elezioni finite, ora si deve lavorare sul serio (di claudio lombardi)

Le elezioni si sono concluse, i commenti ci sono stati e sicuramente continueranno ancora per un po’, i presidenti eletti si godono l’attenzione dei media, i nuovi consigli si stanno per insediare e le giunte inizieranno a funzionare fra poco. Qualche piccola considerazione sul voto e poi vediamo che c’è da fare.

Il voto del 28-29 marzo indica tre fenomeni: l’astensionismo che sfiora il 40% dell’elettorato; il successo delle forze politiche che hanno una presenza territoriale vera o che parlano un linguaggio chiaro e netto che permette di capire subito cosa propongono e chi sono; il successo di liste che fanno capo a movimenti di opinione o sociali.

Si tratta di tre fenomeni che ci parlano di un elettorato sveglio che ha un rapporto disinibito con le forze politiche e che molto difficilmente segue disciplinatamente le indicazioni dei gruppi dirigenti dei partiti. Anche quando sembra che lo faccia, in realtà, rinnova la sua adesione a un progetto o a un’idea che esercita ancora la sua attrazione e che convince. La stessa astensione è una presa di posizione “estrema” e potenzialmente negativa perché lascia campo libero a quelli dai quali ci si allontana, ma significa anche che quella massa che ha la maggioranza relativa potrebbe esprimere un diverso orientamento alle elezioni successive e, da subito, potrebbe schierarsi, e condizionare tutta l’opinione pubblica, contro le politiche condotte da vertici istituzionali non riconosciuti come propri.

Il successo di chi parla con chiarezza e non ha “peli sulla lingua” e quello di chi parla a nome di movimenti di protesta o di lotta indica che l’insoddisfazione per lo stato delle cose è tanta, che si pretende che la politica dia messaggi chiari e riconoscibili, che si rifiuta il professionismo di chi mette la manovra fra partiti al centro della sua azione perché sembra occuparsi solo dei problemi del “palazzo” e non di quelli reali. E poi dalla delusione si passa ad imboccare la strada di una rifondazione della politica partendo da aggregazioni nuove che gruppi di cittadini creano in base ai propri orientamenti e agli obiettivi da raggiungere. In entrambi i casi si tratta di elettori che non accettano di essere manovrati da chi non fa capire cosa vuole perché è molto più attento agli equilibri di potere e alla propria carriera che alla missione di curare gli interessi della collettività.

Potrebbe sembrare paradossale, ma questi tre fenomeni rivelano un grande bisogno di attivismo civico, rivelano che il cittadino non vuole essere preso in giro e pretende di essere messo al centro della politica. Il vero tema di queste elezioni diventa dunque questo: la necessità di rifondare la politica e di rinnovare il sistema democratico perché sia lo strumento con il quale affrontare i problemi di governo della società. I partiti che non lo capiscono e si presentano come gruppi di professionisti concentrati sui loro problemi vengono colpiti. Ovviamente non tutto avviene con la lucidità di un progetto concepito da una singola mente, ma con la grossolanità, le contraddizioni e l’approssimazione di un processo che coinvolge milioni di persone. Per questo ci sono segnali contrastanti e per questo il declino delle “macchine di potere” non è così netto come potrebbe essere.

Disponibilità e vuoto: questi sono i termini che descrivono meglio la situazione di oggi. Disponibilità perché sia il voto che il non voto mostrano una società attenta ed esigente ed anche autonoma fatta di persone che ragionano con la loro testa e scelgono. Vuoto perché se queste persone non trovano, prima o poi, chi sia in grado di rappresentare le loro esigenze possono costituire la massa di manovra per lo smantellamento di una democrazia percepita come inutile.

C’è, però, un’altra parola chiave che descrive la situazione: attivismo. Può essere civico o politico o anche personale, ma indica comunque l’esistenza di energie che si muovono alla ricerca di un assetto migliore. L’attivismo civico, la cittadinanza attiva significano questo: ricerca del meglio nello spazio pubblico rispetto ad una situazione insoddisfacente. Ecco allora che dopo le elezioni, chiunque abbia conquistato il vertice delle regioni deve fare i conti con questa opinione pubblica, con questi cittadini che faranno meglio ad organizzarsi per promuovere le politiche che rispondono agli interessi della collettività perché se non lo fanno allora saranno i gruppi di potere ad agire (come fanno sempre) per il loro interesse particolare.

I temi non mancano. Non se ne è parlato in campagna elettorale, ma adesso sarà difficile sfuggire: i nuovi amministratori delle regioni dovranno lavorare per migliorare la situazione dei territori che devono amministrare.

