Brexit: che mangino sovranità

populismo nazionalismo

A proposito di indipendentismi e di sovranità del popolo che si eleva al di sopra di leggi e costituzioni pubblichiamo uno scritto di Mario Seminerio che lucidamente mette in guardia dalle pericolose illusioni che vengono date in pasto alle opinioni pubbliche di vari Paesi partendo dalla Brexit.

brexit“A quasi un anno e mezzo dal referendum, e ad altrettanto dal termine di uscita dalla Ue ex articolo 50 del Trattato di Lisbona, il Regno Unito prosegue a trascinarsi da un proclama all’altro, senza riuscire a schiodare il negoziato con l’Unione. Dopo innumerevoli proclami, minacce, blandizie, teoremi, castelli in aria, ipotesi di proroghe, bizantinismi, guerriglia parlamentare, accessi di tosse incoercibile, fondali che si sbriciolano, “Brexit means Brexit” e così spero di voi, siamo di fatto fermi al punto di partenza.

In questo stucchevole minuetto, tra una comparsata a Firenze a proclamare il proprio amore per l’Europa ed una zuffa permanente tra Conservatori brexiter duri, molli, intermedi e ben cotti, i nostri eroi d’Oltremanica tentano ancora di cercare la chiave di casa sotto il lampione. Un aspetto molto interessante è nel frattempo emerso: tra i paesi dell’Unione, al momento nessuno ha interesse a rompere la disciplina di blocco e offrire ai britannici una via d’uscita purchessia, ad esempio l’offerta di un paio d’anni di transizione aggiuntiva, fatta passare per determinazione britannica.

nazionalismiLa realtà è una ed una soltanto: ogni processo di decostruzione di stati e sovrastati ha tempi lunghi e costi di transizione elevatissimi, che nei casi più gravi rischiano di essere intollerabili per una democrazia. Ma il concetto è troppo difficile da cogliere per quanti hanno deciso, per pure beghe partitiche, che “il popolo è sovrano”, ed hanno aperto un vaso di Pandora di proporzioni colossali. Nell’ultimo anno abbiamo sentito tutto ed il contrario di tutto: un Regno Unito “sociale e solidale”, anzi no, una Singapore piantata nell’Atlantico, anzi no, una socialdemocrazia con lavoratori nei cda delle imprese, un trattato di libero scambio con gli antipodi, col Giappone, con Trump, con Marte, adesione al Nafta riveduto e corretto. Perché Brexit means Brexit, pappagalleggiava Theresa May, figura tragicomica e monumento vivente all’insipienza della politica che si confronta con un mondo fatto di complessità ed interdipendenze estreme.

Il campionario di casini è vastissimo e si estende sino a Westminster, dove i parlamentari chiedono che il rimpatrio dei poteri da Bruxelles non venga sequestrato dall’esecutivo ma redistribuito armoniosamente ai parlamenti devoluti britannici, e sempre sottoposto a controllo del potere legislativo che non sia un semplice si o no su una indipendenza della Catalognamozione. Ecco un’ottima occasione per scoprire quanto può essere seccante una democrazia compiutamente rappresentativa, appena smette di essere mitologicamente “diretta”. Per tacere dei numerosi guitti italiani che a giugno dello scorso anno preconizzavano una marcia trionfale britannica verso la “libertà”. Quella stessa libertà di dire e predicare cazzate che è la quintessenza della comunicazione politica contemporanea, un po’ ovunque.

Superfluo (o forse no) segnalare che ogni velleità di separazione e costruzione di piccole patrie con i loro piccoli simboli e tradizioni implica lo stesso problema, come si stanno accorgendo i catalani, che pure non appaiono monoliticamente a favore della secessione. Ma con questo non voglio dire che vinca sempre la signora TINA (there is no alternative), sia chiaro. Anzi, credo i tempi siano ormai più che maturi per prendere posizione. Che è questa: solo una Hard Brexit può contemporaneamente produrre il rispetto della sovrana volontà popolare e fornire al popolo il riscontro diretto e non mediato dalla politica delle sue scelte sovrane.

indipendentismo e sovranitàQuindi, da oggi auspicherò che a marzo 2019 il Regno Unito esca immediatamente dalla Ue; che ricada nelle norme WTO su tariffe doganali; che le sue banche perdano il passporting verso la Ue; che una dogana fisica separi il territorio della Repubblica d’Irlanda da quello dell’Irlanda del Nord, così come le merci in entrata ed uscita dal Regno Unito siano assoggettate ai controlli doganali. Perché il Popolo è sovrano, e deve avere ciò che ha chiesto. Ogni ingerenza politica per deviare od opporsi al corso della Storia è un crimine contro il Popolo. Avanti tutta. Che il Popolo gusti sino in fondo la sua sovranità. E che ciò possa finalmente accadere anche agli italiani, che ne hanno estremo bisogno. E se questo porterà qualche profeta a finire appeso in piazza, per delusione popolare sugli esiti promessi, poco male: la Storia continua a non essere un pranzo di gala.

Mario Seminerio tratto da http://phastidio.net

Le cause di fondo del malcontento

malcontento

Le elezioni in Germania hanno attirato l’attenzione sull’esistenza di un’area di malcontento in un Paese che si riteneva un’isola felice che ha passato indenne gli anni della crisi economica, che ha tratto un grande vantaggio dall’euro, che è sulla soglia della piena occupazione e che fornisce prestazioni sociali fra le più ricche dell’intera Europa. E il malcontento (che si traduce in astensionismo ed arriva all’affermazione del populismo fondato sul rifiuto delle classi dirigenti tradizionali) è un segnale che arriva da ogni parte del mondo occidentale cioè dalla parte più avanzata delle società ed economie mondiali.

Germania elezioniProviamo a dare qualche spiegazione seguendo l’analisi di Carlo Cottarelli esposta in un recente intervento.

Il punto di partenza è la constatazione che c’è una buona ripresa economica globale. Il Fondo Monetario Internazionale prevede nel 2017 una crescita del 3,5 per cento, un dato normale in linea con quello dei decenni precedenti il 2000.

Un dato normale che, però, contiene quattro problemi:

  1. Il mondo occidentale non cresce come una volta perché i paesi avanzati a fronte di un più 3,1 per cento dal 1970 al 2000, nel triennio 2015-2017 si sono fermati ad un più 2 per cento
  2. Una crescita più bassa dalla quale, però, hanno tratto beneficio un numero minore di persone perché la distribuzione del reddito è diventata più squilibrata cioè è andata di più a chi sta in alto nella scala dei redditi e meno a chi sta nel mezzo e in basso
  3. Soprattutto la classe media ha perso reddito
  4. L’ascensore sociale si è bloccato nei paesi avanzati cioè è diventato più difficile modificare la propria condizione rispetto al punto di partenza

redistribuzioneL’insieme di questi fattori ha determinato quella redistribuzione di ricchezza dal basso verso l’alto che era già stata individuata identificandola nei due numeri – 99% e 1% – che rappresentavano l’esasperazione delle proporzioni di chi vedeva crescere la sua ricchezza e di chi se la vedeva sottrarre.

