Integrazione, energia, rifiuti: modello Brescia

È strano che Brescia non sia considerata un modello nel nostro Paese. E’ una realtà che non ha eguali in Italia: la città, di 200.000 abitanti, ha una popolazione di immigrati pari al 19%, quasi tutti occupati nell’industria e nei servizi. La provincia, di 1.263.000 abitanti, ha una presenza di immigrati del 15%, tutti al lavoro, comprese le donne, nelle attività industriali ed agricole (vino e olio, ma soprattutto foraggi e allevamenti). All’Associazione degli industriali dicono che il PIL provinciale, di 39,3 miliardi di Euro, viene prima di Slovenia, Lituania, Lettonia. Il tasso di disoccupazione è del 5,2% (meno della metà di quello nazionale), mentre la disoccupazione giovanile è del 16,3% (la metà di quella nazionale). L’export raggiunge il livello più alto in Italia. Si è fatta molta satira sul tondino e sulle acciaierie, ma sono le macchine utensili la punta di diamante dell’export, una produzione ad alto valore aggiunto con un contenuto di ricerca tale da coinvolgere costantemente le Università. Se ci fosse un collasso dell’immigrazione, aggiungono, dovremmo chiudere bottega in tutti i comparti.  A Brescia, dove secondo le ultime rilevazioni, si parlano più di un centinaio di lingue, di sera è facile incontrare frotte di ragazzi di colore diverso, che discutono e giocano, come se si trovassero in un salotto. A me capita spesso di incontrare, in provincia, lavoratori pakistani, indiani, cingalesi in bicicletta che fanno il giro degli allevamenti di bestiame, data la loro capacità con gli animali. Su alcune strade poderali, che sono anche piste attrezzate per l’esercizio dello sport non competitivo, incrociano donne e uomini che corrono all’alba o al tramonto, per il jogging giornaliero, e salutano.

Parlo con Emilio Del Bono, Sindaco di Brescia del PD, che recentemente è stato rieletto già al primo turno. Mi confida che il segreto consiste in una integrazione tra gli autoctoni ed il pulviscolo degli immigrati avvenuta combattendo i quartieri ghetto, e conducendo una lotta ferrea agli estremismi: quello di alcuni immigrati che all’inizio tendevano a isolarsi in enclaves culturali, dove era fatica immensa far passare le leggi e le consuetudini italiane, e quello ipersecuritario di consistenti frange della Lega, che con il loro comportamento distorcevano la percezione di pericoli enfatizzati, ma irreali. “Siamo stati inflessibili anche con le ronde padane”, dice. E’ così che mentre negli ultimi vent’anni è costantemente diminuito il numero dei reati contro la persona e il patrimonio, la percezione degli abitanti non sembra divergere dalla realtà. L’amministrazione non ha lesinato investimenti per dotare la città di grandi quantità di verde attrezzato per bambini, mamme, giovani, anziani, con corsie preferenziali per i disabili. L’assenza di sporcizia e la cura delle attrezzature dà l’impressione al visitatore di trovarsi a Ginevra o a Stoccolma.

Com’è stato possibile, gli chiedo, costruire una realtà come questa nella nostra Italia che va in tutt’altra direzione? Mi guarda sorpreso. “Lo sai”, mi risponde. Eh sì, lo so, dato che ho partecipato anch’io al lavoro fatto. Molti dei nostri tesori li abbiamo ereditati dal passato, e in qualche modo li abbiamo valorizzati e incrementati. Secondo noi qui è avvenuta una saldatura virtuosa tra diverse culture del novecento: quella liberale impersonata nel primo novecento già da Zanardelli, e più tardi, sul piano culturale, dal filosofo Emanuele Severino, quella cattolica dalla quale proviene anche Paolo VI (un cattolicesimo gallicano, attento alle dinamiche sociali e culturali, che affonda le sue radici nel personalismo di Mounier e Maritain, e che gestisce tre case editrici tra le più avanzate in Europa, come “La Morcelliana”, “La Queriniana, “La Scuola Editrice”) e la tradizione socialista/comunista del movimento operaio che ha avviato con la componente cattolica della Cisl, a partire dagli anni 60 del secolo scorso, il processo di unità sindacale. La saldatura di quelle tre culture è stata la culla di èlites lungimiranti, sicure di sé, che hanno dato vita, mettendo insieme tutte le forze, a esperienze di organizzazione sociale avveniristiche per quel tempo, come la costruzione nella cintura esterna di quartieri popolari a basso costo, forniti di tutti i servizi necessari e di comfort tipici del centro, per favorire un inurbamento ordinato; e ad un welfare che è oggetto di studio ancora oggi.

Per fare solo qualche esempio, qui funziona da tempo il ciclo integrato della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, con la differenziata a pieno regime e un termovalorizzatore, che nel 2006 la Columbia University di New York ha eletto “miglior impianto del mondo”, che brucia una gran quantità di “monnezza”, non solo bresciana, e produce energia e calore che vengono immessi nelle reti che illuminano e riscaldano tutta la città. Sfrutta a questo fine anche l’enorme caldaia a metano che già negli anni ’70 distribuiva alla città l’acqua calda del teleriscaldamento, riducendo le bollette, ma anche l’inquinamento. C’è anche una discarica ovviamente, per le ceneri residue, che non produce esalazioni.

Ma quella saldatura, che ha favorito una collaborazione  tra forze diverse, ha prodotto anche la decisione, più di trent’anni fa, di costruire una metropolitana leggera, modello Copenaghen, che va senza conducenti né controllori, che è pulitissima, ed ha opere d’arte in ogni stazione, unico esempio di trasporto pubblico in Italia che produce utili e fa cultura. Ha sviluppato anche una sanità all’avanguardia: la rete bresciana degli ospedali è un punto di riferimento per la ricerca in tutta Europa, e qui si viene, per farsi curare, da ogni regione dell’Italia.

Qui insomma, per la saldatura di quelle tradizioni, i servizi funzionano, producono utili e attraggono risorse materiali e immateriali da tutta l’Italia, e persino dall’Europa. “Si, sono testimone attivo di tutte queste trasformazioni”, dico a Del Bono, “perchè vi sono cresciuto dentro e non sono stato con le mani in mano, lo sai bene”. Anche il bisogno di conoscere la propria Storia ha generato impulsi fecondi. Brescia che è stata una delle capitali dei longobardi, custodisce tesori che sono stati recuperati e raccolti nel grande complesso di “Santa Giulia”, fatto costruire da Desiderio, l’ultimo re Longobardo, per la figlia Anselperga, ed ora patrimonio dell’umanità, dove si svolge una parte cospicua della vita culturale della città, con mostre, convegni, ecc.

Capisco che il Sindaco vuole dirmi un’ultima cosa. E’ la stessa che voglio dirgli io. Ci sono due valori che attraversano da sempre quelle tre culture, e ne rappresentano in qualche modo il collante. Il primo è il valore del lavoro, l’altro ha a che fare con l’etica della responsabilità verso sé stessi e verso l’altro. Non è mera retorica, lo so per esperienza, e lo sanno anche gli immigrati, che non a caso qui si integrano bene. Siamo un po’ fissati con questi valori, che hanno una venatura calvinista, non c’è dubbio. Li si apprende con il latte materno, li si respira nell’ambiente. Io qui ho frequentato sia le superiori, sia l’Università lavorando già dai 14 anni ed era una cosa normale. Con me infatti c’erano moltissimi ragazzi che avrebbero anche potuto, per condizione famigliare, fare diversamente. Persino mio figlio: dopo la scuola dell’obbligo mi disse, “ anch’io voglio fare così”. E pure lui ha fatto ogni lavoro disponibile, mentre frequentava le superiori e l’Università. Qui, per i più, il lavoro è ancora una sorta di religione civile, e si riverbera anche sullo studio. Ecco perchè il reddito di cittadinanza e la quota cento danno fastidio, e qualche creativo esprime un suo pensiero su alcuni muri della periferia cittadina, scrivendo: “Quanto hanno lavorato Salvini e Di Maio prima di entrare in politica? Zero”. Insomma, c’è sempre di mezzo il lavoro. “Cosa accadrà domani?” chiedo al Sindaco. “Boh”, mi risponde, “Io seguo una massima che ho imparato da bambino: fai quel che devi”… “Si, e accada quel che può”, aggiungo io, il vostro scriba.         

Lanfranco Scalvenzi     

Il debito pubblico non si azzera per magia

L’Italia ha sprecato, nei primi anni dell’euro, l’occasione storica per risolvere il problema del debito pubblico. E oggi trovano sostenitori coloro che propongono ricette miracolose per ridurlo o eliminarlo senza pagare pegno. La realtà, però, è ben diversa.

