Cosa ci dice il massacro di Colleferro

Il massacro di Colleferro ci parla e dobbiamo capire il messaggio che ci invia. Non è la prima volta che viene compiuto un delitto orribile che grida vendetta. E non conta nulla se chi l’ha commesso pratichi una cosiddetta arte marziale cioè lo studio di una tecnica di combattimento che ha come scopo l’uso della violenza finalizzato a neutralizzare una o più persone o a difendersi da un attacco. Chi decide di superare il limite e vuole far del male può farlo in mille modi diversi. Un solo esempio valga per tutti. Nell’omicidio di Cogne il piccolo Samuele fu massacrato con oggetti contundenti mai individuati, ma probabilmente oggetti comuni presenti in casa. Fu dichiarata colpevole la madre, Annamaria Franzoni, che, nonostante le rituali condanne, scontò meno di 11 anni di carcere peraltro intervallati da numerosi permessi premio per stare con la famiglia e dalla possibilità di lavorare fuori dal carcere. Dunque il massacro di un bimbo di tre anni costò ben poco alla Franzoni che, anzi, diventò anche un personaggio molto richiesto in varie trasmissioni televisive potendo così svolgere la propria difesa di fronte a milioni di telespettatori. Il piccolo Samuele fu presto messo da parte e la punizione per l’assassino fu dimenticata dall’opinione pubblica.

Un altro esempio: chi rimane in carcere oggi per i tanti omicidi e per le stragi commesse negli anni ’70-’80? Bisognerebbe controllare le posizioni di decine di condannati, ma se si risponde “nessuno” non si è lontani dal vero.

Due esempi estremi: il massacro di un bimbo di tre anni e tanti omicidi commessi per sostenere una battaglia politico-ideologica.

Sicuramente il massacro di Colleferro scaturisce dalla cultura della violenza che ha bisogno di avere dei nemici da sottomettere e da eliminare. Gruppi parafascisti, ultras del calcio, razzismo estremo e i tanti che vivono di piccoli e grandi crimini (si dice che i fratelli Bianchi già pluridenunciati per vari reati facessero da esattori degli spacciatori della zona a suon di botte) sono legati dal disprezzo per i più deboli e dal culto della forza e della sopraffazione. L’unico modo per scoraggiarli è un sistema giudiziario che li punisca con certezza e con severità.

Sì la scuola, sì l’educazione, sì gli esempi. Tutto può aiutare, ma bisogna mettersi in testa che alcuni esseri umani sceglieranno sempre la strada della violenza e che andranno fermati ed isolati e che la loro punizione servirà anche da esempio e da rassicurazione per tutti quelli che rispettano il patto sociale.

Purtroppo dobbiamo metterci l’anima in pace: anche nei casi più efferati la giustizia italiana, di cavillo in cavillo e all’insegna della massima comprensione per i colpevoli, può raggiungere lo scopo opposto a quello che sarebbe legittimo aspettarsi. Le vittime saranno sempre considerate, oggettivamente, un prezzo da pagare sulla strada della riabilitazione dei delinquenti che rimane la finalità principale da perseguire.

Non aspettiamoci, dunque, nessuna punizione esemplare per i massacratori di Colleferro. Ad oggi, si proclamano tutti innocenti ed ignari della presenza di un certo Willy steso per terra agonizzante e sarà dura stabilirne la colpevolezza.

Per la gente comune se quattro persone si accaniscono su una sola persona fino a provocarne la morte non vi è dubbio che sono tutti colpevoli allo stesso modo.

Il diritto, però, è fatto di meccanismi logici molto complessi che possono anche essere fonte di ingiustizia. Si stabilirà mai chi ha inflitto il colpo fatale al povero Willy? E come si farà a dimostrare quanti pugni e quanti calci ognuno degli imputati ha effettivamente scagliato contro la vittima? È molto difficile che lo si faccia ed è, dunque, probabile che nessuno sarà dichiarato colpevole del fatto che è accaduto e che si può definire in un solo modo: omicidio volontario aggravato dai futili motivi, dal numero degli assalitori e dalla loro preparazione tecnico-atletica. Tradotto in poche parole prepariamoci a condanne di media entità che, col passare del tempo, si tradurranno in permessi premio e sconti fino all’inevitabile scarcerazione.

Il vero problema è questo: l’abisso che separa l’aspettativa di giustizia e la sanzione inflitta dall’ordinamento giudiziario. Se nel prossimo futuro i responsabili della morte di Willy saranno di nuovo liberi qualcuno potrà dire che giustizia è stata fatta perché la finalità delle pene è la rieducazione e il recupero dei condannati. E dunque riaverli tra noi dovrà essere motivo di gioia e di soddisfazione non di rabbia e delusione. Servirà di esempio ad altri perché constatino che il crimine è un rischio ragionevole che si può correre. Non dovrebbe essere così. Le pene devono essere innanzitutto delle punizioni che lo Stato infligge per proteggere la collettività. Forse è arrivato il momento di dirlo chiaramente e di farne un principio cardine dell’ordinamento penitenziario. La rieducazione deve essere perseguita fornendo al condannato tutte le opportunità, ma come obiettivo da lui perseguito in prima persona. Non come agevolazione per eludere la pena.

E qui si arriva a un tema cruciale. Si dice che la carcerazione è disumana in sé e per lo stato disastroso delle carceri. Sarà un caso allora che in Italia da tanti anni si cerchino le più diverse strade per accorciare la durata delle detenzioni, ma non si riesca mai a mettere al centro la costruzione di nuove carceri? Che dovrebbero essere ultra confortevoli e non le luride topaie (in molti casi) che ci sono oggi. Che senso ha accorciare la pena e lasciare le celle in condizioni disumane? Che si faccia un grande investimento di civiltà e si metta da parte la cultura ipocrita che ignora il cuore del problema e si concentra con grande passione su un obiettivo ideale di accorciamento o anche di abolizione delle pene e di redenzione generale dell’umanità che sta solo nelle menti “illuminate” che lo immaginano. Cominciamo a rispettare la dignità di quelli che vivono onestamente e che chiedono di essere protetti e non hanno nessuna intenzione di fare le vittime sacrificali di una visione idealistica ed astratta del mondo.

Forse sarebbe l’ora che la maggioranza dei cittadini che chiedono di essere tutelati sul serio faccia sentire la sua voce

Claudio Lombardi

2 commenti

  • La punizione sta nella privazione della libertà ed è già più che sufficiente se fatta rispettare

  • “ma non si riesca mai a mettere al centro la costruzione di nuove carceri? Che dovrebbero essere ultra confortevoli e non le luride topaie (in molti casi) che ci sono oggi ovviamente. “mi dispiace non la penso così ..sì a nuovi carceri e a detenzione senza sconti ma il carcere deve essere punitivo non un albergo a 5 stelle altrimenti che paura farebbe?intanto dovrebbero lavorare e pagarsi il soggiorno perchè non vorrei sbagliarmi ma ora se lavorano i soldi se li tengono ..troppo buonismo ..chi sbaglia deve pagare

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