Chi è nato in Italia, è italiano (di Erica Battaglia)

“E’ una assurdità, una follia che dei bambini nati in Italia non diventino italiani. Non viene riconosciuto loro un diritto fondamentale”. Sono queste le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, durante l’incontro al Quirinale con la Federazione delle chiese evangeliche che si è tenuto martedi 22 novembre. L’augurio che sottintende queste parole è che, nel nuovo clima politico, il Parlamento torni ad esaminare la questione della cittadinanza italiana per i figli delle persone migrate in Italia. Per i nati qui, nel nostro paese. La domanda di fondo a cui tutti, come cittadini e come amministratori della cosa pubblica, dobbiamo rispondere è: lo ius sanguinis, ovvero l’ottenimento della cittadinanza solo ed esclusivamente attraverso legami di sangue, è oggi sufficiente a rispondere al mutato panorama multietnico e multirazziale italiano?

La mia personale opinione è che il Presidente Napolitano stia di fatto invitando la politica a raccogliere una sfida: quella delle migrazioni internazionali. Non solo in termini di gestione dei flussi e di lotta all’immigrazione clandestina, ma anche, e soprattutto, in termini di riconoscimento e rafforzamento dei processi di cittadinanza. Processi che interessano e coinvolgono in primis tutti quei migranti che hanno scelto il nostro paese come luogo di residenza e di vita: una nuova legge sulla cittadinanza è improcrastinabile. Chi nasce in Italia, è e deve essere italiano. Per ius soli, per diritto “di suolo”.

Ma quanti sono i nati in Italia? Come si sentono in un paese che di fatto li considera di serie B anche se tifano la Juventus, hanno preso il diploma nelle scuole del territorio, parlano dialetti locali  e frequentano i nostri stessi ambienti culturali e sociali? Ho fatto una ricerca. Sono circa un milione i bambini e i ragazzi (fonte: Stranierinitalia.it) che, sebbene nati in Italia, vengono considerati dalle legge al compimento del diciottesimo anno di età “stranieri senza permesso di soggiorno” col rischio di finire al Cie (Centro di identificazione ed espulsione) per un “improbabile” rimpatrio. La normativa italiana, Legge 5 febbario 1992, n.91, Nuove norme sulla cittadinanza, prevede che chi nasce in Italia da genitori non italiani non acquisti automaticamente la cittadinanza italiana (fonte: Stranierinitalia.it). Se residente e maggiorenne può chiedere di ottenerla dimostrando residenza continuata sin dalla nascita e permesso di soggiorno in regola. E, volendo, la ottiene: è un beneficio di legge. Ma cosa succede se l’iscrizione all’anagrafe non è avvenuta in tempo o se i genitori hanno chiesto in ritardo l’inserimento del minore nel proprio permesso di soggiorno? Il requisito della residenza sin dalla nascita salterebbe e così anche il diritto di presentare in automatico la domanda al compimento del diciottesimo anno di età. C’è una circolare del Ministero dell’Interno che va a sanare questa lacuna con certificati di vaccinazione o iscrizioni scolastiche, ma non basta – è un mio parere, questo – a dare certezza del diritto.

All’appello di Napolitano sono seguite risposte e reazioni. Tante le forze politiche che hanno riconosciuto questa necessità. Anche il nuovo ministro alla Cooperazione e all’Integrazione, Andrea Riccardi, ha accolto l’appello del Presidente. Meno, molto meno, la Lega Nord e qualche esponente di spicco del Pdl. “Napolitano sta esagerando” ha commentato Matteo Salvini, deputato europeo del Carroccio. “Niente spallate sulle leggi di cittadinanza” ha ribadito Maurizio Gasparri capogruppo dei senatori del Pdl. Ma non è beneficienza, lo dobbiamo dire: è un diritto che va riconosciuto. Scetticismo o, peggio, propaganda di fatto sono superati da quanto nella quotidianità accade nelle nostre scuole e negli ambulatori sanitari, negli uffici pubblici. Queste persone, benché nate da migranti non italiani, sono a tutti gli effetti italiani, integrati. Parlano la nostra lingua, studiano la nostra storia, abitano i nostri quartieri e sposano i nostri figli.

Vedere Mario Balotelli piangere in tv per quel senso diffuso di inadeguatezza e rifiuto che ferisce tanti giovani nati in Italia ma non riconosciuti italiani, fa rabbrividire. Era il 15 novembre scorso. Erano in tanti nel salone dei Corazzieri al Quirinale per l’incontro tra il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e i nuovi cittadini italiani. Era presente anche la Nazionale di calcio con Mario Balotelli. Alle parole di Napolitano, che invitava a rivedere la normativa, a Mario sfuggiva una lacrima. “Quelle parole mi hanno toccato – ha detto Balotelli, che è nato a Palermo da genitori ghanesi -. E’ la mia storia, è assolutamente cosi”. Sarebbe bello se al suo prossimo gol gioissimo non solo per il risultato di una partita, ma anche per l’amore di una maglia – quella azzurra – che Mario porta con onore e che tanti ragazzi e ragazze non ancora italiani sentono come la loro.

Erica Battaglia cittadina e consigliera del X Municipio di Roma

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