Torre Maura e la rabbia delle periferie

No, non si è trattato di una rivolta popolare. A Torre Maura è stata organizzata un’aggressione contro un gruppo di 70 Rom ospitati per un progetto di integrazione, trainata da Casa Pound e Forza Nuova con l’appoggio di alcuni abitanti del quartiere. Lo schema è quello già collaudato di altre proteste che ci sono state nelle periferie romane: lo spunto è il degrado dei luoghi e il rancore di chi ci abita che viene trasformato in rabbia verso chi riceve assistenza e accoglienza e viene visto come un concorrente e un ladro. Il tutto serve per diffondere sfiducia ed alimentare l’attesa di un cambiamento radicale all’insegna della chiusura verso tutto ciò che proviene dall’esterno. Nessun obiettivo concreto che migliori le condizioni di vita degli abitanti del luogo, ma solo il rifiuto sospinto dalla paura.

Descrive molto bene la situazione Carlo Bonini su Repubblica: “Duecentocinquantamila naufraghi alla deriva, tredici chilometri a est del Campidoglio. Quattordici da Montecitorio e dal Viminale”. Il grido di rabbia e di dolore dei naufraghi è riassunto nell’invettiva lanciata “dall’umanità tatuata, in tuta e sneakers: “Annatevene affanculo tutti, zingari, negri e pure la Raggi. Razzismo ‘sto cazzo. Vie’ a vive qua co’ noi, va”.

E continua uno dei protagonisti delle proteste: “Io nun so’ de sinistra né de destra. Me so solo rotto er cazzo de sto’ schifo. Io i zingari li conosco. E nun c’è gnente da fa’. So’ zingari. È la natura loro, rubano”.

Evidentemente fa rabbia che le istituzioni pubbliche si occupino di gruppi di immigrati o di Rom mentre la zona è lasciata in uno stato di degrado che sembra senza rimedio. La gente non capisce perché per alcuni si fa qualcosa e si trovano i soldi, mentre le esigenze di tutti gli altri vengono ignorate per anni e anni. Che si tratti delle buche, dei trasporti pubblici, delle case popolari che cadono a pezzi o di un tubo di fogna da riparare.

E poi c’è la cronica inadeguatezza dei servizi che suona come una beffa in tempi di prediche sulla necessità di fare figli. Scrive Bonini che “sono mille i bambini tra 0 e 6 anni in lista d’attesa per un posto nelle scuole dell’infanzia e dell’obbligo che non hanno un posto dove andare che non sia la strada o una casa popolare dove, in un caso su due, il capo famiglia è in galera o ai domiciliari”.

Il presidente del Municipio VI al quale fa capo Torre Maura dice: “Quando ero ancora un attivista ce la prendevamo con il Pd accusandoli di tutto. Devo riconoscere oggi che qui è come svuotare il mare con un secchiello. Faccio prima a dire quali problemi non ho. Perché è uno solo. Il traffico della Movida. Per il resto, abbiamo tutto. Spaccio? Ce l’ho. Prostituzione? Eccoci. Rifiuti? Non ne parliamo. Disoccupazione e abbandono scolastico? Primi a Roma”.

E così mentre tutto appare lontano e immobile non si protesta contro l’incapacità di affrontare i problemi del territorio o perché le amministrazioni pubbliche facciano il loro dovere. Le periferie romane che in un lontano passato sono state teatro di epiche lotte politiche e sociali per il diritto ad abitare, per l’acqua, le strade, le scuole, le fogne oggi riescono a ribellarsi solo contro gli ultimi degli ultimi.

Ma sui Rom qualche parola va detta. Che vivono quasi sempre in condizioni terribili lo sappiamo. Nessuno, però, sa o si accorge che molti di loro sono perfettamente integrati con una casa, un lavoro, una vita normale condotta in case normali non certo in camper, in roulotte o in baracche.

Il fatto che ci siano riusciti smentisce che appartengano ad una etnia nomade per scelta o per cultura e smentisce altresì che i Rom rifiutino il lavoro o abbiano il culto dei furti o dello sfruttamento delle donne e dei bambini. In realtà il degrado degli esseri umani deriva dalla loro condizione di vita. Basta privare qualcuno di mezzi di sussistenza, di istruzione, di condizioni minime di servizi e di igiene, di una casa nella quale abitare, di un lavoro e lasciarlo in queste condizioni per anni per indurre a comportamenti antisociali e delinquenziali.

Se non è possibile coltivare la speranza e l’orizzonte quotidiano è quello della lotta per la pura sopravvivenza si possono raggiungere punte estreme di degrado.

Occorre dunque ragionare e cercare di farlo anche con quelli che hanno perso la fiducia e mostrano solo rabbia. La soluzione sta nella politica e si articola in: istruzione, sanità, assistenza sociale, casa e lavoro. E tutto si riassume in una sola parola: integrazione.

E se i cittadini delle periferie si mobilitassero per chiedere alle amministrazioni pubbliche – municipio, comune, regione, stato – di risolvere i problemi sarebbe molto più conveniente per loro

Claudio Lombardi

A proposito di famiglia

Sembra strano, ma siamo stati settimane a discutere di niente. Tutta la paccottiglia ideologica smossa dal congresso delle famiglie che si è svolto a Verona non ha nessun valore per la vita reale di 60 milioni di italiani. Così come non hanno valore le affermazioni di Salvini sulla necessità di fare più figli. Non stiamo parlando di una dieta sana (mangiate più verdura e meno grassi), non si tratta di praticare una maggiore attività fisica né di evitare il fumo che fa male. Fare figli è una scelta di vita e la cosa più stupida è affermarne la necessità ignorando la complessità e le molteplici implicazioni di questa scelta. Stupida e truffaldina. Finchè parlano fans delle più strambe teorie, posizioni religiose e filosofiche passi. Ma quando un consesso di persone strambe riceve un riconoscimento da parte di chi rappresenta una consistente fetta di elettori ed esercita i poteri di governo allora bisogna essere rigorosi perché chi governa deve dare risposte ai bisogni reali delle persone e non intervenire in dispute teoriche.

Il calo demografico è realtà non invenzione, ma il punto non è vita sì – vita no con la centralità che viene riproposta da decenni della legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza. Continuare a ripetere la litania che l’aborto è un crimine o addirittura voler far diventare legge il riconoscimento della capacità giuridica fin dal concepimento vuol dire giocare con la vita delle donne. Vuol dire ridurre le donne ad incubatrici libere di essere padrone della loro vita e del loro corpo fino a che non vengono fecondate da un maschio fosse pure uno stupratore. Dal quel momento diventano solo un corpo che assolve ad una funzione sociale e non possono sfuggire a questo loro ruolo che, infatti, è la sostanza del messaggio trasmesso dal congresso di Verona: la funzione della donna è la procreazione.

