Michela Murgia risponde a Salvini

Ieri il ministro degli interni Matteo Salvini ha pensato bene di fare l’ennesimo tweet contro di me virgolettandomi come intellettuale radical chic e snob. È il suo giochetto preferito quello di far passare chiunque lo critichi per un ricco altolocato che non ha contatto con la gente e con la realtà, che non conosce i problemi veri e che non sa cosa sia la fatica del lavoro, ambiti in cui lui invece si presenta come vero esperto. Le propongo un gioco, signor Ministro: si chiama “sinossi dei curriculum”.

Nel 91, anno in cui mi diplomavo come perito aziendale, mi pagavo l’ultimo anno di studi lavorando come cameriera stagionale in una pizzeria. Purtroppo feci quasi due mesi di assenza perché la domenica finivo di lavorare troppo tardi e il lunedì mattina non sempre riuscivo ad alzarmi in tempo per prendere l’autobus alle 6:30 per andare a scuola. A causa di quelle assenze, alla maturità presi 58/60esimi.

Nel 92, mentre lavoravo in una società di assicurazioni per sostenermi gli studi all’istituto di scienze religiose, lei prendeva 48/60 alla maturità classica in uno dei licei di Milano frequentati dai figli della buona borghesia. Sono contenta che non abbia dovuto lavorare per finire il liceo. Nessuno dovrebbe.

Nel 93 iniziavo a insegnare nelle scuole da precaria, lavoro che ho fatto per sei anni. Nel frattempo lei veniva eletto consigliere comunale a Milano e iniziava la carriera di dirigente nella Lega Nord, diventando segretario cittadino e poi segretario provinciale. Non avendo mai svolto altra attività lavorativa, è lecito supporre che la pagasse il partito. Chissà se prendeva quanto me, che allora guadagnavo 900 mila lire al mese.

Nel 1999 per vivere consegnavo cartelle esattoriali a domicilio con un contratto co.co.pro. Ero pagata 4mila lire a cartella e solo se il contribuente moroso accettava di firmarla. Lei invece prendeva la tessera giornalistica facendo pratica alla Padania e a radio Padania, testate di partito che si reggevano sui finanziamenti pubblici, ai quali io non ho nulla in contrario, ma contro i quali lei ha invece costruito la sua retorica.

Nel 2000 ho iniziato a lavorare in una centrale termoelettrica, dove sono rimasta fino al 2004. Mi sono licenziata perché ho scelto di testimoniare in tribunale contro il mio datore di lavoro per un grave caso di inquinamento ambientale. Mentre lasciavo per coscienza l’unico lavoro stabile che avessi trovato vicino a casa, lei era segretario provinciale della lega Nord, suppongo sempre pagato dal partito, dato che anche allora non faceva mestieri.

Nel 2004 ho lasciato la Sardegna per lavorare come cameriera in un albergo al passo dello Stelvio, in mezzo alla neve, con un contratto stagionale a poco più di mille euro. Mentre io da precaria rifacevo letti lei si faceva eleggere al parlamento europeo a 19.000 euro al mese.

Nel 2005 ho lavorato un mese e mezzo in un call center vendendo aspirapolveri al telefono ed ero pagata 230 euro lordi al mese più 8 euro per ogni appuntamento che riuscivo a fissare. Durante quella esperienza ho scritto un blog che ha attirato l’attenzione di un editore. Nello stesso periodo lei a Bruxelles bruciava un quarto delle sedute del parlamento ed era già lo zimbello dei parlamentari stranieri, che nelle legislature successive le avrebbero poi detto in faccia quanto era fannullone. Io sono a favore della retribuzione dei politici, purché facciano quello per cui li paghiamo.

Nel 2006, mentre usciva il mio primo libro, io facevo la portiera notturna in un hotel, passando le notti in bianco per lavorare e riuscire anche a scrivere. Lei invece decadeva da deputato, ma atterrava in piedi come vicesegretario della lega nord e teneva comizi contro i terroni e Roma ladrona. Non facendo ancora altro mestiere che la politica, immagino che la politica le passasse uno stipendio. Chissà se somigliava al mio, che per stare sveglia mentre gli altri dormivano prendevo appena più di mille euro al mese.

Dal 2007 in poi ho vissuto delle mie parole, della fiducia degli editori e di quella dei lettori e delle lettrici. Negli stessi anni lei ha campato esclusivamente di rappresentanza politica e da dirigente in un partito da dove – tra il 2011 e il 2017 – sono spariti 49 milioni di soldi pubblici senza lasciare traccia.

Se adesso le è chiaro con chi è che sta parlando quando virgoletta il mio nome nei suoi tweet, forse le sarà altrettanto chiaro che è lei, signor Ministro, quello distaccato dalla realtà. Tra noi due è lei quello che non sa di cosa parla quando parla di vita vera, di problemi e di lavoro, dato che passa gran tempo a scaldare la sedia negli studi televisivi, travestirsi da esponente delle forze dell’ordine e far selfie per i social network a dispetto del delicatissimo incarico che ricopre a spese dei contribuenti. Lasci stare il telefonino e si metta finalmente a fare il ministro, invece che l’assaggiatore alle sagre. Io lavoro da quando avevo 14 anni e non mi faccio dare lezioni di realtà da un uomo che è salito su una ruspa in vita sua solo quando ha avuto davanti una telecamera.

Post su Facebook di Michela Murgia

Gli onesti, gli evasori e i corrotti: una metafora dell’Italia

Oggi gli italiani sono i clienti di una pizzeria in cui pagano, per due margherite e una birra, qualcosa come 700 euro e rotti.

“Ma come 700 euro? E’ lei il gestore qui? Sì? 700 euro? 700 euro per due margherite e una birra”.

“Lo so signore, ma vede quella enorme tavolata vuota lì in fondo dove ci sono i resti di ostriche e champagne? Ecco, i commensali di quella tavolata, dopo aver consumato, sono come al solito scappati via. Evasi. Infatti li chiamo evasori. E siccome qualcuno il loro conto lo deve pur pagare, io lo faccio da sempre pagare a voi clienti onesti che non scappate. O come dico io, che non evadete”.

“Ma 50 euro di coperto?”

