Costruire con parsimonia (di Ettore Maria Mazzola)

La tragedia del terremoto senza precedenti avvenuto in Giappone, e soprattutto la catastrofe nucleare che si sta abbattendo su quel Paese, e che presto investirà una grande parte del pianeta adombrando gli eventi di Chernobyl, dovrebbero farci riflettere moltissimo sul nostro stile di vita.
Può sembrare demagogico, o cinico, affrontare questo discorso in questo triste momento, tuttavia ritengo che sia proprio questo il tempo per riflettere, poiché l’atteggiamento blasé che caratterizza la nostra società tende a farci dimenticare in fretta degli avvenimenti tragici.
Non voglio parlare di politica, perché non è il mio campo, tuttavia devo esprimere il mio disappunto circa alcune affermazioni recenti dei nostri politici i quali, all’indomani della catastrofe, hanno dichiarato che “il programma nucleare in Italia deve andare avanti”, oppure che “in Italia non ci sono rischi”. Non meno preoccupanti sono state le affermazioni del premier il quale, nascondendosi dietro un dito ha detto che “la decisione spetta al Consiglio d’Europa” e che, in termini di localizzazione delle centrali nucleari, la decisione non spetta a lui ma ai consigli regionali!
Nel 1987, scossi dal terrore della catastrofe di Chernobyl, i cittadini italiani votarono a larghissima maggioranza l’uscita dal nucleare, e quel referendum costò, come di consueto, tanto denaro pubblico. Come mai quindi oggi dovremmo rimettere in discussione una decisione quasi unanime del popolo italiano? Quanto conta, per i nostri politici, la volontà del popolo di fronte agli interessi lobbistici?

Ragioni
Il motivo della nuova corsa al nucleare è ovviamente intimamente connesso al fatto che, come aveva ammonito James Howard Kunstler nell’ormai famosissimo “The Long Emergency”, è terminata l’era del petrolio a buon mercato. Allora si deve trovare una soluzione energetica alternativa che non si basi sui combustibili fossili.
Tuttavia, come Kunstler ha ampiamente dimostrato senza possibilità di smentita, tutte le cosiddette “fonti alternative”, dipendono in qualche modo dal petrolio, energia nucleare inclusa. Tra l’altro questo tipo di tecnologia prevede un problema non indifferente legato alle scorie radioattive e alle acque di raffreddamento, anch’esse radioattive, del quale fingiamo di ignorare l’esistenza.

Ma perché quindi dovremmo orientarci in questa direzione? Il motivo basilare è che, nella società che abbiamo costruito per migliorarci la vita, tutto è stato, o tende a venire automatizzato. Ciò che nelle fabbriche un tempo veniva fatto dagli operai, oggi viene svolto dalle macchine, altrettanto dicasi per ciò che avviene nelle nostre case. Per spremere le arance si usa lo spremiagrumi elettrico, per spazzare le stanze si usano gli aspirapolvere o, addirittura, veri e propri impianti centralizzati di aspirapolvere, ecc.
Ovviamente questo meccanicismo, se da un lato apre i tristi scenari della disoccupazione, dall’altro richiede un quantitativo di energia smisurato che, lo stiamo vedendo nei “Paesi emergenti”, comporta un danno al pianeta enorme in termini di surriscaldamento globale e, ovviamente, una domanda di combustibili fossili di gran lunga superiore all’offerta.

Ma c’è un altro aspetto, silente, alla base dello smodato fabbisogno energetico: le nostre case! Le stime (1) – in crescita – che emergono dalle conferenze, ci dicono che l’incidenza in termini di fabbisogno energetico dell’edilizia industriale attuale è pari al 36%, (a fronte del 31% dell’industria e del 31% del trasporto), mentre le emissioni di CO2 dell’edilizia sono pari al 34,5 % (a fronte del 32,5% dell’industria e del 30,5% del trasporto).
Dalle stesse stime risulta che l’intero settore edilizio è responsabile del 50% dell’energia consumata a livello Europeo, di cui il 36% è imputabile al fabbisogno energetico in fase d’uso degli edifici, mentre circa il 14% è causato dal settore industriale legato all’edilizia. Oltre a ciò va considerato che gli edifici comportano notevoli consumi di materiali ed energia sia in fase costruttiva che durante il loro uso e la loro dismissione: il settore edilizio consuma circa il 40% dei materiali utilizzati ogni anno dall’economia mondiale e produce circa il 35% delle emissioni complessive di gas serra, senza contare i consumi di acqua e di territorio, nonché la produzione di scarti e rifiuti dovuti alla sua demolizione … ma da noi c’è chi continua a costruire grattacieli ed edifici vetrati, presentandoli anche come “sostenibili”!
Da questi dati sconcertanti viene da chiedersi come possa essere possibile che la nostra società, quella che rivendica di appartenere alla specie animale più evoluta, quella che dice di appartenere alla generazione più avanzata e che ha raggiunto i massimi successi nel campo delle scienze, sottovaluti il problema e, in nome di un egoismo di massa, si limiti a rimandare la soluzione alla prossima generazione … che sono i nostri figli!!