Il debito e gli interessi

Circola da tempo nel paese una narrazione molto semplicistica sul nostro debito pubblico. Cioè che l’alto debito italiano non sia “colpa nostra”, bensì dell’alta spesa per interessi che strangola il paese. È di facile presa il dato secondo cui l’Italia spende per interessi sul debito le stesse risorse (in percentuale del Pil) che spende in istruzione. Dato ciò, è di moda il corollario secondo cui il nostro paese dovrebbe imitare il Giappone. Fare in modo cioè che le nuove emissioni di debito pubblico siano sistematicamente acquistate dalla banca centrale (evidentemente fuori dall’Eurozona) a tassi di interesse del tutto svincolati dal mercato e quindi, teoricamente, anche pari a zero. Il problema del debito si risolverebbe così per magia.

Questa narrazione fa risalire i problemi del nostro debito pubblico alla fine degli anni Settanta e a due circostanze: i) il cosiddetto divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia (per impedire che la banca acquistasse in ultima istanza le nuove emissioni di debito non recepite dal mercato); ii) la crescita dei tassi di interesse mondiali spinta dalla politica monetaria restrittiva della Fed (la banca centrale americana). Poiché i tassi americani tenderebbero a influenzare quelli di tutti i paesi avanzati, ciò avrebbe prodotto una crescita della spesa per interessi anche per l’Italia. E quindi una crescita del debito, a sua volta necessaria a finanziare i maggiori interessi. E così a seguire.

La logica sottostante presume che il tasso di interesse che un paese paga sul proprio debito sia “esogeno”, cioè determinato unicamente da fattori esterni (in questo caso la politica monetaria della Fed) e indipendente sia dalle politiche di (dis)avanzo primario che dallo stock accumulato di debito.

Una logica in realtà fallace. Per capirlo, è utile dare uno sguardo ai dati.

La figura 1 mostra (riquadro di sinistra) l’andamento dei tassi d’interesse fissati dalla Fed dal 1979 in poi. È evidente il forte rialzo intorno alla fine degli anni Settanta, ma è altrettanto evidente il trend secolare di discesa dal 1980 in poi. Nonostante ciò, nello stesso arco temporale, il debito pubblico italiano continua a salire (riquadro di destra). In più, se fosse vero che i tassi d’interesse sul debito sono determinati per ogni paese “esternamente” (dai tassi d’interesse americani e quindi mondiali) e che sia questa la causa principale dell’accumulazione del debito, non è chiaro perché negli anni successivi il debito pubblico cresca così tanto di più in Italia rispetto a tutti i paesi avanzati.

Figura 1

L’importanza dell’avanzo primario

Meccanicamente, la variazione in ogni istante di tempo del debito pubblico dipende da due componenti: (dis)avanzo primario (spesa meno tasse) e spesa per interessi. Le due componenti sono mostrate nel quadro di destra della figura 1, insieme all’evoluzione storica del debito pubblico (in rapporto al Pil) dal 1974 in poi.

I dati mostrano una relazione positiva tra rapporto debito/Pil e spesa per interessi fino a circa il 1992. Nello stesso periodo (1974-1991) il saldo primario rimane sempre negativo, ma il tasso di interesse di riferimento americano precipita da un picco del 18 per cento raggiunto nel 1981 fino a meno del 3 per cento nel 1992. In realtà, nel periodo 1979-1992, la crescita della spesa per interessi è alimentata dalla crescita del debito, che a sua volta riflette le imprudenti e persistenti politiche di disavanzo primario condotte nello stesso periodo.

Se la spesa per interessi raggiunge un picco nel 1992, da allora è in costante discesa. Al trend di discesa hanno contribuito diversi fattori. In parte il calo dei tassi di interesse mondiali, ma soprattutto l’ingresso dell’Italia nell’euro (nel 1999-2000). Contemporaneamente all’ingresso nella moneta unica, però, inizia una fase di compressione dell’avanzo primario, che scende rapidamente da circa il 6 per cento del Pil (intorno al 1998) a zero nel 2004.

A questo punto l’Italia spreca una occasione storica per risolvere forse in modo definitivo il problema del proprio debito pubblico. Sfruttando la riduzione della spesa per interessi – questa volta indotta veramente da “cause esterne” (cioè l’ingresso nell’euro) – e riducendo in modo più prudente l’avanzo primario, avrebbe potuto comprimere il rapporto debito-Pil ben al di sotto del pur dignitoso 100 per cento raggiunto poco prima del 2007. In altri termini, una gestione virtuosa dei (dis)avanzi primari nel periodo 2000-2006 avrebbe regalato al paese un ampio “spazio fiscale” da sfruttare per fronteggiare la fase di fortissima turbolenza che inizia con la grande recessione del 2007-2008.

Quell’occasione è stata persa e ciò pesa ancor oggi come un macigno nella gestione della politica fiscale del nostro paese

Tommaso Monacelli tratto da www.lavoce.info

L’Europa che verrà (forse)

No, l’Europa così non va. Se non cambia radicalmente va a morire. Occorrono scelte drastiche. E poi pessimismo dichiarato (da alcuni). Sfiducia che il nuovo Parlamento europeo possa imporsi sulle logiche intergovernative. Sfiducia anche sui neo eletti. Sembrerà strano, ma questo è il clima di un affollato incontro organizzato a Roma dal Centro studi europolitica e dal Movimento federalista europeo.

Giornalisti, docenti universitari, ricercatori, addetti ai lavori, più un discreto numero di semplici cultori della materia  hanno discusso intensamente per tre ore sui risultati delle elezioni europee. Il tono generale (con alcune eccezioni) è quello descritto all’inizio: critica, pessimismo, una ragionevole sfiducia, ma anche la determinazione di chi ha le idee ben chiare in testa. Se riteniamo ancora valido il motto reso celebre da Antonio Gramsci “pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”, accanto alla parte analitica dovrebbe sempre esserci anche l’entusiasmo per una parte propositiva che indichi la direzione verso la quale andare. Che, infatti, c’è stata. E non potrebbe essere diversamente visto che gli organizzatori dell’incontro e (quasi) tutti quelli che hanno preso la parola condividono l’obiettivo del federalismo. E allora cos’è che li lascia insoddisfatti?

No, non è il successo elettorale di Salvini. E nemmeno l’affermazione delle liste sovraniste che, comunque, non pregiudica una maggioranza di europeisti nel Parlamento europeo. Non è questo il livello dell’analisi che ha prevalso nella discussione. L’Europa che si è affermata negli ultimi vent’anni ha tradito le aspettative di chi pensava che con il passaggio all’Unione e alla moneta comune la strada verso una dimensione politica era ormai stata imboccata. Invece è dai primi anni 2000 che tutto si è come congelato in attesa di una svolta che ancora non si vede e che non si sa se e come riuscirà a definirsi. In tanti anni nelle istituzioni europee e nelle politiche è cambiato pochissimo e l’euro si è trasformato in una serie di parametri contabili sempre più vuoti di senso perchè lasciati da soli a testimoniare un progetto che aveva ben altre ambizioni. Dando, ovviamente per acquisiti, stabilità nei cambi e tutela dalle bufere finanziarie.

Ancora e sempre gli stati hanno scelto di presidiare i loro interessi bloccando l’evoluzione verso la condivisione delle politiche. Ma l’opinione pubblica ha capito tutt’altro e prendersela con l’Europa è diventato un luogo comune fra i più abusati. Di ciò che accadeva realmente dentro i palazzi dell’Unione ben poco si sapeva o non veniva messo in risalto. Eppure per anni è stato quanto di più simile ad un acceso confronto tra”sovranismi” ci potesse essere tra stati che formalmente erano impegnati a costruire un’integrazione politica. Basti pensare che il dibattito più acceso e la più forte critica che si è sviluppata nell’ultimo decennio si è concentrata sul rigore richiesto nei conti pubblici. Rigore sì. Rigore no. La contabilità dei deficit e dei debiti come  principale se non unico terreno sul quale si misurava il vincolo dell’Unione. Quale messaggio è stato mandato alle opinioni pubbliche? Quali valori, quali fini che identificavano l’Europa nel mondo?