“Lo so signore, ma vede quel tizio losco lì al bancone con la faccia cattiva e il tatuaggio con scritto “Mafia“? Ecco, io a quello devo pagare ogni mese il pizzo, altrimenti mi fa saltare il locale. E io da qualche parte i soldi per pagargli il pizzo li devo trovare no? Quindi lo faccio pagare a lei”.

“Inaccettabile. Che poi, me lo lasci dire, le sue pizze fanno veramente schifo”.

“Lo so signore, ma vede quel tizio ben vestito seduto all’ingresso? Ecco, lui è il funzionario a cui devo pagare la tangente ogni mese per poter tenere il locale aperto, per ottenere le autorizzazioni necessarie e per chiudere un occhio sui controlli sanitari e sui dipendenti. Quindi per pagare la tangente a loro, risparmio sugli ingredienti e le rifilo servizi e prodotti di merda”.

“Ma è inaudito! Un abuso! Mi sorprende che lei sia ancora aperto”.

“E se sapesse tutto il debito che ho sul groppone, e che ovviamente faccio pagare a lei e agli altri clienti, si sorprenderebbe ancora di più”.

“Sono sconvolto. E nessuno si ribella? Nessuno le dice che invece di caricare tutto sul conto dei clienti onesti lei dovrebbe far pagare gli evasori, cacciare i corrotti, denunciare i mafiosi e risparmiare per ridurre il debito?”

“Sì sì, qualcuno ogni tanto prova a ribellarsi. Ma vede quel ragazzo di colore lì davanti alla vetrata di ingresso?”.

“Sì”.

“Ecco, quel ragazzo lì, quando lei uscirà, proverà a venderle un accendino a 1 euro. E io ai miei clienti, quando presento il conto, rifilo la solita ramanzina: dico che non se ne può più, che questi neri ci tolgono pure i soldi per piangere, che 1 euro ci rimane e vogliono toglierci pure quello, che è colpa loro se siamo senza soldi, che la gente muore di fame, che i nostri nonni rovistano nella spazzatura e loro fanno la bella vita. E alla fine, invece di prendersela con me o col funzionario o col mafioso per le 700 euro, sfogheranno tutta la loro frustrazione su quel ragazzo lì e sul suo euro”.

“Ma è orribile. E perché a me sta spiegando tutto questo? Non ha paura che la sputtani qui davanti a tutti?”.

“E a cosa serve? Lo faccia. Io inizierò a dire che lei è un rosicone, che lei vuole che il ristorante sia invaso da neri con gli accendini, che poi vogliono pure la pizza gratis, che poi buttano le mani sulle nostre clienti, che ci sfilano i portafogli, che lei non mi lascia lavorare, che lei odia questa pizzeria e che odia la pizza che è un simbolo dell’Italia e quindi lei odia l’Italia. E tutte queste cose qui”.

“E le credono?”

“Ah ah ah, se mi credono! Lei pensi che io per 20 anni a questa pizzeria ho pure fatto la guerra. Dicevo che mi faceva schifo. La chiamavo Pizzeria “Italia di Merda” e insultavo tutti i suoi clienti, tanto li disprezzavo. E li guardi ora, mi adorano nonostante tutti gli insulti che ho rivolto loro. Quindi ci provi a parlare loro dell’evasore, del mafioso, del corrotto. Che io poi rispondo con la storia del ragazzo nero. E vediamo chi la spunta. Quindi che fa: paga o rompe le palle?”

Di Basta buonismo su Facebook

Working poor: lavoratori a rischio povertà

Di povertà si parla molto, ma nel presupposto che la cura più efficace sia il lavoro. E invece anche lavorando si può diventare poveri. Nei giorni scorsi Eurostat ha diffuso uno studio sulla In-work poverty in EU relativo al 2016 cioè sui lavoratori maggiori di 18 anni di età a rischio povertà nei Paesi dell’Unione Europea. Ebbene l’Italia si colloca al quinto posto per numero di lavoratori poveri dopo Romania, Grecia, Spagna e Lussemburgo. Il dato è l’11,7% degli occupati. In un solo anno. Quanti saranno in futuro? Cresceranno o diminuiranno? E quanti di loro diventeranno pensionati poveri?

Milioni di persone povere o a rischio di diventarlo che crescono nel corso degli anni rappresentano un problema sociale che può diventare ingestibile e causa di enormi tensioni oltre che di drammi umani. Secondo Censis Confcooperative c’è il rischio che nei prossimi trent’anni i poveri crescano di sei milioni di persone. Che poi sarebbero i giovani di oggi. Le cause sono quelle ben conosciute del ritardo nell’ingresso nel mondo del lavoro, della discontinuità contributiva causata dal precariato e delle retribuzioni troppo basse. Inevitabile che ciò si ripercuota sulla pensione futura. Di fronte a questa realtà poco possono fare la nuova indennità di disoccupazione (la Naspi), il Reddito di inclusione attiva già in vigore da quest’anno e anche un ipotetico reddito di cittadinanza. A meno che quest’ultimo non diventi il sostituto di un vero reddito da lavoro, uno stipendio di Stato.

Il problema è che le retribuzioni in Italia sono generalmente basse. Quelli dei nuovi impieghi in modo particolare. Così è normale considerare il livello dei mille euro al mese come un traguardo più che rispettabile per un giovane quando è noto che può, forse, esserlo in una provincia del Mezzogiorno, ma non certo in una città del Centro-Nord. E poi mille euro al mese per quanto tempo? La questione delle basse retribuzioni ha una sua specificità tutta italiana. È noto infatti che le retribuzioni italiane sono inferiori a quelle dei maggiori Paesi europei. Se poi si prende in esame anche l’aspetto dei servizi, da quelli di pubblica utilità al welfare, il confronto penalizza ancor più il nostro Paese.

La crescita del Pil che è finalmente arrivata non sembra aver modificato questa situazione. E nemmeno l’aumento dell’occupazione che pure c’è stato. Tuttavia il problema grava sulle mansioni meno qualificate perché, di contro, c’è domanda per lavoratori specializzati e tecnici che il sistema dell’istruzione non prepara in numero sufficiente (e che non sono intercettati e indirizzati dai servizi per il lavoro). Sicuramente non si tratta solo delle conseguenze della crisi, ma di un mutamento epocale che è composto da più elementi. La globalizzazione ha spinto lontano dall’Italia le produzioni a minor valore aggiunto determinando una tensione nei rapporti di forza tra le componenti sociali e una contrazione generale delle retribuzioni nei livelli bassi e medi. Mentre le mansioni dirigenziali, i professionisti e i tecnici ai più alti livelli nonché gli imprenditori attivi sui mercati globali hanno goduto di una redistribuzione della ricchezza a loro favore. È significativo che da molti anni le notizie sui guadagni dei top manager e di chi manovra le leve della finanza vengono accolte con fatalismo e rassegnazione.