Nulla di più inutile e lontano dalla vita delle persone. Di certo questa visione esprime una concezione illiberale ed autoritaria della società. Non a caso a Verona sono andate anche le formazioni neofasciste che hanno come principio la gerarchia della forza: i forti che debbono prevalere per diritto di natura sui più deboli.

È interessante confrontare il dibattito che si è svolto a Verona e intorno a quell’incontro con la realtà con la quale deve fare i conti chi decide di mettere al mondo dei figli.

La realtà è che le famiglie italiane spendono per baby sitter, asili e istruzione dei figli 17,2 miliardi di euro l’anno. Secondo il Rapporto sul bilancio di welfare delle famiglie italiane di Mbs Consulting  su 5,4 milioni di famiglie con figli sotto i 14 anni quasi la metà si avvale di servizi a pagamento per l’assistenza e l’educazione della prima infanzia con una spesa media di 2.769 euro a famiglia. L’8,6% delle famiglie in media ricorre ad una baby sitter, ma più sale il reddito delle famiglie più questa percentuale sale: oltre i 70 mila euro annui arriva quasi al 30%, oltre cresce ancora e di molto. Facile immaginare che a livelli medio bassi di reddito l’onere ricada quasi solo sui familiari.

Anche la spesa per l’istruzione ha il suo peso: 10,5 miliardi. E anche qui c’è una media: 1.813 euro l’anno a famiglia. Ma, ovviamente, sale nelle famiglie agiate e scende in quelle meno abbienti.

Quando si parla di famiglia subito viene in mente l’immagine edulcorata della pubblicità: padre, madre, due figli sorridenti, una bella casa dotata di tutti i confort. La realtà, invece, è diversa. Tre nuclei familiari su 10 hanno un solo componente e quattro su 10 sono composti di un adulto con figli.

Passiamo agli asili nido struttura essenziale per chi deve conciliare lavoro e famiglia. Questa la percentuale di copertura dell’offerta di posti (pubblici e privati) in relazione alla popolazione da 0 a 3 anni regione per regione riferiti all’anno scolastico 2016-2017:

Campania 7,6%; Calabria 9,7%; Sicilia 9,9%; Sardegna 28,8%; Molise 21,7%; Basilicata 14,5%; Puglia 14,5%; Abruzzo 20,9%; Lazio 29,7%; Marche 26,7%; Umbria 41%; Toscana 35,2%; Liguria 30,6%; Piemonte 27,3%; Lombardia 28,1%; Bolzano 27,5%; Trento 36,5%; Friuli V.G.  28,3%; Emilia-Romagna 37,1%; Veneto 27,3%.

Sono dati che parlano da soli. Certo gli asili nido costano, ma è lecito domandarsi dopo anni e anni di polemiche sulla famiglia perché non sia stato fatto un grande investimento sugli asili nido (che, comunque, non sono gratuiti giacchè la spesa media a famiglia è di 1.575 euro l’anno). È un esempio perfetto per mostrare la contraddizione tra esibizionismo più o meno ideologico e concretezza nell’affrontare i problemi. Più di tante chiacchiere e prediche per indurre i giovani a fare figli basterebbero due solo elementi: lavoro e strutture di supporto

Claudio Lombardi

L’illusione monetaria dei keynesiani all’italiana

Pubblichiamo un articolo di Mario Seminerio tratto dal suo blog www.phastidio.net

Mentre il paese si prepara ad andare a sbattere con violenza contro gli scogli della realtà, con un deterioramento delle condizioni economiche frutto delle scelte demenziali di questo governo, tali da pompare incertezza ed amplificare la negativa congiuntura globale e soprattutto europea, ci sono poche speranze che il paradigma fallito che ci ha portati sin qui possa essere rovesciato in tempo per evitare il naufragio. Anzi, è assai probabile che questo stesso paradigma verrà riproposto da qualsiasi altra forza politica ambisca al timone del relitto Italia.

Sono due i capisaldi di questo fallimentare paradigma. Il primo è il convincimento che la spesa pubblica sia la leva strategica per aumentare non solo il livello del Pil ma anche la sua pendenza, cioè il tasso di crescita. Da lì originano tutte le idiozie su leggendari moltiplicatori della spesa, non solo di quella per investimenti ma anche di quella corrente.

Ovviamente, questa credenza è quella che ha portato il paese ad avere una spesa pubblica di qualità infima, e col passare del tempo ulteriormente degradata da tagli necessari a tenerla sotto controllo, in presenza di aumento della spesa per interessi sul debito pubblico.

Malgrado anni di denaro facile della Bce, l’Italia non è riuscita a piegare il rapporto debito-Pil a causa di una crescita nominale sempre inferiore al costo medio del debito. In conseguenza di ciò, ecco l’esigenza di incaprettarsi con persistenti ed elevati avanzi primari, che qualche genio pensa siano una raccolta punti da far valere a Bruxelles per vincere più deficit anziché la misura tangibile del fallimento della politica economica di un paese. Che fare, qui? Di certo, suggerire di monetizzare il debito “perché tanto l’inflazione è bassa” non porterà in Italia il Nobel per l’Economia.

Eppure, ad ogni legislatura, non manca mai la proposta geniale che vede spesa pubblica in aumento ed in grado di aumentare livello e pendenza del Pil. Un classico esempio di follia, quello di credere che ripetendo ossessivamente le stesse azioni si possa conseguire un esito differente.

L’altro caposaldo del paradigma è quello che crede che il problema italiano sia una insufficiente competitività a causa del cambio. In pratica, si argomenta, svalutando il cambio riusciremmo ad aumentare la crescita. Anche no. Intanto, i dati sulla competitività indicano che l’Italia dispone già oggi di un settore produttivo vocato all’export che è molto competitivo, pur se non molto grande.

Questa tesi non considera inoltre l’esistenza delle catene globali del valore (Global Value Chain) che sono quelle che hanno sin qui determinato un aumento del contenuto di import delle esportazioni. Detto in parole povere, i componenti del prodotto finito viaggiano attraverso i confini, spesso facendo la spola. Quindi una svalutazione serve assai meno di un tempo, e rischia di essere controproducente.

Credere che un paese competa sulla base del solo fattore prezzo, o meglio che quest’ultimo dipenda in modo determinante dal cambio anziché dal contenuto di valore aggiunto e dalla crescita della produttività è argomentazione che penso non usino più neppure in Bangladesh. Ma evidentemente, in Italia c’è un mainstream rimasto agli anni Settanta o che ambisce a retrocedere nella catena del valore. Non è un caso che, mentre noi facciamo la ola per le fulgide prospettive di esportazione di arance, altri vendono Airbus alla Cina. Ho la sensazione che il nostro deficit commerciale bilaterale con Pechino non si ridurrà, anzi.

