Coronavirus: come ripartire con la fase 2

La buona notizia è che la situazione attuale in Italia mostra un rallentamento dei contagi e una diminuzione della pressione sulle strutture ospedaliere. In ogni caso ci sono aree con diversi livelli di contaminazione e purtroppo è ormai evidente che si è in presenza di numerosi casi non identificati o di numerosi decessi per coronavirus non riportati come tali.

Ma il fermo di numerose attività desta forti preoccupazioni sino al timore che, anche in un ipotetico futuro, numerose aziende rischino di non poter ripartire. Occorre quindi trovare un compromesso tra protezione della salute e salvaguardia delle capacità economiche del paese. 

Si parla spesso del contributo che la scienza sta dando, ma qualche voce critica si leva su affermazioni che vengono dagli esperti e sono viste come contraddittorie. In realtà è assolutamente necessario distinguere tra quello che gli scienziati dichiarano di conoscere e quello su cui stanno effettuando studi e ricerche sperando di fornire risposte concrete e positive prima possibile.

Per quello che riguarda il possibile e auspicabile, ma non ancora certo o acquisito:

  • la disponibilità di un vaccino: confidando che possa essere trovato, non sarà a breve e comunque richiederà un lungo tempo per la produzione ed adozione; 
  • le cure: sono state avviate numerose sperimentazioni, alcune molto interessanti ma non sono ancora state validate come cure preventive o effettive: aspettiamo l’ISS e attenzione al fai date;
  • Il periodo di immunità acquisita da chi ha contratto la malattia ed è guarito.

Cosa invece è assodato e concordato in generale:

  • l’alto livello di contagiosità del virus, attraverso principalmente la trasmissione aerea, ma non solo;
  • l’efficacia delle misure di distanziamento e di igiene;
  • la necessità di avere adeguate strutture sanitarie (terapie intensive, presidi territoriali, etc.) per ridurre la mortalità;
  • la necessità di isolare tempestivamente i soggetti positivi per poterli seguire efficacemente e limitare il diffondersi del contagio.

Come semplice sintesi di quanto sopra vedi ad es. una recente intervista a Silvio Garattini.

Quindi, quali che siano le modalità ed i tempi che le varie task force attivate stabiliranno un fatto è incontrovertibile: occorrerà convivere con il virus per un lungo periodo.

Ma soprattutto ci troviamo in una situazione in equilibro instabile. Infatti tutto dipende dall’ indice di contagio (R0) che deve essere significativamente inferiore ad 1. Ogni variazione alla circolazione del virus che lo riporta anche di poco sopra l’unità riattiva il contagio in modo esponenziale, quindi in grado di riportarsi rapidamente su valori alti.

Inoltre quello che conta non è solo il valore medio di R0 su tutto il territorio nazionale, ma anche i valori relativi alle singole aree dove la circolazione delle persone è consentita. Infatti anche se la media è inferiore ad 1, possono esistere delle aree dove il rischio di contagio è maggiore di 1 ed in queste aree il numero dei contagiati può risalire rapidamente (è questo il motivo per cui si è costretti a creare delle zone rosse anche limitate a singoli comuni).

Ecco perché è sensato avere per le riaperture tempi differenziati per Regioni pur nell’ambito di scelte nazionali.

Purtroppo sono sufficienti piccole modiche all’attuale situazione di limitazioni per provocare significativi cambiamenti di R0 come ad es. diminuzione del distanziamento sociale, riattivazione della mobilità tra aree e da e verso l’estero, riapertura di luoghi comuni.

Allora cosa deve prevedere, tra l’altro, un piano di ripartenza?

Innanzitutto un reale monitoraggio della situazione, cioè disponibilità di dati effettivi ed in tempo reale, da cui discende l’esigenza di:

  • Tracciamento tramite app dei possibili contagiati (infatti occorre riuscire a tracciare almeno il 70% dei contatti in quanto se R0 in assenza di misure è circa 3, allora 3×30% di contatti non rintracciati è minore di 1)
  • Disponibilità di tamponi, intesa come materiali ma anche come operatori sanitari in grado di effettuarli dove più opportuni, ad es. tra i contatti di un caso positivo.
  • test sierologici, importanti soprattutto per misurare l’effettiva diffusione del virus

Per gestire la complessa rete del tessuto produttivo serve un’analisi puntuale delle diverse situazioni per aree geografiche, per settori industriali, per filiere produttive, per tipologia di servizi, individuando caso per caso le opportune misure come ad es. prenotazioni, turni, limitazioni dei trasporti. Inoltre, come spiegato in precedenza, in presenza di diversi valori di diffusione del contagio è opportuno prevedere date diverse per Regioni.

