Cuori puri

cuori puri

Cuori puri è il titolo di un film di Roberto de Paolis. La storia è quella di due giovani, Agnese e Stefano, 18 e 25 anni, che vivono in un punto qualunque della sterminata periferia romana aggrappati ad una parvenza di normalità e disperati, ma con la volontà di vivere. Agnese frequenta la parrocchia del quartiere e, spinta da una madre ossessionata dalla devozione, sta per fare voto di castità fino al matrimonio insieme a una decina di suoi coetanei. Stefano prova con tutte le sue forze a fare un lavoro normale, prima come vigilante in un centro commerciale e poi come guardiano del parcheggio di un supermercato. In entrambi i casi lo scontro con una realtà dura e difficile lo priverà dell’unica speranza di sfuggire al “mestiere” più diffuso tra i suoi amici: lo spaccio di droga.

campo romSia Agnese che Stefano non riescono a comunicare i loro problemi a nessuno. La madre della ragazza è compenetrata con la sua religiosità ossessiva e vede la figlia solo come una prova della sua fede. Anche lei si aggrappa ad una parvenza di normalità, l’unica che le appare plausibile sotto le ali protettrici della Chiesa. Intanto fa volontariato. Va dai rom, prepara l’accoglienza per i rifugiati e porta con sé Agnese per coinvolgerla nella sua attività caritatevole. Mostra sensibilità verso i poveri, ma è straordinariamente chiusa verso la figlia con la quale non c’è alcuno vero dialogo.

Stefano cerca di svolgere il suo lavoro di guardiano del parcheggio al meglio delle sue possibilità, ma deve vedersela con un piccolo accampamento di rom che ne occupano una parte, separati solo da una fragile rete metallica. Atti di vandalismo, rifiuti gettati tra le macchine, minacce sono il pane quotidiano di un confronto tra il guardiano e quelli che stanno oltre la rete. Mai Stefano pensa di chiamare la polizia, mai il suo superiore si pone il problema di come affrontare la situazione. Se i rom rompono la rete lui si limita a ripararla e ad attaccare Stefano per la sua incapacità di tenere a bada i nomadi.

Agnese e StefanoI due giovani, però, si incontrano e per loro si apre una porta sui sentimenti che non potranno vivere perché la “normalità” delle loro vite li spinge verso una strada diversa. Il dramma si intravede, ma non si conclude.

L’ennesimo vandalismo dei rom porta al licenziamento di Stefano che non vede altre alternative allo spaccio gestito da un suo amico di infanzia. Agnese non riesce più a stare nei panni della vergine sacrificale devota ai bisognosi e disperata per sé stessa. Padre e madre di Stefano vengono sfrattati e si riducono a vivere per strada con l’unico aiuto di qualche vecchio vicino di casa. Per loro non c’è nessun volontariato che assista e consoli, mentre nella parrocchia si prepara l’arrivo di alcune decine di rifugiati.

Il regista non inventa una realtà che è quella comune a buona parte delle periferie romane. La convivenza/competizione tra bisognosi è la regola ed è forzata, non scelta. Chi si ricorda la vittoria elettorale della destra nelle comunali del 2008 con Alemanno sindaco dovrebbe anche ricordare la cecità delle sinistre che non si accorsero di quanto la presenza dei campi rom esasperò gli abitanti delle periferie. Alla drammaticità di una convivenza impossibile venivano contrapposte parole e ragionamenti intrisi di bontà e di apertura, di razionalità e sani principi.

sbarchi migrantiQualcosa di simile sta accadendo adesso sotto la spinta degli sbarchi. Nel film si mostra con lucido realismo il contrasto tra il disinteresse per la vita dei romani nelle periferie e l’eccitata mobilitazione per i migranti. Forse qualche parrocchia se ne è accorta, forse qualche associazione di quartiere, ma sicuramente nelle migliaia di strade che compongono gli enormi quartieri popolari che si estendono verso il GRA gli sbarchi e l’arrivo di altri migranti non sono visti con spirito caritatevole e con animo aperto all’accoglienza.

Cuori puri è un drammatico richiamo alla verità della vita di tante persone. Molte più di quante ne possa immaginare chi contempla le cose dai rami alti della politica, del giornalismo e anche dell’associazionismo militante abituato ad una proiezione mondiale che allontana dalle miserie di chi deve subire le conseguenze di scelte strategiche non abbastanza meditate, più imposte agli italiani che condivise.

Claudio Lombardi

La politica senza potere nell’Italia del non fare

esercizio del potere

Sul Corriere della Sera del 22 luglio Ernesto Galli della Loggia parla di una questione centrale per capire il sistema Italia: la debolezza del potere politico e la sua soggezione alle forze organizzate della società. Lo riproduciamo integralmente

“Perché da anni in Italia ogni tentativo di cambiare in meglio ha quasi sempre vita troppo breve o finisce in nulla? Perché ogni tentativo di rendere efficiente un settore dell’amministrazione, di assicurare servizi pubblici migliori, una giustizia più spedita, un Fisco meno complicato, una sanità più veloce ed economica, di rendere la vita quotidiana di tutti più sicura, più semplice, più umana, perché ognuna di queste cose in Italia si rivela da anni un’impresa destinata nove volte su dieci ad arenarsi o a fallire? Perché da anni in questo Paese la politica e lo Stato sembrano esistere sempre meno per il bene e l’utile collettivi?

potere politicoLa risposta è innanzi tutto una: perché in Italia non esiste più il Potere. Se la politica di qualunque colore pur animata dalle migliori intenzioni non riesce ad andare mai al cuore di alcun problema, ad offrire una soluzione vera per nulla, dando di sé sempre e solo l’immagine di una monotona vacuità traboccante di chiacchiere, è per l’appunto perché da noi la politica, anche quando vuole non può contare sullo strumento essenziale che è tipicamente suo: il Potere. Cioè l’autorità di decidere che cosa fare, e di imporre che si faccia trovando gli strumenti per farlo: che poi si riassumono essenzialmente in uno, lo Stato. Al di là di ogni apparenza la crisi italiana, insomma, è innanzi tutto la crisi del potere politico in quanto potere di fare, e perciò è insieme crisi dello Stato.