Secondo Cottarelli i quattro problemi sono riconducibili a quattro cause:

  1. Calo del tasso di fertilità nei paesi avanzati che comporta meno crescita di Pil a parità di produttività o anche scarsa crescita al crescere della produttività. Come è noto la caduta delle nascite è stata tamponata con l’immigrazione, ma il suo aumento troppo rapido e le modalità con le quali si è svolto hanno portato a nuove tensioni sociali. C’è da aggiungere che l’ingresso nel mercato del lavoro degli immigrati ha creato una concorrenza al ribasso sia sul piano dei salari che su quello delle condizioni del lavoro. Ovviamente andrebbero viste le particolarità Paese per Paese, ma tale competizione si è spostata anche sul piano delle prestazioni sociali che, a fronte di un livello di spesa tendenzialmente stabile (o in riduzione), hanno visto un incremento di richiesta per effetto dell’arrivo degli immigrati
  2. globalizzazioneGlobalizzazione ovvero l’integrazione nel commercio mondiale di India e Cina ricchi di lavoro e poveri di capitale. Anche in questo caso si può aggiungere qualcosa all’analisi ricordando lo spostamento di una parte delle attività produttive nei paesi a minor costo di mano d’opera con gli effetti sui livelli di disoccupazione e con la compressione salariale nei paesi dai quali provenivano le produzioni delocalizzate. Ovviamente ciò non si è verificato solo con i paesi asiatici, ma anche in Europa con la caduta del blocco socialista che ha portato all’immissione sul mercato del lavoro di decine di milioni di lavoratori a basso costo. Il risultato è stato quello di una riduzione globale della quota del reddito destinata al lavoro
  3. Minore impatto sulla produttività della crescita tecnologica. Qui Cottarelli cita gli economisti che ritengono inferiore la crescita della produttività degli ultimi decenni rispetto a quella che si è verificata tra le fine del XIX e la metà del XX secolo. In ogni caso si tratta di una crescita tecnologica che è andata in direzione della riduzione del lavoro umano sostituito dalle macchine automatiche
  4. Crescita del sistema finanziario cioè finanziarizzazione dell’economia che ha portato una maggiore fragilità con l’esposizione a crisi ricorrenti non determinate da un mutamento dei fattori produttivi. Come si è osservato più volte in questi anni l’economia di carta o speculativa si è imposta sull’economia reale dilagando nel sistema bancario e coinvolgendo i debiti pubblici ai quali si è fatto ricorso per rimediare ai danni prodotti dalla finanziarizzazione.

disuguaglianza ricchi e poveriL’analisi è scarna, ma il quadro delineato è abbastanza chiaro. Che fare? Cottarelli individua quattro punti: eliminare gli ostacoli ai meccanismi di mercato; redistribuire il reddito; far funzionare di nuovo l’ascensore sociale ovvero puntare ad una parità dei punti di partenza cioè dare la possibilità a tutti di salire nella scala economica e sociale e questo si può fare soprattutto con un’istruzione di qualità e accessibile a tuttiintervenire sul sistema finanziario per riportarlo ad essere motore di sviluppo economico.

L’unica osservazione da fare è che in questi punti c’è un programma di governo vasto che ha senso se tocca l’Europa e non soltanto i singoli Paesi

Claudio Lombardi

Facciamo il punto sul M5S

populismo M5S

Ora che il lavacro di democrazia digitale ha incoronato a furor di bit Luigi Di Maio come candidato del M5S alla presidenza del consiglio, e dopo l’ultimo di una lunga ed ormai logora serie di colpi di teatro da parte di Beppe Grillo, che negli ultimi anni si è reso protagonista di una vera a propria maratona di passi di lato senza muoversi di un millimetro, possiamo tentare di mettere un punto più o meno fermo e valutare a che punto si trova questo sorprendente movimento e che ruolo potrà giocare nella vita italiana.

Di MaioDico subito che a me, del M5S, ha sempre causato reazioni tra il divertito e l’irritato l’ormai dismesso e patetico slogan di “uno vale uno”, che già alle origini mi pareva un’affascinante sfida a cercare di comprendere se fossimo di fronte ad un caso di malafede portata all’estremo o a quello di una ingenuità politica quasi infantile, cioè pre-politica. Sarà l’abituale cinismo, ma personalmente ho sempre pensato che chiunque creda che in una struttura sociale possa esistere una prevalente “orizzontalità”, dovrebbe farsi vedere da uno bravo. Senza tirare in ballo per l’ennesima volta l’ormai abusata “Legge ferrea dell’oligarchia” di Robert Michels, l’aspetto sorprendente di questo movimento ricco di contraddizioni è aver fatto credere che fosse realmente possibile organizzare un’agorà fisica ma soprattutto digitale in grado di distillare la Verità del Popolo, giacobinamente ribattezzato i Cittadini, e non in realtà pilotarlo dicendogli quello che vuole sentirsi dire.

Il tutto sotto la regia di un imprenditore dotato di meta-visioni di ingegneria sociale piuttosto scontate (e poi del suo erede) alla testa di una società di consulenza di comunicazione. A fare da frontman dell’operazione, un comico sulfureo definitosi “garante” (della purezza dei principi fondativi) e gatekeeper, cioè guardiano del cancello, colui che impedisce le infiltrazioni di corruzione mondana e che oggi tenta di mantenere lo stesso ruolo dissimulandolo dietro la propria canizie.

populismoIl programma politico del M5S, per come si è andato consolidando negli anni, è una sorta di pesca a strascico in quel cupo lago di insoddisfazione e mugugno che è questo paese, che produce naturalmente un giustizialismo deformato che urla in piazza “onestà”, che ha rafforzato il convincimento degli adepti del movimento a considerare delinquente abituale chiunque venga avvisato di garanzia ed a chiederne quindi con infantile petulanza le dimissioni a colpi di tweet ed hashtag, salvo quando tali avvisi raggiungono propri esponenti, provocando in quei casi meritori soprassalti di garantismo, peraltro neppure applicato erga omnes perché la lotta politica, che contamina gli umani, è purtroppo giunta ad infettare anche il purissimo movimento.

