Gli industriali lombardi e la politica del governo

Pubblichiamo stralci della relazione del presidente Carlo Bonomi all’assemblea di Assolombarda. Conoscere il pensiero degli industriali della regione più ricca d’Italia ha una grande importanza in un momento di instabilità ed incertezza per il nostro Paese.

Da alcuni trimestri a questa parte, il vigore della ripresa internazionale ha perso smalto. Il commercio mondiale frena, sotto i colpi di successivi interventi bilaterali sempre più consistenti che alzano il livello dei dazi ormai su alcune centinaia di miliardi di dollari d’interscambio tra USA e Cina. A cui si aggiungono anche i maggiori dazi USA che colpiscono l’Unione Europea.

Il rientro delle politiche monetarie delle maggiori banche centrali verso strumenti ordinari e il rialzo dei tassi d’interesse da parte della FED è tornato a convogliare verso il dollaro ingenti flussi finanziari. Essi risospingono verso la crisi i Paesi afflitti da gravi instabilità sistemiche, siano esse dovute all’eccesso di debito pubblico o di debito privato denominato in dollari, mentre il valore delle valute nazionali va a picco insieme alle bilance dei pagamenti. Dalla Turchia all’Argentina al Venezuela, tornano al pettine i nodi strutturali di tanti Paesi i cui regimi politici hanno illuso per anni i loro cittadini di aver conseguito stabilità e benessere.

La Brexit è diventata una sempre più drammatica corsa contro il tempo. (….) Stretta tra il vincolo di smentire una decisione che non sa come attuare, e le divisioni interne sul se e come scegliere la persistenza nel mercato unico dei beni ma non dei servizi pur senza fare parte della governance, Londra rischia di avviarsi nella prossima primavera a una hard Brexit che farà male tanto all’economia britannica, quanto a quella europea, sia pure in minor misura.

Macron ha sin qui deluso l’aspettativa di poter rappresentare un solido punto di riferimento. L’Europa si avvia alle elezioni della prossima primavera più debole e divisa di quanto le dure lezioni apprese nel post 2011 spingessero a sperare e immaginare.

Sul tavolo del commercio mondiale, USA, Cina e Russia sono tra loro divise. Ma tutte, per ragioni diverse, mirano a indebolirci. È finito il tentativo di governo multilaterale della globalizzazione nato alla caduta del muro. Il G20 è poco più di una sede rituale di fronte al confronto a due tra grandi potenze. Dal prezzo delle commodities energetiche allo scontro in Medio Oriente tra sciiti e sunniti, l’Europa e i singoli Paesi europei hanno visto il proprio ruolo e i propri interessi verticalmente indeboliti.

E, su tutto questo, nella generalità dei Paesi occidentali e innanzitutto in Italia ha assunto una forza sempre più rapida un massiccio fenomeno di riorientamento del consenso popolare: verso forze che auspicano il ritorno a sovranità nazionali contrapposte; verso un’idea di Stato non solo dispensatore di sussidi, ma di nuovo protagonista nell’affermazione sulla scena internazionale di vincoli e dazi discrezionali, come in ambito nazionale nella conduzione diretta di imprese e nell’offerta di beni e servizi; verso un’idea di comunità nazionale chiusa nelle proprie frontiere, diffidente se non esplicitamente avversa a ogni idea ordinata di gestione e integrazione dei flussi migratori.

Sono gli effetti di una bassa crescita economica e di politiche sbagliate di finanza pubblica pluridecennali ad essere sfociati nel post 2011 in una perdita di reddito medio più profondo e doloroso di quello della crisi del 1929. Si tratta di errori che hanno responsabilità storiche ben precise. (…)

È avvenuta nel volgere di pochi mesi una trasformazione profonda del senso di sé e della volontà reattiva degli italiani. È un fenomeno che non trova riscontro nell’alternanza tra destra e sinistra al governo durante la Seconda Repubblica. Assume forme di ripulsa verso la stessa idea di democrazia rappresentativa, verso i fondamenti garantisti della giustizia e della presunzione d’innocenza. Inoltre esprime sfiducia crescente verso la scienza – si pensi al rilievo del fenomeno NoVax, che ci vede segnalati ormai dalle autorità sanitarie internazionali come un Paese prima della cui visita sottoporsi a profilassi – e le nuove tecnologie, imputate di sostituire lavoro umano accrescendo le fila dei disoccupati. (….)

Dalla crisi non siamo usciti per diritto divino. Ne siamo usciti grazie soprattutto all’impegno e al sacrificio di migliaia di imprenditori italiani, e di tutti i nostri collaboratori (….)

Diciamolo, una volta per tutte. Per anni in Italia troppi hanno pensato che per essere imprenditori bastasse aprire una partita IVA. Con tutto il rispetto, non è così. No, essere imprenditori è avere il senso del rischio, guardare a nuovi mercati, ricercare e attuare maniacalmente l’innovazione, perseguire la crescita con tutti i nostri collaboratori. E, a proposito di lavoro. Noi non siamo quelli dei campi, che sfruttano col caporalato italiani e stranieri. Siamo stufi di essere confusi con chi lucra sulla fame. Le leggi ci sono. Lo Stato intervenga, li metta in galera. (…)

Ed è con questo orgoglio, che lanciamo un forte appello a tutti i corpi intermedi della società italiana. A tutte le altre associazioni d’impresa, al mondo della finanza e alla comunità della ricerca scientifica, ai sindacati e al mondo del lavoro, all’associazionismo e al Terzo Settore, alle Università e al mondo della cultura.

Siamo noi che dobbiamo dare, tutti insieme, una risposta nuova alla crisi di fiducia complessiva che attanaglia gli italiani.

Siamo noi che dobbiamo proporre una nuova visione di un’Italia coesa, che dia risposte a chi ha meno, che ripristini gli ascensori sociali oggi bloccati, che valorizzi le competenze e che premi il merito, che torni a comprendere che come Paese trasformatore non possiamo isolarci dal mondo, ma al contrario dobbiamo scommettere su una sua maggiore apertura. Se viviamo di export, che ha permesso la pur asfittica ripresa di questi anni, chiuderci vorrebbe dire farci male da soli.

È una sfida culturale di vasto respiro. (…) Prima di tutto, si tratta di recuperare un linguaggio più adeguato. Perché è il linguaggio compulsivo della comunicazione pubblica, il primo elemento che alimenta le paure per sfruttarle a fini di consenso. A fare la cultura di un Paese, e l’immagine che esso ha di sé, sono innanzitutto l’educazione, il linguaggio e i comportamenti. (…)

La rivoluzione del linguaggio responsabile è la prima che dobbiamo fare.

Perché dobbiamo dirlo con forza: se siamo arrivati al 4 marzo, e se da allora non cessano toni e argomenti che dividono frontalmente la società italiana, il primo dovere dei ceti dirigenti è quello di ripristinare il linguaggio della civiltà. (….)

Non abbiamo bisogno di uno Stato che torni ad essere padre e madre: perché nella storia del Novecento questa formula ha prodotto guai immensi. L’etica pubblica non è l’etica di uno Stato che voglia dall’alto imporre ai cittadini la sua visione di cosa sia morale e cosa no.

Dobbiamo dire NO a uno Stato che chiuda gli esercizi commerciali la domenica, sostenendo di difendere le famiglie. Viola la libertà di milioni di consumatori, abbatte consumi e lavoro, mina la possibilità che proprio le famiglie in cui lavorano due componenti si possano contemperare i tempi di lavoro con le scelte di consumo.

NO a uno Stato che crede di poter rigestire il trasporto aereo. Se non potevamo permetterci, anche giustamente, un aereo di Stato come quello della presidenza del Consiglio, possiamo mai tornare a permetterci una flotta pubblica di Stato? (….)

NO a uno Stato che si oppone alle grandi opere infrastrutturali come TAP, TAV, e Terzo Valico. Il governo ha evitato un grave errore respingendo la tentazione di chiudere l’ILVA, scelga ora sulle grandi opere di trasporto ed energetiche di parlare la lingua del futuro e non quella del passato. (…)

Noi vogliamo cambiare l’Italia dal basso, attraverso i contratti. Senza intromissioni da parte della politica. Insieme ai nostri collaboratori e ai loro sindacati. Perché attraverso i nuovi contratti aziendali si crea fiducia nelle nuove competenze, si dimostra che le nuove tecnologie creano lavori e saperi nuovi, si afferma ed estende il welfare aziendale, si promuove la formazione continua che è un nuovo fondamentale diritto/dovere dei lavoratori ed è leva per la crescita di tutte le imprese. (….)

È una visione antitetica a quella che vediamo oggi diffondersi intorno a noi.