Sanità, energie e ambiente, mobilità, assetto del territorio, sviluppo, efficienza amministrativa, assistenza. Sono solo alcune delle responsabilità che spettano alle regioni. Presto ne arriveranno altre con il federalismo fiscale che permetterà ai cittadini di confrontare imposte  e tasse pagate con i servizi resi perché non si potrà più fare lo scaricabarile fra Stato che prende i soldi e regioni che li spendono. Tendenzialmente le regioni si autofinanzieranno e dovranno spiegare ai propri cittadini che fine fanno i loro soldi. Sarà una bella prova per tutti, ma innanzitutto lo sarà per i cittadini che potranno e dovranno conoscere le cose e pretendere di partecipare alle decisioni e ai controlli. Un cittadino attivo ed esigente è la miglior garanzia che il sistema democratico serva ad una società che promuove le capacità individuali in un quadro di garanzie e di tutele accessibili a tutti.

Claudio Lombardi

Elezioni regionali: il diritto della forza o la forza del diritto? (di Claudio Lombardi)

Legge 23 agosto 1988, n. 400  “Disciplina dell’attività di governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei ministri”
Articolo 15, comma 2:
Il Governo non può, mediante decreto-legge:
a) conferire deleghe legislative ai sensi dell’articolo 76 della Costituzione;
b) provvedere nelle materie indicate nell’articolo 72, quarto comma, della Costituzione.”

Costituzione della Repubblica
Articolo 72, comma 4:

“la procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi.”

Non occorre aggiungere altro per descrivere l’anomalia della situazione che si è creata con il decreto-legge n. 29/2010 (“salva liste”). Il Governo ha evidentemente violato una norma di legge che discende da principi costituzionali mascherando da interpretazione autentica una innovazione sostanziale della normativa per le procedure che regolano lo svolgimento delle elezioni regionali. Ne ha, persino, disposto la retroattività in modo da consentirne l’applicazione ad atti procedurali già conclusi e sotto giudizio della magistratura. La forzatura del sistema costituzionale e dell’ordinamento giuridico è evidente e non è possibile camuffarla.

Da buoni cittadini dobbiamo chiederci: perché? E anche: ci riguarda oppure per noi non cambia niente?

Il perché è noto e va ricondotto ai problemi causati dagli incaricati del PDL per la presentazione delle liste che non hanno tenuto conto delle norme esistenti e le hanno violate in più modi fino a giungere all’incredibile abbandono degli uffici di Roma al momento della presentazione della lista e in coincidenza con il termine ultimo previsto per questo adempimento.

Di fronte ad una responsabilità così palese immediatamente si sono levate voci di protesta, da parte del partito escluso, che denunciavano la sottrazione del diritto di voto per una parte consistente dell’elettorato. È fin troppo facile osservare che se non ci si presenta in tempo conoscendo perfettamente le scadenze che vanno rispettate si tratta di un’autoesclusione. D’altra parte il responsabile di tale decisione ha ammesso con la propria voce di essersi allontanato dagli uffici volontariamente (esattamente: per mangiare qualcosa). Di fronte ad un comportamento così assurdo e gravemente scorretto nei confronti degli elettori del PDL, innanzitutto, i comportamenti dei dirigenti di quello schieramento sono stati di oggettiva scomposta agitazione con dichiarazioni confuse e al limite dell’irresponsabilità (“vogliamo la prova di forza”, “siamo disposti a tutto”). L’unica richiesta che poteva legittimamente essere fatta, partendo dalla presentazione delle scuse nei confronti degli elettori e degli organi preposti allo svolgimento ordinato delle elezioni, non è stata fatta. Si poteva semplicemente chiedere il consenso di tutte le forze politiche per il rinvio della data delle elezioni e, solo dopo averlo ottenuto, formulare una richiesta al Governo perché rinviasse, d’accordo con le Regioni interessate, la data del voto.

Se accompagnata da provvedimenti sanzionatori nei confronti degli autori dei pasticci procedurali questa richiesta sarebbe stata credibile poiché nessuno aveva interesse ad escludere una buona fetta di elettorato che si sarebbe trovato privo delle proprie liste.

Le cose, però, non sono andate così e, in un crescendo di agitazione e di confusione (sempre accusando non si sa bene chi di voler escludere il PDL dalle elezioni), si è giunti al decreto-legge n. 29. La rabbia non ha trovato un suo sfogo naturale nei confronti degli esponenti di quel partito che hanno fatto il pasticcio e si è, invece, indirizzata alla ricerca di ipotetici complotti rispetto ai quali si è affermato di poter violare tutte le norme in nome di una sostanza (la forza numerica) che prende il posto della forma cioè del diritto.

Nella storia non è una novità questo atteggiamento perché si tratta né più e né meno che di un comportamento rivoluzionario che si prepara a rovesciare un ordine in nome del diritto della forza in un confronto che si prevede possa e debba svolgersi solo su questo piano.

Ma torniamo alle domande iniziali: perché e quanto ci riguarda.

