E c’è anche la società civile disonesta

cittadini disonesti

In un articolo sul Corriere della Sera di oggi Gian Antonio Stella compie una carrellata su una pluralità di fatti collegati da un’unica caratteristica: sono compiuti da pezzi di quella che si usa definire “società civile” ovvero da singoli cittadini che attuano comportamenti di fatto antisociali, ma che la loro esperienza suggerisce essere tollerati perché praticati (con successo) da una molteplicità di persone. Insomma non casi singoli, ma ripetizioni di abusi e illegalità di massa. Ognuno di essi può apparire una colpa lieve, tutti insieme danno una mano a sfasciare lo Stato e ci raccontano di una società civile disonesta.

finti invalidiLa casistica è ampia perché le cronache da anni “traboccano di storie di illegalità diffusa”. I commentatori possono scegliere tra migliaia di casi diversi in ogni angolo del Paese. Ci sono i “456 fittizi eredi o delegati alla riscossione, di persone decedute, alle quali, ante mortem, era stata riconosciuta l’indennità di accompagnamento”. E si parla della sola area di Castrovillari. Oppure ci sono i “controlli sulle dichiarazioni degli universitari capitolini arrivati ad accertare a fine 2013 addirittura il 62% di falsi”. Si può continuare con le storie dei contrassegni per disabili che dovrebbero servire per i loro spostamenti e che, invece, sono una specie di “benefit” per parenti furbi. Si prosegue con i truccatori di targhe per entrare nelle zone a traffico limitato dei centri storici.

Fra tanta abbondanza non si sa se citare i “duemila falsi poveri beccati dalla sola Asl di Livorno che non avevano diritto all’esenzione del ticket” o i beneficiari della famosa legge 104 (permessi per assistere parenti disabili) spesso beccati a svolgere le più varie attività tranne quelle per le quali sono concessi i permessi di assentarsi dal lavoro. Tra l’altro i beneficiari di questa legge spesso sono veramente tanti come nel caso, citato nell’articolo di Stella, degli insegnanti trasferiti a Catania e Palermo, il 63% dei quali ricorre ai benefici della legge 104 e di tutti “i maestri e i bidelli spostati negli ultimi sette anni in provincia di Agrigento nonostante la Procura abbia accertato che una dichiarazione su quattro è falsa. corruzione certificazioni invalidiViene quasi il dubbio che tante certificazioni di invalidità siano false o comprate. Per fortuna che le cronache ci aiutano a sciogliere il dubbio perché ogni tanto viene beccato qualcuno che prende soldi per vendere finte invalidità. D’altra parte i casi scoperti dalla Guardia di Finanza sono la punta dell’iceberg e qualcuno avrà pure certificato le finte invalidità.

Anche in materia di assenteismo non si scherza. La casistica è ricca e i dati statistici la confortano (impiegati pubblici assenti il doppio di quelli privati). Per esempio Stella cita i casi della condanna per assenteismo di 78 su 96 dipendenti dello Iacp di Messina senza che uno solo sia stato licenziato. Assenteismo uguale truffa? Beh sì, in effetti è una truffa come quella dei furbetti del cartellino che ha dato spettacolo nel passato 2015. Ma truffe sono anche quelle sui falsi braccianti agricoli con cifre impressionanti (dal 2010 a oggi centotto casi scoperti nei quali sono risultate “false circa 700 aziende, falsi trentamila braccianti, falsi i terreni su cui «lavoravano»).

spreco denaro pubblicoInsomma, un cumulo di illegalità pagate con i soldi dei contribuenti onesti ovviamente.

Giustamente Stella osserva che il problema è che si tratta di persone che si considerano perbene (molti inveiscono sui social network contro i politici…), ma che trovano piuttosto normale “imbrogliare lo Stato, l’Inps, i Comuni… Rubare soldi pubblici”. E che, se scoperti, si difendono con l’inevitabile «Cosa sarà mai!».

Di recente un dossier della Guardia di Finanza ha valutato in quattro miliardi di euro i danni prodotti dall’attività illecita dei dipendenti pubblici infedeli. Sembra proprio difficile che uno Stato possa sopravvivere con tanta illegalità diffusa.

La conclusione dell’articolo è che non ha senso rivendicare una pretesa superiorità morale della società civile, mentre, invece, “è la politica che deve pilotare la società a migliorare”.

Sagge parole che purtroppo si scontrano con il nuovo scandalo delle case di proprietà del Comune di Roma regalate a canoni assurdi (8 euro al mese o anche meno in pieno centro storico) a tantissimi inquilini in buona parte persino privi di contratto e quasi tutti senza alcuna verifica del diritto ad occupare una casa pubblica. Il regno della giungla con i beni pubblici come bottino a disposizione di politici, dipendenti comunali o bande organizzate per l’occupazione e il traffico di immobili del comune. Una situazione grottesca che si perpetua da decenni sotto il naso di giunte comunali, sindaci, partiti, consiglieri comunali, assessori, commissioni, burocrazie. Evidentemente tutti ignari dello scempio che si andava compiendo o, più realisticamente, tutti complici o consapevolmente inerti.

Caro Stella una gran brutta situazione tra società civile-incivile, politica incapace di espellere i farabutti e apparati burocratici inzeppati di corrotti. Per fortuna che gli anticorpi ci sono altrimenti nemmeno potremmo scrivere di questi casi. Bisogna renderli sempre più forti

Claudio Lombardi

Il sistema Italia che non funziona: l’aeroporto di Crotone

fondi ue sprecati

Quando si parla dei limiti del “sistema-Italia” meglio portare qualche esempio concreto. Uno, emblematico, ci è presentato in un articolo pubblicato da l’Espresso e firmato da Federica Bianchi. Si tratta del confronto tra Rzeszów e Crotone, due città che hanno ricevuto finanziamenti dalla Ue per i loro aeroporti con effetti completamente diversi: sviluppo in un caso, fallimento nell’altro.