E allora diciamolo. I 10 miliardi del reddito di cittadinanza destiniamoli a un Fraunhofer italiano della ricerca per l’industria e la manifattura. Sullo stesso modello del 30% di finanziamento pubblico e del 70% a carico delle imprese, come in Germania. Negli anni, si tradurrebbe in un balzo della produttività, dell’occupabilità dei giovani e del trasferimento tecnologico alle imprese, immensamente più utile di qualunque sussidio pubblico slegato dall’idea di un reddito da lavoro.

E aggiungo. NO a uno Stato che torna a prepensionare aggravando il furto ai danni dei più giovani. Nessun dato empirico comprova l’ipotesi che un pensionato anzitempo lasci il suo lavoro a un disoccupato giovane. (…) E allora spendiamo i miliardi destinati ai prepensionamenti negli ITS e nelle Università professionalizzanti, che ci servono come il pane per risolvere il mismatch dei tecnici che oggi mancano e che le nostre imprese non riescono a trovare! Vogliamo politiche attive del lavoro, non uno Stato maxi fabbrica di persone subalterne ai suoi trasferimenti!

Il punto di fondo non era e non è l’innalzamento del deficit 2019 al 2,4% del PIL. Se il maggior deficit fosse dovuto a un drastico innalzamento degli investimenti e degli stimoli alla crescita assumerebbe tutt’altro significato agli occhi di Europa, mercati e agenzie di rating.

Se invece il maggior deficit si persegue per continuare sulla vecchia strada di miliardi aggiuntivi alla spesa corrente – come a tutti gli effetti avviene destinandoli a reddito di cittadinanza e prepensionamenti – ecco che allora le stime di maggior crescita del PIL del governo non risultano credibili, e il debito pubblico continuerà a salire. (…)

Il punto è tutto qui: il governo del cambiamento non ha prodotto una manovra di vero cambiamento. Ma tutti comprendiamo che il dividendo che si ricerca è quello elettorale, non quello della crescita. (….)

Rifiuti: c’è anche la gassificazione

Roma è di nuovo piena di rifiuti. Basta vedere le foto che i romani inviano ai giornali e postano sui social. La Capitale non ce la fa a gestire i rifiuti anche se il Comune afferma che la raccolta differenziata ha superato il 40%. D’altra parte i roghi nei depositi di carta e plastica e in discariche di indifferenziata, tutti dolosi, parlano da soli e sembrano diventati la valvola di sfogo del sistema. Quando l’accumulo è troppo grande qualcuno appicca il fuoco e così in un giorno l’aria si appesta di tanti inquinanti quanti non ne potrebbe mai produrre nessun inceneritore.

L’Italia è assediata dai rifiuti e non riesce ad imboccare una strada che la renda autonoma nella loro gestione. La differenziata spesso non ha sbocchi perché i materiali che ne derivano non sono richiesti dal mercato e così il riciclo non si realizza.

L’indifferenziato non ci sta più nelle discariche, ma la termovalorizzazione, unica soluzione logica e razionale, è una via sempre sbarrata dalle false credenze e dai comitati di protesta che, pur composti da minoranze, sembrano sempre in grado di intimorire i politici che non decidono la costruzione di nuovi termovalorizzatori o, come nel caso del Lazio, li chiudono addirittura (Colleferro per decisione della Regione).

Quindi no alle discariche, no agli inceneritori e niente riciclo: sembra un problema senza soluzioni.

E invece le soluzioni ci sono e qui ne presentiamo un’altra, una specie di terza via che potrebbe risolvere il problema in modo pulito ed efficiente: la gassificazione.

Per gassificazione si intende la trasformazione di prodotti contenenti carbonio e idrogeno, come per esempio carbone, catrami di petrolio, biomasse, rifiuti industriali e rifiuti cittadini in un gas chiamato syngas composto da una miscela di CO e H2, ossido di carbonio e idrogeno.

Questo gas non è una novità, non è altro che il cosiddetto gas di città o gas di cokeria, quello che usciva dai nostri fornelli prima dell’arrivo del metano. Questo gas veniva inizialmente prodotto dal carbone (fine ottocento e primi novecento) e successivamente dalle frazioni leggere di petrolio che erano troppo pesanti per diventare GPL e troppo leggere per diventare benzine.

Il processo che porta alla formazione di syngas è una combustione dei prodotti organici (contenenti carbonio) con aria o ossigeno puro utilizzando una quantità di ossigeno, inferiore a quella che servirebbe per una combustione totale, come avviene di solito nei normali inceneritori.

In pratica la combustione parziale porta le sostanze organiche a decomporsi senza arrivare ad anidride carbonica e acqua ma fermandosi ad ossido di carbonio e idrogeno, due gas ancora capaci di bruciare in appositi impianti o essere utilizzati in sistemi di cogenerazione e fornire energia elettrica e calore per il riscaldamento.

Questo processo avviene a temperature molto elevate, maggiori di 800 °C e ciò garantisce la distruzione di composti pericolosi come le diossine, il processo avviene in ambienti chiusi senza pericoli di emissioni in atmosfera. Dopo la gassificazione i gas vengono depurati nelle loro componenti in zolfo e ammoniaca che con la successiva combustione porterebbero alla formazione di anidride solforosa e ossidi di azoto.

Dalla combustione di questi gas si ottiene calore che può essere convertito in energia elettrica, e come sottoprodotti si ottengono solo acqua e CO2. Se si portano tutti i prodotti alla formazione di solo idrogeno è possibile inoltre utilizzare questo in celle a combustibile per la generazione diretta di energia elettrica.

Da un impianto di gassificazione si ottengono delle ceneri inerti che trattengono tutte le componenti minerali e metalliche, ceneri che a seconda della temperatura di esercizio possono risultare vetrificate. Le ceneri poi possono essere inviate o al recupero dei metalli o a uno stoccaggio in discarica dopo eventuale inertizzazione o utilizzate come materiali inerti da costruzione.

Come si vede il processo supera sia i problemi relativi alla discarica sia quelli relativi all’incenerimento. Quelli della discarica perché i volumi finali da smaltire sono enormemente inferiori e non danno problemi di rilascio di sostanze tossiche per dilavamento, quelle dell’incenerimento perché non ci sono emissioni di polveri e di eventuali incombusti tossici.

Esistono in Italia degli impianti di gassificazione ma sono impianti industriali utilizzati per il trattamento di frazioni di petrolio in raffinerie. Sono gli impianti di Falconara, Priolo Gargallo e Sarroch (CA); producono energia elettrica, ceduta alla rete nazionale, e vapor d’acqua e idrogeno a uso interno della raffineria stessa.
In Europa esistono anche impianti che trattano biomasse e sono largamente diffusi in India piccoli impianti che producono l’energia elettrica per pompare l’acqua e per l’illuminazione stradale.

Qual è quindi il problema? Perché non ci sono impianti di gassificazione per la distruzione dei rifiuti in Italia?

Fondamentalmente i problemi principali sono due: costano molto più di un inceneritore e hanno una gestione più complessa; suscitano le solite resistenze “popolar/ecologiste” come già accade per gli inceneritori.

Ovviamente l’ostilità “popolar/ecologista” ricorre alle argomentazioni ben conosciute sul rischio di emissioni tossiche e cancerogene. Inoltre vengono visti come concorrenti degli impianti di riciclo perché in grado di utilizzare gli stessi materiali.

Inesattezze, luoghi comuni, miti. Soprattutto incapacità di vedere la realtà.

Il processo di gassificazione è chiuso, quindi non ci sono emissioni dirette.

Se avessimo una raccolta differenziata all’80% la considereremmo un successo. Giusto, ma anche in questo caso rimarrebbe sempre una frazione di indifferenziata da eliminare. La gassificazione risolve il problema.

Dal punto di vista energetico il processo di gassificazione è meno efficiente di un incenerimento tout court ma presenta il vantaggio di produrre un gas con un elevato valore tecnologico che può essere utilizzato per molteplici scopi.

Il processo di gassificazione, quindi, non reca alcun danno all’ambiente, ma con il gas che produce porta ad un risparmio di combustibili fossili che si sarebbero dovuti bruciare al suo posto. Allo stesso tempo rappresenta una geniale chiusura del ciclo dei rifiuti. Proprio quello che manca e che sempre più la raccolta differenziata non riesce a garantire.

Pietro Zonca

Una soluzione per i migranti c’è

Sintesi del “Manifesto per una terza via sull’immigrazione” redatto dal sindaco di Bergamo Giorgio Gori.

Né tutti dentro né tutti fuori, ma una terza via tra i due estremi. La destra nazional-populista ha alimentato un’ingiustificata idea di invasione, trasformando gli immigrati nel capro espiatorio su cui sfogare ogni tipo di frustrazione e risentimento.

