Inchiesta a L’Aquila e dichiarazioni di Berlusconi: parlano i familiari delle vittime

“Bisogna rispondere, ma con le dovute maniere”.

E’ questa la prima cosa che ci siamo detti noi familiari delle giovani vittime della casa dello studente a fronte delle stupefacenti esternazioni di Berlusconi.

Noi, che abbiamo perso tutto, che non avremo più un futuro perché la morte di un figlio azzera ogni prospettiva, siamo stati e siamo capaci di autocontrollo e di rispetto.

Due atteggiamenti che hanno scandito il nostro  percorso di dolore, la nostra richiesta di giustizia.

Atteggiamenti di cui il premier dovrebbe fare largo uso in situazioni estremamente delicate, anziché attaccare, come è ormai consuetudine, la magistratura e accusare coloro che sono stati colpiti da lutti immedicabili e che, forse, si sarebbero potuti evitare, di incontrollabile furia omicida.

Non si può che gridare VERGOGNA dinanzi a tanta insensibilità e ad un linguaggio profondamente offensivo.

E non si può non pensare che, magari, ci troviamo di fronte ad un gioco sporco, che si fa beffe anche dell’etica istituzionale: utilizzare pretesti, calunnie e sospetti per abbandonare L’Aquila al suo destino. Ma sarebbe veramente troppo e drammaticamente triste, poiché significherebbe usare il nostro dolore.

Berlusconi farebbe bene a leggere la lettera che Bertolaso, Capo della Protezione Civile, in data 5 luglio 2009, inviò a Sergio Bianchi, padre di Nicola, che non c’è più, nella quale al disperato grido di dolore di questo padre risponde:”I morti dell’Aquila potevano non esserci e soprattutto essere molto meno tra i giovani. Confido in coloro che devono, per loro compito, individuare responsabilità personali dirette, omissioni dolose, irresponsabilità colpevoli, perché è giusto che non si chiami disgrazia o fatalità ciò che poteva essere evitato, ma accetto di essere parte di una classe dirigente che, nel suo insieme, non ha saputo fare ciò che era possibile per evitare lutti e dolori a tante, troppe persone”.

Al premier, inoltre, sfugge un piccolo, non trascurabile dettaglio: gran parte degli studenti che hanno perso la vita, in quella tragica notte, erano “fuori sede”, ossia provenivano dalle regioni limitrofe.

Cosa farà allora? Richiamerà la Protezione Civile anche dalla Basilicata, dalla Puglia, dalla Campania, dal Lazio ecc. ecc.?

 COMITATO FAMILIARI VITTIME CASA DELLO STUDENTE

Inchiesta a L’Aquila e dichiarazioni di Berlusconi:il nostro è un Paese senza memoria e senza verità (di Aldo Cerulli)

Sviluppi giudiziari a L’Aquila: secondo la Procura i membri della Commissione grandi rischi sarebbero responsabili di non aver messo in allarme la  popolazione abruzzese sul rischio del terremoto agendo con negligenza, imprudenza ed imperizia. Inoltre lo stesso verbale della riunione del 31 marzo sarebbe stato redatto e firmato a terremoto avvenuto cioè il 6 aprile. È bene ricordare che i vertici della Protezione civile tennero una conferenza stampa per rassicurare la popolazione sull’improbabilità di un imminente terremoto nonostante lo sciame sismico e i precedenti storici consigliassero maggiore prudenza. Non si tenne in alcun conto l’indagine effettuata per conto della stessa Protezione civile sulla vulnerabilità degli edifici pubblici che aveva già messo in luce la situazione critica che poi si tradusse nei crolli la notte del terremoto.

Si comprende  che lo sport ormai in voga è quello di attaccare i Magistrati qualunque cosa facciano ma mi sembra che in questo caso si stia esagerando. Il Magistrato vuole capire, come credo sia interesse di tutti, se quello che la “commissione grandi rischi” ha fatto è stato sufficiente e se era possibile fare di più. D’altronde non si capisce il senso della riunione della commissione stessa se non vi era nulla da poter valutare. Sarebbe il caso che si cominciasse a ragionare un pò più serenamente almeno sulle drammatiche vicende che colpiscono parte del nostro popolo. Vorrei far notare a tutti che, per esempio, quando c’è stato il terremoto la prefettura era stata evacuata, ma non altri edifici pubblici. Perché ? Sono domande che meritano risposte e non tanto per trovare colpevoli ma anche e soprattutto per poter meglio operare quando ci saranno altri eventi.

Quanto livore e odio ….va bene che fa caldo però a spararle così grosse ce ne vuole! Io credo che bisognerebbe darsi tutti una calmata! Se si continua così non so dove andremo a finire! Questo odio contro i magistrati io proprio non lo capisco, forse sarò io minorato. Come in tutte le categorie ci sono i frutti acerbi, ma questo continuo attacco per il solo fatto di sentire la parola magistrato o peggio ancora PM ha del morboso!  

Io andrei cauto a sproloquiare contro i magistrati..ATTENZIONE: i PM non stanno dicendo che la Commissione doveva prevedere i terremoti: I PM dell’Aquila contestano il comportamento imprudente della Commissione Grandi Rischi per avere tranquillizzato le persone dicendo di tornare nelle case. Non dimentico che giorni prima del terremoto, sui giornali, a titoli cubitali si affermava…NON ABBIATE TIMORE, NON CI SONO RISCHI…Secondo voi, con un mese di scosse sismiche, sapendo che difficilmente queste termineranno dall’oggi al domani, conoscendo lo stato di almeno parte delle costruzioni nel centro storico e zone limitrofe vi sembra un comportamento prudente dire “state tranquilli, non succederà nulla, tornate nelle case a dormire” ? Perchè questo è quello che ha fatto la Commissione..

Sembra che la dicitura che “i terremoti non si possono prevedere” sia stata aggiunta al verbale il 6 Aprile. Cioè? Il giorno del terremoto. Poi, se non si ha niente da temere perchè non lasciare che la magistratura faccia il suo corso? E datevi ‘na calmata.

Bene, sperando che me lo lascino passare, io so che gli appalti per l’emergenza lasciano molti dubbi a causa delle procedure opache. Che, se giustificate nell’occasione, non lo erano di certo in tantissime altre. Per esempio, le casette antisismiche a 3.770 mq. Aspettiamo.. Io ricordo che Bertolaso voleva denunciare Giuliani per procurato allarme. Ricordo tutte le rassicurazioni affidate alla stampa. Molti terremotati riferiscono che, da mesi, non dormivano in casa e che vi ritornarono dopo le rassicurazioni della Grandi Rischi. Se i terremoti non si possono prevedere perchè si è riunita la commissione?  

Sulle ultime dichiarazioni del Premier non vale la pena spendere molte parole perché ritengo che si possano commentare da sole.
Tuttavia, visto che il soggetto in questione ricopre la carica di Presidente del Consiglio, una riflessione è doverosa: quali rischi corriamo con una persona che dimostra, con le sue dichiarazioni estemporanee di non essere completamente obiettivo e distaccato  in quella posizione?

Come si fa a pensare che il popolo aquilano, forte e generoso, che ha fraternizzato con i nobili comportamenti di tutti i soccorritori, anche della Protezione Civile, possa commettere gesti inconsulti dettati da “labilità mentale”…non è in loro che va ricercata un’ipotesi di comportamento aberrante.

Un’ultima amara considerazione:

Le dittature, nei Paesi che le hanno vissute, spesso non si sa nemmeno per quale ragione e in quale contesto siano maturate, i cittadini se le ritrovano in casa e basta. Di queste sappiamo che volgono al termine con il delirio di onnipotenza del dittatore, accompagnato da gesta e dichiarazioni spesso prive di significato.
Consentitemi di dire, in questo ultimo barlume di democrazia e prima che ci imbavaglino definitivamente che chi ha a cuore il Paese deve adoperarsi affinché queste strane esternazioni producano meno danni possibili alla Nazione e alla popolazione.
Sono maturi i tempi affinché l’Italia si butti alle spalle questa brutta pagina di cronaca.

Concludo con la poesia di Battiato:

“Povera Patria, schiacciata dagli abusi del potere, di gente infame che non sa cos’è il pudore, si credono potenti e gli va bene quello che fanno e tutto gli appartiene. Tra i governanti quanti perfetti e inutili buffoni, questo paese devastato dal dolore, ma non vi danno un po’ di dispiacere quei corpi in terra senza più calore ?”.

