I minatori cileni e il Grande Fratello: divagazioni sulla TV e sui telespettatori (di Michele Pizzuti)

Qualche giorno fa, Aldo Grasso, nella sua rubrica a fil di rete (Corriere della Sera) sottolineava che gli ascolti di X Factor e del Grande Fratello 11 andassero scemando, anzi stavano perdendo valanghe di spettatori ad ogni puntata. Grasso stava di fatto enunciando “lo stato di crisi” dei reality.

Cosa? Crisi del GF 11? Ho letto bene? Non ci posso pensare. Dovrò ingurgitare etti di benzodiazepine per riprendermi da questa notizia. Sono tramortito. Già rimugino dove e a chi, il lunedì sera, televisivamente parlando, il pubblico, il sottoscritto, si rivolgerà. A quale canale? Verso quale trasmissione? Devo guardare meglio i palinsesti, devo andare di corsa su Google. Non vorrei trovarmi lunedì sera a braccetto con quei vecchi film in bianco e nero che magari, peggio per loro, raccontavano delle storie. Non vorrei proprio. Mica ci sono abituato. Il mio plasma da 50 pollici, poi, ha dei colori così brillanti che il bianco e nero viene proprio a male. Intristisce.

In attesa di risolvere l’interrogativo, un panino con la mortadella per riempire lo stomaco ed attivare le neuro proteine (non è vero, ma fa molto intellettuale) e via, giù. Su internet. Alla ricerca di notizie. Alla ricerca del futuro.

Quest’anno però abbiamo toccato il massimo del trash. Lo dobbiamo dire. Con un pizzico di dispiacere. Ma stavolta abbiamo toccato (quasi) la fossa. Quest’anno, le storie del GF mi sembrano come la febbre del sabato sera: la domenica mattina hai 36 e mezzo e ti sei scordato tutto. Ma ti fa male la testa. Anzi il cuore. Ti senti in colpa. Anche se sai che sabato prossimo sarà la stessa cosa.

Non è mia la colpa, però. E’ dei media. Della televisione di stato. Della RAI al servizio dei partiti. E pure della televisione commerciale. E’ il conflitto di interessi. E’ il broadcasting. E’ la televisione, bellezza. Questo è il coro.

Il coro quando canta, canta bene, è intonato. Scaricare sulla società le nostre malizie è fantastico. Ci solleva. E’ il contrappasso che diventa legge. Da’ un senso di onnipotenza. E le ragioni per quel “senso” sono anche persuasive. Il massimo.

Eppure non è tutto buio quello che non brilla. La televisione è pure capace di grandi cose. Ma tant’è. E quando la TV è lo specchio del nostro lato oscuro, può accadere di tutto. Eros e Thanatos. Il meglio e il peggio. Come al solito siamo noi il centro del sistema. E’ il nostro narcisismo. La TV ci serve sui cavi e sulle radiofrequenze proprio quello che ci è indispensabile per sfamarci. Per far vincere lo stomaco. Per far soccombere i cervelli.

Ma non voglio fare solo astratte critiche di sistema. Sparare sul pianista (e che pianista!) talvolta non conviene. La forza della TV (però) è indiscutibile. Sono solo in discussione (allora) i suoi contenuti. Ma trovatemi qualcuno che sia capace di scindere senza ucciderle queste sorelle siamesi: contenuti e cornice, contenuti e metodo, contenuti e telecomando.

Ma voglio andare al dettaglio, fare qualche esempio. Non mi va di rimanere negli apoditti. Allora chiamo a testimoniare i “Los 33” e proprio il GF 11. La seduta è aperta. Ambedue reality della nostra televisione. Ambedue specchi del nostro tempo. Il lato chiaro e il lato oscuro.

Come interpretare questi due fenomeni? Quale chiave di lettura, televisivamente parlando, ha aperto il lucchetto dello share? Per ambedue un’ambizione. Da una lato la vita. Dall’altra il successo. E’ solo una questione di millimetri.

I minatori cileni, dopo qualche disorientamento iniziale, sono riusciti a salvarsi per la concomitanza di tre contingenze: la tecnologia (le trivelle che li hanno raggiunti e le videocamere che permettevano la comunicazione, la speranza), la solidarietà (il legame tra di loro e il legame con i familiari all’esterno, un cordone ombelicale potentissimo), e la fiducia (verso la nazione, il Cile, il genere umano, il destino o  – chi credeva – in Dio). La fiducia che ce l’avrebbero fatta. Ecco, la fiducia è stata il catalizzatore più significativo nella complessa catena della loro salvezza.

Ma anche i Media sono stati protagonisti, anche loro hanno aperto il lucchetto della speranza. Ci hanno informato senza invasività. Hanno raccontato senza farci emozionare a buon prezzo. Hanno tenuto alta l’attenzione della gente. Hanno lavorato affinchè – pur con i loro vantaggi – la salvezza dei minatori diventasse la nostra salvezza. Quasi una redenzione del genere umano.

Il Grande Fratello invece, ci insegna che per caratterizzarsi dentro la casa (e avere successo fuori) le variabili per emergere sono molto più semplici: le emozioni low profile (amori recitati, storie familiari melense, accoppiamenti-separazioni, lacrime a basso costo, storie senza senso piene di pura fiction), la litigiosità (la gelosia, l’invidia, l’aggressività, l’inganno), e l’apparenza (essere i più desiderati perché rispondenti ai canoni della bellezza mediatica, spogliarsi, puntare ai preferiti del pubblico per non essere nominati). Insomma essere trash per imporsi a un pubblico che ormai è costretto ed abituato a barcamenarsi nel trash della propria esistenza quotidiana. Con la solita musica, identica da 11 anni che, in compagnia di quel movimento di luci e ombre che ci fa estasiare. Con Alessia che annuncia: “dichiaro chiuso il televoto”. Ta-Taaa!.

Io (allora) dichiaro chiusa la mia coscienza e sabato sera niente birra. Prendo una tachipirina e al diavolo la febbre. Lunedì devo essere pronto e sveglio. Norma viene in studio e, a noi e alla Marcuzzi, racconterà la sua storia, ci farà vedere il suo corpo. Norma.

Si, vabbè (direte) prima critichi il GF e poi sai pure della esclusione della bellissima Norma e della sua sensualità. Sei un ipocrita (allora).

Certo che so di Norma. Il mio mestiere è sapere. Ed è logico che sembro ipocrita. Ma non è così. Primo, perché per criticare, bisogna vedere. E poi, perché anche Bellini, verso la sua Norma, la pensava a suo modo quello che noi pensiamo del GF.

E se pure Bellini canticchiava (morbosamente): “Casta Diva, che inargenti – Queste sacre antiche piante – Al noi volgi il bel sembiante –  Senza nube e senza vel”, a noi non ci resta che soffiare sulle nubi e occhieggiare sotto il vel di Norma del Grande Fratello. Salvo sputarci sopra un secondo dopo.

Michele Pizzuti psicologo

L’etica della strada e l’etica della politica (di Michele Pizzuti)

Mannaggia… E te pareva! La giacca ritirata dar tintore stamattina e me tocca già riportajela stasera… A pischè, proprio qui in mezzo alla strada dovevi venì a giocà? Ah, fossi io tu padre, sai le pizze…?”

Il pallone sporco di fango lo aveva colpito in piena schiena, mentre camminava lì, per quella via addormentata della periferia sud di Roma, quella che odora di cellulosa, di Cinecittà.

Il moccioso non ci mise molto a reagire: “E’ stato mi padre che m’ha detto d’annà a giocà fori. E poi… a nonnè, ma dovevi venì a passeggià proprio qui? Potevi stattene a casa, no? Ah, se fossi io tu fijo, sai le pallonate”. Svelto come un gatto “il pischello”.

Da questa scenetta inventata mi pongo la prima domanda: ci sono ancora ragazzi che giocano a pallone nella strada? E, visto che sembra che non ce ne siano più molti, ciò è un bene o un male?

Sicuramente il cuore ci fa tifare per il pischello (una pallonata? E che vuoi che sia!) ma il nonnetto apre uno scorcio verso l’altra annosa questione: i genitori sono ancora protagonisti del processo educativo dei loro figli? E la scuola dov’è? Liquida, solida o evanescente? Ed infine, la TV, i media, i social network sono un motore dell’evoluzione della società, generatori di conflitti o, peggio, compartecipi del “degrado”? Come la metti la metti, le controparti sono sempre le stesse. Educazione e strada. Genitori e figli. Indisciplina e regole. Diritti e doveri. Singolo e collettività. Speranze e disillusioni. Fiducia e disincanto. Cittadini e istituzioni. Etica.

Non ho certo l’intenzione di dare risposte a quesiti che per loro natura intrinseca “non hanno risposta”, ma un paio di questioni le voglio affrontare, spero non in maniera intellettuale, anche se etica-senso-sociale-individuo-collettività, intellettualmente attrattivi lo sono di fatto.