Un corollario del secondo caposaldo sostiene ossessivamente da anni che “se non si può svalutare il cambio, si svaluta il lavoro”. Ottimo punto per chi soffre di illusione monetaria e vede un mondo fatto di grandezze nominali e non reali.

Prescindiamo per il momento dalla capacità di innovazione, ci porterebbe troppo al largo. Focalizziamoci sulla frontiera tecnologica esistente, e quindi sul breve-medio termine. Vedete, se il problema è recuperare competitività, e non si ritiene di dare peso a quella fanfaluca per professoroni nota come produttività (che qualche giornalista pensa derivi dal numero di ore lavorate pro capite, pensate che pazienza occorre), allora sappiate che la competitività si misura come metrica reale, e non nominale.

Quindi? Quindi svalutazione nominale del cambio richiede comunque svalutazione dei salari reali, altrimenti niente recupero di competitività, signora mia. Ma questo non vi verrà detto, ovviamente.

In sintesi: in Italia vige una forma di “keynesismo” caricaturale, dove la spesa pubblica (meglio se corrente) è il pivot di tutto (sia in recessione che in espansione), oltre ad una patologica illusione monetaria che ignora che le uniche variabili che contano, in economia, sono quelle reali. Probabile che l’Italia sia stata pesantemente spiazzata dalla globalizzazione, in cui è entrata con un’economia mediamente a basso valore aggiunto ed un settore domestico di servizi non tradable che spesso sono caratteristici dell’economia di vicolo. Ma le ricette che continuano ad essere proposte sono la via diretta per il fallimento.

L’Inps e il Reddito di cittadinanza: un matrimonio pericoloso

Il principale obiettivo del legislatore nel pensare al Reddito di cittadinanza è stato sin dall’origine quello di evitare gli abusi e di scuotere i potenziali “divanisti” dal loro torpore,  di colpire duramente i furbetti o, più propriamente, i malandrini e gli  approfittatori. Insomma, il Reddito di cittadinanza può funzionare, si è detto da sempre, solo se non è per tutti e se le sue regole sono chiare come le sue sanzioni. Già, le sanzioni: non c’è legge che non le preveda e anche in questo caso ci sono e sono pure pesanti, arrivando in caso di “dolo” alla reclusione in carcere, ma si colpiscono anche gli errori, le negligenze e le disattenzioni. Attenzione dunque, il Reddito di cittadinanza non permette errori e se si commettono si paga.

A chi spetterà l’onere di comminare le sanzioni ai cittadini? Ovviamente la risposta è scontata:  all’Inps!

Infatti la normativa riserva all’Inps la gran parte del lavoro per il Rdc. Spetterà all’Istituto accogliere e vagliare le domande presentate e entro 10 giorni comunicare il risultato all’utente. Sarà dunque l’Inps a dire Si o No al beneficio e dovrà altresì provvedere a determinarne l’importo e gestire mensilmente l’accreditamento sulla card, oltre a dover emettere i provvedimenti di revoca e decadenza del beneficio ed effettuare anche la decurtazione e la sospensione della card. Alla fine, gli toccherà pure recuperare le somme indebitamente elargite.

Ai più sembra naturale che sia l’Inps a svolgere anche il ruolo di “sanzionatore” oltre a tutto il resto. Ma, chi conosce da vicino l’Inps, le sue procedure e il suo modo di approcciarsi con gli utenti, non può che essere molto preoccupato. Sarà in grado, ci si chiede, di sostenere questa nuova mole di lavoro senza rendere l’operazione un calvario? Sarà in grado di essere anche giusto nell’applicazione delle sanzioni oltre ad essere preciso e rapido? Sarà in grado di dialogare con gli utenti? Non dimentichiamoci che il Rdc è destinato per sua natura ad una platea di persone in gravi difficoltà e questo dovrebbe rendere gli uffici dell’Inps ”umani”,  gentili e accoglienti e non avere (per favore toglietele!!!) nei box dell’informazione le “guardie”, i vigilantes, che già intimoriscono prima di porre qualsiasi domanda e che ormai fungono da filtro con i toni degli inquisitori.

Chi conosce  bene l’Inps o, in qualche modo, ci ha avuto a che fare, ha consapevolezza del suo modo di agire spesso confuso e disarticolato. Ha esperienza di quanto sia difficile farsi ascoltare (appuntamenti telematici non prima di 30 giorni!). Sembra che l’Inps sia chiuso in sé stesso, non voglia dialogare con gli utenti. In molti sono costretti a parlare con i call center che spesso non hanno le informazioni giuste e non danno risposte esaurienti.

E se i contatti sono difficili sarà problematica anche un’applicazione severa, ma giusta delle sanzioni.

Nel caso del Rdc sono previste sanzioni penali per chi tenterà di prendere il Rdc  senza averne diritto o falsificando i documenti con la reclusione da 2 a 6 anni e da 1 a 3 anni in caso di dichiarazioni e/o documenti falsi o attestanti cose non vere. Anche omettere con dolo di comunicare una nuova attività lavorativa intrapresa rientra in questo tipo di sanzione.

Ma sono previste anche sanzioni amministrative gestite direttamente dall’Inps. La revoca del Rdc sarà inflitta nel caso in cui si riscontrino inesattezze e non corrispondenze nelle domande presentate o di successive omissioni relative a notizie su nuove occupazioni. Si parla di quelle situazioni classiche nelle quali si sono verificati  errori e ritardi di comunicazione senza che vi sia stato il  dolo (per il quale è previsto il penale). L’Inps potrà inoltre decurtare il beneficio in presenza di comportamenti dei beneficiari in merito alle politiche attive (mancata presentazione ai progetti del Centro per l’impiego, mancata dichiarazione di immediata disponibilità, assenza alle iniziative di formazione ecc.). Come si sa la normativa è piuttosto complicata ed è prevedibile che saranno commessi anche molti errori involontari da parte dei beneficiari.

In conclusione se, da un lato, le sanzioni contro i furbetti appaiono doverose, non vorremmo che  la gestione elefantiaca dell’Inps, la sua rigidità  e la sua impreparazione alla fine si riversi contro gli stessi destinatari del beneficio, non vorremmo cioè che i “poveri” destinatari del Rdc debbano alla fine chiedere un prestito per pagare le sanzioni all’Inps

Alessandro Latini

Ambiente: la differenziata comincia dalla scuola

Oggi è venerdì 29 marzo, 14 giorni dalla marcia sul clima che ha coinvolto migliaia di giovani. Oggi è un altro venerdì, un venerdì qualunque e io sono un’insegnante di una qualunque scuola media del nord che dal giorno della marcia globale non ha smesso di riflettere ed osservare.