Per mantenere un adeguato livello di distanziamento, occorre proseguire con il controllo della mobilità all’interno delle aree geografiche e soprattutto tra le aree.

È richiesta flessibilità. In un contesto che può cambiare rapidamente occorre avere la capacità di aprire/chiudere aree geografiche (comuni o se serve anche aree più vaste) e/o settori in funzione dell’effettivo andamento della situazione come rilevato dal monitoraggio.

Anche nella ripartenza sarà necessario il contributo di tutta la popolazione che, quindi, deve essere informata in modo semplice e coerente. Molta attenzione va posta sulla comunicazione in termini di tempestività, anticipando le misure soprattutto per dare tempo alle aziende di predisporsi per tempo e operando con trasparenza nello spiegare i criteri adottati.

Quando l’epidemia è arrivata in Italia si è sicuramente scontato un ritardo organizzativo. Ora che la riapertura progressiva è un atto politico è richiesta una organizzazione più che adeguata e non sono giustificabili carenze di approvvigionamenti o di risorse umane.

Inoltre, è necessario che il piano sia almeno a livello nazionale e che al suo interno contenga inoltre i criteri per la gestione locale stabiliti in anticipo, e descriva le eventuali azioni addizionali che gli Enti locali  possano adottare ma solo sulla base di linee guida nazionali e tenendo conto dei dati effettivamente rilevati. Anche in questo caso è giusto esigere che non vengano ripetuti gli errori degli ultimi mesi che hanno visto spesso contrapposizioni tra organi dello stato ed oscillazioni apparentemente immotivate tra posizioni contrastanti.

Proprio in queste ore si legge che molte delle considerazioni fatte in precedenza sono già proprie delle attività in corso a livello governativo. Quindi aspettiamo fiduciosi.

La stessa fiducia va posta nei confronti delle iniziative necessarie per affrontare questo difficile futuro. È singolare che tutti accettino la limitazione della libertà personale e della libertà economica (per nostra fortuna dato che questo ha già salvato numerose vite umane), ma che si levino voci di violazione di diritti fondamentali nel caso di adozione di strumenti digitali. Come se non fosse legittimo che la magistratura possa acquisire tutte le tracce che già lasciamo agli operatori telefonici o che la sanità pubblica conservi i nostri dati sanitari nelle fortunate regioni che dispongono di un fascicolo sanitario elettronico, evitando di parlare dei dati bancari e patrimoniali utili a fini fiscali. Tra l’altro anche in questi giorni le forze dell’ordine collezionano i nostri movimenti acquisendo le autocertificazioni, ma per fortuna nessuno si è lamentato. Forse perché sono dati cartacei?

Senza parlare di quello che le multinazionali del web collezionano da anni su preferenze, contatti e movimenti e che utilizzano senza scrupoli per profitto o peggio per orientare le nostre scelte, incluse quelle politiche.

In realtà esistono tecnologie, buone pratiche e soluzioni per limitare l’utilizzo dei dati necessari al tracciamento solo per i fini previsti. Sembra purtroppo che emerga una diffusa sfiducia nelle istituzioni quando per l’interesse comune sia necessario realizzare qualcosa che non abbia la fisicità di una scuola, un ponte, un ospedale come se ignorassimo di vivere in una società ampiamente dominata dall’informazione in formato digitale.

Infine la ripartenza è anche un altro caso in cui la cooperazione Europea potrebbe giocare un ruolo, dato che come si è visto il virus non conosce frontiere e quindi ogni paese potrebbe avere la necessità di isolarsi o aprirsi in funzione dell’andamento della pandemia.

Tra l’altro questo tipo di cooperazione non richiede né condivisione del debito né solidarietà economica ma solo volontà politica. E di buona politica ha bisogno anche l’Italia, appoggiandosi alle competenze ma assumendosi anche le dovute responsabilità.

Claudio Gasbarrini

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