Beninteso, un potere politico formalmente esiste in questo Paese: ma in una forma puramente astratta, appunto. Di fatto esso è condizionato, inceppato, frazionato. Alla fine spappolato. In Italia, di mille progetti e mille propositi si riesce a vararne sì e no uno, e anche quell’uno non si riesce mai a portare a termine nei tempi, con la spesa e con l’efficacia esistenti altrove. Non a caso siamo il Paese del «non finito»; del «non previsto»; dei decreti attuativi sempre «mancanti»; dei finanziamenti iniziali sempre «insufficienti», e se proprio tutto fila liscio siamo il Paese dove si può sempre contare su un Tar in agguato. Il potere italiano è un potere virtualmente impotente.

rispetto delle leggiPerché? La risposta conduce al cuore della nostra storia recente: perché ormai la vera legittimazione del potere politico italiano non deriva dalle elezioni, dalle maggioranze parlamentari, o da altre analoghe istanze o procedure. Svaniti i partiti come forze autonome, come autonome fonti d’ispirazione e di raccolta del consenso, l’autentica legittimazione del potere politico italiano si fonda su altro: sull’impegno a non considerare essenziale, e quindi a non esigere, il rispetto della legge.

È precisamente sulla base di un simile impegno che la parte organizzata e strutturata della società italiana — quella che in assenza dei partiti ha finito per essere la sola influente e dotata di capacità d’interdizione — rilascia la propria delega fiduciaria a chi governa. Sulla base cioè della promessa di essere lasciata in pace a fare ciò che più le aggrada; che il comando politico con il suo strumento per eccellenza, la legge, si arresterà sulla sua soglia. Che il Paese sia lasciato in sostanza in una vasta condizione di a-legalità: come per l’appunto è oggi. È a causa di tutto ciò che in Italia nessun Parlamento, nessun governo, nessun sindaco, può pensare davvero di far pagare le tasse a chi dovrebbe pagarle, di avere una burocrazia fedele alle proprie direttive, di licenziare tutti i mangiapane a tradimento che andrebbero licenziati, di ridurre l’enorme area del conflitto d’interessi, di stabilire reali principi di concorrenza dove è indispensabile, di imporre la propria autorità ai tanti corpi dello Stato che tendono a voler agire per conto proprio (dalla magistratura al Consiglio di Stato, ai direttori generali e capi dipartimento dei ministeri), di tutelare l’ordine pubblico senza guardare in faccia a anomalia italiananessuno, di anteporre e proteggere l’interesse collettivo contro quello dei sindacati e dei privati (dalla legislazione sugli scioperi alle concessioni autostradali) e così via elencando all’infinito. Il risultato è che da anni qualsiasi governo è di fatto in balia della prima agitazione di tassisti, e lo Stato è ridotto a dover disputare in permanenza all’ultimo concessionario di una spiaggia i suoi diritti sul demanio costiero.

In Italia, insomma, tra il potere del tutto teorico della politica da un lato, e il potere o meglio i poteri concreti e organizzati della società dall’altro, è sempre questo secondo potere a prevalere. Da tempo la politica ha capito e si è adeguata, rassegnandosi a non disturbare la società organizzata e i suoi mille, piccoli e grandi privilegi. Il che spiega, tra l’altro, perché qui da noi non ci sia più spazio per una politica di destra davvero contrapposta a una politica di sinistra e viceversa: perché di fatto c’è spazio per una politica sola che agisca nei limiti fissati dai poteri che non vanno disturbati. Da quello dei parcheggiatori abusivi a quello delle grandi società elettriche che possono mettere pale eoliche dove vogliono.

Ma in un regime democratico, alla fine, il potere della politica è il potere dei cittadini, i quali solo grazie alla politica possono sperare di contare qualcosa. Così come d’altra parte è in virtù del potere di legiferare, cioè grazie allo strumento della legge, che il potere della politica è anche l’origine e il cuore del potere dello Stato e viceversa. Una politica che rinuncia a impugnare la legge, a far valere comunque il principio di legalità, è una politica che rinuncia al proprio potere e allo stesso tempo mina lo Stato decretandone l’inutilità. Rinuncia alla propria ragion d’essere e si avvia consapevolmente al proprio suicidio. Non è quello che sta accadendo in Italia?

Smetto quando voglio

ricercatori

Pubblichiamo un estratto della lettera con cui Massimo Piermattei, storico dell’Integrazione europea, ha abbandonato la ricerca e l’Università. I problemi che rappresenta sono noti da decenni e costituiscono uno dei maggiori sprechi di risorse umane del sistema Italia.

Ciao, sono Massimo. Ero uno storico dell’Integrazione europea, ho 39 anni e ho deciso di smettere con l’Università. Se partecipassi a un gruppo di auto-aiuto, inizierei così. Ma è solo la mia storia. La racconto, sì, anche a scopo terapeutico. Per me stesso, o forse non solo. Ho iniziato a studiare Storia dell’integrazione europea all’università, e fu un colpo di fulmine. Dopo il dottorato ho iniziato a farmi le ossa: un periodo all’estero, un assegno di ricerca, i contratti. Da allora ho scritto due monografie e più di 25 saggi e articoli in italiano e inglese; ho partecipato a seminari e convegni portando in giro per il mondo il nome dell’università per cui lavoravo. Ma non è di questo che voglio parlare. In questi giorni ho trovato la forza di portare a termine un percorso travagliato in cui mi dibattevo da anni. Ho sempre rinviato, nella speranza che qualcosa cambiasse. Ma la svolta non c’è stata, e la scelta si è fatta improrogabile: restare o andar via?

Noi siamo diversi Chi prova a entrare nell’Accademia conosce già le sue regole, scritte e (soprattutto) non scritte. Perciò nessuno può dire: “Io non sapevo”. Si accetta liberamente, sperando che i finali amari riguardino gli altri: perché noi siamo diversi, o perché il merito, alla lunga, viene fuori. È vero, il sistema sa sedurti con mille promesse: contratti, pubblicazioni, convegni. Gli anni passano, e quando la speranza inizia a vacillare, ti ripeti: basta ingoiare ancora un po’. E giù appelli, seminari, lezioni gratuite: così l’ordinario di turno appalta gran parte delle ore che gli spettano e per le quali, tra l’altro, è pagato. Lui, non tu.

universitarioLa costante riduzione di fondi per l’Università, unita alla crescente chiusura del reclutamento, ha fatto sì che i professori ordinari abbiano visto crescere in modo esponenziale il loro potere. Sono come un imperatore che decide, con un gesto del pollice: tu sì, tu no. Certo, ci sono le “lotterie” dei bandi nazionali ed europei, ma siamo appunto nel mondo del gratta e vinci. Le tante riforme varate per premiare il merito hanno finito per danneggiare solo i più deboli. E anche quello sul merito è un ritornello stucchevole: la scarsità di soldi e di posti scatena la guerra tra chi è dentro e chi è fuori e, ancor peggio, tra poveri.