Dove nascono, crescono, evolvono i cosiddetti valori? Beh, la famiglia sembra ancora rappresentare il nucleo principale, ma attorno ad essa ruotano ormai attività e preoccupazioni di così varia natura per cui l’educazione della prole rischia di non essere più il suo centro di gravità principale. Forse è giusto così, ma non ne sono convinto del tutto.

Sicuramente sino all’adolescenza l’azione della famiglia verso i figli è più incisiva. Ma l’arrivo dell’adolescenza e il passaggio alla giovinezza, pone una serie di problemi e incertezze ai genitori che non sempre essi riescono ad affrontare con determinazione. Crisi di comunicazione. Crisi di idee. Crisi della famiglia.

E poi nuovi nuclei di relazione sociale – una decina di anni fa avremmo detto “si profilano all’orizzonte”, mentre oggi diciamo “hanno definitivamente preso piede” – si propongono  e si sviluppano, generando sorprese, scatenando pregiudizi, stimolando speranze, innestando contraccolpi: convivenza, coppie omosessuali, coppie di fatto, uteri in affitto, adozioni specialissime.

Perciò ci si chiede: i processi educativi che metteranno in piedi sia queste neo formazioni che la famiglia tradizionale, nell’epoca di Twitter e del Web 2.0, saranno all’altezza delle attese? Il principio del piacere, la legge del tutto e subito, l’evitare regole-confini e la voglia di protagonismo verranno tenuti sotto controllo o si sgretoleranno sotto i colpi dei video in formato Mpeg4? Certo che i pessimisti hanno molto cotone da tessere. A loro basta leggere le pagine di cronaca di un quotidiano. I modernisti invece ci dicono che You Tube non è solo bullismo, ma anche scoperta di talenti e fonte informativa inimmaginabile. Comunque, ribattono tutti insieme, in ogni epoca il conflitto vecchie-nuove generazioni è stato all’ordine del giorno della storia. L’unica certezza oggi è che i risultati di questi processi educativi si vedranno a venire.

Torniamo però al primo quesito. I giovani non giocano più in strada. Meno male o è un guaio? Mi schiero senza mezzi termini, non è un guaio, ma mi dispiace. Il territorio, il quartiere, le amicizie con i vicini di casa, il prato, il marciapiede: un contesto concreto maestro di vita è oggi praticamente scomparso. Un contesto, è vero, a volte pericoloso, forse addirittura delegittimante della saldezza di istituzioni centralistiche, ma la strada, insieme agli oratori di periferia, hanno rappresentato per quella parte popolare delle masse ex proletarie (non ancora transitate nella piccola borghesia e non ancora acculturata dalla TV e dai media) una valvola educativa di enorme spessore. Il prato, il marciapiede, la strada, gli oratori hanno cementato emozioni, creato amicizie, formato temperamenti, raccontato storie, delineato personaggi. Hanno fatto crescere uomini.

Intendiamoci, strada o oratorio mica era tutto rose e fiori: i piccoli leader bizzosi di allora assomigliavano sicuramente a bulli di oggi, ma ieri mancava la cassa di risonanza principe (youtube) e quel desiderio di apparire che, oltre essere al servizio del narcisismo post-adolescenziale, oggi è usato per immaginare un percorso professionale vincente, quello con il profilo del tronista o del candidato al Grande Fratello.

Dicevamo strada, oratorio. Chi superava indenne quel periodo – e per indenne intendo chi non si lasciava andare a stranezze o a inquietudini balorde – poteva dire di aver interiorizzato valori solidi e positivi, di aver capitalizzato il proprio tempo, di avere fornito valore aggiunto a se’ stesso ed alla società: l’amicizia, la solidarietà, lo spirito di sacrificio, il senso del collettivo, la voglia di raggiungere obiettivi senza troppe scorciatoie, il senso del lavoro, la lealtà, il rispetto per gli altri. La fiducia.

E qui, dall’elenco di alcuni valori che sono fondanti dell’etica – parlo certamente di etica popolare, quella che non odora di cuoio firmato – nasce la seconda questione. Che introduco provocatoriamente: la classe politica emergente odierna è figlia della strada o ne è solo sorellastra? Anche in questo caso mi schiero: né figlia, né sorellastra. Anzi non ne è neanche lontana parente.

La classe politica emergente mi ricorda proprio quei balordi che – sebbene appellati come ragazzi di vita da un Pasolini inquieto e pessimista – hanno rappresentato la parte meno buona del quartiere, anzi del paese.

Il problema principale dei giovani politici (generalizzando) è che, non avendo interiorizzato forti valori solidaristici, riescono solo ad imitare i vecchi dirigenti di partito, fingendo di interessarsi al collettivo, ma spesso operando come professionisti dedicati a ritagliarsi spazi di potere finalizzati a mantenere vivace il proprio profilo economico. E’ per questo che la vecchia classe politica non riesce ad essere turnoverizzata. Manca una spinta popolare che, aderendo a leader nuovi e credibili, dia loro le risorse per porre in atto un ricambio.

Sono consapevole che il quadro che descrivo nasconde una sorta di pessimismo di fondo. Ma ritengo che solo da una corretta diagnosi si può successivamente passare alla più opportuna terapia. E oggi, la terapia principe, è quella di rilanciare i processi di fiducia reciproci. Di rilanciare la solidarietà. Tra vecchie e giovani generazioni. Tra politici decadenti ed immobili nei loro ruoli e nuove classi dirigenti ancora incapaci di proporsi e di caratterizzarsi. Ma solidarietà non intesa in senso piagnucoloso e pietistico. Solidarietà percepita come attori di epoche diverse che però stanno ancora su una stessa barca, barca che mica è certo che ce la farà a galleggiare per sempre.

Michele Pizzuti psicologo

Caso Ruby-Berlusconi: via dallo Stato di diritto, un passo verso il medioevo (di Claudio Lombardi)

Tre fatti:

  • festini a sfondo sessuale con decine di donne, pagate e no, nelle residenze del capo del Governo;
  • partecipazione accertata di una minorenne “raccolta dalla strada” ( viveva di espedienti ed era scappata dalla famiglia e dalla comunità alla quale era stata affidata) ai festini, compensata per la sua presenza con denaro contante e gioielli a somiglianza di quanto avviene nei rapporti di prostituzione;
  • intervento diretto del Presidente del Consiglio sulla Questura di Milano per imporre il rilascio della stessa ragazza fermata senza documenti, con molto denaro in suo possesso e accusata di furto; intervento basato sulla menzogna avendo Berlusconi informato il Capo di Gabinetto che si trattava di una parente del Capo dello Stato egiziano Hosni Mubarak; intervento che ha indotto la polizia a mentire al magistrato che doveva disporre dell’affidamento della ragazza e a nascondere la sua vera identità che, nel frattempo, era stata accertata.

Tre fatti che bastano e avanzano per uscire fuori dal quadro di uno Stato nel quale prevalgono le leggi disciplinate da un sistema di regole costituzionali e per entrare in una situazione nella quale l’arbitrio del potere è la sola regola e la sola legge.

Ciò che ha segnato la nascita dello Stato moderno è proprio il passaggio da una concezione patrimoniale nella quale lo Stato come soggetto autonomo non esisteva al di là del patrimonio del sovrano ad una nella quale è l’accordo sulla legge (da quella suprema a quelle ordinarie) ad essere il fondamento del potere che vive nella legge e per gli scopi che queste definiscono attraverso la partecipazione di un numero crescente di componenti della società che si esprime nella politica e si riflette nelle istituzioni.

È la soggettività dello Stato ed è questa prevalenza del patto che si accetti la superiorità delle regole e del diritto che costituisce la base sulla quale si fondano i diritti delle persone che, altrimenti, sarebbero nelle mani del sovrano.

Il passaggio cui stiamo assistendo in Italia è, incredibilmente, questo o, perlomeno, va in questa direzione. Forse persino senza che i protagonisti lo vogliano e lo comprendano veramente, lo Stato è caduto nelle mani di un vertice politico che esprime un’antica cultura proprietaria che risale al medioevo dietro la quale si nasconde il massimo dell’insicurezza e del disordine per i cittadini comuni.

Come possono i cittadini continuare a fidarsi di un Governo diretto da un uomo che usa il suo potere – il potere che la Costituzione attribuisce ad una istituzione per assolvere alla suprema funzione di guidare il Governo dell’Italia – per evitare ad una sbandata che ha partecipato ai suoi festini di rispondere dei reati di cui è accusata, di dichiarare la sua vera identità, di sfuggire alla legge? È persino banale rispondere che quest’uomo non dovrebbe godere di alcuna fiducia perché non ha alcuna scusante per il suo comportamento irresponsabile ed eversivo dell’ordine costituzionale. Un uomo che si prende gioco degli apparati dello Stato affermando il falso e pretendendo su questa base che non si applichi la legge, ma la sua volontà personale.

