Chiedere conto, dare conto: ecco la riforma della politica (di Claudio Lombardi)

Agli scandali siamo ormai abituati. Non ci sorprendiamo più che un assessore prenda la mazzetta o che lo faccia un geometra dell’ufficio tecnico o che un direttore generale favorisca una ditta amica o che un presidente di regione sia clamorosamente corrotto facendo guadagnare un suo amico faccendiere a spese dei soldi pubblici. Non ci stupiamo di scoprire che il finanziamento ai partiti abolito con referendum sia ristabilito sotto falso nome e porti nelle casse di queste associazioni non riconosciute e non controllate fiumi di denaro pubblico.

Eppure nel caso della regione Lazio c’è qualcosa di diverso. Forse è la classica goccia che fa traboccare il vaso o forse è la coazione a ripetere che contagia tutti i politici che sembrano subire passivamente un meccanismo che non riescono ad interrompere.

Tutti i politici. Bisogna dirlo e sottolinearlo perché così come per i finti rimborsi delle spese elettorali diventati un finanziamento spropositato e incontrollato, anche nel caso delle ruberie alla regione Lazio tutti i partiti hanno partecipato a costruire un meccanismo truffaldino di saccheggio del denaro pubblico.

Diciamo subito che, se per il Pdl la cosa non stupisce essendo questa una formazione politica che trae le sue origini dalle esigenze di fuga processuale e di dissimulazione dei reati di un pluripregiudicato colluso fin dalle origini con i clan mafiosi e col riciclaggio di denaro sporco (questo sta scritto in atti processuali e quindi è storia provata) come Silvio Berlusconi che dai suoi seguaci non è mai stato smentito e contrastato, per il PD, per l’IDV e per SEL stupisce e addolora.

Questi partiti dovevano essere l’alternativa al sistema di potere delle cricche e dell’illegalità, eppure non sono riusciti a sottrarsi al sistema che nella regione Lazio aveva raggiunto uno dei vertici dell’arbitrio.

Togliere soldi ai servizi per i cittadini, colpiti da tagli di tutti i tipi e da inasprimenti fiscali, per consegnarli nelle mani dei partiti che li hanno usati a loro piacere è stata una carognata che non si può comprendere e giustificare in alcun modo.

Non c’è festa di partito, non ci sono primarie, non ci sono comparsate televisive e relativi discorsi altisonanti che possono far dimenticare questa carognata. Non ha nessuna importanza che i soldi siano stati spesi per lussi privati o per convegni pensosi con relativa distribuzione di compensi a consulenti, professori universitari, studiosi e amici vari. Ciò che conta è il meccanismo che è stato messo in piedi e che sarebbe continuato se non si fosse inciampati nello scandalo.

Di conseguenza, qualche riflessione sui partiti, sulle istituzioni e sui cittadini.

I partiti, i loro dirigenti e i loro esponenti che siedono nelle istituzioni hanno perso il senso della realtà. (Non il Pdl che è un caso a parte, ma gli altri partiti). Abituati al potere, armati di una concezione della politica intesa proprio come esercizio del potere che mette il partito (o la persona che occupa quel posto) al di sopra della legge e dei cittadini comuni non sono riusciti ad imboccare una strada diversa. È evidente che l’ossessione dei soldi li perseguita perché a loro pare che siano i soldi ad aprire la strada del successo politico. E pensano sia giusto che a pagare sia lo Stato perché, dicono, la democrazia lo richiede. Peccato che si dimentichino sempre di mettere un freno alle quantità e di creare un sistema di controlli che stronchi ogni abuso. Solo a scandali scoppiati cercano di correre ai ripari, ma sempre senza sapere bene come conciliare l’arbitrio cui sono abituati con l’esigenza di fare qualcosa di convincente. È questo che chiede la democrazia?

Le istituzioni si sono dimostrate terra di conquista per bande di approfittatori raggruppati sotto sigle di partito per pura convenienza. Parlo del Pdl ovviamente, ma la cosa sembra riguardare anche taluni che hanno intuito le possibilità di carriera all’ombra di altre bandiere. Se un consigliere regionale guadagna oltre 10mila euro al mese e dispone di privilegi che aumentano il peso di questi guadagni come si può pensare che la competizione per conquistare quel posto sia mossa solo da una spinta ideale? Se fosse stato così avremmo assistito alla ribellione degli onesti nelle regioni “carogna” come la Sicilia e il Lazio, ma così non è stato.

Ma la questione è anche di struttura istituzionale perché il tanto decantato federalismo diventato una moda e basato sull’esaltazione delle autonomie regionali non ha fatto altro che moltiplicare le ruberie e gli sprechi disarticolando le politiche pubbliche spezzettate in tanti sistemi regionali autoreferenziali. Anche la riforma del titolo V della Costituzione (fatta in fretta e furia dal centro sinistra per apparire moderno e federalista anch’esso) si è rivelata un disastro. Bisogna tornare ad un’autonomia più limitata che sottoponga tutte le regioni al coordinamento delle politiche nazionali, a controlli penetranti e a regole comuni a cominciare dai sistemi elettorali, dalla composizione dei consigli e dalle spese istituzionali. Tutte le regioni anche quelle a statuto speciale che non hanno più motivo di essere. Il caso della Sicilia dovrebbe bastare e avanzare per capire a cosa è servita l’autonomia regionale speciale: un furto sistematico e legalizzato da parte di una classe dirigente isolana che ha depredato quel territorio senza nemmeno portare benessere e sviluppo. Ma anche nel caso di Bolzano l’ordine, la pulizia, il decoro nascondono privilegi incredibili e indecenti che non hanno più motivo di esistere.

Infine i cittadini, croce e delizia di tutto, inizio e fine di tutti i ragionamenti. Sono i cittadini che si fanno comprare dai favori e dalle illusioni, sono sempre loro che tollerano e si sottomettono al sistema di potere che li rende sudditi e clienti con la mano tesa verso il politico. Ma sono anche loro i protagonisti di una rinascita possibile. Qualunque riforma della politica, qualunque mutamento istituzionale dovrà mettere al centro la partecipazione e la responsabilizzazione del cittadino. Non il politico che riceve e ascolta i suoi elettori che non serve, non basta e non risolve nulla, ma un sistema che proceduralizzi la partecipazione e che la faccia diventare strumento ordinario di governo della collettività.

Impossibile? No, possibile già praticato, ma non riconosciuto abbastanza. Il bilancio partecipato è il primo esempio, poco diffuso e poco incisivo per come è attuato. La valutazione civica “inventata” da Cittadinanzattiva che si basa sulla formazione e sull’attività di valutatori civici (cittadini comuni e non professionisti) e sull’integrazione del loro lavoro con quello delle amministrazioni pubbliche  e delle istituzioni.

Ecco le basi che indicano la strada da percorrere. Bisogna essere convinti che questa è la strada giusta e che ogni forma di partecipazione fondata sulla separatezza fra cittadini e politici non funziona più. I festival di partito, i dibattiti, le manifestazioni di piazza non servono a niente se poi i politici decidono e operano nelle istituzioni in modo non trasparente di fronte a cittadini deresponsabilizzati. Chiedere conto, dare conto questa la sostanza del rinnovamento vero della politica.

Claudio Lombardi

Un commento

  • In altre parole, l’operato dei partiti e degli eletti deve (DEVE) essere sottoposto a severi e costanti controlli, con successive tempestive sanzioni nei casi dovuti.
    Non c’è altro da fare.

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