La ricchezza sarà comune o non sarà: una terza strada fra pubblico e privato (di Alberto Biancardi)

Il titolo è preso in prestito, con qualche adattamento, da André Breton, il leader dei surrealisti francesi. Infatti, la citazione corretta sarebbe “la bellezza sarà convulsa o non sarà”.

 Lo spunto mi è venuto leggendo le posizioni espresse dal leader dei Conservatori inglesi, David Cameron che si riflettono anche nel programma di governo. Nel quadro di un indirizzo di generale decentramento amministrativo si prevede, con molta enfasi in verità, che alcuni servizi pubblici siano forniti da strutture decentrate e partecipate direttamente dai cittadini, incoraggiando la responsabilità del singolo individuo.

 È noto che sul tema della partecipazione di cittadini e consumatori alla definizione e all’erogazione dei servizi pubblici c’è una letteratura economica molto ampia. Lo stesso tema dell’imprenditore sociale è oggetto da qualche tempo di particolare attenzione da parte degli economisti, ma anche dei politici e degli amministratori.

 Fra i contributi cui si può fare riferimento, particolarmente interessanti mi sembrano quelli di Elinor Ostrom (Nobel per l’economia nel 2009). La motivazione principale dell’assegnazione del premio sta proprio nell’aver dimostrato come i beni comuni possano essere gestiti adeguatamente da unioni e accordi fra utilizzatori dei medesimi beni. Ostrom, infatti, ha studiato in quali circostanze una comunità sia in grado di identificare e applicare tutte le norme comportamentali alla base della produzione e ripartizione di un bene comune, senza alcun intervento da parte del governo centrale.

 La ricerca di Elinor Ostrom e dei suoi collaboratori non è solo di tipo teorico e formale, ma anche sperimentale e basata sullo studio di situazioni vigenti in svariate realtà. È interessante osservare come dalle analisi sperimentali e dai case study il coordinamento fra individui emerga spesso come soluzione efficiente e preferita dagli individui, anche se attraverso modalità differenti fra loro.

 L’analisi è riferita ai cosiddetti pool di risorse comuni (common-pool resources), cioè quei beni – si pensi ai pascoli alpini o alle aree di pesca – il cui consumo ha bassa escludibilità ed elevata rivalità.
Non è, dunque, una regola definita al di fuori della comunità che consente di coordinarsi e di rendere sostenibile l’azione del consumo: sono i singoli individui che percepiscono come singolarmente e collettivamente conveniente il coordinamento. Anzi, proprio in base a questa percezione, si definiscono regole – talvolta implicite – per limitare l’uso della risorsa comune e per sanzionare chi dovesse decidere di non adottare il comportamento cooperativo.

Le condizioni che si devono verificare affinché i singoli individui siano indotti a collaborare sono riconducibili, in estrema sintesi, alla creazione di un sistema di mutua identificabilità di ciascun individuo e di elevata informazione sulle conseguenze derivanti dall’azione individuale e collettiva.

In sostanza, per l’esplicarsi della cooperazione e per garantire la sostenibilità del pool di risorse comuni devono venire meno i comportamenti che, seguendo la terminologia in uso nella teoria economica, portano alla cosiddetta tragedy of the commons che consiste essenzialmente nell’incentivo a sovra sfruttare la risorsa in assenza di limiti e controlli. Il rimedio sta nella consapevolezza che, nel lungo periodo, lo stesso consumatore egoista sarebbe privato della disponibilità del bene e, quindi, nella preferenza per un modello di coordinamento con gli altri consumatori (e produttori, nel caso) per garantire la sostenibilità del comportamento della collettività nel suo complesso.

È interessante notare che le alternative alla tragedy of the commons (cioè, la distruzione della risorsa pubblica) costituite dalla privatizzazione, dalla regolazione dei comportamenti e dall’affidamento ad un operatore pubblico, secondo la Ostrom, presentano ognuna dei limiti e delle problematicità.
Infatti, affidare a un’entità terza – privata o pubblica – rispetto alla comunità locale la gestione del pool rischia di rivelarsi inefficace al fine di tutelare la medesima risorsa, in quanto sia l’organizzazione pubblica che quella privata hanno propri obiettivi che non necessariamente implicano una piena tutela della risorsa.

A tal fine, vanno comunque imposte regole, all’operatore pubblico e a quello privato. Tuttavia, le informazioni non sono sempre disponibili in misura adeguata presso il governo centrale (e/o il regolatore) e, di conseguenza, il processo di definizione delle norme rischia di essere lungo e le stesse norme rischiano di essere imprecise.

In definitiva, gli strumenti della privatizzazione, dell’affidamento a un operatore pubblico e della regolazione non sono privi di controindicazioni: dunque , l’affidamento della gestione della risorsa a una comunità locale in grado di autoregolarsi è un’opzione percorribile e che, talvolta, può rivelarsi più efficiente delle soluzioni adottate più comunemente.

Ciò rende interessante il richiamo al programma dei conservatori. Non è certo la prima volta che destra e sinistra intersecano il loro percorso su questi argomenti. La stessa anima della sinistra, riguardo al rapporto fra Stato e cittadino, è storicamente duplice, e vede la convivenza fra tesi che identificano nella grande impresa pubblica e nel governo centrale la via maestra da seguire (tesi finora prevalente sotto il profilo applicativo), con quelle che auspicano il decentramento e l’adozione di schemi di democrazia diretta. Ciò che colpisce è che questo orientamento di sinistra che auspica il decentramento non è così lontano da molte delle posizioni del liberismo, anche di quello più radicale.

Ovviamente nelle posizioni di Cameron conta molto che questo è uno dei punti su cui è più probabile che si possano conseguire risparmi nel bilancio pubblico. L’alternativa, nella sua logica, sembra essere fra tagli indiscriminati – che colpirebbero comunque più i poveri che i ricchi – e misure di decentramento e affidamento ai cittadini di parte dei servizi pubblici, almeno in teoria in condizione di non peggiorare il livello di fornitura dei servizi medesimi e, al tempo stesso, di consentire un miglioramento dello stato della finanza pubblica.

Detto questo, un’ulteriore considerazione è direttamente connessa all’analisi di Elinor Ostrom che si è concentrata molto nell’analisi di contesti lontani da quelli che caratterizzano l’Occidente: si pensi alle riserve di caccia degli Indiani d’America, piuttosto che alla condivisione delle risorse idriche in sistemi agro pastorali asiatici. Ciò, però, non ha impedito di formulare osservazioni assai pregnanti riferite a situazioni ben più complesse e “occidentali”. La stessa Ostrom, in un recente articolo, ha rilevato come le caratteristiche dei pool di risorse comuni non siano attribuibili solo ai prodotti e servizi fruibili presso pascoli, aree di pesca o simili, che lei stessa e i suoi collaboratori hanno a lungo studiato. Internet o i mainframe informatici, ad esempio, sono considerabili common-pool resources, e lo sarebbe persino la finanza pubblica. Non so se la Ostrom se la sentirebbe di suggerire per quest’ultima una gestione pienamente decentrata e un’auto-regolazione… Tuttavia, a mio avviso, alcune parti della sua analisi sono estremamente interessanti per percepire al meglio le opportunità e sfide che si presentano.

 Quando ci si trova di fronte a un pool di risorse comuni, quanto più i soggetti sono informati delle conseguenze dei propri atti e si possono controllare con rapidità i comportamenti, tanto più è probabile che la cooperazione funzioni. Come dire: più gli individui si responsabilizzano, meno c’è bisogno di imporre regole dall’esterno senza che l’efficienza del sistema diminuisca. Questo vale anche per la finanza pubblica e per i servizi che questa deve finanziare.