Ma vediamo come viene ripercorsa la vicenda nell’articolo.

confronto Polonia CalabriaInnanzitutto si tratta di due città che condividono un passato di profonda miseria che le ha spopolate, rendendole aeree di emigrazione verso il più ricco nord, gli Usa e l’Inghilterra. Anche le regioni nelle quali si trovano sono caratterizzate da una diffusa arretratezza. Si tratta di regioni, comunque, che hanno potenzialità turistiche, sia pure con un oggettivo vantaggio per la più assolata Calabria che ha il vantaggio del clima e del mare fra i più belli d’Italia. Entrambe le città hanno puntato sullo sviluppo di un loro aeroporto pur essendocene altri in ambito regionale. Le somiglianze terminano qui.

Lo sviluppo, purtroppo, sta da una sola parte, quella polacca. Rzeszów ha attuato, negli ultimi quindici anni, un programma di rinascita sfruttando ogni centesimo messo a disposizione dall’Unione europea.

Ma cosa sarà mai successo di speciale a Rzeszów? Bè tanto per cominciare il comune ha 30 persone formate dal governo centrale che si dedicano solo a seguire le pratiche di Bruxelles cioè fondi e progetti. Gli investimenti sono saliti del 60 per cento dal 2004 al 2015 e la maggior parte sono stati in infrastrutture, salute pubblica, cultura e turismo. Primo effetto: la crescita della popolazione da 140mila a 180mila abitanti e la conquista del terzo posto fra le città più vivibili della Polonia. In pratica, nel giro di un decennio, il bilancio cittadino è passato da 85 a 318 milioni di euro, il tasso di disoccupazione è sceso al 6,5 per cento e il numero degli studenti per abitante è il più alto dell’intera Unione europea.

impegno per lo sviluppoE quale sarà mai il segreto del successo? L’attenzione per chi ha scelto di impiantare attività industriali con l’apertura di una “zona economica speciale” e con investimenti nella qualità della vita (servizi in primo luogo) e nell’ istruzione. Effetto? Partiti con 15 aziende ora sono oltre 150 quelle che operano nel territorio.

E a Crotone che è successo nel frattempo? Crotone ha dedicato gli ultimi 20 anni a inseguire alternativamente il sogno industriale perduto e un mosaico di interessi locali. In assoluta coerenza con una regione, la Calabria, che a fine dicembre dovrà restituire oltre 600 milioni di euro comunitari che non è riuscita a spendere nei tempi dovuti. Il comune si vanta di aver effettuato lavori di riqualificazione del centro storico. Già, peccato che i fondi messi a disposizione non sono stati spesi che in parte. Il problema? Semplice quanto banale: ritardi nell’erogazione dei fondi e complicazioni giudiziarie con ricorsi ai Tar che interrompono i lavori ed anche li riaffidano ad una ditta diversa da quella che li ha iniziati. E si sa, quando i soldi dell’UE non vengono utilizzati per tempo devono essere restituiti e si perdono. Però non di soli lavori stradali si vive e, soprattutto, questi non costituiscono una vera una strategia di sviluppo del territorio. Dove stanno i piani strategici ? Insomma che altro si può fare oltre a riparare e costruire le strade? Nebbia.

immobilismo sistema ItaliaEd eccoci al caso dell’aeroporto. L’idea era quella di creare il terzo scalo di una regione con solo 2 milioni di persone. E così è stato. Peccato che dal 15 aprile scorso l’aeroporto è ufficialmente fallito e che gli azionisti pubblici (Camera di Commercio, Provincia, Regione, comune di Crotone) l’abbiano abbandonato. E i finanziamenti europei (ben 31 milioni di euro)? Tra il 2000 e il 2013 sono riusciti a spendere solo 4,7 per l’ammodernamento dell’aerostazione tra burocrazia e assenza di idee chiare (niente allungamento della pista di decollo e niente pensilina per la pioggia). Per farsi un’idea della situazione nell’articolo si riporta un brano di una mail scritta a l’Espresso dai revisori dei conti europei che la descrivono in questi termini: «Nel caso di Crotone non abbiamo visto nessun piano a lungo termine, nessuna analisi del bacino di utenza o previsioni sostenibili; nessuna evidenza di un impatto positivo sull’economia regionale ma solo un aeroporto incapace di sostenersi da solo e bisognoso di interventi continui». Praticamente una sentenza di condanna della classe dirigente regionale e locale.

obiettivi centratiNella lontana Polonia invece …. Come c’era da aspettarsi a Rzeszów accade esattamente il contrario. In circa 10 anni l’aeroporto investe 18,6 milioni di fondi Ue e cambia volto. Le due piste si preparano ad ospitare un volo intercontinentale. Lufthansa vi atterra tre volte al giorno da Francoforte con carichi di parenti e amici in visita e manager di ritorno da un viaggio di affari. Era un aeroporto di paese. Oggi è a quota 600 mila passeggeri e se arriverà nel giro di 5 anni a 800mila potrà addirittura vantare un bilancio in pareggio al netto degli ammortamenti per circa 30 milioni di euro di investimenti.

Conclusione. Un caso forse piccolo, ma emblematico, di un’inadeguatezza strutturale dell’Italia che nessun surplus di finanziamenti, nessuno sforamento di deficit potrà superare. Meglio dirsi la verità e non prendersi in giro

Claudio Lombardi

Cosa c’è dentro la riforma costituzionale

riforma costituzionale

Sembra che sulla riforma della Costituzione si stia ad un passaggio cruciale. I toni sono veementi, anzi, un po’ esagitati. Con un po’ di cinismo si potrebbe dire che succede sempre così quando si passa dal dire al fare. Decenni di discussioni, studi e ricerche, documenti, libri, gruppi di saggi, convegni, tentativi di leggi, leggi approvate e poi rigettate dagli elettori hanno determinato la consolidata convinzione che toccare la materia costituzionale sia impossibile. D’altra parte siamo un paese nel quale qualunque innovazione se la deve vedere con una innata tendenza alla conservazione.

allarme democraziaComunque, conviene mettere da parte i lamenti più o meno elevati di chi lancia l’allarme per la democrazia per il semplice motivo che all’ombra del vecchio assetto dei poteri costituzionali nella nostra Repubblica è successo di tutto (mafie, corruzione, partitocrazia, stragismo ecc ecc) a dimostrazione che non è l’ingegneria istituzionale che fa un popolo e uno stato uniti da una cultura civile e nazionale.

