, raccontandoci a suo modo il meccanismo bellico del medioevo.

C’è poco da ridere, purtroppo. «Qui dentro ho incontrato tanti concorsisti di mestiere», si sfoga un ragazzo. «È un concorso per disperati. È il fallimento dello Stato». Ma così vanno le cose, nel paese dei concorsoni. Uno ci prova, magari ci riesce. Prova a rispondere a cento domande con cento crocette in cento minuti: un miscuglio di discipline, dai classici della macro-economia, al marketing, alle nuove leggi del governo del cambiamento. Con tanta buona volontà e un po’ di fortuna diventi navigator, risolvi per un periodo il tuo problema, in attesa –chissà –  di risolvere i problemi degli altri.

C’è sempre la vecchia anima dell’io speriamo che me la cavo,  nel Paese futurista che affronta  rombando i primi tornanti del terzo millennio. L’Italia di oggi è uno spettacolo, e il mondo – potete giurarci – guarda con stupore a questo miscuglio di prometeismo e arte di arrangiarsi: eroi e farisei. Scrive il New York Times: «Nell’attuale versione italiana della politica alla rovescia, il buono è denunciato  come imbelle, gli  esperti sono derisi e i più concreti dati economici vengono sottoposti ad analisi dadaiste».

In attesa della versione dadaista del reddito di cittadinanza restiamo al nostro concorsone, alle speranze allo scetticismo e ai tremori dei candidati, nelle aule affollate della Fiera di Roma: ce la spacciano per una rivoluzione, in realtà è solo la vecchia riffa di Totò e Peppino.

Flavio Fusi tratto da www.tessere.org

I patacones, nonni dei minibot

Argentina, 2001: la crisi – mal gestita da pessimi politici – mette in ginocchio il Paese. Per far fronte ai debiti e per pagare i dipendenti pubblici, lo Stato corrotto decide di stampare una “quasi moneta”: i patacones. Vi ricorda qualcosa?

Cominciamo dalla fine. Agosto 2016: il governo di Mauricio Macri ordina la distruzione di 239 milioni di biglietti, impacchettati in colonne ben ordinate per centinaia di metri e conservati da dieci anni nei sotterranei del Bapro (Banca della provincia di Buenos Aires). In pochi giorni sono inviate al macero 240 tonnellate di carta senza alcun valore. Vanno così in fumo miliardi e miliardi di patacones, una moneta spuria e impotente, simbolo di uno dei periodi più neri della storia del Paese.

Per l’Argentina, più che di un falò delle vanità, si tratta del falò della politica. Vediamo: nel pieno della rovinosa crisi economica del 2001-2002, con le banche chiuse, i conti correnti bloccati e sanguinose proteste di piazza, il governo provinciale di Buenos Aires emette una nuova moneta (ufficialmente “Letra de Tesoreria para cancelacìon de obligaciones”) per pagare i fornitori e far fronte agli stipendi degli impiegati del settore pubblico. Tecnicamente, si tratta di un buono che sostituisce a tutti gli effetti il Peso argentino, in un momento in cui la penuria di circolazione legale della moneta rende impossibile far fronte ai debiti dell’amministrazione pubblica.

Le crisi – come scrive El Paìs – stimolano da sempre un disperato sarcasmo, e producono a cascata barzellette, calembours, parole nuove. In Argentina, l’uomo della strada – l’operaio, l’impiegato e il borghese rovinati dalla recessione – accettò a denti stretti il termine patacones, e lo tradusse in cuasimonedas: per intendere lo sciame di farfalle di carta che invase l’asfittico mercato della capitale fallita.

L’esempio di Buenos Aires fu presto seguito in tutto il Paese. Mentre la crisi si trasformava in fallimento, ogni governo regionale stampò la propria quasi-moneta, in una sarabanda di nomi di tragica fantasia: Lecop, Quebracio, Lecor, Tucu, Bocade, Cecaror, Huarpes.

Alla fine della sagra si conteranno ben sedici tipi di moneta fittizia, ognuno con il suo colore, i suoi profili di qualche Padre della patria, i suoi numeri di serie. Inutile dire che l’emissione dei fantasiosi biglietti non ebbe alcun effetto benefico sulla sorte del Paese, che dovette passare attraverso tutti i gironi infernali del fallimento economico e politico: scontri di piazza, cadute di governi, fughe di presidenti, chiusura delle banche e rovina delle industrie, disoccupazione e fame.