Il perché sta nella descrizione dei fatti e delle norme che, disciplinando un momento essenziale della vita dello Stato, corrispondono ad una sostanza vera fatta degli elementi di base che consentono la vita della collettività. Non si tratta né di burocrazia, né di forme inutili, ma di qualcosa che ci riguarda da vicino perché sostanza non sono solo i numeri, ma anche gli accordi fra cittadini che decidono, attraverso il lavoro delle istituzioni, le regole della convivenza. Senza questi accordi la vita insieme non sarebbe possibile e diventerebbe un rischio continuo perché nessuno potrebbe mai essere sicuro dei propri beni e della propria stessa vita esposti ad ogni genere di prepotenza in nome della forza. Non è un caso che caratteristica essenziale delle democrazie sia la limitazione dei poteri delle maggioranze nell’ambito delle regole fissate nelle leggi.

Però il Governo ha deciso lo stesso di prendersi un potere che non gli spetta scrivendo norme che non poteva scrivere e imponendole con un atto di forza (perché tale è un decreto-legge emanato al di fuori delle regole). Tutti i cittadini devono essere molto preoccupati perché questo atto non è l’unico che è stato compiuto forzando la lettera e lo spirito della Costituzione, ma è l’ultimo di una serie di comportamenti, di decisioni e di forzature che sono diventati un problema serio per gli italiani.

Avremmo bisogno tutti di stabilità e di comportamenti costruttivi perché il nostro Paese ha bisogno di essere ben governato e di rinnovarsi per costruire il proprio futuro. Sono tante le cose che andrebbero fatte per migliorare la nostra situazione e, invece, vediamo il succedersi di vicende giudiziarie che scoprono un mondo di soprusi, di corruzione e di menefreghismo per i problemi dell’Italia. Il nostro Stato è visto, da tanti che hanno o hanno avuto in mano le leve del potere, come un deposito di denaro a cui attingere liberamente per i propri comodi e da altri come un terreno di incursione di bande armate che tentano di impadronirsi di singoli pezzi delle istituzioni. Nella lotta per finirla con questa situazione vorremmo veder impegnati tutti i partiti e i loro rappresentanti nelle istituzioni e, invece, questo non accade.

Sarebbe arrivato il tempo di una vera grande riforma: rinnovare il sistema democratico mettendolo sulle basi solide della partecipazione alla vita politica ed amministrativa da parte dei cittadini intesa come modalità strutturale per concorrere al governo della cosa pubblica. Se una rinascita dell’Italia è possibile questa passa per uno Stato più forte ed autorevole perché espressione di una società capace di rinnovarsi e di stabilire un nuovo patto di convivenza civile basato sul riconoscimento della dimensione pubblica come l’unica che può dare ad ognuno la possibilità di sviluppare le sue capacità e che può garantire l’intreccio fra diritti, doveri e responsabilità.

Claudio Lombardi

Corruzione, Protezione civile e diritti dei cittadini (di claudio lombardi)

Ancora corruzione, ancora i soldi degli italiani rubati. Grazie ai magistrati e ai mezzi di indagine di cui dispongono (fino a che il disegno del Governo che mira ad annullarli non si realizza) noi cittadini veniamo a conoscenza di un altro pezzo del nostro mondo. Ora tocca alla Protezione civile. Una struttura destinata a fronteggiare calamità naturali con interventi di emergenza e da tutti per questo conosciuta, è coinvolta in un’inchiesta che, per ora, ha già rivelato comportamenti dei quali il magistrato accerterà la rilevanza penale, ma che agli occhi del cittadino appaiono da subito moralmente ripugnanti. Ma bisogna capire prima di giudicare. Partiamo da alcune informazioni su cosa è la Protezione civile.

Nasce nel 1992 il Servizio nazionale per la protezione civile che opera attraverso il Dipartimento appositamente costituito ed incardinato nell’ambito della Presidenza del Consiglio.

Nel 1999 viene prevista l’istituzione di un’Agenzia di protezione civile ente di diritto pubblico indipendente dalla Presidenza del Consiglio che, però, non vedrà mai la luce per le resistenze dei governi in carica in quegli anni.

Nel 2001, appena nominato Presidente del Consiglio, Berlusconi sciolse l’Agenzia e ripristinò il Dipartimento per la protezione civile alle dipendenze della Presidenza del Consiglio estendendone le competenze alla gestione dei cosiddetti “grandi eventi” e nominando Guido Bertolaso direttore del Dipartimento. Da quel momento qualunque evento ritenuto rilevante dal Governo poté essere affidato per la sua realizzazione alla Protezione civile con una semplice Ordinanza di protezione civile emanata dal Presidente del Consiglio che prevede la nomina di un Commissario del Governo e la deroga a tutte le leggi vigenti in materia di appalti (italiane ed europee), ambiente e contabilità pubblica.

Negli ultimi 9 anni si può stimare che siano state emanate oltre 600 ordinanze di protezione civile nelle materie più varie dalle vere emergenze ad una molteplicità di eventi che non si capisce come siano potuti entrare nelle competenze della protezione civile (summit internazionali, manifestazioni sportive, incontri di preghiera, lavori pubblici per manutenzione e riparazione vari). Ciò che va sottolineato, però, è che tutti questi eventi hanno richiesto la realizzazione di opere pubbliche con una spesa complessiva (mai dichiarata) valutata in oltre 10 miliardi di euro (circa 20.000 miliardi di lire) tutti erogati e spesi, va ricordato ancora, senza il vincolo del rispetto delle leggi vigenti e senza alcun controllo.

