E fu semplicemente la Liberazione

La Liberazione, a casa mia, sta tutta in una vecchia foto. Due soldati americani con lunghi moschetti a tracolla entrano nella piazza dell’antico paese. Sono appena ragazzi, circospetti e ammutoliti, come sono ragazzi i partigiani che li accompagnano, con le giacche stazzonate e gli occhi accesi. Corrono, si guardano, nascondono vecchie rivoltelle nelle tasche sformate, uno di loro porta un fiasco di vino sotto braccio. Come una festa di campagna: tanto splendore sulle antiche pietre medievali, tanta giovanile meraviglia per la libertà improvvisamente ritrovata.

Anche qui, in questo angolo della Maremma toscana, la libertà arrivò al termine di un “lungo viaggio nella notte.” Nove mesi prima, il 13 giugno, reparti tedeschi e squadracce mussoliniane avevano fatto irruzione nel piccolo borgo minerario di Niccioleta per punire disertori e renitenti alla leva fascista. Sei minatori vennero fucilati subito, alle spicce, nel cortile dietro il forno della dispensa. Altri centocinquanta caricati sui camion e portati a Castelnuovo Val di Cecina: il giorno dopo, settantasette di loro furono fucilati davanti a una fossa comune.

Non ci fu nemmeno il tempo per piangere i morti e già la guerra era finita, con il lutto dentro le case e la festa in piazza. Né eroi, né martiri: come la foto che ricordo, anche la vera Liberazione – se dovessimo definirla oltre questo profondo crepaccio di anni – è prima di tutto nemica della retorica. Eppure oggi – 25 aprile 2019 – sarà giorno di retorica a fiumi, di bandiere che “garriscono” al vento, di eroismi giovanili e di discorsi alati. Del resto, tra i tanti peccati con cui siamo abituati a convivere, questo è un peccato appena veniale: se la retorica è il biglietto da pagare per mantenere vivo il ricordo, ebbene sia benvenuta anche la retorica.

In questa nostra Italia degli orrori, dove un intero quartiere di dimenticata periferia caccia a furor di popolo qualche decina di disperati in cerca di un tetto, il ricordo della Liberazione rischia di essere un lusso per pochi e un inciampo fastidioso per provvisorie autorità dedite alla ferocia quotidiana e al vituperio della memoria e della conoscenza.

Dunque, pazienza: in questo giorno anche noi sventoleremo la nostra bandiera e sopporteremo ardui discorsi da reduci: sarà la nostra piccola resistenza, il nostro antidoto personale contro l’ignoranza e la miseria dell’anima.

Una nostra fratellanza non detta, come – nelle parole del grande scrittore – la festa del mio borgo di Maremma è gemella della festa nella città di Alba imbandierata: «sfilarono i badogliani con sulle spalle il fazzoletto azzurro e i garibaldini con fazzoletto rosso e tutti, o quasi, portavano ricamato sul fazzoletto il nome di battaglia. La gente li leggeva come si leggono i numeri sulla schiena dei corridori ciclisti; lesse nomi romantici e formidabili, che andavano da Rolando a Dinamite. Con gli uomini sfilarono le partigiane, in abiti maschili, e qui qualcuno tra la gente cominciò a mormorare: – ahi, povera Italia! – perché queste ragazze avevano delle facce e un’andatura che i cittadini presero tutti a strizzar l’occhio».

In quella piazza della nuova Italia c’era anche mio padre: un contadino di ventidue anni che non volle indossare la camicia nera, fuggì alla macchia a mani nude e diventò partigiano con il fazzoletto rosso al collo. La storia di quel vecchio ragazzo è anche la mia storia.

Flavio Fusi tratto da www.tessere.org

Lettera aperta a Mimmo Lucano

Ho sperato scioccamente che tu continuassi a fare il Sindaco nonostante provvedimenti di cui non comprendevo la ragione. Osservavo da lontano la tua consueta generosità, la tua capacità di resistere al malanimo dei tanti cinici che crescono come funghi in questi tempi sciagurati, ad ogni attacco, non solo della criminalità organizzata, o dei fomentatori di paure e di rancore, ma anche di coloro che avrebbero dovuto difenderti e assisterti: mi riferisco agli organi dello Stato.

L’ho sperato d’istinto, senza riflettere, perchè credevo alla lezione che ci stavi dando da quel paesetto sperduto della Calabria. Una preziosa esperienza di integrazione e fratellanza tra persone di diversa estrazione: disperati in fuga dalle guerre, dalle carestie, dalla fame, e gli ultimi del nostro Sud. Un’esperienza di rigenerazione delle trame relazionali in un territorio del Sud, che si era andato col tempo spopolando a causa della nostra emigrazione, la nostra piaga fino a qualche decennio fa, prima che passassimo il testimone ad altre genti.

Eri diventato un punto di riferimento in tutto il mondo: il tuo esperimento funzionava. Non come un orologio svizzero, lo sai anche tu, ma funzionava. Il mondo se n’era accorto prima di me. Qui da noi le cose vanno sempre in questo modo. Se c’è qualcosa di positivo che ci riguarda, che possa essere d’esempio, rimane nascosto a lungo, a meno che non intervenga la magistratura a interromperlo, o qualche esimio burocrate: gente che di solito non si distingue, salvo lodevoli eccezioni, per un’interpretazione sensata della propria funzione. Ricordo l’esperimento di Don Milani, a Barbiana, circa cinquant’anni fa. Era stato esiliato tra i boschi, sull’Appennino toscano, da gerarchie cattoliche sorde e cieche, tra persone abituate da secoli solo a faticare per sopravvivere, e ne aveva fatto l’occasione per il rinnovamento della Scuola nazionale. In più, con la lettera aperta ai cappellani militari, scritta con i suoi alunni, dal titolo “l’obbedienza non è più una virtù”, diede inizio alla lotta per il “servizio civile”.  Anche lui subì molte ingiurie e persino un processo, mentre un tumore se lo stava già portando via. Ed anche lì c’era di mezzo uno Stato retrogrado, custode delle peggiori tradizioni e dei vecchi equilibri sociali, con la complicità di un’opinione pubblica distratta, quando non apertamente ostile.

Ha vinto lui, alla fine. E vincerai anche tu, cioè le tue civilissime idee e la tua passione nel realizzarle.

Ho cominciato la lettera con il verbo sperare, ed era un’apertura autocritica la mia. Sì, perchè imprese come la tua dividono, sollevano vespai polemici, ed hanno bisogno sempre di essere difese in ogni luogo, non di semplici speranze. Ora che sei ancora sotto scacco, che sei inquisito e stai andando sotto processo, ora che sei stato sospeso (da diversi mesi in realtà) dalla carica di Sindaco e sei costretto a vagare fuori dal tuo Comune, come se fossi un delinquente della mafia (ma c’è ora una disposizione della Cassazione tendente a far revocare quel provvedimento) ora, dicevo, in qualche modo cerco di compromettermi, e chiedo anche ad altri tranquilli cittadini di farlo. Non si può stare sempre a guardare, magari auspicando il meglio per tutti: non basta. Soprattutto quando, come ci spiega una meravigliosa ragazzina svedese di nome Greta riferendosi ad altri problemi che ha l’umanità tutta insieme, “la nostra casa è in fiamme”.