In Italia abbiamo poi avuto una tappa speciale in questo processo di redistribuzione: il passaggio dalla lira all’euro. In quegli anni un grande economista, Marcello De Cecco, intravide subito lo spostamento di ricchezza a favore di chi fissava i prezzi e a danno di chi poteva solo pagarli. Così si esprimeva in un’intervista del 2011.

“Ma una cosa è sicura: già dalla vittoria alle elezioni del 2001, il governo Berlusconi, vedendo che il Pil non cresceva e che c’era poco reddito, ha pensato di ridistribuirlo togliendolo ai lavoratori dipendenti e passandolo ai suoi elettori. Profittando del passaggio all’euro, si è limitato a non applicare i sistemi di vigilanza sui prezzi approntati dal governo di centro sinistra, consentendo al suo elettorato di imprenditori e mediatori di stabilire i prezzi e arricchirsi alla grande. Così, grazie a questi profittatori di regime, oggi paghiamo il pane seimila lire al chilo.” E ancora: “Può permettersi di ragionare in euro solo chi fa i prezzi. Se un lavoratore dipendente tira fuori una sua busta paga di dieci anni fa si rende conto di quanto si è impoverito, visto che, da subito, un euro ha smesso di valere duemila lire per passare a mille”.

Eppure i dati di Bankitalia sui bilanci delle famiglie (anno 2016) mostrano un incremento medio significativo del reddito. Il problema è che sempre più va a beneficio degli anziani, del Nord e delle città e sempre meno ai giovani, alla provincia e al Sud. E non basta a scongiurare il rischio povertà che grava su una elevata percentuale delle famiglie. In particolare si tratta di quelle con capofamiglia più giovane, meno istruito, nato all’estero e per le famiglie residenti nel Mezzogiorno.

Aumentano anche le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza. Infatti nel 2016 il 5% deteneva il 30% della ricchezza complessiva mentre al 30% delle famiglie più povere andava invece l’1% della ricchezza.

Se dietro ai dati si considera la vita reale delle persone non si può dire loro di rassegnarsi perché l’incertezza è il segno di quest’epoca. E nemmeno che nel lungo periodo migliorando i sostegni sociali, la formazione e le politiche attive del lavoro tutto andrà, forse, meglio. Il voto del 4 marzo racconta anche di un’esigenza di essere presi sul serio che molti elettori hanno voluto manifestare votando i partiti che non dicevano loro di stare buoni e tranquilli, ma li invitavano a prendere una posizione netta. È rimasto penalizzato il Pd che non è riuscito a trasmettere il senso della sua serietà. Eppure il primo a superare i vincoli del rigore era stato il governo Renzi con la restituzione fiscale degli 80 euro, la defiscalizzazione delle assunzioni, i nuovi ammortizzatori sociali, il reddito di inclusione. Chi avrebbe potuto fare di più in quegli anni?

Claudio Lombardi

Populismo e nazionalismo o politica e democrazia?

Bella situazione. Sempre più populismo e nazionalismo entrano in rotta di collisione con la politica e la democrazia. Dopo la Brexit, l’elezione di Trump e poi la Le Pen che si prepara a diventare Presidente della Repubblica francese con in programma l’uscita dalla Ue e dalla Nato. In ogni paese europeo movimenti o governi ostili che vedono l’Unione europea come un odioso limite alla loro sovranità. Ognuno che vuole andare per la sua strada.Europa egoismi nazionali Da noi Grillo e Salvini puntano sul referendum anti euro per farsi dire un bel NO dal popolo inviperito e inconsapevole delle conseguenze come se inondare l’Italia di una nuova lira senza valore potesse essere una risposta praticabile. Manco fossimo la Cina! Il popolo che i populisti immaginano immediatamente capace di scelte complesse, ma popolo “naturalmente” ignorante perché composto da una miriade di punti di vista particolari la somma dei quali non può comporre una scelta generale. Questa può venire solo dalla politica e dalla democrazia che hanno bisogno di sedi nelle quali l’opinione si possa filtrare, educare, formare, mediare, riconducendo la molteplicità a poche scelte di valore generale.

Sarebbe la funzione dei partiti, ma questi sono ridotti al lumicino per l’incapacità di fare pulizia al loro interno e per quella di rinnovarsi trasformandosi in strumenti di formazione dell’opinione nell’epoca di internet. Proprio quest’ultima li ha invece messi nell’angolo mettendo a disposizione di tutti un’enorme mole di informazioni e l’illusione di poterle facilmente interpretare. Se nel passato “lo ha detto la televisione” conferiva a qualunque messaggio il crisma dell’indiscutibilità oggi accade che lo si dica per la rete con l’aggravante che la televisione è sempre stata sotto il controllo di organismi pubblici o privati accreditati, mentre la rete è nelle mani di chiunque riesca a farsi ascoltare (e magari lo si ascolta proprio per l’assurdità di ciò che sostiene). Ulteriore aggravante è che internet manipolazionela rete si presta alla manipolazione del pensiero e del consenso perché permette un controllo centralizzato nelle mani di piccoli gruppi. È il caso del M5S, secondo partito nazionale gestito dai server di una piccola società privata di comunicazione e dal blog di Beppe Grillo. Niente congressi, niente primarie, giusto un po’ di gruppi locali liberi di discutere fino a che non vengono toccati i temi rilevanti che spettano solo al Capo e al suo staff.