 Anche se il progetto di una comunità consapevole nel caso di produzione e distribuzione di molti servizi pubblici può apparire utopistico sotto molti aspetti bisogna rendersi conto che lo stato attuale è spesso desolante: servizi costosi per la finanza pubblica, di qualità non elevata per i fruitori e la cui contrattualizzazione (cioè definizione di prezzo e servizio fornito) avviene in situazioni sempre più squilibrate. Da una parte, le agguerrite lobby dei produttori e, dall’altra, una burocrazia appesantita e inefficiente.

 Il miglioramento della capacità di selezione dei propri obiettivi da parte dei cittadini, la possibilità di disporre di informazioni affidabili, il monitoraggio di lobby e di burocrazia, per quanto siano obiettivi, come detto, sotto molti profili utopistici, rappresentano uno dei principali punti su cui una politica migliore dovrebbe puntare.

 Un cittadino che partecipa alla definizione dei servizi pubblici può diventare anche un migliore elettore, un soggetto maggiormente capace di tutelare i propri interessi e, al tempo stesso, di delegare ai politici e ai burocrati quello che non riesce o non vuole fare. Tra l’altro, viste le ristrettezze in cui versa la finanza pubblica di gran parte dei paesi maggiormente avanzati, non si vedono molte altre strade alternative da percorrere per mantenere almeno invariata la qualità dei servizi erogati.

 Tenuto conto dello stato della finanza pubblica in molti paesi occidentali e della crescente difficoltà a garantire servizi pubblici in quantità e qualità adeguate, forse si può dire davvero che la ricchezza o sarà comune o non sarà.

 Alberto Biancardi

Impressioni di fine estate: i problemi degli italiani e gli impegni della politica 2a parte (di Claudio Lombardi)

La crisi economica non è passata e le sue conseguenze si sentono in termini di riduzione delle attività produttive e di disoccupazione. Tuttavia, mentre tutti si occupano delle questioni nella loro dimensione globale vorremmo richiamare l’attenzione sulla dimensione più vicina alla vita quotidiana delle persone.

La dimensione civica, la condizione di cittadinanza come condizione di fatto che mette in relazione le persone tra di loro per organizzare e gestire una convivenza nello spazio pubblico, è quella che può servire da paradigma ed indicatore delle basi culturali e sociali su cui si fonda una comunità (una città, uno Stato, una unione di stati).

Infatti, affrontare i problemi solo nella loro dimensione economico-finanziaria e solo dal punto di vista dei tecnici e dei professionisti che se ne occupano non aiuta a comprenderne la sostanza umana che è sempre il nucleo di base sottostante all’economia. In questo modo, inoltre, si trasmette l’idea che le singole persone non possano fare niente per modificare la situazione collettiva che appare gestita a livelli misteriosi e inarrivabili per la gente comune. Sia chiaro, in parte è così, ma questa parte va bilanciata con dosi crescenti di democrazia di base e diffusa che influisca sulle scelte dei poteri pubblici e contribuisca a selezionare classi dirigenti che non curino solo i loro interessi.

Problemi come l’inefficienza dei servizi pubblici, gli sprechi della spesa pubblica, i comportamenti antisociali di chi evade le tasse o corrompe per eludere regole e controlli, l’assetto dei territori nei quali viviamo, l’ambiente, gli sprechi di energia, la sicurezza pubblica (precondizione perché si sviluppino le attività economiche), possono essere meglio affrontati se si suscita e si organizza la partecipazione e se questa è considerata parte dei processi decisionali e attuativi delle politiche pubbliche.

Un forte coinvolgimento e controllo sociale è adesso ritenuto indispensabile anche da una linea di pensiero di economisti che vedono i limiti dell’assetto attuale e che hanno trovato nella crisi mondiale scatenata da comportamenti speculativi fini a sé stessi la conferma alle loro intuizioni.

Anche il modello della cooperazione può costituire una risposta alla diatriba pubblico-privato per la gestione dei servizi pubblici o dei beni comuni. In ogni caso la via giusta è il contrario della separazione e dell’esclusione fra i molti e i pochi che decidono per tutti e lo è non tanto per questioni di principio o ideali, ma per l’esigenza di prevenire e smorzare i conflitti e di tenere unite le collettività intorno ad obiettivi di convivenza vantaggiosa per ognuno.

Detto ciò si può guardare all’agenda degli italiani per i prossimi mesi.

L’apertura dell’anno scolastico contrassegnata da incertezze sulla capacità della scuola pubblica di assolvere alla sua missione perché mancano le risorse umane e materiali per farlo. Decine e decine di migliaia di precari che ci lavoravano non sanno se saranno richiamati perché la riforma ha tagliato il personale, ridotto le ore e aumentato il numero di alunni per classe. La domanda è semplice: si può guardare all’istruzione pubblica solo come ad un peso per le finanze pubbliche o non è anche il primo investimento che deve fare l’Italia?

La disoccupazione che colpisce i giovani, innanzitutto, che non godono di reti di sicurezza (salario sociale, indennità di disoccupazione) e che si devono rassegnare a stipendi minimi, quando ci sono. Anche qui: si tratta solo di oneri e il problema è solo di distribuire finanziamenti “a pioggia” o su basi clientelari o non ci vogliono riforme che abbassino il costo del lavoro e aumentino i sostegni sociali per passare da un lavoro ad un altro ? E poi: la sicurezza dei territori nei quali vige l’oppressione delle mafie conta oppure no per lo sviluppo economico? E la valorizzazione del patrimonio artistico e naturale è un investimento o un peso?

I conti dello Stato non vanno mai bene e le entrate non bastano mai eppure tanti soldi sono stati trovati e spesi per impegni che non erano investimenti prioritari (Alitalia, abolizione ICI, spese della Protezione civile, Ponte di Messina). Sembra sempre un problema di scelte, alcune si fanno, altre no anche a costo di aumentare il debito pubblico come è successo negli ultimi anni. E poi: non sarebbe il caso di chiedere di contribuire anche a chi, in questi anni, ha accumulato enormi patrimoni? Secondo il Governo, invece, l’aliquota che si applica in questi casi, insieme all’impunità, è del 5% (rientro dei capitali esportati illegalmente, chiusura delle pendenze fiscali più vecchie). Tra l’altro fra le spese da ridurre non compaiono mai quelle militari come se l’Italia avesse assoluto bisogno, pur in contesto euro-atlantico di difesa, di nuove armi e ciò mentre la Germania riduce gli organici e le spese delle forze armate. Perché noi no ?.

Il federalismo che tanto interessa ad una parte della politica è solo un nome oppure veramente metterà i rappresentanti locali dei cittadini di fronte alle loro responsabilità di governo?

E, infine, la politica e la democrazia devono servire per decidere insieme o devono continuare ad essere il terreno di caccia preferito da affaristi e avventurieri? E non sarebbe giusto potenziarle con il coinvolgimento dei cittadini invece di chiuderle in circoli sempre più ristretti utili ad occultare le decisioni e le loro vere finalità? E, quindi, non sarebbe indispensabile una nuova legge elettorale che cancelli lo scandalo di assemblee parlamentari decise da pochi capipartito?

Sono tanti gli impegni e i problemi e non si sa bene chi dovrebbe occuparsene e da dove cominciare. Soprattutto, non si sa cosa possa fare il cittadino.

La risposta più semplice è: attivarsi. Non da soli, ma insieme ad altri e cominciare a costruire dal basso tanti momenti nei quali la politica torni ad essere una funzione sociale che mette in collegamento i problemi e le esigenze di ognuno con la ricerca delle soluzioni collettive attuate direttamente o mediante le istituzioni e con l’utilizzo delle risorse pubbliche.