Recentemente la Commissione europea ha stabilito che solo gli interventi strettamente collegati alle emergenze e alle calamità naturali (per questi fu creata la Protezione civile che nel nome stesso richiama le ragioni della sua esistenza) possano derogare alle regole europee per le gare di appalto. Ne consegue che il non rispetto delle leggi per i lavori pubblici non potrebbe in alcun caso riguardare la ricostruzione successiva alle calamità e meno che mai i cosiddetti “grandi eventi” che non hanno, evidentemente, niente a che vedere con gli interventi di protezione civile.

È ancora in discussione in Parlamento (15 febbraio 2010) la proposta del Governo di dar vita ad una SpA di proprietà della Presidenza del Consiglio che svolga gli interventi che oggi effettua il Dipartimento della protezione civile. In quanto società per azioni questa sfuggirebbe ai controlli sia della Corte dei conti (ma questo si verifica, di fatto, anche oggi per le spese della Protezione civile) sia a quelli della UE.

In pratica con la proposta del Governo si avrebbe una SpA di proprietà non dello Stato, ma di un suo organo – la Presidenza del Consiglio – destinata ad effettuare tutti gli interventi che la stessa Presidenza del Consiglio (con l’avallo del Consiglio dei Ministri) ritenesse necessari in qualsivoglia settore. E tutto senza rispettare nessuna regola in materia di appalti, contabilità pubblica, tutela ambientale, paesaggistica e artistica.

Questo è il quadro. Facciamo qualche considerazione partendo da quanto affermato da Guido Bertolaso in un’intervista al Sole24ore del 14 febbraio. Dice Bertolaso: “dire che in Italia la protezione civile deve occuparsi solo di terremoti, vulcani e alluvioni è facile, ma è pura demagogia. In un Paese come il nostro, dove non ci sono regole funzionanti e ci sono procedure arrugginite, alla fine tutti chiamano noi, da destra e da sinistra, per fare un’autostrada o una ferrovia, per aprire una discarica, per riattivare un termovalorizzatore, per fare un intervento di bonifica ambientale. E noi cosa dovremmo rispondere, che affrontiamo le emergenze naturali, ma non i problemi di questo Paese? “

Ecco descritta in maniera chiara la nascita di uno Stato parallelo, autoritario, in mano a poche persone che dicono di fare tutto nell’interesse generale, ma che si sono ritagliate un potere immenso lontano dalle regole e dai controlli e vorrebbero espanderlo e consolidarlo. Il perno di questo stato parallelo che stanno cercando di costruire è la Presidenza del Consiglio che, però, non avrebbe alcun titolo per esserlo visto che non è la depositaria della sovranità popolare, bensì una delle istituzioni che discendono da questa e che ha senso solo come parte di un sistema democratico che si articola in diversi poteri e funzioni. Finchè è in vigore la nostra Costituzione non ci possono essere da nessuna parte “i padroni dello Stato” liberi di non rispettare le leggi e di usare come vogliono i soldi dei cittadini. E, invece, con la scusa delle procedure arrugginite chi ha il compito e i numeri per cambiarle e per far funzionare meglio la macchina amministrativa non lo fa, ma coglie il pretesto delle arretratezze per prendere il potere al di fuori della lettera e dello spirito della Costituzione. E Bertolaso, che si dice al servizio dello Stato, afferma candidamente che la Protezione civile si dovrebbe occupare, in generale, dei problemi del Paese. Di quale Stato è al servizio Bertolaso? Conosce la Costituzione della Repubblica italiana o pensa che anche quella possa essere superata per decreto del Presidente del Consiglio? E poi chi ci pensa veramente ai problemi degli italiani? Tutto deve essere nelle mani della Presidenza del Consiglio e della Protezione civile? E le Regioni, i comuni, le province che fanno? E il Parlamento che ci sta a fare? E poi come viene speso il denaro dello Stato cioè di tutti noi ?

Pensiamo allo scandalo scoppiato in questi giorni intorno alla Protezione civile e pensiamo ai genitori cui spesso viene chiesto un contributo per le spese di funzionamento della scuola perché lo Stato non da’ i soldi in misura sufficiente e ha buttato, con la scusa dell’autonomia scolastica, sulle spalle dei presidi e dei genitori l’onere di tenere aperte le scuole. Come mai, invece, i soldi ci sono e ne vengono spesi tanti quando si tratta di gestire lavori pubblici senza regole o di finanziare gli sprechi di troppe amministrazioni dove i corrotti detengono posizioni di comando? E allora quali sono i “problemi del Paese” di cui parla Bertolaso se lo Stato manda a picco la scuola pubblica che forma le generazioni future? Anche per questo vogliamo chiamare la Protezione civile e i suoi imprenditori di fiducia?