È una trasformazione della formazione del consenso che si accompagna e si completa con un rapporto tra leader e popolo sempre più esclusivo senza nulla che si frapponga nel mezzo. Iniziato come leaderismo molti anni fa oggi populismo è sicuramente la definizione giusta. Dai nuovi movimenti viene però soprattutto una spinta nazionalista contraria ad ogni tipo di organismo sovranazionale. La somma dell’uno e dell’altro ricorda tanto ciò che accadde in Europa a cavallo delle due guerre mondiali. L’impressione è che un ciclo storico iniziato con il secondo dopoguerra si stia fermando e stia invertendo la sua direzione. Fare qualcosa per bloccare questo sviluppo non può consistere nell’invocazione dei “sacri ideali” dell’internazionalismo e dell’europeismo. partito e antipartitoPer troppi anni questi sono stati utilizzati per avocare ogni scelta alle élite politiche e tecnocratiche che hanno fatto gli interessi dei grandi organismi finanziari e imprenditoriali nonché di un ceto ristretto di privilegiati del potere e non certo dei ceti medi e bassi della società. Gli ideali adesso devono essere messi sulle gambe della concretezza e dell’utilità. Bisogna cioè dimostrare che scegliere l’unione invece della divisione conviene e bisogna dimostrare che anche le élite sono chiamate a pagare i conti della crisi.

Altrimenti la tentazione sarà quella di rinchiudersi dentro i propri confini e siccome ciò non porterà i benefici attesi il passo successivo sarà l’inasprimento delle tensioni tra gli stati. Nemmeno Trump potrà realizzare i miracoli promessi in campagna elettorale e, passato il primo periodo, probabilmente dovrà fare i conti con la realtà che l’interdipendenza tra le economie non si può piegare più agli interessi di una sola potenza. D’altra parte non ci si è riusciti nel passato quando la guerra era uno strumento ordinario di risoluzione delle controversie internazionali e non c’era alcuno scrupolo a ricorrervi, figuriamoci se ci si può riuscire adesso con il mondo pieno di armi atomiche.

Claudio Lombardi

Neve e terremoti: i soccorsi sono sempre in ritardo?

La sindaca Raggi intervistata da Giovanni Floris dice che nessuno poteva pensare che in soli sei mesi la sua amministrazione sarebbe riuscita a tappare le buche sulle strade di Roma. (Non si capisce se si riferisca a quelle vecchie o a quelle nuove che si formano dopo ogni acquazzone. Non si capisce nemmeno se si renda conto che tappare le buche debba per forza essere un’attività urgente pena l’intransitabilità delle strade e l’aumento degli incidenti. Ma andiamo oltre).buche strade Roma Però se l’Italia centrale viene investita da un’ondata di maltempo, gelo, neve eccezionale e da nuove scosse di terremoto, non appena tutto ciò si verifica , subito partono le denunce dei ritardi nei soccorsi. Se l’hotel Rigopiano viene spazzato via da una valanga di neve ieri sera con la tormenta che infuria e che rende impercorribili le strade non passano che poche ore e già si levano le voci indignate per l’assenza delle turbine, delle frese, dell’esercito, della Protezione civile, degli elicotteri proprio lì dove è accaduta la tragedia. E che diavolo!, si dice, lo si sapeva che doveva nevicare, perché non si sono schierati uomini e mezzi in tempo ad ogni angolo di strada? Già, peccato che l’Italia centrale sia composta da centinaia di paesi e paesini e che sia percorsa da migliaia di km di strade…

neve Italia centraleUn’opinione pubblica diffidente e incattivita, pretende che ogni problema sia affrontato con interventi immediati ed efficienti, ma non tiene conto che le cose non sono semplici in Italia. Burocrazia, corruzione, scarsità di fondi, lentezza nelle decisioni sono i capisaldi dell’accusa. In una polemica è facile spazzarli via con le parole; nei fatti non lo è per niente. Gli  interventi immediati richiedono poteri straordinari di decisione e di operatività. Se immediati significa portare i soccorsi in una zona terremotata ci siamo, già viene fatto. Se, invece, si intende portar via le macerie e ricostruire ecco che l’immediatezza diventa impossibile. Chi può decidere cosa fare, dove fare, quanto fare? La rapidità richiede concentrazione del potere e collaborazione di tutti. Siamo disposti a concederli? C’è da dubitarne. Sono passati i tempi della Protezione civile di Bertolaso con i suoi pregi e i suoi difetti. E in quanto alla collaborazione sono sempre valide le parole di chi dieci anni fa descriveva l’Italia come il Paese nel quale molti possono mettere veti per impedire che si prenda una decisione. Basti l’esempio delle gare d’appalto che possono essere invalidate dalle ditte non vincitrici con un semplice ricorso al Tar.

Giustamente alla stessa decisione concorrono le volontà di più soggetti, istituzionali e amministrativi. E poi i comportamenti di chi deve realizzarla e gli interessi in gioco. legittimi perchè poi bisogna sempre pensare ai rischi di corruzione e di inquinamenti malavitosi. Tutti elementi che, inevitabilmente, complicano e rallentano le procedure. Se il sindaco di Amatrice ripete da mesi che il problema non è la mancanza di aiuti, ma la burocrazia che rende tutto più difficile perché mai, quando si parla di terremoti e di ricostruzione o di prevenzione, è evidente che non basta ripetere che “mancano i soldi e il personale”. Rischia di diventare una lagna che si tramanda dal passato anche quando i fatti hanno ampiamente dimostrato che quasi sempre non c’è la capacità di spendere (bene) i soldi e di far lavorare (bene) il personale.

Abbiamo tutti bisogno di una bagno di realismo e di verità per prendere coscienza dei limiti, delle possibilità, delle responsabilità. Che sono anche nostri. Se l’inviato di Rai News 24 ripete decine di volte concitato che gli abitanti di Montereale “spalano da soli” la neve davanti alla loro casa vuol dire che si sta cercando di suscitare l’indignazione dei telespettatori sul nulla per pompare uno scandalismo sul quale tanti giornalisti campano di rendita.

Così non andiamo da nessuna parte. Alimentiamo solo una rabbia generica verso chiunque sia investito di un potere o di una competenza e assumiamo un atteggiamento adolescenziale che ci deresponsabilizza e ci legittima a chiedere tutto e subito e, se non si fa (perchè è ovvio che non si fa), allora ognuno pensi per sé. E questo, spesso, è il vero sbocco delle proteste

Claudio Lombardi

Riflessioni sul referendum costituzionale

Mettiamo subito una cosa in chiaro: il quesito referendario ha giocato un ruolo marginale nella dinamica del voto e figura agli ultimi posti nell’elenco dei fattori che ne hanno determinato il risultato.