È, inoltre, appena il caso di aggiungere che si tratta dello stesso uomo di “Stato” che da 15 anni tenta in ogni modo di sfuggire ai giudici per i reati comuni di cui è accusato.

Il problema, in effetti, non sta tanto in Berlusconi. Sta nelle persone che ancora credono in lui e in quelli che diventano suoi complici ben sapendo che lo fanno per difendere i propri interessi privati e non l’interesse generale.

Se ne parliamo è perché, ormai, la contesa non riguarda più opposte visioni politiche (destra, sinistra, centro e tute le possibili varianti), ma due concezioni dello Stato: una costituzionale e una proprietaria. In quest’ultima tutto è concesso a chi ha conquistato il potere compreso disporre del denaro pubblico a suo piacimento, violare le leggi e piegare ai suoi voleri le istituzioni e gli apparati dello Stato.

È esattamente ciò che si è rivelato nella vicenda Ruby-Berlusconi con l’aggravante dell’abiezione morale di chi più volte si è eretto a rappresentante della morale e dei valori tradizionali e, puntualmente, li ha calpestati sporcandoli con i suoi comportamenti.

A questo punto c’è solo da sperare che prevalga la voglia degli italiani di non vivere in una giungla dove vale la legge del più forte, dove comandano i malavitosi che conquistano le istituzioni democratiche e le usano per trasformare i cittadini in sudditi, dove i metodi mafiosi e camorristici si sono fatti Stato.

In questa giungla nessun diritto può sopravvivere e nessuna sicurezza può esistere per le persone oneste.

Occorre una rivoluzione civica che metta ai margini i disonesti e gli affaristi che hanno conquistato posti di potere in questi decenni, che li chiami a rispondere delle loro responsabilità e che affermi una nuova cultura dello Stato democratico.

L’unico modo è risvegliarsi dal lungo sonno e tornare alla politica che è fatta di cura dell’interesse della collettività e di strategie per lo sviluppo della società e per la convivenza civile.

Claudio Lombardi

La sicurezza degli italiani: dallo stadio di Genova alle aggressioni di Roma e Milano, alla politica (di Claudio Lombardi)

Dopo diversi mesi passati ad interrogarsi sul modo migliore di allontanare i temutissimi ROM, dopo anni di allarmi per l’aumento dell’immigrazione che è stata sempre abbinata alla criminalità, dopo che la clandestinità è stata dichiarata reato, improvvisamente balzano in prima pagina notizie che rimettono con i piedi per terra la questione della sicurezza degli italiani e smascherano l’ipocrisia e l’opportunismo dei tanti che hanno agitato il problema sicurezza solo per farsi propaganda politica.

È opportuno partire dall’ultima notizia che non riguarda nessun fatto di sangue, ma è oltremodo significativa. Il Presidente della Commissione Antimafia, Beppe Pisanu, ha dichiarato che le liste dei candidati alle ultime elezioni amministrative erano zeppe di persone indegne di rappresentare nessuno perché colluse con la criminalità organizzata, quella vera (e tutta italiana e feroce) delle mafie che spadroneggiano in intere regioni del Paese e che espandono il loro dominio, con il riciclaggio dei capitali “sporchi”, dovunque, Roma e Milano in testa (ed anche all’estero come ci ricorda la strage di Duisburg di tre anni fa). La pressione sulla vita delle persone oneste è intollerabile e si esprime con ricatti, taglieggiamenti e violenza fisica che giunge fino all’assassinio di quanti si oppongono al suo predominio. Il sindaco Vassallo ucciso un mese fa testimonia dell’esistenza di una classe dirigente degnissima che rappresenta la parte migliore della popolazione, ma che è esposta, indifesa, ai criminali che agiscono per mantenere il controllo del territorio e delle attività economiche. È noto, d’altra parte, e fa parte addirittura dell’immagine nel mondo del nostro Paese, che le mafie non sono state sconfitte dallo Stato perchè le complicità a tutti i livelli della politica hanno sempre impedito che si colpissero i mandanti oltre che, sporadicamente, qualche esecutore.

Pensiamo o no che l’esistenza delle mafie cioè di forme di criminalità organizzata che mirano al controllo del territorio e alla conquista delle istituzioni locali, regionali e nazionali attraverso politici complici, siano un serio problema di sicurezza per gli italiani? Se la risposta è sì perché le prime pagine dei giornali non sono occupate tutti i giorni dalle notizie relative alla “guerra” con la criminalità? Perché al primo posto nei programmi di governo non compare la legalità e la riconquista del controllo del territorio e della libertà nelle regioni invase dalla delinquenza?

La risposta sta nei fatti che ci parlano di un Presidente del Consiglio imputato di reati comuni che da anni conduce una sua personale battaglia contro i magistrati per sfuggire ai processi e che è riuscito a costruire una maggioranza di governo intorno a questo suo programma e ad avere il voto degli italiani su programmi che somigliano ad illusioni. Italiani che hanno capito benissimo, però, la sostanza che c’è dietro, ma ne condividono lo spirito, quel “lasciate fare” che in altre società e culture indicava la libertà di iniziativa privata, ma che da noi significa un becero “fate quel che vi pare e fregatevene della legge e degli interessi generali”. Il sostanziale consenso intorno a questa parola d’ordine nasconde anche l’ulteriore illusione che sia possibile per tutti farsi spazio calpestando la libertà e i diritti degli altri pur di fare i propri interessi senza trovare altro limite che la forza che si riesce ad esprimere.

E, invece, tutti dovrebbero comprendere che questa strada è quella che getta tutti nella più profonda insicurezza. Se i disonesti rivendicano, urlando, il loro diritto a fare come gli pare, se riescono a conquistare posti di potere nelle istituzioni e a mettere sotto accusa i magistrati che perseguono i loro reati, se la criminalità riesce addirittura a darsi una rappresentanza politica, allora siamo tutti più insicuri.

La pratica di compiere reati di ogni tipo e di farlo con l’arroganza di chi sa quanto è difficile per lo Stato punire i responsabili dilaga. Anche all’estero si è diffusa questa convinzione, come già fu rivelato dalle inchieste giornalistiche sulla scelta dei delinquenti romeni di venire in Italia attratti dalla relativa facilità di sfuggire alle sanzioni penali. Se non fosse così non si comprende come mai i teppisti serbi siano venuti a compiere le loro azioni da noi, a Genova, senza aver timore di rischiare di pagare un prezzo molto elevato. La stessa cosa, d’altra parte, si potrebbe dire di quegli pseudo tifosi nostrani che da anni scatenano violenze dentro e fuori gli stadi senza rischiare granché visto che poi le ripetono regolarmente.

Si percepisce nella vita quotidiana la diffusa irresponsabilità di chi non si fa scrupolo di violare ogni regola pur di affermare se’ stesso. Il ragazzo che quasi uccide con un pugno una donna per un banale diverbio e il gruppo di teppisti che manda in coma il tassista che ha invaso il “loro” territorio dimostrano che in Italia c’è un serio problema di sicurezza per i cittadini che chiama in causa lo Stato, le forze di polizia e la magistratura insieme con le forze politiche che dirigono le istituzioni, approvano le leggi e le fanno applicare. Sarebbe ora di dire chiaramente che in uno Stato democratico, proprio perché ci devono essere le massime tutele per i diritti e le più valide politiche sociali, ci deve anche essere la massima severità nella punizione dei reati, la sovranità della legge e l’imparzialità nella sua applicazione.

È ovvio che se dal mondo politico viene l’esempio di disonestà cui siamo abituati ormai da anni non si può pensare che l’applicazione della legge, la certezza della pena e la severità delle sanzioni siano la preoccupazione principale di chi rappresenta il potere esecutivo e la maggioranza di quello legislativo.

Ha detto Sergio Marchionne “Hanno aperto lo zoo e sono usciti tutti”. Bella metafora che restituisce l’immagine di un paese non governato da una classe dirigente lungimirante e che vuole bene all’Italia, ma da gruppi di potere che tentano di usare i poteri pubblici e gli apparati per i propri interessi privati anche a costo di sfasciare la società e le istituzioni.

Questo è il vero problema della sicurezza degli italiani che, sempre più, si sentono soli e pensano di doversi difendere da soli perché lo Stato è in mano agli incapaci e ai profittatori.

Per fortuna non è sempre così, ma quelli sono ai posti di comando.

Che fare? La via giusta è riconoscersi fra persone oneste, organizzarsi e far vivere nei territori una realtà diversa da quella delle bande e degli sbandati che li occupano. La cittadinanza attiva può essere un deterrente e un’alternativa, base di un altro modo di vivere e di essere, se diventa qualcosa di più di una testimonianza isolata e sporadica. Il compito spetta a tutte le realtà che già esistono, ma che faticano a darsi un indirizzo preciso e a capire quale sia oggi il loro ruolo. La costruzione di una nuova classe dirigente passa anche da qui.