Partiamo da un fatto: il 15 marzo i miei studenti erano tutti presenti a scuola. Io stessa, pur avendo sostenuto la scelta dei miei figli di partecipare alla manifestazione, ero presente a scuola. Perché?

La scuola media accoglie individui che vanno dagli undici ai sedici anni, nel caso sia stato necessario ripetere l’anno, è scuola dell’obbligo e la scelta di un Istituto piuttosto che un altro deriva principalmente da mere esigenze logistiche: ci si iscrive nella scuola del quartiere in cui si vive.

La scuola media pertanto è un emblematico spaccato della nostra società, molto di più di quanto lo possa essere un liceo, scelto e frequentato dai “migliori” o di un Istituto Professionale, scelto e frequentato dai “peggiori”. Nella stessa classe convivono il figlio dell’imprenditore, l’immigrato, il figlio dilaniato dagli strascichi di una separazione devastante, quello amato e cresciuto autorevolmente, il ragazzino incatenato in un disturbo specifico dell’apprendimento e quello che non hai ancora finito la prima frase di spiegazione che ha già capito tutto.

Pochi giorni prima della marcia per il clima, durante una lezione di geografia, sull’inquinamento delle acque continentali, non ricordo come, ho scoperto che alcuni miei alunni a casa non fanno la raccolta differenziata, la dichiarazione candida e spontanea di questi ragazzini mi ha spiazzata: i miei figli sono nati in una casa in cui esistevano bidoni separati, per noi è un’abitudine consolidata ed imprescindibile, eppure, nel 2019, ci sono ancora famiglie che hanno un unico bidone.

Mi è sorto in mente, lì per lì, un paragone: non ho mai conosciuto un bambino, in dieci anni di insegnamento, anche il più deprivato economicamente, che non possedesse uno smartphone, tutti sono “nativi digitali”, ma non tutti, incredibilmente, sono “nativi della differenziata”. Evidentemente viviamo in una società di individui soli che hanno bisogno di sentirsi appartenenti ad un gruppo sociale attraverso il culto dell’apparenza (il possesso di un cellulare di ultima generazione, la visibilità su Istagram e chi più ne ha più ne metta), ma non condividendo degli ideali da vivere nella concretezza della quotidianità. L’educazione del singolo alla partecipazione alla vita collettiva, magari anche partendo da un bidone dei rifiuti, è ancora un obiettivo da raggiungere.

I nostri libri di testo sono stracolmi di indicazioni sull’uso consapevole delle risorse energetiche del nostro pianeta, sul diverso impatto ambientale delle centrali, noi docenti riempiamo loro la testa di nozioni sulle politiche ambientali degli Stati Uniti, proponiamo foto delle isole di plastica e di animali intrappolati e morti, ma evidentemente sbagliamo qualcosa.

Per esempio non è prevista l’installazione di bidoni per la raccolta della plastica nei plessi scolastici, eppure in ogni scuola è presente un distributore automatico di bevande e snack i cui involucri finiscono in un cestino di indifferenziata. Chiaramente un cattivo esempio che si da’ ai ragazzi proprio a scuola.

Così la mia classe non è andata manifestare il 15, abbiamo però acquisito la consapevolezza di essere un passo indietro e da quel giorno abbiamo cominciato la nostra piccola manifestazione quotidiana: abbiamo cominciato a differenziare autonomamente e la maggior parte dei docenti, ha cominciato a bere acqua conservata in una borraccia, i ragazzi, soprattutto quelli che non avevamo mai differenziato, si sentono parte di un progetto che li vede responsabili in prima persona della tutela dell’ambiente e contiamo di diffondere le nostre nuove buone abitudini a tutte le classi della scuola il prossimo anno, andando personalmente a portare la nostra testimonianza e due cestini in più per aula.

Elisabetta Berselli

Dalla Basilicata all’Italia: le scelte del Pd

Non sto a darvi i dati sulle elezioni regionali in Basilicata: li avete letti su tutti i giornali. Non sto nemmeno a fare analisi. C’è tempo per quelle: la mia esperienza personale mi suggerisce di non farle mai a caldo. Sono troppe le trappole dei sentimenti, e poi non bisogna mai abbandonarsi all’ira.

Mi colpiscono le reazioni degli interessati.

La destra ha vinto, come sta facendo da qualche mese nelle elezioni regionali in Italia, dopo il successo delle politiche di marzo del 20018. Salvini, il ministro della propaganda, si affretta a fare il gradasso pensando alle europee. Con il voto di maggio, dice, in Europa cambierà tutto. Certo cambierà di sicuro qualcosa, ma i tanto decantati sondaggi avvertono che i sovranisti di destra come lui, saranno una minoranza in Europa, e si prospetta una maggioranza composta da popolari europei, socialdemocratici, e liberali.

Gli italiani sembrano sempre un po’ dormienti e ci mettono del tempo a svegliarsi, è la nostra Storia che ce lo dice. E quando si risvegliano e si trovano di fronte a danni e macerie si dimenticano di esserne i responsabili. E se la prendono, con un eccesso di reazione, con il sedicente dux che li ha presi per i fondelli, mentre dormivano. Salvini è avvisato, ma chissà se ci sente nel fragore della sua ridicola propaganda e nel bailamme dei suoi selfie e dei travestimenti alla Fregoli.

Poi ci sono i 5 stelle: casi umani, piccoli parolai senza arte né parte, zero capacità di governo. Continuano a perdere voti da quando sono andati al governo, anche tanti. In Basilicata li hanno dimezzati. Ma il loro capo politico, il vice premier Di Maio, è contento del fatto che rimangano il primo partito in quella regione. Mi ricorda il compianto Walter Chiari in veste di ciclista, quando dopo una gara rispondeva, palesemente suonato per la fatica, alla domanda di un intervistatore, che lo inseguiva con il microfono: “mama, mama, sono contento di essere arrivato uno”. Se continueranno ad arrivare “uno” in questo modo i 5 stelle spariranno in pochissimo tempo dal nostro cielo: come una meteora nel mese di agosto. E non ci lasceranno nemmeno il tempo di esprimere il desiderio di non vederli più.