Due mi sembrano i fattori principali che hanno predisposto il successo travolgente del no.
Il primo è quello che potremmo considerare come la matrice di ciò che è successo ai seggi: un’Italia infelice. Il paese vive da decenni un processo di declino, cui nel 2008 si è aggiunta la crisi prima finanziaria e poi economica che ha investito l’economia globale.

declino-italiaI ceti che un tempo costituivano il nerbo economico e politico del paese si sono impoveriti e hanno sperimentato una progressiva perdita di ruolo, a partire dal mondo del lavoro. Il presente si è fatto grigio, il futuro si è fatto fosco e, soprattutto, incerto. I primi a risentirne sono stati i giovani, che si sono scontrati con un mondo del lavoro che non risponde alle loro aspettative sotto tutti i punti di vista, dalla qualità degli impieghi offerti, all’entità, spesso risibile, delle remunerazioni, alle prospettive di carriera. Nel sud del paese, probabilmente, questi problemi sono stati aggravati da inerzie e arretratezze secolari. L’impatto delle grandi ondate migratorie ha fatto il resto. Il clima sociale si è fatto pesante e si è rafforzata l’atavica tendenza a chiedere a chi comanda, talora a pretendere, la soluzione dei propri problemi.

Due aspetti rendono la percezione di questo stato di cose ancora più pericolosa. Da un lato, il fatto che la politica non ha registrato in tutta la sua gravità lo stato di declino e non l’ha quindi portato alla coscienza degli interessati, inducendoli a credere che si trattasse di difficoltà transitorie. Che i problemi dell’Italia sono profondi e vengono da lontano sono in pochi a percepirlo con la dovuta chiarezza. Ancora meno percepito, dall’altro lato, è il fatto che la soluzione dei problemi in cui versa l’Italia, da quelli economici, a quelli politici e istituzionali, a quelli culturali, richiede tempi lunghi e una visione prospettica che nessuno in questo momento mostra di avere.

matteo-renziIl secondo ha a che vedere con la figura dell’uomo – Matteo Renzi – che, seppur in maniera confusa, discontinua e anch’essa priva di una visione, questi problemi ha cominciato ad affrontarli. L’inevitabile personalizzazione, in tempi di partiti evanescenti, che inizialmente ha suscitato la sensazione di avere finalmente trovato una guida capace di affrontare la crisi, si è a poco a poco rovesciata in una demonizzazione, alimentata anche dal fatto che alcuni obiettivi basilari, come la crescita economica, l’occupazione, che il premier ha maggiormente enfatizzato, non sono alla portata di nessuno governo attuale e futuro che si trovi a operare nelle condizioni di un paese come l’Italia.

I governi, in generale, possono fare poco, al di là delle narrazioni, e quel poco richiede tempo e mosse azzeccate. Ci vogliono equilibrio e pazienza, due ingredienti che non erano a disposizione né del premier né degli elettori. I cittadini, gli elettori, aspettavano, pretendevano il miracolo e il miracolo non è arrivato, semplicemente perché non poteva arrivare. Quel poco che è arrivato, perché qualcosa è arrivato, era ben lontano dalla dimensione del miracolo atteso.

uomo-solo-al-comandoIn un regime politico come quello attuale, in cui non ci sono più i partiti a dare continuità e prospettiva all’azione di governo, i premier-star diventano usa e getta. Il tempo di metterli alla prova e poi, se non funzionano, come è molto probabile che avvenga, si buttano. Questo è il loop mortale che imprigiona le nostre democrazie. Non aiuta il fatto che ci sia una popolazione infelice e quindi arrabbiata, ma anche e soprattutto confusa, disorientata, che si muove sempre più sulla base degli umori acclamando presunti salvatori della patria che nel giro di poco tempo diventano nemici da abbattere.

Naturalmente, è un quadro approssimativo e disegnato con tratti molto grossolani, ma ritengo che aiuti a porre nella giusta prospettiva quello che è successo domenica scorsa. Se il contesto politico non offre prospettive da perseguire e metodi o pratiche da adottare, che consentano ai cittadini di dividersi e di dibattere “politicamente”, ci può essere solo una forte pulsione a identificarsi nel no, che ha l’enorme vantaggio di accogliere tutte le motivazioni possibili, senza, apparentemente, addossare nessuna responsabilità. Non è un caso che in molti abbiano votato no a prescindere, per dare un segnale, senza alcuna preoccupazione per le conseguenze e, ancor meno, per le soluzioni da ricercare il giorno dopo la sfogo.

veritaQuesto è il punto a cui siamo. La vita non si ferma, tanto meno quella politica e, dunque, qualcosa succederà, qualcosa si farà. Compariranno nuovi leader o, peggio, ricompariranno quelli vecchi. Ma, sempre, senza aver prima fatto un bagno di verità collettivo in cui tutti, politici e cittadini, si dicono come stanno davvero le cose; e senza aver fatto lo sforzo di costruire una visione, in cui i cittadini possano riconoscersi e possano tornare a scegliere con la testa, lasciando la pancia ad altre, pur nobili, funzioni.

Un grande psicologo ed economista, Daniel Kahneman, ci ha insegnato che la “pancia” è un impulso primordiale che ci aiuta a decidere velocemente in situazioni di pericolo, in cui ne va della sopravvivenza. È con la “pancia” che l’uomo primitivo ha affrontato le prime fasi dell’evoluzione. Poi la vita si è fatta più complessa, si sono formate quelle aggregazioni sempre più complesse che sono le società moderne e l’uomo si è progressivamente attrezzato con una “testa” sempre più raffinata, che prende decisioni ponderate, che richiedono tempo. Forse oggi abbiamo bisogno di tutt’e due queste capacità, ma se ci fermiamo alla “pancia” non andiamo da nessuna parte e le decisioni che contano, alla fine, le prenderanno quelli che usano la “testa”.