Ma la gestione dell’immigrazione attuata dai governi a guida Pd, per una buona parte della legislatura, ha contribuito a radicare l’idea di un fenomeno fuori controllo. Fuori controllo gli sbarchi, disomogenea ed emergenziale la distribuzione sui territori, discutibili e spesso censurabili le modalità d’accoglienza, inefficiente la politica dei rimpatri, inarrestabile la produzione di illegalità e degrado legata alla permanenza sul territorio nazionale di tutti coloro cui viene negato (o che perdono, a causa della Bossi-Fini) il permesso di soggiorno.

Minniti è arrivato tardi, si è concentrato sugli sbarchi e non ha avuto il tempo per affrontare altri aspetti legati alla gestione a terra del fenomeno.

La linea di Salvini – tutti fuori – non è però né realizzabile né utile al paese. La sola repressione degli ingressi illegali non azzererà nel lungo termine i flussi, né si vede come possa essere mantenuta la promessa elettorale dei 500 mila rimpatri.

Soprattutto non si elimina il paradosso: il futuro del Paese – la sostenibilità della sua economia, del suo welfare, del suo tenore di vita – è appeso all’immigrazione almeno quanto il suo assetto democratico è oggi minacciato dalle conseguenze di un’immigrazione non adeguatamente gestita.

Le proiezioni demografiche parlano chiaro. Al 2065, tra poco meno di cinquant’anni, si prevede un saldo naturale negativo per 14,8 milioni di abitanti. Nonostante gli immigrati, prevede l’Istat, la popolazione è destinata a calare di 6,5 milioni di individui, dagli attuali 60,6 milioni a 54,1.

Non possiamo permetterci né di accogliere tutti, né di lasciare tutti fuori dalla porta. Quindi?

Occorre una terza via che si basa su una gestione organizzata di flussi di immigrazione legale e su una progressiva bonifica del bacino di immigrazione irregolare che si trova oggi nel nostro paese.

Il boom degli arrivi irregolari si è avuto (anche) a causa della pressoché totale chiusura dei canali di ingresso legali che, invece, dovrebbero essere per i migranti economici la strada principale per arrivare in Italia.

La stessa logica con cui è stato costruito il sistema dell’accoglienza ne è una conseguenza. Dopo aver costretto centinaia di migliaia di migranti economici a confondersi con i profughi e a formulare un’improbabile richiesta di protezione internazionale, abbiamo messo in piedi un complesso, farraginoso e costoso sistema di accoglienza “temporanea” – che si protrae in realtà per un anno e mezzo o due, durante i quali la maggior parte dei richiedenti asilo non fa assolutamente nullala cui unica finalità è arrivare a distinguere i rifugiati, meritevoli secondo il Trattato di Dublino delle diverse forme di protezione internazionale, dai migranti economici.

In pratica è come se si fosse realizzata una “fabbrica della clandestinità”, in perenne funzione. Quelli ai quali viene negata la protezione internazionale non vengono rimpatriati per oggettiva impossibilità e vanno ad ingrossare il numero dei clandestini. Privi di documenti, di alloggio e della possibilità di lavorare legalmente  il loro destino è chiaro: degrado, lavoro nero o schiavismo, attività illegali o criminali.

L’alternativa c’è: ingressi legali cioè controllati, regolati, con una programmazione basata sugli effettivi bisogni demografici ed economici, e realizzati attraverso la riattivazione dei decreti flussi; oppure direttamente affidati all’incontro tra domanda e offerta di lavoro, attraverso l’intermediazione di soggetti accreditati (agenzie per il lavoro, rappresentanze d’impresa) operanti anche nei paesi d’origine dei migranti. In sintesi: una politica di ingressi selettiva che permetta di decidere quanti e quali immigrati sia possibile e utile accogliere e integrare.

Ciò non risolverebbe il problema degli sbarchi, ma li sgonfierebbe drasticamente. Dunque resterebbe la necessità di esercitare un efficace controllo dei confini, di individuare gli aventi diritto alla protezione internazionale e di rimpatriare velocemente gli irregolari, ma tutto sarebbe ridimensionato.

Lo stesso approccio vale per gli immigrati irregolari già presenti sul territorio nazionale. La loro condizione è identica a quella di coloro ai quali viene negato lo status di rifugiato. Privati del permesso di soggiorno (che si può perdere anche a seguito di un licenziamento come prevede la Bossi-Fini) hanno solo due opzioni: o farsi sfruttare in una delle tante forme di lavoro nero, o dedicarsi ad attività illegali.

Con la cancellazione della protezione umanitaria voluta da Salvini e approvata col decreto sicurezza e immigrazione potrebbe crescere il numero dei nuovi “irregolari” da qui alla fine del 2019 fino a 130 mila persone che si andrebbero a sommare ai 490 mila che si stimano già presenti sul territorio nazionale. Questa è la vera emergenza.

La terza via, a questo riguardo, richiede che s’imbocchi una strada del tutto diversa. Bisogna frenare la “fabbrica di clandestini” e prosciugare il vasto bacino di illegalità che è stato creato in questi anni.

Sui rimpatri non c’è da farsi grandi illusioni. Dunque frenare la produzione di clandestini significa una sola cosa: cambiare i criteri di ammissione. Se è vero che non possiamo “accoglierli tutti” e che l’Italia ha però bisogno di migranti, purché utili alla sua demografia e alla sua economia, il criterio di ammissione non può fermarsi alla provenienza (rifugiati o migranti economici). Serve un criterio di merito, che riconosca e premi chi vuole davvero integrarsi nel nostro paese, lavorare onestamente e rispettarne le regole.

Serve cioè un permesso umanitario condizionato a quanto i migranti abbiano concretamente, oggettivamente, dimostrato di volersi integrare. Questa è la rivoluzione che serve per tutto il sistema di accoglienza. Oggi non esiste infatti alcun serio incentivo a costruire percorsi di formazione e di integrazione dei richiedenti asilo, né ad organizzarli né – per i migranti – a parteciparvi con impegno. La regola non concede infatti alcun beneficio a chi lo faccia. Il migrante che impara l’italiano, che partecipa alle attività di volontariato e persino trova un lavoro non ha alcuna possibilità in più di ottenere il permesso di soggiorno rispetto a quello che passa le sue giornate ciondolando per la città. Oggi conta solo la provenienza.

Condizionare il permesso umanitario ad una “comprovata volontà di integrazione” significa rivoltare come un calzino il sistema di accoglienza, dargli una finalità, delle regole, degli standard a cui attenersi. Significa dare ai migranti un obiettivo: imparate bene l’italiano, studiate la nostra cultura, rispettate le regole della nostra società, partecipate ai programmi di volontariato, datevi da fare per trovare un lavoro, o quantomeno per iniziare un tirocinio – e avrete il diritto a restare legalmente nel nostro paese. I molti soldi che oggi vengono spesi per un’accoglienza “inutile” verrebbero a quel punto dedicati a corsi di lingua intensivi, a progetti di orientamento e di formazione professionale, investiti per produrre integrazione.

Si tratterebbe di realizzare un sistema di regolarizzazione su base individuale che tratti allo stesso modo i nuovi arrivati e quelli che già risiedono nel territorio nazionale pur essendo irregolari. Dobbiamo riuscire a separare chi vuole lavorare onestamente da chi non ha intenzione di farlo, offrire una chance di integrazione ai primi e espellere gli altri.

La terza via fa sul serio e richiede un impegno anche da parte degli immigrati. In sintesi: apertura di canali di ingresso legali orientati alle necessità del mercato del lavoro; gestione europea dei confini; accordi con i paesi d’origine per l’esecuzione dei rimpatri; investimento in politiche di formazione linguistica, culturale e professionale; ammissione (o regolarizzazione su base individuale) subordinata a “comprovata volontà di integrazione”. Una terza via esiste. Punta a tenere insieme principi umanitari, legalità, sicurezza e interessi economico-demografici del nostro paese. Non è una passeggiata, ma è l’unico modo per provarci seriamente

Il mito dei regali alle banche

Il mito racconta di decine di miliardi regalati alle banche. L’Osservatorio sui conti pubblici italiani in collaborazione con il think tank Tortuga ne dimostra l’assoluta falsità.

La crisi finanziaria dei debiti sovrani, la stagione di bassi tassi di interesse, il cambiamento strutturale del settore e la riforma dell’unione bancaria europea hanno messo a dura prova gli elementi più fragili del sistema creditizio italiano. Non solo: le banche hanno dovuto affrontare due riforme settoriali ancora in attuazione (riforma delle banche popolari e riforma del credito cooperativo), volte a favorirne la concentrazione e la loro trasformazione in Spa. Il settore bancario ha anche conosciuto l’emergenza dei crediti deteriorati, o Non Performing Loans (Npl). In questo quadro critico sono stati assunti alcuni provvedimenti, da parte del settore pubblico (governo o vigilanza bancaria), che hanno provocato scalpore e numerose critiche.