Ma ciò che più mi interessa qui è la reazione del centrosinistra. Zingaretti riconosce la sconfitta, dopo quasi trent’anni di governo regionale, e dice che bisogna ripartire da qui, senza fare altre considerazioni. Eppure bisognerebbe farne tante, ed io spero che a Roma ci riflettano su. Evito di commentare le dichiarazioni di Renzi e amici, smemorati artefici della catastrofe delle elezioni politiche di un anno fa, che non riescono proprio a tenersi in tasca l’arroganza abituale.

Voglio invece soffermarmi sul candidato presidente della Basilicata, il farmacista Carlo Trerotola, scelto quando Zingaretti non era ancora capo del PD, ed era Martina il segretario nazionale pro-tempore. Trerotola, come il puglile suonato interpretato da Walter Chiari, viene sbattuto davanti a un microfono e si affretta a pronunciare una sentenza leggendaria che rimarrà nella Storia: “meglio secondi che terzi. Analisi del voto? Io faccio il farmacista”. Domanda del giornalista: “Dicono che il centrosinistra si è suicidato candidando un ex missino come presidente”. Risposta: “Era mio padre del Movimento Sociale. Io andavo con lui ai comizi di Giorgio Almirante, e non me ne vergogno. Anzi, ne sono fiero”. All’inizio della campagna elettorale aveva detto che lui ha ancora delle cassette con i discorsi di Almirante e, una volta tanto, se le ascolta commuovendosi. Caspita, un genio così è difficile da scovare! Non oso fare indagini per scoprire cosa sia andato a dire in campagna elettorale. Forse che l’avevano candidato a sua insaputa? E’ questo il punto: perchè Trerotola, caro Martina? Le solite voci dicono che l’ex presidente della Regione, Marcello Pittella, che alle primarie, secondo le solite malelingue, ha tirato inutilmente la volata a Martina, e che è stato arrestato e costretto alle dimissioni per una questione di appalti e concorsi truccati (cito “La Repubblica” del 26 marzo), non ha voluto mollare: “ha tenuto la coalizione in ostaggio fino all’ultimo momento. Poi ha mollato imponendo però la candidatura di Trerotola”, il quale è fiero del fatto che andava ai comizi di Almirante, e ancora si ascolta le cassette. Marcello Pittella ha imposto quindi chi non avrebbe certo minacciato, dato il personaggio, la ragnatela delle sue amicizie, o ha fatto come l’eroe biblico del luogo comune, che dice “muoia Sansone con tutti i filistei”. Una sconfitta annunciata dunque, forse voluta, non so se per calcolo o per dabbenaggine: una storia di ordinaria arroganza, volendo essere teneri. Il PD si è fortemente diviso. Quello ufficiale ha preso meno voti di Pittella e dei suoi amici, la cui rete è ancora lì, alla luce del sole, nella sua purezza adamantina, mentre Trerotola, all’opposizione di sé stesso, fa il farmacista e ascolta le cassette di Almirante per farsi una cultura politica.

Sono solidale con Zingaretti, ammesso che serva a qualcosa. A lui voglio dire di fare in fretta a ricostruire il campo del centrosinistra: in tutta Italia, compresa la Basilicata. In fretta e bene, con coraggio, determinazione, e intelligenza, se non chiedo troppo.

Lanfranco Scalvenzi

“Una notte di dodici anni”, l’inferno Uruguay

Il bellissimo film di Alvaro Brechner racconta, senza retorica, l’odissea di tre uomini nell’Uruguay travolto dalla dittatura (dal 1973 al 1985). Il carcere, gli orrori, le torture, le umiliazioni e infine il lento ritorno all’umanità

Lacero, sporco, affamato, il prigioniero si affaccia allo spioncino. Grida agli aguzzini: «Rendetemi il mio mate e il mio pitale!». Gli agenti irrompono nella cella, lo massacrano a calci e bastonate. Lui, una larva umana, continua a gridare sotto i colpi: «Assassini, rendetemi il mio mate e il mio pitale!». Rendetemi la mia dignità di uomo e di cittadino: è storia vera, storia di un Paese, quella che mostra il regista uruguayano Alvaro Brechner nel suo film Una notte di dodici anni. I dodici anni (dal 1973 al 1985) sono i lunghi anni della dittatura uruguayana e sono anche gli anni che i protagonisti reali della vicenda scontarono nelle carceri dei militari golpisti.

Eleuterio Fernandez Huidobro (Nato), Mauricio Rosencof (Ruso), Josè Mujica (Pepe): militanti del gruppo armato Tupamaro, arrestati all’alba della dittatura, liberati all’alba della ritrovata democrazia: la telecamera del regista segue i suoi personaggi per 4380 giorni e notti, i capitoli della prigionia scanditi per anni, mesi e giorni. Il film racconta la discesa all’inferno come una galoppata nel delirio. Di volta in volta, senza preavviso, i prigionieri sono sbattuti da un carcere all’altro, in avamposti freddi e inospitali: svegliati di notte, bastonati, incappucciati, caricati sul camion, infine scaricati in una nuova cella, dentro un silos abbandonato, in una gabbia, in un fetido buco nella terra. Inverno ed estate: gelo nelle ossa, calore infernale, fame senza rimedio.

Così si faceva, in quegli anni, tra Cile, Uruguay e Argentina: il trasferimento dei detenuti si chiamava traslado, ma si chiamava traslado anche l’estremo trasferimento, l’ultimo viaggio verso la morte. Gli atti dei processi postumi sono pieni di trasferimenti. Dove sono i tuoi compagni? chiedono i magistrati all’unico sopravvissuto. I miei compagni – risponde lui – sono stati tutti trasferiti.

La dittatura si è impadronita anche delle parole, e le piega, le torce a suo piacimento, le tortura come tortura gli umani. Così il governo militare si chiama proceso, che significa: «processo di riorganizzazione nazionale». Desaparecidos sono poi le vittime, private anche dei corpi, delle spoglie mortali, ridotti a fantasmi, appunto: scomparsi. E le madri delle vittime che chiedono il ritorno a casa di questi fantasmi, cosa altro possono essere se non locas? cioè: streghe e pazze scatenate, alienate, invasate.

C’è un metodo, in questa bestiale crudeltà. Dice il carceriere: «Dovevamo uccidervi quando vi abbiamo catturato. Ma non è stato possibile, così ora vi renderemo pazzi». Il film di Brechner racconta dunque questa battaglia ostinata contro l’irruzione della pazzia. Pepe, Ruso e Nato sono soli, non possono incontrarsi, non possono parlare, non possono vedere, non hanno un pezzo di carta e una matita con cui scrivere, mangiano cibo di maiali, condividono le celle con i topi, soffrono il freddo estremo, la fame estrema, l’estrema sporcizia. Ma i tre compagni decidono di combattere questa battaglia, ognuno a suo modo: Ruso, che è scrittore, scriverà lettere d’amore per conto di un carceriere. Prima ricevendo in cambio una bastonata, poi dettando le parole una per una, infine vergando le frasi con un mozzicone di lapis su un prezioso pezzo di carta. Nato costruisce un sogno, dove ripercorre la quotidianità perduta, la luminosa pigrizia dei giorni trascorsi con la moglie. Pepe, ingaggia ogni ora un furioso corpo a corpo con i carcerieri, mai piegando la testa, chiedendo aiuto alla vecchia madre testarda che lo segue di città in città e di carcere in carcere.