Quanti comitati e gruppi di cittadini si possono attivare e possono dar vita a reti nelle quali circolano informazioni e si individuano gli obiettivi da raggiungere ?

Se in tante scuole i genitori si organizzano, si collegano a chi ci lavora e anche agli studenti e cominciano a domandarsi perché devono mancare i soldi anche per le esigenze più elementari, magari possono affrontare queste e, insieme, pretendere che chi gestisce il denaro pubblico dia delle spiegazioni, possibilmente convincenti. E se non ci sono possono denunciare le inadempienze e le politiche sbagliate cercando di farsi ascoltare da tutta l’opinione pubblica.

E così negli ospedali, nei quartieri, fra gli utenti dei servizi pubblici, fra gli abitanti di zone infestate dalle mafie. Persino per il lavoro un sistema che dia voce ai cittadini può migliorare le condizioni “ambientali” che favoriscono lo sviluppo o contribuire a far nascere nuove iniziative economiche che hanno più possibilità di successo se trovano un contesto sociale evoluto e coeso.

Una visione semplicistica, idealistica ed idilliaca? Sì, un po’ sì. Senza una visione, però, non si sa in che direzione andare e tutto si riduce ad essere spettatori, magari urlanti, di rappresentazioni messe in scena da altri.

L’auspicio e l’impegno deve essere, invece, di guardare alla propria realtà e domandarsi cosa si può fare di piccolo e dal basso che abbia un senso per la collettività, quindi collegarsi ad altri ed agire con azioni positive e non solo con la protesta.

Già tanti hanno imboccato questa via e si spera che in questa opera di ricostruzione si impegnino anche le organizzazioni di base dei partiti politici che dovrebbero dimostrare di essere agenti positivi e attivi della partecipazione alla politica e non terminali territoriali di organizzazioni elettorali.

Insomma, di cose da fare ce ne sono tante; occorre, però, avere chiaro il senso ed il fine: non una divisione di competenze con la politica, ma una sua trasformazione che metta fine (anche solo provarci ha valore) all’affarismo e che la riconduca alla cura degli interessi generali.

Claudio Lombardi

Impressioni di fine estate: i problemi degli italiani e gli impegni della politica 1a parte (di Claudio Lombardi)

E anche agosto è passato. Ora siamo alla cosiddetta ripresa che ci porterà in autunno e poi verso il nuovo anno. È cambiato qualcosa? Non sembra, in verità. Le preoccupazioni degli italiani sembrano sempre distanti da quelle che occupano gran parte del Governo e dei politici di professione. Chi ha viaggiato in altri paesi europei (o anche più in la’) forse conosce quella sensazione di disagio che si avverte quando si riprende contatto con la nostra realtà. Nello spazio pubblico disorganizzazione e trascuratezza, mancanza di fiducia nel rispetto delle regole e degli impegni, scarso impegno (anche soggettivo) affinché i servizi abbiano al centro il soddisfacimento delle esigenze per le quali sono stati organizzati.

Se poi si acquista un giornale si rimane colpiti perché le prime pagine che si occupano delle vicende politiche non sono quasi mai dedicate alle questioni centrali che abbiamo davanti. Il quadro è desolante: potere, denaro, affari e processi. Questo sembra essere l’asse intorno a cui ruota il mondo di una buona parte di coloro che si dedicano alla politica. E di tutto si parla urlando, con tensione e faziosità senza badare ad insulti e calunnie sull’esempio del Presidente del Consiglio che vede complotti dappertutto e continua a fuggire di fronte ai processi nei quali è accusato di gravi reati. Si è indotti a pensare che lo spirito di fazione, che è stato creato con anni di martellamenti nella comunicazione di massa, serva per creare una cortina fumogena dietro la quale chi può continui a farsi gli affari propri a spese dello Stato.

In realtà, agli urlatori di professione spetta il compito di far credere che c’è uno scontro fra idee e strategie e che il Governo è sempre ostacolato da nemici giurati (i magistrati in primo luogo). Si tenta così di inventare e trasmettere l’emozione di una politica che vorrebbe occuparsi del Paese, ma i nemici non glielo fanno fare. Ovviamente non tutti fanno così, ma quelli che prevalgono sì, purtroppo e da essi prendono esempio i tanti che, dappertutto, non pensano a fare bene il proprio lavoro, ma a sfruttare le situazioni senza badare a reati come corruzione, truffa, peculato ecc.

Non resta che sperare che gli affaristi, i corrotti, gli sfruttatori della democrazia siano, prima o poi, cacciati dalle istituzioni e vadano ad occuparsi dei loro affari altrove e che siano chiamati ad assumersi le loro responsabilità anche nelle aule dei tribunali come avviene nel mondo civile.

Per quelli che hanno a cuore le sorti dello Stato e che vogliono vivere in una società che sia in grado di dare ad ognuno la possibilità di sviluppare le proprie capacità l’agenda delle questioni e degli impegni da affrontare è un’altra.

(continua….)

Claudio Lombardi

Una testimonianza da L’Aquila (di Adelisa Pitti)

Da L’Aquila ci è giunta questa voce che parla di una realtà vissuta in prima persona. Riteniamo giusto raccogliere l’invito a diffonderla non solo per solidarietà con chi è stato colpito dal terremoto, ma anche perchè manca un’informazione completa sulla situazione a L’Aquila e riteniamo giusto ascoltare la voce dei veri protagonisti che non sono i membri del Governo o gli alti funzionari dello Stato, ma la gente che in quel territorio ci vive.

“Ieri mi ha telefonato l’impiegata di una società di recupero crediti, per conto di Sky. Mi dice che risulto morosa dal mese di settembre  del 2009. Mi chiede come mai. Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno ho lasciato la mia casa e non vi ho più fatto ritorno. Causa terremoto. Il decoder sky giace schiacciato sotto il peso di una parete crollata.

Ammutolisce. Quindi si scusa e mi dice che farà presente quanto le ho detto a chi di dovere.
Poi, premurosa, mi chiede se ora, dopo un anno, è tutto a posto. Mi dice di amare la mia città, ha avuto la fortuna di visitarla un paio di anni fa. Ne è rimasta affascinata. Ricorda in particolare una scalinata in selci che scendeva dal Duomo verso la basilica di Collemaggio. E mi sale il groppo alla gola. Le dico che abitavo proprio lì. Lei ammutolisce di nuovo.

Poi mi invita a raccontarle cosa è la mia città oggi. Ed io lo faccio. Le racconto del centro militarizzato. Le racconto che non posso andare a casa mia quando voglio. Le racconto che, però, i ladri ci vanno indisturbati. Le racconto dei palazzi lasciati lì a morire. Le racconto dei soldi che non ci sono, per ricostruire. E che non ci sono neanche per aiutare noi a sopravvivere. Le racconto che, dal primo luglio, torneremo a pagare le tasse ed i contributi, anche se non lavoriamo. Le racconto che pagheremo l’i.c.i. ed i mutui sulle case distrutte. E ripartiranno regolarmente i pagamenti dei prestiti. Anche per chi non ha più  nulla.
Che, a luglio, un terremotato con uno stipendio lordo di 2.000 euro vedrà in busta paga 734 euro di retribuzione netta. Che non solo torneremo a pagare le tasse, ma restituiremo subito tutte quelle non pagate dal 6 aprile. Che lo stato non versa ai cittadini senza casa, che si gestiscono da soli, ben ventisettemila, neanche quel piccolo contributo di 200 euro mensili che dovrebbe aiutarli a pagare un affitto. Che i prezzi degli affitti sono triplicati. Senza nessun controllo.
Che io pago ,in un paesino di cinquecento anime, quanto Bertolaso pagava per un’appartamento in via Giulia, a Roma. La sento respirare pesantemente. Le parlo dei nuovi quartieri costruiti a prezzi di residenze di lusso. Le racconto la vita delle persone che  abitano lì. Come in alveari senz’anima. Senza neanche un giornalaio o un bar. Le racconto degli anziani che sono stati sradicati dalla loro terra. Lontani chilometri e chilometri.
Le racconto dei professionisti che sono andati via. Delle iscrizioni alle scuole superiori in netto calo. Le racconto di una città che muore.