Claudio Lombardi

Il Centro Astalli e l’impegno per gli immigrati e i rifugiati politici: intervista a Giovanni La Manna (2a parte)

seconda parte dell’intervista a Padre Giovanni La Manna responsabile del Centro Astalli

Sicurezza ed immigrati sembrano un binomio obbligato nella comunicazione e nelle dichiarazioni di tanti esponenti politici. Ma si tratta di vera sicurezza e di vero ordine? E poi c’è la questione dei confini: quanti e quali sono quelli del mondo che pensiamo ci appartenga ?

 In questo momento nel mondo, soprattutto nel cosiddetto mondo sviluppato, la paura è diventata uno strumento politico e questo non ci aiuta, ci chiude. Abbiamo già paura prima di uscire in strada, abbiamo tante paure già dentro di noi.

Questa è la radice del nostro bisogno di creare frontiere: a volte sono necessarie per difenderci, per essere consci della nostra identità, ma più spesso sono motivate dalla nostra ignoranza. Non sappiamo come si vive altrove e allora ci convinciamo che la nostra maniera di vivere, la nostra cultura, sia il centro del mondo.

La frontiera indica l’affermazione di noi stessi, con le nostre paure e i nostri dubbi; la barriera invece è la negazione dell’altro, del diverso da noi.

Le frontiere sono inevitabili, sebbene la maggioranza di esse siano artificiali. Basta guardare la mappa dell’Africa: le frontiere naturali sono curve, montagne, fiumi, mentre in Africa i confini sono linee rette, tracciate in un ufficio. Ma questo non è che un simbolo di ciò che facciamo tutto il tempo: non solo le frontiere tra gli Stati, ma anche quelle fra gli uomini sono fittizie. Siamo noi che prestiamo attenzione al colore della pelle, al tipo di naso, alla statura. Fra gli esseri umani non ci sono frontiere, tutti abbiamo gli stessi problemi e ansie, le stesse difficoltà a comunicare. Dovremmo sempre riconoscere nell’altro le nostre stesse paure, il bisogno di affetto, di camminare insieme.

Le frontiere hanno una tendenza a crescere. Dobbiamo al contrario cercare un’appartenenza personale sempre più ampia, fino a sentirci parte del mondo intero. Oggi tende a succedere il contrario.

Io credo che quella delle frontiere sia una questione che dobbiamo affrontare molto realisticamente. Ne abbiamo bisogno, però dobbiamo sforzarci di mantenerle flessibili, fluide, sempre aperte a ricevere gli altri.

Cosa vuol dire la dimensione spirituale al di là di un credo religioso ? può una persona coltivare questa dimensione e non compiere azioni positive verso la collettività?

 Credo di aver già risposto in parte a questa domanda raccontando delle esperienze dei volontari del Centro Astalli. Si tratta di un esercito di persone di buona volontà spinte dalle motivazioni più disparate: religiose, etiche, sociali, personali.

Il Centro Astalli, pur nascendo all’interno della Compagnia di Gesù, ha sempre ritenuto una ricchezza la presenza di uomini e donne di buona volontà che svolgono il loro servizio in favore dei rifugiati con umiltà e generosità, indipendentemente dal loro credo. Sono individui che coltivano la loro dimensione spirituale e lo fanno nei comportamenti e nelle azioni. Posso dire che chi non è spinto da un sentimento o da un anelito di solidarietà umana non riesce a fare servizio presso i poveri. Quindi dall’esperienza del Centro Astalli posso dire che chi coltiva la sua anima educandola al bene non può non sentire il richiamo ad un impegno nei confronti della collettività.

 Politica è un termine che fa parte della nostra vita quotidiana, ma spesso lo identifichiamo con i giochi di potere o le manovre dei partiti. Può, invece, essere anche un’attività umana spirituale ?

 Mi avvalgo ancora una volta dell’uso della citazione per rispondere a questa interessante domanda. Lo faccio anche perché mi sembra fondamentale in questo determinato periodo storico avere dei punti di riferimento concettuali ed etici saldi e che siano baluardo contro un pericoloso relativismo etico che impera e che porta impoverimento e divisioni nella società.

Chi ha responsabilità politiche e amministrative abbia sommamente a cuore alcune virtù, come il disinteresse personale, la lealtà nei rapporti umani, il rispetto della dignità degli altri, il senso della giustizia, il rifiuto della menzogna e della calunnia come strumento di lotta contro gli avversari, e magari anche contro chi si definisce impropriamente amico, la fortezza per non cedere al ricatto del potente, la carità per assumere come proprie le necessità del prossimo, con chiara predilezione per gli ultimi”, (Educare alla legalità, Commissione ecclesiale Giustizia e Pace, par. 16).

Da ciò si evince che a mio avviso la politica debba essere un’attività umana e anche spirituale. Per ottenere ciò a me pare urgente un cambio di rotta.

(a cura di C.Lombardi)

Napoli e la Campania come un campo di battaglia (di Paolo Miggiano)

Le mafie in Italia sono l’impresa economica più potente e costituiscono uno dei pilastri dell’economia Europea, con un giro d’affari che qualcuno ha calcolato intorno ai 150 miliardi di euro all’anno. A questo bilancio si devono aggiungere, però, anche le migliaia di morti in più di trent’anni di guerre tra i clan. La Campania è la regione d’Italia e tra le prime nel mondo, con il maggior numero di morti ammazzati. 

Roberto Saviano, pur sostenendo, nel suo libro Gomorra, che la conta del numero dei morti costituisce l’elemento meno indicativo per comprendere il potere criminale della camorra, fornisce una conta dettagliata del numero dei morti ammazzati per camorra dal 1979 al 2005. Una conta che in 27 anni raggiunge, l’incredibile e raccapricciante numero di 3.600 morti. E questi numeri si registrano in Campania, regione che sulla cartina geografica costituisce il centro della civile Europa e non di un continente permanentemente alle prese con guerre e pulizie etniche e non è neanche la Bosnia in pieno conflitto degli anni novanta, l’Algeria o la Somalia e neanche la Georgia dell’agosto 2008. 

La Campania e Napoli in particolare non sono luoghi dove ognuno decide il proprio destino, la propria sorte. Molto spesso è la guerra tra clan a decidere la sorte delle persone, anche di quelle che con i poteri criminali non hanno nulla a che vedere. Qui si muore perché qualcuno deve dare un messaggio a qualcun’altro, perché si conosce una persona di un clan opposto, per una semplice somiglianza, per un taglio di capelli, per la somiglianza del motorino sul quale si viaggia. In sostanza, qui, il rischio di morire per caso è davvero molto alto. Campare a Napoli è una roulette, dice Fabio, un ragazzo di diciotto anni, appena scampato ad un attentato compiuto in un distributore di benzina a Napoli nel mese di settembre del 2007. Si tratta di una semplice presa d’atto che una vita giovanissima e pulita in questa città deve comunque fare i conti con il pericolo ed il rischio della morte per errore. Questi sono i momenti in cui te ne scapperesti dalla città senza più girarti indietro. Lavorare sulla strada è come stare in un campo di guerra, pure a mezzogiorno, è lo sfogo di una altro testimone dell’agguato. 

Arrivano in motocicletta, sparano come dei pazzi in mezzo alla gente, tra i bambini e le donne che fanno la spesa, disposti a tutto pur di eseguire la sentenza di morte. Come dei codardi sparano alla schiena, ammazzano persone innocenti per dare un segnale. Lo scenario a cui spesso molte persone si trovano davanti è quello di una guerra. Forse uno scenario come quello di Bagdad o di Kabul può riservare le stesse sorprese. Invece qui a Napoli si tratta di episodi che non sono eccezionali, ma sempre più frequenti e con i quali la gente si sta abituando a convivere. 

Isaia Sales nel suo saggio pubblicato nel 2006 per Ancora del Mediterraneo, riprendendo il giornalista Gigi di Fiore, un altro autorevole studioso e conoscitore di questioni di camorra, sostiene che a Napoli c’è il record dei “morti per caso”, tra cui diversi bambini e adolescenti, persone cioè incappate casualmente nel fuoco dei killer. La camorra di città, sostiene l’autore, ha assunto caratteristiche di gangsterismo urbano e i delitti esterni al suo ambiente lo dimostrano. I suoi giovani killer fanno uso frequente di cocaina che compromette loro la capacità di mirare bene il bersaglio, colpendo non di rado passanti innocenti, magari scambiandoli per nemici. Per la camorra, a differenza della mafia, l’omicidio non è progettato, non è motivato da una logica strategica, ben mirata ed improntata alla massima efficienza, ma agisce risposta a risposta, omicidio ad omicidio con un istinto sanguinario. Non è un caso che i soldati di queste ultime guerre, di tutti contro tutti, siano sempre più giovani. E questo spiega perché nelle bande di camorra la brutalità costituisce la normalità e il motivo dei numerosi morti per sbaglio. 

