Breve racconto ispirato al legittimo impedimento (di Claudio Lombardi)

C’era una volta un paese lontano lontano dove accadevano strani avvenimenti. Le cronache dell’epoca narrano di una vita che scorreva grazie alla proverbiale capacità degli abitanti di affrontare ogni problema con soluzioni nuove e originali benché individuali. Sì, purtroppo a quelle persone non sembrava naturale unirsi per stringere un patto e rispettarne le regole. Quasi tutti pensavano che era meglio se ognuno pensasse per sé.

Non si trattava di un regno, ma di uno Stato vero nel quale le elezioni si susseguivano con cadenza regolare quasi ogni anno. E, anno dopo anno, si era formata una classe dirigente molto ampia che aveva fatto della professione di comandare il suo lavoro. Dietro i vari capi c’erano tanti altri che li aiutavano e così, piano piano, si erano formate tante corti di “nobili” che badavano ai loro interessi e che somigliavano sempre più a caste che si perpetuavano di padre in figlio come nell’antica nobiltà o, come nel sistema feudale, dal signore ai suoi dipendenti. Gli abitanti lasciavano fare con qualche protesta, di tanto in tanto, e qualche brava persona riusciva persino ad arrivare al potere, ma non ce la faceva a mantenerlo. Prima o poi le bande organizzate se lo riprendevano e gli abitanti, contenti, si rituffavano nella loro laboriosa instabilità.

Accadde un giorno che un Signore più ricco e furbo degli altri decise di diventare ancora più ricco andando alla conquista del potere perché se sei tanto ricco non puoi accettare che qualcuno abbia il potere di fermarti. Il Signore era stufo di contrattare con i vari capi pagandoli perché facessero i suoi interessi. Si era convinto che il potere doveva prenderselo lui e usarlo per diventare ancora più ricco e per difendersi da tutti quelli che potevano minacciarlo.

Il Signore non badava a spese ben sapendo che i suoi guadagni, garantiti dal potere, sarebbero cresciuti e che nessuno avrebbe osato ostacolarlo: ormai controllava tutto e gli abitanti, felici, sentivano che era iniziata una storia nuova nella quale chiunque poteva fare la sua fortuna. I pochi ostacoli che si frapponevano venivano abbattuti senza andare tanto per il sottile. Sembrava che in nome dell’interesse individuale tutto si potesse fare e tutto si potesse comprare. Iniziò un periodo di allegri commerci in cui chiunque avesse qualcosa da vendere cercava un compratore. C’erano persone che vendevano loro stesse e c’erano altri che, avendo una funzione pubblica da svolgere, cercavano di vendere pure quella.

Il Signore, nel frattempo, con le idee chiare che lo caratterizzavano, si era dato un gran daffare sistemando alcune piccole questioni che provenivano dal suo passato. Qualche acquisto di persone che gli servivano per risolvere i soliti problemi di leggi che pretendevano rispetto, qualche simpatica scorribanda in affari esteri e la collaborazione con chi aveva veramente bisogno di aiuto per legalizzare il denaro che possedeva (che provenisse da attività criminose non aveva importanza, mica quelle si doveva legalizzare, solo il denaro).

Al Signore piaceva divertirsi e il gioco del potere era il suo preferito. E poi aveva sempre idee nuove; era proprio un tipo vulcanico e le eruttava non potendo certo contenerle; esattamente come la lava che scorre dappertutto e non vuole ostacoli. Così inventò nuovi giochi e non da solo, ma trovò degli allegri compagni con cui dividere il piacere delle sue scoperte. Scoprì, per esempio, che grazie al suo potere di capo assoluto del suo Paese poteva fare affari con altri capi di altri paesi. Non direttamente, però, bensì facendoli fare ad altri che non potevano disubbidire al suo potere. Era emozionante uscire fuori dall’ufficialità del suo ruolo (si era, in effetti, un po’ stancato della formalità) e scorazzare dal ghiaccio alla sabbia del deserto inventando sempre nuovi stratagemmi per accrescere la sua ricchezza. Un giochino che gli piaceva molto era fare degli scherzi al suo Stato beffandolo con operazioni all’estero nelle quali facevano finta, i suoi dipendenti, di acquistare qualcosa a un prezzo molto più alto di quello pagato per poi intascare la differenza (per il Signore, sia chiaro) e apparire tanto più poveri all’interno.

Di questi scherzi e di altri ne aveva fatti tanti che i giudici del suo Paese si erano permessi di chiedere che spiegasse in tribunale come aveva fatto. Lui, comprensibilmente, si offese e pretese e ottenne dal suo Parlamento che si facesse una legge per impedire qualunque richiesta di questo tipo per tutto il tempo da lui ritenuto necessario. In effetti aveva ragione: i giudici (non tutti, ma qualcuno sì) si ostinavano a pretendere l’applicazione delle leggi e questo dopo che il Signore aveva conquistato il potere. Ma che, non l’avevano saputo che il potere adesso era Suo?

Ovviamente i suoi dipendenti avevano trovato le formule giuste per non far apparire inelegante la legge, chè sarebbe stato da rozzi scrivere semplicemente ciò che il Signore diceva nei momenti d’ira.