Domandiamoci, però, cosa significa tutto ciò. Sembra che stia avanzando un progetto autoritario di tipo nuovo che non ha bisogno di ricorrere all’esercito per affermarsi perché la sua forza sta nella passività dei cittadini e nella conquista di tutte le posizioni di potere progressivamente piegate ad un progetto eversivo che si fonda anche sulla possibilità per molti di arricchirsi con i soldi di tutti. L’uso delle istituzioni legittime per imporre un regime diverso è un’esperienza già fatta varie volte in Europa e sempre con conseguenze catastrofiche per i popoli. Ma da noi l’incapacità dello Stato di costruire il futuro degli italiani si esprime sempre in due modi: non si raggiungono i risultati (istruzione, efficienza, servizi pubblici, assetto del territorio ecc) e si sprecano le risorse pubbliche che continuano ad affluire nelle casse dello Stato grazie al lavoro di tutto il Paese. Se queste risorse non vengono spese bene e non si investe sulla crescita non c’è futuro. Dove stanno le classi dirigenti che dovrebbero guidare la soluzione dei problemi strutturali dell’Italia in un mondo dove tutti cercano di progredire per vivere meglio?

Dice il Presidente del Consiglio che i magistrati si dovrebbero vergognare di aver rivelato la corruzione che si nascondeva dietro gli interventi della Protezione civile. E che ci stanno a fare i magistrati se non proteggono i cittadini, le istituzioni e lo Stato contro i malfattori che violano le leggi e derubano tutti noi? E un Presidente del Consiglio dice che si dovrebbero vergognare? Ma allora cosa si nasconde dietro lo stesso Berlusconi? È legittimo domandarcelo. Siamo ancora in Italia, esiste ancora lo Stato democratico o siamo tornati al regime feudale e non ci siamo accorti che siamo tutti sudditi delle bande che hanno conquistato il controllo del territorio?

La realtà è che si sta chiarendo un disegno che calpesta i diritti dei cittadini e vorrebbe cambiare la natura del nostro sistema costituzionale mettendo il comando al posto della rappresentanza con la scusa che tutto sarebbe deciso più rapidamente. Sì, anche il bandito che rapina una banca è molto veloce se lo si lascia fare. Ma a noi cittadini serve veramente essere comandati in questo modo?

La risposta è, ovviamente, no visti i risultati, gli sprechi, le ruberie, e le associazioni a delinquere che fioriscono con questi sistemi di governo. E non ci serve perché è impossibile governare nell’interesse dei cittadini pensando di affidare tutto il potere ad uno solo al comando. Se l’Italia vuole sperare di risolvere i suoi problemi e guardare al futuro non ha bisogno della Presidenza del Consiglio che prende il potere e usa la Protezione civile come suo braccio operativo: ha bisogno che si mobilitino le energie migliori di ognuno e che queste vengano inserite in un sistema-Paese che funzioni e che utilizzi e valorizzi le capacità. L’Italia deve crescere, deve produrre più ricchezza che si traduca, innanzitutto, in una migliore qualità della vita per le persone. E per questo ha bisogno di uno Stato democratico dove le bande di sfruttatori, di ladri e le associazioni a delinquere, e tutte le mafie siano messe al bando e neutralizzate perché loro sì costituiscono da sempre il problema dei problemi di questo nostro sfortunato Paese.

Claudio Lombardi

Rosarno: negazione dei diritti e violenza (di claudio lombardi)

I fatti di Rosarno con gli atti di violenza compiuti dai lavoratori stranieri e quelli ancor più gravi degli abitanti della cittadina calabrese impongono di ragionare.

Il primo impulso è di solidarietà con i lavoratori immigrati – irregolari o regolari non fa nessuna differenza – trattati in maniera disumana e ferocemente sfruttati da chi gestisce e utilizza il loro lavoro.

Chi si permette di trattare nella maniera che abbiamo visto e conosciuto attraverso fotografie, testimonianze e televisione persone in stato di bisogno che offrono il loro lavoro non ha alcuna giustificazione.

Senza se e senza ma, come si usa dire da qualche tempo, questi pretesi datori di lavoro, questi procacciatori di manodopera devono essere indicati come persone non degne, vergogna del loro paese, nocivi per la stabilità sociale, l’economia e l’ordine pubblico. Si tratta di asociali che pensano solo allo sfruttamento di ogni debolezza altrui per incrementare la loro ricchezza che non sono nemmeno capaci di tradurre in una crescita generalizzata del contesto sociale ed economico in cui vivono.

Così come già accaduto con la catastrofe ambientale e con la speculazione edilizia nel Mezzogiorno (con danni enormi per l’ambiente e molte vittime) la criminalità organizzata – che si chiami mafia, camorra e ‘ndrangheta o in altro modo – occupa con il suo malgoverno gli spazi lasciati liberi dal governo legittimo e dallo Stato.

Non è facile immaginare il tipo di vita che si possa condurre in un territorio così profondamente inquinato da chi ha fatto della violenza la sua legge e riesce ad imporla all’intera popolazione che sa benissimo di non poterla espellere e di dover rispondere più a questa legge che a quella dello Stato.

