Perché la flat tax è sbagliata (2)

  • Flat tax ed evasione fiscale

Non vi è evidenza che un significativo taglio della pressione fiscale farebbe diminuire l’evasione.  I più considerati studiosi del sommerso affermano che l’evasione fiscale dipende in prima battuta dalla capacità amministrativa dello Stato e da come lo Stato é percepito dai cittadini. In seconda battuta impattano anche sull’evasione:

  • gli aumenti della pressione fiscale. Una crescita sensibile della pressione fiscale fa aumentare l’evasione perché gli operatori economici spiazzati ricorrono al sommerso. Tuttavia non ci sono particolari evidenze del fatto che abbassamenti della pressione fiscale producano una riduzione dell’evasione
  • fattori storici e sociali
  • struttura del mercato, ovvero dimensioni degli operatori economici e circolazione del contante

Attualmente l’economia sommersa di tutti i paesi che adottano la flat tax si stima abbia una dimensione superiore all’economia sommersa italiana. Il professor Schneider dell’università di Linz, uno dei massimi esperti di evasione fiscale, nel 2015 stimava un’evasione fiscale (shadow economy) per l’Italia di circa il 20%. Secondo Schneider il primo paese per evasione fiscale dell’UE era la Bulgaria con circa il 32% del PIL seguito dalla Romania con circa il 31%. Entrambi i paesi adottano ormai da diversi anni la flat tax.

Più in generale i paesi dell’Europa occidentale hanno una pressione fiscale nettamente più elevata ed un’evasione fiscale nettamente più bassa dei paesi dell’Europa orientale, i paesi che hanno le migliori performance in termini di lotta al sommerso sono la Francia e l’Austria che fanno rilevare dati sulla pressione fiscale tra i più elevati al mondo

Altra evidenza importante è il trend. Dagli anni ottanta in avanti, contro ogni previsione l’evasione fiscale crebbe ovunque, dal 2005 ad oggi si rileva invece una dinamica di riduzione del sommerso, nell’ordine del 3-4% in tutti i paesi OCSE, i cui principali driver appaiono la diffusione dei pagamenti elettronici e l’aumento dell’efficienza dell’amministrazione finanziarie

  • Flat tax, crescita e benessere

Non vi è alcuna evidenza che la flat tax, come ogni riduzione del carico fiscale per i più abbienti stimolerebbe la crescita; oggi il trickle down, ovvero la tesi che quello che va bene per i ricchi va bene per tutta la nazione è fortemente contestata. Riscuotono sempre più successo le idee di Piketty e Stiglitz secondo cui al contrario più tasse ai ricchi potrebbero significare maggiori investimenti pubblici che il privato non farebbe oppure tagli alle imposte sui redditi più bassi che si convertono in consumi. Oggi addirittura il Fondo Monetario Internazionale afferma che meno tasse ai ricchi non significa più crescita ma più disuguaglianze e che anzi in molti paesi occorrerebbe più progressività. Essenzialmente il mercato è fatto dalla domanda – il potere d’acquisto dei cittadini – e dall’offerta – la competitività delle imprese. La flat tax sarebbe l’ennesimo intervento volto a potenziare l’offerta, ma il risultato complessivo del taglio delle tasse ai ricchi potrebbe essere negativo perché i tagli alla spesa necessari per finanziare la flat tax potrebbero deprimere in misura significativa i consumi.

Qualora vi fosse spazio per una drastica riduzione della pressione fiscale sarebbe quindi opportuno partire dai redditi più bassi per stimolare i consumi, oppure tagliare l’aliquota sui redditi delle società perché le scelte di localizzazione delle imprese in un paese dipendono molto più dall’imposta sui redditi delle società che dalle aliquote sui redditi delle persone fisiche.

  • Flat tax in Italia

Salvini afferma che all’Italia serve una flat tax con aliquota del 15%, Berlusconi dice che si potrebbe iniziare con un’aliquota del 23% che si potrebbe ridurre se la crescita del PIL fosse sostenuta. Carlo Cottarelli ammonisce che il taglio delle imposte da solo produrrebbe un buco di circa 30 miliardi.

La flat tax non si finanzia da sola e la sua introduzione sarebbe per il nostro paese una scelta spericolata. Alcune evidenze depongono chiaramente in questo senso:

  • Nel 2005 il consulente economico della campagna elettorale di Angela Merkel, Paul Kirchoff, propose l’introduzione di una flat tax con aliquota del 25%, la proposta bocciata dai tedeschi fu ritenuta da più parti irrealizzabile anche in un paese ricco come la Germania.
  • Negli stessi anni, nella legislatura 2001-2006 il governo Berlusconi ottenne dal parlamento una delega fiscale per introdurre un’imposta sui redditi con due sole aliquote, una del 23% ed una del 33%. La proposta fu accantonata perché considerata troppo onerosa per il bilancio dello Stato. L’Italia di allora aveva un rapporto debito/PIL che in pochi anni, grazie al lavoro fatto dai governi degli anni novanta, era fortemente calato e stava convergendo sul 100% del PIL; tale rapporto è oggi al 130%.
  • Negli ultimi quindici anni la progressività del sistema fiscale italiano è fortemente diminuita, prima con la riforma dei redditi d’impresa che ha abolito il credito d’imposta sui dividendi, poi dando la possibilità di optare per una flat tax sugli affitti. Tale ultimo intervento non ha prodotto i benefici sperati in termini di recupero di sommerso.

La flat tax ci porterebbe a dover scegliere tra una probabile crisi del debito pubblico e tagli della spesa che deprimerebbero la domanda. Per finanziare dal nulla la manovra come affermato dal leader leghista Matteo Salvini occorrerebbe una crescita del PIL del 4 o del 5% per molti anni, obiettivo irraggiungibile nel mondo post Lehman Brothers e ancor più irraggiungibile per un paese come l’Italia che arriva da un lungo declino della produttività del lavoro e con un’età media molto avanzata.

Probabilmente oggi una spending review seria che liberi 10 o 15 miliardi da investire in ricerca e sviluppo avrebbe più ricadute positive di quelle di un drastico taglio della pressione fiscale. E inoltre ad un paese che invecchia servono asili e non meno tasse sui redditi elevati. Infine una flat tax per tutti renderebbe meno efficaci gli sgravi fiscali per i neo imprenditori, che oggi beneficiano di un’aliquota del 5%; parafrasando Thomas Piketty: “non sempre meno tasse significa più libertà (d’impresa).”