E lei mi risponde, con la voce che le trema. ” Non è possibile che non si sappia niente di tutto questo. Non potete restare così. Chiamate i giornalisti televisivi. Dovete dirglielo. Chiamate la stampa. Devono scriverlo.”

Loro non scrivono, voi fate girare”

 Adelisa Pitti

Inchiesta a L’Aquila e dichiarazioni di Berlusconi: parlano i familiari delle vittime

“Bisogna rispondere, ma con le dovute maniere”.

E’ questa la prima cosa che ci siamo detti noi familiari delle giovani vittime della casa dello studente a fronte delle stupefacenti esternazioni di Berlusconi.

Noi, che abbiamo perso tutto, che non avremo più un futuro perché la morte di un figlio azzera ogni prospettiva, siamo stati e siamo capaci di autocontrollo e di rispetto.

Due atteggiamenti che hanno scandito il nostro  percorso di dolore, la nostra richiesta di giustizia.

Atteggiamenti di cui il premier dovrebbe fare largo uso in situazioni estremamente delicate, anziché attaccare, come è ormai consuetudine, la magistratura e accusare coloro che sono stati colpiti da lutti immedicabili e che, forse, si sarebbero potuti evitare, di incontrollabile furia omicida.

Non si può che gridare VERGOGNA dinanzi a tanta insensibilità e ad un linguaggio profondamente offensivo.

E non si può non pensare che, magari, ci troviamo di fronte ad un gioco sporco, che si fa beffe anche dell’etica istituzionale: utilizzare pretesti, calunnie e sospetti per abbandonare L’Aquila al suo destino. Ma sarebbe veramente troppo e drammaticamente triste, poiché significherebbe usare il nostro dolore.

Berlusconi farebbe bene a leggere la lettera che Bertolaso, Capo della Protezione Civile, in data 5 luglio 2009, inviò a Sergio Bianchi, padre di Nicola, che non c’è più, nella quale al disperato grido di dolore di questo padre risponde:”I morti dell’Aquila potevano non esserci e soprattutto essere molto meno tra i giovani. Confido in coloro che devono, per loro compito, individuare responsabilità personali dirette, omissioni dolose, irresponsabilità colpevoli, perché è giusto che non si chiami disgrazia o fatalità ciò che poteva essere evitato, ma accetto di essere parte di una classe dirigente che, nel suo insieme, non ha saputo fare ciò che era possibile per evitare lutti e dolori a tante, troppe persone”.

Al premier, inoltre, sfugge un piccolo, non trascurabile dettaglio: gran parte degli studenti che hanno perso la vita, in quella tragica notte, erano “fuori sede”, ossia provenivano dalle regioni limitrofe.

Cosa farà allora? Richiamerà la Protezione Civile anche dalla Basilicata, dalla Puglia, dalla Campania, dal Lazio ecc. ecc.?

 COMITATO FAMILIARI VITTIME CASA DELLO STUDENTE

Inchiesta a L’Aquila e dichiarazioni di Berlusconi:il nostro è un Paese senza memoria e senza verità (di Aldo Cerulli)

Sviluppi giudiziari a L’Aquila: secondo la Procura i membri della Commissione grandi rischi sarebbero responsabili di non aver messo in allarme la  popolazione abruzzese sul rischio del terremoto agendo con negligenza, imprudenza ed imperizia. Inoltre lo stesso verbale della riunione del 31 marzo sarebbe stato redatto e firmato a terremoto avvenuto cioè il 6 aprile. È bene ricordare che i vertici della Protezione civile tennero una conferenza stampa per rassicurare la popolazione sull’improbabilità di un imminente terremoto nonostante lo sciame sismico e i precedenti storici consigliassero maggiore prudenza. Non si tenne in alcun conto l’indagine effettuata per conto della stessa Protezione civile sulla vulnerabilità degli edifici pubblici che aveva già messo in luce la situazione critica che poi si tradusse nei crolli la notte del terremoto.

Si comprende  che lo sport ormai in voga è quello di attaccare i Magistrati qualunque cosa facciano ma mi sembra che in questo caso si stia esagerando. Il Magistrato vuole capire, come credo sia interesse di tutti, se quello che la “commissione grandi rischi” ha fatto è stato sufficiente e se era possibile fare di più. D’altronde non si capisce il senso della riunione della commissione stessa se non vi era nulla da poter valutare. Sarebbe il caso che si cominciasse a ragionare un pò più serenamente almeno sulle drammatiche vicende che colpiscono parte del nostro popolo. Vorrei far notare a tutti che, per esempio, quando c’è stato il terremoto la prefettura era stata evacuata, ma non altri edifici pubblici. Perché ? Sono domande che meritano risposte e non tanto per trovare colpevoli ma anche e soprattutto per poter meglio operare quando ci saranno altri eventi.

Quanto livore e odio ….va bene che fa caldo però a spararle così grosse ce ne vuole! Io credo che bisognerebbe darsi tutti una calmata! Se si continua così non so dove andremo a finire! Questo odio contro i magistrati io proprio non lo capisco, forse sarò io minorato. Come in tutte le categorie ci sono i frutti acerbi, ma questo continuo attacco per il solo fatto di sentire la parola magistrato o peggio ancora PM ha del morboso!  

Io andrei cauto a sproloquiare contro i magistrati..ATTENZIONE: i PM non stanno dicendo che la Commissione doveva prevedere i terremoti: I PM dell’Aquila contestano il comportamento imprudente della Commissione Grandi Rischi per avere tranquillizzato le persone dicendo di tornare nelle case. Non dimentico che giorni prima del terremoto, sui giornali, a titoli cubitali si affermava…NON ABBIATE TIMORE, NON CI SONO RISCHI…Secondo voi, con un mese di scosse sismiche, sapendo che difficilmente queste termineranno dall’oggi al domani, conoscendo lo stato di almeno parte delle costruzioni nel centro storico e zone limitrofe vi sembra un comportamento prudente dire “state tranquilli, non succederà nulla, tornate nelle case a dormire” ? Perchè questo è quello che ha fatto la Commissione..

Sembra che la dicitura che “i terremoti non si possono prevedere” sia stata aggiunta al verbale il 6 Aprile. Cioè? Il giorno del terremoto. Poi, se non si ha niente da temere perchè non lasciare che la magistratura faccia il suo corso? E datevi ‘na calmata.

Bene, sperando che me lo lascino passare, io so che gli appalti per l’emergenza lasciano molti dubbi a causa delle procedure opache. Che, se giustificate nell’occasione, non lo erano di certo in tantissime altre. Per esempio, le casette antisismiche a 3.770 mq. Aspettiamo.. Io ricordo che Bertolaso voleva denunciare Giuliani per procurato allarme. Ricordo tutte le rassicurazioni affidate alla stampa. Molti terremotati riferiscono che, da mesi, non dormivano in casa e che vi ritornarono dopo le rassicurazioni della Grandi Rischi. Se i terremoti non si possono prevedere perchè si è riunita la commissione?  