Aldo Cerulli segretario Cittadinanzattiva Abruzzo

Niente bilancio al Comune di Roma: qualcuno se ne occupa? (di Claudio Lombardi)

Il comune di Roma è senza bilancio e, secondo le regole della contabilità pubblica, è in vigore una gestione provvisoria che permette di spendere non più di un dodicesimo di quanto speso nel precedente anno, ma con una serie di limitazioni che si traducono comunque nella sola possibilità di mantenere in funzione la macchina amministrativa e niente di più. La legge 26 marzo 2010 n. 42 di conversione del DL n. 2/2010 prevede, infatti, che l’approvazione dei bilanci, preventivo e consuntivo, del comune di Roma sia subordinata alla nomina di un Commissario straordinario del Governo per la gestione del piano di rientro dei debiti pregressi accumulati nelle passate gestioni. Senza la ricognizione della contabilità che dovrà essere fatta dal Commissario non si potrà redigere e approvare il bilancio.

Che la situazione finanziaria di Roma fosse problematica era noto da tempo, che i problemi arrivassero fino a bloccare il bilancio non si immaginava anche perché si tratta di un provvedimento “estremo” che viene, di solito, imposto da circostanze straordinarie che rendono impossibile proseguire una gestione ordinaria delle finanze municipali. Forse nessuno si era reso conto che la situazione fosse gravissima, forse nemmeno il Sindaco se ne è reso conto altrimenti avrebbe fatto di tutto per evitare la situazione di paralisi che sta gettando nello scompiglio i servizi gestiti dal Comune e l’intera amministrazione centrale e quelle dei municipi.

Ormai gli allarmi scattano ogni giorno: non ci sono più soldi per la manutenzione degli edifici scolastici (e dei campi estivi nemmeno se ne parla), i sussidi per le ragazze madri non si possono dare, niente assistenza per anziani e disabili, niente risorse per qualunque spesa straordinaria (incluse le piccole manutenzioni come vetri rotti, la derattizzazione e la disinfestazione) e anche i soldi per le spese ordinarie stanno finendo. Per ora se ne sono accorti i cittadini che hanno bisogno di assistenza e di sussidi, ma tutti i romani subiscono ogni giorno le conseguenze di un degrado scandaloso per una città come Roma con le insidie che si nascondono nelle strade cittadine costellate da buche diventate uno dei principali pericoli per motociclisti e automobilisti. Bisognerebbe vedere con i propri occhi lo stato del manto stradale per capire che la situazione sta andando fuori controllo.

E si tratta della capitale d’Italia. Per quale ragione il Governo abbia adottato una legge così ottusa che impone regole buone forse per un condominio alla città più popolosa del Paese non è dato sapere. Anche perché i politici sono troppo impegnati ad inseguire le polemiche tra questo e quello o l’eterno ritornello sulle tante riforme istituzionali che sarebbero necessarie e che non vengono fatte. Addirittura questo è stato il contenuto di un messaggio televisivo che il Presidente del Consiglio ha rivolto il 25 aprile agli italiani.

Poiché i cittadini sono spesso almeno intelligenti quanto chi fa della politica il proprio mestiere bisognerebbe chiedere al nostro Presidente del Consiglio se ci vogliono proprio le riforme istituzionali per tappare le buche di Roma, o per dare assistenza a chi si trova in stato di bisogno, per riparare gli edifici scolastici che cadono a pezzi o, addirittura, per decidere e attuare una politica economica che ci porti lontano dal rischio di fare bancarotta dato che abbiamo un debito pubblico enorme e che la vendita dei titoli di Stato per coprire questo debito non è mai scontata e le conseguenze di una caduta di affidabilità dello Stato italiano possono essere drammatiche non tanto per chi è al vertice delle istituzioni, quanto per gli italiani che ne pagherebbero le conseguenze. Perché se ci vogliono le riforme istituzionali per fare tutto ciò allora il primo cambiamento indispensabile sarebbe quello di sostituire i politici evidentemente incapaci di svolgere il loro compito.

In questo andazzo si blocca, come se niente fosse, l’amministrazione della capitale in attesa che sia nominato il commissario tal dei tali e che si proceda ai sensi dell’articolo e comma e paragrafo ecc ecc in un tripudio di irresponsabilità e di ignoranza dei problemi veri dei cittadini che la politica DEVE risolvere.

In questo quadro sconsolante spicca anche, purtroppo, la mancanza di forti proteste da parte dei romani, dei partiti che li rappresentano e delle associazioni e movimenti. Non che nessuno protesti, anzi, si leggono comunicati e interventi a convegni che accusano la Giunta capitolina e il Sindaco di non essere capaci di amministrare. Questo si fa, ma non basta. Dove sono le tante associazioni dei cittadini, dove sono i sindacati e gli stessi partiti di opposizione alla Giunta? Perché non suscitano una protesta visibile che obblighi chi deve decidere a muoversi in fretta? Ciò che preoccupa è la passività, l’abitudine a sopportare coltivando il proprio “orticello” e il proprio ruolo senza uscirne fuori, senza mettersi veramente dalla parte dei cittadini, rispettando una immaginaria linea di divisione fra la politica e chi si occupa del “sociale”. Si tratta, ovviamente, di un giudizio generico che andrebbe verificato caso per caso, ma ciò che si vede e si percepisce è, purtroppo, la mancanza di una reazione dell’opinione pubblica all’altezza della gravità della situazione. E le forme associative che nascono dai cittadini (inclusi partiti e sindacati) sono quelle che dovrebbero organizzare e guidare questa reazione. Che non lo facciano suscita molte preoccupazioni perché la nostra è una democrazia fondata sulla partecipazione che significa anche protestare, stimolare, richiamare l’attenzione, lottare. Senza la partecipazione si scivola verso un regime fondato solo sulla delega a pochi “capi” o ad uno solo e si consegna lo Stato nelle mani di qualcuno che disporrà a proprio piacere di tutto il potere, magari convincendo i cittadini che lo fa nel loro esclusivo interesse.

Claudio Lombardi

L’Aquila dopo il terremoto, il racconto di un anno (di Aldo Cerulli)

Tanto si è scritto sulla situazione abruzzese che, per questa volta, vorrei mettere da parte l’analisi e parlarne come in un colloquio che racconta di un anno e collega oggi e ieri prendendo spunto dai fatti e dalle molte mail che arrivano a Cittadinanzattiva. Il terremoto aquilano, il più ripreso e fotografato nella storia, rischia, purtroppo, di diventare nella cruciale fase della ricostruzione, una equivoca fiction televisiva. Con il rischio che tutti i problemi saranno risolti, e tutti gli sfollati non saranno più tali, allorchè il 50% per cento più uno dei telespettatori sarà convinto di ciò.

Le parole e le C.A.S.E. ovvero comunicazione, immagine e realtà: un racconto ironico e disincantato del post-terremoto a L’Aquila

Apoteosi mediatica è stata il vertice del G8, che sarà ricordato per i vaghi impegni di circostanza sul come impedire che il pianeta vada a rotoli. E per la lacrimuccia di Carla Bruni tra le macerie, per la granita di patate e l’assoluto di peperone arrosto cucinati da un grande chef abruzzese, per le first lady che fanno il tagadà sopra al tappeto che simula una scossa sismica, per la tenda beduina dove ha dormito Gheddafi, meritandosi la simpatia degli aquilani.

Interessa meno sapere che la Guardia di finanza, sede del vertice e trasformata con svariati milioni di euro in una caserma a cinque stelle, è di proprietà, e tale resterà, delle banche Finnat, IMI, Barclays Capital, Royal Bank of Scotland e Leheman Brothers, prime beneficiarie, anche in occasione di questa crisi, di aiuti umanitari. Molti camerieri del G8 hanno poi lavorato in nero, e le hostess, tra cui molte sfollate, somministrate da un’agenzia, hanno vivamente protestato perchè costrette a lavorare 14 ore di fila per 75 euro.

”Vedrete cose che voi terremotati non avete mai visto”, declama il Presidente Ricostruttore, davanti al silente parterre dei giornalisti.