Per tutte queste ragioni la flat tax è un’idea antistorica e dannosa. Non per questo però sono fuori luogo le posizioni di chi invoca una semplificazione del nostro sistema tributario. Per esempio si potrebbero abolire piccole imposte come il canone Rai, la concessione governativa sui contratti di telefonia, il bollo sul conto corrente o quello sull’automobile che sono in alcuni casi ormai superate e sganciate dalla capacità contributiva e sostituirle con un’unica imposta computata su una base imponibile che intercetti una reale capacità contributiva.

E` opportuno ricordare in conclusione che oggi non è più tempo di credere a chi ci promette la chimera di una rapida rivoluzione che cambierà la nostra vita, si tratti della flat tax, dell’abbandono della moneta unica o di poco credibili tagli agli sprechi di molte decine di miliardi in un anno e senza effetti indiretti. La vera rivoluzione è far capire che l’Italia è un paese che si cambia lavorando non con il martello ma con il cacciavite.

Salvatore Sinagra

Perché la flat tax è sbagliata (1)

  • Flat tax e tagli delle imposte sui redditi più alti

In tutti i paesi progrediti il sistema fiscale è guidato da criteri di progressività, ovvero le imposte pagate crescono al crescere del reddito e più in generale dalla capacità contributiva. Nei paesi occidentali la progressività delle imposte è garantita da aliquote crescenti sul reddito delle persone fisiche. Le altre due principali imposte, l’imposta sui redditi delle società e dove esiste l’imposta sul valore aggiunto non hanno invece un sistema di aliquote che crescono al crescere della base imponibile. Quando si parla di flat tax, ovvero di imposta piatta, si fa riferimento all’imposta sui redditi delle persone fisiche con una sola aliquota. Oggi tale imposta è adottata quasi esclusivamente da paesi postcomunisti, alcuni dei quali ricchi di risorse naturali e da piccolissimi paesi, in gran parte paradisi fiscali. Il più grande dei paesi del flat club è la Russia.

Il primo a parlare imposta piatta fu Milton Friedman, in estrema sintesi l’economista americano sosteneva la necessità di ridurre in modo consistente le imposte sui redditi più elevati, tagliare i servizi pubblici e introdurre un’imposta negativa (una sorta di reddito di cittadinanza) per i meno abbienti. L’idea di fondo che ispira il taglio delle imposte sui redditi più elevati è il trickle down, ovvero che più soldi per i più abbienti portano ad investimenti, maggior occupazione e maggior benessere per tutti.

L’economia non è una disciplina scientifica e i suoi modelli risultano meno affidabili di quelli della fisica. Non è nemmeno una disciplina filosofica in cui è possibile dividere con un coltello il bene dal male. L’economia è una disciplina empirica, lo studio delle evidenze ci aiuta a capire cosa in passato ha funzionato e cosa tra ciò che ha funzionato potrebbe funzionare oggi. Tutte le evidenze ci portano alla conclusione che la flat tax non funziona

  • Esperienze simili alla flat tax

Nel dopoguerra l’aliquota più elevata sui redditi delle persone fisiche raggiungeva il 95% negli Stati Uniti ed il 75% in molti paesi europei. Dagli anni sessanta ad oggi si è assistito ad un drastico taglio delle aliquote sui redditi più elevati. Oggi l’aliquota più elevata è pari al 37% negli Stati Uniti (sopra i 500.000 dollari), al 50% circa in Gran Bretagna e Germania (nel secondo caso incluso contributo di solidarietà), al 45% in Francia e Spagna al 43% in Italia.

Reagan stimolò l’economia con significativi tagli fiscali a cui furono abbinati tagli della spesa sociale per oltre 20 miliardi di dollari. Gli effetti sui conti pubblici furono negativi in parte per l’aumento delle spese militari, in parte perché le previsioni sugli stimoli dell’economia figli della riduzione della pressione fiscale si rivelarono errate. Durante le presidenze di Reagan e Bush senior il deficit del governo federale restò sempre tra il 4 ed il 7%, era attorno al 2-3% con Carter, Clinton riportò il bilancio federale in pari nel 2000.

Di certo pochi oggi proporrebbero di introdurre un’aliquota marginale del 95% sui redditi sopra 75.000 euro o 100.000 euro, tuttavia oggi molte istituzioni internazionali hanno rivisto le loro posizioni in merito ai tagli fiscali per i più abbienti. L’OCSE afferma che paesi molto indebitati non possono pensare di rilanciare il PIL a colpi di riduzioni della pressione fiscale a debito e suggerisce di spostare il carico fiscale dai redditi ad altri presupposti d’imposta quali il patrimonio ed i consumi. Il Fondo Monetario Internazionale che a partire dagli anni ottanta sostenne l’idea di tagliare le detrazioni per abbassare le aliquote d’imposta ha negli ultimi anni suggerito una maggiore attenzione alle disuguaglianze e con il Fiscal Monitor dell’ottobre 2017 ha affermato che occorre tassare di più i redditi più elevati. Il FMI arriva in ritardo di diversi anni rispetto alla Commissione Europea che almeno dal 2013 sostiene che paesi molto indebitati non possono rilanciare la crescita con scriteriati tagli della pressione fiscale.

  • Il laboratorio dell’Europa dell’est

Dal 1989 al 2007 molti paesi dell’Europa orientale crebbero a tassi molto elevati che spesso raggiungevano le due cifre, mentre i paesi occidentali festeggiavano quando ottenevano una crescita del 3%; in quegli anni l’ovest e l’est del vecchio continente vivevano in due “ere geologiche” diverse; gli anni che vanno dalla caduta del muro a Lehman Brothers per l’Europa orientale equivalgono ai trent’anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale per l’Italia e la Francia. I tassi di crescita dei 15 -18 anni post 1989 dei paesi dell’est oggi non sono replicabili né in Europa orientale né in Europa occidentale. Per molti paesi dell’Europa orientale dopo Lehman Brothers il tasso di crescita annuale massimo si è abbassato di 3 o 4 punti percentuali e la flessione sta continuando. Per i paesi che nel primo decennio del millennio avevano raggiunto e superato tassi di crescita del 10% oggi Bloomberg stima una crescita tra il 2 ed il 4%.

Nei paesi dell’Europa dell’est il modello sociale europeo non esiste e le disuguaglianze sono elevatissime. Elemento colpevolmente omesso nel dibattito è che la dilaniata Ucraina, la Repubblica Ceca, l’Albania e la Slovacchia hanno abbandonato la flat tax e sono ritornate alla tassazione progressiva. Tutte le previsioni ci dicono che nei prossimi 5 anni la Slovacchia avrà tassi di crescita più alti dei paesi del flat club. La Russia, con la sua flat tax al 13% nei prossimi anni dovrebbe crescere al 2%, un disastro per un paese emergente.

