Crisi dell’euro: un problema di vuoto di potere (di Marco Mayer)

Seguo con attenzione le opinioni di due economisti “militanti”: Oscar Giannino e Stefano Fassina. Il primo si ispira ai principi del pensiero economico libertarian, il secondo ai valori socialdemocratici e cattolico-popolari dell’economia sociale di mercato. Vale la pena seguirli perché in Italia fanno opinione e sono ascoltati dalle elite. Mi sono accorto che nonostante le loro divergenze, Giannino e Fassina commettono lo stesso errore di analisi di fronte alla crisi dell’eurozona.

Entrambi, nel proporre le loro differenti terapie, sottovalutano l’impatto sull’euro del fattore P (dove P sta per potere). Non sono gli unici in verità. Gli economisti non amano il concetto di potere perché – per quanto osservabile e identificabile – è difficilissimo da misurare e “modellizzare”. Neppure tra gli esperti di studi strategici c’è accordo su quale deve essere l’unità di misura del potere (il “power index”).

Come formalizzare il vuoto di potere che si nasconde nelle fondamenta dell’Euro in un modello econometrico? Come calcolare i suoi effetti nel tempo e nello spazio? Come pesare il vuoto di potere che è nel DNA dell’Euro quando si preparano gli outlook sull’economia mondiale? Il deficit “genetico” dell’Euro, in verità, era stato segnalato da alcuni analisti più accorti, ma esso è stato ignorato per anni dalla maggioranza dell’accademia, dalle istituzioni finanziarie internazionali, dalle agenzie di rating. Invece di inseguire modelli sempre più sofisticati le scienze sociali dovrebbero far ricorso a quella che Angelo Panebianco ha definito “cultura dell’esperienza”.

Giuliano Amato ci ha raccontato più volte la vera storia dei negoziati di Maastricht del 1992. I politici più informati erano consapevoli che l’avventura dell’Euro nasceva senza un potere gerarchico e coercitivo in grado di assicurare protezione bancaria, finanziaria e fiscale ai popoli dell’Eurozona. Ma all’epoca i leader socialdemocratici e popolari non se la sentirono di affrontare il vuoto di potere che sottostava alla moneta unica e delegarono tutto a tecnici ed alti burocrati. Economisti, giuristi ed esperti della Commissione e delle Banche Centrali andarono avanti come se niente fosse seguendo la logica inerziale della Tecno-burocrazia.

In verità l’Euro è nato in un modo e cresciuto in un altro. E’ nato nel novembre 1989 da uno scambio di potere (sì alla unificazione tedesca in cambio della rinuncia al marco), ma poi l’Unione Monetaria si è sviluppata ignorando per anni ed anni il vuoto di potere che minacciava la sua sopravvivenza. Dalla nostra parte dell’Oceano la maggior parte dei commentatori (Giulio Tremonti compreso) pensarono che la crisi del 2007-2008 fosse un problema americano ed anglosassone e che non avrebbe toccato più di tanto il solido sistema bancario e finanziario dell’Eurozona (sic!). L’allarme non è neppure scattato quando il vuoto di potere è diventato eclatante perché mancava un potere in grado di rispondere tempestivamente alla piccola crisi della piccola Grecia. La storia successiva la conosciamo bene. Perché Giannino e Fassina (e l’intera categoria degli economisti) non si misurano seriamente con questo nodo? Forse perché si sono dimenticati le famose parole di John Kenneth Galbraith: “Il paradosso del potere nella tradizione classica è ancora una volta che, benché tutti siano d’accordo che il potere esiste, esso non esiste in linea di principio”.

C’è un secondo aspetto – di stringente attualità – intrinsecamente legato al tema del potere: quello delle “condizionalità”. La discussione sul ruolo della BCE e del fondo “Salva-Stati” ripropone la dottrina del Washington Consesus che -nonostante il suo fallimento ed il conseguente e radicale ridimensionamento del ruolo del Fondo Monetario Internazionale – sopravvive ormai solo in Europa. L’esperienza empirica ha dimostrato in tutto il mondo che le condizionalità non funzionano perché tendono a creare spirali perverse e recessive (crisi bancarie, debiti sovrani, tensioni monetarie, deficit fiscali, calo dei consumi, perdita di competitività,ecc ). Chi investe in modo prudenziale (e non specula al ribasso last minute) cerca titoli bancari e/o obbligazioni sovrane coperte da garanzie rilasciate da organismi dotati del pieno potere di garantire. La prima diffidenza verso l’Eurozona è questa.

Gli investitori istituzionali (tanto meno i fondi sovrani) non amano addentrarsi nei complicati dettagli delle condizionalità dei se dei ma. Un intervento di un fondo monetario europeo che operi con lo stile del FMI degli anni 90’ rischia persino di essere un boomerang per la stigmatizzazione che esso comporta. La madre di tutte le domande è la seguente: il garante (o i garanti) dispongono o non dispongono di tutti i poteri necessari? Poi viene il resto, il posizionamento strategico, la congiuntura, gli squilibri finanziari e strutturali, ecc, ecc..

In altri termini possiamo affermare che c’è un fondamentale che viene prima dei fondamentali: un assetto gerarchico che assicuri a chi ha il potere di farlo funzionare, sia esso l’ESM, la BCE o la Commissione. Se persiste il vuoto di potere ogni agente economico pubblico o privato continuerà ad essere valutato per conto suo con due aggravanti a) i singoli Stati hanno un’arma in meno perché sono privi del potere di svalutare; b) alle banche manca una Fed pronta al quantitative easing. Di questo passo l’Unione Europea sarà sempre di più il vaso di coccio tra i vasi di ferro del nuovo mondo multipolare.

Avete capito, mi piacerebbe che Fassina e Giannino abbandonassero le loro diatribe sull’economia di mercato e dedicassero un po’ di tempo all’economia del potere. Si divertirebbero e forse scoprirebbero di avere qualche interesse in comune. Certamente ci guadagnerebbero anche i loro partiti veri e virtuali.

Marco Mayer

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