Qualcuno nel dibattito ha osservato che se le istituzioni europee si sono occupate di questioni di minore rilevanza (dalle cozze, alle mozzarelle, alle prese di corrente) trascurandone altre di ben maggiore impatto ciò è stato dovuto non ai “burocrati” di Bruxelles, bensì alle scelte imposte dai governi. Che ancora non si rendono conto che l’ambiente, le piattaforme informatiche e di comunicazione, la ricerca tecnologica, l’energia sono gli ambiti nei quali l’elaborazione di politiche europee non solo è urgente, ma è vitale. Attardarsi in modelli che risalgono a 40 anni fa e che mettono al centro i sussidi per l’agricoltura oppure regolamenti di dettaglio mette a rischio il futuro. L’Europa può riconquistare valore e senso se è capace di porsi come guida di livello continentale. Usa, Cina, India, Russia (e Africa nel futuro?): questi sono gli interlocutori con i quali si deve confrontare non un gioco di equilibri instabili raggiunti, di volta in volta, tra 28 paesi, ma una unione che ha una sua politica, un suo bilancio, una sua struttura di difesa.

Per assurdo bisogna ringraziare i sovranisti. Se in queste elezioni l’afflusso alle urne è stato rilevante lo si deve all’allarme che hanno suscitato. È un fatto che in campagna elettorale si è parlato di Europa per portare a segno un attacco e per reagire ad esso. Il filo conduttore è stato sempre quello dei migranti e dei soldi. E già solo questo rivela la miseria di ciò che è stato fatto dalle forze politiche che si definivano europeiste nel corso degli anni. Dove stavano i temi sui quali l’Europa doveva spiegare senso e finalità della sua esistenza? Perché per anni i governi (e le forze politiche che li guidavano) non hanno trovato di meglio che perpetuare la dimensione intergovernativa nella quale veniva etichettato come “Europa” ciò che era soltanto un accordo tra stati?

Restano enormi lacune nell’informazione delle opinioni pubbliche. E forse da qui si potrebbe ripartire. Bisognerebbe riprendere il lavoro daccapo, ed è probabilmente questa l’opportunità della fase storica che si apre: ricominciare. Per fortuna i sovranisti non molleranno e forse la paura potrà spingere molti ad uscire dalla riposante posizione di chi amministra un patrimonio dato per scontato.

Claudio Lombardi

La droga del deficit che ci salverà

Pubblichiamo un articolo di Mario Seminerio tratto da www.phastidio.net

Ma voi la sapete quella del paese scarsamente produttivo che tuttavia riuscì a scavarsi alacremente la fossa? No? Ve la racconto. C’era una volta un paese che esprimeva governanti convinti che l’universo complottasse contro di esso. Una parte dell’universo, nello specifico: la regione in cui tale paese era situato.

Ad ogni elezione, i governanti pro tempore si dicevano certi di aver trovato la soluzione alle angustie della popolazione, sempre più anziana e sempre meno istruita, anche a seguito dell’emigrazione dei soggetti meno patriottici. Una popolazione sfibrata, in passato colpita da pesanti salassi per ripagare il debito fatto da chi per decenni diceva che quello sarebbe stato il passaporto per la prosperità.

E così, di volta in volta, ecco le soluzioni: ad esempio, un grande piano di mance alla popolazione, diciamo 80 euro al mese per alcuni milioni di cittadini lavoratori a reddito basso ma non bassissimo. Da lì, come d’incanto, sarebbe scaturita la fiducia, il boom dei consumi, la ripresa degli investimenti, il Rinascimento italiano.

Per riuscire a finanziare queste misure servivano soldi. Che fare, quindi? Idea: aggiungere deficit. Oggi si dice attingere al deficit, quel pozzo di San Patrizio che tanto bene fa alla popolazione. Dopo uno psicodramma negoziale che sfocia in psicodramma, si giunge ad un accordo di compromesso con l’Entità Esterna che vigila sui conti del paese. Che poi è una comunità di stati sovrani, che si sono dati regole di cooperazione. Ma è chiaro che tale presunta cooperazione è sempre stato in realtà un ignobile espediente per impoverirci. Sin quando non abbiamo aperto gli occhi.

Per trovare quei soldi, si promette all’Entità Esterna che, ove non altrimenti reperibili, per restituirli si provvederà a tassare di più i consumi. Affare fatto! Passa un anno, il deficit seminato nell’Orto dei Miracoli non ha prodotto il miracolo sperato e si deve quindi mettere mano all’aumento della tassazione dei consumi. State scherzando, vero? Sarebbe una catastrofe, vergogna, l’Entità Esterna ci vuole affamare, è un complotto per mettere le mani sul nostro servizio di piatti del dì di festa. C’è gente che è morta, per ridarci il deficit la libertà!

Tosto, si convocano le televisioni per informare il Popolo che stiamo resistendo alla cattiva Entità Esterna, di cui viene fatta sparire la bandiera. Dopo ulteriore snervante negoziato con l’Entità, si ottiene di poter restituire solo una parte di quel prestito, accendendone un altro. Nel frattempo, il governo è cambiato, sono arrivati dei veri patrioti che hanno scoperto, dopo anni di esercizio ed esperimenti su Twitter, che tagliando le tasse l’attività economica esplode e quel taglio viene ripagato, sempre con corposi interessi.

Metti sul mio conto, Entità Esterna! Tra un anno tornerò qui e ti ridarò tutto con gli interessi. “Ma veramente lo devi ridare non a me ma ai tuoi connazionali ed anche agli stranieri che hanno comprato quel debito”, echeggia una vocina dall’Entità Esterna. “Sono sciocchezze!”, replicano i Patrioti. “Se solo potessimo crearci i soldi che ci servono, metteremmo in moto un circolo virtuoso con cui fare crescere l’economia, e avremmo modo di ripagare tutto, con gli interessi e oltre!”.

Nel frattempo, per prestare soldi al Tesoro del paese, i creditori richiedevano tassi sempre più alti. “Voi non capite, noi siamo ricchi!”, ripetevano i Patrioti pro tempore al governo.

Nel frattempo, il paese viveva una vera e propria rinascita culturale. Era tutto un florilegio di dibattiti e convegni su John Maynard Keynes e contro una cosa chiamata “neoliberismo” che non era chiaro cosa fosse esattamente ma che era chiarissimo avesse sino a quel momento impoverito il paese. Milioni di cittadini sognavano ad occhi aperti la socialdemocrazia e finanche il socialismo, quella magica condizione in cui lo Stato pensa a te, dalla culla alla tomba, nel caso anche stampando denaro, e tu nel frattempo puoi restare sul divano a guardare Barbara D’Urso in televisione.

Ma nessuno intendeva votare per partiti di sinistra perché, in quel caso, sarebbero arrivate nuove tasse per finanziare il welfare. “Meglio creare banconote, meglio ancora se con la faccia di Tardelli sopra”, rispondevano convinti i Patrioti. “Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani!” In questo clima di fervore culturale, le radio suonavano il remake attualizzato di una canzone del grande Renato Carosone: “Io, MMT e tu“.

A parte ciò, “Keynes sì che sapeva come combattere le recessioni!”, strepitavano i Patrioti. “Faceva deficit quando c’era crisi”. Una vocina si levava chiedendo “ma sapete che, quando l’economia torna a crescere, il precetto di Keynes era quello di stringere i cordoni della borsa, per ripagare il debito?” Pronta, arrivava la risposta: “‘zzo dici, da noi la ripresa non c’è mai stata, e comunque la nostra idea è quella di fare più deficit quando c’è crisi e più deficit quando c’è ripresa. Vorrete mica soffocare la ripresa in culla, eh? Eh?”. Non fa una piega, in effetti.

Nel frattempo, il tasso d’interesse richiesto dai creditori sul debito pubblico del paese era sempre più alto, e la spesa pubblica si gonfiava per pagarne gli interessi. “Ma chi se ne frega, quest’anno abbiamo fatto più deficit per 4 miliardi, è solo l’inizio”. La solita vocina, sospirando, faceva presente che nel frattempo la maggiore spesa annua per interessi era di 5 miliardi, ma veniva zittita dalla rabbia sempre più cupa dei cittadini.

“Sentiamo delle vocine: o siamo il popolo eletto dal Signore, oppure qualcuno sta cercando di fregarci!”, ringhiavano molti cittadini, sgranando nervosamente un rosario e danneggiandosi i denti mordendo crocefissi, perché era stato loro detto che “Maria e il Signore ci proteggono da lassù”. Si levava anche qualche isolato bestemmione per la mancata crescita, di quando in quando; di solito appena prima che si celebrassero convegni pro-famiglia in cui si chiedeva di mettere fuorilegge l’aborto, uno dei maggiori responsabili della nostra mancata crescita, giuravano in molti. E c’erano anche luminari che ricalcolavano il Pil senza la legge 194: un boom senza precedenti.