Maestri e orfani Di fatto, per entrare hai bisogno di un “maestro” che ti aiuti a costruire un curriculum spendibile e di un “tutore” che ti faccia passare i concorsi, o comunque ti garantisca posizioni e risorse: due figure che spesso coincidono. Le eccezioni ci sono, ma confermano la regola, e permettono al sistema di giustificarsi: “Vedete? È tutto trasparente”. Se non li hai, un maestro e un tutore, sei orfano, e per gli orfani non c’è futuro. Magari qualcuno ti aiuterà per un po’, ma finisce lì. E io, da un po’ di tempo a questa parte, ero orfano. Circondato da sorrisi al motto “non aderire e non sabotare”, che è poi, alla prova dei fatti, un sabotaggio. Ma pilatesco, perché manca il coraggio di dirti: “Per te non c’è posto, fai altro”.

carriera universitariaCosa può fare un orfano testardo che voglia comunque provare a costruirsi una carriera? Si dibatte tra i contratti d’insegnamento e le collaborazioni. I primi, in cambio dell’opportunità di tenere un piede dentro e farti chiamare “professore”, garantiscono pochi soldi in cambio di un’enorme mole di lavoro (l’ultimo che ho avuto era di 1.500 euro lordi per 60 ore di lezione e una decina di appelli d’esame). Le seconde, oltre a essere tassate in modo clamoroso, portano via tempo ed energie. A perderci, naturalmente, è la ricerca. Il bisogno di soldi spiega tra l’altro la figura del “marchettaro”, il fenomeno per cui uno studioso precario scopre un improvviso interesse per un argomento di cui non gli importa nulla, ma se lo studia gli danno 500 o mille euro. Spesso mesi o anni dopo la consegna del lavoro. Il tutto in un contesto umiliante, in cui si aspetta mesi un appuntamento cruciale. E chi sta dall’altra parte finge di non sapere che un intoppo burocratico può avere per te conseguenze devastanti: “Ti avevo detto che l’assegno non sarà rinnovato?”.

La retorica della fuga Conosco il ritornello: si può sempre partire, no? Comprendo bene le ragioni di chi lascia l’Italia per l’estero, ma su questo punto ha preso piede una retorica imbarazzante. È passata l’idea per cui se lavori fuori sei bravo; se hai scelto l’Italia sei, come minimo, complice del sistema. Non c’è spazio per l’ipotesi che tu sia rimasto perché non potevi espatriare o per provare a cambiare le cose. Invece sarebbe bello raccontare anche le storie di chi dedica tempo ed energie alle università italiane. Che, se continuano a popolare il mondo di eccellenze, forse così male non sono. Certo, direte: chi non riesce a entrare può sempre giocarsi le sue competenze fuori.

cervelli in fugaPeccato che i formulari degli uffici pubblici propongano sempre le stesse laconiche opzioni: diploma, laurea, altro. Ecco cos’è il dottorato di ricerca per il mondo del lavoro e per le istituzioni italiane: altro. Un pezzo di carta. Un errore di gioventù. E cosa succede al “giovane” studioso che a quasi 40 anni non ha ancora una prospettiva? Semplice: si trova a un bivio. Se insiste con la carriera, sa che una famiglia la costruirà, forse, molto più in là. Se privilegia la famiglia, le opportunità di lavoro si riducono drasticamente. I figli, poi, una catastrofe.

Quanti sacrifici hanno fatto mia moglie e i miei due bimbi perché io potessi ancora tentare. Chi si occupa di discipline umanistiche è un orfano tra gli orfani. Nel discorso pubblico, ormai da anni, vale solo la “tecnica”, la ricerca “vera”. E la Storia? Roba per perditempo. Lo studio del passato è scomodo perché mette a nudo il presente, e poi non è pop, non è fatto di anglicismi, slogan, formule. Lungi da me il denigrare la scienza: viva le macchine! Viva i laboratori! (Da qualche settimana, per vivere, vendo ricambi d’auto). Ma il nostro rifiuto della Storia è vergognoso.

E ciò che soprattutto rimane inaccettabile è lo spreco di risorse di un’intera generazione. Quante persone ho incontrato in dieci anni; quanti talenti. Quanta rabbia nel vederli appassire.Oggi sono uno di loro. Me ne vado per dignità. Non rinnego quel che ho fatto, perché mi ha fatto crescere come persona e come uomo. Non è una resa, ma un issare le vele per tornare in mare aperto. “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. Smetto quando voglio.

Il caso Charlie e i vaccini

vaccinazioni

Per Charlie Gard si sono mossi il Papa e il Presidente Usa Trump. Che succede? Come mai la sorte di un bimbo colpito da una malattia incurabile diviene un caso mondiale? Le opinioni pubbliche dei paesi più avanzati sono sempre più sensibili al richiamo di chi diffida della scienza e dei medici che la attuano nel campo della salute. La scelta tra vita e morte, quando si tratta di cure mediche, sembra diventata una questione ideologica o addirittura politica. Singoli casi, come già fu per Eluana Englaro, suscitano un’attenzione morbosa o diventano bandiere da agitare in un’oscillazione estrema tra la negazione della libertà di morire con dignità e l’affermazione di un’assoluta libertà di scelta delle cure che prescinde o contrasta con chi di quelle cure detiene le competenze scientifiche come è accaduto a lungo per i vaccini.

libertà di sceltaRoberto Burioni parla di questo in un suo recente intervento sul caso dei vaccini. Il ragionamento che svolge, però, ha un valore generale sul rapporto tra cure mediche e scelte dei singoli.

“L’Airbus A-380 atterra su 22 ruote. Sono poche? Sono troppe? Per saperlo è necessario il parere di un ingegnere aeronautico e non sono documentati casi di passeggeri che chiedano di smontare una ruota al pilota.

Il ponte che consente all’autostrada A1 di superare il fiume Po all’altezza di Piacenza ha 16 campate. Sono troppe? Sono poche? Ci vuole un esperto di ingegneria civile per dirlo, e infatti nessuno degli automobilisti che ci passa sopra si azzarda a obiettare.

In entrambi i casi ci si fida del fatto che gente estremamente qualificata, che conosce bene l’argomento, abbia fatto i calcoli corretti ed abbia deciso il giusto numero di campate o di ruote.

vaccini numeroAl contrario, sentite ogni giorno dire che “dodici vaccinazioni sono troppe” Lo dicono in tanti: parlamentari, mamme informate, padri combattenti, giornalisti d’assalto. Tutte persone che sanno di vaccini quanto di ingegneria civile o aeronautica: zero assoluto. Per motivi sconosciuti sulle ruote dell’Airbus e sulle campate del ponte tacciono, sui vaccini parlano. E dicono sciocchezze. Vediamo perché.

Partiamo da un concetto: chi usa il termine “sovraccarico immunologico” è qualcuno che non sa nulla di immunologia. Il sovraccarico immunologico non esiste, e tanto meno potrebbe conseguire alla somministrazione di dodici vaccini. Un bambino esce dall’utero materno (sostanzialmente sterile) e al momento della nascita viene invaso da moltissimi miliardi di batteri che stimolano il suo sistema immune senza sovraccaricarlo: cosa volete che facciano dodici vaccini in quindici mesi?