Lapo Berti

Referendum costituzionale: per un SI europeo

La campagna referendaria è partita nel peggior dei modi. Inizialmente ci si è concentrati più sulle sorti di parte rispetto a quelle riguardanti la nostra comune legge fondamentale, scadendo spesso in facili populismi. Ora però che si entra nel vivo è giunto il momento di confrontarsi unicamente sui contenuti proposti al giudizio dei cittadini il prossimo 4 dicembre. Uno degli aspetti più innovativi della riforma riguarda quei nuovi meccanismi costituzionali che mirano ad ammodernare la partecipazione italiana nel processo d’integrazione europea, ritenuto ormai in modo condiviso un elemento qualificante del nostro sistema istituzionale. Più dei timori per le conseguenze tipo “Brexit” nel sistema politico o sul possibile indebolimento del governo nel negoziato con Bruxelles nel caso di mancata riforma, un SI consapevole si costruisce analizzando le concrete proposte che migliorano l’attuale testo costituzionale.

si-o-no-referendumLa principale modifica proposta riguarda il voto di fiducia al governo richiesto solo alla Camera dei Deputati (art. 55). Essa stessa può essere letta come un avvicinamento del sistema politico nazionale a quello degli altri partner europei. In sostanza solo da noi vige una doppia fiducia di Camera e Senato che spesso si è tramutata in una disomogenea maggioranza politica a sostegno del governo. Alla lunga questa disomogeneità indebolisce il governo in carica e ne limita la linearità di condotta, in primis proprio verso gli impegni assunti con Bruxelles, venendo spesso strumentalizzati come vincoli esterni per far digerire decisioni impopolari al suo elettorato “perché ce lo chiede l’Europa”.

Tale fondamentale riforma è strettamente legata al superamento del bicameralismo perfetto e all’introduzione del Senato delle regioni. Finalmente il Senato diventerebbe un organo legislativo specializzato, essendo chiamato a co-decidere unicamente nelle materie che riguardano gli aspetti costituzionali, regionali e la “partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione delle politiche dell’Unione europea” (Art.70). In questo modo oltre a sopperire alla mancanza di un chiaro riferimento all’integrazione europea ammodernando il testo, il diritto comunitario viene “quasi costituzionalizzato”, riconoscendone la sua rilevanza primaria nel nostro ordinamento giuridico. Infatti a differenza degli ordinari trattati internazionali, la cui ratifica spetta solo alla Camera, nel caso di qualsiasi modifica riguardante i trattati comunitari viene richiesta l’approvazione di entrambe le camere (art. 80). Nello stesso modo il Senato eletto su base regionale “in conformità alle scelte espresse dagli elettori” (art. 57) concorre ad una verifica di stampo federale sia sulla creazione della normativa comunitaria e sia sul controllo dei suoi effetti.

referendumInfine viene introdotta la possibilità costituzionale di tenere anche in Italia dei referendum di tipo propositivo e d’indirizzo, non limitandosi ad una riforma del tradizionale referendum abrogativo, ma incentivando in questo modo la partecipazione popolare alle scelte fondamentali del paese, grazie al rafforzamento di alcuni istituti di democrazia diretta che da decenni vengono ampiamente utilizzati in tutta Europa (art. 71).

Speriamo che questi ed altri aspetti di merito potranno essere approfonditi nelle prossime settimane, grazie ad un libero e costruttivo confronto con tutti coloro che hanno a cuore non solo il futuro dell’Italia, ma anche dell’Europa.

Paolo Acunzo

pacunzo@hotmail.com

Elezioni Usa, l’economia secondo Clinton e Trump

Si avvicinano le presidenziali americane ed è ora di capire meglio le proposte economiche dei candidati, Donald Trump e Hillary Clinton. Che hanno preso a prestito qualcosa dallo sconfitto alle primarie democratiche, Bernie Sanders. Soprattutto nel resistere agli accordi globali sul commercio.

Il punto di partenza e il lascito di Obama

Un’eredità controversa quella del futuro presidente degli Stati Uniti. La ripresa economica dopo la recessione del 2009 non è stata rapida quanto quelle precedenti. Il +2,5% del 2015 e il più magro +1,6% del 2016 indicano una crescita persistente, ancorché appena rivista al ribasso dal Fondo monetario e comunque cumulativamente inferiore (dal 2010) rispetto a quella delle riprese precedenti. La disoccupazione è al 4,9%, contro una media secolare del 5,5%. L’economia americana vista nei suoi dati aggregati sembra dunque andare bene. Ma l’ascesa di un candidato come Donald Trump segnala che non è tutto rose e fiori nell’America che Barack Obama consegna a chi verrà dopo di lui.

L’ombra di Bernie Sanders

presidenziali-usaLa peculiarità di queste campagne elettorali si coglie dalla mancata convergenza al centro dei due candidati. La sensazione è che, a differenza delle precedenti presidenziali, in questa si cerchi il consenso anche (e soprattutto) delle posizioni più radicali. Trump cerca di conquistare anche la destra più conservatrice, andando oltre la sponsorizzazione della tradizione americana della libera impresa, per cavalcarne le paure su immigrazione e terrorismo. In parallelo, Hillary Clinton – spingendosi ben più a sinistra di quanto avesse fatto il marito Bill nel 1996 – prova a raccogliere i voti più a sinistra toccando temi di politiche del lavoro, istruzione e welfare. Non stupisce quindi che il suo programma proponga alcuni dei temi più cari al suo avversario nelle primarie, Bernie Sanders. Stupisce però che anche Trump, a suo modo, abbia fatto sue alcune idee del socialista più famoso d’America.

Tabella 1 – I dodici punti di Sanders ispirano la politica economica dei due candidati

tabella-trump-clintonOvviamente le affinità con le proposte di Sanders sono più evidenti nel programma di Hillary Clinton, che prevede interventi di spesa pubblica per infrastrutture, università più accessibili, politiche di pari opportunità, energie rinnovabili e una sostanziale difesa dell’Obamacare. Sulle tasse, Clinton rilancia una tassazione più progressiva, con una stangata sui super-ricchi, un’aliquota minima del 30 per cento per chi guadagna più di un milione lordo all’anno (Buffett’s rule) e un’altra tassa sui redditi oltre i 5 milioni. Accusando “The Donald” di fare i suoi interessi. Lui che mira a un abbassamento “reaganiano” delle tasse, soprattutto per quanto riguarda l’aliquota sul reddito di impresa dal 35 al 15 per cento. L’idea del trumpismo è quella del trickle down, dello sgocciolamento verso il basso: aumentando gli incentivi a investire per i più ricchi, tutti ci guadagnano.