In realtà il progetto all’esame del Parlamento è complesso e bisognerebbe superare le polemiche quotidiane per guardare ai suoi contenuti.

Fine del bicameralismo e funzione legislativa

Senato riformaIl Senato delle Autonomie rappresenterà le istituzioni territoriali e concorrerà a svolgere funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica, e tra questi ultimi e l’Unione Europea. La funzione legislativa non sarà più esercitata collettivamente dalle due Camere, ma sarà attribuita alla sola Camera dei deputati, salvo alcune materie (leggi di modifica costituzionale, tutela delle minoranza linguistiche, referendum popolari) su cui dovrà intervenire anche il Senato. Solo la Camera sarà chiamata a votare la fiducia all’esecutivo. Sulla legge di bilancio, la Camera potrà avere l’ultima parola decidendo, a maggioranza semplice, di non accettare i rilievi del Senato. In ogni caso la Camera dei deputati dovrà trasmettere ogni testo approvato al Senato il quale avrà la facoltà di riesaminarlo e di approvare delle proposte di modifica sulle quali l’ultima parola spetterà comunque alla Camera (con voto a maggioranza assoluta se le leggi toccano materie come Regioni ed Enti locali). La riforma inoltre introduce l’iter veloce per le leggi del governo (pronuncia in via definitiva entro 60 giorni, ma non per le leggi bicamerali, le leggi elettorali, la ratifica dei trattati internazionali, le leggi che richiedono maggioranze qualificate) e stabilisce infine che i decreti legge possano trattare solo norme omogenee, ponendo fine ai decreti omnibus.

Composizione del Senato

Coerentemente con la nuova funzione del Senato i senatori non saranno più eletti direttamente dai cittadini. Il numero dei componenti sarà limitato a 100, 95 dei quali eletti dai consigli regionali ( 74 tra i consiglieri regionali e 21 tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori). 5 nominati dal Presidente della Repubblica che non saranno più in carica a vita, ma solo per 7 anni.

Elezione del Presidente della Repubblica

Presidente della Repubblica elezioneIl capo dello Stato sarà eletto, come ora, in seduta comune da deputati e senatori. Ma per evitare che la Camera, che resta di 630 membri, monopolizzi la scelta, sono stati aumentati i quorum. Mentre oggi è prevista la maggioranza assoluta dei componenti dalla quarta votazione, la riforma prevede i 2/3 dei componenti nei primi tre scrutini, poi i 3/5 e, infine, dal settimo scrutinio la maggioranza dei tre quinti dei votanti.

Cambia anche la modalità di elezione dei cinque giudici costituzionali di nomina parlamentare: non sarà più il Parlamento in seduta comune ad eleggerli ma ora tre saranno eletti dalla Camera dei deputati e due dal Senato.

Abolizione province; soppressione CNEL; competenze Stato e regioni

Soppresso il CNEL della cui inutilità si discute, peraltro, da molti anni. Cancellate le province e la legislazione concorrente tra Stato e Regioni. Vengono attribuite più competenze allo Stato centrale permettendo anche il commissariamento di Regioni ed enti locali in caso di grave dissesto finanziario. Lo Stato, inoltre, potrà esercitare una “clausola di supremazia” verso le Regioni a tutela dell’unità della Repubblica e dell’interesse nazionale. Novità anche per il federalismo fiscale con la previsione di una legge che introduca i costi standard.

Referendum

elezioni referendumRestano le 500mila firme necessarie per chiedere un referendum abrogativo e resta il quorum del 50% più uno degli elettori per la validità della consultazione. Se però si arriva a 800mila firme il quorum si abbassa e basta che vada a votare la metà più uno dei votanti delle ultime elezioni politiche. Sono introdotti i referendum propositivi e d’indirizzo. Per presentare una legge di iniziativa popolare bisognerà raccogliere 150mila firme e non più 50mila come adesso.

Legge elettorale

Si introduce in Costituzione il giudizio preventivo della Corte costituzionale sulle leggi elettorali con pronuncia in tempi molto rapidi.

Stato di guerra

Per deliberare lo stato di guerra non sarà più sufficiente la maggioranza semplice della sola Camera dei deputati ma servirà la maggioranza assoluta dei componenti.

Indennità per i senatori e per i consiglieri regionali

Niente indennità parlamentare per i senatori e tetto agli stipendi di Presidente e consiglieri regionali, che non può essere superiore a quello dei sindaci dei capoluoghi di Regione.

Si può essere favorevoli o contrari o indifferenti, si può tentare di migliorare, ma certo non c’è traccia di attentato alla democrazia.

Claudio Lombardi

L’ antimafia capitale che serve

antimafia capitale

Penso sia arrivato il momento di una nuova Resistenza civica contro le mafie, i loro protettori, i loro soci occulti, i politici che ne traggono profitto o che convivono con questo cancro.

Dai roghi della terra dei fuochi, alla devastazione delle coste, al caporalato schiavista delle campagne, ai monopoli criminali dello smaltimento dei rifiuti, alle distruzioni ambientali, alle centinaia di opere fantasma e di cattedrali nel deserto abbandonate, agli abusi edilizi, alle faraoniche opere inutili, tutto costituisce il brodo di coltura di un’illegalità diffusa che alimenta un’economia parallela di saccheggio del territorio, dell’ambiente e dei soldi pubblici.

cittadiini attiviI Partiti (li scrivo ancora con la P maiuscola perché sto ancora alla vecchia definizione di “strumenti della democrazia che si organizza”) hanno da molto tempo abbandonato il territorio inteso come luogo per creare rapporti culturali e sociali e per favorire economie sane, per denunciare ingiustizie, per creare forme di solidarietà, per fare comunità. In cambio abbiamo avuto comitati di affari, falsi circoli territoriali, capibastone, camarille (non correnti di pensiero che erano una cosa seria).

C’è bisogno di un grande risveglio civile, di un nuovo patto per la buona Politica, di una grande assunzione di responsabilità nel segno dell’Etica pubblica.