Ed è proprio seguendo questa logica di guerriglia, di risposta a risposta che la sera del due novembre 2008, si è compiuto un episodio che ha davvero dell’incredibile proprio perché commesso da giovani violenti dall’età compresa tra i dodici e i sedici anni. Durante una rissa scoppiata in un centro commerciale di Casoria, un giovane viene accoltellato ad una gamba. Un affronto da far pagare caro e così poco dopo la reazione in via Abate Desiderio al rione Berlingieri di Secondigliano al confine con Casavatore. Un commando di sei persone a bordo di tre scooter arriva davanti al circolo Danzi, il club dei “bambini” a rischio – gestito da un quarantaquattrenne pregiudicato – e sparano una quarantina di colpi di pistola calibro 9 tra le gambe di un gruppo di adolescenti che a mezzanotte sostavano sul marciapiede del circolo. A terra rimangono sanguinanti cinque ragazzini, tra gli undici e i sedici anni, feriti chi alla spalla, chi al ginocchio, chi al piede, chi alle gambe. 

La vicenda criminale conferma lo stato di degenerazione sociale e di degrado culturale che vige tra i ragazzi di questo territorio. Questa volta al centro della scena sono degli adolescenti cresciuti seguendo le logiche di un branco che segue valori fondati sulla prepotenza, sull’arroganza, sulla tracotanza, sulla sopraffazione e sulla vendetta tipiche degli insegnamenti dei cattivi maestri quali sono i boss della camorra. Un episodio che oltre a rimbalzare sulle cronache nazionali e internazionali ed a far particolarmente irritare il Capo dello Stato Giorgio Napolitano, ancora una volta ha dimostrato che negli ultimi vent’anni (dagli omicidi di Nunzio Pandolfi ucciso nel 1990 alla sola età di due anni; del dodicenne Fabio De Pandi – ucciso a dodici anni nel quartiere di Soccavo nel 1991; di Silvia Ruotolo; di Annalisa Durante; di Gelsomina Verde; di Dario Scherillo, tanto per fare solo alcuni nomi di giovani innocenti) la china è diventata sempre più pericolosa.  Una vicenda che per la sua dinamica fa pensare che per ragazzi come questi il punto di arrivo obbligato possa essere davvero la camorra. 

L’elenco delle persone innocenti uccise in campania è davvero lungo. Si contano oltre duecento morti senza colpa.  Delle oltre duecento persone uccise dalla violenza criminale in Campania, la Fondazione Pol.i.s. della Regione Campania, costituita proprio per sostenere le vittime innocenti della criminalità in Campania, sta realizzando delle pubblicazioni per raccontare la storia di tutte. La prima, scritta da Raffele Sardo, per Pironti Editore è in libreria proprio in questi giorni. Si intitola Al di là della notte. Storie di vittime innocenti della criminalità e racconta un periodo che va dall’uccisione di Joe Petrosino – 12 marzo del 1909-  alla strage del Rapido 904 del 23 dicembre del 1984. Personalmente, in un libro intitolato Qualcun altro bussò alla porta. Dario Scherillo ed altre storie di persone vittime della violenza criminale ho raccolto le vicende umane delle vittime e dei loro familiari caduti nell’anno 2004, quando, insieme a Dario Scherillo, un giovane di 26 anni ucciso per sbaglio la sera del 6 dicembre (aveva un motorino uguale a quello di un criminale, condannato a morte dal clan opposto), venivano uccisi Francesco Estatico (assassinato con una coltellata, per aver fatto un complimento ad una ragazza), Matilde Sorrentino (uccisa per vendetta, poiché aveva denunciato chi aveva commesso abusi nei confronti del figlio), Annalisa Durante (di quattordici anni, uccisa in un agguato contro un camorrista del suo quartiere che si face scudo con il suo corpo per sfuggire ai colpi dell’attentato), Fabio Nunneri (di venti anni, ucciso da una coltellata al petto per essere intervenuto a fare da paciere in una lite per motivi di viabilità), Gelsomina Verde (morta per un’amicizia sbagliata), Francesco Graziano e Antonio Landieri, anche loro scambiati per criminali ed uccisi. 

Angelo Vassallo e Teresa Buonocore sono le ultime persone che sono state uccise. Angelo Vassallo, era il sindaco di Pollica – Acciaroli. Una persona onesta che voleva fare il sindaco onestamente. Lo hanno massacrato a colpi di pistola. Come a lui trent’anni fa è toccato a Marcello Torre, sindaco di Pagani nel salernitano (si era opposto all’infiltrazione negli appalti della ricostruzione post terremoto. Stessa sorte è toccata al consigliere comunale del P.C. di Ottaviano, Mimmo Beneventano. Teresa Buonocore aveva semplicemente fatto ciò che avrebbe fatto ogni madre: denunciare e fare condannare chi aveva abusato della sua bambina. Per questo è stata uccisa. 

Presto a queste vittime sarà dedicato un luogo della memoria, voluto dalla Fondazione Pol.i.s. Uno spazio dove la memoria degli innocenti si nutrirà della produttività di chi con passione e coraggio ancora oggi lotta, combatte, si arma contro un cancro che sembra duro da debellare. 

 Paolo Miggiano Cittadinanzattiva Campania

Il Centro Astalli e l’impegno per gli immigrati e i rifugiati politici: intervista a Giovanni La Manna (1a parte)

Intervista a Padre Giovanni La Manna responsabile del Centro Astalli.

Una prima domanda non può che riguardare il Centro Astalli e le sue attività, non solo per descriverle, ma per capirne il senso. Cosa fa il Centro Astalli e perchè?

 Il Centro Astalli è il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, che dal 1981 incontra ogni anno circa 18.000 richiedenti asilo e rifugiati, persone costrette da guerre e dittature, violenze e persecuzioni a lasciare il loro paese per cercare rifugio in Italia. Arrivati qui dopo viaggi al limite della realtà, iniziano un altro calvario fatto di vuoto legislativo, di pregiudizi, di diffidenza e di umiliazioni difficili da sopportare per chiunque.

Diamo assistenza a giovani uomini e donne, genitori con bambini, donne in gravidanza, persone molto spesso vittime di torture che giungono in un paese che non li accoglie, che li chiama tutti indistintamente clandestini che impiega moltissime risorse per rimandarli indietro.

Quello che noi cerchiamo di fare è aiutarli nel loro inserimento sociale nel nostro paese, offrendo loro servizi di prima e seconda accoglienza (mensa, ambulatorio, centri d’accoglienza, scuola d’italiano, assistenza socio-legale…).

Cerchiamo inoltre, attraverso una serie di progetti culturali sull’asilo politico, di far conoscere alle nuove generazioni di italiani chi sono i rifugiati, la loro storia e i motivi che li hanno portati fino in Italia. Lo facciamo attraverso una serie di azioni e di materiali didattici ma soprattutto attraverso l’incontro tra rifugiati e studenti delle scuole medie superiori di quindici città italiane. In questo modo ogni anno incontriamo migliaia di ragazzi che spesso per la prima volta in vita loro ascoltano dalla viva voce di un testimone cosa significhi vivere la dura esperienza dell’esilio.
Questo il racconto per cenni del lavoro quotidiano di circa 400 persone tra operatori e volontari; mi pare possa far capire chiaramente la scelta che ogni giorno il Centro Astalli compie accogliendo i rifugiati.

 Il dire e il fare. Sono due termini entro i quali si svolge gran parte delle attività umane. Civicolab si interessa di attivismo civico e auspica una politica che parta dal basso e che rappresenti la sintesi (non la somma) di tante posizioni individuali alla ricerca di ciò che accomuna. A noi interessa lo spazio pubblico e il modo in cui, attraverso l’impegno personale, lo abita la persona. Ecco l’interrogativo: c’è lo Stato e ci sono i suoi apparati, perché le persone dovrebbero agire in prima persona ? Perché, quindi, al Centro Astalli non si limitano a dire e non lasciano fare a chi ha il compito istituzionale  di farlo ?