I teorici della flat tax affermano che la sua introduzione nella federazione russa fece crescere il gettito, ma in realtà la crescita delle entrate fiscali di Mosca fu legata alla crescita del prezzo delle materie prime. La Russia fa il bilancio di previsione in funzione del prezzo del petrolio, che dall’introduzione dell’imposta piatta al 2008 passò da poco più di 20 a 140 dollari al barile. Oggi con un prezzo di 60 dollari al barile lo Stato è stato costretto a tagliare moltissimi servizi. Secondo Carlo Cottarelli, già commissario per la spending review, l’unico caso in cui la flat tax ha comportato un aumento del gettito fiscale è quello della Bulgaria.

  • Le riduzioni delle imposte sui redditi elevati in Europa Occidentale

In Germania il socialdemocratico Schröder nei primi anni duemila tagliò le imposte alle persone fisiche riducendo di 15 punti percentuali le imposte al ceto medio e di pochi punti quelle sui redditi più elevati. Gli stessi padri del pacchetto di riforme varato dai tedeschi all’inizio del nuovo millennio si resero presto conto che i tagli alle imposte stimolarono i consumi meno del previsto. I tagli delle imposte ai milionari furono il primo elemento di agenda 2010 rottamato. La grossa coalizione 2009-2013 portò di fatto l’aliquota sui redditi oltre i 250.000 euro poco sopra il 50%. La Gran Bretagna assai aggressiva sul fronte tasse alle imprese con un’aliquota sulle società del 21% con la crisi ha portato l’aliquota più elevata sui redditi delle persone fisiche al 50%. Quindi sia la locomotiva tedesca che la liberista Gran Bretagna prelevano ben più del nostro 43% sui redditi di diverse centinaia di migliaia di euro.

Salvatore Sinagra

(primo di due articoli)

Cottarelli: ecco ciò che frena l’Italia

Pubblichiamo un estratto del libro di Carlo Cottarelli “I sette peccati capitali dell’economia italiana” edito da Feltrinelli

Negli ultimi vent’anni l’economia italiana è cresciuta poco, anzi quasi niente. Tra il 1999 e il 2017 il reddito pro capite è rimasto invariato in termini di potere d’acquisto. È il primo ventennio in cui questo accade dall’Unità d’Italia, se si escludono i vent’anni che si concludono durante la Seconda guerra mondiale. Ora il Pil ha ripreso a correre, ma cresciamo meno del resto dell’Europa. Se fosse una corsa ciclistica, potremmo dire che, dopo essere stati distaccati in salita, la distanza aumenta anche ora che siamo in discesa e stiamo andando più forte.

Perché l’Italia cresce poco? Per due motivi. Primo, ci portiamo dietro da parecchio tempo diversi “peccati capitali” che ci indeboliscono rispetto agli altri Paesi. Il libro parla prima di sei peccati di lunga data: l’evasione fiscale, la corruzione, il peso della burocrazia, la lentezza della nostra giustizia, il crollo demografico che abbiamo subito dall’inizio degli anni ’70 e quel persistente divario tra il Meridione e il resto del Paese, che ha origini molto lontane. Un tema comune a molti di questi peccati è la mancanza di capitale sociale: siamo individualisti e non ci rendiamo conto che quello che va a nostro vantaggio immediato causa enormi problemi alla società se diventa norma di comportamento. Abbiamo sofferto a causa di questi peccati per diversi decenni. Perché allora abbiamo cominciato a perdere terreno solo negli ultimi vent’anni? E qui si arriva al secondo motivo della bassa crescita: il settimo peccato è la difficoltà che abbiamo avuto a convivere con l’euro. Siamo entrati nell’euro impreparati, pensando di poter continuare a fare quello che facevamo prima. Per una decina d’anni, dal 1999 al 2008, i nostri costi di produzione sono aumentati più che in Germania. Succedeva anche prima dell’euro, ma prima potevamo svalutare la lira di tanto in tanto e recuperare in questo modo competitività. Con l’euro avremmo dovuto stare più attenti e tenere i nostri costi di produzione in linea con quelli tedeschi. Non l’abbiamo fatto e abbiamo perso competitività: nei primi dieci anni dell’euro, i nostri costi di produzione sono aumentati più che in Germania di 20-25 punti percentuali. Il che ha fatto soffrire le nostre importazioni e i nostri investimenti.

Come possiamo uscirne? Occorre recuperare competitività, diventare più produttivi e ridurre i nostri costi di produzione. Ed è qui che smettere di peccare ci può aiutare. Se si riduce il peso della burocrazia, se il sistema giudiziario diventa più rapido, se la lotta all’evasione ci consente di ridurre la tassazione delle imprese che esportano (e che in generale pagano comunque le tasse), se riusciamo a liberarci dal peso della corruzione, consentendo alle imprese migliori di emergere, se facciamo tutto questo, la nostra economia diventa più efficiente e competitiva e riusciamo a chiudere il gap con il Nord Europa che ci sta ancora svantaggiando. E, ancora, se il Meridione diventa capace di attirare investimenti produttivi, se riusciamo a superare il crollo demografico e a dare nuove prospettive di crescita alle famiglie italiane la produttività del sistema Italia ne risulterà rafforzata. Tutto questo ci consentirà di crescere più rapidamente.

Questo libro è volto a mettere a nudo quello che non va e a proporre soluzioni concrete e attuabili. Negli ultimi anni abbiamo recuperato un po’ di terreno in alcune aree, ma sono parziali e, soprattutto, restiamo più indietro degli altri principali Paesi europei. di fronte a classifiche stilate da organismi internazionali che ci vedono indietro, la reazione naturale potrebbe essere quella di pensare al complotto, a qualche congiura volta a metterci in cattiva luce. Ci sembra impossibile che un Paese che è comunque uno dei G7 sia così indietro. Ma questo accade perché oltre a pesanti vizi, abbiamo anche molte virtù: abbiamo un settore privato dinamico, con grandi imprenditori e una manodopera di prim’ordine. Ma non dobbiamo negare le nostre debolezze: solo riconoscendo i nostri peccati possiamo smettere di peccare e riprendere il ruolo che spetta all’Italia nell’economia e nella politica internazionale.