Nel cratere reale però gran parte delle macerie sono li dov’erano all’alba del 6 aprile e l’unico tentativo di rimuoverle è fallito perché il Comune ha affidato senza gara un appalto da 50 milioni per la rimozione ad una ditta senza requisiti. E’ esploso uno scandalo, la magistratura indaga, le macerie attendono con compostezza. (Saranno poi i cittadini ad organizzarsi e ad avviare una simbolica ed effettiva raccolta delle macerie con le famose carriole). Intanto trentamila sfollati di cui il 70% anziani, hanno vissuto per molti mesi sotto le tende. Altri 29mila sono in villeggiatura coatta in case private e alberghi della costa, che grazie al rimborso quotidiano di 50 euro a persona hanno salvato la stagione turistica. Nelle tende si è alternato un caldo boia ed un freddo glaciale tipico di una città ove si va sotto zero già a settembre e sono stati centinaia i casi di malori e ricoveri. ”Ci mancava solo una biblica invasione delle cavallette”, scherzava un buontempone per sdrammatizzare. Detto fatto. Milioni di cavallette  hanno assediano le tendopoli di Aquila est e mentre gli sfollati lottavano armati di scopa contro gli indesiderati ospiti, le banche gli ritiravano dal conto la rata del mutuo, in barba alla sospensione disposta, in modo assai vago, nel decreto Abruzzo.

Intanto il cratere somiglia sempre più ad una piscina dove nuotano squali e su cui volteggiano avvoltoi. I prezzi delle case e dei locali commerciali agibili sono infatti triplicati. ”E’ la legge della domanda e dell’offerta”, spiegano i possidenti locali. E più che della mano invisibile del mercato si dovrebbe parlare di un calcio in culo a molti aquilani.

”Alla guerra ci si va con chi ti vende le armi, al terremoto con chi ti ricostruisce le case”, sentenzia uno sfollato che la guerra l’ha fatta per davvero. Intanto il Presidente tesse le lodi dei pilastri antisismici, che ricordano tozze colonne di un tempio, e che reggeranno i prefabbricati del piano C.A.S.E. ”I primi appartamenti – assicura – saranno consegnati a metà settembre”, con tanto di tivù al plasma. Solo per 1500 sfollati, quanto basta per un trionfale taglio del nastro a reti unificate. Le altre casette saranno consegnate, ”anche gratis”, si legge nel Decreto, in totale a 12-14mila sfollati.

Mancano comunque all’appello 20mila sfollati con case distrutte, e altre migliaia che devono avviare complicati lavori di ristrutturazione. Ad essi si aggiungono poi gli studenti e i cittadini non residenti, che nessuno calcola.

Inevitabile che nelle tendopoli si è litigato per contendersi il diritto  a vivere per primo nelle C.A.S.E, senza sapere  che era il  sindaco a decidere per  l’assegnazione degli alloggi.

Le C.A.S.E. rappresentano però il fare che si vede e si tocca con mano. E chi le contesta è preso per matto. La Protezione civile non si è fatta perciò problemi a pubblicare sul suo giornalino un articolo in cui i comitati dicono che questi quartieri diventeranno ghetti e stravolgeranno il tessuto urbano, che occorre una fase intermedia per progettare in modo partecipato ”una città laboratorio della terza rivoluzione industriale”.

Per non essere presi per matti, occorre dare i numeri :

Premessa

I dati di seguito riportati sono tratti fedelmente dall’ordinanza n.° 3753 del 26 Luglio 2009: “Censimento dei danni“ nel cratere:

Totale edifici danneggiati 63505 di cui:
Edifici privati 59609,
Pubblici  1237,
Ospedali 54,
Caserme 177,
Scuole 682,
Attività produttive 1746.

Mentre i dati relativi al solo comune della città di L’Aquila, riferiti ai soli edifici privati sono così ripartiti:
abitazioni classificate di tipo A 11037 (Agibile),
abitazioni classificate di tipo B 4234 (Temporaneamente inagibile),
abitazioni classificate di tipo C 607 (Parzialmente inagibile),
abitazioni classificate di tipo D 260 (Temporaneamente inagibile),
abitazioni classificate di tipo E 7434 (Inagibile),
abitazioni classificate di tipo F 1314 (Inagibile per rischio esterno).

totale immobili privati danneggiati nel solo comune di L’Aquila sono 24886 su un totale dei comuni del cratere di 59609.
Vale a dire, il 41,7% degli edifici privati adibiti ad abitazione danneggiati nel cratere si trovano nel comune di L’Aquila.
Un disastro di proporzioni gigantesche, che nessuno ha saputo, o meglio voluto descrivere nella sue reali dimensioni che ha comportato:

1) Deportazione di massa fuori dalla città capoluogo di almeno 40000 degli oltre 67000 sfollati.
2) Spostamento del “G 8” programmato per il mese di Luglio 2009 a “L’Aquila” dalla sede prevista del “La Maddalena”.
3) Lancio e realizzazione del progetto C.A.S.E., dei  M.A.P. e dei Moduli Scolastici

A distanza di un anno, sono ancora 20000 gli sfollati assistiti dalla protezione civile in alberghi sulla costa o nell’entroterra, presso la Guardia di Finanza di Coppito e nelle ex caserme di L’Aquila, con un costo stimato mensile di circa (64,00 € * 30 gg * 20000 sfollati =) 38.400.000,00 €, mentre è sempre più lontana la data del possibile rientro nella propria abitazione;
ci sono inoltre altri 15000 sfollati in autonoma sistemazione, con un costo giornaliero di circa 200,00 € per sfollato, ed un costo mensile di (200,00 € * 15000 sfollati =) 3.000.000,00 €/mese, senza contare quante sono le famiglie assistite in abitazioni a canone concordato a spese del Comune in attesa di rientrare nei propri alloggi.

A tali costi si aggiungono quelli del Progetto Case (costo  2.700 €/mq) che ha superato ad oggi 1.000.000.000. (un miliardo) di euro.
Una vera follia, considerando che solo fino al giorno prima del sisma del 6 Aprile 2009, nel quartiere di Pettino, il quartiere più nuovo ed in espansione di L’Aquila, un appartamento di 100 mq, composto da tre stanze, salone doppi servizi, cantina e garage si acquistava comodamente con 180.000,00 €, cioè a 1800,00 €/mq, per fare un poco di statistica, mediamente ad un prezzo al mq. inferiore del 25%. con una superficie disponibile del 25% superiore.

 Allo slogan di giugno della propaganda istituzionale  “un tetto per tutti entro il 15 di settembre”, oggi a distanza di un anno molti cantieri del progetto CASE ancora non sono ultimati, molti abitazioni non sono ancora assegnate, i MAP nelle periferie cittadine ospitano scarse 1000 persone, i MAR rimangono per ora solo un progetto.

Comunque, praticamente a conclusione di questo mirabile progetto, delle 4500 abitazioni ne sono state assegnate, al momento della stesura di questo documento, circa 3500 ed ospitano circa 10500 sfollati.

 Ciò che i media non hanno detto

Ricordate i primi giorni dopo il sisma? Dalle riprese fatte per lo più dall’alto, si mostrava una città danneggiata, ma quello che si distingueva chiaramente era il centro storico, o i piccoli borghi e comuni limitrofi, dove le abitazioni in pietra erano rovinosamente venute giù, dove si potevano vedere chiaramente gli edifici scoperchiati.

Mentre le visioni di insieme, prese dall’alto mostravano il resto della città senza evidenti danni, le periferie, il quartiere di Pettino, quello più nuovo e popolato, essendo nella sua totalità edificato in cemento armato, sembra non aver subito danni.

Il messaggio che è passato sui media è questo: “la parte vecchia della città, i monumenti, e le vecchie chiese, sono venute giù a causa dell’età e del tipo di costruzione. Nei borghi ci sono danni per lo stesso motivo, il resto della città, come mostrato dalle immagini televisive, non ha danni, eccetto qualche edificio costruito malamente. Tutto sommato poteva andare peggio, in fin dei conti ci sono state solo 308 vittime. 

ORA LA FICTION

Un futurologo terremotato riunisce su un tavolo ritagli di giornale dove si riferisce che la ricostruzione delle seconde case di chi ha la prima beneficiaria di contributi, non sarà finanziata; 160 lavoratori della Technolabs sono ad un passo dal licenziamento, la Transcom se ne va e 400 sfollati resteranno in mezzo alla strada, la Coop chiude, la Tils è in crisi, futuro incerto per 300 dipendenti dell’Alenia. Il Premier verrà in vacanza in città.