E’ una questione di civiltà, di concreto lavoro per crescere come cittadini, perchè l’umanità cammini favorendo l’integrazione tra persone diverse, culture diverse, difendendo la pace in Europa e nel mondo. Forse anche Stoccolma, dove si decide il Nobel per la Pace, dovrebbe venirne a conoscenza, e fare una urgente riflessione, senza attendere delle burocratiche segnalazioni. Si vedrà.

Ma, caro Lucano, vorrei che finalmente tu confessassi i tuoi crimini. Non importa se la Cassazione ti ha già prosciolto dai primi capi d’imputazione, dopo che lo stesso GIP aveva già in parte demolito il castelletto di accuse della Procura di Locri (Locri, attenzione, il luogo più ‘ndranghetista d’Italia – è lì che si indaga e si processa un Sindaco che ha impedito fino allo spasimo, rischiando di persona, che la ‘ndrangheta prevalesse nel suo Comune … perchè?), Stranamente, dopo il pronunciamento della Cassazione, la stessa Procura ora decide, con una procedura che non riesco a comprendere (qualcuno, per favore, mi illumini) di ricorrere a nuove imputazioni, e di portarti a processo nel mese di giugno (dopo le europee). Tutto molto oscuro, labirintico: i latini parlavano di fronte a casi come questi di “fumus persecutionis”, e si chiedevano sempre dove volesse andare a parare chi perseguitava altri da una posizione di potere, ma io certo non mi azzardo a usare questa espressione, non me la sento proprio di fare della dietrologia, anche se la mia pazienza ormai si è esaurita. Mi chiedo, e chiedo anche a te, ma vorrei chiederlo anche a questi magistrati, come vorrei chiederlo a chi in qualche modo li governa: se per ipotesi capitasse, come penso, che tu, insieme ai tuoi collaboratori, venissi definitivamente assolto dopo tanto accanimento, chi ti risarcirebbe del dolore, delle notti insonni, della distruzione della tua reputazione, chi risarcirebbe quel laboratorio sociale e culturale distrutto, che impegnava tanti disperati rinfrancati da una vita finalmente dignitosa che tu gli offrivi? Non è una domanda da poco: altre vite in passato, ed anche recentemente, sono state distrutte per errore. Si dice che nel nostro ordinamento c’è l’obbligatorietà dell’azione penale, e va bene. Però mi piacerebbe sapere come si sceglie, e con che logica, quale fascicolo aprire tra la miriade di “notitiae criminis” che in buona parte rimangono inevase per mancanza di tempo e di personale. E mi piacerebbe sapere chi paga, e come, per dei possibili errori giudiziari, per eventuali forzature, già a partire dalla scelta dell’incriminazione. In questa nostra società ognuno deve avere l’obbligo di essere responsabile di quello che fa, non possono esserci zone franche. Ed i singoli magistrati? E gli alti burocrati che si nascondono dietro le alte scrivanie, e che obbediscono a disposizioni forzate? Ti basterebbe, caro Lucano, dopo il “crucifige”, un “ci scusi per il disturbo”?  E le vite distrutte, e il dolore di tanta gente, e la vergogna che si trasmette anche ai famigliari? Chi paga, e come si fanno i conti dei danni, quando c’è di mezzo la dignità, la stessa vita? Non ti sembra civile chiederselo, visto che da qualche tempo non abitiamo nelle caverne?

Dai Lucano, confessa i tuoi crimini.

Dillo finalmente che tu eri convinto di essere in un Paese civile, ricco di umanità, non in un mondo di questurini, di legulei, di paurosi e rancorosi oltre i limiti psichiatrici, manipolabili dal primo bulletto che si presenta alle elezioni, forza un poco la tua natura pacifica, gridalo come quel quadro di Munch che tutti conosciamo, facciamo insieme un coro rumoroso che si senta anche nelle spelonche dei ladri di vita altrui, e nelle sfere celesti.

Buona fede, difesa della dignità umana, spirito fraterno e ingenuità, questi sono i tuoi crimini, Lucano. Vorrei tanto che diventassero quelli di tutti, a partire da un’intera generazione, la mia, che voleva cambiare il mondo ed ha solo cambiato vestito.

Un abbraccio.

La lettera aperta può essere firmata da chiunque la condivida al seguente link

 http://chng.it/Twvr5cZgmd

La favola ambientalista di Greta Thunberg

Bisogna riconoscere che, da quando è comparsa sulla scena europea Greta Thunberg, i temi dell’ambiente e del clima hanno di nuovo attirato l’attenzione dell’opinione pubblica. Inutile negarlo: viviamo anche di simboli e milioni di giovani si sono identificati con la ragazza dal viso imbronciato e dalle lunghe trecce che dall’agosto dell’anno scorso si è votata alla causa della salvezza del pianeta. Nulla da eccepire: l’entusiasmo dei giovani è necessario per qualunque cambiamento e l’aspirazione a vivere in un ambiente più salubre è assolutamente legittima.

Tuttavia si possono riconoscere i meriti di questo nuovo movimento senza per forza accettare tutte le semplificazioni e agli allarmismi che rappresenta.

Greta ripete sempre che non c’è più tempo e lancia la sfida di un cambiamento radicale da realizzare entro il 2030. Al primo posto mette l’eliminazione dei combustibili fossili dalla generazione di energia.

Possiamo veramente farlo e in tempi così brevi? Sembra proprio di no. Non possiamo eliminare i combustibili fossili. È una delle drammatizzazioni che vengono utilizzate per richiamare l’attenzione e per non mollare la presa su temi considerati cruciali. C’è un rischio però: che il discorso ambientalista si radicalizzi e non trovi sbocchi concreti. Infatti, secondo le previsioni più accreditate, nel 2040 la produzione di energia mondiale verrà ancora al 74% dai fossili. Inoltre la domanda petrolifera mondiale ha superato il record dei 100 milioni di barili/giorno. Perché? Perché non ci sono alternative valide. Le mitiche energie rinnovabili sono previste in aumento, ma: l’idroelettrico fornirà il 7% dell’energia nei prossimi trent’anni; il nucleare resterà fermo al 4-5% (per volontà politica e non per impossibilità tecnica); le altre fonti rinnovabili passeranno dal 4 al 14 per cento, ma solo perché incentivate dagli stati. Eolico e solare per ora non sono fonti che possono sostituire i combustibili fossili perché intermittenti e quindi inaffidabili dato che l’energia prodotta non si può accumulare.