 MI piace rispondere a questa domanda partendo dalle affermazioni di alcuni volontari del Centro Astalli pronunciate durante un’intervista. Dalla loro esperienza di servizio c’è molto da imparare.
Ogni mercoledì da sette anni Rita distribuisce pasti a richiedenti asilo e rifugiati della mensa e mentre impiatta con piglio deciso afferma “io sono contraria al volontariato”. Alla richiesta di spiegazione continua “il cibo è un diritto e lo Stato dovrebbe garantirlo a tutti, il volontariato in una società è soltanto un ripiego, una risposta spesso non adeguata ai bisogni delle persone”.
“Non basta criticare, indignarsi davanti alla televisione senza far nulla, di chi  sa solo criticare è pieno il mondo. Ciò che manca è gente di buona volontà che si dia da fare per cambiare le cose. Ecco, venire al Centro Astalli è il mio modo di mostrare un’altra faccia del Paese  a chi arriva da lontano in cerca di una vita migliore” , spiega Antonietta, anche lei volontaria storica del Centro Astalli.
Ogni martedì Ornella, Giancamillo e Margherita sono al loro posto per ascoltare le richieste di lavoro e di alloggio di richiedenti asilo e rifugiati. “I rifugiati che vengono qui non hanno nessun diritto, sono soli. Renderci disponibili ogni settimana ad ascoltarli significa mostrar loro quel rispetto che altrove purtroppo non c’è”.

La ricchezza dell’incontro, la voglia di mettersi in gioco sono sempre state  tra le motivazioni principali che spingono i volontari a fare servizio al Centro Astalli.
Ultimamente però sembra esserci una spinta ulteriore all’impegno in prima persona. C’è una sorta di preoccupazione sociale che occupa i pensieri dei volontari: l’indignazione per un diffuso clima di intolleranza e xenofobia, la violazione sistematica dei diritti dei migranti in un paese in cui si riconoscono sempre meno, li sprona a rimboccarsi le maniche, a darsi da fare in prima persona per dimostrare che c’è dell’altro.

Sono loro la faccia benevola e accogliente di un Paese che nei confronti dei rifugiati spesso mostra il suo lato peggiore.

Il volontariato da scelta individuale sembra aver assunto una dimensione sociale che si contrappone a logiche individualistiche che paiono dominare il nostro vivere comune.
Nell’era dei cosiddetti non luoghi il volontariato occupa uno spazio concreto, definisce un luogo e lo rende casa, riempie di significato parole come servizio, solidarietà e gratuità.

Quindi alla base dell’impegno volontario ci sono motivazioni “politiche” ovvero che riguardano il modo in cui agisce una comunità di cui si fa parte ed altre che rispondono a scelte personali ?

 I dibattiti pubblici sull’immigrazione sembrano caratterizzati da un elemento ricorrente: nella maggior parte dei casi, nessuno degli interlocutori ha relazioni e rapporti con immigrati. Gli argomenti portati da una parte e dall’altra, li si condivida o meno, sono quindi nel migliore dei casi troppo astratti: sembrano volare sopra le teste degli interessati, senza nessuna attinenza con la vita reale. Molte energie vengono spese per dibattere questioni marginali, di valenza meramente ideologica, mentre sui problemi che impattano concretamente sull’esistenza di molti regna un silenzio pressoché totale.

I volontari del Centro Astalli, e tutti gli altri volontari che scelgono di spendere tempo ed energie in servizi dedicati esclusivamente o prevalentemente a stranieri,  sono certamente consapevoli di agire in un contesto politico e culturale che ormai vede con qualche riserva il loro impegno. Perché “privilegiare” i cittadini immigrati in attività di sostegno sociale, in un momento in cui la povertà interessa un numero crescente di nostri concittadini? Perché scegliere questo settore di intervento invece di tanti altri (dalla tutela e valorizzazione dei Beni artistici e culturali all’ecologia) che pure necessitano di presenza e azione concreta? In queste domande, pur legittime, si leggono i segni di un clima di  crescente sospetto verso lo straniero che, se incoraggiato, non potrà che alimentare la causa principale degli errori politici che già si commettono nella gestione del fenomeno immigrazione: la reciproca estraneità tra italiani e immigrati, ovvero l’anticamera del conflitto sociale.

L’esperienza del volontariato è una delle poche, importanti, occasioni di relazione tra persone, italiane e straniere, che vivono nello stesso territorio. Ciascun volontario ha le proprie motivazioni, squisitamente personali. Ma tutti hanno in comune un’esperienza: aver incontrato e conosciuto un rifugiato o un immigrato, essersi messo per un momento nei suoi panni.  La dimensione dello “stare insieme”, anche per un periodo molto breve, di solito porta all’urgenza di fare qualcosa. In prima persona, mettendoci del proprio, senza secondi fini. In quello spirito di servizio che troppo spesso manca alla politica.

(a cura di C.Lombardi)

Espulsioni dei Rom: un caso di politica pubblicitaria ? (di Claudio Lombardi)

“Sono le emozioni a dare forza a un movimento”. “Io sono fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni”.

Cos’è? Sta parlando un filosofo, un poeta? No, sono due automobili che si presentano così ai possibili compratori. E poi c’è la giacca che evoca lo spirito degli eroi per chi la indossa e lo yogurt che invita a farci l’amore. Viviamo nell’epoca delle illusioni e dei simboli che contagiano tutti i campi. Anche la politica non ne è esente, anzi, in troppi casi tenta di basarsi più sulle illusioni e sulle emozioni che sui fatti e sulla razionalità. E così in epoca di crisi e di problemi seri e, a volte, serissimi e drammatici sulle prime pagine dei giornali compare la questione dell’espulsione dei Rom dalla Francia. Fanno eco il nostro Presidente del Consiglio e il ministro dell’interno che si associano e si apprestano ad emulare questa scelta.
Agli occhi dei cittadini ora sembra che questo sia uno dei problemi principali cui deve far fronte il Governo.
Se solo si riflette sulla concretezza delle cose si è indotti a dubitare dell’equilibrio psichico di chi attira l’attenzione e mostra di concentrarsi su questa campagna facendone addirittura oggetto di scontri a livello dei vertici europei. E’ evidente, però, che nessuno è impazzito, ma tutti sono ben consapevoli della potenza “pubblicitaria” e simbolica delle scelte che si fanno in politica. E non c’è arma migliore, quando ci si trova in difficoltà, che distrarre l’attenzione di chi deve giudicare (e votare) dai problemi seri per dirottarla su questioni secondarie, ma accompagnate da un forte simbolismo e da una carica di emotività esagerata.

Prima di far appello ai sentimenti di umanità e di solidarietà che pure hanno una funzione basilare per la coesistenza di una collettività (tutti potremmo averne bisogno e, quindi, è bene tenerli ben svegli), è meglio parlare di qualche cifra, così tanto per dare un’idea delle dimensioni in gioco.

Le stime dicono che la presenza dei Rom in Italia dovrebbe oscillare fra i 100 e i 140mila individui di cui la metà avrebbe la cittadinanza italiana. A Roma, per esempio, su oltre 2 milioni e mezzo di abitanti, la presenza nei campi, attrezzati, abusivi e tollerati sarebbe di circa 7mila persone. Tutto qui. Questo è il fenomeno Rom da noi.

Sono numeri che non dovrebbero impensierire nessuno anche perché nessuno nega che una parte di chi abita nei campi svolga attività illegali. Il fatto è, logica vuole, che chiunque si trovi a vivere in un campo senza un lavoro e, molto spesso, senza acqua, luce e fognature, prima o poi, diventi facile preda della scorciatoia dei furti o dello spaccio di droghe. Come in tutte le situazioni di marginalità sociale il problema è la povertà e l’assenza di assistenza che predispone ai reati e non il contrario.

Dalla politica e dai politici ci si aspetta che affrontino e risolvano i problemi non con la bacchetta magica, ma con la progettualità, i poteri e i mezzi di cui dispone chi dirige le istituzioni dello Stato. Senza progettualità e strategie appropriate volte all’inserimento di così poche persone nella vita normale che significa evocare la sicurezza dei cittadini come pretesto per operazioni di polizia che, lasciate a sé stesse, segnano il fallimento della politica e dello Stato? Quali piani ha predisposto il Governo (e comuni, province e regioni) per risolvere questo problema dando la possibilità di un inserimento pacifico e solidale? È evidente che quando ci sono reati questi vanno perseguiti con rigore. E, magari, è anche chiaro che la sorveglianza del territorio dovrebbe aumentare e che le strutture dedicate agli interventi sociali e al recupero delle situazioni di marginalità dovrebbero essere potenziate. Certo, fa impressione ascoltare leader politici evocare lo spettro degli zingari che si aggirano a rubare nelle nostre città e poi decidere il taglio dei fondi alle forze di polizia e all’amministrazione della giustizia. Si dubita della loro buona fede. Per non parlare dell’indulgenza nei confronti dei malfattori che si nascondono sotto le insegne di qualche partito politico. Si sospetta che ne traggano profitto.

Se vogliamo esprimere la nostra indignazione facciamolo contro chi è pagato per dirigere le istituzioni e non trova di meglio che tentare di scatenare le emozioni perché non è capace di agire positivamente. E guardiamo ai tanti, singoli e associati, che si impegnano a fare qualcosa di utile. L’obiettivo dovrebbe essere la chiusura dei campi di tutti i tipi e l’inserimento nelle scuole, nel lavoro, nelle attività sociali. Azioni di questo tipo sono fatte di tanti interventi anche piccoli che migliorano la situazione nei centri urbani e rafforzano la coesione sociale oltre che costituire persino un fattore di rilancio economico nelle comunità locali.