Ma vediamo la questione da un altro punto di vista, e spieghiamo cosa è un antigene. Un antigene è una singola sostanza che stimola il sistema immune, come una proteina purificata. Quando il bambino si provoca un graffietto nella cute o viene punto da una zanzara viene a contatto istantaneamente con migliaia e migliaia di antigeni: nei “dodici vaccini”, distribuiti in quindici mesi di vita, ce ne sono meno di centosessanta!

competenze scientificheSe pensate che una volta si vaccinasse di meno, vi sbagliate. Chi, come me, è nato negli anni 60, è stato vaccinato con un numero minore di vaccini, ma gli antigeni erano più di tremila. Oggi, grazie al miglioramento della tecnologia, i vaccini sono immensamente più sicuri ed efficaci e con meno di 200 antigeni complessivi proteggono contro dodici malattie.

Dodici vaccini, quindi, non sono troppi. Sono un modo per proteggere in tutta sicurezza un bambino – e tutta la società – da malattie pericolosissime che potrebbero avere conseguenze tragiche. Non ascoltate quindi chi vi racconta bugie sul “sovraccarico immunologico”: è un cretino tanto quanto colui che vorrebbe togliere un paio di ruote al carrello dell’aereo con il quale state per partire per le vacanze. Non consentitegli di mettere in pericolo voi, gli altri passeggeri e mandatelo al posto che gli appartiene: un bar di periferia a bersi del brandy di pessima qualità.

Dimenticavo: sempre i soliti somaroni vi dicono “i vaccini si fanno troppo presto”. E’ un’altra scemenza della quale vi parlerò la prossima volta.

PS: i dodici vaccini non sono troppi, ma sono pochi: manca quello importantissimo contro lo pneumococco, che oltre a proteggere i bambini difende pure gli anziani. Ma di questo ne parleremo in altra occasione”

Un anno di Virginia Raggi

Virginia Raggi un anno

Un anno alla guida del comune di Roma non è sufficiente per risolvere i problemi di una città disastrata da anni di cattiva amministrazione. È però abbastanza per capire l’aria che tira cioè lo stile di governo, la preparazione, l’orientamento, la coerenza, il coraggio di chi – Virginia Raggi e il M5S – si è proposto ai cittadini romani come l’unica forza politica in grado di “cambiare tutto”. Proviamo a delineare un quadro con le citazioni di tre fonti giornalistiche: il “mitico” sito Romafaschifo.com, il Sole 24 Ore e La Stampa.

Roma fa schifoDecisamente adirato l’articolo di Romafaschifo già nel titolo chiarisce il suo giudizio: “Il disastro Raggi che nessuno avrebbe potuto prevedere”. L’analisi è impietosa e i giudizi drastici: “ci preme più di ogni altra cosa sgombrare il campo dall’equivoco che sta sempre di più girando, che sempre di più si legge e si ascolta: “non hanno fatto niente”, stiamo uscendo da “un anno di nulla”.

(…) Questi hanno fatto eccome. Questi “nuovi” amministratori, totalmente privi di scrupoli e abili nel sotterfugio e nella menzogna oltre ogni dignità, hanno messo in piedi in soli 12 mesi un meccanismo di presa del potere, di gestione delle clientele, di favori alle lobbies ed ai portatori di voti che fa impallidire tutta la vecchia politica.

(….) A Roma il Movimento 5 Stelle si è accomodato al potere, si è alleato a doppio filo con tutte le più micidiali cricche che hanno depresso, ucciso e trafitto la città negli ultimi decenni. (…)Da tutta la vecchia politica il M5S ha preso sistematicamente il peggio, distillandolo”.

delusione m5s RomaL’articolo prosegue parlando “di scelte forsennate che costeranno crisi, declino e povertà per molti anni a venire e che sarà difficile se non impossibile risanare anche qualora a breve dovesse arrivare una amministrazione degna di questo nome. Tutto si svolge in un clima di ostilità medievale, di opacità totale (….), di bugie e negazione della realtà”. Segue analisi dettagliata di 24 punti che avvalorano tale giudizio (www.romafaschifo.com).

Più misurata l’analisi del Sole 24 Ore. “Nessuno si aspettava miracoli in una città ferita da Mafia Capitale e gravata da un debito monstre di 12 miliardi di euro. Ma l’operato della giunta pentastellata ha deluso” (…) Vuoi per gli inciampi sulle nomine e la scarsissima trasparenza – costati alla sindaca due avvisi di garanzia (….) – vuoi per l’assenza di svolte nei due settori chiave per i servizi: trasporti e rifiuti. Vuoi per il fiancheggiamento ai tassisti e agli ambulanti (…)”.

Nell’articolo si esaminano le promesse mantenute e quelle mancate. Fra le prime l’approvazione del bilancio entro i termini di legge; il NO alle Olimpiadi; il sì allo stadio della Roma sia pure con cubature ridotte, il che ha portato ad una riduzione dell’investimento privato accompagnato da un ridimensionamento delle opere pubbliche legate al progetto originario approvato dalla giunta Marino; gli accordi sindacali per la concessione del salario accessorio e la definizione del contratto decentrato con i 23mila dipendenti del Campidoglio.

rifiuti RomaL’elenco delle promesse mancate è breve, ma contiene i capitoli cruciali per il funzionamento della città. In primo luogo c’è il pasticciaccio brutto delle nomine. In un clima di assoluta opacità e di lotte interne si è consumata l’ascesa, il declino o l’allontanamento di capi di Gabinetto, assessori al bilancio, capi della segreteria. Un assessore chiave come quello all’ambiente si è dovuta dimettere perché indagata (Paola Muiraro). Una figura chiave e potente (Raffaele Marra, il vero braccio destro della sindaca) è finito in carcere con l’accusa di corruzione. I vertici di Ama e Atac insediati da poco e in lotta contro i gruppi di potere interni sono stati spinti alle dimissioni.

La seconda promessa mancata è il riordino delle partecipate vero snodo del potere romano. In attesa sono stati ripristinati i CdA soppressi al tempo di Marino. In Atac, di fatto fallita, guasti, evasione del biglietto e roghi dei bus testimoniano di una situazione fuori controllo. L’azienda dei rifiuti Ama ha tassi di assenteismo e di inabilità al lavoro esagerati nonché mezzi inadeguati. La situazione di rifiuti è sotto gli occhi di tutti e sconta le ingenuità e il velleitarismo di un’amministrazione che ha proclamato il suo NO a discariche e inceneritori, ma che per smaltire la spazzatura si affida ai “viaggi della speranza” verso inceneritori e impianti di smaltimento lontani da Roma.

ambulanti RomaUltima promessa mancata la verifica del debito pregresso che pare non si possa proprio fare pur essendo stata sbandierata in campagna elettorale. Il risultato è che i cittadini romani pagano l’addizionale Irpef più alta d’Italia.