Altro che patacones! Intorno alle fabbriche sbarrate della periferia industriale di Buenos Aires si fece largo un’economia parallela basata sui cosiddetti crediti: in pratica, il ritorno al baratto, dove un dolce fatto in casa vale due paia di calzini e una lezione di inglese (per chi non si rassegna) si può scambiare con un taglio di capelli.

I nostri cugini d’Argentina ci sono dunque già passati, attraverso questa febbre dei patacones, e la storiella dei minibot l’hanno già sperimentata. In Italia, la ricetta è in qualche modo simile. Lo Stato deve pagare i creditori e in prospettiva i dipendenti pubblici, ma i soldi non ci sono. C’è invece una montagna di debiti, che cresce a vista d’occhio. Se con l’euro, Roma (e ci mancherebbe) non può stampare moneta, quale migliore scorciatoia che inventare una quasi-moneta? I creditori, finalmente pagati, saranno soddisfatti. I politici al governo potranno esultare, su Facebook si potrà dire di aver risolto un altro problema, alla faccia dell’Europa dei banchieri. Poi, è vero, la crisi farà il suo corso e ci consegnerà il conto, ma guai a chiamarla crisi. Si tratterà al massimo di un processo di aggiustamento dell’economia. La cronaca del Rio della Plata racconta che nel 2016 i patacones stipati nei sotterranei della Banca si erano infine trasformati in un problema ambientale: «Sono trascorsi gli anni e l’inchiostro ha cominciato a puzzare, i pacchetti si gonfiano e si rompono, l’umidità ha creato la muffa…». Insomma, una rovina.

Per l’Argentina, distruggere i patacones ha significato in un certo senso voltare pagina rispetto a un periodo nero della storia nazionale. È stato come mettere ordine, tornare a una fragile normalità. Nessuna lezione: che la storia insegni qualcosa è una balla a cui nemmeno i più ingenui credono più, e questo vale per l’Argentina e vale per l’Italia. Così non è davvero escluso che il nostro Paese ignaro e scervellato alla fine si incammini fischiettando dentro il tunnel di qualche italico patacòn. Tuttavia un avviso ai naviganti è perlomeno doveroso: la crisi argentina del 2001 culminò con l’assalto ai palazzi del potere politico e finanziario, e al grido «que se vayan todos!». E tutti – proprio tutti – i politici sciagurati che avevano contribuito alla rovina del Paese dovettero fare le valige e andarsene di corsa.

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

Gli imprenditori della paura

Pubblichiamo un articolo di Tito Boeri tratto dal sito www.lavoce.info

La nostra nuova classe dominante ha messo in moto un circolo vizioso sull’immigrazione. Chi ha a cuore la tenuta dei nostri conti pubblici e delle nostre pensioni, dovrebbe temere che gli immigrati e con loro molti giovani italiani se ne vadano dall’Italia invece del contrario.

LE PAURE DEGLI ITALIANI

“Quando milioni di poveracci sono convinti che i propri problemi dipendano da chi sta peggio di loro, siamo di fronte al capolavoro delle classi dominanti”.  Questo il testo di un manifesto appeso fuori da una bocciofila milanese. Ho voluto trascriverlo perché contiene, nella sua semplicità, una grande verità.

C’è, in effetti, chi ha volutamente alimentato la diffidenza nei confronti degli immigrati trasformandola in aperta ostilità e che coi toni truculenti nei loro confronti si è conquistato un posto in prima fila nella classe dirigente.

Poniamoci alcune domande. Sono davvero gli immigrati il problema numero uno del nostro paese? Cosa dovremmo temere dal loro arrivo? Non dobbiamo preoccuparci, piuttosto che dell’immigrazione, dell’emigrazione, di chi scappa dall’Italia?

Per rispondere dobbiamo partire da un’iniezione di realtà perché sul tema la disinformazione regna sovrana.

Partiamo da quanti sono. Gli italiani sono convinti che per ogni quattro persone che risiedono nel nostro paese, una di queste sia immigrata. In realtà, oggi in Italia c’è un immigrato ogni dodici italiani, quindi gli immigrati sono tre volte di meno di quanto si pensi. Gli sbarchi e le invasioni di migranti dall’Africa non sono mai stati evocati così tanto come durante gli ultimi due anni e soprattutto nella campagna elettorale per le elezioni politiche: lo testimoniano i dati di Google trends che misura il numero di volte con cui gli utenti fanno ricerche su Google sul termine “sbarchi” (linea blu nel grafico). Eppure, gli sbarchi sono calati in questo periodo di più del 90 per cento (linea rossa nel grafico).