Ma eravamo e restavamo ad un passo dal decollo: bastava solo attingere ad un po’ di deficit aggiuntivo, e il meccanismo virtuoso si sarebbe innescato. “Ancora un po’ di deficit, ci siamo quasi, l’ultimo e poi inizierà il riscatto!”, si sgolavano i Patrioti. Ma il miracolo tardava a compiersi. Anzi, la crescita era sempre più esile, e in alcuni periodi si trasformava in una contrazione. “Per forza, è evidente che, con tutte queste vocine, la popolazione è a disagio e non riesce a spendere e crescere!”, berciavano i patrioti.

Ormai l’intero paese era in preda ad una nevrosi sempre più grave: i telegiornali dicevano che non riuscivamo a crescere perché nottetempo continuavano a sbarcare stranieri, che poi divoravano i nostri alberi e svuotavano le nostre dispense. Altri sostenevano che non riuscivamo ad arricchirci perché, in giro per il mondo, c’erano dei malvagi che spacciavano formaggi rancidi ed altre porcherie bisunte scrivendoci sopra “Made in Italy”.

Ma ormai la decisione era presa: serviva fare altro deficit, a cui “attingere”, per arrivare finalmente a crescere. L’ultimo buco e poi è fatta, giuro.

Il conflitto tra città e campagna nella vittoria di Salvini

Matteo Salvini ha vinto (per ora) la sua guerra chiamando a raccolta l’Italia delle campagne per stringere d’assedio quella delle città. Davvero è inevitabile che questi due mondi esprimano idee, stili di vita e cultura differenti? La storia dice di sì…

Li abbiamo visti arrivare alla periferia di Belgrado – era il lontano agosto del 1995 – in cerca di un rifugio che nessuno avrebbe concesso. Sotto il sole del mezzogiorno si snodava una lunga processione di camion arrugginiti, trattori, vecchie auto, carri, animali. Contadini con la faccia chiusa e le mani grandi, donne in nero, ragazze in lacrime, bambini laceri. Sui rimorchi, poche suppellettili strappate alle case in fiamme, cesti di ortaggi fangosi strappati ai campi abbandonati. Contadini serbi in fuga disperata verso sud. Gente di terra, agricoltori, pastori e montanari: le Kajine, i territori di frontiera, erano ormai perdute sotto l’urto dell’esercito croato. Da Knin a Bihac la campagna di Bosnia volgeva al termine e tramontava nel sangue la stella nera di Milosevic.

Altrettanto sconfitta era la città che accoglieva con rabbia quel popolo di sconfitti. Belgrado spettrale: da Pancevo ai quartieri dormitorio, si riempivano di profughi le periferie e nel centro si svuotavano i ristoranti sul lungofiume di Zemun. Via dalla città in armi, molti – moltissimi – già se ne erano andati: ceti intellettuali, media borghesia, intere famiglie in fuga verso la Germania o il Canada. Chiuse da anni le riviste letterarie e politiche che in tempi non lontani erano il vanto della capitale, in esilio i giornalisti, svuotato e deserto il quartiere studentesco di Skardaljia, con i suoi caffè, le sue orchestrine, le sue chiacchiere nella sera.

Si compiva così, sotto i nostri occhi, la profezia di un grande intellettuale e patriota Yugoslavo: Bogdan Bogdanovic, architetto e scrittore, comunista dissidente, sindaco di Belgrado negli anni Ottanta. Fu Bogdanovic a coniare il termine “urbicido”, per definire l’attacco che nelle guerre bosniache fu scatenato dalle campagne e dalle montagne contro le città e la società cosmopolita che esse rappresentavano. Distruzione fisica di luoghi ed edifici, ma anche distruzione simbolica della cultura, dello spirito e della idea di convivenza urbana espressa dalla metropoli.

Città e campagna, tribù umane in perenne conflitto: la chiusura delle genti di montagna contro l’apertura delle genti di città, cosmopolitismo contro identitarismo, nulla di nuovo sotto il sole. Del resto già negli anni Quaranta fu il grande timoniere Mao Ze Dong a teorizzare una rivoluzione contadina da portare alla vittoria attraverso l’accerchiamento delle città da parte delle campagne. E il leader cinese individuò nelle campagne arretrate dell’immenso Paese l’epicentro della prassi insurrezionale. La rivoluzione mosse dunque dalla periferia verso Pechino, conquistò Pechino, e infine – in una singolare e disastrosa mossa del cavallo – esiliò intellettuali e studenti a lavorare la terra nelle Comuni contadine.

Peggio fecero i Khmer rossi cambogiani quando deportarono al lavoro coatto nelle campagne chiunque portasse gli occhiali – simbolo odioso di intellettualità – decretando così la morte fisica di migliaia di innocenti insieme alla morte simbolica delle città, svuotate dai loro abitanti e abbandonate inermi all’assalto della foresta tropicale.

Ma se la guerra – come insegna Clausewitz – non è che la politica combattuta con altri mezzi, in questi tempi di prolungata pace si può affermare anche l’inverso: e cioè che la politica altro non è che la continuazione della guerra con altri mezzi. E la politica di oggi, con le sue ruvidezze e i suoi eccessi, ci porta inevitabilmente alla guerra delle campagne contro la città. Succede ovunque – questa guerra – nella nostra Europa che si riscopre smarrita, identitaria, populista e sovranista. Ma è in Italia, come un Mao Ze Dong alla rovescia, che il padano Matteo Salvini ha coronato la sua rivoluzione. Da Nord a Sud, la carta elettorale del Paese dopo il 26 maggio mostra che è compiuto l’accerchiamento delle città da parte della campagna.

A chi gli rimprovera o gli riconosce il mutamento di prospettiva del suo partito, il leader della nuova destra potrebbe rispondere che nulla è cambiato da quegli anni lontani. Anche allora, regnante Bossi, la Lega Nord era il popolo dei montanari che scendevano a valle per combattere contro Roma ladrona: la città peccaminosa, meticcia, multietnica e multiculturale, il covo dei radical chic, dei culattoni e degli intellettuali da terrazza. La metropoli cosmopolita contro il maso chiuso. E anche le periferie delle città, dove attecchisce il verbo della destra leghista e fascista e dove i poveri sono reclutati per fare la guerra ai Rom, non è già più città, ma luogo spurio senza tempo e senza geografia, una campagna senza campagna, un non-luogo, come sono le villas miserias di Buenos Aires.

Le città – per converso – diventano oggi un simbolo di resistenza. Resistenza politica, nelle nostre frastornate democrazie. Da Milano a Firenze, da Bari a Bologna, in Italia. A Madrid e Parigi, a Berlino – che ha conosciuto il Muro e ancora porta con le sé le sue cicatrici. Nella Londra multietnica, esposta alla tempesta della Brexit e guidata da un sindaco coraggioso, figlio di genitori pakistani.

Contro altre città, e contro altre piazze, la guerra è tutt’altro che simbolica. Lontano nel tempo, 2 ottobre 1968, la repressione armata si abbatte contro la manifestazione studentesca che occupa Piazza delle Tre culture, a Città del Messico. L’esercito e la polizia sparano dagli elicotteri e dal tetto del ministero degli esteri, uccidendo centinaia di ragazzi. Il massacro si compie nel silenzio di un Paese dalle sterminate e miserabili campagne, ipnotizzato dalla imminente apertura dei Giochi Olimpici. Trenta anni fa, Pechino. Nella notte tra il 3 e il 4 giugno il pugno di ferro dell’oligarchia senile comunista si accanisce sugli studenti che presidiano Piazza Tien An men. I giovani chiedono democrazia, partecipazione, riconoscimento del merito negli studi. Vicino al ritratto di Mao hanno innalzato una grande statua della libertà fatta di cartone, legno e cartapesta. L’esercito circonda il centro di Pechino con i carri armati, poi entra in forze nella piazza. Non conosceremo mai il numero delle vittime di quel massacro, che pone fine ad una unica, breve stagione di speranza. Le campagne – che nella rivoluzione vittoriosa hanno circondato le città – non sanno, non conoscono, sono intrattenute dalla eroica narrazione del potere: sopravvivete, lavorate, se potete arricchitevi, obbedite e non fate domande.