Il messaggio di “tanto son tutti ladri” ha fatto rapidamente presa su ampi strati di una opinione pubblica che, un quarto di secolo dopo, continua ad essere orfana di Mani Pulite e delle sue manette e non intende compiere ripensamenti e rielaborazioni neppure di fronte all’eclatante autocritica di Antonio Di Pietro. Questi sono i naïf, quelli che pensano che a colpi di codice penale si possa surrogare l’assenza di senso della comunità e della cosa pubblica che permea vasti e forse maggioritari strati dell’elettorato. Ricordate “Tutti dentro” dell’arcitaliano Alberto Sordi, con lo zelante magistrato manettaro che diventa vittima di quella stessa cultura che egli ha titillato? Correva l’orwelliano anno 1984.

leader e follaMa il M5S è stato anche altro: ad esempio, il tormentone del reddito di cittadinanza, abile tentativo di capitalizzare l’ignoranza economica degli italiani (vedasi le coperture “che ci sono, oh se ci sono”) e l’antica e mai sopita aspirazione popolare a vivere di rendita, “perché siamo l’unico paese europeo a non avere un reddito di cittadinanza”. Assoluta sciocchezza ma la goccia comunicativa scava la roccia. E mai che i grillini ricordino che abbiamo un welfare malato e frutto di una pluralità di “redditi di cittadinanza” erogati per decenni sotto forma di pensioni di invalidità o come prestazione pensionistica a fronte di contribuzioni pressoché inesistenti. Un messaggio molto astuto, quello dei pentastellati, che si inscrive nella domanda di certezza ansiolitica che sale dalle viscere dell’elettorato, non solo italiano, di fronte ad un mondo che demolisce certezze e spesso anche speranze.

La realtà, fatta di compromessi spesso corrosivi ma soprattutto di vincoli, resta la mortale nemica del grillismo, come del resto dell’intera classe politica italiana. La terapia per le soverchianti dissonanze cognitive risiede nel galvanizzare il proprio “popolo”, ululare al complotto dei poteri forti e di oscure forze del male; spesso questa antica tecnica narrativa italiana, quella del vittimismo e del cospirazionismo, ha successo e riesce a rinviare la resa dei conti con la realtà. Quella stessa realtà che ha stroncato o congelato promettenti carriere politiche fuori dall’Italia.

no vaxQuesto non è quindi il necrologio del M5S. Che continuerà a mietere consenso elettorale presso ampi strati di opinione pubblica di un paese che ha ben pochi anticorpi culturali contro Gatti & Volpi di ogni epoca e provenienza. Il movimento potrà andare al potere, sino a giungere ai piani altissimi del Palazzo, oppure potrà finire a disintegrarsi in guerre per bande, soprattutto di probi viri e garanti della purezza ideologica, nell’altro grande topos del più puro che ti epura. Quello che resterà nella storia italiana, in attesa del prossimo packaging elettorale, è la presenza di una forte subcultura che adora le scorciatoie e far “piazza pulita” di tutto quello che “va male”, mentre anela disperatamente ad essere cooptata dal sistema ed essere partecipe degli stessi riti.

Sono “uomini qualunque”, spesso con non lievi pulsioni totalitarie; amano le fughe in avanti e molto più spesso all’indietro; vogliono diffondere consapevolezza ma spesso fanno leva su timori ed ignoranza, ad esempio alimentando posizioni antiscientiste nel solco del cospirazionismo che è la cifra del loro essere anti-sistema. Per questo il M5S non morirà: perché in realtà non è nato una decina di anni addietro ma molto, molto prima. E continuerà, nelle sue reincarnazioni e nei suoi eterni ritorni, a ricordarci tutto quello che non ha funzionato nel processo di crescita civile della nostra comunità nazionale. A ben poco servirà la consolazione di apprendere che anche altri paesi, considerati ben più “evoluti” del nostro, stanno sperimentando tettoniche elettorali del genere.

Mario Seminerio tratto da http://phastidio.net

La crescita del Pil non basta. Il freno del sistema Italia

sistema Italia

Un po’ di ripresa economica è arrivata, le esportazioni tirano, l’occupazione aumenta. È quindi il momento giusto per essere lucidi e realisti e individuare quel che proprio non va e che rischia di tenere frenata l’Italia facendola apparire un Paese debole e confuso. Purtroppo non è soltanto apparenza. La sensazione è quella di essere prigionieri di un sistema istituzionale che non funziona più, di apparati pubblici inefficienti e di una cultura politica e civile che esalta la frammentazione e il culto degli interessi particolari.

crescita pilPer questo non basta la ripresa economica ed il rischio serio è quello di scivolare indietro piuttosto che andare avanti. Lo snodo cruciale è quello della politica e, quindi, delle istituzioni. Abbiamo passato anni ad immaginare che la spinta alla semplificazione e all’efficienza sarebbe passata da un sistema elettorale maggioritario e altrettanti a studiare e dibattere un assetto istituzionale diverso da quello stabilito dalla Costituzione. Tra voto del 4 dicembre e sentenze della Corte Costituzionale siamo tornati indietro su tutti i fronti. Nulla è cambiato nell’assetto istituzionale e il sistema elettorale per ora è quello ritagliato dalla Consulta.

La vittoria del NO ha sancito una disfatta dei partiti e del Parlamento. Al Pd e a Renzi va riconosciuto il merito di aver provato in condizioni difficili a superare gli eterni limiti dell’inconcludenza parolaia che affligge il sistema italiano. Se fino a ieri si riconosceva l’esigenza di una maggiore governabilità ora si esalta la supremazia del principio di rappresentanza che trasforma ogni piccola componente in una potenziale minoranza di blocco. Un bel modo per governare una società complessa e un’economia avanzata.

E a proposito di economia la sorpresa è che il Pil è dato in crescita più di quanto ci si aspettasse. Tuttavia la crescita è mondiale e il merito non è di tutti. Trainano le esportazioni, frenano le aziende di servizi e quelle di proprietà pubblica. Un freno ancora maggiore viene dall’inefficienza della macchina amministrativa, dalla carenza di infrastrutture e di servizi adeguati. Tutte cose che si traducono in sprechi di tempo e denaro.

abbandono del territorioBisogna riconoscere che molto è stato fatto nel corso degli anni, ma la distanza con le migliori esperienze europee resta ampia con alcune punte di vera e propria arretratezza. Si sta concludendo un’estate nella quale sono emersi lo stato disastrato della rete idrica e la situazione di perdurante abbandono del territorio. Sia nell’un caso che nell’altro si è sollevato un gran clamore per problemi ampiamente conosciuti che vengono a galla solo quando ci si trova di fronte al dramma. I tecnici e i politici sanno che c’è un problema strutturale, ma lasciano fare al “tran-tran” dell’ordinaria burocrazia e, in molti casi, usano i problemi per campare di rendita.

Il fatto è che chi governa ad ogni livello è ostaggio dei voti presi e, spesso, della breve durata del suo mandato. Siamo stati abituati a governi che se durano due anni sembra già un successo, tre una svolta. La conseguenza più ovvia è un’esorbitante presenza di apparati amministrativi che ispirano, indirizzano, suggeriscono, interpretano, attuano a modo loro le scelte politiche (di cui loro stessi hanno provveduto a scrivere le norme).