Questa dovrebbe essere la strategia e dovrebbe interessare chiunque voglia vivere sereno nel suo Paese.

Claudio Lombardi

La ricchezza sarà comune o non sarà: una terza strada fra pubblico e privato (di Alberto Biancardi)

Il titolo è preso in prestito, con qualche adattamento, da André Breton, il leader dei surrealisti francesi. Infatti, la citazione corretta sarebbe “la bellezza sarà convulsa o non sarà”.

 Lo spunto mi è venuto leggendo le posizioni espresse dal leader dei Conservatori inglesi, David Cameron che si riflettono anche nel programma di governo. Nel quadro di un indirizzo di generale decentramento amministrativo si prevede, con molta enfasi in verità, che alcuni servizi pubblici siano forniti da strutture decentrate e partecipate direttamente dai cittadini, incoraggiando la responsabilità del singolo individuo.

 È noto che sul tema della partecipazione di cittadini e consumatori alla definizione e all’erogazione dei servizi pubblici c’è una letteratura economica molto ampia. Lo stesso tema dell’imprenditore sociale è oggetto da qualche tempo di particolare attenzione da parte degli economisti, ma anche dei politici e degli amministratori.

 Fra i contributi cui si può fare riferimento, particolarmente interessanti mi sembrano quelli di Elinor Ostrom (Nobel per l’economia nel 2009). La motivazione principale dell’assegnazione del premio sta proprio nell’aver dimostrato come i beni comuni possano essere gestiti adeguatamente da unioni e accordi fra utilizzatori dei medesimi beni. Ostrom, infatti, ha studiato in quali circostanze una comunità sia in grado di identificare e applicare tutte le norme comportamentali alla base della produzione e ripartizione di un bene comune, senza alcun intervento da parte del governo centrale.

 La ricerca di Elinor Ostrom e dei suoi collaboratori non è solo di tipo teorico e formale, ma anche sperimentale e basata sullo studio di situazioni vigenti in svariate realtà. È interessante osservare come dalle analisi sperimentali e dai case study il coordinamento fra individui emerga spesso come soluzione efficiente e preferita dagli individui, anche se attraverso modalità differenti fra loro.

 L’analisi è riferita ai cosiddetti pool di risorse comuni (common-pool resources), cioè quei beni – si pensi ai pascoli alpini o alle aree di pesca – il cui consumo ha bassa escludibilità ed elevata rivalità.
Non è, dunque, una regola definita al di fuori della comunità che consente di coordinarsi e di rendere sostenibile l’azione del consumo: sono i singoli individui che percepiscono come singolarmente e collettivamente conveniente il coordinamento. Anzi, proprio in base a questa percezione, si definiscono regole – talvolta implicite – per limitare l’uso della risorsa comune e per sanzionare chi dovesse decidere di non adottare il comportamento cooperativo.

Le condizioni che si devono verificare affinché i singoli individui siano indotti a collaborare sono riconducibili, in estrema sintesi, alla creazione di un sistema di mutua identificabilità di ciascun individuo e di elevata informazione sulle conseguenze derivanti dall’azione individuale e collettiva.

In sostanza, per l’esplicarsi della cooperazione e per garantire la sostenibilità del pool di risorse comuni devono venire meno i comportamenti che, seguendo la terminologia in uso nella teoria economica, portano alla cosiddetta tragedy of the commons che consiste essenzialmente nell’incentivo a sovra sfruttare la risorsa in assenza di limiti e controlli. Il rimedio sta nella consapevolezza che, nel lungo periodo, lo stesso consumatore egoista sarebbe privato della disponibilità del bene e, quindi, nella preferenza per un modello di coordinamento con gli altri consumatori (e produttori, nel caso) per garantire la sostenibilità del comportamento della collettività nel suo complesso.

È interessante notare che le alternative alla tragedy of the commons (cioè, la distruzione della risorsa pubblica) costituite dalla privatizzazione, dalla regolazione dei comportamenti e dall’affidamento ad un operatore pubblico, secondo la Ostrom, presentano ognuna dei limiti e delle problematicità.
Infatti, affidare a un’entità terza – privata o pubblica – rispetto alla comunità locale la gestione del pool rischia di rivelarsi inefficace al fine di tutelare la medesima risorsa, in quanto sia l’organizzazione pubblica che quella privata hanno propri obiettivi che non necessariamente implicano una piena tutela della risorsa.

A tal fine, vanno comunque imposte regole, all’operatore pubblico e a quello privato. Tuttavia, le informazioni non sono sempre disponibili in misura adeguata presso il governo centrale (e/o il regolatore) e, di conseguenza, il processo di definizione delle norme rischia di essere lungo e le stesse norme rischiano di essere imprecise.

In definitiva, gli strumenti della privatizzazione, dell’affidamento a un operatore pubblico e della regolazione non sono privi di controindicazioni: dunque , l’affidamento della gestione della risorsa a una comunità locale in grado di autoregolarsi è un’opzione percorribile e che, talvolta, può rivelarsi più efficiente delle soluzioni adottate più comunemente.

Ciò rende interessante il richiamo al programma dei conservatori. Non è certo la prima volta che destra e sinistra intersecano il loro percorso su questi argomenti. La stessa anima della sinistra, riguardo al rapporto fra Stato e cittadino, è storicamente duplice, e vede la convivenza fra tesi che identificano nella grande impresa pubblica e nel governo centrale la via maestra da seguire (tesi finora prevalente sotto il profilo applicativo), con quelle che auspicano il decentramento e l’adozione di schemi di democrazia diretta. Ciò che colpisce è che questo orientamento di sinistra che auspica il decentramento non è così lontano da molte delle posizioni del liberismo, anche di quello più radicale.

Ovviamente nelle posizioni di Cameron conta molto che questo è uno dei punti su cui è più probabile che si possano conseguire risparmi nel bilancio pubblico. L’alternativa, nella sua logica, sembra essere fra tagli indiscriminati – che colpirebbero comunque più i poveri che i ricchi – e misure di decentramento e affidamento ai cittadini di parte dei servizi pubblici, almeno in teoria in condizione di non peggiorare il livello di fornitura dei servizi medesimi e, al tempo stesso, di consentire un miglioramento dello stato della finanza pubblica.

Detto questo, un’ulteriore considerazione è direttamente connessa all’analisi di Elinor Ostrom che si è concentrata molto nell’analisi di contesti lontani da quelli che caratterizzano l’Occidente: si pensi alle riserve di caccia degli Indiani d’America, piuttosto che alla condivisione delle risorse idriche in sistemi agro pastorali asiatici. Ciò, però, non ha impedito di formulare osservazioni assai pregnanti riferite a situazioni ben più complesse e “occidentali”. La stessa Ostrom, in un recente articolo, ha rilevato come le caratteristiche dei pool di risorse comuni non siano attribuibili solo ai prodotti e servizi fruibili presso pascoli, aree di pesca o simili, che lei stessa e i suoi collaboratori hanno a lungo studiato. Internet o i mainframe informatici, ad esempio, sono considerabili common-pool resources, e lo sarebbe persino la finanza pubblica. Non so se la Ostrom se la sentirebbe di suggerire per quest’ultima una gestione pienamente decentrata e un’auto-regolazione… Tuttavia, a mio avviso, alcune parti della sua analisi sono estremamente interessanti per percepire al meglio le opportunità e sfide che si presentano.

 Quando ci si trova di fronte a un pool di risorse comuni, quanto più i soggetti sono informati delle conseguenze dei propri atti e si possono controllare con rapidità i comportamenti, tanto più è probabile che la cooperazione funzioni. Come dire: più gli individui si responsabilizzano, meno c’è bisogno di imporre regole dall’esterno senza che l’efficienza del sistema diminuisca. Questo vale anche per la finanza pubblica e per i servizi che questa deve finanziare.

 Anche se il progetto di una comunità consapevole nel caso di produzione e distribuzione di molti servizi pubblici può apparire utopistico sotto molti aspetti bisogna rendersi conto che lo stato attuale è spesso desolante: servizi costosi per la finanza pubblica, di qualità non elevata per i fruitori e la cui contrattualizzazione (cioè definizione di prezzo e servizio fornito) avviene in situazioni sempre più squilibrate. Da una parte, le agguerrite lobby dei produttori e, dall’altra, una burocrazia appesantita e inefficiente.

 Il miglioramento della capacità di selezione dei propri obiettivi da parte dei cittadini, la possibilità di disporre di informazioni affidabili, il monitoraggio di lobby e di burocrazia, per quanto siano obiettivi, come detto, sotto molti profili utopistici, rappresentano uno dei principali punti su cui una politica migliore dovrebbe puntare.