Sono questi i fotogrammi di un’altra ipotetica fiction intitolata ”L.A.Q.U.I.L.A. tornerà a volare”. Scena madre: migliaia di terremotati, uno dopo l’altro, salgono sul treno con valigie e portatili, salutano col fazzoletto ed emigrano. Dopo aver venduto la casa del centro storico ai grandi immobiliaristi, a 2mila euro a metro quadro, per case che prima ne valevano anche 8mila.

Primo finale, 6 aprile 2017: i turisti a bordo della metropolitana di superficie, finalmente completata con i fondi del post-terremoto, fotografano i ruderi del centro. Nel container del Comune si litiga per le nomine al cda dell’Ente Ricostruzione. Gli abitanti del ghetto antisismico di Preturo giocano sul campo da bocce più lungo d’Europa, la pista dell’aeroporto del G8.

Secondo finale, 6 aprile 2021: L’Aquila è diventata la Porto Rotondo degli Appennini, città satellite a cinque stelle della capitale, con cui è collegata da un treno super-veloce. Carla Bruni, questa volta sorridente, passeggia tra i palazzi storici e gli innesti urbani a firma di note archi-star, a braccetto del Commissario d’Italia Guido Bertolaso. Nessuna traccia però di tanti terremotati di basso ceto sociale che oggi sono dispersi nell’Abruzzo. Loro, nel casting della ricostruzione, non sono stati contemplati, neanche come comparse.

 Aldo Cerulli segretario di Cittadinanzattiva Abruzzo

Stipendi dei top manager: il mercato o il potere? (di claudio lombardi)

Ci sono situazioni che non sono razionalmente giustificabili, ma alle quali la prassi, cioè l’abitudine, ha conferito un’apparenza di plausibilità e di normalità. Così apprendiamo da notizie di stampa che i guadagni dei super manager delle banche italiane sono aumentati nel passato anno 2009. La crisi dei due anni precedenti aveva portato alla ribalta lo scandalo di retribuzioni che non avevano più alcun collegamento con la realtà e che rispondevano ormai semplicemente ad una moderna “legge della giungla”: io ho il potere per farlo e lo faccio, mi prendo 10, 20, 100 milioni. Si diceva che era il mercato a stabilire quei guadagni. Già, peccato che il “mercato” consisteva nelle decisioni che gli stessi manager prendevano grazie al controllo dei consigli di amministrazione e ad una rete di alleanze che coinvolgeva sempre le stesse persone. Che le cose stessero così era dimostrato dall’assenza di sanzioni per quei manager che non avessero raggiunto i risultati stabiliti e dalla presenza di clausole contrattuali tutte scritte a loro favore. Di questo noi italiani sappiamo qualcosa a proposito di chi ha diretto sia le Ferrovie dello Stato che l’Alitalia: per quanto le aziende dirette andassero in perdita i guadagni dei dirigenti non venivano comunque intaccati, anche quando la responsabilità era della loro cattiva gestione. Scritto nero su bianco in contratti firmati da esponenti del Governo (essendo proprietario lo Stato delle aziende) forse distratti, forse interessati o collusi.

La notizia di oggi è che la crisi inizia ad attenuarsi e subito i top manager delle banche aumentano i loro guadagni. Di quanto? Le notizie di stampa dicono del 25% per i primi quattro istituti di credito italiani. A fronte di una diminuzione dei profitti del 41%. Sarà un premio per non essere andati più giù evidentemente….

Il problema dovrebbe essere affrontato in termini di sostenibilità. È sostenibile una economia nella quale ristretti gruppi di persone accumulano guadagni colossali sottraendo risorse alle loro aziende, agli stipendi dei dipendenti, al mercato e alle attività economiche in generale?

Di questo si tratta: sottrazione di risorse. Pagare il lavoro è sacrosanto, ma quando si parla di svariati milioni di euro che tendono quasi sempre al rialzo non si capisce di quale lavoro si tratti. La domanda è: esiste un lavoro che permette razionalmente di giustificare guadagni di 12.000 euro al giorno per 365 giorni l’anno (retribuzione nel 2009 di Alessandro Profumo numero uno di Unicredit)? Possiamo, evidentemente, inventare mille giustificazioni e sofismi per affermare che è giustissimo così e che all’estero fanno anche peggio. D’altra parte, se esistesse un imperatore, potrebbe affermare che tutto l’impero è suo ed avrebbe anche un diritto, umano e divino, scritto apposta per lui come giustificazione. Il punto è: alla società di oggi questo fa bene o fa male? Funziona meglio o peggio un assetto economico sociale fondato sul potere di alcuni di appropriarsi di una quota consistente della ricchezza prodotta? A noi pare che faccia male e funzioni peggio un tale sistema perché, appunto, sottrae risorse ad impieghi produttivi e a guadagni normali in favore di guadagni parassitari che non producono nulla perché invece di mille persone in più che vanno a fare la spesa al supermercato o che comprano casa abbiamo un solo uomo che prende tutto per lui e tenterà di investire i suoi soldi per farli crescere e, presumibilmente, in attività di tipo finanziario (se si dedicasse alle attività produttive dovrebbe lasciare la banca che gli garantisce quei guadagni spropositati). Chi ci guadagna alla fine? Soltanto lui e quelli come lui. E, si badi, qui si parla di attività bancarie, quelle che dovrebbero servire a far circolare il denaro per sostenere chi produce e lavora. Invece, una bella fetta dei soldi a disposizione viene dirottata in guadagni assurdi dato che nessun uomo può fare tanto da meritare quelle cifre come retribuzione per il suo lavoro. A meno che non vogliamo credere ai poteri magici di pochi eletti che dobbiamo pagare a peso d’oro perché appartenenti ad una casta super selezionata. Ma noi ci vogliamo credere?

Claudio Lombardi

RU 486: chiacchiere e ipocrisie (di claudio lombardi)

Quando non si sa cosa dire di nuovo e di importante ci sono questioni che attirano sempre l’attenzione e danno l’impressione a chi ascolta e a chi parla di dedicarsi ai grandi temi della vita. Fra queste l’aborto è una delle più gettonate. Chissà perché viene ritenuta una questione discriminante. Forse perché è diventata un’emergenza e l’aborto dilaga e produce danni di tutti i tipi? O forse perché si ricorre all’aborto sistematicamente per rimediare all’assenza di qualunque metodo anticoncezionale? Oppure perché si pratica il sesso in maniera selvaggia senza curarsi delle conseguenze cui si rimedia sempre con le interruzioni di gravidanza? Insomma l’aborto deve veramente essere diventato una piaga sociale di massa se le autorità religiose e alcune di quelle politiche sentono il bisogno di ricordare continuamente che occorre difendere la vita, che l’aborto è un assassinio e che va combattuto senza tregua. Strano perchè i dati sembrano dire il contrario. L’ultima trovata è la minaccia da parte di due neo governatori (Piemonte e Veneto) di negare il ricorso alla famosa pillola RU486 autorizzata dall’Agenzia italiana del farmaco e regolarmente utilizzata in tutta Europa. Subito spalleggiati da una gerarchia ecclesiastica tanto concentrata sulla gestione della sessualità e sui momenti che precedono la formazione di un essere vivente (o la conclusione della vita), da non avere abbastanza energie per occuparsi di tutto ciò che si verifica dalla nascita in poi e per fare molta attenzione a quello che succede in casa propria. L’impressione che se ne ricava, dal punto di vista di un uomo come è chi scrive, è che ci sia una gran discussione sulla funzione riproduttrice che spetta alle donne le quali, evidentemente, assolvono ad un compito di fondamentale importanza per la società; tanto importante che di questa loro funzione fisiologica non hanno alcun diritto di occuparsi in prima persona. Insomma una donna, una volta fecondata, perderebbe il diritto a decidere cosa deve fare il suo corpo. E tutti gli altri, maschi soprattutto, riceverebbero il diritto di controllare e decidere. La preoccupazione principale non è che questa persona che già esiste e che (per sua sfortuna?) è di sesso femminile, debba condurre la vita che più gli aggrada e, quindi, decidere se dar vita ad un nuovo essere che sarà suo figlio quando ritiene giunto il momento e si sente pronta a farsene carico con gioia e responsabilità. No, la preoccupazione principale è che questa donna accetti la sua funzione di riproduttrice, accetti di essere guidata da altri (di solito tutori della morale maschi) e porti a termine la gravidanza a prescindere dalla sua effettiva volontà e, nei casi più estremi, anche dalla sua stessa sopravvivenza. Giacché uomini saggi e difensori della “giusta” morale giungono ad accettare il sacrificio della madre pur di avere una nascita in più. Coerenza vorrebbe che tali principi portassero ad una società tutta concentrata sulla riproduzione, dove le madri fossero sollevate da qualunque altra incombenza, dove i bambini e le famiglie fossero assistiti senza risparmi e difesi da qualunque insidia. Purtroppo non è quello che si verifica e la severità si esercita solo nel momento del concepimento e fino alla nascita per riconsegnare al proprio destino madre e figlio subito dopo.