Un discorso a parte merita il sistema giurisdizionale che, sul versante delle cause civili, è uno degli elementi principali dell’inefficienza che ci caratterizza e che rende il concetto di giustizia molto aleatorio. Dal versante penale viene un notevole contributo all’instabilità. Alcuni settori della magistratura inquirente hanno stabilito un filo diretto con gli organi di informazione (è stato definito come circo mediatico giudiziario) assumendo un peso politico che non sarebbe consentito dalla divisione dei poteri. Per anni è bastato l’avvio di un’inchiesta per far cadere governi, amministrazioni locali e portare alla conclusione di carriere politiche e al fallimento di imprenditori.

sistema giustiziaSpesso non si arriva a svolgere i processi perché le inchieste si rivelano assolutamente infondate, ma producono danni alle persone che vengono coinvolte. E anche quando si arriva al processo molti si concludono con assoluzioni che dovrebbero essere imbarazzanti per chi ha mosso le accuse. E sono comunque tutti di durate esagerate, tali da congelare la vita delle persone in attesa di una sentenza. Probabilmente è arrivato il momento di mettere un freno alle iniziative temerarie dei magistrati che, è bene ricordarlo, non rispondono mai di ciò che fanno. Ma le riforme della giustizia di cui si discute riflettono tutte il timore dei politici di non mettersi contro la più potente corporazione italiana protetta da un ordinamento che ne assicura l’autonomia, ma le consente nello stesso tempo di invadere il campo degli altri poteri dello Stato senza rispondere delle conseguenze.

Molto altro ci sarebbe da dire, ma la sintesi è che se vogliamo diventare un Paese serio ed essere presi sul serio dobbiamo avere una visione lucida e concreta dello stato delle cose. Se preferiamo l’eterna sceneggiata del chiacchiericcio inconcludente i problemi ce li terremo e chi ci guarda dall’esterno si regolerà di conseguenza

Claudio Lombardi

Europa ed Africa: il timore e la speranza

Europa e Africa

Europa ed Africa. Le previsioni demografiche dicono che la prima è destinata a perdere da qui alla fine del secolo più di 100 milioni di abitanti. La seconda quasi li quintuplicherà. In numeri le cose stanno così: oggi 456 milioni l’Europa contro 540 dell’Africa, nel 2050 374 milioni e 1,3 miliardi, nel 2100 324 milioni e 2,53 miliardi. Di qui il parere unanime che un travaso di esseri umani ci dovrà essere e pure in misura consistente. Per l’Italia alcuni prevedono che per mantenere l’attuale livello della popolazione serviranno milioni di immigrati. In tutta l’Europa più di cento. Arriveranno tutti dall’Africa? Non è detto e d’altra parte già oggi il mix delle provenienze è molto vario. Ma certo l’Africa è vicina e dunque sarà inevitabile che da lì verrà la quota più consistente dell’immigrazione.

natalità caloLe cause di questa situazione sono note: natalità in calo, mancata sostituzione dei morti, invecchiamento della popolazione e decrescita netta della sua consistenza. Non tutti i paesi sono uguali però. Francia, Irlanda e Svezia sono vicine al tasso ideale di natalità (2,1 figli per donna); l’Italia è molto lontana con il suo 1,4. Alcune domande sono ovvie. Il tasso di natalità è modificabile? Se sì vuol dire che può anche crescere. Non è detto che i giovani e le famiglie non possano essere aiutati e che non decidano di generare più figli. Certo gli stili e le scelte di vita contano molto, ma la Francia dimostra che qualcosa si può fare. Ipotizziamo che si riuscisse a ridurre molto il declino demografico, ciò significherebbe che ci sarebbe bisogno di meno immigrati? Se ci si limita a prendere come base i numeri attuali la risposta dovrebbe essere sì: siamo 60 milioni e tanti dobbiamo rimanere non ci serve aumentare di numero.

E invece fare più figli potrebbe non bastare perché ciò che cambierà sarà la composizione della popolazione ovvero gli anziani aumenteranno, moriranno di meno e assorbiranno risorse. Dunque la stabilità non risolve il problema. Ci vorrebbero più nascite ben oltre il tasso di sostituzione ovvero più giovani in età di lavoro. A meno di non trasformare le donne italiane (ed europee) in fattrici dedite solo alla generazione dei figli qualcuno da fuori dovrà arrivare a darci una mano.

famiglie numeroseDa fuori significa innanzitutto dall’Africa che non va, però, considerata solo un serbatoio di mano d’opera a buon mercato e nemmeno una minaccia. Negli ultimi anni l’incremento del Pil di molti paesi africani si è avvicinato ai livelli cinesi, il tasso di natalità è diminuito ed è destinato a crescere l’invecchiamento della popolazione. È probabile, inoltre, che lo sviluppo economico porti a stili di vita diversi da quelli attuali e anche ad una ridefinizione del ruolo della donna. Probabilità non certezza, ma una probabilità che può essere aiutata ed aiutare molto nel diminuire la pressione verso l’emigrazione. E cosa può aiutare? La collaborazione con l’Europa che possiede capitali e tecnologie per spingere lo sviluppo dei paesi africani. La Cina lo sta già facendo e non certo per scongiurare una possibile ondata migratoria verso i suoi confini. Però la strada è quella. Ed è una strada chiaramente indicata dal governo italiano già da un paio d’anni con il suo Migration Compact.

Non si tratta, quindi, di eliminare l’immigrazione, ma di disciplinarla e di inserirla dentro una politica che abbia al suo centro l’integrazione. Possiamo pensare che l’immigrazione del prossimo futuro potrà essere quella dei barconi o, meglio, quella gestita dai trafficanti (con o senza Ong a completarne l’opera)? Evidentemente no. Nel prossimo futuro l’automazione progredirà velocemente e molti lavori non specializzati saranno effettuati da macchine robotizzate. È un cambiamento al quale dovremmo prepararci da adesso e che riguarderà innanzitutto chi è nato qui. Le cose non saranno facili e molti lavori bisognerà reinventarli. In questo scenario un’immigrazione incontrollata potrà solo creare tensioni micidiali e non servirà all’economia.

sbarchi migrantiÈ dunque quanto mai giusta la linea adottata dal governo italiano (e condivisa adesso dai principali partner europei) di bloccare il traffico di migranti, di avviare una politica di coinvolgimento dei paesi africani con l’obiettivo non di aiutarli genericamente, ma di collaborare a progetti che favoriscano lo sviluppo economico locale e, contemporaneamente, organizzarsi per selezionare sul posto e con il controllo di organismi internazionali le domande di asilo politico. E per raccogliere le richieste di permessi finalizzati alla ricerca del lavoro (magari dando la precedenza a chi ha una formazione professionale).

In ogni caso l’integrazione è e sarà il punto centrale. Abbandonando ogni buonismo multiculturalista dobbiamo essere consapevoli e far capire a chi arriva (e prima ancora che parta) che l’integrazione sarà innanzitutto culturale e non sarà alla pari. Ovvero su alcuni punti non ci saranno compromessi e non dovrà essere possibile dire “nel mio paese si fa così e lo voglio fare anche qui”. Senza fretta e senza animosità, ma su questioni come la libertà, la parità tra uomini e donne, la separazione tra potere civile e religione, il rispetto dell’individuo non ci sono compromessi possibili. Fare chiarezza su questi punti farà bene anche a noi e, se accanto ai corsi di italiano per i richiedenti asilo riattiveremo l’educazione civica nelle scuole magari trasmetteremo anche ai giovani italiani il valore di questi principi

Claudio Lombardi

Lavoro: così la pensa Marco Bentivogli

innovazione tecnologica

Stralci di un’intervista di Marco Bentivogli segretario dei metalmeccanici della Cisl rilasciata a http://stradeonline.it.