 Un cittadino che partecipa alla definizione dei servizi pubblici può diventare anche un migliore elettore, un soggetto maggiormente capace di tutelare i propri interessi e, al tempo stesso, di delegare ai politici e ai burocrati quello che non riesce o non vuole fare. Tra l’altro, viste le ristrettezze in cui versa la finanza pubblica di gran parte dei paesi maggiormente avanzati, non si vedono molte altre strade alternative da percorrere per mantenere almeno invariata la qualità dei servizi erogati.

 Tenuto conto dello stato della finanza pubblica in molti paesi occidentali e della crescente difficoltà a garantire servizi pubblici in quantità e qualità adeguate, forse si può dire davvero che la ricchezza o sarà comune o non sarà.

 Alberto Biancardi

Impressioni di fine estate: i problemi degli italiani e gli impegni della politica 2a parte (di Claudio Lombardi)

La crisi economica non è passata e le sue conseguenze si sentono in termini di riduzione delle attività produttive e di disoccupazione. Tuttavia, mentre tutti si occupano delle questioni nella loro dimensione globale vorremmo richiamare l’attenzione sulla dimensione più vicina alla vita quotidiana delle persone.

La dimensione civica, la condizione di cittadinanza come condizione di fatto che mette in relazione le persone tra di loro per organizzare e gestire una convivenza nello spazio pubblico, è quella che può servire da paradigma ed indicatore delle basi culturali e sociali su cui si fonda una comunità (una città, uno Stato, una unione di stati).

Infatti, affrontare i problemi solo nella loro dimensione economico-finanziaria e solo dal punto di vista dei tecnici e dei professionisti che se ne occupano non aiuta a comprenderne la sostanza umana che è sempre il nucleo di base sottostante all’economia. In questo modo, inoltre, si trasmette l’idea che le singole persone non possano fare niente per modificare la situazione collettiva che appare gestita a livelli misteriosi e inarrivabili per la gente comune. Sia chiaro, in parte è così, ma questa parte va bilanciata con dosi crescenti di democrazia di base e diffusa che influisca sulle scelte dei poteri pubblici e contribuisca a selezionare classi dirigenti che non curino solo i loro interessi.

Problemi come l’inefficienza dei servizi pubblici, gli sprechi della spesa pubblica, i comportamenti antisociali di chi evade le tasse o corrompe per eludere regole e controlli, l’assetto dei territori nei quali viviamo, l’ambiente, gli sprechi di energia, la sicurezza pubblica (precondizione perché si sviluppino le attività economiche), possono essere meglio affrontati se si suscita e si organizza la partecipazione e se questa è considerata parte dei processi decisionali e attuativi delle politiche pubbliche.

Un forte coinvolgimento e controllo sociale è adesso ritenuto indispensabile anche da una linea di pensiero di economisti che vedono i limiti dell’assetto attuale e che hanno trovato nella crisi mondiale scatenata da comportamenti speculativi fini a sé stessi la conferma alle loro intuizioni.

Anche il modello della cooperazione può costituire una risposta alla diatriba pubblico-privato per la gestione dei servizi pubblici o dei beni comuni. In ogni caso la via giusta è il contrario della separazione e dell’esclusione fra i molti e i pochi che decidono per tutti e lo è non tanto per questioni di principio o ideali, ma per l’esigenza di prevenire e smorzare i conflitti e di tenere unite le collettività intorno ad obiettivi di convivenza vantaggiosa per ognuno.

Detto ciò si può guardare all’agenda degli italiani per i prossimi mesi.

L’apertura dell’anno scolastico contrassegnata da incertezze sulla capacità della scuola pubblica di assolvere alla sua missione perché mancano le risorse umane e materiali per farlo. Decine e decine di migliaia di precari che ci lavoravano non sanno se saranno richiamati perché la riforma ha tagliato il personale, ridotto le ore e aumentato il numero di alunni per classe. La domanda è semplice: si può guardare all’istruzione pubblica solo come ad un peso per le finanze pubbliche o non è anche il primo investimento che deve fare l’Italia?

La disoccupazione che colpisce i giovani, innanzitutto, che non godono di reti di sicurezza (salario sociale, indennità di disoccupazione) e che si devono rassegnare a stipendi minimi, quando ci sono. Anche qui: si tratta solo di oneri e il problema è solo di distribuire finanziamenti “a pioggia” o su basi clientelari o non ci vogliono riforme che abbassino il costo del lavoro e aumentino i sostegni sociali per passare da un lavoro ad un altro ? E poi: la sicurezza dei territori nei quali vige l’oppressione delle mafie conta oppure no per lo sviluppo economico? E la valorizzazione del patrimonio artistico e naturale è un investimento o un peso?

I conti dello Stato non vanno mai bene e le entrate non bastano mai eppure tanti soldi sono stati trovati e spesi per impegni che non erano investimenti prioritari (Alitalia, abolizione ICI, spese della Protezione civile, Ponte di Messina). Sembra sempre un problema di scelte, alcune si fanno, altre no anche a costo di aumentare il debito pubblico come è successo negli ultimi anni. E poi: non sarebbe il caso di chiedere di contribuire anche a chi, in questi anni, ha accumulato enormi patrimoni? Secondo il Governo, invece, l’aliquota che si applica in questi casi, insieme all’impunità, è del 5% (rientro dei capitali esportati illegalmente, chiusura delle pendenze fiscali più vecchie). Tra l’altro fra le spese da ridurre non compaiono mai quelle militari come se l’Italia avesse assoluto bisogno, pur in contesto euro-atlantico di difesa, di nuove armi e ciò mentre la Germania riduce gli organici e le spese delle forze armate. Perché noi no ?.

Il federalismo che tanto interessa ad una parte della politica è solo un nome oppure veramente metterà i rappresentanti locali dei cittadini di fronte alle loro responsabilità di governo?

E, infine, la politica e la democrazia devono servire per decidere insieme o devono continuare ad essere il terreno di caccia preferito da affaristi e avventurieri? E non sarebbe giusto potenziarle con il coinvolgimento dei cittadini invece di chiuderle in circoli sempre più ristretti utili ad occultare le decisioni e le loro vere finalità? E, quindi, non sarebbe indispensabile una nuova legge elettorale che cancelli lo scandalo di assemblee parlamentari decise da pochi capipartito?

Sono tanti gli impegni e i problemi e non si sa bene chi dovrebbe occuparsene e da dove cominciare. Soprattutto, non si sa cosa possa fare il cittadino.

La risposta più semplice è: attivarsi. Non da soli, ma insieme ad altri e cominciare a costruire dal basso tanti momenti nei quali la politica torni ad essere una funzione sociale che mette in collegamento i problemi e le esigenze di ognuno con la ricerca delle soluzioni collettive attuate direttamente o mediante le istituzioni e con l’utilizzo delle risorse pubbliche.

Quanti comitati e gruppi di cittadini si possono attivare e possono dar vita a reti nelle quali circolano informazioni e si individuano gli obiettivi da raggiungere ?

Se in tante scuole i genitori si organizzano, si collegano a chi ci lavora e anche agli studenti e cominciano a domandarsi perché devono mancare i soldi anche per le esigenze più elementari, magari possono affrontare queste e, insieme, pretendere che chi gestisce il denaro pubblico dia delle spiegazioni, possibilmente convincenti. E se non ci sono possono denunciare le inadempienze e le politiche sbagliate cercando di farsi ascoltare da tutta l’opinione pubblica.

E così negli ospedali, nei quartieri, fra gli utenti dei servizi pubblici, fra gli abitanti di zone infestate dalle mafie. Persino per il lavoro un sistema che dia voce ai cittadini può migliorare le condizioni “ambientali” che favoriscono lo sviluppo o contribuire a far nascere nuove iniziative economiche che hanno più possibilità di successo se trovano un contesto sociale evoluto e coeso.

Una visione semplicistica, idealistica ed idilliaca? Sì, un po’ sì. Senza una visione, però, non si sa in che direzione andare e tutto si riduce ad essere spettatori, magari urlanti, di rappresentazioni messe in scena da altri.

L’auspicio e l’impegno deve essere, invece, di guardare alla propria realtà e domandarsi cosa si può fare di piccolo e dal basso che abbia un senso per la collettività, quindi collegarsi ad altri ed agire con azioni positive e non solo con la protesta.

Già tanti hanno imboccato questa via e si spera che in questa opera di ricostruzione si impegnino anche le organizzazioni di base dei partiti politici che dovrebbero dimostrare di essere agenti positivi e attivi della partecipazione alla politica e non terminali territoriali di organizzazioni elettorali.

Insomma, di cose da fare ce ne sono tante; occorre, però, avere chiaro il senso ed il fine: non una divisione di competenze con la politica, ma una sua trasformazione che metta fine (anche solo provarci ha valore) all’affarismo e che la riconduca alla cura degli interessi generali.

Claudio Lombardi

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