Lo stravolgimento che si realizza nella vita delle collettività locali ricorda più la situazione di territori martoriati dalle guerre o in mano a eserciti stranieri.

Il problema è che nel caso del nostro Sud l’esercito straniero è la parte più forte della società civile, nasce da quei territori ed è radicato nel modo di vivere e nella cultura che imprime il suo segno sulle relazioni sociali e sul modo in cui si formano e si esprimono le gerarchie sociali.

La convivenza con le mafie ha impedito che nascesse una cultura civile democratica predominante in grado di confinare ad ambiti marginali la delinquenza che, invece, si pone come potere in grado di controllare il territorio e di condizionare le istituzioni democratiche.

La caratteristica principale di questa situazione è la negazione dei diritti delle persone. Sembra affermazione scontata e ripetitiva. Sembra il meno e, invece, è il più.

Occorre sempre ricordarlo perché i diritti esprimono il riconoscimento sociale, con la mediazione di norme giuridiche e di impegni di governo delle istituzioni, di valori e principi che servono per vivere in un ambiente sociale ed umano che sollevi dalla paura degli altri e rafforzi la speranza e la fiducia.

Speranza e fiducia: questi sono i valori di fondo indispensabili alla convivenza pacifica che si esprimono attraverso i diritti. Qui non si tratta di distinguere fra cittadini e stranieri perché ci sono diritti che, non solo la nostra Costituzione riconosce come propri dell’essere umano, ma anche l’intelligenza e il buon senso accettano come inevitabili se si vuole mantenere la coesione e la stabilità sociali.

Che speranza di futuro può avere una società nella quale agli stranieri sia riservato un trattamento che disconosce fondamentali diritti che, invece, si pretende di riservare solo ai cittadini?

In un mondo sempre più fondato sull’interdipendenza una società di questo tipo sarebbe condannata, prima o poi, alla guerra che non è mai una romantica avventura (come, forse, pensano tante teste vuote che si riconoscono nei simboli di pseudoculture guerriere di cui non hanno alcuna esperienza), ma è fatta solo di distruzione e morte.

E che tipo di ordine sarebbe quello di uno Stato nel quale la cultura dominante e praticata darebbe per scontata la negazione della persona in quanto tale?

A quante violenze quei cittadini sentirebbero di avere diritto per difendere i propri interessi?

E come si impedirebbe alla cultura della prevaricazione e della negazione dell’umanità di dilagare nei confronti di tutti quelli che si manifestassero come più deboli?

Chi è così ottuso da non capire che solo la pacifica convivenza, la stabilità sociale e la coesione sono le condizioni per un arricchimento generale e perché ognuno trovi le condizioni per esprimere le sue capacità migliori? Chi?

Purtroppo di ottusi ce ne sono tanti.

Per esempio tutti quelli che gridano contro i clandestini dopo che una legge ipocrita ha sancito che debba venire in Italia solo chi ha già un lavoro sicuro sapendo benissimo che un lavoro lo si trova solo dopo essere arrivati qui.

Chi, con bieca furbizia, ha rovesciato su tutti gli italiani e sugli stranieri, con la forza e l’autorevolezza della legge, il peso di trovare una soluzione al dramma epocale rappresentato dalle migrazioni dovrebbe essere qualificato incapace di legiferare e di governare.

Invece pontifica e continua a detenere le leve del potere.

Ma gli ottusi non lo capiscono. Così come non capiscono che senza i lavoratori stranieri l’Italia non funzionerebbe più come adesso. Frutta, verdura, zootecnia, fabbriche, servizi familiari, commercio al dettaglio e una miriade di lavori che ci permettono di vivere e che dovremmo elencare uno per uno se non bastasse guardarsi in giro o dentro le proprie case per capire cosa vale il lavoro degli immigrati.

Ma l’ottuso pensa che toccherebbe agli altri e che ciò che a lui serve non sarebbe toccato.

E che dire degli abitanti di Rosarno che per anni non hanno visto oppure hanno visto, ma accettato le condizioni disumane in cui venivano tenuti i lavoratori stranieri e non si sono ribellati di fronte alle angherie e ai soprusi a loro riservati e adesso parlano pure di ospitalità tradita?

Perché non provano loro a godere dei “privilegi” della stessa ospitalità?

E tutti quelli che dovevano vedere e non hanno voluto vedere dove li classifichiamo? Ottusi, vigliacchi o complici?

No, non è in questo modo che può vivere una collettività che vuole prosperare e credere nel futuro.

Occorre che in Italia si realizzi una rivoluzione culturale che metta al primo posto quei valori scritti nella nostra Costituzione che non sono mai citati dai politici che continuano a cianciare di fantomatiche riforme e non si rendono conto che il loro compito è di guidare la nazione anche con il rigore e l’esempio sulla base di valori che uniscano la collettività.