Davanti ad affermazioni come quelle di G. W. Bush, che disse “lo stile di vita americano non è negoziabile” non possiamo quindi non pensare esattamente l’opposto. Infatti si deve proprio al profondo egoismo della nostra società – disinteressata perfino al futuro dei propri figli – che non vuole rimettere in discussione il proprio stile di vita, se questo pianeta, diversamente dai “programmi” di Madre Natura, sta velocemente andando incontro all’apocalisse!

Una possibile soluzione
Quindi, non volendo “cambiare il suo stile di vita”, l’uomo si affanna alla ricerca di un sistema per mantenere immutato il suo comportamento nei confronti dell’ambiente.
Ma non ci vuole un premio Nobel per comprendere che ciò che fa cortocircuito è proprio il non voler rinunciare alle città e agli edifici energivori!
Noi dovremmo costruire delle centrali nucleari, oppure dovremmo installare ettari di pannelli fotovoltaici (in assenza di un piano di smaltimento per i prossimi 15-20 anni quando dovranno essere sostituiti) per far sì che i nostri edifici, e le nostre città, continuino a succhiare sempre più energia.
Quando questo modello di città e di edilizia ci venne imposto, si parlava di “funzionalismo” … e non sono bastate le pagine ironiche di Tom Wolfe (2) a farci capire che molte cose di quel funzionalismo non funzionassero.

Se dunque nella nostra società consumista tutto converge sul vile denaro, perché non proviamo a seguire una strada diversa, in grado di mettere d’accordo gli interessi privati con quelli comuni? Se non altro per prolungare la vita della nostra specie su questo pianeta!
Come ho più volte ribadito nelle mie pubblicazioni, l’urbanistica del XX secolo ci ha lasciato in eredità una infinita serie di problemi, ma anche delle potenziali enormi possibilità di business. Le città che si sono sviluppate in maniera caotica, sebbene pianificata, sperperando territorio e producendo edilizia energivora, oggi si presentano come delle realtà caratterizzate da vuoti piuttosto che da pieni, e quei “vuoti urbani” sono prevalentemente proprietà demaniali.
Rivedendo il modo di pianificare le città, riportando l’essere umano al centro della progettazione e limitando l’importanza data all’autotrazione, potremmo dar vita ad un enorme progetto di ricompattamento urbanistico e di sostituzione edilizia che adoperi solo ed esclusivamente materiali naturali a chilometri zero, sarebbe possibile limitare il traffico veicolare al solo trasporto pubblico, considerando quello privato solo in caso di bisogno. Ovviamente questa circolazione veicolare dovrebbe prediligere sistemi non inquinanti.

Gli studi sulla fisica tecnica e impianti, e soprattutto quelli sulla termo-igrometria, dimostrano ampiamente che gli edifici costruiti con tecniche e materiali tradizionali richiedono circa il 40% in meno di riscaldamento invernale e fino al 100% del raffrescamento estivo. Questo aspetto però, non facendo gli interessi delle lobbies dei produttori di materiali isolanti, o dei fabbricanti di pannelli solari e fotovoltaici, è stato ignorato dai legislatori che hanno stabilito le agevolazioni e gli sgravi fiscali in materia di risparmio energetico. Né tantomeno è stato preso in considerazione il danno ambientale generato dalla installazione di ettari ed ettari di pale eoliche e campi fotovoltaici che, grazie all’accesso ai contributi europei, stanno rimpiazzando i nostri campi coltivati! Quale fiducia si può dunque riporre nel Consiglio d’Europa, i cui “saggi decisori” risultano fortemente coinvolti nel sistema lobbistico privo di scrupoli nei confronti del futuro del pianeta?

Qualora rivedessimo radicalmente l’approccio, e mettessimo in pratica le cose che ho esposto, potremmo generare enormi profitti, pubblici e privati, legati al settore edilizio, al restauro, al turismo, ecc., ma soprattutto ridurremmo drasticamente quel 50% di energia consumata per produrre industrialmente, trasportare, riscaldare, rinfrescare i nostri edifici, che si tradurrebbe in un abbattimento del surriscaldamento planetario, e in una mancanza di necessità di investire sul nucleare. Non ultimo, un processo di questo tipo genererebbe un notevole abbattimento del problema della disoccupazione, e allora perché non dovremmo farlo?

Ettore Maria Mazzola architetto membro del Gruppo Salingaros

Note
1) Fonte European Environment Agency e World Resources Institute – rilevazioni 1990-2004
2) Maledetti Architetti, Bompiani Edizioni, Milano 1988-2001 – Titolo originale From Bauhaus to our House

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