Di cosa si ha paura? Secondo i sondaggi d’opinione, gli italiani temono soprattutto di: 1) perdere il proprio lavoro, 2) dover finanziare di tasca propria prestazioni sociali a immigrati che non lavorano, 3) vivere in città meno sicure e 4) essere contagiati da malattie portate dagli immigrati.

Vediamo cosa ci dicono i dati su ognuno di questi aspetti.

IL LAVORO

Quando in Italia il lavoro aumenta, aumenta per tutti: italiani e immigrati. Quando diminuisce, diminuisce per tutti: italiani e immigrati. Le due linee nel grafico riproducono i tassi di disoccupazione per italiani e immigrati e si muovono in parallelo.

La cosa non deve stupire perché il lavoro crea lavoro. Una badante in più permette a una donna italiana in più di lavorare e viceversa. Quasi un decimo degli immigrati sono imprenditori: creano lavoro non solo per sé stessi, ma anche per gli altri; mediamente ogni lavoratore autonomo immigrato con dipendenti assume altri 8 lavoratori. Inoltre, il lavoro degli immigrati è fortemente concentrato su occupazioni ormai abbandonate dagli italiani: il 90 per cento dei mondariso, l’85 per cento dei cucitori a macchina per produzione in serie di abbigliamento, il 75 per cento dei coglitori di frutta sono, ad esempio, immigrati. Si tratta di lavori molto duri e faticosi che gli italiani non vogliono più fare. I salari in queste mansioni non sono diminuiti negli ultimi 20 anni. Erano bassi e sono rimasti bassi e non certo per colpa degli immigrati. È bassa la produttività e se non ci fossero gli immigrati a fare questi mestieri, molte imprese fallirebbero, togliendo posti di lavoro agli italiani.

IL PESO FISCALE

C’è un grafico del primo Documento di economia e finanza del governo Conte che la dice lunga sugli effetti dell’immigrazione sui conti pubblici. Mostra tre scenari del debito pubblico nei prossimi 50 anni: 1. con immigrazione netta (immigrati meno emigrati) in linea con le previsioni (linea verde scura), 2. con immigrazione più alta di un terzo rispetto alle previsioni (linea gialla) e 3. con immigrazione più bassa di un terzo (linea verde oliva). Con l’immigrazione netta che si riduce di un terzo, il nostro debito pubblico è destinato a raddoppiare dai livelli attuali. Con un aumento di un terzo, invece, il debito pubblico non aumenta.

Come si spiega questo fatto, qui riconosciuto anche da chi nei comizi dice esattamente il contrario? Più persone che arrivano da noi vogliono dire più lavoro, più reddito nazionale, meno debito che ciascuno di noi deve portare sulle proprie spalle. E poi c’è un saldo positivo fra entrate contributive degli immigrati e prestazioni sociali: l’Inps spende ogni anno poco meno di 7 miliardi per prestazioni sociali agli immigrati, mentre incamera da questi contributi per circa 14 miliardi. Quindi c’è un surplus contributivo di circa 7 miliardi associato all’immigrazione. Diciamo che gli immigrati finanziano il reddito di cittadinanza da cui, peraltro, vengono in larga parte esclusi, anche quando sono poveri o poverissimi. Spesso si dice anche che chi fa domanda d’asilo politico drena risorse allo stato sociale. Ma un censimento fatto dall’Inps per il ministero dell’Interno documenta che su 200 mila richiedenti asilo, solo 7 persone – dicasi 7 persone – ricevevano un trasferimento dall’Inps, come pensione, Naspi, Rei-Rc o quant’altro.

La ragione per cui gli immigrati finanziano il nostro stato sociale è che sono molto più giovani degli italiani. Ormai un italiano su quattro ha più di 65 anni. Solo 1 immigrato ogni 50 è ultrasessantacinquenne. Chi ha a cuore la tenuta dei conti pubblici e delle nostre pensioni, dovrebbe temere che gli immigrati se ne vadano dal nostro paese invece del contrario.