Le baby gang e noi

La presenza e le azioni delle baby gang suscitano riflessioni e pongono problemi ai quali è difficile trovare risposta. Seguiamo i pensieri della mamma di Arturo accoltellato poche settimane fa espressi in una lettera pubblicata da Il Mattino e di Paolo Macry docente dell’Università di Napoli che è intervenuto sullo stesso quotidiano. Scrive Maria Luisa Iavarone: “Che messaggio diamo quando lasciamo tornare a casa, con una semplice denuncia, un gruppo di ragazzi che a calci e pugni hanno spappolato la milza a un loro coetaneo? (….) La risposta che a tale quesito può dare ciascuno di noi mi pare in stretta relazione con la violenza cieca e inaccettabile che ha colpito mio figlio, Arturo, e l’incertezza, l’omertà, le ambiguità che la circondano”. La lettera prosegue denunciando gli inviti a tacere che vengono rivolti dalle famiglie ai loro figli aggressori; silenzio che si estende agli amici e al quartiere e che arriva a manifestarsi come una “coltre di complicità” che “vince sulla verità”. La madre di Arturo ipotizza che “la risposta delle istituzioni e il messaggio che la società civile manda a quella degli incivili non sono sufficientemente chiari e forti come dovrebbero essere”.

Nella lettera si comprendono le ragioni giuridiche che hanno portato ad una semplice denuncia “ma se pure queste valutazioni sono formalmente inattaccabili, mi chiedo che strumenti abbiamo, noi come cittadini e come istituzioni, per fermare una deriva che sta brutalizzando la vita della terza città italiana e che espone le famiglie a una condizione psicologica di terrore per i propri figli, che suggerisce pensieri di fuga, che alimenta la paura e il sospetto”.

Maria Luisa Iavarone prosegue affermando che i ragazzi violenti “sono prima di tutto dei «senza famiglia», sono cioè figli di una frattura verticale della dimensione primaria in cui si forma l’educazione alla vita e alla socialità, sono figli di una confusione tra diritti e doveri. Vivono in una eclissi di genitorialità che li fa annaspare ciecamente in un mondo senza adulti significativi che produce in loro una assenza totale del principio di autorità e che diventa senso onnipotente dell’impunità se, dopo la famiglia, anche la società e le istituzioni rinunciano a una sanzione adeguatamente severa di fronte a comportamenti devianti così gravi (…..) credo che la legalità e la civiltà vincono se si dimostrano credibili e autorevoli”.

Per Paolo Macry Napoli somiglia ad un laboratorio nel quale si sta costruendo uno specifico modello di violenza impensabile altrove. Apparentemente ciò che accade oggi tocca i rapporti tra città borghese e città popolare con lo scontro tra chi ha e chi non ha. In sintesi: periferie contro centro. Ma c’è una specificità di Napoli (debolezza della condizione familiare, alta evasione scolastica, pervasività delle reti criminali). E soprattutto “se la pressione delle periferie violente appare così efficace e diffusa, è anche perché Napoli non fa resistenza, non oppone una cultura della legalità, non difende i valori della convivenza, non reagisce. Anzi, accetta, appare rassegnata, asseconda”.

“A Napoli, anche tra i palazzi settecenteschi di Chiaia, nelle strade umbertine del Vomero, nelle colline panoramiche del sacco edilizio, mille pratiche di violenza si manifestano quotidianamente. Accettate in modo supino o sollecitate o direttamente messe in atto dalla cosiddetta società civile. E basti citare una lunghissima storia di prevaricazioni di piazza, il vandalismo dei disoccupati organizzati (…), le aggressioni ai conducenti di bus, la militarizzazione dei marciapiedi da parte dei guardamacchine, perfino l’aggressività dei lavavetri. Oppure quell’altro capitolo di violenza subliminale e collettiva che è il traffico automobilistico, i sorpassi killer, le vetture parcheggiate che bloccano intere strade, l’urlo dei clacson in fila, l’unanime dimenticanza del diritto alla vita di pedoni, anziani, donne con le carrozzine. O ancora la violenza sistematica del microabusivismo edilizio, delle infinite superfetazioni. O l’invasione proterva dei rifiuti dovunque capita. È un’intera città che mostra ormai assoluta consuetudine con il linguaggio della forza fisica, con la brutalità di chi calpesta lo spazio altrui, con il feroce individualismo che disprezza i diritti”.

In questo quadro disperante c’è però un segnale che va colto. Nelle interviste, nei cartelli esposti nelle manifestazioni dei giovani contro la violenza così come nella lettera della madre di Arturo si leva un appello perché lo Stato intervenga e faccia sentire la sua presenza. È un intervento che non può che avere due facce: ripresa del controllo del territorio perché la sensazione dell’impunità scatena gli istinti più feroci; risanamento ed educazione, servizi e investimenti perché la vera scommessa è combattere le radici e le condizioni della violenza

C.L.

Roma spelacchiata

Come nell’apologo di quello che guardava il dito che indicava la luna anziché guardare la luna, così i romani si sono fissati per tutto il periodo delle feste natalizie sull’ormai famoso “Spelacchio”, appassionandosi al destino dei suoi rami da salice piangente più che riflettere seriamente sul baratro dentro il quale sta precipitando Roma.

Mentre non riusciamo a capire quale sia realmente il piano industriale dell’AMA ed il piano strategico del Comune per raggiungere gli obiettivi della raccolta differenziata né i programmi  a medio e lungo termine per lo smaltimento dei rifiuti, si è presa la via dell’Abruzzo per portare quotidianamente a carissimo prezzo la nostra “monnezza” dopo aver rifiutato l’aiuto dell’Emilia Romagna per ragioni a noi incomprensibili.

Invece l’ATAC un piano industriale ce l’ha per poter arrivare ad un concordato che scongiuri la sua morte che, al momento attuale, sembra più evidente di quella accertata del povero Spelacchio. Ma per il momento questo piano industriale si percepisce soprattutto dal programma di vendita del patrimonio pubblico (l’azionista dell’ATAC è il Comune al 100%) costituito soprattutto dai monumentali ex depositi disseminati per la città da Trastevere, all’Appio, a Mazzini, a Ostiense. Un altro modo per trasformare dei luoghi identitari di grande valenza architettonica, da servizi socio-culturali per i quartieri a grandi centri commerciali o residenziali di lusso.

Nel frattempo altre operazioni edilizie stanno impoverendo il contesto urbanistico, storico ed architettonico della Città Storica. In nome e per effetto del Piano Casa della Regione (Piano che viene da lontano, iniziato dalla Giunta Polverini e completato dalla Giunta Zingaretti) c’è un lungo elenco di villini degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso in predicato di essere demoliti per far posto a brutti condomini di residenze di pregio che certamente non vanno a risolvere il problema della casa per i meno abbienti. Il Piano casa si è chiuso a giugno ed ora sono in via di realizzazione i progetti presentati di demolizione e ricostruzione senza che né la Soprintendenza né il Comune si preoccupino minimamente per attivare le loro competenze in materia che potrebbero quantomeno attenuare o orientare il fenomeno.