La legge proclamò il “legittimo impedimento” con il quale si stabilì che il semplice fatto di avere il potere bastava a fermare qualunque processo. Che poi sarebbe stato pure inutile, se vogliamo dirla tutta (pensavano le anime semplici), perché il Signore sapeva usare il suo potere per accrescerlo e per risolvere tutti i problemi che nascevano dal suo utilizzo. Per dire: i giochini con i soldi all’estero, l’acquisto di persone (veniva chiamata corruzione dai soliti formalisti), e il resto si risolvevano prima con tutti i mezzi di cui il Signore disponeva (e che continuava ad usare allegramente tanto nessuno poteva fermarlo e nessuno poteva saperlo, perchè ciò che si conosceva era sempre molto meno della verità). Se poi qualcosa si scopriva lo stesso allora perdeva le staffe, si lagnava, alzava la voce e riusciva anche ad intenerire gli abitanti che, pur di vederlo di nuovo sorridente, credevano a tutte le storielle che sapeva raccontare. E se alla fine tutto questo non bastava ecco che una bella legge riusciva a sistemare le cose cambiando le carte in tavola. D’altra parte il potere a che serviva se non lo si usava? Quindi il “legittimo impedimento” era indispensabile: serviva per dare il tempo di sistemare le cose. Lo sapevano bene il Signore i suoi più fedeli collaboratori. Anche il tempo era dalla Sua parte e lo usarono bene.

Ecco questa è, in breve, la storia narrata dalle cronache dell’epoca che è arrivata fino a noi in maniera fortunosa perché l’ultima legge fatta approvare dal Signore stabiliva che nessuna informazione in grado di accusare il potere doveva essere diffusa; che per serenità degli abitanti le critiche potevano essere espresse solo in una Camera apposita i cui lavori dovevano rimanere segreti; che nessun giudice potesse accusare il potere al quale, per legge, spettava decidere quali accuse muovere e a chi; che il Signore potesse nominare i suoi successori nonché, insieme ai suoi collaboratori e a un gruppo selezionato di critici oppositori ufficiali e autorizzati (iscritti in apposito albo), tutti gli altri rappresentanti da sottoporre al voto popolare. Che, una volta espresso, non poteva essere rimesso in discussione né riespresso se non per decisione del Signore e dei suoi collaboratori.

Gli abitanti, intanto, erano sempre più impegnati nella loro laboriosa instabilità e avevano troppo da fare per riuscire a vivere in un Paese dove nulla era garantito e tutto doveva essere conquistato con favori personali. Ma quella era la loro vita e non ne immaginavano altre.

Claudio Lombardi

Democrazia politica, consenso, dittatura sociale (di Aldo Cerulli)

Siamo in democrazia. Sappiamo che è così e siamo abituati a non domandarci quanto possa riguardarci direttamente. È come il cielo sopra di noi: c’è e basta. Anche se è difficile dare una definizione generale al termine democrazia, possiamo però trovare dei caratteri generali comuni a tutte: sovranità popolare, suffragio universale, pacifiche elezioni, principio di maggioranza, cambiamento dei governi, responsabilità dei governanti davanti ai governati. La storia insegna che il maggior pericolo per una democrazia  è il tramutarsi nel suo esatto opposto, ovvero in uno stato totalitario, una dittatura. La dittatura è una forma di governo in cui tutti i poteri sono incentrati nelle mani di un solo uomo o, meglio, del gruppo che lui rappresenta. Troviamo quindi al centro di due forme di governo opposte, che sono accomunate solo dall’esser nate assieme alla società di massa, un carattere comune: l’opinione pubblica.

Ed è l’opinione pubblica l’elemento fondamentale anche per un’altra forma di governo da alcuni definita “post-democrazia“. In essa l’opinione pubblica è solo un canale di consensi e non serve a moderare l’attività politica dei suoi rappresentanti. In pratica il cittadino elettore non è parte attiva della politica, ma solo un “consumatore”; ha l’unico potere di scegliere cosa “acquistare” dal cesto della politica mettendo una croce sulla scheda, il suo campo d’azione termina uscito dalle urne.

Ma questo è un carattere comune alla maggior parte delle democrazie. Inoltre, lo stato non detiene più le sovranità che gli spetterebbero come quella monetaria o sui mezzi di comunicazione. La globalizzazione finanziaria e il controllo sui canali di comunicazione di massa (TV in particolare) svuotano di poteri le istituzioni statali e di contenuti la politica consentendo la manipolazione dell’opinione pubblica e, quindi, del consenso e del voto.

Già due secoli fa’, Tocqueville aveva intuito questi sviluppi. Scrisse: “…vedo una folla innumerevole di individui simili ed eguali, che incessantemente si ripiegano su se stessi per procurarsi piccoli e volgari piaceri, di cui riempiono la propria anima. Ognuno di essi, ritratto in disparte, è come estraneo al destino di tutti gli altri… Al di sopra di costoro si eleva un potere immenso e tutelare, che, da solo si incarica di assicurare loro piaceri e di vegliare sulla loro sorte. E’ assoluto, capillare, regolare, previdente e dolce… gli piace che i cittadini siano contenti, a condizione che pensino solo ad essere contenti… prevede ed assicura la soddisfazione dei loro bisogni…”.

Tutto ciò è quindi definibile come una sorta di “dittatura sociale” che è assai più temibile di quella politica perché cambia le culture che presiedono allo svolgimento delle nostre vite e condizionano le nostre scelte. E ci sono vari modi per mantenere questa “dittatura sociale”.

Eccone alcuni:

LA MASSA EPREVEDIBILESe la popolazione è disinformata e insicura la si può orientare con una propaganda che accentui lo stato di insicurezza rendendolo un fatto oggettivo e sollevando chi comanda dalle sue responsabilità. 

PIANIFICARE GLI ARGOMENTI – I provvedimenti proposti dai media sono quelli su cui già si prevede una reazione di massa utile a chi controlla l’informazione. Perché i cittadini sono liberi di farsi domande e prendere decisioni, ma la massa lo farà all’interno del campo degli argomenti di clamore suggeriti dalla TV, nei modi e nei tempi indicati dai media. 