La prima riforma da fare sarebbe quella di unirsi per costruire un Paese civile fondato su una cultura dei diritti, della solidarietà, dell’accoglienza non solo dello straniero, ma anche delle risorse e delle capacità che in tanti possiedono (i giovani innanzitutto) e a cui viene negato diritto di cittadinanza in Italia. Accoglienza, apertura, disponibilità sono caratteri propri di una società che si sviluppa e che diventa ricca per la qualità delle persone che riesce a formare e che la compongono.

La cultura dei diritti è la condizione di base per lo sviluppo di questo tipo di società e la cittadinanza attiva ne costituisce la migliore espressione.

 

Claudio Lombardi – Cittadinanzattiva Toscana, Marche e Umbria

L’insostenibile leggerezza della sostenibilità (di Mauro Chessa)

Alcuni vedono nella parola ‘sostenibilità’ un mantra, salvifico attraverso la continua ripetizione; penso alla discrasia tra le decennali dichiarazioni dei governi e i summit mondiali, inconcludenti persino nel tratteggiare la speranza di non perseverare nella direzione opposta alla sostenibilità.

Non banalizzo, il tragitto della sostenibilità impegna scelte di immensa portata, che intrecciano l’economia con aspetti sociali e politici di respiro mondiale, non è questione che si possa risolvere tra pochi volenterosi: forse potremmo realizzare un microcosmo sostenibile, ma se è parte di un contesto disastroso avremmo ottenuto poco più che un alibi per la nostra coscienza.

Tuttavia la consapevolezza dell’impotenza dei singoli e dei pochi non significa affatto che questi possano sentirsi deresponsabilizzati, è anzi un potente sprone – considerato che la posta in gioco ha carattere esistenziale – per l’impegno verso la crescita di una coscienza collettiva sempre più pervasiva, radicata nella conoscenza e nella consapevolezza.

Con tale spirito Cittadinanzattiva Toscana ha affrontato la tre giorni sulla sostenibilità organizzata dalla Regione Toscana con il Centro Tecnico per il Consumo (Lucca 23-25 ottobre 2009), cercando di portare un contributo alla comprensione del grande affresco che è la sostenibilità. L’opuscolo prodotto per quell’occasione (‘Sostenibilità – Un’antologia, con l’ambizione della sostenibilità’) ha la funzione della cartina stradale, uno strumento per non perdersi nelle molte vie che percorrono – talvolta aggirano – il tema che stiamo trattando. Da quel documento propongo tracce che spero possano servire ad aprire riflessioni ed evitarci il rischio di essere tra coloro che recitano mantra.

Entriamo per gradi nella complessità della sostenibilità, con un’ovvietà: è sostenibile qualsiasi azione o modificazione che non eccede la capacità di un sistema di mantenere immutati i propri equilibri; il concetto di sostenibilità può quindi essere applicato sostanzialmente a qualsiasi universo, dall’intero orbe terracqueo, con tutte le sue componenti, a specifici ambiti, come lo sfruttamento delle risorse fossili per l’energia.

Ogni processo, per le regole assegnate a questa parte di Universo, è inevitabilmente connesso ad altri che insieme costituiscono un diverso e più ampio livello materiale o cognitivo. Ne consegue che una funzionale percezione della sostenibilità vede questa come una cipolla: il cuore è uno specifico argomento che si voglia misurare con il suo metro, compreso nei più ampi involucri concentrici, fino alla cuticola esterna, che è la dimensione globale onnicomprensiva.

Questa gnoseologia geometrica è orfana della quarta dimensione: il tempo, in particolare nella sua metrica antropica. Possiamo infatti individuare fenomeni che nella scala universale dei tempi sono invarianti rispetto agli equilibri planetari, ma che risultano impattanti nel lasso di una o poche generazioni: si pensi all’irrilevanza della cementificazione delle coste se proiettata nell’apocalisse dell’orogenesi e della deriva dei continenti, che Jahvè mette in scena dalla notte dei tempi.

La sostenibilità deve quindi essere commisurata anche all’angusta prospettiva temporale che è propria del nostro genere. Ma declinando la sostenibilità sulla dimensione antropica vediamo che è necessario aggiungere molto più che la variabile tempo: l’uomo è soggetto sociale complesso, la qualità della nostra vita non è commisurata esclusivamente all’integrità fisico-chimica e biologica dell’ambiente (l’uomo di Neanderthal non viveva meglio di noi, non di tutti), ma anche all’insieme dei fattori che costituiscono il sistema relazionale. I macro temi della cultura (istruzione, educazione, crescita culturale …), dell’economia (lavoro, accessibilità dei beni …) e della socialità (qualità delle relazioni interpersonali e intergruppo, senso di sicurezza e soddisfazione …) entrano di diritto tra gli elementi della valutazione antropica della sostenibilità.

Questi fattori scontano valutazioni variabili nel tempo e nello spazio. Un esempio: le comunità amazzoniche erano oggettivamente sostenibili in termini sia ambientali sia delle strutture sociali, ben regolate, dove lo stress e le tensioni tipiche della società occidentale erano sconosciuti; ma il contatto con la ‘civiltà’ le ha destabilizzate, creando disadattati incapaci di integrarsi nel mondo tecnologico e globale, che è assai meno sostenibile (in termini ambientali e sociali) della loro condizione originaria. La soddisfazione di queste comunità nel percepire la sostenibilità della propria condizione è paradossalmente drasticamente diminuita.