In ordine cronologico, questi sono stati gli interventi pubblici o misti dal 2013 a oggi:

Monti Bond (2012-2013): Sottoscrizione da parte del Tesoro di circa 3,9 miliardi di euro di obbligazioni di Monte dei Paschi di Siena, oggi restituiti dalla banca senese;

– Decreto Imu-Bankitalia (gennaio 2014): riforma dell’assetto proprietario di Banca d’Italia;

Istituzione del Fondo Nazionale di Risoluzione (novembre 2015): fondo costituito con versamenti di istituzioni finanziarie private, destinato al risanamento e alla risoluzione delle banche in difficoltà (in ottemperanza alla direttiva europea sul bail-in);

Burden sharing di Banca delle Marche, Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di risparmio di Ferrara e Cassa di risparmio di Chieti (novembre 2015): azzeramento del capitale di azionisti e obbligazionisti subordinati, per risanamento delle banche che vengono messe in vendita;

– Entrata in vigore della direttiva comunitaria sul bail-in (gennaio 2016): l’obiettivo è evitare il salvataggio esterno delle banche, tramite fondi pubblici, e favorire il salvataggio interno;

– Nascita di Fondo Atlante 1 (aprile 2016): gestito da Quaestio Capital Management e partecipato, su impulso del governo italiano, da banche, fondi di investimento, Cdp e Poste. Intende ricapitalizzare banche in difficoltà e acquistare crediti in sofferenza. Tra maggio e giugno 2016 sottoscrive il 99 per cento del capitale di Banca Popolare di Vicenza e il 97 di Veneto Banca;

– Nascita di Fondo Atlante 2 (agosto 2016): gestito da Quaestio Capital Management e partecipato, su impulso del governo italiano, da banche, fondi di investimento, Cdp e Poste. Può intervenire solo con investimenti di crediti deteriorati;

– Decreto “Disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio” (dicembre 2016): il governo stanzia 20 miliardi a debito e interviene in Mps, su richiesta della banca, con al massimo 5,4 miliardi per una ricapitalizzazione precauzionale;

– Decreto per la liquidazione di Banca Popolare di Vicenza e Veneto banca (giugno 2017): è disposta la liquidazione coatta amministrativa di Banca popolare di Vicenza e di Veneto Banca, vendute poi a Banca Intesa che riceve anche 5 miliardi dal fondo pubblico come anticipo di cassa.

Anche se è necessaria una visione d’insieme per comprendere la ratio dei singoli provvedimenti, può essere utile approfondirne alcuni, in particolare quelli più dibattuti.

Decreto Imu-Bankitalia

Tra i primi interventi a venire contestato è stato il decreto Imu-Bankitalia, convertito in legge a gennaio 2014. Il decreto, rivedendo l’assetto proprietario di Banca d’Italia, ha previsto la rivalutazione del capitale nominale passato da 156 mila a 7,5 miliardi di euro, tramite la trasformazione di parte delle riserve dell’istituto. Ciò non significa che gli enti (banche, assicurazioni e casse previdenziali private) che detengono il capitale della Banca d’Italia abbiano ricevuto un trasferimento di liquidità o attività dallo stato. L’operazione, infatti, è stata puramente contabile. Banche e assicurazioni hanno goduto di due benefici. Innanzitutto, un’accresciuta stabilità di bilancio.

La seconda conseguenza sono stati i maggiori dividendi per i detentori, pagati da Banca d’Italia. Corrispondentemente, però, lo Stato ha tassato le plusvalenze per un importo pari a circa 1,5 miliardi nel 2013 e quasi 2 miliardi nel 2018 incassando risorse una tantum utilizzate per l’abolizione della seconda rata dell’Imu quell’anno e per la copertura del decreto legge n. 66 del 2014 (quello sul bonus 80 euro). […]

L’intervento sulle quattro banche del centro Italia

Di diversa natura è stato invece l’intervento per salvare quattro banche del centro Italia. Queste versavano in pessime condizioni a causa di anni di cattiva amministrazione, accentuate dalla crisi economica iniziata nel 2008: si tratta della Banca dell’Etruria, Banca Marche e le Casse di Risparmio di Ferrara e di Chieti. Già commissariate da Banca d’Italia, le banche sono state messe in risoluzione tramite decreto a novembre 2015. Per evitare le conseguenze del fallimento (dannose per risparmiatori, imprese, dipendenti e l’intero sistema del credito) e per limitare il costo per le finanze pubbliche, lo stato ha fatto ricorso alla procedura di burden sharing. In altre parole, il valore di azioni (i soci proprietari delle banche) e obbligazioni subordinate (junior) è stato azzerato, mentre sono stati tutelati i conti correnti e le obbligazioni senior (che rispetto alle subordinate sono meno redditizie ma più sicure). Per esempio, Banca Etruria deteneva 289 milioni di conti correnti e 331 milioni di obbligazioni senior, che sarebbero stati in parte persi in caso di fallimento.

Le perdite non erano però tali da poter essere assorbite dagli azionisti e dagli obbligazionisti junior. Il contributo al ripianamento, seguendo la filosofia della direttiva sul bail-in, è stato però completamente privato: a coprirlo è stato il Fondo Nazionale di Risoluzione, istituito nel 2015, partecipato dalle banche operanti in Italia e destinato al risanamento delle banche in difficoltà. L’esborso del fondo è stato di 4,7 miliardi di euro: questi sono serviti a ricapitalizzare le quattro banche, a coprire le perdite derivanti dai crediti sofferenti e a creare l’istituto destinato al recupero di tali crediti (le cosiddette bad bank). Non c’è stato quindi alcun contributo in termini di liquidità da parte dello Stato, ed è per questo infondato sostenere che la manovra sia stata un tentativo del governo di favorire gli istituti finanziari e la loro proprietà (il cui capitale è stato invece azzerato). Al contrario, il salvataggio ha mirato a tutelare per quanto possibile chi nella banca aveva depositato o risparmiato. Peraltro, è stato sempre il sistema interbancario (tramite il Fondo interbancario per la tutela dei depositi) a provvedere ai rimborsi degli obbligazionisti truffati, per un valore totale di circa 200 milioni.

L’unico intervento pubblico è stato molto più recente e modesto: nella legge di stabilità 2018 è stato introdotto un fondo finanziato dallo stato di 100 milioni, per coprire i risparmiatori truffati che ancora non sono stati risarciti. Ancora una volta, quindi, a pagare sono stati soprattutto i privati.

La ricapitalizzazione di Monte dei Paschi di Siena

A dicembre del 2016 è stato deciso il salvataggio di Monte dei Paschi di Siena (quarto gruppo bancario in Italia), anche questa in crisi dopo anni di cattiva gestione. Diversamente da quanto successo alle quattro banche del centro Italia, nel caso di Mps lo Stato ha finanziato parte dell’operazione, attingendo a un fondo di 20 miliardi di euro presi a debito varato a questo scopo. Di questi, circa 3,9 sono stati spesi per la ricapitalizzazione e al massimo 1,5 riservati al ristoro degli investitori al dettaglio che detengono le passività subordinate della banca oggetto di conversione in azioni nell’ambito del burden sharing. Azionisti e obbligazionisti hanno da parte loro contribuito per altri 2,8 miliardi, secondo il principio della condivisione degli oneri previsto dalla normativa dell’Ue. A pagare sono stati quindi sia i contribuenti sia i privati, e anche in questo caso i soci proprietari hanno visto il proprio capitale azzerarsi mentre parte dei risparmiatori è stata tutelata. A dicembre 2016 la banca senese deteneva 39 miliardi di euro in conti correnti (in parte comunque tutelati dal Fondo Interbancario) e circa 18 miliardi di obbligazioni ordinarie , che sarebbero stati persi in caso di liquidazione della banca.

A proposito del fondo varato dal governo, è importante evidenziare che si è trattato di una acquisizione di attività, le azioni della banca, e non di un contributo a fondo perduto: potrà dunque tornare allo stato attraverso la vendita. Se la manovra avrà costituito un guadagno o una perdita dipenderà dall’andamento delle azioni nei prossimi tre anni: il Tesoro dovrà infatti uscire da Mps entro il 2021.