ALZARE IL POLVERONE (offese, soprusi, provocazioni, maleducazioni, irriverenze) –Ogni notizia deve essere “confezionata”  in maniera da creare delle forti spaccature nel paese, deve essere provocatoria e deve sempre chiamare in causa qualcuno. I gruppi attaccati e ridicolizzati platealmente, reagiranno difendendosi con aggressività e rabbia, ma sempre sui temi posti da altri. 

CONTROLLARE I MEZZI DI COMUNICAZIONE 

Chi controlla i canali di comunicazione che arrivano a tutto il paese in ogni momento mette in luce ciò che vuole ed isola le idee e i fatti prodotti dagli altri. Di conseguenza l’opinione pubblica non riesce ad avere una visione d’insieme ed obiettiva. 

CIRCOSCRIVERE QUELLO CHE LA MASSA CONOSCE

Con il passare del tempo si concentra l’attenzione solo sul presente cercando di cancellare dalla coscienza collettiva le esperienze e le conquiste del passato. Si vive solo nel presente e non si riesce a capire come ci si è arrivati. 

RENDERE LA POPOLAZIONE EMOTIVAMENTE REATTIVA

Modelli istintivi, stress, insicurezza, senso di precarietà, emergenza, ridurre la cultura, la riflessione e il livello di indagine. Mantenere la popolazione in uno stato di eccitazione pronta alla polemica sulle piccole cose e sfiduciata su quelle grandi puntando alla frammentazione e all’isolamento dei singoli. 

SFRUTTARE VARIE FORME DI PAURA

Guerra, terrorismo, aggressioni, stupri, odio razziale, illegalità e crimine, gang giovanili, bullismo, virus, paura di non farcela economicamente e, soprattutto, la paura di ciò che potrebbe accadere se non si rimane nell’ambiente protetto del gruppo. Cambiano i valori comuni e non si pianificano più soluzioni collettive a lungo termine 

DETERMINARE TENDENZE, MODELLI DI PENSIERO E DI COMPORTAMENTO

Produrre, consumare, essere ottimisti, ricchi, famosi, alla moda, attraenti, vincenti, determinati, avere un immagine accettata, individualista, forte, aggressiva, risoluta, efficiente, scaltra, egocentrica, combattiva, furba. Le nuove generazioni formano le loro personalità in un campo sempre più limitato di scelte.

Ecco perché la democrazia formale è una condizione indispensabile ma non sufficiente. E’ essenziale informarsi, diventare persone consapevoli e diffondere questa conoscenza con la consapevolezza che il consenso della maggioranza non esclude di continuare la ricerca delle soluzioni migliori ai problemi comuni. Per questo ci vuole l’accesso alle informazioni, competenze, esperienze e soluzioni gettando, così, le basi per una libera evoluzione collettiva.

Accanto all’informazione ci vuole l’azione per la cura dei beni comuni e degli interessi generali organizzandoci e ricercando il rapporto con le istituzioni, chiedendo conto e protestando se non ci ascoltano.

In questo modo la democrazia sarà più vera e le tecniche di gestione del consenso prima elencate falliranno il loro scopo

Aldo Cerulli

Elenco delle tecniche del governare che stiamo subendo (di Aldo Cerulli)

Analizzando ciò che sta avvenendo nel Paese sono giunto anch’io a redigere un elenco come quelli resi famosi dalla trasmissione televisiva “Vieni via con me”. L’elenco riguarda le tecniche di governo che sono state applicate da ormai molti anni a noi cittadini italiani:

 1-La strategia della distrazione

L’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai  problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, facendo ricorso alla continua “inondazione” di informazioni insignificanti, ma attraenti per la curiosità delle persone che vengono indotte ad interessarsi prioritariamente a queste notizie e non ad altre.

La strategia della distrazione si rivela indispensabile, inoltre, per impedire al pubblico d’interessarsi alle conoscenze essenziali in varie aree (scienza, economia, psicologia, neurobiologia ecc) che, in qualche modo sono importanti per valutare le scelte politiche. 

L’ideale per chi vuole governare con pochi problemi è mantenere l’attenzione del pubblico deviata dai temi cruciali ed occuparla con una varietà di distrazioni trasformando altresì il dibattito politico in una rissa continua che oscuri le differenze e impedisca la riflessione. 

2- Creare problemi e poi offrire le soluzioni.

Questa tecnica è anche chiamata “problema- reazione- soluzione”. Si  crea un problema partendo da una “situazione” prevedibile per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che  si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, o organizzare attentati sanguinosi,  con lo scopo che sia l’opinione pubblica a richiedere leggi sulla sicurezza e politiche a discapito della libertà. O anche: non contrastare una crisi  economica fino al punto di far apparire inevitabile (un male necessario) la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici

3- La strategia della gradualità.

Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla  gradualmente, a contagocce, per diversi anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte  durante i decenni ‘80 e ‘90: Stato minimo, privatizzazioni,  precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una  rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta. 

4- La strategia del differire.

Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo  l’accettazione pubblica, ma rinviando l’applicazione al futuro. Perché è più facile accettare un sacrificio futuro che un sacrificio immediato. Prima, perché lo sforzo non è quello impiegato immediatamente. Secondo, perché il pubblico, la  massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio  domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. Questo dà più  tempo al pubblico per abituarsi all’idea del cambiamento ed accettarlo  rassegnato quando arriva il momento. 

5- Rivolgersi al pubblico come ai bambini.

La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa  discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? Per evocare il rapporto adulto-bambino o genitore-figlio traslato su quello autorità-cittadino perché quest’ultimo tende sempre a fidarsi di o affidarsi a chi ha il potere. 