Poi, Il Cairo, piazza Tahrir: manifestazioni e repressione. La capitale si è illusa, ma per spegnere le speranze nella primavera araba sono sufficienti i risultati di un’elezione “democratica” in cui milioni di contadini vengono spinti in massa a votare per il potere politico e religioso, istigati contro i costumi dissoluti della modernità, il contagio occidentale, le tentazioni demoniache della grande città. In Turchia, Istanbul vota contro il regime, e il giorno dopo il regime annulla il voto. Il velo alle donne, la legge consuetudinaria, la gabbia delle prescrizioni sessuali, il Corano brandito come una clava assediano la città degli studenti, delle nuove professioni, dell’ informazione libera, della modernità, dei diritti.

La città, lo sappiamo, non è il paradiso in terra. Quasi sempre è brutta sporca e cattiva. Nelle nostre città – nelle metropoli dell’Occidente e dell’Oriente – la solitudine, le solitudini, sono il pane quotidiano per milioni di esseri umani. Ma qui circola la vita, qui si intrecciano le storie, qui la nascita non è sempre il destino. In mezzo a mille violenze, tradimenti e contraddizioni, le città combattono una battaglia silenziosa contro l’oscurità. Al termine del viaggio, quando l’aereo plana silenzioso sopra Roma, Manhattan, Mosca, Buenos Aires, Città del Messico, Mumbay, Istanbul, la città è un tappeto di luci sfolgorante nel buio profondo della notte.

Flavio Fusi tratto da www.succedeoggi.it

Riflessioni sul salario minimo

Se la maggioranza di governo regge, il prossimo terreno di scontro sarà forse il salario minimo. Al netto di immigrati, sbarchi, fidanzate (dei viceministri), cannabis legale e negozi che la vendono il salario minimo è pronto a diventare il prossimo tormentone estivo.

Per i 5 stelle sembra che il salario minimo sia il nuovo vessillo da sventolare dopo il reddito di cittadinanza (e il suo parziale flop), contro la povertà. Alcuni pensano sia giunto il momento di  elaborare ed approvare un provvedimento che in qualche modo intervenga a gamba tesa sul lavoro, per alzare in fretta  le retribuzioni più basse e mettere soldi in tasca ai “lavoratori poveri”. Peccato che così si rischi di colpire allo stomaco aziende e sindacati creando più problemi di quelli che si vogliono risolvere.

Salario minimo dovrebbe essere quell’importo da erogare al lavoratore dipendente fissato direttamente dalla Legge e sotto il quale non si può andare. Un importo, dunque, che sarà definito dal  Legislatore e dal quale non si potrà prescindere nei rapporti di lavoro, un limite, quindi, non derogabile nemmeno dalla contrattazione collettiva.

In apparenza tutto semplice e chiaro. Ma se si ragiona un po’ non è così e diversi dubbi ci frullano nella testa: come definire l’importo minimo? Con quale criterio? Sarà dentro una legge, ma chi sarà l’Ente o l’organo che lo dovrà quantificare? Ogni quanto tempo dovrà essere aggiornato? Sarà valido per tutti i settori? Sarà uguale per tutti i lavoratori? Sarà applicabile dalle Alpi a Trapani? E i contratti collettivi con le loro tabelle salariali che fine faranno? Come si vede le domande non sono poche.

Di sicuro è un tema intrigante, di grande effetto mediatico e facilmente cavalcabile politicamente. Al momento ci sono già due disegni di Legge: uno del M5S e uno del PD. I sindacati, invece, sono schierati decisamente contro, temendo un forte ridimensionamento della loro funzione base che è quella di stabilire nella contrattazione collettiva la retribuzione per i lavoratori dipendenti. In Italia, infatti, spetta alla contrattazione collettiva definire le retribuzioni anche se la validità erga omnes dei contratti non è mai stata realizzata per la mancata attuazione dell’art.39 della Costituzione.

È quindi possibile che i datori di lavoro non applichino il CCNL. Da qui la proliferazione di altri contratti sottoscritti da sigle sindacali minori e altri ancora concordati a livello aziendale. Una situazione piuttosto complessa ed articolata che comunque riesce a toccare la stragrande maggioranza dei lavoratori.

Diverso l’approccio delle due proposte di legge. Il M5s vuole fissare la retribuzione minima a 9 euro (lordi) l’ora. Il Pd punta anch’esso alla stessa cifra (al netto però), ma non vuole scavalcare la contrattazione collettiva. Entrambe le posizioni tuttavia non sembrano tenere conto adeguatamente delle problematiche che una norma del genere avrà sulla gestione delle aziende e sullo stesso trattamento retributivo dei lavoratori.

Se si considerano anche le altre voci che compongono il costo del lavoro oltre alla retribuzione oraria l’aggravio di costi per le aziende potrebbe non essere indifferente. Infatti in molti settori (pulizie, ristorazione, fattorini, operai dei primi livelli, colf, badanti) le retribuzioni di fatto sono inferiori ai 9 euro l’ora proprio per quanto stabilito dalla contrattazione collettiva e non per una volontà sfruttatrice delle aziende. Si calcola che circa il 25% dei lavoratori avrebbe un aumento della propria retribuzione, ma i costi per le aziende sarebbero ovviamente più elevati.

Se si considera il periodo di crisi (Pil quasi a zero), la forte disoccupazione, una diffusa presenza di lavoro nero, un costo del lavoro tra i più alti al mondo, si capisce che l’impatto di una misura drastica come l’aumento delle retribuzioni per legge sarebbe molto pesante per l’economia.

Come minimo occorrerebbe alleggerire il costo del lavoro per le aziende attraverso la decontribuzione e insieme introdurre benefici fiscali per i lavoratori.

Il Jobs Act  con la Legge Delega 183/2014 aveva già tentato all’epoca di aprire con un “esperimento” la strada ad un salario minimo di Legge da introdurre solo nelle aziende  dove non c’era o non veniva applicato il CCNL. Questo tentativo all’epoca molto criticato abortì dinanzi alla fortissima opposizione sindacale e agli scontri interni alla maggioranza di governo. Già allora però fu evidente la reale difficoltà applicativa della proposta.

In questa situazione lanciare slogan per un salario minimo europeo risulta quanto meno azzardato. In Europa 6 Paesi non applicano un salario minimo per Legge, ma questo, invece di rafforzare la proposta di una misura unica a livello europeo, conferma la presenza di visioni diverse che non possono essere sottovalutate. Oltre all’Italia anche Svezia, Finlandia, Danimarca, Cipro e Austria affidano le tariffe salariali alla contrattazione collettiva, mentre in Belgio il salario minimo legale si affianca alla contrattazione collettiva e in altri Paesi come la Germania il salario minimo è stato approvato da poco (dal 2015), mentre altri si muovono con regole di intervento diverse e variegate. Insomma diversità ce ne sono e anche un po’ di confusione; nessuno sembra avere una soluzione chiara e una risposta efficace. È quindi evidente che il salario minimo, nazionale o europeo, è, per ora un’idea vaga più utopica che reale

Alessandro Latini

Educare senza sanzioni?

Chiunque abbia bambini che vanno alle scuole elementari sa perfettamente che, ormai da diversi decenni, non solo è praticamente impossibile bocciare un bambino, ma è anche rarissimo osservare sanzioni classiche, come l’ammonizione, la nota sul registro, la sospensione. Al loro posto è invece dato osservare una serie di comportamenti sostanzialmente omissivi o elusivi: far finta di niente, limitarsi a redarguire più o meno blandamente, cercare di spiegare perché un comportamento è sbagliato e non dovrebbe essere ripetuto. I risultati sono scarsissimi, per non dire negativi, visto che il bullismo, sia quello tradizionale sia quello via internet, sono in aumento e coinvolgono spesso bambini, più sovente bande di bambini, che frequentano le ultime classi delle scuole elementari.

Ora non più. Ora si cambia. Ora quel che un maestro o una maestra potevano fare, ma nel 99.9% dei casi non facevano, ossia infliggere qualche piccola sanzione (ad esempio la nota sul registro, con convocazione della famiglia), sarà semplicemente vietato. Così ha deciso ieri la Camera, approvando un emendamento (a un disegno di legge sull’educazione civica nelle scuole elementari) che di fatto toglie a presidi e insegnanti non solo la possibilità di comminare le pene più severe (come l’espulsione dalla scuola), ma persino l’uso di strumenti sanzionatori davvero minimali, come l’ammonizione o la nota sul registro. Al loro posto si propone di estendere alla scuola elementare il farraginosissimo istituto del “Patto di corresponsabilità educativa”, che rafforza e incentiva uno dei più dannosi fenomeni culturali del nostro tempo, ovvero l’ingerenza dei genitori nel funzionamento della scuola, oltre a promuovere una sorta di Far West dei regolamenti, per cui ogni scuola si costruisce il suo patto, con tanti saluti a una delle idee più semplici della vita sociale, ossia che sia più efficace avere poche norme chiare e valide per tutti, piuttosto che lasciare a ogni comunità di darsi regole proprie (chi non avesse bambini a scuola, o non avesse idea di quanto avanti siano andate le cose rispetto a 20 o 30 anni fa, può leggere la pacata quanto agghiacciante  testimonianza dello scrittore Matteo Bussola: Sono puri i loro sogni, Einaudi Stile Libero 2017).

