Che fare tra comitati piani e programmi?

Siamo sempre stati grandi produttori di proposte, piani e programmi. Dunque non deve meravigliare che in un periodo eccezionale come quello iniziato a gennaio con l’emergenza Coronavirus si sia cercato di porsi all’altezza del disastro in corso invocando un cambiamento generale passando dall’”andrà tutto bene” al “nulla sarà come prima” per arrivare, inevitabilmente, ai nuovi modelli di sviluppo, di società e persino di umanità.

Una grande manifestazione di ansia descrittiva rivolta al futuro fatta anche per esorcizzare una realtà molto dura. È stato detto più volte che poche nazioni sono arrivate preparate all’appuntamento con il coronavirus e quella italiana non è fra queste. I danni dell’impreparazione ci sono stati (e pesanti), ma, per fortuna, c’è stata anche una reazione eccezionale che ha portato a comportamenti di grande responsabilità da parte degli italiani e a provvedimenti su scala nazionale che esprimevano le migliori intenzioni di correre in soccorso di persone e imprese bloccate dalla lotta al contagio. L’Europa ha prodotto una vera rivoluzione superando alcuni tabù che hanno dominato negli anni precedenti alla pandemia. Una rivoluzione che si tradurrà in un sostegno economico reale agli stati più colpiti mai visto prima d’ora.

Il problema è che le migliori intenzioni del governo italiano si sono infrante sulla difficoltà di attuare le decisioni politiche tradotte in atti normativi. Nel nostro sistema si può anche decidere ai primi di marzo di pagare la cassa integrazione a tutti i lavoratori, ma poi può succedere, come è successo, che alla fine di giugno i soldi non siano ancora arrivati a chi ne ha diritto. Nulla di strano: è ciò che capita da molti anni nel campo delle opere pubbliche, decise, finanziate e bloccate da procedure lentissime e da conflitti giuridici paralizzanti.

La realtà italiana la dovremmo conoscere bene. Per questo suscita un po’ di fastidio il grande afflato retorico sui piani per la ripartenza e il ricorso a comitati di esperti che, inevitabilmente, scoprono l’acqua calda ovvero idee vecchie di anni. La grande messa in scena degli “stati generali”, durata ben una settimana, è stato l’ennesimo diversivo per trasmettere l’impressione di un gran lavorio sul futuro quando poi è stata ripercorsa la pista delle consultazioni con gli stessi soggetti che si sono svolte nel corso degli anni e in questi ultimi mesi in particolare. Che poi si sbandieri l’intervento di persone comuni (un ristoratore, un direttore di albergo, un commerciante) che hanno parlato delle loro attività fa pensare che sia stato realizzato uno dei tanti format televisivi che fanno finta di parlare della gente. No, governare l’Italia in questo frangente è un’altra cosa.

Adesso è stato annunciato un decreto sulla semplificazione. Ottima idea. Pessima, invece, è quella dell’ennesima trovata estemporanea del Presidente del Consiglio che ha parlato di un taglio dell’IVA per rilanciare i consumi. Che si tratti di una camicia o di un Iphone ultimo modello è uguale: bisogna rilanciare i consumi.

Molti ripropongono una riforma fiscale che, in effetti, avrebbe un senso nel Paese dove la metà dei contribuenti non paga più l’Irpef. Come risulta dagli studi compiuti ogni anno da vari centri di ricerca il peso dell’imposizione sui redditi grava su una minoranza di italiani. La stessa sulla quale hanno inciso i tagli alle pensioni voluti dai 5 stelle per diffondere un po’ di demagogia e la stessa sulla quale, poche settimane fa, è stata lanciata una sciagurata idea dei parlamentari del Pd che hanno ipotizzato un prelievo Irpef aggiuntivo.

Di soldi si parla molto in questo periodo, ma solo in due sensi: distribuirne il più possibile agli italiani sulla base di vere o presunte situazioni di necessità e chiederne il più possibile in regalo all’Europa o in prestito sui mercati. Chiaramente il senso è quello di avere più risorse da distribuire.

D’altra parte in secondo piano c’è sempre la questione di come spendere i soldi. Bene o male l’Italia di soldi ne avrà tanti, ma non riesce a spenderli per ciò che vale. Finchè si tratta di distribuire sussidi, contributi e i bonus più fantasiosi (i pericolosissimi monopattini elettrici o il finanziamento totale delle ristrutturazioni edilizie o persino le vacanze) il sistema Italia ci arriva. Quando però si tratta di riparare le scuole malandate (la maggioranza) o di investire sulle infrastrutture o sui servizi o anche sulla sanità si sprofonda nelle sabbie mobili.

Il dibattito pubblico è concentrato su questo? No. Eppure basterebbe assumere il discorso del Governatore della Banca d’Italia Visco a villa Pamphili e metterlo alla base dell’azione del governo e ce ne sarebbe per vari anni. Lo vedremo nel prossimo articolo

Claudio Lombardi

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