6- Usare l’aspetto emotivo molto più della riflessione.

Sfruttare l’emozione è una tecnica classica per provocare un corto  circuito tra razionalità ed emotività che blocchi il senso critico dell’individuo. L’uso del registro emotivo permette aprire la porta d’accesso all’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori,  o indurre comportamenti. Rientra in questa tecnica l’aggressione verso le critiche, il vittimismo rispetto alle accuse e, in genere, il rifiuto di un confronto razionale in favore dell’evocazione di emozioni e suggestioni che non hanno riscontri nella realtà, ma affascinano e diventano forti perché attivano l’irrazionalità emotiva. Esempi numerosi nella pubblicità, nel razzismo e nel fanatismo. 

7- Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità.

Far si che il pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie ed i  metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza  dell’ignoranza che divide le classi inferiori dalle classi superiori rimanga  e diventi impossibile colmarla. 

8- Stimolare il pubblico ad essere compiacente con la mediocrità.

Spingere il pubblico a ritenere che è di moda essere stupidi, volgari e ignoranti e che tali comportamenti garantiscono una strada più efficace e rapida per soddisfare le proprie esigenze. Per farlo è indispensabile fornire molti esempi sia nell’ambito della comunicazione di massa (televisione innanzitutto) sia con i comportamenti di chi ha conquistato il potere. 

9- Rafforzare l’auto-colpevolezza.

Far credere all’individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia, per causa della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si autosvaluta e s’incolpa, cosa che crea a  sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti è l’inibizione della  sua azione. E senza azione non c’è rivoluzione

10- Conoscere gli individui e gestire un sistema di controllo e di indirizzo che escluda la partecipazione attiva

Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia, e alla psicologia applicata, chi gestisce la comunicazione è riuscito a conoscere meglio l’individuo comune di quanto egli stesso si conosca. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, il controllo che viene esercitato sugli individui è sistematico ed esclude una partecipazione responsabile ed attiva alle scelte di interesse generale. Questo sembra essere anche il senso e lo scopo delle tecniche prima elencate che tutte si basano sull’apparenza di una grande apertura al popolo e nascondono la verità di un potere che manovra e domina mantenendo nascoste le vere motivazioni e i veri effetti delle scelte che vengono adottate.

 Chi vuole può provare a comparare questo elenco con i fatti realmente accaduti.

Aldo Cerulli

Caso Battisti: quanti pesi e quante misure? (di Claudio Lombardi)

Ritorna un dibattito che sembrava essersi quietato con il passare del tempo. Il tema è sempre lo stesso: atti di violenza commessi da chi riteneva di compiere gesti rivoluzionari e applicazione di leggi e sentenze contro i responsabili. Nel caso di Cesare Battisti si è di fronte ad una condanna per quattro omicidi, ad una lunga latitanza, al rifiuto di estradizione e ad una difesa da parte di persone che hanno conosciuto Battisti in Francia e in America Latina.

Cominciando dall’ultimo punto sembra ovvio dire che conoscere e apprezzare una persona per ciò che fa oggi rende difficile appoggiarne la condanna per ciò che ha fatto ieri, non avendone, tra l’altro, subito alcuna conseguenza. Per questo non ci si può stupire che intellettuali e altri cittadini dei paesi nei quali Battisti ha vissuto in questi ultimi venti anni si oppongano all’estradizione. Lo fanno per amicizia, per affetto, per partito preso, per amore di teoria non certo per senso di giustizia, né per conoscenza dei fatti.

In uno Stato normale la conoscenza dei fatti che rappresentano un reato e la decisione delle conseguenze giudiziarie viene fatta dalla magistratura in base alle leggi vigenti e alle risultanze delle indagini e dei processi. Poi si può protestare cercando di ottenere una revisione dei processi oppure una diminuzione delle pene o la loro trasformazione in regimi di semilibertà. Tutte cose previste dalle norme e applicate.

Se, però, si affaccia un altro tipo di richiesta – di chiudere politicamente un’epoca di scontri violenti influendo direttamente sulle procedure giudiziarie anche con nuove leggi – allora le cose cambiano.

Sul caso Battisti sono tornate a levarsi le voci di chi, appunto, chiede una considerazione e una soluzione “politica” per i reati commessi negli anni ’70-’80. Che vuol dire ciò per chi solleva la questione? Escludendo che si cerchi una semplice spiegazione politico-sociologica a quegli avvenimenti sembra ovvio che la richiesta sia di mettere termine alle conseguenze penali dei reati che furono commessi. Cioè? Mettere in libertà chi sta in carcere e smettere di perseguire chi in carcere è riuscito a non andarci. Praticamente una versione elegante e ripulita dei versi della famosa canzone napoletana “chi ha avuto ha avuto chi ha dato ha dato”.

Ora, domandiamoci: come si fa a pretendere il rispetto della legge e delle altre regole di convivenza civile da parte dei cittadini se poi si cerca per alcuni “una soluzione politica”? e perché una simile soluzione non potrebbe chiedere, ad esempio, chi oggi si ritiene vittima di persecuzioni giudiziarie per corruzione di giudici e di testimoni, per sottrazione di soldi ad azionisti italiani attraverso un giro di falsi acquisti all’estero, per evasione fiscale o per riciclaggio di denaro della malavita?