Questo discorso vale soprattutto per Roma, capitale del Paese, dove adesso ci si accorge che tutto è inquinato da presenze criminali e da ordinarie illegalità nella colpevole assenza di un’azione pubblica rigorosa delle Amministrazioni che si sono succedute nel corso degli anni. Ci voleva la pacchiana sceneggiata dei funerali di Casamonica per smuovere le acque stagnanti della politica romana che torneranno nella palude dell’immobilismo e persino della connivenza se i cittadini non capiranno o non sapranno organizzarsi con forme di partecipazione sempre più attiva e puntuale.

mafia capitaleScrive l’assessore all’Urbanistica di Roma Capitale Giovanni Caudo sul Corriere della Sera del 2 settembre: “ Acqua, energia, rifiuti ed urbanistica sono da sempre i mercati monopolistici radicati a Roma che valgono miliardi di euro e su cui i poteri locali tutt’altro che forti si sono accomodati. Quando da una buca dove gettare la spazzatura si passa alla raccolta differenziata e si progettano gli ecodistretti, dai debiti sistematici si passa al risanamento del bilancio, dalle varianti di piano per rendere edificabile l’Agro romano si passa alla trasformazione dell’esistente, hai messo in campo una visione di città di respiro internazionale. Questo è il modo più efficace per combattere Mafia Capitale”.

Bene, assessore Caudo, siamo d’accordo! Ma questi temi debbono diventare materia di coinvolgimento della società civile che non si deve sostituire alla società politica in una democrazia rappresentativa ma deve solo affiancarla secondo lo spirito e la cultura della sussidarietà. Sono le conoscenze diffuse e le mille competenze specifiche le vere risorse umane di questa Città che possono consentire una partecipazione attiva dei cittadini liberando la loro creatività e realizzando di fatto un controllo sociale sulle azioni politiche e amministrative delle istituzioni locali.

I partiti che le guidano però devono compiere atti concreti. Ciò che conta è che la politica non dia più l’esempio di chiacchiere cui seguono fatti radicalmente diversi.

coinvolgimento cittadiniLa situazione di oggi a Roma (ma lo stesso si può dire a livello nazionale) non è un fenomeno naturale, ma è stata creata negli anni con il consenso o al limite con il silenzio-assenso di tutte le forze politiche (tranne il M5S che non esisteva). Per questo non bisogna distrarsi con la caccia al capro espiatorio che oggi si cerca di identificare nel Sindaco Ignazio Marino.

Come iene tutti si avventano sulla preda uscendo dal bosco nel quale si erano nascosti. Il Pd più di tutti dovrà impegnarsi per restituire credibilità alla proposta politica del centro-sinistra. Per le destre nemmeno si può parlare di proposta politica: devono ancora dimostrare come sia possibile che siano sotto accusa per essere state il perno di un’associazione a delinquere che voleva spartirsi la città.

Per questo non saranno sufficienti né l’opera del prefetto Gabrielli e nè un’assessore alla Legalità. La rinascita di Roma dovrà basarsi sulle forze sane e su un mutamento di prassi e di cultura della maggioranza dei romani e di chi li governa

Paolo Gelsomini

L’ ordinaria illegalità culla di mafia capitale

illegalità a Roma

Cosa c’è dietro Mafia Capitale? C’è una semplice verità: la città legale senza trasparenza e partecipazione apre alla città illegale. Lasciamo un attimo da parte lo scenario malavitoso di Mafia Capitale ed analizziamo i comportamenti sociali di quella città legale che è costituita da molti soggetti diversi. Riassumiamoli in tre categorie.

I primi sono i portatori di interessi economici o di gruppo – oggi si chiamano lobby – e sono in grado di dettare le regole a proprio vantaggio, forzare la mano, intervenire dentro e fuori le istituzioni, condizionare i politici in una logica di scambio che prevede anche passaggi di denaro e altre opportunità.

vivibilità cittàI secondi sono i cittadini nella loro comune condizione di abitanti della città. In questa veste sono di fatto portatori di interessi generali e difensori dei beni comuni. Ebbene questi, a differenza dei primi, fanno fatica a far sentire la propria voce e le proprie ragioni, ad orientare le scelte della politica, a far valere diritti fondamentali legati alla vivibilità dei territori, alla sostenibilità ambientale delle opere, alla difesa della salute e del patrimonio culturale.

I terzi sono tutti coloro che rappresentano la parte istituzionale e amministrativa. Sono loro che dovrebbero garantire una mediazione tra interessi diversi, ma privilegiando l’interesse pubblico che garantisce tutti. È proprio questa la parte decisiva che, però, si rivela spesso molto debole e cedevole di fronte agli interessi privati specie se questi sono in grado di proporre uno scambio e di garantire un tornaconto.

Questo è lo scenario di una “normale” legalità che c’è a Roma così come sicuramente anche in altre città. Una normalità che non può funzionare e che può produrre degli effetti devastanti.

potere mafiosoLa debolezza e l’incertezza istituzionale sono un problema sempre. Nel caso di Roma è proprio la mancanza di coraggio del Sindaco e della sua Giunta a favorire, volontariamente o no poco importa, comportamenti aggressivi delle oligarchie economiche e finanziarie della città, rivendicazioni intollerabili di diritti non scritti come quelli sollevati ad ondate ricorrenti da una variopinta congerie di soggetti che utilizzano la città, ne sfruttano le risorse e che sono piuttosto refrattari alle regole e ai controlli (l’elenco sarebbe lungo, ma diciamo che i “mitici” palazzinari ne rappresentano il prototipo).

A volte si ha l’impressione che si tratti di un esercito che invade la città e la occupa per svolgere i suoi affari. E sembra che l’Amministrazione comunale non si renda conto dei problemi che questo assalto genera e ne sottovaluti l’impatto sulla città. D’altra parte i cittadini, portatori del mero interesse alla vivibilità dei luoghi in cui abitano, si sono persino stancati di segnalare i loro disagi ad “autorità” che si comportano come i muri di gomma.

illegalità taciutaCome rispondono le “autorità”, infatti, a questi disagi? Timide ordinanze da un lato e poi permissività e tolleranza di comportamenti dannosi per la collettività dall’altro. Ciò che emerge sopra tutto è la facilità con la quale vengono elusi leggi, regolamenti, ordinanze, divieti, delibere tanto che ormai Roma sembra essere diventata una palestra della micro, macro ed ordinaria illegalità a cielo aperto.

