Cosa ci insegna la vicenda Wikileaks (di Flavio Fusi)

Ora che è libero – anche se strettamente vigilato – Julian Assange potrà studiare le prossime mosse di una partita molto pericolosa. Un uomo solo contro le diplomazie di mezzo mondo, e soprattutto contro quel moloch del potere,  incarnato dall’ iper-potenza americana.

Il peccato mortale del fondatore di Wikileaks  – non considerando le accuse di violenza sessuale, dalle quali dovrà difendersi –  è quello di aver strappato la cortina di ipocrisia e doppia verità che guida i rapporti tra Stati e le relazioni internazionali.

 In poche settimane Wikileaks ha rovesciato sui giornali centinaia di migliaia di rapporti riservati della diplomazia americana, che mettono a nudo il  “fiume profondo” degli interessi e dello scontro di forze che scorre sotto le buone maniere del “nuovo mondo” semi-pacificato del Ventunesimo secolo.

 Si è a lungo discusso, e si discuterà a lungo,  sul vero terremoto che investe le cancellerie – dall’ Occidente, all’ Est, al Medio Oriente – ma non si è spesa una parola sul “tradimento” consumato ai danni dell’ opinione pubblica internazionale.

 E’ in gioco un diritto che nelle democrazie moderne dovrebbe essere sacro. Il diritto di sapere, di scambiare informazioni veritiere e di essere correttamente informati. 

Julian Assange si definisce  “alfiere della trasparenza assoluta”, ma anche il suo obbiettivo  è una trasparenza tra Stati, governi, poteri.  La trasparenza verso l’ uomo della strada – che la  retorica della democrazia occidentale considera il vero motore della storia – non è nemmeno presa in considerazione.

All’ opinione pubblica – oggi come ieri – non arrivano che frammenti deformati della verità dei fatti. Del resto, tutte le avventure militari  di questi albori del Ventunesimo secolo sono state scatenate sulla base di menzogne plateali, false verità, ipocrisia e vuota retorica.

 Ricordiamo che quanto si trattò di dare il via alla spedizione  americana in Iraq, il segretario di stato Colin Powell si presentò al Palazzo di vetro delle Nazioni Unite impugnando una misteriosa provetta che doveva provare la terribile minaccia delle armi di distruzione di massa in possesso di Saddam Hussein.

Era una menzogna, pura propaganda spacciata in dosi massicce, per  “vendere”  all’ opinione pubblica mondiale la guerra contro Bagdad.  Dosi massicce di menzogna, e dosi massicce di retorica.

 Oggi la vulgata del “progresso inarrestabile” vuole che il mondo sia diventato (come già diceva il vecchio McLuahn) un “villaggio globale”  e che le informazioni viaggino liberamente e senza limiti e ostacoli  tra le moltitudini che popolano il villaggio planetario.

 In realtà, in intere regioni e continenti, l’ informazione libera è una merce proibita.  E anche nel nostro fortunato pezzo di mondo la grande massa di informazione è molto spesso “avvelenata” : mistificata, amputata, piegata a potentissimi interessi politici ed economici.

 Questo ci insegna oggi la vicenda di Wikileaks e del “combattente solitario “ Julian Assange. 

L’ opinione pubblica occidentale dovrebbe gridare forte: “ci avete ingannati.” Eppure noi tutti assistiamo muti  a questo scontro di immani poteri, come una tribù primitiva che dalle sue caverne assiste sgomenta a una paurosa bufera di tuoni e lampi.

 Flavio Fusi

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