L’analisi de La Stampa parte da una ricognizione dei numeri “per capire quanto disti un anno di realtà dalla rappresentazione che ne fanno i suoi vertici”. Ebbene su 227 ordinanze della sindaca ben 149 “hanno a che fare con nomine, revoche o deleghe assegnate ad assessori e dirigenti”. Cioè “La Raggi ha passato gran parte del tempo da sindaco a occuparsi di poltrone: la sua giunta ha messo a contratto 102 collaboratori esterni, dodici in più di quelli nominati da Ignazio Marino, quindici in più dell’era Alemanno”. Nonostante ciò in “Campidoglio mancano ancora il capo di gabinetto e due assessori (Lavori pubblici e Servizi sociali). In un anno sono cambiati il vicesindaco, l’assessore all’Ambiente, quello all’Urbanistica, due volte il titolare del Bilancio. Solo all’Ama si sono avvicendati quattro amministratori delegati e due direttori generali”.

guasti AtacL’Azienda dei rifiuti è la chiave del successo o del fallimento del governo Cinque Stelle della città. Lo smaltimento dei rifiuti a Roma costa quattro volte quello di Milano, perché Ama è in grado di trattarne appena il 20 per cento: il resto lo paga ai privati e per trasportare l’immondizia in giro per l’Europa. Fra promesse di “modelli spagnoli”, “chilometri zero” e “riutilizzo totale degli scarti” nell’ultimo anno la situazione è persino peggiorata”.

Ma “in realtà gli atti rilevanti votati finora in consiglio comunale sono solo due: il via libera preliminare allo stadio della Roma e l’adozione di un nuovo regolamento sugli ambulanti che aggira l’obbligo di gara previsto dalla direttiva Bolkenstein già ribattezzato “salva Tredicine” dal nome della famiglia proprietaria di decine di camion e bancarelle”.

Continua l’articolo: “se ci accontentassimo degli annunci la Raggi si meriterebbe un dieci. Prendiamo le strade. Il sindaco rivendica un piano buche e porta con sé le fotografie di alcuni tratti rifatti, ma nel frattempo per ovviare alla scarsa manutenzione, in tre arterie della città – Aurelia, Cristoforo Colombo e Salaria – è stato imposto il limite a trenta all’ora”.

Anche sul versante trasporti le cose vanno piuttosto male come dimostra la quantità di guasti e di incendi che affligge i mezzi dell’Atac mentre ancora non si sa che fine farà l’unica opera in corso, la metro C.

La conclusione  è sconsolata: “per chi come la Raggi amministra la cosa pubblica e non ha sufficiente esperienza politica dire no è più semplice di un sì. Ad una olimpiade, a un nuovo impianto di trattamento dei rifiuti o allo scavo della metropolitana. Ma talvolta i no possono essere fatali all’immagine della città”.

A cura di Claudio Lombardi

La nostra guerra al terrorismo

terrorista islamico

Anche noi dobbiamo combattere la nostra guerra contro il terrorismo. Non con le armi, ma con le parole, con l’esempio e con le azioni. Ciò che è accaduto in Francia, Belgio, Germania, Regno Unito, Svezia negli ultimi due anni non ha eguali nella storia recente. Dal 2001 in poi attentati organizzati da gruppi del fondamentalismo islamico ce ne sono stati tanti, ma ciò che colpisce oggi è la rapida successione di azioni più o meno improvvisate nelle quali il supporto logistico e l’addestramento di tipo militare lascia il posto a quello psicologico.attentato Londra Se un tizio decide di aggredire con un coltello chiunque gli passi davanti non gli serve una specifica organizzazione bensì una motivazione e il convincimento di stare dalla parte del giusto. A questo provvede la fascinazione esercitata dalla versione attuale del fondamentalismo islamico che, a differenza, della vecchia Al Qaeda ha conquistato il potere in un territorio molto ampio con una vera e propria guerra. Che oggi l’Isis la stia perdendo non conta sia perché i suoi avversari non hanno ancora deciso di vincerla e così facendo fanno apparire l’esercito dei guerriglieri molto più forte di quanto non sia; sia perché l’effetto di trascinamento si propaga con mezzi di comunicazione che nel passato non sono mai stati usati dai terroristi.

L’Isis non si nasconde e mostra tutto di sé perché ha deciso di ergersi a leader di un riscatto islamico che individua i suoi nemici innanzitutto nei governi dei paesi a maggioranza musulmana. Grazie alla resistenza dell’Isis in guerra e grazie alla potenza di internet dal cuore dell’Africa agli Usa, dall’Europa al lontano Oriente molti sono stati incoraggiati ad abbracciare un’identità già pronta e ad agire in suo nome.

multiculturalismo in occidenteNon stupisce che questa assoluta novità abbia trovato seguaci anche nei paesi europei nei quali l’accoglienza è stata comunque più generosa e condiscendente con le spinte a coltivare le proprie specificità culturali e religiose. Inoltre che molti attentatori fossero, in realtà, a tutti gli effetti cittadini francesi, tedeschi o inglesi dimostra che la fascinazione dell’Isis ha colpito nel segno fornendo identità e programma di azione a persone confuse, fragili e violente. Ce ne sono tante nelle nostre società occidentali e non necessariamente si manifestano aggrappandosi al mito di una religione della quale spesso hanno solo sentito parlare. Persone che vivono ai margini negli interstizi che abbondano in società aperte e libere e con molti scrupoli a reprimere comportamenti delinquenziali. La maggior parte sfocia nella criminalità o in devianze di vario tipo; alcuni trovano sul mercato delle ideologie quella dell’Isis e si ricordano di avere qualcosa in comune con quel mondo di simboli religiosi e identitari.

fondamentalismo islamicoAnzi, il fatto che il fondamentalismo islamico nella versione terroristica trasmetta un’identità forte che non ammette compromessi compie una selezione tra i suoi simpatizzanti che probabilmente non sono pochi. Diventare un martire, se non si parte dalla decisione di suicidarsi, significa credere in una serie di favolette che dovrebbero risultare indigeste per chi vive la vita di un europeo. Eppure tanti giovani si sono uccisi sia in Europa che direttamente in Siria ed Iraq con la convinzione di andare verso una vita ultraterrena fatta di agi e piacevolezze.