LA CRIMINALITA’ E LA MALATTIE

Il grafico qui sopra mostra il numero di omicidi per 100 mila abitanti (linea nera) e il numero di immigrati (in milioni) nel nostro paese (linea rossa). Come si vede chiaramente l’arrivo di immigrati è andato di pari passo con una diminuzione della criminalità. Un andamento simile lo si riscontra se si guarda alle rapine in banca, ai furti d’auto e così via. In generale, la criminalità è concentrata nelle aree in cui ci sono meno immigrati. Vero che gli immigrati sono sovra-rappresentati nella popolazione carceraria, ma questo si spiega col fatto che non hanno in genere accesso alle misure alternative alla detenzione (ad esempio, gli arresti domiciliari) disponibili per gli italiani.

Quanto ai contagi, se in via di principio ci può essere un rischio che gli immigrati che arrivano da noi in condizioni disperate contraggano nel viaggio malattie, anche sistemi sanitari meno efficienti del nostro sono perfettamente in grado di prevenirli. Pensiamo al caso della Turchia che oggi ospita quasi 4 milioni di rifugiati. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, ha evitato del tutto il rischio di reintrodurre la malaria e leishmaniosi.

IL CAPOLAVORO DELLE NUOVE CLASSI DOMINANTI

Si alimenta la paura nei confronti degli immigrati per capitalizzare elettoralmente su di essa e per far passare in secondo piano i problemi di fondo del paese: la disoccupazione, la povertà, la bassa crescita. Ma com’è possibile, si dirà, che milioni di italiani si facciano ingannare dalla propaganda? Come si spiega la distanza così forte fra percezioni diffuse e realtà?

Il capolavoro della nuova classe dominante del nostro paese è proprio nell’aver messo in moto un circolo vizioso. In nome del primato degli italiani, si impedisce l’immigrazione regolare con decreti flussi risibili, si cacciano dai centri di accoglienza gli immigrati che dichiarano redditi da lavoro anche di solo 3 mila euro all’anno, si nega la protezione umanitaria a chi è da noi e ne avrebbe diritto in base ai trattati internazionali. Risultato: aumenta la presenza di immigrati irregolari nel nostro paese. Dei 45 mila rifugiati cui non è stata concessa la protezione internazionale dal giugno scorso, solo 5 mila sono stati rimpatriati (tra l’altro, perché i dati sui rimpatri sono spariti dal sito del ministero degli Interni?). Abbiamo così generato 40 mila immigrati illegali in più che vivono in Italia. Non sono gli sbarchi, ormai ridotti all’osso, ad alimentare l’immigrazione irregolare, ma questo modo di gestire, o meglio di rendere ingestibile, l’immigrazione. E l’immigrazione irregolare, comunque venga alimentata, rende più appetibile elettoralmente il messaggio di chi ha dichiarato guerra agli immigrati.

GIOVANI IN FUGA DALL’ITALIA

In un sistema pensionistico a ripartizione come il nostro i contributi di chi lavora servono ogni anno a pagare le pensioni di chi si è ritirato dalla vita attiva. Oggi abbiamo circa 2 pensionati per ogni 3 lavoratori. Il rapporto è destinato a salire nei prossimi anni, fino ad arrivare, secondo alcuni scenari, a un solo lavoratore per pensionato. Oggi un reddito pensionistico vale l’83 per cento del salario medio. Con un solo lavoratore per pensionato, quattro euro su cinque guadagnati col proprio lavoro andrebbero a pagare la pensione a chi si è ritirato dalla vita attiva. Anche per questo i nostri giovani scappano dall’Italia: devono destinare la quasi totalità dei loro guadagni a chi è stato trattato molto meglio di quanto verranno trattati loro.

Puntare sull’integrazione degli immigrati vuol dire rendere più appetibile il nostro mercato del lavoro per tutti i giovani perché vuol dire spalmare su più teste gli oneri di pagare le pensioni, versare al fisco una quota minore della retribuzione e rendere così più facile la ricerca di lavoro. Vuol dire anche assicurare ai pensionati che gli assegni che ricevono non verranno un domani ritoccati per fare cassa. Come vi mostra il grafico qui sopra, la fuga all’estero di chi ha tra i 25 e i 44 anni non accenna ad arrestarsi. Ogni anno perdiamo circa 150 mila giovani, molti dei quali altamente qualificati, e questa emorragia di capitale umano è aumentata proprio negli anni in cui diminuiva l’immigrazione.

Invece di pensare a rendere il nostro paese sempre meno ospitale per scoraggiare chi vuole venire da noi a lavorare, dovremmo fare esattamente l’opposto: rendere l’Italia un bel paese, non solo per i turisti, ma anche e soprattutto per chi vuole investire su sé stesso e sulle persone che gli stanno attorno.

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