Contemporaneamente languono o si trascinano stancamente all’interno delle istituzioni forme largamente incomplete di partecipazione popolare. Eppure dovrebbe essere proprio la partecipazione attiva e consapevole dei cittadini a creare un baluardo contro i comportamenti mafiosi e contro il malaffare.

Ne deriva una situazione ideale perché nasca e si rafforzi una città illegale dietro quella legale.

partecipazione dei cittadiniEppure un antidoto ci sarebbe, ma non lo si vuol praticare. E allora: chi ha paura della partecipazione popolare? Se ne sta perdendo perfino la cultura tra i cittadini che spesso si accontentano di sistemare il parco sotto casa o la propria strada. Cose importantissime, per carità, ma non sufficienti per rispondere come comunità della polis alle sfide che questa città ci impone.

La partecipazione attiva dei cittadini ed il loro controllo su tutto l’iter delle opere e dei servizi, dal bando, al progetto, alla realizzazione, alla gestione, costituiscono un forte antidoto alle infiltrazioni mafiose, ai comportamenti criminali, agli scambi sottobanco, alle intollerabili deviazioni della politica.

Si parla spesso e giustamente di trasparenza, ma non basta la trasparenza se poi non si attivano processi partecipativi di cittadini consapevoli e portatori di competenze, conoscenze ed esperienze, capaci di interpretare, controllare, monitorare, proporre, criticare non solo piccole e grandi trasformazioni urbane ma anche delibere, ordinanze, determine dirigenziali, nonché la gestione dei pubblici servizi.

Trasparenza e partecipazione (non esiste l’una senza l’altra) sono l’unico antidoto agli scambi di favori, alle gestioni privatistiche dei beni e dei servizi pubblici, alle infiltrazioni mafiose nelle istituzioni.

Ecco perchè  la discesa in campo dei cittadini organizzati entro strutture partecipative è il primo passo per una ripresa di una Politica alta capace di marciare a fianco dei cittadini onesti che sono la maggioranza e capace di realizzare finalmente un’idea condivisa di Città, contro ogni mafia. Non è scontato dire questo, non è banale affermare questi principi. E’ anche l’unico modo per sostenere il sindaco Marino e per allontanare definitivamente dal Campidoglio e dalla città gli affaristi e i corrotti.

Paolo Gelsomini

La medicina della partecipazione

partecipazione dei cittadini

La situazione economica, politica, sociale ma anche morale di Roma e dell’Italia è sotto gli occhi di tutti. Tante sono le cause, ma una è forse la più importante: la violazione costante delle regole.

A tutti i livelli ci sono esempi di prevaricazione, comportamenti illegali, mancanza di trasparenza, lassismo, disinteresse, incompetenza, mortificazione del merito, inefficienza, connivenza, omertà.

Tutto questo crea caos, opportunismo, avvilimento, populismo e genera anche grandi disuguaglianze e precarietà.

baratro della corruzioneBisogna riconoscere che la corruzione è una degenerazione di sistema e non un incidente di percorso. Occorre quindi agire sul sistema che è fatto anche di cultura e di comportamenti sociali ed individuali. Per questo l’unica maniera per farlo è coinvolgere i cittadini nella gestione della “Cosa Pubblica” facendo una battaglia culturale per anteporre il bene comune all’interesse individuale.

Parliamo quindi di PARTECIPAZIONE, ma una partecipazione che nasca da una rivoluzione culturale profonda che porti a superare i limiti di una democrazia rappresentativa che non riesce più a governare i fenomeni sociali legati a società multiculturali, globalizzate, frammentate, con sempre meno riferimenti condivisi, in continua e veloce trasformazione.

distacco cittadini politicaQuesto ha determinato un distacco tra cittadini e politica perché questa spessissimo si dimostra lontana e in ritardo rispetto ai problemi reali e alle esigenze dell’interesse generale cui dovrebbe rispondere.

E se in passato le minoranze finivano per accettare le decisioni della maggioranza ora, quelle stesse minoranze, si oppongono, rifiutano le decisioni prese contro di loro creando gravi problemi a tutta la gestione politico-amministrativa.

Sono molto note due frasi legate alla resistenza messa in atto dalle minoranze che ritengono di essere state escluse dai processi decisionali:

  • “non nel mio cortile” (conosciuta come sindrome NIMBY – Not In My Back Yard)
  • “niente per noi senza di noi” (nothing for us without us).

partecipareIn tutto il mondo sono in atto tentativi per integrare la democrazia rappresentativa, per la quale non si intravedono radicali alternative, con forme di partecipazione che vengono declinate come Democrazia Partecipata, Democrazia Emergente, Democrazia Deliberativa, Democrazia Digitale. Sono tutte sigle in divenire, per le quali è difficile trovare definizioni univoche e consolidate.

La rivoluzione culturale sulla quale deve fondarsi la partecipazione deve riguardare tutti: cittadini, politici e pubblica amministrazione. Devono cambiare i rapporti tra queste entità che ora sono profondamente divise e diffidenti le une verso le altre.

La partecipazione deve avvenire nel rispetto dei ruoli:

  • Ai Cittadini il diritto di essere informati con chiarezza e trasparenza, di essere ascoltati, di poter avanzare proposte, richieste, progetti, di poter esercitare un controllo.
  • Agli Eletti ed alla P.A. l’onere e l’onore di gestire, di scegliere ed assumere decisioni motivate.

La partecipazione non è lobbismo, non è assemblearismo, non è contrattazione di vantaggi.

coinvolgimento cittadini La partecipazione è informazione trasparente, è presa di coscienza, è assunzione di responsabilità, è analisi degli interessi per aumentare il numero delle soluzioni adottabili.

La partecipazione è confronto basato sull’ascolto di tutti partendo dall’assunto che l’altro ha le sue ragioni.