Questo per dire che prima di stabilire come possiamo conseguire la sostenibilità è necessario stabilire cosa è la sostenibilità, faccenda per nulla scontata: c’è chi parla di ‘sviluppo sostenibile’ e chi sostiene che ‘sviluppo’ e ‘sostenibilità’ risultano antitetici. Latouche argomenta che l’attuale sviluppo economico, basato sul continuo incremento di produzione delle merci, sia incompatibile con il principio fondante la sostenibilità: non depauperare le risorse naturali. Latouche coglie anche il legame culturale che si è stabilito tra l’economia di mercato e la percezione della qualità della vita (consumismo), che ha rimosso la sostenibilità dalla coscienza collettiva, lasciando ampi margini al sovrasfruttamento delle risorse naturali, all’aumento delle emissioni inquinanti, alla mercificazione dei beni e dei servizi. È principio generalmente acquisito, anche tra coloro che non condividono le tesi di Latouche, che la sostenibilità non può essere regolata agendo direttamente sulle manopole dell’economia e dell’ambiente, riducendo l’uomo a omino del calciobalilla, manovrato da fuori; è indispensabile innestare il principio della responsabilità – quindi della centralità della persona (intesa sia come soggetto complesso, dotato di una dimensione che va dal materiale al trascendentale, sia come mattone elementare della società locale e globale) – nel dovere di ogni generazione di non consegnare a quelle future un mondo impoverito e degenerato; dovere che non può essere allontanato dalla cittadinanza e posto in capo ai governi, come se questi potessero sopperire al disimpegno delle società che li esprimono.

È indispensabile il coinvolgimento attivo delle popolazioni e delle persone nelle politiche della sostenibilità, nessuna di queste può aver successo se non è compresa – anzi, sviluppata – e sostenuta dalle popolazioni, come mostrano i danni alla salute che infliggiamo caparbiamente a noi stessi per lo scarso successo nel ridurre l’uso dei mezzi di trasporto privati nelle nostre città.

Con quest’ottica risulta evidente il ruolo che Cittadinanzattiva può svolgere nel percorso verso l’obbiettivo della sostenibilità, che – qualunque cosa si voglia che sia – può essere raggiunta solo attraverso la crescita collettiva nell’esercizio del diritto/dovere di essere pienamente Cittadini.

Mauro Chessa Cittadinanzattiva Toscana

Lettera di Natale della casa per rifugiati “Pedro Arrupe”

Un nuovo Natale è alle porte e davanti alla culla vuota del presepe domestico il cuore ci si stringe per la difficoltà che quest’anno avvertiamo nel  celebrare le festività natalizie.

Anche questo inverno, in un doloroso e macabro rituale, nella nostra città di Roma i barboni continueranno a morire di freddo, i bambini rom ripeteranno le litanie di giochi vissuti tra fango e lamiere, gli immigrati sbatteranno la testa per cercare soluzioni estreme ad una vita diventata impossibile ed asfissiante. Si ripete il rito del panettone e con esso rivive in noi il pensiero a quanti abitano, sempre più popolosi, il margine sociale di un tessuto urbano liso e sfilacciato, aggredito vigliaccamente nei suoi confini più fragili, preso a morsi nei suoi valori multietnici ed ecumenici.

Non troviamo nel cuore la sufficiente spensieratezza per decorare il nostro Centro e illuminare con le luci del Natale le nostre finestre; ci si strozza la voce in gola nell’intonare i vespri natalizi.

Innanzi allo spettacolo quotidiano dei tanti fantasmi che animano le notti della nostra borgata, non possiamo davvero, in un gesto ciclico che rasenta l’ipocrisia, dare forma al finto abete decorato e popolare il presepe di plastica fatto di pastori e angeli.

Questo Natale 2009, come equipe del Centro Padre Arrupe, lo vivremo in maniera particolarmente sobria per privilegiare il silenzio, l’ascolto, la vicinanza morale e fisica agli ultimi del nostro territorio, per condividere con loro il dolore nascosto di ingiustizie quotidiane perpetrate da politiche sorde e xenofobe e ascoltare gli echi lontani di una festa divenuta simbolo di una folle isteria collettiva.

Lo faremo uscendo dal Centro e condividendo la serata della vigilia di Natale con il popolo rom che  ha vissuto negli ultimi mesi il dramma del rifiuto e dell’indifferenza ed entrare con esso  in un presepe vivente di pace e speranza.

Con l’augurio più sincero  di un santo Natale finalmente vero ed autentico, un Natale senza paura ma ricco di speranza

Carlo, Dzemila e gli operatori del centro Padre Arrupe

Centro per famiglie e minori “Padre Arrupe” – www.padrearrupe.com

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