Questa solenne ipocrisia si ripete adesso con la pillola che consente di evitare l’aborto chirurgico. Logica vorrebbe che ne fosse incentivato l’utilizzo perché meno rischiosa per la salute della donna e più semplice da gestire in un Paese in cui le percentuali di obiettori di coscienza fra i ginecologi raggiungono a livello nazionale il 70% (64% al nord, 71% al centro, 80% al sud). Tutti rigorosi difensori della vita ovviamente, ma non della vita delle donne si presume, dato che una tale percentuale fa dubitare che al centro dell’attenzione vi sia l’essere umano già esistente. Evidentemente si ha una visione “giocosa” dell’aborto che richiederebbe un severo freno da parte dei medici i quali, altrimenti, sarebbero subissati da folle di allegre ragazze in fila per far interrompere le loro gravidanze. Evidentemente qualcuno ha capito che abortire è diventato per le donne italiane quasi un passatempo con cui combattere una vita dissoluta e noiosa. E così ha deciso di metterci un freno ostacolando in tutti i modi questa pratica. Se qualcuno la pensa così dovrebbe guardarsi allo specchio e interrogarsi a lungo prima di vergognarsi.

Per le persone più sensate qualche domanda è necessaria. È, forse, eccessivo affermare che un Governo serio, anzi, una società seria, fondata sui valori della vita e non sulle ideologie, debba occuparsi della salute delle persone, fisica e psichica, come fondamento di una maternità e di una paternità responsabile? Qualcuno si offende se si afferma che questa salute e la stessa sorte dei nascituri viene sempre compromessa quando è frutto di una forzatura o quando non vi sono le condizioni per accogliere una nuova vita? Allora è logico considerare l’aborto un rimedio ad una situazione non sostenibile, un rimedio che va praticato con il massimo rispetto per la donna posta di fronte ad una scelta sempre dolorosa e con le più forti garanzie perché non ne derivi alcun rischio per la salute. La RU486 significa questo e le persone serie che credono nei valori della vita che realmente esiste lo sanno bene. Dovrebbero queste persone incominciare a rimettere i puntini sulle “i” perché si esca dalla solenne ipocrisia di un dibattito sulla vita tutto concentrato sul controllo di alcuni momenti di vita delle persone, quelli più intimi, e sul disinteresse per tutto il resto come sanno bene le madri che lavorano o che devono mandare avanti una famiglia e non vivono di rendita né dispongono di una servitù a loro disposizione. Bisognerebbe ricordare che lo Stato non esiste per dettare principi di vita e regole morali, ma per creare condizioni di convivenza fra individui che facilitino la vita delle persone. Sarebbe arrivato il momento per tracciare una linea di confine all’invadenza di chi pretende di imporre a tutti le proprie convinzioni (ammesso e non concesso che nella sua vita privata le rispetti veramente) e di rivendicare da chi governa quei servizi e quell’assistenza che servono alla vita vera che popola le strade, le scuole, i luoghi di lavoro.

Claudio Lombardi

elezioni finite, ora si deve lavorare sul serio (di claudio lombardi)

Le elezioni si sono concluse, i commenti ci sono stati e sicuramente continueranno ancora per un po’, i presidenti eletti si godono l’attenzione dei media, i nuovi consigli si stanno per insediare e le giunte inizieranno a funzionare fra poco. Qualche piccola considerazione sul voto e poi vediamo che c’è da fare.

Il voto del 28-29 marzo indica tre fenomeni: l’astensionismo che sfiora il 40% dell’elettorato; il successo delle forze politiche che hanno una presenza territoriale vera o che parlano un linguaggio chiaro e netto che permette di capire subito cosa propongono e chi sono; il successo di liste che fanno capo a movimenti di opinione o sociali.

Si tratta di tre fenomeni che ci parlano di un elettorato sveglio che ha un rapporto disinibito con le forze politiche e che molto difficilmente segue disciplinatamente le indicazioni dei gruppi dirigenti dei partiti. Anche quando sembra che lo faccia, in realtà, rinnova la sua adesione a un progetto o a un’idea che esercita ancora la sua attrazione e che convince. La stessa astensione è una presa di posizione “estrema” e potenzialmente negativa perché lascia campo libero a quelli dai quali ci si allontana, ma significa anche che quella massa che ha la maggioranza relativa potrebbe esprimere un diverso orientamento alle elezioni successive e, da subito, potrebbe schierarsi, e condizionare tutta l’opinione pubblica, contro le politiche condotte da vertici istituzionali non riconosciuti come propri.

Il successo di chi parla con chiarezza e non ha “peli sulla lingua” e quello di chi parla a nome di movimenti di protesta o di lotta indica che l’insoddisfazione per lo stato delle cose è tanta, che si pretende che la politica dia messaggi chiari e riconoscibili, che si rifiuta il professionismo di chi mette la manovra fra partiti al centro della sua azione perché sembra occuparsi solo dei problemi del “palazzo” e non di quelli reali. E poi dalla delusione si passa ad imboccare la strada di una rifondazione della politica partendo da aggregazioni nuove che gruppi di cittadini creano in base ai propri orientamenti e agli obiettivi da raggiungere. In entrambi i casi si tratta di elettori che non accettano di essere manovrati da chi non fa capire cosa vuole perché è molto più attento agli equilibri di potere e alla propria carriera che alla missione di curare gli interessi della collettività.

Potrebbe sembrare paradossale, ma questi tre fenomeni rivelano un grande bisogno di attivismo civico, rivelano che il cittadino non vuole essere preso in giro e pretende di essere messo al centro della politica. Il vero tema di queste elezioni diventa dunque questo: la necessità di rifondare la politica e di rinnovare il sistema democratico perché sia lo strumento con il quale affrontare i problemi di governo della società. I partiti che non lo capiscono e si presentano come gruppi di professionisti concentrati sui loro problemi vengono colpiti. Ovviamente non tutto avviene con la lucidità di un progetto concepito da una singola mente, ma con la grossolanità, le contraddizioni e l’approssimazione di un processo che coinvolge milioni di persone. Per questo ci sono segnali contrastanti e per questo il declino delle “macchine di potere” non è così netto come potrebbe essere.

Disponibilità e vuoto: questi sono i termini che descrivono meglio la situazione di oggi. Disponibilità perché sia il voto che il non voto mostrano una società attenta ed esigente ed anche autonoma fatta di persone che ragionano con la loro testa e scelgono. Vuoto perché se queste persone non trovano, prima o poi, chi sia in grado di rappresentare le loro esigenze possono costituire la massa di manovra per lo smantellamento di una democrazia percepita come inutile.

C’è, però, un’altra parola chiave che descrive la situazione: attivismo. Può essere civico o politico o anche personale, ma indica comunque l’esistenza di energie che si muovono alla ricerca di un assetto migliore. L’attivismo civico, la cittadinanza attiva significano questo: ricerca del meglio nello spazio pubblico rispetto ad una situazione insoddisfacente. Ecco allora che dopo le elezioni, chiunque abbia conquistato il vertice delle regioni deve fare i conti con questa opinione pubblica, con questi cittadini che faranno meglio ad organizzarsi per promuovere le politiche che rispondono agli interessi della collettività perché se non lo fanno allora saranno i gruppi di potere ad agire (come fanno sempre) per il loro interesse particolare.

I temi non mancano. Non se ne è parlato in campagna elettorale, ma adesso sarà difficile sfuggire: i nuovi amministratori delle regioni dovranno lavorare per migliorare la situazione dei territori che devono amministrare.