Queste semplici considerazioni dovrebbero essere ben presenti a chi torna a lamentarsi delle pene e dei processi che non hanno riguardato la manifestazione delle idee bensì il ferimento e l’assassinio di persone (lasciando perdere tutti gli altri reati minori). I parenti degli uccisi guardano oggi con rassegnato stupore al dibattito nel quale i loro congiunti rappresentano semplici pedine della storia cadute per “inevitabili” conseguenze di atti di ribellione compiuti da chi pensava di scatenare una rivoluzione. La figlia e il figlio che hanno perso il padre, la moglie il marito, chi sta su una sedia a rotelle o porta altri segni di quegli atti dovrebbero tutti quanti  contentarsi di una spiegazione politica di quanto accadde e accettare (o, forse, esserne lieti?) di aver avuto una piccola parte nella Storia con la “S” maiuscola smettendo con la “banale” richiesta che qualcuno paghi per il male che fu fatto.

Di fronte a questo dibattito che rinasce bisognerebbe che tutti tornassero ad affermare la semplice verità di ogni Paese normale senza la quale non si riesce a vivere in uno stato di diritto: le leggi ci sono e vanno fatte rispettare, i processi vanno fatti con tutte le garanzie e le sentenze si rispettano, la lotta politica si svolge con metodi democratici, la violenza verso persone e cose è un reato, la si può spiegare, ma non giustificare. Se non si riafferma questo non ce la facciamo a rimettere sulla strada giusta un Paese che di eccezioni e di esenzioni alle leggi e alle regole ne ha sempre conosciute troppe. E ci hanno francamente stufato.

Claudio Lombardi

Parentopoli romana: una lettera da chi preferisce il merito al favore (di Ilaria Donatio)

Caro Civicolab,

oggi il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha detto una cosa di buon senso che purtroppo, solo per un attimo, ha abbassato il volume dell’inutile e rumoroso dibattito acceso dalla manifestazione del 14 dicembre e dagli episodi di violenza nelle piazze: “La protesta pacifica è una spia di malessere che le democrazie non possono ignorare”.

Un’osservazione banale, forse, proprio perché si tratta di un dato di realtà. Che “vale doppio” per chi vive nella capitale: qui, il malessere, almeno tra i giovani (e meno giovani) precari, in cerca di occupazione, vittime di questa crisi economica che sembra accanirsi proprio sui più deboli, è un macigno pesantissimo.

Che pesa più che mai, da quando le inchieste della Procura di Roma e della Corte dei Conti hanno tolto il velo che ammantava la parentopoli capitolina: è venuta così alla luce una gigantesca macchina illegale che ha permesso di effettuare centinaia di assunzioni a chiamata diretta, in aziende che gestiscono servizi pubblici (le romane Atac e Ama che, tra l’altro, “vantano” bilanci disastrosi): parenti più o meno lontani, amici, amici di amici, conoscenti.

Tutti assunti “sulla parola”! Il merito? Ridotto a un legame di sangue. O comunque a criteri del tutto esterni rispetto a quelli che dovrebbero informare la corretta selezione del personale. E non per una qualsiasi impresa a conduzione familiare della Bassa padana, ma per un’azienda municipalizzata.

E chi controlla la qualità del servizio affidato al cugino di secondo grado, o all’amica di amici? Chi verifica il lavoro svolto di chi è stato cooptato e non scelto per meriti propri? E con quale trasparenza?

Un atto di arroganza come l’ha definito bene, nel proprio pezzo su Civicolab, Roberto Ceccarelli, “che offende i disoccupati ed i precari che continuano a lavorare per pochi soldi, senza continuità e senza una prospettiva per il futuro; che offende coloro che proseguono a fare i sempre più rari concorsi pubblici, fidandosi ancora del settore pubblico e ben sapendo che le speranze di vincerlo sono davvero poche”. Ma non si tratta solo di questo.

Quello che è avvenuto a Roma, e che si ripete ogni volta che un’azienda pubblica viene amministrata secondo logiche familistiche, come una “cosa propria”, abusando di un potere al posto di esercitare una responsabilità e offrire un servizio, è un vero e proprio furto.

Furto dell’idea – prima ancora che del posto in sé – del lavoro come “bene comune”.

“Comune” proprio come l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo, la terra che tutti quanti calpestiamo.

Il giuslavorista Pietro Ichino, sul proprio sito web, utilizza una definizione forte per indicare il divario, sempre crescente – e in spregio del diritto sancito dalla Costituzione ad avere un lavoro dignitoso – tra “protetti e non protetti”. Ichino parla di apartheid e mi scuserai, caro Civicolab, se ti confermo di sentirmi esattamente così, vittima di una cattiva politica e di scelte normative peggiori, che hanno fatto della “segregazione” dei diritti (sicurezze e stabilità per pochi, eletti e privilegiati; instabilità e concessioni a singhiozzo per molti) una pratica ordinaria e non, invece, un’eccezione fuorilegge, come dovrebbe essere.

Dal canto mio, continuerò a inviare curricula, da cui, diligentemente, dovrò cancellare master, pubblicazioni, esperienze importanti: per non sentirmi ripetere, tutte le volte, sempre lo stesso ritornello. “È certa di voler fare questo lavoro? Con un curriculum pesante come il suo…”. Ed io, tutte le volte, che vorrei rispondere: “Di pesante c’è solo la paura del futuro”.

Ilaria Donatio

La crisi politica, i teppisti e i problemi degli italiani (di Claudio Lombardi)

“Presidente  Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?

«Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo.
Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».

Quali fatti dovrebbero seguire?

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».

Ossia?

«In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…».

Gli universitari, invece?

«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».

Dopo di che?

«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».