Sono cose facili da dirsi ma non da concretizzarsi. Le resistenze saranno forti e in molti dentro le Istituzioni penseranno che irrigidendo le procedure si possa meglio mettere ordine in quella che appare una situazione fuori controllo.

Errore. Una partecipazione convinta può dare più forza di qualsiasi irrigidimento. Lo scopo è velocizzare le scelte e ottimizzare i risultati dando soddisfazione a tutti i soggetti coinvolti.

Sembra un’utopia, ma è, invece, una necessità di riequilibrio di società con troppa disuguaglianza e disunite sui principi fondamentali e sui valori

Maurizio Colace

Mafia capitale: ancora una conferma

mafia capitale

Almeno due capigruppo, presidente del consiglio comunale, assessore, i loro più diretti collaboratori, un capo dipartimento, un presidente di commissione consiliare, consiglieri comunali, il presidente di municipio di Ostia, un direttore di dipartimento, dirigenti di cooperative “rosse” e “bianche” (Lega Coop e la Cascina), un costruttore. Questo un elenco sintetico e ancora provvisorio degli ultimi arrestati ed indagati per “Mafia capitale“ l’inchiesta partita alcuni mesi fa e che già aveva portato all’arresto dei capi dell’organizzazione, Buzzi e Carminati.

mafia politicaNiente di sorprendente, ma solo una conferma che gruppi affaristico – criminali con agganci politici assolutamente trasversali erano arrivati a controllare il comune di Roma. Prima di “Mafia capitale” però bisogna ripensare a tutte le inchieste e agli scandali e microscandali che si sono susseguiti nel corso degli anni coinvolgendo anche solo singoli settori dell’amministrazione comunale e di singoli municipi romani. Il quadro disastroso che ne emerge dice che i gangli fondamentali dell’amministrazione che gestisce la capitale d’Italia erano sotto il controllo di bande criminali e che la corruzione era il metodo di governo normalmente praticato a tutti i livelli.

corruzione in manetteSignifica che sono tutti corrotti? No, accadeva a Roma ciò che è accaduto su scala nazionale: la parte buona sistematicamente soccombeva di fronte all’intraprendenza, alla determinazione, all’organizzazione della parte cattiva. Con l’acquiescenza e la complicità di buona parte dei partiti politici molto disinteressati all’onestà di chi dava la scalata alle cariche e ai posti nelle istituzioni e molto disponibili ad accogliere e a promuovere chi portava voti e soldi. Soldi che molto spesso arrivavano da cooperative e imprese in affari col comune. Tanti soldi distribuiti a pioggia per comprare le persone, sia quelle con cariche politiche che con incarichi amministrativi, oppure anche solo per acquisire la loro amicizia magari con finanziamenti alle campagne elettorali.

Uno schema semplice tutto sommato già praticato nelle regioni dove mafia, camorra e ‘ndrangheta avevano scoperto che la strada più breve per arrivare a rubare i soldi pubblici era scendere direttamente in politica con i propri candidati e comprare i vertici delle amministrazioni regionali e locali, ma soprattutto, preparare il terreno disattivando i meccanismi della legalità e sostituendoli con quelli della corruzione e dell’arbitrio.

no alla corruzioneE i cittadini in questo quadro che posto hanno? Quello di clienti sicuramente a cui possono venir concessi favori dietro pagamento. O quello di rancorosi spettatori, consapevoli e impotenti a cambiare le cose.

Inutile dire che questo è il vero cancro che mina le basi dello sviluppo del nostro Paese perché, ormai, sembra di fare retorica tanto è ovvio.

La domanda che ogni cittadino comune si fa è sempre la stessa: “che fare?”. Pure le risposte sono sempre le stesse: impegnarsi nel proprio piccolo perché cambi la mentalità, perché siano additati al disprezzo i corrotti, perché siano premiati gli onesti. Non arrendersi, far sentire la propria voce, non rassegnarsi. Organizzarsi entrando nei partiti e nei movimenti cercando di cambiare la politica dall’interno. Tenere gli occhi aperti e pretendere che le informazioni circolino sempre

C.L.

Considerazioni finali della Banca d’Italia

banca d'Italia

Nelle “Considerazioni finali” del Governatore della Banca d’Italia presentate oggi si mette l’accento sulla ripresa economica che sta partendo e che potrà essere consolidata grazie alle riforme avviate “per rimuovere gli ostacoli allo sviluppo del Paese”. Indovinate qual è la prima riforma che viene ricordata da Ignazio Visco? Sì è quella del mercato del lavoro che avrebbe portato ad una “forte espansione delle assunzioni a tempo indeterminato nei primi mesi del 2015″.

Sicuramente il Governatore avrà tenuto conto che il collegamento riforma del diritto del lavoro-assunzioni è qualcosa di abbastanza labile ai fini dello sviluppo dell’economia. Infatti le variabili in gioco in questo campo sono tante e di peso nettamente superiore. Un imprenditore non assume personale se non sa cosa produrre e a chi vendere. Più che di riforme si dovrà parlare di un cambiamento di sistema che punti a garantire legalità, controllo e messa in sicurezza del territorio, efficienza delle infrastrutture logistiche (trasporti e comunicazioni), disponibilità di mano d’opera qualificata, politica industriale che favorisca le attività economiche, controllo sull’uso delle risorse pubbliche ecc ecc.

Insomma i contratti di lavoro non vivono un’esistenza isolata dal contesto nel quale vengono calati. Questo la Banca d’Italia lo sa benissimo, ma nella comunicazione pubblica si sente sempre il bisogno di enfatizzare un singolo aspetto, quello sul quale è stato più facile intervenire tutto sommato. Perché, in effetti, in quanto a politica industriale stiamo messi maluccio e non se ne sente parlare come di un tema centrale.

Sì ci sono le grandi opere pubbliche (sempre strade, autostrade e alta velocità per il trasporto passeggeri), c’è l’intenzione di intervenire sull’edilizia scolastica, ma oltre non si va fatta eccezione per la rete in fibra ottica per la banda larga sulla quale il governo ha deciso di sostenere un intervento strutturale. Considerando il peso economico dell’Italia e l’arretratezza di cui soffriamo bisognerebbe fare di più. O no?