Sanità, energie e ambiente, mobilità, assetto del territorio, sviluppo, efficienza amministrativa, assistenza. Sono solo alcune delle responsabilità che spettano alle regioni. Presto ne arriveranno altre con il federalismo fiscale che permetterà ai cittadini di confrontare imposte  e tasse pagate con i servizi resi perché non si potrà più fare lo scaricabarile fra Stato che prende i soldi e regioni che li spendono. Tendenzialmente le regioni si autofinanzieranno e dovranno spiegare ai propri cittadini che fine fanno i loro soldi. Sarà una bella prova per tutti, ma innanzitutto lo sarà per i cittadini che potranno e dovranno conoscere le cose e pretendere di partecipare alle decisioni e ai controlli. Un cittadino attivo ed esigente è la miglior garanzia che il sistema democratico serva ad una società che promuove le capacità individuali in un quadro di garanzie e di tutele accessibili a tutti.

Claudio Lombardi

Elezioni regionali: il diritto della forza o la forza del diritto? (di Claudio Lombardi)

Legge 23 agosto 1988, n. 400  “Disciplina dell’attività di governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei ministri”
Articolo 15, comma 2:
Il Governo non può, mediante decreto-legge:
a) conferire deleghe legislative ai sensi dell’articolo 76 della Costituzione;
b) provvedere nelle materie indicate nell’articolo 72, quarto comma, della Costituzione.”

Costituzione della Repubblica
Articolo 72, comma 4:

“la procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi.”

Non occorre aggiungere altro per descrivere l’anomalia della situazione che si è creata con il decreto-legge n. 29/2010 (“salva liste”). Il Governo ha evidentemente violato una norma di legge che discende da principi costituzionali mascherando da interpretazione autentica una innovazione sostanziale della normativa per le procedure che regolano lo svolgimento delle elezioni regionali. Ne ha, persino, disposto la retroattività in modo da consentirne l’applicazione ad atti procedurali già conclusi e sotto giudizio della magistratura. La forzatura del sistema costituzionale e dell’ordinamento giuridico è evidente e non è possibile camuffarla.

Da buoni cittadini dobbiamo chiederci: perché? E anche: ci riguarda oppure per noi non cambia niente?

Il perché è noto e va ricondotto ai problemi causati dagli incaricati del PDL per la presentazione delle liste che non hanno tenuto conto delle norme esistenti e le hanno violate in più modi fino a giungere all’incredibile abbandono degli uffici di Roma al momento della presentazione della lista e in coincidenza con il termine ultimo previsto per questo adempimento.

Di fronte ad una responsabilità così palese immediatamente si sono levate voci di protesta, da parte del partito escluso, che denunciavano la sottrazione del diritto di voto per una parte consistente dell’elettorato. È fin troppo facile osservare che se non ci si presenta in tempo conoscendo perfettamente le scadenze che vanno rispettate si tratta di un’autoesclusione. D’altra parte il responsabile di tale decisione ha ammesso con la propria voce di essersi allontanato dagli uffici volontariamente (esattamente: per mangiare qualcosa). Di fronte ad un comportamento così assurdo e gravemente scorretto nei confronti degli elettori del PDL, innanzitutto, i comportamenti dei dirigenti di quello schieramento sono stati di oggettiva scomposta agitazione con dichiarazioni confuse e al limite dell’irresponsabilità (“vogliamo la prova di forza”, “siamo disposti a tutto”). L’unica richiesta che poteva legittimamente essere fatta, partendo dalla presentazione delle scuse nei confronti degli elettori e degli organi preposti allo svolgimento ordinato delle elezioni, non è stata fatta. Si poteva semplicemente chiedere il consenso di tutte le forze politiche per il rinvio della data delle elezioni e, solo dopo averlo ottenuto, formulare una richiesta al Governo perché rinviasse, d’accordo con le Regioni interessate, la data del voto.

Se accompagnata da provvedimenti sanzionatori nei confronti degli autori dei pasticci procedurali questa richiesta sarebbe stata credibile poiché nessuno aveva interesse ad escludere una buona fetta di elettorato che si sarebbe trovato privo delle proprie liste.

Le cose, però, non sono andate così e, in un crescendo di agitazione e di confusione (sempre accusando non si sa bene chi di voler escludere il PDL dalle elezioni), si è giunti al decreto-legge n. 29. La rabbia non ha trovato un suo sfogo naturale nei confronti degli esponenti di quel partito che hanno fatto il pasticcio e si è, invece, indirizzata alla ricerca di ipotetici complotti rispetto ai quali si è affermato di poter violare tutte le norme in nome di una sostanza (la forza numerica) che prende il posto della forma cioè del diritto.

Nella storia non è una novità questo atteggiamento perché si tratta né più e né meno che di un comportamento rivoluzionario che si prepara a rovesciare un ordine in nome del diritto della forza in un confronto che si prevede possa e debba svolgersi solo su questo piano.

Ma torniamo alle domande iniziali: perché e quanto ci riguarda.

Il perché sta nella descrizione dei fatti e delle norme che, disciplinando un momento essenziale della vita dello Stato, corrispondono ad una sostanza vera fatta degli elementi di base che consentono la vita della collettività. Non si tratta né di burocrazia, né di forme inutili, ma di qualcosa che ci riguarda da vicino perché sostanza non sono solo i numeri, ma anche gli accordi fra cittadini che decidono, attraverso il lavoro delle istituzioni, le regole della convivenza. Senza questi accordi la vita insieme non sarebbe possibile e diventerebbe un rischio continuo perché nessuno potrebbe mai essere sicuro dei propri beni e della propria stessa vita esposti ad ogni genere di prepotenza in nome della forza. Non è un caso che caratteristica essenziale delle democrazie sia la limitazione dei poteri delle maggioranze nell’ambito delle regole fissate nelle leggi.

Però il Governo ha deciso lo stesso di prendersi un potere che non gli spetta scrivendo norme che non poteva scrivere e imponendole con un atto di forza (perché tale è un decreto-legge emanato al di fuori delle regole). Tutti i cittadini devono essere molto preoccupati perché questo atto non è l’unico che è stato compiuto forzando la lettera e lo spirito della Costituzione, ma è l’ultimo di una serie di comportamenti, di decisioni e di forzature che sono diventati un problema serio per gli italiani.

Avremmo bisogno tutti di stabilità e di comportamenti costruttivi perché il nostro Paese ha bisogno di essere ben governato e di rinnovarsi per costruire il proprio futuro. Sono tante le cose che andrebbero fatte per migliorare la nostra situazione e, invece, vediamo il succedersi di vicende giudiziarie che scoprono un mondo di soprusi, di corruzione e di menefreghismo per i problemi dell’Italia. Il nostro Stato è visto, da tanti che hanno o hanno avuto in mano le leve del potere, come un deposito di denaro a cui attingere liberamente per i propri comodi e da altri come un terreno di incursione di bande armate che tentano di impadronirsi di singoli pezzi delle istituzioni. Nella lotta per finirla con questa situazione vorremmo veder impegnati tutti i partiti e i loro rappresentanti nelle istituzioni e, invece, questo non accade.

Sarebbe arrivato il tempo di una vera grande riforma: rinnovare il sistema democratico mettendolo sulle basi solide della partecipazione alla vita politica ed amministrativa da parte dei cittadini intesa come modalità strutturale per concorrere al governo della cosa pubblica. Se una rinascita dell’Italia è possibile questa passa per uno Stato più forte ed autorevole perché espressione di una società capace di rinnovarsi e di stabilire un nuovo patto di convivenza civile basato sul riconoscimento della dimensione pubblica come l’unica che può dare ad ognuno la possibilità di sviluppare le sue capacità e che può garantire l’intreccio fra diritti, doveri e responsabilità.

Claudio Lombardi

Corruzione, Protezione civile e diritti dei cittadini (di claudio lombardi)

Ancora corruzione, ancora i soldi degli italiani rubati. Grazie ai magistrati e ai mezzi di indagine di cui dispongono (fino a che il disegno del Governo che mira ad annullarli non si realizza) noi cittadini veniamo a conoscenza di un altro pezzo del nostro mondo. Ora tocca alla Protezione civile. Una struttura destinata a fronteggiare calamità naturali con interventi di emergenza e da tutti per questo conosciuta, è coinvolta in un’inchiesta che, per ora, ha già rivelato comportamenti dei quali il magistrato accerterà la rilevanza penale, ma che agli occhi del cittadino appaiono da subito moralmente ripugnanti. Ma bisogna capire prima di giudicare. Partiamo da alcune informazioni su cosa è la Protezione civile.

Nasce nel 1992 il Servizio nazionale per la protezione civile che opera attraverso il Dipartimento appositamente costituito ed incardinato nell’ambito della Presidenza del Consiglio.