Le due banche venete

L’operazione più importante, in termini di contributo dello stato, è stata quella che ha riguardato la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, acquisite a giugno del 2017 dal Gruppo Intesa Sanpaolo dopo la liquidazione coatta amministrativa. A perdere sono stati principalmente i titolari di azioni, mentre depositi e obbligazioni sono stati tutelati, anche se non integralmente per le obbligazioni subordinate . Ancora una volta a essere colpita è stata la proprietà delle banche (cioè gli azionisti, anche se questi includono certamente anche piccoli risparmiatori), mentre i depositanti e altri prestatori di fondi sono stati in buona parte tutelati. L’obiettivo perseguito con la liquidazione è stato evitare “una improvvisa cessazione dei rapporti di affidamento creditizio per imprese e famiglie, con conseguenti forti ripercussioni negative sul tessuto produttivo e di carattere sociale, nonché occupazionali” (dall’introduzione al decreto legge 25 giugno 2017). Dai bilanci dell’esercizio 2016 delle due banche popolari si evince, in assenza di intervento pubblico, che si sarebbero persi 7,6 miliardi di obbligazioni e 11,5 miliardi di conti correnti (in parte comunque tutelati, sotto i 100 mila euro).

Intesa San Paolo, che ha acquistato le due Banche Venete alla cifra simbolica di 1 euro, ne ha ereditato principalmente le attività sane , come prestiti concessi ai debitori affidabili. I crediti deteriorati sono stati invece trasferiti a una bad bank, che raccoglie le attività non più esigibili.

L’intervento per cassa dello stato è stato pari a circa 4,8 miliardi di euro, destinati a soddisfare il fabbisogno di capitale, nonché la ristrutturazione aziendale. A questi vanno aggiunti circa 400 milioni di garanzie, a fronte di un capitale garantito di 12,4 miliardi. Risorse che non è ancora possibile sapere se dovranno essere impiegate o meno: la valutazione del Sole 24 Ore rileva che circa la metà dovrebbe essere recuperata.

Va poi sottolineato che la spesa sarà bilanciata dal valore dei crediti recuperati dalla Sga, la società per la gestione di attività controllata totalmente dal Tesoro e che ha comprato i crediti deteriorati delle due banche venete. In altre parole, ci si aspetta che tramite la Sga lo stato recuperi una parte consistente, se non la totalità, di quanto investito nell’operazione.

Quanto è stato speso

In sintesi, il quadro mostra che ad oggi sono stati spesi, per il salvataggio degli istituti di credito, circa 650 milioni investiti da Cassa Depositi e Prestiti e Poste Italiane in Fondo Atlante 1 e i 4,8 miliardi destinati a Banca Intesa come contributo di capitale e per la ristrutturazione del business. Questi soldi non potranno essere recuperati.

Ciò che invece è stato stanziato, ma potrebbe tornare allo Stato nel giro di alcuni anni, si aggira tra i quasi 12,5 e i 18,5 miliardi di euro , circa un punto percentuale di Pil. La forchetta varia a seconda di come si valutano gli investimenti nell’ex Fondo Atlante 2 e le garanzie per il risanamento delle due banche venete.

Questi importi vanno confrontati con il costo che le operazioni hanno avuto per l’intero sistema economico, tra capitali e risparmi azzerati, interventi del sistema bancario e intervento pubblico. Il costo totale si aggira tra i 60 e i 70 miliardi di euro, coperto quindi per meno di un terzo dallo Stato.

Conclusioni

Il luogo comune che siano stati spesi troppi soldi pubblici per salvare le banche, fino a considerarli un “regalo”, parola tanto ricorrente quanto vaga, si è diffuso nel dibattito pubblico degli ultimi anni. Che il settore del credito sia stato oggetto di scandali e opacità è stato provato, anche dalla commissione parlamentare di inchiesta della precedente legislatura. Ma l’accusa di aver salvato le banche con soldi pubblici non corrisponde al vero: in tutti i casi l’intervento dello Stato è stato accompagnato dal salvataggio privato che ha contribuito per più di due terzi. In ogni caso, gli interventi pubblici sono stati volti a contenere il costo per i piccoli risparmiatori derivante da crisi bancarie. Se confrontati con quanto accaduto nel resto d’Europa, gli interventi pubblici nel settore creditizio rimangono di modesta entità.

E’ probabile che gli interventi pubblici avrebbero potuto essere più tempestivi per ridurre l’entità dei salvataggi esterni. E’ tuttavia chiaro che la direzione intrapresa dall’Unione europea, Italia compresa, non corrisponde al luogo comune sui “regali” alle banche. In realtà i proprietari degli istituti sono stati sempre penalizzati dagli interventi di salvataggio: sia nel caso delle quattro banche del centro Italia, che per Mps che per le due banche venete le azioni sono state azzerate e i soci hanno perso tutto il loro capitale. Certo questo ha coinvolto anche piccoli azionisti, ma l’uso di soldi pubblici per “salvare le banche” sarebbe stato più elevato se anche questi fossero stati completamente protetti da perdite. Gran parte dei manager è stata inoltre sanzionata dalle autorità di vigilanza, e alcuni di loro si trovano ora sotto processo. Naturalmente le responsabilità penali di tali manager vanno comunque lasciate alla valutazione giustizia che si spera segua un corso più rapido di quello di molte esperienze passate.

Tratto da https://osservatoriocpi.unicatt.it/cpi-pachidermi-e-pappagalli-quanto-ci-e-costato-il-salvataggio-delle-banche

Il problema dell’Italia è la frattura nord sud

Nel periodico dibattersi tra limiti e possibilità che si verifica ad ogni scadenza di bilancio si smarrisce la nozione di quello che c’è sotto, di quelle costanti cioè che pesano sull’Italia e che ne costituiscono il vero grande problema che mai come adesso è la frattura nord sud.

Spesso si affronta la realtà interpretandola in modo distorto e falsificandola per sostituirla con una illusoria. Per esempio si dice che l’Italia non cresce per colpa dell’euro perché mancano sia un debito comune che trasferimenti monetari dai paesi più ricchi del nord Europa verso quelli del sud. Oppure che il problema è la mancanza di una vera banca centrale che finanzi direttamente lo Stato come se questa fosse la normalità. In realtà ciò non accade nemmeno negli Usa dove la Fed è svincolata da qualsiasi ingerenza governativa e non ha nessun obbligo di acquistare i titoli del Tesoro.

Eppure la Bce si è comportata come quel prestatore di ultima istanza di cui tanto si lamenta l’assenza. Dal 2011 ad oggi ha rastrellato titoli pubblici mettendo in circolazione migliaia di miliardi di euro. Per quelli che rivendicano una banca centrale non basta perché vorrebbero che si stampasse moneta su ordine di un solo governo, quello italiano. Esattamente la distorsione della realtà per metterla al servizio di un’illusione. Anche se esistesse la possibilità di stampare moneta senza limiti si tratterebbe di una pura illusione, di una moneta finta che farebbe scivolare l’Italia nel caos.

Lo stesso accade anche sul primo punto e cioè il peso dell’euro sulla crescita economica. I dati raccontano che il nord Italia ha un ritmo di crescita e tassi di occupazione al livello di quelli della Germania. La crisi lì è stata superata e l’euro non ha portato nessuna penalizzazione anzi ha aperto le porte di un’integrazione fra economie.

Il sud, invece, è molto più indietro. La frattura nord sud è quella che divide l’Italia e la rende fragile. Colpa dell’euro? Non pare proprio visto che tutto risale molto indietro nel tempo, addirittura alla fondazione dell’Italia come stato unitario.

E’, quindi, più probabile che sia l’Italia il problema del meridione e non l’euro. Eppure il sud è stato destinatario di cospicui trasferimenti monetari a più riprese nel corso dei decenni. Che non siano stati risolutivi per lo sviluppo e che, in definitiva, non abbiano fatto molto bene al sud lo dimostra la situazione attuale. Certo, ci sono stati anni di crescita, ma questa era drogata dai trasferimenti monetari e non ha portato ad una reale capacità dell’economia meridionale di sostenersi da sola ossia di essere competitiva con il resto dell’Italia e con il mondo.

I trasferimenti monetari possono influenzare la competitività di un’area economica coltivando il capitale umano cioè con l’istruzione oppure migliorando le infrastrutture o garantendo la sicurezza di un territorio. Ma non possono sostituire lo sviluppo.

Eppure non si rinuncia a falsificare la realtà raccontando di una povertà che è stata portata dall’euro. La verità invece è che nel sud non ci sono le condizioni per avere un’economia a livello di quella del nord e puntare tutto sui trasferimenti monetari serve solo a perpetuare questa condizione.

Cosa differenzia l’economia del nord da quella del sud? Essenzialmente l’apertura. Esattamente il contrario dell’orientamento che sta prevalendo nel governo nazionale e nell’opinione pubblica: la chiusura all’euro, all’Europa, agli immigrati. Il senso della svolta impressa alla politica italiana è questo: tornare alla chiusura ignorando che il progresso dell’Italia è stato costruito proprio sull’apertura.

Se l’Italia rifiuta di crescere, si rinchiude su se stessa e pensa di vivere amministrando il suo patrimonio tornando a quella lira che dovrebbe garantire disponibilità illimitata di denaro con il quale pagare ogni tipo di scelta politica e di richiesta sociale è destinata a sbattere contro la realtà.