Ora il Piano Casa non c’è più anche se i suoi nefasti effetti si stanno manifestando proprio nelle parti più pregiate del tessuto urbanistico ed architettonico di Roma, ma è entrata in vigore la Legge Regionale sulla Rigenerazione ed il Recupero Urbano.

I Comuni potranno indicare strategie, obiettivi, prescrizioni, opere di mitigazione o compensazione ambientale, opere di pubblico interesse da realizzare, politiche pubbliche, programmi per la partecipazione civica, soggetti pubblici ed economici da coinvolgere, relazione di fattibilità economica. Inoltre i Comuni potranno individuare ambiti territoriali urbani nei quali consentire interventi di sistema di ristrutturazione edilizia e urbanistica o interventi di demolizione e ricostruzione degli edifici esistenti. Come intende muoversi il Comune di Roma Capitale?

Sulla mobilità, a parte l’elenco di opere messe nel PUMS – Piano Urbano della Mobilità Sostenibile, non si vedono né piani di fattibilità in atto né progetti. Alla crisi dell’ATAC che mette in discussione lo stesso concetto di servizio pubblico si accompagna una crisi di programmazione e di percezione da parte dei cittadini di un sistema di opere capaci di raggiungere quegli obiettivi che oggi sembrano lontani ed irraggiungibili. Ecco, sembra veramente che si campi alla giornata fra una funivia ed una pista ciclabile, tra l’annuncio di una decina di linee di tram scoordinate ed una discutibile bozza di delibera sui bus turistici bocciata dal primo Municipio,  senza costruire un vero mosaico di un sistema della mobilità generale romana con la certezza della fattibilità dei progetti, dei tempi e dei finanziamenti e soprattutto con una definizione trasparente e condivisa degli obiettivi da raggiungere nei tempi brevi, medi e lunghi.

L’esempio più eclatante è quello della metro C della quale si conosce solo l’incerto destino fino alla stazione Fori-Colosseo dove rischia di impantanarsi, ma non si conoscono né i progetti di proseguimento almeno fino a Clodio, né i tempi di realizzazione, né i finanziamenti. Né tantomeno si conosce qualcosa riguardo alla fantomatica metro D che da Montesacro dovrebbe raggiungere l’Eur intersecando la metro C a piazza Venezia. E queste sarebbero le opere strategiche?

Per non allungare troppo, citiamo solo la mancanza cronica di un piano serio di manutenzione del manto stradale e dei marciapiedi, l’assenza di un servizio di manutenzione programmata del verde pubblico e perfino  l’incapacità di affrontare strutturalmente il tema dei servizi alle persone in una città dove la presenza di migliaia di senza casa è vista come un fastidio da nascondere, allontanare,  da spostare da un punto all’altro o da trattare come problema di pubblico decoro e non come tragedia umana che avrebbe bisogno di politiche di accoglienza e di gestione duratura e non emergenziale con tanto di personale e di risorse. A cominciare dai bagni pubblici, programmati da tempo e mai realizzati.

Ma noi continuiamo a polemizzare su Spelacchio e sui sacchetti di plastica mentre ci tocca quotidianamente ascoltare  uno sproloquio di assurde promesse elettorali da venditori ambulanti di paese. Ma questa è un’altra storia …….

Paolo Gelsomini

La rendita e la collusione politica economia burocrazia

Appare intuitivo, oltre che dimostrato dalla storia, che quanto più si amplia l’area d’intervento del governo e dell’amministrazione e si accresce la dimensione delle risorse intermediate dal sistema pubblico, tanto più aumenta la tendenza delle imprese a ricercare opportunità di guadagno tramite rapporti collusivi con coloro che detengono il potere di emanare norme o erogare risorse monetarie. E, come ci ha fatto osservare Mancur Olson più di trent’anni fa, tale processo è ulteriormente intensificato dalla presenza diffusa e consolidata di gruppi d’interessi particolari, impegnati a conquistare quote crescenti di reddito piuttosto che ad accrescerne l’ammontare. Il risultato sarà una riduzione progressiva della produttività totale dei fattori e, quindi, della capacità di produrre reddito ossia un progressivo restringimento del prodotto sociale. Che è esattamente ciò che si osserva, da qualche decennio, nel contesto italiano. La balcanizzazione e il generale indebolimento della rappresentanza hanno giocato un ruolo decisivo.

Tipicamente, il sistema prevede l’interazione, spesso, ma non necessariamente, condizionata da comportamenti collusivi, fra tre soggetti: il politico, cui fa capo il controllo sulle risorse pubbliche, la banca, che ne è, per così dire, il braccio armato, e l’impresa, che deve assicurare il flusso di favori economici che chiude il cerchio. Un’altra versione del modello prevede solo un rapporto di scambio fra legislatore e impresa, avente a oggetto l’emanazione di norme capaci di costituire posizioni di vantaggio a favore dell’impresa, generalmente tramite limitazioni della concorrenza.

Naturalmente, ci sono tanti modi per essere o mettersi in condizione di ricavare una rendita vendendo una risorsa resa artificialmente scarsa a un prezzo che può essere fissato arbitrariamente oppure amministrando l’accesso a una risorsa di cui si ha la disponibilità esclusiva. Ma il caso che qui ci interessa maggiormente è quello che origina da un intervento dell’operatore pubblico, attraverso norme e regolamenti ad hoc, concessioni, ecc. Lo stato e i suoi funzionari, il governo, i partiti e gli uomini politici, i sindacati e i loro esponenti sono i principali complici, spesso i promotori e i difensori del sistema delle rendite. Le imprese, a loro volta, insieme con determinati gruppi di lavoratori o anche singoli attori, sono i principali beneficiari del sistema delle rendite e, quindi, non solo lo subiscono, più spesso lo accettano, talora lo cercano, addirittura lo avallano.

intreccio politica inefficienteÈ qui, in questo intreccio perverso fra potere politico ed economia che inevitabilmente si annida la malapianta della corruzione. Rendita e corruzione vanno di pari passo, anche se fra l’una e l’altra non sussiste alcun nesso causale. L’una è il brodo di cultura della seconda; la seconda si alimenta della prima. Tutt’e due affondano le loro radici nella dimensione esorbitante dell’intervento pubblico nell’economia, nel ruolo crescente che, dai tempi lontani dell’unità nazionale, lo stato ha avuto nel finanziamento della produzione, nella distribuzione del reddito e, in generale, nell’intermediazione delle risorse. Un corollario di questa endiadi è il clientelismo ossia il fenomeno sociale che descrive il modo in cui ci si relaziona all’interno di un sistema in cui vige la rendita e domina la corruzione. In cambio della partecipazione, generalmente modesta, alla distribuzione della rendita, gruppi di cittadini si acconciano a rinunciare alla loro indipendenza e autonomia politica, cedendo il consenso agli amministratori delle rendite. Il sistema democratico ne risulta pesantemente indebolito, se non compromesso.