La libertà arriva alla fine come un lento risalire dal fondo dell’abisso. Una cella e non un buco, una finestra sul cortile, una camicia non lacera, un pezzo di pane morbido, una parola non punita dal bastone: ti accorgi giorno dopo giorno che fuori la dittatura lascia la presa, lentamente, e sembra così facile tornare a vivere. Sta in questa assoluta non retorica la riuscita dell’opera di Brechner, premiata alla Biennale di Venezia. Quando si aprono le porte del carcere, Pepe entra nel nuovo mondo portando sotto braccio il pitale, il vaso da notte, dentro cui ha fatto crescere una piantina verde. Sono uomini e non eroi, quelli che, nell’ultima scena, il film consegna alla vita futura. Nel nuovo Uruguay, Nato diventerà ministro della difesa, Ruso continuerà a scrivere drammi e poesie. Pepe – lo sappiamo – sarà un amatissimo presidente della Repubblica. Degli altri – degli aguzzini – oggi non resta nemmeno la polvere.

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

Si fa presto a dire idrogeno

Si ritorna a parlare di idrogeno per il trasporto automobilistico e come soluzione al problema energetico. A volte problemi complessi sono ridotti a slogan da scrivere dove la semplificazione la fa da padrona. La realtà, però, è complicata e lenta e va spiegata.

Iniziamo col dire che non esistono miniere o pozzi di idrogeno, l’idrogeno non esiste allo stato naturale sulla terra, quindi l’idrogeno non è una fonte energetica.

L’idrogeno è invece un vettore energetico, ovvero è possibile accumulare dell’energia producendo idrogeno per poi riottenerla quando serve, ossidandolo.

Ci sono due modi per produrre l’idrogeno: per elettrolisi dell’acqua con corrente elettrica o per ossidazione parziale di metano, gpl, carbone e prodotti petroliferi. (steam reforming).

La corrente elettrica viene a sua volta prodotta in Italia per il 70% circa con il petrolio e il gas, quindi per produrre idrogeno attualmente bisogna bruciare combustibili fossili.

E’ anche possibile ottenere l’idrogeno attraverso energie alternative: energia idroelettrica, eolica, fotovoltaica, da biomasse etc.

Uno degli utilizzi sarebbe proprio l’associazione di celle combustibili a un impianto di energia rinnovabile (idroelettrico, eolico, solare) che, per sua natura, è discontinuo: quando c’è energia in eccesso viene prodotto idrogeno che viene stoccato; quando l’impianto non produce energia a sufficienza si riconverte l’idrogeno in acqua e si produce energia elettrica che viene immessa in rete. Complicato, ma può funzionare.

Attenzione però alle biomasse. La desinenza “bio” non è sempre sinonimo di benefici per l’ambiente. In Brasile, per esempio, usano le biomasse (canna da zucchero) per produrre alcool per far funzionare le auto, e questo comporta: inquinamento atmosferico da aldeidi (cancerogene), inquinamento delle acque da raffinerie e distillerie, depauperazione dei terreni e distruzione della foresta a causa dell’estensiva coltivazione della canna da zucchero coltivata come monocultura.

Ben venga comunque la produzione di energia alternativa con altri metodi, ma una volta ottenuta perché produrre idrogeno e continuare a bruciare petrolio nelle centrali? Basta immettere questa energia nella rete elettrica e utilizzare il petrolio risparmiato per produrre benzina, in questo modo non c’è niente da cambiare, non ci sono nuovi distributori da fare e si evita di mandare in giro autoveicoli pericolosi carichi d’idrogeno.

Dal punto di vista energetico poi bruciare direttamente un idrocarburo per far funzionare un’auto è più economico che bruciarlo in una centrale, produrre energia elettrica con cui fare dell’idrogeno che a sua volta deve poi essere ossidato per far funzionare un’auto.

Chiarito che l’idrogeno non è una nuova soluzione energetica alternativa al petrolio, vediamo un pò di valutare se è possibile utilizzarlo per l’autotrasporto allo scopo di ridurre l’inquinamento visto che bruciando produce solo acqua.

Per utilizzare l’idrogeno per l’autotrazione si possono utilizzare motori a combustione interna come quelli a benzina ottenendo, però, un rendimento analogo a quelli a benzina (25-30%).

Il vero problema non è qui, i problemi sono nel trasporto e nell’utilizzo. L’idrogeno è un gas un pò speciale: il primo scoglio si chiama temperatura critica che è quella al di sopra della quale un gas non può essere liquefatto per sola compressione. Se un gas può essere liquefatto se ne possono portare in giro grandi quantità con bombole che richiedono di sopportare pressioni relativamente basse, pari a qualche atmosfera.  Nel caso dell’idrogeno non ci siamo, la temperatura critica dell’idrogeno è di -240 C, quindi, per avere idrogeno liquido nel serbatoio, bisogna andare in giro con un liquido a – 240 C perchè a temperatura ambiente rimane sempre un gas.

Per trasportarne molto quindi occorrono bombole di acciaio a 200 e più atmosfere.

L’idrogeno è infiammabile, esplosivo e la molecola ha dimensioni molto piccole ed è in grado di penetrare facilmente, quindi niente bombole leggere di materiali plastici. È così piccola che s’insinua nelle strutture cristalline dei metalli modificandole e questo li rende fragili. Per esempio il grande serbatoio della navetta spaziale non veniva riciclato al contrario dei booster laterali perché, avendo contenuto idrogeno, non era più affidabile.

Per ultimo, nei motori a combustione si producono ossidi di azoto (i responsabili delle piogge acide) per reazione diretta tra l’ossigeno e l’azoto dell’aria, ma questo avviene solo quando le temperature di combustione sono elevate. E l’idrogeno ha una temperatura di combustione molto più elevata di quella della benzina.