Nel 1999 viene prevista l’istituzione di un’Agenzia di protezione civile ente di diritto pubblico indipendente dalla Presidenza del Consiglio che, però, non vedrà mai la luce per le resistenze dei governi in carica in quegli anni.

Nel 2001, appena nominato Presidente del Consiglio, Berlusconi sciolse l’Agenzia e ripristinò il Dipartimento per la protezione civile alle dipendenze della Presidenza del Consiglio estendendone le competenze alla gestione dei cosiddetti “grandi eventi” e nominando Guido Bertolaso direttore del Dipartimento. Da quel momento qualunque evento ritenuto rilevante dal Governo poté essere affidato per la sua realizzazione alla Protezione civile con una semplice Ordinanza di protezione civile emanata dal Presidente del Consiglio che prevede la nomina di un Commissario del Governo e la deroga a tutte le leggi vigenti in materia di appalti (italiane ed europee), ambiente e contabilità pubblica.

Negli ultimi 9 anni si può stimare che siano state emanate oltre 600 ordinanze di protezione civile nelle materie più varie dalle vere emergenze ad una molteplicità di eventi che non si capisce come siano potuti entrare nelle competenze della protezione civile (summit internazionali, manifestazioni sportive, incontri di preghiera, lavori pubblici per manutenzione e riparazione vari). Ciò che va sottolineato, però, è che tutti questi eventi hanno richiesto la realizzazione di opere pubbliche con una spesa complessiva (mai dichiarata) valutata in oltre 10 miliardi di euro (circa 20.000 miliardi di lire) tutti erogati e spesi, va ricordato ancora, senza il vincolo del rispetto delle leggi vigenti e senza alcun controllo.

Recentemente la Commissione europea ha stabilito che solo gli interventi strettamente collegati alle emergenze e alle calamità naturali (per questi fu creata la Protezione civile che nel nome stesso richiama le ragioni della sua esistenza) possano derogare alle regole europee per le gare di appalto. Ne consegue che il non rispetto delle leggi per i lavori pubblici non potrebbe in alcun caso riguardare la ricostruzione successiva alle calamità e meno che mai i cosiddetti “grandi eventi” che non hanno, evidentemente, niente a che vedere con gli interventi di protezione civile.

È ancora in discussione in Parlamento (15 febbraio 2010) la proposta del Governo di dar vita ad una SpA di proprietà della Presidenza del Consiglio che svolga gli interventi che oggi effettua il Dipartimento della protezione civile. In quanto società per azioni questa sfuggirebbe ai controlli sia della Corte dei conti (ma questo si verifica, di fatto, anche oggi per le spese della Protezione civile) sia a quelli della UE.

In pratica con la proposta del Governo si avrebbe una SpA di proprietà non dello Stato, ma di un suo organo – la Presidenza del Consiglio – destinata ad effettuare tutti gli interventi che la stessa Presidenza del Consiglio (con l’avallo del Consiglio dei Ministri) ritenesse necessari in qualsivoglia settore. E tutto senza rispettare nessuna regola in materia di appalti, contabilità pubblica, tutela ambientale, paesaggistica e artistica.

Questo è il quadro. Facciamo qualche considerazione partendo da quanto affermato da Guido Bertolaso in un’intervista al Sole24ore del 14 febbraio. Dice Bertolaso: “dire che in Italia la protezione civile deve occuparsi solo di terremoti, vulcani e alluvioni è facile, ma è pura demagogia. In un Paese come il nostro, dove non ci sono regole funzionanti e ci sono procedure arrugginite, alla fine tutti chiamano noi, da destra e da sinistra, per fare un’autostrada o una ferrovia, per aprire una discarica, per riattivare un termovalorizzatore, per fare un intervento di bonifica ambientale. E noi cosa dovremmo rispondere, che affrontiamo le emergenze naturali, ma non i problemi di questo Paese? “

Ecco descritta in maniera chiara la nascita di uno Stato parallelo, autoritario, in mano a poche persone che dicono di fare tutto nell’interesse generale, ma che si sono ritagliate un potere immenso lontano dalle regole e dai controlli e vorrebbero espanderlo e consolidarlo. Il perno di questo stato parallelo che stanno cercando di costruire è la Presidenza del Consiglio che, però, non avrebbe alcun titolo per esserlo visto che non è la depositaria della sovranità popolare, bensì una delle istituzioni che discendono da questa e che ha senso solo come parte di un sistema democratico che si articola in diversi poteri e funzioni. Finchè è in vigore la nostra Costituzione non ci possono essere da nessuna parte “i padroni dello Stato” liberi di non rispettare le leggi e di usare come vogliono i soldi dei cittadini. E, invece, con la scusa delle procedure arrugginite chi ha il compito e i numeri per cambiarle e per far funzionare meglio la macchina amministrativa non lo fa, ma coglie il pretesto delle arretratezze per prendere il potere al di fuori della lettera e dello spirito della Costituzione. E Bertolaso, che si dice al servizio dello Stato, afferma candidamente che la Protezione civile si dovrebbe occupare, in generale, dei problemi del Paese. Di quale Stato è al servizio Bertolaso? Conosce la Costituzione della Repubblica italiana o pensa che anche quella possa essere superata per decreto del Presidente del Consiglio? E poi chi ci pensa veramente ai problemi degli italiani? Tutto deve essere nelle mani della Presidenza del Consiglio e della Protezione civile? E le Regioni, i comuni, le province che fanno? E il Parlamento che ci sta a fare? E poi come viene speso il denaro dello Stato cioè di tutti noi ?

Pensiamo allo scandalo scoppiato in questi giorni intorno alla Protezione civile e pensiamo ai genitori cui spesso viene chiesto un contributo per le spese di funzionamento della scuola perché lo Stato non da’ i soldi in misura sufficiente e ha buttato, con la scusa dell’autonomia scolastica, sulle spalle dei presidi e dei genitori l’onere di tenere aperte le scuole. Come mai, invece, i soldi ci sono e ne vengono spesi tanti quando si tratta di gestire lavori pubblici senza regole o di finanziare gli sprechi di troppe amministrazioni dove i corrotti detengono posizioni di comando? E allora quali sono i “problemi del Paese” di cui parla Bertolaso se lo Stato manda a picco la scuola pubblica che forma le generazioni future? Anche per questo vogliamo chiamare la Protezione civile e i suoi imprenditori di fiducia?

Domandiamoci, però, cosa significa tutto ciò. Sembra che stia avanzando un progetto autoritario di tipo nuovo che non ha bisogno di ricorrere all’esercito per affermarsi perché la sua forza sta nella passività dei cittadini e nella conquista di tutte le posizioni di potere progressivamente piegate ad un progetto eversivo che si fonda anche sulla possibilità per molti di arricchirsi con i soldi di tutti. L’uso delle istituzioni legittime per imporre un regime diverso è un’esperienza già fatta varie volte in Europa e sempre con conseguenze catastrofiche per i popoli. Ma da noi l’incapacità dello Stato di costruire il futuro degli italiani si esprime sempre in due modi: non si raggiungono i risultati (istruzione, efficienza, servizi pubblici, assetto del territorio ecc) e si sprecano le risorse pubbliche che continuano ad affluire nelle casse dello Stato grazie al lavoro di tutto il Paese. Se queste risorse non vengono spese bene e non si investe sulla crescita non c’è futuro. Dove stanno le classi dirigenti che dovrebbero guidare la soluzione dei problemi strutturali dell’Italia in un mondo dove tutti cercano di progredire per vivere meglio?

Dice il Presidente del Consiglio che i magistrati si dovrebbero vergognare di aver rivelato la corruzione che si nascondeva dietro gli interventi della Protezione civile. E che ci stanno a fare i magistrati se non proteggono i cittadini, le istituzioni e lo Stato contro i malfattori che violano le leggi e derubano tutti noi? E un Presidente del Consiglio dice che si dovrebbero vergognare? Ma allora cosa si nasconde dietro lo stesso Berlusconi? È legittimo domandarcelo. Siamo ancora in Italia, esiste ancora lo Stato democratico o siamo tornati al regime feudale e non ci siamo accorti che siamo tutti sudditi delle bande che hanno conquistato il controllo del territorio?

La realtà è che si sta chiarendo un disegno che calpesta i diritti dei cittadini e vorrebbe cambiare la natura del nostro sistema costituzionale mettendo il comando al posto della rappresentanza con la scusa che tutto sarebbe deciso più rapidamente. Sì, anche il bandito che rapina una banca è molto veloce se lo si lascia fare. Ma a noi cittadini serve veramente essere comandati in questo modo?