Sulle ultime dichiarazioni del Premier non vale la pena spendere molte parole perché ritengo che si possano commentare da sole.
Tuttavia, visto che il soggetto in questione ricopre la carica di Presidente del Consiglio, una riflessione è doverosa: quali rischi corriamo con una persona che dimostra, con le sue dichiarazioni estemporanee di non essere completamente obiettivo e distaccato  in quella posizione?

Come si fa a pensare che il popolo aquilano, forte e generoso, che ha fraternizzato con i nobili comportamenti di tutti i soccorritori, anche della Protezione Civile, possa commettere gesti inconsulti dettati da “labilità mentale”…non è in loro che va ricercata un’ipotesi di comportamento aberrante.

Un’ultima amara considerazione:

Le dittature, nei Paesi che le hanno vissute, spesso non si sa nemmeno per quale ragione e in quale contesto siano maturate, i cittadini se le ritrovano in casa e basta. Di queste sappiamo che volgono al termine con il delirio di onnipotenza del dittatore, accompagnato da gesta e dichiarazioni spesso prive di significato.
Consentitemi di dire, in questo ultimo barlume di democrazia e prima che ci imbavaglino definitivamente che chi ha a cuore il Paese deve adoperarsi affinché queste strane esternazioni producano meno danni possibili alla Nazione e alla popolazione.
Sono maturi i tempi affinché l’Italia si butti alle spalle questa brutta pagina di cronaca.

Concludo con la poesia di Battiato:

“Povera Patria, schiacciata dagli abusi del potere, di gente infame che non sa cos’è il pudore, si credono potenti e gli va bene quello che fanno e tutto gli appartiene. Tra i governanti quanti perfetti e inutili buffoni, questo paese devastato dal dolore, ma non vi danno un po’ di dispiacere quei corpi in terra senza più calore ?”.

Aldo Cerulli segretario Cittadinanzattiva Abruzzo

Niente bilancio al Comune di Roma: qualcuno se ne occupa? (di Claudio Lombardi)

Il comune di Roma è senza bilancio e, secondo le regole della contabilità pubblica, è in vigore una gestione provvisoria che permette di spendere non più di un dodicesimo di quanto speso nel precedente anno, ma con una serie di limitazioni che si traducono comunque nella sola possibilità di mantenere in funzione la macchina amministrativa e niente di più. La legge 26 marzo 2010 n. 42 di conversione del DL n. 2/2010 prevede, infatti, che l’approvazione dei bilanci, preventivo e consuntivo, del comune di Roma sia subordinata alla nomina di un Commissario straordinario del Governo per la gestione del piano di rientro dei debiti pregressi accumulati nelle passate gestioni. Senza la ricognizione della contabilità che dovrà essere fatta dal Commissario non si potrà redigere e approvare il bilancio.

Che la situazione finanziaria di Roma fosse problematica era noto da tempo, che i problemi arrivassero fino a bloccare il bilancio non si immaginava anche perché si tratta di un provvedimento “estremo” che viene, di solito, imposto da circostanze straordinarie che rendono impossibile proseguire una gestione ordinaria delle finanze municipali. Forse nessuno si era reso conto che la situazione fosse gravissima, forse nemmeno il Sindaco se ne è reso conto altrimenti avrebbe fatto di tutto per evitare la situazione di paralisi che sta gettando nello scompiglio i servizi gestiti dal Comune e l’intera amministrazione centrale e quelle dei municipi.

Ormai gli allarmi scattano ogni giorno: non ci sono più soldi per la manutenzione degli edifici scolastici (e dei campi estivi nemmeno se ne parla), i sussidi per le ragazze madri non si possono dare, niente assistenza per anziani e disabili, niente risorse per qualunque spesa straordinaria (incluse le piccole manutenzioni come vetri rotti, la derattizzazione e la disinfestazione) e anche i soldi per le spese ordinarie stanno finendo. Per ora se ne sono accorti i cittadini che hanno bisogno di assistenza e di sussidi, ma tutti i romani subiscono ogni giorno le conseguenze di un degrado scandaloso per una città come Roma con le insidie che si nascondono nelle strade cittadine costellate da buche diventate uno dei principali pericoli per motociclisti e automobilisti. Bisognerebbe vedere con i propri occhi lo stato del manto stradale per capire che la situazione sta andando fuori controllo.

E si tratta della capitale d’Italia. Per quale ragione il Governo abbia adottato una legge così ottusa che impone regole buone forse per un condominio alla città più popolosa del Paese non è dato sapere. Anche perché i politici sono troppo impegnati ad inseguire le polemiche tra questo e quello o l’eterno ritornello sulle tante riforme istituzionali che sarebbero necessarie e che non vengono fatte. Addirittura questo è stato il contenuto di un messaggio televisivo che il Presidente del Consiglio ha rivolto il 25 aprile agli italiani.

Poiché i cittadini sono spesso almeno intelligenti quanto chi fa della politica il proprio mestiere bisognerebbe chiedere al nostro Presidente del Consiglio se ci vogliono proprio le riforme istituzionali per tappare le buche di Roma, o per dare assistenza a chi si trova in stato di bisogno, per riparare gli edifici scolastici che cadono a pezzi o, addirittura, per decidere e attuare una politica economica che ci porti lontano dal rischio di fare bancarotta dato che abbiamo un debito pubblico enorme e che la vendita dei titoli di Stato per coprire questo debito non è mai scontata e le conseguenze di una caduta di affidabilità dello Stato italiano possono essere drammatiche non tanto per chi è al vertice delle istituzioni, quanto per gli italiani che ne pagherebbero le conseguenze. Perché se ci vogliono le riforme istituzionali per fare tutto ciò allora il primo cambiamento indispensabile sarebbe quello di sostituire i politici evidentemente incapaci di svolgere il loro compito.

In questo andazzo si blocca, come se niente fosse, l’amministrazione della capitale in attesa che sia nominato il commissario tal dei tali e che si proceda ai sensi dell’articolo e comma e paragrafo ecc ecc in un tripudio di irresponsabilità e di ignoranza dei problemi veri dei cittadini che la politica DEVE risolvere.

In questo quadro sconsolante spicca anche, purtroppo, la mancanza di forti proteste da parte dei romani, dei partiti che li rappresentano e delle associazioni e movimenti. Non che nessuno protesti, anzi, si leggono comunicati e interventi a convegni che accusano la Giunta capitolina e il Sindaco di non essere capaci di amministrare. Questo si fa, ma non basta. Dove sono le tante associazioni dei cittadini, dove sono i sindacati e gli stessi partiti di opposizione alla Giunta? Perché non suscitano una protesta visibile che obblighi chi deve decidere a muoversi in fretta? Ciò che preoccupa è la passività, l’abitudine a sopportare coltivando il proprio “orticello” e il proprio ruolo senza uscirne fuori, senza mettersi veramente dalla parte dei cittadini, rispettando una immaginaria linea di divisione fra la politica e chi si occupa del “sociale”. Si tratta, ovviamente, di un giudizio generico che andrebbe verificato caso per caso, ma ciò che si vede e si percepisce è, purtroppo, la mancanza di una reazione dell’opinione pubblica all’altezza della gravità della situazione. E le forme associative che nascono dai cittadini (inclusi partiti e sindacati) sono quelle che dovrebbero organizzare e guidare questa reazione. Che non lo facciano suscita molte preoccupazioni perché la nostra è una democrazia fondata sulla partecipazione che significa anche protestare, stimolare, richiamare l’attenzione, lottare. Senza la partecipazione si scivola verso un regime fondato solo sulla delega a pochi “capi” o ad uno solo e si consegna lo Stato nelle mani di qualcuno che disporrà a proprio piacere di tutto il potere, magari convincendo i cittadini che lo fa nel loro esclusivo interesse.