Un altra possibilità per utilizzare l’idrogeno per autotrazione è alimentare delle celle a combustibile per produrre elettricità con la quale si alimenteranno dei motori elettrici. Questo processo ha rendimenti nettamente superiori alla combustione in un motore termico, ma il problema è che per ora le celle a combustibile funzionano solo ad alta temperatura, quindi bisogna preriscaldare la cella prima di iniziare a produrre corrente. Inoltre le celle non sono in grado di seguire la richiesta di potenza del motore perché erogano corrente elettrica in quantità costante. Occorrono perciò altre batterie tradizionali a fare da tampone.

Sono attualmente in valutazione da parte della Germania dei treni che funzionano con questo principio, per le auto i problemi da superare sono ancora grandi.

Quale conclusione? La ricerca è in corso, ma le soluzioni facili per superare i combustibili fossili e i motori a combustione interna non ci sono e non basta enunciarle per vederle realizzate

Pietro Zonca

Tav: il documento contro l’analisi costi benefici

Pubblichiamo il documento firmato da 18 professori universitari che evidenzia gli errori e le omissioni della metodologia usata nella redazione dell’analisi benefici-costi Tav del gruppo di esperti Mit presieduto dal prof. Ponti.

La pubblicazione delle Analisi Benefici – Costi svolte dal gruppo di esperti MIT presieduto dal prof. Ponti sul collegamento ferroviario Torino – Lione e, prima, sulla linea AC Genova – Milano (Terzo valico dei Giovi) ha consentito di constatare – alla totalità degli esperti intervenuti in argomento – i molti errori (costi indebitamente imputati all’opera) ed omissioni (benefici non considerati o stimati in modo almeno discutibile) della metodologia applicata. Si tratta di errori ed omissioni messi in evidenza, che rendono del tutto arbitrarie le conclusioni negative raggiunte.

Rafforza queste convinzioni la preoccupante Relazione tecnico-giuridica (Avv. Pucciarello) che accompagna l’analisi costi benefici della Torino Lione, che a nostro avviso avrebbe dovuto essere tenuta in conto anche nelle valutazioni della Benefici-Costi, in quanto le valutazioni giuridiche evidenziano i possibili costi della non realizzazione del progetto. Alcuni di questi sono certi (penali e ripristino dei territori su cui si svolgono i lavori in corso), altri probabili, secondo l’avv. Pucciarello del MIT, che riguardano non solo la restituzione o la rinuncia ai contributi UE ma anche i potenziali danni che i paesi europei potrebbero imputare all’Italia per la soluzione di continuità di un corridoio della rete TEN-T, deliberato dal Parlamento europeo e dal Consiglio europeo col voto favorevole dell’Italia con un Regolamento europeo cioè con fonte giuridica non derogabile neanche dal Parlamento italiano con sua legge.

Entrando nel merito della valutazione delle scelte metodologiche e dei sistemi di calcolo dell’analisi, riteniamo richiamare solo alcune questioni che abbiamo ritrovato anche nella nota del prof Pierluigi Coppola, componente del gruppo di esperti presieduto dal prof. Ponti, ma che non ha sottoscritto i risultati dello studio sulla Torino-Lione.

Ci teniamo a premettere che le preoccupazioni e le osservazioni del prof. Coppola costituiscono tutt’altro che un giudizio individuale culturalmente isolato. Esse sintetizzano invece una posizione consolidata nelle discipline dell’economia e dell’ingegneria dei trasporti e riprese sia nelle Linee Guida dell’Unione Europea e dello stesso Ministero dei Trasporti (del 2017) sia nelle esperienze internazionali di studi di fattibilità.

Le questioni centrali, sempre valutate quando si affronta quello che in campo internazionale è definito un “megaproject”, e invece del tutto trascurate o valutate arbitrariamente nello studio redatto, sono in particolare le seguenti:

  1. Lo scenario di riferimento è senza dubbio alcuno quello europeo (si sta valutando un elemento di un corridoio strategico della rete TEN-T) e, di conseguenza, se gli effetti del progetto sono in primo luogo quelli riferibili al campo nazionale (terzo valico di Genova, potenziamento del collegamento ferroviario tra Brescia e Trieste, prospettive future dei Porti della rete TEN-T europea: Genova, Venezia, Trieste) questi sono di fatto estesi a tutti i paesi connessi alla rete TEN-T dal progetto in valutazione (nel caso della Torino-Lione: Ungheria, Slovenia, Francia, Spagna e Portogallo).

Questo aspetto ha effetti diretti sulle previsioni di domanda e sui benefici conseguibili nel “lungo periodo” con effetti distorsivi che lo studio del gruppo Ponti ammette, riconoscendo di non aver utilizzato un modello economico di trasporti per le previsioni di domanda e sostituendolo con due scenari scelti a discrezione dagli analisti, senza alcuna motivazione o analisi di sensitività. Ci troviamo così di fronte ad una decisione di utilizzare “metodologie originali” non calibrate e non supportate da altre esperienze che si scostano dalla metodologia consolidata determinando risultati non valutabili scientificamente e quindi inaccettabili.

Il sistema delle infrastrutture strategiche italiane da adeguare è già stato individuato nel sottosistema italiano della rete TEN-T (archi e nodi dei quattro core corridors, Mediterraneo, Reno-Alpi, Scandinavo-Mediterraneo, Adriatico-Baltico) il cui adeguamento ha valore strategico (in quanto definito tale perché finalizzato al raggiungimento degli obiettivi di lungo periodo (2030-2050) della economia e della società europea ed italiana recepiti dai regolamenti europei 1315/2013 e 1316/2013) in quanto ordinato:

all’adeguamento ai migliori standard tecnologici delle reti stradali, ferroviarie, di navigazione interna e dei nodi portuali, aeroportuali ed interportuali, comuni all’intera Unione Europea;

alla riduzione delle emissioni di gas serra da trasporto anche attraverso lo spostamento modale dalla strada alla ferrovia, alla navigazione interna e al mare;

alla eliminazione degli archi mancanti e dei colli di bottiglia che ostacolano l’allargamento e l’approfondimento fisico del mercato unico interno europeo: driver storico del successo economico del progetto di integrazione europea dagli anni ‘50 ad oggi.

Una corretta analisi di un progetto strategico dovrebbe pertanto determinare in quale modo lo stesso realizza l’adeguamento tecnologico, lo spostamento modale, l’allargamento del mercato interno europeo. Sono questi i riferimenti utili a valutare prima di tutto l’adeguatezza degli strumenti metodologici applicati. L’analisi costi benefici impiegata dal gruppo Ponti non è in grado di misurare questi benefici. L’analisi benefici costi di un singolo elemento all’interno di un sistema di collegamenti che rispondono nel loro complesso ad obiettivi strategici sarebbe comunque uno strumento improprio per prendere decisioni, anche se tale analisi fosse condotta in modo corretto.