La quarta rivoluzione industriale è l’ultima opportunità di sviluppo per rilanciare il Paese. (…) Ma il vero punto di snodo è rappresentato dalle piccole e medie imprese, ancora lontane – salvo qualche apprezzabile eccezione – dal sintonizzarsi sulle frequenze della fabbrica intelligente. Un impulso ad investire sull’innovazione può essere dato dalla partecipazione dei lavoratori, declinata anche nella nuova contrattazione territoriale e aziendale. Ciò richiede, prima di tutto, che via sia un cambiamento culturale: il lavoro non può essere un terreno di scontro ideologico, ma di costruzione e dialogo. (…)

arretratezza ItaliaServe rimuovere le cause strutturali che rendono il nostro paese un habitat sfavorevole all’impresa: l’eccesso di burocrazia, un sistema giudiziario lento e farraginoso, un costo dell’energia superiore del 30% alla media europea e un sistema creditizio che preferisce investire nella rendita piuttosto che nell’impresa. Occorre poi realizzare un sistema formativo efficiente. Siamo il Paese che ha il più elevato gap di competenze rispetto alle skills necessarie oggi e in futuro. (….) Investire in formazione, dunque, non è strategico: è vitale. In questa prospettiva nuova, bisogna passare dalla “protezione del posto di lavoro” alla “promozione del lavoratore”. Per questa ragione, nel contratto dei metalmeccanici abbiamo inserito il diritto soggettivo alla formazione, che a nostro avviso rappresenta una sorta di diritto al futuro. Abbiamo aperto una pista, ora bisogna lavorare su un sistema formativo duale che funzioni e che renda finalmente operativa l’alternanza scuola-lavoro.

(….) Siamo il paese con il Clup (il costo del lavoro per unità di prodotto) più alto d’Europa: finché non ci decidiamo ad intervenire su questo fattore c’è poco da discutere. Gli investimenti in tecnologia e in una nuova organizzazione del lavoro possono rappresentare la carta vincente da giocare per recuperare produttività e competitività e quindi creare anche nuova occupazione. (….) Se verifichiamo il Clup delle PMI, nelle quali in Italia lavora quasi il 90% delle persone, è altissimo, in particolare per quelle sotto i 20 dipendenti. Il Clup sopra i 200 dipendenti è sui livelli nordeuropei.

lavoro operaioAbbiamo perso oltre 300mila posti di lavoro nel solo settore metalmeccanico: interi settori industriali, penso a quello dell’elettrodomestico, sono stati spazzati via. Alla base di queste difficoltà c’è però anche un deficit di cultura imprenditoriale e manageriale, da cui deriva la diffidenza verso i temi dell’innovazione così come verso quelli della partecipazione. C’è poi un altro fenomeno preoccupante, che è, come già accennavo, il ripiegamento nella rendita: la perdita di 87 miliardi di investimenti si spiega anche così. L’errore di fondo è pensare che in Italia non ci sia più spazio per l’industria manifatturiera. Lo spazio invece c’è, purché si investa nell’innovazione sia sul versante delle nuove tecnologie che dell’organizzazione del lavoro. I casi di reshoring, vale a dire di rientro di produzioni precedentemente delocalizzate, che si sono verificati in FCA a Pomigliano e in Whirlpool lo dimostrano.

(….) C’è qualcuno che, spesso strumentalmente, incita ad avere paura della tecnologia. Noi no. (…) Cosa facciamo? Tassiamo anche i bancomat? Le pompe di benzina? Torniamo all’aratro a trazione umana? Dovremmo dire a FCA di smontare i 16 robot della Butterfly che saldano in pochi secondi la carrozzeria di una Jeep Renegade a Melfi perché rimpiangiamo un ambiente di lavoro che faceva respirare le esalazioni della saldatura ai lavoratori? (….)

lavoro e tecnologieLa vera novità è che l’innovazione tecnologica, se anche riduce sempre di più il numero di lavori non-sostituibili dalle macchine, ne creerà di nuovi, generando nuove professionalità; la vera sfida è saper gestire la transizione. (….) Quindi, cosa facciamo? Tassiamo il robot, come propone Bill Gates, o il valore aggiunto del suo contributo, per rendere più conveniente l’utilizzo della persona? E non sarebbe invece più utile che i big della new economy pagassero, da qualche parte, le tasse? Il fatturato per dipendente di queste multinazionali è gigantesco ed è inversamente proporzionale al loro livello di tassazione effettiva. Sarebbe perciò più utile detassare il lavoro che tassare l’innovazione (….) Se l’innovazione si intende gestirla con i tre step dell’Italietta antagonista su tutto ciò che si muove – regolarla, ipertassarla e, appena morta, sussidiarla – noi non siamo d’accordo.

Il lavoro non finirà, ma cambierà, l’idea che si va facendo strada di società in cui lavorerà solo il 10% delle persone mentre il resto vivrà di un sussidio di cittadinanza non regge. (….)
(….) Di una cosa sono convinto: l’Europa, l’euro, la globalizzazione e la tecnologia hanno fatto meglio al lavoro, rispetto ai tanti soldi, anche pubblici, spesi male. Più in generale, sta crescendo un lavoro che non è autonomo né propriamente dipendente. Credo che il lavoro del futuro sarà sempre più un progetto, su questo dobbiamo riflettere senza tentazioni ideologiche

Cuori puri

cuori puri

Cuori puri è il titolo di un film di Roberto de Paolis. La storia è quella di due giovani, Agnese e Stefano, 18 e 25 anni, che vivono in un punto qualunque della sterminata periferia romana aggrappati ad una parvenza di normalità e disperati, ma con la volontà di vivere. Agnese frequenta la parrocchia del quartiere e, spinta da una madre ossessionata dalla devozione, sta per fare voto di castità fino al matrimonio insieme a una decina di suoi coetanei. Stefano prova con tutte le sue forze a fare un lavoro normale, prima come vigilante in un centro commerciale e poi come guardiano del parcheggio di un supermercato. In entrambi i casi lo scontro con una realtà dura e difficile lo priverà dell’unica speranza di sfuggire al “mestiere” più diffuso tra i suoi amici: lo spaccio di droga.

campo romSia Agnese che Stefano non riescono a comunicare i loro problemi a nessuno. La madre della ragazza è compenetrata con la sua religiosità ossessiva e vede la figlia solo come una prova della sua fede. Anche lei si aggrappa ad una parvenza di normalità, l’unica che le appare plausibile sotto le ali protettrici della Chiesa. Intanto fa volontariato. Va dai rom, prepara l’accoglienza per i rifugiati e porta con sé Agnese per coinvolgerla nella sua attività caritatevole. Mostra sensibilità verso i poveri, ma è straordinariamente chiusa verso la figlia con la quale non c’è alcuno vero dialogo.