Dall’intervista a Francesco Cossiga del 23 ottobre 2008 rilasciata a GIORNO/RESTO/NAZIONE

Non rientra fra i compiti che civicolab si è assunto intervenire sulle vicende che riguardano i partiti. Ma una crisi di Governo e le azioni che compiono le istituzioni che tutte insieme si chiamano “politica” sì che ci riguardano. In primo luogo perché ci toccano come cittadini e poi perché non vi è separazione o, meglio, non vi dovrebbe essere separazione fra Stato in tutte le sue articolazioni e società in tutte le sue espressioni. Nessuno può dire “non mi riguarda” “sono cose dei politici, io non le voglio sapere” perché la politica condiziona direttamente le nostre vite.

Abbiamo voluto premettere brani di una delle ultime interviste di Cossiga perché ciò che è accaduto ieri a Roma era già accaduto nel passato. Con un tempismo illuminante ogni volta che si scatena una crisi politica che minaccia di mettere in discussione la conservazione degli assetti di potere esistenti e ogni volta che a questa si accompagna la debolezza di proposte alternative o la confusione di chi o fra chi si oppone, ogni volta si scatena la violenza teppistica o terroristica che trascina movimenti di protesta nati per ragioni vere, ma disorientati.

È una constatazione che avvilisce chi ancora crede che la democrazia possa e debba sopportare crisi e tensioni, ma senza superare il limite che mette in discussione il principio stesso sul quale si basa: la ricerca e l’organizzazione del consenso. Se lo si fa ci si mette fuori dalle regole della democrazia e, ammesso e non concesso che si sia in buona fede e non agenti provocatori come quelli evocati da Cossiga, si tenta semplicemente di imporsi con la violenza a tutti gli altri. Metodo praticato da qualunque genere di teppisti.

Detto questo ciò che preoccupa è la capacità di un Governo che ha perso gran parte della sua maggioranza, ridotta ormai a pochi voti di scarto, a far fronte ai problemi del Paese.

La ricostruzione de L’Aquila, il rilancio delle attività economiche basandosi di più sulla ricerca di nuovi prodotti e tecnologie, lo sviluppo dei settori culturale e paesaggistico che sono alla base del turismo (dall’estero e interno) risorsa inesauribile dell’Italia, il rafforzamento della formazione, da quella scolastica a quella universitaria e specialistica aperte a tutti e basate sul sistema pubblico, l’efficienza degli apparati dello Stato (e regionali e locali), l’efficienza dei servizi pubblici indispensabili alla vita della società (rifiuti, acqua, mobilità ecc), un servizio sanitario e un’assistenza sociali dopo sprechi e ruberie siano sconfitti in nome di prestazioni efficaci e di qualità, una giustizia che risolva rapidamente ogni tipo di controversia e che sia alla base della legalità, la lotta alle mafie a partire da quelle che operano nei settori economico-finanziari, il contrasto alla corruzione e a chi sfascia lo Stato rubandone le risorse.

Questi e altri sarebbero i punti di un programma di governo che governi nell’interesse dei cittadini. Quest’interesse non si chiama destra, sinistra, centro, ma rimanda al rapporto tra Stato e società che non può non essere basato sul rispetto di regole e sulla costruzione di condizioni migliori di vita per tutti. Se, invece, si vuole privilegiare una parte a scapito dell’altra o fare l’interesse di pochi a spese di quello degli altri, allora si usa lo Stato per i propri affari e lo si indebolisce.

Se tutti i cittadini sapessero valutare, giudicare e agire in base a questi principi non ci sarebbe spazio per leggi elettorali che non consentono di scegliere le persone, per la compravendita di parlamentari, per i corrotti, per i ladri e i malfattori che alloggiano tranquillamente in troppe stanze del potere e con le loro azioni sgretolano le istituzioni e impoveriscono il Paese.

La risposta giusta si chiama cittadinanza attiva che si organizza in associazioni, comitati, gruppi e che assume su di sé la cura degli interessi generali. Se poi anche qualche organizzazione di partito volesse farlo distogliendosi un po’ dalla lotta per il potere sarebbe la benvenuta.

Claudio Lombardi

Perché tornerei/rimarrei a Scampia: elenco di Maria De Marco

Perchè è il quartiere dove ho capito con i fatti cosa vuol dire politica di servizio e non essere al servizio della politica;

Perchè è esattamente come la descrivono televisioni e giornali, ma anche l’esatto contrario, ma non interessa a nessuno;

Perchè ho visto quanti danni può fare l’urbanistica ad ondate; quanti danni le scelte urbanistiche che non pensano alle persone che quelle scelte dovranno viverle;

Perchè ti prende, ti obbliga ad affrontarli quei problemi, senza invaghirti d’altro; senza inseguire nuove illusioni;

Perchè scopri l’importanza e la ricchezza delle relazioni umane tra persone appena conosciute;

Perchè a me che vivo nello stesso quartiere da 40 anni, ha dato una dimensione altra, diversa;

Perchè sono stata scippata nel mio quartiere e non a Scampia;

Perchè ho imparato che ad ogni obiezione ne corrisponde una esatta e contraria;

Perchè vivendo con le persone del quartiere ho visto la variegata composizione sociale;

Perchè ho capito, sentendolo sulla pelle, il significato della parola RESILIENZA;

Perchè la RESISTENZA non è solo il Viale;

Perchè la vivacità culturale, sociale, umana, artistica che è in questi luoghi “difficili” della città, non la ritrovi nei luoghi “facili”;

Perchè ad ogni piazza di spaccio, nota e segnalata, corrisponde una scuola, un centro sociale, un centro culturale, una biblioteca, una ludoteca, un centro d’aggregazione, una comunità, la sede di un’associazione che svolgono un’azione di contrasto quotidiana alla droga ed alla criminalità;

Perchè è un quartiere dove in molti scrivono libri e su cui molti scrivono libri ed io, in qualità di assessore alla cultura della municipalità, in quattro anni ho promosso decine di presentazioni degli uni e degli altri;

Perchè ogni mattina arrivandoci leggevo “Quando  la felicità non la vedi, cercala dentro” ed ora mi manca!