È quindi evidente che battere e ribattere sul tasto del catastrofismo (“siamo in emergenza” come ripete continuamente Greta) non serve ad offrire soluzioni praticabili (il “fate qualcosa” che torna in tutti gli interventi di Greta). La sostanza del messaggio del nuovo movimento ambientalista consiste in un allarme e nella richiesta accorata di un generico intervento rivolta ai governi. I quali sono ben contenti di assecondare il movimento e dare risalto al simbolo-Greta perché sanno che è in gioco il consenso di milioni di giovani. È proprio il caso di dire che in questo clima chi propone un’evoluzione graduale, che poi è l’unica praticabile, viene visto quasi come un sabotatore.

La realtà, come sempre, è meno entusiasmante e più difficile degli slanci ideali. E la realtà è fatta di decisioni politiche che producono effetti concreti. Seguire la strada del radicalismo ambientalista non porta da nessuna parte.

Infatti, l’esperienza di governo del M5s dimostra quanta distanza ci sia tra i proclami e i problemi concreti. Erano partiti con l’utopia della decrescita, ma la conquista del potere non li ha aiutati a realizzarla bensì ad abbandonarla.

Prendiamo il caso della Tav. Spostare dalla gomma al ferro il trasporto delle merci è sempre stato uno dei principi cardine dell’ambientalismo. Per farlo, però, bisogna che ci siano le ferrovie e che superino gli ostacoli naturali. Invece il M5s si è incastrato nel movimento NO TAV che più che ambientalista è antagonista.

Altro caso di radicalismo pseudo ambientalista è quello della cosiddetta ecotassa sui veicoli benzina o diesel posta come contraltare all’incentivo riservato ai veicoli ad alimentazione ibrida ed elettrica. Per ora l’effetto è stato quello di disincentivare la sostituzione delle auto più vecchie e inquinanti e di colpire la produzione nazionale di veicoli.

L’opposizione dei 5 stelle agli inceneritori sta bloccando in mezza Italia il ciclo dei rifiuti. Blocco anche per la ricerca e lo sfruttamento degli idrocarburi in mare sulla base di un’ipotetico danno all’ecosistema marino e al paesaggio. Così l’Italia è condannata a rinunciare ad una risorsa naturale e a continuare con le importazioni di petrolio e gas.

Quale è il succo del ragionamento? Messo di fronte alla concretezza delle decisioni da assumere l’ambientalismo radicale si rifugia regolarmente nella recitazione dei mantra che lo caratterizzano cioè in affermazioni idealistiche incapaci di portare a risultati positivi e intanto blocca tutto e lotta contro tutto. Cioè aggrava i problemi invece di risolverli.

Ricorda Alberto Brambilla in un recente articolo sul Foglio che negli anni Settanta è avvenuto il distacco tra l’energia e l’economia: si iniziò a pensare che l’ambiente fosse una variabile indipendente dallo sviluppo e anzi proprio lo sviluppo capitalistico, che accompagnava la crescita del benessere e della popolazione, dovesse essere rallentato insieme all’aumento demografico occidentale. Questa impostazione portò ad identificare l’uomo quasi come un parassita del mondo che andava frenato con la crescita zero. Natura e pianeta sono stati soggettivizzati (difendiamo la natura, proteggiamo il pianeta terra) quando si tratta di mere realtà oggettive. La verità è che l’umanità deve proteggere se stessa in un contesto di impetuosa crescita demografica che mette sotto stress le risorse naturali. La strada di un’economia sostenibile che risparmi materie prime e ricicli il più possibile è obbligatoria, ma non discende da vacue aspirazioni di salvezza della Terra. L’alternativa è lo scontro per conquistare migliori condizioni di vita.

Oggi possiamo evitare la guerra perché possediamo le conoscenze per affrontare razionalmente i problemi della vita dell’umanità e non abbiamo nessun bisogno di ricorrere alle favole, alla magia e alle superstizioni in alternativa alla scienza e alla tecnica. Cerchiamo dunque di vedere le cose per quello che sono e di affrontarle con realismo e con concretezza. La simpatica Greta lo apprezzerà

Claudio Lombardi

Auto ibride, auto elettriche. Meno retorica, più concretezza

In questi giorni sono partiti in Italia gli incentivi fino a 6000 euro per chi acquista un’auto elettrica o un’auto ibrida e la sovrattassa fino a 2500 euro per chi acquista un’auto tradizionale.

Da quando sono stati annunciati questi provvedimenti il mercato dell’auto in Italia, si è fermato, le vendite sono crollate, le persone che dovrebbero acquistare un’auto aspettano. Cosa? Di capire quanto spenderanno in più di quanto avevano preventivato o per la tassa o per un’elettrica/ibrida che costa comunque più dei modelli tradizionali. Nel frattempo continueranno ad utilizzare i vecchi e inquinanti euro 1, 2, 3, 4.

Proviamo ad analizzare il problema punto per punto.

AUTO IBRIDA

In Italia non si producono auto ibride. FCA non produce per ora auto ibride a parte la Ferrari F1. Le  auto ibride in commercio di piccola cilindrata sono Hyundai o Toyota e, come è noto, non sono neppure prodotte in Europa. Di fatto si aiutano le aziende che le producono in Giappone, in Corea o comunque nel sud est asiatico. E questo da parte di un governo che vorrebbe contrastare gli effetti della globalizzazione a favore dell’Italia!

Intanto FCA che aveva intenzione di investire 5 miliardi di euro nella riconversione degli impianti in Italia ha deciso di rivedere i suoi programmi. Come si dice? Due piccioni con una fava.

Auto ibride prodotte in Europa ci sono, ma sono auto di lusso piuttosto costose non adatte alla massa. E poi un’ibrida a parità di classe costa mediamente un 30% in più e anche con gli incentivi non si pareggia il conto.

Veniamo al capitolo vantaggi. Cosa dà in più l’ibrido? Se si tiene presente che un’auto ibrida senza il motore a scoppio circolerebbe solo una decina di minuti con la sola carica delle batterie, si può capire che anche in città praticamente tutta l’energia che serve per far funzionare l’auto proviene dalla benzina. Il vantaggio fondamentale è quello di poter utilizzare la parte elettrica a bassa velocità e recuperare energia in frenata e quindi abbattere un po’ i consumi. L’inquinamento però non può non esserci perché il motore principale è sempre quello a benzina e può stare spento solo pochi minuti. In ogni caso inquina sicuramente più di un motore a metano o a GPL che equipaggiano auto di gran lunga meno costose.

AUTO ELETTRICA

Anche in questo caso niente auto elettriche prodotte in Italia. FCA ha in programma vari modelli, ma per ora non ci sono.

L’auto elettrica per antonomasia è la Tesla. Si tratta di auto di classe elevata e naturalmente costose. Si parte da 35 mila dollari per arrivare agli oltre 100 mila.

Anche Audi e WW hanno modelli simili, ma non c’è niente a prezzi inferiori a 20.000 euro.