Stefano cerca di svolgere il suo lavoro di guardiano del parcheggio al meglio delle sue possibilità, ma deve vedersela con un piccolo accampamento di rom che ne occupano una parte, separati solo da una fragile rete metallica. Atti di vandalismo, rifiuti gettati tra le macchine, minacce sono il pane quotidiano di un confronto tra il guardiano e quelli che stanno oltre la rete. Mai Stefano pensa di chiamare la polizia, mai il suo superiore si pone il problema di come affrontare la situazione. Se i rom rompono la rete lui si limita a ripararla e ad attaccare Stefano per la sua incapacità di tenere a bada i nomadi.

Agnese e StefanoI due giovani, però, si incontrano e per loro si apre una porta sui sentimenti che non potranno vivere perché la “normalità” delle loro vite li spinge verso una strada diversa. Il dramma si intravede, ma non si conclude.

L’ennesimo vandalismo dei rom porta al licenziamento di Stefano che non vede altre alternative allo spaccio gestito da un suo amico di infanzia. Agnese non riesce più a stare nei panni della vergine sacrificale devota ai bisognosi e disperata per sé stessa. Padre e madre di Stefano vengono sfrattati e si riducono a vivere per strada con l’unico aiuto di qualche vecchio vicino di casa. Per loro non c’è nessun volontariato che assista e consoli, mentre nella parrocchia si prepara l’arrivo di alcune decine di rifugiati.

Il regista non inventa una realtà che è quella comune a buona parte delle periferie romane. La convivenza/competizione tra bisognosi è la regola ed è forzata, non scelta. Chi si ricorda la vittoria elettorale della destra nelle comunali del 2008 con Alemanno sindaco dovrebbe anche ricordare la cecità delle sinistre che non si accorsero di quanto la presenza dei campi rom esasperò gli abitanti delle periferie. Alla drammaticità di una convivenza impossibile venivano contrapposte parole e ragionamenti intrisi di bontà e di apertura, di razionalità e sani principi.

sbarchi migrantiQualcosa di simile sta accadendo adesso sotto la spinta degli sbarchi. Nel film si mostra con lucido realismo il contrasto tra il disinteresse per la vita dei romani nelle periferie e l’eccitata mobilitazione per i migranti. Forse qualche parrocchia se ne è accorta, forse qualche associazione di quartiere, ma sicuramente nelle migliaia di strade che compongono gli enormi quartieri popolari che si estendono verso il GRA gli sbarchi e l’arrivo di altri migranti non sono visti con spirito caritatevole e con animo aperto all’accoglienza.

Cuori puri è un drammatico richiamo alla verità della vita di tante persone. Molte più di quante ne possa immaginare chi contempla le cose dai rami alti della politica, del giornalismo e anche dell’associazionismo militante abituato ad una proiezione mondiale che allontana dalle miserie di chi deve subire le conseguenze di scelte strategiche non abbastanza meditate, più imposte agli italiani che condivise.

Claudio Lombardi

La politica senza potere nell’Italia del non fare

esercizio del potere

Sul Corriere della Sera del 22 luglio Ernesto Galli della Loggia parla di una questione centrale per capire il sistema Italia: la debolezza del potere politico e la sua soggezione alle forze organizzate della società. Lo riproduciamo integralmente

“Perché da anni in Italia ogni tentativo di cambiare in meglio ha quasi sempre vita troppo breve o finisce in nulla? Perché ogni tentativo di rendere efficiente un settore dell’amministrazione, di assicurare servizi pubblici migliori, una giustizia più spedita, un Fisco meno complicato, una sanità più veloce ed economica, di rendere la vita quotidiana di tutti più sicura, più semplice, più umana, perché ognuna di queste cose in Italia si rivela da anni un’impresa destinata nove volte su dieci ad arenarsi o a fallire? Perché da anni in questo Paese la politica e lo Stato sembrano esistere sempre meno per il bene e l’utile collettivi?

potere politicoLa risposta è innanzi tutto una: perché in Italia non esiste più il Potere. Se la politica di qualunque colore pur animata dalle migliori intenzioni non riesce ad andare mai al cuore di alcun problema, ad offrire una soluzione vera per nulla, dando di sé sempre e solo l’immagine di una monotona vacuità traboccante di chiacchiere, è per l’appunto perché da noi la politica, anche quando vuole non può contare sullo strumento essenziale che è tipicamente suo: il Potere. Cioè l’autorità di decidere che cosa fare, e di imporre che si faccia trovando gli strumenti per farlo: che poi si riassumono essenzialmente in uno, lo Stato. Al di là di ogni apparenza la crisi italiana, insomma, è innanzi tutto la crisi del potere politico in quanto potere di fare, e perciò è insieme crisi dello Stato.

Beninteso, un potere politico formalmente esiste in questo Paese: ma in una forma puramente astratta, appunto. Di fatto esso è condizionato, inceppato, frazionato. Alla fine spappolato. In Italia, di mille progetti e mille propositi si riesce a vararne sì e no uno, e anche quell’uno non si riesce mai a portare a termine nei tempi, con la spesa e con l’efficacia esistenti altrove. Non a caso siamo il Paese del «non finito»; del «non previsto»; dei decreti attuativi sempre «mancanti»; dei finanziamenti iniziali sempre «insufficienti», e se proprio tutto fila liscio siamo il Paese dove si può sempre contare su un Tar in agguato. Il potere italiano è un potere virtualmente impotente.

rispetto delle leggiPerché? La risposta conduce al cuore della nostra storia recente: perché ormai la vera legittimazione del potere politico italiano non deriva dalle elezioni, dalle maggioranze parlamentari, o da altre analoghe istanze o procedure. Svaniti i partiti come forze autonome, come autonome fonti d’ispirazione e di raccolta del consenso, l’autentica legittimazione del potere politico italiano si fonda su altro: sull’impegno a non considerare essenziale, e quindi a non esigere, il rispetto della legge.

È precisamente sulla base di un simile impegno che la parte organizzata e strutturata della società italiana — quella che in assenza dei partiti ha finito per essere la sola influente e dotata di capacità d’interdizione — rilascia la propria delega fiduciaria a chi governa. Sulla base cioè della promessa di essere lasciata in pace a fare ciò che più le aggrada; che il comando politico con il suo strumento per eccellenza, la legge, si arresterà sulla sua soglia. Che il Paese sia lasciato in sostanza in una vasta condizione di a-legalità: come per l’appunto è oggi. È a causa di tutto ciò che in Italia nessun Parlamento, nessun governo, nessun sindaco, può pensare davvero di far pagare le tasse a chi dovrebbe pagarle, di avere una burocrazia fedele alle proprie direttive, di licenziare tutti i mangiapane a tradimento che andrebbero licenziati, di ridurre l’enorme area del conflitto d’interessi, di stabilire reali principi di concorrenza dove è indispensabile, di imporre la propria autorità ai tanti corpi dello Stato che tendono a voler agire per conto proprio (dalla magistratura al Consiglio di Stato, ai direttori generali e capi dipartimento dei ministeri), di tutelare l’ordine pubblico senza guardare in faccia a anomalia italiananessuno, di anteporre e proteggere l’interesse collettivo contro quello dei sindacati e dei privati (dalla legislazione sugli scioperi alle concessioni autostradali) e così via elencando all’infinito. Il risultato è che da anni qualsiasi governo è di fatto in balia della prima agitazione di tassisti, e lo Stato è ridotto a dover disputare in permanenza all’ultimo concessionario di una spiaggia i suoi diritti sul demanio costiero.