Claudio Lombardi

L’Aquila dopo il terremoto, il racconto di un anno (di Aldo Cerulli)

Tanto si è scritto sulla situazione abruzzese che, per questa volta, vorrei mettere da parte l’analisi e parlarne come in un colloquio che racconta di un anno e collega oggi e ieri prendendo spunto dai fatti e dalle molte mail che arrivano a Cittadinanzattiva. Il terremoto aquilano, il più ripreso e fotografato nella storia, rischia, purtroppo, di diventare nella cruciale fase della ricostruzione, una equivoca fiction televisiva. Con il rischio che tutti i problemi saranno risolti, e tutti gli sfollati non saranno più tali, allorchè il 50% per cento più uno dei telespettatori sarà convinto di ciò.

Le parole e le C.A.S.E. ovvero comunicazione, immagine e realtà: un racconto ironico e disincantato del post-terremoto a L’Aquila

Apoteosi mediatica è stata il vertice del G8, che sarà ricordato per i vaghi impegni di circostanza sul come impedire che il pianeta vada a rotoli. E per la lacrimuccia di Carla Bruni tra le macerie, per la granita di patate e l’assoluto di peperone arrosto cucinati da un grande chef abruzzese, per le first lady che fanno il tagadà sopra al tappeto che simula una scossa sismica, per la tenda beduina dove ha dormito Gheddafi, meritandosi la simpatia degli aquilani.

Interessa meno sapere che la Guardia di finanza, sede del vertice e trasformata con svariati milioni di euro in una caserma a cinque stelle, è di proprietà, e tale resterà, delle banche Finnat, IMI, Barclays Capital, Royal Bank of Scotland e Leheman Brothers, prime beneficiarie, anche in occasione di questa crisi, di aiuti umanitari. Molti camerieri del G8 hanno poi lavorato in nero, e le hostess, tra cui molte sfollate, somministrate da un’agenzia, hanno vivamente protestato perchè costrette a lavorare 14 ore di fila per 75 euro.

”Vedrete cose che voi terremotati non avete mai visto”, declama il Presidente Ricostruttore, davanti al silente parterre dei giornalisti.

Nel cratere reale però gran parte delle macerie sono li dov’erano all’alba del 6 aprile e l’unico tentativo di rimuoverle è fallito perché il Comune ha affidato senza gara un appalto da 50 milioni per la rimozione ad una ditta senza requisiti. E’ esploso uno scandalo, la magistratura indaga, le macerie attendono con compostezza. (Saranno poi i cittadini ad organizzarsi e ad avviare una simbolica ed effettiva raccolta delle macerie con le famose carriole). Intanto trentamila sfollati di cui il 70% anziani, hanno vissuto per molti mesi sotto le tende. Altri 29mila sono in villeggiatura coatta in case private e alberghi della costa, che grazie al rimborso quotidiano di 50 euro a persona hanno salvato la stagione turistica. Nelle tende si è alternato un caldo boia ed un freddo glaciale tipico di una città ove si va sotto zero già a settembre e sono stati centinaia i casi di malori e ricoveri. ”Ci mancava solo una biblica invasione delle cavallette”, scherzava un buontempone per sdrammatizzare. Detto fatto. Milioni di cavallette  hanno assediano le tendopoli di Aquila est e mentre gli sfollati lottavano armati di scopa contro gli indesiderati ospiti, le banche gli ritiravano dal conto la rata del mutuo, in barba alla sospensione disposta, in modo assai vago, nel decreto Abruzzo.

Intanto il cratere somiglia sempre più ad una piscina dove nuotano squali e su cui volteggiano avvoltoi. I prezzi delle case e dei locali commerciali agibili sono infatti triplicati. ”E’ la legge della domanda e dell’offerta”, spiegano i possidenti locali. E più che della mano invisibile del mercato si dovrebbe parlare di un calcio in culo a molti aquilani.

”Alla guerra ci si va con chi ti vende le armi, al terremoto con chi ti ricostruisce le case”, sentenzia uno sfollato che la guerra l’ha fatta per davvero. Intanto il Presidente tesse le lodi dei pilastri antisismici, che ricordano tozze colonne di un tempio, e che reggeranno i prefabbricati del piano C.A.S.E. ”I primi appartamenti – assicura – saranno consegnati a metà settembre”, con tanto di tivù al plasma. Solo per 1500 sfollati, quanto basta per un trionfale taglio del nastro a reti unificate. Le altre casette saranno consegnate, ”anche gratis”, si legge nel Decreto, in totale a 12-14mila sfollati.

Mancano comunque all’appello 20mila sfollati con case distrutte, e altre migliaia che devono avviare complicati lavori di ristrutturazione. Ad essi si aggiungono poi gli studenti e i cittadini non residenti, che nessuno calcola.

Inevitabile che nelle tendopoli si è litigato per contendersi il diritto  a vivere per primo nelle C.A.S.E, senza sapere  che era il  sindaco a decidere per  l’assegnazione degli alloggi.

Le C.A.S.E. rappresentano però il fare che si vede e si tocca con mano. E chi le contesta è preso per matto. La Protezione civile non si è fatta perciò problemi a pubblicare sul suo giornalino un articolo in cui i comitati dicono che questi quartieri diventeranno ghetti e stravolgeranno il tessuto urbano, che occorre una fase intermedia per progettare in modo partecipato ”una città laboratorio della terza rivoluzione industriale”.

Per non essere presi per matti, occorre dare i numeri :

Premessa

I dati di seguito riportati sono tratti fedelmente dall’ordinanza n.° 3753 del 26 Luglio 2009: “Censimento dei danni“ nel cratere:

Totale edifici danneggiati 63505 di cui:
Edifici privati 59609,
Pubblici  1237,
Ospedali 54,
Caserme 177,
Scuole 682,
Attività produttive 1746.

Mentre i dati relativi al solo comune della città di L’Aquila, riferiti ai soli edifici privati sono così ripartiti:
abitazioni classificate di tipo A 11037 (Agibile),
abitazioni classificate di tipo B 4234 (Temporaneamente inagibile),
abitazioni classificate di tipo C 607 (Parzialmente inagibile),
abitazioni classificate di tipo D 260 (Temporaneamente inagibile),
abitazioni classificate di tipo E 7434 (Inagibile),
abitazioni classificate di tipo F 1314 (Inagibile per rischio esterno).

totale immobili privati danneggiati nel solo comune di L’Aquila sono 24886 su un totale dei comuni del cratere di 59609.
Vale a dire, il 41,7% degli edifici privati adibiti ad abitazione danneggiati nel cratere si trovano nel comune di L’Aquila.
Un disastro di proporzioni gigantesche, che nessuno ha saputo, o meglio voluto descrivere nella sue reali dimensioni che ha comportato:

1) Deportazione di massa fuori dalla città capoluogo di almeno 40000 degli oltre 67000 sfollati.
2) Spostamento del “G 8” programmato per il mese di Luglio 2009 a “L’Aquila” dalla sede prevista del “La Maddalena”.
3) Lancio e realizzazione del progetto C.A.S.E., dei  M.A.P. e dei Moduli Scolastici

A distanza di un anno, sono ancora 20000 gli sfollati assistiti dalla protezione civile in alberghi sulla costa o nell’entroterra, presso la Guardia di Finanza di Coppito e nelle ex caserme di L’Aquila, con un costo stimato mensile di circa (64,00 € * 30 gg * 20000 sfollati =) 38.400.000,00 €, mentre è sempre più lontana la data del possibile rientro nella propria abitazione;
ci sono inoltre altri 15000 sfollati in autonoma sistemazione, con un costo giornaliero di circa 200,00 € per sfollato, ed un costo mensile di (200,00 € * 15000 sfollati =) 3.000.000,00 €/mese, senza contare quante sono le famiglie assistite in abitazioni a canone concordato a spese del Comune in attesa di rientrare nei propri alloggi.

