Contro la speculazione e la disuguaglianza (di Claudio Lombardi)

Lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena va inquadrato da diversi punti di vista. Quello meno evidenziato nelle polemiche di questi giorni è l’irresponsabilità e il grande potere sul denaro che hanno i vertici delle aziende. Non è una novità ovviamente e non è un fenomeno che riguarda solo il Monte dei Paschi o solo le banche; sono anni se non decenni che assistiamo increduli alla crescita della quota delle ricchezze aziendali che i grandi manager si auto attribuiscono nella generale passività. Chiamarli guadagni non si può perché non c’è un lavoro che meriti di essere pagato decine di milioni di dollari o di euro. Eppure è ciò che è accaduto da quando l’occidente è stato preso dalla “febbre” del neoliberismo che ha svincolato la ricerca del guadagno da ogni logica di interesse collettivo. Così una quota importante del valore prodotto dalle aziende è finito nelle tasche di chi siede al vertice.

Si va dalla buonuscita di 4 milioni di euro corrisposta all’ex Direttore Generale di Monte Paschi alla fine del 2011, a quella stratosferica (16,65 milioni di euro) data a Cesare Geronzi dopo appena un anno di presidenza delle Generali a quella assurda (11,2 milioni di extra bonus) concessa dai famigerati Ligresti a Fausto Marchionni amministratore delegato di Fonsai azienda distrutta da una gestione truffaldina fatta pagare ai piccoli azionisti che hanno perso il 90% del valore delle azioni.

Gli esempi sono tanti in Italia e all’estero perché il fenomeno è mondiale e si è imposto come un fatto indiscutibile derivante dalle regole del mercato. In realtà il mercato non c’entra niente, ma c’entra moltissimo la disuguaglianza che sempre più viene esibita come un esempio verso cui tendere.

La manifestazione più evidente è la disparità dei redditi che si è acuita sia fra i lavoratori autonomi che fra quelli dipendenti e soltanto l’intervento del welfare ha potuto mitigarne in piccola parte gli effetti. Un intervento che oggi è seriamente messo in discussione dalla crisi delle finanze pubbliche.

La combinazione di disuguaglianza salariale crescente e aumenti molto contenuti dei salari medi ha fatto in modo che i redditi più bassi abbiano determinato la creazione di nuove forme di povertà non più legate all’assenza di lavoro. Di contro anche in Italia si è verificata quella polarizzazione dei redditi e dei patrimoni che ha visto la netta crescita di una ristretta minoranza che possiede la gran parte delle ricchezze a scapito della quota di reddito della grande maggioranza della popolazione (meno del 10% delle famiglie possiede il 50% della ricchezza, mentre il 50% ne possiede il 10%).

La disuguaglianza, inoltre, si trasmette fra le generazioni cancellando le opportunità di crescita e la mobilità sociale che erano una caratteristica dell’occidente capitalistico uscito dalla 2° guerra mondiale.

Possiamo pensare che le disparità evidenziate dai guadagni di una piccola minoranza siano il prodotto dell’equilibrio fra la domanda e l’offerta sul mercato del lavoro? Evidentemente no.

Possiamo affermare che quei livelli retributivi derivano da meriti eccezionali? Anche qui la risposta è no perché si tratta di persone i cui guadagni sono spesso svincolati dai risultati raggiunti nel loro lavoro e perché le loro competenze professionali  derivano più dalla rete di collegamenti nella quale sono inseriti che dalle superlative capacità di cui sarebbero (e non sono) dotati.

Mettere in discussione quei guadagni non è facile perché si tirano in ballo idee ben radicate nella nostra cultura.

Per esempio l’idea di libertà. Si dice che quei guadagni sono decisi dal libero mercato, ma non è vero perché il mercato non è in grado di valutare i meriti e i talenti di ognuno senza farsi influenzare da fattori che con la libertà dei mercati c’entrano poco. Il primo di questi fattori è il potere. Lo possiamo constata tre nelle vicende di questi giorni che riguardano l’estrema facilità dei vertici del MPS di eludere i controlli e di disporre del patrimonio della banca impegnandone i guadagni futuri fino ai limiti del crollo senza incontrare una seria resistenza né nei controlli, né nelle sanzioni.