Parla Mario Monicelli: la speranza è una trappola. Il testo dell’ultima intervista

Pubblichiamo la trascrizione dell’intervista a Mario Monicelli trasmessa durante RAIperunanotte di Michele Santoro  il 26 marzo 2010. Pensiamo che l’impegno di tanti italiani che vogliono essere cittadini attivi potrà cambiare di molto i giudizi contenuti nell’intervista dando spazio all’unica rivoluzione possibile e utile: la rivoluzione civica che metta il cittadino al centro dello Stato.

Domanda: gli italiani, gli intellettuali, gli artisti sono poco coraggiosi

Monicelli: sì, lo sono sempre stati. Sono stati 20 anni sotto un governo fascista ridicolo con un pagliaccio che stava lassù. Avete visto quello che ha combinato: ci ha dato un “impero”, ci ha mandato le “falangi romane” lungo via dell’impero; ha fatto le guerre coloniali, ci ha mandato in guerra. Eravamo tutti contenti perché c’era uno che guidava lui, pensava lui: Mussolini ha sempre ragione! Lasciamolo lavorare! Tutti stavano buoni e zitti.

Domanda: gli italiani di allora somigliano anche agli italiani di adesso?

Monicelli: sì perché hanno detto: vedi c’è questo grande imprenditore, c’è questo imprenditore che ha detto: lasciatemi governare, votatemi perché io mi sono fatto da solo, sono un lavoratore, sono diventato miliardario, vi farò diventare tutti milionari.
Benissimo! Hai voglia! E avanti! Sono 15 anni che tutti quanti aspettano, che credono. Gli italiani sono fatti così: vogliono che qualcuno pensi per loro e poi se va bene va bene, se va male poi l’impiccano a testa sotto. Questo è l’italiano.

Domanda: quindi il ritratto di Gassman e Sordi nella grande guerra non è tanto distante dai ritratti degli italiani che abbiamo a fianco in questo periodo.

Monicelli: sì, in un certo senso sì, però avevano una loro spinta personale, un orgoglio, una dignità della persona che noi abbiamo perso completamente. Ormai nessuno si dimette; tutti pronti a chinare il capo pur di mantenere il posto, di guadagnare; a sopraffarci, a intrallazzare. Uno la prima cosa che fa è di mettersi d’accordo con un altro per superare le difficoltà. Non c’è nessuna dignità da nessuna parte, perciò sto parlando. È proprio la generazione che è corrotta, che è malata, che va spazzata via, non so da che cosa, non so da chi o, meglio, io lo saprei, ma lasciamo andare…

Domanda: non sento speranza nelle sue parole

Monicelli: la speranza di cui parlate è una trappola, una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola inventata dai padroni. La speranza è quella di quelli che ti dicono che Dio…state buoni, state zitti, pregate che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà. Intanto, perciò, adesso, state buoni: ci sarà un aldilà. Così dice questo: state buoni, tornate a casa. Sì siete dei precari, ma tanto fra 2 o 3 mesi vi riassumiamo ancora, vi daremo il posto. State buoni, andate a casa e…stanno tutti buoni. Mai avere speranza ! la speranza è una trappola, una cosa infame inventata da chi comanda.

Domanda: e come finisce questo film Maestro?

Monicelli: come finisce non lo so. Io spero che finisca in una specie di…quello che in Italia non c’è mai stato: una bella botta, una rivoluzione che non c’è mai stata in Italia. C’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, c’è stata in Russia, c’è stata in Germania, dappertutto, meno che in Italia. Quindi ci vuole qualche cosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto. Sono 300 ani che è schiavo di tutti e, quindi, se vuole riscattarsi…il riscatto non è una cosa semplice: è doloroso, esige anche dei sacrifici, sennò vadano in malora, come già stano andando da tre generazioni

 

Elenco di quello che per me significa legalità (legge Don Ciotti)

  1. «Legalità è il rispetto e la pratica delle leggi. È un’esigenza fondamentale della vita sociale per promuovere il pieno sviluppo della persona umana e la costruzione del bene comune». Sono parole di un documento del 1991 della Chiesa italiana.

  2. Legalità non sono, quindi, solo i magistrati e le forze di polizia, a cui dobbiamo riconoscenza e rispetto. Legalità dobbiamo essere tutti noi.
    Legalità è responsabilità, anzi corresponsabilità.

  3. Legalità sono quei beni confiscati alle mafie e destinati a uso sociale. Per quella legge “Libera” raccolse, quindici anni fa, un milione di firme.
    Legalità sono il pane, l’olio, il vino che produciamo nelle terre confiscate alla mafia. Tremila giovani sono arrivati dall’Italia e dall’estero per dare una mano, per formarsi, per approfondire!

  4. Legalità è l’attenzione ai famigliari delle vittime innocenti delle mafiee ai testimoni di giustizia. Sabato eravamo a Terrasini, in provincia di Palermo, con 400 famigliari. Persone che hanno avuto la forza di trasformare il dolore in impegno e chiedono tre cose: giustizia, verità, dignità. Ci hanno guidato per le strade di Milano, lo scorso 21 marzo: eravamo in 150mila. Con loro è nata nel 1995 la “Giornata della memoria e dell’impegno”, che quest’anno sarà a Potenza.