È importante comprendere il carattere sistemico di questi fenomeni e i nessi che li legano inscindibilmente, perché questo ci dice che la lotta per cancellarli non è solo questione di qualche norma in più o più severa, ma esige l’impegno per un cambiamento di sistema, che investa il modus operandi dei principali attori economici, politici, sociali. Ciò implica un intervento radicale sulla macchina dello stato, sui modi in cui viene esercitata l’azione di governo, sia a livello centrale che locale, passando per una drastica riduzione del ruolo d’intermediazione dei politici e degli amministratori e per un sostanziale ricambio e ridimensionamento della dirigenza, troppo compromessa con il sistema di potere che gestisce le rendite e che pratica la corruzione per essere oggetto di riforma.

Lapo Berti (terzo di tre articoli) tratto da www.lib21.org

Il cancro che divora l’Italia: l’attrazione fatale della rendita (di Lapo Berti)

La rendita rappresenta un elemento costitutivo, strutturale, del modello capitalistico italiano, e non una semplice perversione. La centralità della rendita affonda le sue radici nelle origini stesse del capitalismo italiano post-unitario; è figlia, non necessaria, dell’intreccio fra intervento statale e sviluppo capitalistico che caratterizza le nazioni che si immettono tardivamente sul sentiero dell’industrializzazione, come l’ Italia e la Germania.

In Italia, diversamente dalla Germania dove pure l’intervento statale nell’economia è ampio e articolato, la ricerca del profitto, che è l’anima e la ragion d’essere di una classe di capitalisti, assume ben presto e stabilmente la forma della ricerca della rendita ovvero di un guadagno garantito dalla tutela statale e coperto dalle risorse che lo Stato è in grado di sottrarre alla collettività per indirizzarle verso lo sviluppo industriale.

ceto politico corrottoNasce in questo contesto, e non importa qui stabilire quale sia il rapporto di causa ed effetto, un ceto politico, destinato a imporsi e a permanere, che trae il suo potere dall’intermediazione clientelare di risorse pubbliche, in primo luogo nei confronti delle imprese, ma poi, sempre più, anche nei confronti di determinati ceti sociali. Imprenditori e capitalisti di ogni ordine e grado si piegano volentieri a questo rapporto di sudditanza nei confronti del ceto politico e amministrativo in cambio di una tranquillità di prospettive che la competizione sui mercati, specialmente esteri, non sarebbe mai in grado di offrire. Si forma quel modello di capitalismo che viene pudicamente definito “relazionale” o, più brutalmente e significativamente, “clientelare” (Zingales).

Come insegna la dottrina del rent-seeking, la ricerca di privilegi e di protezioni atti ad assicurare rendite genera costi, al netto di quelli della corruzione che pure ne viene incentivata, i quali gravano sull’efficienza complessiva del sistema economico. Una quantità considerevole, e tendenzialmente crescente, di risorse viene investita non a fini produttivi, ma distributivi, non per creare prodotto aggiuntivo, ma per appropriarsi di una quota crescente del prodotto dato. La ricerca di protezione e di favori da parte dei titolari del potere pubblico diventa cultura diffusa; investe anche il mondo del lavoro. Soffoca lo stimolo a intraprendere; fa venire meno gli incentivi alla ricerca e all’innovazione. Il sistema nel suo complesso risulta appesantito da una quantità di oneri impropri, la cui mole, nel caso italiano, è icasticamente approssimata dal peso attuale del debito pubblico. L’economia nel suo complesso imbocca il sentiero del declino.

Lapo Berti – (primo di tre articoli) da www.lib21.org

L’Italia nella palude: il concetto di rendita

Con una certa approssimazione si può affermare che vi è la possibilità di estrarre una rendita tutte le volte che i meccanismi caratteristici di un mercato aperto e concorrenziale sono o vengono messi fuori gioco, ogni volta che viene accordato un privilegio il cui effetto è di falsare la concorrenza. I casi tipici sono quelli in cui un’impresa riesce a ottenere una posizione dominante sul mercato tale da consentirgli di fissare i prezzi a suo piacimento, senza essere condizionata dalla concorrenza; oppure quelli in cui lo stato, con un proprio provvedimento, istituisce un monopolio, non importa se poi esso venga assegnato a un operatore privato o pubblico.

Possiamo, dunque, distinguere fra una “rendita di mercato” e una “rendita non di mercato”.

La rendita di mercato è, per così dire, fisiologica nei processi di mercato. Nel breve periodo, la linea di demarcazione fra ricerca della rendita (rent seeking) e ricerca del profitto (profit seeking) è molto labile e difficile da definire concretamente. In qualunque industria, le imprese, piccole o grandi che siano, sono costantemente protese a ricercare quell’innovazione che gli consenta di acquisire un vantaggio competitivo nei confronti delle imprese che operano nel medesimo mercato. Nella misura in cui vi riescono, ne ricaveranno un extra-profitto (o rendita) di entità superiore al guadagno imprenditoriale (profitto “normale”) delle imprese concorrenti. In un mercato competitivo, tuttavia, la pressione della concorrenza sarà tale da azzerare tale extra-profitto in un arco di tempo sufficientemente breve da impedire che la configurazione del mercato ne risulti stabilmente alterata. È questo il modo tipico in cui opera il meccanismo concorrenziale nella realtà.

concetto di renditaL’impresa che ha acquisito un extra-profitto, tuttavia, potrà essere tentata di renderlo stabile e permanente non solo reiterando la dinamica innovativa, che è un comportamento per così dire fisiologico, ma anche ponendo in atto strategie che gli consentano di mantenere la posizione di vantaggio acquisita sottraendosi alla logica concorrenziale. Si tratta, tipicamente, delle strategie che ricadono sotto i divieti della legislazione antitrust: acquisizioni, accordi, barriere all’entrata. Potrà, inoltre, tentare di ottenere protezione, normative favorevoli, esclusive, ecc. da parte dei decisori politici. Ma con ciò siamo, concettualmente, nel caso successivo.