Incontro nel commercio internazionale

ttipMa è sul tema del commercio internazionale che curiosamente avviene una certa convergenza dei programmi. A cominciare da uno scetticismo più o meno forte nei confronti dei trattati commerciali negoziati dagli Stati Uniti. Secondo Trump è necessario rinegoziare il Nafta (North American Free Trade Agreement), accordo di libero scambio che lega commercialmente dal 1994 Stati Uniti, Canada e Messico. Il secondo passo sarebbe quello di impedire l’entrata in vigore del Tpp (Trans Pacific Partnership), ossia dell’intesa commerciale tra Usa e undici paesi dell’area pacifica (Cina esclusa), firmata da Obama e in attesa dell’approvazione del Congresso. Rigetto anche per il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), che è ancora in corso di negoziazione. Trump propone in sostanza una visione isolazionista che non si vedeva più da tempo nel panorama culturale americano, e soprattutto nella mentalità del Grand Old Party, che a partire dal secondo dopoguerra si è sempre contraddistinto per una sostanziale visione liberista dell’economia, anche in tema di trattati internazionali. Le idee di Trump arrivano a rifiutare tutti gli accordi regionali che hanno avuto invece un grande ruolo nella globalizzazione degli ultimi anni, visto lo stallo della negoziazione multilaterale in seno all’Organizzazione mondiale del commercio.

globalizzazioneAnche Clinton si è mostrata critica nei confronti dei trattati commerciali esistenti e scettica nei confronti del Ttip ancora in fase di negoziato. Questo perché i benefici del commercio internazionale non hanno coinvolto i lavoratori nella loro complessità. La sua risposta, in termini pratici, prevede il tentativo di spostare in questa direzione gli accordi non ancora raggiunti, senza rimettere in discussione quelli già esistenti. Come ciò possa avvenire è lasciato un po’ nel vago.

Le idee di entrambi i candidati si inseriscono in un contesto in cui la globalizzazione vive una sorta di reset. L’anno zero del mondo globale parte dal dato di fatto che i perdenti della globalizzazione siano di più rispetto a quanto ci si aspettava. La risposta naturale (o almeno quella che va ora per la maggiore) è il populismo. Se applicato ovunque, si tornerebbe all’autarchia politica. Una soluzione in ogni caso antistorica e impraticabile in un mondo nel quale la tecnologia obbliga a pensare in modo globale. Serve invece un accordo globale per prevedere meccanismi di diffusione dei frutti della globalizzazione anche a chi è rimasto indietro. Con il programma della Clinton ci si può provare, con quello di Trump no

Francesco Daveri e Mariasole Lisciandro tratto da www.lavoce.info

Un Ferragosto di incertezza e di preoccupazione

Ferragosto: tempo di vacanze, di ozio, di leggerezza. Dovrebbe essere così e vogliamo che sia così anche se le cose non vanno per niente bene. Dovunque si guardi c’è qualche motivo per essere preoccupati. Di cosa vogliamo parlare? Dell’economia? Beh il ritorno della crescita zero è una mazzata, non si può non dirlo. La pioggia di soldi messi in circolo dalla Bce con i conseguenti risparmi di interessi sul debito pubblico e con le banche rifornite di finanziamenti a costo zero non è bastata a far ripartire le attività produttive. QE BceNemmeno i vari 80 euro e taglio dell’Imu ci sono riusciti. Sicuramente senza questi provvedimenti sarebbe andata peggio o, forse, ci voleva qualcosa di diverso. Ma le bacchette magiche non esistono e nemmeno i miracoli. E poi non è che sia tutto negativo perché il settore delle esportazioni regge eppure non basta. In epoca di globalizzazione sta a galla non solo chi ha buoni prodotti da vendere, ma anche chi riesce a fare qualcosa in più degli altri e a migliorare la produttività complessiva. Non si tratta solo del rapporto tra costo di ciò che è necessario per produrre e valore che ne esce, ma anche di ciò che un sistema economico, sociale e istituzionale riesce a produrre con le risorse di cui dispone. Da questo punto di vista l’Italia è messa male come chiunque può constatare raffrontando lo stato del Paese con il livello della tassazione e l’ammontare del debito pubblico.

Lo spreco di denaro pubblico che non produce risultati e che distrugge risorse da noi raggiunge livelli molto elevati e produce una generale inefficienza del sistema. Il catalogo degli sprechi (si dice sprechi ma dentro ci sta di tutto mafie, corruzione e ruberie incluse) è più lungo di quello delle donne conquistate da Don Giovanni ed è inutile provare ad elencarne le varie tipologie. Basti dire che lì sta la storia del debito pubblico, il macigno che non riusciremo mai a toglierci di dosso. Nulla possiamo fare se non a debito. D’altra parte anche la cosiddetta flessibilità chiesta all’Europa non è altro che un aumento del debito. E anche chi vuole uscire dall’euro per tornare alla lira pensa di poter più liberamente giocare sul debito e sulla svalutazione come se fossimo fermi al boom economico di inizio anni ’50 e come se la globalizzazione non esistesse.

debito pubblicoOra, è logico che il debito si possa fare per investire cioè per aumentare il valore del sistema Italia. Per esempio un restauro a tappeto di tutti i beni archeologici e artistici finalizzato non solo alla salvaguardia, ma anche alla loro valorizzazione (= visite = turismo = biglietti da pagare = indotto = posti di lavoro) è un investimento. Anche la sistemazione del territorio per prevenire frane e altri disastri è un investimento. Ma quando il debito ha bisogno di essere rinnovato anno per anno nella misura di 400 miliardi (o giù di lì) è chiaro che serve per pagare stipendi, pensioni e servizi cioè per la spesa corrente. Ma anche quando si spende per opere pubbliche spesso si spende moltissimo ed anche piuttosto inutilmente come accade con la metro C di Roma per esempio. Il risultato è che ci si stringe ancor più il cappio al collo. È debito anche quando si permette un’evasione fiscale che dura da tempo immemorabile e che viene “limata”, ma non eliminata perché i soldi che non entrano nel bilancio si devono sostituire tartassando quelli che pagano le imposte e prendendoli in prestito. Insomma il crocevia di tutto è lo Stato, ciò che entra, ma soprattutto l’enorme spesa pubblica dalla quale dipende più di metà dell’economia. Lì è il potere dei soldi e la lotta per il controllo dei soldi è la sostanza della lotta politica e sociale in Italia. Chi dà e chi prende.