La vicenda è politicamente interessante. Perché, a quanto si apprende, la soppressione del regio decreto del 1928 che prevedeva la possibilità di irrogare sanzioni agli alunni delle scuole elementari, è stata voluta da tutte le forze politiche. Una chiara testimonianza di quanto certe idee, che eravamo abituati ad attribuire alla mentalità progressista, siano ormai penetrate nello spirito pubblico, coinvolgendo anche quanti un tempo le combattevano.

Ma quali idee?

Fondamentalmente tre convinzioni. La prima è che, nel processo educativo, le sanzioni non debbano e non possano svolgere alcun ruolo. Chi sbaglia deve essere convinto a cambiare comportamento con la sola forza della persuasione. L’uso di punizioni, anche di lieve entità, non solo sarebbe controproducente, ma sarebbe la testimonianza del fallimento del processo educativo.

La seconda è che, a dispetto della loro conclamata incapacità (o non volontà) di educare i figli, l’ultima parola spetti ai genitori, unici giudici dei loro pargoli, unici arbitri e custodi del destino delle loro creature. Di qui la tendenza a porsi verso ogni autorità, ma prima di tutto verso l’autorità scolastica, come sindacalisti dei propri figli.

Ma la più pericolosa è la terza convinzione, che forse più che una convinzione vera e propria è una sorta di strabismo, di partito preso, o di riflesso pavloviano. Quando qualcuno viola le regole, il che quasi sempre comporta la sofferenza di qualcun altro (si pensi alla diffusione del bullismo, già alle elementari), stranamente la pietas, la compassione, quasi automaticamente si indirizzano verso i prepotenti, che andrebbero capiti, perdonati e rieducati, e ignorano le ragioni delle vittime. Curiosamente, chi fa proprio l’imperativo del perdono, non sente altrettanto forte il dovere di impedire che altre violenze e sopraffazioni si scatenino contro nuove vittime.

Eppure è proprio questo il nodo della questione. C’è un’incredibile ingenuità pedagogica e sociologica nella credenza che, per la prevenzione di fenomeni come il bullismo e il cyberbullismo nelle scuole, possano bastare corsi, lezioni, momenti di sensibilizzazione, ammonimenti, prediche, e che ogni punizione sia inutile o addirittura controproducente. Come se la consapevolezza di non rischiare alcuna vera sanzione non fosse un potente incentivo a perseverare nei comportamenti più aggressivi, violenti e anti-sociali. Come se, soprattutto, la rinuncia delle istituzioni a sanzionare i comportamenti più scorretti, più che una forma di umana comprensione per chi sbaglia, non fosse invece quello che è: una forma di disumana indifferenza verso le vittime.

Luca Ricolfi tratto da www.fondazionehume.it

Plastica biodegradabile. Magia e realtà

Continua la serie di articoli che sfatano i luoghi comuni all’insegna di un approccio razionale e scientifico. Stavolta tocca alla plastica biodegradabile. Facile che susciti grandi entusiasmi: “che bello, adesso faremo tutto con questa plastica che non inquina l’ambiente”. E quindi non solo sacchetti per frutta e verdura o per raccogliere l’umido, ma anche piatti, bicchieri, bottiglie e altri oggetti di uso comune. Qualcuno vorrebbe proprio eliminare la plastica tradizionale e usare ovunque questa plastica miracolosa pensando che così si eliminerà anche un bella porzione di inquinamento ambientale perché se è biodegradabile vuol dire che si degrada e scompare come fosse un pezzo di legno.

Siamo proprio sicuri che andrà così e che vogliamo proprio questo? Come sappiamo la plastica si usa un po’ ovunque perché oltre ad avere caratteristiche molto differenti, può essere morbida, rigida, flessibile, trasparente cristallina, colorata, resistente. Soprattutto la plastica ha una caratteristica importantissima: non si degrada e resiste alle intemperie, alla salsedine, al caldo, al freddo, agli attacchi batterici e questo è uno dei principali motivi per cui si è diffusa ovunque in ogni ambito. A dir la verità bisognerebbe dire: le plastiche, perché ci sono centinaia e centinaia di plastiche differenti, ognuna con caratteristiche diverse che la rendono adatta a un particolare utilizzo. Le principali le conoscono tutti: polietilene, polipropilene, poliestere, poliuretano, ABS, Nylon, polistirolo, poliacrilato, silicone, policarbonato, PET, PVC, etc.

Come si vede le plastiche sono moltissime e molto versatili. Ovviamente non ci sono plastiche biodegradabili in grado di sostituirle tutte. Anzi queste plastiche particolari sono poche e sono adatte alla produzione di pochi oggetti. E per fortuna. Pensiamo ai cavi elettrici, se fossero isolati con plastica biodegradabile basterebbe un po’ di umidità, qualche batterio e il corto circuito sarebbe assicurato. Oppure la chiglia di una barca o una tettoia e poi uno scolapiatti, un tubo per l’acqua, un mobile di cucina in laminato, e potrei continuare all’infinito. Questi prodotti non si devono degradare, ci servono inalterati per anni e anni.

C’è un ulteriore problema con queste plastiche biodegradabili: l’interscambiabilità in alcuni casi con quelle tradizionali. Per esempio hanno prodotto una plastica per le bottiglie molto simile al PET, quindi queste bottiglie non andranno più messe nella plastica da riciclare ma nella frazione dell’umido. Se si sbaglia cosa succede? Se bottiglie biodegradabili finiscono insieme al PET da riciclare rovinano la raccolta differenziata peggiorando la qualità della nuova plastica. Se succede il contrario (le due bottiglie possono apparire identiche), si inviano al compostaggio bottiglie non biodegradabili complicando il processo di separazione.

E adesso arriva la ciliegina sulla torta, da un recente studio sui sacchetti di plastica biodegradabili dell’università di Plymouth in GB, i ricercatori hanno scoperto che dopo tre anni in mare o sepolti nel terreno questi sono ancora interi e si sono degradati molto poco, anzi, quasi per niente e, quindi, possono ancora essere ingeriti dai pesci o riempire lo stomaco di un gabbiano facendolo morire per denutrizione.

No, non c’è nessun complotto delle industrie che producono plastiche e nessun imbroglio sulla degradabilità di queste plastiche, la spiegazione è molto più semplice, è un problema chimico anzi è un problema di cinetica. La cinetica studia la velocità con cui avvengono le reazioni chimiche, anche quelle che avvengono negli organismi viventi.

child Head

Generalmente parlando le velocità delle reazioni chimiche raddoppiano circa ogni 10 gradi centigradi di temperatura. Per gli organismi viventi spesso crescono anche più rapidamente. La temperatura media del terreno durante l’arco dell’anno è di circa 10-20 gradi a seconda della latitudine, quella del mare è di parecchio inferiore, negli impianti di compostaggio invece la temperatura è circa di 45-50 gradi centigradi. Così da 10 a 50 gradi la velocità di reazione raddoppia almeno 4 volte, cioè è 16 volte maggiore.

Cosa vuol dire questo?

Vuol dire che la plastica biodegradabile si bio-degrada rapidamente negli impianti di compostaggio e in qualche mese viene distrutta, ma non nell’ambiente, quindi i sacchetti biodegradabili che ci danno al supermercato vanno benissimo per buttare gli scarti alimentari, ma non possiamo illuderci che si distruggano da soli se abbandonati e non inquinino.

In conclusione la magia per avere i prodotti che ci servono (quelli citati più tantissimi altri) che, finito l’uso al quale sono destinati, si autodistruggono ancora non è stata inventata. L’approccio razionale e scientifico è sempre quello che aiuta di più a mettere a fuoco la realtà

Pietro Zonca

Brexit. Come si manipola il consenso

Pubblichiamo il discorso tenuto dalla giornalista Carole Cadwalladr al TED (conferenze di condivisione di idee ed esperienze) di Vancouver lo scorso 16 aprile. Si tratta della giornalista dell’Observer che ha scoperchiato lo scandalo di Cambridge Analityca

Il giorno dopo il voto sulla Brexit, quando la Gran Bretagna si è svegliata con lo choc di scoprire che stavamo davvero lasciando l’Unione Europea, il mio direttore al quotidiano Observer, mi ha chiesto di tornare nel Galles meridionale, dove sono cresciuta, e scrivere un reportage. E così sono arrivata in una città chiamata Ebbw Vale.