A tali costi si aggiungono quelli del Progetto Case (costo  2.700 €/mq) che ha superato ad oggi 1.000.000.000. (un miliardo) di euro.
Una vera follia, considerando che solo fino al giorno prima del sisma del 6 Aprile 2009, nel quartiere di Pettino, il quartiere più nuovo ed in espansione di L’Aquila, un appartamento di 100 mq, composto da tre stanze, salone doppi servizi, cantina e garage si acquistava comodamente con 180.000,00 €, cioè a 1800,00 €/mq, per fare un poco di statistica, mediamente ad un prezzo al mq. inferiore del 25%. con una superficie disponibile del 25% superiore.

 Allo slogan di giugno della propaganda istituzionale  “un tetto per tutti entro il 15 di settembre”, oggi a distanza di un anno molti cantieri del progetto CASE ancora non sono ultimati, molti abitazioni non sono ancora assegnate, i MAP nelle periferie cittadine ospitano scarse 1000 persone, i MAR rimangono per ora solo un progetto.

Comunque, praticamente a conclusione di questo mirabile progetto, delle 4500 abitazioni ne sono state assegnate, al momento della stesura di questo documento, circa 3500 ed ospitano circa 10500 sfollati.

 Ciò che i media non hanno detto

Ricordate i primi giorni dopo il sisma? Dalle riprese fatte per lo più dall’alto, si mostrava una città danneggiata, ma quello che si distingueva chiaramente era il centro storico, o i piccoli borghi e comuni limitrofi, dove le abitazioni in pietra erano rovinosamente venute giù, dove si potevano vedere chiaramente gli edifici scoperchiati.

Mentre le visioni di insieme, prese dall’alto mostravano il resto della città senza evidenti danni, le periferie, il quartiere di Pettino, quello più nuovo e popolato, essendo nella sua totalità edificato in cemento armato, sembra non aver subito danni.

Il messaggio che è passato sui media è questo: “la parte vecchia della città, i monumenti, e le vecchie chiese, sono venute giù a causa dell’età e del tipo di costruzione. Nei borghi ci sono danni per lo stesso motivo, il resto della città, come mostrato dalle immagini televisive, non ha danni, eccetto qualche edificio costruito malamente. Tutto sommato poteva andare peggio, in fin dei conti ci sono state solo 308 vittime. 

ORA LA FICTION

Un futurologo terremotato riunisce su un tavolo ritagli di giornale dove si riferisce che la ricostruzione delle seconde case di chi ha la prima beneficiaria di contributi, non sarà finanziata; 160 lavoratori della Technolabs sono ad un passo dal licenziamento, la Transcom se ne va e 400 sfollati resteranno in mezzo alla strada, la Coop chiude, la Tils è in crisi, futuro incerto per 300 dipendenti dell’Alenia. Il Premier verrà in vacanza in città.

Sono questi i fotogrammi di un’altra ipotetica fiction intitolata ”L.A.Q.U.I.L.A. tornerà a volare”. Scena madre: migliaia di terremotati, uno dopo l’altro, salgono sul treno con valigie e portatili, salutano col fazzoletto ed emigrano. Dopo aver venduto la casa del centro storico ai grandi immobiliaristi, a 2mila euro a metro quadro, per case che prima ne valevano anche 8mila.

Primo finale, 6 aprile 2017: i turisti a bordo della metropolitana di superficie, finalmente completata con i fondi del post-terremoto, fotografano i ruderi del centro. Nel container del Comune si litiga per le nomine al cda dell’Ente Ricostruzione. Gli abitanti del ghetto antisismico di Preturo giocano sul campo da bocce più lungo d’Europa, la pista dell’aeroporto del G8.

Secondo finale, 6 aprile 2021: L’Aquila è diventata la Porto Rotondo degli Appennini, città satellite a cinque stelle della capitale, con cui è collegata da un treno super-veloce. Carla Bruni, questa volta sorridente, passeggia tra i palazzi storici e gli innesti urbani a firma di note archi-star, a braccetto del Commissario d’Italia Guido Bertolaso. Nessuna traccia però di tanti terremotati di basso ceto sociale che oggi sono dispersi nell’Abruzzo. Loro, nel casting della ricostruzione, non sono stati contemplati, neanche come comparse.

 Aldo Cerulli segretario di Cittadinanzattiva Abruzzo

Stipendi dei top manager: il mercato o il potere? (di claudio lombardi)

Ci sono situazioni che non sono razionalmente giustificabili, ma alle quali la prassi, cioè l’abitudine, ha conferito un’apparenza di plausibilità e di normalità. Così apprendiamo da notizie di stampa che i guadagni dei super manager delle banche italiane sono aumentati nel passato anno 2009. La crisi dei due anni precedenti aveva portato alla ribalta lo scandalo di retribuzioni che non avevano più alcun collegamento con la realtà e che rispondevano ormai semplicemente ad una moderna “legge della giungla”: io ho il potere per farlo e lo faccio, mi prendo 10, 20, 100 milioni. Si diceva che era il mercato a stabilire quei guadagni. Già, peccato che il “mercato” consisteva nelle decisioni che gli stessi manager prendevano grazie al controllo dei consigli di amministrazione e ad una rete di alleanze che coinvolgeva sempre le stesse persone. Che le cose stessero così era dimostrato dall’assenza di sanzioni per quei manager che non avessero raggiunto i risultati stabiliti e dalla presenza di clausole contrattuali tutte scritte a loro favore. Di questo noi italiani sappiamo qualcosa a proposito di chi ha diretto sia le Ferrovie dello Stato che l’Alitalia: per quanto le aziende dirette andassero in perdita i guadagni dei dirigenti non venivano comunque intaccati, anche quando la responsabilità era della loro cattiva gestione. Scritto nero su bianco in contratti firmati da esponenti del Governo (essendo proprietario lo Stato delle aziende) forse distratti, forse interessati o collusi.

La notizia di oggi è che la crisi inizia ad attenuarsi e subito i top manager delle banche aumentano i loro guadagni. Di quanto? Le notizie di stampa dicono del 25% per i primi quattro istituti di credito italiani. A fronte di una diminuzione dei profitti del 41%. Sarà un premio per non essere andati più giù evidentemente….

Il problema dovrebbe essere affrontato in termini di sostenibilità. È sostenibile una economia nella quale ristretti gruppi di persone accumulano guadagni colossali sottraendo risorse alle loro aziende, agli stipendi dei dipendenti, al mercato e alle attività economiche in generale?