La risposta è, ovviamente, no visti i risultati, gli sprechi, le ruberie, e le associazioni a delinquere che fioriscono con questi sistemi di governo. E non ci serve perché è impossibile governare nell’interesse dei cittadini pensando di affidare tutto il potere ad uno solo al comando. Se l’Italia vuole sperare di risolvere i suoi problemi e guardare al futuro non ha bisogno della Presidenza del Consiglio che prende il potere e usa la Protezione civile come suo braccio operativo: ha bisogno che si mobilitino le energie migliori di ognuno e che queste vengano inserite in un sistema-Paese che funzioni e che utilizzi e valorizzi le capacità. L’Italia deve crescere, deve produrre più ricchezza che si traduca, innanzitutto, in una migliore qualità della vita per le persone. E per questo ha bisogno di uno Stato democratico dove le bande di sfruttatori, di ladri e le associazioni a delinquere, e tutte le mafie siano messe al bando e neutralizzate perché loro sì costituiscono da sempre il problema dei problemi di questo nostro sfortunato Paese.

Claudio Lombardi

Rosarno: negazione dei diritti e violenza (di claudio lombardi)

I fatti di Rosarno con gli atti di violenza compiuti dai lavoratori stranieri e quelli ancor più gravi degli abitanti della cittadina calabrese impongono di ragionare.

Il primo impulso è di solidarietà con i lavoratori immigrati – irregolari o regolari non fa nessuna differenza – trattati in maniera disumana e ferocemente sfruttati da chi gestisce e utilizza il loro lavoro.

Chi si permette di trattare nella maniera che abbiamo visto e conosciuto attraverso fotografie, testimonianze e televisione persone in stato di bisogno che offrono il loro lavoro non ha alcuna giustificazione.

Senza se e senza ma, come si usa dire da qualche tempo, questi pretesi datori di lavoro, questi procacciatori di manodopera devono essere indicati come persone non degne, vergogna del loro paese, nocivi per la stabilità sociale, l’economia e l’ordine pubblico. Si tratta di asociali che pensano solo allo sfruttamento di ogni debolezza altrui per incrementare la loro ricchezza che non sono nemmeno capaci di tradurre in una crescita generalizzata del contesto sociale ed economico in cui vivono.

Così come già accaduto con la catastrofe ambientale e con la speculazione edilizia nel Mezzogiorno (con danni enormi per l’ambiente e molte vittime) la criminalità organizzata – che si chiami mafia, camorra e ‘ndrangheta o in altro modo – occupa con il suo malgoverno gli spazi lasciati liberi dal governo legittimo e dallo Stato.

Non è facile immaginare il tipo di vita che si possa condurre in un territorio così profondamente inquinato da chi ha fatto della violenza la sua legge e riesce ad imporla all’intera popolazione che sa benissimo di non poterla espellere e di dover rispondere più a questa legge che a quella dello Stato.

Lo stravolgimento che si realizza nella vita delle collettività locali ricorda più la situazione di territori martoriati dalle guerre o in mano a eserciti stranieri.

Il problema è che nel caso del nostro Sud l’esercito straniero è la parte più forte della società civile, nasce da quei territori ed è radicato nel modo di vivere e nella cultura che imprime il suo segno sulle relazioni sociali e sul modo in cui si formano e si esprimono le gerarchie sociali.

La convivenza con le mafie ha impedito che nascesse una cultura civile democratica predominante in grado di confinare ad ambiti marginali la delinquenza che, invece, si pone come potere in grado di controllare il territorio e di condizionare le istituzioni democratiche.

La caratteristica principale di questa situazione è la negazione dei diritti delle persone. Sembra affermazione scontata e ripetitiva. Sembra il meno e, invece, è il più.

Occorre sempre ricordarlo perché i diritti esprimono il riconoscimento sociale, con la mediazione di norme giuridiche e di impegni di governo delle istituzioni, di valori e principi che servono per vivere in un ambiente sociale ed umano che sollevi dalla paura degli altri e rafforzi la speranza e la fiducia.

Speranza e fiducia: questi sono i valori di fondo indispensabili alla convivenza pacifica che si esprimono attraverso i diritti. Qui non si tratta di distinguere fra cittadini e stranieri perché ci sono diritti che, non solo la nostra Costituzione riconosce come propri dell’essere umano, ma anche l’intelligenza e il buon senso accettano come inevitabili se si vuole mantenere la coesione e la stabilità sociali.

Che speranza di futuro può avere una società nella quale agli stranieri sia riservato un trattamento che disconosce fondamentali diritti che, invece, si pretende di riservare solo ai cittadini?

In un mondo sempre più fondato sull’interdipendenza una società di questo tipo sarebbe condannata, prima o poi, alla guerra che non è mai una romantica avventura (come, forse, pensano tante teste vuote che si riconoscono nei simboli di pseudoculture guerriere di cui non hanno alcuna esperienza), ma è fatta solo di distruzione e morte.

E che tipo di ordine sarebbe quello di uno Stato nel quale la cultura dominante e praticata darebbe per scontata la negazione della persona in quanto tale?

A quante violenze quei cittadini sentirebbero di avere diritto per difendere i propri interessi?

E come si impedirebbe alla cultura della prevaricazione e della negazione dell’umanità di dilagare nei confronti di tutti quelli che si manifestassero come più deboli?

Chi è così ottuso da non capire che solo la pacifica convivenza, la stabilità sociale e la coesione sono le condizioni per un arricchimento generale e perché ognuno trovi le condizioni per esprimere le sue capacità migliori? Chi?

Purtroppo di ottusi ce ne sono tanti.

Per esempio tutti quelli che gridano contro i clandestini dopo che una legge ipocrita ha sancito che debba venire in Italia solo chi ha già un lavoro sicuro sapendo benissimo che un lavoro lo si trova solo dopo essere arrivati qui.

Chi, con bieca furbizia, ha rovesciato su tutti gli italiani e sugli stranieri, con la forza e l’autorevolezza della legge, il peso di trovare una soluzione al dramma epocale rappresentato dalle migrazioni dovrebbe essere qualificato incapace di legiferare e di governare.

Invece pontifica e continua a detenere le leve del potere.

Ma gli ottusi non lo capiscono. Così come non capiscono che senza i lavoratori stranieri l’Italia non funzionerebbe più come adesso. Frutta, verdura, zootecnia, fabbriche, servizi familiari, commercio al dettaglio e una miriade di lavori che ci permettono di vivere e che dovremmo elencare uno per uno se non bastasse guardarsi in giro o dentro le proprie case per capire cosa vale il lavoro degli immigrati.

Ma l’ottuso pensa che toccherebbe agli altri e che ciò che a lui serve non sarebbe toccato.

E che dire degli abitanti di Rosarno che per anni non hanno visto oppure hanno visto, ma accettato le condizioni disumane in cui venivano tenuti i lavoratori stranieri e non si sono ribellati di fronte alle angherie e ai soprusi a loro riservati e adesso parlano pure di ospitalità tradita?

Perché non provano loro a godere dei “privilegi” della stessa ospitalità?

E tutti quelli che dovevano vedere e non hanno voluto vedere dove li classifichiamo? Ottusi, vigliacchi o complici?

No, non è in questo modo che può vivere una collettività che vuole prosperare e credere nel futuro.

Occorre che in Italia si realizzi una rivoluzione culturale che metta al primo posto quei valori scritti nella nostra Costituzione che non sono mai citati dai politici che continuano a cianciare di fantomatiche riforme e non si rendono conto che il loro compito è di guidare la nazione anche con il rigore e l’esempio sulla base di valori che uniscano la collettività.

La prima riforma da fare sarebbe quella di unirsi per costruire un Paese civile fondato su una cultura dei diritti, della solidarietà, dell’accoglienza non solo dello straniero, ma anche delle risorse e delle capacità che in tanti possiedono (i giovani innanzitutto) e a cui viene negato diritto di cittadinanza in Italia. Accoglienza, apertura, disponibilità sono caratteri propri di una società che si sviluppa e che diventa ricca per la qualità delle persone che riesce a formare e che la compongono.

La cultura dei diritti è la condizione di base per lo sviluppo di questo tipo di società e la cittadinanza attiva ne costituisce la migliore espressione.

 

Claudio Lombardi – Cittadinanzattiva Toscana, Marche e Umbria

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