In Italia, insomma, tra il potere del tutto teorico della politica da un lato, e il potere o meglio i poteri concreti e organizzati della società dall’altro, è sempre questo secondo potere a prevalere. Da tempo la politica ha capito e si è adeguata, rassegnandosi a non disturbare la società organizzata e i suoi mille, piccoli e grandi privilegi. Il che spiega, tra l’altro, perché qui da noi non ci sia più spazio per una politica di destra davvero contrapposta a una politica di sinistra e viceversa: perché di fatto c’è spazio per una politica sola che agisca nei limiti fissati dai poteri che non vanno disturbati. Da quello dei parcheggiatori abusivi a quello delle grandi società elettriche che possono mettere pale eoliche dove vogliono.

Ma in un regime democratico, alla fine, il potere della politica è il potere dei cittadini, i quali solo grazie alla politica possono sperare di contare qualcosa. Così come d’altra parte è in virtù del potere di legiferare, cioè grazie allo strumento della legge, che il potere della politica è anche l’origine e il cuore del potere dello Stato e viceversa. Una politica che rinuncia a impugnare la legge, a far valere comunque il principio di legalità, è una politica che rinuncia al proprio potere e allo stesso tempo mina lo Stato decretandone l’inutilità. Rinuncia alla propria ragion d’essere e si avvia consapevolmente al proprio suicidio. Non è quello che sta accadendo in Italia?

Smetto quando voglio

ricercatori

Pubblichiamo un estratto della lettera con cui Massimo Piermattei, storico dell’Integrazione europea, ha abbandonato la ricerca e l’Università. I problemi che rappresenta sono noti da decenni e costituiscono uno dei maggiori sprechi di risorse umane del sistema Italia.

Ciao, sono Massimo. Ero uno storico dell’Integrazione europea, ho 39 anni e ho deciso di smettere con l’Università. Se partecipassi a un gruppo di auto-aiuto, inizierei così. Ma è solo la mia storia. La racconto, sì, anche a scopo terapeutico. Per me stesso, o forse non solo. Ho iniziato a studiare Storia dell’integrazione europea all’università, e fu un colpo di fulmine. Dopo il dottorato ho iniziato a farmi le ossa: un periodo all’estero, un assegno di ricerca, i contratti. Da allora ho scritto due monografie e più di 25 saggi e articoli in italiano e inglese; ho partecipato a seminari e convegni portando in giro per il mondo il nome dell’università per cui lavoravo. Ma non è di questo che voglio parlare. In questi giorni ho trovato la forza di portare a termine un percorso travagliato in cui mi dibattevo da anni. Ho sempre rinviato, nella speranza che qualcosa cambiasse. Ma la svolta non c’è stata, e la scelta si è fatta improrogabile: restare o andar via?

Noi siamo diversi Chi prova a entrare nell’Accademia conosce già le sue regole, scritte e (soprattutto) non scritte. Perciò nessuno può dire: “Io non sapevo”. Si accetta liberamente, sperando che i finali amari riguardino gli altri: perché noi siamo diversi, o perché il merito, alla lunga, viene fuori. È vero, il sistema sa sedurti con mille promesse: contratti, pubblicazioni, convegni. Gli anni passano, e quando la speranza inizia a vacillare, ti ripeti: basta ingoiare ancora un po’. E giù appelli, seminari, lezioni gratuite: così l’ordinario di turno appalta gran parte delle ore che gli spettano e per le quali, tra l’altro, è pagato. Lui, non tu.

universitarioLa costante riduzione di fondi per l’Università, unita alla crescente chiusura del reclutamento, ha fatto sì che i professori ordinari abbiano visto crescere in modo esponenziale il loro potere. Sono come un imperatore che decide, con un gesto del pollice: tu sì, tu no. Certo, ci sono le “lotterie” dei bandi nazionali ed europei, ma siamo appunto nel mondo del gratta e vinci. Le tante riforme varate per premiare il merito hanno finito per danneggiare solo i più deboli. E anche quello sul merito è un ritornello stucchevole: la scarsità di soldi e di posti scatena la guerra tra chi è dentro e chi è fuori e, ancor peggio, tra poveri.

Maestri e orfani Di fatto, per entrare hai bisogno di un “maestro” che ti aiuti a costruire un curriculum spendibile e di un “tutore” che ti faccia passare i concorsi, o comunque ti garantisca posizioni e risorse: due figure che spesso coincidono. Le eccezioni ci sono, ma confermano la regola, e permettono al sistema di giustificarsi: “Vedete? È tutto trasparente”. Se non li hai, un maestro e un tutore, sei orfano, e per gli orfani non c’è futuro. Magari qualcuno ti aiuterà per un po’, ma finisce lì. E io, da un po’ di tempo a questa parte, ero orfano. Circondato da sorrisi al motto “non aderire e non sabotare”, che è poi, alla prova dei fatti, un sabotaggio. Ma pilatesco, perché manca il coraggio di dirti: “Per te non c’è posto, fai altro”.

carriera universitariaCosa può fare un orfano testardo che voglia comunque provare a costruirsi una carriera? Si dibatte tra i contratti d’insegnamento e le collaborazioni. I primi, in cambio dell’opportunità di tenere un piede dentro e farti chiamare “professore”, garantiscono pochi soldi in cambio di un’enorme mole di lavoro (l’ultimo che ho avuto era di 1.500 euro lordi per 60 ore di lezione e una decina di appelli d’esame). Le seconde, oltre a essere tassate in modo clamoroso, portano via tempo ed energie. A perderci, naturalmente, è la ricerca. Il bisogno di soldi spiega tra l’altro la figura del “marchettaro”, il fenomeno per cui uno studioso precario scopre un improvviso interesse per un argomento di cui non gli importa nulla, ma se lo studia gli danno 500 o mille euro. Spesso mesi o anni dopo la consegna del lavoro. Il tutto in un contesto umiliante, in cui si aspetta mesi un appuntamento cruciale. E chi sta dall’altra parte finge di non sapere che un intoppo burocratico può avere per te conseguenze devastanti: “Ti avevo detto che l’assegno non sarà rinnovato?”.