Di questo si tratta: sottrazione di risorse. Pagare il lavoro è sacrosanto, ma quando si parla di svariati milioni di euro che tendono quasi sempre al rialzo non si capisce di quale lavoro si tratti. La domanda è: esiste un lavoro che permette razionalmente di giustificare guadagni di 12.000 euro al giorno per 365 giorni l’anno (retribuzione nel 2009 di Alessandro Profumo numero uno di Unicredit)? Possiamo, evidentemente, inventare mille giustificazioni e sofismi per affermare che è giustissimo così e che all’estero fanno anche peggio. D’altra parte, se esistesse un imperatore, potrebbe affermare che tutto l’impero è suo ed avrebbe anche un diritto, umano e divino, scritto apposta per lui come giustificazione. Il punto è: alla società di oggi questo fa bene o fa male? Funziona meglio o peggio un assetto economico sociale fondato sul potere di alcuni di appropriarsi di una quota consistente della ricchezza prodotta? A noi pare che faccia male e funzioni peggio un tale sistema perché, appunto, sottrae risorse ad impieghi produttivi e a guadagni normali in favore di guadagni parassitari che non producono nulla perché invece di mille persone in più che vanno a fare la spesa al supermercato o che comprano casa abbiamo un solo uomo che prende tutto per lui e tenterà di investire i suoi soldi per farli crescere e, presumibilmente, in attività di tipo finanziario (se si dedicasse alle attività produttive dovrebbe lasciare la banca che gli garantisce quei guadagni spropositati). Chi ci guadagna alla fine? Soltanto lui e quelli come lui. E, si badi, qui si parla di attività bancarie, quelle che dovrebbero servire a far circolare il denaro per sostenere chi produce e lavora. Invece, una bella fetta dei soldi a disposizione viene dirottata in guadagni assurdi dato che nessun uomo può fare tanto da meritare quelle cifre come retribuzione per il suo lavoro. A meno che non vogliamo credere ai poteri magici di pochi eletti che dobbiamo pagare a peso d’oro perché appartenenti ad una casta super selezionata. Ma noi ci vogliamo credere?

Claudio Lombardi

RU 486: chiacchiere e ipocrisie (di claudio lombardi)

Quando non si sa cosa dire di nuovo e di importante ci sono questioni che attirano sempre l’attenzione e danno l’impressione a chi ascolta e a chi parla di dedicarsi ai grandi temi della vita. Fra queste l’aborto è una delle più gettonate. Chissà perché viene ritenuta una questione discriminante. Forse perché è diventata un’emergenza e l’aborto dilaga e produce danni di tutti i tipi? O forse perché si ricorre all’aborto sistematicamente per rimediare all’assenza di qualunque metodo anticoncezionale? Oppure perché si pratica il sesso in maniera selvaggia senza curarsi delle conseguenze cui si rimedia sempre con le interruzioni di gravidanza? Insomma l’aborto deve veramente essere diventato una piaga sociale di massa se le autorità religiose e alcune di quelle politiche sentono il bisogno di ricordare continuamente che occorre difendere la vita, che l’aborto è un assassinio e che va combattuto senza tregua. Strano perchè i dati sembrano dire il contrario. L’ultima trovata è la minaccia da parte di due neo governatori (Piemonte e Veneto) di negare il ricorso alla famosa pillola RU486 autorizzata dall’Agenzia italiana del farmaco e regolarmente utilizzata in tutta Europa. Subito spalleggiati da una gerarchia ecclesiastica tanto concentrata sulla gestione della sessualità e sui momenti che precedono la formazione di un essere vivente (o la conclusione della vita), da non avere abbastanza energie per occuparsi di tutto ciò che si verifica dalla nascita in poi e per fare molta attenzione a quello che succede in casa propria. L’impressione che se ne ricava, dal punto di vista di un uomo come è chi scrive, è che ci sia una gran discussione sulla funzione riproduttrice che spetta alle donne le quali, evidentemente, assolvono ad un compito di fondamentale importanza per la società; tanto importante che di questa loro funzione fisiologica non hanno alcun diritto di occuparsi in prima persona. Insomma una donna, una volta fecondata, perderebbe il diritto a decidere cosa deve fare il suo corpo. E tutti gli altri, maschi soprattutto, riceverebbero il diritto di controllare e decidere. La preoccupazione principale non è che questa persona che già esiste e che (per sua sfortuna?) è di sesso femminile, debba condurre la vita che più gli aggrada e, quindi, decidere se dar vita ad un nuovo essere che sarà suo figlio quando ritiene giunto il momento e si sente pronta a farsene carico con gioia e responsabilità. No, la preoccupazione principale è che questa donna accetti la sua funzione di riproduttrice, accetti di essere guidata da altri (di solito tutori della morale maschi) e porti a termine la gravidanza a prescindere dalla sua effettiva volontà e, nei casi più estremi, anche dalla sua stessa sopravvivenza. Giacché uomini saggi e difensori della “giusta” morale giungono ad accettare il sacrificio della madre pur di avere una nascita in più. Coerenza vorrebbe che tali principi portassero ad una società tutta concentrata sulla riproduzione, dove le madri fossero sollevate da qualunque altra incombenza, dove i bambini e le famiglie fossero assistiti senza risparmi e difesi da qualunque insidia. Purtroppo non è quello che si verifica e la severità si esercita solo nel momento del concepimento e fino alla nascita per riconsegnare al proprio destino madre e figlio subito dopo.

Questa solenne ipocrisia si ripete adesso con la pillola che consente di evitare l’aborto chirurgico. Logica vorrebbe che ne fosse incentivato l’utilizzo perché meno rischiosa per la salute della donna e più semplice da gestire in un Paese in cui le percentuali di obiettori di coscienza fra i ginecologi raggiungono a livello nazionale il 70% (64% al nord, 71% al centro, 80% al sud). Tutti rigorosi difensori della vita ovviamente, ma non della vita delle donne si presume, dato che una tale percentuale fa dubitare che al centro dell’attenzione vi sia l’essere umano già esistente. Evidentemente si ha una visione “giocosa” dell’aborto che richiederebbe un severo freno da parte dei medici i quali, altrimenti, sarebbero subissati da folle di allegre ragazze in fila per far interrompere le loro gravidanze. Evidentemente qualcuno ha capito che abortire è diventato per le donne italiane quasi un passatempo con cui combattere una vita dissoluta e noiosa. E così ha deciso di metterci un freno ostacolando in tutti i modi questa pratica. Se qualcuno la pensa così dovrebbe guardarsi allo specchio e interrogarsi a lungo prima di vergognarsi.

Per le persone più sensate qualche domanda è necessaria. È, forse, eccessivo affermare che un Governo serio, anzi, una società seria, fondata sui valori della vita e non sulle ideologie, debba occuparsi della salute delle persone, fisica e psichica, come fondamento di una maternità e di una paternità responsabile? Qualcuno si offende se si afferma che questa salute e la stessa sorte dei nascituri viene sempre compromessa quando è frutto di una forzatura o quando non vi sono le condizioni per accogliere una nuova vita? Allora è logico considerare l’aborto un rimedio ad una situazione non sostenibile, un rimedio che va praticato con il massimo rispetto per la donna posta di fronte ad una scelta sempre dolorosa e con le più forti garanzie perché non ne derivi alcun rischio per la salute. La RU486 significa questo e le persone serie che credono nei valori della vita che realmente esiste lo sanno bene. Dovrebbero queste persone incominciare a rimettere i puntini sulle “i” perché si esca dalla solenne ipocrisia di un dibattito sulla vita tutto concentrato sul controllo di alcuni momenti di vita delle persone, quelli più intimi, e sul disinteresse per tutto il resto come sanno bene le madri che lavorano o che devono mandare avanti una famiglia e non vivono di rendita né dispongono di una servitù a loro disposizione. Bisognerebbe ricordare che lo Stato non esiste per dettare principi di vita e regole morali, ma per creare condizioni di convivenza fra individui che facilitino la vita delle persone. Sarebbe arrivato il momento per tracciare una linea di confine all’invadenza di chi pretende di imporre a tutti le proprie convinzioni (ammesso e non concesso che nella sua vita privata le rispetti veramente) e di rivendicare da chi governa quei servizi e quell’assistenza che servono alla vita vera che popola le strade, le scuole, i luoghi di lavoro.

Claudio Lombardi

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