La rendita non di mercato richiede, invece, l’ingresso sulla scena dello stato in tutte le sue articolazioni ovvero il governo e l’amministrazione pubblica e del sistema della rappresentanza politica. La maniera più semplice, chiara e generale di definire il concetto di rendita in questa accezione è di sottolinearne il carattere di reddito derivato, che non rappresenta creazione di nuova ricchezza, ma costituisce un prelievo sulla ricchezza già prodotta, chiunque l’abbia prodotta. Questa definizione ha il pregio di mettere subito in rilievo la valenza negativa che inerisce alla rendita in una visione della distribuzione del reddito giustificata dall’apporto produttivo di ciascuno.

conquista privilegiIl processo che pone in essere una rendita non di mercato può originare sia dal lato dell’operatore pubblico sia dal lato degli agenti economici sia da quello di intermediari politici, ma consisterà sempre nell’istituzione di un privilegio esclusivo a favore di un determinato soggetto economico per il tramite del potere di cui dispongono, direttamente o indirettamente, i membri del governo, dell’amministrazione pubblica o dei partiti. Il processo che genera la rendita, in questo caso, può assumere le forme più svariate. Può trattarsi della concessione di un privilegio, come l’accesso esclusivo a una determinata risorsa o l’esercizio in esclusiva di una determinata attività; può trattarsi di acquisti effettuati dalla pubblica amministrazione a prezzi superiori a quelli di mercato o di salari e stipendi sensibilmente più elevati della media erogati ai dipendenti di imprese che fanno capo all’operatore pubblico; può trattarsi anche di una tassazione che privilegia ingiustificatamente determinati gruppi di persone o di operatori economici.

Lapo Berti – (secondo di tre articoli) da www.lib21.org

Mettere un limite al potere economico

Pubblichiamo uno degli ultimi scritti di Lapo Berti, economista e studioso dei fenomeni sociali recentemente scomparso.

La crisi finanziaria globale ha riportato alla luce, con drammatica evidenza, un problema che da tempo affligge i regimi democratici, ma che finora si è fatto ben poco per affrontare o anche solo nominare: quello della ricchezza eccessiva e del potere economico in mani private, che la produce e la presuppone.

crisi economicaLa crisi esplosa nel 2007-2008, presa insieme con quella di quasi ottant’anni prima, ci pone sotto gli occhi alcuni fenomeni, fra loro interconnessi, che non possono fare a meno di suscitare l’attenzione di chi si preoccupa del funzionamento e del destino della democrazia nei paesi che da tempo l’hanno scelta per regolare la loro vita politica, economica e sociale. L’esplosione della disuguaglianza economica, la crescita inarrestabile di una finanza senza regole e la crisi economica sembrano essere i tre fattori caratteristici che si riuniscono nel momento culminante di un processo che la politica non ha governato o ha addirittura favorito. Come ottant’anni fa, senza apprezzabili differenze, la crisi finanziaria si è scatenata dopo che la disuguaglianza aveva raggiunto il suo massimo. Basta osservare i dati di lungo periodo che mostrano l’andamento della disuguaglianza negli Stati Uniti. In tutt’e due i casi, ne è scaturita poi una pesantissima crisi economica. Non è sufficiente per ricavarne una teoria, ma è abbastanza per porsi un certo numero di interrogativi.

Com’è noto, il patto sociale consegnato alle carte costituzionali che regolano la vita delle nostre società dagli inizi della modernità, non trattano del potere economico. Fra i poteri che esse si sono sforzate di contemperare e controllare non figura quello economico. I padri fondatori di quella che è ancora oggi la democrazia di riferimento, quella americana, erano tuttavia consapevoli del fatto che la libertà democratica dei cittadini era garantita solo da un sistema economico composto di piccoli produttori concorrenzaindipendenti, in cui non esistessero concentrazioni di potere e di ricchezza. Thomas Jefferson è l’antesignano più celebre e convinto di questa visione. Ma il capitalismo aveva deciso altrimenti e il XIX secolo americano è stato il periodo di una crescita impetuosa dell’economia e della concentrazione del potere economico. Gli americani, sotto la spinta di pressioni populistiche ostili al big business, tentarono di porre un freno all’esercizio indiscriminato del potere economico con la legge antitrust, lo Sherman Act, del 1890. A distanza di più di un secolo, si può tranquillamente affermare che, nonostante qualche sporadico successo, quella normativa si è dimostrata incapace di raggiungere l’obiettivo che si proponeva: quello di garantire che i mercati fossero rigorosamente regolati dal principio della concorrenza, ritenuto l’unico e più efficace antidoto agli abusi del potere economico. Le imprese hanno continuato a concentrarsi e ad abusare del loro potere, spesso piegando alla loro volontà gli organismi di controllo, tramite la “cattura” dei loro funzionari. Non è andata meglio nei paesi che, nel corso del secolo passato, hanno via via adottato normative simili. In Europa, negli anni trenta del secolo scorso, si affermò una corrente di pensiero giuridico-economico, l’ordoliberalismo, che, partendo dalla consapevolezza del ruolo che le concentrazioni eccessive di potere economico avevano avuto nel crollo dell’esperimento democratico della repubblica di Weimar e nell’ascesa del nazismo e dell’economia di guerra, proponeva una rigorosa limitazione del potere economico e l’altrettanto rigorosa applicazione di una normativa antitrust che ritroviamo, sostanzialmente, nel Trattato di Roma del 1957. Anche qui, i successi sono stati assai esigui, se si guarda all’evoluzione complessiva del sistema economico capitalistico. Ogni dubbio scompare, in ogni caso, se si guarda all’economia globalizzata, alla formazione delle imprese globali e all’espansione della finanza.

disuguaglianzaLa globalizzazione è un processo multiforme e multidimensionale, di cui ancora si stenta a cogliere l’immagine complessiva. La cosa che più frequentemente sfugge è che la globalizzazione è sì un processo trainato da movimenti economici di lungo periodo, ma è anche la soluzione che talune forze economiche hanno consapevolmente perseguito per agevolare la loro crescita. La globalizzazione è, in primo luogo, uno spazio economico creato da grandi operatori economici e finanziari nel tentativo di sottrarsi ai limiti e ai controlli che vigono negli spazi economici nazionali. È uno spazio in cui è stato ripristinato il laissez-faire che dominava i mercati nell’epoca pre-keynesiana.

Il problema del potere economico in mani private si ripropone, dunque, in tutta la sua gravità e la sua estensione a livello globale, dove predomina l’assenza o l’insufficienza delle regole e degli istituti deputati a farle rispettare. L’idea che la soluzione del problema possa consistere nella costituzione di un organismo globale dotato del potere di applicare una normativa antitrust unitaria appare del tutto peregrina.

redistribuzioneLa strada da battere è un’altra ed è quella delle regole che fondano un ordine sociale. Già per altre e svariate ragioni, la terza e la quarta rivoluzione industriale in atto richiedono la revisione profonda delle nostre leggi fondamentali, anche tenendo conto del pluralismo costituzionale transnazionale che sta prendendo forma. È in questa prospettiva che va posto e risolto anche il problema del potere economico. Ne deve essere conosciuta la valenza costituzionale. Deve essere posto un limite invalicabile all’ammontare del reddito e della ricchezza di cui un singolo può venire a disporre e alle modalità del suo utilizzo. E non si può consentire, inoltre, che il potere economico privato trabocchi nella sfera della politica, falsando se non distruggendo il gioco democratico. Non è semplice, ma è un nodo inaggirabile, se non vogliamo che prevalgano oligarchie politico-economiche che operano e decidono al di fuori dei circuiti democratici. La nostra libertà, come oggi già in parte è, ne risulterebbe gravemente limitata, impoverita, svuotata.