I problemi dell’auto elettrica, però, non sono solo di costo. Intanto la ricarica delle batterie è un problema. O si possiede un garage (ammesso e non concesso che la potenza installata in garage sia sufficiente) o si devono utilizzare le postazioni pubbliche. Che sono rarissime. Se si volesse sul serio affrontare il problema servirebbe almeno una postazione ogni 100 posti auto. Come minimo ovviamente perché se devono ricaricare contemporaneamente 30 auto ecco che il sistema si blocca. Anche se si possiede un garage però può essere necessario dover ricaricare in una postazione pubblica perché le auto sono fatte per spostarsi e le autonomie, attualmente possibili (da 200 a 500 Km) non bastano quando si viaggia. Dove sono le postazioni di ricarica veloce lungo strade e autostrade? Tutte da costruire.

Ultimo e non piccolo problema riguarda le batterie.

La Tesla ha messo in produzione la Model 3, quella a 35.000$ e in pochi mesi ha raccolto più di 500.000 ordini per auto che saranno consegnate nel prossimo futuro. I due modelli proposti montano batterie standard e long range che saranno fabbricate nella Gigafactory 1, di Sparks,  in collaborazione con Panasonic, nel deserto del Nevada.

Con un ritmo di produzione previsto di 10.000 vetture a settimana Tesla da sola richiederà tutta l’attuale produzione mondiale di batterie agli ioni di litio. Il giro di affari intorno alle batterie agli ioni di litio passerà dai 30 miliardi di dollari del 2015 ai 75 nel 2024, e si prevede che entro il 2050 il 47% delle auto circolanti a livello globale saranno elettriche.

Entro il 2040, l’Inghilterra e la Francia intendono bandire la vendita di veicoli a benzina e diesel nel tentativo di limitare le emissioni inquinanti.

Tutte le marche automobilistiche intanto si stanno organizzando per produrre almeno uno o due modelli di auto elettriche.

Si sta aprendo dunque un grande mercato dai profitti milionari per chi saprà investire nel settore.

Gli ambientalisti assicurano che il processo di produzione, ricarica e smaltimento delle batterie per veicoli, è più pulito rispetto a quello di estrazione e combustione dei derivati del petrolio, ma la strada non è per niente semplice.

Infatti la reazione chimica coinvolta nell’accumulo di corrente di una batteria al litio si basa su due elementi fondamentali: litio e cobalto.

Le miniere di litio e cobalto, in particolare, ancora scarseggiano o si trovano in paesi molto instabili a livello politico.

Argentina, Cile e Bolivia detengono il 75% della produzione mondiale di litio la cui quotazione è aumentata dell’80% dal 2016. Secondo gli analisti la domanda dalle 184.000 tonnellate estratte nel 2015 salirà a 534.000 nel 2025.

Il prezzo del cobalto negli ultimi mesi è aumentato stabilmente del 70% con un picco di 61.000 dollari a tonnellata raggiunto nello scorso luglio.

Difficile da estrarre, il minerale viene prodotto per il 65% a livello globale dalla repubblica Democratica del Congo, un paese molto instabile politicamente e con una classe dirigente altamente corrotta.

Secondo un rapporto dell’UNICEF pubblicato nel 2014, oltre 40.000 bambini sarebbero sfruttati nelle miniere a sud del Congo, molti dei quali per l’estrazione di cobalto. Lo scorso anno, le notizie riguardanti pratiche di sfruttamento del lavoro minorile nelle miniere africane diffusa dal Washington Post, hanno portato Apple a sospendere i rapporti con alcuni produttori locali.

Alcune compagnie, tra cui Tesla, hanno dichiarato di volersi avvalere solo di materie prime prodotte in modo etico e sostenibile nel nord america. A oggi però, nel suolo USA, malgrado le recenti scoperte di giacimenti di cobalto in Idaho e Ontario, non vi sono le risorse necessarie per sostenere una produzione in forte crescita.

Aziende sudcoreane, fra cui Samsung SDI e LG Chem, stanno cercando di aggirare l’ostacolo investendo nella ricerca di materiali alternativi, sviluppando batterie che richiedano in percentuale meno cobalto e più nickel.

Ultima considerazione, ma non meno importante, finora si è parlato solo di auto ma non c’è ancora assolutamente niente per furgoni, autocarri, camion, Tir, barche e navi che come si sa funzionano tutti con motori diesel e sono tra i maggiori responsabili dell’inquinamento delle nostre città.

La strada dell’elettrico, al di là dell’esaltazione retorica e dell’ingenuità di molti, è ancora tutta in salita. Affrettare i tempi con l’esibizione dell’entusiasmo da selfie di troppi politici improvvisati non si può. Bisogna affidarsi alla ricerca scientifica e tecnologica che non è esattamente il pensiero di chi è al governo adesso che, per anni, si è fatto vanto di spargere diffidenza e false credenze

Pietro Zonca

L’eterno ritorno dell’arci-italiano

Era il 27 marzo di venticinque anni fa e noi tutti sapevamo come sarebbe andata a finire. Lo sapevamo anzi dal giorno prima, noi tutti del Tg3, il fior fiore di Telekabul, incollati davanti al televisore, testimoni increduli di una nascita mostruosa tra le fiamme dell’ ennesimo autodafé della sinistra.

E davvero non c’era partita tra la “gioiosa macchina da guerra” e l’uomo con il “sole in tasca.” Al duello finale Achille Occhetto si presentò con una giacca color pelo di cane che nemmeno i funzionari comunisti di Ceausescu buonanima. Silvio Berlusconi, il cavaliere, portava invece all’occhiello una spilla abbacinante e quella gemma riflessa dalle lenti delle telecamere brillava e rutilava come un diamante davanti agli occhi ammaliati di milioni di telespettatori. E furono milioni, il giorno dopo, a votare per quel partito nuovoForza Italia – che si chiamava come uno slogan da stadio di calcio e per quel miliardario fasciato dal doppiopetto d’ordinanza, con le scarpe a suola rialzata e con la fronte lustra di cerone, grandi orecchie e dentatura di caimano.

Non sapevamo invece – e lo avremmo capito a nostre spese negli anni e nei lustri che seguirono – che quell’apparizione televisiva aveva il valore di una sfolgorante, italica, domestica epifania. Anche noi – come il giovane Hegel spettatore della marcia di Napoleone per le strade di Jena – avremmo dovuto esclamare: «Ho visto lo spirito del mondo a cavallo».

Nasceva, in quei giorni di primavera, la seconda Repubblica. Il nostro piccolo Napoleone avrebbe non solo vinto alle urne – vinto e rivinto, poi perso e ancora vinto – ma avrebbe dominato, soggiogato e incantato una intera nazione. Lui, già smodatamente innamorato di sé, avrebbe fatto innamorare milioni di italiani. Che si incapricciarono nello stesso tempo delle ville e delle barche miliardarie, delle mogli tradite e delle amanti desnude, delle fabbrichette in Brianza e dei capitali offshore, delle feste eleganti e delle vacanze alle Bahamas.