Salute delle donne e strumentalizzazioni politiche (di Alberta Ferrari)

la salute delle donne48200 nuovi casi di tumore al seno in Italia nel 2014; si stima che nel 2020 saranno 51500 (fonte AIRTUM-AIOM). Nel 2011 (dato più recente) il carcinoma mammario ha rappresentato la prima causa di morte per tumore nelle donne, con 11.959 decessi (fonte ISTAT), al primo posto anche in diverse età della vita, rappresentando il 29% delle cause di morte oncologica prima dei 50 anni, il 23% tra i 50 e i 69 anni e il 16% dopo i 70 anni.

La PREVENZIONE del tumore al seno, come già ribadito diverse volte su questo blog, è uno degli argomenti più dibattuti e controversi nel mondo scientifico e oggetto di comunicazione divulgativa sovente scorretta. Con questo termine si allude infatti impropriamente allo screening, che è una forma di DIAGNOSI PRECOCE: usare i giusti termini sarebbe già una prima misura per uscire dall’ambiguità rispetto alla prevenzione primaria, quella che ha lo scopo di impedire lo sviluppo della malattia.

Poiché non conosciamo davvero le cause del cancro al seno, la prevenzione primaria al momento non è attuabile; si può agire sulla riduzione dei fattori di rischio noti, sulle possibili (e probabili) cause ambientali nonché nei tumori da causa genetica (5-10% del totale, problematica complessa che va trattata a parte).

Per oltre 20 anni la diagnosi precoce è stata venduta come “prevenzione“, strategia con cui si prometteva di debellare il cancro al seno. Del resto le premesse scientifiche potevano in parte giustificare questa impostazione: allora si postulava che il tumore al seno fosse una patologia omogenea quasi sempre “guaribile” se identificata in tempo.

mammografiaCon oltre 12.000 donne morte nel 2014 in Italia per cancro al seno nonostante una cultura dei controlli e dello screening ventennale anche se non ancora ottimizzata, un ripensamento è d’obbligo. Oggi sappiamo che esiste una famiglia di sottotipi di tumore al seno diversissimi tra loro che richiedono pertanto un’estrema personalizzazione: il che rappresenta non solo una nuova sfida per lo screening, com’è ben consapevole Livia Giordano Presidente del GISMa, ma suggerisce anche di puntare contestualmente l’obiettivo su altro: in particolare sulla prevenzione primaria (ricerca e rimozione di cause ambientali, correzione di stili di vita) e sulla gestione della patologia in ambito corretto (breast unit): entrambe responsabilità squisitamente di politica sanitaria.

Questo implica comprendere che le campagne di “prevenzione” devono abbandonare i consueti toni trionfalistici e comunicare correttamente invece che oggi “prevenzione”, “diagnosi precoce” e “miglior cura” sono parte di una strategia complessa del contrasto alla crescente incidenza e alla mortalità del tumore al seno.

Una strategia che al momento include anche il prezioso ruolo dello screening mammografico, che in base alle attuali seppur controverse evidenze non è da rottamare. Certo è necessario ricollocarlo in un ruolo più realistico. Ovvero:evita 7-9 decessi su 30 attesi ogni 1000 donne (dati di E. Paci e EUROSCREEN Working Group), rende meno aggressivi gli interventi terapeutici migliorando la qualità di vita, presenta luci e ombre di cui le donne devono essere consapevoli: ma non può essere lo strumento in grado, da solo, di debellare la mortalità per cancro mammario e meno ancora la malattia in sè.

domande sul tumore senoHo ritenuto offensivo, all’indomani della pubblicazione di un importante (e altrettanto controverso) studio canadese che concludeva con la sostanziale inefficacia dello screening mammografico nel ridurre la mortalità per neoplasia mammaria, il voltafaccia dei media: repentinamente passati dall’eccesso di ottimismo comunicativo (“sconfitta del cancro al seno entro 2010-2020“, “guarire con 3 semplici regole“) alla rivoluzione copernicana “la mammografia non salva la vita“. E’ offensivo perché le donne che hanno sviluppato un tumore vengono disorientate, manipolate, confuse. E perché queste semplificazioni sono più simili a slogan pubblicitari che a corretta informazione sanitaria.

Oggi possiamo aggiungere alla confusione ingenerata dai media la strumentalizzazione politica, comunicata con una superficialità imbarazzante ancora peggiore. Come ancora inadeguate appaiono le “controffensive”.

Vorrei dire a Beppe Grillo che la comunicazione sanitaria va fatta in modo prudente, competente, priva di strumentalizzazioni e con la consapevolezza che si trattano temi sensibili e specialistici, spesso ancora controversi in ambito scientifico: non si possono ridurre a pericolose semplificazioni.

breast unitVorrei anche suggerire alla ministra Lorenzin di domandarsi, prima di indignarsi, cosa è stato fatto (e con quali tempi e fatica!) per il percorso breast unit, che offre un contesto di trattamento che assicura il 18-20% di guadagno sulla mortalità rispetto alla gestione della patologia affidata a Enti generalisti. Lorenzin è artefice della tanto sospirata firma sulla delibera per le breast unit giunta a dicembre 2014 in Conferenza Stato-Regioni, ma non dimentichiamo che questo passo era da fare a partire dal 2003-2006. E oggi vorrei vedere maggior rigore e velocità nell’attuazione della delibera stessa, che numerose regioni stanno ancora ignorando.

Vorrei chiedere alla Ministra di non reagire a un’affermazione semplicistica con slogan altrettanto semplicistici: “l’arma più efficace, talvolta l’unica, per sconfiggere il cancro è la prevenzione” (leggi diagnosi precoce). Vorrei che il problema del tumore più diffuso nel sesso femminile e in allarmante crescita d’incidenza (soprattutto nelle fasce d’età giovanile) fosse affrontato, dopo tanti anni di manipolazione e minimizzazione, con l’obiettivo di garantire risultati concreti. Ovvero un miglioramento nella prevenzione primaria e qualità dei percorsi di cura accanto all’ottimizzazione dello screening che in Italia è sempre in progress: obiettivi che dopo 20 anni di ottimismo puerilizzante, pinkwashing e santificazione della “prevenzione” non sono stati raggiunti, come dimostrano i dati epidemiologici.