Lega e M5S hanno portato al governo la frattura nord sud che rende l’Italia un Paese dimezzato e tentano di comprare il consenso delle due metà col debito. Non vogliono superare la frattura, la vogliono approfondire. Molto presto faranno il passo successivo: l’uscita dall’euro. Certo non lo dicono esplicitamente, ma è stato al centro della loro proposta politica fino a ieri. Per ora stanno preparando il terreno che dovrebbe renderlo inevitabile. Se questo disegno dovesse attuarsi il colpo all’Italia e agli italiani sarebbe terribile, ma la macchina della falsificazione è lanciatissima. Fabbrica nemici contro i quali scagliare la rabbia popolare (accuratamente coltivata in anni di opposizione) e illusioni sul magnifico futuro che ci attende. E l’opinione pubblica, affamata di illusioni, si lascia guidare verso il disastro

Claudio Lombardi

Nazionalpopulismo contro democrazia/4

Pubblichiamo la quarta parte della conferenza di Claudio Martelli “La resistibile ascesa del nazionalpopulismo” tenuta a Milano il 20 giugno.

Il nazionalpopulismo e l’Italia

“Oggi è diventato tanto di moda da risultare stucchevole sostenere che destra e sinistra sono categorie del passato, superate o da superare perché incapaci di cogliere i dati della realtà attuale. Si tratta, in verità, di un vecchio ritornello che molte nuove formazioni hanno intonato per farsi largo e catturare consensi trasversali. Risentire quel ritornello è come sfogliare l’album di famiglia della destra sociale e nazionalista. E’ l’album del nazionalpopulismo. Per un momento riapriamolo.

Il primo tentativo di abbattere i vecchi confini tra destra e sinistra e di fondere elementi dell’una e dell’altra si compie in Italia col fascismo che già nel nome richiamava un’esperienza socialista come quella dei fasci siciliani. Per non dire del Mussolini socialista rivoluzionario che si converte alla guerra in nome della sacralità della nazione, e che poi contro i rossi neutralisti e disfattisti vuole vendicare l’Italia tradita dalle élite liberali colpevoli di aver firmato trattati di pace che mutilavano la vittoria conquistata sui campi di battaglia. Balle, esagerazioni. L’italietta liberale era anche geograficamente la più grande Italia che ci sia mai stata, ben più grande di quella lasciataci da Mussolini dopo vent’anni di boria imperialista e di disastri politici e militari.

Anche al culmine del regime, col partito-stato e la dittatura personale ben consolidati, Mussolini mentre perseguiterà implacabilmente socialisti e liberali, comunisti e cattolici, non trascurerà le condizioni dei lavoratori, cercherà anzi di migliorarle promuovendo con imponenti opere pubbliche l’occupazione e apprestando istituti di garanzia sociale. Ancora alla fine della sua parabola, nel disastro del ‘43, licenziato dal Gran consiglio e dal re, prigioniero dell’alleato tedesco, battezzerà come Repubblica Sociale la sua ultima disperata invenzione.

In Germania il nazionalsocialismo compì la stessa operazione. Da un lato diede una forma aggressiva, sciovinista, al nazionalismo teutonico piegato ma non sradicato dalle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale che avevano imposto alla Germania debiti di guerra inesigibili. Dall’altro il nazismo adottò misure economiche e sociali capaci di conquistare il consenso delle masse popolari sottraendole ai socialdemocratici e ai comunisti. Esattamente come aveva fatto il suo maestro Mussolini, anche Hitler con le sue milizie armate fomentò il disordine nello stato borghese, ne reclutò uomini e mezzi (soprattutto tra militari, ex militari e forze di sicurezza), per imporsi infine come la forza che avrebbe instaurato un nuovo ordine.

Naturalmente la storia non si ripete mai eguale. Oggi non sono alle viste partiti di massa dichiaratamente fascisti o nazisti ma solo sparute minoranze con le stesse caratteristiche del passato. Ma, al netto di tutte le differenze, assistiamo a una nuova vita di quel connubio nefasto proprio negli odierni partiti o movimenti nazionalpopulisti.

Qualcuno potrebbe obiettare che tutti i movimenti rivoluzionari, eversivi o che si propongono come autori di grandi, epocali cambiamenti, di nuove repubbliche e di un nuovo ordine, dichiarano di farlo in nome del popolo e per il popolo. Vero. Ma non tutti indicano come nemici gli stranieri, le organizzazioni sovranazionali e gli immigrati; non tutti additano come traditori dell’interesse nazionale in combutta con gli stranieri gli avversari interni; infine non tutti scelgono come alleati i campioni stranieri del nazionalismo che a rigor di logica dovrebbero essere temuti come i più aggressivi tra i concorrenti e i rivali.

Al netto di Fratelli d’Italia (ultima metamorfosi del Msi), la formazione che oggi più richiama le tragiche esperienze del passato, la Lega di Matteo Salvini, nei sondaggi veleggia intorno al 30 per cento dei voti. Il suo Eldorado, l’unica vera pacchia di cui è giusto parlare, è quella della Lega che sobilla e sfrutta il dramma infinito dell’immigrazione che vuol governare con parole incivili e atti d’imperio. Ma non c’è solo l’immigrazione e non c’è solo la Lega.

L’altro protagonista del populismo italiano sono i Cinque stelle. Qual è la vera natura e il vero orizzonte di questo strano movimento? Lo vedremo.

Intanto, oggi, caso unico, il fronte nazionalpopulista governa un paese tra i più ricchi e democratici del mondo. Quali mutamenti economici sociali, culturali e politici hanno creato l’humus propizio a questa avventura? Quali responsabilità, cioè errori e colpe delle élite italiane, della sinistra e della destra liberal-democratiche li hanno favoriti? Quale atteggiamento assumere rispetto a un’Unione europea satura di regole e digiuna di idee forza, di idee rinnovatrici? L’Europa è diventata nostra nemica? L’occidente non sarà più il nostro destino? E quale altro sarebbe di grazia?

Mi fermo qui, a questi interrogativi. Nei prossimi incontri cercheremo di rispondere”

Fine quarta e ultima parte

Nazionalpopulismo contro democrazia/3

Pubblichiamo la terza parte della conferenza di Claudio Martelli “La resistibile ascesa del nazionalpopulismo” tenuta a Milano il 20 giugno.

Cos’è il nazionalpopulismo

“Prima di passare ad analizzare le cause della sua espansione penso sia utile qualche chiarimento sulla definizione di nazionalpopulismo.

Innanzitutto: la congiunzione dei due termini è appropriata? Cosa c’è di comune tra casi così diversi come quelli citati che giustifichi il definirli con lo stesso appellativo? Last but not least: si tratta di qualcosa di nuovo, di veramente mai visto prima? Vediamo.

La sintesi di populismo e nazionalismo era implicita nel fascismo mussoliniano e divenne esplicita nel nazismo cioè nel nazionalsocialismo hitleriano. Può essere considerata un precedente? Magari un lontano parente? O si tratta di un abuso linguistico fuorviante?

Qualcuno (Mario Rodriguez ma non solo) raccomanda alla sinistra di oggi di non cadere nell’errore di sfoderare il tradizionale armamentario della sinistra che per rafforzare le sue polemiche chiama fascisti i suoi avversari. Giusta raccomandazione. Come insegnavano i gesuiti nelle loro scuole, distingue frequenter, bisogna distinguere spesso, anche e soprattutto per non ripetere i disastrosi errori del passato.

Cominciamo dalle differenze. Bisogna subito dire che, al di fuori dei casi asiatici e sudamericani, là dove i populisti hanno vinto o dove sono forti, non c’è stato ricorso alla violenza organizzata, non ci sono milizie armate, assassinii di leader dell’opposizione, assalti a sedi istituzionali o di partiti avversari, incendi, spedizioni punitive.

Del resto, non siamo, come negli anni Venti, appena usciti da una guerra mondiale, non sembra che si stiano preparando guerre civili né che sia divampato un devastante incendio sociale.

Nondimeno è innegabile che la crisi economica di questi anni, per tante analogie paragonata a quella degli anni Venti, ha avuto conseguenze anche più gravi di allora.

Per parlare della sola Italia il crollo di cinque punti del Pil nel solo 2009 è stato pagato con decine di migliaia di negozi e di fabbriche chiuse, con più di un milione di persone che hanno perso il lavoro, con la drastica contrazione dei redditi e del tenore di vita della classe media. Certo quel momento è stato superato, l’Italia è tornata a crescere economicamente ma è ancora bloccata socialmente.

Il tentativo cui oggi assistiamo di unire i due poli del nazionalismo e del populismo è nato in questo contesto di crisi e di impoverimento che a partire dagli Stati Uniti è dilagato in Europa e altrove. In un contesto analogo anche le reazioni politiche in alcuni paesi mostrano – rispetto agli anni Venti – insieme – lo ripeto – alla differenza fondamentale della non violenza, anche diverse analogie.