La retorica della fuga Conosco il ritornello: si può sempre partire, no? Comprendo bene le ragioni di chi lascia l’Italia per l’estero, ma su questo punto ha preso piede una retorica imbarazzante. È passata l’idea per cui se lavori fuori sei bravo; se hai scelto l’Italia sei, come minimo, complice del sistema. Non c’è spazio per l’ipotesi che tu sia rimasto perché non potevi espatriare o per provare a cambiare le cose. Invece sarebbe bello raccontare anche le storie di chi dedica tempo ed energie alle università italiane. Che, se continuano a popolare il mondo di eccellenze, forse così male non sono. Certo, direte: chi non riesce a entrare può sempre giocarsi le sue competenze fuori.

cervelli in fugaPeccato che i formulari degli uffici pubblici propongano sempre le stesse laconiche opzioni: diploma, laurea, altro. Ecco cos’è il dottorato di ricerca per il mondo del lavoro e per le istituzioni italiane: altro. Un pezzo di carta. Un errore di gioventù. E cosa succede al “giovane” studioso che a quasi 40 anni non ha ancora una prospettiva? Semplice: si trova a un bivio. Se insiste con la carriera, sa che una famiglia la costruirà, forse, molto più in là. Se privilegia la famiglia, le opportunità di lavoro si riducono drasticamente. I figli, poi, una catastrofe.

Quanti sacrifici hanno fatto mia moglie e i miei due bimbi perché io potessi ancora tentare. Chi si occupa di discipline umanistiche è un orfano tra gli orfani. Nel discorso pubblico, ormai da anni, vale solo la “tecnica”, la ricerca “vera”. E la Storia? Roba per perditempo. Lo studio del passato è scomodo perché mette a nudo il presente, e poi non è pop, non è fatto di anglicismi, slogan, formule. Lungi da me il denigrare la scienza: viva le macchine! Viva i laboratori! (Da qualche settimana, per vivere, vendo ricambi d’auto). Ma il nostro rifiuto della Storia è vergognoso.

E ciò che soprattutto rimane inaccettabile è lo spreco di risorse di un’intera generazione. Quante persone ho incontrato in dieci anni; quanti talenti. Quanta rabbia nel vederli appassire.Oggi sono uno di loro. Me ne vado per dignità. Non rinnego quel che ho fatto, perché mi ha fatto crescere come persona e come uomo. Non è una resa, ma un issare le vele per tornare in mare aperto. “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. Smetto quando voglio.

Il caso Charlie e i vaccini

vaccinazioni

Per Charlie Gard si sono mossi il Papa e il Presidente Usa Trump. Che succede? Come mai la sorte di un bimbo colpito da una malattia incurabile diviene un caso mondiale? Le opinioni pubbliche dei paesi più avanzati sono sempre più sensibili al richiamo di chi diffida della scienza e dei medici che la attuano nel campo della salute. La scelta tra vita e morte, quando si tratta di cure mediche, sembra diventata una questione ideologica o addirittura politica. Singoli casi, come già fu per Eluana Englaro, suscitano un’attenzione morbosa o diventano bandiere da agitare in un’oscillazione estrema tra la negazione della libertà di morire con dignità e l’affermazione di un’assoluta libertà di scelta delle cure che prescinde o contrasta con chi di quelle cure detiene le competenze scientifiche come è accaduto a lungo per i vaccini.

libertà di sceltaRoberto Burioni parla di questo in un suo recente intervento sul caso dei vaccini. Il ragionamento che svolge, però, ha un valore generale sul rapporto tra cure mediche e scelte dei singoli.

“L’Airbus A-380 atterra su 22 ruote. Sono poche? Sono troppe? Per saperlo è necessario il parere di un ingegnere aeronautico e non sono documentati casi di passeggeri che chiedano di smontare una ruota al pilota.

Il ponte che consente all’autostrada A1 di superare il fiume Po all’altezza di Piacenza ha 16 campate. Sono troppe? Sono poche? Ci vuole un esperto di ingegneria civile per dirlo, e infatti nessuno degli automobilisti che ci passa sopra si azzarda a obiettare.

In entrambi i casi ci si fida del fatto che gente estremamente qualificata, che conosce bene l’argomento, abbia fatto i calcoli corretti ed abbia deciso il giusto numero di campate o di ruote.

vaccini numeroAl contrario, sentite ogni giorno dire che “dodici vaccinazioni sono troppe” Lo dicono in tanti: parlamentari, mamme informate, padri combattenti, giornalisti d’assalto. Tutte persone che sanno di vaccini quanto di ingegneria civile o aeronautica: zero assoluto. Per motivi sconosciuti sulle ruote dell’Airbus e sulle campate del ponte tacciono, sui vaccini parlano. E dicono sciocchezze. Vediamo perché.

Partiamo da un concetto: chi usa il termine “sovraccarico immunologico” è qualcuno che non sa nulla di immunologia. Il sovraccarico immunologico non esiste, e tanto meno potrebbe conseguire alla somministrazione di dodici vaccini. Un bambino esce dall’utero materno (sostanzialmente sterile) e al momento della nascita viene invaso da moltissimi miliardi di batteri che stimolano il suo sistema immune senza sovraccaricarlo: cosa volete che facciano dodici vaccini in quindici mesi?

Ma vediamo la questione da un altro punto di vista, e spieghiamo cosa è un antigene. Un antigene è una singola sostanza che stimola il sistema immune, come una proteina purificata. Quando il bambino si provoca un graffietto nella cute o viene punto da una zanzara viene a contatto istantaneamente con migliaia e migliaia di antigeni: nei “dodici vaccini”, distribuiti in quindici mesi di vita, ce ne sono meno di centosessanta!

competenze scientificheSe pensate che una volta si vaccinasse di meno, vi sbagliate. Chi, come me, è nato negli anni 60, è stato vaccinato con un numero minore di vaccini, ma gli antigeni erano più di tremila. Oggi, grazie al miglioramento della tecnologia, i vaccini sono immensamente più sicuri ed efficaci e con meno di 200 antigeni complessivi proteggono contro dodici malattie.

Dodici vaccini, quindi, non sono troppi. Sono un modo per proteggere in tutta sicurezza un bambino – e tutta la società – da malattie pericolosissime che potrebbero avere conseguenze tragiche. Non ascoltate quindi chi vi racconta bugie sul “sovraccarico immunologico”: è un cretino tanto quanto colui che vorrebbe togliere un paio di ruote al carrello dell’aereo con il quale state per partire per le vacanze. Non consentitegli di mettere in pericolo voi, gli altri passeggeri e mandatelo al posto che gli appartiene: un bar di periferia a bersi del brandy di pessima qualità.

Dimenticavo: sempre i soliti somaroni vi dicono “i vaccini si fanno troppo presto”. E’ un’altra scemenza della quale vi parlerò la prossima volta.

PS: i dodici vaccini non sono troppi, ma sono pochi: manca quello importantissimo contro lo pneumococco, che oltre a proteggere i bambini difende pure gli anziani. Ma di questo ne parleremo in altra occasione”

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