La rilevanza della scelta europea e nazionale è ancora più rilevante nel contesto degli andamenti dell’economia italiana che dall’inizio della crisi economica ad oggi ha visto crescere il ruolo dell’export dal 20 al 31 percento del PIL e che vede nel continente europeo il principale mercato di sbocco del nostro export. Il trasporto delle merci e dei viaggiatori attraverso l’arco alpino e i vincoli di capacità di molti di questi collegamenti stradali rendono ancora necessario l’affiancamento di un sistema ferroviario con caratteristiche tecnologiche europee (lunghezza, sagoma e velocità commerciale) anche prescindendo dalle considerazioni sulle emissioni di gas clima alteranti, ma tenendo invece in conto il carico del trasporto su gomma in un ambiente delicato come quello alpino.

  1. La valutazione dei mancati introiti dello Stato e delle concessionarie di autostrade

La questione controversa su cui si sta concentrando l’attenzione pubblica, perché di facile comprensione, riguarda la considerazione tra i costi del progetto dei mancati introiti (Stato e Autostrade) per la diversione dei flussi dalla strada alla ferrovia.

Una scelta di politica di trasporto che non spetta di certo ad un gruppo di consulenti del MIT e che qualora venisse accolta metterebbe in discussione l’intera politica nazionale ed europea dei trasporti. Se si immaginasse di considerare “costo del progetto” la perdita di ricavi (dello Stato e dei concessionari) si metterebbe in discussione tutta la politica ambientale per la riduzione delle emissioni ed anche lo sviluppo dei veicoli stradali a trazione elettrica, i sistemi condivisi, lo sviluppo dei percorsi ciclo pedonali e così via.

Ma restando all’analisi costi-benefici della Torino Lione la forzatura del gruppo Ponti risulta evidente non appena si sottolinei che l’analisi Benefici Costi non viene redatta per lo “Stato” e tutti i “Produttori” ma per la collettività in accordo alle linee Guida della UE e del MIT.

Se l’analisi è effettuata per la “collettività” tutti i trasferimenti interni si annullano perché non rappresentano consumi di risorse collettive e quindi accise, iva, tasse e minori ricavi autostradali non vanno considerati”.

 

Firmato dai seguenti docenti universitari ed esperti di Economia ed Ingegneria dei trasporti:

– Giulio Erberto Cantarella, Università di Salerno

– Agostino Cappelli, Università IUAV di Venezia

– Ennio Cascetta, Università di Napoli Federico II

– Paolo Costa, Università Cà Foscari Venezia

– Maurizio Crispino, Politecnico di Milano

– Alessandro Delpiano, Pianificazione Territoriale e Trasporti Bologna

– Angela Di Febbraro, Università di Genova

– Guido Gentile, Università La Sapienza di Roma

– María Eugenia López Lambas, Universidad Politécnica de Madrid

– Edoardo Marcucci, Università di Roma 3

– Giulio Maternini, Università di Brescia

– Raffaele Mauro, Università di Trento

– Agostino Nuzzolo, Università di Roma 2

– Marco Percoco, Università Bocconi Milano

– Stefano Ricci, Università La Sapienza di Roma

– Francesco Russo, Università di Reggio Calabria

– Lanfranco Senn, Università Bocconi Milano

– Roberto Zucchetti, Università Bocconi Milano

La storia a scuola non serve più?

In una lettera del 1937, dal carcere, Antonio Gramsci scrive al figlio Delio:

“Carissimo Delio, mi sento un po’ stanco e non posso scriverti molto. Tu scrivimi sempre e di tutto ciò che t’interessa nella scuola. Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perchè riguarda gli uomini viventi, e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono fra loro in società e lavorano e lottano e migliorano sé stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa. Ma è così? Ti abbraccio. Antonio”.

Rigiro la domanda di Gramsci a Marco Bussetti, attuale ministro dell’Istruzione, naturalmente dandogli il tempo di documentarsi su di lui, chiedendo informazioni magari ai suoi acuti comunicatori. In realtà ha già risposto con i fatti, ma usando parole che li vogliono occultare, come se parlasse sempre ai suoi fans di facebook, che può anche pigliare in giro senza rendere conto a nessuno.

La storia è stata estromessa dalle tracce della prima prova scritta della Maturità. Le innumerevoli prese di posizione che ci sono state contro questa decisione, apparse sui giornali e sui social (e nessuna a favore) non sono fino ad oggi servite a nulla, tant’è che Liliana Segre, sopravvissuta alla deportazione ad Auschwitz all’età di 13 anni, ed ora senatrice a vita, lancia un appello al ministro, perchè ripristini la storia all’esame di maturità già col prossimo anno scolastico. “Non rubiamo il passato ai ragazzi”, dice, “con un’ora di storia alla settimana non si fa nulla, e se la togliamo anche dall’esame di maturità, rischiamo un futuro alla Orwell” (nel suo romanzo 1984 Orwell accennava al pericolo di una storia completamente riscritta dal Partito Unico, con lo slogan “chi controlla il passato controlla il futuro. E chi controlla il presente controlla il passato” – n.d.r.).

Questa non è soltanto una questione accademica: è evidente a chi è anche solo minimamente responsabile, che senza la storia non si diventa uomini e donne equilibrati ed autonomi, in grado di interpretare la realtà nel suo farsi e di intervenirvi efficacemente.

Il ministro ha risposto a Liliana Segre, e a tutti coloro che protestano, nel seguente modo: “… La storia sarà presente nelle prove di giugno. E’ il mandato che ho dato personalmente al gruppo di lavoro incaricato di predisporre le tracce di italiano (?) … la storia sarà presente in più tracce … nell’analisi e nell’interpretazione di un testo letterario, come anche nell’analisi e nella produzione di un testo argomentativo … “ .

Ma sua eccellenza il signor Ministro c’è, o ci fa? Parla in questo modo della dissoluzione della storia nella nostra scuola e nella società italiana, come se si potesse tramutare, con un giochetto di parole, nella sua presenza dentro le tracce di italiano e analisi letteraria? Mi piacerebbe sapere cosa e come pensa, quando e se pensa. E se ha qualche rispetto per gli interlocutori, cioè per noi.

Cos’è avvenuto in realtà? Il Ministero ha constatato che solo il 3% degli studenti ha scelto negli ultimi dieci anni la traccia storica. Ed il Ministro, invece di allarmarsi e di chiedersi il perchè, cominciando a pensare a delle contromisure, ha fatto come il dirigente di un’azienda che produce sapone e constatando che la gente ora si lava pochissimo ha smesso di produrre sapone. E’ la cultura del consumo, bellezza. Ma la testa dei giovani non è sapone

Lanfranco Scalvenzi

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