Per essere più precisi: finora la violenza praticata dalle formazioni nazionalpopuliste è stata politica, incivile ma verbale. Ci sono state campagne di inaudita violenza condite di accuse e di insulti infamanti soprattutto verso gli avversari politici ma solo singoli episodi di intimidazione a giornali, tv, organizzazioni non governative, esponenti politici.

Tuttavia si è visto molte volte nella storia quanto sia breve il passaggio dalla violenza verbale a quella fisica e quante predicazioni di odio siano sfociate in un clima di intimidazioni e poi in aperte aggressioni.

Veniamo ora a un aspetto più squisitamente politico della condizione attuale.”

Fine terza parte/segue

Nazionalpopulismo contro democrazia/2

Pubblichiamo la seconda parte della conferenza di Claudio Martelli “La resistibile ascesa del nazionalpopulismo” tenuta a Milano il 20 giugno.

Crisi della democrazia e dell’Occidente

“Quella che mi piace chiamare “la costituzione dell’occidente” è un’esperienza storica tutto sommato recente persino là dove si è formata e cioè nel Regno Unito, in America e in Francia. Ancor più recente è stata da parte di paesi come l’Italia, la Germania, il Giappone, la Spagna, il Portogallo, la Grecia l’acquisizione di quell’insieme di principi, di regole, di comportamenti in cui consiste una democrazia liberale. E non di rado l’acquisizione è avvenuta dopo sconfitte militari e sanguinose guerre civili.

Eppure, in tutto l’occidente la democrazia occidentale era diventata un sentire comune, era diventata popolare e in essa riponevano fiducia governi e opposizioni insieme con la più larga opinione pubblica. Oggi invece assistiamo alla crisi delle forze di destra, di centro e di sinistra che l’avevano sostenuta, che si erano cioè identificate con la democrazia e il libero mercato, con lo stato di diritto e con lo stato sociale comunque declinati.

Attenzione: a essere sotto schiaffo non è la democrazia genericamente intesa, piuttosto quel sistema di libertà individuali per tutelare le quali la democrazia è stata impiantata e senza le quali la democrazia diventa un simulacro, peggio, un’ipocrita messinscena.

Torna d’attualità un vecchio monito di Amartya Sen: la democrazia non si può ridurre al voto a maggioranza. Certo, un criterio per deliberare, cioè per decidere liberamente, è necessario e la prevalenza di chi ottiene la maggioranza sembra essere il criterio migliore. Eppure, proprio le “democrature” e i dittatori che si fregiano di votazioni quasi unanimi a loro favore avrebbero dovuto metterci in guardia. Il voto è democratico se conclude un processo democratico di formazione della volontà popolare, se cioè, come diceva Amartya Sen, esistono degli spazi pubblici, liberi e aperti di discussione, di confronto, di dialogo. Spazi che non esistono nelle democrazie autoritarie o democrature. Spazi che si restringono dove il potere esecutivo prevarica sugli altri poteri separati e indipendenti come quello giudiziario, quello economico, quello dell’informazione. Spazi inquinati dove prevalgono corruzione e clientele, dove le minoranze sono discriminate e la libertà di informazione e di espressione è limitata o minacciata o sotterrata sotto un diluvio di fake news pilotate da qualcuno.

Ma in fondo questi potrebbero essere mali emendabili, quasi a conferma del noto aforisma di Winston Churchill, “la democrazia è la peggior forma di governo possibile, ad eccezione di tutte le altre”. Anche di altri pericoli che insidiano le libere democrazie si discute da sempre. Mi riferisco a quei processi degenerativi delle democrazie antiche studiati e catalogati da Aristotele, il primo scienziato politico della nostra storia. Le preferenze di Aristotele andavano naturalmente ai regimi aristocratici, eppure non esitò a indagare e descrivere come il governo dei migliori potesse tramutare e degenerare nel governo dei pochi, in oligarchie inamovibili, accaparratrici e sopraffattrici. Parimenti lo stagirita descrisse la degenerazione della democrazia in demagogia. Che cos’è la demagogia dovremmo averlo imparato a scuola, ma forse le scuole di oggi non lo insegnano più. Grosso modo le definizioni correnti descrivono la demagogia come un comportamento politico che attraverso promesse false e ingannevoli ma gradite al popolo mira a conquistare o conservare il potere. Aristotele, che non di rado confonde volutamente democrazia e demagogia, identificava entrambe come governo dispotico dei poveri, delle classi inferiori fomentate e irretite da tribuni che Aristotele chiamava “adulatori del popolo”.

Tanto ci serve per catapultarci nel presente un po’ più avveduti, accorti quanto basta per capire che la democrazia è non solo imperfetta ma anche costantemente insidiata tanto dalle oligarchie quanto da moltitudini guidate dai demagoghi che ne sfruttano il risentimento per conquistare il potere.

Sostituiamo alle antiche oligarchie dei possidenti le tecnocrazie attuali e ai demagoghi del tempo andato i moderni populisti ed ecco dalle nebbie del passato emergere i contorni dell’attualità politica.

Il titolo di questo primo incontro parla di enigma della sovranità. Intendo sovranità al plurale cioè come sovranità del popolo e sovranità della nazione.

Da una parte condividiamo il risentimento del popolo per essere stato espropriato, depredato di una parte del suo reddito e di non riuscire a ripartire. Dall’altra constatiamo la dichiarata impossibilità della nazione di agire e porvi rimedio decidendo politiche efficaci.

E’ questo connubio tra sofferenza e impotenza che ha unito il popolo e la nazione nella contestazione di quel potere o di quei poteri sovranazionali giudicati responsabili del suo impoverimento. Non potendo agire direttamente contro la globalizzazione, gli strali sono stati puntati contro l’Unione europea. Ma a farne le spese per prime sono state le élites politiche domestiche accusate di soggezione allo straniero cioè a Berlino e a Bruxelles. Governanti banchieri imprenditori, il cosiddetto establishment. E in questo impasto limaccioso è dalla sua narrazione faziosa che ha tratto origine la resistibile ascesa del nazionalpopulismo.

Della sua versione italiana parleremo nei prossimi incontri. Adesso mi preme affrontare la dimensione internazionale anzi mondiale del fenomeno di cui parliamo.

Partiamo dai fatti: il nazionalpopulismo si sta espandendo in tutto il mondo. Leader e partiti che si richiamano più o meno a un’ispirazione simile sono al governo negli Stati Uniti, la nazione più potente del mondo, ma anche in Italia, in Austria, in Polonia, Ungheria e in buona parte dell’Europa dell’est. In Francia i nazionalisti alla Le Pen sono arrivati al ballottaggio presidenziale anche nelle ultime elezioni. Insieme ai populisti di sinistra di Mélenchon hanno ottenuto al primo turno il 49 per cento dei suffragi. Solo il sistema presidenziale, la novità di Macron e le loro divisioni hanno impedito che uniti trionfassero.

Nel Regno Unito il partito indipendentista ha condizionato il partito conservatore e con lo sciagurato referendum indetto da Cameron ha portato il Regno Unito fuori dall’Unione europea. Anche in Germania l’AfD con il suo risultato a due cifre influenza la politica nazionale e in particolare la Csu, l’ala bavarese della dc tedesca che si contrappone alla cancelliera alleata, Angela Merkel e ne paralizza l’azione. Il nazionalpopulismo si è fatto strada anche in Asia. In Indonesia e in Thailandia, dove l’alternanza al potere è spesso scandita da insurrezioni violente e repressioni ancor più violente, le formazioni populiste hanno più volte ottenuto la maggioranza.

Nazionalpopulisti di credo socialista sono al potere nel Venezuela di Chávez e di Maduro e nella Bolivia di Evo Morales. Lo sono stati a lungo in Argentina dove oggi guidano la principale forza di opposizione. Del resto sono stati proprio Perón e il peronismo con i loro descamisados a rimettere in circolo alla metà del ‘900 il marchio apparso per la prima volta in Russia nella seconda metà dell’800.”

Fine seconda parte/segue

Nazionalpopulismo contro democrazia/1

Pubblichiamo la prima parte della conferenza di Claudio Martelli “La resistibile ascesa del nazionalpopulismo” tenuta a Milano il 20 giugno.

Uno sguardo sul mondo: crisi e insicurezza

La democrazia liberale è in ritirata in tutto il mondo. La lunga fase in cui un numero sempre più grande di nazioni si dava costituzioni e istituzioni democratiche, si esercitava in libere elezioni e costruiva uno stato di diritto sembra esaurita. Peggio, nazioni che avevano intrapreso quella strada rallentano o addirittura invertono quel percorso e scelgono o subiscono ritorni autoritari.