In questo modo sono proprio i principi del libero mercato che vengono stravolti e piegati ad uso e consumo di élite di affaristi annidati in diversi settori dell’economia e fortemente intrecciati con la politica che governa le istituzioni pubbliche.

La crisi delle economie occidentali contagiate da una speculazione finanziaria senza freni è la conferma che non esiste libertà dei mercati senza una forte regolazione imposta dai poteri pubblici nazionali e internazionali. Di fronte all’aggressione di minoranze determinate ad impossessarsi delle ricchezze della società il mercato fallisce e diventa uno strumento di oppressione dei pochi sui tanti. Nel chiuso di mondi paralleli le nuove caste costruiscono un feudalesimo planetario che non si articola più per domini territoriali, ma vive nella simulazione di ricchezze che non esistono realmente facendosi forte del rispetto delle regole che tutti gli altri osservano. Il derivato più assurdo infatti sarà sempre considerato un contratto e, come tale, rispettato.

Tutto ciò costituisce un rischio per le libertà di tutti e per gli equilibri sociali. La reazione non può che esserci attraverso gli stati e le unioni di stati perché di fronte ai nuovi poteri finanziari i singoli stati da soli possono fare ben poco. Quindi c’è bisogno di Europa è inutile girarci intorno. E c’è bisogno della politica che va riportata, attraverso la trasparenza e la partecipazione, ai cittadini che ne sono i legittimi titolari. La risposta migliore però non potrà darla l’Italia da sola, ma dovrà essere una risposta europea. Per questo la prossima legislatura dovrà segnare anche un nuovo inizio per l’Unione Europea.

Claudio Lombardi

Un commento

  • salvatore sinagra

    Interessante il ragionamento sulle disparità retributive e di opportunità, dopo il caso mps ho riflettuto molto sul ruolo e sui compensi dei manager, forse mi hanno portato a riflettere molto anche le ultime letture che ho fatto (Confiteor di Massimo Mucchetti e Cuccia e Mattioli, due banchieri del novecento, di Sandro Gerbi). All’università ho frequentato tre corsi del professor Brugger, mi sembrarono all’epoca in gran parte troppo poco tecnici, riflettendo su varie e diverse vicende (amministrazione Clinton, MPS, Lehman Brothers, ma anche la Spagna di Aznar e Zapatero) ho rivalutato tali corsi. Brugger, quando ci parlava delle operazioni di fusione e acquisizione, avvenute in America negli anni ottanta, affermava “chi vende fa sempre un affare, non è detto che lo faccia chi compra”, in sostanza constatava che spesso i grandi manager si avventuravano in acquisizioni che non servivano a nulla o addirittura erano dannose ( l’operazione in cui la società che compra ha una cultura aziendale molto diversa dalla società che viene comprata per esempio) per questioni di visibilità e perchè più un’azienda è grande, più è grande il suo management. All’epoca le sue parole mi sembravano molto retoriche, oggi ho cambiato idea
    Voglio fugare ogni dubbio, le fusioni che hanno caratterizzato il mercato bancario italiano negli ultimi 20 anni erano inevitabili, ma pongo una domanda a me stesso e a chi legge: come si fa a distinguere una crescita solida, basata sulle idee e sul lavoro, da una crescita basata sul rischio, che inevitabilmente nel lungo periodo porta a perdite che sono almeno pari ai guadagni e come si fa a disincentivarla?
    Pochi giorni fa ad un convegno ho incontrato Alberto Meomartini, già assistene dell’allora ministro delle finanze professor Reviglio, una lunga carriera nel gruppo Eni ed in Assolombarda e gli ho fatto una proposta semplice: quando si pagano consistenti bonus ai grandi manager, dovrebbe essere previsto che questi, anche anni dopo la fine del loro mandato, se si scopre che hanno fatto fare utili alle imprese assumendo rischi e compromettendo le prospettive di lungo perido dell’imprese, devono essere costretti a restituire in tutto o in parte i loro lauti compensi. Inserire in un contratto questo meccanismo, e sopratutto definire in modo obiettivo e per tutte le stagioni cosa significhi crescere assumendo rischi e compromettendo le performace di lungo periodo dell’azienda è difficile, ma dobbiamo provarci

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