Il 27 marzo 1994, come un laico Messia a lungo atteso, era finalmente arrivato l’arci-italiano, «un interprete magistrale del senso comune degli italiani». E dunque: sono un po’ bugiardi gli italiani? Berlusconi mentiva per la gola e nello stesso tempo giurava sulla testa dei figli innocenti. Sono un po’ mammoni gli italiani? Il cavaliere avrebbe eretto un mausoleo a mamma Rosa, eletta a nume tutelare della casa, della famiglia e della carriera politica. Sono un po’ puttanieri gli italiani? Silvio era il generale dei (pardon) puttanieri, con una intera scuderia di giovanissime innamorate, con innocenti festicciole nelle ville padronali, con un codazzo di anziani ammiccanti e milionari scioperati. «Ah, avercene!», sospiravano poveri pensionati interrogati ai giardinetti sull’ennesimo scandalo sessuale del grande seduttore. Sono barzellettieri gli italiani? Nessuno, nessuno, sapeva raccontare le barzellette come Silvio, certo un po’ scollacciate, un po’ ardite, un po’ esagerate: come quella della mela, o quella del malato di Aids, o quella dell’ ebreo che muore.

E il calcio, allora? Si era mai visto un politico patron di una squadra di calcio che vince tutto, come il Cavaliere con il suo Milan? Proprietario, dominus, tecnico, allenatore, Silvio dettava la formazione prima della partita e commentava il risultato dopo, digrignando i denti. Nel 2000, dopo la dolorosa sconfitta della Nazionale con la Francia nella finale degli Europei, il nostro tentò anche di farsi assumere come commissario tecnico degli azzurri, rimproverando il mite Zoff perché «uno come Zidane deve essere marcato a uomo, cribbio!»

L’italiano è indisciplinato? l’arci-italiano è appunto il re degli indisciplinati. Fa cucù alla Merkel e poi la chiama “culona”, sghignazza a Mosca su Obama “giovanotto un po’ abbronzato”, fa le corna dietro le spalle nelle foto di gruppo dei leader europei, chiama kapò un dirigente politico dell’ Europarlamento, ammicca e dà di gomito a Gheddafi mentre sfilano le belle amazzoni addette alla sicurezza del despota libico. Con Putin si veste da orso siberiano e con Chirac fa lo spiritoso sui bidet dell’ Eliseo.

In patria, perché è in patria che si vincono le elezioni, l’arci-italiano promette tutto a tutti: ai disoccupati annuncia un milione di posti di lavoro, agli evasori strizza l’occhio, agli studenti spaccia la rivoluzione “delle tre I”: internet, impresa, inglese. Alla fine, già ex cavaliere, arriva a promettere dentiere per gli anziani. La fine, appunto, ma l’orizzonte dell’arci-italiano non contempla la parola fine. Alberto Sordi, che interpretò per decenni un arci-italiano trasfigurato dalla magia del cinema – un po’ lazzarone ma reso inoffensivo e simpatico dalla lontananza dal potere – riuscì negli ultimi film a farci amaramente sorridere. Invecchia male invece l’arci-italiano che ha conosciuto e assaporato e abusato del potere sugli uomini e sulle cose: quella pelle conciata, quei capelli bituminosi, quella dentiera esagerata, quegli occhietti sempre più piccoli e quelle orecchie sempre più grandi.

Ma questa maschera è ormai il passato. Ciò che sta nascendo oggi è qualcosa di più e di diverso, un futuro che riconosciamo in questa lontana confessione di Lucio Colletti, lucido filosofo che pure fu affascinato dalla sirena del berlusconismo: «nella pentola delle streghe stanno ormai cuocendo gli ingredienti di un personaggio politico di tipo nuovo, capace di mettersi in filo diretto con gli umori profondi di una parte del paese». Parole di venti anni fa, quasi una funerea profezia per la terza Repubblica: la pentola delle streghe prepara un nuovo prototipo di arci-italiano, scolpito non nel ridicolo, ma nella ferocia nazionale.

Flavio Fusi tratto da www.tessere.org

Torre Maura e la rabbia delle periferie

No, non si è trattato di una rivolta popolare. A Torre Maura è stata organizzata un’aggressione contro un gruppo di 70 Rom ospitati per un progetto di integrazione, trainata da Casa Pound e Forza Nuova con l’appoggio di alcuni abitanti del quartiere. Lo schema è quello già collaudato di altre proteste che ci sono state nelle periferie romane: lo spunto è il degrado dei luoghi e il rancore di chi ci abita che viene trasformato in rabbia verso chi riceve assistenza e accoglienza e viene visto come un concorrente e un ladro. Il tutto serve per diffondere sfiducia ed alimentare l’attesa di un cambiamento radicale all’insegna della chiusura verso tutto ciò che proviene dall’esterno. Nessun obiettivo concreto che migliori le condizioni di vita degli abitanti del luogo, ma solo il rifiuto sospinto dalla paura.

Descrive molto bene la situazione Carlo Bonini su Repubblica: “Duecentocinquantamila naufraghi alla deriva, tredici chilometri a est del Campidoglio. Quattordici da Montecitorio e dal Viminale”. Il grido di rabbia e di dolore dei naufraghi è riassunto nell’invettiva lanciata “dall’umanità tatuata, in tuta e sneakers: “Annatevene affanculo tutti, zingari, negri e pure la Raggi. Razzismo ‘sto cazzo. Vie’ a vive qua co’ noi, va”.

E continua uno dei protagonisti delle proteste: “Io nun so’ de sinistra né de destra. Me so solo rotto er cazzo de sto’ schifo. Io i zingari li conosco. E nun c’è gnente da fa’. So’ zingari. È la natura loro, rubano”.

Evidentemente fa rabbia che le istituzioni pubbliche si occupino di gruppi di immigrati o di Rom mentre la zona è lasciata in uno stato di degrado che sembra senza rimedio. La gente non capisce perché per alcuni si fa qualcosa e si trovano i soldi, mentre le esigenze di tutti gli altri vengono ignorate per anni e anni. Che si tratti delle buche, dei trasporti pubblici, delle case popolari che cadono a pezzi o di un tubo di fogna da riparare.

E poi c’è la cronica inadeguatezza dei servizi che suona come una beffa in tempi di prediche sulla necessità di fare figli. Scrive Bonini che “sono mille i bambini tra 0 e 6 anni in lista d’attesa per un posto nelle scuole dell’infanzia e dell’obbligo che non hanno un posto dove andare che non sia la strada o una casa popolare dove, in un caso su due, il capo famiglia è in galera o ai domiciliari”.

Il presidente del Municipio VI al quale fa capo Torre Maura dice: “Quando ero ancora un attivista ce la prendevamo con il Pd accusandoli di tutto. Devo riconoscere oggi che qui è come svuotare il mare con un secchiello. Faccio prima a dire quali problemi non ho. Perché è uno solo. Il traffico della Movida. Per il resto, abbiamo tutto. Spaccio? Ce l’ho. Prostituzione? Eccoci. Rifiuti? Non ne parliamo. Disoccupazione e abbandono scolastico? Primi a Roma”.