La via più semplice e immediata per impedire che il reddito e la ricchezza di un individuo superino un determinato livello, giudicato compatibile con il principio dell’uguaglianza che è alla base di ogni regime democratico e, più specificamente, con l’idea che nessuno debba disporre di un potere che gli consenta di condizionare indebitamente le scelte politiche dei cittadini, è quella di ricorrere a qualche forma di redistribuzione del reddito e della ricchezza considerati eccessivi. Ciò significa avvalersi degli strumenti della tassazione per dare vita a una nuova forma-stato e a nuove forme di “solidarietà”. La necessità di garantire la dignitosa sopravvivenza dei cittadini in una fase in cui il loro lavoro viene sempre più massicciamente sostituito da sistemi di macchine intelligenti potrebbe costituire il rationale di una riforma che muova in questa direzione

Lapo Berti

Pensioni e demografia

Ben più del lavoro il centro del dibattito sulle questioni sociali è occupato dalle pensioni. A volte i toni sono drammatici come se in Italia i pensionati fossero l’ultima ruota del carro. Per fortuna non è così, ma nella concitazione dei confronti tra governo e sindacati o nello scontro politico spesso si smarriscono i punti di riferimento. Ce li ricorda Marco Ruffolo in un recente articolo su Repubblica del quale riproduciamo ampi stralci.

baby boomerRuffolo parte dalla demografia e cita tre onde anomale con le quali ci si troverà a fare i conti nel prossimo futuro. “La prima arriva nel 2032: è l’anno in cui vanno in pensione tutti in una volta un milione e 35 mila baby boomers, un picco assoluto. Sono i neonati del 1964”. Le nascite saranno invece 473 mila quest’anno e nel 2032 si prevede che scenderanno a 450 mila. La seconda onda anomala arriva nel 2044. “È l’anno in cui ci si accorge che il rapporto tra giovani e anziani si sta progressivamente ribaltando. (…) Quasi 8 milioni di under 54 in meno rispetto a vent’anni prima, e 6 milioni in più di over 65, ormai un terzo di tutta la popolazione (…) questo fatto spezza tutti gli equilibri. A cominciare da quello pensionistico. La spesa previdenziale raggiunge un picco imprevisto, il 16,3% del Pil, ma l’Eurostat la prevede ancora più alta: 18,3%. Il problema è che a rimpolpare la popolazione attiva, a sostenere con i loro contributi il sistema pensionistico italiano, non contribuiscono più come prima gli immigrati, fin qui una sorta di ciambella di salvataggio dei nostri conti pubblici e demografici. Nelle sue ultime proiezioni la Ragioneria generale dello Stato prende tutti di sorpresa. Le stime di qualche tempo fa sono ormai superate: proprio intorno al 2044 il flusso di immigrati si riduce dai 233 mila annui inizialmente attesi a 155 mila. Un saldo pur sempre positivo, ma fortemente ridimensionato. (…) Il risultato è che alla fine, nonostante l’aumento dei requisiti di età pensionabile al crescere della speranza di vita, e nonostante comincino a uscire dal lavoro persone con la pensione calcolata tutta con il sistema contributivo, intorno al 2044 la spesa pensionistica schizzerà più in alto del previsto.

pensione giovaniTerza e ultima onda anomala: 2065. È l’anno in cui il numero dei decessi doppia quello delle nascite: 850 mila contro 422 mila. L’invecchiamento e la denatalità nel nostro Paese arrivano a tal punto che la popolazione, prevista inizialmente in leggera crescita, vede sparire rispetto ad oggi 7,1 milioni di persone e si avvia malinconicamente verso quota 50, dai 60 milioni attuali. Per la verità, senza il contributo degli immigrati (che pur ridimensionato pesa ancora molto) i residenti calerebbero addirittura del doppio. (…) L’età media nazionale raggiunge il massimo: 50 anni. Le donne toccano per la prima volta i 90 anni di speranza di vita. Ma il 2065 è anche l’anno in cui la spesa pensionistica, dopo il picco di vent’anni prima, torna a ridursi in rapporto al Pil. Come mai? Il motivo va sempre ricercato in quello che succede alla foltissima schiera dei baby boomers, il vero asse portante del nostro sistema demografico e previdenziale. Dopo essere andati in pensione tra il 2020 e il 2040 pesando inevitabilmente sui conti previdenziali, adesso i figli del miracolo economico passano semplicemente a miglior vita, per via dell’età. (….) Le nascite continuano a battere la fiacca, ma almeno i contributi dei nostri figli e nipoti non dovranno più pagare la pensione a quella sterminata massa di vecchietti.

spesa pensioniTutto risolto, dunque, con la loro “eliminazione”? Non proprio. Quelle ondate demografiche lasceranno più di un segno al loro traumatico passaggio. Lo lasciano soprattutto sui conti pubblici, creando uno squilibrio sempre maggiore tra i contributi via via versati dai lavoratori (ridotti dalla denatalità e dalla bassa occupazione) e le pensioni da coprire con quei contributi (gonfiate dalla crescente longevità degli anziani). L’effetto finale è un maggior debito pubblico di oltre 30 punti percentuali (…). Ma l’Eurostat parla addirittura di 117 punti in più. Ovviamente, questo non è un problema che imponga una immediata soluzione: i prossimi dieci- quindici anni saranno ancora finanziariamente coperti dalle riforme messe in campo, ma successivamente non basterà più l’aumento previsto dei requisiti di età, non sarà sufficiente l’effetto calmierante del sistema contributivo. (….) Se così stanno le cose, pensiamo a cosa potrebbe succedere nei prossimi decenni se si interrompesse di colpo l’adeguamento dell’età pensionabile alla speranza di vita, come vorrebbero oggi alcune forze politiche, spinte evidentemente da una pressante motivazione elettorale. L’Inps ha stimato questo eventuale costo aggiuntivo in 140 miliardi, che si sommerebbero ai 51 che si dovranno comunque trovare in assenza di nuovi immigrati o di una ripresa della natalità. Siamo disposti a lasciare in sospeso questo debito enorme sopra la testa dei nostri figli e nipoti?

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