Tutto ciò deve suscitare una reazione diffusa che non può limitarsi al lavoro della polizia e dei servizi segreti. Ovviamente bisognerebbe che in Medio Oriente si eliminasse il problema Isis. Aiutato per troppo tempo in funzione della guerra tra sunniti e sciiti dietro la quale c’era e c’è una ben più concreta guerra per la supremazia territoriale nei paesi arabi a cavallo tra Africa e vicino oriente. Se l’Isis non è stato sconfitto finora è perché non gli è stata fatta la guerra se non dai curdi, da Assad e dagli iraniani. L’Arabia Saudita, gli Emirati, il Qatar, la Turchia anche per conto degli Usa hanno supportato l’Isis perché lo scopo era respingere l’influenza iraniana, conquistare la Siria e spartirla.

valori occidentePer quanto riguarda noi è giunto il tempo di dare un calcio a tutte le teorie che hanno predicato la possibilità di rifiutare i valori occidentali coltivando la propria estraneità e il proprio isolamento. Il multiculturalismo ha prodotto solo disastri. Bisogna affermare che i cosiddetti valori occidentali sono conquiste di tutta l’umanità sulle quali non è consentito transigere. Non c’è religione che tenga se tu vivi qui ti attieni alle nostre regole.

Noi italiani francesi inglesi tedeschi svedesi ecc, dobbiamo essere convinti che sia giusto così e dobbiamo rivendicare l’assoluta superiorità di alcuni principi basilari: libertà dell’individuo, parità di genere, separazione tra potere civile e religione. Questi principi sono i valori ai quali siamo arrivati in secoli di storia passando attraverso guerre terribili con un’evoluzione culturale che non ha eguali in nessun’altra parte del mondo. Dobbiamo solo esserne consapevoli e difenderli

Claudio Lombardi

L’inarrestabile declino degli omicidi

omicidi e rapine

A volte la percezione dell’opinione pubblica e dei singoli cittadini è diversa da ciò che raccontano i meri dati. Ovviamente la percezione  conta così come  l’esperienza di vita di ciascuno. E però i dati raccontano dei fenomeni in generale e sono un indicatore dal quale non si può prescindere per comprendere la realtà. Per questo pubblichiamo un recente articolo apparso sul sito la voce.info

Una decrescita felice

pauraIncredibile ma vero: nel 2016 il numero degli omicidi commessi nel nostro paese è ancora diminuito. È sorprendente innanzitutto perché la decrescita è iniziata nel lontano 1992 e non si è mai arrestata. Nel 1991 ce ne furono 1.916 (3,4 per 100mila abitanti), nel 2016 invece sono stati 397 (0,65 per 100mila). È sorprendente, in secondo luogo, perché nell’ultimo anno il calo è stato ancora più forte del solito: -15%. È sorprendente, infine, perché nell’ultimo ventennio l’Italia ha avuto un tasso di omicidio più basso del Regno Unito e della Francia, che per secoli sono stati, da questo punto di vista, paesi più sicuri. Dunque, l’Italia non solo non ha più, per l’alto livello di criminalità, un “vero primato, che non è quello sognato dal Gioberti”, come scriveva ironicamente, nel 1883, Filippo Turati, ma si trova decisamente alla testa degli altri paesi nella tendenza al declino di questo delitto.
I risultati della ricerca che abbiamo condotto nell’archivio del ministero dell’Interno (certamente la fonte più ricca e affidabile fra quelle esistenti nel nostro paese) mostrano che la diminuzione ha avuto luogo in tutte le regioni, ma che in alcune è stata più forte che in altre: in Calabria, Sicilia e Campania. Un vero e proprio crollo vi è stato nelle prime due regioni, nelle quali la frequenza degli omicidi era nel 1991 ben tredici volte maggiore di oggi.
omicidio mafiaIn tutto questo periodo, la geografia degli omicidi è un po’ cambiata. La regione più virtuosa è rimasta il Molise, dove nel 2016 non è stato ucciso nessuno. Ma in testa alla classifica, la Campania ha superato la Calabria e la Sicilia per numero di persone uccise. Nel complesso, comunque, le differenze fra le regioni sono oggi molto minori di venticinque anni fa.

La diminuzione del tasso di omicidi è avvenuta anche nelle grandi città. La flessione è stata spettacolare a Catania, la città che venticinque anni fa aveva il tasso più alto e nella quale oggi è ben tredici volte minore. È stata forte anche a Palermo, a Genova (oggi la città più virtuosa), Milano, Torino e Firenze. Contrariamente a quanto alcuni hanno sostenuto, la diminuzione è avvenuta anche a Napoli fino al 2012, seppur seguita da una lieve ripresa negli ultimi tre anni. Oggi nella città partenopea ci si uccide più che nelle altre, ma molto meno di venticinque anni fa.

Il calo non ha riguardato tutti i tipi di omicidio. Quelli nati da liti e risse sono aumentati negli ultimi anni. Sono invece considerevolmente diminuiti quelli di criminalità organizzata (mafia, camorra o ‘ndrangheta) e di criminalità comune o legati a furti e rapine, molto meno quelli familiari e passionali.

I meriti delle forze dell’ordine

polizia controlliLa diminuzione degli omicidi dell’ultimo quarto di secolo è stata sicuramente favorita dalla lenta affermazione dello stato, della sua capacità di detenere il monopolio della violenza legale, e dall’interiorizzazione, da parte dei cittadini, dell’imperativo che non ci si può fare giustizia da soli. È stato un mutamento profondo ed è improbabile che gli italiani riprendano ad armarsi e a sparare a chi li vuol rapinare solo perché viene approvata una nuova legge in proposito.

Nel periodo considerato, lo stato ha ottenuto successi nella lotta contro la criminalità organizzata con l’approvazione, nel 1991-92, di alcune leggi (n. 82, 293 e 356) che hanno incentivato la collaborazione dei pentiti. Ma i dati che abbiamo analizzato fanno pensare che la flessione degli omicidi di criminalità comune o legati a furti e rapine sia almeno in parte riconducibile a una maggiore efficienza delle forze dell’ordine. Nell’ultimo quarto di secolo è continuamente cresciuta la quota di omicidi risolti con esito positivo – dei quali cioè si è trovato l’autore – passata dal 40 per cento nel 1992 al 73 per cento del 2016. La quota varia a seconda del tipo di delitto ed è maggiore in quelli familiari e passionali, molto minore in quelli di mafia, camorra o ‘ndrangheta. Ma la quota degli omicidi di criminalità comune risolti con esito positivo è notevolmente aumentata.

Nella lettura dello straordinario cambiamento dell’ultimo quarto di secolo dobbiamo evitare due errori. Il primo è di considerare ingiustificato e incomprensibile il forte senso di insicurezza che vi è nella popolazione del nostro paese, perché, se è diminuito il numero degli omicidi, è notevolmente aumentato quello di altri reati (ad esempio le rapine) che più dei primi vi influiscono. Il secondo è di immaginare che il declino degli omicidi continuerà ancora a lungo e che potremo presto raggiungere il tasso minimo nazionale, riscontrato in regioni così diverse come il Trentino, le Marche, il Molise o la Lombardia.