E così mentre tutto appare lontano e immobile non si protesta contro l’incapacità di affrontare i problemi del territorio o perché le amministrazioni pubbliche facciano il loro dovere. Le periferie romane che in un lontano passato sono state teatro di epiche lotte politiche e sociali per il diritto ad abitare, per l’acqua, le strade, le scuole, le fogne oggi riescono a ribellarsi solo contro gli ultimi degli ultimi.

Ma sui Rom qualche parola va detta. Che vivono quasi sempre in condizioni terribili lo sappiamo. Nessuno, però, sa o si accorge che molti di loro sono perfettamente integrati con una casa, un lavoro, una vita normale condotta in case normali non certo in camper, in roulotte o in baracche.

Il fatto che ci siano riusciti smentisce che appartengano ad una etnia nomade per scelta o per cultura e smentisce altresì che i Rom rifiutino il lavoro o abbiano il culto dei furti o dello sfruttamento delle donne e dei bambini. In realtà il degrado degli esseri umani deriva dalla loro condizione di vita. Basta privare qualcuno di mezzi di sussistenza, di istruzione, di condizioni minime di servizi e di igiene, di una casa nella quale abitare, di un lavoro e lasciarlo in queste condizioni per anni per indurre a comportamenti antisociali e delinquenziali.

Se non è possibile coltivare la speranza e l’orizzonte quotidiano è quello della lotta per la pura sopravvivenza si possono raggiungere punte estreme di degrado.

Occorre dunque ragionare e cercare di farlo anche con quelli che hanno perso la fiducia e mostrano solo rabbia. La soluzione sta nella politica e si articola in: istruzione, sanità, assistenza sociale, casa e lavoro. E tutto si riassume in una sola parola: integrazione.

E se i cittadini delle periferie si mobilitassero per chiedere alle amministrazioni pubbliche – municipio, comune, regione, stato – di risolvere i problemi sarebbe molto più conveniente per loro

Claudio Lombardi

A proposito di famiglia

Sembra strano, ma siamo stati settimane a discutere di niente. Tutta la paccottiglia ideologica smossa dal congresso delle famiglie che si è svolto a Verona non ha nessun valore per la vita reale di 60 milioni di italiani. Così come non hanno valore le affermazioni di Salvini sulla necessità di fare più figli. Non stiamo parlando di una dieta sana (mangiate più verdura e meno grassi), non si tratta di praticare una maggiore attività fisica né di evitare il fumo che fa male. Fare figli è una scelta di vita e la cosa più stupida è affermarne la necessità ignorando la complessità e le molteplici implicazioni di questa scelta. Stupida e truffaldina. Finchè parlano fans delle più strambe teorie, posizioni religiose e filosofiche passi. Ma quando un consesso di persone strambe riceve un riconoscimento da parte di chi rappresenta una consistente fetta di elettori ed esercita i poteri di governo allora bisogna essere rigorosi perché chi governa deve dare risposte ai bisogni reali delle persone e non intervenire in dispute teoriche.

Il calo demografico è realtà non invenzione, ma il punto non è vita sì – vita no con la centralità che viene riproposta da decenni della legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza. Continuare a ripetere la litania che l’aborto è un crimine o addirittura voler far diventare legge il riconoscimento della capacità giuridica fin dal concepimento vuol dire giocare con la vita delle donne. Vuol dire ridurre le donne ad incubatrici libere di essere padrone della loro vita e del loro corpo fino a che non vengono fecondate da un maschio fosse pure uno stupratore. Dal quel momento diventano solo un corpo che assolve ad una funzione sociale e non possono sfuggire a questo loro ruolo che, infatti, è la sostanza del messaggio trasmesso dal congresso di Verona: la funzione della donna è la procreazione.

Nulla di più inutile e lontano dalla vita delle persone. Di certo questa visione esprime una concezione illiberale ed autoritaria della società. Non a caso a Verona sono andate anche le formazioni neofasciste che hanno come principio la gerarchia della forza: i forti che debbono prevalere per diritto di natura sui più deboli.

È interessante confrontare il dibattito che si è svolto a Verona e intorno a quell’incontro con la realtà con la quale deve fare i conti chi decide di mettere al mondo dei figli.

La realtà è che le famiglie italiane spendono per baby sitter, asili e istruzione dei figli 17,2 miliardi di euro l’anno. Secondo il Rapporto sul bilancio di welfare delle famiglie italiane di Mbs Consulting  su 5,4 milioni di famiglie con figli sotto i 14 anni quasi la metà si avvale di servizi a pagamento per l’assistenza e l’educazione della prima infanzia con una spesa media di 2.769 euro a famiglia. L’8,6% delle famiglie in media ricorre ad una baby sitter, ma più sale il reddito delle famiglie più questa percentuale sale: oltre i 70 mila euro annui arriva quasi al 30%, oltre cresce ancora e di molto. Facile immaginare che a livelli medio bassi di reddito l’onere ricada quasi solo sui familiari.

Anche la spesa per l’istruzione ha il suo peso: 10,5 miliardi. E anche qui c’è una media: 1.813 euro l’anno a famiglia. Ma, ovviamente, sale nelle famiglie agiate e scende in quelle meno abbienti.

Quando si parla di famiglia subito viene in mente l’immagine edulcorata della pubblicità: padre, madre, due figli sorridenti, una bella casa dotata di tutti i confort. La realtà, invece, è diversa. Tre nuclei familiari su 10 hanno un solo componente e quattro su 10 sono composti di un adulto con figli.

Passiamo agli asili nido struttura essenziale per chi deve conciliare lavoro e famiglia. Questa la percentuale di copertura dell’offerta di posti (pubblici e privati) in relazione alla popolazione da 0 a 3 anni regione per regione riferiti all’anno scolastico 2016-2017:

Campania 7,6%; Calabria 9,7%; Sicilia 9,9%; Sardegna 28,8%; Molise 21,7%; Basilicata 14,5%; Puglia 14,5%; Abruzzo 20,9%; Lazio 29,7%; Marche 26,7%; Umbria 41%; Toscana 35,2%; Liguria 30,6%; Piemonte 27,3%; Lombardia 28,1%; Bolzano 27,5%; Trento 36,5%; Friuli V.G.  28,3%; Emilia-Romagna 37,1%; Veneto 27,3%.

Sono dati che parlano da soli. Certo gli asili nido costano, ma è lecito domandarsi dopo anni e anni di polemiche sulla famiglia perché non sia stato fatto un grande investimento sugli asili nido (che, comunque, non sono gratuiti giacchè la spesa media a famiglia è di 1.575 euro l’anno). È un esempio perfetto per mostrare la contraddizione tra esibizionismo più o meno ideologico e concretezza nell’affrontare i problemi. Più di tante chiacchiere e prediche per indurre i giovani a fare figli basterebbero due solo elementi: lavoro e strutture di supporto

Claudio Lombardi

L’illusione monetaria dei keynesiani all’italiana

Pubblichiamo un articolo di Mario Seminerio tratto dal suo blog www.phastidio.net

Mentre il paese si prepara ad andare a sbattere con violenza contro gli scogli della realtà, con un deterioramento delle condizioni economiche frutto delle scelte demenziali di questo governo, tali da pompare incertezza ed amplificare la negativa congiuntura globale e soprattutto europea, ci sono poche speranze che il paradigma fallito che ci ha portati sin qui possa essere rovesciato in tempo per evitare il naufragio. Anzi, è assai probabile che questo stesso paradigma verrà riproposto da qualsiasi altra forza politica ambisca al timone del relitto Italia.

