Classe dirigente per promozione interesse generale cercasi (di Gregorio Arena)

Non è utopia! Anche in Italia c’è chi si impegna per l’interesse generale.

Ci possono essere tanti modi per definire la classe dirigente. Ma credo si possa convenire sul fatto che classe dirigente è quella che sa rinunciare alla difesa degli interessi individuali e familiari dei propri membri per promuovere l’interesse generale o, detto in altro modo, il bene comune.

I volontari dimostrano che non è utopia pensare che anche in Italia qualcuno possa impegnarsi per l’interesse generale.

Se si accetta tale definizione, se ne deduce che quella espressa in Italia dai partiti negli ultimi vent’anni non è una classe dirigente degna di questo nome, bensì una casta di privilegiati dedita al saccheggio sistematico delle risorse pubbliche. Vi sono state certamente alcune eccezioni, tanto più luminose in un quadro così degradato dell’etica pubblica, ma tali sono purtroppo rimaste.

Tangentopoli e gli imprenditori

All’epoca di Tangentopoli i partiti taglieggiavano gli imprenditori che a un certo punto, rendendosi conto che non ce la facevano a reggere la concorrenza con altri “sistemi-Paese” ed al tempo stesso pagare le tangenti ai politici, si ribellarono. Del resto non è un caso la coincidenza temporale fra l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht nel 1992 e l’avvio della slavina.

Partitopoli e lo Stato

In questi ultimi anni invece i partiti hanno taglieggiato il bilancio dello Stato (cioè noi cittadini contribuenti), auto-attribuendosi finanziamenti assolutamente spropositati sotto forma di cosiddetti “rimborsi” per le spese elettorali, senza nessun controllo e nessuna trasparenza. I partiti politici italiani sono diventati così ricchi da non sapere letteralmente come spendere i soldi del finanziamento pubblico. E così ecco gli investimenti immobiliari del tesoriere della Margherita (ma pare che anche altri partiti abbiano investito nel “mattone”), quelli in Tanzania del tesoriere della Lega e negli ultimi giorni le spese privatissime dei famigliari di Bossi, a dimostrazione appunto che quella che ci ha governato negli ultimi vent’anni non è degna di chiamarsi classe dirigente, perché subordina il bene comune al proprio meschino interesse di casta parassitaria.

Ma cos’è il “bene comune”?

Il danno provocato dall’avere avuto per decenni, incistata nel cuore del sistema, una casta di parassiti anziché una classe dirigente degna di questo nome è molto maggiore di quello immediatamente visibile, derivante dall’uso per fini particolari di risorse pubbliche.

Per capirlo bisogna riprendere la riflessione su interesse generale e bene comune svolta su queste pagine qualche tempo fa. Dicevamo infatti che pur non essendo interesse generale e bene comune propriamente sinonimi, tuttavia essi hanno un punto di contatto che emerge nella definizione di bene comune contenuta nella Costituzione conciliare Gaudium et Spes, secondo la quale il bene comune è “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente”.

Non si può fare a meno di notare l’assonanza fra questa definizione di bene comune e la formula utilizzata dalla Costituzione all’art. 3, 2° comma, laddove afferma che “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che … impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”.

Certamente, perfezione e pieno sviluppo non sono la stessa cosa, né potrebbero esserlo considerata la diversità delle prospettive in cui si pongono i due testi, ma ciò che conta è che questo parallelismo consente di individuare nella pienezza della persona il punto di contatto fra bene comune e interesse generale.

La Costituzione della Repubblica afferma che le istituzioni devono rimuovere “gli ostacoli di ordine economico e sociale che … impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”, mentre la Costituzione conciliare afferma che perseguire il bene comune significa, in positivo, creare “le condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente”.

In sostanza, sia pure con diverse prospettive, entrambe le disposizioni mirano al raggiungimento di un obiettivo che è la pienezza della persona, lo sviluppo dei suoi talenti, l’affermazione della sua dignità come individuo unico e irripetibile.