È nelle valli del Galles meridionale, che è un posto abbastanza speciale. Aveva questa sorta di cultura di classe operaia benestante, ed è celebre per i cori di  voci maschili gallesi, il rugby e il carbone. Ma quando ero adolescente, le miniere di carbone e le fabbriche di acciaio chiusero, e l’intera area ne è rimasta devastata. Ci sono tornata perché al referendum della Brexit era stata una delle circoscrizioni elettorali con la più alta percentuale di voti per il “Leave”. Sessantadue per cento delle persone qui hanno votato per lasciare l’Unione Europea. E io volevo capire perché.

Quando sono arrivata sono rimasta subito sorpresa perché l’ultima volta che era stata ad Ebbw Vale era così (mostra la foto di una fabbrica chiusa). E ora è così. (mostra altre foto). Questo è un nuovissimo college da 33 milioni di sterline che è stato in gran parte finanziato dall’Unione Europea. E questo nuovo centro sportivo fa parte di un progetto di rigenerazione urbana da 350 milioni di sterline, finanziato dall’Unione Europea. E poi c’è questo tratto stradale da 77 milioni di sterline, e una nuova linea ferroviaria e una nuova stazione, tutti progetti finanziati dall’Unione Europea. E non è che la cosa sia segreta. Perché ci sono grossi cartelli ovunque a ricordare gli investimenti della UE in Galles.

Camminando per la città, ho avvertito una strana sensazione di irrealtà. E me ne sono davvero resa conto quando ho incontrato un giovane davanti al centro sportivo che mi ha detto di aver votato per il Leave, perché l’Unione Europea non aveva fatto nulla per lui. E ne aveva abbastanza di questa situazione. E in tutta la città le persone mi dicevano la stessa cosa. Mi dicevano che volevano riprendere il controllo, che poi era uno degli slogan della campagna per la Brexit. E mi dicevano che non ne potevano più di immigranti e rifugiati. Erano stufi.

Il che era abbastanza strano. Perché camminando per la città, non ho incontrato un solo immigrato o rifugiato. Ho incontrato una signora polacca che mi ha detto di essere l’unica straniera in paese. E quando ho controllato le statistiche, ho scoperto che Ebbw Vale ha uno dei più bassi tassi di immigrazione del Galles. E quindi ero un po’ confusa, perché non riuscivo a capire da dove le persone avessero preso le informazioni su questo tema. Anche perché erano i tabloid di destra a sostenere questa tesi, ma questo è una roccaforte elettorale della sinistra laburista.

Ma poi, quando è uscito il mio articolo, questa donna mi ha contattato. Mi ha detto di abitare a Ebbw Vale e mi ha detto di tutta quella roba che aveva visto su Facebook durante la campagna elettorale. Io le ho chiesto, quale roba? E lei mi ha parlato di roba che faceva paura, sull’immigrazione in generale, e in particolare sulla Turchia. Allora ho provato a indagare, ma non ho trovato nulla. Perché su Facebook non ci sono archivi degli annunci pubblicitari o di quello ciascuno di noi ha visto sul proprio “news feed”. Non c’è traccia di nulla, buio assoluto.

Questo referendum avrà un profondo effetto per sempre sulla Gran Bretagna, lo sta già avendo: i produttori di auto giapponesi che vennero in Galles e nel nord est offrendo un lavoro a coloro che lo avevano perduto con la chiusura delle miniere di carbone, se ne sono già andati a causa della Brexit. Ebbene, l’intero referendum si è svolto nel buio più assoluto perché si è svolto su Facebook. E quello che accade su Facebook resta su Facebook. Perché soltanto tu sai cosa c’era sul tuo news feed, e poi sparisce per sempre, ma così è impossibile fare qualunque tipo di ricerca. Così non abbiamo idea di quali annunci ci siano stati, di quale impatto hanno avuto, o di quali dati personali sono stati usati per profilare i destinatari dei messaggi. O anche solo chi li ha pagati, quanti soldi ha investito, e nemmeno di quale nazionalità fossero questi investitori.

Noi non lo possiamo sapere ma Facebook lo sa. Facebook ha tutte queste risposte e si rifiuta di condividerle. Il nostro Parlamento ha chiesto numerose volte a Mark Zuckerberg di venire nel Regno Unito e darci le risposte che cerchiamo. Ed ogni volta, lui si è rifiutato. Dovete chiedervi perché. Perché io e altri giornalisti abbiamo scoperto che molti reati sono stati compiuti durante il referendum. E sono stati fatti su Facebook.

Questo è accaduto perché nel Regno Unito noi abbiamo un limite ai soldi che puoi spendere in campagna elettorale. Esiste perché nel diciannovesimo secolo le persone andavano in giro con letteralmente carriole cariche di soldi per comprarsi i voti. Per questo venne votata una legge che lo vieta e mette dei limiti. Ma questa legge non funziona più. La campagna elettorale del referendum infatti si è svolta soprattutto online. E tu puoi spendere qualunque cifra su Facebook, Google o YouTube e nessuno lo saprà mai, perché queste aziende sono scatole nere. Ed è esattamente quello che è accaduto.

Noi non abbiamo idea delle dimensioni, ma sappiamo con certezza che nei giorni immediatamente precedenti il voto, la campagna ufficiale per il Leave ha riciclato quasi 750 mila sterline attraverso un’altra entità che la commissione elettorale aveva giudicato illegale, e questo sta nei referti della polizia. E con questi soldi illegali, “Vote Leave” ha scaricato una tempesta di disinformazione. Con annunci come questi (si vede un annuncio che dice che 76 milioni di turchi stanno per entrare nell’Unione Europea). E questa è una menzogna. Una menzogna assoluta. La Turchia non sta per entrare nell’Unione Europea. Non c’è nemmeno una discussione in corso nella UE. E la gran parte di noi, non ha mai visto questi annunci perché non eravamo il target scelto. E l’unico motivo per cui possiamo vederli oggi è perché il Parlamento ha costretto Facebook a darceli.

Forse a questo punto potreste pensare, “in fondo parliamo soltanto di un po’ di soldi spesi in più, e di qualche bugia”. Ma questa è stata la più grande frode elettorale del Regno Unito degli ultimi cento anni. Un voto che ha cambiato le sorti di una generazioni deciso dall’uno per cento dell’elettorato. E questo è soltanto uno dei reati che ci sono stati in occasione del referendum.

C’era un altro gruppo, che era guidato da quest’uomo (mostra una foto), Nigel Farage, quello alla sua destra è Trump. E anche questo gruppo, “Leave EU”, ha infranto la legge. Ha violato le norme elettorali e quelle sulla gestione dei dati personali, e anche queste cose sono nei referti della polizia. Quest’altro uomo (sempre nella stessa foto), è Arron Banks, è quello che ha finanziato la loro campagna. E in una vicenda completamente separata, è stato segnalato alla nostra Agenzia Nazionale Anticrimine, l’equivalente del FBI, perché la commissione elettorale ha concluso che era impossibile sapere da dove venissero i suoi soldi. E anche solo se la provenienza fosse britannica. E non entro neppure nella discussione sulle menzogne che Arron Banks ha detto a proposito dei suoi rapporti segreti con il governo russo. O la bizzarra tempestività degli incontri di Nigel Farage con Julian Assange e il sodale di Trump, Roger Stone, ora incriminato, subito prima dei due massicci rilasci di informazioni riservate da parte di Wikileaks, entrambi favorevoli a Donald Trump. Ma quello che posso dirvi è che la Brexit e l’elezione di Trump sono strettamente legati. Ci sono dietro le stesse persone, le stesse aziende, gli stessi dati, le stesse tecniche, lo stesso utilizzo dell’odio e della paura.

Questo è quello che postavano su Facebook. E non riesco neanche a chiamarlo menzogna perché ci vedo piuttosto il reato di instillare l’odio (si vede un post con scritto “l’immigrazione senza assimilazione equivale a un’invasione”).

Non ho bisogno di dirvi che odio e paura sono stati seminati in rete in tutto il mondo. Non solo nel Regno Unito e in America, ma in Francia, Ungheria, Brasile, Myanmar e Nuova Zelanda. E sappiamo che c’è come una forza oscura che ci collega tutti globalmente. E che viaggia sulle piattaforme tecnologiche. Ma di tutto questo noi vediamo solo una piccola parte superficiale.