Sono due i capisaldi di questo fallimentare paradigma. Il primo è il convincimento che la spesa pubblica sia la leva strategica per aumentare non solo il livello del Pil ma anche la sua pendenza, cioè il tasso di crescita. Da lì originano tutte le idiozie su leggendari moltiplicatori della spesa, non solo di quella per investimenti ma anche di quella corrente.

Ovviamente, questa credenza è quella che ha portato il paese ad avere una spesa pubblica di qualità infima, e col passare del tempo ulteriormente degradata da tagli necessari a tenerla sotto controllo, in presenza di aumento della spesa per interessi sul debito pubblico.

Malgrado anni di denaro facile della Bce, l’Italia non è riuscita a piegare il rapporto debito-Pil a causa di una crescita nominale sempre inferiore al costo medio del debito. In conseguenza di ciò, ecco l’esigenza di incaprettarsi con persistenti ed elevati avanzi primari, che qualche genio pensa siano una raccolta punti da far valere a Bruxelles per vincere più deficit anziché la misura tangibile del fallimento della politica economica di un paese. Che fare, qui? Di certo, suggerire di monetizzare il debito “perché tanto l’inflazione è bassa” non porterà in Italia il Nobel per l’Economia.

Eppure, ad ogni legislatura, non manca mai la proposta geniale che vede spesa pubblica in aumento ed in grado di aumentare livello e pendenza del Pil. Un classico esempio di follia, quello di credere che ripetendo ossessivamente le stesse azioni si possa conseguire un esito differente.

L’altro caposaldo del paradigma è quello che crede che il problema italiano sia una insufficiente competitività a causa del cambio. In pratica, si argomenta, svalutando il cambio riusciremmo ad aumentare la crescita. Anche no. Intanto, i dati sulla competitività indicano che l’Italia dispone già oggi di un settore produttivo vocato all’export che è molto competitivo, pur se non molto grande.

Questa tesi non considera inoltre l’esistenza delle catene globali del valore (Global Value Chain) che sono quelle che hanno sin qui determinato un aumento del contenuto di import delle esportazioni. Detto in parole povere, i componenti del prodotto finito viaggiano attraverso i confini, spesso facendo la spola. Quindi una svalutazione serve assai meno di un tempo, e rischia di essere controproducente.

Credere che un paese competa sulla base del solo fattore prezzo, o meglio che quest’ultimo dipenda in modo determinante dal cambio anziché dal contenuto di valore aggiunto e dalla crescita della produttività è argomentazione che penso non usino più neppure in Bangladesh. Ma evidentemente, in Italia c’è un mainstream rimasto agli anni Settanta o che ambisce a retrocedere nella catena del valore. Non è un caso che, mentre noi facciamo la ola per le fulgide prospettive di esportazione di arance, altri vendono Airbus alla Cina. Ho la sensazione che il nostro deficit commerciale bilaterale con Pechino non si ridurrà, anzi.

Un corollario del secondo caposaldo sostiene ossessivamente da anni che “se non si può svalutare il cambio, si svaluta il lavoro”. Ottimo punto per chi soffre di illusione monetaria e vede un mondo fatto di grandezze nominali e non reali.

Prescindiamo per il momento dalla capacità di innovazione, ci porterebbe troppo al largo. Focalizziamoci sulla frontiera tecnologica esistente, e quindi sul breve-medio termine. Vedete, se il problema è recuperare competitività, e non si ritiene di dare peso a quella fanfaluca per professoroni nota come produttività (che qualche giornalista pensa derivi dal numero di ore lavorate pro capite, pensate che pazienza occorre), allora sappiate che la competitività si misura come metrica reale, e non nominale.

Quindi? Quindi svalutazione nominale del cambio richiede comunque svalutazione dei salari reali, altrimenti niente recupero di competitività, signora mia. Ma questo non vi verrà detto, ovviamente.

In sintesi: in Italia vige una forma di “keynesismo” caricaturale, dove la spesa pubblica (meglio se corrente) è il pivot di tutto (sia in recessione che in espansione), oltre ad una patologica illusione monetaria che ignora che le uniche variabili che contano, in economia, sono quelle reali. Probabile che l’Italia sia stata pesantemente spiazzata dalla globalizzazione, in cui è entrata con un’economia mediamente a basso valore aggiunto ed un settore domestico di servizi non tradable che spesso sono caratteristici dell’economia di vicolo. Ma le ricette che continuano ad essere proposte sono la via diretta per il fallimento.

L’Inps e il Reddito di cittadinanza: un matrimonio pericoloso

Il principale obiettivo del legislatore nel pensare al Reddito di cittadinanza è stato sin dall’origine quello di evitare gli abusi e di scuotere i potenziali “divanisti” dal loro torpore,  di colpire duramente i furbetti o, più propriamente, i malandrini e gli  approfittatori. Insomma, il Reddito di cittadinanza può funzionare, si è detto da sempre, solo se non è per tutti e se le sue regole sono chiare come le sue sanzioni. Già, le sanzioni: non c’è legge che non le preveda e anche in questo caso ci sono e sono pure pesanti, arrivando in caso di “dolo” alla reclusione in carcere, ma si colpiscono anche gli errori, le negligenze e le disattenzioni. Attenzione dunque, il Reddito di cittadinanza non permette errori e se si commettono si paga.

A chi spetterà l’onere di comminare le sanzioni ai cittadini? Ovviamente la risposta è scontata:  all’Inps!

Infatti la normativa riserva all’Inps la gran parte del lavoro per il Rdc. Spetterà all’Istituto accogliere e vagliare le domande presentate e entro 10 giorni comunicare il risultato all’utente. Sarà dunque l’Inps a dire Si o No al beneficio e dovrà altresì provvedere a determinarne l’importo e gestire mensilmente l’accreditamento sulla card, oltre a dover emettere i provvedimenti di revoca e decadenza del beneficio ed effettuare anche la decurtazione e la sospensione della card. Alla fine, gli toccherà pure recuperare le somme indebitamente elargite.