Marzio Barbagli e Alessandra Minello tratto da http://www.lavoce.info

La democrazia partecipata non è solo un click

partecipazione dei cittadini

Una nota della sindaca Virginia Raggi e dei consiglieri del M5S di Roma Capitale annuncia che dopo 23 anni dall’ultimo regolamento in materia di partecipazione popolare è stata presentata una proposta di delibera di modifica dello Statuto di Roma Capitale per introdurre nuovi strumenti di democrazia diretta: referendum propositivo, abrogativo e consultivo senza quorum, bilancio partecipativo, petizioni popolari elettroniche e consultazioni online. Decisamente la democrazia partecipata è un’altra cosa.

coinvolgimento cittadiniBastano questi istituti, peraltro già previsti da un regolamento del giugno 1994,  per parlare di partecipazione polare inclusiva ai processi di trasformazione ed alla gestione dei servizi?

E’ sufficiente integrare con una piattaforma elettronica i suddetti istituti, rendendo tutto digitalizzato, per portare “i cittadini e le comunità locali a governare la città”?

E perché si parla di “intelligenza collettiva del web”? Nel web si ritrova una sommatoria di volontà espresse con un click in perfetta solitudine e quasi sempre senza un reale e largo confronto sociale. Dove sta l’intelligenza collettiva?

Non si confonda la democrazia diretta con la partecipazione consapevole alla determinazione delle scelte.

L’intelligenza collettiva vera viene dal confronto, dal conflitto dialettico, dall’ascolto, dalla trasformazione di idee e proposte maturate all’interno di veri forum partecipativi. Il web può essere solo un supporto dei forum ma non li può sostituire perché la platea elettronica è autoreferenziale e limitata socialmente e tecnicamente a gruppi di cittadini escludendone altri.

edemocracyIl forum, invece, è un modo di realizzare la partecipazione che ha lo scopo di raggiungere una conoscenza condivisa dei problemi e delle possibili soluzioni la cui decisione spetta comunque agli organismi istituzionali perché lo spirito è quello della condivisione e non della contrapposizione o della sostituzione.

Spesso tra soggetti in rete ci si scambia insulti più che informazioni, affermazioni apodittiche più che idee compiute da confrontare, certezze dannose più che  salutari dubbi.

Si può stare soli dentro una cabina elettorale per attribuire un voto ed eleggere i propri rappresentanti. Si può votare in un referendum per effettuare una scelta tra diverse opzioni predisposte da altri. Si possono inviare petizioni anche da soli ovviamente (lo si è sempre fatto).  Non si può però stare soli in un processo partecipativo.

Il processo partecipativo è un’altra cosa e non è uno strumento di democrazia diretta.

forum partecipativiLa Raggi però sembra poco interessata alla partecipazione tanto da dimenticarsi che esiste un altro regolamento, varato nel 2006, che prevede processi partecipativi dei cittadini alle scelte di trasformazione urbana. Un regolamento poco utilizzato in verità anche se contiene delle affermazioni importanti per mettere su basi solide il rapporto tra cittadini e comune. Per la loro chiarezza vanno rilette: “per processo partecipativo, si intende il coinvolgimento di tutti gli attori sociali, che sia pienamente inclusivo e non limitato a categorie sociali o gruppi economici e/o gruppi organizzati e associazioni (…); tale processo partecipativo non deve limitarsi agli aspetti di informazione e consultazione ma ha carattere di continuità, strutturazione e non occasionalità”; “ la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte di trasformazione non deve

intendersi solo un’opzione politica o culturale, ma una componente essenziale dei processi di trasformazione urbana finalizzati alla qualità, alla trasparenza e alla coesione sociale, partendo dal principio che la “città vera è quella degli abitanti” e non quella delineata dal suo perimetro”…..

Insomma in quel lontano Regolamento si parla di partecipazione diretta ed inclusiva, informata ed aperta “al fine di migliorare la struttura urbana della città, la qualità della vita e produrre inclusione sociale”.

Non pare proprio che adesso si stia andando verso quella strada.

Paolo Gelsomini

La strana alleanza tra M5S e Chiesa

apertura domenica outlet

E alla fine arrivò, per il Movimento Cinque Stelle, anche la benedizione vescovile. Dopo aver fatto fronte comune sulle aperture (o, meglio, chiusure) domenicali, il direttore di Avvenire ha spiegato, in un’intervista col Corriere della sera, che fra cattolici e penta stellati c’è convergenza addirittura sui “tre quarti dei grandi temi“, lasciando alla libera immaginazione dei lettori il dubbio su quali: l’uscita dall’euro? il reddito di cittadinanza? i vaccini?

messa domenicaleTrascuriamo ogni considerazione di carattere astratto sulla legittimità dell’intervento della Chiesa in queste faccende. La Conferenza episcopale è, in Italia, non da oggi un attore politico: questioni di fede a parte, ha accesso a un regime tributario privilegiato e a una certa quota di risorse pubbliche tramite l’otto per mille che, come chiunque altro, tiene a preservare. Ciò che stupisce, però, è la materia sulla quale i vescovi sono scesi in campo. In un Paese cattolico nel quale i praticanti ormai sono all’incirca un terzo della popolazione, la Chiesa avrebbe ben altri problemi, che l’apertura dei centri commerciali la domenica. La quale è del tutto compatibile, sia per chi li frequenta sia per chi ci lavora, con la Santa Messa: che è da sempre prevista in orari diversi, proprio per venire incontro alle esigenze delle famiglie.

Siccome i vescovi lo comprendono prima e meglio di noi, è bene cercare una spiegazione diversa. Non è la battaglia che crea un’occasione di convergenza coi Cinque stelle, semmai è vero il contrario, la battaglia è il pretesto, l’occasione per allinearsi con un partito che potrebbe, domani, governare il Paese.

militanti m5sPare strano che quella convergenza sia cercata e coltivata da un movimento la cui base più solida, secondo i sondaggi, sono i giovani che non sono nemmeno più andati al catechismo. Pare ugualmente strano che un’istituzione attentissima alle ragioni della stabilità come la Chiesa scommetta sui gianburrasca della politica.

Per nulla strano, invece, ma come sempre deprimente, è che questioni che hanno a che fare con la libertà di scegliere non siano che pretesti. Se ai vescovi interessasse davvero provare a parlare col popolo degli outlet, non immaginerebbero di chiuderli la domenica, confidando che le stesse persone vadano a messa anziché stare a casa a vedere la TV. Parlerebbero, come hanno sempre fatto, con gli esercenti. Chiederebbero di modulare i turni. Magari cercherebbero persino di guadagnarsi spazi lì, in quelle piazze laiche dove le persone la domenica vanno perché ci desiderano andare.