E questo, se da un lato coincide con la definizione conciliare di bene comune, al tempo stesso è nell’interesse generale anche dal punto di vista costituzionale.

Il vero danno

Questo dunque è il vero danno provocato dall’essere stati governati per anni, quasi sempre e in quasi tutti i campi, da una casta anziché da una classe dirigente degna di questo nome. Se l’interesse generale e il bene comune si identificano con la creazione delle condizioni che consentono alle persone di realizzare pienamente se stesse, di sviluppare le proprie capacitazioni, di “raggiungere la propria perfezione”, come afferma la Gaudium et Spes, allora la presenza al vertice del sistema di una casta parassitaria anziché di una vera classe dirigente ha significato non soltanto il saccheggio delle risorse pubbliche ma, cosa ancor più grave, ha significato impedire la realizzazione delle condizioni grazie alle quali milioni di persone avrebbero potuto realizzare se stesse.

E’ un danno enorme, irrecuperabile, uno spreco criminale di intelligenze, sensibilità, competenze a cui è stato impedito di dare frutti che avrebbero potuto essere preziosi non soltanto per il futuro dei singoli, ma anche se non soprattutto per quello dell’intera comunità. Anteporre gli interessi individuali, familiari o di casta all’interesse generale significa dunque impedire a tutti coloro che non appartengono alla casta di realizzare pienamente se stessi, la “propria perfezione”, perché in questa realizzazione consiste il bene comune.

Dove trovare una nuova classe dirigente?

Quello che si è appena descritto è il danno provocato al Paese in condizioni “normali” dalla mancanza di una classe dirigente. Ma quelli che stiamo vivendo non sono anni “normali” e dunque è urgente dotarci di una classe dirigente degna di questo nome, perché affrontare la crisi avendo al vertice del sistema una casta che privilegia i propri interessi particolari rispetto all’interesse generale è come avere uno Schettino al comando del Paese.

Che il problema sia reale e urgente lo dimostra, fra l’altro, anche un bell’articolo di Dario Di Vico intitolato Ripeschiamo gli espatriati sul Corriere della sera di domenica 15 aprile (inserto lettura). La tesi di Di Vico è che non potendo contare sui tradizionali “vivai” in cui si forma la classe dirigente di un Paese “Non c’è altra strada se non rivolgersi agli espatriati, ai connazionali che già oggi vivono e lavorano all’estero e coltivano con l’Italia un rapporto complesso, che in qualche caso verrebbe da catalogare come di amore-odio …. Il gioco, infatti, vale la candela per il particolare valore aggiunto che l’esperienza oltrefrontiera porta con sé. Quale? Tralasciando le considerazioni più scontate — la contaminazione culturale e linguistica — il sociologo Paolo Feltrin ne individua un’altra, decisiva. Un’esperienza all’estero serve a ridurre il tasso di politicizzazione che contraddistingue la visione del mondo delle nostre élite … Per produrre élite efficaci e competitive dobbiamo assolutamente abbassare il coefficiente di politicizzazione ed è più facile che ciò avvenga, almeno inizialmente, riportando a casa gli espatriati”.

La proposta presenta diversi aspetti meritevoli di interesse ma anche alcuni punti deboli. Per esempio, come si realizzerebbe concretamente tale ritorno dei potenziali nuovi membri della classe dirigente? Chi li seleziona? Quali ruoli gli si attribuisce, con quali criteri? Ma, soprattutto, che conoscenza possono avere dell’Italia e dei suoi problemi questi connazionali ormai da anni radicati altrove?