Ai più sembra naturale che sia l’Inps a svolgere anche il ruolo di “sanzionatore” oltre a tutto il resto. Ma, chi conosce da vicino l’Inps, le sue procedure e il suo modo di approcciarsi con gli utenti, non può che essere molto preoccupato. Sarà in grado, ci si chiede, di sostenere questa nuova mole di lavoro senza rendere l’operazione un calvario? Sarà in grado di essere anche giusto nell’applicazione delle sanzioni oltre ad essere preciso e rapido? Sarà in grado di dialogare con gli utenti? Non dimentichiamoci che il Rdc è destinato per sua natura ad una platea di persone in gravi difficoltà e questo dovrebbe rendere gli uffici dell’Inps ”umani”,  gentili e accoglienti e non avere (per favore toglietele!!!) nei box dell’informazione le “guardie”, i vigilantes, che già intimoriscono prima di porre qualsiasi domanda e che ormai fungono da filtro con i toni degli inquisitori.

Chi conosce  bene l’Inps o, in qualche modo, ci ha avuto a che fare, ha consapevolezza del suo modo di agire spesso confuso e disarticolato. Ha esperienza di quanto sia difficile farsi ascoltare (appuntamenti telematici non prima di 30 giorni!). Sembra che l’Inps sia chiuso in sé stesso, non voglia dialogare con gli utenti. In molti sono costretti a parlare con i call center che spesso non hanno le informazioni giuste e non danno risposte esaurienti.

E se i contatti sono difficili sarà problematica anche un’applicazione severa, ma giusta delle sanzioni.

Nel caso del Rdc sono previste sanzioni penali per chi tenterà di prendere il Rdc  senza averne diritto o falsificando i documenti con la reclusione da 2 a 6 anni e da 1 a 3 anni in caso di dichiarazioni e/o documenti falsi o attestanti cose non vere. Anche omettere con dolo di comunicare una nuova attività lavorativa intrapresa rientra in questo tipo di sanzione.

Ma sono previste anche sanzioni amministrative gestite direttamente dall’Inps. La revoca del Rdc sarà inflitta nel caso in cui si riscontrino inesattezze e non corrispondenze nelle domande presentate o di successive omissioni relative a notizie su nuove occupazioni. Si parla di quelle situazioni classiche nelle quali si sono verificati  errori e ritardi di comunicazione senza che vi sia stato il  dolo (per il quale è previsto il penale). L’Inps potrà inoltre decurtare il beneficio in presenza di comportamenti dei beneficiari in merito alle politiche attive (mancata presentazione ai progetti del Centro per l’impiego, mancata dichiarazione di immediata disponibilità, assenza alle iniziative di formazione ecc.). Come si sa la normativa è piuttosto complicata ed è prevedibile che saranno commessi anche molti errori involontari da parte dei beneficiari.

In conclusione se, da un lato, le sanzioni contro i furbetti appaiono doverose, non vorremmo che  la gestione elefantiaca dell’Inps, la sua rigidità  e la sua impreparazione alla fine si riversi contro gli stessi destinatari del beneficio, non vorremmo cioè che i “poveri” destinatari del Rdc debbano alla fine chiedere un prestito per pagare le sanzioni all’Inps

Alessandro Latini

Ambiente: la differenziata comincia dalla scuola

Oggi è venerdì 29 marzo, 14 giorni dalla marcia sul clima che ha coinvolto migliaia di giovani. Oggi è un altro venerdì, un venerdì qualunque e io sono un’insegnante di una qualunque scuola media del nord che dal giorno della marcia globale non ha smesso di riflettere ed osservare.

Partiamo da un fatto: il 15 marzo i miei studenti erano tutti presenti a scuola. Io stessa, pur avendo sostenuto la scelta dei miei figli di partecipare alla manifestazione, ero presente a scuola. Perché?

La scuola media accoglie individui che vanno dagli undici ai sedici anni, nel caso sia stato necessario ripetere l’anno, è scuola dell’obbligo e la scelta di un Istituto piuttosto che un altro deriva principalmente da mere esigenze logistiche: ci si iscrive nella scuola del quartiere in cui si vive.

La scuola media pertanto è un emblematico spaccato della nostra società, molto di più di quanto lo possa essere un liceo, scelto e frequentato dai “migliori” o di un Istituto Professionale, scelto e frequentato dai “peggiori”. Nella stessa classe convivono il figlio dell’imprenditore, l’immigrato, il figlio dilaniato dagli strascichi di una separazione devastante, quello amato e cresciuto autorevolmente, il ragazzino incatenato in un disturbo specifico dell’apprendimento e quello che non hai ancora finito la prima frase di spiegazione che ha già capito tutto.

Pochi giorni prima della marcia per il clima, durante una lezione di geografia, sull’inquinamento delle acque continentali, non ricordo come, ho scoperto che alcuni miei alunni a casa non fanno la raccolta differenziata, la dichiarazione candida e spontanea di questi ragazzini mi ha spiazzata: i miei figli sono nati in una casa in cui esistevano bidoni separati, per noi è un’abitudine consolidata ed imprescindibile, eppure, nel 2019, ci sono ancora famiglie che hanno un unico bidone.

Mi è sorto in mente, lì per lì, un paragone: non ho mai conosciuto un bambino, in dieci anni di insegnamento, anche il più deprivato economicamente, che non possedesse uno smartphone, tutti sono “nativi digitali”, ma non tutti, incredibilmente, sono “nativi della differenziata”. Evidentemente viviamo in una società di individui soli che hanno bisogno di sentirsi appartenenti ad un gruppo sociale attraverso il culto dell’apparenza (il possesso di un cellulare di ultima generazione, la visibilità su Istagram e chi più ne ha più ne metta), ma non condividendo degli ideali da vivere nella concretezza della quotidianità. L’educazione del singolo alla partecipazione alla vita collettiva, magari anche partendo da un bidone dei rifiuti, è ancora un obiettivo da raggiungere.

I nostri libri di testo sono stracolmi di indicazioni sull’uso consapevole delle risorse energetiche del nostro pianeta, sul diverso impatto ambientale delle centrali, noi docenti riempiamo loro la testa di nozioni sulle politiche ambientali degli Stati Uniti, proponiamo foto delle isole di plastica e di animali intrappolati e morti, ma evidentemente sbagliamo qualcosa.

Per esempio non è prevista l’installazione di bidoni per la raccolta della plastica nei plessi scolastici, eppure in ogni scuola è presente un distributore automatico di bevande e snack i cui involucri finiscono in un cestino di indifferenziata. Chiaramente un cattivo esempio che si da’ ai ragazzi proprio a scuola.

Così la mia classe non è andata manifestare il 15, abbiamo però acquisito la consapevolezza di essere un passo indietro e da quel giorno abbiamo cominciato la nostra piccola manifestazione quotidiana: abbiamo cominciato a differenziare autonomamente e la maggior parte dei docenti, ha cominciato a bere acqua conservata in una borraccia, i ragazzi, soprattutto quelli che non avevamo mai differenziato, si sentono parte di un progetto che li vede responsabili in prima persona della tutela dell’ambiente e contiamo di diffondere le nostre nuove buone abitudini a tutte le classi della scuola il prossimo anno, andando personalmente a portare la nostra testimonianza e due cestini in più per aula.

Elisabetta Berselli

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