redistribuzioneE non pensiamo che la cosa riguardi solo chi se ne approfitta: tutti stiamo dentro questo meccanismo di distribuzione. Qualcuno prende di più e da’ meno e altri danno tanto e prendono poco. Ecco perché diventa importante il come e il chi: come si prendono le decisioni e a chi attribuire le responsabilità. La cosa peggiore è l’opacità dei meccanismi istituzionali nei quali tutti sono responsabili e nessuno lo è perché la regola è la distribuzione delle risorse per tenere a bada le tensioni e acquisire consenso possibilmente facendo passare per favore ciò che dovrebbe essere una chiara scelta politica e amministrativa. Le pensioni di invalidità finte distribuite come ammortizzatore sociale in passato soprattutto al sud qualcosa dovrebbero averci insegnato. Il discorso sulla politica e sulle riforme istituzionali sta dentro questa cornice.

guerre in Medio OrienteI motivi di preoccupazione sono dunque tanti anche senza pensare che una guerra vera si sta svolgendo nel mondo dell’Islam (giusto sull’altra sponda del Mediterraneo) e che le sue conseguenze le paghiamo anche noi con il terrorismo, con migrazioni che possono destabilizzarci e con una difficile convivenza tra milioni di persone che vivono in Europa e che guardano al mondo islamico per trovare una loro identità. Può sembrare strano, ma la guerra esalta questa ricerca perché semplifica questioni complesse e spinge ad annullare i dubbi e le distinzioni per schierarsi da una parte o dall’altra. Ma sempre del mondo islamico perché l’Occidente appare in crisi e incapace di mobilitare le opinioni pubbliche per difendere ed esaltare i valori che sono posti a fondamento delle nostre società. Libertà, autonomia dell’individuo, parità tra uomini e donne, laicità dello Stato, democrazia non affascinano forse nemmeno noi che ci siamo nati e che non abbiamo combattuto per conquistarle. Figuriamoci chi è abituato a riconoscere la superiorità di un dio. C’è poco da stare rilassati in questo Ferragosto

Claudio Lombardi

Il caos calmo dell’ Unione Europea

Ormai da molti anni l’Unione Europea ed i suoi Stati membri sono esposti ad una serie di incertezze ed a  rischi assai significativi, i governi e  Bruxelles tamponano i problemi con soluzioni che se va bene stanno in piedi per pochi anni e se va male per pochi giorni, per molti una visione di lungo periodo appare quasi un lusso e questioni evidentemente strutturali vengono qualificate come emergenze. La Banca Centrale Europea da almeno quattro anni sta facendo politiche monetarie espansive, eppure i risultati sono scarsi perché tali scelte sono neutralizzate dalla mancanza di una politica fiscale europea e la Brexit potrebbe portarci di nuovo in recessione. Dagli attentati di Parigi si parla tanto di cooperazione ma i governi non hanno raggiunto nemmeno un accordo sullo scambio di informazioni sul traffico aereo; pochi mesi dopo un discutibile trattato sui migranti Erdogan fuga ogni dubbio sul fatto che la sua Turchia è per l’Unione un partner privo di “agibilità politica”.  A ciò si aggiungono i dubbi sulle banche dei paesi mediterranei e su Deutsche Bank.

crisi EuropaChi sperava che il referendum del 23 giugno ponesse almeno  fine alle ambiguità nel rapporto tra Londra e Bruxelles (io non ero tra questi) è stato smentito. La nuova premier britannica, Theresa May, ha subito dichiarato laconicamente che “Brexit vuol dire Brexit” ma non ha detto quando pensa di attivare l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea che disciplina l’uscita di uno Stato membro dell’Unione. Per Londra è assai importante rimanere ancorata al mercato unico, quindi il più ragionevole scenario è che i conservatori britannici inseguano una Brexit soft, con qualche restrizione in più sui migranti provenienti da altri paesi dell’Unione Europea, che di fatto ci condurrebbe ad un quadro non troppo diverso da quello dell’accordo di inizio anno tra Bruxelles e Cameron. Le alternative sul tavolo sono ancora parecchie, per questo il referendum non ha chiarito nulla e gli effetti economici della Brexit potrebbero manifestarsi solo tra diversi mesi.

brexitLa Brexit, il terrorismo, la crisi economica, la mancanza di una politica europea sulle migrazioni non sono fenomeni disgiunti, ma le tante facce di una “governance” europea inadeguata. La soluzione migliore è quella di un nucleo duro di paesi che vogliono procedere verso un unione sempre più stretta e si dotano di strumenti per una politica fiscale e per una politica estera e di difesa comune. A tale nucleo duro si potrebbero affiancare con lo status di “associato dell’unione”  una serie di paesi, quali la Gran Bretagna, molte repubbliche dell’Europa Orientale e magari anche la Turchia, la Russia e l’Ucraina. Ovviamente il riconoscimento dello status di paese associato deve essere subordinato al rispetto della democrazia e dello stato di diritto, quindi la Turchia potrà essere un partner economico e politico dell’Unione  solo se ritornerà alla democrazia, la Russia, l’Ungheria e la Polonia solo se  sposeranno i valori europei e l’Ucraina solo se ritroverà la stabilità necessaria a garantire la pacifica convivenza tra la comunità che guarda all’occidente e le minoranze di lingua russa. Fino a pochi anni fa la UE a due velocità era considerata un degenerazione del processo di integrazione europea, eppure con Maastricht, Schengen, l’euro  e la cooperazione in materia giudiziaria le velocità sono diventate molte più di due, oggi occorre fare chiarezza. La crisi iniziata con Lehman Brothers ha reso insostenibile l’Europa di Maastricht e degli anni novanta.

europa unitaL’Europa a due velocità da un lato permetterebbe, ai paesi che vogliono farlo, di fronteggiare con un bilancio comune problemi quali la disoccupazione, la deindustrializzazione, le sempre più ricorrenti crisi finanziarie, dall’altro porterebbe alla nascita di una politica estera comune che tanto è mancata in questi anni e che ha visto un’Europa inerte di fronte alla proliferazione di  polveriere come la Siria, la Libia e l’Ucraina, a regimi sempre più violenti come la Russia di Putin e l’Egitto di Al Sisi e perfino al ritorno dell’autoritarismo in Polonia ed Ungheria. Una politica estera europea strutturale dovrà finalmente affermare il principio che i regimi violenti ed autoritari non possono essere in alcun modo partner economici e politici.

Per raggiungere tali obiettivi però non basterà più Europa, servirà un’Europa profondamente diversa da quella degli ultimi dieci anni

Salvatore Sinagra

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