E’ il caso di una nazione come la Turchia di Erdogan ieri sulla soglia dell’Europa e che dal tentato golpe del 2016 ha tratto la giustificazione per un’impressionante repressione della vita democratica, dei diritti civili, della libertà di espressione e d’informazione.

E’ il caso della Russia di Putin. La più grande di tutte le nazioni è diventata esempio di quella specie di crasi tra democrazia e dittatura battezzata “democratura”. Tuttora alle prese con serissimi problemi di arretratezza economica (il Pil russo è inferiore a quello italiano eppure la Russia – seconda potenza militare del pianeta – è trenta volte più estesa dell’Italia), Putin ha riconquistato con la forza molte delle posizioni perdute dopo la caduta dell’impero sovietico. Nessuno minaccia il Cremlino eppure le libertà economiche sono garantite solo agli oligarchi fedeli al regime, gli oppositori sono in libertà condizionata, l’informazione è di regime o viene spenta, i diritti individuali e le minoranze sono sottoposti agli arbitri della polizia.

Interi continenti sono tuttora sottoposti a regimi totalitari, dittature militari, teocrazie. La Cina, la più popolosa di tutte le nazioni, ha segnato uno spettacolare avanzamento economico e tecnologico attraverso l’impensabile connubio tra il ferreo controllo del Partito comunista sullo stato e un sistema produttivo turbo-capitalistico incurante dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente. Per non dire delle libertà politiche e civili: la vigilanza è così occhiuta da profittare delle più moderne tecnologie per estendersi anche alla vita privata dei cittadini.

L’India, la più popolosa delle democrazie, conosce anch’essa insieme a un impetuoso sviluppo economico una fase di preoccupante restringimento delle libertà religiose e civili a scapito di mussulmani e cristiani.

Nel mondo mussulmano, con pochissime eccezioni, dopo gli abbagli e le illusioni delle primavere arabe siamo tornati alle dittature tradizionali militari e non, siano esse l’unica alternativa disponibile al caos dell’islamismo radicale e terrorista o complici dei suoi misfatti.

Ma c’è un altro aspetto che ci inquieta più di ogni altro. La crisi della democrazia è così vasta e profonda da aver intaccato e contagiato persino le nazioni che l’hanno reinventata e praticata nell’epoca moderna. La realtà e i valori di quella comunità di stati che erano propri dell’occidente sono contestati, erosi, persino derisi.

La crisi della democrazia coincide con la crisi dell’occidente, la crisi dei valori coincide con una perdita d’influenza e di potenza e con una divisione impressionante dell’occidente. L’Unione europea è stata ferita dalla scelta del popolo britannico di abbandonarla. Il popolo americano ha eletto un presidente – a parte ogni altra considerazione – ostile all’Europa, determinato a farle pagare le spese della difesa e a correggere coi dazi e il protezionismo il vantaggio commerciale dell’Unione. Presidente da solo due anni, Trump ha già fatto saltare molti accordi transnazionali, ha stracciato trattati, ha sabotato il vertice dei capi di stato occidentali. La sua furia mira a sprigionare tutta la forza di un’America libera da vincoli, legami, obblighi internazionali. E’ questo quello che significa America first: un gigante anarchico che discute solo a tu per tu agitando la clava.

L’Europa che ha costruito la sua unità all’ombra di un’America protettiva verso i suoi alleati è spaesata, smarrita. Le parole di Angela Merkel sulle scelte di Trump – “L’Europa deve scegliere il suo destino” – sono un invito pressante alla riflessione e al coraggio ma anche la mesta presa d’atto di una rottura storica dalle conseguenze incalcolabili.

Cosa ha reso possibile questa deriva?”

Fine prima parte/segue

Lega e M5S: inesperienza, ignoranza e rischio

Cari italiani abbiamo un problema: chi ci guida non è affidabile. Si può essere di destra, di sinistra, di centro, di niente, ma quando si prende la patente per guidare uno Stato bisogna saperlo fare. Gli italiani hanno dato la patente a Lega e M5S e loro si sono messi al posto di comando. Giustamente. Siamo partiti da poco, ma già si vede che la guida non è esperta. Ad improvvise accelerate seguono strani rallentamenti, si tenta di prendere scorciatoie, si sbanda alla minima curva. Insomma si rischia continuamente l’incidente, la macchina prende velocità e sembra che il governo punti direttamente verso un muro di cemento alto e spesso come quelli contro i quali si fanno i crash test. Lo credono un muro di cartone forse?

Come scrive Paolo Cirino Pomicino in un recente articolo “quando all’inesperienza politica e di governo si aggiungono l’assenza di ideali e di cultura politica la miscela che ne viene fuori è il governo autoritario degli ignoranti”. In effetti a pensarci bene quali ideali muovono Lega e M5S? Per esempio uno potrebbe essere “gli italiani prima di tutto”. E l’altro “onestà”. Basta così poco per guidare la settima potenza industriale nonché Paese fra i più complessi e con i più antichi e ramificati intrecci di cultura del mondo? Sembrerebbe di no. E la cultura politica? Si riconosce alla Lega di saper bene amministrare regioni e città e di averlo fatto anche quando alcuni suoi esponenti hanno assunto incarichi istituzionali a livello nazionale (Maroni al ministero dell’interno). Ma oggi la Lega di Salvini è un’altra cosa rispetto a quella del passato. Si è passati dal federalismo, alla secessione, al nazionalismo. Ma sempre di estremismo si tratta. E i 5 stelle? Quale cultura politica hanno? Dire debole è dire poco perché provengono dalle idee fantasiose di Casaleggio e da quelle satireggianti degli spettacoli di Grillo, più una diffidenza verso il mondo delle competenze specie scientifiche.

Non si tratta tanto del livello culturale delle singole persone (che pure è importante come è ovvio), ma della “non conoscenza dell’arte del governare” e di gestire l’amministrazione pubblica. Per esempio cambiare la collocazione internazionale dell’Italia a colpi di provocazioni o sfruttando qualche centinaio di migranti raccolti in mare significa non porsi il problema degli sbocchi di queste scelte. Forse che allearsi con l’Ungheria in nome della chiusura delle frontiere può essere il futuro dell’Italia? No certo specialmente se si fa finta di ignorare che le potenze mondiali – Usa, Cina e Russia – puntano tutte sulla disgregazione dell’Europa per non averla come rivale. L’Europa è un gigante economico, ma un microbo politico perché è divisa e in crisi. Chiaro che faccia gola pensare di farla a pezzi e stabilire delle zone di influenza economica, finanziaria ed energetica. È un rischio avvertito da Salvini e Di Maio? No, anzi loro stanno favorendo questo disegno. È un rischio di cui si preoccupano gli italiani? Ma nemmeno per idea. D’altra parte sono stati oggetto di un bombardamento mediatico per odiare l’Europa e la politica durato molti anni. Se tale ignoranza non vi fosse nessun penserebbe mai di menzionare la possibilità di ricevere una garanzia russa sul debito pubblico dell’Italia come ha fatto il ministro Savona di recente. Sarebbe presa come la battuta di un comico talmente è paradossale. E invece ci hanno pensato davvero. Cioè dovremmo rompere con Francia e Germania e quindi demolire l’asse portante dell’Unione europea per cadere in braccio a Putin o ai Paesi di Visegrad? Solo dei folli potrebbero pensarlo. Eppure se ne parla come di una scelta possibile e seria.

Stessa situazione sul terreno dell’economia e del lavoro che ricade nella competenza del giovane Di Maio. Che si tratti della caduta del ponte Morandi o della vicenda Ilva l’approccio è sempre quello dei proclami stizzosi e categorici che prescindono dalla realtà e sostituiscono il deficit di idee e di capacità con l’altezzosità del comando. Sembra che chi sta al governo possa reinventare il mondo che lo circonda in forza del suo potere. Con una faciloneria che impressiona il giovane Di Maio affronta questioni di enorme portata come se si trattasse di una bega paesana.

Ciò che si capisce dai primi mesi di governo Lega M5S è che non c’è alcuna idea di come rilanciare lo sviluppo superando i mali strutturali dell’Italia. Ma si capisce benissimo che i suoi capi sono disposti a rischiare tutto per una generica rivalsa contro le burocrazie d’Europa e contro gli stati più forti. Provocazioni e ripicche invece di mettersi a costruire seriamente una nuova via per il nostro Paese insieme con i suoi partner europei. Salvini e Di Maio preferiscono averli come avversari.

Si era immaginato che il Piano B sarebbe rimasto un gioco di fantasia di alcuni professori. Invece più si va avanti più si intravede che il piano di uscita dall’euro e di rottura con l’Europa è qualcosa di concreto. Il muro contro cui andremo a sbattere si avvicina

Claudio Lombardi

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