Io ho potuto scoprire qualcosa solo perché ho iniziato a indagare sui rapporti fra Trump e Farage, e su una società chiamata Cambridge Analytica. E ho passato mesi per rintracciare un ex dipendente, Christopher Wiley. E lui mi ha rivelato che questa società, che aveva lavorato sia per Trump che per la Brexit, aveva profilato politicamente le persone per capire le paure di ciascuno di loro, per meglio indirizzare dei post pubblicitari su Facebook. E lo ha fatto ottenendo illecitamente i profili di 87 milioni di utenti Facebook. C’è voluto un intero anno per convincere Christopher a uscire allo scoperto. E nel frattempo mi sono dovuta trasformare da reporter che raccontava storie a giornalista investigativa. E lui è stato straordinariamente coraggioso, perché Cambridge Analytyca è di proprietà di Robert Mercer, il miliardario che ha finanziato Trump, e che ci ha minacciato moltissime volte per impedire che pubblicassimo tutta la storia. Ma alla fine lo abbiamo fatto lo stesso.

E quando eravamo al giorno prima della pubblicazione abbiamo ricevuto un’altra diffida legale. Non da Cambridge Analytica stavolta. Ma da Facebook. Ci hanno detto che se avessimo pubblicato la storia, ci avrebbero fatto causa. E noi l’abbiamo pubblicata.

Facebook, stavate dalla parte sbagliata della storia in questa vicenda. E lo siete quando vi rifiutate di dare le risposte che ci servono. Ed è per questo che sono qui. Per rivolgermi a voi direttamente, dei della Silicon Valley… Mark Zuckerberg…. E Sheryl Sandberg, e Larry Page e Sergey Brin e Jack Dorsey, ma mi rivolgo anche ai vostri dipendenti e ai vostri investitori. Cento anni fa il più grande pericolo nelle miniere di carbone del Galles meridionale era il gas. Silenzioso, mortale e invisibile. Per questo facevano entrare prima i canarini, per controllare l’aria. In questo esperimento globale e di massa che stiamo tutti vivendo con i social network, noi britannici siamo i canarini. Noi siamo la prova di quello che accade in una democrazia occidentale quando secoli di norme elettorali vengono spazzate via dalla tecnologia.

La nostra democrazia è in crisi, le nostre leggi non funzionano più, e non sono io a dirlo, è un report del nostro parlamento ad affermarlo. Questa tecnologia che avete inventato è meravigliosa. Ma ora è diventata la scena di un delitto. E voi ne avete le prove. E non basta ripetere che in futuro farete di più per proteggerci. Perché per avere una ragionevole speranza che non accada di nuovo, dobbiamo sapere la verità.

Magari adesso pensate, “beh, parliamo solo di alcuni post pubblicitari, le persone sono più furbe di così, no?”. Se lo faceste vi risponderei: “Buona fortuna, allora”. Perché il referendum sulla Brexit dimostra che la democrazia liberale non funziona più. E voi l’avete messa fuori uso. Questa non è più democrazia – diffondere bugie anonime, pagate con denaro illegale, dio sa proveniente da dove. Questa si chiama “sovversione”, e voi ne siete gli strumenti.

Il nostro Parlamento è stato il primo del mondo a provare a chiamarvi a rispondere delle vostre azioni, ma ha fallito. Voi siete letteralmente fuori dalla portata delle nostre leggi. Non solo quelle britanniche, in questa foto nove parlamenti, nove Stati, sono rappresentati, e Mark Zuckerberg si è rifiutato di venire a rispondere alle loro domande.

Quello che sembrate ignorare è che questo storia è più grande di voi. È più grande di ciascuno di noi. E non riguarda la destra o la sinistra, il Leave o il Remain, Trump o no. Riguarda il fatto se sia possibile avere ancora elezioni libere e corrette. Perché, stando così le cose, io penso di no.

E così la mia domanda per voi oggi è: è questo quello che volete? È così che volete che la storia si ricordi di voi? Come le ancelle dell’autoritarismo che sta crescendo in tutto il mondo? Perché voi siete arrivati per connettere le persone. E vi rifiutate di riconoscere che la vostra tecnologia ci sta dividendo.

La mia domanda per tutti gli altri è: è questo che vogliamo? Che la facciano franca mentre noi ci sediamo per giocare con i nostri telefonini, mentre avanza il buio?

La storia delle valli del Galles meridionale è la storia di una battaglia per i diritti. E quello che è accaduto adesso non è semplicemente un incidente, è un punto di svolta. La democrazia non è scontata. E non è inevitabile. E dobbiamo combattere, dobbiamo vincere e non possiamo permettere che queste aziende tecnologiche abbiano un tale potere senza controlli. Dipende da noi: voi, me, tutti noi. Noi siamo quelli che devono riprendere il controllo.

Scienza e politica: il Medioevo in Parlamento

Uno degli aspetti più interessanti del libro (Il Medioevo in Parlamento, Rizzoli editore) scritto da Elena Fattori, senatrice eletta nelle liste M5S, è come il racconto dell’esperienza personale si intreccia con l’analisi e le riflessioni sul rapporto tra scienza e politica.

Va subito detto che la politica ne esce malconcia, incapace di ascoltare e di comprendere quanto gli addetti ai lavori, scienziati e ricercatori, riportano come risultati di anni di studio ed attività.

Attraverso tre note vicende (il caso Stamina, la legge sui vaccini, la discussione sulla vivisezione) emerge da una cronologia di eventi la difficoltà e l’incapacità di quasi tutti i politici a dialogare su temi che richiedono la competenza specifica del sapere scientifico.

Questo atteggiamento di sfiducia verso la scienza ufficiale (ma ne esiste un’altra?) attraversa trasversalmente tutte le forze politiche anche se è indubbio come i movimenti populisti si sono proposti con più forza e determinazione nel perseguire alcune battaglie (che sembrano molto spesso crociate) contro le indicazioni degli studiosi, rafforzati nel proprio convincimento dal paradigma uno vale uno che non considera esperienze e competenze.

Dal libro emerge, inoltre, il ruolo positivo che i tanto vituperati organismi internazionali (OMS, commissione UE) svolgono per chiarire e diffondere i risultati della ricerca scientifica.

Per contro si rileva come interessi pochi chiari emergono spesso a favore di iniziative pseudo scientifiche (ad es. il caso Stamina) mentre le vituperate Big Pharma di fatto traggono benefici ridotti dalle campagne di vaccinazioni di massa.

Un altro punto di interesse del libro è la cronaca dell’iter con cui alcune decisioni sono state discusse e prese dal M5S su questi temi, in un continuo pressing degli elementi più movimentisti contro le evidenze portate da scienziati di fama e raccolte dall’autrice in forza della sua esperienza come ricercatrice.

Naturalmente allargando la visione emergono molti spunti di riflessione: la difficoltà di procedere solo con l’obbligo invece che accompagnare alcune misure pur necessarie per la popolazione con tecniche di convincimento o facilitazione (ad es. disponibilità ed accessibilità di un’anagrafe vaccinale); la trasparenza nell’evidenziare gli interventi delle lobby più o meno grandi, sulle attività politiche; i meccanismi decisionali interni ai partiti o movimenti.

Sarebbe interessante analizzare e discutere con una corretta base scientifica altri temi molto caldi come gli OGM, l’agricoltura biologica, le medicine alternative, le soluzioni per il risparmio energetico, le alternative per il trasporto, etc. che sono già stati oggetto di scelte apparentemente incontrovertibili.

Un problema di fondo tuttavia persiste: la gerarchia delle conoscenze basata su un rigoroso percorso di studi e ricerche non è più riconosciuta. Oltre ai meccanismi di comunicazione della rete un ruolo non secondario è stato svolto dai media tradizionali (giornali e soprattutto TV) che spesso contrappongono famosi personaggi dello spettacolo e studiosi di fama come si trattasse si discutere una questione tra condomini. Tra l’altro molte di queste inchieste o scoop vengono condotte senza nemmeno un decente approfondimento giornalistico.

È in particolare internet che ha permesso la diffusione di credenze le più strambe senza alcuna verifica e mettendole sullo stesso piano delle acquisizioni scientifiche. Il cittadino comune si è sentito capace di produrre una sua verità basata sull’esperienza personale e sul passa-parola. Secoli di lenta crescita nella capacità di comprensione del reale sono stati contestati in nome dell’autoproduzione di verità ascientifiche. Sarà la vita stessa che metterà fine, prima o poi, a questa assurdità

Claudio Gasbarrini

1 2 3 4 39