E’ tempo e non da ora che la salute femminile venga affrontata con la serietà che richiede un fenomeno socio-sanitario di proporzioni allarmanti. E la direzione corretta non sono comunicazioni mediatiche mirate alla spettacolarizzazione, non sono campagne offensive e demenziali, non sono la strumentalizzazione politica di ogni colore.

La doverosa precisazione ex post di Grillo è corretta ma tardiva: ” Non penso che la mammografia non sia utile o necessaria. Anzi penso che sia utilissima. Ce l’avevo con la cattiva informazione che fa credere che facendo questo esame non venga il tumore. Credo che le donne si debbano informare perchè a volte ci sono dei falsi negativi o dei falsi positivi che possono allarmare inutilmente”. Ne è consapevole la società scientifica che si occupa in Italia di screening (GISMa), tanto che promuove impegno la presenza di opuscoli informativi con informazioni corrette ed esaustive. Queste nuove precisazioni cambiano completamente la questione e il messaggio, però. Se si vuole affrontare il tema della politica sanitaria allora è necessario acquisire padronanza della materia.

Giornalisti, ma soprattutto politici, il mio messaggio è questo: le donne stanno sempre meglio comprendendo che i loro diritti in ambito di salute di genere sono sottovalutati, disattesi, strumentalizzati. Non si informano più prevalentemente (spiace deludere la sua convinzione misogina Beppe Grillo) su “Donna Letizia“. Sono sempre più consapevoli e agguerrite dei curanti che incontrano.

Invito ogni genere di sciacallo a non sottovalutarle più.

E invito chi ha a cuore il tema a farsene carico, con tutta la complessità e talvolta la scomodità che implica. Decisori di questo Paese, non agitatevi in vuoti proclami sul fatto che avete a cuore la salute delle donne: semplicemente, dimostratelo.

Alberta Ferrari tratto da http://ferrari.blogautore.espresso.repubblica.it/

I teppisti di Milano e i cittadini attivi

mercato e politica

teppisti politiciCosa funziona di più per cambiare le cose: usare la violenza o usare il proprio potere di cittadini attivi? I fatti di Milano danno una risposta netta: la violenza qui e ora non serve. Servirebbe se ci fosse una guerra contro un regime dittatoriale o contro un’invasione straniera. Servirebbe come è servita la lotta di Resistenza. O come è servita per aver ragione del nazifascismo.

Ma la violenza nella lotta politica usata nell’ambito di un sistema democratico che permette modi di intervento popolare molto più efficaci ha una funzione regressiva: serve per schiacciare la libera espressione della partecipazione democratica, del dissenso, della protesta e della proposta togliendo loro lo spazio politico di cui hanno bisogno e l’attenzione dell’opinione pubblica.

Esattamente ciò che è accaduto a Milano rispetto agli organizzatori del corteo di protesta contro l’EXPO schiacciati sulle violenze dei teppisti. Speriamo che altre forze un po’ più intelligenti raccolgano i migliori elementi di una protesta che nasce con motivazioni più che sensate, ma presentate male. La via dell’antagonismo è un vicolo cieco che non porta da nessuna parte, ormai è chiaro. Troppa confusione tra analisi e idee con la sistematica violazione delle regole che si esprime, per esempio, nel gran calderone delle occupazioni di case o nella lotta dei No-Tav. O con l’esaltazione della marginalità come modello di vita che si percepisce quando si esalta l’esperienza dei centri sociali.

cittadini puliscono milanoNo da quella parte non può venire una proposta valida. La società italiana è così complessa che non è certo in quel modo che si può sperare di cambiarla. Se poi si mischia con l’internazionale del teppismo allora non c’è proprio speranza: ai margini sono e ai margini resteranno. Peccato perché i problemi di cui parlano sono veri.

Eppure qualche voce di simpatia o di velata comprensione per i teppisti di Milano si è sentita. Un po’ di voyeurismo di massa nel quale si sfogano rabbia, frustrazioni e paure. Un po’ di arzigogoli intellettuali che portano a spiegare la violenza nelle proteste con il disagio sociale e l’ingiustizia. Bella scusa. In questo mondo disagio e ingiustizia non mancheranno di sicuro per i prossimi mille anni. E così abbiamo trovato una giustificazione perpetua. Come le luci dei cimiteri.

No, così non si va lontano. Conta molto di più, invece, la reazione dei milanesi che hanno dimostrato l’esistenza di un’altra forza, quella pacifica e costruttiva della cittadinanza attiva, in grado di opporsi a chi vorrebbe negare la sostanza del sistema democratico.

cittadini attiviLa cittadinanza attiva ha un valore politico perché esprime una spinta alla partecipazione diretta che spazia dalle procedure con cui si assumono le decisioni rilevanti per la collettività, alla loro attuazione, al monitoraggio della loro efficacia. Bisogna dire che finora l’intermediazione di partiti, sindacati e di altri soggetti organizzati ha frenato la partecipazione, l’ha incanalata verso le attività di gruppi dirigenti che spesso si sono distaccati dalla loro base e hanno agito come oligarchie interessate alle proprie carriere e ai propri interessi.

Oggi i cittadini sono alla ricerca di nuovi spazi, nuove forme di rappresentanza e di coinvolgimento attivo. Ciò dovrebbe portare, da parte di partiti, sindacati e associazioni, allo sforzo di rendere trasparente e accessibile la loro azione. Tutti devono poter sapere e poter far conoscere il loro punto di vista. La ricerca di nuovi strumenti, sedi e momenti di partecipazione riguarda tutti, anche gli ultimi arrivati come il M5S, anche le associazioni civiche.

I cittadini che sono scesi in strada per pulire Milano così come quelli che hanno fatto rivivere spazi pubblici in altre città o che hanno dimostrato di essere capaci di prendersi cura dell’interesse generale devono avere spazio e voce. Questa è la migliore risposta a chi vorrebbe sequestrare le loro capacità nei recinti delle oligarchie al comando e nel dispotismo criminale dei gruppi della violenza organizzata

Claudio Lombardi

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