Se ai sindacati da sempre e da ieri vicini alla Cei davvero interessasse la condizione dei lavoratori, anziché lanciare una fatwa farebbero il loro mestiere: negoziare. Per alzare le paghe di chi lavora la domenica. Per chiedere nuove assunzioni. Per chiedere che gli orari non siano spezzati, costringendo i lavoratori a stare fuori casa molte più ore rispetto a quelle di lavoro effettivo.

Invece, l’unica cosa che conta di una battaglia, in Italia, è come sempre il valore simbolico. Che in questo caso coincide col piacere di portarsi avanti, baciando la pantofola al prossimo principe.

Tratto da http://www.brunoleoni.it/

Le emozioni e i sentimenti secondo Bauman

Bauman

Pasqua festa della rinascita ci porta ad una riflessione sui sentimenti. Ecco la versione di Bauman tratta da un’intervista concessa a Repubblica tempo fa e realizzata da Raffaella De Santis.

Cos’è che ci spinge a cercare sempre nuove storie?

“Il bisogno di amare ed essere amati, in una continua ricerca di appagamento, senza essere mai sicuri di essere stati soddisfatti abbastanza. L’amore liquido è proprio questo: un amore diviso tra il desiderio di emozioni e la paura del legame”.


relazioni umaneDunque siamo condannati a vivere relazioni brevi o all’infedeltà…

“Nessuno è “condannato”. Di fronte a diverse possibilità sta a noi scegliere. Alcune scelte sono più facili e altre più rischiose. Quelle apparentemente meno impegnative sono più semplici rispetto a quelle che richiedono sforzo e sacrificio”.


Eppure lei ha vissuto un amore duraturo, quello con sua moglie Janina, scomparsa due anni fa.

“L’amore non è un oggetto preconfezionato e pronto per l’uso. È affidato alle nostre cure, ha bisogno di un impegno costante, di essere ri-generato, ri-creato e resuscitato ogni giorno. Mi creda, l’amore ripaga quest’attenzione meravigliosamente. Per quanto mi riguarda (e spero sia stato così anche per Janina) posso dirle: come il vino, il sapore del nostro amore è migliorato negli anni”.


Oggi viviamo più relazioni nell’arco di una vita. Siamo più liberi o solo più impauriti?

“Libertà e sicurezza sono valori entrambi necessari, ma sono in conflitto tra loro. Il prezzo da pagare per una maggiore sicurezza è una minore libertà e il prezzo di una maggiore libertà è una minore sicurezza. La maggior parte delle persone cerca di trovare un equilibrio, quasi sempre invano”.


amore e sentimentiLei però è invecchiato insieme a sua moglie: come avete affrontato la noia della quotidianità? Invecchiare insieme è diventato fuori moda?

“È la prospettiva dell’invecchiare ad essere ormai fuori moda, identificata con una diminuzione delle possibilità di scelta e con l’assenza di “novità”. Quella “novità” che in una società di consumatori è stata elevata al più alto grado della gerarchia dei valori e considerata la chiave della felicità. Tendiamo a non tollerare la routine, perché fin dall’infanzia siamo stati abituati a rincorrere oggetti “usa e getta”, da rimpiazzare velocemente. Non conosciamo più la gioia delle cose durevoli, frutto dello sforzo e di un lavoro scrupoloso”.


Abbiamo finito per trasformare i sentimenti in merci. Come possiamo ridare all’altro la sua unicità?

“Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l’opportunità di enormi profitti. E ci alletta con la promessa di poter avere tutto senza fatica: soddisfazione senza lavoro, guadagno senza sacrificio, risultati senza sforzo, conoscenza senza un processo di apprendimento. L’amore richiede tempo ed energia. Ma oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l’altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo: comprare regali in un negozio è più che sufficiente a ricompensare la nostra mancanza di compassione, amicizia e attenzione. Ma possiamo comprare tutto, non l’amore. Non troveremo l’amore in un negozio. L’amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana”.


solidarietà personeForse accumuliamo relazioni per evitare i rischi dell’amore, come se la “quantità” ci rendesse immuni dell’esclusività dolorosa dei rapporti.

“È così. Quando ciò che ci circonda diventa incerto, l’illusione di avere tante “seconde scelte”, che ci ricompensino dalla sofferenza della precarietà, è invitante. Muoversi da un luogo all’altro (più promettente perché non ancora sperimentato) sembra più facile e allettante che impegnarsi in un lungo sforzo di riparazione delle imperfezioni della dimora attuale, per trasformarla in una vera e propria casa e non solo in un posto in cui vivere. “L’amore esclusivo” non è quasi mai esente da dolori e problemi  –  ma la gioia è nello sforzo comune per superarli”.


In un mondo pieno di tentazioni, possiamo resistere? E perché?

“È richiesta una volontà molto forte per resistere. Emmanuel Lévinas ha parlato della “tentazione della tentazione”. È lo stato dell'”essere tentati” ciò che in realtà desideriamo, non l’oggetto che la tentazione promette di consegnarci. Desideriamo quello stato, perché è un’apertura nella routine. Nel momento in cui siamo tentati ci sembra di essere liberi: stiamo già guardando oltre la routine, ma non abbiamo ancora ceduto alla tentazione, non abbiamo ancora raggiunto il punto di non ritorno. Un attimo più tardi, se cediamo, la libertà svanisce e viene sostituita da una nuova routine. La tentazione è un’imboscata nella quale tendiamo a cadere gioiosamente e volontariamente”.


I “legami umani” in un mondo che consuma tutto sono un intralcio?

“Sono stati sostituiti dalle “connessioni”. Mentre i legami richiedono impegno, “connettere” e “disconnettere” è un gioco da bambini. Su Facebook si possono avere centinaia di amici muovendo un dito. Farsi degli amici offline è più complicato. Ciò che si guadagna in quantità si perde in qualità. Ciò che si guadagna in facilità (scambiata per libertà) si perde in sicurezza”.

Lei e Janina avete mai attraversato una crisi?

“Come potrebbe essere diversamente? Ma fin dall’inizio abbiamo deciso che lo stare insieme, anche se difficile, è incomparabilmente meglio della sua alternativa. Una volta presa questa decisione, si guarda anche alla più terribile crisi coniugale come a una sfida da affrontare. L’esatto contrario della dichiarazione meno rischiosa: “Viviamo insieme e vediamo come va…”. In questo caso, anche un’incomprensione prende la dimensione di una catastrofe seguita dalla tentazione di porre termine alla storia, abbandonare l’oggetto difettoso, cercare soddisfazione da un’altra parte “.

1 2 3 30