  5. Legalità sono quei percorsi che Libera anima in oltre 4500 scuole, quei protocolli firmati con circa il 70% delle università. E poi i progetti con alcune istituzioni e col ministero, la “nave della legalità”, la “carovana antimafie” che attraversa ogni regione d’Italia.  «La mafia teme la scuola più della giustizia. L’istruzione taglia l’erba sotto i piedi della cultura mafiosa» diceva Nino Caponnetto.

  6. Non può esserci legalità senza uguaglianza! Non possiamo lottare contro le mafie senza politiche sociali, diffusione dei diritti e dei posti di lavoro, senza opportunità per le persone più deboli, per i migranti, per i poveri. Legalità sono i gruppi e le associazioni che si spendono ogni giorno per questo.

  7. Legalità è la nostra Costituzione. E’ il nostro più formidabile testo antimafia. Le mafie e ciò che le alimenta – l’illegalità, la corruzione, gli abusi di potere – si sconfiggono solo costruendo una società più giusta.

  8. Legalità è speranza. E la speranza si chiama “noi”. La speranza è avere più coraggio. Il coraggio ordinario a cui siamo tutti chiamati: quello di rispondere alla propria coscienza.

Da “Vieni via con me” del 29 novembre 2010

Elenco delle cose che ancora oggi Machiavelli avrebbe da dire a chi governa il popolo italiano (legge Dario Fo)

  1. Sia chiaro: i consigli che il Segretario della Repubblica di Firenze dedicava al Principe in verità non sono a lui rivolti ma alla popolazione intiera del proprio regno. In poche parole si tratta di un vero e proprio machiavello col quale, fingendo di parlare al signore, si vuol dar l’avvisata ad ogni cittadino di come si articola e con quali trucchi si muove la macchina del potere.

  2. Ecco il primo consiglio:
    «Durante le tue concioni ai sudditi, Signore, se ti serve, non ti far niuno scrupolo di mentire, ma quella menzogna, bada bene, bisogna che tu la vada ripetendo in tempo breve per due, tre, financo sette volte e più di modo che, al fine, nelli orecchi di chi ti ascolta il falso si sarà trasformato in una pura e inconfutabile verità.»

  3. La seconda avvisata l’è questa:
    «Recorda che quei privati che per astuzia e appoggio della fortuna accumulata divengono prìncipi, con poca fatica ci riescheno, ma appresso, di molte altre corruzioni debbon giovarsi per mantenerlo quel potere. Perché dentro lo tuo governo fazioni continue se formeranno fino a trascinare entro una immancabile rovina te e tutti i tuoi consoli e consolatori.»

  4. Ecco il terzo suggerimento:
    «Assumi sempre nel tuo governo cortigiani scaltri d’ingegno e anco in truffalderia… meglio se questi si trovano sotto scacco della legge così potrai proteggerli da ogni incriminazione… in tal modo costoro ti saranno grati e alla tua più completa mercé. Ma quando le loro infamie saranno interamente scoperte dalla popolazione e dai giudici presentati al popolo tutto colmo d’indignazione e subitamente liberati di quella malagente…gridando via i traditori, badando bene di non farti trarre nel baratro con loro.»

  5. E il quarto consiglio recita:
    «Non farti mai cogliere nella condizione d’essere ricattato e ricattabile… ma nell’attimo in cui un accusatore ti andasse trascinando con le sue testimonianze nel pubblico ludibrio, tu appronta subito la contromossa nella quale lo sparlatore verrà accusato di atti indegni tali da trascinarlo a sua volta nel fango più putrido… non importa se poi appresso le tue accuse risulteranno false e artatamente concepite. Basta che tu, avanti a quelle calunnie le faccia pronunciare da un tuo tirapiedi ben conosciuto come fabbricante di infamie. E quel tuo servente nel processo verrà punito, tu ritenuto completamente innocente, e la vittima galleggerà per lungo tempo in quella palude di infamità.»

  6. Quinto ed ultimo consiglio:
    «Tieni a mente, Signore, che se una città e suo territorio tu giongi a conquistare, all’immediata tu debbi indagare de quello populo per conoscere de come ell’é stato governato innanzi che tu l’abbi ridotto in tua soggezione. Se scuopri che esso populo non sia uso a partecipare a governo del Comune in niuna forma e quindi nulla conosce dei suoi natural diritti del esser partecipe alla conduzione de esso governo, mantienlo come l’hai truovato. Non concedere a questi toi novi sudditi privilegio alcuno del qual non siano usi godere.  Se tu gliene facessi dono essi non intenderebbero mai la ragione di cotesta tua magnanimità e cadrebbero in grave sospetto.  Ma se tu, dopo aver assoggettato una città con suo territorio, venissi a scoprire che quello populo che ci abita da sempre è stato uso a governarsi da se solo, con proprie leggi liberamente decretate e podestà e gestori di governo eletti coi rituali comuni alla democrazia, non soffermarti a volerla governare quella gente: prosegui lungi da quella popolazione imperocché altrimenti te ne verrebbe gran danno.  Se poi tu, al di fuor d’ogni ragione o consiglio, vorrai tener soggetta  sotto dominio quella città e territorio, ti sarà soluzione unica che tu procuri di ruinare, di occidere dentro quelle mura ogni uomo e femmina… occidi anco i figlioli loro senza arrestarti dinnanzi agli infanti, e occidi anche quelli ancor non nati, chiocciolati nello ventre de loro madri… poiché il sapore di libertà alberga già in quelle picciole menti da che han vita, e nascono con quella volontà d’esser liberi, fissata a tal punto che sempre, in ogni momento si getteranno in forsennati tumulti contro di te per rifarsela propria, quella libertà… ad ogni condizione». Inteso, hai?

 

Da “Vieni via con me” del 29 novembre 2010

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