Una classe dirigente c’è già…

Ma forse la risposta al problema posto da Di Vico sta altrove, è sotto i nostri occhi eppure non la vediamo. Infatti, mentre negli anni scorsi alcuni privilegiati al vertice del sistema si ingegnavano a trovare nuovi modi per perpetuare il proprio potere, alcune centinaia di migliaia di persone dimostravano quotidianamente che una vera classe dirigente in Italia può esserci, anzi c’è già. Se infatti il carattere discriminante di una classe dirigente consiste nel saper rinunciare alla difesa dei propri interessi per promuovere l’interesse generale, nell’essere cioè dis/interessata, allora in Italia per fortuna esiste già una classe dirigente con questa caratteristica.

Ce l’abbiamo da anni, è diffusa su tutto il territorio nazionale, opera con competenza ed efficacia in tutti i settori della vita collettiva e coinvolge un numero enorme di persone. Ed ha anche un nome: volontariato.

Anche Di Vico apprezza il volontariato come potenziale “vivaio” di classe dirigente, affermando che “Quanto ai corpi intermedi è quasi scontato ricordare il ruolo che svolgono, la presenza capillare e il rapporto intenso che hanno con la propria base”. Però ne critica la formazione perché “se dall’osservazione della loro orizzontalità passiamo a considerare quali leadership verticali possano offrire, il bilancio cambia. Si tratta, nel migliore dei casi, di curriculum ‘validi’ fino alla frontiera di Chiasso, quando invece la sempre maggiore integrazione delle politiche economiche sovrane richiede altro standing e altra flessibilità”.

La critica di Di Vico è fondata, ma la situazione è tale per cui dobbiamo mettere in campo tutte le risorse di cui il Paese dispone. Gli espatriati, ma  anche la risorsa rappresentata dalla capacità del volontariato di mobilitarsi per l’interesse generale, qualcosa di cui in Italia abbiamo un enorme bisogno, per i motivi detti sopra.

I volontari sono classe dirigente

Se essere classe dirigente vuol dire anteporre l’interesse generale al proprio, essere cioè dis/interessati, i volontari sono infatti classe dirigente (anche se forse non sempre ne sono consapevoli) sia quando si prendono cura delle persone, sia dei beni comuni.

Mentre infatti è normale che si sia solidali fra consanguinei, non è affatto usuale che si sia solidali e partecipi nei confronti di coloro che non fanno parte della propria famiglia. I volontari assistono persone bisognose di aiuto pur non facenti parte del loro nucleo familiare, dimostrando che si può essere solidali anche con coloro a cui non siamo legati da legami di sangue. E inoltre i volontari prendendosi cura dei beni comuni tutelano beni di cui non sono proprietari, perché i beni comuni per definizione non possono essere oggetto di diritti di proprietà.

In sostanza, i volontari sono dis/interessati in quanto vanno oltre i legami di sangue per prendersi cura di estranei e vanno oltre il diritto di proprietà per prendersi cura di beni che sono di tutti. Secondo la definizione data all’inizio, i volontari sono quindi classe dirigente, in quanto antepongono l’interesse generale ai propri interessi individuali o famigliari.

Di chi si fidano gli Italiani?

Questo dis/interesse dei volontari evidentemente è percepito dall’opinione pubblica, così come al contrario è percepita la rapacità della casta. Secondo una ricerca Eurispes, le associazioni di volontariato riscuotevano nel 2011 la fiducia del 79,9% dei cittadini (nel 2009 era il 71,3%), mentre i partiti riscuotevano la fiducia soltanto del 7,1% dei cittadini (nel 2009 era il 12,8%). E probabilmentefra le ragioni di tale vastissimo consenso non c’è soltanto la gratitudine per tutto ciò che i volontari fanno ogni giorno con spirito solidale, ma anche l’apprezzamento per lo spirito disinteressato con cui lo fanno, anteponendo il bene comune agli interessi individuali o familiari.

Insomma, i volontari sono una risorsa per la democrazia anche perché rappresentano la dimostrazione vivente che non è utopia pensare che anche in Italia ci possa essere qualcuno disposto a mobilitarsi per l’interesse generale.

Gregorio Arena da www.labsus.org

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